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Cantautori, gruppi emergenti e band affermate, la storia della musica, le interviste agli interpreti di oggi e di ieri. La musica live a Genova e gli incontri con i gruppi in sala prove

  • Drum Ladies Fest: a Carasco un evento micro-rivoluzionario

    Drum Ladies Fest: a Carasco un evento micro-rivoluzionario

    BatteriaDomenica 30 settembre scorso, dalle 10 del mattino fino a sera, si è svolto a Carasco (nell’entroterra Ligure, sopra Lavagna) “Drum Ladies Fest”, un workshop-concerto dedicato a batteriste professioniste e principianti, rigorosamente donne, provenienti da tutta Italia, con la presenza di due maestre internazionali, ospiti speciali, la canadese Emmanuelle Caplette e la brasiliana Vera Figueiredo.

    Devo dire che è stato davvero molto interessante vedere bambine e giovani donne e ancora donne adulte che picchiavano sui piatti e rullanti con forza e precisione:  dava una sensazione piacevole che non so spiegare. Forse era dovuta al fatto che ad esibirsi non c’era neanche un uomo, il che ha creato, sicuramente, un effetto sorpresa. Forse era perché, suonando, le donne mostrano una femminilità particolare (come liberata dal fatto di dover essere femminili per forza)… O forse perché se uomini colpiscono una batteria non è niente di nuovo, è la guerra, ma se invece sono delle donne a farlo, è diverso: è come se sprigionassero, al contrario, un senso di pace.

    Non c’era nulla di forzato, come si potrebbe pensare. Le donne in quel clima erano nel loro. Erano molto più naturali e a loro agio di quando si trovano alle prese con qualcosa di più tradizionalmente femminile come la danza o il canto, o fare le hostess o segretarie… C’erano donne di tutti i tipi: donne belle, donne brutte, piccolissime come delle bamboline, oppure  grandi e grosse come uomini, dolci o rudi, arrabbiate o allegre… tutte comunque erano piene di fascino perché erano fuori dal giudizio del mondo, come se il festival avesse creato un’isola anomala dove vigono delle altre regole sociali rispetto a quelle del mondo che conosciamo. Ogni donna era se stessa e, quindi, era magnifica. Le rudi nascondevano, dietro le giacche strappate e i capelli spettinati, un sorriso dolce o un gesto delicato e le dolci, invece, sotto una gli occhi da Bambie trasmettevano una risolutezza nei movimenti e un’autorevolezza degne di grandi leader. Le piccole erano tigri e le grosse agnellini. Le arrabbiate facevano sorridere infondendo tenerezza e le allegre avevano gli occhi di chi è cresciuto, come tutti, soffrendo. L’armonia che univa tutto e tutti era la caratteristica più importante.

    Lo spettacolo più tenero e rivoluzionario erano i giovani uomini seduti tra il pubblico ad ascoltare in silenzio le lezioni di batteria di due grandi professioniste donne. Per pranzo e per cena, due signore della zona sfornavano torte e focacce fatte con le loro mani e le servivano col sorriso nonostante il sole accecante del pomeriggio e il freddo della sera. Alcuni bambini giocavano e provavano le batterie, felici di esprimersi liberamente. Si respirava creatività e nessuna voglia di litigare. Poi si è messo a piovere e le persone si sono semplicemente spostate al riparo del tendone, senza una lamentela. Alla fine i ringraziamenti.

    Un applauso sincero a tutti i partecipanti, alle ospiti straniere e all’organizzatrice, ovviamente, donna, Elisa Pilotti. Ed erano davvero tutte da ringraziare profondamente per averci fatto vivere 12 ore in una realtà diversa e possibile. Quel giorno a Carasco si è tenuto un primo appuntamento di questo evento di musica, ma anche un esperimento sociale che ha messo insieme donne libere da schemi, persone motivate, musica e creatività, un mix non così consueto che ha trasmesso speranza ai partecipanti e ha regalato a tutti una boccata di aria fresca. Ognuno alla fine ha portato a casa un piccolo segno nella memoria di quell’evento micro-rivoluzionario.

    I CONSIGLI DI CAFFE’ SCORRETTO

    Consiglio web: Per capire l’atmosfera dell’evento che ho descritto date un’occhiata ai siti delle due ospiti, Emmanuelle Caplette e Vera , donne intelligenti e profonde che amano la musica e si divertono suonando.

    Consiglio da vedere:Frida” della bravissima Julie Taymor, film sulla vita di Frida Kahlo, grande artista e donna affascinante e controversa, un ritratto aderente e preciso della complessità femminile che intreccia fragilità e debolezza in un mix diverso e unico per ogni donna. Film “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, di Almodovar, maestro nel rappresentare il fascino femminile, che costruisce trame in cui le vere protagoniste sono sempre donne, con i loro diversi caratteri, il loro modo di affrontare coraggiosamente la vita in situazioni sempre molto complicate.

    Consiglio da leggere: Giallo di Giménez Bartlett Alicia, Riti di morte, in cui la protagonista, una donna ironica e dissacrante, si ritrova a rivestire il ruolo di leader in un ambiente maschile, quale la polizia. La storia si sviluppa grazie a un caso di violenze seriali che è solo apparentemente ordinario e che viene assegnato alla protagonista e grazie all’amicizia improbabile che nasce lentamente tra la lei e il compagno che le viene assegnato per il caso, con un poliziotto più anziano di lei, vicino alla pensione, stanco e pieno di pregiudizi, ma con in realtà con una mentalità sorprendentemente aperta.

     

    Linda Priario

  • Collettivo Cantacronache e Folk studio, tutta un’altra musica…

    Collettivo Cantacronache e Folk studio, tutta un’altra musica…

    Folk Studio, RomaMi permetto, innanzitutto, di segnalare un bel libro… Si tratta di “Retromania” di Simon Reynolds, ISBN Edizioni. Il libro tocca almeno in parte il nostro argomento, a dimostrazione di quanto il senso di “mancanza di novità”, di continua (ed eterna?…) ricapitolazione ed il conseguente senso di smarrimento sia tema di profonda attualità.

    Nel 1958, nell’industriale Torino si formò il collettivo “Cantacronache”, che comprendeva un gruppo di musicisti, intellettuali, autori e scrittori (per fare alcuni nomi: M. L. Straniero, E. Jona, U. Eco, I. Calvino, F. Fortini, Margot, F. Amodei, S. Liberovici) che già esprimevano – in questo vicini alle tematiche care alla scuola di Francoforte, Adorno in primis – un giudizio decisamente critico nei confronti della nascente “industria culturale”, responsabile diretta della cultura di massa. Il movimento di “Cantacronache” (che poi sfocerà nel “Nuovo canzoniere italiano”) proponeva un tipo di canzone caratterizzata da una forte motivazione sociale; una canzone vissuta come impegno culturale e politico, che spesso traeva spunto da fatti di cronaca. Infine, una canzone che si voleva fuori dal circuito discografico/commerciale, fuori dalla logica del “prodotto di consumo”.

    Diversi fra i cantautori della prima ondata ebbero contatti più o meno episodici con i componenti di questo gruppo. Oggi è riconosciuta la notevole rilevanza culturale  che il collettivo “Cantacronache” esercitò in quegli anni e il ruolo di stimolo che continuò ad avere negli anni successivi, anche dopo lo scioglimento, ruolo importantissimo per la storia della canzone italiana e ancor più per la futura canzone d’autore.

    Nel 1960 nasce a Roma il “Folk studio”, rilevato nel 1967 da G. Cesaroni che lo fece diventare un punto di riferimento nazionale. La leggenda vuole che nei primissimi anni ’60 passasse dal “Folk studio” anche un giovane Bob Dylan agli inizi della sua carriera. Per il resto questo locale di Trastevere fu il ritrovo della “scuola romana” dei cantautori (F. De Gregori, A. Venditti, G Lo Cascio, R. Zenobi, R. Gaetano, E. Bassignano, S. Rosso, M. Locasciulli ecc…).

    Sempre nel 1960 ci furono i gravi fatti di Genova (sollevazione della popolazione per impedire un congresso nel partito neo-fascista M.S.I. con feroci cariche della polizia) che fecero registrare una forte partecipazione giovanile. Agli inizi degli anni ’60 F. De André inizia a scrivere le prime canzoni. Nel 1962 F. Guccini scriverà la struggente “Auschwitz”…

    Anche un altro gruppo di primissimo piano nella scena musicale italiana, I Nomadi, interpreterà molte canzoni di F. Guccini. In particolare “Dio è morto” (che la R.A.I. prontamente censurò) divenne un manifesto, così come importantissimo Lp di F. Guccini, “Folk-beat n1”, testimonianza di come si potessero scrivere le canzoni in maniera diversa, canzoni che erano espressioni del mondo di sentire, pensare, vivere delle giovani generazioni. Nella diffusione di questi primi fermenti di “controcultura” – in opposizione al modo di vivere borghese – per ora spontanei, esistenziali, e in questo senso pre-politici, giocarono un certo ruolo alcuni locali pioneristici che sorsero nelle più importanti città italiane. Locali diversi, frequentati da un pubblico forse più raffinato e anticonformista ma che, soprattutto, funzionavano da “luoghi identitari”, da “posti giusti”, in modo particolare per i musicisti e gli appassionati. Alcuni locali si ispiravano alle “caves” parigine frequentate dagli esistenzialisti. Sotto questo profilo non va dimenticato che per una buona parte dei primi cantautori il riferimento alla Francia e ai suoi chansonniers (C. Trenet, J. Greco, J. Brel, G. Brassens, L. Ferrè, ecc…) fu sempre molto importante.

    Si è detto che nel 1960 aprì i battenti a Roma il Folk studio. Ricordiamo almeno: il “Santa Tecla saloon”, “L’Aretusa” e la “Taverna messicana” a Milano dove suonavano G.Gaber e Jannacci, L. Tenco, A. Celentano e, successivamente, sempre a Milano, il “Capolinea”, ritrovo di molti jazzisti italiani e non, ed infine il “Derby club”.

    A Genova vanno ricordati i locali dell’ angiporto, il “Cafè borsa” e il “Ragno d’oro”, frequentati da G. Paoli, U. Bindi, B. Lauzi, F. De Andrè, i fratelli Reverberi, oltre i già citati G. Gaber e L. Tenco.

    Il 1962 fu anno di nascita del “Nuovo canzoniere italiano” che ebbe come figure di spicco G. Marini e il musicologo L. Pestalozza. Anche questo collettivo proponeva una maniera diversa di considerare e fare canzoni, impegnandosi in seri studi sulle tradizioni musicali popolari, nell’intento di salvaguardare l’identità e l’esistenza stessa della cultura operaia e contadina. Da ricordare un libro che ebbe culturalmente un notevole impatto, prodotto da questo ambiente: “Le canzoni della cattiva coscienza”.

    Gianni Martini

  • Edmondo Romano, incontro con il musicista genovese

    Edmondo Romano, incontro con il musicista genovese

    Edmondo RomanoEdmondo Romano, musicista e compositore, classe ’69, ci accoglie nella sua casa nei caruggi per questa intervista. Grande esperienza maturata negli anni in progetti di varia natura, dal teatro alla composizione, passando per la partecipazione a progetti come le colonne sonore di note serie televisive (Distretto di Polizia, Giudice Mastrangelo), film per il cinema (Si può fare, protagonista Claudio Bisio), collaborazioni con altri artisti (Vittorio De Scalzi, Gian Piero Alloisio, Federico Sirianni).

    In una stanza adibita a studio di registrazione, circondati da una quantità di strumenti a fiato, parliamo della sua esperienza di musicista e del suo ultimo lavoro, recentemente pubblicato, “Sonno Eliso”, disco di composizioni strumentali in cui si fondono il mondo musicale contemporaneo alla musica etnica, la musica di ricerca e sperimentazione al minimalismo, grazie alla coesistenza di strumenti molto diversi tra loro (sax, zarb iraniano, fagotto classico, liuto arabo…). Il cd è stato prodotto in collaborazione con Pivio ed Aldo De Scalzi, ed è il primo, interamente composto da Edmondo, di una trilogia dedicata alla comunicazione tra diverse realtà.​

    Quando e quale strumento hai preso in mano la prima volta?​
    Il primo strumento che ho preso in mano è stato il violino, poi sono passato al clarinetto, che ho suonato in conservatorio per un po’ di anni, finché ho cominciato ad interessarmi alla musica etnica, folk, che negli anni ’90 era molto di richiamo: ho approcciato lo studio di diversi strumenti, dalla zurna turca al bansuri indiano… strumenti di diversi luoghi del mondo. ​

    Come hai sviluppato interesse per strumenti etnici, generalmente poco usati, così particolari? Hai imparato da solo a usarli? Cosa ti danno in più rispetto alla strumentazione classica?​
    La scelta degli strumenti è dettata dal tipo di brano che si compone, comunque non c’è stato un percorso preciso, la cosa è avvenuta naturalmente. Quando ho cominciato a studiare questi strumenti non esisteva internet come adesso, quindi per riuscire a imparare dovevi trovare qualcuno che sapesse suonare quello strumento o dei vinili che ti permettessero di ascoltarne il suono. Adesso se hai una certa base e vuoi imparare a tirar fuori due note dal duduk (flauto tradizionale armeno, n.d.r.) vai in rete e trovi come trattare l’ancia, come accordarlo, come soffiare; una volta questo non era possibile. Per esempio per imparare il mizmar africano me lo facevo portare da amici in viaggio e poi imparavo da solo attraverso i dischi reperibili appunto. Questo però mi ha permesso di sviluppare una tecnica personale, corretta ma più occidentale diciamo, in confronto a un musicista egiziano che lo suona in maniera diversa, più approssimativa volendo, ma – poiché facente parte della sua tradizione – anche più semplice ed istintiva. Tutto questo si palesa nel mio modo di esprimermi con gli strumenti: si è creato negli anni uno stile personale.​

    Tra gli strumenti che suoni ce ne sono alcuni la cui genesi risale al sesto secolo, mi sembra che il tuo sia un interesse di tipo etnoatropologico che va oltre il singolo strumento.​
    Non puoi essere interessato a uno strumento se non sei stimolato anche dalla cultura di quel popolo. La musica mediorientale, orientale e la musica classica indiana mi hanno sempre affascinato a partire dai suoni, passando per lo stile della danza indiana fino alla cinematografia. C’è qualcosa che mi attira naturalmente verso quei popoli. Il duduk di cui parlavo prima è uno strumento armeno da cui si è passati all’antenato del clarinetto, lo chalumeau, e da questo gradualmente si è arrivati al clarinetto classico che usiamo oggi. Non solo molta cultura o i numeri, ma anche tutti gli strumenti che noi utilizziamo vengono dal mondo arabo, orientale, che era molto più avanzato nella fattura degli strumenti (tolte eccezioni come l’Irlanda dove si sono sviluppati strumenti simili).​

    Coerentemente con la pluralità degli strumenti, le tue collaborazioni sono estremamente varie, dal gruppo yiddish a Vittorio De Scalzi…
    Si arriva a collaborare con persone così diverse perché ci si trova e si vede che si hanno gli stessi interessi. Non c’è una scelta metodica o razionale, semplicemente ci si scambia emozioni, esperienze… ho collaborato con tante realtà perché questa è la mia indole; ho affrontato negli anni anche tanti generi musicali diversi, quindi mi trovo a suonare – con tante persone diverse – tanti strumenti diversi ognuno in modo diverso: clarinetto in stile yiddish, flauto irlandese in stile irish…​

    “Sonno come affievolimento della vita, Eliso come rimozione o paradiso…” è una frase che compare nel disco.
    La tematica di Sonno Eliso è il maschile e il femminile: il “sonno” è un elemento che sento e noto fortemente in questo momento storico, trovo che ci sia una generale sonnolenza che ci sta pervadendo facendoci perdere il coraggio di dire ciò che pensiamo e proviamo, di esprimere quindi la voglia di un cambiamento. “Eliso” da elidere, quindi in qualche modo togliere la sonnolenza. Mi piacevano questi termini antitetici. Credo sia importante cominciare a risvegliarsi. Maschile e femminile perché sono i due elementi principali della comunicazione, è il primo rapporto che abbiamo col diverso, che poi nella vita può diventare diverso socialmente, etnicamente… se non si impara a dialogare col diverso ci si trascina un pesante bagaglio per tutta la vita. Per me, uomo, la donna è in realtà l’essere più vicino, quello a cui mi rapporto tutta la vita ma anche quello con cui a volte non riesco a comunicare; quindi il fulcro di tutto è questo: se davvero si riuscisse a instaurare un rapporto più completo, chiaro e sincero con l’altra metà sicuramente tutto il resto si allargherebbe, saremmo più completi. ​

    Parlando di rapporti tra persone, non si può non riflettere su come sia cambiata la comunicazione: compulsiva, frenetica e spesso superficiale su web, molte volte quasi assente dal vivo.​
    Già. Ma non è il mezzo ad essere il diavolo, è come lo si usa… c’è da dire anche che purtroppo stiamo vivendo in un paese che sta lentamente morendo, mi chiedo come possano le generazioni più giovani affrontare questa distruzione culturale che è avvenuta negli ultimi vent’anni, credo che non basterà una generazione per rimediare a ciò che è stato fatto, questo a mio avviso è il problema più grosso; i danni che sono stati fatti non consistono semplicemente nel tagliare o togliere: il problema è che quando si elimina una voce questa non esiste più, e ci vuole tantissimo per ricostruirla e ridarle spazio e valore. Chi fa musica in modo libero e non commerciale come me ha visto ridursi moltissimo gli spazi, perché essendo compositori e creativi che fanno ricerca, sperimentazione, non rientriamo in una categoria precisa. Questo è un discorso che vale anche in altri campi ovviamente.​

    Se questo primo lavoro riguarda la comunicazione tra l’universo femminile e quello maschile, cosa prepari per gli altri due capitoli di questa trilogia?​
    Il secondo lavoro riguarderà la comunicazione come verbo, quindi parola scritta o detta, il terzo riguarderà l’argomento a mio avviso più complesso, la religione. In quest’ultimo disco affronterò sicuramente anche il canto, mentre questo primo disco è totalmente strumentale. Per ogni lavoro mi avvalgo di diversi collaboratori, che non sono scelti con un ragionamento particolare, ma è la musica stessa via via che viene scritta a suggerirmi quello specifico musicista che conosco, e che con la peculiarità della sua espressione completa il brano. ​

    Questo disco è interamente composto da te… ​
    Fin dal ’91 ho sempre composto per diverse realtà musicali, per altri artisti, per cinema, teatro… questo però è il primo lavoro che porta il mio nome, ho avuto la possibilità di mettermi maggiormente in gioco, di esprimermi più liberamente, far uscire più forte quello che sento e che sono. Tutta la ricerca sulla tematica di Sonno Eliso non si sarebbe altrimenti sviluppata in modo così preciso. Di certo ciò ha comportato una maggiore responsabilità e devi dedicare quaranta volte tanto al lavoro, perché tutto dipende da te. Ma l’ho presa in modo molto positivo. Oggi il musicista non può essere più solo musicista, specialmente se compone qualcosa di proprio deve essere in parte anche tecnico del suono, saper curare l’immagine grafica del proprio lavoro, essere produttore artistico, arrangiatore… si va sempre di più incontro a una completezza dell’artista, non solo perché tecnologia e comunicazione ce lo permettono ma perché i rapporti con la conoscenza e la cultura che noi abbiamo acquisito negli ultimi anni è enorme rispetto a quella che si poteva avere in passato, perciò siamo in grado di avere un’ottima conoscenza dei vari aspetti che compongono il nostro lavoro. Io ho voluto curare e seguire tutto nel mio disco, dalla scrittura musicale alla confezione finale, cosa che mi ha permesso di offrire al fruitore esattamente il prodotto che io volevo fare.​

    Farai dei concerti con i pezzi di questo album?​
    Ho riscritto tutto il disco per una piccola formazione da camera, con violoncello, fagotto, pianoforte e violino e io ai vari fiati, un piccolo concerto che ripropone però tutti i temi del disco. Dal vivo inoltre i pezzi verranno anticipati da letture tratte da diversi autori, per esempio Frida Khalo, Jung, Freud, Michelangelo… tutti che dicono qualcosa di personale sui temi del disco. Ho cercato queste citazioni insieme a Simona (Fasano, attrice di teatro di prosa e teatro-danza, drammaturga, regista, sua compagna e collaboratrice, n.d.r.), sarei stato ipocrita a realizzare un album su maschile e femminile e non avere uno scambio con l’altra metà della mia vita, e il lavoro sarebbe stato incompleto: non riusciamo da soli a vedere tutto, in due si riesce ad avere una maggiore visione d’insieme, basta sapere ascoltarsi.

    Claudia Baghino

    [foto e video di Daniele Orlandi]

  • Roberta Barabino, una genovese in finale al Tenco

    Roberta Barabino, una genovese in finale al Tenco

    La cantautrice genovese Roberta Barabino è candidata alla Targa Tenco nella categoria Opera prima, un prestigioso riconoscimento dedicato al grande cantautore Luigi Tenco, morto suicida nel 1967. La notizia è arrivata pochi giorni fa ed è motivo di grande soddisfazione per Roberta perché significa che «Il mio disco ha circolato, è stato ascoltato e soprattutto apprezzato. Quello che viene valutato, infatti, è il lavoro complessivo e non il singolo brano».
    Il suo album d’esordio si intitola “Magot”, uscito nel 2011 è stato prodotto insieme a Raffaele Rebaudengo, violista del noto quartetto genovese “Gnu Quartet”, con la collaborazione di numerosi musicisti provenienti da progetti diversi. «Quello che desideravo era mettere insieme le persone con cui avevo lavorato fino a quel momento», spiega Roberta. Sono 9 tracce originali con testi e musiche dell’autrice. L’album è stato registrato da Raffaele Abbate all’Orange Home Records di Leivi (Chiavari).
    «Magot è il soprannome con cui mio padre mi chiamava da bambina – racconta Roberta – dal francese significa “bertuccia” ma anche “tesoro” oppure “gruzzoletto di denaro”. Il disco comprende canzoni che risalgono a tanto tempo fa ed altre che ho scritto proprio mentre stavo registrando. Dopo l’uscita di “Magot”, nel 2011, ho iniziato a portare il progetto in giro per l’Italia insieme al violoncellista Jacopo Ristori e Tristan Martinelli, musicista di Torino ma genovese d’adozione. Nel frattempo ho iniziato a lavorare al nuovo album».

    “Magot” è stato selezionato da una giuria composta da circa 200 giornalisti e critici musicali ed è in corsa per aggiudicarsi la Targa Tenco 2012 nella sezione Opera Prima. A partire dal 1984 la “Targa Tenco” viene assegnata ai migliori dischi italiani di canzone d’autore. Il voto avviene in due fasi. Con la prima, appena svoltasi, vengono selezionati i 5 finalisti (o più, in caso di ex aequo, come accade quest’anno in due sezioni). Con la seconda, che si terrà nei prossimi giorni, verrà proclamato il vincitore di ogni sezione. La sezione “Opera prima” (di cantautore) vede in lizza, oltre a Roberta Barabino con “Magot”: Giovanni Block, “Un posto ideale”; Colapesce, “Un meraviglioso declino”; Dellera, “Colonna sonora originale”; Giacomo Lariccia, “Colpo di sole”; Elsa Martin, “vERsO”.

     

    Quando comincia l’avventura artistica di Roberta Barabino?
    «Fin da bambina ho sempre scritto poesie, in seguito ho iniziato a suonare la chitarra classica e ad un certo punto, quasi naturalmente, ho messo insieme le 2 cose e sono nate le prime canzoni – spiega la cantautrice genovese – Per un sacco di tempo le ho suonate e cantate solo ad amici e parenti».
    Subito dopo arriva la svolta, grazie ad un incontro prezioso con quella che si trasformerà in una presenza forte in tutto il suo percorso, ovvero Roberto “Bob” Quadrelli, personaggio geniale, anima e voce dei Sensasciou, gruppo nato nel 1992, composto da Bob Quadrelli, Bobby Soul (Alberto De Benedetti) e Renato Rassis. La musica nera era la fonte di ispirazione ed il loro stile lo chiamarono “trallamuffin”, ritmo africano e testi in genovese. Nel 1994 esce il primo album, “In scio bleu” e nel 1997 i Sensasciou vincono la Targa Tenco nella sezione Opera in dialetto con “Generazione con la x”. «Il fatto di essere candidata a questo premio è davvero una grande gioia perché mi sembra di ripercorrere le orme di colui che in pratica è il mio mentore», sottolinea Roberta. «Bob Quadrelli ha apprezzato il mio lavoro ed è stato importante nel convincermi ad uscire di casa e confrontarmi con il pubblico – continua Barabino – e così ho iniziato a suonare nei locali e a partecipare a qualche concorso». La spinta del leader dei Sensasciou è decisiva ma il processo è naturale e arriva un momento in cui nasce il desiderio di comunicare attraverso, quelle che lei chiama, piccole creazioni. «È un modo molto intimo di dare forma a dei pensieri, di superare delle difficoltà, di elogiare o fare un regalo a qualcuno», racconta Roberta. Ma la sua è una ricerca continua, c’è sempre un movimento alle spalle, il desiderio di creare qualcosa è una lampadina sempre accesa, a volte è sufficiente una piccola immagine oppure una semplice frase, per aprirle un mondo.
    «La mia prima esperienza musicale è stata con una band di metallari – continua Roberta – quando suonavano con me hanno messo da parte il loro sound, accompagnandomi per un lungo tratto del percorso». A loro è dedicata la canzone “Angeli metallo pesante” «Mi hanno fatto scoprire il piacere di avere qualcuno accanto nel fare musica. “Angeli metallo pesante” perché sono presenze su cui fare affidamento, su cui puoi contare, sia umanamente che musicalmente».
    Per quanto riguarda le influenze musicali, Roberta racconta «Ho sempre ascoltato i cantautori come Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Edoardo Bennato, tutta la musica inglese, in particolare i Beatles con una passione sfegatata per John Lennon. Nel salotto di casa mia c’era una sua foto ben in vista e non so per quale motivo, ma da bambina ero convinta che John Lennon fosse un parente di famiglia». E ancora «Lou Reed, Velvet Underground, le cantanti jazz come Billie Holiday e Nina Simone, insomma ascolto la musica più disparata, anche molto lontana dalla mia produzione artistica».

    All’interno del disco “Magot” troviamo alcune canzoni che sintetizzano al meglio la visione musicale di Roberta. Ad esempio “Buongiorno a te”, una composizione scritta per il cuginetto, un regalo per un bambino che in realtà raggiunge tutti, una melodia luminosa capace di rapire l’ascoltatore con la semplicità del ritmo. Su youtube sono disponibili alcuni video della cantautrice genovese, tra i quali consiglio la visione di “Buongiorno a te”, realizzato dal fratello di Roberta, Stefano Barabino e ambientato in uno scenario notturno particolarmente suggestivo, sul tetto della sua casa nei vicoli.
    “Madame Cecile”, invece, è dedicata ad una donna che vive per strada «Una persona con cui non ho mai parlato ma spesso ho pensato a lei e alla distanza che c’è tra la mia vita e la sua – racconta Roberta – Nella canzone questa distanza si riduce ed immagino che i nostri pensieri si incontrino nella notte senza più distinguersi, gli uni dagli altri. Anche se abbiamo due vite così diverse, in fondo c’è una dimensione dove siamo vicine. È una canzone che soddisfa la mia idea delle cose, attraverso la quale riesco a trasmettere una profonda emozione che in altro modo, non saprei come spiegare».
    Infine “Una mezza luna” è la trasposizione di un lungo pensiero concepito in una giornata di dicembre passeggiando al Righi con il suo cane, la splendida Olivia, fedele scudiera, sempre presente durante le registrazioni. «È un elogio alla malinconia, però una malinconia produttiva – conclude Roberta – “una malinconia forse dell’altro mondo”, sicuramente dolorosa ma se riesci a non farti travolgere del tutto, diventa un sentimento stimolante».

     

    Matteo Quadrone

  • Magical Mistery tour a Genova: il film dei Beatles al cinema Corallo

    Magical Mistery tour a Genova: il film dei Beatles al cinema Corallo

    E’ una serata speciale per tutti i fan genovesi dei Beatles. Il Cinema Corallo di Carignano presenta per la prima volta sul grande schermo “Magical Mistery Tour”, il film cult del 1967 dei Beatles. In programma tre spettacoli alle ore 16.00, 20.30 e 22.30.

    Il film, in versione restaurata in alta definizione e con immagini e interviste inedite del making-of, è un cult non solo per i fan di John, Paul, George e Ringo. Magical Mistery Tour è una pellicola “sperimentale”, un racconto libero e in larga parte improvvisato. I Beatles, accompagnati da una troupe variegata e “folle”, in viaggio verso la Cornovaglia su un pullman colorato, un mix di scene surreali e suggestive, spesso ispirate al “no sense” che in quegli anni caratterizzava molti testi della band. Il tutto arricchito da una splendida colonna sonora: “Magical Mystery Tour”, “The Fool On The Hill”, “Flying”, “I Am The Walrus”, “Blue Jay Way”, “Your Mother Should Know”…

    La pellicola venne pensata e realizzata dopo la morte di Brian Epstein, storico scopritore e manager, un momento difficilissimo per la band che si ritrova improvvisamente senza l’uomo che sino a quel momento li aveva guidati passo passo al successo. Il film all’epoca non fu un grande trionfo, la critica bocciò senza sconti e i Beatles attraverso la stampa furono persino invitati a “chiedere scusa” ai fan. Eppure, avvolto quasi da un alone di mistero, negli anni è stato rivalutato dal pubblico e dalla critica… e dagli stessi Beatles, nella persona di Paul McCartney vera e propria mente del progetto: «Oggi posso prendermi i meriti di quel piccolo film…», ha infatti dichiarato il musicista.

    Per ulteriori informazioni: www.circuitocinemagenova.com – tel 010 8687408 

  • Natalino Otto, un disco e un concerto per il centenario della nascita

    Natalino Otto, un disco e un concerto per il centenario della nascita

    Natalino OttoVenerdì 28 settembre alle ore 21, presso l’Auditorium Berellini di Cogoleto, si terrà il concerto di presentazione del disco “Otto per Duet”: protagonista il Chromatic Duet, duetto composto da Valeria Bruzzone ed Enrico Testa, nato nel 2009 all’interno del Conservatorio Paganini di Genova e sviluppatosi negli anni attraverso proposte che vanno dagli standards di Broadway, del jazz e della bossanova ai grandi successi pop internazionali e a una nuova interpretazione della canzone d’autore, il tutto rivisto e interpretato secondo il gusto tipicamente cromatico dei due musicisti.

    L’evento si colloca all’interno delle celebrazioni per il centenario della nascita del cantante, musicista e produttore discografico ligure Natalino Otto, nato proprio a Cogoleto nel 1912: emigrato in America in cerca di fortuna dopo una lunga gavetta da cantante sui transatlantici (per ben 34 volte fece la rotta Genova-New York-Genova), rientrò in patria carico delle suggestioni musicali colte oltreoceano – jazz, swing, blues – che riversò nelle sue canzoni, avversate e censurate dal regime fascista e infine liberamente trasmesse dal dopoguerra in poi, quando divenne via via sempre più famoso prendendo parte anche a film musicali e venendo scritturato dalla Rai nel 1949; partecipò alla vita della neonata televisione fin dai primissimi programmi, oltre che a diverse edizioni del Festival di Sanremo, portando avanti nel frattempo l’attività di produttore (attività che lo condusse a un passo dall’essere il produttore italiano di un certo gruppo inglese ancora sconosciuto… i Beatles. Rinunciò rendendosi conto prima degli altri della portata enorme della loro musica e consigliando a chi gli aveva sottoposto i provini di contattare una casa discografica più grande e capace di supportare il sicuro boom), fino al definitivo ritiro dalle scene nel ’62.

    Ed è proprio a questa poliedrica figura d’artista che è dedicato il disco “Otto per Duet”: tredici brani di Natalino reinterpretati dai due musicisti e un ulteriore pezzo scritto da loro e dedicato al cantante. L’evento è presentato dall’Associazione Culturale Cogoleto Otto (A.C.C.O.) in collaborazione col Comune di Cogoleto; alla serata interverrà anche Carlo Posio (pianista jazz e ricercatore nel campo della storia della canzone italiana) che eseguirà al pianoforte un brano di Natalino Otto.

    Claudia Baghino

  • La questione sociale e l’arte nell’Italia del dopoguerra

    La questione sociale e l’arte nell’Italia del dopoguerra

    I Vitelloni di Federico FelliniAbbiamo già visto nella scorsa uscita alcuni titoli di libri che nel dopoguerra sino agli anni ’70 furono significativi e contribuirono alla formazione di una coscienza critica nel nostro paese nei confronti dell’ american way of life. Per quanto riguarda il cinema, il Realismo, il Neo-Realismo ed il successivo impegno di altri autori e registi misero allo scoperto la drammaticità dei contrasti sociali squisitamente italiani: le ruberie della classe dirigente, le menzogne della classe politica, l’ipocrita perbenismo della piccola borghesia, la miseria concreta e le drammatiche condizioni di vita delle borgate degli immigrati “interni”. Sullo sfondo il “boom economico”, la “ricostruzione” ed un “progresso” che ben presto mostrò i suoi lati più crudi e veri: inquinamento, sfruttamento, massificazione, consumismo, devastazione del territorio che corrispondeva alla devastazione interiore delle coscienze, inurbamento privo di qualsiasi programmazione, distruzione della cultura contadina.

    Citerò – per forza di cose – pochissimi titoli, con l’intendimento di farvi ricordare, di riuscire a tener viva la nostra “anima laica”: la memoria. Ecco dunque: “La grande guerra” (1959), “I vitelloni”(1953), “La dolce vita” (1960), “Il medico della mutua”(1968), e inoltre: “Il generale della Rovere”, “La ciociara”, “Il sasso in bocca”, “Il Gattopardo”, “Il giorno della civetta”, “L’accattone”, “La classe operaia va in paradiso”, “C’eravamo tanto amati”, e giù via fino a “Novecento” e “Un borghese piccolo piccolo” (1977), ormai verso la fine del periodo che stiamo analizzando.

    E poi, ancora, il teatro: Pirandello, E. De Filippo, Dario Fò con gli attori della comune a cui va il merito, insieme ad altri ovviamente, di aver diffuso il teatro militante di Bertold Brecth.

    Ecco, tutti questi avvenimenti culturali, in un certo senso, contrappuntavano le vicende quotidiane del nostro paese, a loro volta inserite sincronicamente nella scansione quotidiana internazionale. D’altra parte è solo collocando la “quotidianità locale” nella cornice delle relazioni internazionali che possiamo cercare di comprendere qualcosa di ciò che è successo.

    Nello scorso articolo ho riportato solo i più importanti fatti drammatici – di carattere naturale e sociale – che suscitarono profonda indignazione. Oggi ricorderò – sempre senza alcuna pretesa di esaustività – alcuni eventi, non solo drammatici, più immediatamente riconducibili all’ambito culturale, politico e sociale. Ne darò una sistemazione il più possibile ordinata cronologicamente, limitandomi a considerare i fatti dal dopoguerra in poi. Innanzitutto, ricorderei la presenza, diffusa su tutto il territorio nazionale, di tutti coloro che da partigiani – ma non solo – avevano combattuto il fascismo, spesso in giovane età. Questo aspetto (importantissimo ancora oggi) giocò un ruolo fondamentale nel far crescere – caduto il fascismo e vinto il referendum per la democrazia – una cultura critica nei confronti del costume, dei modi di vivere e di pensare tradizionali.

    Nel 1950 si suicidò Cesare Pavese, scrittore e poeta amatissimo (insieme a Montale) da tutta quella gioventù che già iniziava a dare segni di insofferenza, per ora avvertita soprattutto sul piano esistenziale. Gli anni ’50 furono caratterizzati da una forte migrazione interna, processo che durò almeno fino alla seconda metà degli anni ’60. Erano gli anni in cui, nelle città industriali del nord, comparivano i cartelli “non si affitta ai meridionali” (o, direttamente, “terroni”).

    Se da un lato la “questione sociale” toccò livelli di tensione altissimi, dall’altro mise a confronto (anche se forzatamente) mondi, persone, culture diverse. Nelle fabbriche e nell’ormai prossimo “movimento studentesco”, si svilupperà una solidarietà, non solo formale, partendo dalla constatazione che “tutti” si viveva nella stessa realtà di sfruttamento e ingiustizie sociali. Nel 1957, segno che i giovani (figli di una scolarizzazione più diffusa) iniziavano ad essere diversi dai fratelli maggiori, si tenne a Milano il primo “festival del rock ‘n’roll italiano”. I modelli della musica americana – che fecero esplodere il fenomeno degli urlatori – con la loro trasgressività iniziarono a diffondersi anche da questa parte dell’oceano. Il juke –box, il giradischi, il 45 giri e il successivo “mangiadischi” portatile risulteranno mezzi nuovi e formidabili per la diffusione di un nuovo costume e delle implicazioni sociali ad esso legate.

    Gianni Martini

  • Gianni Martini, da Fossati a Gaber: intervista al chitarrista genovese

    Gianni Martini, da Fossati a Gaber: intervista al chitarrista genovese

    Gianni MartiniGianni Martini, classe ’52, è un musicista genovese, ma non solo: compositore, direttore di coro, insegnante, autore di testi didattici. Una lunga carriera alle spalle e un’esperienza che si snoda attraverso i decenni più entusiasmanti della musica recente, e che l’ha portato a collaborare con musicisti come Ivano FossatiFrancesco Guccini e Giorgio Gaber.

    Quando hai preso in mano una chitarra per la prima volta? Quale musica ti ha formato da ragazzo?

    «Come molti ho iniziato a suonare in parrocchia, dove si organizzavano varie attività tra cui rientrava anche la musica; mio padre, che avrebbe voluto che imparassi uno strumento, vide di buon occhio la cosa e mi comprò una chitarra. Era il ’66 e io avevo circa 13 anni. Iniziai con il beat, la canzone di protesta, quindi Beatles, Rolling Stones, Equipe 84, Nomadi, Rokes, Dik Dik, Bob Dylan… quel clima lì insomma. Tiravamo giù dai dischi gli accordi delle canzoni e si mettevano su i primi complessi – perché allora si chiamavano complessi, non gruppi o band – una strada che in quegli anni tutti hanno percorso».

    Com’era l’atmosfera musicale a Genova in quegli anni?

    «Molto viva. Alla sordità – e il termine non potrebbe essere più appropriato – istituzionale corrispondeva una grande vivacità della scena musicale genovese che tutta l’Italia ha sempre riconosciuto. Dai cantautori ai turnisti i musicisti genovesi sono stati sempre molto apprezzati. C’erano moltissimi gruppetti in quegli anni a Genova, “complessi” appunto, fermenti di ragazzi adolescenti che vivevano in quel periodo un fenomeno sociologico assolutamente nuovo: nuovo il fatto di fare parte di questi gruppi, nuovo il fatto che molti personaggi famosi dell’epoca erano ragazzi. Quando è uscita “Love Me Do” nel ’62 i Beatles erano dei ragazzi, così come i Rolling Stones e molti altri anche qui da noi, Rita Pavone, Morandi o Celentano per esempio. Dai complessi genovesi sono usciti poi musicisti di ottimo livello. Naturalmente, come sempre succede, dei tantissimi che suonavano solo una piccola minoranza è andata avanti, è un fatto fisiologico; comunque c’erano gli Apostoli, Bambi Fossati coi Gleemen prima e i Garybaldi poi, Marco Zoccheddu con i Plep che poi divenirono Nuova Idea, i Sagittari da cui nacquero i Delirium, i New Trolls… io mi sono formato in questo contesto, andavo a sentire suonare nei locali. Intanto ci riferivamo a due riviste di musica, “Big” e “Ciao Amici”, la seconda in particolare era il nostro vangelo, pubblicavano recensioni, novità e classifiche. Tutti avevano la divisa alla Beatles, io stesso avevo capelli, giacca e stivaletti alla Beatles; non era semplice trovarli ma ci arrangiavamo e ce li andavamo a cercare. Si andavano a fare delle session in posti distantissimi, per un periodo avevamo provato a Sussisa e alla domenica si partiva con il lazo per andare fin sopra Sori. Oggi mi sembra che i ragazzi abbiano un po’ meno entusiasmo, voglia di sbattersi, di cercare. Anche perché ora è sempre tutto a disposizione, già pronto, “spalmato sul pane” citando Gaber, allora invece non c’era niente e dovevi inventare».      

    Puoi raccontare le tue esperienze coi Delirium, la Famiglia Ortega, l’Assemblea Musicale Teatrale per arrivare al Teatro Canzone di Gaber, col quale hai collaborato per molto tempo in qualità di chitarrista?

    «Da ragazzino frequentavo un paio di locali, il Christie’s (prima ancora Snoopy), e il Rendez vous, (prima Gallery Club). Il primo locale era gestito da Alberto Canepa, che poi divenne mio carissimo amico. Aveva tre anni più di noi ed era quell’età in cui tre anni sembrano una vita… andavamo lì di sabato e domenica pomeriggio a sentire i gruppi, e c’era l’usanza, oggi completamente persa, che un gruppo facesse metà o tutta la stagione, quindi trovavi lo stesso gruppo sempre lì a suonare tutto il weekend per diversi mesi. A un certo punto per vivacizzare le serate infrasettimanali fecero delle jam session aperte anche ai giovani e io cominciai a parteciparvi, si creavano gruppi assolutamente estemporanei, si provava in settimana e alla domenica pomeriggio si occupava metà tempo della performance. Tra questi giovani c’era anche Ivano Fossati che suonava nei Poeti, ci conoscevamo perché frequentavamo entrambi le zone di Marassi e ci incontravamo ai concorsi. Fatto sta che una sera mi chiama Alberto Canepa dicendomi che questo gruppo, i Delirium – allora avevano già fatto “Il Canto di Osanna” con un certo successo al Festival di Bari – cercava un chitarrista elettrico e se poteva interessarmi fare una prova con loro. Andai a casa di Ivano e feci la prova: studiavo chitarra classica così suonai un adattamento dell’Adagio di Albinoni. In qualche modo la mia performance un po’ emozionata fu ritenuta sufficiente ed entrai nel gruppo. Di lì a poco si cominciò a provare per Sanremo e lì iniziò la mia carriera professionale. Prima di questo suonavo in un locale di Sampierdarena nei Beatnik, gruppo che si è rimesso insieme poco tempo fa; facevamo quattro sere a settimana pagati, in regola e coi contributi, cosa che a raccontarla adesso, che se va bene fai quattro date in una stagione, i ragazzi non ci credono. Bene, mentre suonavo con loro mi capitò l’occasione coi Delirium, ne parlai a Mauro Boccardo che faceva parte dei Beatnik e lui comprese benissimo e mi disse di andare. Coi Delirium io rimasi un po’ meno di un anno con un contratto da turnista, infatti nelle copertine dei dischi in cui ho suonato non ci sono. Ci sono invece nei servizi fotografici delle riviste, ma non comparivo come membro ufficiale.

    Poi mi staccai insieme ad Alberto Canepa che era anch’egli stato nel coro di Jesahel a Sanremo; in quel periodo era uscito Joe Cocker con un gruppo numerosissimo che si chiamava Mad Dogs and Englishmen, due batterie, le mogli dei musicisti che cantavano, i figli piccoli che camminavano per il palco mentre suonavano… c’era un’idea di gruppo “familiare” che ci piaceva molto. Io e Alberto, sulla scorta di questa idea, creammo la Famiglia Ortega nel ‘72, gruppo all’interno del quale esistevano legami familiari: c’erano infatti tre sorelle, Canepa e sua moglie, i due fratelli venezuelani Ortega che poi dovettero lasciare quando scadde il permesso di soggiorno. Facemmo un LP che fu per me la prima esperienza discografica importante come arrangiatore; ci fu una tourneé in Grecia e tanta televisione, poi il progetto ebbe fine, ma con la Famiglia approdammo a Michele Maisano che cercava un gruppo numeroso con cui fare le tourneé nelle grandi discoteche del meridione e dell’Emilia; il nostro produttore gli propose noi, così si fece questo Michele Show con noi e il suo vecchio gruppo di un tempo, gli Odissea. Andammo a suonare anche negli Stati Uniti e passammo il capodanno ’74-’75 a New York, alloggiati in un albergo di Manhattan dalle cui finestre si vedeva la sede del New York Times, come nel finale de “I tre giorni del condor”.

    Dopo questo io tornai a suonare in un gruppo da discoteca, i Raptus, in cui c’era un ancora sedicenne Gian Piero Alloisio, e da questo gruppo nacque l’Assemblea Musicale Teatrale, cui parteciparono anche Alberto Canepa, Bruno Biggi e Gino Ulivi. Con l’Assemblea debuttammo in uno spettacolo alla Sala Chiamata del Porto nel ’75, mentre nel frattempo mantenevamo in vita anche i Raptus in attesa che il progetto Assemblea crescesse. D’estate alla Festa dell’Unità suonavamo con entrambi i gruppi per esempio. Una formula che riuscì bene e che mantenemmo per anni.
    Arriviamo al ’77 quando partecipammo al Club Tenco con “Marylin”, il nostro secondo disco. Più o meno nello stesso periodo prendemmo contatti con Guccini attraverso conoscenze comuni: un amico di un mio amico sapeva dove Guccini andava in campagna. Questo filo così esile per noi fu sufficiente; sapevamo che Gian Piero scriveva cose interessanti, e si andò a trovare Guccini (io quella volta non c’ero). Lui che è una persona gentilissima fu accogliente e ci diede appuntamento per una prossima festa del proletariato giovanile, la Festa del Sole, che si teneva dalle parti di Conegliano Veneto. Noi pensavamo non sarebbe mai venuto, invece venne con Renzo Fantini, suo amico e produttore, noi facemmo il nostro spettacolo e gli piacque molto, tanto che produssero il nostro secondo disco, Marylin appunto, registrato difatti a Bologna, e numero uno dell’etichetta indipendente L’Alternativa, etichetta di Fantini. Divenimmo gruppo spalla di Guccini, eravamo al settimo cielo. Aveva provato diversi gruppi e solisti ma quando questi iniziavano la gente cominciava a urlare “Guc-ci-ni! Guc-ci-ni!”. Voleva qualcuno che avesse grinta e prese noi. Per tre anni buoni, nel momento di massimo splendore della canzone d’autore. Poi facemmo la stessa cosa anche per Claudio Lolli, che era nella scuderia di Fantini, e per Paolo Conte, allora agli inizi. Noi facevamo venti minuti tiratissimi e la cosa funzionava. Era lavoro qualificatissimo, una volta suonammo davanti a 80.000 persone a una Festa dell’Unità a Roma, cose che non ti capitano tutti i giorni.»

    Puoi spiegare il significato del nome Assemblea Musicale Teatrale?

    «Noi eravamo estimatori di Gaber, e ci piaceva la sua formula di alternare monologhi a canzoni: quindi era uno spettacolo musicale e teatrale. Assemblea perché venivamo dal movimento ed eravamo compagni che si impegnavano in prima persona, io per esempio andavo a fare controinformazione coi megafoni in giro per i quartieri, eravamo alle manifestazioni, alle riunioni; questo era il nostro progetto, vivere facendo musica ma in quel modo, non in uno qualsiasi. Musicale Teatrale perché facevamo musica e teatro; dal punto di vista del teatro non eravamo professionisti, ma ci eravamo inventati delle figure, delle macchiette che recitavamo noi stessi. Successivamente, una sera che Gaber era a Genova con il suo spettacolo, andammo con coraggio nei suoi camerini a presentarci e a proporgli di sentire i nostri pezzi. Lui era, come già Guccini, persona molto disponibile, si prestò ad ascoltare la sera seguente una parte del nostro repertorio, suonata unplugged in casa di Gian Piero e Alberto. Poi venne a sentirci in un cinema di Milano dove facevamo uno spettacolo anche di mattina per quelli che marinavano – pensa che anni che erano!- infatti il cinema era abbastanza pieno. Ci ascoltò e da lì nacque un sodalizio con Gian Piero Alloisio, essendosi Giorgio reso conto che Gian Piero scriveva molto bene. Quando poi nell’84 Gaber decise di riprovare col gruppo dal vivo, dopo un periodo in cui aveva usato solo le basi, cominciò anche la mia collaborazione con lui in qualità di chitarrista, che è durata, escluso il periodo in cui ha fatto spettacoli prettamente teatrali, fino al 2002.»           

    Nel frattempo però hai seguito anche la strada dell’insegnamento…

    «Nel 1978 io lasciai l’Assemblea, che durò ancora un anno, e mi dedicai all’idea della scuola, ne avevo parlato subito con Gian Piero; inizialmente era pensata solo come scuola di chitarra. Poi si aggregò come insegnante Bruno Biggi, anche lui membro dell’Assemblea: eravamo in tre, ognuno col suo studio in casa. Pian piano abbiamo aggiunto strumenti e insegnanti, abbiamo preso un locale in affitto; il primo collaboratore è stato Massimo Palermo, insegnante di basso, poi Dado Sezzi come insegnante di batteria e percussioni, e la scuola si è ingrandita via via. Abbiamo sempre cercato, nell’insegnamento, di partire da un assunto: la persona che ti trovi davanti, prima di essere un musicista o un futuro musicista, è un individuo. L’idea è di impostare un dialogo, creare una comunicazione e tirare fuori qualcosa partendo dal suo vissuto.»

    Tu sostieni che negli ultimi anni ci sia stata e ci sia tuttora una mancanza di novità e di ricerca in musica (segui la rubrica di Gianni Martini su Era Superba n.d.r.); in questo senso, cosa cerchi di insegnare ai tuoi allievi per trasmettere loro lo slancio alla ricerca dell’inedito?

    «Innanzitutto dico sempre che la tecnica deve essere al servizio dell’espressività, perché la tecnica fine a se stessa credo sia di poco interesse; i chitarristi di fine anni ’80 che scaleggiavano a velocità stratosferiche rischiavano di annoiare al di là della mentalità del ragazzino che rimane affascinato. L’importante è cosa uno cerca di comunicare con la musica, con lo strumento e con le parole, cosa vuole esprimere. La tecnica ti aiuta a plasmare un’idea che tu hai già dentro. Molto spesso l’esuberanza tecnica nasconde invece povertà di idee. È chiaro che la ricerca è qualcosa di difficile. Ciò che poi rende novità l’idea che hai è il contesto in cui sei. Ai nostri tempi la risposta al conformismo e al piattume asfissiante della società sono stati dei “no!”, dei “basta!” accompagnati da un’espressività artistica che ha fatto da sponda alla volontà di cambiare la realtà. L’idea di cambiamento era così diffusa che si sono create poi le condizioni perché diventasse anche un business economico. Poco per volta anche le major si volsero al fenomeno creando etichette minori con le quali coprire tutto il mercato, dalla musica di ricerca a quella più commerciale.
    La mancanza di oggi è molto problematica, i media per come sono strutturati creano una sorta di corto circuito, ogni cosa nuova si brucia subito e il giorno dopo è già copiata in tutto il mondo. Una volta non era così, non essendoci questo enorme specchio mediatico che diffonde e riverbera le cose, le novità che uscivano erano tutte molto diverse tra loro. La novità per me non è tale quando qualcuno scrive qualcosa di nuovo e di bello, non basta; diventa novità quando ha un riflesso in senso sociale

    Quest’anno la scuola compirà 35 anni: quali sono i progetti a proposito?

    «Abbiamo dato il via già l’anno scorso a un programma di stage con musicisti di alto livello, quest’anno avremo Luca Colombo, chitarrista, Fabio Treves che farà una lezione particolare sulla storia del blues, e infine Beppe Gambetta; torna Dado Sezzi con corsi su tutte le tecniche percussive, e Paolo Bonfanti che farà parte del cast di insegnanti come già l’anno passato. Inseriremo anche corsi di canto, chitarra, armonica, percussioni un po’ più popolari che ironicamente abbiamo intitolato “Strumenti contro la crisi”; infine, visto che c’è richiesta in tal senso, vorremmo fare un corso specifico che prepari seriamente chi vuole presentarsi ai reality musicali, visto che continuano a tenere banco.»

    Un’ultima considerazione sullo svuotamento della figura del musicista…

    «È un aspetto della discussione a cui tengo molto. Il mestiere di musicista sta effettivamente attraversando molte difficoltà e soprattutto a livello istituzionale non c’è attenzione alcuna alla musica, che se fosse considerata nel modo giusto potrebbe dare da lavorare a migliaia di persone, come d’altronde il teatro, l’arte, la cultura che ci si ostina a non considerare, almeno non nei fatti, pilastri della società. Si è persa per di più la ritualità dell’ascolto, ridotto a un momento sul bus, con gli auricolari, tra gli spintoni dei vicini, o a quella troppo alta in luoghi inappropriati, come il ristorante. La musica va ascoltata nei luoghi deputati a sentire musica, che sono i teatri, i luoghi da concerto, i club, i pub… invece viene proposta ovunque ed è talmente inflazionata che poi non ne puoi più.
    Se la musica comincia a diventare, come già succede per tanti, un secondo lavoro, non ci può essere la capacità di tenuta professionale richiesta se uno lavora otto ore al giorno a qualcos’altro e dedica due ore a suonare. Investimenti e finanziamenti per far sì che i giovani decidano di fare musica professionalmente non ce ne sono. Perché i metalmeccanici devono avere diritto ad aiuti e il musicista no? Se ci fosse la volontà e la comprensione di queste problematiche si potrebbe far sì che la musica continui a vivere».

    Claudia Baghino
    foto e video di Daniele Orlandi

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: BluNepal

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: BluNepal

    I BluNepal sono formati da Agostino, Paolo e Federico: nato nel 2009 come collettivo di improvvisazione strumentale, il gruppo raggiunge in seguito l’attuale dimensione di trio.

    I ragazzi sono componenti o ex componenti di altri gruppi genovesi come En Roco, Cut of Mica, La maschera di cera, Finisterre, Kramers, Zaal; esperienze diverse che li portano a miscelare nei propri pezzi atmosfere psichedeliche e rock con reminescenze jazz, di cui peraltro la band porta con sé l’inclinazione all’improvvisazione durante le performance live.

    Follow the sherpa” è il titolo del loro primo disco (prodotto dal batterista Federico), attualmente in fase di lavorazione e la cui uscita è prevista nel corso del 2013: coerentemente con il gusto per la sperimentazione che distingue il gruppo, le undici tracce dell’album si snodano tra elettronica d’ambiente, rock sperimentale ed echi di afro beat.

    BlunepalGenere: rock psichedelico
    Agostino Macor: rhodes, synth and keyboards
    Paolo Furio Marasso: bass e doublebass
    Federico Branca Bonelli: drums 3 sound production

     

     

     

  • L’invasione americana del dopoguerra e la coscienza critica

    L’invasione americana del dopoguerra e la coscienza critica

    New York È nel vivo degli eventi storici che si creano le condizioni socio-culturali da cui nasceranno le idee di cambiamento. L’espressione artistica ha quasi sempre registrato questa spinta al cambiamento, e nell’irrompere di nuovi linguaggi espressivi che sapessero superare la tradizione, l’arte ha spesso prefigurato nuovi mondi possibili. Il rifiuto dell’american way of life si saldò qui da noi con una consapevolezza critica che trovò alimento in specifici fatti ed eventi italiani.

    Nel cercare di identificare e descrivere le matrici, i contesti socio-culturali in cui crebbero i movimenti di opposizione politica e la “controcultura” giovanile, che di questo dissenso intellettuale e culturale fu uno spaccato significativo, abbiamo dedicato ampio spazio nelle uscite precedenti a ciò che succedeva negli Stati Uniti, e questo almeno per due motivi. Innanzitutto perché l’America, essendo il centro dell’impero, evidenziava scopertamente i tratti distintivi dell’economia e della società capitalistica: la “nuova frontiera” di Kennediana memoria rappresentò in uno slogan l’essenza del capitalismo (americano) sviluppato entro la cornice di una democrazia parlamentare. È quindi evidente che i primi rifiuti dell’american way of life si siano registrati proprio in America. In secondo luogo una considerazione di carattere storico – critico. Gli Stati Uniti hanno vinto la guerra. Come la storia ci insegna la cultura e il modo di vivere dei vincitori furono sempre più o meno brutalmente imposti ai vinti. Dopo la seconda guerra mondiale questa imposizione… come dire… è stata più morbida; è avvenuta in maniera indolore, tanto che nessuno ha avuto l’impressione di subire un’imposizione, anzi… gli Stati Uniti ci hanno aiutato, hanno permesso la ricostruzione!!

    In compenso ci hanno inondato di prodotti, films, musica, tecnologia, televisione, consumismo e basi militari. In una parola: il loro modo di vivere!! Nel far questo, comunque, hanno proceduto semplicemente a consolidare ciò che già faceva parte della storia, visto che il “mito americano” era già tale nella seconda metà dell’ottocento, quando da tutta l’Italia (e da buona parte dell’Europa) si partiva a centinaia di migliaia dalle città e dalle campagne per cercare fortuna e un futuro in America.

    E così, mentre l’America esportava la (sua) libertà – oggi esporta la pace e la democrazia… con le guerre, ovviamente, a cui stanno scandalosamente cercando di cambiare nome – arrivarono insieme ai prodotti di consumo anche le idee di cambiamento (si sa, le idee – per fortuna – non si riescono a fermare…). L’opposizione alla massificazione e alla mercificazione, essenze del capitalismo americano, si alimentarono anche di fatti/eventi locali, nel nostro caso italiani.

    Nel passarne in rassegna alcuni mi limiterò a considerare solo momenti/eventi particolarmente importanti, consapevole dell’impossibilità di essere esaustivo. Innanzitutto, la traccia che lasciò la profonda amarezza nel dover partire per cercare lavoro, abbandonando i propri cari, la gente del proprio paese. Innumerevoli sono i testi delle canzoni che hanno come argomento l’immigrazione. Parallelamente ed intrecciato col problema dell’immigrazione (che durò oltre un secolo), la rabbia che seguì le tragedie naturali (terremoti, alluvioni, crolli, come quello, nel 1963, della diga del Vajont) con le mancate ricostruzioni, le speculazioni, gli insabbiamenti. L’incazzatura che seguì disastri ambientali come la nube di diossina che nel 1976 avvolse la cittadina di Seveso; la rabbia e il disgusto che crebbero nell’assistere pressoché impotenti alla distruzione dell’economia e del mondo contadino, con le sue tradizioni millenarie. E poi la devastazione criminale del territorio nazionale con cementificazioni selvagge che significarono orrendi quartieri popolari, scenario di periferie degradate e invivibili.

    E ancora la letteratura, la poesia, il cinema. Nel 1929 esce “Gli indifferenti” di A. Moravia; tra il 1935 e il 1950 C. Pavese scriverà “Il mestiere di vivere”, diario che lo accompagnò fino a pochi giorni dal suicidio; nel 1955 P. Pasolini pubblicherà “Ragazzi di vita” e sempre dalla sua penna uscirà nel 1959 “Una vita violenta”; nel 1960 ancora Moravia con “La noia” e nel 1974 E. Morante con “La storia”. Pochi titoli che aggiunti alla letteratura internazionale (Camus, Sartre, Borges, G. G. Marquez ecc…) contribuirono anche da noi alla crescita di una coscienza critica, di una consapevolezza radicalmente avversa al modello americano.

    Gianni Martini

  • Sestri Guitar Festival 2012 con Kevin Seddiki e Ricky Portera

    Sestri Guitar Festival 2012 con Kevin Seddiki e Ricky Portera

    ChitarraA un anno della prima edizione torna il Sestri Guitar Festival, la manifestazione ideata dall’associazione Alma Musica che punta i riflettori sul mondo della chitarra e su tutte le sue sfaccettature. In un momento difficile, come quello che stiamo attraversando, gli organizzatori hanno voluto confermare la libera fruibilità dello spettacolo che rimane appunto aperto a tutti, senza prezzo di biglietto e senza nessuna sottoscrizione di sorta.

    Il desiderio di portare la cultura, dopo i tagli del Comune in quest’ambito, in una piazza non del centro cittadino bensì di un quartiere limitrofo, è un operazione interessante e ammirevole, soprattutto per la qualità dei concerti e l’interessamento ai giovani talenti grazie al concorso annesso, il New Guitar Talent.

    La manifestazione ha inizio il 6 settembre pomeriggio con le finali del New Guitar Talent, per concludere con i concerti in piazza Baracca  il 7 settembre in un catartico percorso chitarristico dal sound etnico al rock con artisti di fama internazionale:

    Kevin Seddiki: attualmente in tournée con Al Di Meola

    Ricky Portera in trio con Andrea Anzaldi e Vanni Comotti: Portera è l’ex chitarrista ufficiale di Lucio Dalla, collabora con i più famosi cantautori italiani Ron, De Gregori, Eugenio Finardi, Loredana Bertè, ecc.

    In apertura del Festival si esibiscono il caliente chitarrista Marco Galvagno leader dei Los Duendes con Andrea Anzaldi. Nel pomeriggio del 7 aperitivo in piazza Ranco con Enrico Testa (chitarra), Valeria Bruzzone (voce). In programma anche due seminari di approfondimento a cura di Ricky Portera e Kevin Seddiki.

    Per l’occasione ci sarà l’apertura serale dei negozi di Sestri Ponente, oltre che stands di espositori, esibizioni a cura della scuola di danza e musica di Sestri Ponente. Sarà possibile cenare in piazza a due passi dal palco prenotando telefonicamente al ristorante e pizzeria Il Braciere e La Lampara – 010.6532053. Inoltre, durante le giornate del Festival, per tutto il pubblico che voterà il chitarrista preferito del concorso New Guitar Talent, in omaggio verrà consegnata Almacard, carta di sconti e promozioni (per maggiori info visita la pagina Alma Card, sul sito dell’associazione Alma Musica).

    Per info e iscrizioni visita il sito www.sestriguitarfestival.it

    Riccardo Giorgio Botta

  • La musica metropolitana negli anni ’70: un nuovo linguaggio espressivo

    La musica metropolitana negli anni ’70: un nuovo linguaggio espressivo

    GenesisMi sembra che già dopo i primi articoli di questa rubrica, inizi ad apparire chiaro quanta importanza rivesta la storia – e dentro di essa la vitalità sociale – nel determinare quell’humus culturale indispensabile perché si formino le energie espressive nuove, quelle in grado di sconvolgere la tradizione, in nome di istanze di cambiamento, spesso radicali, tanto sul piano artistico/estetico quanto socio/politico.

    Più in generale possiamo dire che tra la seconda metà degli anni ’40 e la seconda metà degli anni ’70, il blues, il jazz, la canzone folk e rock – con tutte le loro specifiche ed appropriate sfaccettature – sono stati la più significativa fonte di “suono culturale” (quindi espressione vissuta autenticamente, non invenzione del mercato discografico, almeno in origine) che abbia accompagnato gli eventi e le vite di quegli anni. Ma l’urgenza di un linguaggio espressivo “nuovo” che riuscisse a rompere e superare un formalismo ormai ritenuto vuoto e ripetitivo non riguardò solo l’ambientazione – per così dire – “popolare-metropolitana”.

    Il filosofo T. W. Adorno, ad esempio, nel trattare di musica, estetica e società, sviluppava una riflessione e una polemica tutta interna alla musica e al mondo “colto”. D’altra parte nel 1908 A. Schoemberg pubblicò i “klavierstucke”, op.31, ritenuta la prima opera atonale del 1900. E proprio con Schoemberg (ma anche Malher, Webern, Berg, Stravinsky, Varèse, Stockausen, Cage, Xenakis, Pousser… limitandomi a pochissimi nomi) iniziò un’avventura espressiva e linguistica che – sviluppando le innovazioni ereditate dai compositori del XIX secolo – seppe coraggiosamente rompere con la tradizione, sconvolgendo le modalità di ascolto degli ultimi 300 anni.

    Un fronte molto ampio, quindi, (anche se non compatto) che partiva dalla musica colta per arrivare ai suoni metropolitani. Se quindi sul terreno sociale e politico si parlerà di beat-nik, mods, provos, hippies, figli dei fiori, di intellettuali radicali e di giovani politicamente impegnati; di freak, “indiani metropolitani” (variante italiana) e proletariato giovanile; di movimenti di protesta ed obiettori di coscienza; di avanguardie politiche e sindacali…, sul terreno culturale musicale troveremo le nuove “poetiche d’avanguardia”, il jazz – nelle varianti be bop (dalla seconda metà degli anni ’40) e free jazz (metà anni ’60) – il blues, il rock, la canzone di protesta e poi la canzone d’autore. Cioè, in pratica, i suoni che accompagnarono le azioni politiche di quegli anni, e in cui le generazioni più recenti si riconoscevano. Anzi, non di rado chi componeva quelle musiche e quei testi, partecipava attivamente al “movimento”.

    Una cosa, però, ritengo vada precisata. Le avanguardie appartenenti agli ambienti della “musica colta” svilupparono una ricerca ed un’intenzionalità espressiva che, radicalizzando sempre più i linguaggi e gli esiti compositivi, portò ad un progressivo isolamento. Si parlò di crisi della musica e del compositore contemporanei, di autoreferenzialità della musica contemporanea (un bel libro, “Autobiografia della musica contemporanea” racconta di questo dibattito).

    Tutto ciò non successe alle aree espressive che indico come “musica metropolitana” che arrivarono a dei notevoli riscontri di vendite discografiche. Caso mai, all’opposto, per la scena blues/rock/jazz/folk/cantautoriale, gli aspetti da evidenziare – in apparente contraddizione – mi sembrano due: da un lato una relativa e progressiva commercializzazione che porterà ad una parziale caduta di motivazione da parte degli autori/compositori, affiancata da una produzione discografica, scopertamente volta a cavalcare l’onda del successo commerciale; dall’altro la testimonianza di come qualità e successo di vendite abbiano potuto anche convivere. In Italia ne abbiamo avuto un chiaro esempio con i riscontri di vendite di gruppi come: Genesis, Pink Floyd, E.L.P, Jethro Tull (ma anche i nostrani: P. F. M, Banco del M.S., Osanna, Area ecc…), e poi, intorno alla metà degli anni ’70 quando la canzone d’autore (soprattutto F. Guggini, F. De Andrè, De Gregori, L. Dalla e via dicendo) piazzerà i propri “LP” in vetta alle classifiche (erano gli anni in cui il movimento di opposizione extraparlamentare raggiungerà i suoi livelli più alti – in quegli anni nascerà “Democrazia proletaria” e si presenterà alle elezioni).

    Gianni Martini

  • La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    La musica strumento delle idee: la canzone a tema sociale e la chitarra distorta

    Nella scorsa uscita abbiamo riportato una rapida – e per forza di cose incompleta – panoramica, da cui emerge un dato certo: il modello socio-economico che vede negli Stati Uniti la potenza egemone, entra in crisi; dietro i sorrisi a denti bianchi, mostra un altro volto.

    Se la crisi del 1929 riguardò soprattutto il fattore economico (contribuendo indubbiamente a dare uno “scrollone” alle coscienze), ora – siamo nella prima metà degli anni ’60 – i giovani e gli ambienti intellettuali muovono al “sistema” una critica radicale: dal modo di produrre al modo di consumare, dalla sessualità alla religione, dall’economia alla sociologia, dall’organizzazione del lavoro alla politica, dal mondo della finanza ai “valori” ritenuti ipocritamente eterni come famiglia, patria, stato, lavoro, fede, educazione, onestà, scuola… tutto viene messo in discussione.

    Si inizia a dire dei “no”, dei “basta”, e non si tratta più di pochi intellettuali visionari e isolati. Si era arrivati al punto di rottura: se i padri pensavano che i figli avrebbero dato continuità al mondo da loro costruito…beh…si sbagliavano! Dopo aver incubato per circa 30 anni ed essersi alimentata di tutte le brutture, le ingiustizie e gli orrori del mondo capitalistico-borghese, ora l’urlo della protesta trova la bocca da cui uscire.

    Le università sono in fermento. Certo, a Berkeley la mobilitazione riguarda principalmente l’opposizione alla guerra in Vietnam, ma ben presto si toccherà tutto l’arco dei temi sopra citati, nella determinazione di voler essere testimonianza e azione politica per costruire un possibile futuro diverso. L’Europa si muoverà parallelamente, avendo soprattutto in Francoforte, Parigi, Berlino, centri propulsori del pensiero filosofico radicale. E la musica? La musica si nutrì e crebbe in questo clima di rottura creativa e presto divenne uno strumento straordinario delle nuove idee di cambiamento.

    Dalle periferie degradate delle principali metropoli americane, arrivò con il blues e il jazz, il suono carico di rabbia e di voglia di riscatto delle comunità nere. Dall’altra parte, Joe Hill, Woody Guthrie e poi Bob Dylan e la comunità di artisti del Geenwich village, quartiere bohèmien di New York, proponevano una canzone attenta ai temi sociali, legata alla tradizione popolare americana e in parte al blues rurale. Questi componenti incontrarono uno snodo fondamentale. Come spesso succede, i giovani sono attratti dalle novità, soprattutto tecnologiche. Ebbene, i giovani delle metropoli americane fecero proprie le nuove sonorità che – quasi in sordina – stavano uscendo: sto parlando della possibilità di suonare una chitarra elettrica e poi di amplificare il suono, e poi il suono “distorto” e la possibilità di elaborare/filtrare/manipolare il suono. E proprio la chitarra elettrica distorta – un suono quindi sgradevole, acido, brutto, “sbagliato” – riuscirà ad esprimere al meglio, con il suo “ruggito”, la rabbia dei giovani delle metropoli. Il rock e la chitarra divennero il simbolo, forse più significativo, di quella parte di gioventù che “era contro”.

    Gianni Martini 

  • Urto Music Contest 2012: bando di concorso per band emergenti

    Urto Music Contest 2012: bando di concorso per band emergenti

    Concerto musica liveSono aperte fino al 15 novembre 2012 le selezioni per il bando di concorso rivolto a band emergenti Urto Music Contest 2012, a cura dell’associazione SBS “Stanno Bene in Salute” in collaborazione con la Da-Records Snc.

    Il concorso è suddiviso in quattro categorie:
    – Band
    – Band con età media dai 16 anni in su che propongono pezzi propri
    – cantautori & interpreti
    – cantautori & interpreti dai 16 anni in su che propongono pezzi propri.

    Per partecipare è necessario compilare il modulo d’iscrizione (scaricabile dal sito www.urtomusicontest.com), versare una quota di iscrizione, 25 € per i cantautori & interpreti e 50 € per le band e caricare il proprio brano sul sito del contest. Il brano può essere edito, inedito, in lingua italiana, dialettale o straniera.

    Gli artisti partecipanti accederanno alla seconda fase, nella quale potranno esibirsi dal vivo davanti a una giuria, in audizioni che si terranno dal 19 al 21 dicembre presso lo Scalo Rock The Station Club a Forma (Latina). Quaranta artisti partecipanti saranno scelti per far parte della compilation del contest, che uscirà in digitale attraverso la LABEL.

    Coloro che nelle tre serate passeranno il turno si esibiranno nella finale del 22 dicembre: il vincitore avrà in premio un contratto discografico.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    Anni 60/70: gli eventi storici alimentano lo sdegno… e la cultura

    In questa rubrica si è cercato di indagare il senso di “mancanza di novità” che ha contraddistinto questi ultimi 15/20 anni. “Mancanza di novità” va qui inteso come assenza di un “suono”, una musica rappresentativa del periodo, “voce” del periodo storico. E per diventarlo non è sufficiente la personalità musicale di qualcuno. Piuttosto occorre che questo “qualcuno” dia voce ed emerga dalla vitalità storico-sociale del periodo considerato. Per cercare di suffragare questa tesi si è preso in considerazione l’arco di tempo anni ’60/’70, che invece ha avuto un suo “suono”… eccome!

    Ma ci sono volute vicende culturali/politiche/sociali che, segnando profondamente il tempo, hanno spinto molti a formare una voce che dicesse “basta” e l’arte penso che trovi il suo senso più autentico proprio nell’urgenza di esprimere la necessità di un cambiamento.

    Nel 1949 – a conclusione di un lungo periodo rivoluzionario- venne proclamata la nascita della Repubblica popolare cinese, guidata da Mao Tse Tung, evento che fece riaccendere in tutto il mondo nuove speranze per un mondo migliore (…e subito procurò nuove illusioni…). E poi non possiamo dimenticare fatti che suscitarono una grande emozione a livello internazionale, diventando immediatamente un simbolo di libertà, soprattutto per le giovani generazioni. All’inizio degli anni ’50 in tutti gli Stati Uniti venne imposto un clima da caccia alle streghe, il cui responsabile operativo fu J. McCarthy, incaricato di stanare ovunque oppositori e “nemici dell’America”. Era quindi sufficiente un minimo di apertura culturale e di impegno intellettuale per essere considerati “comunisti” e finire sotto processo. La vicenda dei coniugi Rosemberg, arrestati nel 1951, accusati, processati e giustiziati nel 1953 con l’accusa di essere spie dell’Unione Sovietica, suscitò internazionalmente grande sgomento. Nel 1963, a Saigon, un monaco buddista, per protestare contro la guerra, si bruciò in piazza. Nel 1965 ci fu a Washington la prima grande manifestazione (30000 persone) contro la guerra in Vietnam.

    Nel 1966 Mao Tse Tung, per conservare il potere, lanciò la “rivoluzione culturale”: almeno per un decennio, decine di migliaia di giovani in tutto il mondo mostreranno nelle manifestazioni di piazza il “libretto rosso” delle guardie rosse cinesi. Nel 1967 ci fu un colpo di stato militare in Grecia e l’uccisione in Bolivia di Ernesto “Che” Guevara, eroe rivoluzionario, amato da tutta la gioventù internazionale impegnata nelle lotte civili e politiche. Nel 1969 un altro giovane, Jan Palach, si arse vivo in Cecoslovacchia, per protestare contro l’invasione sovietica.

    Sempre in quegli anni suscitarono grande indignazione gli scandalosi governi filo-fascisti del Sudafrica e della Rhodesia, che imponevano un regime segregazionista (indicato con il termine “aparthaid”, figlio del colonialismo) contro chi quelle terre le aveva abitate da sempre. E poi ancora le violente rivolte scoppiate negli Stati Uniti, a seguito degli omicidi politici dei fratelli Kennedy, Martin Luther King e Malcom X; l’apprensione internazionale per il susseguirsi di esperimenti nucleari a fini bellici; la strage alle Olimpiadi di Monaco del 1972; la prima crisi petrolifera del 1973 a seguito dei conflitti arabo-israeliani.

    Infine, il sanguinoso colpo di stato in Cile -guidato dal generale Pinochet– finanziato e pilotato dalle multinazionali americane con il placet del governo degli Stati Uniti, resosi “necessario” per il potere capitalistico, perché in Cile nel 1970, per la prima volta a livello internazionale, si era insediato un governo socialista, arrivato al potere con le elezioni democratiche e non con una rivoluzione armata!!! Questo fatto, intollerabile per i potentati industriali (e politici) americani, andava stroncato. E così fu. Ma lo sdegno e le proteste sul piano internazionale furono enormi.

    Ecco, tutti questi fatti, politicamente gravissimi (limitandomi a considerarne solo alcuni fra i più importanti), vennero, per così dire, contrappuntati da eventi culturali o di costume che da un lato riflettevano e dall’altro amplificavano il senso di disgusto nei confronti del (finto) “quieto vivere” della società borghese che, dietro la ricerca e l’ostentazione del benessere economico, nascondeva un vuoto interiore, coperto da comportamenti ipocriti e falsi e da un’educazione bigotta e repressiva. Vediamo, sempre in sintesi, questi eventi.

    Nel 1937 il quadro di P. Picasso “Guernica” esprimendo artisticamente l’orrore della guerra suscitò una grandissima emozione. Nel 1955 il poeta americano Allen Ginsberg lesse per la prima volta in pubblico “Urlo”, poesia di impatto emozionale devastante che costituì fonte d’ispirazione in tutto il mondo per altri testi di denuncia (val la pena di ricordare che “Dio è morto”, canzone-manifesto di Francesco Guccini cantata dai Nomadi nel cantagiro del 1967- e brutalmente censurata- iniziava dicendo: “Ho visto la gente della mia età andare via…” e che una poesia di Riccardo Mannerini, inserita dai New Trolls– con la revisione/elaborazione di F. De Andrè- nel loro album “Senza orario senza bandiera”, apriva dicendo: “Ho veduto….” (entrambi gli incipit devono evidentemente a Ginsberg qualcosa….).

    Nel 1957 uscì “On the road”, romanzo di Kerouac, esponente di punta con Ginsberg, Corso e Ferlinghetti della “Beat Generation”. Anche altri libri e film rivestirono un ruolo decisivo nell’alimentare e rendere culturalmente rilevante la critica radicale al “sistema” (per usare una parola in voga all’epoca). Vediamo alcuni titoli: nel 1955 e nel 1964 escono due libri fondamentali di Marcuse, “Eros e civiltà” e “L’uomo ha una dimensione”; nel 1967 il situazioni sta Guy Debord pubblica “La società dello spettacolo”; un altro situazioni sta Vanegham, pubblicherà “Manuale del saper vivere a uso delle nuove generazioni”. E poi i libri rivoluzionari di W. Reich, fondamentali per la liberazione sessuale. Importanti anche film come “Il laureato” (1967) e musical come “Hair” e “Jesus Christ Superstar” di cui usciranno successivamente anche i film.

    Vorrei ricordare anche due testi importanti per l’animata riflessione estetica e musicale che si conduceva in quegli anni. Si tratta de “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”di W. Benjamin e “Filosofia della musica moderna” di T. V Adorno, esponente di punta della scuola di Francoforte, di cui occorre almeno nominare un altro libro importante: “Minima moralia”.

    Gianni Martini