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  • Comune e GAI: via al progetto di rigenerazione degli spazi urbani con attività creative

    Comune e GAI: via al progetto di rigenerazione degli spazi urbani con attività creative

    I palazzi del Centro Storico di GenovaQualche giorno fa la Giunta comunale ha approvato una delibera relativa al progetto di rigenerazione degli spazi urbani del centro storico, da assegnare ad associazioni ed enti che si occupano di attività creative. È previsto il restyling di 5 locali del centro storico, al piano strada di altrettanti edifici, i quali saranno prima dotati delle attrezzature necessarie, poi assegnati in gestione ad “associazioni, imprese, professionisti che si occupano di attività creative”.

    La proposta è stata avanzata da “GAI Associazione per il Circuito dei Giovani Artisti Italiani”, unione di 40 soggetti – fra capoluoghi, Province e Regioni italiane -, a sostegno della creatività giovanile. L’idea verrà realizzata in 17 città, allo scopo di mettere in relazione proposte culturali di imprese e associazioni di giovani con programmi di riuso di immobili da parte di proprietari pubblici e privati. Anche Genova farà parte delle città coinvolte: questa formula è stata ben accolta dall’assessore alla Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla, di concerto con l’Assessore allo Sviluppo Economico, Francesco Oddone, ed è stata presentata come una felice congiuntura tra mondo culturale e aspetto finanziario.

    Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta.

    Il progetto nel Centro Storico

    Si tratta di un progetto di durata triennale, che partirà nell’autunno 2014 e riguarda, appunto, il recupero di 5 locali del centro, la dotazione di attrezzature e l’assegnazione a soggetti che si occupano di industrie creative. Le formule di gestione saranno quelle del co-working e fablab, e prevedono dunque la creazione di contesti lavorativi in cui le varie personalità possano condividere competenze per realizzare progetti comuni (qui l’incontro con Talent Garden, progetto di coworking agli Erzelli).

    Per quanto riguarda la strumentazione messa a disposizione, in ogni spazio saranno allestite postazioni con spazio comune, wi-fi, stampanti anche 3D. Sarà presente un’attività di tutoring che agevoli e coordini lo sviluppo di progettazioni individuali ed integrate, comunicazione, aspetti giuridici e gestionali, costruzione di reti. Non mancheranno nemmeno seminari formativi brevi su argomenti trasversali legati a gestione, progettazione, fund raising, tecnologie, e gli spazi funzioneranno come “aggregatori” per il confronto di idee e “acceleratori” della progettazione.

    Le aree da recuperare saranno individuate nei quartieri di Pré e Maddalena (113 ettari), dove sorgeranno nuovi centri culturali, incubatori e spazi commerciali. Gli interventi di rivitalizzazione saranno sviluppati in coerenza con le attività del Patto per lo Sviluppo della Maddalena, con l’obiettivo di potenziare i processi di riqualificazione in atto e migliorare la vivibilità dell’area. Gli spazi in questione saranno gestiti secondo una formula mista tra pubblico e privato: bandi o chiamate permetteranno l’ingresso di privati nel progetto, ma si cercherà il dialogo con soggetti pubblici, dal momento che il progetto nasce come emanazione dell’Assessorato alla Cultura e allo Sviluppo Economico. L’amministrazione, infatti, vuole agire da “facilitatore” e  favorire il consolidarsi di questa nuova modalità di fare cultura.

    Il progetto si inserisce nelle linee strategiche dell’amministrazione comunale (qui l’approfondimento), che punta sulle industrie creative (qui l’approfondimento) come vettore di sviluppo economico e sociale. Un dibatto che si era aperto già con l’adesione a livello europeo a Creative Cities, nel 2010. Successivamente, l’endorsement politico nel programma del candidato sindaco Doria e l’inserimento del concetto di industrie creative nel PUC; poi, i primi risultati e gli investimenti nel settore audiovisivo e tecnologico, con la partecipazione al progetto europeo Medi@tic.

    Oggi parrebbe che a Genova sia stata recepita la tendenza, già europea e sempre più anche italiana, ad investire nei settori della cultura e delle professioni creative: questo sembra favorire lo sviluppo sociale ed economico, con considerevoli ricadute positive in molteplici settori, dall’economia al turismo, al rilancio economico del centro storico.

    Così si legge nel testo della delibera: “L’industria creativa e culturale italiana, ed in particolare quella genovese, è composta soprattutto da aziende piccole e micro imprese, fortemente specializzate, ma che difficilmente riescono ad essere competitive sul mercato internazionale. Sulla base dei dati pubblicati dalla Camera di Commercio di Genova, a fine 2011 le imprese creative presenti sul territorio cittadino superavano le 2700 unità, a cui si aggiungevano quasi 1700 imprese di attività connesse e che pertanto la creatività è presente nel panorama cittadino con quasi 4500 attività operative. Dal 2007 al 2011 il numero di Industrie Creative genovesi è aumentato di circa il 22%; nel 2010 Genova ha preso parte a Creative Cities. La cultura è una delle leve fondamentali del turismo per la città: i vantaggi degli investimenti in ‘cultura’ si ripercuotono sull’insieme dell’economia cittadina e che da essi dipendono gli esercizi alberghieri e commerciali e la stessa attrattiva delle crociere”.

    Elettra Antognetti

  • Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, QuartoDovrebbe finalmente essere arrivata a una svolta decisiva l’ormai ultratrentennale vicenda che riguarda la realizzazione di alcuni nuovi edifici residenziali in via Shelley. Rispondendo, infatti, ad alcuni obblighi imposti da sentenze della giustizia amministrativa e da un’operazione di polizia idraulica della Provincia di Genova, la Giunta comunale ha dato il via libera a un processo a catena che potrebbe portare all’avvio definitivo dei lavori entro la fine dell’anno. Ma la situazione è piuttosto intricata perché unisce, da un lato, la necessità di ammodernare la canalizzazione del rio Penego per una definitiva messa in sicurezza in caso di forte piogge, dall’altro, il completamento del nuovo collegamento stradale tra via Monaco Simone e corso Europa.

    La situazione è spiegata meglio dalle parole del vicesindaco, Stefano Bernini: «Abbiamo l’obbligo – dice l’assessore all’Urbanistica – di realizzare una modifica alla tombinatura del rio Penego perché quella fatta dagli abitanti di via Shelley negli anni ‘60-‘70 è piccola e ha creato diversi disagi in seguito a forti piogge. A monte, invece, il lavoro è stato fatto correttamente ma, nel tratto di congiungimento tra le due tubature, l’acqua che arriva non riesce a essere recepita dal vecchio scolmatore, che fa tappo e provoca i conseguenti allagamenti».

    L’intervento, però, viene anche considerato tra le opere propedeutiche alla realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e Apparizione (qui l’approfondimento), che il Comune aveva inserito negli oneri di urbanizzazione per la costruzione di un centro residenziale in via Shelley. In questo contesto, è inevitabile che le due situazioni si siano intrecciate indissolubilmente. Da un lato, gli abitanti della valle del Penego sono soddisfatti perché finalmente si realizzano la tombinatura e, soprattutto, la nuova strada che decongestiona il traffico di via Tanini e via Posalunga a Borgoratti; dall’altro, gli attuali abitanti di via Shelley si oppongono a nuovi insediamenti residenziali, facendosi forti della bandiera del no alla cementificazione scriteriata e sollevando diversi dubbi sulla necessità di revisione alla tombinatura del rio Penego, grazie anche all’appoggio di alcuni ambientalisti.

    «È un conflitto che si sana solo facendo una scelta o un’altra» ammette Bernini, dalle cui parole ben si intuisce come l’amministrazione la propria scelta l’abbia già fatta. «I residenti di via Shelley hanno comunque il peso di aver fatto male, a suo tempo, la tombinatura del Penego a cui dovrebbero rimediare a proprie spese. Quanto alla nuova urbanizzazione, bisogna sfatare alcuni falsi miti: innanzitutto non è vero che si fa fuori dalla linea verde ma è un intervento che ricade dentro l’area urbana. Naturalmente l’opera, ben ponderata, impone a chi si fa carico dei nuovi palazzi anche il mantenimento del verde circostante». Non si tratta, dunque, di una vera e propria speculazione da parte di qualche imprenditore edile ma piuttosto dello sviluppo di un progetto che esiste da decadi e che è stato realizzato da una cooperativa di abitanti futuri. «Non siamo di fronte al classico “mettere le mani sulla città” – assicura il vicesindaco – da parte di imprenditori che vogliono costruire sulle colline. Ma si tratta di un progetto per cui tra l’altro il Comune ha già incassato gli oneri di urbanizzazione ma non ha ancora fatto nulla».

    Rio Penego a Genova QuartoChe cosa c’entri il Comune con la realizzazione del nuovo centro residenziale è presto detto. «Nell’accordo con il Consorzio cooperative Rio Penego (il soggetto interessato alla costruzione del nuovo centro residenziale, NdR) – spiega Bernini – è previsto che i lavori possano iniziare una volta realizzata la strada necessaria all’insediamento del cantiere. È, dunque, ragionevole che mentre il Comune mette in sicurezza il rio, possa allargare leggermente la strada soprastante che servirà come base per dar via ai lavori dei tre blocchi di edifici previsti dal piano regolatore e della strada di collegamento come onere di urbanizzazione. Da lì, infatti, il Consorzio potrà fare la cantierizzazione e utilizzare il movimento terra per completare il collegamento tra corso Europa e Apparizione». Una strada che dovrebbe costare circa 5 milioni di euro che però il Comune non ha a direttamente disposizione, tanto da averla appunto “addebitata” al Consorzio.

    In realtà su questo progetto insisterebbe anche un veto del Tar. Ma, come ci racconta il vicesindaco, la sentenza del Tribunale amministrativo fa riferimento esclusivamente a una sorta di vizio di forma: «Il progetto del nuovo alveo tombinato del Rio Penego e della base su cui realizzare le altre opere è stato chiuso dalla Conferenza dei servizi quando il commissario nominato dal governo era già scaduto. È su questo aspetto che la giustizia amministrativa ha imposto di iniziare nuovamente il percorso: la Conferenza dei servizi, dunque, dovrebbe ripartire perché è stata chiusa in sede deliberante quando non aveva più il commissario. Ma il progetto nel suo contenuto non ha avuto nessuna eccezione: la colpa è dei tempi burocratici che, come spesso accade in queste situazioni, si sono dilatati a dismisura provocando un avvicendamento di diversi commissari per una piccola questione. Ad ogni modo, se il ricorso al Consiglio di Stato non dovesse avere successo, si tratterebbe solo di riacquisire i pareri già acquisiti e riformalizzare la deliberazione».

    Il Comune, dunque, interverrà con urgenza sulla tombinatura del rio Penego. La messa in sicurezza riguarda, tuttavia, un tratto limitato di 120 metri a partire dall’impianto di via Monaco Simone che risponde alle misure stabilite dal piano di bacino. La canalizzazione, però, non sarà completata: restano ancora 370 metri insistenti su aree demaniali e private, tra cui quelle del Consorzio stesso, che potranno essere messi in sicurezza solo nel corso dei lavori di completamento della nuova viabilità tra corso Europa e Apparizione.

    Insomma, l’obiettivo è quello di prendere tre piccioni con una fava: mettere in sicurezza il rio Penego, completare il collegamento tra via Monaco Simone e corso Europa e iniziare i lavori per il nuovo insediamento residenziale che attende il via libera dal 1981. E tutto sembra muoversi in questa direzione visto che anche il consiglio di Municipio IX – Levante ha recentemente approvato all’unanimità un ordine del giorno che sprona l’amministrazione comunale a proseguire definitivamente il percorso.

    Simone D’Ambrosio

  • Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    Industrie creative a Genova: di cosa stiamo parlando? Lo chiediamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune

    pittore-pittura-disegno-arte-CAvete mai sentito parlare di industrie creative? Una definizione che prende sempre più campo anche a Genova, suona bene e richiama immagini positive, ma allo stesso tempo trasmette vaghezza ed evocatività. Si tratta di imprese nate dalla creatività individuale, che sfruttano abilità e talento culturale/intellettuale per generare profitti e posti di lavoro. Il concetto è stato sviluppato a partire dal 2001 in Gran Bretagna, e la definizione sopra citata si deve all’allora Ministero della Cultura, Media e Sport, vero iniziatore di questo processo che si spinge fino ad oggi e che ha valicato i confini britannici per spingersi in tutta Europa.

    Oggi, infatti, sono attivi vari programmi promossi e finanziati dall’Unione Europea per il sostegno alle industrie creative: un processo che nel corso di questi anni ha subito continue evoluzioni, verso un miglioramento testimoniato dal trend positivo che questo modello di business registra.

    Ma perché le attività imprenditoriali che puntano su una propria idea e sulle proprie capacità ora devono essere chiamate industrie creative? Siamo davanti ad una banale etichetta priva di senso? Molti – sia gli addetti ai lavori del mondo dei media, sia gli outsider – sembrano convinti di questa ipotesi. Per questo ci rechiamo all’Ufficio Città e Cultura del Comune di Genova e ne parliamo con Egidio Camponizzi e Fabio Tenore, che seguono lo sviluppo di queste attività sul territorio genovese.

    In che settori operano le industrie creative?

    Le industrie creative si riferiscono a una serie di attività economiche che si occupano della produzione e/o dello sfruttamento di conoscenze e informazioni, ovvero quelle imprese che hanno la loro origine nella creatività individuale, abilità e talento, e che hanno un potenziale di ricchezza di posti di lavoro attraverso la generazione e lo sfruttamento della proprietà intellettuale.

    Esse includono tutto ciò che ha a che fare con la produzione di cultura a ogni livello: non solo la performance dell’artista sul palco, ma anche il mondo che si cela dietro come ad esempio pubblicità, video, architettura, musica, arte e mercati antiquari, spettacolo dal vivo, computer e videogame, editoria, artigianato, software e design, tv, radio, moda. Oltre ai 13 settori indicati a livello generale, in Italia è contemplato anche il settore dell’industria del gusto, secondo l’indicazione fornita qualche anno fa da Walter Santagata.

    L’Europa e l’Italia

    Il progetto “Industrie Creative” nasce a livello europeo, all’interno di progetti più grandi come Creative Cities, Mediatic e Creart, che tutti insieme si occupano di incentivare e tutelare in vari modi le esperienze professionali legate al mondo della cultura, dell’arte, della creatività, favorendo la mobilità artistica tra i Paesi dell’UE.

     Oggi le aziende di questo tipo coprono il 9% del PIL europeo.

    Come si legge qui  “A livello strategico l’Unione europea sta puntando molto sulle industrie creative come principale vettore capace di trainare le economie occidentali fuori dalla crisi, tanto da dedicare un intero programma, nella prossima tranche di finanziamenti (previsti per i primi mesi del 2013, n.d.r.), alla creatività, con un investimento complessivo di 1,8 miliardi di euro per il periodo 2014-2020. Secondo i dati di Eurostat nel 2005 in Europa c’erano 5,8 milioni di lavoratori impiegati nelle industrie creative pari al 3,1% della popolazione europea”.

    Venendo al caso dell’Italia, nel nostro Paese nello specifico sono 400 mila le aziende che rientrano sotto l’etichetta di “industrie creative” e 1,4 sono gli occupati in questo settore, con una copertura del 4,9% del PIL nazionale.

    Genova

    via venti settembre genovaA Genova, ci raccontano Camponizzi e Tenore, il progetto è stato accolto positivamente prima dall’allora giunta comunale (in particolare dall’assessorato alla Cultura, che ha inserito il programma nella sua agenda), poi dall’attuale sindaco Doria, che aveva inserito il tema delle industrie creative all’interno del suo programma di candidato sindaco, con una sorta di “endorsement” pubblico al progetto.

     

    «Oggi è entrato a buon diritto all’interno del programma politico della giunta comunale – conferma Camponizzi – e gode del duplice appoggio del settore culturale e finanziario: pochi giorni fa è stato firmato un atto deliberativo congiunto tra assessorato allo Sviluppo Economico e alla Cultura per la realizzazione di interventi di rigenerazione urbana in luoghi da destinare alla produzione artistica. Il progetto non è ancora stato finanziato, ma è un passo avanti verso un lavoro congiunto, che apra anche all’erogazione di fondi a livello locale, oltre a quelli stanziati a livello europeo e nazionale, per il sostegno alle realtà creative».

    Ad oggi, inoltre, alcuni incentivi arrivano anche a livello regionale (che fornisce un sostegno strutturale), senza contare le richieste a terzi, che decidono di aderire a ipotesi di sviluppo. In generale, i progetti e le attività presi in considerazione hanno come riferimento sia le risorse umane (Direzione Cultura e Turismo – Ufficio cultura e città del Comune di Genova, collaborazioni professionali esterne per progetti europei, collaborazioni con vari settori del Comune, reti di associazioni artistiche); sia risorse finanziarie, tra cui fondi dei progetti europei, finanziamenti dal Piano Locale Giovani e sponsor privati. In totale, dal 2011 al 2013 a Genova sono stati destinati alle industrie creative oltre 700.000 euro.

    Stando ai dati forniti dalla Camera di Commercio e aggiornati all’ottobre 2013, nel capoluogo ligure sono 2787 le Imprese Creative, con un numero medio di 3,7 occupati per azienda (si tratta quindi di piccole e micro imprese), pari al 6,6% del comparto produttivo cittadino. Dal 2007 al 2011, inoltre, il numero di industrie creative a Genova è aumentato del 22,03%, e il trend più alto è stato registrato soprattutto nel settore delle imprese di produzione e distribuzione di software, videogame e dell’innovazione tecnologica.

    Ci dicono i nostri interlocutori: «Genova ha un sistema culturale molto articolato e un tessuto creativo vario e di alto livello. È importante promuovere la creatività dei giovani: è una grande opportunità, in questo contesto, oltre che un dovere collettivo. Il fatto che ogni impresa permetta l’assunzione di circa 3 dipendenti ciascuna è un dato positivo e apre nuove potenzialità a livello non solo europeo ma soprattutto locale, in un momento in cui si registrano perlopiù trend negativi collegati ad altre esperienze produttive, industriali e imprenditoriali. Una controtendenza, un successo che viene sia dal sostegno europeo, sia dall’adeguamento a nuovi modelli di comunicazione e cultura, diversi dal passato: sono settori in evoluzione, oggi basta un semplice pc per creare cultura, o il crowdfunding, o altri sistemi nuovi. A differenza dell’industria pesante, in crisi anche perché richiede strumenti costosi  e ricercati, le industrie creative sono sostenibili, rispondono a nuove esigenze e aprono a nuovi mercati».

    Il quadro appare certamente positivo, ma non nascondiamo qualche perplessità. Ci sembrano – dobbiamo confessare – conclusioni un po’ troppo semplicistiche e avulse dalla realtà, i numeri non bastano a farci cambiare idea. Perciò chiediamo: in concreto, quali sono le ricadute positive delle cosiddette industrie creative nella realtà genovese? Dopo l’iniziale momento di perplessità, la risposta: «Buona domanda, è difficile stabilirlo con precisione».

    Palazzo Ducale, Genova«In generale possiamo dire che dopo la presentazione dei nuovi progetti europei in autunno, lavoreremo per valorizzare e promuovere le figure professionali dietro le quinte del mondo creativo, a vari livelli. Pensiamo di individuare uno o due ambiti specifici in cui muoverci: un esempio, il settore audiovisivo, a Genova già consolidato e coperto da realtà come Cineporto, e in cui è più facile concentrare i finanziamenti. Inoltre, pensiamo di sostenere iniziative legate all’arte contemporanea, che non ha mai attecchito a Genova, nonostante gli sforzi di Villa Croce. In tutto ciò, naturalmente lavoreremo rivolgendoci allo sviluppo delle nuove tecnologie e il loro impiego all’interno dei vari settori delle industrie culturali, verso l’affermazione della Smart City. L‘approccio è cambiato radicalmente: non più solo industrie culturali e cultura vecchio stile, finora sostenuta in modo passivo, ma industria creativa che diventa capace di autofinanziarsi e offrire impiego, rigenerarsi, trovare finanziamenti in modo indipendente. È il processo che viviamo ora: all’inizio, nel 2007, anche le linee del programma della UE erano più “passive”, come formalizzato dal progetto Cultura 3007-2013; ora, con Creative Europe questo status è cambiato». La non risposta conferma i nostri dubbi».

    A livello locale, inoltre, il Comune di Genova è orientato a puntare sulla valorizzazione del patrimonio culturale, per il radicamento dell’industria creativa nel tessuto urbano attraverso analisi e monitoraggio del territorio, favorendo i collegamenti interni e con la rete europea. Si parla anche del riutilizzo di spazi cittadini attualmente vuoti e dismessi, adibiti a luoghi di creazione di cultura. Esiste un progetto di rigenerazione urbana con finanziamenti ministeriali, approvato all’interno del decreto legge Valore-Cultura approvato nell’ottobre 2013, che “prevede la destinazione di immobili di proprietà dello Stato a studi di giovani artisti italiani e stranieri, per favorire il confronto culturale e la realizzazione di spazi di creazione di arte contemporanea (art. 6)”.  Se sia sostenibile o no, se sia fattibile in tempi brevi o meno, non lo sappiamo, e non lo sanno nemmeno i nostri interlocutori all’Ufficio Città e Cultura, che commentano «Ora almeno c’è questa possibilità, poi vedremo cosa succederà. Serve l’aiuto di amministrazione locale e statale».

    I progetti in Europa per le industrie creative

    Creative Cities: È un progetto europeo di durata triennale, finanziato dal programma europeo Central Europe che prevede la partecipazione di cinque città dell’Europa centrale che stanno vivendo una fase di trasformazione post-industrale con un passaggio da un’economia industriale ad un’economia creativa (nello scorso triennio Genova ha partecipato al progetto Creative Cities, purtroppo in città se ne sono accorti in pochi a causa della scarsa promozione. L’approfondimento sul numero 38 di Era Superba, ndr). Grazie a Creative Cities vengono indicati principali campi d’azione di un’impresa creativa: dalla pubblicità e commercio, all’architettura e compagnie di distribuzione, industria cinematografica, musica, attività museale, vendita (sia diretta che al dettaglio) di beni culturali, ecc, al fine di  creare una rete a livello europeo fra gruppi di imprese operanti nel campo della produzione creativa. Per farlo, ci si serve di gruppi di lavoro e corsi di formazione, azioni di marketing transnazionale e collaborazioni con altri settori del mercato. Il fine del progetto è favorire le capacità imprenditoriali e la competitività delle industrie creative locali, aprire nuovi mercati e attrarre investimenti.

    Mediatic: Progetto europeo triennale (dicembre 2011-dicembre 2014) che prende le mosse dal precedente Creative Cities, per lo sviluppo economico del settore audiovisivo e dei mezzi di comunicazione. Anche in questo caso Genova fa parte del progetto insieme a nove partner europei – Siviglia, San Sebastian (Spagna), Kristiansand (Norvegia), Derry (Regno Unito), Bielsko-Biala (Polonia), Cork (Irlanda), Balzan (Malta), Donegal (Irlanda), Vidzeme (Lettonia). Il budget complessivo a disposizione del progetto è pari a 1.747.721 euro.

    Creart: Progetto del 1 marzo 2012, coordinato dalla città di Valladolid, vede Genova partecipante con altri 13 partner, per un sistema permanente e professionale di mobilità artistica. Creart è finanziato nel quadro del programma Cultura 2007 -2013 e ha durata di 5 anni, con finanziamenti pari a 3.437.300 €.

    Creative Europe: Nuovo programma di finanziamenti europei 2014-2020. Ha un budget di 1,46 miliardi di euro e deriva dalla fusione di due precedenti programmi, “Cultura” e “Media” 2007-2013, e da un fondo di garanzia per il settore culturale. Possono partecipare enti pubblici e privati di uno dei Paesi membri, attivi da almeno 2 anni nel settore creativo. I primi bandi sono stati presentati nel dicembre 2013.

    I progetti a Genova

    Chiediamo ai nostri interlocutori qualche nome, qualche riferimento preciso di industria creativa a Genova, per aiutarci a inquadrare l’oggetto della nostra discussione e scendere dal piano teorico a quello pratico. Ma incontriamo qualche difficoltà, e alla fine escono fuori solo gli esempi di CreSta, di cui vi avevamo già parlato, ma anche – dice Egidio Camponizzi –  Yarn Bombing: «A Genova l’idea è nata nel 2012, nell’ambito di un servizio civile per cercare di sviluppare le relazioni tra generazioni diverse, come quella dei giovani e quella degli anziani. Fin dal primo anno abbiamo avuto una partecipazione straordinaria, con 70 tra scuole, comitati e associazioni che si sono offerti di collaborare per “vestire” la città. Quest’anno il numero è cresciuto a 100, e gli sponsor sono entusiasti: ad esempio, i produttori di lane e filati, ma non solo, che hanno deciso di aderire e finanziare il progetto, rendendolo indipendente».

    Ma anche in questo caso si può parlare di industria creativa, o si tratta piuttosto di un evento collettivo e partecipativo, che – pur essendo creativo – esula dalla definizione di “industria”? Le idee restano confuse: «Anche se in questo caso non si parla di vera e propria impresa, Yarn Bombing è un modello virtuoso, bisogna andare avanti e incentivare la compartecipazione. È un modo come un altro di sostenere quello che sta attorno alla cultura. Cerchiamo di adeguarci a nuove tecnologie e forme di fare eventi».

    L’impressione generale – e totalmente personale – è che nonostante gli ottimi progetti e i buoni tentativi dell’amministrazione locale, regni ancora un po’ di confusione circa le industrie creative, il loro potenziale sul territorio genovese e la loro forza nel creare lavoro per i giovani “artisti”, di qualunque tipo. Come potenziare il sistema, come aprire le industrie creative e renderle fruibili per l’intera città? Al momento queste domande sono destinate a restare senza risposta.

    Elettra Antognetti

  • Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    Mini Scolmatore Fereggiano: la Giunta approva il progetto definitivo per la messa in gara

    torrente-fereggianoCon un breve comunicato stampa il Comune di Genova ha annunciato l’approvazione del progetto definitivo del mini-scolmatore del Fereggiano. L’opera, presentata lo scorso settembre (qui l’inchiesta di Era Superba), aveva suscitato sin dal primo momento non pochi dubbi legati in particolar alla copertura finanziaria e all’incompatibilità con il progetto dello Scolmatore del Bisagno. A conferma di ciò lo scorso febbraio era arrivata anche la bocciatura dal Consiglio Nazionale dei Lavori Pubblici (con 64 pagine di osservazioni, qui il pdf completo).

    La Giunta ha dunque recepito le osservazioni del Consiglio Nazionale, ha prima predisposto e ora approvato il progetto definitivo per la messa in gara. Un segnale chiaro, che dimostra ancora una volta la ferma volontà di Tursi di andare fino in fondo con il mini-scolmatore.

    “La Giunta comunale, riunita questa mattina, su proposta dell’assessore Giovanni Crivello di concerto con l’assessore Valeria Garotta, ha deliberato l’approvazione del progetto definitivo della galleria scolmatrice dei torrenti Fereggiano, Noce e Rovare, quale primo stralcio funzionale dello scolmatore del torrente Bisagno.
    Il progetto comprende: la galleria scolmatrice a servizio dei torrenti Fereggiano/Noce/Rovare, le opere di sbocco a mare in corrispondenza dei bagni Squash, le opere di captazione sul torrente Fereggiano all’altezza di via Pinetti/salita Ginestrato.
    Come noto, l’intervento comporta un costo complessivo di 45 milioni di euro, di cui 25 milioni finanziati nell’ambito del piano nazionale di riqualificazione urbana, 10 milioni stanziati dall’Amministrazione comunale attraverso un mutuo e 5 milioni provenienti da contributo della Regione.
    L’approvazione del progetto definitivo, avvenuta entro i tempi del cronoprogramma a suo tempo annunciato, rende ora possibile predisporre la gara per l’assegnazione dei lavori”.

  • Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    carmagnaniLa notizia era circolata come un uragano per tutta la città a partire, come spesso accade, da un’indiscrezione pubblicata dalla stampa. Le aziende petrolchimiche di Multedo, Carmagnani e Superba, avrebbero l’intenzione di spostare la propria sede in una zona molto più centrale del porto di Genova: più precisamente, nei pressi della centrale a carbone dell’Enel, sotto la Lanterna, in aree di proprietà di Autorità portuale. Notizia accolta con grande soddisfazione dagli abitanti di Multedo, un po’ meno da quelli dei Municipi Centro Est e Centro Ovest su cui si sposterebbero i fumi delle lavorazioni (aree che già soffrono problemi di inquinamento, ndr).

    La questione è stata risollevata ieri in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 (per l’ultima seduta secondo la vecchia formulazione, dato che martedì prossimo entrerà in vigore il nuovo regolamento) da numerosi consiglieri di maggioranza, a cui si è aggiunto il decano del Pdl, Guido Grillo, che puntava a chiedere chiarimenti al vicesindaco su quanto ci fosse di vero circa le notizia trapelate dai giornali. «Siamo tornati a 20 anni fa – ha sottolineato Antonio Bruno, capogruppo Fds – se queste aziende sono incompatibili con il tessuto abitato si deve avviare un processo di dismissione e riconversione produttiva pulita».

    «Il cambio di destinazione del petrolchimico – prosegue Pastorino, capogruppo Sel – non ci troverebbe d’accordo perché incompatibile da anni con la città. Da tempo sono state chieste nuove aree adatte per il petrolchimico all’Autorità portuale che non ha mai risposto ma è invece solerte a lasciare spazi liberi per container vuoti, ad amici di amici che non pagano neppure il canone. Pensare di ricollocare il petrolchimico dove c’era già una servitù di centrale a carbone, che finalmente si dismette, è pura follia». Un concetto ripreso anche da Clizia Nicolella, Lista Doria: «Nell’analisi della collocazione delle attività produttive non possiamo non considerare che questa zona ha già subito l’azione della centrale a carbone. Su Sampierdarena, inoltre, insisteranno molte delle nuove infrastrutture della città: quale risarcimento viene pensato per il territorio? La vicenda evidenzia come il rapporto stretto tra la città e il porto non possa prescindere da una programmazione condivisa degli spazi».

    L’attacco del vicesindaco al presidente Luigi Merlo

    enel-DISul tema della programmazione delle aree portuali è intervenuta anche Monica Russo (Pd) che, ribadendo l’esigenza di spostare Carmagnani e Superba, ha sottolineato come resti il dubbio su che cosa intenda fare Autorità portuale di queste aree, dal momento che manca ancora un piano regolatore. La risposta a quello che lui stesso ha definito «fuoco amico da parte della maggioranza che addita alla giunta responsabilità che in realtà riguardano la pianificazione portuale, che non si vede perché non esiste» è affidata al vicesindaco Stefano Bernini che ha puntato il dito senza mezzi termini contro il presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo. «Di fronte alla provocazione di Autorità portuale che dice un’assurdità del tipo “quelle cose erano sul territorio di Genova e quindi deve essere la città che se le becca” – ha evidenziato con forza Bernini – deve emergere dal Comune l’esigenza di un dialogo sul piano di sviluppo portuale che per ora non c’è. Perché allora, per fare un esempio, non avremmo dovuto farci carico dei sacrifici che i cittadini di Fegino hanno dovuto compiere per porre una soluzione alla situazione Derrick che riguardava interamente un’attività del Porto. Noi non ci siamo mai tirati indietro di fronte a responsabilità complessive della città per l’insieme delle sue attività economiche. Ma non è possibile pensare solo al proprio microcosmo, perché se un presidente di Municipio che guadagna poco può anche qualche volta pensare solo al proprio territorio, un presidente di Autorità portuale che guadagna come tutti i boiardi di Stato deve decidere di pensare a tutta la città e quindi entrare in relazione con noi, magari scegliendo insieme se qualche attività non deve più stare a Genova come il petrolchimico. Solo in questo modo si può pensare alle soluzioni alternative da mettere in campo, che riguardano ad esempio la ricollocazione dei 75 lavoratori del settore che guadagnano molto di più di chi movimenta container vuoti».

    Genova e il porto petrolchimico, quale futuro?

    porto-traghetti-san-teodoroIl vicesindaco, dunque, prende anche in considerazione l’opzione di eliminare definitivamente da Genova le lavorazioni petrolchimiche: «Questo è un percorso antico che risale a oltre vent’anni fa – ha ricordato Bernini in Sala Rossa – e che dice che non possono più esistere depositi costieri (legati quindi alla portualità e non ad attività produttive o manifatturiere) di materiale petrolchimico in mezzo alla città. Si tratta, dunque, di capire come Genova possa restare un porto che movimenti materiale petrolchimico. Possiamo anche decidere come città che non siamo più porto petrolchimico e dirottare tutto su Ravenna o Rotterdam, ma adesso questa funzione esiste ancora».

    E per coniugare le necessità della città con quelle dei lavoratori del settore, sembrava che la proposta di Carmagnani e Superba fosse meritevole quantomeno di essere presa in considerazione: «È successo – ha spiegato il vicesindaco – che di fronte alla proposta di Carmagnani e Superba di un possibile trasferimento della propria attività, la civica amministrazione ha ritenuto opportuno comunicarla in primis al municipio interessato all’eventuale ricezione. Sembrerebbe un passaggio naturale e che è giusto fare ma che ha scatenato stizzite e isteriche reazioni che non capisco. Anche perché il Comune di Genova è ben consapevole di non poter decidere sugli spazi della portualità ma può, semmai, entrare nell’ambito di una discussione e agevolarne lo sviluppo».

    In aggiunta a quanto circolato finora, la proposta però non riguarda esclusivamente il trasferimento del polo petrolchimico di Multedo nelle aree dove attualmente si trovano in depositi del carbone che alimentava la centrale Enel. «Nello specifico – ha aggiunto Bernini – il progetto comprendeva anche la rifunzionalizzazione della centrale per dare vita a un nuovo centro di commercializzazione (deposito, stoccaggio e ridistribuzione) di cementi provenienti via nave, che andrebbe a incrementare la biodiversità del commercio portuale. Una proposta anch’essa interessante perché la possibilità di trasferire l’attracco di “chimichiere” dentro il porto, secondo il codice della navigazione, si può fare solo dove esiste una Darsena protetta per far sì che chi scarica non sia a contatto con altri navi di passaggio, per motivi di sicurezza».

    «La scelta che come città abbiamo fatto da sempre – ha ricordato il vicesindaco – era quella di mettere insediamenti industriali di questo tipo alla maggiore distanza possibile rispetto alla parte abitata. Per cui, anche altre possibile collocazioni ritenute migliori dall’Autorità portuale andrebbero vagliate con attenzione: ad esempio, per quanto riguarda la zona Ilva bisognerebbe vedere quanto questa andrebbe a intersecare l’area abitativa della Fiumara. Non è che un Municipio si può sentire tranquillo perché una cosa viene collocata al di là del proprio confine: bisogna vedere quanto questo tipo di scelta vada a influenzare l’interno del territorio. Ma spesso si sposano convinzioni indipendentemente dalla ragione».

    Ma le polemiche non si fermano all’Autorità e al Municipio Centro Ovest. «Che poi un sedicente responsabile internazionale dell’ordine degli architetti – prosegue Bernini come un fiume in piena – mi venga a dire che quella zona deve essere riservata a spazio portuale mi fa solo venire da piangere: non stiamo parlando di aree da utilizzare per il circo equestre o di sfruttare la centrale Enel per altre attività utili alla città, ma stiamo parlando di traffici portuali di cemento e petrolchimico. Poi siamo perfettamente coscienti che non abbiamo voce in capitolo rispetto a quanto succede tra le banchine ma ci piacerebbe che la scelta venisse presa in modo trasparente, con gara e mettendo a confronto tra loro posizioni diverse, il peso economico, occupazionale e l’eventuale pericolosità».

    Quindi il Comune non può fare sostanzialmente nulla di fronte al muro innalzato da Autorità portuale? «Il nostro ruolo – sostiene Bernini –  per ora è solo di stimolo e di controllo che la situazione venga presa in considerazione nel suo complesso, nell’ambito di una programmazione portuale che deve tenere presente il dialogo magari anche in altre situazioni». L’ovvio riferimento è alla gestione delle aree della Fiera, la cui programmazione studiata dal Comune nell’ambito del Puc ha trovato una ferma contrarietà da parte di Autorità portuale e Regione: «Questi enti – sottolinea il vicesindaco – lo stesso giorno in cui hanno sollevato la polemica sulla questione del petrolchimico, hanno anche discusso sulle nostre scelte urbanistiche nella città che, tra l’altro, erano state comunicate un mese prima per iscritto, in modo da poter raccogliere eventuali osservazioni. Queste isterie vanno lasciate da parte anche se i periodi elettorali portano gli amministratori ad essere un pochino più sensibili: ma se fai un lavoro di questo genere, anche sotto elezioni devi farlo con la correttezza che è dovuta».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    under-the-mapAvete mai sentito parlare di Under the Map? In un momento in cui si parla molto di start-up e iniziative creative, durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo andati a conoscere i fondatori di questo progetto “made in Zena”. Una bella giornata, un caffè insieme, una conversazione stimolante in cui ci hanno illustrato, con entusiasmo e competenza, i punti principali della loro iniziativa.

    In sostanza, Under the Map è una web tv che nasce a Genova nel febbraio 2013 dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi under 30 – quasi tutti dottorandi all’Università di Genova – e si occupa di politica internazionale, cultura e società. Il progetto nasce con l’intento di parlare di questioni complesse (come quelle relative a diritti umani, mediazione culturale, Medio Oriente, diritti dei popoli) in modo semplice e alla portata di tutti. La situazione si complica se pensiamo che, per riuscire in questa ambiziosa missione, i ragazzi sono armati soltanto di uno smartphone: con il telefonino intervistano esperti, ricercatori e docenti universitari di fama internazionale che arrivano a Genova per partecipare a eventi, incontri, conferenze.

    Nuovo, veloce, “giovane”, indipendente, social: il progetto è efficace e praticamente a costo zero, per questo ci piace. Abbiamo posto alcune domande ai ragazzi. Ecco cosa ci hanno risposto.

    Come è nata l’idea di dar vita a Under the Map?

    «Il progetto è stato elaborato in via sperimentale ormai un anno fa, nel febbraio 2013, e si può dire che l’idea è nata all’interno del DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova in Largo Zecca: siamo un gruppo di amici dottorandi in Scienze Politiche che ha deciso di unire le proprie forze e mettere a disposizione le diverse competenze per far partire questa sperimentazione».

    Come funziona il progetto e come si svolgono le interviste?

    «Abbiamo deciso di partire proprio da Genova e di approfittare degli eventi culturali che si svolgono in città per interagire con esperti e studiosi, e far loro domande su alcuni temi di interesse generale. Partecipiamo spesso agli incontri a Palazzo Ducale (prossimamente parteciperemo a “La Storia in Piazza”, ad esempio) e in Università e intervistiamo i nostri interlocutori usando il telefonino. Poi tagliamo il video per renderlo più chiaro ed efficace: non più di 2 minuti per ogni risposta. Sono incontri a cui avremmo partecipato in ogni caso, per interesse personale: abbiamo colto l’occasione per approfondire tematiche di attualità per le persone che non possono partecipare o che magari non abitano in città: siamo partiti da Genova per rivolgerci anche altrove, a un bacino di utenti più ampio. Abbiamo voluto dire che non è vero che nella nostra città non succede niente ma che anzi gli eventi sono tanti: basta informarsi, essere motivati, avere degli interessi. Chi vuole vedere le nostre interviste e ascoltare i contributi, può seguirci su vari social media. Per prima cosa abbiamo aperto un canale YouTube sul quale caricare le interviste, poi una pagina Facebook, e infine è arrivato Twitter: ci teniamo a essere presenti su vari media per raggiungere target diversi».

    Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il progetto?

    «Per prima cosa, abbiamo scelto di essere indipendenti. Non riceviamo finanziamenti o sovvenzioni da nessuno, e il progetto è nato per cause contingenti all’interno dell’Università ma non è stato promosso o proposto dall’Ateneo: certo, capita di cercare un confronto con i professori, ma niente di più, non c’è alcuna partnership né niente del genere. Da soli, abbiamo dato vita a una redazione vera e propria: ci riuniamo una volta al mese per decidere il calendario di eventi cui partecipare e le interviste da svolgere. Gli incontri si svolgono di volta in volta in luoghi diversi: evitiamo l’Università e preferiamo altri luoghi come abitazioni private, bar e altri spazi pubblici. Ad esempio, a breve ci piacerebbe riunirci all’interno della nuova sede dell’associazione di quartiere A.Ma. in Via della Maddalena, visto che alcuni di noi ne fanno parte: sarebbe un modo per renderci utili e contribuire tenere alzate le saracinesche in una zona in cui ancora troppe serrande sono abbassate. In redazione, ognuno di noi sa cosa deve fare: i compiti sono ben ripartiti, ciascuno è autonomo e il lavoro procede senza intoppi. Lo “zoccolo duro” è costituito da sei persone, poi ci sono altri collaboratori occasionali: ci siamo allargando e stiamo imparando pian piano a gestire sia il gruppo, sia il progetto in crescita. Non l’abbiamo mai fatto prima e per noi è uno “work in progress”, impariamo strada facendo. Non ci sono gerarchie all’interno del gruppo, ma vige una logica orizzontale. Inoltre, ci teniamo molto a dire che non siamo una testata giornalistica e le nostre interviste non si sovrappongono a quelle che escono sui giornali, ma sono piuttosto approfondimenti specialistici, con domande di dottorandi a studiosi».

    Un bilancio a un anno dall’inizio: il riscontro è positivo?

    «Siamo soddisfatti, abbiamo un buon seguito e il nostro pubblico è eterogeneo: soprattutto giovani, studenti e addetti ai lavori, ma anche istituzioni culturali in senso lato, persone interessate per “cultura generale” e giornalisti che cominciano a seguirci su Twitter. Il progetto è stato apprezzato e per il futuro vogliamo ancora crescere e cercare nuove collaborazioni».

     

    Elettra Antognetti

  • Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    Erzelli: scade l’ultimatum di Ght, ma l’Università non ci sente: “Nessuna scadenza”

    erzelli-cantiere-universita-6Qualche settimana fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato sulla collina degli Erzelli fra i cantieri semi abbandonati e le attività di Siemens, Ericsson e Talent Garden (qui l’approfondimento). Un progetto che sino a due anni fa veniva considerato il volano per la ripresa della nostra città, per poi perdersi in una telenovela senza fine. Fra Ght (Genova High Tech) e Università la partita continua anche se ormai ha stancato tutti. Addetti ai lavori, giornalisti e cittadini.

    I dettagli ormai li conoscono anche i muri e non avrebbe senso ripercorrere l’intera vicenda. Da anni prosegue il tira e molla, “vado agli Erzelli, non vado agli Erzelli”. Il secco ultimatum di Ght dava all’Università tempo sino a domani (18 marzo) per la conferma dell’acquisizione delle aree preposte antistanti l’attuale edificio Siemens, ultimatum che è stato poi posticipato alla fine del mese in occasione della presentazione dell’indagine sulle imprese high tech a Genova. «Entro marzo l’Università dia una risposta definitiva sul trasferimento di Ingegneria», aveva ribadito in quell’occasione il presidente di Ght Carlo Castellano. Il risultato, tuttavia, non è cambiato: l’Università non vuole sentir parlare di scadenze ed ultimatum, il rettore Deferrari dichiara a Primocanale che andrà avanti per la sua strada (quale?) mettendo sul piatto, per l’ennesima volta, il problema trasporti. In parole povere, stando almeno alle dichiarazioni ufficiali, siamo fermi allo stesso punto da quasi due anni.

    Il problema è che, ormai, si fa a fatica a comprendere le ragioni delle parti, e viene sin troppo facile mettere in discussione il progetto: tutto fumo e niente arrosto? È possibile che in tutto questo tempo non sia stato possibile trovare una soluzione? Basti pensare che, ancora una volta durante l’incontro sulle imprese high tech, è intervenuto il presidente di Confindustria Giuseppe Zampini sentenziando: «L’Università di Genova ha il dovere e il diritto di esaminare il business plan dell’operazione parco tecnologico degli Erzelli». Siamo ancora all’esame del “business plan”?!? In questi anni ci sarà stato il tempo per darci almeno un’occhiata. E pensare che in ballo ci sono oltre 100 milioni di finanziamenti pubblici. Attendiamo la fine di marzo, ma potrebbe trattarsi dell’ennesimo buco nell’acqua.

  • Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    PegliSarebbe dovuta passare in Consiglio comunale martedì scorso ma per il protrarsi dei lavori inseriti all’ordine del giorno è slittata alla prossima settimana la delibera che dovrebbe dare il via libera definito alla realizzazione del nuovo porto di Pegli, letteralmente “una struttura dedicata alla nautica di diporto nell’area compresa fra il Castelluccio e il Risveglio”. Ma il progetto è più ampio e, come lo definisce Mauro Avvenente, presidente del Municipio Ponente, riguarda l’allestimento di un vero e proprio porticciolo turistico nella delegazione ponentina.

    «Stiamo per entrare nel Guinness dei primati – ci spiega lo stesso Avvenente – perché stiamo parlando di una pratica che è in Conferenza dei servizi da 12 anni scoccati il 31 dicembre scorso: record assoluto per un’opera che può essere considerata residuale rispetto a quelle veramente invasive che sono state realizzate nel nostro territorio». Le lungaggini sono dovute principalmente a cinque ricorsi al Tar inoltrati dalla società Bagni Castelluccio, partecipante alla selezione pubblica per l’assegnazione dei lavori, già insediata nella zona marina di Pegli e quindi intenzionata a mantenere lo status quo, contro Porto Pegli srl, vincitrice del bando e composta dai soggetti che hanno già realizzato la Marina di Sestri Ponente. «Quattro di questi ricorsi – spiega il presidente del Municipio – sono stati respinti mentre il quinto è stato accolto ma solo per una carenza di motivazioni da parte della Soprintendenza circa la scelta del progetto vincitore. Motivazioni che sono state dettagliate successivamente con la presentazione di un dossier ad hoc che il Comune ha ritenuto sufficiente per esaurire la pratica».

    Ma nel processo di rallentamento dell’opera è intervenuta anche la Regione che ha modificato il Piano Territoriale della Costa, adottato ma non ancora approvato, istituendo alcuni importanti paletti alla realizzazione di nuovi porticcioli nello spirito di preservare aree della Liguria non ancora antropizzate. «Nella nostra situazione però – specifica Avvenente – si tratta di un intervento che va a migliorare la condizione generale di degrado della zona: stiamo, infatti, parlando di un’area interna alla diga foranea che protegge il porto di Pegli Lido – Prà – Voltri. Qui un porticciolo di fatto esiste già ma non ha accessi carrabili, non ha possibilità di far intervenire mezzi di soccorso e, comunque, non ha mai impiegato la spesa di un centesimo di risorse pubbliche». Una risposta indirizzata soprattutto a un gruppo di residenti di via Zaccaria, che lo stesso presidente definisce «sparuto», che si è scagliato contro il progetto innalzando la bandiera del “no alla cementificazione scriteriata”. «In realtà – sostiene Avvenente – non vedono di buon occhio la realizzazione di una piazza pubblica con due piccoli locali e giochi per i bambini che sono previsti nel progetto per riqualificare e rivitalizzare il territorio. Naturalmente chi è abituato a vivere in una via sostanzialmente chiusa, pur nel degrado, non ha nessun interesse a rendere accessibile la propria zona. Ma chi fa l’amministratore pubblico deve far prevalere l’interesse pubblico collettivo diffuso».

    Pegli-riviera-ponente-DEppure il progetto, dopo le modifiche imposte dalla Regione e da altri enti aventi diritto a partecipare alla Conferenza dei servizi, è davvero molto meno invasivo tanto che Antonio Bruno, capogruppo Fds in Consiglio comunale, dopo aver votato contro la delibera nelle amministrazioni precedenti ha assicurato il proprio sostegno alla nuova opera.
    «Stiamo parlando di una zona che prima della Guerra aveva un’enorme spiaggia – ricorda il consigliere – che è stata ristretta con l’avvento di Italsider, riallargata con il porto Multedo e definitivamente sparita con gli interventi nel porto di Voltri. Inizialmente il progetto, approvato nel passato ciclo amministrativo con il mio voto contrario, era molto più invasivo e prevedeva un pesante accesso carrabile con la costruzione di un’apposita piastra per realizzare box auto nella zona delle “Focassette” e la conseguente generazione di traffico legato non solo all’accesso alle nuove banchine. Alla fine, anche grazie alle nuove norme regionali che vanno proprio a salvaguardare la zona delle “Focassette” e del “Castelluccio”, il progetto si è notevolmente ridotto e voterò a favore anche io».

    «Tutta l’aera del Castelluccio, che è ancora naturale, e la scogliera a ponente del porticciolo – specifica il vicesindaco Stefano Bernininon possono essere toccate. Il progetto ha dovuto per forze di cosa ridurre il proprio campo di intervento a uno spazio più ristretto. Questo ha consentito di andare incontro a molte richieste dei comitati locali, minor cementificazione e non costruzione della piastra per i posteggi su tutte. Per cui è stato presentato un nuovo progetto su cui ripartirà la Conferenza dei servizi già in atto prima, con minori dimensioni del porto in termini di lunghezza delle banchine, minor volumetria, diminuzione elevatissima dei posteggi ora solo a raso, e una viabilità pedonale interferita solo dal passaggio delle auto per andare in banchina. Effettivamente è cambiato il mondo: si salvano le parti naturali e si fa un porticciolo dove comunque sono già presenti alcune strutture».

    Tutto, dunque, parrebbe orientato al via libera per la realizzazione del progetto definitivo e, conseguentemente, di quello esecutivo. Ma in Sala Rossa ci sono ancora posizioni piuttosto critiche. Su tutte, quelle del M5S che dovrebbe presentare un sostanzioso emendamento che tuttavia il vicensindaco non sembra intenzionato ad accogliere, e del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, peraltro residente in zona.
    «Da quello che ho captato – commenta il presidente del Municipio, Mauro Avvenente – in Consiglio comunale ci sono soggetti che, vuoi per scarsa conoscenza del territorio o per prese di posizione di carattere ideologico, come quelle dei professionisti dei no a tutto, anche in questo caso esercitano la loro nefanda azione cercando di bloccare qualsiasi iniziativa che potrebbe creare anche posti di lavoro nel porticciolo e creare un volano molto positivo per tutto il tessuto commerciale nella zona di Pegli Lido. In questo contesto – prosegue Avvenente facendo chiaro riferimento a Pastorino – c’è anche chi si dice favorevole a parole al progetto ma vuole inserire nella delibera elementi accessori che rischiano di far saltare l’equilibrio economico dell’opera. Se chiedo di realizzare anche la fermata delle ferrovie, il sottopasso per collegare Pegli lido con il nuovo porticciolo (passaggio che in realtà esiste già ma è stato privatizzato) di fatto mi schiero contro l’opera. Se, infatti, fossi imprenditore e mi vedessi già dimezzato lo spazio per realizzare il posteggio e la superficie utile per attività commerciale, di fronte a queste ulteriori richieste mollerei tutto. Non far andare avanti il progetto vincitore, però, non è una scelta neutra ma significa voler agevolare lo status quo e chi già opera nella zona».

    pegli-ponente-riviera-panoramica-d6Una scelta ancora meno neutra se si tiene presente che, come previsto nelle richieste originarie dell’allora Circoscrizione ponentina, insieme con il nuovo porticciolo turistico di Pegli dovrebbe essere realizzata anche la passeggiata che ricongiunge fisicamente l’intero litorale del Ponente, da Multedo alla Fascia di Rispetto di Prà fino alla sponda sinistra del Branega, per poi tornare indietro sulla pista ciclabile a sud del canale di Calma. Non ultimo, seppure in un futuro probabilmente non proprio prossimo, potrebbe essere realizzato anche il ricongiungimento di Palmaro con Voltri che, a quel punto, darebbe vita alla passeggiata sul mare più lunga d’Europa, che consentirebbe di arrivare fino a Varazze senza soluzione di continuità. «Un obiettivo – conclude Avvenente – di straordinaria importanza che merita di essere sopravanzato rispetto agli interessi privati di chi pensa, pur legittimamente, a mantenere il proprio business o di chi non vuole essere disturbato sotto casa».

    Insomma, per capire realmente che cosa succederà dovremo aspettare quantomeno martedì prossimo perché le istanze dei consiglieri sono molteplici e riguardano anche questioni tra loro molto diverse. «Un problema sollevato dal Consiglio comunale – spiega Bernini – è che il porto ora come ora è in concessione non corretta a un privato che ha partecipato e perso la gara (Bagni Castelluccio, ndr) mentre la nuova opera va a un altro imprenditore. La gara, però, non è stata bandita dal Comune ma da Autorità portuale e, comunque, chi l’ha vinta ha tutto il diritto di realizzare le proprie opere. C’è poi – conclude Bernini – una discussione aperta sui pescatori professionistici che non sono stati presi in considerazione dal nuovo progetto: ma io, Comune, non posso certo far saltare per questo motivo la gara di Autorità portuale; tuttavia, posso impegnarmi ad agire con le altre istituzioni per trovare una collocazione idonea sempre nell’ambito portuale del Ponente».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatro dell’Ortica: dopo il blocco dello sfratto, ipotesi nuova struttura presso l’ex Guglielmetti

    Teatro dell’Ortica: dopo il blocco dello sfratto, ipotesi nuova struttura presso l’ex Guglielmetti

    centro-polivalente-auditorium-majorana-teatro-orticaTempo fa aveva fatto parecchio discutere la notizia dello sfratto, arrivata poco dopo il rinnovo del contratto di locazione a canone agevolato della durata di 3 anni, per il Teatro dell’Ortica e il centro polivalente Auditorium che sarebbero stati costretti ad abbandonare i locali di Via Allende 48 a Molassana, all’interno dell’Istituto superiore Majorana. Il motivo? Fare posto alle classi di un altro istituto, l’agrario Marsano che, prima sito in Via de Vincenzi, aveva bisogno di nuovi locali.

    Subito si erano scatenate le proteste di tutto il quartiere e l’ASP Brignole aveva dato la disponibilità ad ospitare teatro e centro Auditorium all’interno dell’Istituto Doria, in Via Struppa 50 (qui l’approfondimento di Era Superba). Un’operazione che avrebbe permesso all’Ortica di non abbandonare il quartiere di Molassana

    Che ne è stato del Teatro dell’Ortica? La revoca dello sfratto fino al 2015

    Abbiamo parlato con il direttore Mauro Pirovano «lo sfratto è stato bloccato e per tutto il 2015 la compagnia potrà continuare a lavorare all’interno del Majorana». È stata risolta l’impasse per cui, entrando gli studenti del Marsano, sarebbero dovuti uscire Auditorium e Ortica: gli alunni hanno sì effettuato il trasferimento previsto, ma sono andati ad occupare un’altra sezione dell’Istituto di Via Allende, senza toccare i locali al pianoterra, che sono rimasti agli operatori sociali e al teatro.

    La decisione è stata presa di concerto da Comune e Municipio IV, ma è stata a lungo sollecitata anche da cittadini, operatori, amministratori. Teatro e Auditorium svolgono anche un importante ruolo sociale di tutela dei soggetti deboli, con disagi e dipendenze, e si occupano di madri e bambini con handicap.

    Il futuro: un nuovo teatro all’ex officina Guglielmetti

    guglielmetti-molassanaL’ipotesi per il 2015 è il definitivo trasferimento all’interno delle ex Officine Guglielmetti, tra Via Lungobisagno Dalmazia, piazzale Bligny e via Terpi. Qui, nell’area un tempo adibita alla manutenzione e riparazione dei bus AMT, il gruppo Talea (società di gestione immobiliare coordinata da Coop Liguria) ha avanzato lo scorso ottobre la proposta di realizzare un complesso alberghiero con centro commerciale e parcheggio sulla copertura (qui l’inchiesta di Era Superba sul progetto ex Guglielmetti). Oggi il progetto prevede anche un locale per il Teatro dell’Ortica con spazio esterno per le manifestazioni artistiche, dagli spettacoli al cineforum.

    «Grazie alla collaborazione con Coop e Talea – conferma Pirovano – abbiamo avuto l’ok per la costruzione di un nuovo teatro all’interno della Guglielmetti. Per noi è una grande opportunità: è stata espressa questa intenzione e ne siamo felici. Ci auguriamo che si riesca a iniziare al più presto con i lavori: se partissero già entro l’estate, potrebbero essere conclusi entro fine 2015, così da essere operativi nel 2016 per poter dare il via a una nuova stagione».

    L’entusiasmo e la positività sono determinati dal fatto che gli interventi per la costruzione del teatro rientrano nel primo lotto di lavori e quindi, appena si avrà il via libera per iniziare, questo sarà tra i primi interventi ad essere realizzati.

    Commenta il vicesindaco Bernini: «Il progetto per l’ex Guglielmetti al momento è esaminato in Conferenza dei Servizi e sta affrontando il suo percorso naturale verso l’autorizzazione. Siamo molto vicini alla presentazione del progetto definitivo: si sta valutando il preliminare e sono in corso alcune modifiche, com’è naturale per un progetto così ampio e dal forte peso urbanistico. Dentro alla prima variante al progetto rientrano anche gli interventi per la creazione del nuovo Teatro dell’Ortica: si è parlato di rallentamenti sull’inizio dei lavori dovuti ai ritardi dell’apparato burocratico comunale, ma in realtà noi siamo quasi pronti, manca davvero poco. Se dei ritardi ci sono stati, sono dovuti alle proteste dei cittadini che hanno giustamente chiesto di apportare modifiche e di rendere il progetto meno impattante; noi, da parte nostra, stiamo cercando di venir loro incontro e abbiamo ridotto l’altezza dell’edificio che ospiterà l’albergo e modificato l’elicoidale del parcheggio. Per il resto, il progetto è buono e speriamo che i lavori partano presto».

    Continua Bernini soffermandosi sul caso specifico dell’Ortica «per quanto riguarda gli spazi esterni, ci sarà sì la possibilità di svolgere manifestazioni teatrali, ma non solo: è importante  che l’area resti al servizio dell’intera comunità. Sarà indetta una gara per assegnare ufficialmente l’area a un gestore e sarà dunque usata sia dall’Ortica che da tutta la comunità, dalle scuole e dalle altre associazioni di quartiere». A questo proposito, Bernini cita il caso del Teatro Akropolis: il Municipio ha aiutato la compagnia nella costruzione del teatro, ma poi questa si era resa disponibile a dialogare con la comunità, organizzando ad esempio corsi formativi per i bambini delle scuole del quartiere. Chi è dentro, chiosa il vice-sindaco, deve aiutare chi sta fuori.

     

    Elettra Antognetti

  • San Fruttuoso, silos Bosco Pelato: intervento edilizio a rischio, il Comune chiede modifiche al progetto

    San Fruttuoso, silos Bosco Pelato: intervento edilizio a rischio, il Comune chiede modifiche al progetto

    san fruttuoso 1La Fondazione Contubernio D’Albertis – proprietaria dell’area tra Piazza Solari e via Amarena, a San Fruttuoso, interessata dall’eventuale realizzazione di un contestato maxi-autosilos – non ha risposto con adeguata documentazione, entro i termini formalmente previsti, al preavviso di diniego a costruire inviatole dall’amministrazione comunale nel gennaio scorso. L’intervento edilizio, dunque, rimane in forte bilico. Il vice sindaco, Stefano Bernini, conferma «Il Contubernio sa quello che deve fare per ottenere il via libera al progetto. L’anomalia, come ho già avuto modo di spiegare, è la previsione di una struttura non completamente interrata. Dunque è necessaria una modifica progettuale con una riduzione volumetrica della parte fuori terra. E di conseguenza una riduzione del numero di box. Ciò chiama in causa anche i rapporti tra Contubernio e l’impresa costruttrice che ha acquisito l’area. Quest’ultima, presumibilmente, sta valutando il da farsi. Senza dimenticare che il comitato di cittadini contrario all’opera ha già annunciato l’intenzione di voler agire per vie legali nel caso dovesse partire il cantiere. Committente ed esecutore, insomma, stanno prendendo tempo».
    Nel frattempo – il 30 gennaio 2014l’udienza del Tar Liguria relativa alla causa intentata dalla Fondazione Contubernio D’Albertis contro il Comune di Genova per il ritardo nel rilasciarle il permesso di costruire, è stata per l’ennesima volta rinviata a data da destinarsi. In questo senso «Il preavviso di diniego è stata proprio una forma di autotutela da parte dell’amministrazione, anche in sede giudiziaria – sottolinea il vicesindaco – La posizione dell’amministrazione è chiarissima: se la Fondazione non modificherà il progetto la risposta del Comune sarà negativa. Noi a questo punto non dobbiamo più fare nulla, siamo soltanto in attesa».

    La posizione del Comitato Protezione Bosco Pelato

    Il Comitato Protezione Bosco Pelato (così è chiamata quest’ultima porzione di area verde sopravvissuta alla cementificazione), però, dà una diversa lettura dell’attuale situazione di impasse. «L’impressione è che la Fondazione, messa alle strette, voglia in qualche modo raddrizzare la situazione spiega Luca Motosso, esponente del comitato – attraverso un progetto ex novo (con la riduzione parziale del numero di box) che sostanzialmente non cambierà la natura impattante dell’intervento. Noi ribadiamo che non scenderemo a patti con nessuno, visto che il nostro obiettivo non è la riduzione del progetto. Per il comitato, se tutto davvero è in regola, si deve realizzare il progetto originale (è un diritto della controparte privata). Diversamente, come da noi dimostrato, se il progetto è illegittimo non deve essere costruito alcunché».

    Secondo il comitato «Il Contubernio, prima ha provato a forzare la mano citando per danni il Comune per il ritardo nel rilasciargli il permesso di costruire; adesso, invece, sta spingendo alla ricerca di una soluzione di compromesso». La Fondazione, infatti, ha richiesto per ben due volte il rinvio dell’udienza al Tar Liguria. «Questo la dice lunga e mette in evidenza come il Contubernio pensi di essere in torto e quindi conscio di aver presentato un progetto illegittimo», sottolinea Motosso.
    Iter amministrativo e procedimento giudiziario, nonostante siano due percorsi differenti, paiono indissolubilmente legati. Il 28 gennaio scorso – ovvero 2 giorni prima dell’udienza davanti al Tar – la Fondazione Contubernio «Ha depositato una memoria difensiva con la quale ha ribadito la sua convinzione nella legittimità del progetto – conclude Motosso – e ha affermato di esser d’accordo nel sospendere l’udienza data la sua intenzione di presentare un nuovo progetto per andare incontro alle richieste del Comune. La Fondazione, insomma, sta mischiando le carte nel tentativo di risolvere la vicenda a suo favore. Noi, però, non stiamo al gioco, pretendiamo che il rispetto delle regole valga per tutti e ribadiamo che l’istanza di diverse migliaia di cittadini è quella di non volere affatto il silos».

    Matteo Quadrone

  • Erzelli: progetto in stallo, a marzo la decisione dell’Università. Il rischio flop spaventa Ght

    Erzelli: progetto in stallo, a marzo la decisione dell’Università. Il rischio flop spaventa Ght

    erzelliPochi giorni fa con il sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo stati agli Erzelli, luogo ormai da anni sotto i riflettori e considerato progetto chiave per il futuro del territorio genovese. Abbiamo trovato cantieri fermi e poca voglia di parlare, in primis da parte di Ght, ma anche per quanto riguarda i lavoratori, parole superflue davanti ad una realtà già sufficientemente esplicativa. Fortunatamente abbiamo incontrato anche i ragazzi di Talent Garden, campus per il co-working, ad oggi unica realtà degna di nota sulla collina dell’high tech.

    Mobilità e trasporti

    erzelli-d10
    Da erasuperba.it (maggio 2013): “Per quanto riguarda il futuro, il punto focale è rappresentato dalla realizzazione della famosa funivia che dovrebbe collegare il polo scientifico-tecnologico con la nuova stazione ferroviaria di Calcinara, già concordata con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) e con l’aeroporto, il cui progetto è già stato presentato alla Comunità Europea per la richiesta di finanziamento. Ai piedi della collina, dunque, dovrebbe sorgere un posteggio multipiano che diventerebbe il centro intermodale dei trasporti, sul modello di interscambio presente ad esempio a Milano Famagosta: fermata dell’autobus, treno destinato a diventare metropolitana di superficie, e stazione della funivia, in collegamento diretto con la collina da un lato e l’aeroporto dall’altro”.

    D’altronde, che la visita non sarebbe stata una passeggiata, lo avevamo intuito già qualche giorno prima quando, studiando il percorso per raggiungere gli Erzelli, abbiamo avuto conferma che affidarsi ai mezzi pubblici sarebbe stato un rischio: l’autobus 5 di Amt – la circolare tra Cornigliano-Sestri-Erzelli – effettua corse solo in precise fasce orarie (dal mattino presto fino a metà mattina, e poi di nuovo da metà pomeriggio), anche se spesso si sente parlare del potenziamento dei collegamenti su gomma. Unico collegamento, il 128, poco pratico per chi come noi viene dal centro e dal Levante cittadino. Ci è tornato in mente un video che circolava anni fa su YouTube dal titolo “Erzelli, il viaggio della speranza”. Insomma, agli Erzelli ci vai perlopiù se sei auto o moto-munito. Tradito lo spirito avventuroso che ci spinge ogni settimana con #EraOnTheRoad a metterci nelle mani del trasporto locale, abbiamo preso la macchina a malincuore e raggiunto gli Erzelli in pochi minuti, partendo da Piazza Dante. Abbiamo avuto modo, così, di riscontrare che la collina è molto più vicina di quel che molti pensano: è pratica e facilmente raggiungibile soprattutto per quei dipendenti che – pur sempre auto-muniti – si recano al lavoro via autostrada, evitano le code del centro e possono disporre di un vasto parcheggio sotterraneo. Per ora il luogo risponde alle esigenze dei suoi fruitori. Il problema verrà, quando (e se) arriveranno gli studenti universitari e i ricercatori dell’IIT, molti dei quali sono stranieri o fuori sede e non dispongono di mezzi propri (già adesso per recarsi a Morego fanno uso di apposite navette).
    Sappiamo che, naturalmente, un piano per modificare la viabilità esiste, ma la sua attuazione è vincolata al trasferimento o meno del polo universitario. Non è un mistero che il rettore abbia caldeggiato l’incremento del trasporto su gomma, ma per ora non si farà nulla finché l’Università darà l’ok definitivo al trasferimento. Fino a questo momento, comunque, si è proceduto all’allargamento di Via dell’Acciaio, Sant’Elia e Melen, verso il potenziamento del collegamento diretto tra il polo e le stazioni di Sestri e Cornigliano.

    L’incontro con TAG, Talent Garden Genova

    tag-talent-garden-erzelliIncontriamo i ragazzi di TAG – Talent Garden Genova. Al primo piano del grattacielo ci aspettano Marco Franciosa, Elisabetta Migone e altri colleghi, il nucleo fondante e il cuore del progetto. Quella di TAG è un’esperienza particolare, capiamo subito di essere davanti a qualcosa che ci piace: un progetto indipendente, nato dall’iniziativa di giovani genovesi che, come dicono loro, «hanno visto qualcosa di interessante fuori (Milano, Bergamo, Brescia, Cosenza, Padova, Pisa, Torino, New York, n.d.r.) e hanno deciso di portarlo in città». La cosa bella è che ci sono riusciti, non senza sacrifici: per lanciare l’operazione i ragazzi hanno fatto investimenti personali, a dimostrazione della loro determinazione e motivazione. TAG ci sembra ad oggi un faro nel buio degli Erzelli:  TAG è colorato, moderno, eco-sostenibile, vissuto dagli “abitanti” (come li chiamano loro) che lo popolano. Se fuori sono stati spesi soldi pubblici per l’utenza privata, qui sono stati spesi soldi privati per un progetto sociale, anzi “social”.
    TAG è network di co-working, presente in varie città italiane, con postazioni multimediali aperte 24/7 per freelance, agenzie, start up i quali possono lavorare insieme, confrontarsi, mettere a disposizione le loro competenze. È un “ecosistema”, in cui le parole chiave sono tre: community, network TAG ed eventi. Qui si può decidere di affittare una scrivania, a lungo o breve termine, per sviluppare idee legate al mondo del digitale. A Genova TAG si sviluppa su 600 mq e all’interno ci sono informatici, designer, grafici, blogger, sviluppatori e altre figure, anche molto diverse tra loro. Delle 50 scrivanie totali, quelle occupate sono 34 e, contando che ha aperto i battenti solo lo scorso settembre, è un ottimo risultato. Anche perché TAG Genova ha organizzato finora vari eventi: dallo StartUp Weekend al prossimo Famelab del 15 marzo, grazie ai quali è riuscito ad attirare agli Erzelli molte persone che normalmente non avrebbero frequentato la zona, da molti considerata riservata ai soli “addetti ai lavori”. Ci raccontano da TAG: «La nostra è stata una scelta se vogliamo visionaria, lungimirante, ma era necessaria: questo luogo ci garantisce l’utilizzo di 1 Gb di banda larga, è altamente performante ed è l’unico in città adeguato alle nostre esigenze».

    La visita ai cantieri e il no comment di Ght

    Per quanto riguarda il futuro del progetto Parco Scientifico e Tecnologico sembrano avere tutti timore di esporsi. Per primi i dipendenti che incrociamo e con cui proviamo a parlare: ci rivelano che lì ogni edificio – e ogni azienda all’interno dello stesso edificio – è un mondo a parte. Al di fuori di TAG, infatti, sembra ancora lontano il mito del parco come luogo per il dialogo e la commistione di idee tra soggetti.
    Un discorso a parte per Ght: proviamo ad addentrarci nella loro sede per chiedere lumi, ma troviamo un fuggi fuggi generale. Questo accade dopo diverse telefonate in cui si annunciava la nostra visita e si chiedeva la possibilità di incontrare un rappresentante del gruppo che rispondesse a poche domande e ci accompagnasse in cantiere. Ma anche qui, risposta negativa: ci era stato persino “suggerito” di rivolgerci ai ragazzi di TAG, il cui compito non è certo quello di dare informazioni alla stampa sul Parco Scientifico e Tecnologico.

    Si attende il verdetto finale entro il 18 marzo: il punto con il vicesindaco Stefano Bernini

    Alla base c’è la difficoltà di commentare una situazione di stallo preoccupante. A ormai cinque anni dall’inizio dei lavori (di più se si considera quando si è iniziato a parlare del Parco Scientifico Tecnologico), tutto è appeso a un filo che si chiama Università di Genova, o meglio Facoltà di Ingegneria (oggi Scuola Politecnica), o meglio ancora rettore dell’Ateneo. Sì, perché è noto a tutti come in questi anni ci sia stata una continua altalena tra sì, no, forse da parte dell’Università, che non ha mai nascosto le sue perplessità circa il trasferimento sulla collina. Lo stesso Deferrari, attuale rettore, diceva di essere “non certo un fan” della proposta, e ha avuto modo di dimostrarlo. Dapprima, il problema era un indebitamento di circa 42 milioni di euro per spostare la Facoltà da Albaro alle alture di Sestri Ponente, nonostante l’elargizione di 85 milioni dal MIUR, 25 dalla Regione, 36 da Ght; poi, l’arrivo di un’ulteriore tranche di finanziamenti messi a disposizione da Ght (23 milioni, di cui 12 di fidejussione su alcuni edifici messi in vendita dall’Università e 11 risparmiati grazie alla cessione gratuita del parcheggio interrato). Infine, a metà 2013, un anno esatto dopo l’esacerbarsi della diatriba Ght-Università, è arrivata notizia che da Roma sono stati sbloccati 15 milioni di euro per la realizzazione dei laboratori di Ingegneria: un ulteriore aiuto alle casse languenti dell’Ateneo. Di nuovo, il trasferimento si faceva sempre più vicino, ma finora non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale: «ormai ci siamo, si attendono notizie a giorni sulla decisione dell’Università», assicura Bernini.

    Si aspetta, infatti, che trascorrano i trenta giorni di tempo concessi da Ght all’Ateneo a partire dal 17 febbraio (la scadenza dell’ultimatum è il 18 marzo) per formalizzare l’intenzione di acquisire l’area degli Erzelli in cui sorgerà l’università. La decisione non ha mancato di suscitare polemiche, come quelle avanzate giorni fa da Liguria Civica, che in una nota ha comunicato: “Lasciare che sia l’università con un rettore in scadenza (il 31 ottobre 2014, n.d.r.) a decidere di un’operazione che condizionerà il futuro dell’ateneo è una scelta non condivisibile. La decisione di Ericsson di licenziare, piuttosto che assumere, dovrebbe far riflettere sull’opportunità di trasferire la Facoltà, senza peraltro avere garanzie circa la permanenza dell’azienda”.

    In caso di acquisizione dell’Ateneo, il progetto ripartirebbe da dove si è (troppo a lungo) interrotto, aprendo anche all’ingresso di parte dei laboratori di IIT e realizzando un vero e proprio campus scientifico e tecnologico. Proprio IIT, da noi contattato telefonicamente, conferma che c’è l’intenzione di un trasferimento, ma non nell’immediato: stanno affrontando lavori di ristrutturazione dell’auditorium nella sede di Morego e non si sa né quando né quali dipartimenti saranno trasferiti agli Erzelli.
    In caso di mancata acquisizione da parte dell’Università, invece, il progetto sarebbe da ripensare perché quello che era nato per diventare un polo in cui aziende e universitari lavorassero fianco fianco sarebbe snaturato e mutilato di una parte. «Siamo in una fase clou. Non si può parlare di Parco Scientifico e Tecnologico senza la presenza di Ingegneria – continua Bernini – il progetto è nato allo scopo di inserire i laureati direttamente in azienda, creare un connubio tra vari soggetti, favorire la ricerca scientifica, la produzione, gli stage. È una grande opportunità che l’università dovrebbe cogliere, e la motivazione per il no non può essere che il polo “è troppo lontano da casa mia”, come ha detto qualcuno».

    Se dunque arrivasse un no, saremmo di fronte a uno stallo ulteriore e si dovrebbe decidere se andare avanti per questa strada, coinvolgendo altri atenei e istituti di ricerca, magari stranieri o di altre città italiane (si parlava di Torino e Milano, ma anche di partner cinesi), o se ripensare il progetto in toto.
    Che ne sarebbe allora della “Silicon Valley” esaltata da Federico Rampini sulle pagine di Repubblica? Che ne sarebbe della grande piazza, più grande di Piazza De Ferrari, delle residenze studentesche, dell’integrazione delle competenze aziendali, del parco verde, del lago con bacino di raccolta delle acque piovane e di tutti i buoni, avanguardisti propositi? Una sconfitta per la città o la naturale caduta di un progetto troppo ambizioso, forse prematuro?

    Elettra Antognetti

  • Voltri, “piazza grande” sul mare. Troppo caro il progetto delle associazioni, quale futuro?

    Voltri, “piazza grande” sul mare. Troppo caro il progetto delle associazioni, quale futuro?

    Giardini Caduti Partigiani VoltresiPoche settimane fa con #EraOnTheRoad vi abbiamo portato a Voltri e abbiamo incontrato l’assessore municipale Carlo Calcagno. Tra i temi trattati, abbiamo parlato dello stato attuale di Piazza Caduti Voltresi, a ridosso del lungomare e affacciata su Via Camozzini. Si tratta di una piazza centrale per lo sviluppo del quartiere ponentino: è la più grande della zona, ma oggi resta poco sfruttata e adibita a parcheggio. Le potenzialità sarebbero tante, visto che la piazza nasce a fianco alla passeggiata a mare, e si sviluppa all’estremità del nuovo polo culturale voltrese, composto da biblioteche (la Benzi), Teatro Cargo, centri sportivi, campi da calcio, società di pescatori e, stando al recente annuncio della Regione Liguria, anche un nuovo presidio di Asl 3 per la cura dell’alzheimer al posto dell’edificio ex Coproma.

    Addio al progetto del Laboratorio Zerozoone?

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    Il progetto di riqualificazione di Piazza Caduti Partigiani Voltresi (erasuperba.it / Ott 2012): “Uno spazio pubblico innovativo, dinamico e multifunzionale, partendo dal basso, dalle esigenze dei cittadini. Una piazza dotata di tutte le carte in regola per diventare un luogo “aperto”, simbolo identificabile del quartiere di Voltri”.

    Oggi la situazione è di stallo, anche se in passato ci sono stati vari tentativi di riqualificazione. Uno su tutti, il progetto di restyling proposto nel 2009 dalle associazioni territoriali e dalle istituzioni locali, e realizzato dal Laboratorio Zerozoone, collettivo di architetti. Il progetto ha dovuto affrontare un iter triennale prima di raggiungere l’approvazione (passando per l’ok di ben undici soggetti differenti). Nonostante il via libera ottenuto nel maggio 2012, il nullaosta da parte dell’Amministrazione e l’apparente imminenza dell’inizio lavori, il progetto è naufragato per colpa dei costi alti e dei pochi fondi. Sarebbe stato infatti necessario un investimento di 290 mila euro, ma ne sono stati stanziati soltanto 116 (reperiti grazie a bandi per la realizzazione di opere pubbliche e disposti dalla Regione). Sufficienti per partire, ma non per completare l’opera. Infatti, il finanziamento per realizzare il primo dei 4 lotti previsti ammontava a 170 mila euro, che non sono stati trovati.

     A distanza di un anno e mezzo i lavori, dati per immediati, non sono partiti e – nonostante l’appoggio unanime di tutti i soggetti coinvolti – il progetto è collassato. I soldi già stanziati verranno comunque impiegati per interventi sulla piazza e non è escluso che si possa tornare a ragionare sul progetto di Zerozoone: «Sarebbe da limare perché così come era stato pensato costava troppo – commenta Carlo Calcagno assessore del Municipio Ponente – non saprei dire ora con certezza se si dovrà adattare la proposta di Zerozoone o cambiarla in toto. Le risorse, ad ogni modo, saranno impiegate per la realizzazione di una “piazza per gli spettacoli”, in cui si svolgeranno eventi e manifestazioni. Sarà il fulcro di tutta Voltri, aperta soprattutto ai giovani e ai bambini, e si inserirà nel complesso poco più a levante formato da strutture scolastiche, campo da bocce, tennis, ecc. Qui si terranno mostre e si inserirà del verde: è una piazza sul mare che va sfruttata». L’Amministrazione sta cercando di prendere una linea comune riguardo al progetto: la situazione dovrebbe sbloccarsi entro un mese. È stata bandita una gara d’appalto e si va verso l’assegnazione. Adesso, conferma Calcagno, lo spazio è una “piazza dei bambini”,  ma i giochi e le strutture adatte ai piccoli sono da potenziare e incrementare, per rispondere alle esigenze del quartiere.

    piazza-caduti-partigiani-voltresi-campettoL’obiettivo era ed è ancora quello di collegare passeggiata a mare e tessuto urbano di Voltri: il lungomare, da poco ristrutturato e sempre molto animato, potrebbe ridare slancio anche all’antistante centro storico del quartiere, a Via Camozzini e alle zone limitrofe, collegando Piazza Gaggero al capolinea del bus 1 di Amt. La proposta di alcuni cittadini – e di chi gestisce attività fuori dal centro storico voltrese – è quella di spostare il mercato settimanale da Piazza Gaggero a Piazza Caduti Partigiani Voltresi. Alcuni di loro assicurano di avere mosso passi concreti per la realizzazione di un progetto da presentare alle istituzioni. La storia si ripete?

    Elettra Antognetti

  • Nuovo depuratore Cornigliano, ok al trasferimento delle aree ex Ilva a Mediterranea delle Acque

    Nuovo depuratore Cornigliano, ok al trasferimento delle aree ex Ilva a Mediterranea delle Acque

    Cantiere fiume polceveraCome anticipato da Era Superba nelle scorse settimane (qui l’approfondimento) è stata approvata ieri dal Consiglio comunale la delibera per il passaggio dei terreni ex Ilva da Autorità Portuale a Mediterranea delle Acque per la realizzazione del nuovo depuratore di Cornigliano per il trattamento dei fanghi e delle acque, che consentirà la dismissione degli impianti di via Rolla (attuale depuratore di Cornigliano) e Volpara (Valbisagno).

    In Aula votano sì tutti i consiglieri presenti, unici astenuti il M5S: «Non siamo contrari alla delibera – commenta il capogruppo Paolo Putti – ma ci lascia dubbiosi il fatto di dover prendere adesso la decisione per l’acquisto del terreno senza avere idea del progetto dettagliato che andremo a realizzare. Se poi a progetto concluso ci rendiamo conto che l’area acquisita è inadatta o non consona?»

  • Restyling via Cornigliano, bando di concorso. Per il via ai lavori si va oltre il 2015

    Restyling via Cornigliano, bando di concorso. Per il via ai lavori si va oltre il 2015

    Giardini Melis CorniglianoCome raccontato già qualche mese (qui l’approfondimento), il percorso che trasformerà via Cornigliano in un boulevard che nulla avrà da invidiare al centro storico della vicina Sestri Ponente vivrà un suo momento cruciale nel concorso di idee coordinato dal Municipio Medio Ponente e al quale già diversi gruppi di architetti hanno manifestato il proprio interesse: 16 mila metri quadrati per cui non potranno essere spesi più 5,5 milioni di euro e che dovranno rispondere a precise richieste inoltrate da commercianti e abitanti della zona nel corso di un incontro pubblico.

    Rispondendo a un articolo 54 in Consiglio comunale, proposto da Guido Grillo (Pdl), il vicesindaco Stefano Bernini ha fatto il punto della situazione: «L’assemblea pubblica, che ha fornito precise indicazioni sul restyling per chi vorrà partecipare al concorso, è la naturale prosecuzione di un precorso di progettazione partecipata, concordato con il Municipio e mirato a restituire ampio spazio di vivibilità al quartiere di Cornigliano».

    Nel corso dell’assemblea sono state affrontate alcune tematiche cruciali per la Cornigliano del futuro: dalla riduzione della carreggiata a una corsia per senso di marcia al conseguente allargamento dei marciapiedi; dalla presenza di due piste ciclabili alla chiusura dei sottopassaggi; dalla distribuzione dell’alberatura e delle aree verdi alla limitazione delle zone di sosta per le vetture. Tutti questi elementi sono diventati parte integrante del bando di concorso che si sviluppa in due tornate: solo le cinque idee più convincenti, infatti, saranno chiamate a redigere il progetto preliminare e a competere per l’aggiudicazione definitiva.

    «Va specificato – aggiunge Bernini – che il concorso di idee non riguarda tutto il quartiere ma un’area ben definita. È, infatti, esclusa dalla progettazione piazzetta Massena perché sarà oggetto di un approfondimento successivo essendo nodo di collegamento delicato con corso Perrone e il ponte sul Polcevera. Sull’area che va da via Dufour a piazza Savio, invece, si chiede di sviluppare una progettazione che tenga conto della particolare presenza di attività produttive e di servizio alla circolazione che incidono sugli accessi al marciapiede lato monte».

    Altro punto interessante riguarda i tempi di avvio e realizzazione delle opere. Qui il vicesindaco ricalibra il tiro rispetto a quanto affermato, ormai mesi fa, dal direttore di Società per Cornigliano, Enrico Da Molo: «È un po’ avventato parlare del 2015 per l’avvio dei lavori – sostiene Bernini – perché bisogna quantomeno attendere l’apertura della Strada a mare per decongestionare il cuore di Cornigliano da quel 94% di traffico che attualmente non si ferma nel quartiere ma lo usa solo come passaggio per tornare in centro o andare a Ponente». Ma non basterà neppure la nuova infrastruttura a scorrimento veloce. «Prima di poter dar via ai cantieri che probabilmente verranno suddivisi in due lotti – prosegue Bernini – dovremo anche sistemare, almeno temporaneamente, il collegamento con la viabilità delle due sponde della Valpolcevera che ora deve per forza passare per Cornigliano. Un’ipotesi allo studio è quella di sfruttare salita Granara».

    Nel frattempo, comunque, non si resta a guardare. L’operazione di restyling di Cornigliano, infatti, sta riguardando e riguarderà tutte le vie perpendicolari all’arteria principale, come via Verona e via Vetrano che hanno progetti già approvati: una sorta di piacevole antipasto, giusto per iniziare a farsi la bocca.

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    Ponte Parodi, il nuovo waterfront è una chimera? Bernini: «Inadempienze e ritardi epocali»

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3«Ponte Parodi è uno di quei tanti, classici lavori che nella nostra città vengono molto annunciati, molto discussi, molto progettati e mai realizzati». Le parole con cui Simone Farello, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha iniziato la sua interrogazione a risposta immediata rivolta al vicensindaco Bernini, sono quanto mai emblematiche nel riassumere l’ormai quasi ventennale (non) storia della riqualificazione di questa porzione di waterfront (qui l’approfondimento di Era Superba).

    La questione, riproposta in Sala Rossa anche dai consiglieri Campora e Grillo (Pdl), è nota a tutti. Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, nell’area di circa 40 mila metri quadrati che affianca la Darsena dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo”. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, siamo arrivati ai primi mesi del 2014 e tutto continua a tacere. Per cui anche la nuova deadline che auspicava la fine dei lavori prevista tra 2015 e 2016 è destinata a essere ampiamente superata.

    Negli ultimi mesi, si è fatta largo l’ipotesi che il progetto potesse essere ormai desueto e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area. Da cui potrebbero essere motivate le infinite lunghezze. Come stanno veramente le cose? «A noi – assicura Bernini – nessuno è mai venuto a manifestare un diminuito interesse per l’area. Anzi, ancora fine dicembre abbiamo incontrato Altarea per proseguire il lungo lavoro di predisposizione della convenzione che dovrà essere siglata per lo sviluppo delle attività».

    Appunto, lo sviluppo delle attività. Anzi, l’avvio: una chimera?

    [quote]Inutile negare che ci siano state delle inadempienze e dei ritardi epocali ma le colpe del Comune sono davvero poche»[/quote]

    «Per quanto ci riguarda – prosegue Bernini – dovevamo garantire gli accessi da via Buozzi i cui lavori di riqualificazione, legati anche al nuovo deposito della Metropolitana, sicuramente saranno terminati molto prima delle strutture di Ponte Parodi (anche se le ultime notizie su via Buozzi non sono proprio rassicuranti, ndr). Il grave ritardo, invece, è da ascrivere soprattutto ad Autorità portuale che non ha ancora terminato le opere idrauliche alla radice del Ponte. Finché non vengono completati questi lavori non è possibile procedere alla cinturazione del molo che darebbe poi la possibilità di avviare la cantierizzazione».

    A dire il vero, al Comune spettava anche la soluzione di un’altra questione, seppur di minore impatto, rimasta a lungo in sospeso: la ricollocazione della Pubblica Assistenza. «Per quanto riguarda la Croce Verde – assicura Bernini – con un investimento di circa 20 mila euro siamo riusciti a trovare una nuova sistemazione al Tabarca». Ci sarebbe poi il definitivo trasloco della ditta Santoro srl, che si occupa di gestione di rifiuti portuali e navali, ma anche su questo il vicesindaco rimbalza la palla ad Autorità portuale.

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    «Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata racconta ad Era Superba il direttore di Porto Antico Alberto Cappatola nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea»

    A fare le spese di tutti questi ritardi, finora, è stata soprattutto Porto Antico spa, società partecipata per il 51% dal Comune di Genova, che ha anticipato i costi per l’abbattimento del silos granario, che saranno coperti da Altarea (attraverso un passaggio intermedio via Tursi) solo in seguito alla ratifica della convezione. Convezione che il gruppo non ha alcuna intenzione di firmare finché non potrà effettivamente mettersi al lavoro.

    Ma le luci all’orizzonte sono ancora molto, molto distanti e più passa il tempo, più la situazione si fa intricata. «C’è un problema di carattere urbanistico – spiega Bernini – perché l’area comprende anche lo storico edificio Hennebique, il cui bando per la concessione è andato deserto (qui l’approfondimento, ndr). La discussione che si aperta successivamente ha chiamato in causa una modifica dei pesi degli spazi vincolati all’uso pubblico che inizialmente erano fissati al 51% con la possibilità di scendere ulteriormente in caso di realizzazione di un polo alberghiero».

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2«È chiaro che per rendere l’investimento appetibile, data la complessità dell’intervento di manutenzione anche a seguito dei vincoli imposti dalla Sovrintendenza, è necessario diminuire la quota destinata a uso pubblico. Ma nel momento in cui le proporzioni dovessero diventare molto vantaggiose per quanto riguarda la percentuale a uso privato, che non significa per forza commerciale, è naturale che anche Altarea potrebbe chiedere una rivisitazione delle proprie condizioni (61% pubblico, 39% privato)». La questione è perciò delicata e, con tutta probabilità, sarà risolta contestualmente, senza dimenticare che la decisione finale sull’eventuale modifica delle destinazioni d’uso dovrà passare attraverso le forche caudine del Consiglio comunale.

    «Non credo – conclude il vicesindaco, tornando alla domanda che aveva dato inizialmente il la alla questione – che Altarea abbia alcun interesse a far saltare il banco prima di essere giunti alla conclusione di questo percorso, anche perché fino ad oggi ci sono state mutue accettazioni dei ritardi tali per cui si è tutelato lo status quo. Se, terminato questo percorso, dovessero esserci ulteriori ritardi da parte di Autorità portuale, allora potrebbe effettivamente verificarsi un ritiro della società: in tal caso dovremmo occuparci – e preoccuparci data la difficoltà – di trovare situazioni alternative di utilizzo che sappiano remunerare gli investimenti anticipati dalla Porto Antico».

    Simone D’Ambrosio