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  • Facebook Reactions, grande assente il “non mi piace”. Quanto cambia la nostra “vita social”?

    Facebook Reactions, grande assente il “non mi piace”. Quanto cambia la nostra “vita social”?

    Facebook ReactionsSono cinque e tutte in fervente movimento, le nuove Reactions di Facebook. Sistemate in fila sotto ad ogni post, su desktop si aprono al passaggio del mouse sul tasto “mi piace”, su mobile si apre una finestra al clic, da cui scegliere la faccina che meglio esprime il nostro stato emotivo riguardo a quel particolare contenuto. Dall’amore alla meraviglia, dalla risata divertita alla tristezza, sino alla rabbia. Agli appassionati di cinema ricorderanno le simpatiche emozioni antropomorfe portate alla ribalta dal film d’animazione Inside Out. Insomma, un modo per ricordarci che non siamo semplicemente macchine da like ma sappiamo andare anche oltre.

    E se il post non “mi piace”?

    FacebookAlternative e complementari al classico tasto “mi piace”, le Reactions regalano quindi all’utente un ventaglio di possibilità emotive in più per esprimere opinioni sui vari contenuti. Mark Zuckerberg in persona, ieri, ha sottolineato la necessità degli utenti di avere più modi di esprimersi, spiegando come sia arrivato alla decisione di bypassare il tanto discusso tasto “non mi piace” e approdare alle Reactions. Il tutto in un tono pacato di politically correct, che rimarca la non necessità degli utenti di dire agli amici che quel contenuto proprio non piace.
    Per ora, infatti, stando a Zuckerberg, la reazione più amata di tutte è stata quella dell’amore.

    Ma cosa è successo alla vecchia e sana disapprovazione? C’è da chiedersi se la decisione di eliminare le espressioni di perplessità, disapprovazione o dubbio c’entri qualcosa con la volontà di mantenere Facebook al di fuori di terreni di scontro o discussioni, anche se in realtà è decisamente troppo tardi. La dimostrazione è data dalle migliaia di commenti sotto i post di attualità, in primis, ma anche quelli di diversi temi scottanti, in cui gli utenti non tardano a esprimere tutta la propria disapprovazione, spesso con toni decisamente fuori dalle righe.

    La Reaction “angry”, secondo Zuckerberg, serve solo a esprimere rabbia per un particolare contenuto che ci colpisce in maniera negativa: la notizia di un ospedale raso al suolo in Siria dai bombardamenti aerei o quella di un cucciolo di delfino morto in spiaggia maneggiato dai turisti, si suppone. Nessun accenno allo stato emotivo di “ciò che stai scrivendo non mi piace, sono totalmente in disaccordo”. Perché mai eliminarlo, se ciò che accade nella realtà dei fatti dimostra che spesso, invece, è così? Una delle ragioni sembra proprio essere la volontà di proteggere gli utenti da eventuale bullismo da dislike, ma potrebbe non essere l’unica.

    Un’altra ipotesi è la profilazione emotiva, quella che punta a ricordare, secondo l’utilizzo delle reazioni, le nostre preferenze di contenuto, per poterci riproporre in un secondo momento contenuti simili a quelli a cui abbiamo già espresso amore, meraviglia o divertimento.
    Da questo punto di vista è molto più interessante sapere, per chi ci profila, ciò che ci suscita meraviglia, piuttosto che ciò che disapproviamo. Che sia quindi, oltre che una scelta politically correct, anche una questione di marketing?

    Da una profilazione emotiva al marketing

    Inside OutLo studio per le nuove Reactions è partito dalle risposte più comuni degli utenti nello spazio commenti sotto ad ogni post. “LOL” e “Love” si sono guadagnati i primi posti, insieme alle altre emoji più utilizzate, come quella triste o arrabbiata.
    Quasi superfluo sottolineare come questi bottoni cambieranno radicalmente, con il tempo, il modo degli utenti di esprimersi e, parallelamente, il modo delle aziende di studiare gli insight delle loro pagine. Più risposte possibili da parte degli utenti significano più profilazioni, più dati da analizzare, più informazioni per studiare il target di riferimento.

    Insomma, sicuramente le aziende o i grandi contenitori editoriali staranno già studiando i diversi temperamenti degli utenti, collegando le reazioni ai vari contenuti semantici di un post, per poi ricostruire le personalità vere e proprie. Il tutto nell’ottica di proporre contenuti – anche pubblicitari – perfettamente ritagliati, utente per utente.

    Gli utenti in “crisi”

    Dall’altro lato dello schermo, non sono mancate le prime perplessità: passare dalla scelta obbligata del like ad un ventaglio di ben sei emozioni diverse sta mandando gli utenti in confusione. C’è già chi si chiede perché, se stiamo andando verso la semplificazione più assoluta, veniamo confusi con una serie di faccine la cui sfumatura di significato spesso si sovrappone (sì, questo mi piace, ma lo amo? È anche divertente, ma non solo), col risultato di farci abbandonare un contenuto senza esprimere alcuna opinione perché troppo complesso per il mondo dell’immediatezza dei social. 

    La conclusione è che, come tutti i cambiamenti epocali di un dato medium, ci saranno sicuramente pro e contro, livellamenti in corso d’opera e nuovi studi sui comportamenti umani all’approccio del mezzo. Per ora, non resta che capire se siamo meravigliati, tristi, divertiti o arrabbiati a riguardo.


    Alessandra Arpi
    www.thesocialeffect.it/the-social-blog.html

  • Filter Bubble, il “web su misura”: quando il mondo ruota intorno a te. Intervista a Claudia Vago

    Filter Bubble, il “web su misura”: quando il mondo ruota intorno a te. Intervista a Claudia Vago

    computer-tecnologia-internet-web
    Prendiamo come esempio le foto del vostro weekend fuori città. Una volta pubblicate, non avete avuto anche voi l’impressione che tutti i vostri contatti di Facebook siano stati lì o abbiano fatto qualcosa di molto simile a voi? Allo stesso modo non vi pare che non sappiate più nulla di qualche amico che aveva idee un po’ lontane dalle vostre? E anche i risultati delle vostre ricerche su Google, non vi sembrano con il tempo sempre più azzeccati, sempre più vicini alle vostre abitudini?

    Non scopriamo niente di nuovo. Ormai in tutto il mondo si parla sempre più frequentemente di “Filter Bubble”, la “bolla”, una sorta di mondo su misura che ci avvolge quasi perfettamente quando navighiamo in rete e ci permette di trovare solo cose che ci piacciono o che pensiamo di voler cercare. Ne abbiamo parlato con Claudia Vago, ligure, vive a Chiavari, social media curator, esperta del web e già nota su twitter come @tigella; ci siamo fatti aiutare dal saggio pubblicato con il titolo “Il filtro” (thefilterbubble.com) di Eli Pariser, attivista ed esperto di web statunitense. Pariser scrive “il clic su un risultato di una ricerca costruisce un indizio della nostra personalità; i termini che cerchiamo rivelano i nostri interessi. Esiste un mercato dei comportamenti, ogni clic è merce e ogni movimento del mouse può essere venduto al miglior offerente…”. Da qui parte la sua definizione di Filter Bubble, in altre parole l’effetto che creano intorno a noi i servizi online che usiamo, su tutti, ovviamente, i social media (facebook, twitter, google+…).

    [quote]Il clic su un risultato di una ricerca costruisce un indizio della nostra personalità. I termini che cerchiamo rivelano i nostri interessi. Esiste un mercato dei comportamenti, ogni clic è merce e ogni movimento del mouse può essere venduto al miglior offerente.[/quote]

    Siamo tutti i giorni sui social network ma non ne conosciamo i meccanismi, questa è la piaga in cui Claudia Vago mette il dito. Non si tratta certo di questioni tecniche, ma è importante conoscere nello specifico le funzioni, come sono stati pensati e perché. Questo semplice bagaglio di informazioni aiuterebbe a muoverci con maggiore intelligenza e cognizione di causa, a selezionare e capire, prima di scegliere o commentare e ci permetterebbe, soprattutto, di godere maggiormente delle infinite potenzialità della rete. «Ho l’impressione che meno ci interessiamo allo strumento e più aumenta il rischio di diventare noi stessi strumenti», è il pensiero di @Tigella.

    Filter Bubble: nessuna cospirazione, è “solo” un problema culturale…

    «Tutte queste aziende, che hanno ovviamente lo scopo di fare soldi, raggiungono i loro obiettivi offrendo servizi sempre più rispondenti alle nostre esigenze – spiega Claudia Vago – e quindi tendono a raccogliere su di noi sempre più informazioni in modo da darci ogni volta la risposta che cerchiamo, che si tratti di consiglio di acquisto, del risultato di ricerca sponsorizzato che più si avvicina al nostro interesse o di un libro su Amazon».
    Il meccanismo è “semplice” e si basa sulle azioni che facciamo ogni volta che siamo in rete: quando aggiorniamo il nostro stato social, postiamo un tweet, cerchiamo una ricetta di cucina, acquistiamo un volo o prenotiamo un hotel, forniamo i dati e le informazioni che, in continuo aggiornamento, contribuiscono a creare intorno a noi la bolla più adatta.
    In modo ancor più semplice: se ci troviamo su Amazon, ad esempio, e girovaghiamo fra i titoli, sarà esso stesso a segnarsi quali copertine abbiamo ingrandito, quali recensioni abbiamo letto e ovviamente quale libro abbiamo comprato per poi mandarci via email i prossimi consigli per gli acquisti. E state tranquilli che se cercavate un libro di ricette ora anche gli annunci sul vostro newsfeed di Facebook saranno ricette di cucina, così come gli annunci pubblicitari di qualsiasi sito visiterete.

    «Tutte queste operazioni messe in campo dalle piattaforme web – continua Vago – sono dei veri e propri filtri; le informazioni che la rete contiene sono infinite, si parla di information overload, quindi queste piattaforme tendono a volerci orientare in questo sovraccarico di informazioni utilizzando filtri basati su algoritmi, così da creare intorno a noi la bolla nella quale ci muoviamo convinti di osservare il mondo intero quando invece si tratta solo di una piccola parte, costruita su misura, selezionata a monte».

    Una porzione di mondo, dunque, che ci è stata cucita addosso. «Tendiamo a vedere sempre più cose che ci assomigliano, a circondarci di persone che la pensano come noi, ed è qui che arrivano i pericoli: ogni giorno vediamo sempre più rafforzate le nostre opinioni e le nostre credenze perché quello che ci circonda sembra essere sempre sulla nostra stessa lunghezza d’onda. Questo a me spaventa, perché noi consideriamo il web come il luogo nel quale chiunque può esprimere e allo stesso tempo venire a contatto con qualsiasi opinione, poi nei fatti quello che succede è che veniamo a contatto solo con le cose che chi gestisce i servizi che usiamo intende farci vedere».

    Il non avere coscienza, soprattutto sui social network, di vivere un’esperienza limitata soltanto ad una porzione di mondo ben selezionata, può portare di riflesso la persona ad una visione miope e a fare valutazioni non corrette sulla realtà che lo circonda. Appiattire e livellare personalità e conoscenza, capacità di analisi e di confronto. «L’errore è pensare che il web si riduca a ciò che scorre quotidianamente sulla timeline di twitter o facebook, occorre tenere sempre a mente che quello è il riassunto degli interessi che accomunano una cerchia di utenti. Partire da questo presupposto è importante per migliorare e rendere più interessante e stimolante la nostra esperienza in rete».

    Ognuno di noi ha la possibilità di approfondire il funzionamento di algoritmi e cookie, non nel dettaglio, ma quanto basta per avere un’idea di quali sono le loro caratteristiche e come funzionano. I cookie sono le “tracce” (stringhe di testo) che vengono inviate da un server ogni volta che vi accediamo, ogni volta che visitiamo una pagina web o una piattaforma social. Gli algoritmi raccolgono una serie di dati rispetto alle nostre ricerche o ai nostri mi piace ecc… In entrambi i casi i dati raccolti serviranno (una volta venduti) a creare le bolle intorno a noi. D’altronde, lo stesso Facebook ci avverte: “Le notizie che vengono mostrate nella tua sezione Notizie sono determinate dalle tue connessioni e attività su Facebook”.

    Spingerci ogni volta che navighiamo al di là della bolla significa ad esempio cercare informazioni su account twitter che non seguiamo, oppure per quanto riguarda gli hashtag scorrere sempre oltre quelli proposti e infine “armarsi” di browser che permettano di essere anonimi. È ovvio che non spetti alle stesse aziende spiegare nel dettaglio le dinamiche del loro operare finché queste rimangono nei confini, seppur sottili, della legalità. «Arriverà il momento in cui sarà compito della famiglia e delle scuole formare i ragazzi all’utilizzo consapevole del web. Anche partendo dall’abc, perché ancora oggi molte persone sono convinte ad esempio che avere un nickname voglia dire essere anonimi. Il fatto è che questi strumenti fanno parte del nostro quotidiano ma non ne sappiamo assolutamente nulla. É un problema in tutti i campi, un po’ come avere un’auto e non sapere dove mettere le mani in caso di guasto… Così sul web, andando avanti di questo passo dovremo sempre dipendere da altri».

     

    Claudia Dani

  • Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep web, quello che Google non vede: l’1% del web è indicizzato. Intervista a Carola Frediani

    Deep Web, Carola Frediani
    Chi è Carola Frediani. È giornalista, si è formata e ha lavorato con Franco Carlini (pioniere della Rete e autore di Chip&Salsa) nell’agenzia Totem. Ha fondato l’agenzia Effecinque, agenzia giornalisti indipendente.
    Frediani si è immersa nel web “profondo” per più di due anni, lo ha frequentato, passando giorni in chat per conoscere chi quel mondo lo frequenta per i più diversi motivi, sia da spettatore che da protagonista. E lo ha esplorato facendo il proprio mestiere da giornalista: ponendo domande, verificando le fonti e riunendo tutto in un testo un racconto-inchiesta.

    “La prima regola del Deep Web è che non si parla del Deep Web”. Così esordisce l’ebook di Carola Frediani. “Chi lo pratica e lo vive, per i motivi più diversi, in genere non ama la pubblicità. Chi dovrebbe parlarne, ad esempio i media, di solito non va mai oltre l’immagine cupa e vaga di “web oscuro”. In queste due frasi “ rubate” all’introduzione dell’ebook di Carola Frediani “Deep Web. La rete oltre Google. Personaggi, storie, luoghi dell’internet profonda” edito dalla casa editrice digitale Quintadicopertina, sono riassunte le motivazioni per cui abbiamo deciso di intervistare l’autrice e cercare di raccontare (almeno in parte) che cosa vi sia all’interno di questo mondo.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    Per chiunque di noi, internet corrisponde a Google o meglio ai motori di ricerca più in generale, è da qui che partiamo quando vogliamo essere informati o quando cerchiamo qualcosa. Poi vi è tutto il mondo dei social media, che probabilmente, in alcuni casi, dribbla il passaggio della pagina iniziale di Google perché ci offre, già bello e pronto, quello che ci aspettiamo di trovare e che vogliamo cercare: notizie di ciò che ci accade intorno, aggiornamenti e spostamenti delle persone che conosciamo, l’ultimo post del personaggio famoso che seguiamo, eccetera eccetera. Ma aldilà di tutto questo vi è un mondo “nascosto”, “sommerso”, “profondo” ai più, ugualmente popolato di persone, di fatti che accadono e di comunicazioni che si scambiano. Questo è in parole molto semplici quello che gli inglesi chiamano Deep Web e che l’autrice che ha risposto alle nostre domande ha indagato e raccontato.
    Per farsi un’idea più chiara, partite dal presupposto che solo poco più dell’1% del web è indicizzato e “trovabile” dai motori di ricerca, la maggior parte delle risorse sono raggiungibili solo tramite link diretti e navigazione in anonimato. Qui sta il contenuto dell’indagine di Frediani.

    Illustrazione di Nicoletta Mignone
    Illustrazione di Nicoletta Mignone

    Cosa significa esistere aldilà di Google? Chi c’è e cosa accade nel deep web?

    «Il Deep Web è la Rete non indicizzata dai motori di ricerca per varie ragioni, ed è molto vasta, può contenere a sua volta database, altre reti e altri “pezzi” di rete non indicizzati. Con questo termine però spesso si indicano anche le cosiddette darknet (una darknet – in italiano potremmo dire rete scura – è una rete virtuale privata dove gli utenti connettono solamente persone di cui si fidano, ndr) reti che permettono di muoversi, comunicare e realizzare siti o servizi in modo anonimo. Quindi oltre a non essere raggiungibili attraverso Google sono anche luoghi anonimi, al contrario del resto di internet che di fatto non lo è mai».

    Una “rete diversa”. Quali sicurezze e insicurezze sia dal punto di vista di chi cerca che di chi offre?

    «Le darknet sono promosse da governi (anche lo stesso governo americano), attivisti dei diritti umani e della libertà di espressione perché sono dei mezzi potenti per sfuggire alla censura, o al rischio di essere individuati e perseguiti da parte di regimi autoritari. Dalla Cina al Bahrein, dalla Siria alla Turchia, sono usate da migliaia di cittadini, giornalisti, dissidenti, minoranze. Ma sono una risorsa anche nelle democrazie, garantendo a chiunque quella piena libertà di espressione che in alcuni casi solo l’anonimato può dare. Ovviamente lo stesso anonimato attira anche criminali e persone interessate a traffici più o meno loschi. Quindi vi si trova un po’ di tutto. Attività cybercriminali e compravendita di droghe sono tra le azioni illecite più diffuse…»

    L’inchiesta realizzata dall’autrice, come d’altronde il tema stesso che affronta, è in continua evoluzione e si arricchisce quotidianamente di nuovi contenuti. Carola Frediani ha scelto di non interrompere il suo viaggio, e continuare a frequentare la rete più profonda. Una versione particolare dell’ebook permetterà di seguire le tappe successive del viaggio caricando automaticamente aggiornamenti e nuovi contenuti.

    Claudia Dani

    L’intervista integrale su Era Superba #56

  • Farmacia Serra: la piccola realtà è diventata grande. Da genitori a “guru del web”

    Farmacia Serra: la piccola realtà è diventata grande. Da genitori a “guru del web”

    Farmacia Serra GenovaAlla Farmacia Serra di Genova Voltri eravamo già stati due anni fa. All’epoca avevamo colto la palla al balzo ed eravamo andati a conoscerli in occasione dell’apertura di una zona wi-fi all’interno della loro farmacia in Via Camozzini. Oggi, a distanza di due anni, ci siamo tornati: la scusa ufficiale era la puntata di #EraOnTheRoad a Voltri; la motivazione vera era il desiderio di tornare a trovarli e fare quattro chiacchiere con dei veri e propri guru del web, nonché genovesi doc. Tra l’altro, cosa ancora più straordinaria, sono dei “guru per caso”: appassionati di tecnologia, hanno aperto un blog nel marzo 2009 e, sull’onda di questo primo successo, si sono poi avvicinati ad altri mezzi, riscuotendo un inaspettato successo.
    Due anni fa scrivevamo del loro canale di vendita e-commerce, che resiste tuttora; i quasi mille follower su Twitter sono ben 2.754 (dato in costante aumento e probabilmente ora già sorpassato); il profilo su Foursquare, aperto due anni fa in tempi non sospetti, è sempre usatissimo, anche se per molti resta un social “d’élite”; il canale YouTube, su cui insegnano come usare un sacco invernale per passeggino o parlano di Nutrigenomica e alimentazione, ha raggiunto quota 53.447 visualizzazioni, nonostante il video più recente risalga ad un anno fa.

    Cosa c’è di diverso dal 2012, a parte numeri e cifre? Oggi Edoardo e Maddalena Schenardi partecipano a convegni, tengono conferenze, si sono guadagnati un posto nel mondo dei new media e sono tra le figure più influenti. Già citati in vari libri del settore come esempio virtuoso di “salute 2.0”, lo scorso settembre hanno partecipato alla Startup Weekend di Genova, poi al convegno “Good Media” all’Ospedale Galliera su come cambia la salute. Sono saliti in cattedra all’Università degli Studi di Pavia e alla IULM di Milano a novembre, selezionati tra le 8 PMI che hanno saputo integrare nella loro attività imprenditoriale l’uso dei social.
    Non dimentichiamo che tutto è cominciato un anno fa, il 22 febbraio 2013, quando Edoardo e Maddalena sono stati invitati a raccontare la loro esperienza alla Social Media Week di Milano. A questa prima partecipazione sono seguiti altri 6 inviti (da ultimo, si prefigura l’ipotesi di un prossimo convegno a Milano nel mese di marzo).

    Cos’altro? Per chi ancora non fosse pago dell’elenco di successi, Edoardo e Maddalena sono soprattutto genitori di quattro figli, adolescenti e pre-adolescenti. Proprio dall’impegno scaturito dal dover gestire una famiglia così numerosa, hanno avuto l’idea di rivolgersi agli altri genitori che stavano vivendo problematiche simili alle loro e hanno messo a disposizione l’esperienza maturata “sul campo”.
    «Da genitori di quattro figli, abbiamo fatto fronte a varie problematiche, dal curare certe malattie all’acquistare vestitini e oggetti che resistessero e si potessero riutilizzare per i figli minori. I nostri clienti conoscono la nostra storia, così anni fa hanno cominciato a rivolgersi a noi e chiedere consigli legati alla genitorialità e al mondo dei più piccoli. Con l’aumento delle richieste, abbiamo avuto l’idea di creare un blog in cui trascrivere i nostri consigli, e da qui è nato tutto. Ad esempio, i tutorial su Youtube: è più facile mostrare come usare un termometro wireless o come usare un biberon auto-riscalandate piuttosto che spiegarlo a parole».

    Tutto ciò provoca uno sdoppiamento dei piani, reale e virtuale. In tanti si rivolgono a loro da tutta Italia perché sono diventati punto di riferimento certificato nel panorama della salute sul web. Edoardo e Maddalena hanno scelto di essere sempre raggiungibili e di fare di un lavoro già impegnativo una vera e propria vocazione a tempo pieno. Anche quando sono chiusi, i follower e gli iscritti al blog che li contattano per spiegare le loro problematiche ricevono sempre risposte. D’altro canto, i loro clienti abituali, i genovesi e gli abitanti di Voltri che hanno la possibilità di raggiungerli fisicamente continuano a farlo.

    [quote]Cosa ci guadagnate?, ci chiedono in molti. La risposta è: niente, il web è solo un modo per farci trovare.[/quote]

    «È strano: spesso chi ci segue online non viene fisicamente in farmacia, e viceversa i clienti della farmacia (tranne poche eccezioni) non ci seguono su blog e social. Abbiamo fatto una scelta, quella di mettere la nostra professionalità e la nostra esperienza a disposizione di tutti quelli che vogliono fruirne, sapendo bene che a questo non avrebbe corrisposto un riscontro sul piano economico o un incremento della clientela. Anzi, è probabile che le persone che ci contattano per qualche consiglio, poi si rechino alla farmacia sotto casa e acquistino lì.  Parlare di persona con i clienti o farlo virtualmente online per noi è lo stesso. Oggi siamo molto soddisfatti di aver raggiunto questi risultati, tanto più dal momento che non ci siamo mai posti obiettivi in questo senso e il riscontro è stato superiore alle aspettative: non abbiamo ferie, riceviamo mail anche quando siamo chiusi, ma amiamo il nostro lavoro e siamo contenti di essere arrivati fin qua. Tutto questo sempre consci dei nostri limiti e senza volerci sostituire ai medici».

    Numeri e curiosità

    Su Blogger dal marzo 2009, il loro blog ha superato le 8640 visualizzazioni profilo. E proprio il blog è fonte di continuo rinnovamento, su cui si alternano rubriche ormai molto seguite: dai “Cinque dischi per…”, rubrica musicale di Adele Macca che ogni settimana consiglia canzoni ispirate a eventi di attualità; alle #risateinfarmacia, in cui Edoardo e Maddalena raccontano alcune delle “disavventure”, piccole gaffe e strane richieste dei clienti, con l’ironia delicata che li contraddistingue. Ci sono anche indicazioni pratiche (“Prenotazione infermiere in farmacia a Genova: come funziona”), informazioni sui farmaci in commercio, sulle problematiche femminili e sulle nuove tendenze in fatto di alimentazione sana ed equilibrata. Quest’ultimo è un interesse remoto, che di recente a trovato slancio grazie alla collaborazione con Roberto Panizza, ristoratore genovese ed esperto di gastronomia: insieme, hanno creato una zuppa di legumi, con ingredienti scelti e salutari, che a breve sarà messa in commercio.

    Elettra Antognetti

  • Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    FacebookFacebook. Miliardi di tastiere digitano ogni giorno queste otto lettere. Il social network più popolare del mondo, un sito internet capace in così pochi anni di invadere la vita delle persone come un gigantesco fiume in piena. Alle spalle un’azienda che conta poco meno di 5000 dipendenti, ma che viene valutata ben 100 miliardi di dollari al momento della quotazione in borsa (maggio 2012).
    Spesso quando digitiamo una parola su google o facciamo l’accesso a Facebook ci chiediamo… ma da dove arriva tutta la ricchezza dei grandi colossi del web? I soli ricavi pubblicitari sono sufficienti per affermarsi in pochi anni superpotenze economiche su scala mondiale?

    Si iniziò a parlare di “bolla tecnologica” sul finire degli anni novanta, quando l’entrata nel mercato azionario delle “dot-com” (puntocom), ovvero le società di servizi su internet (Google, Amazon, Yahoo! ecc..), generò una bolla culminata nel 2001 con il crollo a picco del valore delle azioni e il conseguente fallimento di molti presunti colossi (celebre fu il caso di Pets.com, ma ricordiamo anche webvan.com, etoys.com, oppure theglobe.com, considerato da molti il primo social network); per comprendere l’entità del crollo è sufficiente citare l’esempio di Amazon.com le cui azioni passarono da 107 a 7 dollari, ciò nonostante le aziende più forti riuscirono a rimanere in piedi. La stessa Amazon.com dieci anni più tardi vedrà salire sino a 200 dollari il valore delle sue azioni, per non parlare di Google, ovviamente.
    Oggi a distanza di tempo in molti sono tornati a parlare di bolla speculativa della new economy, puntando il dito spesso e volentieri proprio sul re dei social network.
    Senza pretesa d’essere esaustivi, cerchiamo di capirci qualcosa in più, con l’unico obiettivo di fornire al lettore uno spunto di riflessione.

    Venture capital: di che cosa si tratta?

    Mark Zuckerberg
    Mark Zuckerberg

    Io ho un’idea per un sito web. Potenzialmente un ottimo business. Non ho capitale, sono nella fase di start up e raggiungo in poco tempo un numero spropositato di utenti. Ciò nonostante il business rimane potenziale, rimane una prospettiva, perché stando ai fatti i ricavi pubblicitari non riescono nemmeno a coprire le spese.
    Non potendo restare in perdita all’infinito, ho bisogno di capitale per poter andare avanti, e se il mio “facebook” ha già raggiunto migliaia di utenti attivi ma io non riesco a guadagnarmi nemmeno un misero stipendio, è necessario che intervenga un investitore. Ma perché mai un investitore o un gruppo di investitori dovrebbe credere in me se la mia attività non genera ingenti guadagni?
    È qui che interviene il venture capital, ovvero il fondo di investimento di cui ho bisogno, quello disposto a sopportare il rischio a fronte di un potenziale rendimento futuro di gran lunga più elevato. Il soggetto che effettua questa operazione viene chiamato venture capitalist: una volta ottenuta la valutazione della start up (operazione denominata due diligence), versa nelle tue casse la somma di denaro necessaria per sviluppare il tuo business. E naturalmente diventa socio.

    Esempio. Mettiamo di aver bisogno di 500.000 euro e di trovare un fondo di investimento disposto a versarli. Ovviamente, prima di investire, questo soggetto vuole capire quale è il valore della mia azienda. Ipotizziamo che la società venga valutata 1.500.000 euro. A questo punto il valore totale dell’azienda risulterà essere la somma del valore pre – investimento (1.500.000 euro) più l’investimento effettuato per un totale di 2 milioni. Quale è il guadagno dell’investitore? Lui adesso rappresenta ¼ della società ed è a tutti gli effetti socio con potere decisionale sulle strategie societarie.

    La quotazione in borsa

    Superata la fase di start up, la società per ingrandirsi avrà bisogno di nuovi capitali e anche in questo caso il denaro non potrà arrivare dagli utili, bisognerà nuovamente affidarsi a terzi. La quotazione in borsa è il passo fondamentale che l’azienda compie per ottenere dalla vendita delle azioni denaro liquido da reinvestire. Le banche acquistano le azioni e le rivendono agli investitori, piccoli o grandi che siano. E quando l’azienda avrà bisogno di nuovi liquidi per crescere e svilupparsi procederà con un aumento di capitale e immetterà nel mercato nuove azioni. Un circolo senza fine.
    Nel mondo della new economy la valutazione di una start up (due diligence) è sicuramente molto complessa, perché il mercato online ha la particolarità non da poco di non avere ancora una storia alle spalle, si tratta di modelli di business ancora inesplorati e il margine di errore è molto elevato. Quanti utenti raggiungi e quanti sei in grado potenzialmente di raggiungere? E una volta quantificato questo dato, che valore economico bisogna assegnargli? Una valutazione eccessivamente ottimistica potrebbe in breve tempo creare una forte disparità fra gli utili reali della società e il valore delle azioni. In parole povere, una bolla finanziaria.

    economia-soldi-finanza-banche-DIEconomia, finanze

     

     

     

     

     

     

     

    Facebook: modello di business sopravvalutato?

    Il 18 maggio del 2012 Facebook è stata quotata in borsa. Il titolo valeva 38 dollari al momento della quotazione, oggi, a poco più di un anno di distanza, è scambiato per 26 dollari: una perdita del 31%. Nello stesso anno i ricavi dell’azienda di Zuckerberg hanno raggiunto i 5,1 miliardi di dollari, facendo registrare un utile netto di 53 milioni. Parte dei ricavi viene ovviamente reinvestita e non figura come utile netto, ciò nonostante stiamo parlando di numeri che, ben lontani da stime e previsioni, non possono certo tranquillizzare gli investitori. Questo proprio a causa dell’eccessiva valutazione dello scorso anno. Ora la domanda sorge spontanea: sarà mai capace Facebook di “sostenere” una simile aspettativa di mercato?

    Facebook, datacentre
    Uno dei datacentre di Facebook, Lulea (Svezia)

    I ricavi di Facebook

    Pubblicità, ovvero inserzioni a pagamento e post sponsorizzati (poco meno del 90% dei ricavi), ma anche giochi online “free-to-play” come ad esempio Farmville. Si tratta di giochi gratuiti prodotti dalla società Zynga i cui ricavi sono rappresentati da una serie di limitazioni al gioco che gli utenti possono scegliere di oltrepassare spendendo soldi reali. Circa il 10% delle entrate di Facebook arrivano proprio dai giochi Zynga.

    Senza contare il valore commerciale di ogni singolo utente attivo sul social network. Non bisogna dimenticare, infatti, che ognuno di noi lavora quotidianamente per Facebook palesando le proprie preferenze e facendo quindi risparmiare alle aziende che faranno pubblicità tutta quella parte di lavoro dedicata alle strategie marketing e alle ricerche di mercato per riuscire ad indirizzare i propri messaggi pubblicitari direttamente alle persone potenzialmente interessate all’acquisto. È naturale che pubblicizzare schiuma da barba rivolgendosi ad un soggetto glabro non è il massimo del marketing… Per questo motivo le aziende hanno sempre lavorato sodo per portare a termine ricerche di mercato su vasta scala e centrare i loro obiettivi. Oggi per un’azienda fare pubblicità su Facebook singifica bypassare il problema, e questo grazie al “lavoro” non retribuito svolto da milioni di utenti.

    Il futuro

    web
    1999 – LA CLASSIFICA DEI SITI PIU’ VISITATI DEL MONDO: QUANTI SONO ANCORA IN VOGA?
    1. Broadcast.com
    2. Mp3.com
    3. Amazon.com
    4. Den.com
    5. Espn.com
    6. Cnet.com
    7. Tripod.com
    8. Imagineradio.com
    9. Onebox.com
    10. Artmuseum.net
    11. Pseudo.com
    12. E-Trade.com
    13. Hsx.com (Hollywood Stock Exchange)
    14. Askjeeves.com
    15. Feedmag.com
    16. Cnn.com
    17. Dealtime.com
    18. Kodak.com
    19. Thesync.com
    20. Ebay.com

    Fare previsioni su quello che potrà essere il futuro di Zuckerberg e compagni non è ovviamente possibile. Quel che è certo è che siamo ancora in una fase in cui l’azienda è considerata giovane e quindi ancora con ampi margini di miglioramento (e quindi “profittabile” per chi ne acquista le azioni). Gli utili di Facebook potranno crescere vertiginosamente nei prossimi anni e raggiungere le stime fatte al momento dell’entrata nel mercato azionario… Oppure no. E questo significherebbe guai per la “f” più celebre del mondo.
    D’altronde la caratteristica principale della new economy è proprio la velocità impressionante con cui le cose cambiano, anche drasticamente. Si può citare il caso di MySpace (oggi acquistata dal cantante Justin Timberlake che sta provando a rilanciarla), celebre social network della musica soppiantato completamente nel giro di pochi mesi da nuovi servizi come soundcloud.com. Il box qui accanto mostra la lista dei siti più visitati a livello mondiale nel 1999… Non è certo passato un secolo, eppure ben pochi di questi siti oggi vantano ancora numeri importanti. Molti sono addirittura scomparsi. Inutile dire che ciò potrebbe anche accadere a Facebook e in quel caso le stime fatte nel 2012 impiegherebbero pochi mesi per sgretolarsi facendo precipitare il valore delle azioni ed esponendo l’azienda americana al rischio crack.
    Zuckerberg da tempo dichiara che il futuro del suo sociial network è nel mobile. La metà degli utenti iscritti, infatti, accede a Facebook da dispositivi mobili. Il lancio di Facebook Home va proprio in questa direzione. Il giovane enfant prodige, quindi, è pienamente convinto di riuscire a mantenere la sua creatura come primo riferimento per quanto riguarda il mondo dei social network ancora per molti anni. In questo senso va letta anche la decisione di acquistare Instagram, social network basato sulla condivisione di immagini, per una cifra vicina al miliardo di dollari (al momento dell’acquisto Instagram contava ben… 13 dipendenti).
    Solo il tempo potrà dargli ragione. In caso contrario, ci ritroveremo davanti all’ennesima bolla finanziaria, senza sconti per nessuno.

     

    Giorgio Avanzino

  • Parchi di Liguria: un’app per raccontare itinerari, mappa ed eventi

    Parchi di Liguria: un’app per raccontare itinerari, mappa ed eventi

    NerviUn’app che permette di conoscere itinerari, curiosità e info utili sui parchi della Liguria: le aree naturali della nostra Regione, di cui si è parlato molto negli ultimi mesi in relazione ai dubbi sulla futura gestione, sono protagoniste di questo innovativo strumento commissionato dalla Regione Liguria e sviluppato da ETT Srl.

    iParchi Liguria è disponibile per tutti i dispositivi Apple (scaricabile dunque nella versione per iPhone e per iPad) e consente di scoprire numerose informazioni sui parchi Aveto, Beigua, Antola, Portofino e Montemarcello Magra, che coprono 60mila ettari del territorio regionale. Itinerari, informazioni su come arrivare e curiosità storico – paesaggistiche sono al centro dell’applicazione, per dare la possibilità a genovesi, liguri e turisti di contribuire nella valorizzazione del patrimonio naturale della nostra regione.

    L’applicazione prevede una mappa che consente al visitatore di sapere in ogni momento dove si trova (grazie alla presenza di un segnale Gps) e di pianificare il proprio percorso individuando i maggiori punti di interesse e le previsioni meteo aggiornate in tempo reale. Gli eventi che si svolgono nei parchi potranno essere segnalati dagli stessi gestori attraverso il canale Twitter.

    L’app si aggiunge a strumenti analoghi, realizzati per valorizzare il territorio ligure sul web, quali l’applicazione su Area Marina Protetta Portofino (sviluppata sempre da ETT).

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • I segreti dei vicoli di Genova: il centro storico in un blog

    I segreti dei vicoli di Genova: il centro storico in un blog

    vigne-centro-storico-vicoli“…il diario di un curioso viaggiatore che si imbatte per caso in misteriose strade, in chiese od oratori che non esistono più e di cui rimangono solo un portale o una iscrizione, o nelle storie fantastiche di fantasmi che si aggirano nel centro storico di Genova“.

    Con queste parole il genovese Antonio Figari si presenta ai lettori del suo blog I segreti dei vicoli di Genova, creato nel dicembre 2011 per documentare luoghi più o meno noti, panorami e curiosità del centro storico genovese.

    Una passione nata quando era bambino e girava i caruggi con il padre, ad esempio per visitare i sepolcri allestiti il giorno del Venerdì Santo in numerose chiese: «Abito nella zona di Sant’Anna, perciò ogni giorno guardo i vicoli dall’alto. Fin da piccolo ho imparato a conoscere chiese, oratori e palazzi del centro storico, anche i più remoti e meno conosciuti perfino ai genovesi. Conoscenze che ho cercato di trasferire sul blog, che arricchisco con materiale che trovo documentandomi sui libri o girando io stesso per i vicoli, nel tempo che riesco a ritagliarmi oltre il lavoro».

    Il blog si pone l’obiettivo di far conoscere a genovesi e turisti gli aspetti “meno battuti” del centro storico, talvolta ignorati dalle guide turistiche istituzionali: «Spesso mi scrivono turisti che visiteranno o hanno visitato la città, soprattutto americani, e da alcuni ho ricevuto ringraziamenti come questo: “Mi hanno detto che i vicoli di Genova sono tutti pericolosi e da evitare, grazie al tuo blog ho potuto invece conoscerli”. Tra gli abitanti dei vicoli, invece, capita ogni tanto che qualcuno mi chieda di andare nella sua casa per fotografare un affresco o una scala antica, ma vi sono anche persone che sul blog hanno scoperto bellezze che avevano sotto gli occhi da sempre ma non avevano mai notato. Un esempio è un signore che abita da molti anni in vico dei Cartai e non si era mai accorto della palla di cannone murata presso la chiesa di San Pietro in Banchi (la foto si trova nel blog alla sezione Pietre parlanti, ndr)».

    La passione di Antonio per i vicoli va oltre la scrittura: oltre alle sue visite individuali, che lo hanno portato a ritrarre panorami della città visti dai campanili (le foto sono visibili sulla sezione dedicata), ha partecipato anche ad alcune passeggiate di raccolta fondi per l’Accademia Ligustica. Tra maggio e giugno si sono svolte le prime due visite guidate in collaborazione con l’Associazione Amici dell’Accademia, la prima dedicata a Magnasco e la seconda sul tema Lo straniero e Caffi. In autunno vi saranno probabilmente nuove passeggiate e visite guidate, il cui programma è però ancora da definire.

    Marta Traverso

  • Angeli per viaggiatori: un social network per sostenere il turismo

    Angeli per viaggiatori: un social network per sostenere il turismo

    genova-panorama-villetta-di-negroIl passaparola è spesso uno dei motori principali nella scelta dei luoghi di vacanza. Soprattutto in questo periodo di crisi (ma non solo), fa sempre comodo avere un amico o conoscente che risiede là dove vogliamo andare, per chiedere consiglio su opportunità di soggiorni low cost e sulle zone più interessanti da visitare. Non solo: se le esigenze del turista sono molto specifiche – appassionato d’arte, di cucina locale, di teatro di strada etc – è difficile sapere cosa offre in merito una città o regione, se non si conosce molto bene il territorio.

    In particolare – per fare un esempio – un abitante di Genova può suggerire a un potenziale turista un itinerario non convenzionale e in un certo senso “personalizzato” rispetto a quelli che si trovano nelle guide istituzionali e che tendono spesso a dirigere agli stessi luoghi e percorsi. A questo scopo è stato creato nel 2008 il sito web Angeli per viaggiatori: il fondatore è Stefano Consiglio, docente di Organizzazione Aziendale all’Università di Napoli, che sulla scia dell’emergenza rifiuti ha voluto individuare uno strumento per rinnovare e favorire la presenza di visitatori nella sua città.

    Limitato inizialmente alla Campania, in questi 5 anni il sito web si è esteso la possibilità ai suoi iscritti di chiedere e dare consigli di viaggio in ogni parte d’Italia e all’estero, ma anche di incontrare personalmente e ospitare i potenziali turisti. Anche chi scrive si è registrata ad Angels for Travellers, mentre il totale degli iscritti sul territorio genovese è al momento 26.

    Angeli per viaggiatori non va affatto confuso con una guida turistica o un servizio di informazioni: volendo semplificare, è paragonabile a un social network come Facebook, in quanto il suo scopo primario è favorire l’incontro tra persone e creare una rete di “angeli” che si attivino in maniera stabile per valorizzare il territorio. Una rete che, a nostro parere, deve da un lato favorire il professionismo e dall’altro colmare il vuoto dei fondi sempre più esigui per cultura e turismo: in Campania, Puglia, Basilicata e Sicilia è per esempio attivo da settembre Benvenuti al Sud, progetto patrocinato dalle istituzioni locali e volto a creare presidi territoriali allo scopo di coinvolgere i cittadini nella promozione turistica dei loro territori, sia utilizzando Internet sia attraverso iniziative offline.

    Marta Traverso

  • Municipio Levante, informazioni e documenti sul web: la proposta

    Municipio Levante, informazioni e documenti sul web: la proposta

    NerviUn passo concreto verso la tanto osannata partecipazione dal basso. È questa la motivazione che ha spinto Walter Vassallo, presidente della commissione 1 Affari istituzionali e generali del Municipio 7 Levante, a presentare “Digital – Levante” un piano di rinnovo della comunicazione via web che riguarderà le pagine internet istituzionali del “suo” ente.

    «Quello che vogliamo fare – ci racconta Vassallo – è dare vita a un processo di informatizzazione che crei le basi per una reale partecipazione diffusa, che contribuisca allo snellimento dell’amministrazione, alla riduzione di tempi, costi, margini di errore e attesa agli sportelli, anche attraverso una progressiva alfabetizzazione digitale per i cittadini meno avvezzi alle nuove tecnologie. Senza dimenticare un altro tema cruciale del nostro tempo, ovvero quello dell’eco-sostenibilità».

    Il nuovo sito del Municipio Levante, quindi, dovrà contenere, da un lato, tutti i moduli e le documentazioni necessarie per accedere ai più svariati servizi locali e, dall’altro, tutte le notizie indispensabili per restare aggiornati sulle attività del territorio, da Nervi a Sturla. Sulla falsa riga di quanto dovrebbe accadere, a livello più ampio, con le pagine istituzionali del Comune di Genova.

    «Ad esempio – spiega ancora Vassallo – mi piacerebbe che si potesse accedere con facilità alla mappatura di tutte le aree verdi pubbliche, razionalizzando tempi e moduli per l’adozione o l’affido di quelle ancora libere».

    Sfruttare la rete, dunque, non tanto come mera innovazione tecnologica per stare al passo con i tempi, ma per promuovere una conoscenza condivisa che favorisca la partecipazione, la crescita di consapevolezza del proprio essere cittadini e l’integrazione sociale di tutti. Prima che la realizzazione tecnica del progetto possa essere studiata dagli informatici, le linee programmatiche di Digital-Levante dovranno passare al vaglio del consiglio municipale (a luglio o dopo l’estate). Uno step poco più che formale, vista l’approvazione già ottenuta sia in commissione 1 che in commissione 3 (Servizi civici e alla persona).

    «Purtroppo, trattandosi di cose pubbliche, i tempi per la realizzazione temo che non saranno brevissimi – ammette Vassallo – ma vigilerò costantemente perché il progetto non si incagli nelle solite maglie della burocrazia amministrativa».

    A questo proposito, va tenuto presente che le pagine web dei Municipi altro non sono che un’emanazione del sito istituzionale del Comune di Genova: per cui, i tecnici della delegazione dovranno quantomeno interfacciarsi con quelli di Palazzo Tursi, prima di dare il via a qualsiasi modifica. Ma Vassallo assicura che «ci si potrà muovere con una certa autonomia. D’altronde, il progetto è già stato visionato dalla Segreteria generale e non è stata sollevata alcuna pregiudiziale di legittimità».

    Che il territorio genovese abbia necessità di una rinnovata visibilità istituzionale anche dal punto di vista telematico è fuori di dubbio. Basta fare qualche clic in profondità sull’attuale sito del Comune per rendersi conto di come il progetto di “Genova Città Digitale”, uno dei fiori all’occhiello del programma elettorale di Marta Vincenzi, si sia sostanzialmente arenato, ancor prima dell’avvento del nuovo ciclo amministrativo. E pensare che tutto era iniziato proprio dalle “periferie”, con l’ambizioso sito “Prossima Fermata Genova”: nelle intenzioni, un vero e proprio giornale dei quartieri genovesi, che per mancanza di fondi, risorse e visioni strategiche, è rimasto relegato al solo Municipio VI – Medio Ponente (zone di Sestri e Cornigliano), per giunta senza alcun particolare appeal.

    Dunque, una bella rinfrescata “informativa” a partire dal “basso” dei Municipi potrebbe solo che giovare alla sete di notizie che pervade i meandri del web e del mobile. Resta da capire se la strada che “Digital Levante” vuole tracciare troverà finalmente terreno fertile e, soprattutto, fondi e capacità professionali. Di per sé, un sentiero irrinunciabile per una città che ambisce a essere “Smart”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Monte di Portofino: nove blogger provano sentieri ed escursioni

    Monte di Portofino: nove blogger provano sentieri ed escursioni

    NerviVenerdì 31 maggio e sabato 1 giugno 2013 l’area del Monte di Portofino ospita un blog tour. Di cosa si tratta? Un gruppo di blogger – specializzati in viaggi, turismo, enogastronomia e temi affini – vengono contattati per trascorrere alcuni giorni in una determinata località, assaggiare i prodotti tipici, visitare i principali luoghi di attrazione… e naturalmente scrivere le loro impressioni sui rispettivi blog.

    Una formula adottata di frequente in Italia e all’estero, che permette ai blogger di promuovere la loro attività e agli enti locali di comprendere meglio le potenzialità di Internet come strumento di promozione turistica. Spesso i blogger contattati non sono “semplici appassionati”, ma lavorano in questo settore. Anzi, spesso hanno trovato o creato il proprio lavoro grazie alla popolarità derivata dal blog.

    Ogni tour ruota intorno a un tema preciso: in questo caso, mostrare le attività eco turistiche del promontorio di Portofino. Una località nota in tutto il mondo per il “turismo di lusso”, ma che attraverso questo tour vuole far scoprire una nuova faccia.

    I blogger saranno ospitati da alcune strutture del territorio, che faranno loro conoscere la loro idea di slow travel: un turismo accessibile, con tariffe basse e attività personalizzate per famiglie, coppie, viaggiatori solitari e così via, il tutto all’insegna della sostenibilità ambientale.

    Il programma del tour inizia venerdì 31 maggio a San Fruttuoso di Camogli, un trekking in compagnia delle guide del Labter, il laboratorio territoriale del Parco di Portofino. Pranzo al Mulino del Gassetta e arrivo alla baia di San Fruttuoso in canoa (escursione guidata da Outdoor Portofino). Nella notte i blogger saranno ospitati presso l’agririfugio Molini. Il giorno seguente, sabato 1 giugno, visita all’Abbazia di San Fruttuoso di Capodimonte, offerta dal FAI. A seguire cena al ristorante la Cambusa e pernottamento all’Istituto Colombo..

    Sarà possibile seguire le attività dei blogger in tempo reale, attraverso il sito Blog tour Monte di Portofino e l’hashtag su Twitter #blogtourportofino.

    Chi sono i blogger che parteciperanno al tour? Abbiamo contattato alcuni di loro, per conoscere le loro impressioni e farci spiegare da loro qual è il significato di esperienze come questa.

    Francesca Di Pietro racconta che «questo blog trip è un nuovo punto di vista di Portofino, c’è bisogno di vedere i posti di sempre con occhi nuovi. Il turista 2.0 è l’on the road del momento: un tempo si chiedeva ai passanti, si consultava una cartina vecchia, si faceva l’autostop, mentre oggi si controlla google maps, si trova dove dormire con l’app di couchsurfing e si fa autostop con il siti di car sharing. Sono solo le tecnologie che cambiano, lo spirito può rimanere lo stesso».

    Diego Ramella ha un blog dal titolo interessante, Liguria Slow: «Il sito è nato da pochi mesi, un concetto che nasce da alcune considerazioni. Anzitutto che la Liguria ha, secondo noi, un asse economico e mentale eccessivamente spostato verso il periodo estivo e la costa, tralasciando la valorizzazione dell’entroterra e di periodi diversi dell’anno. Un’altra considerazione è che spesso non sono solo i turisti a non conoscere la regione – al di là delle attività e delle località “di massa” – ma anche gli abitanti stessi del territorio, che hanno progressivamente perso il contatto con la propria cultura, le proprie tradizioni e quello che la Liguria ha da offrire. Siamo assolutamente contrari all’idea di una Liguria che esiste solo per le spiagge. Il portale fa conoscere gli aspetti più inediti e interessanti della regione sia ai Liguri che ai turisti, ed è un aiuto anche nel promuovere il territorio e le realtà d’eccellenza che vi operano».

    Marinella Scarico ha un blog specializzato in ecoturismo e «dedicato alla scoperta della bellezza in Italia, con l’obiettivo di promuovere luoghi e stili di vita eco compatibili. Un tempo era solo un sito web, mentre il blog è nato di recente per consentire – attraverso un’area di domande e risposte – di interagire con i lettori».

    Per Elena Nebiolo «il blog puà funzionare per la promozione turistica perché tra lettore e blogger si instaura un rapporto di fiducia: i consigli che il lettore trova su un blog che è abituato a seguire sono considerati più attendibili. Nel momento in cui si riconosce nel blogger un vero esperto in materia, quello che scriverà avrà una sorta di “sigillo di garanzia”. Il blogtour fa sì che la promozione delle località turistiche avvenga anche in real time, grazie all’utilizzo che i blogger fanno dei canali social, e questo aspetto aumenta la curiosità e fa si che la rete parli di determinate località che altrimenti troverebbero magari meno visibilità».

    Infine secondo Alessandro Kinzica, che proviene dalla Toscana «la Liguria ha un fascino particolare: le nostre due regioni offrono mare, montagna e storia, ma la Liguria lo fa con il suo carattere decisamente più forte. Non ti accoglie con dolci colline, ma con imponenti scogliere ed impervi terrazzamenti, con i suoi paesini arroccati, i suoi caruggi ed i paesaggi che – a differenza della Toscana – non rilassano l’osservatore, ma ne riempiono l’animo di una deliziosa inquietudine che fa sentire vivi. Un blog come 100days – nato da un’esperienza di viaggio durata cento giorni – è frutto non solo della voglia, del coraggio e del desiderio, ma soprattutto della disponibilità sia economica che lavorativa. Per viaggi così lunghi è necessario un lavoro flessibile o un periodo di aspettativa, ma soprattutto qualche risorsa da parte. Quello che più mi colpisce e appaga di un luogo sono le persone che lo abitano, i loro usi, i loro costumi, il loro modo di interpretare la quotidianità: sfumature che si riescono a cogliere soltanto vivendo il viaggio per periodi più lunghi della solita settimana o due».

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Crowdfunding: Produzioni dal basso salverà la cultura in Italia?

    Crowdfunding: Produzioni dal basso salverà la cultura in Italia?

    EconomiaMartedì 14 maggio Palazzo Ducale ha ospitato l’evento di chiusura della “prima fase” di Creative Cities, progetto cui il Comune di Genova ha aderito insieme ad altre quattro città europee, e che prevederà una successiva fase di finanziamenti tra il 2014 e il 2020.

    Una giornata di interventi politico-istituzionali alternati workshop con addetti del settore, e che Era Superba ha seguito per capire lo stato dei progetti. In particolare, uno dei contributi più interessanti è stato portato da Angelo Rindone, fondatore della piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, che insieme all’artista Cesare Viel ha dialogato sul tema Oltre la creative industry. Spazi e soggetti non convenzionali.

    Il workshop si fonda sul capire come e quanto si siano modificati i paradigmi dell’arte: buona parte dei progetti artistici cui assistiamo sono allestiti in spazi diversi da quelli “standard”, comprendono atti performativi, vedono un’intersecazione tra le diverse discipline della creatività e nuove forme di interazione tra i soggetti coinvolti, a partire dai potenziali finanziatori.

    Il crowdfunding – termine inglese che nasce dalla fusione di crowd, folla e funding, finanziamento – è una pratica che nasce “ufficialmente” nel 2009, anche se il sito Produzioni dal basso vede la luce già nel 2005. Come funziona? Chiunque ha un progetto artistico può caricarlo su un sito web – al mondo esistono oltre 500 piattaforme, di cui la più nota è Kickstarter – inserendo la descrizione dell’idea, eventuale documentazione e la somma necessaria. Man mano che si ricevono donazioni, una barra associata al progetto si sposta dallo zero verso il totale di denaro previsto, in assoluta trasparenza.

    Facile a dirsi. Di fatto, come spiega Rindone – il quale tiene a precisare di essere un informatico “prestato” all’arte e alla cultura – «chi vuole farsi finanziare un progetto tramite il crowdfunding deve partire da una solida reputazione sul territorio in cui opera e sul web, oltre ad avere le idee molto chiare sul proprio progetto e un’eccellente capacità di presentarlo. Pur lavorando da anni nel crowdfunding, non ne sono un sostenitore a priori: cercare finanziamenti in questo modo è un processo che mette in gioco numerosi fattori».

    Il crowdfunding ha il pregio di disintermediare la cultura, rendendo possibile a chiunque il trovare fondi per le proprie opere: soprattutto a chi – per carenza di fondi delle istituzioni o difficoltà nel creare con esse un dialogo – non riesce a ottenere il supporto da chi dovrebbe finanziare i progetti culturali. In questo modo numerosi progetti rivolti a una nicchia o che hanno lo scopo di riqualificare aree urbane in cui l’istituzione locale non interviene (solo per fare alcuni esempi) possono vedere uno spiraglio di realizzazione. In economia si chiama coda lunga: tantissimi micro-progetti (con pochi lettori/spettatori ciascuno) creano complessivamente maggiore profitto di un solo progetto che raduna molti lettori/spettatori. Questa è la ragione per cui siti come Amazon e iTunes hanno reso possibile a chiunque di pubblicare e vendere il proprio romanzo o album musicale, a prescindere dalla qualità.

    Il crowdfunding si pone su un livello differente, perché «nessuno passa per caso su un sito come Produzioni dal basso e investe due, cinque, dieci euro in un progetto che non conosce». I criteri per un buon piano di crowdfunding sono: contenuto del progetto, suo grado di innovazione e dirompenza e sua permeabilità nel territorio; reputazione del proponente, sua capacità di raccontare il progetto e di creare intorno a esso una rete di relazioni; disponibilità del proponente a metterci la faccia, ossia spiegare ai potenziali finanziatori chi è, di cosa si occupa e perché è importante che il progetto sia finanziato e realizzato.

    Democratizzare la cultura, rendere chiunque un soggetto attivo – che con un piccolo contributo economico ne diventa di fatto promotore – dare la possibilità di realizzare progetti altrimenti non fattibili. Il punto di forza del crowdfunding, che trova d’accordo entrambi i relatori del workshop, è il suo essere un viatico per creare relazioni costruttive e virtuoseche nascono online e si sviluppano poi sul territorio. Se quello che manca nei social network è “l’interazione con l’umano”, il crowdfunding è stato in alcuni casi concreti un mezzo per abbattere queste barriere, perché gruppi di persone – nel finanziare un progetto – si sono impegnate in prima persona per realizzarlo concretamente anche con azioni pratiche.

    Qualche dato sul crowdfunding: a livello mondiale, nel 2012 sono stati finanziati oltre 1 milione di progetti per un totale di circa 3 miliardi di dollari. Il solo sito Produzioni dal basso ha avuto nel solo 2012 17.000 iscritti (mentre fino al 2011 erano una media di 500 all’anno) e circa 500.000 € di transazioni.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Web learning, Khan Academy: la scuola online che ha conquistato il mondo

    Web learning, Khan Academy: la scuola online che ha conquistato il mondo

    khan-academyLa vita di Salman Khan sembra lo stereotipo del sogno americano. Nato a New Orleans da genitori immigrati, Salman (per gli amici “Sal”) frequenta le scuole pubbliche e, grazie alle sue doti fuori dal comune, vince una borsa di studio per uno dei college più prestigiosi al mondo: il Massachusetts Institute of Technology. Qui consegue tre lauree di cui una in ingegneria elettrica, una in matematica e una in informatica. Successivamente frequenta la prestigiosa università di Harvard dove consegue un Master in Business Administration che lo porta a trovare un lavoro molto ben retribuito come analista presso un fondo speculativo.

    Per molti questa sarebbe stata la realizzazione di un sogno, ma non per Sal: un giorno avrebbe voluto fondare una scuola dove gli studenti potessero mettere in pratica la propria creatività senza sacrificare il rigore accademico e, soprattutto, dove gli studenti non perdessero ogni possibilità di frequentare le università più prestigiose solo per aver fallito un test all’età di 11 anni così come accade nel sistema scolastico americano. Questo giorno non era molto lontano ed è arrivato molto prima di quanto lui avrebbe mai potuto aspettarsi.

    La svolta arriva inaspettatamente quando sua cugina Nadia, avendo difficoltà in matematica, rischia di non passare l’esame di passaggio alle scuole medie compromettendo irreparabilmente la propria carriera scolastica. Sal, nonostante al tempo vivesse lontano da sua cugina, decide di aiutarla e, per sopperire alla distanza, si avvale di un telefono e di un semplice programma chiamato Yahoo Doodle che permette di disegnare su uno schermo virtuale, come se fosse una lavagna.

    Grazie al suo aiuto Nadia riesce così a passare brillantemente l’esame e, in poco tempo, grazie al passaparola, Sal si ritrova a dare ripetizioni virtuali a quasi tutti i membri della sua numerosa famiglia. A questo punto, vista la difficoltà di gestire un numero così grande di persone, Sal decide nel 2006 di registrare i video delle sue lezioni e pubblicarle su Youtube in modo che i suoi parenti possano accedervi in qualunque momento. All’inizio non è molto convinto di questa soluzione, ma, con grande sorpresa, si rende conto che i suoi cugini cominciano ad apprezzare più la versione “digitale” del proprio cugino di quella in carne e ossa. E ancora più sorprendentemente i suoi video vengono visti e commentati da sempre più persone. Il sogno di Sal sta cominciando a diventare realtà.

    Nel 2008 decide di creare un’organizzazione no-profit e di chiamarla “Khan Academy” e nel 2009 lascia il suo lavoro per dedicarsi al suo progetto. All’inizio il “team” è composto solamente da lui, una tavoletta grafica da 80$ e un software per catturare le immagini dallo schermo. L’inizio non è facile, ma già dopo pochi mesi i suoi video vengono visti da migliaia di persone ogni giorno. Al successo in termini di visite non corrisponde purtroppo un successo dal punto di vista finanziario: Sal può fare affidamento solo sui suoi risparmi che si stanno velocemente erodendo. Dopo pochi mesi riceve il primo assegno di 100000 dollari da un venture capitalist che gli permette di tirare un primo sospiro di sollievo. Da quel momento tutto cambia: due mesi dopo Bill Gates annuncia ad un convegno sulle tecnologie innovative di essere un grande fan di Khan Academy e di utilizzarlo con i suoi figli. A questa dichiarazione fa seguire una ricca donazione di 1,5 milioni di dollari a cui sono seguiti 2 milioni da parte di Google. A questo punto Sal può finalmente fare le cose in grande assumendo i migliori informatici e designer presenti sul mercato. Le visualizzazioni del sito continuano ad aumentare e il canale Youtube raggiunge addirittura 250 milioni di visualizzazioni. Il sogno di Sal si sta avverando.

    Ma cosa rende così diverso Khan Academy rispetto ad ad altri siti analoghi? A prima vista il sito non presenta nessuna peculiarità. Si possono scegliere le lezioni da seguire scegliendo tra più di 4000 video, suddivisi in quattro aree tematiche principali: matematica, scienza ed economia, informatica e scienze umanistiche. Ognuna di queste aree è suddivisa a sua volta in ambiti più specifici. Prendiamo ad esempio la matematica: si possono scegliere lezioni che vanno dall’algebra e alla geometria di base fino ad arrivare al calcolo differenziale.

    La prima peculiarità è che le lezioni non utilizzano la consueta formula dei video didattici dove si vede una persona che spiega davanti a una lavagna. Il viso di Sal non appare in nessun video, si vedono solo apparire sullo sfondo nero le scritte, le immagini e le formule create da Sal con la tavoletta grafica che, come ha dichiarato lui stesso, “saltano fuori da un universo oscuro ed entrano nella propria mente con una voce proveniente dal nulla”. L’effetto che si vuole dare è quello di far sentire chi guarda il video come se stesse lavorando fianco a fianco con Sal.

    Sul sito è possibile inoltre tenere traccia degli argomenti affrontati ed esercitarsi con gli esercizi proposti per verificare i propri progressi, ma la vera innovazione è la possibilità di applicare facilmente questa metodologia didattica nelle scuole: l’insegnante e i suoi alunni possono creare i propri profili e l’insegnante può monitorare i progressi dei propri alunni.

    Le lezioni non avvengono come al solito: compiti e lezioni in classe vengono “ribaltati”. Gli studenti preparano a casa le lezioni seguendo i video, mentre in classe svolgono i test e lavori di gruppo. Gli alunni in questo modo, potendo mettere in pausa o ripetere il video, hanno la possibilità di assimilare i concetti seguendo il proprio ritmo. In classe l’insegnante, grazie all’interfaccia grafica offerta dal sito, può vedere in tempo reale chi è in difficoltà potendo così intervenire subito aiutando chi rimane indietro senza rallentare gli altri studenti. Il modello classico di apprendimento prevede che il tempo dedicato all’apprendimento sia fisso e il livello a cui si sono assimilati i concetti sia variabile e misurabile con un voto. C’è chi padroneggia completamente la materia, chi invece ha una conoscenza appena sufficiente e chi rimane definitivamente indietro. Il metodo di Khan Academy mette in atto una vera e propria rivoluzione: a variare è il tempo impiegato dai singoli studenti per apprendere i concetti, mentre si fissa il livello di padronanza… tutti gli studenti, alla fine del loro percorso assimilano i concetti senza avere carenze su singoli argomenti.

    A chi lo accusa di voler sostituire l’interazione umana con la fredda informatica Sal risponde che è proprio per avere più interazione umana che tutto questo è stato creato. Con questo metodo viene meno la passività che spesso caratterizza le lezioni tradizionali per poter lasciare spazio alla creatività.

    Tutto questo potrebbe sembrare una bella teoria che, per quanto affascinante, rimarrà poco più di uno spot pubblicitario. A volte però i sogni si realizzano: nel distretto di Los Altos vicino a San Francisco più di 20 scuole hanno deciso di sperimentare questo metodo riportando buoni risultati, soprattutto per gli studenti che avevano avuto, fino a quel momento, più difficoltà di apprendimento. Versioni offline del sito sono state utilizzate nelle aree più povere di Asia, Africa e Sud America per consentire ai ragazzi di quelle zone di avere la stessa esperienza educativa di quelli che vivono nella Silicon Valley.

    Che questo sia il futuro dell’educazione? È difficile dirlo, l’unica cosa certa è che, come ha detto Bill Gates riferendosi a Salman Khan, “quasi 160 punti di QI sono stati spostati dalla finanza speculativa all’insegnamento a un numero sterminato di persone. È stato un bel giorno quello in cui sua moglie gli ha fatto lasciare il proprio lavoro”. In un paese che negli ultimi anni ha impiegato i suoi migliori cervelli nella speculazione finanziaria questo è un fatto più unico che raro.

     

    Giorgio Avanzino

     

  • Invasioni digitali: eventi tra cultura, musei e social network

    Invasioni digitali: eventi tra cultura, musei e social network

    Museo GalataL’Italia è il primo paese al mondo per turismo e cultura. Questa la premessa con cui parte il manifesto di Invasioni Digitali, una rete di eventi che si terranno su tutto il territorio nazionale tra sabato 20 e domenica 28 aprile 2013.

    Un progetto nato e sviluppato attraverso Internet, che si pone l’obiettivo di trasformare il rapporto tra i centri della cultura (musei in testa) e i loro visitatori: accade spesso che, quando andiamo a visitare una mostra, un palazzo antico o un altro luogo di interesse culturale, documentiamo l’evento con un tweet, una foto caricata su Instagram, il check-in su Foursquare e così via. Inoltre, se abbiamo un blog, scriviamo un dettagliato articolo sugli aspetti che più ci hanno colpito (un esempio su tutti a Genova, il blog di Miss Fletcher).

    Perché non istituzionalizzare questa pratica? L’atto di visitare un museo (e pagare il relativo biglietto per sostenerne l’attività) può essere affiancato da una valorizzazione dello spazio, delle opere in esso contenute, della cultura nel suo complesso, attraverso i social network: in questo modo si può far conoscere il patrimonio culturale della propria città, attirare nuovi visitatori e favorire l’economia locale attraverso il rilancio del turismo e della cultura.

    Le Invasioni digitali sono un primo passo verso questi obiettivi. Un team di blogger, operatori del turismo e della cultura e “semplici appassionati” – coordinati dall’ideatore del progetto Fabrizio Todisco – stanno mettendo a punto una mappa di luoghi da invadere, scelti tra i principali punti di riferimento culturali di ogni città. Sono tre le invasioni che si svolgeranno a Genova: il Galata Museo del Mare (20 aprile), il Museo del Risorgimento (24 aprile) e il Museo Villa Croce (26 aprile).

    Il perché della scelta lo spiega Rossana Borroni, accompagnatrice turistica e consulente di social media marketing genovese, che sta curando gli eventi al Galata e al museo di via Lomellini: «Ho scelto due punti fondamentali della storia di Genova, il mare e il risorgimento, il porto e Mazzini. Le linee guida degli eventi sono in via di definizione e accomuneranno tutte le invasioni nazionali, nel frattempo sto invitando a far parte dell’iniziativa blogger, fotografi, videomaker e guide turistiche genovesi, in modo da promuovere i musei genovesi con contenuti e immagini interessanti. Si potrano usare tutti i social network, dal check-in su Foursquare, al live tweet fino a Instagram. Chiunque voglia collaborare può farsi avanti!».

    Marta Traverso

  • Teatro contemporaneo Genova: primo convegno ligure di Cresco

    Teatro contemporaneo Genova: primo convegno ligure di Cresco

    villa-bombrini-2Giornata intensa, ieri a Villa Bombrini, che ha ospitato due appuntamenti legati alla promozione del teatro indipendente e contemporaneo. In mattinata #comunicateatro, un workshop “in pillole” sull’utilizzo del web e dei social network per la promozione low budget degli eventi culturali, tenuto da Simone Pacini (il workshop vero e proprio si svolgerà sabato 4 e domenica 5 maggio, in un luogo ancora da definire); nel pomeriggio il primo convegno ligure di C.Re.S.Co., il Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea, nato nel 2010 e attualmente composto da 130 realtà di teatro, musica e danza – teatri, compagnie, singoli artisti, residenze etc – provenienti da tutte le Regioni italiane, a eccezione (finora) del Friuli Venezia Giulia. Le realtà liguri che già aderiscono a C.Re.S.Co. sono Teatro Akropolis (Genova Sestri Ponente), Tilt Teatro e Kronoteatro (Albenga).

    Perché #comunicateatro a Genova? Veronica Righetti di Teatro Akropolis spiega che «In Liguria è presente una grossa fetta di realtà teatrali “giovani”, che hanno bisogno di promuoversi ma hanno poco budget a disposizione, ed è quindi opportuno che apprendano le tecniche per utilizzare al meglio questi strumenti a costo (quasi) zero». Si è dunque parlato di Facebook, Twitter, YouTube e Foursquare, mezzi di comunicazione ma anche e soprattutto di partecipazione e coinvolgimento, partendo dal presupposto che – come spiega Pacini – «lo spettatore è uno dei migliori canali di promozione di uno spettacolo, un festival o una compagnia, i social network permettono di abbattere le barriere tra operatori e spettatori, promuovere il dialogo con il proprio pubblico e crearne di nuovo».

    Il convegno pomeridiano di C.Re.S.Co è stato invece introdotto da Luca Donatiello di Akropolis (referente C.Re.S.Co per la Liguria) e Elena Lamberti (coordinatrice nazionale). Il Coordinamento è nato “ufficialmente” nel settembre 2010 durante il festival teatrale OperaEstate a Bassano del Grappa, anche se i lavori per la sua costituzione sono partiti nel 2009 con il convegno Vietato parlare dell’aurora.

    Una rete nazionale che si compone di Antenne territoriali, con il compito di monitorare le specifiche realtà di zona, raccoglierne le istanze e presentarle alle istituzioni locali e alla rete nazionale C.Re.S.Co: come spiega Elena Lamberti, «ogni aderente a C.Re.S.Co. può fare proposte concrete per nuovi modelli di sviluppo e rinnovamento della scena contemporanea, a partire dalle quali avviare un dialogo attivo con i referenti politici locali e nazionali. Attualmente C.Re.S.Co. sta lavorando con il Ministero dei Beni Culturali per la stesura del prossimo decreto legge sul FUS, nello specifico per ridefinire il concetto di “residenza” e sta inoltre raccogliendo adesioni per la Giornata C.Re.S.Co. del prossimo 20 aprile, una sorta di applicazione nel teatro delle Giornate Fai».

    Insomma, come precisato da Luca Donatiello, «non più assemblee durante le quali si “mugugna” e basta, ma occasioni concrete e propositive di confronto e cambiamento, ad di là dei personalismi».

    Chi aderisce a C.Re.S.Co. è anzitutto obbligato a firmare e rispettare il codice etico (consultabile sul sito di C.Re.S.Co., ndr), che impone norme deontologiche riguardanti i contratti di lavoro a dipendenti e collaboratori, i diritti/doveri fra le compagnie e i teatri ospitanti, la regolarità nei pagamenti dei cachet, etc.

    Durante il convegno realtà teatrali di tutta la Liguria, da Sarzana a Sanremo, hanno preso la parola per condividere punti di forza e criticità, con l’obiettivo di stendere un documento comune che verrà redatto da Akropolis e presentato ad Assessori e funzionari competenti di Regione, Province e Comuni. Anna Russo di Tilt Teatro ha illustrato gli sviluppi della Consulta Regionale dei teatri, proposta lo scorso 13 febbraio durante l’assemblea pubblica dIstruzioni per l’uso e di cui si parlerà in un secondo incontro con le istituzioni e tutti gli operatori liguri a metà aprile (per arrivare entro maggio alla formazione della Consulta).

    Altri operatori del settore hanno mostrato come vi siano problematiche comuni alle diverse realtà territoriali, che nonostante le criticità lavorano con entusiasmo per la promozione del lavoro dei giovani e la valorizzazione dei luoghi in cui operano. Questi alcuni problemi emersi: difficoltà nel dialogo con le istituzioni, mancanza di riconoscimento e tutela delle realtà “minori”, scarsa trasparenza sui criteri di stesura dei bandi e sulla distribuzione dei finanziamenti, poca attenzione alla qualità delle produzioni (professionalità degli operatori, numero di spettatori, etc), carenza di spazi e talvolta inagibilità degli spazi accessibili. Inoltre, è emersa l’esigenza di far comprendere alle istituzioni che la proposta teatrale ligure – e di conseguenza i fondi assegnati – non deve essere “Genova-centrica” ma deve tenere conto del valore di tutte le realtà dei territori che fanno cultura sui territori.

    Al termine del convegno il Teatro Akropolis ha proposto la rappresentazione di Amor fati: una performance di venti minuti con tre attori che fa parte del programma di Testimonianze, ricerca, azioni ed è tratto da uno studio sull’opera di Friedrich Nietzsche.

    In attesa della pubblicazione del documento ufficiale, è possibile “ripercorrere” quanto discusso ieri su Twitter, attraverso gli hashtag #comunicateatro#crescoliguria.

    Marta Traverso

  • Ricette vegan e alimentazione corretta: il blog di Nicole Provenzali

    Ricette vegan e alimentazione corretta: il blog di Nicole Provenzali

    cucina vegDa sabato 16 a domenica 24 marzo 2013 torna la Settimana per la Prevenzione Oncologica: una settimana alla riscoperta della sana alimentazione, che è ritenuta uno dei fattori principali di prevenzione di malattie come il cancro.

    Gli eventi a Genova si svolgeranno sabato 23 e domenica 24 marzo a Palazzo Ducale e nel palazzo della Regione Liguria (qui il programma) e una degli ospiti principali, come già avvenuto lo scorso anno, è Nicole Provenzali, che nel 2008 ha aperto il suo blog ricetteveg e nel 2012 cucina consapevole, che gestisce insieme a Marilisa Bombonato.

    Cosa dobbiamo aspettarci dal programma di eventi genovese? «Anche quest’anno, grazie all’impegno di LILT, la prevenzione e la sana alimentazione saranno il cardine delle attività e delle manifestazioni in programma. Ci troveremo nuovamente insieme per lavorare e promuovere una scelta consapevole dei nostri consumi e dei nostri stili di vita. Tanti i soggetti coinvolti, ognuno con un bagaglio di esperienze diverso».

    All’evento è stato anche abbinato un concorso fotografico, che invitava i partecipanti a immortalare la propria dispensa. «Come l’anno scorso, abbiamo deciso di rendere questa settimana speciale con un concorso che premiasse l’attenzione consapevole ai propri consumi in materia di alimentazione. Anche questa volta la risposta del pubblico ci ha regalato grande soddisfazione: sono davvero tante le persone che si fermano a riflettere sulle proprie abitudini e che cercano di migliorarsi. Per noi, la vittoria più grande».

    Non si può definire Nicole una foodblogger (anche se il termine non le dispiace), quanto piuttosto una «ricercatrice del gusto consapevole». Su Era Superba abbiamo dedicato altre volte spazio all’esperienza di blogger specializzati in ricette: ciò che caratterizza Nicole è l’attenzione a uno stile di vita sano. «La soddisfazione più grande, da quando ho aperto il blog, è aver conosciuto meglio me stessa e tante persone che, come me, vogliono migliorare. La seconda è aver imparato tantissimo grazie a questi incontri. Infine, non posso negarlo, un’altra soddisfazione enorme è veder riconosciuto il proprio impegno: molte persone ci scrivono per complimentarsi, molte per avere consigli, moltissime ci seguono con affetto e molte altre hanno deciso di cambiare stile di vita anche grazie al nostro piccolo aiuto. Genova è una città difficile, non è semplice riuscire ad accattivarsi la curiosità della persone qui. Non di primo acchito, perlomeno. Poi, però, l’idea di un nuovo modo di prendersi cura di se e delle persone a cui vogliamo bene, cominciando dalla tavola, vince. Oggi nella nostra città ci sono tante iniziative, tante avventure come la mia, tante persone che stanno puntando al buon consumo: grazie alle forze di tutti, la sana alimentazione naturale e il consumo critico stanno diventando un importante tema attuale anche per i genovesi».

    Infine, Nicole propone per Era Superba un decalogo della corretta alimentazione, in parte rivolto anche a chi non sceglie la dieta vegetariana o vegana.

    01. Impegniamoci a ridurre e differenziare i nostri rifiuti.

    02.Impegniamoci a ridurre le filiere produttive: affidiamoci a GAS, mercati e produttori locali.

    03. Impegniamoci a consumare solo prodotti di stagione.

    04.Impegniamoci a evitare il cibo confezionato e a leggere le etichette, non acquistando i prodotti che contengono ingredienti “non identificabili”: ridurremo imballaggi e ne guadagneremo in salute.

    05. Impegniamoci a evitare l’utilizzo di carta da cucina: fazzoletti e strofinacci di stoffa sono perfetti.

    06. Impegniamoci a evitare l’acquisto di acqua in bottiglia: l’acqua appartiene a tutti e “ci costa la Terra, dappertutto”. [cit. Dawn to Earth]

    07. Impegniamoci a evitare il consumo di carne e di derivati animali: per un 1 kg di carne di manzo servono mediamente 7kg di cereali e 15.000 lt di acqua, abbiamo in mano la fame degli altri.

    08. Impegniamoci a ridurre al massimo lo scarto del nostro cibo: ricicliamo, riutilizziamo e reinventiamo le nostre ricette.

    09. Impegniamoci ad autoprodurre e scambiare quello che ci serve, magari in compagnia: ne guadagneremo in qualità, risparmio, ecologia e convivialità.

    10.Impegniamoci a sperimentare un piccolo orto, anche sul nostro balcone o sul davanzale: avremo uno spazio colorato, bellissimo e… gustoso!

    Marta Traverso