Tag: volontariato

  • Punto Emergenza Prè: il presidio per l’aiuto di mamme e bambini migranti

    Punto Emergenza Prè: il presidio per l’aiuto di mamme e bambini migranti

    punto-emergenza-preVia Prè, Via Gramsci, Via del Campo, fino a Via Balbi: crocevia di strade, cuore pulsante del centro storico genovese. Tutte, chi più chi meno, sono accomunate da varie problematiche, ben note ai cittadini della Superba: dall’alto tasso di criminalità, alla mancanza di decoro urbano. O almeno questa è l’opinione sedimentata in gran parte dell’opinione comune. Per conoscere meglio questi luoghi, con #EraOnTheRoad siamo andati a visitarli di persona e abbiamo scoperto la piccola realtà del Punto Emergenza Prè, presidio della Caritas Diocesana al 62r di Via Prè. Si tratta di un centro di accoglienza “sulla strada” che da aiuto ai migranti, in particolare alle madri straniere che vivono a Genova e ai loro bambini, accompagnando il percorso post-parto fino ai 18 mesi. Abbiamo conosciuto i volontari del centro e Bruna Doglio, la responsabile, ci ha raccontato la storia del presidio e il loro lavoro nel quartiere, precisando che: «Il servizio che offriamo è gratuito e vengono da tutta la città chiedendo il nostro aiuto, da Molassana a Voltri. È dura sopravvivere ma ci siamo guadagnati credibilità: la nostra serietà fa sì che le persone siano felici di aiutarci. Genova è una città solidale e a Prè (ma non solo) c’è bisogno di iniziative come questa».

     

    La storia del “Punto Emergenza” nel sestiere di Prè e le sue attività per il quartiere

    Il Punto Emergenza Prè è stato fondato più di 30 anni fa e, a quei tempi, collaborava con la scuola elementare Istituto Suore Filippine San Giovanni di Prè, la più antica di Genova, aperta circa 300 anni fa da San Filippo Neri. All’epoca, a Genova i flussi migratori non erano così alti come adesso e l’associazione riusciva a dare sostegno ai bambini che frequentavano la scuola e alle loro mamme, appena arrivate in città. Non più di 100 in tutto, queste famiglie (tutte povere) venivano aiutate ad inserirsi nella nuova realtà ed erano dotate perlopiù di viveri. La svolta importante c’è stata qualche tempo dopo, con la prima donazione ingente (500 mila lire in latte e viveri) stanziata dalla Società San Vincenzo De Paoli, riunita nella Conferenza di Genova. Grazie ai primi benefattori, il presidio ha acquisito popolarità ed ha presto coinvolto anche medici pediatri (oggi 2) volontari, che hanno permesso di offrire alle mamme e ai bambini che si rivolgevano al centro anche cure mediche.

    Inizialmente la sede della struttura era ospitata dalle suore filippine, ma si è poi trasferita in strada, in via Prè, 12 anni fa, dando vita a un proprio presidio autonomo. Qui, i volontari hanno continuato ad accogliere, come un tempo, mamme e bambini migranti fino a 18 mesi («Gli uomini qui non possono entrare!», ironizza una delle volontarie), accompagnando le donne durante il percorso pre-natale, dotandole di un corredo, di alimenti appositi per i neonati, di medicine e cure mediche, grazie alla continua collaborazione con medici pediatri.

    punto-emergenza-pre-2Nell’attuale sede i volontari hanno messo in piedi da soli spazi attrezzati e ospitali: un locale soppalcato, dipinto sui toni pastello e dotato di armadi, giochi e tutto quel che serve a mettere a proprio agio chi entra. Ci sono anche due camere, una per i maschi l’altra per le femmine, dove i piccoli possono giocare e riposare, e inoltre stanze per il deposito dei viveri e dei vestiti. I volontari, che oggi sono in tutto una decina, tengono aperto il centro ogni pomeriggio, a partire dalle 14.30 fino alla sera. Poco distante da qui, sempre sulla strada, il presidio pediatrico e deposito di farmaci, dove i medici possono visitare i piccoli pazienti. Tutto, rigorosamente gratuito. Tutto senza che i volontari ricevano alcuna sovvenzione da Amministrazione o altri soggetti istituzionali. Ci tiene a sottolinearlo Bruna Doglio, che racconta: «Genova è una città solidale: sfatiamo il mito dei genovesi poco disposti ad occuparsi dei bisogni altrui. Dapprima diffidenti, sono pronti a dare molto per i servizi seri come il nostro. Siamo l’esempio tangibile del livello di partecipazione e altruismo di questa città: altrimenti come faremmo ad essere ancora qui, dopo 30 anni? All’inizio non avevamo nulla, siamo partiti da zero».

    Grazie alla risposta dei genovesi, dunque, il Punto Emergenza continua a fare il suo lavoro, sempre di più: sono tantissime le madri che si rivolgono all’associazione, indirizzate a Prè dai centri d’ascolto dei 27 vicariati della provincia di Genova.

    «Quando abbiamo iniziato questa attività, l’immigrazione a Genova era inferiore rispetto ad oggi. Adesso, non sappiamo come fare per rispondere alle esigenze di tutti quelli che ci chiedono aiuto»,raccontano i volontari, e ci accorgiamo di quanto ciò sia vero già dopo 10 minuti che li guardiamo lavorare. Arrivano mamme di continuo, con bambini neonati e i loro fratelli più grandi, con altre problematiche (mancanza di libri e attrezzatura per la scuola, ad esempio) da risolvere. I volontari corrono dallo stock degli alimenti, all’”armadio” con i vestitini, alla farmacia più vicina per comprare le medicine: «I conti li pagano i nostri benefattori, che credono nel nostro lavoro di aiuto alle famiglie e di recupero di Prè». Lo constatiamo con i nostri occhi, osservando il via vai di persone con pacchi di cibo e vestiti, ma attenzione: le iniziative private e spontanee sono sconsigliate. «Si finirebbe per avere una serie di merce che non riusciremmo a piazzare. Le richieste sono specifiche: dal tipo di latte, ai medicinali. Ad esempio, somministriamo una dieta lattea ai neonati fino a 21 mesi», dice Bruna.

    E naturalmente non si può non notare come il lavoro del Punto Emergenza Prè, oltre a fornire un concreto aiuto alle singole famiglie, dia anche un servizio al quartiere intero: fuori dalla retorica facile, il centro aiuta la riqualificazione di una zona problematica come Prè. Della sola Via Prè si può dire molto: criminalità, abusivismo abitativo e commerciale, spaccio sono solo alcune delle piaghe che la affliggono. Tuttavia, non va dimenticato che questo luogo è famoso anche per la sua vitalità, il folklore, la solidarietà: il Punto Emergenza lavora proprio in un’ottica di tolleranza e di integrazione, che parte da qui e coinvolge tutta la città.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Restiamo a Levante: il terzo settore in mostra a Quarto

    Restiamo a Levante: il terzo settore in mostra a Quarto

    manicomio-quarto-D3Domenica 22 settembre 2013 inizia presso l’ex manicomio di Genova Quarto l’evento Restiamo a Levante, Expò delle associazioni di Terzo Settore che terminerà domenica 29 settembre.

    L’iniziativa è promossa dal Municipio Levante e vede la presenza di circa cinquanta realtà non profit che presentano la loro attività nel proprio stand e nei laboratori e dibattiti che scandiranno l’intera settimana. Parte del programma sarà curato dal Coordinamento per Quarto, con l’iniziativa Quarto Pianeta.

    Scopri il programma di Restiamo a Levante.

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Municipio e Caritas: progetto Girasol per i cittadini in difficoltà

    Municipio e Caritas: progetto Girasol per i cittadini in difficoltà

    vicoli-immigrazione-d1Municipio Centro Est e Caritas uniscono le forze per dare vita a una nuova rete di solidarietà che affiancherà i Centri d’ascolto diocesani nella distribuzione di generi alimentari e di prima necessità per i meno abbienti. “Girasol – Gira la solidarietà”, questo il nome del progetto, si pone il nobile obiettivo di rinsaldare un legame di prossimità tra chi dona e chi riceve, cercando di ridistribuire i beni all’interno dello stesso quartiere nel quale sono stati raccolti.

    «I cittadini – spiega l’assessore municipale alle questioni sociali, Maria Carla Italia – sapranno così che il loro contributo andrà a sostenere il disagio del loro quartiere».

    L’iniziativa prende il là da una ricerca, realizzata dal Servizio sociale territoriale ATS 42 in collaborazione con il Municipio I, sul tema della distribuzione a carattere solidale di generi alimentari e beni di prima necessità ad opera degli enti ed associazioni no profit e caritativi locali, con particolare riferimento ai Centri di Ascolto del Vicariato inseriti nel territorio dello stesso municipio.

    Dai risultati di questo studio è emerso che i Centri d’ascolto del Centro Est genovese, ogni mese distribuiscono circa 1045 pacchi viveri. Ma solo il 67% di questi beni elargiti proviene dal Banco Alimentare Agea, mentre il 28% viene acquistato direttamente dai Centri d’ascolto e il restante 5% arriva dalla Colletta del Banco Alimentare. Dalla constatazione di una sensibile diminuzione delle donazioni del Banco Alimentare e del conseguente aumento di spesa per i Centri d’ascolto, è nata l’idea del Municipio di stringere una collaborazione con la Caritas diocesana genovese al fine di integrare le reti di solidarietà attualmente esistenti.

    «Condividere questo progetto con la Caritas – ricorda Simone Leoncini, presidente del Municipio I – ci permette di agire concretamente e offrire una prima risposta alle tante persone colpite duramente dalla crisi e abbandonate da un welfare sempre più carente».

    «L’obiettivo – prosegue l’assessore Italia – è la costruzione di una rete di solidarietà finalizzata alla raccolta di merci non solo dal punto di vista della quantità ma anche della qualità. Perché i Centri d’ascolto distribuiscono soprattutto derrate alimentari, ma ci sono anche altri bisogni primari. Quindi cercheremo di ampliare il paniere a beni per la pulizia della casa e delle persone e materiale di cancelleria per i bambini che vanno a scuola».

     Il rifornimento di merci avverrà secondo diverse modalità, ancora allo studio, e con tutta probabilità si avvarrà della collaborazione di un soggetto della grande distribuzione. Tre saranno le vie principalmente battute. La prima punta a creare un’efficace rete dell’invenduto (confezioni deteriorate, cibi in scadenza…) puntando in maniera decisa sulla prossimità degli esercizi commerciali ai centri che si occuperanno della distribuzione. Un secondo filone di interventi mirerà a istituire un sistema di sconti e agevolazioni per gli acquisti dei soggetti che partecipano a questa collaborazione. Infine, si svilupperà una raccolta periodica sul territorio del municipio.

    «A questo proposito – sottolinea, ancora una volta, l’assessore municipale alle questioni sociali – stiamo mettendo a punto un calendario che valorizzi una logica della prossimità. La cosa più bella di questo progetto, oltre alla collaborazione tra Municipio e Caritas, è che tutti i beni raccolti all’interno di un territorio andranno a beneficio dell’associazione e del Centro d’ascolto inseriti nello stesso quartiere. I cittadini sanno che le donazioni andranno a favore dei propri vicini. Si crea, così, una rete di prossimità da chi dona a chi riceve: il territorio aiuta il territorio». 

    Proprio in questa direzione, il primo appuntamento con il girasole della solidarietà è fissato per sabato 21 settembre presso la Coop di Piccapietra. Per tutto il giorno i volontari dei Centri di Ascolto e di Caritas, insieme con il Municipio saranno presenti presso il supermercato per raccogliere prodotti alimentari non deperibili, generi per la pulizia personale e della casa, cancelleria. E la prima beneficiaria di questa raccolta sarà “La Stiva” di San Siro.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Quarto, volontari per la cura del verde: l’esperienza di Laura Loschi

    Quarto, volontari per la cura del verde: l’esperienza di Laura Loschi

    verde-parchi-villa-croce-DiLa questione del cattivo stato del verde urbano a Genova rimpalla tra i media ed è sulla bocca di tutti: non c’è quartiere che ne sia immune e – da Albaro (Giardini Casu e Valletta Cambiaso) a Pegli (Villa Pallavicini), passando per il centro (la dura opera di riqualificazione dei Giardini di Plastica, o il cattivo stato del parco di Villa Croce)- nessuno sembra salvarsi. Le polemiche dei cittadini circa il cattivo stato, la mancanza di sicurezza e di pulizia esplodono, spesso in concomitanza con eventi spiacevoli, come quando qualche sfortunato visitatore resta ferito. Certo, il problema c’è, inutile nasconderlo. Ma che fare? Anziché scadere nelle solite sterili polemiche, e proprio per evitare il solito “mugugno”, nel quartiere di Quarto un gruppo di cittadini, coadiuvati dal sostegno delle istituzioni, si è mobilitato per cercare di dare una risposta concreta ai problemi del quartiere e del suo verde troppo trascurato.

    Ne abbiamo parlato con una delle promotrici del progetto, Laura Loschi: giovane mamma di due bambini, Laura si è mobilitata -assieme ad altri genitori, in particolare all’amica Valeria Razzoli– per organizzare una serie di iniziative di recupero dei giardini pubblici adiacenti alle scuole materne ed elementari del quartiere. In particolare, il parco di Villa Stalder, adiacente all’omonimo complesso scolastico -formato da scuola materna ed elementare- e Villa Aloi, nei pressi della scuola elementare Carlo Palli e dell’Istituto Tina Quaglia, scuola materna: due gli eventi finora realizzati, le mamme e i bambini continuano a mobilitarsi per dare autonomia e continuità al loro progetto.

    villa-stalderLaura, raccontaci come nasce il vostro progetto

    «Tutto è nato, in verità, qualche anno fa. All’epoca mi ero interessata allo stato del parco di Villa Stalder perché, avendo iscritto mio figlio alla scuola materna che si trova proprio qui, all’interno del parco, mi sembrava intollerabile lo stato di degrado in cui versava il giardino. Mi ero messa in contatto con altri cittadini attivi nel quartiere e, insieme, avevamo dato vita a un piccolo gruppo di persone che volevano far sentire la loro voce e cercare risposte dalle amministrazioni. E in effetti devo dire che siamo riusciti nel nostro intento: ben presto abbiamo acquisito una certa visibilità e credibilità, e siamo riusciti a interagire con i rappresentanti del Municipio IX, partecipando agli incontri e ottenendo assicurazioni sul ripristino della Villa. Soddisfatti dei risultati, avevamo poi accantonato la questione. In contemporanea, senza che l’uno sapesse dell’altra, anche la mia amica Valeria Razzoli si stava dando da fare: nell’estate del 2012 ha inviato una lettera ai media genovesi per denunciare il cattivo stato e l’incuria nel parco. La sua iniziativa andava a cadere proprio una settimana prima che a Villa Stalder si verificasse un incidente in cui un bambino era rimasto ferito, colpito dai pericolosi rami del giardino. A causa di questa sfortunata concomitanza, l’appello di Valeria aveva avuto grande riscontro, mobilitando non solo i media cittadini ma anche gli amministratori, che sembravano essere particolarmente sensibili e disposti a trovare una soluzione imminente. Per questo, alla fine del 2012, parlando insieme delle nostre precedenti iniziative, abbiamo deciso di unire le forze e riprendere in mano la faccenda: nel caso di Villa Stalder le cose da risolvere sono molte e, nonostante all’epoca del mio intervento l’amministrazione si sia mossa per ripristinare le condizioni ottimali, non bastano interventi sporadici di piccola manutenzione. Ci vuole un intervento di spessore e, in seguito, un’azione continua di manutenzione: era questo che io e Valeria volevamo far capire ai nostri interlocutori. E infatti siamo riuscite a farci ascoltare: nel settembre 2012, dal Municipio XI il via libera ad utilizzare un fondo europeo (finanziamento che, altrimenti sarebbe rimasto inutilizzato, o male impiegato) per il restying di Villa Stalder, da ultimarsi entro dicembre 2013, a breve. Tra gli interventi (proposti da Federico Bogliolo, capogruppo UDC e Consigliere Municipio IX, e da Walter Vassallo, Consigliere del Comune di Genova, in una  “Mozione sulle condizioni, sulle criticità legate alla sicurezza, al decoro e al recupero di Villa Stalder” approvata il 21 settembre 2012, n.d.r.), l’illuminazione nelle ore serali, già predisposta dal geometra Andrea Assareto (tecnico del Municipio XI che ha curato la stesura del progetto e o sviluppo dei lavori); la manutenzione e sostituzione della pavimentazione nella parte alta del parco, costituita da sampietrini; la messa in sicurezza, sempre nella piazzola più in alto, delle radici sporgenti e pericolose, e la chiusura dei buchi nel terreno. Nella parte bassa, asfaltata e meno pericolosa rispetto all’altra, sono previsti invece interventi di manutenzione standard, dalla rimozione delle radici, alla pulizia, allo smantellamento di un tronco contenente un nido di zanzare. Infine, la potatura delle palme, gli interventi di recupero di un ex piscina/corso d’acqua, oggi asciutto e da riutilizzare in qualche modo. In ultimo, il problema della vecchia fontana all’interno del giardino: bene tutelato dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, non può essere smantellata -anche se pericolosa- e, d’altra parte, un suo restyling sarebbe troppo oneroso. Che fare? Per ora, attendiamo gli interventi -belli e importanti- del Municipio».

    Parco cittadino di Villa QuartaraLe due iniziative con i bambini delle scuole elementari e materne del quartiere: come si sono svolte?

    «Non ci siamo accontentati di lasciar fare il Municipio: il ruolo di chi rivendica, lamentandosi, non ci si addice. Per questo, abbiamo deciso di partecipare e collaborare in prima linea, anche per cercare di sensibilizzare in prima persona i bambini (a volte poco rispettosi, bisogna ammetterlo) e gli stessi genitori, spesso poco “attenti” ai problemi del verde urbano. Da qui, i nostri progetti di volontariato che hanno visto protagonisti i bambini, al lavoro nei parchi. Il primo è stato quello legato a Villa Stalder, datato 10 dicembre 2012: con il coinvolgimento delle maestre dell’asilo Villa Stalder e della scuola primaria D’Eramo, entrambe site in Via Priaruggia, abbiamo dato vita a una giornata di pulizia e attenzione per il verde, unendo l’educazione civica dei nostri piccoli all’amore per la nostra città. Il riscontro, ottimo: grande disponibilità e interesse da parte di istituzioni, presidi delle due scuole coinvolte e soprattutto di Open Genova, una piattaforma collaborativa online che, secondo le dinamiche “social”, unisce cittadini volenterosi e amanti della loro città, permettendo loro di presentare progetti riguardanti vari campi d’azione. All’inizio eravamo un po’ titubanti -vuoi per la mancanza di confidenza con i mezzi moderni, vuoi per la scarsa fiducia di riuscire a far decollare le nostre idee-, ma questa organizzazione ha accolto con entusiasmo il nostro progetto e ci ha subito messo in contatto con chi -come noi- stava attuando progetti di manutenzione e pulizia in città: gli Angeli del Fango. Così, li abbiamo coinvolti e hanno partecipato alla nostra giornata di pulizia del 10 dicembre: in quella giornata, due rappresentanti degli Angeli, Flavio Ciaranfi e Cristina Torriano, hanno incontrato rispettivamente i bambini delle scuole elementari e della materna, sensibilizzandoli e passando loro il messaggio che il verde che circonda è “nostro” e per questo dobbiamo proteggerlo e curarlo. In seguito, alcuni ragazzi del gruppo degli Angeli del Fango ci hanno aiutato, armati di ramazza, a pulire. I bambini dell’asilo hanno piantato ciclamini e lavande, per celebrare questa giornata. Il tutto, molto “casalingo”, con volantini scritti a mano da noi mamme e con gli attrezzi forniti dalle maestre o dal Municipio, ma non c’era niente di sponsorizzato, è partito tutto da noi e, con le nostre sole forze, abbiamo dimostrato che si può fare! Questa prima giornata non avrebbe dovuto avere seguito, ma invece siamo riusciti a coinvolgere anche l’elementare Carlo Palli e la materna Tina Quaglia, per la pulizia dei vicini giardini di Villa Aloi. L’evento – dal nome “I giardini che vorrei”– si è svolto il 14 maggio scorso, con le stesse dinamiche del precedente».

    I progetti per il futuro e gli sviluppi della vostra iniziativa…

    «Il nostro intento era quello di fare in modo che le scuole della città che nascono all’interno o nei pressi di parchi pubblici “adottassero” i giardini di competenza. Lo stesso è stato fatto nei giorni scorsi dagli stessi Angeli del Fango, che hanno adottato un’aiuola in Via XX Settembre, in prossimità del sottopasso ancora chiuso, in ricordo dei tragici eventi del novembre 2011. Il problema è che il numero di scuole che potrebbero aderire all’iniziativa -in quanto sorgono in prossimità di spazi verdi- non è così elevato, e per ora il progetto è in fase di stallo. Stiamo ragionando con il Municipio su come proseguire e le alternative sono due: a settembre, quando riprenderà l’attività scolastica, incontrarci e costituire un comitato con genitori e altri interessati, per regolamentare la nostra posizione, la nostra influenza, il nostro raggio di intervento; altrimenti, aspettare il 2014, a conclusione dei lavori da parte dell’amministrazione. Ad oggi, il problema di questa “adozione” è che comporta un impegno costante non solo durante l’anno scolastico (sedute dedicate alla pulizia con una frequenza minima di una volta al mese), ma anche nella pausa estiva. Come fare? Abbiamo pensato a cercare degli sponsor, oppure a inserire all’interno del parco un chiosco, in modo da attirare più presone e da “presidiare” l’area sempre, estate e inverno. Ci sono varie proposte in ballo e il Municipio (soprattutto nella figura dell’Assessore Raffaelli, colui che è preposto a seguire la nostra iniziativa, figura di riferimento per tutti noi) è molto collaborativo. Per ora, attendiamo di sapere quali saranno le nostre sorti, nella speranza di poter proseguire ed estendere il nostro progetto».

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

  • Cep, tagli al terzo settore: a rischio le attività del Centro Zenit

    Cep, tagli al terzo settore: a rischio le attività del Centro Zenit

    voltri-palmaroLa scorsa settimana, prima che in Consiglio Comunale si annunciasse la volontà di impedire i gravi tagli al Terzo Settore, è circolato via mail (e lo abbiamo ricevuto anche in redazione) un appello per scongiurare la chiusura del Centro Zenit: si tratta di una struttura aperta dal 1996 al Cep di Prà, che ogni anno accoglie circa 100 – 150 bambini e ragazzi dai 6 ai 18 anni per attività di doposcuola, gioco e (dove necessario) per gestire la relazione con le famiglie e con i servizi sociali.

    I tre educatori del centro, supportati periodicamente da tirocinanti e volontari di servizio civile, operano in sinergia con Arciragazzi, con le associazioni del territorio a partire dal Consorzio Pianacci, le scuole, la parrocchia e la comunità islamica (che in questo quartiere è la più numerosa di Genova).

    Dopo la seduta in Consiglio Comunale dello scorso giovedì, Daniela Matranga, responsabile del centro, sembra essere più ottimista: «Il Comune sembra aver compreso che i tagli al terzo settore sono una via non praticabile, poiché si tratta di un servizio fondamentale per la città, e hanno sottoscritto un impegno verbale a trovare le risorse necessarie: i primi riscontri dovrebbero arrivare in un paio di settimane, ma il timore è che – per dare nuovi fondi al sociale – qualche altro settore ne subirà il contraccolpo. Tuttavia è ancora presto per dire cosa accadrà e quali strategie si attueranno e ci permetteranno di continuare il nostro lavoro». 

    Come meglio precisato da Enrico Testino «servizi come quello fornito da Zenit sono presenti in tutti i quartieri periferici di Genova e sono un supporto importante per il Comune, che non ha le risorse per gestire direttamente questo tipo di attività. Tuttavia, i servizi di animazione sociale sono ritenuti meno prioritari rispetto a quelli di “accudimento”, verso i quali sono destinati principalmente i pochi fondi disponibili. La chiusura di Zenit o di servizi analoghi significadi fatto, che il Comune cessa di occuparsi delle sue periferieArrivare a luglio senza bilancio è una situazione nuova e al tempo stesso rischiosa: le attività del Centro non si possono interrompere, neanche per un breve periodo, perché rischia di incrinarsi il tessuto di relazioni sociali e fiducia che da anni rendono possibile l’operato nel quartiere».

    Inoltre, gli educatori e volontari del Centro Zenit si occupano anche, da circa due anni, della gestione della biblioteca Firpo: «circa due anni fa – spiega Daniela Matranga – il Comune ha annunciato di non avere più le risorse necessarie a tenere aperta la biblioteca. In quello stesso periodo noi eravamo alla ricerca di una nuova sede. Abbiamo unito le due esigenze reciproche e da allora operiamo sia come educatori sia come servizio bibliotecario: l’eventuale chiusura di Zenit cagionerebbe anche la sospensione delle attività in biblioteca, l’unica presente nel quartiere».

     

    Marta Traverso

  • Ponte Carrega, Valbisagno: i lavori di restauro presentati alla città

    Ponte Carrega, Valbisagno: i lavori di restauro presentati alla città

    Ponte CarregaIL PRECEDENTE

    4 novembre 2011: alluvione a Marassi e in Valbisagno, oltre al Rio Fereggiano esondano i torrenti che attraversano la zona di piazzale Adriatico, causando gravi danni. Un gruppo di abitanti del quartiere, insieme ad associazioni di volontariato, contribuisce ai lavori per ripulire la zona dal fango.

    Settembre 2012: il Comune di Genova presenta – nell’ambito del Piano delle città – una richiesta di finanziamenti europei per la messa in sicurezza del Bisagno e la riqualificazione della zona. In particolare si parla di un restringimento del letto del fiume in zona Gavette e dell’abbattimento di 5 ponti, tra i quali Ponte Carrega, allo scopo di creare una strada carrabile che favorisca l’accesso ai due centri commerciali di futura costruzione (ex Italcementi ed ex Officine Guglielmetti).

    Ottobre 2012: si costituisce l’Associazione Amici di Ponte Carrega, formata da alcuni dei volontari che un anno prima hanno collaborato al dopo-alluvione e che si pone come primo obiettivo una raccolta firme per scongiurare la demolizione del ponte.

    Dicembre 2012: oltre duemila firme vengono consegnate alla delegazione locale del Fai (Fondo Ambiente Italiano) a testimonianza dell’impegno dell’associazione per preservare lo storico ponte (costruito nel 1788) e opporsi alle iniziative di cementificazione del quartiere.

    Febbraio 2013: Ponte Carrega diventa Luogo del Cuore. Il progetto del Fai (avviato nel 2003) invita ogni anno i cittadini a segnalare i luoghi da loro più amati e dei quali ritengono importanti la tutela e la riqualificazione. Come ha scritto Fabrizio Spiniello  dell’associazione Amici di Ponte Carrega, inviando una mail alla nostra redazione, «su 10.173 monumenti segnalati al Fai il nostro ponte si è piazzato alla posizione numero 89. Nella classifica regionale è al quinto posto, mentre si piazza al primo posto assoluto nella classifica di Genova e provincia: questo è l’obiettivo più prestigioso che ci eravamo prefissati. In questo modo il nostro ponte può diventare tra i luoghi simbolo da proteggere e preservare anche per il Fai di Genova. Infine, la ciliegina sulla torta: nella classifica della categoria “ponti” il nostro si è classificato al secondo posto nazionale, davanti a “mostri sacri” come il Ponte Vecchio di Firenze, il Ponte di Rialto e il Ponte dei Sospiri di Venezia».

    IL PRESENTE
    ponte-carrega-valbisagno-lavori-volontari

    Venerdì 19 luglio 2013, nel programma del Festival teatrale dell’Antico Acquedotto, si svolgerà la presentazione alla città dei restauri di Ponte Carrega. Un’opera resa possibile grazie all’impegno dell’associazione, che in meno di un anno ha contribuito in larga misura a tenere alta l’attenzione sul quartiere, e al contributo di numerosi volontari. Come spiega Fabrizio Spiniello, «abbiamo chiesto al Municipio un mese per completare i lavori, ma abbiamo finito in 4 giorni. Il primo mattino si sono presentate circa 60 persone ad aiutarci, fra cui ragazzi degli Scout e dell’Acr e volontari che anche nel novembre 2011 hanno contribuito alla solidarietà di quartiere. Il Municipio ci ha fornito i permessi logistici, l’assicurazione e i materiali – guanti e pennelli – per lavorare. L’evento del 19 luglio sarà un momento di festa ma anche di denuncia, vogliamo far capire alla Civica Amministrazione che il territorio è nostro e vogliamo essere partecipi delle decisioni che lo riguardano. In merito alla costruzione dei due centri commerciali non è stata fatta alcuna consultazione popolare, se non una presentazione pubblica – lo scorso 11 luglio – dei progetti ormai già approvati. Progetti che si pongono in contraddizione con Agenda 21 (il programma per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile promulgato dall’Onu nel 1992, ndr) che ha visto la Valbisagno come progetto pilota per Genova: allora si parlava di valorizzazione delle aree verdi e dei luoghi storici come l’Antico Acquedotto, propositi che negli anni sono stati disattesi».

    Quello del 19 luglio è dunque un evento importante, ma al tempo stesso solo il punto di partenza per altre attività. L’associazione Amici di Ponte Carrega, oltre al prezioso contributo dei Fai, ha da subito coinvolto realtà locali e nazionali quali il Wwf ed enti di ricerca, con i quali a novembre 2013 organizzerà un convegno sul dissesto idrogeologico patrocinato da Wwf Italia: sede, programma e relatori sono ancora in via di definizione, ma si prevede anche il coinvolgimento di rappresentanti nazionali ed esteri, per confrontare la realtà genovese con quelle di altre nazioni. «Il nostro principale impegno è far capire che il dissesto idrogeologico si può risolvere in altri modi, che non prevedono il restringimento del letto del fiume né tantomeno la costruzione di nuove strade, ponti e centri commerciali». 

    Inoltre è attesa a giorni la risposta per la probabile futura sede dell’Associazione, una “casetta” di 300 mq di proprietà di Coopsette in salita Migliavacca: «Vorremmo renderla un’area di aggregazione aperta a tutta la cittadinanza, restituire al quartiere lo spazio verde che l’alluvione ha portato via e realizzare – per esempio – i progetti di orti urbani citati nel nostro manifesto costitutivo. Inoltre vorremmo che la casetta diventasse un polo di educazione ambientale e il punto di partenza per le escursioni al Parco delle Mura Orientali: un progetto che stiamo portando avanti con il Wwf e che vedrebbe coinvolti i forti Ratti, Richelieu e Santa Tecla. Ponte Carrega sarebbe, nella nostra ideale, l’ideale anello di congiunzione tra il Parco delle Mura Occidentali e il versante orientale».

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Avvocato di strada: tutela legale gratuita per i senzatetto

    Avvocato di strada: tutela legale gratuita per i senzatetto

    poverta-crisi-clochard-DISabato 29 giugno 2013 ha inaugurato a Genova, presso la Comunità di San Benedetto al Porto, lo sportello Avvocato di strada.

    Si tratta di un servizio di volontariato che fornisce assistenza legale gratuita a persone senza fissa dimora, sia in sede giudiziaria che in ambito stragiudiziale. Un progetto nato nel 2000 a Bologna dalla costola dell’Associazione Amici di Piazza Grande, che dal 1993 si occupa di aiutare persone senza fissa dimora: «Io sono uno dei soci fondatori di Amici di Piazza Grande – ci spiega l’avvocato Antonio Mumolo, presidente nazionale di Avvocato di Strada – Nella mia attività di volontariato mi sono reso conto che molte persone non riuscivano a “uscire dalla strada” proprio a causa dell’assenza di un supporto legale. Una carenza che non è colmata né dagli assistenti sociali – che non dispongono dei fondi per garantire assistenza legale – né dall’Avvocatura dei Comuni, che può occuparsi solo di cause attive o passive in cui è coinvolto il Comune stesso, ma non direttamente di cause dei cittadini. La legge prevede inoltre che gli avvocati svolgano attività di gratuito patrocinio per coloro che hanno un reddito imponibile annuo inferiore a 10.776,33 €, ma tra i requisiti fondamentali per accedervi l’assistito deve avere una residenza. Ho dunque riscontrato la necessità di agire in questa direzione – non esistevano infatti figure analoghe, nemmeno all’estero – e ho aperto a gennaio 2001 il primo sportello a Bologna: siamo partiti in due, io e una donna avvocato penalista».  

    L’associazione ha attualmente 35 sportelli in tutta Italia (in Liguria due, Genova e La Spezia) e si avvale del contributo di circa 700 avvocati volontari. Nel solo 2012 l’associazione ha gestito un totale di 2.575 pratiche, di cui il 45% relative al diritto dei migranti, il 34% di diritto civile, l’11% di diritto amministrativo e il 10% di diritto penale (il rapporto integrale è consultabile sul sito web Avvocato di strada). «Siamo, in un certo senso, lo studio legale più grande d’Italia e al tempo stesso quello che fattura meno – prosegue Mumolo – Avvocato di strada è un’organizzazione di volontariato (Odv) e non una Onlus, o meglio: le Odv diventano di diritto anche Onlus dopo sei mesi dall’iscrizione all’Albo del Volontariato, ma la nostra differenza con le Onlus è che – mentre in quel caso sono possibili rapporti di lavoro o rimborsi per i volontari – chi presta la propria opera ad Avvocato di Strada non percepisce alcuna forma di rimborso. Come prevede lo statuto, se una causa legale è vinta e la controparte è condannata anche al pagamento delle spese legali, la somma va devoluta interamente all’associazione».

    Per aprire uno sportello di Avvocato di Strada sono necessari due requisiti: un’associazione ospitante, già attiva sul territorio a sostegno delle persone senza fissa dimora, e il contatto con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, che esprime parere favorevole dopo aver verificato il carattere volontario della prestazione, la sua utilità sociale e la compatibilità dell’impegno richiesto ai volontari (tre ore al mese) con le normali attività lavorative. A seguire, viene indetta una conferenza stampa (quella genovese si è svolta appunto sabato 29 giugno) aperta anche e soprattutto alle associazioni di volontariato della città che perseguono analoghi scopi sociali.

    Lo sportello di Genova sarà operativo a partire dal 4 luglio, tutti i giovedì dalle 18 alle 20 senza necessità di prendere appuntamento.

    Marta Traverso

    [foto di Diego Arbore]

  • Servizio civile nazionale: bando a settembre 2013

    Servizio civile nazionale: bando a settembre 2013

    servizio-civileNovità in vista per i numerosi giovani in attesa del nuovo bando di servizio civile, un’opportunità di volontariato retribuito che per un anno vede impegnati giovani dai 18 ai 29 anni in progetti di ambito sociale o culturale.

    Il Ministro Josefa Idem, che tra le sue deleghe si occupa anche di Politiche Giovanili, ha incontrato una delegazione della Consulta Nazionale del Servizio Civile, dando loro garanzie sull’imminenza del bando.

    Più in dettaglio, il bando uscirà all’inizio di settembre 2013 e riguarderà 15.000 volontari per l’Italia e 450 per l’estero. Ricordiamo infatti che il Servizio Civile nazionale non riguarda solo l’Italia: chi vuole candidarsi può fare domanda per un solo progetto, da svolgersi nella propria città di residenza, in una qualunque altra località italiana o fuori Italia (in quest’ultimo caso, la quota di rimborso prevede anche un’aggiunta per le spese di viaggio e alloggio).

    Lo scopo del Ministero è individuare nuovi finanziamenti per coprire le spese necessarie a questo numero di volontari, in aggiunta ai 62 milioni di euro attualmente disponibili e senza toccare la cifra già stanziata per il 2014. Le graduatorie dei progetti approvati sono state pubblicate a fine aprile, rendendo dunque già possibile la consultazione dell’elenco dei progetti in Italia e dei progetti all’estero.

    Si dovrà dunque attendere la fine dell’estate per capire se i fondi sono stati trovati e se il bando realmente partirà entro la scadenza preannunciata.

  • Lameladivetro, Campopisano: arte e cultura per difendere le diversità

    Lameladivetro, Campopisano: arte e cultura per difendere le diversità

    campo-pisano-centro-storico-DIFondata nel 1995 e sita dal 30 marzo 2013 a Campopisano, l’ Associazione Culturale Lameladivetro opera per il dialogo internazionale e la promozione artistico-culturale, sia in ambito locale, che nazionale e internazionale, organizzando eventi a Genova e nel mondo, grazie all’intraprendenza dei volontari che la coordinano e all’appoggio – oltre a Comune di Genova, Provincia e Regione – di strutture come ambasciate, consolati, ministeri sparsi in tutto il mondo.

    porta-lameladivetroUn piccolo gioiello nascosto tra i vicoli genovesi: la sede di Lameladivetro è un posto magico, in cui il tempo sembra essersi fermato. Prima che arrivassi ero stato avvisata: «Non aspettarti qualcosa di nuovo e alla moda, qui non c’è niente che abbia a che fare con le discoteche, o con i posti che frequentano i giovani, anzi qui da noi il tempo si è fermato al 1600. Lo vedrai con i tuoi occhi». Già incuriosita da questa anomala presentazione, sono andata a constatare con i miei occhi di cosa si trattasse e ne sono rimasta folgorata; un piccolo spazio in un edificio adiacente a Piazza Campopisano, arredato con mobili e suppellettili rigorosamente di epoca (‘600 – ‘800) dai tessuti delle tende, ai mobili in legno, le grandi credenze contenenti l’archivio “analogico” e la documentazione cartacea dell’associazione, e costumi d’epoca rigorosamente ricreati dai soci. E pensare che in così poco spazio è contenuto tutto il potenziale che, una volta scatenato, innesca meccanismi virtuosi in grado di raggiungere tutti i paesi del mondo…

    Mi accolgono Franco Andreoni, il vicepresidente Fulvio Toso e alcuni altri soci: le rappresentanti di Tailandia (Kanokwan Lueng Srichai) e Venezuela (Mayela Barràgan Zambrano) e la curatrice della parte storica Maura Meo.

    Cos’è Lameladivetro e qual è il filo conduttore che anima tutto il lavoro dei volontari?

    «La nostra associazione è attiva ormai da quasi un ventennio, siamo partiti da Piazza delle Vigne e, dopo vari cambiamenti di sede, oggi siamo tornati finalmente nel centro storico, nella bella location di Campopisano, al numero 4 r. La nostra è un’attività di volontariato a favore dell’arte e della cultura. Il raggio d’azione di Lameladivetro è ampio e variegato: noi parliamo di cultura, di arte, di attività rivolte al sociale, ma anche la parola “cultura” è di per sé polisemica e spazia dalla gastronomia all’arte propriamente detta. Quello che sta alla base di tutto è riuscire a coinvolgere diverse “etnie”, diversi paesi, diverse comunità sia su piccola che su larga scala (da quelle più vicine, genovesi, piemontesi e limitrofe, a quelle più lontane, tailandesi o venezuelane, ecc.), valorizzare le loro tipicità culturali in modo che non vadano perse e preservare dunque le differenze.
    Sono proprio le differenze culturali il centro di tutto il nostro lavoro: noi non miriamo all’integrazione culturale (attenzione, con questa affermazione non si deve certo scambiare il nostro intento per un proposito misantropico di accentuazione delle diversità che separano…), vogliamo piuttosto mettere l’accento sulle differenze, in quanto peculiarità territoriali, etniche, popolari, (dalle ricette di cucina, alle varianti dialettali, o ancora le particolarità nel vestire, le abilità artigianali, le bellezze territoriali) e che devono essere conosciute dal numero più largo possibile di persone. Sono un arricchimento, che separa ma non divide, anzi… la ricerca di legami tra gli elementi specifici delle varie etnie può ricondurle tutte a un unico massimo comune denominatore. Se ci fermiamo a pensare, tante possono essere le etnie che ci circondano. Mi riferisco a tutte le specificità comunitarie, culturali, linguistiche. Con il termine “etnico” siamo abituati a pensare ai paesi arabi o alla Turchia, o al Medioriente, ma un’“etnia” è ad esempio anche quella genovese, della Lunigiana, o quella sarda…»

    «Il nostro sito è scritto in tantissime lingue diverse, e allo stesso i volantini che stampiamo: dal zeneize, al calabrisi, allo wayuunaki. Quest’ultima è una lingua indigena dell’America Latina, che noi abbiamo portato a Genova in occasione di un evento in collaborazione con il Venezuela: la nostra rappresentante è riuscita a far arrivare nella nostra città un poeta, socio-linguista e scrittore di lingua wayuunaki, che è stato ospitato nell’ambito del Festival della Poesia. Anche il nome Lameladivetro è quello ufficialmente registrato, ma cambia a seconda dell’evento in questione e delle nazioni con cui abbiamo a che fare: Lamanzanadevidrio, Lepommedeverre, DerGlasApfel, e così via…».

    lameladivetro

    Franco, puoi farci qualche esempio di progetto finora realizzato e darci anticipazioni per le iniziative future?

    «Organizziamo pochi incontri all’anno, ma quelli che realizziamo hanno vasta eco e sono importanti per far conoscere Genova all’esterno e per portare a Genova altre culture e società. Posso citare molti esempi di ricerche, studi e iniziative che abbiamo condotto. Ad esempio, nel 2007, “La memoria multiculturale” il progetto annuale su Paul Klee e il suo soggiorno a Genova: abbiamo ricostruito l’itinerario seguito dall’artista nel 1901 durante il suo viaggio da Berna a Roma (risalendo anche al numero di treno, all’orario, alle coincidenze prese) e abbiamo scoperto che il pittore sarebbe partito proprio dalla nostra città alla volta di Roma. Da qui abbiamo creato un’esposizione che è stata visitabile per circa un anno presso i locali della Biblioteca Civica Berio e che ha visto il coinvolgimento di rappresentanze genovesi, svizzere e tunisine. Da ricordare anche la collaborazione con la Svizzera e l’evento alla Biblioteca Berio “Genova e la Svizzera all’insegna della Storia: rose e bandiere, Papi e alabarde”, in cui sono stati ricercati legami e affinità tra Genova e la Svizzera, fino al gemellaggio delle due. Da ultimo, la presenza al Salone del Libro di Torino 2013, con l’intervento “Le pratiche di Medicina Tradizionale dall’Abruzzo al resto del mondo: la Cina e il Paraguay”, organizzato dalla rappresentante cinese, l’ultima “reclutata” per entrare a far parte del gruppo. Infine, un progetto ancora in cantiere di “gemellaggio del pesto”, in cui stiamo cercando di coinvolgere varie comunità d’Italia, produttrici dei vari ingredienti necessari per la preparazione del pesto, per gemellarle con Genova (da Pisa, produttrice di pinoli, alla Sardegna per il pecorino, e altre); e poi si potrebbe anche effettuare ricerche sulle statue stele nella zona dell’estremo Levante, ricostruendone le affinità con quelle sudamericane. Le possibilità sono infinite, il campo d’azione sterminato».

    Come funziona sotto il profilo pratico Lameladivetro?

    «L’organico della nostra associazione è formato da rappresentati di diversi popoli e il nostro operare è da considerare quasi sempre al fianco di (oltre a Comune, Provincia e Regione) enti pubblici o diplomatici, dalle Ambasciate ai Consolati, ai Ministeri, per giungere alla Segreteria di Stato della Città del Vaticano. La cosa bella è che tanto sono buoni i nostri contatti col Vaticano, quanto con i rappresentanti ufficiali di altre religioni, come quella islamica o buddhista, a testimonianza della volontà di cooperazione e di inclusione delle differenze. Ovviamente questo è anche un modo per fare conoscere, in primis, Genova nel mondo. In secondo luogo, il nostro modus operandi permette a Genova di conoscere il mondo, in uno scambio bidirezionale molto interessante. La nostra associazione culturale vive dell’interazione con le rappresentanze delle diverse nazioni mondiali: non è una struttura che nasce su scala internazionale, anzi è piuttosto radicata sotto il profilo locale, ma in occasione dei vari eventi che organizziamo, Lameladivetro esce dai confini genovesi e si fa internazionale. Fra le nazioni con cui abbiamo contatti, oltre alle varie regioni d’Italia, ricordo la Repubblica Popolare Cinese, il Sud Africa, il Venezuela, la Francia, la Tailandia, la Svizzera, ma si tratta solo di alcuni esempi. Creiamo cose e incontri in nome dell’amore per la cultura, l’arte, la storia, la fratellanza. Tutti ingredienti positivi, i migliori».

    La passione e l’amore per la cultura che anima questi volontari è davvero particolare: vulcanici e pieni di iniziativa, producono nuove idee una dopo l’altra, in continuazione. I progetti sono davvero tanti, ma realizzarli diventa complicato perché la base è sempre volontaria e gli aiuti da reperire si basano sui contatti interpersonali dei soci. Interessante il fatto che alcuni di loro si siano conosciuti ad un corso di lingua italiana per stranieri e, tramite passaparola, siano poi entrati a far parte di Lameladivetro: è il caso proprio della rappresentante tailandese e della neo-arrivata cinese. Inoltre, ora si sta progettando di aprire a Stati Uniti, Russia e altri paesi: lo scopo è quello di avere un rappresentate per ogni paese, ma è di certo ambizioso e a lungo termine. Per ora, i volontari continuano a impegnarsi e a proporre i loro progetti con entusiasmo, con un occhio sempre rivolto verso Genova e la Liguria: si pensa, tra le altre cose, di tornare alla prassi iniziale di organizzare percorsi storici in città, con persone reali in abiti storici, che interpretano vari personaggi e mettono in scena episodi del passato, per far comprendere meglio e far restare maggiormente impresso il reale svolgimento degli eventi. Partendo, perché no, proprio da Campopisano, luogo ricco di storie e leggende.

     

    Elettra Antognetti

  • Sorriso Francescano: educatori e volontari per la tutela dei minori

    Sorriso Francescano: educatori e volontari per la tutela dei minori

    sorriso-francescano-campo-calcioLa Fondazione “Sorriso Francescano” è un’associazione di accoglienza e solidarietà, con vari centri dislocati tra Genova (a Coronata, in Salita P. Umile 17, ed Albaro, in Via Riboli e Via Parini), e La Spezia, in Via dei Colli. I centri svolgono attività di volontariato, di aggregazione giovanile ed educativa genitore-bambino, e si presentano come un’opera assistenziale socio-educativa che affronta il disagio minorile e offre servizio anche ai migranti. Nel primo centro, quello di Coronata, vengono accolte donne e bambini, mentre ad Albaro sono ospitati ragazzi, soprattutto minori per decreto del tribunale. Alcuni di loro vivono nella comunità, altri trascorrono negli spazi della Fondazione le loro giornate. L’associazione vive grazie al lavoro di operatori qualificati, esperti negli ambiti formativi e di problematiche legate alla genitorialità, all’adolescenza, all’assistenza. Inoltre, sono attivi anche una quarantina di volontari, che affiancano gli educatori nell’assistenza ai ragazzi nello studio, ma partecipano anche alle gite e ai campi estivi e invernali.

    Il “Sorriso Francescano”

    L’Associazione è stata fondata dai Frati Cappuccini, presenti in Liguria dal 1528. Da subito, nei loro conventi hanno allestito mense per i poveri e poi, nel XX secolo, sotto la spinta di frati come Padre Umile Bonzi a Genova si sono occupati del disagio infantile e giovanile. In particolare, il “Sorriso Francescano” è stato fondato da Padre Umile, che tra il 1945 e il 1969, col sostegno dell’arcivescovo Cardinal Siri, promosse numerose attività benefiche rivolte ai giovani e costruì tre strutture di pronta accoglienza per minori. Opera assistenziale socio-educativa, il suo scopo principale è “assistere ed educare in maniera integrale tutti i minori che vengono accolti nelle comunità del Sorriso Francescano”, favorendone l’inserimento nel mondo del lavoro e nella socialità.

    Le strutture

    sorriso-francescanoServizi residenziali: Tra le strutture ospitate nelle sedi genovesi, la Comunità educativa “Le coccinelle”, in Salita Padre Umile. Qui, i minori inviati dai Servizi Sociali (in numero di 10 e di anni compresi tra i 6 e i 16) sono ospitati e hanno l’opportunità di sviluppare aspetti fisici, emozionali, cognitivi e spirituali della persona. L’equipe del personale è composta da sei operatori, di cui tre laici e tre religiosi, che curano le relazioni con la rete dei servizi sociali e il Tribunale dei Minori e le altre istituzioni con particolare attenzione all’area individuale, medico-sanitaria e famigliare. Nel centro sono previsti percorsi d’intervento personalizzati a sostegno e tutela del minore accolto e della relazione con la famiglia d’origine, sempre sotto la supervisione di uno psicologo esterno. Tutti i minori accolti in struttura sono inseriti in attività esterne attraverso percorsi individualizzati che permettono la realizzazione di interventi in rete con altre strutture territoriali (associazioni sportive, culturali, educative, scuole) al fine di creare un senso di appartenenza al territorio stesso, oltre che limitare il senso di sradicamento

    Inoltre, il Centro di aggregazione “Vento del Sud” di Via Riboli, che accoglie minori dagli 11 ai 18 anni, sia per accesso spontaneo su richiesta delle loro famiglie o per accesso concordato con Consultori Familiari dell’ASL e Centri di Ascolto diocesani. Il fine è quello di garantire ai ragazzi un clima di accoglienza e di ascolto, con il sostegno di un’equipe specializzata e con l’apporto di diverse figure professionali: gli educatori dedicano particolare attenzione al percorso individuale dei soggetti coinvolti ed elaborano insieme alle famiglie e al ragazzo una strategia condivisa. Gli operatori si attivano per fare sostegno educativo complessivo, supporto allo studio, laboratori di teatro, canto, pittura e attività sia sportive come karate, danza, calcio, pallavolo, che ricreative (cineforum, giochi da tavola, gite). Previsti anche momenti di scambio e confronto con le famiglie, e percorsi appositi di inserimento lavorativo. Il CAG fa parte della rete di strutture del Centro Servizi per la Famiglia e i Minori Genova VIII Medio Levante.

    Il Centro di aggregazione “Insieme”, anch’esso in Salita Padre Umile, accoglie minori di età compresa tra i 6 e i 10 anni. L’inserimento nel centro avviene su segnalazione delle scuole del territorio, dei Centri di Ascolto diocesani, dei Servizi sociali territoriali, dei Consultori territoriali dell’ASL o su richiesta diretta delle famiglie, e nel centro ci si occupa della prevenzione del disagio minorile e della dispersione scolastica, attivando forme di promozione sociale e sostegno scolastico. Inoltre il centro si occupa dello sviluppo di bambini che appartengono a famiglie svantaggiate, cercando di diminuirne il disagio. Il Centro dispone di un direttore religioso e pedagogista, e di altre figure formative dell’equipe interna sia laiche che religiose, affiancate da studenti della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Genova. Il Centro comprende due unità operative una Comunità Educativa ad alta intensità per 8 adolescenti (12-18 anni) e un Centro Diurno per 15 adolescenti (12-18 anni) con l’obiettivo di progettare un percorso di integrazione sociale e prevenire l’instabilità grave che coinvolge il comportamento, l’umore, la fiducia in sé stesso e le relazioni interpersonali dell’individuo nel contesto relazionale e sociale quotidiano. Nella Comunità opera un’équipe composta da un coordinatore, 6 educatori professionali a tempo pieno, uno psicologo con funzione di supervisore dell’equipe ed una psichiatra, consulente esterna.

     

    Elettra Antognetti

  • Mercatino di San Frumenzio: scambio di libri per beneficenza

    Mercatino di San Frumenzio: scambio di libri per beneficenza

    LibroSabato 25 maggio la Biblioteca Berio ospita nel proprio giardino, per l’intera giornata, il Mercatino di San Frumenzio. Un progetto nato nel 2007 e che prevede l’esposizione dei libri donati periodicamente dai cittadini alla biblioteca: chiunque può portare libri in donazione o venirne a prendere, in cambio di un’offerta minima di 1 €: questa iniziativa benefica che ogni anno ha un differente destinatario.

    Il ricavato di oggi andrà all’Associazione San Marcellino, fondata nel 1945 dai Gesuiti di piazza Matteotti e che si occupa di ospitare persone senza fissa dimora.

    Alle 17, a conclusione della giornata, i partecipanti al laboratorio di poesia dell’Associazione leggeranno alcuni loro brani.

    Ingresso libero.

  • Notte dei Musei: l’appello dei professionisti della cultura

    Notte dei Musei: l’appello dei professionisti della cultura

    Palazzo Reale«Apriamo alla collaborazione del mondo del volontariato per migliorare la fruizione del patrimonio culturale durante la Notte dei Musei 2013. Per maggiori dettagli potete chiamare il numero di tel. 06….»: così si legge, in un post dello scorso 23 aprile (attualmente rimosso) sulla pagina Facebook del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

    E ancora: «È assolutamente impossibile che lo Stato abbia risorse sufficienti per ampliare l’offerta culturale senza ricorrere anche al sostegno dei volontari». Con queste parole, pubblicate sul suo blog, Ilaria Borletti Buitoni (deputata di Scelta Civica e sottosegretario al MiBAC) risponde alle polemiche legate all’impiego di volontari per tenere aperti molti fra i beni culturali che aderiscono alla Notte dei Musei 2013, svoltasi su tutto il territorio nazionale sabato 18 maggio.

    In risposta al post – una goccia che ha fatto traboccare un vaso aperto da tempo – l’archeologo Gabriele Gattiglia ha creato su Twitter l’hashtag #no18maggio: «Su Internet ho letto diverse voci che in maniera sparsa protestavano contro queste dichiarazioni. Ho creato l’hashtag per dare loro un filo conduttore, a seguire ho contattato diversi operatori culturali per sondare la loro disponibilità a dare voce a un’iniziativa comune. La risposta maggiore è arrivata dagli archeologi. Da lì sono nate altre forme di mobilitazione: #VolontarioAchi in cui molti archeologi si sono fotografati per testimoniare il loro essere professionisti; #generazionepro, allo scopo di trasformare le proteste in proposte; infine il flash mob #nottedeiprofessionisti».

    Come si legge sul sito della Confederazione Italiana Archeologi, che ha organizzato l’evento, la Notte dei Professionisti si è svolta a Roma lo scorso sabato – in concomitanza con la Notte dei Musei – ed è stata «una manifestazione indetta da professionisti e operatori della Cultura per affermare la necessità che il Governo Italiano assuma tra le sue priorità quella di elaborare un piano strutturale di riforma del settore culturale del nostro Paese, che parta dal riconoscimento dei professionisti ed il rilancio delle imprese. Al centro delle politiche per la cultura devono tornare ad essere il lavoro e le persone: i professionisti con il loro straordinario bagaglio di esperienze e conoscenze e le imprese sane che creano occupazione vera».

    Perché proprio gli archeologi hanno portato avanti questa campagna? Come spiega Gattigli «sono due le istanze principali: anzitutto non esiste alcun riconoscimento professionale degli archeologi, Albi o simili. Da qui la seconda istanza, ossia che sono attivi in molte Regioni italiane gruppi archeologici che – privi di specifici titoli o competenze – svolgono lo stesso lavoro dei professionisti in forma volontaria o a prezzi da “concorrenza sleale” (non essendoci un Albo né alcuna forma di tutela giuridica, non esiste neanche un tariffario minimo, ndr). Era già stata fatta una manifestazione, lo scorso 15 dicembre, per chiedere il riconoscimento professionale degli archeologi e il loro inserimento nel Codice Unico dei Beni Culturali, dove la parola “archeologo” non è nemmeno citata. È stata fatta a riguardo una proposta di legge da Marianna Madia (deputata PD) ma la caduta del governo Monti ne ha bloccato l’iter a un passo dall’approvazione in Parlamento. Gli archeologi hanno due associazioni di categoria (Ana e Cia) nate di recente, e che dunque – a differenza delle associazioni di categoria di altri settori della cultura – sono composte da professionisti che non hanno più una visione solo “statalista/ministeriale” dei beni culturali».

    Chi fa arte e cultura è anzitutto una persona che vuole lavorare: un mantra che a Era Superba abbiamo sentito spesso, da cosiddetti “giovani artisti” a cosiddetti “addetti ai lavori” che interpelliamo quotidianamente nel nostro lavoro. Ad approfondire questo concetto è la geoarcheologa Caterina Ottomano, che sui social network gestisce gli account Sos Via Garibaldi: «In Italia esistono diverse Facoltà universitarie di Beni Culturali, che formano persone e che ricevono fondi dallo Stato, ma quale collocazione professionale è offerta ai laureati? Non ci sono concorsi pubblici né assunzioni e l’assenza, né tantomeno un riconoscimento della figura professionale dell’archeologo che porti una tutela giuridica a questa figura. Un tema che porta anche contraddizioni. Mi spiego meglio: quando si inizia un opera pubblica è obbligatorio redigere uno studio di rischio archeologico preventivo, ossia una perizia che deve essere firmata da un professionista con una specializzazione o un dottorato in archeologia. La contraddizione emerge in due casi: da un lato perché, ad esempio, un geologo o altri professionisti hanno facoltà di firmare perizie se sono iscritti a un albo; la seconda è l’obbligo di specializzazione o dottorato, titoli accademici che gli archeologi nati negli anni Sessanta (ossia che operano da prima che la legge in merito fosse approvata) non possiedono, e che hanno dovuto conseguire re-iscrivendosi all’Università».

    Senza nulla togliere al prezioso contributo che le associazioni di volontariato forniscono in numerosi ambiti, incluso quello culturale, è importante ricordare che moltissimi operatori della cultura – con titoli quali laurea, master e iscrizione a Ordini professionali – sono disoccupati o ingabbiati in partite Iva che li portano a dividersi fra due, tre o più lavori sottopagati, spesso senza alcun riconoscimento ufficiale dalle stesse istituzioni in cui operano.

    Marta Traverso

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Sestri Ponente, forno a legna collettivo a disposizione della comunità

    Sestri Ponente, forno a legna collettivo a disposizione della comunità

    sestri-ponente-fincantieri-cantiere-navale-dInaugurerà domenica 19 maggio a Sestri Ponente il forno di quartiere realizzato grazie ad una task force che ha visto collaborare assieme Uisp, l’associazione Terra! Onlus, il circolo Filippo Merlino di Sestri Ponente e il Municipio VI Medio Ponente. Gaia, del direttivo del Circolo Merlino, e che da anni è impegnata anche come educatrice Uisp, ci ha svelato in anteprima le iniziative legate a questo progetto.

    L’immagine di un forno di quartiere evoca subito atmosfere antiche, sapori di un pane dalla crosta dura e farinosa, donne impegnate nell’antica e paziente arte della lievitazione. Dal 19 maggio a Genova – Sestri Ponente, un antico sogno diventerà un progetto di tutti e per tutti, all’interno del circolo Merlino, il quale ospiterà nei suoi spazi un forno a legna collettivo, realizzato dai volontari di Terra! Onlus, che hanno messo a disposizione le loro competenze per dare vita ad una struttura, costruita interamente con materiali naturali come terra cruda, argilla e paglia.

    Si tratta di un’iniziativa che si rivolge non solo agli abitanti del quartiere più popoloso di Genova, ma che, grazie all’impegno di Uisp – che ha preso in carico l’aspetto educativo del progetto, prevederà anche una serie di eventi legati all’educazione alimentare e laboratori di panificazione per adulti e bambini.
    «L’idea – come racconta Gaia – nacque circa un anno fa dalla volontà di Uisp, Terra! Onlus e circolo Merlino di dare vita ad un progetto di lungo periodo in cui la condivisione dei saperi tradizionali potesse diventare veicolo di partecipazione sociale e cittadinanza attiva: il forno a legna quindi sarà un bene a disposizione di tutti coloro che vogliano cimentarsi nella panificazione e sarà un luogo di incontro in cui comunicare e socializzare le reciproche conoscenze, i gusti e i prodotti».

    Dopo l’inaugurazione di domenica che terminerà con una grande infornata di pizza per tutti i presenti, sono già previsti cinque appuntamenti, a cura di Uisp Genova, che si svolgeranno nelle settimane a seguire, in cui famiglie, bambini e abitanti del quartiere potranno apprendere alcune tecniche di lievitazione per preparare pani tradizionali, pizze e focacce. Filo conduttore delle iniziative sarà la divulgazione di una corretta educazione alimentare, sempre più marginale nella vita delle persone, e il recupero di un’arte antica, coniugate alla soddisfazione di poter consumare qualcosa che deriva dal proprio lavoro manuale e dalla pazienza dell’attesa che ogni buona lievitazione richiede.
    I singoli che vogliano in seguito utilizzare il forno potranno mettersi in contatto con la segreteria del circolo Merlino, il quale si occuperà di gestire le prenotazioni e l’utilizzo della struttura.

    Chiara Guatelli

  • Fare volontariato a Genova: la ricerca della Lega Tumori

    Fare volontariato a Genova: la ricerca della Lega Tumori

    unione-mani-solidarietaSono tante le opportunità a Genova per fare volontariato, negli ambiti più vari. In aggiunta al servizio di coordinamento offerto da Celivo, le associazioni periodicamente attivano una campagna di ricerca che sfrutta sempre più la viralità dei social network.

    Raccogliamo oggi l’appello della sezione genovese di Lilt – acronimo di Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – costituita nel 1946 e molto attiva sul territorio anche e soprattutto tramite eventi di sensibilizzazione sulla prevenzione; incontri informativi nelle scuole (in particolare sull’alimentazione corretta e sugli negativi effetti di fumo, alcol e dipendenze); supporto ai pazienti che stanno affrontando la terapia, complementare a quanto viene svolto negli ospedali; supporto ai familiari, che possono avere ospitalità presso la casa d’accoglienza presso l’Ospedale San Martino; servizio di ambulatorio presso la sede di via Caffaro, offrendo al pubblico la possibilità di effettuare visite di controllo e prevenzione in ambito ginecologico, dermatologico, dietologico, nutrizionale, urologico.

    Volontari-LILT-Genova-01-01Aspiranti attori, ballerini, educatori, esperti di comunicazione, sartoria e bricolage, si legge nel comunicato. Ci facciamo spiegare da Marcella Tubelli, che per Lilt si occupa di comunicazione ed eventi, qual è l’impegno di Lilt sul territorio:  «Principalmente siamo presenti nell’Ospedale San Martino, all’interno dell’ex Ist di Genova con un punto informativo e una base operativa, e come supporto all’attività dell’Hospice Maria Chighine con un gruppo di volontari specializzati nello stare accanto ai pazienti ricoverati presso questa struttura. Nella zona limitrofa all’Ospedale (corso Europa) è inoltre situato il nostro centro di accoglienza, “Casa Amici“, che ospita chi viene da lontano per effettuare terapie o esami o deve assistere un familiare ricoverato».

    Genova è inoltre una città molto attiva dal punto di vista della prevenzione: la collaborazione più fiorente con Lilt è quella di Nicole Provenzali e Marilisa Bombonato, che sia attivano sia sul web con ricetteveg sia tramite corsi e incontri tramite Cucina consapevole«Abbiamo cercato di comunicare l’importanza della prevenzione a partire dalla tavola, per trovare un modo più vicino a tutti di raccontare cosa e come approcciare il mondo del cibo in una maniera istruita e divertente. Nicole e Marilisa ci hanno aiutato a trovare formule coinvolgenti come il concorso di Ricette dello scorso anno o il concorso fotografico della appena passata edizione. La risposta è stata positiva, a dimostrazione del fatto che parlare di prevenzione può essere divertente e giocoso se fatto nella maniera giusta. Inoltre, attraverso i social network e il nostro sito internet raccontiamo così la quotidianità della nostra associazione, teniamo informati tutti su nuove iniziative, ma raccontiamo anche le storie dei nostri volontari, le loro esperienze, per arrivare a parlare anche delle novità della ricerca oncologica».

    Per diventare volontari ci si può recare nella sede di via Caffaro o in quella dell’ex Ist, oppure contattare l’associazione via mail info@legatumori.genova.it o telefono 010 2530160.

    Marta Traverso

  • Ludovica Robotti, l’associazione di don Paolo Farinella per i più deboli

    Ludovica Robotti, l’associazione di don Paolo Farinella per i più deboli

    san-torpete-chiesaLudovica Robotti è una bimba dal cuore grande, un piccolo angelo che ha vissuto tra noi solo 299 giorni, nel cui sorriso, oggi, riescono a trovare un po’ di serenità tante persone a cui la vita sembra aver voltato le spalle.

    Ludovica Robotti, infatti, è anche un’associazione, nata nella primavera del 2010 per illuminazione e volontà di don Paolo Farinella – rinomato biblista e parroco di San Torpete, ma più semplicemente “Paolo, prete” come preferisce firmarsi lui stesso – e dei suoi tanti amici genovesi e sparsi per il web, che nel 2012 si sono presi cura di quasi una sessantina di persone, per un impegno economico che ha sfiorato i 40 mila euro.

    «Ricordo come se fosse ieri, il primo incontro con Valeria ed Emilio – racconta Paolo, prete, accogliendoci nei locali dell’associazione – due genitori che mi avevano contattato per sondare la mia disponibilità a celebrare il funerale della loro bambina di quattro mesi e mezzo, che sicuramente non avrebbe spento neppure la prima candelina. Non formava i muscoli, una tragica forma di Sla».

    Ludovica morì a nove mesi e mezzo, il 3 febbraio 2010. Il giorno del suo saluto, San Torpete era piena di gente che, nonostante la pioggia, intasava anche piazza San Giorgio: «Fu durante l’omelia che capii che quella bambina poteva effettivamente nascere di nuovo. Stavo dicendo che Ludovica non era morta, una cosa illogica. Ma proprio in quel momento la vidi come un messaggero, un raggio di luce che è arrivato e se ne è andato. Allora lanciai subito l’idea di creare un’associazione dedicata a lei perché nel suo nome potessero vivere tante persone». Era il febbraio del 2010, ad aprile dello stesso anno è stata costituita l’associazione “Ludovica Robotti”, che a settembre avrebbe iniziato a essere operativa con 250 iscritti. «Non avevamo ancora una sede – ricorda Farinella – e in quel momento ci riunivamo nella sacrestia della parrocchia; ma volevamo partire subito, interrogandoci sui criteri con i quali avremmo dovuto operare, mossi dalla convinzione che non si sarebbe trattato di un Centro d’ascolto, come abbiamo voluto ribadire nello slogan dall’elemosina alla giustizia».

    E chi conosce don Paolo, sa benissimo che i fondamenti dell’associazione Ludovica Robotti altri non sarebbero potuti essere che la Costituzione della Repubblica italiana e il Vangelo, come spiega lo stesso sacerdote: «La Costituzione stabilisce che ognuno ha diritto di vivere in pienezza la propria vita, rimuovendo tutti gli ostacoli che ne impediscono la realizzazione come sottolinea l’art. 3. Studio e lavoro sono alla base di tutto perché senza questi non ci può essere un’economia, uno stipendio e quindi viene meno la dignità di una persona, la sua libertà e il suo tempo libero, la sua dimensione sociale e spirituale». Qui il prete sembra lasciare il passo al sociologo: «Certamente la mia è una visione che riprende Marx: il lavoro non è un mezzo di produzione ma il fondamento, la sede della dignità della persona. Poi c’è la seconda pietra angolare, il Vangelo, che ci dice che tutto il creato deve avere una finalità sociale: gli egoismi non possono essere i valori si cui si costruisce la società».

    A questo punto, però, urgeva una scelta perché l’Agenzia delle Entrate non consente la citazione della Costituzione italiana nello Statuto di un’associazione onlus: «Non potevo piegarmi a questa cosa – continua Farinella – d’altra parte desidero che questa associazione sia segno tangibile della gratuità assoluta: chi contribuisce non deve farlo perché può detrarre la sua donazione dalle tasse, ma lo deve fare a perdere, perché decide di condividere con gli altri un bene proprio che ha una valenza collettiva. Altro non è che l’estensione a livello collettivo del principio individuale, previsto sia dalla Costituzione che dalla Dottrina sociale della Chiesa cattolica, della proprietà privata: un valore con una valenza sociale che non può essere assoluto».

    A questo punto iniziano gli sforzi non indifferenti per acquisire e ristrutturare alcuni locali adiacenti alla parrocchia che sono diventati oggi la sede dell’associazione. «Come dicevo prima, la “Ludovica Robotti” non è un centro di ascolto ma è un luogo in cui l’ascolto è al centro. Nel senso che le persone che vengono, non stanno in piedi a chiedere l’elemosina ma sono accolte e raccontano il loro problema a un’assistente sociale e un membro del consiglio direttivo, coadiuvati da uno psicologo qualora fosse necessario. Non diamo mai soldi direttamente, anche perché altrimenti il sistema si intaccherebbe immediatamente, e neppure diciamo sempre di sì ma ci facciamo sempre carico del sostegno di chi ci viene a chiedere aiuto».

    Delle 57 situazioni affrontate nel corso del 2012, 27 sono provenute da segnalazioni fatte da soci o amici dell’associazione, 6 da altre associazioni, Caritas e Centri d’ascolto, 10 invece gli accessi spontanei. Le restanti 14 situazioni sono provenute dal servizio pubblico, ovvero da distretti sociali che non avevano più fondi a disposizione: «Sebbene non ufficialmente – commenta don Farinella –  di fatto possiamo considerarci una sorta di sussidiari del Comune di Genova, che non ha più risorse. In alcuni casi, non solo Tursi non interviene direttamente, ma non si occupa neppure di prendere in carico la situazione provocando una spiacevole falsificazione dei dati sulle povertà».

    Oltre agli interventi emergenziali, spesso dedicati alla riattivazione di acqua, luce e gas, le principali aree di intervento dell’associazione sono quattro.

    L’ISTRUZIONE, LA CASA, GLI ESODATI E I MINORI

    don-paolo-farinella-preteLa prima riguarda una sorta di borsa di studio all-inclusive, con la copertura di tutte le spese scolastiche e di istruzione necessarie a una completa formazione dei giovani accuditi che, se vogliono, possono iscriversi anche all’Università. Al momento, questa tipologia di intervento riguarda tre ragazzi italiani e due bambini in Bangladesh. «Per quanto riguarda il Bangladesh – racconta Farinella – siamo aiutati da un gruppo di amici di Roma, dove vive il papà di questi bambini, vendendo giornali per le strade della capitale. La mamma, invece, è con loro in Africa ma non può lavorare perché deve vigilare costantemente sui due piccoli per evitare che vengano rapiti e coinvolti nell’atroce traffico di organi umani».

    Tra le storie dei ragazzi aiutati c’è anche quella di un giovane di origini slave, che don Paolo non esita a definire «un genio», a cui l’associazione ha fornito tra le altre cose un computer ma che ha declinato l’offerta di una stampante perché non indispensabile. «Non chiediamo la luna – assicura il prete – e non vogliamo per forza la media del 9, ma è necessario che questi ragazzi si impegnino al massimo, per quanto la loro situazione lo possa consentire. Però non vogliamo che il mantenimento della borsa di studio diventi per loro un’ossessione, una malattia. La borsa di studio non è ricattatoria: è loro e la mantengono fin tanto che rispettano con impegno le normali scadenze scolastiche».

    Un’altra quota dei fondi raccolti viene utilizzata per assistere i destinatari degli alloggi comunali: chi riceve queste abitazioni, infatti, spesso non ha le possibilità economiche neppure per sistemare gli allacci delle utenze né per recuperare il mobilio minimo e indispensabile per una sopravvivenza decorosa. In questo caso, la collaborazione arriva da Massoero 2000, un’altra associazione in ambito sociale che vede protagonista Farinella.

    Il terzo settore di intervento riguarda l’accompagnamento fino alla pensione degli esodati più anziani e bisognosi.

    L’ultima area, infine, è quella destinata a tutte le difficoltà che riguardano i minori e le loro famiglie. Tra gli interventi più toccanti, quello che riguarda una piccola bimba genovese di 4 anni, vittima di abusi sessuali in casa, a cui la “Ludovica Robotti” paga una parte della psicoterapia, grazie alla pensione di reversibilità di Elena Hermalaos – a cui è dedicata la saletta degli psicologi nei locali dell’associazione – interamente devoluta dal marito.

    Tra le tante storie di aiuti e vite ridonate, ce n’è una che abbraccia tutti i campi di intervento dell’associazione. È la storia di un ragazzino quindicenne nato a Genova da una mamma nigeriana, costretta a mandarlo dai nonni in Africa per questioni di sopravvivenza. La “Ludovica Robotti” si è fatta carico del ricongiungimento di questa famiglia, pagando il biglietto dell’aereo alla donna che si è potuta recare in Nigeria a recuperare il figlio, riportarlo in Italia prima del compimento del sedicesimo anno, e in un colpo solo ha donato un alloggio e un lavoro alla donna presso la casa di un’anziana genovese, nonché una borsa di studio per il ragazzo.

    Vi sono, inoltre, alcuni casi di cui non l’associazione non riesce a farsi carico direttamente: di solito, si tratta di croniche o, comunque, talmente disperate che l’intervento della “Robotti” non riuscirebbe a sistemare nemmeno in parte. «Quando ci troviamo di fronte a queste circostanze – sottolinea don Farinella – non è che chiudiamo la porta in faccia alle persone, ma invece che intervenire direttamente le accompagniamo presso strutture emergenziali che possano provvedere in maniera più efficace».

    Gli occhi di Paolo, prete, si riempiono di gioia mentre continua a raccontare le avventure di chi in questi tre anni di vita è stato risollevato dell’aiuto di Ludovica. E con tanta soddisfazione e anche un po’ di giusto orgoglio non ci lascia andare finché non ha raccontato un’ultima storia, radicata nel territorio genovese: «Tramite una nostra volontaria, assistente sociale del Comune, siamo riusciti a coinvolgere diverse farmacie, a partire dalla Valbisagno, nella fornitura mensile di una dieta lattea gratuita, ciascuna per una famiglia bisognosa della propria zona. La cosa bella è che la proposta è venuta direttamente dalle stesse farmacie, quando eravamo alla ricerca di un prezzo politico di cui saremmo stati disposti a farci carico».

    Tutto questo grazie al sorriso di Ludovica, che oggi ha un fratellino e tanti, tanti amici.

    Simone D’Ambrosio