Questa settimana accenneremo ad alcuni aspetti relativi all’ampio tema della realizzazione di un giardino in montagna. Qui le condizioni ambientali sono infatti spesso “estreme”, con forti sbalzi di temperatura, estati piuttosto calde ed assolate, autunni ventosi ed inverni molto rigidi.
Per tutti questi motivi, tanto l’impianto progettuale che la collocazione e la scelta delle essenze vegetali dovrà essere attentamente valutata. Va inoltre tenuto conto del fatto che, in simili condizioni ambientali, sia l’attecchimento che il successivo sviluppo delle piante richiedono sforzi molto maggiori.
I cespugli e gli alberi raggiungono quindi i migliori risultati negli anni, richiedendo tempo e pazienza. In generale e per le obiettive difficoltà di cui abbiamo accennato, non è frequente vedere, intorno alle case in montagna, giardini ben curati o che completino l’edificio, inserendolo adeguatamente nell’ambiente circostante. Basta però un po’ di attenzione nella scelta delle essenze più adatte, specie di quelle rustiche, spontanee o autoctone, per potere ottenere ottimi risultati.
Da un punto di vista progettuale, sarebbe preferibile, a mio avviso, intervenire in modo lieve sul terreno: meglio fasce o bassi terrazzamenti che seguano il naturale andamento della montagna invece di alti muraglioni che interrompono il paesaggio. Meglio optare per alberi locali che non “stonino” e che non si staglino nel verde circostante che per essenze non autoctone, magari costose, e poco contestualizzate. Inutile poi accanirsi a tutti i costi per avere un prato “all’inglese”: per quanto sforzo si impieghi le varie tipologie di erbe locali spunteranno sempre.
In fondo meglio poi che il giardino risulti solo una variazione ed articolazione della montagna circostante piuttosto che risalti per innaturale, nel contesto alpino, perfezione o troppo artificiosa progettazione. Come accennato, in questo articolo ci limiteremo necessariamente, data l’estensione del tema ed i suoi molteplici profili, a fornire qualche consiglio generale. Parlando di montagna medio-alta ed in merito all’impianto arboreo, si suggerisce ad esempio di impiegare preferibilmente essenze locali: larici, abeti rossi o neri, pini mughi e, se vi sono già in natura, betulle, frassini, saliconi (Salix caprea) e sorbi.
Per realizzare l’“ossatura” delle aiuole, si potranno utilizzare siepi di ontano (spesso presente, spontaneo, anche fuori dai giardini), potentille, rose rugose o canine, la Weigelia, la Lavatera, la Buddleia, la Spirea, il Cornus (anche nelle sue varietà a foglia variegata), nonché eventualmente anche la Syringa (Lillà) o la Forsythia. Quest’ultima, in particolare, crea velocemente grandi macchie verdi di sfondo e colma gli spazi vuoti, persino ad alta quota. Ovviamente le piante dovranno essere utilizzate secondo un preciso piano cromatico, da adeguare al contesto e dovranno armonizzare, tra loro, in base alle scelte complessive operate.
Per quanto concerne, invece, le erbacee perenni, in montagna crescono particolarmente bene la Rudbeckiapurpurea o Goldusturm, la Gaillardia, l’Astilbe, l’Aconito, il Delphinium (speronella), le settembrine (Aster), alcune varietà di malva ed i lupini. Anche molte rizomatose e bulbose danno ottimi risultati: in particolare i frugali Iris, i narcisi, i crochi, alcune varietà di gigli(ad esempio il Martagone) e le peoniebulbose.
Il progetto complessivo del giardino dovrà poi, evidentemente, variare da luogo a luogo, adattandosi alla realtà specifica. In generale, si suggerisce di collocare sempre, quale elemento caratterizzante, qualche arbusto o alberello in prossimità degli edifici. Alcuni tipi di prugno, di ciliegio o il Sorbodell’Uccellatore, che produce vistose bacche rosso-arancio, risaltano infatti molto sul legno scuro e sulla pietra grigia. La base delle staccionate o le aiuole potranno essere, invece, disegnate mescolando le diverse essenze vegetali nel modo meno rigoroso e più naturale possibile.
Se si desidera poi unire, all’aspetto estetico, quello pratico, si potrà infine optare per bordure o gruppi di piante di lamponi, di more, di mirtilli, di Ribes ed eventualmente felci e rampicanti (usati anche come semi striscianti) quali il Caprifoglio. L’insieme, semplice ed un po’ disordinato, si armonizza infatti benissimo al contesto montano ed agli edifici rustici. Il giardino sarà così elemento di completamento e valorizzazione della casa, quasi una porzione di bosco appena “addomesticato” dall’uomo.
Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano Per informazioni: ema_v@msn.com
Nel tardo pomeriggio di oggi il livello di riempimento delle vasche di stoccaggio del percolato (liquame contaminato prodotto dalle infiltrazioni d’acqua nella massa rifiuti) della discarica di Scarpino ha superato il livello massimo di capacità. Dopo l’emergenza di martedì e la confusione in Consiglio comunale che ha poi portato allo stop della delibera che avrebbe dato l’ok allo sversamento dei liquami nel rio Cassinelle, le piogge persistenti non hanno aiutato e la situazione sarebbe nuovamente critica.
Amiu ha quindi diffuso un comunicato stampa in serata: “[…] Ciò è avvenuto nonostante da giorni siano state attivate tutte le procedure straordinarie attuate per affrontare l’emergenza, quali: l’incremento della portata di scarico del percolato, compatibile con le attuali infrastrutture di rete sulla base dell’ordinanza sindacale n.7/2014, l’utilizzo di autocisterne per lo smaltimento del percolato già contenuto nelle vasche oltre all’avvio delle attività di posa di teli impermeabili sulle aree di discarica con coperture provvisorie.
Tutte le azioni sono state condivise con il Comune; nel corso della giornata a tutti gli enti di controllo (Arpal, Settore Ambiente della polizia municipale, Provincia) e alla Regione Liguria sono state inviate comunicazioni formali sull’evolversi della situazione. Anche questa notte, come già avvenuto nei giorni scorsi, Amiu continua a monitorare la situazione con un presidio costante della discarica”.
In passato hanno collaborato con mostri sacri della musica come Fabio Treves, Otis Grand, Big Pete Pearson, Jerry Portnoy (armonicista del grande Muddy Waters e di Eric Clapton). Oggi i Guitar Ray and the Gamblers, blues band capitanata dall’artista chiavarese Ray Scona, tornano con un nuovo disco di inediti “Photograph“, un blues tradizionale che abbraccia anche sonorità più moderne e attuali. Prodotto da Paul Reddick, cantautore blues canadese, il disco può contare anche su guest di tutto rispetto: l’armonica di Fabio Treves, bluesman tra i più apprezzati e seguiti in Italia, e gli archi e flauto dei Gnu Quartet.
Il tema e filo conduttore dell’album è il “viaggio”, inteso come cammino dal passato al presente lungo la storia di questa band, ma anche come esplorazione senza sosta di mondi diversi e nuovi. Non a caso molti di questi brani nascono dalla penna di Paul Reddick durante le lunghe trasferte del suo tour canadese.
E a proposito di viaggi dal passato al presente: dopo tanti anni di carriera, come se la passa Ray Scona? Gli abbiamo chiesto se sa dirci a cosa deve riununciare un bluesman ai nostri giorni per riuscire a vivere e mangiare con la musica, ma lui preferisce non scendere troppo nei particolari… «Credo che in questo periodo davvero difficile, le rinunce siano all’ordine del giorno per chiunque. Immagina per chi ha fatto della musica una professione. La cosa interessante però, è il modo in cui il palco ed il pubblico ti ripagano per tutto questo».
La formazione attuale della band vede Guitar Ray Scona alla voce e chitarra, GabD al Basso, Henry Carpaneto al piano e Marco Fuliano alla batteria. Quest’ultimo genovese doc e batterista di grande talento, mentre Gab e Henry sono chiavaresi come Ray. Ma alle coinvolgenti sonorità del disco hanno contribuito anche Michele Bonivento (veneziano, Organo Hammond), Paul Maffi (genovese, Sax Tenore) e JP Lobello (nato ad Albenga, Tromba).
«Avevo bisogno di qualcosa di nuovo – racconta Ray Scona – volevo rinnovare il suono mio e della band. Spero che questo nuovo album, raccolga un pubblico più ampio, e trovi consensi anche tra gli ascoltatori di diversi generi musicali»
La passione è sempre la stessa, anche oggi che la pubblicazione di un album è diventata a portata di chiunque in qualunque momento… La rete ha spalancato le porte a centinaia di nuove uscite di dischi e canzoni ogni giorno, di qualunque genere e di qualsiasi livello, dal grande lavoro che rimarrà perlopiù inascoltato sino all’album acerbo che avrebbe fatto meglio a rimanere nel cassetto; Ray Scona però non sembra accusare questa situazione, anzi… «La rete è sicuramente un mezzo fantastico. Io faccio sempre un lavoro di ricerca che 35 anni fa, quando ho cominciato a suonare io, non avrei neanche saputo sognare. Basta sapere cosa cercare».
Vi è mai capitato di inoltrarvi nei caruggi genovesi, fino a Vico degli Indoratori? Un vicoletto sito nel cuore del centro storico, nascosto dietro alla Cattedrale di San Lorenzo. Ai fortunati che avranno avuto il piacere di trovarsi in questo vico, non sarà di certo sfuggito il bel giardino che si staglia nel mezzo della strada: Piazza dei Ragazzi.
Tempo fa questa era una delle zone più vitali della città, centro pulsante del mercato e dell’economia genovese. Ma oggi qual è la situazione? Non più così rosea come un tempo: perlopiù serrande chiuse, sporcizia e degrado, se non fosse per la lungimiranza di alcuni ristoratori che hanno deciso anni fa di insediare proprio qui le loro attività commerciali. Sull’onda di queste prime iniziative, adesso ne stanno sorgendo di nuove: è il caso di Garage 1517, second hand shop e minimarket gestito da giovanissimi, cui si lega l’Associazione Culturale Less is More per l’organizzazione di eventi. Siamo andati a parlare con loro della ripresa del quartiere e del futuro del giardino: uno spazio pubblico oggi scarsamente utilizzato e a cui si pensa di ridare vita entro l’estate. Tuttavia, i soggetti coinvolti sono tanti, dal Municipio Centro Est al Comune di Genova ai privati, residenti e commercianti…
Vico Indoratori e piazza dei Ragazzi, ristrutturazione del Comune e gestione dei commercianti
Per quanto riguarda Vico Indoratori, si tratta di uno dei più antichi di Genova, il cui nome rievoca un po’ della sua storia: come si può intuire, verso la fine del Cinquecento vi giunsero artigiani “indoratori” che vi stabilirono le proprie botteghe. Questa professione all’epoca era molto rinomata: elevata al rango di arte nel XIV secolo, era fonte sicura di arricchimento, esercitata da persone benestanti. In tempi più recenti, inoltre, Vico Indoratori fu sede del grande mobilificio Cernaia, attivo per oltre 70 anni e costretto alla chiusura nel 2011. Oggi l’insegna trasparente, dai bordi bianchi, è ancora visibile e campeggia -spenta- nello stretto vicolo, circondata da serrande abbassate e locali sfitti. Ci raccontano i ragazzi di Garage 1517: «Ci siamo insediati da pochi mesi in questa zona. Abbiamo trovato questo fondo a un prezzo accessibile, in una zona che secondo noi ha forte bisogno di nuovi stimoli e di investimenti coraggiosi come il nostro. Il problema è che attorno a noi c’è poco. Sappiamo che molti edifici sono di proprietà di Cernaia e gli affitti non sono abboradbili per tutti. Questo dissuade molti a insediarsi nella zona e costringe chi già è qui ad andare via».
Per quanto riguarda il giardino, invece, proprio 10 anni fa, nel 2004 c’è stata la ristrutturazione dello spazio voluta dal Comune di Genova, con l’aiuto del Municipio Centro Est, mediante l’utilizzo dei fondi POR-Fesr nell’ambito del progetto “Urban II Genova Centro Storico”. Qui storicamente sorgeva un edificio che poi, nel corso della seconda guerra mondiale, è stato bombardato. Da quel momento in poi le macerie sono rimaste in quel luogo e sono state tolte soltanto un ventennio fa per iniziativa dei cittadini, che hanno recintato la zona. Da allora il luogo è noto come Piazza dei Ragazzi. Ad occuparsene oggi c’è da un lato la storica locanda Ombre Rosse, da anni presidio della zona; dall’altro, i gestori dell’Associazione Piazza dei Ragazzi. Questi due soggetti insieme hanno curato finora (d’accordo col Municipio) manutenzione e gestione del giardino pubblico, di cui sono gli unici a possedere le chiavi. Molto spesso, però, il giardino resta chiuso: i membri dell’Associazione Piazza dei Ragazzi da qualche tempo sembrerebbero non frequentare più la sede, dopo che sarebbero insorti problemi con il Municipio legati al pagamento di un canone di locazione. L’apertura resta subordinata all’uso che ne fa Ombre Rosse: perlopiù il giardino è accessibile all’ora di pranzo o nel tardo pomeriggio, soprattutto nella bella stagione. È in vigore un accordo con l’amministrazione per cui il ristorante può usufruire di parte del giardino e delle attrezzature come ricompensa per l’attività di manutenzione attualmente svolta. Nulla vieterebbe a chiunque altro -pur non essendo avventore del ristorante- di pranzare all’aperto, o di studiare nel giardino, o di sedersi all’ombra. Nei fatti, tuttavia, abbiamo visto come le cose non stiano esattamente così.
Il futuro: i progetti per la primavera-estate 2014
Da un po’ di tempo sembra che ci siano i presupposti per cambiare le cose. I nuovi propretari di Ombre Rosse e i ragazzi di Garage 1517 stanno mettendo a punto con l’amministrazione competente un piano per garantire l’apertura pressoché costante del giardino e per proporre un calendario di eventi di intrattenimento: un modo per ridare lustro alla zona e dirottare turisti e genovesi da San Lorenzo a qui. Per quanto riguarda gli eventi, le proposte sono tante: dal mercatino biologico a km 0, a quello vintage; dai concerti acustici, agli aperitivi in musica. Certo, nei fatti le cose sono più complicate. Raccontano da Garage 1517: «Ci sembrava uno spreco che questo spazio restasse scarsamente utilizzato. Per questo abbiamo consultato i responsabili dell’Ufficio Verde e Volontariato del Municipio I. Tanto per cominciare, ci siamo candidati come volontari del verde, in modo da poter collaborare in prima persona alla manutenzione dello spazio. Da parte loro, la massima disponibilità solo che non riusciamo a capire quali sono i privilegi di cui poter godere in qualità di volontari e le iniziative cui potremmo dare vita. L’obiettivo è che entro la primavera-estate 2014 il giardino diventi operativo e sia restituito alla cittadinanza».
Tra le tante idee, anche quella di una mostra, in collaborazione con Noveinternotre e altri studi di design della zona, dedicata alla riscoperta di Piazza dei Ragazzi: i partecipanti (artisti, grafici, pittori, fotografi) sono chiamati a rappresentare, ognuno con i propri mezzi, la storia della Piazza. Un modo per sensibilizzare i genovesi su un angolo nascosto della loro città e dare spazio alle iniziative dei più giovani.
Continua il nostro viaggio tra i musei genovesi, per mettere in luce eccellenze, contraddizioni, difficoltà del sistema culturale genovese (vedi gli approfondimenti sui Musei di Nervi e su Palazzo Verde). I nostri lettori ricorderanno che qualche tempo fa durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo stati al Castello D’Albertis: fino al 1932 villa privata, alla morte del proprietario (il Capitano D’Albertis) è stata donata alla città ed è diventata un “Museo delle Culture del Mondo”, che raduna testimonianze dei diversi popoli incontrati dal Capitano durante i suoi viaggi.
Negli anni ’70 il giardino è diventato pubblico, ma è rimasto poi chiuso per 23 anni. Ora il parco è di nuovo aperto: con una storia così affascinante alle spalle, a due passi dalle sedi universitarie di Via Balbi e dell’Albergo dei Poveri, vicino al terminal traghetti e alla stazione ferroviaria di Piazza Principe, avrebbe tutte le carte in regola per richiamare orde visitatori. Invece le cose non stanno esattamente così: «È una città faticosa. Soffriamo per la posizione in cui ci troviamo», ci dice la direttrice Maria Camilla De Palma, che ci concede una lunga intervista.
Come procede l’attività culturale del Museo?
«Anche noi avvertiamo la crisi: una diminuzione delle visite era scontata, tuttavia a fronte del trend negativo che ci aspettavamo abbiamo registrato nell’ultimo trimestre un incremento del 15% nel 2013 rispetto all’anno precedente. Si tratta perlopiù di stranieri, circa l’80%. Gli italiani (e gli stessi genovesi) non sono molti: siamo soddisfatti ma certamente c’è ancora tanto lavoro da fare, a cominciare dalla promozione, anche rivolta agli abitanti di Corso Firenze e altre zone vicine al Castello D’Albertis che ancora dichiarano di non conoscere il Museo. È demoralizzante, visto che siamo qui da 10 anni: era il 2004 quando il Museo è stato aperto, anno in cui Genova era Capitale Europea della Cultura e hanno perciò visto la luce il Museo del Risorgimento, la Galleria d’Arte Moderna di Nervi, i Musei di Strada Nuova e il Galata-Museo del Mare. L’intento era quello di vivere pienamente quell’annata, con varie proposte sotto il profilo artistico-culturale ma, come dicevo, molti genovesi ancora affermano di non conoscerci. Servirebbero più fondi per la promozione, di cui non disponiamo».
Dunque, in mancanza di fondi adeguati, quali strategie attuate per pubblicizzarvi?
«Il Castello fa parte dell’insieme dei Musei civici: un’unica rete che gestisce, controlla e cura la manutenzione di un gran numero di istituzioni. Le spese sono alte e la disponibilità monetaria esigua rispetto ai bisogni dei soggetti coinvolti. Nel nostro caso, abbiamo un patrimonio culturale e paesaggistico importante, ma abbiamo alte spese di manutenzione (si pensi solo al parco e alle sale del Castello), difficoltà ad organizzare eventi a comunicare con l’esterno. Per questo facciamo un appello ai genovesi e chiediamo loro di aiutarci: qual è secondo loro la strategia più efficace? Di recente, ad esempio, abbiamo pensato di organizzare un servizio di bus navetta (finora solo il City Sightseeing arriva quassù) che dal centro cittadino trasporti direttamente al museo i visitatori, ma abbiamo incontrato difficoltà burocratiche tali da farci desistere: dal posteggio, alle fermate da includere nella corsa, all’impiego di ulteriore forza lavoro che non sappiamo se possiamo mantenere. Insomma, il gioco vale la candela? Senza contare che il turista genovese medio è “mordi e fuggi”, interessato all’edutainment, ristretto perlopiù all’area del waterfront: a Genova ormai si vuole tutto a portata di mano e noi siamo svantaggiati, più che aiutati, da una posizione fantastica ma scomoda. Pensare che anni fa è stata creata una rete tra Museo del Mare, Commenda di Prè, Santa Brigida e D’Albertis per creare un’asse tra i poli museali e incentivare il transito nei vicoli, ma l’esito non è stato buono: raccontano le guide turistiche che i visitatori non vogliono entrare nelle zone del centro storico perché malfamate».
Qual è il piano per l’incremento dell’attività nel 2014?
«In primis, la festa per il decennale: una tre giorni di festeggiamenti che coinvolgeranno il quartiere e le scuole. Ci sarà cibo gratuito, percorsi musicali (con la partecipazione di Echo Art, che quest’anno compie 30 anni) e laboratori didattici per le famiglie. Inoltre, apriremo i passaggi segreti e le torri, di solito inaccessibili. Senza contare le mostre temporanee: in programma quella dedicata alle nuove migrazioni europee ed extra-europee, al calcio africano, al ghetto di Lodz, città della Polonia che celebreremo nella Giorno della Memoria. Finora ci siamo dati da fare, ospitando feste Erasmus, happy hour per garantire l’apertura serale e dare modo ai lavoratori di visitare il Museo, e itinerari lungo il quartiere con danze e giochi di luce. Stiamo tentando varie strategie, ma l’unica cosa che rifiuteremo sarà l’accesso gratuito, come fanno molti musei europei: siamo contro la svendita della cultura perché il patrimonio è di tutti. Inoltre, vorremmo creare una sinergia con l’Università e invitare gli studenti dei poli limitrofi a usufruire del giardino nei mesi caldi: abbiamo già pensato di estendere la rete wi-fi al parco, ci stiamo lavorando. Tuttavia, ciò non basta: si deve promuovere il pacchetto turistico, ma non è un’operazione di competenza delle singole realtà. Ci si deve muovere a livello centrale».
A Pegli si moltiplicano le raccolte firme (cartacee e online) contro l’ipotesi di eventuali ampliamenti della piattaforma portuale. E fioccano le adesioni di cittadini, realtà associative e forze politiche. Dopo il “Comitato cittadino in difesa del litorale di Ponente”, il primo a lanciare una protesta le cui istanze sono state recepite dal Municipio Ponente guidato dal presidente Mauro Avvenente (Pd), anche il Movimento 5 Stelle ha promosso una distinta petizione sul web, mentre l’ala sinistra della maggioranza in Comune (Fds e Sel) si è già ha espressa a favore della sollevazione popolare. Infine, i Verdi genovesi, per voce dell’ex consigliere provinciale Angelo Spanò, ribadiscono la loro contrarietà a simili scenari di sviluppo «In presenza di un terminal portuale sottoutilizzato (Voltri) e di spiagge appena restituite alla balneazione (Pegli), si chiede al Ponente un nuovo pesante sacrificio alla portualità senza alcun ascolto delle esigenze dei cittadini e senza valutare le opposizioni locali (in primo luogo quelle espresse dal Municipio); i Verdi sono partecipi dello schieramento di cittadini che vuole una crescita coerente e sostenibile del porto, ma anche la salvaguardia del proprio territorio e delle proprie spiagge. Nel contempo, denunciamo le ambiguità della Giunta Doria che, ancora una volta, manca di far sentire la propria voce dinanzi alle inaccettabili proposte che giungono dall’Autorità Portuale».
Ma il fermento non si limita a Pegli. Per altri – ormai noti – motivi, pure il vicino quartiere di Prà da diversi mesi vive una sorta di mobilitazione permanente che vede in prima linea il Comitato per Prà. Il prossimo sabato 18 gennaio alle ore 15:30 è in programma la prima manifestazione del 2014 sulla Fascia di Rispetto. I cittadini chiedono al Sindaco Marco Doria di rispondere su alcune – irrimandabili – questioni. Nicola Montese, portavoce del comitato, annuncia «In caso di mancanza di risposte, l’intenzione è quella di piantare le tende in Fascia di Rispetto e non muoversi di lì, finché non arriveranno le spiegazioni che attendiamo».
I bisogni, purtroppo, sono quelli di sempre «Vogliamo una soluzione certa per la drammatica questione della baraccopoli abusiva che continua a generare tensioni sociali in Fascia di Rispetto – spiega il Comitato – Pretendiamo di avere dati precisi e conoscere quali sono le misure di sicurezza previste in merito alla presenza di amianto sul nostro territorio. Intendiamo conoscere qual è la situazione attuale del progetto P.O.R. e la data di inizio lavori. Inoltre, chiediamo di accogliere l’ipotesi progettuale alternativa rispetto alle quattro corsie». Il Comitato si rivolge direttamente al Sindaco perché, conclude Montese «Non ci sentiamo più rappresentati dal Municipio e dalle persone che lo amministrano».
L’eco del dibattito politico sulla legalizzazione della cannabis che in questi giorni – sull’onda della tendenza legislativa inaugurata da Stati quali Uruguay, Colorado e Washington (U.S.A.) – sta riempiendo pagine di giornali e siti internet, spazi televisivi e quant’alto, arriva anche in Liguria. Da sinistra (o per meglio dire da quel che ne rimane) a destra, in Italia, è tutto uno scoprirsi improvvisamente antiproibizionisti. Esponenti di Lega, Sel, Forza Italia, Pd, solo per citarne alcuni, si sono espressi – chi sbilanciandosi in misura maggiore e chi meno – a favore di una rivisitazione delle politiche sulle droghe leggere, ammettendo implicitamente il fallimento della famigerata Legge Fini/Giovanardi.
Tornando alla Liguria, a dar fuoco alle polveri è stato l’assessore regionale allo Sport e consigliere di Sinistra Ecologia e Libertà, Matteo Rossi, che addirittura immagina un territorio ligure riconvertito alla coltivazione di canapa, in particolare per usi medici ma pure a fini agricoli e produttivi. «Legalizzare significa creare economia pulita e togliere ossigeno alla criminalità – spiega Rossi – Significa fare formazione e informazione, rendendo accessibili terapie mediche dai risultati scientificamente provati». Nasce così l’idea di proporre una cosiddetta “legge-voto” da sottoporre ad un ramo del Parlamento sul tema della legalizzazione delle droghe leggere, che parta dalla Liguria, una delle poche Regioni ad avere adottato (nell’agosto 2013), proprio su iniziativa dei consiglieri Rossi e Alessandro Benzi (capogruppo Sel), una legge sull’utilizzo terapeutico di farmaci a base di cannabinoidi (norma sulla cui effettiva operatività ci riserviamo di approfondire in seguito).
La “legge-voto” dovrà essere approvata dal consiglio regionale per poi essere vagliata dalle Camere, affinché possa trasformarsi in una legge dello Stato. Legge che, secondo Rossi, dovrebbe affrontare tutti gli aspetti: distinzione tra droghe pesanti e leggere (quindi con l’abolizione dei meccanismi penali scaturiti dalla Fini/Giovanardi); linee guida per la lotta al narcotraffico e per la tassazione della produzione e dell’utilizzo; regolamentazione e controllo dell’uso a fine personale, comunicazione sul consumo consapevole, con limitazioni, divieti e controlli sulla qualità del prodotto; infine, incentivi per chi sia intenzionato a riqualificare terreni incolti attraverso la coltivazione di canapa. «In tal senso la Liguria, per clima, spazi utilizzabili e tradizione vivaistica, potrebbe essere un polo sperimentale – sottolinea Rossi – e potrebbe vedere lo sviluppo di una attività di ricerca già portata avanti, ad esempio, da alcuni studiosi dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Erzelli, nello specifico, potrebbe essere il luogo ideale per lo sviluppo di attività di ricerca avanzate e interdisciplinare sull’uso medico della cannabis».
«Entro la fine di gennaio porteremo la nostra proposta all’attenzione del Consiglio regionale – conclude il consigliere (Sel) Alessandro Benzi – Auspichiamo che una discussione laica possa far sì che la Liguria diventi capofila di un processo di innovazione sociale e culturale».
«La Liguria ha problemi ben più seri, a causa della crisi, e la Giunta dovrebbe occuparsene – osserva Marco Scajola, vice presidente del gruppo regionale di Forza Italia – a cominciare dalla disoccupazione giovanile, dalla sanità e dai danni del maltempo. Fa sorridere che sia l’assessore allo Sport, che dovrebbe trasmettere valori come la salute fisica e mentale, a concentrarsi sulla legalizzazione della droga».
«Legalizzare significa generare un’entrata nelle casse dello Stato che, secondo uno studio dell’Università La Sapienza di Roma, è ipotizzabile possa essere intorno ai 10 miliardi di euro annui – ribatte Rossi – Legalizzare è sinonimo di controllo: controllo della produzione, della distribuzione e del consumo.Pensiamo alle ricadute positive nell’ambito della ricerca sull’uso medico, ma anche alle opportunità tangibili nel settore agricolo, tessile ed in generale produttivo».
Nel frattempo, mentre la classe politica è impegnata a discutere su un tema – quello in generale delle sostanze stupefacenti e psicoattive – spesso e volentieri colpevolmente affrontato soltanto sotto il profilo etico, la società civile che – notoriamente – dimostra di essere un passo avanti rispetto a chi è chiamato a governarla, lancia una mobilitazione per chiedere la cancellazione della Legge Fini/Giovanardi.
«Apprendiamo con soddisfazione che finalmente anche la politica si è accorta, dalla Lega a Sel, fino al Pd di Renzi, che la Fini/Giovanardi è una legge vergogna da cancellare – scrivono i promotori sul sito web www.leggeillegale.org – Otto anni di Fini/Giovanardi hanno prodotto decine di migliaia di arresti, millenni di galera per la somma delle condanne, sovraffollamento delle carceri, costi esorbitanti per la macchina repressiva e giudiziaria, crescita dei profitti delle narcomafie. Le due leggi, sulle droghe e sull’immigrazione (la famosa Bossi/Fini, ndr), hanno provocato una serie di procedimenti che hanno fatto diventare la condizione carceraria Italiana un’emergenza che ci pone fuori dagli standard europei. Nessun altro Paese in Europa ha così tanti detenuti per reati connessi alle sostanze illegali: la pesante criminalizzazione dei consumatori stride di fatto con l’impunità riservata dal nostro sistema giudiziario ad autori di reati di ben altra natura».
Secondo il vasto ed eterogeneo movimento – una miriade di soggetti (per Genova il csoa TDN e la Comunità di San Benedetto al Porto) dai centri sociali agli operatori di riduzione del danno, dalle associazioni ai gruppi di pazienti (come Pazienti Impazienti Cannabis), ecc. – che si riconosce nella Rete “Fine del Mondo Proibizionista” «Tutto questo avviene da anni con la copertura compiacente, mistificante e costosa del Dipartimento Politiche Antidroga (DPA), organo della Presidenza del Consiglio anziché dei dicasteri più direttamente competenti in materia (in particolare Salute, Giustizia, Politiche sociali). Il DPA sostiene, contro ogni evidenza, che i consumatori di sostanze non sono puniti ma curati; ostacola, anche nelle sedi internazionali, le politiche di riduzione del danno. E promuove un modello bio – medico – patologico dell’uso di droghe che assimila tutte le sostanze e tutti gli stili di consumo».
Ma la colpa principale ricade sull’intero l’arco politico italiano che oggi, nonostante le distinte sfumature, si scopre in gran parte strumentalmente antiproibizionista «Dopo la caduta del governo di centro – destra che ha imposto la Legge Fini/Giovanardi nessuno dei successivi governi ha mosso un dito per rimediare a tale drammatica situazione. Adesso, finalmente, sembra muoversi qualcosa. Da gennaio ad oggi numerosi tribunali, tra cui la corte di Cassazione, hanno sospeso i processi e mandato la Fini\Giovanardi all’esame della Consulta per la sua evidente incostituzionalità. La Corte Costituzionale discuterà la questione l’11 febbraio prossimo. Le principali contestazioni riguardano l’iter della legge che, invece di essere discussa in Parlamento, è stata approvata tramite un decreto che riguardava un altro argomento (le Olimpiadi invernali di Torino 2006) e senza che ce ne fosse motivo d’urgenza. Inoltre, l’equiparazione delle sanzioni per droghe pesanti e leggere, viola la normativa europea in proposito».
La possibilità che la Corte Costituzionale cancelli la Fini/Giovanardi, dunque, è un’occasione irripetibile che potrebbe aprire scenari completamente nuovi. «Per questo è necessario unire tutte le forze, mobilitare soggetti, gruppi, attivisti, pazienti, strutture ed organizzazioni, che da anni si battono per l’abrogazione di questa infausta legge, in una grande manifestazione che si terrà a Roma l’8 febbraio 2014. Vogliamo costruire un percorso dal basso e condiviso che focalizzi l’attenzione sui danni causati dalla Fini/Giovanardi e che sia da propulsore alle decisioni della Corte Costituzionale. Non siamo più disposti a pagare con le nostre vite e con i nostri diritti il prezzo di leggi ideologiche e repressive finalizzate a rafforzare il miliardario monopolio del commercio delle narcomafie; non siamo più disposti a veder riempire le galere di consumatori. Non siamo più disposti a vedere perseguitare perfino i pazienti che usano la cannabis a scopo terapeutico. È arrivato il momento di avanzare verso la completa depenalizzazione dell’uso personale di sostanze, iniziando dalla cannabis e dalla sua autoproduzione, come d’altronde sta già avvenendo in molti paesi del mondo. L’8 febbraio saremo in piazza perché giusto o sbagliato, non può essere reato».
Come abbiamo già scritto non più di poche settimane fa – su queste pagine e nell’ultimo numero (pag 11) della nostra rivista – l’iter per l’approvazione definitiva del nuovo Piano Urbanistico Comunale entra nella fase cruciale. È prevista tra fine gennaio e inizio febbraio la delibera del Consiglio comunale che approverà le controdeduzioni alla VAS (Valutazione Ambientale Strategica) presentata dalla Regione Liguria che, pur emettendo un parere finale non negativo, ha espresso una serie di rilievi sul progetto preliminare del PUC (qui il pdf della delibera di Giunta del 10 dicembre 2013 con tutta la documentazione relativa alla VAS e alle controdeduzioni di Tursi in attesa dell’approvazione definitiva del Consiglio).
Domani (martedì 14 gennaio) i cittadini, le associazioni, le reti e i comitati (oltre 50 realtà del territorio, 40.000 persone) raggruppati nel Forum Salviamo il Paesaggio (qui l’approfondimento di Era Superba) – i quali hanno presentato agli uffici comunali numerose osservazioni scritte al PUC e organizzato/partecipato attivamente a incontri e audizioni sul tema – consegnano al sindaco Marco Doria le firme simboliche, raccolte in poche settimane, per richiedere udienza e considerazione in merito alle osservazioni sul nuovo piano presentate agli uffici comunali. “Chiediamo che venga dato spazio e forza alle richieste di gran parte della città”, si legge nella nota stampa. “Stop al consumo del territorio. Il nuovo PUC prevede 8,5 mln di mq di aree edificabili (pari a circa 1200 campi di calcio), e nuovi residenti pari a circa 30.000 persone, a fronte di una diminuzione dei residenti negli ultimi 11 anni (di più del 4%) e di circa 15.000 case vuote. Ci chiediamo quale sia la logica.” Senza contare la raccolta online, le firme “cartacee” raccolte raggiungerebbero le 2300 unità.
La rete di realtà cittadine, che ha quindi come obiettivo principale lo stop a nuove costruzioni e l’incentivo all’insediamento di nuove aree agricole (vedi dossier) e che segue con attenzione l’iter di approvazione del nuovo PUC, punta il dito su un passaggio significativo nell’ambito delle controdeduzioni alla VAS che riguarda la questione della tutela delle aree oltre la linea verde (limite di edificabilità a monte), per perseguire l’obiettivo – dichiarato nel Piano urbanistico – di rilancio e valorizzazione delle attività agricole produttive: “[…]Sulle aree edificabili è pressoché impossibile insediare nuove attività agricole, e negli ultimi 50 anni si è visto che l’indice di edificabilità non contrasta, anzi favorisce, l’abbandono. Alle indicazioni del Parere prescrittivo della regione sulla VAS “oltre la linea verde si possa costruire solo per fini agricoli, ove necessario” la giunta comunale ritiene di ottemperare proponendo una revisione della cartografia, restringendo le aree agricole (AR-PA) a favore delle aree “di presidio ambientale” (AR-PR), ove può costruire chiunque, aprendo a teorici 336mila metri quadrati di villette”.
Count Basie, Vico Tana. Un locale ricavato tra le arcate in pietra delle antiche fondamenta del convento quattrocentesco di Santa Brigida. La suggestione estetica del jazz club non lascia indifferenti; ma quella acustica sarà in grado addirittura di far dimenticare la prima. Un bicchiere di buon vino non può che completare il quadro, magari incrociando subito il protagonista della serata vicino al bancone del bar. Paolo Bonfanti ha l’entusiasmo di un ragazzo al suo primo concerto e la cordialità di un amico.
Fresco di uscita, il suo nuovo disco è paradigmatico: Exile on Backstreets manifesta la dedizione del chitarrista genovese verso il blues, non solo genere musicale, ma genere di vita. Ai problemi sociali, economici e personali, la risposta viene sempre da una struttura di accordi di settima. Lui stesso conferma che «è praticamente impossibile fare qualcosa, ormai, senza pensare al contesto sociale in cui viviamo: non si tratta tanto di voler fare per forza musica impegnata, quanto di non poter proprio fare altro». Un disco più che mai di black music, potente, ruvida e penetrante; un genere per certi versi naturale a Genova, «dove una scuola di cantautori di prim’ordine ha potuto nascere tra i suoi vicoli» (e il pensiero va a De Andrè, nel giorno dell’anniversario della sua scomparsa). Un disco che sa di nuovo rispetto alla produzione di Bonfanti. Come ammette anche lui «è stato partorito quasi di getto, senza soffermarsi sugli arrangiamenti o sugli orpelli da studio». Che si tratta di brani non addomesticati lo si sentirà a brevissimo, quando il live ne scatenerà tutta l’intensità.
Il Count Basie è gremito. Bonfanti si muove sul manico della sua Brontocaster con lo slide inanellato al mignolo ora come un forsennato che cerca di straziare le corde, ora come un incantatore di serpenti, che ipnotizza lo strumento e il pubblico. Il suo chitarrismo vigoroso ma sempre calligrafico percorre la corrente elettrica che sprigiona la sua chitarra, confluendo nella corrente sanguigna di ogni presente. Pleonastico sottolineare l’enorme qualità dei brani, che implica l’ancora più pleonastica levatura di chi abbiamo di fronte: un musicista avvelenato (o benedetto) dal blues, che l’ha assimilato intossicandosene e che lo canta e lo suona autoinfliggendoselo. Bonfanti merita il posto che gli spetta: tra i maggiori musicisti blues in Italia.
Dalla tiratissima Father’s Things, azzardando un quasi ska blues rockabilly, attraverso lo struggente lamento di Slow Blues for Bruno (che fa correre la mente a Since I’ve been Lovin’ You degli Zeppelin), in cui il gemito della chitarra è sorretto da tutti gli strumenti e consolato dal dialogo con le sfumature della fisarmonica, creando un ponte transatlantico tra blues del Missisipi e tradizione mediterranea; alla titletrack Exile on Backstreets, in cui Bonfanti riprende il controllo della sua musica, domando la sua chitarra, oppure facendosi domare da lei.
Groove, basso incalzante e bottleneck immergono la stanza in un’atmosfera da periferia statunitense, e viene una voglia irrefrenabile di uscire nella polvere, mettersi in auto e viaggiare tutta la notte per rettilinei indefinibili e sconfinati. Le cover regalano nuova linfa a Up to My Neckin You degli AC/DC, rockettara come si conviene; e I’ll Never Get Out of This World Alive, omaggio a un maestro totale come Hank Williams. Il gospel di Breack’em Chains e il funky di Black Glove sono riprove del morale e delle intenzioni del bluesman di Sampierdarena: il primo riprende le storie dei Railroad Gandydancers (ricordando in un lampo la ballata di John Henry e Joe Bonamassa); il secondo la lotta per l’emancipazione raziale, ricordando le Black Panther e il loro leader Bobby Seale.Emblematica la copertina del disco, in cui campeggia un pugno nero.
Paolo Bonfanti, proprio come De Andrè prima di lui, sceglie un “esilio nei vicoli” che possa rendere quella libertà che sembra mancare sulle strade principali, sapendo bene che vi troverà la gente per cui la sua musica possa significare qualcosa. E in Vico Tana la sua musica ha significato tantissimo.
La riflessione sviluppata in questa serie di articoli, partiva dalla constatazione della “scomparsa della novità”. Il concetto stesso di “novità” è stato progressivamente banalizzato, svuotato. Qualsiasi prodotto industriale, in uscita sul mercato viene presentato come “novità” che renderà superate le precedenti edizioni, ormai declassate a scarto/rifiuto/riciclo. È come se si vivesse in una continua “ansia da novità”: tutto deve sempre cambiare in continuazione senza fermarsi, con il risultato di una sorta di “crisi da eccesso”: la “novità” è uccisa dall’eccesso stesso di novità (o pseudo tali) gonfiata fino a scoppiare.
I prodotti tecnologici (telefonia in testa) rappresentano al meglio i dettami consumistici suggeriti dalle strategie persuasive delle case produttrici. In ambito artistico, credetemi, le cose non sono poi così diverse. Certo, i messaggi e le strategie di vendita forse non presentano toni così grossolani e di cattivo gusto, ma la sostanza non cambia. Tutto il sistema produttivo contemporaneo può essere visto come un’immensa “fabbrica di novità”.
Certamente, personalmente, non riconosco alcuna autorevolezza agli apparati promozional-pubblicitari dell’industria culturale che, subdolamente, cercano di stabilire che cosa sia da ritenersi “novità”. Ma la “novità” è scomparsa anche per altri motivi. È come se la tecnologia l’avesse erosa, mangiata dall’interno. Intendo dire che la velocità di comunicazione/diffusione e riproduzione di qualsiasi “originale”, rendendo subito alla portata di tutti – supponiamo – l’esito di una certa ricerca musicale, inevitabilmente lo esporrà al rischio di banalizzazione: ciò che si presenta come nuovo in pochi giorni verrà sezionato in tutti i particolari, commentato, raffrontato, copiato. Idealmente potremmo allineare mille cloni di un originale, in una sorta di continuum dove ciascun elemento manterrà tratti più o meno simili (= copiati) all’originale. Il fatto è che questo trand comportamentale caratterizza tutti gli aspetti della quotidianità.
Spesso, quindi, si può provare la stancante sensazione di vivere in un appiattimento generalizzato, dove i grandi riferimenti culturali sono venuti meno; la fede nel progresso crollata, il futuro appare con il volto della minaccia; i rapporti sociali – di qualsiasi tipo- assumono sempre più lo statuto di provvisorietà. Certo, questi aspetti sono solo tendenziali, ma ciò non ne rende meno avvertibile la presenza.
E poi c’è l’argomento centrale del discorso: la mancanza di ciò che ho definito “sentore comune”, un qualcosa fatto di consapevolezza sociale, pensiero critico, espressione di idee, ma anche speranza e fiducia che le cose si possano – si potessero – cambiare (Bob Dylan nei primi anni ’60 cantava “ The times they are a changin’”). Oggi questa fiducia non c’è più e in questo scenario di incertezza e sbando globalizzati, diventa rassicurante e sedativo “guardare indietro”. Riproporre stili musicali, canoni estetici, mode e stili di vita già sperimentati, soddisfa quel crescente (e sempre più isterico) bisogno di sicurezza che tanto oggi si insegue: gli anni “mitici” si trasformano in una specie di caverna protettiva dove ci nascondiamo consumando la nostra incapacità di affrontare lo scuro e incerto futuro.
Viviamo quindi nell’orizzonte di tante “poetiche solitarie”, che rispecchiandosi in mille altri simili, proprio nel gioco degli specchi e della rifrazione, sviliscono la loro portata innovativa. Indubbiamente si corre il rischio che così l’arte (intendo la parte più viva di essa) perda la sua carica eversiva e di rottura e venga meno alla sua peculiarità: quella di testimoniare il presente, prefigurando altri mondi possibili.
Che dire? Bisogna rassegnarsi? Indubbiamente occorre avere la consapevolezza che il cupo periodo che stiamo vivendo potrebbe durare a lungo. Ma allora si impone di resistere, continuando ad affilare le armi (culturali s’intende…) in attesa di tornare ad usarle, laddove il suono si fa parola e la parola diventa suono. A proposito… mi sembra di vedere qualche crepa nel muro… mah, speriamo!
Si profila all’orizzonte un cambio di rotta decisivo nella gestione del ciclo dei rifiuti in Liguria, così come nel capoluogo ligure. Le premesse ci sono tutte ma occorre ricordare che saranno necessarie successive conferme affinché gli orientamenti delineati da Regione Liguria e Amiu Genova si trasformino in realizzazioni concrete. Il 21 dicembre scorso l’azienda municipalizzata di igiene urbana ha presentato le “Linee guida del nuovo Piano industriale” – già approvate dalla Giunta Doria (e proprio ieri, 8 gennaio, illustrate anche ai consiglieri comunali di Palazzo Tursi) – che sarà formalmente pronto nei primi mesi del 2014, presumibilmente entro la primavera, mentre la Giunta Burlando, il 27 dicembre 2013, ha adottato il nuovo “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, in discussione nell’aula consiliare della Regione a partire dal 10 gennaio.
Partiamo da Amiu. Il disegno, particolarmente ambizioso, è quello di trasformarla in un’azienda che – non solo raccoglie i rifiuti – bensì li trasforma allo scopo di immettere nel circuito produttivo le materie prime così ottenute, dunque, gestendo anche specifici processi di filiera per la trasformazione dei materiali riciclabili: carta, plastica, vetro, ecc. «Bisognerà individuare i processi più redditizi e poi valutare, se e quali filiere, gestire da soli o con specifici partner industriali – dichiara il presidente di Amiu, Marco Castagna – Già nel corso del 2014 dovrebbe essere individuato un partner istituzionale o industriale-finanziario del Comune, che consenta ad Amiu di uscire dai vincoli ai quali è sottoposta in quanto società in “house”, per poter espandere la sua attività».
Per quanto riguarda lo scenario regionale, invece, la notizia più rilevante è il definitivo addio all’ipotesi di chiudere il ciclo dei rifiuti con impianti a caldo, ovvero con gli inceneritori (o gassificatori, o termovalorizzatori, che dir si voglia). Nel contempo, si profila un ruolo sempre più marginale per le discariche nel territorio ligure, a vantaggio di un sistema che si pone l’obiettivo di produrre meno rifiuti e riciclarne di più, trasformandoli in prodotti vendibili sul mercato.
Linee Guida del nuovo piano industriale di Amiu
In occasione della presentazione delle “Linee guida del nuovo Piano Industriale” di Amiu, l’assessore all’Ambiente di Palazzo Tursi, Valeria Garotta, ha affermato «La scelta è quella di puntare sul recupero di ogni rifiuto. Il conferimento in discarica deve diventare sempre più residuale. Grazie alle tecnologie evolute si può fare, ma Amiu nello stesso tempo deve affrontare un processo di riconversione e differenziazione del suo business».
L’indirizzo strategico prefigura un deciso riposizionamento dell’azienda municipalizzata alla luce degli importanti cambiamenti che verranno promossi dal “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, dalla legge regionale sull’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) per i rifiuti che dovrebbe essere presentata al consiglio regionale nei primi mesi 2014 (lo strumento con cui porre un freno alla frammentazione dei soggetti gestori: oggi su 235 Comuni sono 52) e soprattutto dagli stringenti indirizzi che l’Unione Europea ha stabilito sulla gestione dei rifiuti.
«Dobbiamo abituarci a pensare che nel mondo di oggi e di domani non esistono rifiuti – sostiene Marco Castagna, presidente di Amiu – Esistono materia ed energia da raccogliere, da trasformare e da re-immettere nel ciclo produttivo locale. Noi vogliamo diventare, per il nostro territorio, il soggetto cardine di un sistema intelligente capace di operare in tutte quelle che sono, e saranno, le filiere dell’economia circolare locale».
Il direttore generale di Amiu, Pietro D’Alema, spiega nel dettaglio «Le attività di cui si occuperà l’azienda nei prossimi anni saranno estremamente varie: raccolta dei rifiuti urbani anche oltre gli attuali confini, gestione di impianti di trattamento dei rifiuti, produzione di CDR (combustibile da rifiuto) e CSS (combustibile solido secondario), produzione e vendita di energia da impianti propri e da quelli gestiti con partner, gestione di specifici processi di filiera per la valorizzazione di materie prima seconde, manutenzione del territorio e valorizzazione, ad esempio, della filiera bosco-energia, bonifiche locali e nazionali, gestioni ambientali di sistema per i porti».
Per sostenere tale strategia, la municipalizzata genovese si accinge a lanciare una nuova struttura, “AMIU SmartLab”, composta da personale interno e da una serie di soggetti provenienti dal mondo dell’innovazione, della ricerca, dell’impresa e della formazione, che lavoreranno a fianco dell’azienda con l’obiettivo di fare in modo che essa diventi il punto di riferimento – a livello ligure – dell’innovazione di prodotto e di processo, applicata all’intero ciclo dei rifiuti.
«Entro il mese di febbraio organizzeremo in un grande evento pubblico per presentare questa prospettiva di sviluppo intorno alla quale intendiamo aggregare le migliori forze della nostra regione – conclude Marco Castagna – ci rivolgeremo anche a comitati e associazioni che in passato hanno espresso toni critici nei confronti di Amiu e che auspichiamo diventino dei soggetti attivi».
Nuovo piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche
Come detto sopra, il piano regionale sancisce l’addio agli inceneritori per lasciare spazio a impianti di trattamento meccanico biologico, di compostaggio e per la produzione di rifiuti secchi ad alto potere calorifico. Inoltre, tramite il potenziamento della raccolta differenziata (RD) – con l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% entro il 2020 – si cercherà di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti depositati in discarica.
«Il piano è stato adottato solo dalla Giunta perché, riguardo ai tempi, c’era un obbligo di legge da rispettare – spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano – Abbiamo rinviato la discussione in Consiglio al 10 gennaio e successivamente si apriranno i termini per presentare le osservazioni. Già prima dell’adozione, comunque, io ho avuto una serie di incontri con i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, dell’Anci Liguria e della Province; mi sembra che tutti abbiano riconosciuto il lavoro che abbiamo fatto per impostare su basi diverse la gestione del ciclo dei rifiuti».
Dopo la pubblicazione del piano, probabilmente a fine gennaio, dovrebbero aprirsi i termini di 60 giorni nei quali chiunque potrà presentare osservazioni nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS). Una volta chiusi questi termini, la Giunta e gli uffici vaglieranno le osservazioni e i pareri dei vari soggetti competenti, decidendo quali accogliere e come rispondere. Infine, la Giunta varerà il testo del piano – eventualmente modificato – da proporre al Consiglio regionale per l’approvazione definitiva, che potrebbe avvenire entro la prossima estate.
Il testo adottato parte dall’analisi delle diverse criticità esistenti sul territorio ligure: produzione di rifiuti più alta rispetto alla media nazionale (582 Kg per abitante all’anno, rispetto ai 504 Kg nazionali); livello di RD inferiore alla media nazionale (32,02% rispetto al 39,90%, nettamente al di sotto dell’obiettivo di legge del 65% che si sarebbe dovuto raggiungere nel 2012), situazione dovuta alla scarsa diffusione di modelli di raccolta domiciliari (vale a dire sistemi di RD porta a porta o di prossimità); alta frammentazione nella gestione del ciclo dei rifiuti; una chiusura del ciclo che si affida ancora prevalentemente alle discariche (per il 60% nel 2012); costo medio di gestione del ciclo più alto rispetto alla media nazionale (185 euro per abitante, rispetto a 156).
Il piano individua due tappe temporali – 2016 e 2020 – entro cui raggiungere progressivamente i principali obiettivi, vale a dire: riduzione dei rifiuti prodotti, aumento RD, trattamento finale e modalità di gestione dell’intero ciclo. La novità più importante è l’eliminazione di qualsiasi ipotesi di impianto a caldo (inceneritore, gassificatore o termovalorizzatore) per il trattamento finale – di conseguenza anche il progetto inceneritore a Scarpino – ma pure un significativo ridimensionamento dell’utilizzo delle discariche che dovrebbero servire a raccogliere solo una frazione minima dei rifiuti (l’obiettivo è passare dalle 685.145 tonnellate del 2012 ad un massimo di 120 mila tonnellate nel 2020).
Per quanto concerne la chiusura della gestione del ciclo, invece, il documento indica delle strade multiple, attraverso la realizzazione di impianti per il trattamento separato della frazione organica e di quella secca dei rifiuti che restano dopo la RD dei materiali riciclabili e dopo l’eliminazione dei metalli. Con l’organico si dovrebbe produrre compost – utilizzabile in agricoltura – e FOS (frazione organica stabilizzata) – impiegabile per i ripristini ambientali (dal riempimento di cave alla copertura di discariche, fino al ripristino di frane) – mentre la frazione secca dovrebbe essere trattata per produrre CSS (combustibile solido secondario) utilizzabile per la produzione di energia in impianti come cementifici e inceneritori.
«Sono almeno 20 anni che mi impegno contro l’inceneritore a Scarpino (ma anche sotto la Lanterna) – afferma il consigliere comunale (Fds), Antonio Bruno – quindi, saluto con favore la definitiva cancellazione di un simile progetto. Nel piano regionale, però, emergono alcune criticità. In particolare, non si prevede di ottemperare alla legge, visto che l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% di RD è stato spostato al 2020. Sette anni per arrivare al 65% di raccolta differenziata, vuol dire sette anni durante i quali bisognerà pagare l’ecotassa. In due anni, invece, si potrebbe costruire l’impianto di compostaggio della frazione umida (circa il 35% dei rifiuti prodotti) raggiungendo così la fatidica soglia del 65%. Inoltre, si prevede di utilizzare in impianti esistenti (cementifici, inceneritori, centrali termiche a carbone) la quota residua avanzata dalla RD. Ovviamente c’è il rischio che questo disincentivi la RD, aggravando una situazione già critica per motivi di sostenibilità, inquinamento ambientale, tutela della salute, creazione di posti di lavoro. Sullo sfondo rimane l’ingresso di privati nell’azienda, adducendo i limiti imposti dal patto di stabilità. Più volte ho ricordato che, dopo il referendum e i pronunciamenti della Corte Costituzionale, questo non sia vero».
Sul fronte opposto, il senatore Luigi Grillo (Ncd), manifesta parecchio scetticismo al quotidiano locale il “Corriere Mercantile” «In Italia la regione fanalino di coda in tema di rifiuti è proprio la Liguria. Siamo l’unica regione che porta il 100% dei rifiuti in discarica, siamo tra gli ultimi nella percentuale di RD e, dopo tanti discorsi e promesse, ancora non è stato progettato né un termovalorizzatore, né un gassificatore per creare un’alternativa alla schiavitù delle discariche […] Come è possibile giudicare credibile questo nuovo strategico piano dei rifiuti fondato su scelte che, allo stato attuale, non si riscontrano in nessuna altra regione? Chi ha governato per tanti anni la nostra regione, e tuttora la governa, dovrebbe spiegare il motivo di un pregiudizio che esiste nei confronti delle più moderne tecnologie, adoperate nel resto d’Italia e d’Europa, che consentono di bruciare i rifiuti, produrre energia e non inquinare l’ambiente […] Il piano della Liguria sembra poggiare su due previsioni: ridurre la produzione di rifiuti; portare la RD alla percentuale del 65%. Per quanto mi risulta, ad oggi, in Italia la produzione dei rifiuti è in costante crescita da vent’anni a questa parte, e non è chiaro con quali strumenti si pensa di invertire questa tendenza. Sulla RD è difficile dare credito ai nostri attuali amministratori regionali quando si pongono l’obiettivo di diventare in pochi anni i primi della classe […] Per quanto riguarda il governo del settore, è condivisibile l’idea di superare la frammentazione esistente, infatti, sono troppi i soggetti gestori che incidono in maniera rilevante sui costi di gestione».
Il parere del professore Federico Valerio
L’impianto di compostaggio dell’umido in Valvarenna
In merito ai possibili cambiamenti nello scenario ligure e genovese, Era Superba ha chiesto un giudizio al professor Federico Valerio, per lungo tempo responsabile del Laboratorio di chimica ambientale dell’Ist di Genova, ambientalista ed esperto di questioni relative al trattamento dei rifiuti, delle quali si occupa da molti anni (anche sul proprio blog “Scienziato preoccupato”).
L’aspetto positivo è che non si parla più di inceneritori, gassificatori e affini, in tutta la Liguria?
«Sì, certamente. E non posso fare a meno di sottolineare come, finalmente, sia stata riconosciuta la bontà di chi ha sempre sostenuto che si potevano trovare soluzioni migliori rispetto agli impianti a caldo. Detto ciò, probabilmente anche il fattore economico, ovvero i costi proibitivi di simili strutture, ha giocato a favore dell’eliminazione di tale prospettiva. Forse è merito pure di una sensibilità nuova che tutti, compresa l’azienda Amiu, iniziamo a respirare. La municipalizzata genovese, per esempio, ha scoperto che vendendo cartone riesce ad ottenere utili. E lo stesso può avvenire con gli altri scarti (questa è la definizione corretta dei rifiuti)».
Innanzitutto occorre adoperarsi per il trattamento della frazione organica dei rifiuti, quella più importante ai fini di una raccolta differenziata di qualità? «Assolutamente sì. Questo è il primo passo da fare. Attualmente, la frazione organica raccolta a Genova viene spedita in provincia di Alessandria con notevoli costi (vedi il nostro articolo sulla chiusura dell’impianto di compostaggio in Val Varenna). È necessario realizzare un nuovo impianto per trattare la frazione umida. Il problema è individuare un sito adatto, visto che nessun sindaco pare disposto ad accoglierlo sul proprio territorio. Eppure con le tecnologie odierne non sussisterebbe alcun problema di mali odori o quant’altro. Ogni provincia ligure dovrebbe ospitarne almeno uno».
L’aspetto più critico è l’aver spostato l’obiettivo 65% di raccolta differenziata al 2020?
«In effetti, bisogna spingere per un più incisivo aumento di una raccolta differenziata che sia di qualità. Ad esempio, con il sistema porta a porta, che garantisce delle percentuali di RD molto alte e di qualità. Certo, prima è necessario investire in iniziative di informazione e comunicazione capillare affinché i cittadini si impegnino in tal senso. Ma sono investimenti che si ripagano velocemente. In Liguria ci sono una decina di Comuni che hanno già raggiunto l’obiettivo del 65%. Consiglio all’assessore regionale Briano di organizzare un incontro con i sindaci di queste realtà. Qualcuno potrà obiettare: “Si tratta di piccoli Comuni”. Sì, però, parliamo anche di contesti difficili, in cui spesso le abitazioni non sono facilmente raggiungibili. L’intera Liguria, a livello morfologico, presenta numerose difficoltà. Nelle grandi città, invece, l’ostacolo principale è l’investimento necessario per modernizzare la tipologia di servizio. Tuttavia, pure le metropoli scelgono di puntare sulla RD spinta. Basta vedere la vicina Milano, dove hanno puntato sul porta a porta. Un sistema, quello milanese, che si sta estendendo progressivamente a fette di 300 mila abitanti per volta. Insomma, con step progressivi, secondo me si può fare anche a Genova. Qui si è colpevolmente dimenticata la positiva esperienza del cosiddetto “progetto pilota” di Sestri Ponente e Pontedecimoche, soltanto pochi anni fa, aveva dato buonissimi risultati. Nonostante ciò, il progetto è stato lasciato morire. Invece, si doveva insistere, magari estendendo il progetto ad altre aree della città. La mia sensazione è che non si sia voluto dimostrare appieno la bontà dell’esperimento. In ballo, infatti, c’era ancora il discorso dell’inceneritore a Scarpino».
Per quanto riguarda la produzione di CSS (combustibile solido secondario), sono diverse le perplessità del mondo ambientalista …
«Una volta si chiamava CDR, ovvero combustibile da rifiuto, oggi è diventato CSS, ma si tratta pur sempre di combustibile da rifiuto, con qualche regola in più sulla qualità. È un escamotage letterale della Regione (ma anche a livello nazionale si punta ad incentivare questa pratica) che rende appetibile, soprattutto per i cementifici, la frazione secca dei rifiuti, in particolare le plastiche miste. Il problema è: chi ci guadagna? Probabilmente non Amiu (o gli altri soggetti gestori) perché – se il combustibile da rifiuto non è di buona qualità – i cementifici, per smaltirlo, si faranno pagare. Dunque, l’unico vantaggio è dovuto al fatto che non sarà necessario costruire nuovi impianti. Gli svantaggi, invece, ricadono tutti sull’ambiente, viste le problematiche legate alla qualità del CSS. Nelle plastiche miste finisce di tutto. Con inevitabili conseguenze in termini di emissioni inquinanti dei cementifici. Già oggi degli studi dimostrano che, dove il CSS è stato utilizzato come combustibile, si verifica un peggioramento della qualità delle emissioni inquinanti. Dal mio punto di vista, questo non è accettabile».
La soluzione, secondo il prof. Valerio, consiste nel puntare sulla maggiore separazione dei rifiuti. L’esempio lungimirante è l’impianto Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) inaugurato, alla presenza del sindaco Marco Doria, nel marzo 2013. Il nuovo centro per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, è un impianto moderno – dotato di macchinari all’avanguardia – capace di separare, trattare e ridurre in balle pressate, facilmente trasportabili, imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak. Tale struttura «… permette all’azienda municipalizzata genovese di essere più che autosufficiente nel trattamento dei materiali raccolti – si legge in una nota ufficiale di Amiu – con l’obiettivo di aumentare in breve tempo le quantità inviate al riciclo […]il sistema è stato ideato per operare alternativamente sul multi materiale leggero (ovvero plastica e metalli) e sulle frazioni cellulosiche (carta, tetrapack e cartone). Qui i materiali vengono accatastati: carta e cartone da una parte, plastica e metalli dall’altra e, a seconda della lavorazione, appoggiati sui nastri trasportatori, separati meccanicamente attraverso passaggi specifici a seconda che si tratti di plastica, contenitori ferrosi, alluminio, cartone, oppure carta mista a cartone».
«Nell’impianto di Bolzaneto, in pratica, viene separata la plastica dal cartone, il ferro dall’alluminio, ecc. – spiega il prof. Federico Valerio – Con la stessa tecnologia è possibile separare i vari tipi di plastica. Così facendo si può seguire la filiera che si sta sviluppando in questo campo. In Italia esistono alcune aziende che utilizzano plastiche miste idonee per produrre svariati manufatti, quali ad esempio i componenti dei motocicli. Le plastiche, se selezionate tramite impianti adeguati, diventano materiali con un valore commerciale da sfruttare. Stiamo parlando della frazione secca, ovvero di circa il 15% del totale dei rifiuti (la maggior fetta, infatti, è rappresentata dalla frazione umida). Noi non siamo obbligati ad alimentare i cementifici, peggiorando la qualità delle loro emissioni. Al contrario, dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica la stessa Unione Europea. La mia proposta è quella di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
Ma prima di tutto, conclude Valerio «Iniziamo a realizzare gli impianti di compostaggio. Mi pare assurdo che il compost raccolto a Genova vada a finire ad Alessandria, con una notevole spesa a carico di Amiu e dunque dei genovesi. Ciò vale anche per la carta, per le plastiche, per altri materiali, a Genova non abbiamo praticamente nulla in questo senso, ad eccezione del sopracitato centro di Bolzaneto. Per limitarci al capoluogo ligure, occorre che Amiu proponga una precisa strategia industriale che ambisca, per i prossimi anni, a recuperare e destinare al riuso, ovvero alla vendita, il più possibile degli scarti raccolti. Il trattamento meccanico biologico come quello di Bolzaneto permette di eseguire ulteriori separazioni (rispetto alla differenziazione richiesta ai singoli cittadini). Con un costo che trova giustificazione nel valore della merce che si riesce a produrre. L’investimento per l’impianto di Bolzaneto in circa 2-3 anni sarà già ammortizzato. La situazione, a livello europeo e mondiale, così si evolve e noi, nel nostro piccolo, dobbiamo aggiornarci al più presto».
Il Ponente genovese è fucina di iniziative di volontariato e ha dato vita nel corso degli ultimi anni a numerosi comitati e gruppi spontanei di cittadini che condividono un fine comune: la salvaguardia dei beni pubblici come parchi, spiagge, strade, giardini. Nel corso di #EraOnTheRoad a Pegli abbiamo raccolto la richiesta di alcuni cittadini che esprimevano la loro disponibilità ad organizzare giornate di pulizia del litorale ponentino, radunando piccoli gruppi di volontari. A detta loro, infatti, la situazione delle spiagge pegliesi – un tempo orgoglio cittadino – è andata peggiorando: rifiuti di vario tipo, soprattutto plastica, e nella stagione estiva rifugio notturno per molti senzatetto.
I cittadini che abbiamo incontrato ci raccontano che la loro iniziativa, spontanea e a titolo gratuito, pur partendo dal solo amore per il proprio quartiere, aveva incontrato alcune difficoltà sotto il profilo burocratico. Infatti, essi erano impossibilitati a svolgere l’attività desiderata senza aver ottenuto il benestare dell’amministrazione municipale, alla quale dovevano comunicare i loro intenti e riceverne parere positivo. Da questa problematica emersa a Pegli, abbiamo colto l’occasione per interpellare i rappresentanti municipali e chiedere delucidazioni in merito alla corretta procedura da seguire. Ecco quanto emerso.
Municipio Ponente: iniziative volontarie di pulizia di aree pubbliche, ecco l’iter da seguire
Per quanto riguarda le iniziative di associazioni, comitati, gruppi strutturati alle quali si intende conferire una certa continuità temporale, esiste una apposita sezione all’interno del sito del Municipio VII: con una pratica facile e veloce, i richiedenti comunicano le loro intenzioni all’Amministrazione, la quale formalizza il tutto sotto il profilo burocratico, concedendo eventuali autorizzazioni e concessioni, e mette a disposizione le attrezzature adeguate (rastrelli, pale, ecc.) in comodato d’uso.
Per quanto riguarda invece le iniziative a cadenza sporadica, è necessario contattare il Presidente del Municipio VII Mauro Avvenente, il quale valuterà caso per caso. Stefano Barabino, gruppo consiliare PdL del Municipio Ponente, si è reso disponibile a raccogliere le richieste di tutti gli interessati e ad interagire per loro presso il Presidente Avvenente.
Il caso dei Giardini Capponi (ex Elah) e Palmaro a Prà
L’argomento è attuale e un caso analogo si era verificato nell’ottobre 2013, quando i volontari del Comitato per Prà hanno organizzato una giornata di pulizia dei Giardini ex Elah (oggi Capponi), radunando una gran numero di persone. Il riscontro nel quartiere è stato buono, tanto che a questa prima iniziativa ne è seguita una seconda, per la pulizia dei giardini a Palmaro, nel mese di novembre. La vicenda non ha mancato di suscitare, da un lato, l’ammirazione dei concittadini, che hanno trovato ispirazione e motivazione; dall’altro, però, l’amministrazione municipale ha mostrato alcune perplessità. Nel corso di una seduta di Consiglio Municipale c’è stato chi ha contestato le modalità con cui i volontari avrebbero operato: senza interpellare i rappresentanti municipali e cercando gran riscontro mediatico.
A prescindere dalle singole valutazioni, non si può non notare come il Ponente sia ricco di iniziative analoghe: di recente, quella in Via Martiri della Libertà a Pegli, in cui i cittadini del CIV hanno chiesto all’Amministrazione di prendere in gestione aiuole e spazi verdi per attuare migliorie e tenerli in ordine. Così ha commentato Avvenente in una nota pubblicata sul sito del Municipio:
“In anni particolarmente difficili dal punto di vista della disponibilità economica a beneficio degli Enti locali, il Municipio Ponente ha inteso dare vita a un’intensa promozione del mantenimento del verde pubblico locale in particolare di piccoli o medi giardini da affidare in convenzione ed in adozione a soggetti del volontariato locale. In ossequio al vecchio motto popolare “Aiutati che il ciel ti aiuta” oggi più valido che mai molte persone donne e uomini si sono rimboccate le maniche ed hanno risposto positivamente all’invito del Municipio dando ottima prova di se prendendosi cura di aree verdi altrimenti destinate ad una scarsa manutenzione”.
Era il febbraio 2013 quando scrivevamo che il Consultorio del Lagaccio rischiava di chiudere. Lesmentite ufficiali giunsero nel giro di brevissimo tempo, Regione e Asl 3, infatti, affermarono che lo storico presidio socio-sanitario di zona non avrebbe chiuso i battenti.Oggi, a distanza di poco meno di un anno dalla nostra denuncia, la struttura è effettivamente ancora aperta ma pressoché svuotata di servizi essenziali affinché possa svolgere appieno il suo ruolo a favore dell’utenza più fragile (bambini, madri, giovani, famiglie, italiani e stranieri) che risiede nel popoloso quartiere del Lagaccio.
«Di fatto il Consultorio non è chiuso – spiega il consigliere (Idv) del Municipio Centro Est, Vincenzo Palomba – Tutti, dal Municipio alla Regione, hanno ribadito più volte che il presidio funziona e continuerà a funzionare, senza ridimensionamenti. Peccato, però, che già da un anno a questa parte, il Consultorio offra ben poche opportunità per i cittadini. Attualmente mancano dei servizi in tal senso imprescindibili: la pediatria è ufficialmente chiusa da giugno 2013, mentre la ginecologia addirittura da gennaio 2013». Nel dicembre scorso «Insieme al consigliere regionale (Idv), Marusca Piredda, abbiamo visitato il presidio – continua Palomba – E solo alcuni corsi per mamme con neonati erano operativi. Questo, purtroppo, non è abbastanza per le esigenze del quartiere».
«La presunta ristrutturazione dell’edificio sarebbe già dovuta partire – sottolinea Palomba – Al contrario, da quel che sappiamo, si è svolto esclusivamente un semplice sopralluogo.Asl 3 e Regione hanno affermato che le risorse economiche per mantenere il Consultorio del Lagaccio ci sono. Bene, e allora bisogna adoperarsi per ripristinare i servizi essenziali che connotano la sua funzione a servizio degli abitanti». Se, invece, il problema fosse relativo all’eventuale carenza di personale Asl 3 «Occorre dirlo con chiarezza– aggiunge il consigliere del Municipio Centro Est – in modo tale da trovare una soluzione alternativa per rilanciare il Consultorio. Anzi, per farlo ritornare alla sua preziosa funzione originaria. Ad esempio si potrebbe contattare il mondo dell’associazionismo medico, penso ad associazioni quali Mater Domina, Camici e Pigiami, ecc. per vedere se sono interessate ad intraprendere dei servizi di pediatria e ginecologia anche al Lagaccio. Insomma, è necessario muoversi al più presto se vogliamo evitare che il Consultorio muoia lentamente».
A proposito del possibile futuro «Si ipotizza di realizzare, all’interno del Consultorio, un polo di neuropsichiatria infantile – conclude Palomba – Un servizio senza dubbio importante, ma noi abitanti ci domandiamo: è quello che serve al quartiere? Probabilmente non è questo il luogo adatto. Noi chiediamo che vengano restituiti ai cittadini i servizi fondamentali che un tempo venivano normalmente erogati dallo storico presidio del Lagaccio».
Nel confrontare i nostri giorni con la grande esplosione creativa degli anni ’60 e ’70, emerge l’assenza di condizioni di vita, simboli, accadimenti, contesti diffusi in tutto il mondo occidentale (e non solo) che riescano ad attivare processi identitari in grado di far maturare quel “sentore comune” da cui possano nascere nuove interpretazioni del mondo, espresse da nuovi linguaggi. Ed è proprio in questa assenza di “nuovo” che risiede il tema centrale di questa rubrica.
Le esperienze innovative che, come in un tracciato, troviamo disseminate in questi ultimi 30 anni, sono tutte fortemente debitrici della grande “avventura creativa”, costituita dagli anni ’60 e ’70. Certo – lo si è già affermato – ciò che è diventato il “suono della storia” non è stato solo il frutto della creatività di tanti singoli individui isolati, ma un fermentò che animò parte della società (soprattutto le giovani generazioni) e che, dopo una prima fase sotterranea di incubazione, esplose successivamente, dilagando e travolgendo le vecchie concezioni del mondo.
Ciò che oggi mi incuriosisce e mi stupisce è il contesto di grande criticità economica sociale in cui versa oggi il mondo intero, in particolare l’occidente (l’enorme area denominata “Cindia” è economicamente in ascesa, per quanto non sia fuori da problemi più di quanto il suo devastante sviluppo esponenziale non ne crei): da una simile situazione di disagio ci si aspetterebbero nuovi segnali di rivolta. Oltretutto la rete, permettendo una diffusione delle informazioni con una densità inimmaginabile fino a 15 anni fa, si pensava potesse facilitare enormemente la crescita dei movimenti. Intendiamoci: in parte è avvenuto e sta avvenendo (gli indignados in Spagna, i fatti della Grecia, la “Primavera araba”, anche qui in Italia c’è abbastanza trambusto…), ma tutti questi segnali tangibili di malcontento non sono – per ora – riusciti a determinare una svolta radicale, un nuovo ’68.
Come dire… non riescono a configurarsi momenti unificanti da cui potrebbero scaturire nuove aperture sociali e svilupparsi inedite modalità e linguaggi espressivi. Nell’epoca della globalizzazione dove ad una vicinanza, ad una “amicizia” solo virtuale, come quella di facebook, si contrappone una reale dislocazione/ smembramento/ allontanamento/ nascondimento dei grandi processi economici e finanziari, il potere riesce sempre a circoscrivere e gestire ciò che succede a livello locale.
Per quanto riguarda specificamente la musica va osservato che i circuiti ufficiali internazionali continuano sostanzialmente a promuovere la stessa musica, con varianti che suonano di maniera e che non rimettono in discussione alcunché. È come se vivessimo in una continua e unica ricapitolazione degli anni ’60 e ’70 ma, come canta Gian Piero Alloisio: “…anni ’60 senza boom“!!!
Se poi prendiamo in considerazione un paese come l’Italia non si può non rilevare il devastante ruolo esercitato dal mastodontico apparato socio-culturale (oltre che economico, chiaramente) che fa capo a Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo hanno prodotto un livello di idiozia di massa sconcertante, oltre ad un preoccupante imbarbarimento della vita civile. Ma, Italia a parte, ciò che mi sembra manchi – appunto – sono contesti, accadimenti, simboli, condizioni esistenziali che possano dar vita a processi identitari in grado di veicolare un “sentore comune”. Proprio questo penso sia il punto.
La ribellione esplosa alla fine degli anni ’60, come già si è analizzato, ha incubato per oltre 50 anni, con ideali di giustizia e libertà risalenti addirittura alla rivoluzione francese, ma ben presenti nella testa e nel cuore di tante persone, come patrimonio di “memoria storica”. Tuttavia, ciò che ha reso possibile una diffusione così rapida in tutto il pianeta dei fermenti rivoluzionari e innovativi, penso sia dovuto ad una inedita condizione di relativa omogeneità che tutto il mondo avanzato si trovò a vivere. I principali fattori uniformanti mi sembrerebbero questi:
1) condizione di prostrazione post bellica generalizzata sia tra i vinti che tra i vincitori
2) conseguente imponente azione di ricostruzione industriale e sociale
3) connesso sviluppo industriale con nuovi assetti tecnologici che determinarono il raggiungimento di un certo livello di benessere
4) programmi di istruzione obbligatoria allargati a tutti i ceti popolari
5) diffusione della tecnologia mass-mediatica a livello internazionale (tv, radio, telefonia ecc…)
6) prime generazioni di giovani cresciute in condizioni esistenziali totalmente diverse rispetto alle generazioni precedenti
7) abnorme sviluppo delle città
8) partiti politici e sindacati (soprattutto di sinistra) in pieno sviluppo con apparati ideologici e organizzativi di grande rilievo
9) progressiva presa di coscienza dei livelli di sfruttamento capitalistico
10) critica e rifiuto del mondo diviso in due blocchi.
Ecco questi mi sembrano i più importanti fattori che, diffusi in maniera relativamente omogenea in tutto il mondo, abbiano fatto da “contesto vitale” per ciò che sarebbe esploso nel ’68.
Santa Maria in Passione e Stradone Sant’Agostino, il “centro” del centro storico genovese: uno dei primi insediamenti della città che ha vissuto i cambiamenti e le alterne vicende degli ultimi secoli. Ma come è possibile che un’area così importante per la storia di Genova sia rimasta abbandonata a se stessa, nella noncuranza generale, per decenni? È quello che si chiedono alcuni studenti della ex Facoltà di Architettura – oggi Scuola Politecnica -, che il 28 novembre 2011 hanno fatto incursione negli spazi verdi adiacenti alla Facoltà (noti come Giardini Babilonia) per piantare un melograno, simbolo della prima “occupazione”.
Da qui, una serie di iniziative per il recupero di tutte le aree verdi della zona e del complesso di Santa Maria in Passione (1000 mq totali). Durante uno dei consueti appuntamenti con #EraOnTheRoad, abbiamo incontrato gli studenti e abbiamo chiesto loro di raccontarci il perché delle azioni passate e i progetti per la prosecuzione dell’iniziativa. Determinazione, passione e competenza sono gli ingredienti principali: tutti uniti per restituire al quartiere uno spazio abbandonato, intrappolato in un labirinto di burocrazia.
Chi siete e in cosa consiste la vostra iniziativa?
«Tutto è iniziato in modo “illegale” con l’ingresso nel giardino quella notte di novembre di due anni fa. In quell’occasione abbiamo espresso la volontà di riaprire e restituire alla cittadinanza un luogo chiuso dagli anni ’90 e strategico per la città: si tratta dell’unico spazio verde del centro storico, di cui potrebbero fruire studenti, abitanti, anziani e bambini. Invece, fino ad allora era rimasto chiuso e abbandonato. Stessa sorte è toccata al complesso di Santa Maria in Passione, bombardato nel corso della seconda guerra mondiale e fino ad oggi interessato solo da esigui interventi di recupero e messa in sicurezza (come la ricostruzione della cupola in legno). Nonostante il nostro intervento di apertura dei giardini, ancora adesso molti pensano che siano spazi dell’università e non li frequentano. Il nostro scopo è renderli fruibili a tutti: per questo abbiamo organizzato varie iniziative (l’ultima, la seconda edizione di “Cosa bolle in pentola?” lo scorso 26 novembre; la festa di quartiere del maggio 2012 e l’apertura delle reti del 15 marzo 2012)».
Come prosegue oggi la vostra iniziativa?
«Molto bene: l’11 aprile 2013 abbiamo presentato un progetto di recupero (circa 20 tavole) in giardino in presenza dei rappresentanti dell’università, del Municipio e della Soprintendenza ai Beni Archeologici, che hanno espresso parere favorevole. Il 30 aprile è stato approvato in toto dal Consiglio di Scuola Politecnica, anche nelle critiche a loro destinate. Abbiamo fatto pressioni ai vertici per risolvere la situazione e abbiamo ottenuto che loro si occupassero della messa in sicurezza del giardino e noi dell’aspetto urbanistico e architettonico. Il 23 ottobre il Consiglio di Amministrazione di Ateneo ha approvato il finanziamento del progetto di messa in sicurezza: dovrebbe essere anche già stato depositato in Comune. Dello scorso ottobre è poi la notizia che il CdA dell’Università di Genova (da anni proprietaria dell’area) ha ceduto in comodato d’uso gratuito al Comune di Genova parte degli spazi esterni dell’ex Facoltà, avviando l’iter per le procedure di formalizzazione del contratto. Il progetto ci descrive: non sono stati considerati solo gli aspetti tecnici, ma anche quello sociale (per la partecipazione di tutti ala gestione di uno spazio di frontiera tra città e università) e intellettuale. Crediamo che l’Università dovrebbe occuparsi concretamente degli interventi in città, mentre in molti casi si limita a trasmetterci nozioni sul piano teorico. Disponiamo di un “tesoro”: quello della Facoltà di Architettura genovese è un caso unico nel mondo, perché non approfittarne?».
Santa Maria in Passione aperta a cittadini e turisti
Inoltre, accanto all’interesse per il recupero dei Giardini di Babilonia, anche quello per il complesso di Santa Maria in Passione: gli studenti chiedono la “musealizzazione” e l’inserimento all’interno di un percorso didattico, garantendo l’accesso a cittadini e turisti. Proprio a questo proposito, la scorsa estate i ragazzi hanno organizzato visite turistiche autonome in tutto il complesso, di cui hanno le chiavi: non solo la parte che affaccia sull’omonima piazza, ma anche quello che una volta era il convento delle suore di clausura, oggi inaccessibile. Inoltre, il 15 ottobre, sempre nei pressi della Facoltà, sono state divelte due vecchie serrature di cancelli comunali nel corso dell’iniziativa “Apertamente”. Commentano i ragazzi: «Da quel giorno autogestiamo apertura e chiusura dei cancelli dei Giardini dal lunedì al venerdì, (dis)attendendo le istituzioni», e scrivono sul loro blog “Spazio Libero”: “Lo abbiamo fatto apertamente, alla luce del sole ma senza cercare le luci della ribalta. Una volta aperte le strade pubbliche abbiamo (ahinoi!) invocato l’intervento di Comune e Università, regalandogli un mazzo delle chiavi che aprono i nostri lucchetti, invitandoli a collaborare. Sapete cosa ci è stato risposto? Assolutamente niente. Un silenzio assordante che all’inizio ti stranisce, ma poi capisci che la realtà è questa, che l’istituzione è lontana, autoreferenziale, conservatrice. Allora basta stupirsene, basta lamentarsi. In questi giorni abbiamo ragionato tanto in università e in quartiere e abbiamo scelto di continuare a oltranza l’autogestione dell’apertura dei cancelli, che hanno dimostrato di poter unire anziché dividere. Quello che chiediamo è di attraversali il più possibile”.
“Basta lamentarsi”, basta aspettare che qualcosa succeda: è un po’ questa la filosofia alla base del vostro agire…
«Sì, è un paradosso che nessuno si occupasse prima di noi di queste zone: ci sono questioni complicate. Alcune aree, come i Giardini, sono di proprietà della Facoltà, altre come Santa Maria in Passione, sono comunali, ma con il vincolo archeologico della Soprintendenza… insomma, c’è da perdersi in un labirinto di burocrazia. Era soprattutto una “grana” per chi di competenza, e il fatto che noi ci siamo fatti avanti facendocene carico è stato positivo per molti. Il nuovo Preside della Scuola Politecnica ha accolto le nostre proposte, mostrandosi disponibile. In fin dei conti, ci stiamo occupando di qualcosa che non compete a noi, per il bene di tutta la cittadinanza. Il nostro agire è anche una critica politica all’istituzione universitaria e all’amministrazione cittadina, due soggetti che limitano l’iniziativa volontaria dal basso. Sappiamo che alcuni ci criticano, ma non siamo pentiti riguardo al nostro modo di operare presente e passato. Pensiamo che giustizia e legalità siano due concetti che vengono erroneamente assimilati: la seconda è l’assetto che si da un governo, ma è una struttura mutevole che deve essere aggiornata, anche dal basso se necessario».