Autore: erasuperba

  • Storie al Lavoro, la visita alla mostra: parole e immagini raccontano la crisi

    Storie al Lavoro, la visita alla mostra: parole e immagini raccontano la crisi

    sala-dogana-ducale-DIC’è molto da leggere, e molto da osservare, su un tema – il lavoro, con tutte le problematiche che oggi vi sono legate – che è ormai presente nella nostra quotidianità come un’estrema e dolorosa urgenza. Gli autori di “Storie”, allievi della scuola di storytelling StudioStorie di Sergio Badino (curatore della mostra), ci danno il loro personale punto di vista sulla situazione: racconti che partono da spunti evidentemente reali, talvolta librandosi in trame futuristiche o iperboliche, talaltra rimanendo saldamente ancorati al terreno con uno sguardo impietoso su ciò che è il nostro paese oggi. A dar loro man forte giunge il prezioso apporto dei disegnatori coinvolti da Badino in questo progetto per arricchirlo fornendo un supporto visivo ad alcune delle sceneggiature, con un risultato di grande effetto grazie all’unione di parole e immagini: «Sceneggiatori e disegnatori si sono conosciuti a cose fatte, direttamente in mostra. Scopo dei miei corsi – racconta Badino – è dare un’impostazione professionale alla scrittura, quindi gli sceneggiatori dovevano scrivere storie comprensibili da un disegnatore. La sceneggiatura doveva essere completamente accessibile. Interpretabile, naturalmente, come ogni sceneggiatura, ma prima di tutto chiara». Non è detto, infatti, che in una situazione tra professionisti le due figure entrino necessariamente in contatto.

    Colpisce, in questi racconti, la profonda consapevolezza della realtà, e la capacità degli autori di restituirla pienamente, cosa ancora più notevole se si considera che tra gli allievi del corso – così come tra i disegnatori – ci sono molti giovani sui vent’anni (e un giovanissimo sceneggiatore di sedici, Ezequiel Espinosa): a dimostrazione del fatto che i giovani sanno tutto di crisi, lavoro, futuro negato, e attraverso le immagini e le parole dei loro racconti ne parlano con un’efficacia inaspettata, che distoglie il fruitore da qualsiasi torpore e lo prende a schiaffi, tirandogli fuori rabbia e sentimenti altrimenti anestetizzati dall’abitudine ormai consolidata a questa realtà.

    Sergio Badino storie al lavoro fumettiBadino ha creato le coppie sceneggiatori-disegnatori, scegliendo questi ultimi «in certi casi in base all’affinità emotivo-artistica: avendo letto le storie e conoscendo i tratti, ho capito che insieme alcune persone avrebbero creato una miscela interessante, e così in alcuni casi è stato. In altri invece mi sono mosso in base alla curiosità di vedere cosa sarebbe uscito da una certa sceneggiatura interpretata da un dato segno». A quanto pare la logica seguita ha funzionato: i riscontri dei visitatori e i complimenti reciproci tra sceneggiatori e disegnatori lo attestano.

    Ma la scelta di un tema così dolorosamente attuale può rischiare di concentrare troppo l’attenzione dello spettatore sui contenuti, impedendogli di apprezzare appieno le qualità puramente estetiche delle opere? No per il curatore:

    [quote]Nel fumetto la storia è narrata dagli sforzi congiunti di parole e immagini: in questo mezzo di comunicazione, dall’unione di questi due elementi, la storia prende vita. Tutto il resto è esibizionismo, di parole come di immagini: tutto ciò che esula dal fine ultimo, cioè la narrazione, è da considerarsi un di più. Una tavola a fumetti deve prima di tutto raccontare una storia, attraverso testi incisivi e immagini efficaci.[/quote]

    Ed ecco allora che una congerie di figure umane che tutti conosciamo si affastellano nei racconti, cercando di districarsi in un mondo inospitale: migranti, camalli, giovani che fanno tre quattro lavori per sopravvivere, ricercatori con le mani sporche di sangue (degli animali che uccidono per lavoro), esodati, impiegati di call center, laureati all’estero, freelance squattrinati.

    A differenza degli sceneggiatori, tutti i disegnatori sono professionisti, ci ricorda Badino. Tra di loro, per fare qualche esempio «Matteo Anselmo ha di recente vinto un concorso nazionale per il miglior omaggio ad Andrea Pazienza, Francesco D’Ippolito è da oltre un decennio un disegnatore Disney, Federico Franzò disegna le Winx; Stefano Tirasso è stato segnalato da un importante sito di critica fumettistica come uno dei cinque giovani disegnatori italiani da tenere d’occhio; Giorgia Marras sta per uscire con un romanzo a fumetti dei cui testi è anche autrice».

    Un motivo in più quindi per apprezzare questo grande lavoro collettivo carico di aspetti molto diversi tra loro: «Primo fra tutti mostrare la pari dignità di fumetto e narrativa – dice Badino – come forme di comunicazione, entrambe in grado di far emergere tematiche forti, sociali, sentite. Si avverte spesso un po’ di snobismo tra l’uno e l’altra, quando invece si tratta semplicemente di modi di narrare sì differenti, ma con principi comuni. Ogni mezzo di comunicazione ha da imparare dagli altri, senza distinzione. Altra nota importante è l’aver proposto una mostra in cui racconti e fumetti sono mescolati come carte in tavola, si presentano vicini, gli uni accanto agli altri, nudi e crudi, sinceri: non è una cosa che si vede così spesso. Ultimo aspetto: l’aver offerto una carrellata priva di retorica su un problema più che mai oggi percepito come tangibile. “Storie al lavoro” ci dice, attraverso oltre trenta storie brevi, quale sia la percezione del tema per un gruppo di universitari, giovani studenti, professionisti, che col lavoro hanno a che fare ogni giorno. Una discreta fotografia panoramica».

    Si esce dalla mostra con una domanda: perché siamo tutti così consci della situazione ma così immobilizzati? Per Badino «scopo di chi scrive non è trovare soluzioni, ma far sì che l’opinione pubblica si concentri e sensibilizzi su un dato problema. Siamo stati tutt’altro che immobili: “Storie al lavoro” è la nostra risposta». Allo spettatore non resta che cercare, anch’egli, una propria risposta.

     

    Claudia Baghino

  • Porto e accessi ferroviari: raddoppio al Vte, il punto fra criticità e prospettive

    Porto e accessi ferroviari: raddoppio al Vte, il punto fra criticità e prospettive

    treni-fuorimuro-portoQuando si parla di porto di Genova e trasporto ferroviario – negli ultimi anni stimato al 15% – il primo pensiero corre sempre, inevitabilmente, al Terzo Valico. Ma come evidenziato in passato su queste pagine (qui l’inchiesta) questa fin troppo facile associazione di idee propagata dalla stragrande maggioranza dei media pare quantomeno fuorviante visto che, per incrementare la movimentazione di merce su rotaia, occorre innanzitutto superare le criticità da tempo riscontrabili all’interno dello scalo genovese e, solo a quel punto, si potrebbe affrontare seriamente il discorso in merito all’insufficienza o meno delle attuali linee, oggi – secondo i dati disponibili – ampiamente sottoutilizzate.

    In tal senso, un’auspicabile svolta positiva – almeno per quanto riguarda il Vte di Voltri– è stata annunciata dalla Regione Liguria a metà gennaio, quando l’assessore regionale alle infrastrutture Raffaella Paita ha incontrato i rappresentanti di Rfi e Italferr (società del gruppo Ferrovie dello Stato Italiane S.p.A che si occupano rispettivamente di gestione della rete ferroviaria e di progettazione e realizzazione di nuove infrastrutture), per concordare le fasi di lavoro che consentiranno – presumibilmente, però, non prima di qualche anno – di realizzare il raddoppio dei binari di accesso al porto di Voltri.
    Finora, infatti, l’utilizzazione di un unico binario per l’entrata e l’uscita delle merci, ha di fatto limitato l’operatività dello scalo. “Genova non riuscirà a smaltire il traffico se non riesce a potenziare i suoi servizi ferroviari – scrive Sergio Bologna, studioso nel campo della logistica e trasporto merci – Oggi dal VTE più di 24 treni al giorno non possono entrare o uscire“.

    Il raddoppio, però “è sempre stato condizionato dalla necessità di demolire l’attuale viadotto di collegamento tra autostrada e porto, del quale è previsto il rifacimento in due lotti, il primo dei quali partirà a breve”, si legge nella nota stampa di presentazione del progetto. Tuttavia, per favorire l’incremento dell’operatività del terminal Vte «La Regione ha chiesto a Rfi di individuare una soluzione tecnica che consenta di raggiungere l’obiettivo (cioè il raddoppio dei binari, ndr), nelle more della demolizione del viadotto – spiega l’assessore Paita – Per queste ragioni, si è concordato un programma serrato, il quale prevede che entro fine marzo Rfi e Italferr mettano a punto uno studio di fattibilità per realizzare il prima possibile il secondo binario. Questa fase prevede il coinvolgimento dell’Autorità Portuale genovese, del Comune di Genova, del terminalista Vte e della società Fuorimuro, che gestisce il traffico ferroviario portuale, per approfondire congiuntamente le necessità operative».

    Il primo incontro è già stato convocato per lunedì 27 gennaio in sede regionale. Immediatamente dopo la verifica di tale studio «si partirà con il progetto vero e proprio, che dovrebbe essere ultimato entro la prossima estate – sottolinea Paita – La realizzazione delle opere potrebbe avviarsi in seguito all’ultimazione dei lavori relativi al nodo ferroviario (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr) che riguardano la zona di Voltri, prevista verso la fine del 2015 e per la quale la Regione Liguria ha chiesto di accelerare al massimo il programma. Subito dopo la conclusione di questi lavori, potranno partire i cantieri del raddoppio del binario».

     

    Il punto di vista del VTE

    Quartiere di PràIl Vte movimenta da solo oltre la metà dei TEU (unità di misura del container che si basa sulla lunghezza minima del contenitore da 20 piedi) movimentati complessivamente a Genova (nel 2013 circa 1,9 milioni, in leggero calo rispetto ai 2 milioni del 2012) e tramite la realizzazione di alcuni interventi di adeguamento infrastrutturale avrebbe tutte le carte in regola per incrementare in maniera significativa il traffico su ferro. Migliorando, di conseguenza, la qualità della vita dei residenti nei quartieri del Ponente genovese, da decenni assoggettati alle molteplici servitù del porto – in primis inquinamento acustico e ambientale – dovuti sia allo stazionamento delle navi (criticità che dovrebbe essere risolta dall’elettrificazione delle banchine da parte dell’Autorità Portuale), sia al traffico di camion e mezzi pesanti diretti e provenienti dallo scalo di Voltri.

    La notizia del possibile raddoppio del punto di accesso è stata salutata con comprensibile entusiasmo dall’amministratore delegato del Vte (che fa parte del gruppo Psa International), Gilberto Danesi «Sono vent’anni che lo aspettiamo, il Vte ha sempre fatto pressioni in tal senso, manifestando anche la disponibilità di realizzarlo a proprie spese – ha dichiarato Danesi lunedì scorso, durante l’incontro con i comitati di Prà e del Ponente, nell’ambito della mobilitazione per la riqualificazione del quartiere – Finalmente, sembra che la situazione si sia sbloccata. A fine mese avremo un incontro per vedere di ottenere il raddoppio. A questo proposito, abbiamo già acquistato, con 3,2 milioni di euro, una gru apposita per il carico e lo scarico dai treni, che sarà installata a novembre».

     

    Il punto di vista della società Fuorimuro che gestisce il traffico ferroviario portuale

    treno-fuorimuro-portoSulla stessa lunghezza d’onda è il commento della società Fuorimuro (Rivalta Terminal Europa 30%; Gruppo Spinelli 15%; InRail 15%; Tenor 15%; Compagnia Pietro Chiesa 10%) che, dal maggio 2010, opera come soggetto unico nel porto di Genova, offrendo un servizio integrato di manovra ferroviaria (ovvero la composizione dei treni all’interno dello scalo), trasporto e navettamento dei convogli verso gli interporti oltre Appennino.
    «Il raddoppio dei binari, nel prossimo futuro, renderà fattibile l’entrata/uscita dei treni dal porto, in maniera indipendente – afferma il presidente di Fuorimuro, l’ing. Guido Porta – Adesso, invece, con il binario unico d’accesso è impossibile gestire contemporaneamente la movimentazione di due convogli. Questo fattore comporta un allungamento dei tempi e, di conseguenza, l’aumento del costi relativi al trasporto su rotaia, rispetto a quello su gomma. Limitando, dunque, l’efficacia del servizio ferroviario».
    In questi anni di lavoro, sottolinea Porta «Abbiamo avuto modo di rilevare diverse criticità, da noi sempre segnalate all’Autorità Portuale. Occorrono dei miglioramenti infrastrutturali, a Voltri come a Sampierdarena, per consentire allo scalo genovese di incrementare l’operatività dei terminal, intrinsecamente legata all’espansione del traffico su ferro».
    A proposito del raddoppio previsto al Vte «La Regione ha affermato che le risorse economiche dovrebbero essere messe a disposizione in tempi brevi», conclude il presidente di Fuorimuro.

     

    Ma quali sono gli altri interventi utili a rendere competitivo il trasporto ferroviario?

    container-porto«Sicuramente sarebbe importante che l’Autorità Portuale realizzasse ulteriori tre binari sul lato nord del terminal Vte (cioè sul lato del canale di calma)», risponde l’ing. Porta. Ma oggi a destare maggiori preoccupazioni «Sono le difficoltà che riscontriamo nello scalo di Sampierdarena, in particolare presso il terminal Messina», precisa il presidente di Fuorimuro.
    Nell’ambito del cantiere per la strada a mare, infatti, procedono i lavori di rifacimento delle linee ferroviarie a servizio del porto (qui l’approfondimento di Era Superba con il vicesindaco Stefano Bernini, ndr): «Queste devono necessariamente essere spostate e parzialmente abbassate proprio per risultare compatibili, a fine lavori, con la presenza del viadotto che, provenendo dal ponte sul Polcevera, proseguirà poi verso levante, degradando progressivamente sino a raggiungere la quota di lungomare Canepa», si legge sul sito web di Sviluppo Genova, la società impegnata nella costruzione della nuova infrastruttura.
    «Sviluppo Genova, allo scopo di non alzare troppo la quota della strada a mare, ha creato una sorta di “sottopasso ferroviario” dove i binari scendono di circa un metro e mezzo, per poi risalire immediatamente dopo – spiega Porta – Tale configurazione genera un problema non secondario (che non sussisteva quando abbiamo preso in carico il servizio) dato che, soprattutto in caso di condizioni meteo avverse (piogge intense o forti venti), abbiamo bisogno di due locomotori per trainare i treni». Inoltre «I binari presenti nel terminal Messina sono di lunghezza insufficiente – racconta Porta – In pratica, la linea è ridotta di circa una sessantina di metri. Questo ci costringe a spezzare i treni e allungare i tempi di composizione dei convogli».

    san-benigno-sampierdarena-lungomare-canepa-terminal-wte-ponente-DIPer quanto riguarda i parchi ferroviari (o parchi merci, che dir si voglia)«Stiamo lavorando soltanto sul parco Fuorimuro, parallelo a Lungomare Canepa – continua il presidente della società che si occupa di manovra e trasporto ferroviario – Il parco Campasso, invece, è ancora in ristrutturazione da parte di Rfi all’interno dei lavori del Nodo Ferroviario».
    Nonostante la puntuale segnalazione delle sopracitate criticità «Dall’Autorità Portuale, finora, non è arrivata alcuna risposta», conclude l’ing. Porta.

    Secondo Bruno Marcenaro, ingegnere esperto di questioni ferroviarie: «Voltri è uno dei punti nevralgici del porto, connesso al sistema di trasporto ferroviarioIndubbiamente il raddoppio dei binari è una notizia positiva perché consentirà una migliore operatività del terminal e la velocizzazione dei tempi di entrata/uscita delle merci su rotaia. In questo senso i soldi, per una volta, sono spesi bene».
    Al contrario, il pensiero corrente che oggi va per la maggiore, promosso in particolare dai rappresentanti politico-istituzionali «Presuppone che per aumentare il traffico su rotaia, e dunque far viaggiare più treni merci, sono necessarie nuove linee – spiega Marcenaro – Ma ciò non è assolutamente vero. Le linee odierne hanno già un’alta capacità non sfruttata adeguatamente. In altre parole, piuttosto che pensare al Terzo Valico, gli enti preposti dovrebbero impegnarsi a riassestare, modernizzare e soprattutto automatizzare le stazioni di origine dei treni, quindi i porti. Così come iniziano a fare, ad esempio, al terminal Messina. Qui stanno lavorando sulle linee interne per migliorare la situazione anche in termini di sicurezza del personale e per automatizzare sempre di più la formazione e la movimentazione dei treni».
    Insomma «L’aspetto più importante è l’organizzazione interna dei porti conclude Marcenaro – Occorre puntare sull’automatizzazione degli scali e su quella dei loro parchi merci per rendere più veloci, sicure ed economicamente sostenibili, le operazioni di movimentazione. Le risorse, a parer mio, dovrebbero essere indirizzate soprattutto in tal senso».

     

    Matteo Quadrone

  • Elisoccorso, sarà ancora servizio pubblico: siglato accordo sino al 2018

    Elisoccorso, sarà ancora servizio pubblico: siglato accordo sino al 2018

    Elisoccorso Vigili de FuocoDopo un iter a dir poco travagliato (qui l’inchiesta di Era Superba), è arrivata oggi la firma sull’accordo fra Regione Liguria e Vigili del Fuoco per il servizio pubblico gratuito di elisoccorso che, secondo quanto previsto dalla convenzione che scadrà il 31 dicembre 2018, sarà garantito grazie alla collaborazione tra il coordinamento dei servizi 118 liguri e il nucleo di elisoccorso dei Vigili del Fuoco.

    La convenzione riguarda nello specifico il soccorso primario per interventi di estrema urgenza legati alle condizioni sanitarie e ambientali per cui si rende necessario portare il primo soccorso alla persona in modo rapido per tutelare le funzioni vitali e il soccorso secondario, ovvero il trasporto dei pazienti da un ospedale all’altro.
    Da metà anni ’90 per la Regione è normale prassi stipulare convenzioni pluriennali con il Ministero dell’Interno-Dipartimento dei vigili del fuoco, ma nel 2008 una società commerciale – la Freeair-Helicopters S.p.A. seguita a ruota da molti altri soggetti privati operanti nel settore del trasporto in elicottero – presenta il ricorso al Tar e al Consiglio di Stato che accoglie le istanze innescando l’immediato contro-ricorso dei Vigili del Fuoco. A decidere le sorti della diatriba arriva prima il provvedimento del Consiglio dei Ministri per l’affidamento del servizio di elisoccorso ai Vigili del Fuoco e infine la definitiva sentenza del Consiglio di Stato che ha confermato la legittimità dell’accordo regionale. In attesa dei giudici amministrativi, l’elicottero dei vigili del fuoco con i suoi piloti e l’equipe medica cotinuava a volare, ma solo grazie ad una proroga approvata dalla Regione scaduta il 31 dicembre 2013.

    “Attraverso una misura legislativa proposta dal sottosegretario Bocci – aggiunge l’assessore regionale Claudio Montaldo nella nota stampa – sono stati anche rimossi tutti gli aspetti formali sulla presentazione di certificazioni di cui i Vigili del Fuoco non hanno bisogno proprio per la loro attività qualificata. La convenzione –conclude Montaldo – ha anche il vantaggio di evitare duplicazioni di interventi pubblici sui luoghi dove occorre il soccorso tramite il coordinamento delle reciproche iniziative degli enti, a tutto vantaggio degli equilibri di bilancio.”

    La Regione quantifica in 2 milioni di euro all’anno il costo del servizio, con possibili incrementi sulla base del numero degli interventi che ammontano a circa 3.000 ogni anno in Liguria.

     

     

  • Lagaccio, ex Sati: si attende il bando del Comune per la cessione

    Lagaccio, ex Sati: si attende il bando del Comune per la cessione

    palazzo-ex-sati-lagaccioL’edificio in Via del Lagaccio un tempo appartenuto alla ditta di autotrasporti Sati, quattro piani e parcheggio, è vuoto da ormai una ventina di anni. I piani superiori sono già abitati da privati, ma quelli inferiori, di Tursi, sono reclamati da 20 anni da cittadini e associazioni per attività sociali (qui il punto della situazione a febbraio 2013). Tuttavia, il Comune non ha mostrato finora volontà concreta di investire in questa situazione.

    La scorsa settimana, durante il consueto appuntamento con #EraOnTheRoad, abbiamo parlato con Salvatore Fraccavento di GAL – Gruppo Amici Lagaccio e Simone Leoncini presidente del Municipio I delle problematiche connesse ai locali dell’immobile ex Sati.

    Qui, ci racconta Fraccavento, la situazione è diversa da quella della ex Caserma Gavoglio: le aree sono accomunate dal fatto di essere inutilizzate e di essere state richieste dagli abitanti del quartiere per attività ricreative e sociali. Tuttavia, mentre la caserma è di proprietà del Demanio (si attende di sapere proprio in questi giorni se avverrà la cessione gratuita al Comune di Genova, qui l’approfondimento), i locali di ex Sati appartengono a Tursi, che li ha acquisiti anni fa dopo che sono stati messi in vendita dalla ditta Spim, società per la gestione del patrimonio pubblico al 100% del Comune. Per questo, ci spiega il cittadino del Lagaccio, «la situazione è ben più grave e scandalosa di quella della Gavoglio: anche se l’Amministrazione potrebbe agire, c’è immobilismo».

    palazzo-ex-sati (1)Travagliate le vicende dell’edificio: di proprietà della ditta di trasporto Sati, è poi diventato di AMT, che è rimasta nei locali fino alla metà degli anni ’90 quando, già rimossi i mezzi, restavano gli uffici amministrativi. Un tempo, raccontano gli abitanti del Lagaccio, questo era uno dei centri più all’avanguardia: c’erano oltre 60 pullman, le officine, il centro di progettazione. Poi, negli anni ’80 è stato uno dei primi a essere venduto e, acquistato da AMT, è poi passato nelle mani di Spim e poi, ancora al Comune. Ai tempi dell’acquisto di Tursi, si era fatta avanti anche una cooperativa di cittadini del quartiere, subito dissuasa da costi troppo ingenti (4 mln circa).

    Anni fa, la giunta Vincenzi aveva proposto un bando per la cessione a privati e la costruzione di edilizia sociale mai andato in porto perché il suo mandato è terminato. Con il passaggio alla nuova giunta è rimasta l’idea del bando, ma con la clausola che un piano fosse destinato al social housing, e uno alla cittadinanza.

     

    Le richiesta dei cittadini: parcheggio e spazio sociale

    palazzo-ex-sati-verticale-2palazzo-ex-sati-verticaleOggi le associazioni chiedono che il parcheggio attuale (60 posti, in affitto ai residenti per 75 euro/mese) venga allargato. Infatti, ci sarebbe posto per un altro park su due piani rialzati da un centinaio di posti. In questo momento, questa è una priorità per il quartiere, in cui non ci sono aree adibite a parcheggio e le auto sono lasciate in strade private o più semplicemente lungo i marciapiedi di Via del Lagaccio, ostruendo il traffico e creando spiacevoli ingorghi e situazioni pericolose. Gli abitanti chiedono parcheggi a raso, con canone mensile.

    Per quanto riguarda i locali interni, invece, oggi i volontari di GAL hanno a disposizione due stanzini da usare come sgabuzzino. Ci racconta Fraccavento: «Attualmente noi di GAL abbiamo un locale in Via del Lagaccio 86r, in cui trovano spazio gli anziani, e uno all’82r, dove hanno sede i nostri uffici. Questo non basta: non possiamo organizzare, feste, incontri, cineforum, momenti di aggregazione per tutto il quartiere. Gli anziani che vengono da noi sono più di 50 al giorno e siamo costretti a mandarne via alcuni perché non c’è posto a sufficienza. Inoltre, dallo scorso anno c’è anche un gruppo di giovani, ma gli spazi non ci sono e siamo costretti a farli incontrare nei nostri uffici. Ci dispiace separare giovani e anziani, ci sembra che in un momento in cui si parla tanto di integrazione tra diverse etnie sia importante considerare anche quella tra giovani e anziani».

     

    Le novità per il futuro

    Durante la nostra diretta Twitter di #EraOnTheRoad, interviene Simone Leoncini, presidente del Municipio I, e risponde alla richiesta dei cittadini:

     

    Leoncini conferma infatti di aver inviato poco tempo fa una lettera al Comune per sbloccare la situazione e racconta a Era: «Stiamo aspettando che Tursi emani il bando per la cessione degli spazi a una ditta privata, che dovrà costruire su un piano abitazioni di edilizia popolare e sull’altro uno spazio per il quartiere. Se ne parla dalla primavera 2013, ma gli uffici del Comune stanno effettuando varie valutazioni. Nel caso in cui non si presentino soggetti interessati, nel giro di qualche mese sistemeremo almeno il primo piano, dotandolo dei servizi minimi, per consegnarlo ai cittadini. Abbiamo stimato un costo di 70 mila euro: cifra alta, ma non impossibile da raggiungere, e magari associazioni e cittadini potrebbero darci una mano. Speriamo che la situazione si sblocchi: è una follia che lo spazio sia vuoto».

     

    Elettra Antognetti

  • EurHope, concorso di illustrazione in sinergia con Porto e Accademia

    EurHope, concorso di illustrazione in sinergia con Porto e Accademia

    eurhope-2014-nicolo-carozzi
    EurHope 2014, Nicolò Carozzi

    EurHope – Immagini dal Futuro” ritorna anche quest’anno con la terza edizione del concorso di illustrazione (scadenza 21 marzo) made in Genova. Quest’anno spicca la partnership con l’Autorità Portuale, una collaborazione in linea con il tema del concorso: “Porti del mare -Collegamenti del pianeta – Vite, culture, mercanzie. Crocevie per il Futuro”.

    Ma come accaduto già nelle precedenti edizioni, il progetto EurHope non si limiterà al solo svolgimento del concorso. Sono infatti previsti eventi collaterali, fra cui la realizzazione di quattro mostre che porteranno in altrettante città (Genova Palazzo San Giorgio, Milano Museo Wow, San Benedetto del Tronto e Accademia di Perugia) i lavori selezionati nel concorso e le opere sui Porti del Futuro e su Porti locali realizzati dagli studenti dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, dall’Accademia di Belle Arti Pietro Vannucci di Perugia, dall’Istituto Europeo di Design di Milano e Torino.

    Oltre alla già citata Autorità Portuale di Genova (che l’anno scorso con “Porto Motore Azione”  ha collaborato anche con il Genova Film Festival per la realizzazione di un cortometraggio sul Porto di Genova, a dimostrazione della nuova linea di apertura verso la città intrapresa da Palazzo San Giorgio), le Accademie e l’Istituto Europeo di Design, partner di EurHope è anche AIVP (Association International Villes & Ports) che riunisce le autorità portuali e i porti di tutto il mondo e che ha sede internazionale a Le Havre.

    «Penso che in un tempo come questo, in cui crolla una certa impostazione del mondo che siamo chiamati a rifondare, immaginare sia fondamentale», commenta Enrico Testino, la mente di EurHope. «Immaginare è il primo passo per ipotizzare un futuro e Genova è una città in grande trasformazione. Il ruolo del concorso vuole essere quello di aiutare a evocare futuri possibili. Genova sta costruendo, con i piani urbanistici, il riassetto strutturale della vivibilità dei prossimi millenni. Avere dei momenti di libertà per la fantasia non può che aiutare e rendere la creatività più efficace».

    La giuria, sul sito www.eurhope.net, vede rappresentanti delle diverse realtà organizzatrici tra i quali Luigi Bona, Direttore di WOW – Museo del Fumetto e dell’Illustrazione di Milano, Ferruccio Giromini, curatore d’arte esperto di illustrazione e fumetto, Ivo Milazzo, notissimo disegnatore e Presidente dell’Associazione Illustratori, Laura Farina in rappresentanza dell’Accademia di Belle Arti di Perugia, Mario Benvenuto per l’Accademia genovese, Flavia Mandrelli per la Fondazione Libero Bizzarri, esponenti dell’Autorità Portuale di Genova e dell’AIVP.

    È proprio Mario Benvenuto, docente del corso P.A.I (Progettazione Artistica per l’Impresa) dell’Accademia Ligustica di Genova, che ci spiega meglio il lavoro che sta portando avanti con i suoi studenti: «Lavorare sul porto non è semplice, si tratta di una mastodontica entità che incide e influisce sulla vita e la morfologia di un’intera città. Genova è il suo porto, l’agglomerato si è sviluppato intorno allo scalo e già questo la dice lunga sul tipo di lavoro che bisogna svolgere. Noi stiamo lavorando su due livelli, uno strettamente legato al progetto EurHope e al concorso con illustrazioni a tema libero incentrate sul Porto di Genova, l’altro più incentrato sulla grafica, legato alla produzione di un progetto per l’apertura del porto nella sua totalità a chi il porto non è abituato a frequentarlo. Lo abbiamo chiamato “Porto Aperto”. La difficoltà principale, in questo caso, è quella di progettare con la finalità di comunicare a tre diverse categorie di persone: turisti, lavoratori del porto e cittadini genovesi».

     

    Premi e info tecniche per i partecipanti:

    Per le migliori opere vengono messi in palio tre premi. Al primo classificato andranno 1.500,00 euro, al secondo 1.000,00 euro e al terzo 500,00 euro. La partecipazione è gratuita, ogni autore o gruppo può inviare da uno a tre opere in riproduzione cartacea, con stampa formato cm 30×30 e in formato digitale tif o jpg.
    Verrà premiata una sola opera per autore e alcune delle opere selezionate verranno pubblicate sulla rivista “Scuola di Fumetto”.

  • Roberto Vigo, la professione del fonico e del produttore artistico

    Roberto Vigo, la professione del fonico e del produttore artistico

    roberto-vigoProsegue il nostro viaggio (qui la prima intervista) attraverso le esperienze di chi nella nostra città è riuscito nell’ardua impresa di “vivere di e con la musica”. Roberto Vigo è fonico professionista: tanti dischi registrati a Genova hanno il suo nome nei famosi “credits”. Da molti anni ha uno studio suo, lo ZeroDieci, e da quasi altrettanti insegna il suo mestiere a giovani e meno giovani.

    Spesso, a Genova come in tanti altri luoghi, si dice che “tutti suonano e nessuno ascolta”: tu cosa ne pensi?

    «In realtà, secondo me, c’è un sacco di gente che ascolta. Un pubblico che spesso è tecnico, cioè formato da musicisti, molto attento ai particolari ed esigente, anche se talvolta (mi riferisco ovviamente ai musicisti) più per quello che suonano gli altri che non per i propri lavori. Si tende cioè a non ascoltare a sufficienza quello che si produce in proprio, cosa che invece è fondamentale per focalizzarsi su un proprio miglioramento artistico.
    Esiste però un numero crescente di gente che, grazie alla rete, va in giro a cercare la musica che più gli piace, artisti non molto conosciuti di cui poi diventa fan. Questa audience però non fa mercato, ed è quasi invisibile in termini economici, vuoi per la crisi discografica, vuoi perché trattasi di musica gratuita, legale o illegale che sia. Ed è anche il motivo per cui questa fetta di ascoltatori è difficilmente quantificabile in termini numerici».

    mixer-fonico-suono-musicaSembra che da qualche anno tutti vogliano o cerchino di registrare un disco… È davvero diventato così facile o è un riflesso del consumo sfrenato di musica, che ormai viene misurata in GB e non in supporti fisici?

    «Intanto da qualche anno è diventato possibile per tutti registrare un disco, cosa che era preclusa a molti in passato, perché le strutture, gli studi di registrazione, costavano un rene al giorno! Era un tipo di attività che non era alla portata di chiunque. Adesso che i costi si sono ridotti in misura drastica, la registrazione è davvero alla portata di tutti, ma se si fa un discorso qualitativo non è che, sapendo registrare, si fa anche della buona musica! Nel discorso “qualità” entrano anche la preparazione dei musicisti, la musicalità in generale del progetto. E la parte più difficile: la voglia di comunicare qualcosa attraverso la musica. Per la quantità si può essere d’accordo sulla misurazione in GB della musica, ma nelle nicchie di mercato molto piccole c’è un ritorno al supporto non digitale (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr) e questo per me è incoraggiante».

    Definiscimi la tua professionalità…

    «Passione, puntualità, precisione, ed amore per le cose che si fanno».

    Da diverso tempo fai anche corsi per fonici, e in qualche caso dai battesimo anche a futuri professionisti… Chi sono i tuoi studenti? Perché hai sentito l’esigenza di insegnare il tuo mestiere?

    «Vengono da me musicisti appassionati che ne vogliono sapere di più, perché è giusto avere un background tecnico sul suono… se suoni, e soprattutto se lo vuoi fare di professione. Vengono da me anche persone che vogliono fare il fonico come lavoro, ad esempio il tecnico a bordo delle navi da crociera, oppure gente che ha il proprio studio a casa e vuole migliorare la qualità di quello che registra. Il motivo per cui insegno è che in realtà sto ancora adesso imparando! Nonostante vent’anni d’esperienza sento ancora il bisogno di imparare e di trasmettere tutto quello che ho ricevuto negli anni. È una soddisfazione vedere allievi che trovano una propria strada grazie anche ai miei insegnamenti».

    Qual’è, al netto dei problemi, la difficoltà maggiore che incontri nel tuo lavoro in un momento storico come questo?

    «Non so risponderti. Sinceramente in questo momento non ho problemi nel mio lavoro. A me sta andando tutto bene, e non vorrei essere quello che va controcorrente… Magari alle volte i problemi sono le tasse eccessive, cose comuni ad altre attività, ma nel mio settore va tutto bene, c’è interesse per tutto quello che faccio!»

    Hai un tuo rapporto con la SIAE? Tu partecipi a dei progetti artistici, come produttore e come fonico: c’è differenza tra i due casi?

    compressore-musica-fonico-registrazione

    «Semplicemente non ho un rapporto con la SIAE, né mi interessa averlo. La SIAE avrebbe uno scopo nobile, pagare i diritti agli artisti, ma il meccanismo non funziona. Personalmente non ho mai pensato di fare l’editore o chiedere all’artista percentuali sul diritto d’autore. L’unico rapporto che ho con la fonico-musica-registrazione-suonoSIAE è quando vado a chiedere i bollini per i CD come produttore artistico».

    Un musicista che stimo un giorno mi ha detto: il mercato musicale è morto; ma allora, tu che i dischi li registri, cosa gli rispondi? Come si vendono – se si vendono – i dischi?

    «Musicista e fonico stanno dalla stessa parte della barricata, anche perché per entrambi il prodotto finito ha in sé la soddisfazione personale di averlo creato. Il fonico non ha un ritorno economico dal disco in base alle vendite, diversamente da quanto succede negli U.S.A., ha un ritorno di fama, di popolarità, eccetera. È cambiata la forma entro cui si ascolta e si consuma musica: il mercato musicale è morto se lo interpretiamo come compravendita di dischi. Rimangono delle nicchie piccolissime che hanno bisogno di un dato supporto fisico. L’utenza rimane: il problema è che non s’è trovato un modo per rimonetizzare il consumo di musica in maniera efficace – e giusta – per tutti gli attori.
    L’artista odierno deve mettersi in gioco, salire sul palco e suonare; non si guadagna più vendendo i dischi, il disco serve all’artista come promozione per andare in giro con uno spettacolo. Non è più vero il contrario, cioè fare lo spettacolo per promuovere il disco. Non si vive di diritti sulle canzoni, via SIAE: una volta si potevano guadagnare milioni anche solo componendo canzoni, prendendo i diritti sui passaggi radio e televisivi, adesso non più».

     

    Michele Bensa

  • Casa occupata vico Sauli: locali sfitti a famiglie in difficoltà

    Casa occupata vico Sauli: locali sfitti a famiglie in difficoltà

    casa-occupata-vico-sauliIntorno alle 11 lo Sportello per il Diritto alla Casa di via delle Fontane diffonde la notizia sulla propria pagina Facebook. Un gruppo di attivisti ha occupato alcuni appartamenti in vico Sauli, nel Centro Storico, si tratterebbe di abitazioni sfitte da tempo, come era accaduto in passato anche in occasione delle occupazioni di appartamenti in piazza delle Vigne, via dei Giustiniani e piazza Cernaia.

    Digos e carabinieri sono accorsi davanti agli appartamenti occupati. Il movimento per la casa comunica che al momento il presidio è tranquillo. “Tre nuclei familiari iniziano oggi questo percorso di lotta ed autorganizzazione – leggiamo sulla pagina Facebook – la riappropriazione dello sfitto è l’unica vera risposta alla necessità abitativa nella nostra città”.

    L’emergenza casa a Genova non è certo un segreto (qui l’approfondimento di Era Superba), oltre 15.000 case sfitte e altrettante affittate in nero, il tutto a fronte di 4.000 domande per un alloggio popolare che il Comune non riesce in nessun modo a fronteggiare (poco più di 240 gli alloggi assegnati nell’ultimo anno).

     

  • San Bernardo, l’esperienza QuiC: rete di volontari per il Centro Storico

    San Bernardo, l’esperienza QuiC: rete di volontari per il Centro Storico

    centro-storico-vicoli-chiesa-san-donato-d7Vi avevamo già parlato di QuiC – Quartiere in Cantiere, nato su iniziativa di cittadini, negozianti e associazioni attive in Via San Bernardo nel centro storico di Genova, allo scopo di migliorare il quartiere, spesso percepito come pericoloso, rumoroso e da un po’ di tempo anche in crisi, stando al numero degli esercizi che chiudono. Durante il sopralluogo di #EraOnTheRoad nella zona di San Bernardo, siamo andati a parlare con uno dei membri più attivi del QuiC, Domenico De Simone, anche segretario del Ce.Sto (associazione attiva da trent’anni per il miglioramento delle condizioni del centro storico). Domenico ci ha raccontato la storia del comitato: come è nato, cosa ha fatto in questi anni, cosa farà a breve per il quartiere. Questo è un momento di “remi in barca”, ma il QuiC si prepara a un ritorno…

     

    Quic San Bernardo: che cos’è e cosa fa

    Si tratta di un’esperienza nata più di due anni fa, nel settembre 2011. La sua genesi è legata alla nascita della casa di quartiere GhettUp, in molti si sono rivolti alla casa di quartiere del Ghetto chiedendo di trasportare questa esperienza di aggregazione anche in Via San Bernardo, dove c’erano problemi di convivenza legati soprattutto alle ore notturne, a cui faceva fronte, però, anche una scarsa attività diurna, con la sistematica chiusura degli esercizi commerciali. Per questo, un gruppo di volontari fra associazioni, residenti e negozianti hanno deciso di riunirsi e dare avvio al QuiC. A questa avventura hanno voluto partecipare anche altre realtà che già avevano aderito a GhettUp, come i volontari della Associazione San Marcellino, che hanno avviato un percorso di mediazione comunitaria (qui l’approfondimento di Era Superba), valido supporto teorico, intellettuale, culturale.

    Ma qual è stato il percorso di QuiC in questi primi anni di attività e quali risultati ha raggiunto? Domenico De Simone racconta: «Un percorso intenso, con tante iniziative: dall’inizio del 2012 abbiamo organizzato una giornata di baratto del “regalo inutile” di Natale; poi nel luglio è stata la volta dei commercianti: i cittadini sono stati chiamati a votare il loro esercente preferito della zona. Inoltre, abbiamo seguito le attività di San Marcellino nell’ambito della mediazione culturale in un progetto con i quartieri di Certosa, Sampierdarena, San Bernardo, Piazzale Adriatico (che ha coinvolto anche la Fondazione Cultura di Palazzo Ducale). Nel 2013, c’è stata la marcia assieme alla ex Latteria Occupata per i locali sfitti del centro storico. Inoltre, ci siamo dedicati a incontri e workshop con le altre associazioni di zona, e ora stiamo lavorando in questo senso».

     

    I progetti per il futuro: creare una rete con le associazioni di zona

    Chiesa S.DonatoOggi QuiC è ancora un’associazione nascente, che non ha formalizzato la sua esistenza e non è registrata ufficialmente. Raccontano i volontari: «Stiamo lavorando sia all’interno del gruppo che all’esterno, cercando di darci uno statuto e un organismo direttivo. Ora, la nostra presidente è Carola Giordano, attiva residente di Via San Bernardo. Siamo un gruppo variegato: con noi, anche la signora Laura, ultra-ottantenne che ama il suo quartiere e che ha molta voglia di fare». Inoltre, QuiC collabora, oltre che con Ce.Sto e San Marcellino, anche con il Gruppo Donne di Via San Bernardo, BalGaSar (l’unione dei genitori dei bambini delle scuole Baliano, Garaventa, Sarzano), CIV San Bernardo, Assest, commercianti e tutti i volenterosi amanti del quartiere che desiderano aderire. Adesso, a quanto dicono i membri stessi, il gruppo sta attraversando un periodo di stallo. Al calo dell’attività, fa fronte un ripensamento organizzativo: l’obiettivo è fare rete con tutte le altre realtà di zona, dalla ex Latteria Occupata, a Giardini Luzzati, Giardini di Plastica e Giardini Liberi di Babilonia. Come una “cellula dormiente”, ora QuiC segue le attività degli altri, partecipando e collaborando senza tirarsi indietro.

    «In tre parole, QuiC è “prendersi cura di”: vogliamo trovare un minimo comun denominatore tra tutti gli operatori sociali della zona e vorremmo essere accomunati dall’idea dell’”aver cura” di aspetti materiali, culturali, sociali, educativi in stato di abbandono, ciascuno secondo le proprie competenze. Abbiamo le stesse finalità, ma approcci diversi. Oggi la zona è animata da un lato da realtà che si battono per il bene del quartiere con atteggiamenti “rivoltosi”, dall’altro da gruppi “legalitari”. Noi vorremmo diventare cerniera tra questi due aspetti e farli dialogare: dobbiamo dare una risposta tutti insieme».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Sicurezza Ambienti di Lavoro: a rischio i controlli, riprese le trattative

    Sicurezza Ambienti di Lavoro: a rischio i controlli, riprese le trattative

    stazione-principe-lavori (5)È una questione che seguiamo ormai da quasi un anno (qui l’approfondimento di Era Superba) e ci sta particolarmente a cuore perché chiama direttamente in causa un diritto fondamentale dei lavoratori, quello alla sicurezza sul posto di lavoro. Parliamo della vertenza Psal (il servizio Prevenzione e Sicurezza Ambienti di Lavoro dell’Asl 3) tra Regione Liguria e azienda sanitaria genovese da una parte e sindacati dall’altra, in merito all’attivazione delle procedure di assunzione di nuovi operatori destinati a rinforzare l’organico di un reparto fondamentale – quello deputato a garantire la regolare applicazione delle norme vigenti in materia di sicurezza sul lavoro – che oggi si trova in sofferenza per un’evidente carenza di personale (31 dipendenti a fronte di circa 4000 cantieri).

    Ma sul finire della settimana scorsa la situazione si è finalmente sbloccata, almeno per quanto riguarda le relazioni sindacali aziendali, di fatto, congelate dall’ottobre 2013. L’Asl 3, infatti, ha comunicato la convocazione – il prossimo 22 gennaio – di RSU e OO.SS. per la ripresa delle trattative. Di conseguenza, l’auspicio è che a breve possa ripartire anche il tavolo di confronto Psal.

    Il sindacato autonomo Fials – particolarmente attivo nella vertenza sul servizio di Prevenzione e Sicurezza Ambiente di Lavoro – ricorda in una nota «La responsabilità dell’attuale stato di agitazione, ancorché sospeso, risulta esclusivamente rinvenibile nel comportamento dell’Asl 3. Da sempre la Direzione dell’azienda ha negato il confronto sulle incentivazioni e sulle assunzioni, omettendo perfino il rispetto dei diritti di “mera informazione” sindacale».
    Fials rivendica di aver portato per tempo all’attenzione dell’Asl 3 la necessità urgente di applicare le intese sottoscritte a luglio 2013 tra la stessa Asl 3, Regione e OO.SS. «Altrettanto ha fatto la RSU aziendale ma per ottenere un semplice incontro è stato necessario proclamare lo stato di agitazione, anche per mettere fine alla pratica dello scaricabarile per cui la Asl 3 attribuisce alla Regione la responsabilità di “inadempienze” che la Regione in più occasioni ha respinto».

    In sede di Prefettura si è concordato con la proposta del Prefetto di convocare le parti. Tuttavia, dall’11 dicembre 2013, non sono più giunte notizie in tal senso.«Per questo sollecitiamo i soggetti coinvolti, e la Regione in particolare, ad adoperarsi per attivare il tavolo in Prefettura sulla vertenza Psal», conclude Mario Iannuzzi, segretario Fials Genova.

     

    Matteo Quadrone

  • Amt, il piano: riorganizzazione interna e lotta all’evasione tariffaria

    Amt, il piano: riorganizzazione interna e lotta all’evasione tariffaria

    autobus-amt-3In attesa della costituzione dell’Agenzia Regionale per il Tpl e relativa gara per l’affidamento del servizio e dopo l’impegno assunto dal Comune di Genova con l’Azienda per la copertura di 4,3 milioni di risorse aggiuntive, si registrano novità per quanto riguarda due dei quattro punti dell’accordo che aveva visto protagonisti Comune, Regione e Amt in quei tribolati giorni di fine novembre.

    Si è infatti concluso il tavolo di confronto fra L’Azienda e le Organizzazioni Sindacali in merito alla riorganizzazione interna che porterà al risparmio di quei 4 milioni necessari che, sommati ai 4,3 di Tursi, andranno a coprire il passivo dell’Azienda. Il testo dell’accordo (qui il pdf in versione integrale), contiene indicazioni anche per quanto riguarda il terzo dei quattro punti, ovvero il rinnovo del parco mezzi con 200 nuove unità da qui al 2017 (50 quest’anno). “Sono in corso contatti con le competenti strutture del Comune e della Regione per ottenere ulteriori finanziamenti da parte della Banca Europea degli Investimenti (BEI)”, si legge nel testo. Si tratterà in larga parte di mezzi da 18 metri per coprire le tratte più lunghe.

    Ma basterà la riorganizzazione dei mezzi – e quindi una maggiore efficienza con minori costi di manutenzione – a far risparmiare 4 milioni di euro ad Amt nel 2014? Ovviamente no. L’Azienda affronterà le difficoltà confermando anche per il 2014 il blocco degli aumenti contrattuali e delle ferie arretrate, mettendo in campo un’aspra e decisa lotta all’evasione tariffaria, ma anche intervenendo su aspetti solo apparentemente secondari come ad esempio l’appalto per le attività di manovra e pulizia dei mezzi e dei locali.

    Non è tutto. L’Azienda sta esaminando un piano di riduzione fermate, una riorganizzazione dei poli di manutenzione e un adeguamento degli orari di servizio degli impianti di risalita di Montegalletto, Sant’Anna e Zecca Righi, sia feriali che festivi.

     

    Evasione tariffaria e linee gialle: potenziamento azioni di controllo e contravvenzioni

    “Il trend di declino dei ricavi da traffico (fenomeno nazionale dovuto alla riduzione degli spostamenti e del potere di acquisto degli utenti) verrà arginato con l’obiettivo di mantenere almeno inalterato per l’anno 2014 il valore degli stessi rispetto al 2013, come da conto previsionale. A tal fine verranno ulteriormente potenziate e diversificate le iniziative di lotta all’evasione tariffaria utilizzando tutti gli strumenti utili allo scopo”. Tra cui quello di adattare all’occorrenza impiegati (Capi e Quadri) al controllo dei titoli di viaggio sui mezzi in corsa.

    “Nel corso del 2013 si è registrato un calo significativo delle sanzioni emesse comprese quelle da telecamere. Il fenomeno è legato ad una maggiore attenzione degli automobilisti indotta oltre che dall’effetto deterrente delle contravvenzioni, anche dal contesto economico e dalla limitazione del raggio di azione degli interventi possibili al personale in funzione della nuova regolamentazione delle loro mansioni”. Per ovviare a ciò, Amt velocizzerà il processo che porterà al reclutamento di 60 ausiliari del traffico previsti nell’accordo del maggio 2013 (lavoratori che passeranno da Amt a Tursi). “Per proseguire nelle attività di sostegno al Tpl attraverso la prevenzione, la dissuasione e la repressione delle violazioni al codice della strada”.

     

    L’efficacia dell’accordo è subordinata all’approvazione dei dipendenti Amt tramite referendum e alla ratifica dell’Assemblea dei soci.

  • Infermieri a domicilio a Genova, al via il progetto: si prenota in farmacia

    Infermieri a domicilio a Genova, al via il progetto: si prenota in farmacia

    sanità-farmacie-D1Dalla semplice iniezione sino all’assistenza complessa o quella post parto. Il tutto a domicilio e con la possibilità di prenotazione direttamente in farmacia. Queste le caratteristiche principali del progetto lanciato oggi da Federfarma Genova e da Aba (studio infermieristico associato), che mette in rete farmacie e infermieri al servizio della cittadinanza: anziani, bambini, donne in stato interessante, malati cronici o semplicemente persone “bloccate” a letto.

    Il servizio, che è prenotabile 24 ore su 24 sette giorni su sette e può avere carattere di urgenza (di norma sarà erogato entro le 24 ore), comprende per esempio l’igiene completa del paziente allettato, l’assistenza al bagno completo, medicazioni di piaghe da decubito, prelievi venosi e flebo senza assistenza, catetere, clistere, gestione delle stomie, assistenza diurna e notturna, somministrazione di terapia farmacologica. Vi è poi, come detto, l’assistenza post post parto, con tanto di affiancamento per il primo bagnetto e la cura del cordone ombelicale.

    Le tariffe vanno dai 21 ai 27 euro per l’assistenza semplice e dai 21 ai 47 euro per la complessa (esclusa assistenza diurna e notturna la cui tariffa è ovviamente più elevata e supera i 100 euro). Per un’iniezione, invece, il costo è di 11,50 euro.  La spesa potrà essere regolarmente scaricata secondo quanto previsto dalla legge o addebitata ad eventuali assicurazioni sanitarie.

    “Il servizio infermieristico a domicilio – spiega Giuseppe Castello, presidente di Federfarma Genova, in una nota stampa – completa la prima fase del progetto di farmacia come presidio salutistico di prossimità. La capillare presenza delle farmacie sul territorio garantisce le immediate risoluzioni dei problemi dei pazienti. Chi ha bisogno di prenotare una visita specialistica in pochi minuti può fissare un appuntamento attraverso la rete Cup; da tempo in farmacia è possibile effettuare analisi di prima istanza. Oggi il bouquet delle offerte si completa con una qualificata e certificata offerta di servizi infermieristici semplici e/o complessi”.

  • Scarpino, emergenza liquami: necessario un depuratore ad hoc

    Scarpino, emergenza liquami: necessario un depuratore ad hoc

    scarpino-discaricaProseguono gli sversamenti di percolato a Scarpino. Le vasche di raccolta non riescono più a contenere la quantità di liquami proveniente della discarica e, di conseguenza, i rivi Cassinelle e Chiaravagna continuano a colorarsi di scuro (come documentato nel weekend sulla pagina facebook dell’attivo Comitato Alta Val Chiaravagna). Nel contempo, i tecnici di Arpal si prodigano senza sosta nell’esecuzione di analisi e rilievi per accertare le cause dell’aumento della portata delle sorgenti d’acqua che numerose scorrono sotto il monte trasformato in discarica, e per verificare la fattibilità di un intervento di innalzamento delle pareti delle vasche del percolato, allo scopo di aumentarne la capacità. Tuttavia, a distanza di quasi dieci giorni da quando sono avvenuti i primi sversamenti – l’11 gennaio scorso – non sono ancora stati resi pubblici i dati relativi al danno ambientale che è stato provocato (e che, purtroppo, continua ad essere reiterato).

    «So che Arpal ha trasmesso i dati alla Asl – afferma l’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta – Mi aspetto che lunedì (oggi, ndr) li trasmetta anche a noi. Poi, se la Procura ci autorizzerà, li renderemo pubblici». Come è noto, infatti, la Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta sugli sversamenti di percolato, inchiesta che è stata unificata a quella già in corso sulla gestione della discarica di Scarpino da parte di Amiu.
    «Negli ultimi tre anni abbiamo speso 4 milioni per limitare il percolato – ha dichiarato venerdì scorso il sindaco, Marco Doria, in occasione del suo sopralluogo a Scarpino – tra regimazione e canalizzazione delle acque della discarica, in modo che queste non andassero ad intercettare i rifiuti, riducendo la produzione di liquami, su base annua, del 40% circa».
    Ma alla luce delle vicende degli ultimi giorni è evidente la necessità di ulteriori interventi e dunque di altri investimenti.

    «Io mi aspetto che la Regione ci dia una mano – sottolinea l’assessore Garotta – almeno per gli interventi sugli impianti di trattamento dei rifiuti perché non è pensabile che si possano finanziare solo con le entrate tariffarie, a meno di non imporre ai cittadini una tariffa molto alta».
    Da questo punto di vista, il consigliere regionale del Gruppo Misto, Raffaella Della Bianca, giovedì scorso ha presentato un’interrogazione urgente per chiedere alla Giunta e all’assessore competente se «La Regione Liguria sta mettendo in atto tutti gli strumenti di verifica necessari per capire com’è effettivamente la situazione di Scarpino e per quale motivo i fondi europei stanziati nel programma specifico all’Asse 3 del POR “Sviluppo Urbano” e risorse naturali non siano stati utilizzati per la messa in sicurezza della zona».

    Comunque sia, a Scarpino la situazione resta davvero molto complicata, come racconta l’ex consigliere provinciale dei Verdi e voce dello storico Comitato per Scarpino, Angelo Spanò: «C’è un continuo andirivieni di autobotti che arrivano e partono in direzione La Spezia per portare via il percolato. Ma i camion non fanno in tempo a partire che già le vasche di raccolta sono nuovamente piene».
    Spanò ricorda come «Del percolato se ne parli solo ogni tanto ed in casi eccezionali, eppure è un problema endemico. I liquami non devono finire nei corsi d’acqua perché è vietato dalla Legge e neppure al depuratore di Cornigliano che non è adatto a tale scopo. La nostra proposta è quella di deviare il percolato sulla rete di condotte collegata al depuratore di Sestri Ponente». Quest’ultima sarebbe una soluzione tampone, perché, continua il rappresentante del Comitato per Scarpino, l’unica soluzione definitiva è «La progettazione e realizzazione, da parte di Amiu, di un depuratore adeguato a trattare il percolato, quindi di un nuovo impianto in grado di sostituire quello risalente ad anni fa, oggi inservibile. Insomma, è necessario un depuratore ad hoc per i liquami pericolosi che, una volta trattati, se idonei, potranno essere gestiti con le normali procedure».

    L’esponente dei Verdi ha chiesto pubblicamente le dimissioni dell’assessore Garotta per manifesta incapacità nel gestire l’emergenza. «Attualmente sembra che i liquami contaminati prodotti da Scarpino 1 (la parte antica della discarica, chiusa nel ’95) vadano in buona parte nel rio Cassinelle, mentre la quantità che riescono a recuperare nelle vasche di raccolta viene inviata presso un impianto di La Spezia. L’assessore Garotta ha dichiarato alla stampa che “il percolato proveniente da discarica non può essere trasportato nei nostri depuratori e proprio per questo lo portiamo a La Spezia”. Stiamo parlando esclusivamente del percolato di Scarpino 1 che, secondo i tecnici di Amiu, dovrebbe contenere minori sostanze inquinanti rispetto al percolato prodotto da Scarpino 2 (ovvero la parte più recente della discarica, aperta nel ’95) il quale, invece, viene mandato al depuratore di Cornigliano. È palese la contraddizione tra le parole dell’assessore e la realtà dei fatti. E per noi ciò non è ammissibile».

     

    Matteo Quadrone

  • Torre Embriaci, riqualificazione al palo per una bega condominiale?

    Torre Embriaci, riqualificazione al palo per una bega condominiale?

    torre-embriaci-centro-storicoQuella di Torre Embriaci è una vicenda anomala e da segnalare, avevamo già trattato l’argomento, ma passano gli anni e le cose non cambiano. Si tratta di uno dei monumenti genovesi più belli, ricchi di storia e strategici al fine della promozione turistica (nei pressi della chiesa di Santa Maria di Castello che, senza alcuna promozione, conta ogni annodai 12 ai 15 mila visitatori, più di molti musei cittadini). Tuttavia, Torre Embriaci continua ad essere inutilizzata a fini turistici e lasciata in balia dell’inevitabile degrado, tra l’incredulità di cittadini e comitati, che vedono nella riqualificazione della torre un volano per l’economia e il prestigio di luoghi spesso considerati problematici. Inoltre, Torre Embriaci si erge a due passi dal complesso di Santa Maria in Passione che sta vivendo le stesse problematiche, denunciate dagli studenti della ex Facoltà di Architettura: anch’esso vittima di una mancata riqualificazione che si protrae da decenni.

     

    La proposta del FAI

    Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, ci sono state alcune proposte interessanti per il recupero della torre e la sua riapertura al pubblico. Su tutte, la più concreta è stata quella del FAI – Fondo Ambiente Italiano, che si rendeva disponibile alla ristrutturazione e all’apertura della torre, per consentire ai turisti e agli stessi genovesi di ammirare la città dall’alto. Ma di fatto la proposta morì sul nascere a causa delle complesse vicende burocratiche: la torre fa parte del condominio Brignole Sale, situato in Piazza Embriaci. Suddiviso tra diversi proprietari, uno degli appartamenti è di proprietà del Comune. Tra i condomini e il Comune si doveva firmare all’unanimità un accordo per la donazione della torre, solo dopo il FAI avrebbe potuto riaprirla. Tra i soggetti, però, non si è mai arrivati a un accordo per la cessione, tanto che il FAI ha accantonato la proposta.

     

    Le associazioni di quartiere si battono per l’apertura della torre

    Nel corso di uno dei sopralluoghi di #EraOnTheRoad, siamo andati di persona a visitare la torre e abbiamo incontrato i rappresentanti dell’associazione di quartiere Assest. Da parte loro, il sostegno alla proposta del FAI è totale, espresso pubblicamente in occasione di un’assemblea presso il chiostro della chiesa di S. Maria di Castello il 14 dicembre 2011 e sostenuto poi nel corso degli anni. In linea con il FAI, Assest proponeva la costruzione di un ascensore interno al condominio adiacente alla torre, che arrivasse fino al tetto e con la possibilità di arrivare a piedi al ballatoio. Per la ristrutturazione della torre era stato stimato un costo di 700 mila euro: se il progetto del FAI fosse stato approvato, esso stesso si sarebbe fatto carico dei costi e i privilegi sarebbero stati tanti: l’apertura della torre e lo sgravio dai costi di manutenzione e gestione. Ma purtroppo il progetto, come abbiamo visto, non è stato avvallato.

    centro-storico-castello-vicoli-embriaciIl presidente di Assest Giancarlo Bertini ci illustra nel dettaglio la proposta del FAI e le problematiche emerse; lo fa mostrandoci una lettera inviata in data 7 marzo 2013 al Municipio I Centro Est: «Il FAI provvederebbe alla totalità dei lavori con fondi propri, senza chiedere nulla al Comune di Genova. Per poter dare il via al progetto, però, il FAI deve come prima cosa acquisire la torre in donazione, poiché non può acquistarla per statuto. Il condominio di cui fa parte la torre appartiene nella maggioranza a privati con una piccola parte di proprietà del Comune di Genova. Tutti i condomini si dichiarano favorevoli alla donazione, perché verrebbero liberati da costi di manutenzione e responsabilità, dato il cattivo stato della torre».

    «La cosa sembrerebbe semplice – continua Bertini – invece si complica perché bisogna che tutti i condomini (compreso il Comune) firmino un documento presso un notaio in cui attestano la loro volontà di donazione. Abbiamo fatto una visita al Matitone presso gli uffici comunali dove ci hanno spiegato di essere a conoscenza del progetto (dal 2008) e che il Comune avvierà l’iter di donazione della sua parte quando tutti gli altri condomini avranno firmato, iter che secondo l’ufficio dovrebbe essere senza ostacoli a parte i tempi burocratici necessari».

    «A noi risulta che l’amministratore del condominio abbia fatto alcune assemblee dove pare abbia raccolto i consensi di tutti i condomini escluso uno. Uno degli appartamenti avrebbe infatti una stanza situata all’interno della torre e il nuovo proprietario non vuole disfarsene». Stando alla ricostruzione di Bertini inviata per iscritto agli uffici municipali, la situazione sarebbe dunque ai limiti del paradossale: l’interesse di un singolo cittadino contro quello di un’intera città. Nella lettera in questione, tra l’altro, troviamo un ulteriore particolare: “[…]Sembra però che la stanza sia stata aggiunta abusivamente tempo fa: bisognerebbe controllare al catasto”. In attesa che vengano accertate presunte irregolarità – Era Superba non ha nessuna conferma a riguardo – l’iter è fermo, anzi, non è mai partito.

    «Il Comune aspetta la firma di tutti i condomini, l’amministratore non si preoccupa più di tanto (e non è peraltro compito suo), e il progetto langue e rischia di non essere mai realizzato: il FAI potrebbe destinare i fondi previsti ad altri progetti».

     

    Torre Embriaci: lo stato attuale

    In conclusione, quella di Torre Embriaci è si una situazione anaomala e da segnalare come detto in apertura, ma è soprattutto una situazione ingarbugliata, che sembrava semplice e che si è rivelata progressivamente più complessa, con interessi pubblici e privati che non riescono ad incontrarsi. Tuttavia il FAI sarebbe disponibile a riprendere in mano il progetto, ormai accantonato da tempo, anche se gli stanziamenti previsti ai tempi al momento non sarebbero più disponibili. Per questo, pur di riaprire la torre, si era pensato di coinvolgere sponsor privati e cittadini nell’erogazione di un finanziamento: eh si, perché di fronte ad uno “sblocco” della situazione da parte dell’Amministrazione, l’investimento di circa 700.000 euro potrebbe essere suddiviso fra pubblico e privato. Il problema principale è far interloquire tutti i soggetti, concludono da Assest, e confermano: «una mossa da parte di Tursi sarebbe a questo proposito decisiva».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • IIT Genova, Blindtab: tablet e smartphone a portata di non vedente

    IIT Genova, Blindtab: tablet e smartphone a portata di non vedente

    Istituto Italiano di Tecnologia, Genova
    foto di MassimoBrega-TheLighthouse

    Si chiama “Blindpad” (dispositivo assistivo personale per ciechi e ipovedenti), è un progetto europeo della durata di tre anni finalizzato alla realizzazione di dispositivi per ipovedenti e non vedenti che stimolano il senso del tatto. Il genovese Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è capofila di questo progetto che permetterà di migliorare la fruizione di informazioni grafiche e, di conseguenza, la qualità della vita delle persone che soffrono di disturbi della vista, anche gravi. “Blindpad” si sviluppa nell’ambito del programma della Commissione Europea “ICT Work programme 2013” e vede impegnato un consorzio internazionale composto da istituti di ricerca, di riabilitazione e aziende, coordinato – come detto – dall’IIT di Genova. 

    L’Istituto di tecnologia di Morego ha diramato un comunicato stampa che spiega nei dettagli il nuovo progetto… “[…] ha l’obiettivo di introdurre nuove superfici touchable nei dispositivi digitali mobili, in grado di trasmettere contenuti grafici semplici attraverso sensazioni tattili. Il nuovo strumento sarà concepito in tutti gli aspetti chiave necessari alla realizzazione di un oggetto pratico e trasferibile nella vita delle persone disabili: nuovi materiali, un disegno che risponda alle esigenze degli utenti, efficienza energetica e costi contenuti. Nell’era del web e dei dispositivi elettronici moderni, infatti, è diventato difficile per le persone con gravi disturbi visivi, approcciarsi e utilizzare i contenuti grafici veicolati da strumenti che favoriscono il senso della vista. “Blindpad” vuole realizzare un’alternativa che sfrutta il senso del tatto per trasmettere le informazioni grafiche necessarie a comprendere concetti astratti (quali ad esempio quello della forma geometrica) o acquisire informazioni sull’ambiente circostante (ad esempio la presenza e localizzazione di una porta). La superficie del dispositivo sarà costituita da una griglia di elementi indipendenti che permettono di programmare e variare la forma rappresentata, sollecitando la sensibilità tattile e permettendo all’utente di percepire la figura”.

    «Il nostro obiettivo è sviluppare una nuova classe di dispositivi digitali che stimolino il senso de tatto – afferma Luca Brayda, ricercatore all’Istituto Italiano di Tecnologia e coordinatore del progetto –  progettati per favorire l’inclusione sociale attraverso un uso mirato ed efficace delle sensorialità residue. Possiamo sfruttare tutti gli aspetti positivi che l’interazione tra uomo e macchina porta per lo sviluppo della conoscenza, e applicarlo al potenziamento delle tecnologie applicate all’istruzione“BLINDPAD coinvolge competenze scientifiche differenti e istituti che hanno come obiettivo della delle loro attività il miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità».

    Partner italiano è l’Istituto David Chiossone Onlus che avrà ruolo centrale nell’interazione tra ricercatore e persone con disabilità. Per saperne di più sul progetto europeo http://blindpad.eu/

  • Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    Liguria, piano casa prorogato al 2015: l’eccezione è diventata norma

    abitazioni-case-DIUna proroga che fa discutere sul metodo e nel merito, perché una materia tanto delicata quanto cruciale per il destino del territorio ligure – ovvero l’urbanistica –meriterebbe di essere trattata nel suo complesso, magari attraverso una vera e propria riforma a livello regionale. Nel dicembre scorso, invece, il Consiglio regionale della Liguria ha approvato il collegato alla legge Finanziaria regionale 2014 – con 24 voti favorevoli (centrosinistra e Pdl-Nuovo centrodestra), 9 contrari (Pdl-Forza Italia, Lega Nord, Lista Biasotti e Gruppo Misto-Riformisti italiani) e un astenuto (Giacomo Conti della Federazione della Sinistra) – che contiene, tra l’altro, la proroga del piano casa (scadenza 31 dicembre 2013) – uno strumento nato nel 2009 su impulso del Governo Berlusconi che avrebbe dovuto avere un carattere eccezionale e temporaneo al fine di rilanciare l’attività edilizia colpita dalla crisi economica – al 31 giugno 2015, consentendo così per un altro anno e mezzo ampliamenti di volume degli edifici esistenti e premi volumetrici fino al 35% per chi demolisce e ricostruisce.

    Il punto di vista della politica: riflessioni e dibattito

    «La proroga del piano casa fino al 30 giugno 2015 – spiega l’assessore regionale alla Pianificazione Territoriale e Urbanistica, Gabriele Cascino (Idv) – si prefigge di dare respiro ad un settore in crisi, attraverso tanti piccoli interventi di ristrutturazione edilizia che prevedono il miglioramento energetico e sismico degli edifici, senza l’autorizzazione di nuove costruzioni». Cascino, inoltre, sottolinea come «da almeno 15 anni nella legislazione nazionale, e quindi di tutte le regioni italiane, sia previsto l’istituto della sostituzione edilizia per favorire la rigenerazione, la riqualificazione anche energetica degli edifici esistenti, a discapito delle nuove costruzioni, con la possibilità di demolizione e ricostruzione con un premio del 20% secondo le previsioni del piano urbanistico comunale. Norma che deriva dal principio, da me condiviso, di costruire sul costruito. il piano casa della Regione Liguria ha limiti molto precisi, opera con gli stessi criteri citati e non autorizza nessuna nuova edificazione». In particolare «Il piano prevede l’ampliamento solo degli edifici esistenti non superiori a 450 mq e per ottenere un ulteriore premio del 10% è necessario adeguarli alla normativa antisismica e al rispetto del rendimento energetico – continua Cascino – Previsto anche un ulteriore 5% se vengono realizzati almeno due dei seguenti interventi: tetto fotovoltaico, serbatoio interrato per il recupero delle acque piovane, ripristino e messa in sicurezza del territorio limitrofo pari ad almeno 20 volte la superficie totale dell’immobile ampliato. Infine, il piano contempla la demolizione e la ricostruzione degli edifici fino a 720 mq con un premio del 35% solo se in possesso di determinate caratteristiche. I casi riguardano immobili esposti al rischio idraulico in base ai piani di bacino (con ricollocazione del volume altrove), edifici con accertate criticità statico-strutturali con rischio per la pubblica incolumità, oppure costruzioni che abbiano un’interferenza con opere di pubblica utilità».

    Sulla proroga il gruppo del Pdl-Forza Italia ha espresso grande soddisfazione spiegando, in una nota, che «È stata fortemente voluta, sollecitata e richiesta da Forza Italia per dare una speranza al settore dell’edilizia, oggi in grave crisi».

    casa-ediizia-popolare

    «Il piano casa è uno strumento che nel 2009, all’epoca del suo varo, aveva un carattere di eccezionalità. Invece, dopo la proroga del 2011 siamo qui, nuovamente, a votare una nuova proroga, fino al 30 giugno 2015.  Si continua dunque a prorogare un atto che proviene dal governo Berlusconi. Magari prima di questa proroga bis si sarebbe potuto approfondire l’argomento, procedendo ad una riforma dell’urbanistica che affronti il problema in un’ottica di programmazione e non invece inserita in un contesto di proroghe. In uno o due mesi questi temi si affrontano e si fa in modo che diano anche una risposta alle necessità di un comparto», così Giacomo Conti, capogruppo di Fds-Rifondazione, è intervenuto nel dibattito in Consiglio regionale sul collegato alla Finanziaria 2014, spiegando i motivi del suo voto contrario alla nuova proroga al piano casa e, di conseguenza, l’astensione al voto sul collegato stesso, definito dal consigliere “eterogeneo “ perché «contiene di tutto e di più». Conti ha chiesto che l’articolo sul piano casa fosse ritirato, ma la sua richiesta non è stata accolta dalla Giunta. Secondo il capogruppo di Fds «Si è persa una buona occasione per fare una riforma complessiva in materia urbanistica che tenesse in debito conto la conclamata fragilità del territorio ligure cementificato selvaggiamente negli ultimi trent’anni».

    Entrando nel merito, il consigliere precisa che «Il piano casa non può esulare da tutto il resto. Ci sono norme separate dal piano ma ad esso strettamente collegate perché disciplinano interventi su altre tipologie di costruzione, come gli edifici non abitativi. Questi ultimi spesso attirano i maggiori appetiti speculativi, ad esempio gli immobili dismessi lungo i corsi d’acqua che possono essere spostati in altro luogo, riconvertendosi in edilizia residenziale. Parliamo di un insieme di norme che, a parer mio, andrebbero riviste nel loro complesso».
    Per quanto riguarda le finalità della proroga, Conti è tranchant «Mascherarsi dietro la crisi dell’edilizia per legittimare la costruzione di nuovi volumi, è un’operazione profondamente sbagliata. Non è così facendo che si dà risposta alle esigenze dei lavoratori del settore. Mi domando, dal 2009 ad oggi, quanti sono stati gli interventi realizzati in base alla legge del piano casa? E soprattutto, quanti posti di lavoro stabili ha portato il piano casa, dal 2009 ad oggi? Sono quesiti ai quali bisognerebbe dare risposta, prima di prolungare gli effetti di determinate decisioni politico-amministrative».

    La contrarietà del mondo ambientalista

    I Verdi l’hanno bollato come «Il più devastante piano casa d’Italia», mentre le realtà ambientaliste esprimono sconcerto per la proroga del provvedimento.

    «Culturalmente passa ancora l’erronea percezione che aumenti di volume non incidano sugli assetti del territorio, eppure costantemente assistiamo agli effetti devastanti di poche ore di pioggia su territori resi impermeabili da colate di cemento – scrive in una nota l’associazione ligure AmbientalMente – Passa l’idea che attraverso nuove volumetrie si possa rimettere in moto un’economia in stato catatonico, mentre occorrerebbe dare strumenti al recupero dell’esistente, verificando e punendo severamente quegli amministratori che si ostinano a “pianificare” a colpi di varianti»

    Legambiente Liguria ricorda come «Il piano casa del 2009, successivamente modificato nel 2011, prevedeva interventi di ampliamento degli edifici, in alcuni casi anche in deroga alle normative urbanistiche. Soltanto una forte mobilitazione di larga parte della società ligure aveva impedito che esso fosse addirittura peggiore, con la prevista applicazione anche nei parchi, poi per fortuna ritirata. Colpisce soprattutto la logica della proroga, quando oggi la questione edilizia deve essere sempre di più legata a criteri di efficienza, risparmio energetico e termico, sicurezza. Si poteva cogliere l’occasione della fine degli effetti del piano (31/12/2013) per una nuova politica edilizia regionale, in cui la ristrutturazione del già costruito, insieme ai concetti di efficienza e sicurezza, fossero i punti centrali di nuove iniziative legislative e di regolamentazione edilizia. È questa la proposta che fa Legambiente Liguria, per dare slancio davvero all’edilizia e allo stesso tempo tutelare il territorio».

    marassi-madonna-monte-case-speculazione-ediliza

    «Il piano casa è uno strumento inadatto alla situazione del patrimonio edilizio italiano e ligure afferma Roberto Cuneo, presidente Italia Nostra Liguria – È una legge che tende a consentire la realizzazione di interventi di ampliamento delle abitazioni esistenti. Come se il problema in Italia fosse questo».
    La lettura di Italia Nostra è diametralmente opposta. «Nel nostro Paese il vero problema è rappresentato dal fatto che gli appartamenti sono troppo grandi rispetto all’attuale composizione dei nuclei famigliari – precisa Cuneo – Sono adatti per le famiglie di 50 anni orsono, quando mediamente un nucleo famigliare era composto da circa 5 persone. Oggi, al contrario, i nuclei famigliari sono molto più ristretti. In particolare, nel territorio ligure abbiamo case sui 150-200 mq in cui abitano mediamente una o due persone. Il nucleo famigliare in Liguria è composto mediamente da meno di 2 componenti (circa 1,9). Quindi, la legge di cui avremmo bisogno non è quella che permette di ampliare del 35% un appartamento esistente, bensì quella che consenta di trasformare una singola unità abitativa in due appartamenti, per esempio. In altre parole sarebbe decisamente più utile una legge che si prefigga di incentivare il frazionamento degli appartamenti. Pratica che, invece, è ostacolata dalla normativa vigente».
    Secondo Italia Nostra Liguria «È necessario intervenire sull’esistente per tutelare il territorio e rilanciare il settore edile. Il piano casa è una legge nazionale che non ha portato alcuna utilità alla nostra regione. Per affrontare le tematiche urbanistiche occorrono ben altri strumenti».
    La filosofia del piano casa recentemente prorogato è quella di «Premiare con un aumento di volume chi realizza un intervento di ampliamento, mentre dovrebbe essere premiato, magari tramite l’eliminazione degli oneri di urbanizzazione, chi interviene frazionando una grande unità abitativa – continua Cuneo – Così davvero si potrebbero raggiungere tre obiettivi: dare risposta alla drammatica esigenza abitativa; non occupare ulteriori spazi di territorio; dare lavoro a tante piccole ditte serie e competenti».

    L’altro aspetto più critico del piano casa è che esso «Sovrasta i piani urbanistici comunali – aggiunge il presidente di Italia Nostra Liguria – Se la pianificazione urbanistica dei singoli Comuni prevede quantomeno un confronto su un piano democratico, il piano casa è una norma che cala dall’altro e spesso consente interventi in deroga alle normative urbanistiche vigenti».
    Nel caso ligure gli interventi di sostituzione edilizia – ovvero demolizione e ricostruzione – prevedono quale premialità un incremento fino al 35% del volume esistente. Il diritto all’aumento volumetrico spetta anche a chi delocalizza l’edificio al di fuori del sito originario e «Tale possibilità proprio non ha ragione di esistere», sottolinea Roberto Cuneo.

    genova-case-popolazione-A

    Il piano casa, insomma, è uno strumento urbanistico inadeguato per rilanciare l’edilizia e sarebbe l’ora di superarlo. «È una legge pensata per la pianura padana disseminata di villette, non per la Liguria – spiega il presidente di Italia Nostra – Invece, una politica di frazionamento farebbe lavorare numerose piccole imprese specializzate e tecnicamente all’avanguardia. Garantendo la salvaguardia della qualità del lavoro in un settore sempre più inflazionato dalla scarsa qualità di esecuzione. Frazionare le unità abitative esistenti, infatti, è un lavoro complesso che richiede maggiore competenze rispetto alla costruzione di un edificio ex novo dove, al contrario, può essere usata anche bassa manovalanza in condizioni di sfruttamento del lavoro. Senza contare che evitare nuovi ampliamenti significa tutelare un territorio fragile già ampiamente sfruttato».

    Infine, per quanto riguarda le proposte su risparmio energetico e sostenibilità ambientale, Italia Nostra le considera solo degli alibi «Dovrebbe essere assolutamente normale, nel 2014, costruire case sostenibili – conclude Cuneo – Siamo dinanzi ad una distorsione culturale. L’attenzione alla sostenibilità e al risparmio energetico non rappresenta un punto in più ma piuttosto un prerequisito necessario».

    Il comparto dell’edilizia: una crisi che perdura da anni

    edilizia-impalcatureA questo punto è doveroso rivolgere lo sguardo sui lavoratori edili per provare a comprendere se il piano casa – dalla sua prima approvazione nel 2009 ad oggi – ha portato qualche beneficio al settore. «La mia risposta non può che essere negativa – risponde Silvano Chiantia, segretario generale del sindacato Fillea-Cgil di Genova – Com’è noto, infatti, il nostro comparto vive da tempo una forte crisi in Italia, così come in Liguria e a Genova. Ma ancora, purtroppo, non si muove nulla. E finora nessuna iniziativa è stata in grado di dare respiro all’edilizia».

    Eppure, secondo Chiantia, qualche possibilità ci sarebbe «Penso ad un piano sul risparmio energetico e la sostenibilità ambientale degli edifici (a partire magari da quelli pubblici), e poi soprattutto al risanamento del territorio. Per fare ciò occorre una progettualità condivisa tra politici, tecnici e addetti del settore. Tuttavia, la ristrettezza di risorse economiche e la scarsa volontà in tal senso, impediscono di impostare un ragionamento complessivo nella nostra regione».

    Gli effetti della crisi pluriennale sono dirompenti «Continuano a chiudere le imprese “storiche” e, nel contempo, sopravvivono soltanto quelle che agiscono in maniera illegale – sottolinea il rappresentante Fillea-Cgil Genova – Le grandi aziende si contano sulle dita di una mano, quelle con 18-20 dipendenti ciascuna (ma un tempo erano 40-50). A Genova, attualmente, la forza lavoro è composta mediamente da 2, massimo 2,5 lavoratori per ogni singola impresa».
    L’illegalità, soprattutto nell’inquadramento del personale, è un grave fenomeno che rischia di incancrenirsi progressivamente «Esistono molte imprese che, “per tirare a campare”, dichiarano di avere solo due dipendenti reali, mentre gli altri lavoratori hanno contratti allucinanti, ad esempio come braccianti agricoli, contratti ovviamente meno onerosi rispetto a quello del comparto edile – denuncia Chiantia – Così facendo l’imprenditore risparmia ma genera una concorrenza sleale a discapito delle imprese regolari».

    Senza dimenticare «La marea di partite Iva che nascono come funghi – continua Chiantia – Una proliferazione che non è sinonimo di vitalità. Anzi, al contrario, è sintomo della crisi. È la risposta di chi, non avendo altre opportunità, decide di mettersi “in proprio” e spesso fallisce perché non ha le capacità adeguate, provocando anche un calo generale della qualità del lavoro edile».
    In conclusione, per ridare speranza al settore «Occorre un intervento deciso, almeno su due fronti – chiosa il sindacalista della Fillea-Cgil – Innanzitutto è necessario fornire opportunità lavorative esclusivamente alle imprese serie e regolari; e poi bisogna vigilare sull’inquadramento dei lavoratori ripristinando la legalità».

     

    Matteo Quadrone