Autore: erasuperba

  • Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    manarola-cinque-terre-diEnzo ha 85 anni, le sue mani sono radici appena estratte dalla terra, nei suoi occhi semichiusi dal vento si legge una vita passata ad ascoltare il soffio del mare riecheggiare ancora come l’eco di una conchiglia appena raccolta. È seduto su una sedia in vimini nella penombra di una tersa mattina di dicembre con la coperta di lana sulle gambe ad osservare il solito paesaggio, sopra di lui una fotografia di Papa Luciani distorta dagli effluvi della caffettiera che dispensa in aria il suo inconfondibile aroma.

    La moglie gli lancia un occhiata riguardosa, poi si volta a versare il caffè, il silenzio è rotto solo dal gorgoglio del liquido che riempie la tazzina in ceramica di maiolica. Fernanda è una donna di poche parole, si dice non sia mai uscita dal paese, ma in quella giornata di festa i suoi capelli sono cotonati e colorati, la sua tinta ricorda le cortecce degli alberi spogli in autunno, le dita affusolate disegnano un’antica e inespressa eleganza adornate della sola fede nuziale e un anello di bigiotteria calzato per l’occasione con incastonata una pietra verde.

    Un gabbiano che levitava davanti alla finestra attirava l’attenzione di Enzo, lui si volta, mi guarda e sorseggia le ultime gocce di caffè, posa la tazzina e rivolge lo sguardo a cercare quel gabbiano ormai volato lontano. «Manarola? bella per i turisti, per me è diventata solo un saliscendi faticoso». Con queste parole cela l’amore profondo per la sua terra, quasi un rimprovero per tutte quelle scale,  un tempo leali e oggi così tortuose che ne impediscono la quotidianità.

    Tuttavia esiste una forza misteriosa che lo spinge ogni giorno nel suo orto in cima al paese, dove i limoni abbracciano la vite e il mare si sposa alla terra intrisa di sale.

    manarola5-DILo scoppiettio delle foglie che ardono e il profumo del pesce appena pescato, il tuono delle mareggiate e il silenzio ovattato delle rare nevicate sono linfa vitale di un uomo che conosce il suo destino e che non rimpiange nulla se non qualche viaggio e la rinuncia a qualche bicchiere in più del suo amato limoncino. Fernanda lo ascolta come fosse la prima volta e con rispetto sorride fiera alla sua richiesta, si alza per dovere dalla sedia e prende una bottiglia dalla credenza. «Questo è fatto da noi, con i nostri limoni, tutta roba naturale», dice versando nei calici il liquido dal colore ingannevole ma dal gusto inconfondibile del limoncino fatto in casa.

    Arianna intanto ascoltava con quel luccichio agli occhi le parole che le riportano alla mente i ricordi indelebili di quando era bambina, di quel luogo rimasto tale nel tempo, come una fotografia in bianco e nero restaurata di colori accesi, il verde delle colline, l’azzurro del cielo e il blu del mare, il giallo delle foglie e il nero della terra si distribuiscono nei suoi pensieri come la tavolozza di un pittore a olio. Giunti ai saluti Fernanda, scrollatasi di dosso la timidezza tipica ligure, mi stringe la mano e mi bacia inaspettatamente sulle guance, Enzo ci augura di tornare presto, lui ci aspetta, non per vecchiaia e tantomeno per stanchezza, ma perché quello è il suo posto.

    Il sole si sa scalda gli animi, ma non solo, nonostante la leggera brezza invernale ci siamo seduti su uno scoglio ad assorbire quei piacevoli raggi penetrare fino alle ossa per poi sopire in un onirico e breve sogno. Arianna mi svegliò con cautela, Morfeo cullava il mio sonno seguendo il sinuoso scrosciare delle onde e il marinaio del vaporetto suonò la sveglia con la sirena, mi sono destato da quel torpore stropicciando gli occhi e sbadigliando con educazione il mio sguardo si rivolse in alto.

    manarola-cimitero-cardarelli-DIStavo leggendo una scritta sulla parete esterna del cimitero a picco sul mare, erano i versi finali della poesia “Liguria” di Vincenzo Cardarelli, la maestra delle elementari me l’aveva fatta recitare davanti a tutta la classe, ricordo che sarei sprofondato in quel momento ma ne uscii a testa alta. Quelle cinque righe mi hanno riportato nel passato tra i profumi della gomma da cancellare e degli autunni umidi che non ci sono più, il moccio al naso dei miei compagni, la lancetta dei minuti che sembrava ferma e quel ramo d’albero fuori dalla finestra dove si posavano colombi e piccioni che della pur loro breve vita ho sempre invidiato la libertà assoluta che la rende infinita.

    A ridosso del cimitero si trova un piccolo parco circondato dal mare che sfocia nella parte finale della passeggiata nascosta tra i monti, da li si può vedere Corniglia inerpicata come una fortezza e le luci di Vernazza e Monterosso brillare come diamanti all’imbrunire.

    Rientrati in paese ci sediamo al bar del famoso ristorante Aristide per una bevanda calda, il sole era sceso e la temperatura con lui, nonostante l’aspetto primaverile eravamo pur sempre sotto le grinfie del generale inverno. Nell’istante in cui il cameriere adagia sul tavolo le tazze per il thè, uno scampanellio annuncia l’apertura della porta varcata da un uomo anziano, con fare ossequioso si toglie il cappello, salutato con affetto dai tutti i presenti.

    I suoi occhi erano visibilmente eccitati dal calore e dalla tensione di una giornata per lui importante, nel tardo pomeriggio, quando il sole sarebbe calato  come un arancia dietro la linea dell’orizzonte, i fuochi d’artificio avrebbero  annunciato l’accensione del famoso presepe di Manarola da lui ideato.

    Mario Andreoli ha superato gli ottant’anni da un pezzo e dal 1976 dedica anima e corpo a questa unica e spettacolare opera che si estende sulla collina a ovest del paese, oltre trecento personaggi illuminati con oltre 8 km di cavi elettrici sostituiti nel tempo da un ecologico impianto fotovoltaico.

    Con il passare degli anni è riuscito a coprire tutto il monte realizzando il suo sogno di creare uno dei presepi più grandi e belli del mondo. La sua vigorosa stretta di mano è stata per me un monito da seguire, non esiste età se si è dotati di voglia e determinazione. Mario saluta tutti “Ora devo andare”, con un gesto degno di un attore di Hollywood prende il cappello e si avvia su per la salita, la più dura dell’anno.

    manarola-finestra-mare-DISi inizia a respirare aria di festa a Manarola, la banda suona “When the saints go marching in” camminando lungo la via principale profumata di frittelle e polenta , tra la folla un bambino piangeva con un occhio rivolto al palloncino volato via e una signora troppo truccata si specchiava con indosso uno degli orpelli in vendita nelle bancarelle, alcuni turisti acquistavano miele e prodotti tipici mentre dalla stazione un’orda di persone entrava in paese muovendosi come una mandria di bufali.

    Ci facciamo largo tra la gente assiepata sulle irregolari stradine in ardesia, il nostro appartamento sorge su un punto privilegiato per ammirare il presepe, abbiamo approfittato seduti comodamente sul terrazzino dal quale potevamo godere una vista meravigliosa come dal balcone di un teatro. Le luci del paese si sono spente senza preavviso lasciando illuminate le sole statuine sovrastate dai fuochi d’artificio rimbombanti, il mio cuore accelerava con loro fino ad eccitarsi come in poche altre occasioni in vita mia.

    La sera passeggiando tra le barche e le reti dei pescatori per smaltire gli spaghetti ai frutti di mare del ristorante Billy, sentiamo le corde di una chitarra provenire da un locale lungo la via che conduce al mare ormai priva di turisti, era la cantina dello zio bramante dove tre musicisti deliziavano i clienti con splendide cover. Il bassista di colore giocava con le dita come i migliori bluesman americani, il cantante  dalla voce un po’ roca ma grintosa ricordava vagamente Lou Reed, era affiancato da un ragazzo che suonava l’armonica divinamente, ad ogni brano prendeva un’armonica diversa dalla sua valigetta.

    Si dice che le persone care siano presenti anche quando non ci sono più lasciando lungo la tua strada  segnali anche oltre il cammino della vita oppure ti hanno insegnato in vita così tante cose da sentire la loro presenza attraverso i dettagli quotidiani. Nell’istante in cui il Re minore si è succeduto al Do ho capito che si trattava di  “I dont’ want to talk about it” tanto cara a mio padre, camuffando con un sorso di birra l’emozione, mi sono accorto che una lacrima era fuggita, aggrappandosi su una piega del mio sorriso.

     

    Diego Arbore

     

  • Lingua inglese, differenze fra pronuncia e grafia: la storia dell’alfabeto

    Lingua inglese, differenze fra pronuncia e grafia: la storia dell’alfabeto

    Bus di LondraLa corrispondenza tra pronuncia e grafia in inglese è un problema che affligge non solo coloro che studiano l’inglese come lingua straniera ma anche i native speaker stessi.

    David Crystal, uno dei più grandi o forse il più grande studioso vivente della lingua inglese, sostiene che se il problema della mancata corrispondenza tra “come si scrive” e “come si legge” non è drammatico come a volte viene descritto, è altrettanto vero che non può essere sottovalutato. Infatti, le parole che non sembrano seguire gli schemi si attestano su una percentuale pari a circa il 20%.

    Le discrepanze tra spelling e pronuncia inglese hanno ragioni storiche e alla base di tali differenze un ruolo importante è giocato dal fatto che la lingua inglese ha tre diverse “anime”: germanica, greco-latina e francese. La difficile armonizzazione dei tre sistemi di corrispondenza tra grafia e pronuncia ha contribuito a generare parte della confusione nella quale ci troviamo oggi.

    Tra l’altro, un discorso interessante andrebbe fatto in merito alla storia dell’alfabeto della lingua inglese. Gli Angli, i Sassoni e gli Iuti che migrarono a ondate verso l’Inghilterra nel corso del V secolo d.C. utilizzavano l’alfabeto runico, del quale abbiamo traccia di soltanto una trentina di iscrizioni runiche in Inglese Antico (Old English), alcune delle quali, peraltro, contengono solamente un nome.

    Fu soltanto con la cristianizzazione dell’Inghilterra a opera di Agostino di Canterbury che verso la fine del VI secolo d.C l’alfabeto latino venne introdotto sull’isola. Alle ventitré lettere latine applicate all’Old English vennero affiancati quattro simboli di derivazione runica (chiamati ash, thorn, wynn e yogh) che fossero in grado di rappresentare la pronuncia di suoni poco familiari.

    Con la conquista normanna del 1066 e l’avvento di una nuova classe dominante di lingua francese le quattro lettere legate al retaggio anglosassone scomparvero però definitivamente: ash venne sostituito da a, thorn da th, yogh da gh e wynn dalla lettera w.

    Il risultato definitivo al quale siamo giunti oggi è di un alfabeto a ventisei lettere; tra l’altro, sempre secondo il monumentale lavoro di Crystal, The Cambridge Encyclopedia of the English Language, la lettera più frequente all’interno delle parole inglesi è la e seguita dalla a, mentre all’ultimo posto della lista figurano due consonanti, z e qSee you!

     

    Daniele Canepa

    Twitter: @DanieleCanepa1
    www.comeimpararelinglese.com

    [foto di Diego Arbore]

     

  • Maddalena, asilo nido: nel settembre 2014 porte aperte ai bambini?

    Maddalena, asilo nido: nel settembre 2014 porte aperte ai bambini?

    asilo-nido-maddalenaEra il 2007 quando nel quartiere della Maddalena sono iniziati gli interventi previsti dal progetto POR-Fesr (stesso discorso per Molassana, Prà-Marina, Sampierdarena, Sestri), finanziati a livello sia europeo che comunale e da concludersi entro il 2013 (con completamento al 2015). In particolare, nel quartiere del centro storico gli interventi previsti e finanziati con 13 milioni di euro (10 europei, 3 da Tursi) erano: la creazione di un Centro “Arti e Mestieri” nei locali di Palazzo Senarega, sito nell’omonima piazzetta; la costruzione di uno asilo nido in Vico della Rosa; la formazione di un Laboratorio sociale in Vico Papa; la riqualificazione dei percorsi pedonali con rifacimento della pavimentazione e introduzione della rete wifi; la gestione parcheggi per la logistica, la raccolta dei rifiuti solidi urbani su strada e la ristrutturazione dell’ascensore Castelletto Levante.

    Oggi molti degli interventi sono terminati, come la creazione del Laboratorio sociale, la sistemazione della pavimentazione, il restyling dell’ascensore e dei percorsi pedonali, e ancora l’acquisizione di Palazzo Senarega per il trasferimento del Job Center di Cornigliano. Tuttavia, sembra che le maggiori difficoltà siano state riscontrare nel corso degli anni nell’ultimazione dell’asilo nido di Vico della Rosa. Qui, una serie di ritardi e rallentamenti hanno impedito che l’asilo vedesse la luce a tempo debito. Si tratta di uno degli interventi più attesi da parte dei residenti e dei commercianti del quartiere, i quali vi hanno intravisto la possibilità di ridare slancio alla zona, con l’introduzione di quei servizi basilari e necessari per la vivibilità di ogni quartiere: il primo passo verso l’inserimento di altre strutture a fare da spalla all’asilo, come luoghi per l’infanzia, cartolerie, negozi di giocattoli, o anche farmacie ed edicole – tutte realtà atte a creare una dimensione collettiva e di condivisione dello spazio urbano.

     

    L’asilo nido di Vico della Rosa / Via Maddalena

    asilo-nido-maddalena-2Per quanto riguarda il progetto in questione, l’asilo si andrà a insediare nello spazio tra Via della Maddalena e Vico della Rosa. Qui sorgeva un edificio che è stato demolito in previsione della costruzione di uno spazio gioco di qualità per 25 bambini tra i 16 e i 36 mesi, dotato di terrazza verde e costruito secondo i principi della bioedilizia, con ricaduta positiva sullo spazio circostante per il risanamento di un luogo nevralgico del centro storico. L’intervento attua la previsione del PUC vigente, in base al quale l’edificio in questione sarebbe destinato a servizi, e ha come intento quello di creare un “punto di qualità ambientale in un’area critica sotto il profilo fisico e sociale”, come si legge all’interno del documento a disposizione sul sito http://www.urbancenter.comune.genova.it. Nell’idea dei promotori, gli spazi per il gioco e la terrazza verde -tutto rigorosamente costruito con materiali eco-compatibili e facilmente mantenibili- dovranno “contribuire a ricucire il tessuto, a qualificare gli affacci degli edifici circostanti, a risanare un punto nevralgico del quartiere, nel tentativo di allontanare le attività improprie, a potenziare il tessuto sociale facilitando la costruzione di reti tra le famiglie”.

    Nonostante i ritardi di questi anni, sembra si sia giunti a una svolta: si parla di ultimare i lavori entro la primavera, in previsione dell’entrata dei primi bambini a settembre 2014. Questo è quanto assicurano Direzione dei Lavori pubblici e presidente del Municipio I Centro Est Simone Leoncini: «Il Municipio chiede da tempo con grande forza che l’opera venga consegnata alla cittadinanza. Sembrava che i ritardi fossero maggiori, ma alla fine i tempi si sono accorciati: è stato chiesto a tutti di accelerare affinché si potesse offrire il servizio alle famiglie in previsione del nuovo anno scolastico, e la deadline è stata rispettata».

     

    Elettra Antognetti

  • Darsena, Casa dei Pescatori: un nuovo mercato per la vendita del pesce

    Darsena, Casa dei Pescatori: un nuovo mercato per la vendita del pesce

    imageVenerdì (20 dicembre) verrà ufficialmente inaugurata la nuova Casa dei Pescatori alla Darsena. Un iter lunghissimo che inizia nel 2008 quando i pescatori ottennero il via libera, dopo anni di tira e molla con l’Autorità Portuale, per ormeggiare alla vecchia Darsena le barche e ricoverare le reti. In quell’occasione il Comune chiese agli addetti ai lavori di presentare entro i primi mesi del 2009 un progetto per organizzare la vendita del pesce in loco.

    Oggi, a distanza di cinque anni, il mercato galleggiante vede finalmente la luce. Due piani allestiti con banchi per la vendita e la pulizia nel cuore di Calata Vignoso, con tanto di celle frigorifere e spogliatoi al piano inferiore. La struttura, ditata anche di impianto fotovoltaico, è stata assegnata dal Comune in concessione all’Associazione Pescatori Liguri che avrà a disposizione 150 metri di banchina e 450 mq di spazi a terra.

    Su commissione del Comune di Genova, i lavori sono sono costati in totale poco meno di un milione e 400 mila euro, una spesa non certo irrilevante  che ha visto le casse comunali contribuire con 206.000 euro, la differenza a carico del Fondo Europeo per la Pesca.

  • Marassi, carcere: la raccolta fondi per completare il Teatro Arca

    Marassi, carcere: la raccolta fondi per completare il Teatro Arca

    marassi teatro arcaManca poco per completare il sogno. Parliamo del primo teatro in Italia costruito interamente dentro un carcere, quello di Genova Marassi. Un’iniziativa promossa, tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, da Teatro Necessario Onlus, associazione culturale nata nel 2009 sulla spinta delle attività già intraprese a partire dal 2005 con oltre cento detenuti della Casa Circondariale di Marassi e gli studenti del corso di Laurea in DAMS dell’Università di Genova.
    Il teatro dell’Arca – progettato dall’architetto Vittorio Grattarola e costruito in buona parte dai detenuti stessi – sarà una sala polifunzionale con una capienza di circa 200 posti, dotata di tutte le attrezzature necessarie per la rappresentazione di spettacoli, l’organizzazione di mostre, convegni e conferenze, ma la sua caratteristica peculiare sarà l’accessibilità anche per il pubblico esterno.

    «Il teatro è costruito nell’intercinta carceraria – spiega il presidente dell’associazione, Mirella Cannata, coordinatrice del progetto – un luogo simbolico tra il dentro e il fuori, proprio per dare l’idea di un ponte che comunica con la città».
    «Il progetto è stato finanziato da Fondazione Carige e Fondazione San Paolo che hanno sostenuto anche gli spettacoli della compagnia – racconta Sandro Baldacci, regista e socio fondatore di Teatro Necessario – ma adesso che i contributi di Regione, Provincia e Comune sono diminuiti, abbiamo serie difficoltà a proseguire».
    «Per chi sta scontando una pena che dovrebbe avere anche una funzione rieducativa queste attività sono importantissime – aggiunge Carlo Imparato, vice presidente di Teatro Necessario – il lavoro al teatro dell’Arca occupa quasi 40 carcerati».

    Oggi per portare a termine la costruzione struttura sono necessari ancora circa 70 mila euro. Per questo l’associazione culturale lancia la raccolta fondi “Adotta una Perlina”. Le “perline” – ovvero 3600 listelli di legno realizzati dai reclusi che lavorano nella falegnameria del carcere di Marassi – diventeranno il rivestimento interno del nuovo Teatro dell’Arca. «Vuoi aiutarci a costruire il Teatro dell’Arca? Fai una donazione a tuo piacere adottando una delle 3600 perline. Il tuo nome sarà scritto sulla perlina rimanendo per sempre impresso, come testimonianza e ringraziamento del tuo aiuto, per aver contribuito a realizzare un’opera di alto valore sociale e culturale. Scrivici all’indirizzo mail tno@teatronecessariogenova.org oppure contattaci al numero 010 24 75 125».

     

    Matteo Quadrone

  • Ex manicomio Pratozanino, concluso restyling padiglioni 7 e 9

    Ex manicomio Pratozanino, concluso restyling padiglioni 7 e 9

    Lpratozanino-d19a spesa è stata di oltre 4 milioni e 300 mila euro, l’attesa lunga 6 anni (dal progetto preliminare di ristrutturazione alla sua concreta realizzazione) a causa di innumerevoli ritardi e continui slittamenti della data di conclusione dei lavori, senza dimenticare la sconcertante gestione dei pazienti psichiatrici – una ventina di persone costrette a vivere per altrettanto tempo all’interno di container (con conseguente spesa pubblica di ulteriori 900 mila euro per l’affitto degli stessi) – ma adesso finalmente la riqualificazione dei padiglioni 7 e 9 dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino (Cogoleto) è ufficialmente conclusa.

    L’intero complesso di Pratozanino rientra tra i beni immobiliari dismessi dalla Regione Liguria tramite la prima operazione di “cartolarizzazione” del 2007-08, lanciata al fine di ripianare il pesante disavanzo economico della Sanità ligure. La gara se l’aggiudicò Fintecna Immobiliare (società del Ministero del Tesoro) con un’offerta di 203 milioni. Successivamente, gli immobili dell’ex ospedale psichiatrico di Pratozanino vennero trasferiti ad una società interamente controllata da Fintecna immobiliare – ovvero Valcomp due – attuale proprietaria. L’accordo raggiunto, però, prevede che la Asl 3 (azienda sanitaria locale genovese) mantenga in comodato d’uso gratuito – per 20 anni – i padiglioni 7 e 9, dei quali si è fatta carico della ristrutturazione costata 4 milioni 336.790 euro, derivanti in gran parte dai fondi Fas 2007-2013 (2,2 milioni) e dai finanziamenti nazionali per l’edilizia sanitaria (1.345.969 euro), in misura minore (790.820 euro) da fondi dell’Asl 3.

    Nel padiglione 7 è adesso ubicata la struttura intensiva “Insieme”, una moderna Comunità terapeutica dotata di quattro camere singole e otto doppie (per un totale di 20 posti letto) destinata ad accogliere pazienti provenienti dal territorio o post ricovero che necessitano di interventi clinici intensivi e hanno un basso livello di autonomia personale.
    L’ex padiglione 9, ora rinato come “Casa nuova”, già dal gennaio 2013 accoglie i pazienti precedentemente ospitati nei moduli prefabbricati e, a regime, consentirà di offrire assistenza a 28 soggetti. La nuova struttura di riabilitazione è costituita da 5 mini-appartamenti da quattro posti letto l’uno, cucina e servizi igienici, accessibili direttamente dall’esterno per utenti più autonomi e altri otto posti letto in camere sistemati in un unico reparto e destinati a pazienti con patologia stabilizzata ma livello di funzionamento minore.

    «Pratozanino è una struttura completamente nuova – sottolinea una nota dell’Asl 3 – le due strutture inaugurate, infatti, non sono nuove solo dal punto di vista architettonico, ma rispondono ad un concetto della riabilitazione psichiatrica che si ispira fortemente alle linee di indirizzo emanata dalla AGENAS sui nuovi scenari della residenzialità psichiatrica, incentrate sulla diverse fasi di intensità di cura e sulla presa in carico globale del paziente nei diversi stadi della malattia».

    Lorenzo Pellerano, consigliere regionale (Lista Biasotti) che più volte ha sollevato la questione dell’ex OP di Pratozanino in Regione, oggi si dice felice perché finalmente la ristrutturazione è stata portata a termine, ma sottolinea «L’operazione non può comunque dirsi un successo dell’amministrazione Burlando visto il costo totale superiore a 5 milioni di euro, a fronte, però, di una disponibilità degli immobili (padiglioni 7 e 9) in comodato d’uso solo per i prossimi 15 anni (5 infatti sono già trascorsi dal 2007 ad oggi). Prossimamente presenterò un’interrogazione per chiedere un aggiornamento dei costi sia dei lavori, sia dell’affitto dei container. E poi per avviare una riflessione sul fatto che a questo punto conviene sedersi ad un tavolo con Valcomp due, società proprietaria del complesso ex OP di Pratozanino, per cercare un accordo che consenta di aumentare il periodo di comodato d’uso degli immobili oppure per valutare se è il caso di riacquistarli, considerando l’ingente investimento pubblico effettuato per la loro ristrutturazione. Tra l’altro, in questa partita con Valcomp due, potrebbero rientrare anche alcune aree dell’ex OP di Genova Quarto che sarebbe necessario restituire a funzione pubblica».

    Infine, resta l’incognita sul futuro degli immensi spazi – oggi in possesso della società di Fintecna Immobiliare – che circondano le nuove strutture psichiatriche. «Nell’interrogazione – conclude Pellerano – chiederò se ci sono sviluppi anche per quanto riguarda le destinazioni urbanistiche future».

     

    Matteo Quadrone

  • Ghetto, le trans si raccontano: da Don Gallo a Princesa, la nostra intervista

    Ghetto, le trans si raccontano: da Don Gallo a Princesa, la nostra intervista

    ghetto-centro-storico-vicoliFondata nel 2009 con il sostegno della Comunità di San Benedetto al Porto e di Don Andrea Gallo, Princesa è l’associazione che si batte per i diritti dei transgender, contro la transfobia e l’omofobia, per la promozione dei diritti, dell’identità sociale e personale. L’Associazione al momento della sua creazione riuniva già 32 persone transgender che vivono a Genova, con la Presidenza onoraria di Don Andrea Gallo.
    Presidente dell’Associazione è Rossella Bianchi, a Genova da quasi 50 anni, arrivata in città nel ’65. Ma oltre Rossella, ci sono molte altre trans che da decenni lavorano qui: come Ulla, che di recente ha festeggiato il matrimonio con il compagno di vita Maurizio, o come Mela, “new entry” del gruppo che – stufa della vita “nomade”- ha trovato una casa grazie alle amiche del ghetto. Di tutte loro, solo in poche vivono nel quartiere, mentre le altre preferiscono lavorarvi soltanto ma tenere gli affari lontani dalla vita privata. Un mondo che sta a pochi passi dagli universitari di Via Balbi, dalla Casa di Mazzini e dai rolli di Via Lomellini, dalla colorata e trafficata Via Prè, controverso crocevia di persone: un labirinto di vicoli che resta escluso ai normali transiti e di cui le trans hanno fatto il loro punto di ritrovo. Ma come si vive nel ghetto, com’è cambiato nel corso dei decenni con l’arrivo di nuove comunità, e come vivono le trans? Lo abbiamo chiesto a loro.

    rossella-princesa-trans-ghettoRossella: «Ho avuto modo di vivere tutte le trasformazioni del quartiere, sono una di quelle che è arrivata prima qui e posso parlare con cognizione di causa: la vita è peggiorata nel corso degli anni, prima stavamo meglio, ora si è persa l’atmosfera famigliare di un tempo, ma restano tolleranza da parte degli altri e rispetto tra noi. Ci sono integrazione e libertà, e questo è un dato che testimonia il lavoro di sensibilizzazione svolto da noi, da Princesa, da Don Gallo e da GhettUp nel cercare di combattere la transofobia e l’omofobia. Inoltre, fino a qualche decennio fa il ghetto era invivibile a causa della piaga della droga e delle bande criminali, che causavano continue tensioni nel tessuto urbano. Ora queste problematiche sono state sconfitte, ma se la situazione è migliorata è grazie a noi che ci lavoriamo e che sentiamo nostro questo luogo: da parte delle istituzioni, non c’è stata l’attenzione né il sostegno che speravamo».

    ghetto-piazza-don-gallo-verticaleUlla: «Anch’io sono una delle veterane del ghetto. Sono arrivata qui negli anni ’70 e ricordo che all’inizio ci perseguitavano. All’epoca gli abitanti del ghetto erano tutti italiani: c’erano famiglie tradizionali, lavoratori, ragazzi, casalinghe. Poi, dalla metà degli anni ’70 hanno iniziato ad arrivare i primi immigrati dal nord Africa, i “marocchini”, e sicuramente questo ha influito molto sul cambiamento del tessuto sociale del quartiere. Con l’arrivo dei migranti, dapprima si è creata una situazione allarmante: si sono incrementati casi di spaccio, di violenza, di risse (per colpa sia degli italiani che degli stranieri, sia chiaro!), tanto che gli abitanti tradizionali, se ne sono andati in pochi anni. Prima era un quartiere “normale”, tranquillo, come tanti altri; poi, con questo esodo dei genovesi, il quartiere ha progressivamente perso prestigio: un circolo vizioso. Più se ne andavano, più qui la situazione degenerava. Alla fine, siamo rimasti in pochi: tra tutti, anche 5 o 6 di noi trans abitiamo qui. Io, ad esempio, ci abito e ci lavoro da una vita. Ho spesso pensato, all’epoca, di andarmene via, ma dove? Tutto sommato qui è sempre stata un’oasi felice per noi, anche nei tempi più critici, e lo è tanto più ora che la situazione è migliorata: via gli spacciatori, stop alla violenza. E questo grazie anche a noi trans, che siamo i baluardi e i presidi del quartiere: tempo fa c’era un pazzo che si aggirava con un coltello minacciando tutti e noi abbiamo subito avvisato la polizia, che lo ha arrestato tempestivamente; o ancora, ci è capitato di salvare vecchiette che stavano per essere scippate. Noi proteggiamo il quartiere che abbiamo scelto come casa di elezione, abbiamo tutto l’interesse affinché qui tutto sia tranquillo e non ci siano problemi. Assieme a noi, inoltre, da qualche anno anche l’arrivo della casa di quartiere GhettUp ci ha aiutate a favorire l’integrazione e ha mantenere il quartiere tranquillo. Ora c’è più controllo e attenzione verso il ghetto, e anche il rapporto con gli stranieri -dapprima problematico- è  migliorato: c’è cooperazione reciproca, e loro ci difendono. I tempi per l’integrazione delle varie componenti sono maturi».  

     

    Princesa: di che cosa si occupa nello specifico la vostra associazione?

    Rossella: «Abbiamo uno sportello presso i locali di GhettUp in Vico della Croce Bianca 7-11r per favorire l’integrazione nel quartiere di transgender e offriamo aiuto sia burocratico che psicologico alle persone che vogliono intraprendere un percorso di cambiamento di genere. Seguiamo sia queste persone che si rivolgono a noi che i loro famigliari, e diamo loro sostegno in questa delicata fase di passaggio. Siamo disponibili a parlare e portare la nostra esperienza come esempio: di recente, una madre che era arrivata da noi scettica e poco propensa a sostenere il figlio, è tornata da noi a parlarci di come sia riuscita ad accettare questa transizione».

    Ulla: «Non ci tiriamo indietro, quando c’è qualcosa da fare siamo sempre in prima fila: dalle feste al cineforum estivo a cadenza settimanale (aperto a chiunque!), ai compleanni e feste (di tutti!) nella piazza detta “Princesa”, alle interviste (come questa, e quelle di tempo fa per la tv nazionale e per periodici internazionali, a testimonianza di quanto interesse ci sia anche fuori da Genova per questo luogo, n.d.r.): non è un’esagerazione dire che siamo una famiglia».

     

    Don Andrea Gallo, di Luca Marcenaro
    Illustrazione di Luca Marcenaro

    Don Gallo, un uomo che al ghetto ha dato tanto e che Genova ricorda con nostalgia: una piazza a lui dedicata potrebbe giovare al quartiere?

    Ulla: «Don Gallo per noi era un padre spirituale. Il mio rapporto con lui era molto stretto,  amicale, familiare: era un padre per me che il papà l’ho perso anni fa. Ci manca in modo indescrivibile: anche se è poco che ci ha lasciate, sentiamo un vuoto incolmabile. Pensa che quando mi incontrava mi baciava le mani, lui a me! E io gli dicevo “Don, non è il caso, cosa penserà la gente? Sono io che devo baciare la mano a lei!”, ma lui non si curava di nulla e sapeva starci vicino e farci sentire importanti. Ci ha restituito la dignità che ci è sempre stata sottratta e non ci sono parole sufficienti per spiegare quanto gli siamo riconoscenti e quanto adesso sia difficile andare avanti senza di lui. Ricordo che spesso scappava da San Benedetto e veniva a rifugiarsi qui in mezzo a noi, dicendo che questa era la sua seconda casa. Una piazza dedicata a lui? Certamente la cosa ci fa piacere e ne saremmo felici, tanto più che quella è la “nostra” piazza, ed era anche la sua, che partecipava sempre alle nostre iniziative. A mio avviso, però, questa inaugurazione non servirà a portare più visibilità al ghetto. I turisti qui ci vengono già anche da soli, ce ne sono tantissimi, vogliono scoprire il ghetto e conoscerci».

     

    La vita nel ghetto: per voi questa enclave significa protezione o isolamento?

    Ulla: «Io sono nata a Messina e non sono genovese doc, anche se sono arrivata qui con i miei genitori quando avevo tre anni. Anche loro hanno abitato in città e tutto sommato per me il ghetto è una casa». Mela: «Senza esitazioni, rispondo che mi sento cittadina di Genova. Io sono nel ghetto da meno tempo di loro, sono la nuova arrivata. Prima ho vissuto in giro, ma mi sono stufata di viaggiare, trolley alla mano, senza avere fissa dimora. Qui ora ho una famiglia e sono stata bene accolta dalle altre, che già conoscevo e con cui eravamo già amiche. Prima di stabilirmi qui, tuttavia, la mia vita era molto mondana e ho sempre frequentato vari ambienti genovesi (e non solo) e tutti i locali “in” della città: quindi sì, sono in tutto e per tutto genovese. L’integrazione c’è, oggi non mi sento discriminata».

     

    Ulla, non possiamo fare a meno di congratularci con te e il tuo compagno, Maurizio, per il vostro recente matrimonio lo scorso 22 novembre.

    «Il matrimonio è stata una cosa importante sotto il profilo legale ma anche goliardica. Io e Maurizio ci consideriamo sposati da 32 anni e lui è una grande persona, l’unico che ha saputo starmi vicino sempre, anche nei momenti difficili -come quando ho perso i miei genitori-, e con cui ho condiviso la vita. Con questo matrimonio (la registrazione nell’elenco delle unioni civili del Comune di Genova, con grande festa alla presenza di amici e parenti, tra cui anche Vladimir Luxuria, n.d.r.), posso dormire sogni tranquilli: mi stava a cuore sapere che, un domani, le poche cose che ho andranno al compagno di una vita, alla persona più importante. Pensa che lo chiamo “mamma”, perché per me lui è tutto. Adesso, dopo questa unione, io sono “il capofamiglia”, mentre lui farà il “mantenuto”!».

     

    Elettra Antognetti

  • Righi, recupero dei sentieri per il trekking e la mountain bike

    Righi, recupero dei sentieri per il trekking e la mountain bike

    righi-forti-DILa passione per la bicicletta che si unisce all’amore e al rispetto del territorio, un binomio che non può che portare benefici alla collettività. ASD Deep Bike, associazione sportiva nata a marzo del 2012, è un esempio concreto. Amanti della natura e dello sport, ma soprattutto praticanti della mountain-bike, i volontari da anni si impegnano per ripristinare i sentieri del Parco del Peralto sulle alture del Righi: «Curiamo il territorio della nostra città, in particolare la parte a levante del centro cittadino. Grazie al lavoro dei nostri volontari stiamo ripristinando tutti i vecchi sentieri e tracciandone di nuovi», raccontano i volontari.

    Da qualche settimana è disponibile online un video firmato dal videomaker genovese Matteo Fontana che testimonia il lavoro svolto sin qui dall’associazione genovese: «Ci siamo presi a cuore il Parco del Peralto – dice Christian Giannini responsabile comunicazione di ASD Deep Bike –  attraverso una collaborazione con il Municipio centro est stiamo realizzando una rete di sentieri che copre già oggi quasi 56 km».

    L’obiettivo dei volontari è quello di presidiare il territorio per poterlo riportare al suo antico splendore, soprattutto per quanto riguarda il Righi e le zone dei forti. «Spesso ci siamo trovati davanti a vere e proprie discariche a cielo aperto, sentieri abbandonati. Il nostro lavoro speriamo possa essere il primo passo per riportare su questi magnifici sentieri anche i bambini e le famiglie, e ovviamente i turisti. Si tratta di zone incantevoli con un panorama stupendo».

     

    [foto di Diego Arbore]

  • Pegli cinema Eden: costruzione box, si attende il Consiglio di Stato

    Pegli cinema Eden: costruzione box, si attende il Consiglio di Stato

    pegli-cinema-eden-via-pavia (3)Qualche tempo fa la chiusura del Cinema Eden di Pegli per la  costruzione di box aveva fatto scalpore in città: dotato di sale al coperto e in estate adibito a cineforum all’aperto, era stato smantellato per far posto un silos interrato di 3 piani con 68 posti auto. Chiuso dal 28 giugno 2011, i primi lavori sono iniziati nel maggio 2012 e sembravano non doversi arrestare. Oggi qual è la situazione di avanzamento del cantiere?

    Negli ultimi tempi c’erano stati problemi tra la ditta appaltatrice e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, che vincola l’immobile e il giardino in questione. Dapprima, un ricorso da parte della ditta al TAR, che aveva confermato la legalità delle azioni e aveva dato il via libera all’avanzamento dei lavori. Poi, il contro-ricorso della Soprintendenza in Consiglio di Stato per chiedere un adeguamento del progetto alle norme vigenti. Nella diatriba si sono inseriti anche i membri del Comitato pegliese che, pur non partecipando attivamente all’iter legale, ancora lottano affinché il progetto dei box non veda mai la luce. In attesa della pronuncia del Consiglio di Stato dopo l’udienza del 10 dicembre 2013, durante #EraOnTheRoad a Pegli abbiamo parlato con i volontari del Comitato.

    Cinema Eden, Pegli

    L’iter dei lavori

    Un primo progetto era stato presentato nel 2007, più ampio (box interrato di 4 piani anziché 3) e poi ridimensionato grazie all’intervento del Comitato, che aveva messo in luce il mancato rispetto delle norme preesistenti: «Quel primo progetto non rispettava le distanze dalle abitazioni circostanti previste per legge e presentava una serie di altre mancanze macroscopiche», ricordano.

    Sono stati presentati in seguito altri 3 progetti preliminari prima di raggiungere l’accordo su quello attuale. Dopo l’approvazione del progetto esecutivo nel giugno 2011, i lavori sono iniziati nel maggio 2012, a poche settimane dalla scadenza dell’autorizzazione per la costruzione. L’apertura del cantiere è arrivata proprio in concomitanza del cambio della giunta e il passaggio all’Amministrazione Doria, che ha da subito cercato di interagire con il Comitato e i cittadini contrari al progetto, con successo.

    Il cantiere non ha avuto vita lunga: poco dopo è stato messo in luce da parte della Soprintendenza un difetto nella procedura con cui era stata concessa alla ditta l’autorizzazione a costruire, con conseguente sospensione della stessa. Infatti, l’Ente aveva dapprima approvato un progetto di massima per il il riassetto dell’area a fine lavori, ma chiedeva di visionare un progetto definitivo che rispondesse a domande come quelle relative alle tipologie di alberi da reimpiantare, al ripristino del cinema e delle attrezzature per il cineforum all’aperto. Alla proposta provvisoria (rimettere i platani senza piantarli nel terreno, visto lo scavo, e inserendoli in grandi vasi: una sorta di maxi-bonsai), la Soprintendenza aveva dato l’ok, ma si riservava il diritto di fare ulteriori studi botanici. Visto che il progetto definitivo non arrivava, c’è stato lo stop e la sospensione del nullaosta. «In tutto ciò – dicono dal Comitato – abbiamo continuato a chiedere che fossero verificate le lacune del progetto, nella speranza di ottenere la sospensione totale dell’autorizzazione».

     

    Lo stato attuale

    Dopo questi avvenimenti, la ditta ha fatto ricorso al TAR, contestando il fatto che la Soprintendenza avesse dato ascolto alle proteste dei “vocianti” (in riferimento ai membri del Comitato) e denunciando un ”abuso di autorità” da parte dell’Ente. Il ricorso è stato accolto nel maggio 2013: il TAR ha dato ragione alla ditta, permettendole di proseguire con i lavori, ma i pegliesi che si oppongono al progetto non si arrendono. A ciò è seguito un altro ricorso della Soprintendenza al Consiglio di Stato. L’udienza, come detto in apertura, si è svolta il 10 dicembre 2013 e tra pochi giorni se ne conoscerà l’esito.

    Qual è lo stato attuale del cantiere? Alcuni box sono già stati prenotati dai residenti delle abitazioni limitrofe, ma per ora c’è stato solo il taglio di 3 dei 12 platani sani (più uno già malato) nel cortile e l’abbattimento dello schermo per le proiezioni all’aperto. Per il resto i lavori sono fermi. I volontari del Comitato pegliese ci offrono un punto di vista privilegiato sul cantiere, da un’abitazione privata che affaccia direttamente sul sito in questione. Ci raccontano: «Siamo preoccupati perché le problematiche denunciate anni fa sono presenti tutt’ora. Ad esempio, in quanti sanno che il team di progettisti e geologi che svolgono i lavori qui è lo stesso che sta eseguendo i lavori nel cantiere del San Martino? Lì hanno dovuto ricominciare tutto da capo perché si sono resi conto che gli studi erano sbagliati: non era stata presa in adeguata considerazione la presenza del Rio Noce, che scorreva sotto allo scavo. Non vogliamo che succeda qualcosa di analogo. Qui sotto ci sono falde acquifere: l’acqua continuerà a scorrere sotto ai nuovi box, prendendo magari altre direzioni e compromettendo la sicurezza dell’abitato attorno. Vogliamo che vengano fatti studi appositi: gli uffici si limitano a “dare pareri”, mentre dovrebbero esprimere valutazioni vincolanti per la realizzazione dell’opera».

     

    Elettra Antognetti 

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Bobby Soul e Alessio Caorsi, il duo acustico: anche questa è movida

    Bobby Soul e Alessio Caorsi, il duo acustico: anche questa è movida

    Bobby Soul Alessio CaorsiBobby Soul, all’anagrafe Alberto De Benedetti, non è un nome che suonerà nuovo a chi il panorama musicale genovese lo conosce e lo frequenta da anni. Con alle spalle oltre un ventennio di musica, Bobby Soul si contraddistingue per un’attività instancabile, che non si limita alle apparizioni dal vivo, ma comprende anche attività teatrale (in collaborazione con il Teatro Garage di Genova). Non solo: definire versatile un musicista come lui sarebbe riduttivo. La sua tentacolare vivacità musicale ha condotto la sua ricerca verso rotte non così trafficate, con risultati sorprendenti. Black music, funk, elettronica, blues, country, il tutto magnificamente amalgamato da una voce poliedrica e inevitabilmente soul.

    Dal dj set al gruppo tradizionale, il genovese ha dato vita a progetti musicali importanti: dalla musica etnica dei Sensasciou, “gruppo che ha contaminato ritmi giamaicani e afro-americani con la tradizione popolare genovese”, alla scena indipendente con le Voci Atroci, “gruppo a  cappella dalle vertiginose e bizzarre performance vocali guidato dall’attore musicista Andrea Ceccon”, alla consacrazione internazionale dei Blindosbarra, “probabilmente la più importante formazione funk italiana” (prodotti da Ben Young dei Massive Attack). E ancora Contesti Scomodi, Les Gastones, Mellow Yellow, Soltantosoul, Funk-in-Italia, a dimostrazione di quanto vorace sia la sua l’esigenza di fare musica.

    Difficile, con un curriculum del genere, rinunciare a un’esibizione acustica dei BlindBonobos, al Kitchen di Genova, nel cuore del centro storico e della movida del sabato sera, ingresso libero. Capitiamo quasi per caso davanti alla locandina, e subito decidiamo di entrare. Il Kitchen accoglie come pochi locali sanno fare, offrendo un ambiente squisitamente arredato e un’illuminazione perfetta. Il piccolo palco nell’angolo della sala principale sembra fatto su misura per l’esibizione: voce e chitarra, Bobby Soul e Alessio Caorsi.

    Boccale di birra e si parte con la potenza di un duo che non ha nulla da invidiare a una band. La chitarra di Caorsi è proteiforme: uno strumento che esaurisce l’intera sezione strumentale; e il polso del chitarrista è esaltante: riesce a far venire voglia di ballare, restituendo alla ruvidezza delle corde un groove caldo. Bobby Soul, invece, suona il microfono. La sua intesa con il chitarrismo sostenuto del suo socio è alchemica, dà profondità al suono e si impone con un lirismo nero che emerge dai polmoni e si infrange nella gola.

    La voce sanguigna di Bobby Soul sfugge alla rarefazione stilistica, impone il sangue e il sudore alle note, declina i testi come urgenze emozionali, scopre il nocciolo del reattore lasciando emergere tutta la sua energia senza censure e dunque, inevitabilmente, scuote e coinvolge. Il suo piede scandisce il ritmo di ogni pezzo, sbattendo il tallone su un cajon amplificato. La serata procede con pezzi come Hurt (Nine Inch Nails, Johnny Cash), Personal Jesus (Depeche Mode) e Seed 2.0 (The Roots), ma anche inediti dell’ultimo album, il ventesimo della sua carriera.

    A fine serata il pubblico è in autentico visibilio. Non si vuole tornare a casa e, soprattutto, non si vuole lasciare andare via i due musicisti. Si susseguono i bis e se ne perde il conto, tra gli applausi unanimi.

    A fine serata scambiamo due chiacchiere con Bobby Soul e da tutto questo eclettismo, scopriamo che la vera ispirazione della sua musica rimane «la psichedelia, da Jimi Hendrix ai Pink Floyd, fondendone le sonorità alle sincopi del funk». Una sorpresa che fa da preludio alla sua impressione, tutt’altro che scoraggiante, sul panorama musicale genovese «promettente e vivace come pochi altri sul territorio nazionale, che si riflette in un’attività live genuina, nei locali, a stretto contatto con la gente, e non distaccata come un’esibizione da stadio, dove la musica può esprimersi ed entrare nell’anima del pubblico». Un palcoscenico perfettamente coerente con la natura della black music, musica di strada, quella “ghetto music” che a Genova trova terreno fertile per esprimersi.

     

    Nicola Damassino

  • Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Muse concerto liveNelle scorse uscite abbiamo confrontato il rifluire dei movimenti sociali e rivoluzionari degli anni ’70 con l’affievolirsi degli spunti creativi di gruppi e solisti, sottolineando l’emergere di una tendenza: il grosso successo commerciale e di pubblico, riducendo il “progetto artistico” a “prodotto di mercato” come tutti gli altri, tende a eroderne la credibilità, in termini di autenticità espressiva. E questo è quello che accadde dopo i primi anni di slancio del Movimento.

    L’allargarsi dei tentacoli delle grosse case discografiche determinò, almeno nelle linee generali, quanto segue:

    1) successo internazionale di tutti i gruppi rock, progressive ecc… più significativi, in una scena musicale quasi esclusivamente dominata dalle band anglo-americane, fonte d’ispirazione per migliaia e migliaia di gruppi e musicisti in tutto il mondo. Successo dai riscontri economici, in alcuni casi vertiginosi (partendo dai Beatles e dai Rolling Stones, occorre citare almeno: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Police e altri, ovviamente; considerevoli, anche in ambiti più vicini al jazz, Miles Davis, Keith Jarret, ad esempio).

    2) progressivo inquadramento delle produzioni musicali in strategie di mercato, a loro volta animate da strategie promozionali, tramite poderosi uffici-stampa, apparati di merchandising, trovate pubblicitarie, finalizzate alla vendita di un prodotto che, soprattutto in ambito rock, cominciava ad avere costi di realizzazione piuttosto elevati.

    3) questo “inquadramento” portò ad uno svilimento della portata creativa dei progetti musicali e, quando non ne fu il principale responsabile, certamente non aiutò la creatività.

    È un discorso piuttosto complesso che implica quindi una giusta digressione, al fine di ben comprendere, e forse far cadere, qualche luogo comune un po’ ingenuo. Da un lato, infatti, dobbiamo considerare la relativa caduta d’ispirazione – fatto probabilmente fisiologico – che a volte poteva iniziare a farsi sentire già dopo i primi album (sembrerebbe praticabile una messa in relazione tra il rifluire dei movimenti sociali e l’affievolirsi della spinta creativa di rottura sul piano dei linguaggi espressivi. Ne parleremo…), da un altro lato non dobbiamo pensare che i musicisti e i gruppi di quel periodo fossero dei martiri pronti ad immolarsi sull’altare della purezza musicale, almeno non tutti. Certo, tenevano all’originalità dei loro progetti, ma la possibilità di avere un buon contratto con un’importante casa discografica (e con l’indotto che questo avrebbe comportato: stampa, tournèe, nuove registrazioni, popolarità, royalties ecc…), magari dopo anni di prove in cantina… insomma, se uno fa il musicista di professione si augura di poter vivere con la propria musica, no?

    Ma il contratto con una grossa casa discografica, come dire… aveva dei vincoli. Nel senso che quasi sempre occorreva rapportarsi con “figure professionali di mediazione” come il “produttore artistico” e/o il “produttore esecutivo”. Spesso queste figure, appartenenti allo staff della casa discografica, seguivano il gruppo molto da vicino, spingendo nella direzione di accontentare i gusti di un pubblico più vasto, rispondendo quindi a “ciò che vuole la gente” (quante volte ho sentito questa frase…). Se il gruppo aveva un forte potere contrattuale, oppure, semplicemente si aveva la certezza di un certo riscontro di vendite, queste spinte potevano esercitare un’influenza solo marginale; in altri casi, invece i produttori artistici e le case discografiche potevano intervenire pesantemente, avendo sempre come obbiettivo la realizzazione di un prodotto il più vendibile possibile.

    Va comunque ribadito che non è vero che tutti i produttori artistici o esecutivi delle case discografiche non capivano (o non capiscono) nulla. Questo mi sembra, francamente, un atteggiamento contrappositivo un po’ sterile. Certo, molti sono incompetenti, altri rimangono vittime della logica spicciola del mercato, ma esistono (ed esistevano) anche produttori seri e competenti. Ed è ovvio che nel dire questo, mi baso sulla mia modesta esperienza personale, svoltasi in Italia, ma non credo che in Inghilterra e in America fosse (sia tuttora) molto diverso. Parallelamente a tutto questo, rivendicando un modo diverso di fare discografia, più rispettoso dell’autonomia creativa di ogni singolo artista, nacquero delle nuove etichette, spesso fondate da musicisti. Basti pensare alla Island e alla Vertigo, etichette inizialmente piccole che misero sotto contratto gruppi come i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Jentle Jiant, Traffic e altri, ovviamente.

     

    Gianni Martini

    [foto di Claudia Baghino]

  • VTE Porto Voltri-Prà, ipotesi ampliamento verso Pegli: il progetto

    VTE Porto Voltri-Prà, ipotesi ampliamento verso Pegli: il progetto

    Vte, Porto ContainerL’hanno chiamato “Porto d’Africa”, adesso scenario “Voltri Avanzamento”, ma la sostanza non cambia, sempre di ampliamento del terminal si tratta. E nel Ponente, ogni qualvolta si rinfocola una simile voce, le diverse anime di comitati, associazioni e singoli cittadini si rinsaldano in difesa del litorale. In gioco c’è il delicato equilibrio tra l’esigenza di sviluppo dello scalo genovese e la necessità di garantire la vivibilità di interi quartieri. Equilibrio mai davvero raggiunto perché parliamo di una zona che ha pagato un prezzo altissimo in termini di deprivazione dell’affaccio al mare da Prà a Voltri e di forzata riconversione economica del territorio, in cambio dell’illusione di nuovi posti di lavoro e di riqualificazioni urbane che spesso non si sono concretizzate (qui l’approfondimento di Era Superba sulla Fascia di Rispetto di Prà). «Ad ovest della Lanterna vive il cinquanta per cento più uno della città – ama ricordare Arcadio Nacini, storico portavoce dei comitati e per anni espressione degli stessi in consiglio comunale – anche se di là hanno i servizi, qui invece ci toccano solo le servitù».

    Oggi uno degli scenari progettuali contenuti nel nuovo Piano Regolatore Portuale in via di gestazione prevede, nell’ambito di Voltri, l’apertura della diga di sottoflutto – per facilitare l’accesso di navi porta contenitori di dimensioni sempre maggiori – ed il prolungamento di circa 500 metri della diga foranea verso levante, chiudendo così di oltre 1/3 l’apertura dello specchio d’acqua prospiciente Pegli.
    Ma il Municipio Ponente – facendosi interprete delle preoccupazioni degli abitanti – ha manifestato la propria contrarietà al progetto approvando, all’unanimità, una mozione nella quale accusa esplicitamente l’Autorità Portuale genovese di scarsa sensibilità istituzionale: «Considerato che il nuovo Piano Regolatore Portuale prevede interventi estremamente invasivi sul territorio del Ponente e l’A.P. non ha finora coinvolto il Municipio», si legge nel documento.
    «Quando si sommano un insieme di fattori destabilizzanti, poi arriva una goccia che fa traboccare il vaso – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente (Pd) – È questo il caso degli eventuali ampliamenti della piattaforma portuale di Voltri».

    L’allungamento della diga foranea verso levante (ovvero verso Pegli) «causerebbe un drastico peggioramento della qualità della vita dei residenti del Ponente e delle prevedibili conseguenze circa il ricambio dell’acqua marina che sarà reso molto più difficile e complicato». In tal senso, il Municipio ricorda che «su quello specchio acqueo insistono le acque dei torrenti Branega, San Pietro, Roana, San Michele, Sacchi, Rexello, Lupo, Archetti, Rostan, Varenna, Marotto, Molinassi, Monferrato, Cantarena, Senza Nome e Chiaravagna, che negli anni passati hanno generato danni irreversibili portando con sé da valle a mare tonnellate di sedimi terrosi dilavati dagli impluvi delle colline».
    Occorre ricordare, però, che si tratta pur sempre di un’ipotesi progettuale ancora in itinere. Insomma, per adesso nulla di definitivo. «Sì, ma pare essere una delle soluzioni più accreditate – risponde Avvenente – E sta suscitando molta ansia nei residenti. Lo conferma la nascita, a Pegli, di un comitato di cittadini e realtà associative che in una manciata di giorni ha raccolto migliaia di firme. Insomma, si respira la medesima aria di una decina di anni fa, quando la cittadinanza si è mobilitata in massa per dire stop alle servitù nel Ponente».

    Piano Regolatore Portuale: scenario “Voltri Avanzamento”

    porto-terminal-DILo scenario “Voltri Avanzamento” contempla «un avanzamento della linea di banchina del terminal contenitori di Voltri e, in previsione di consentire l’accessibilità marittima alle navi di maggiori dimensioni, l’apertura a levante della diga esistente – si legge nel sito web dell’A.P. – Lo scenario si contraddistingue per un incremento delle superfici destinate al traffico di contenitori». In sintesi, gli interventi proposti mirano ad adeguare il porto di Voltri alle esigenze del nuovo naviglio in termini di fondali e accessibilità.
    Inoltre «si propone la realizzazione del nuovo terminal traghetti e del nuovo terminal delle “Autostrade del mare”». Quest’ultimo «risponde all’obiettivo di una riorganizzazione e di un potenziamento dell’offerta per la movimentazione di merci e passeggeri, permettendo una razionalizzazione dei flussi nel bacino storico».

    Nell’area di Voltri, l’accessibilità via mare potrà essere migliorata «attraverso la creazione di un nuovo canale con doppio ingresso, mediante l’apertura della diga a levante ed il prolungamento delle opere di protezione alle due estremità». Secondo l’Autorità Portuale «L’adeguamento delle opere di protezione e il parziale incremento delle superfici dedicate alle attività di movimentazione consentono, da un lato, il mantenimento e il rafforzamento del porto sulle rotte di maggiore rilevanza e, dall’altro, una riorganizzazione e sviluppo delle attività produttive su alcune aree portuali».

    Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale «I riempimenti ipotizzati incidono maggiormente su specchi acquei già a uso portuale, per quanto sia ipotizzato un allungamento dell’opera di protezione antemurale. Gli impatti generati dai traffici potranno essere contenuti in funzione dell’attuazione di alcuni interventi previsti quali l’elettrificazione delle banchine, la compatibilizzazione ambientale dei bacini, la realizzazione degli interventi previsti dal Piano Energetico del porto e lo sviluppo della modalità ferroviaria».

    La prima fase dei lavori – della durata di 3 anni – comporterà «L’allungamento dell’opera di protezione di Voltri di circa 350 metri verso ponente e di circa 500 metri verso levante; la contestuale demolizione di un tratto della diga a levante per permettere il doppio ingresso. Parallelamente si potrà dare inizio all’avanzamento della linea di banchina del terminal di Voltri, procedendo da ponente verso levante e alla realizzazione del terminal delle “Autostrade del mare”».

    Lo scorso 30 luglio, con un atto adottato all’unanimità, il Comitato portuale di Genova ha deliberato «di condividere gli esiti del confronto tecnico avviato in merito alle linee guida per la redazione del Piano Regolatore Portuale» e «di avviare nei termini più brevi i procedimenti di approvazione delle opere per l’ampliamento e l’accesso al bacino di Sampierdarena». I risultati che emergono dalle osservazioni raccolte «consentono di identificare alcuni profili comuni che forniscono un’importante chiave di lettura per la definizione di uno scenario condiviso di sviluppo portuale», si legge nella delibera. Il primo elemento è rappresentato proprio dall’esigenza di «ampliare l’accessibilità marittima dello scalo». Per l’ambito di Voltri/Prà «è considerata positivamente l’apertura della diga a levante» ed «è valutata l’esigenza dell’avanzamento della banchina».

    La richiesta del Ponente: maggiore coinvolgimento della cittadinanza

    «Lo abbiamo ripetuto più volte ma vedo che non siamo ascoltati dall’Autorità Portuale – spiega il presidente Avvenente – Il Ponente potrebbe essere il laboratorio dove sperimentare una convivenza equilibrata tra porto e città. Invece, almeno finora, la priorità è stata esclusivamente quella di garantire l’espansione dello scalo genovese, a discapito del territorio circostante e dei suoi abitanti. Da anni si parla di ampliamenti, però, bisognerebbe prodigarsi anche per migliorare le condizioni di vivibilità della popolazione locale, messe a dura prova dalla presenza delle attività portuali». Vedi la forzata vicinanza tra le pile di container e la zona di Prà-Palmaro, l’aumento dell’inquinamento acustico e ambientale lungo tutto il litorale, i disagi conseguenti al traffico di mezzi pesanti nell’intera area di Ponente.

    Eppure, quando fu creato il porto di Voltri, la popolazione era stata illusa con il miraggio di 5000 posti di lavoro. «Oggi al VTE (Voltri Terminal Europa, attualmente il maggiore terminal contenitori del porto) gli occupati sono 560 più un migliaio di indotto – sottolinea Avvenente – Per carità nel momento di crisi attuale sono numeri importantissimi. È anche vero, però, che il prezzo pagato dal territorio è stato salatissimo. Prà, ad esempio, ha perso completamente il suo affaccio al mare; un tempo c’erano bar, ristoranti e altri esercizi commerciali che hanno dovuto riconvertirsi o sparire. Questa è stata una precisa scelta strategica a favore della città. Bene, ma in cambio il quartiere cosa ha ottenuto? Praticamente niente».

    Ma durante il processo di pianificazione a medio/lungo termine chiamato a delineare il nuovo Piano Regolatore Portuale – e dunque il futuro del porto – il Municipio Ponente non è stato coinvolto? «No, in nessuna occasione – ribadisce Avvenente – L’ultima volta che ci siamo confrontati con l’A.P. risale a circa tre anni fa (2010), all’epoca dell’ex Sindaco Marta Vincenzi, quando si svolse un incontro sul territorio alla presenza del presidente dell’A.P. Luigi Merlo. In quell’occasione furono ventilate, seppure in modo evanescente, le proposte sopracitate. E tutti i gruppi politici, anche allora senza distinzioni di appartenenza politica, avevano ritenuto irricevibili tali ipotesi progettuali. Si era parlato di un confronto aperto sulle tematiche controverse e dunque di possibili rivisitazioni. Da quel giorno, però, nulla si è più mosso».

    Adesso il Municipio chiede a gran voce l’immediata riapertura di un vero tavolo di confronto «Noi siamo fortemente intenzionati a portare a casa almeno alcuni risultati – continua Avvenente – Innanzitutto sollecitiamo la realizzazione di adeguati interventi di mitigazione dell’impatto delle attività portuali, come l’innalzamento delle dune a protezione della Fascia di Rispetto; e poi la continuazione del progetto per l’elettrificazione delle banchine. Infine, invitiamo l’A.P. a realizzare le opere propedeutiche indispensabili per l’attuazione del nuovo piano del traffico di Voltri». Si tratta, come ricorda la mozione, della demolizione delle reti divisorie, dei muretti di sostegno e della complanazione del manto d’asfalto nella zona compresa tra l’accesso al porto di Piazza Lerda, lato mare, e l’Hotel Sirenella a Voltri.

    Matteo Quadrone

  • Andare a lavorare a Londra per imparare l’inglese

    Andare a lavorare a Londra per imparare l’inglese

    big.ben.londra-DI“L’unico modo per imparare bene l’inglese è fare la valigia (o il trolley) e andarsene a Londra, Los Angeles, Dublino o Melbourne a lavorare!” Più volte ho sentito pronunciare questa frase in modo assolutamente convinto da diversi studenti: la realtà, però, non sta esattamente in questi termini.

    Se è vero che una full immersion in un paese anglosassone può velocizzare l’apprendimento in quanto per esigenze di pura sopravvivenza ci si sente fortemente motivati a imparare per riuscire a comunicare, è altrettanto illusorio credere che sia sufficiente la sola permanenza in suolo britannico o americano per migliorare il proprio livello di conoscenza della lingua.

    Non basta andare a lavorare in Inghilterra per imparare “magicamente” nuove parole, correggere la pronuncia e approfondire la conoscenza grammaticale e sintattica dell’inglese: sono necessari anche uno studio costante e un sincero desiderio di imparare.

    Un’esperienza fuori dall’Italia, quindi, va pianificata con anticipo – e non parlo soltanto dell’acquisto del biglietto aereo qualche mese prima per spendere meno – soprattutto dal punto di vista degli obiettivi che tramite un periodo all’estero, sia esso di lavoro o di studio, si desidera conseguire.

    Il rischio, diversamente, è quello di andare incontro a una forte delusione, anche perché se alla partenza la conoscenza della lingua non è adeguata è impossibile pensare di trovare lavori lautamente retribuiti in paesi come quelli anglosassoni, il cui costo della vita è peraltro di per sé molto elevato. La crisi del 2008 – spesso definita in inglese recession per attenuare i toni – ha poi colpito fortemente tutto il settore occupazionale e paesi che avevano registrato grandi crescite prima del fatidico e famigerato fallimento di Lehman Brothers, come per esempio l’Irlanda, si trovano da cinque anni in una situazione stagnante o perlomeno meno florida rispetto a qualche tempo fa e del periodo d’oro.

    Un altro aspetto da tenere in considerazione che viene invece di norma ampiamente sottovalutato è il cosiddetto culture shock, o shock culturale, ovvero quel sentimento che mescola estraniamento, difficoltà ad adattarsi a nuove abitudini culturali, alimentari e sociali e tristezza causata dalla lontananza da casa. Se un po’ di saudade – come la chiamano i brasiliani – è inevitabile, è tuttavia vero che per attutire gli effetti del culture shock ci si può attivare prima della partenza.

    Il primo stratagemma, che più da vicino tocca questa rubrica, è quello di studiare la lingua del paese ospitante già prima di partire. Il secondo consiste nell’approfondire la conoscenza non solo linguistica, ma anche storica e culturale del paese nel quale ci si vuole trasferire. Conoscere la storia di una nazione e comprendere le ragioni che l’hanno portata a essere quello che è ha un’importanza fondamentale per capire più velocemente le dinamiche sociali e comportamentali e ambientarsi più in fretta… See you!

     

    Daniele Canepa

    Twitter: @DanieleCanepa1
    www.comeimpararelinglese.com

    [foto di Diego Arbore]

  • Vico Dragone, “palazzo dei giovani”: alloggi low cost per single e coppie

    Vico Dragone, “palazzo dei giovani”: alloggi low cost per single e coppie

    centro-storico-via-raveccaNella zona è uno degli ultimi edifici non risanati fra i tanti bombardati ai tempi della seconda guerra mondiale: la triste sorte dell’edificio compreso tra Vico del Dragone e Piazza delle Lavandaie, un tempo casa di tolleranza, potrebbe essere vicina ad una svolta decisiva. A breve le macerie del rudere saranno rimosse e si procederà con la costruzione di una palazzina destinata ai giovani: coppie, single, ragazze madri o padri con figli a carico.

    La proposta di risanamento si inserisce all’interno di un progetto datato 2008, vico-dragone-ristrutturazione-ediliziapredisposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche giovanili e le Attività sportive (POGAS), destinato ad agevolare la cosiddetta “generazione 1000 euro”, ragazzi e ragazze che subiscono le dure regole del mercato del lavoro e di quello immobiliare e che hanno difficoltà a costruire un progetto di vita autonomo. In base alla proposta POGAS, in 14 città metropolitane italiane (Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Roma, Torino, Venezia, Palermo, Catania, Messina, Trieste, Cagliari) tra febbraio e maggio 2008 sono stati promossi progetti per favorire l’autonomia abitativa dei giovani, incrementando l’offerta di alloggi in affitto a prezzi contenuti.

    vico-dragone-verticaleA Genova, in particolare, l’iter è stato gestito da Tursi, che ha promosso la costruzione di 24 alloggi a basso costo nel centro storico, finanziati dal Ministero, dal Comune e da ARTE Azienda Regionale Territoriale per l’Edilizia: molte delle abitazioni previste sono già state realizzate, mentre alcune -come quelle di Piazza delle Lavandaie/Vico del Dragone- devono ancora vedere la luce. In Vico del Dragone, in particolare, è prevista la costruzione di 12 alloggi dei 24 totali. Attualmente ARTE e Comune di Genova sono in procinto di indire il bando per l’assegnazione dell’appalto. I lavori veri e propri partiranno al più tardi entro febbraio.

    Così commenta Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est: «La cosa importante è che sia stato messo in atto un processo di riqualificazione urbanistica interessante. Da parte mia, sollecitazioni in questo senso sono arrivate subito dopo il mio insediamento perché gli spazi sono da sfruttare e da restituire alla cittadinanza, non importa in quale forma: se come casa dello studente, o come palazzina per le giovani coppie e le famiglie. Ci sembrava troppo limitante destinare gli spazi solo a coppie, perciò abbiamo preferito tenere in considerazione la realtà e incontrare uno spettro più ampio di richieste. Si costruisce sul costruito».

     

    Un progetto simile anche per il ghetto di Pré

    Anche nel ghetto (sempre nel Municipio I, in Vico Untoria) è stato avviato un processo simile: qui inizialmente si dovevano restaurare alcuni immobili vincolati a residenza studentesca e adibirli a “casa dello studente”. Tuttavia ARSSU, dapprima interessata al progetto, è poi fuoriuscita dalle trattative e si è tirata indietro dal progetto per mancanza di fondi. Così, è stato chiesto a Ri.Genova – Riqualificazione urbana Genova s.r.l. (azienda partecipata per oltre il 70% dal Comune, per la promozione e attuazione di interventi di recupero edilizio e urbanistico, in particolare nel centro storico) di svincolare l’immobile in questione, per destinarlo a famiglie e giovani coppie, con incentivi particolarmente convenienti e sempre nell’ottica di un ripopolamento “sano e sensato” del ghetto (vedi speciale Era Superba sul ghetto di Prè, numero 51 della nostra rivista).

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Un tram per la Val Bisagno: il progetto di cittadini e associazioni

    Un tram per la Val Bisagno: il progetto di cittadini e associazioni

    valbisagno-staglienoDa anni si parla di una tramvia per collegare la Val Bisagno con il centro città ma dopo fiumi di parole – spesi in campagna elettorale e nel dibattito pubblico con gli abitanti – nessuna realizzazione concreta è mai stata messa in atto. Adesso associazioni e residenti hanno redatto un loro progetto che presentano alla città. Ancora per 5 giorni (fino al 15 dicembre), presso la Coop di piazzale Bligny, è possibile visitare la mostra fotografica “Un Tram per la Val Bisagno”, con pannelli esplicativi e la proposta per la vallata. Un’iniziativa – patrocinata dal Municipio IV Val Bisagno – che ha raccolto intorno gli aderenti allo specifico gruppo Facebook “Un Tram per la Val Bisagno” e diverse associazioni quali Metrogenova, UTP (utenti trasporto pubblico), WWF e Amici di Pontecarrega.

    «Ricordiamo che nella scorsa campagna elettorale, quella che ha visto l’elezione a Sindaco di Marta Vincenzi, si parlava continuamente di “cura del ferro” – ricorda il presidente WWF Genova, Vincenzo Cenzuales – ma anche il suo avversario politico, Enrico Musso, promuoveva la soluzione tramvia per la Valbisagno. È passato tanto tempo ma niente è stato fatto».
    «Nel 2010 organizzammo un convegno seguitissimo sul tema – sottolinea l’associazione Metrogenova – in cui tutti plaudevano le mani all’idea del tram in vallata. Nel 2011 ci fu un percorso di partecipazione che portò ad alcune conclusioni, molte delle quali si trovano qui in mostra oggi».
    Il progetto delle realtà associative, in sintesi, prevede la realizzazione di 2 linee sul percorso tradizionale. «Una formula applicabile senza andare ad impattare sul Bisagno – spiega l’associazione UTP (utenti trasporto pubblico) – Quindi una tramvia ricavata sulla strada, il più possibile in sede protetta».
    «A poche settimane dallo sciopero dei lavoratori AMT – commentano gli Amici di Ponte Carrega – Oltre ai fondi servono anche nuove idee per rilanciare il tpl».

    E per sostenere l’idea di residenti e associazione è sottoscrivibile anche una petizione online, all’indirizzo http://www.petizionepubblica.it “Un tram per la Val Bisagno Genova: a Comune di Genova, Regione Liguria, Ministero dei Trasporti”.
    Perché firmare la petizione? «Non abbiamo un mezzo veloce ed ecologico per la nostra vallata, non servita dal treno e neppure dalla metropolitana – si legge nella petizione – Il tram è un mezzo ecologico che combina i vantaggi di una grande capienza per passeggeri con una elevata frequenza di fermate. Una moderna tranvia è circa dieci volte più economica da costruire rispetto a una metropolitana e se realizzata in modo corretto riesce a garantire tempi di percorrenza che su i brevi e medi tragitti competono con quelli del metrò. Una linea di tram concepita e gestita come fanno, per esempio, in Germania o in Francia, spesso raggiunge i 20/22 km/ora commerciali e se consideriamo che la velocità del metrò è di 30 km/ora si capisce quanto il rapporto costi/benefici diventa interessante. Aiutaci a concretizzare il sogno: la tua firma può fare la differenza».

     

    Matteo Quadrone