Autore: erasuperba

  • Sampierdarena, via Caveri: accordo Comune-privati per fermare il degrado

    Sampierdarena, via Caveri: accordo Comune-privati per fermare il degrado

    Sampierdarena. via CaveriVia Caveri, una strada mista comunale-privata di Sampiardarena (nei pressi di Piazza Masnata) che si arrampica sulle alture conducendo a diversi palazzi e pure a due scuole, versa da tempo in condizioni disastrose. Le innumerevoli buche disseminate lungo il manto stradale ne rendono pericoloso il transito, in particolare per scooter e moto, mentre il marciapiede preesistente è quasi del tutto danneggiato e viene utilizzato dai proprietari di automobili come parcheggio. La gravità della situazione è resa evidente dalla chiusura di una scala di collegamento, nella parte alta della via, onde evitare rischi per la pubblica incolumità.

    Parliamo di un’arteria urbana secondaria ma frequentata quotidianamente da molte famiglie che accompagnano i propri figli presso la scuola materna “H.C.Andersen” e la scuola elementare “E.Montale”, nonché al parco pubblico adiacente.
    «Alla sommità via Caveri, prima dell’ingresso degli edifici scolastici, si trova una piazzetta priva d’asfaltatura che nei giorni di pioggia si trasforma in un acquitrino fangoso – racconta Fabio Papini, abitante del vicino Campasso e consigliere (Pdl) del Municipio Centro Ovest che nell’autunno scorso ha presentato un ordine del giorno in merito – Ma la manutenzione è carente lungo tutto il percorso. Per questo ho sollevato la questione in consiglio municipale chiedendo di coinvolgere l’assessore comunale ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, in modo tale da indire un’assemblea con gli amministratori dei condomini di via Caveri affinché si giunga ad un accordo per la sistemazione della strada e delle pertinenze ad essa collegate».

    Sampierdarena. via Caveri2E sì, perché il nodo critico è proprio legato alla natura giuridica della strada, classificata come strada mista comunale-privata. «I primi cinquanta metri di via Caveri (civ. 4 compreso), sono di proprietà del Comune di Genova – conferma l’assessore Crivello – Per il restante, a Catasto Strade, risulta che l’intera via sia costituita da un unico mappale senza numero, non sono indicati i proprietari e dunque può essere classificata vicinale (via di proprietà privata soggetta a pubblico transito, ndr). Da ricerche effettuate presso l’Ufficio Utenze, non risultano utenze a carico del Comune per l’illuminazione della via. Gli interventi effettuati da Aster sono stati prevalentemente sul sedime comunale, fatta eccezione per l’intervento di chiusura per incolumità di una scala di raccordo in via Caveri alta».

    Diversi cittadini, come racconta il consigliere del Municipio Centro Ovest, Papini «Si sono lamentati della situazione e hanno chiesto un intervento del Comune che però, vista la natura vicinale di gran parte della strada, ha risposto con un diniego. Detto ciò, il Comune ha l’obbligo di concorrere alla manutenzione pro quota unitamente ai proprietari. Il problema è trovare un accordo tra gli amministratori dei palazzi coinvolti».

    Le strade vicinali di uso pubblico, dunque, chiamano direttamente in causa i rapporti tra i privati e la Pubblica Amministrazione, in particolare i Comuni, i quali sarebbero obbligati a concorrere alla spesa per la manutenzione, sistemazione e riparazione della strade vicinali di uso pubblico, ai sensi dell’art. 3, del D.Lgs. Luogotenenziale 01.09.1918, n. 1446 che «… prevede l’obbligo del Comune di partecipare agli oneri di manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade vicinali, nella misura variabile da 1/5 fino a metà della spesa a seconda dell’importanza delle strade, purché la strada sia soggetta a pubblico transito. Sussiste tale requisito ogni qual volta la strada vicinale può essere percorsa indistintamente da tutti i cittadini per una molteplicità di usi e con una pluralità di mezzi, mentre è irrilevante che la stessa si presenti disagevole in alcuni tratti e poco frequentata nel complesso. L’uso pubblico, assimilabile a una servitù collettiva, legittima i Comuni a introdurre alcune limitazioni al traffico, ad esempio vietando l’uso di alcuni mezzi (specie di quelli molto impattanti) in modo continuativo o in particolari periodi, come per il resto della viabilità comunale. L’apposizione di limiti e divieti non fa venire meno la caratteristica del pubblico transito e quindi non esime i Comuni dall’obbligo di contribuire alla manutenzione (T.A.R. Lombardia Brescia, sez. I, 11 novembre 2008, n. 1602)».

     

    Matteo Quadrone

  • Piazza Don Andrea Gallo a Genova: si attende l’ok della Prefettura

    Piazza Don Andrea Gallo a Genova: si attende l’ok della Prefettura

    Piazza Don Andrea Gallo, GenovaLo scorso 18 luglio arrivò l’annuncio di Simone Leoncini, presidente del Municipio I, e del Sindaco Doria in occasione della festa al PalaCep di Prà per le celebrazioni del compleanno di Don Andrea Gallo: la piazza “senza nome” (conosciuta come Piazza Princesa, dedicata alle attività della comunità trans del ghetto) nel cuore del ghetto di Prè sarà intitolata al grande prete amico degli ultimi, che nel ghetto aveva la sua seconda casa. Una notizia che aveva avuto molta eco e di cui avevano gioito non solo le “Princese” e gli operatori del ghetto, ma tutti i genovesi. Così Leoncini all’epoca: «È la piazza più grande del ghetto di Prè, ma a quanto pare era stata dimenticata, fino a quando, pochi anni fa si sono avviati gli importanti interventi di riqualificazione urbanistica e sociale del ghetto. Grazie a Don Gallo quegli ultimi che spesso abitano il ghetto sono diventati protagonisti del cambiamento, teso a ridare piena vivibilità ai vicoli. Ricordiamo le tante iniziative costruite insieme a quelle princese cantate da De Andrè, che dei vicoli ha saputo raccontare storie, umanità e profumi». Le trans che lavorano qui sono, infatti, solite riunirsi proprio nella piazza senza nome del quartiere e dare vita a serate di cineforum, assemblee, momenti di festa e di confronto.

    Oggi ancora non si sa quando avverrà l’intitolazione della nuova piazza. Lo stesso Leoncini racconta che non ci sono stati sviluppi in tale senso ma che la volontà di inaugurare a breve la piazza persiste fortemente. Il punto è che la piazza, in deroga di 10 anni, non sarà inaugurata finché dalla prefettura non arriverà l’ok. Si tratta di una formalità, visto che nulla fa pensare ad un parere negativo del Prefetto, ma Municipio e Comune sono vincolati e devono attendere questo parere per far partire l’iter.

    Gli abitanti del ghetto, se da un lato sono impazienti, dall’altro sono rassegnati al fatto di dover aspettare: i tempi della burocrazia, si sa, sono spesso dilatati. Tuttavia c’è fermento: si potrebbe partire proprio da questa inaugurazione per cambiare il volto del quartiere (ma senza stravolgerlo). Dopo questo evento, è probabile che – con un’opera di promozione sia a livello istituzionale che dal basso – il ghetto entri a far parte delle rotte turistiche su larga scala e faccia da sponda a Via del Campo, con la sua lunga tradizione cantautorale legata alla figura di Faber. Potremmo essere davanti alla svolta che aprirà l’”enclave” verso l’esterno?

    Eh si, perché il ghetto è una “enclave” esclusa dai normali transiti del centro storico. È una casa a cielo aperto – dice chi ci abita -, in cui tutti si conoscono: non immune da problematiche e conflitti, è anche un luogo di scambio di idee e di confronto (leggi il nostro lungo approfondimento sul quartiere sul numero 51 di Era Superba). Non a caso, proprio nel 1600 l’antico ghetto ebraico è venuto a costituirsi qui, e non a caso qui da decenni lavorano le trans dell’Associazione Princesa e trovano casa gli immigrati appena giunti a Genova.

    Prima quartiere tristemente famoso per il degrado, la delinquenza e l’attività di spaccio di droga, oggi le condizioni di salute del ghetto sembrano notevolmente migliorate: soprattutto grazie all’interessamento di associazioni culturali e alla fondazione di GhettUp, che con le sue attività ha creato aggregazione e occupazione per persone con varie problematiche, fungendo presidio contro la delinquenza troppo lontana dagli occhi dei più. Un quartiere particolare, proprio per la sua forte componente costituita da migranti e da trans, che è finora poco valorizzato ma la cui riqualificazione non deve andare nella direzione del folklore: una rivalutazione sensata è necessaria. Non a caso, da qualche anno è in corso un programma di ripopolamento del ghetto, per togliergli quella nomea di “encalve” che si è guadagnato secoli fa. Oggi, si cerca di farla diventare una zona residenziale, con agevolazioni e programmi rivolti alle famiglie con bambini e alle giovani coppie: nuovi flussi e nuove case, per una piena e vera rivitalizzazione del contesto urbano.

    Tuttavia, come mette in luce Marco Montoli del Ce.Sto. «il processo è complicato dal fatto che ormai da 10 anni sono presenti impalcature per la ristrutturazione di alcuni edifici bombardati durante la seconda guerra mondiale e ancora pericolanti. I ponteggi, oltre che pericolosi, oscurano i vicoli e limitano lo spazio. Senza contare il fatto che gli immobili interessati dagli interventi sono in stato di degrado e abbandono: una situazione da arginare e sistemare. Inoltre, il rischio è che anche qui (come si era tentato di fare negli anni ’90 in zona Piazza delle Erbe/Sarzano/Sant’Agostino) si arrivi a “deterritorializzare” un’area, volendola rendere solo residenziale ma finendo col massacrarla. Il rischio è che, se l’operazione fallisce, venga a mancare una cultura del territorio: poco abitato e poco sfruttato, viene ridotto a “terra di nessuno”».

    E adesso, quale futuro per il quartiere? Nonostante persistano problematiche, c’è stato un forte progresso degli ultimi tempi e molte delle criticità (legate alla convivenza, alla pulizia, allo spaccio e alla delinquenza) sono state appianate: si può parlare di rilancio? Di recente è stato inaugurato qui un nuovo (primo) locale, la trattoria Locanda degli Adorno, la cui apertura è stata resa possibile grazie a una serie di finanziamenti messi a disposizione del Comune nell’ambito del “contratto di quartiere” (come era stato quattro anni fa per la fondazione della casa di quartiere GhetUp) e la cui gestione è affidata alla Cooperativa Proges, del Consorzio Sociale Agorà e Consorzio Sociale Progetto Liguria Lavoro. Di certo un segnale positivo per il quartiere: oltre all’interesse mediatico che ha suscitato la vicenda dell’apertura, anche un’operazione concreta di creare un presidio sul territorio e di portare attenzione laddove manca. Senza contare che l’apertura di un primo locale potrebbe aprire la strada a una serie di iniziative analoghe, che potrebbero contribuire a rivitalizzare il quartiere: aprendolo all’esterno, facendovi arrivare persone (turisti, avventori, clienti dei negozi, genovesi curiosi) e ricostituendo quella composizione originaria del tessuto sociale che si è andata perdendo nel corso degli anni.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    musica-live-concertoLa fine degli anni ’70, caratterizzata dal “riflusso”, vedrà nuovamente il mercato vittorioso. La musica non commerciale sopravviverà con difficoltà ai margini del mercato. Ogni tanto qualche improvvisa “graffiata creativa” sveglierà dal torpore una scena musicale molto addomesticata. Ma si tratterà sempre di una rivisitazione di linguaggi già praticati e non di una nuova era.

    Dunque nell’arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70 – come più volte si è affermato- la creatività musicale esplose investendo il mercato discografico, addirittura facendo nascere un diverso modo di gestire la discografia. Il dato sociale peculiare e inedito fu che si trattò di una spinta creativa spontanea, proveniente dal basso (e comunque relativamente trasversale rispetto ai ceti sociali di provenienza). Come dire… il presente, il “suono della storia”, partiva dalle inquietudini, dalla rabbia dei contesti quotidiani e si esprimeva, conseguentemente, in maniera diretta, grezza, acerba, senza mediazioni, come d’altronde sempre crudi e diretti sono i fatti storici.

    L’espressività nel rock, blues, jazz e ancor più nella canzone non era frutto, nella maggioranza dei casi, di compiuti studi accademici. Questo da un lato. Dall’altro una tale forza espressiva così dissacrante, necessitava di interlocutori – sulla sponda discografica – in grado di sapere in modo lungimirante cogliere/intuire l’impatto enorme che questa diversità comunicativa, grezza, rabbiosa avrebbe potuto avere soprattutto sulle masse giovanili delle metropoli.

    Per tutti questi aspetti prendiamo come esempio i Beatles. Ragazzini di estrazione popolare, inquieti figli di una città industriale (Liverpool), i Beatles iniziarono a suonare da autodidatti ancora in età scolare. Giovanissimi, fecero gavetta in Germania, ad Amburgo, dove suonarono nei locali del quartiere a luci rosse. Il loro primo provino presentato alla “Decca” non venne giudicato interessante. Tornarono all’attacco con la casa discografica “La voce del padrone” che invece li mise sotto contratto: nel 1962 (50 anni fa) uscì “Love me do”. Il resto è storia nota.
    Ma se il suono, le parole, l’urlo che si forgiava nella scansione temporale degli eventi stessi, componevano l’immagine visionaria di milioni di voci che parlavano e cantavano di un cambiamento possibile, aspettandolo e prefigurandolo come in un sogno, quelle stesse voci, diventate coscienza, si resero conto di quanto poco le cose stessero cambiando, se non addirittura peggiorando.

    Allora, il mercato, neutro ai sommovimenti emotivi dovuti alle delusioni politico-sociali, tornò a dettare  le sue leggi. Si, il mercato che silenziosamente aveva piano piano riconquistato le posizioni perdute, ed anzi, adeguando velocemente i propri mezzi alla nuova realtà, era nuovamente pronto, più temprato e aggressivo che mai. Gli spazi di relativa libertà creativa che si erano aperti in seno alle grandi case discografiche (…se la rivoluzione fa vendere i dischi, che problema c’è? Viva la rivoluzione: il mercato è onnivoro!!!) si richiusero ai primi segni evidenti di riflusso.

    Ancora una volta, risulta istruttiva l’analisi di ciò che è successo, soprattutto in ambito pop e rock. Trattandosi di settori in cui si muove molto denaro, meglio si riescono a cogliere gli orientamenti del mercato. Con l’inizio degli anni ’80 tutte le etichette discografiche – anche quelle piccole ed escludendo solo una piccola parte di quelle indipendenti – imporranno lo standard secondo il quale la durata media di un brano deve stare tra i 2’50 e i 4’10. Questo, appunto, mediamente. Aboliti sviluppi e divagazioni strumentali, aperture armoniche azzardate, introduzioni in crescendo ecc… Le eccezioni a questo imperativo saranno ben poche. Ovviamente non stiamo parlando dell’Italia, ma – purtroppo- del mercato internazionale.

    La creatività messa al bando, esiliata, sopravviverà in anfratti sconosciuti ai più. Ogni tanto qualche vampata squarcerà la staticità della scena musicale. Una prima energica scossa – prendendo sempre come esempio l’ambito rock- fu data dal punk, fenomeno che rifiutò nettamente di integrarsi negli orizzonti del “vivere borghese”. Poi, negli ’80, ci fu la meteora “Metal” e, negli anni ’90, il “Grunge”. Bagliori, brevi falò il cui impatto, fu comunque sempre al di sotto delle speranze che alimentò: la bocca che urlava si era ormai richiusa (a volte accennava un movimento, emettendo un suono indecifrabile: un urletto? uno sbadiglio? Più probabilmente un lamento di dolore) e questi suoni coraggiosi non riusciranno ad imporsi ed essere riconosciuti come suoni epocali.

     

    Gianni Martini

  • In Scia Stradda: le difficoltà, i progetti e la piaga mafia alla Maddalena

    In Scia Stradda: le difficoltà, i progetti e la piaga mafia alla Maddalena

    Maddalena, In Scia StraddaEra il 26 gennaio 2012 quando in vico Mele, nel Sestiere della Maddalena, veniva inaugurata la bottega sociale In Scia Stradda, primo locale ligure ricavato da un bene confiscato alla mafia. Nello specifico, si trattava di una proprietà del boss gelese Rosario Caci, membro di Cosa Nostra. Per la ristrutturazione dell’edificio il Comune di Genova aveva investito una somma non proprio irrilevante: 22 mila euro di fondi provenienti in-scia-stradda-maddalena-vico-papa-internodalle riserve del Patto per lo Sviluppo della Maddalena. Poi il bando pubblico con conseguente assegnazione della gestione alla cooperativa “Il Pane e le Rose”, costola della Comunità di San Benedetto attiva sul territorio genovese da ormai 27 anni. Unico soggetto a partecipare al bando, aveva avuto gli spazi in comodato d’uso gratuito e aveva potuto avviare questo ambizioso progetto. Oggi, la stessa associazione continua a gestire il locale, assieme ai volontari della sezione genovese di Libera Contro le Mafie, il presidio Francesca Morvillo, Banca Etica, Bottega Solidale e la Cooperativa Sociale Il Laboratorio. Nel corso di #EraOnTheRoad alla Maddalena siamo stati in Vico Mele e abbiamo conosciuto i volontari di Libera e i gestori del posto. Con loro abbiamo festeggiato l’imminente compleanno e parlato dei progetti futuri.

    La bottega presenta una duplice natura. Da un lato, In Scia Stradda nasce come negozio/spazio in cui è possibile acquistare beni di vario genere: prodotti alimentari a Km 0 ed equosolidali di Libera, provenienti dai territori confiscati alle mafie; libri, cd, capi d’abbigliamento; prodotti creati dai membri della Comunità San Benedetto al Porto; oggetti che, dismessi da alcuni, possono essere scambiati e acquistati da altri, secondo la filosofia del riuso. Il bilancio dell’iniziativa già nel 2012 era nettamente positivo per quanto riguardava l’andamento delle vendite, e la chiusura in attivo rappresentava un ottimo indizio di futuro successo. Tuttavia, dopo il clamore iniziale, il trascorrere del tempo ha fatto affievolire anche l’attenzione dedicata all’iniziativa, sia a livello mediatico che da parte degli acquirenti.

    Per fortuna, oltre all’anima commerciale, ne esiste anche e soprattutto una sociale. Dal 2014, come già negli scorsi anni e ancora di più, lo scopo principale sarà quello di rendere la bottega un punto di approdo nel Sestiere. Il tutto, naturalmente, facendo gioco forza con le tante associazioni della Maddalena, dal CIV molto attivo ai capaci e motivati ragazzi di A.Ma., senza contare tutto il sottobosco di iniziative messe in moto dai vari soggetti sul territorio.

    Dunque, la conferma che ancora di più l’obiettivo di In Scia Stradda è sia favorire il commercio consapevole che diventare presidio contro la microcriminalità del centro storico e nodo cruciale per lo sviluppo del quartiere. I volontari di Libera, che per qualche pomeriggio a settimana tengono aperto l’esercizio e presidiano la zona, ci raccontano: «Subito l’iniziativa aveva fatto molto rumore, ma adesso è più difficile proseguire perché la posizione non è delle più favorevoli: poco passaggio e molto degrado, in uno dei luoghi maggiormente colpiti da microcriminalità, spaccio, prostituzione. Solo pochi giorni fa sono stati sequestrati otto bassi nell’ambito dell’operazione dei Carabinieri denominata “Sale e Pepe”, e sono stati arrestati in quattro con l’accusa di sfruttamento della prostituzione. Il quartiere ha una brutta fama, ma si tratta di una distorsione -proseguono i volontari- non c’è rischio ma si ha paura lo stesso, ignorando che il problema vero del quartiere è il controllo del territorio da parte di associazioni di stampo mafioso: magari non appartenenti ad alcun clan, ma che detengono il controllo del territorio. Ci sono famiglie che possiedono oltre 100 immobili, molti tra Via della Maddalena e Vico della Rosa, e li usano per sfruttare la prostituzione e lucrare sui migranti. In passato e oggi, anche minacce ai commercianti per il pizzo e il problema dell’usura».

     

    In Scia Stradda, i progetti per il futuro

    beni-confiscati-mafia-vertPer questo l’obiettivo di In Scia Stradda è aprire a progetti etici, in collaborazione con cittadini e con realtà del quartiere. Finora, non mancano presentazioni di libri, degustazioni di prodotti, proiezioni di film in Piazza San Sepolcro, attività ricreative: uno spazio di tutti, per tutti. Ora è attivo anche un numero verde per gli abitanti legato a un progetto della Provincia di Genova, che offre aiuto alle donne sfruttate, favorendo la loro uscita dal racket della prostituzione e dando loro cittadinanza e accoglienza, come previsto dalla legge.

    Inoltre, la scorsa estate si è svolto il progetto Anemmu: 10 ragazzi di Genova provenienti dall’area penale hanno partecipato a un campo estivo sui terreni confiscati in provincia di Palermo, che tempo fa erano i più colpiti dalla criminalità e in cui ora si “coltivano” valori diversi.

    Da ultimo, anche In Scia Stradda è risultato vincitore del bando finanziato dal Comune di Genova con 90 mila euro per la promozione di interventi di carattere sociale e culturale nel Sestiere. Oltre a partecipare alle 9 iniziative assieme alle altre associazioni, la cooperativa “Il Pane e le Rose” è promotore del progetto “in scia stradda upgrade”, finanziato con 5.500 euro. Saranno coinvolti, tra gli altri, i ragazzi di Libera, di Anemmu, della parrocchia delle Vigne. In tutto 24 persone, in due corsi per imparare ad usare i social Twitter e Facebook e aprire una finestra sulle storie dei partecipanti. Così Domenico Chionetti della Comunità di San Benedetto al Porto: «Un social network-attivismo! Inoltre, con In Scia Stradda abbiamo iniziato una collaborazione con il Coro della Maddalena: un progetto potente, cui partecipiamo offrendo gli spazi di In Scia Stradda. Crediamo sia un buono strumento per l’interazione con il territorio. Tutto questo fermento ci fa dire, a due anni di distanza, che il bilancio è positivo e che si deve proseguire così, nella speranza di essere presto non più una “anomalia” ligure, ma che aprano altri locali come il nostro».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Fabio Gremo

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Fabio Gremo

    Fabio Gremo, genovese classe ’76, ha la musica nel sangue fin da piccolo: dopo aver conosciuto la chitarra a scuola nell’ora di musica, compie la sua formazione musicale frequentando il conservatorio dove si diploma in chitarra classica e approfondendo poi le sue conoscenze in corsi internazionali. Partecipa a diversi contest e festival sia come singolo sia come membro di gruppi (come chitarrista e bassista) ed ottiene il terzo posto al concorso chitarristico nazionale “Pasquale Taraffo” nel ’91. Si cimenta inoltre nell’attività di composizione creando brani per gruppi prog rock, prog metal e new dark ma anche pezzi strumentali, colonne sonore, brani d’atmosfera. Si esibisce nel frattempo anche come chitarrista solista o in duo e lavora inoltre come autore di testi. I progetti di cui fa parte sono Il Tempio delle Clessidre, Daedalus, Thought Machine (come bassista) e Ianva (come chitarrista).

    A ottobre 2013 è uscito il suo primo album solista, intitolato significativamente “La mia voce”: è la sua chitarra, attraverso la quale parla a chi ascolta, raccontando in ognuno dei brani una storia diversa con un “tono di voce” differente. La chitarra classica che usa in questo disco è un pezzo unico perché, come lui stesso racconta, «è realizzata da un liutaio e ho faticato non poco per averla! Ha il manico un po’ più largo del solito e un suono che io trovo eccezionale». È con questa fida compagna che Fabio ha affrontato l’avventura del primo disco – per di più realizzato in regime di completa autoproduzione – tornando al “primo amore” dopo tanti anni di sound elettrico.

    Fabio Gremo, chitarrista e bassistaGenere: rock, folk, prog, musica classica

     

     

     

  • Ghetto, centro storico: il futuro di GhettUp, i progetti, le persone

    Ghetto, centro storico: il futuro di GhettUp, i progetti, le persone

    vicoli4-DINella primavera del 2014 scadrà il mandato delle associazioni coinvolte nella gestione di GhettUp, la casa di quartiere del Ghetto. Tempo di bilanci: dal passato ricco di iniziative per il rilancio di un’area “dimenticata”, al presente di soddisfazioni per i risultati ottenuti. Il futuro? Pieno di domande: com’è cambiato il tessuto sociale del ghetto e come ripensare GhettUp in termini diversi, per rispondere alle nuove esigenze del quartiere? Inoltre, persistono le incertezze sulla formula da adottare per mandare avanti il progetto e ancora manca un piano concreto di associazioni, Comune e Municipio. Un’unica certezza: GhettUp resterà.

     

    Il progetto della casa di quartiere compie quattro anni

    ghettupInaugurata ufficialmente il 24 febbraio 2011 e già attiva dal 2010, la casa di quartiere GhettUp di Vico Croce Bianca 7-11r è ormai vicina al quarto compleanno. Nel 2014 scadrà il mandato di assegnazione della casa di quartiere alla rete di associazioni oggi coinvolte nella gestione: la fine di un primo ciclo, in cui ha preso vita una delle realtà più importanti e ben riuscite del centro storico. GhettUp è stato precursore insospettabile di una serie di altri progetti analoghi dislocati nei rioni del centro: dall’esperienza dei Giardini Luzzati a quella della Maddalena in cui, oltre alla recente rinascita del teatro Altrove, esistono il Laboratorio Sociale di Vico Papa, In Scia Stradda, un CIV attivo e una serie di associazioni culturali.

    Il successo della casa di quartiere è innegabile: cittadini del ghetto e del centro in generale, rappresentanti delle associazioni e volontari si sono mossi in questo quadriennio per dare vita a una serie di progetti interessanti, assieme ai rappresentanti di Comune e Municipio. Tutti sembrano contenti dell’esito di questo esperimento e determinati a portarlo avanti. Tuttavia, in prossimità della scadenza del mandato, è leito domandarsi: cosa sarà della casa di quartiere? Rischia di chiudere, dicono alcuni, mentre altri – la maggior parte – negano in toto questa possibilità: nessuna chiusura, solo un ripensamento, rigorosamente verso una crescita. Ad oggi non sono ancora state formalizzate proposte concrete né da parte delle associazioni, né da parte di Comune e Municipio. Non si sa se e quali finanziamenti verranno stanziati per sostenere il progetto, né se i locali attualmente occupati resteranno – come si suppone – ad uso di GhettUp.

    Il passato: la nascita di GhettUp

    Illustrazione a cura di Emiliano Bruzzone
    Illustrazione a cura di Emiliano Bruzzone

    Nata come progetto sociale in aiuto degli immigrati e dei soggetti che vivono disagi, la casa di quartiere è stata fondata grazie alla sinergia di vari soggetti, con capofila la Comunità di San Benedetto al Porto: non a caso, il locale era stato inaugurato e fortemente voluto dallo stesso Don Gallo. Insediatasi nel cuore del ghetto, la casa era una delle cinque azioni previste dal Contratto di Quartiere messo a punto dall’Amministrazione (datato 2007-2008), e poi affidata nel 2010, a seguito di promulgazione di bando pubblico, a una rete di associazioni virtuose e attive sul territorio: Ce.Sto, San Marcellino, Coop. sociale La Comunità, Coop. sociale Il Laboratorio, Consorzio Sociale Agorà, Coop. sociale La Lanterna, A.R.C.I. Genova, Comitato provinciale A.R.C.I. Gay, Associazione Transgenere, Princesa, la U.I.S.P., Leonardi V-Idea, Associazione cinematografica progetto cine indipendente, Progetto Melting Pot.

    L’idea di inserire la casa nella zona del ghetto non era affatto casuale, ci illustra la situazione Marco Montoli del Ce.Sto: «Nel 2007-2008 Carla Costanzi (sociologa e Direttrice dell’Ufficio Città Sicura del Comune di Genova, n.d.r.) ci aveva proposto di seguire un progetto che si occupava di dare risposte ai disagi dei ragazzi provenienti dal Magreb, che all’epoca abitavano massicciamente il ghetto. Così, dalla nostra consueta zona di interesse (quella a sud di Via San Lorenzo), ci siamo spostai lì e abbiamo avviato vari progetti di sostegno, che poi sono rimasti validi anche quattro anni dopo, quando sono andati a formalizzarsi nel progetto strutturato di GhettUp. Lo stesso è stato anche per le altre associazioni, che erano già attive nel ghetto». La cosa peculiare del progetto GhettUp è sicuramente il fatto che le associazioni coinvolte si siano associate per motivi diversi, ognuna in rappresentanza di un’anima differente e portavoce di istanze particolari. «Ad esempio -continua Montoli- mentre San Benedetto rappresenta le istanze dei cittadini storici del quartiere e si contraddistingue per il suo impegno a sostegno della comunità trans, GhettUp Tv presidia il ghetto e il centro storico in generale, con la produzione di materiale documentario».

    Per l’avvio del progetto, nel 2010 erano stati stanziati 7 milioni di euro dal Ministero delle Infrastrutture, mentre i locali di Vico della Croce Bianca erano stati concessi in locazione dall’immobiliare pubblica Ri.GeNova srl con servizi sviluppati soprattutto a favore degli immigrati. Non erano mancati anche aiuti dal Comune: come da accordi, sono arrivati finanziamenti per i primi due anni, mentre gli altri due sarebbero dovuti a carico delle associazioni e di altri eventuali finanziatori privati. Restava valido lo sgravio del canone di locazione. Quando allo scadere dei primi due anni le associazioni hanno dovuto autofinanziarsi, alcune delle iniziative attivate inizialmente sono venute meno.

    Il presente: i progetti realizzati e ancora in corso

    Piazza Don Gallo, GhettoOggi GhettUp è un luogo aperto a chiunque (migranti, profughi, persone di ogni età che vivono disagi legati all’emigrazione o all’emarginazione), ma si è perfezionato, modellandosi sui bisogni degli abitanti del ghetto. Si rivolgono a GhettUp persone che chiedono aiuto per risolvere problemi burocratici e legali, o anche solo per una chiacchierata, per momenti di gioco e doposcuola. È un contenitore con dentro diversi ingredienti: sono cinque i progetti che hanno preso vita in questi anni e di cui possono fruire non solo gli abitanti del ghetto ma tutti i cittadini (un’apertura voluta anche allo scopo di far conoscere il quartiere all’esterno). Per primo, un corso di alfabetizzazione per immigrati, organizzato dall’Associazione Il Ce.Sto; poi, un punto per la consulenza legale attivato dalla Comunità di San Benedetto, particolarmente importante anche per lo sviluppo identitario delle trans e per il ruolo simbolico rivestito dalla figura di Don Gallo; i corsi di pittura dell’Ass. San Marcellino; GhettUp Tv, esperienza autogestita di televisione di quartiere. Infine, in questi locali si riuniscono anche un comitato di quartiere e un centro ecologico per la messa a punto degli interventi da attuare nella zona, come lavori di pulizia (ricordiamo l’iniziativa di qualche anno fa “I love Ghetto – Lo tengo pulito”) e misure igieniche contro la proliferazione di topi e piccioni: un problema comune a molte aree del centro storico, ma qui aggravato dal fatto che anni fa erano stati svolti lavori di scavo e ristrutturazione del manto stradale che hanno portato alla luce tane di topi.

    Tra le iniziative costrette a soccombere dopo i primi due anni per mancanza di fondi pubblici, lo sportello di consulenza legale al cittadino. Racconta Montoli: «Lo avevamo istituito proprio per la forte richiesta riscontrata: persone diverse venivano qui con le problematiche più disparate. Chi doveva pagare una bolletta, chi aveva litigato con il vicino, chi non aveva i documenti. Dopo i primi due anni è diventato impossibile avere a disposizione un volontario a tempo pieno all’interno della casa, così abbiamo rinunciato a malincuore. La speranza è quella di tornare, dopo la scadenza del primo mandato, ad avere finanziamenti e disponibilità tali da permetterci di tornare ai vecchi standard». Non da ultimo, GhettUp ospita anche l’Associazione Princesa per i diritti dei transgender e contro l’omofobia, fondata nel 2009 da Don Gallo e dalla Comunità di San Benedetto: il tutto, per favorire la sensibilità sotto il profilo socio-politico, oltre che umano, e per creare momenti di incontro, conviviali e di confronto nel quartiere.

    Il futuro: gli scenari dopo la scadenza del mandato

    Non è stato ancora formulato dai soggetti interessati un piano ufficiale per la prosecuzione del progetto. Rifinanziare il progetto, emettere un nuovo bando, ripensare il futuro di GhettUp, o lasciare cadere tutto nel nulla: queste le perplessità. Si presume che da parte di Comune e Municipio ci sia la volontà di continuare sulla strada già intrapresa, anche se si teme che la scarsa celerità burocratica possa portare a ritardi sui tempi di attivazione di un eventuale nuovo bando. Da parte loro, le associazioni non sembrano troppo preoccupate per la situazione, forti della loro motivazione nel portare avanti i progetti intrapresi: «Si troverà una soluzione perché c’è interesse da parte di tutti – conclude Montoli – anche se non ce lo siamo ancora reciprocamente confermati, sappiamo che è così per tutte le parti in causa. C’è sì uno stallo momentaneo, ma non disinteresse: in futuro si continuerà su questa linea, rinnovandoci e assumendo contorni ancora più definiti. Quando ci siamo insediati, abbiamo dato avvio ad attività mirate per rispondere ai bisogni del tessuto sociale dell’epoca. Oggi questo tessuto si è evoluto: molte tensioni, anche grazie alla nostra azione, si sono appianate e molte fratture ricucite. Sicuramente i bisogni di oggi sono diversi di quelli di ieri ed è giusto ripensarsi tenendo conto dei cambiamenti. Ad esempio, mentre all’inizio con il centro islamico c’era poco dialogo, oggi c’è rispetto e stima reciproca. Capiamo le rispettive esigenze, sapendo che ci muoviamo entrambi per il bene del ghetto. Prima qui c’erano poche anime, per lo più in conflitto o che si ignoravano, mentre ora è diverso. Inoltre, la scadenza è l’occasione per un ampliamento di GhettUp: finora nella casa di quartiere le varie realtà sono state costrette a fare i conti col problema della mancanza di spazi adeguati. Adesso che i progetti sono ben avviati, sarebbe bene anche renderli autonomi, sempre restando nell’ambito della stessa rete: perché non trovare nuovi spazi all’interno o all’esterno del ghetto ed estendere così il presidio del quartiere? Potremmo dare vita a un circuito virtuoso per rivalutare un’area sui generis ma anche ricca, che si affaccia sulla conosciuta e frequentata Via del Campo o su Via Prè, analoga per problematiche. L’appello è quello di non perdere l’occasione di sfruttare la nascita di Piazza Don Gallo per un ulteriore rilancio».

     

    Elettra Antognetti

  • Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, classe ’75, è un’artista genovese. Cresciuta in una famiglia amante dell’arte e piena di creatività, per lei la scelta di intraprendere professionalmente questo non sempre facile percorso è giunta in maniera molto naturale.

    Come è avvenuta la tua formazione artistica? Quando e come hai preso la decisione di fare l’artista e di farne un mestiere?

    «Ho frequentato il liceo Artistico Nicolò Barabino e mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali, perché l’ambiente familiare ha contribuito a questa mia scelta, avendo la madre ritrattista e una cugina designer; mio padre, inoltre, dal quale ho ereditato la creatività, mi ha fatto partecipare fin da piccola a concorsi e mostre.  Ho così iniziato molto presto ad entrare in questo mondo e, fin dai primi anni di università e alla fine dei miei studi, dopo tante mostre e lavorando contemporaneamente in altri campi, ho deciso di dedicarmi soltanto all’arte. Tutte le esperienze che ho fatto sono state comunque stimolanti e mi hanno portato al risultato di oggi».

    particolare di baia del silenzio 2Baia del Silenzio -Sestri Levante-terracotta

     

     

     

     

     

     

     

    Mi ha colpito molto il modo in cui nelle tue tele restituisci la realtà: un’interpretazione mi viene da dire soave, colorata, che sembra arrivare direttamente dagli occhi di un bambino, nei colori e nelle forme essenziali, ma soprattutto priva dello sgomento che caratterizza tanta arte odierna, profondamente legata alle angosce del nostro mondo attuale. Come mai scegli questa via così serena di rappresentazione? Ha a che fare con il tuo carattere? O è una sorta di catarsi proprio dalle brutture del reale?

    «Grazie per la domanda molto indovinata. Penso siano entrambe le cose: se i momenti della vita di maggior sofferenza sono anche quelli più fecondi artisticamente, è per come sono fatta, ma il risultato è sempre qualcosa di gioioso, nonostante a volte appartenga, appunto, ad un periodo triste.
    Probabilmente la mia creatività, unita al forte senso del colore, è un antidoto agli episodi negativi della vita, è un modo per vivere, sia pur virtualmente, in un “habitat” che, in qualche modo, mi accoglie, mi conforta e mi fa sognare e questo lo riscontra anche chi apprezza il mio lavoro.
    Infatti, ultimamente, mi sono sentita dire da chi ha acquistato le mie opere che,  nel momento attuale così duro, colore e vitalità aiutano ad evadere dalle preoccupazioni e dai pensieri malinconici».

     

    Cactus-tempera su carta marrone- 100 x70 cm-Tele, ma anche terrecotte e ceramiche: sono mezzi artistici molto tradizionali, anche qui un po’ in controtendenza con le tendenze odierne, penso a tecniche completamente diverse come videoarte o altri media digitali che ormai prendono sempre più piede. C’è un motivo particolare per cui usi certe tecniche piuttosto che altre?

    «Entrambe le tecniche, per strane combinazioni del destino, hanno scelto loro me e non viceversa e non le ho più abbandonate, essendo, per ora, il mezzo di comunicazione che più riesce a tradurre la mia fantasia in un’opera concreta.
    Ad esempio nel Ponente ligure c’è una grande tradizione legata alla ceramica, mentre io, lavorando più a Levante, vedo che molti rimangono spiazzati quando presento opere in terracotta, perché non sono abituati a vederne di simili e ad immaginarle inserite in un ambiente, io, invece, lo reputo un materiale fantastico, molto caldo ed unico che dovrebbe affascinare oltre che per l’originalità dei pezzi; purtroppo, spesso, si è diffidenti verso tecniche d’espressione che non si conoscono bene e si tende a non sperimentarle. Questo penso mi penalizzi a volte, in quanto, purtroppo, l’arte attuale è influenzata dalle mode e la richiesta spesso segue questo meccanismo.  L’Arte dovrebbe essere oltre la moda e le tendenze: è un valore universale per eccellenza con qualsiasi tecnica o mezzo venga espresso».

     

    Rapallo- tempera ed acquarello su carta-78x30cm-Hai esposto anche in Francia: che idea ti sei fatta del ruolo dell’artista fuori dall’Italia? Un artista qui riesce a vivere di quello che fa? E fuori?

    «Forse all’estero c’è più rispetto per il “mestiere” d’artista come figura, ma questo non significa che non ci sia la stessa difficoltà per affermarsi; inoltre Bosco- tempera su cartaspugna- cm 200x80ho riscontrato un forte “nazionalismo” e la tendenza a portare avanti gli artisti locali, mentre in Italia è quasi l’opposto. Inoltre, specialmente in Italia, ci sono tanti bravi creativi ed  anche per questo è difficile riuscire a vivere del proprio lavoro».

    Cosa ispira le tue creazioni? Luoghi, persone, avvenimenti…? Cosa vorresti che provassero le persone davanti a un tuo quadro o tenendo in mano un oggetto realizzato da te?

    «Tutto può stimolare la mia creatività, anche se sinceramente non faccio fatica a produrre ambienti ricchi di forme e colori, diversi fra loro; probabilmente è una esigenza innata, che soddisfa la mia ammirazione per tutto il creato.
    Ultimamente mi sono dedicata alla progettazione di testiere per letti; tutti mi hanno detto “che cosa strana!” Io non so perché ho avuto questa idea, ma era tanto che ci pensavo, forse è la sintesi di qualche viaggio che ho fatto con la passione forte per la casa e l’arredamento; non so a volte da dove arrivino le idee, l’importante è che continuino ad arrivare…
    Ascolto con molta attenzione quello che provano le persone quando sono davanti ad un mio quadro o vedono un mio lavoro e mi dicono che comunica sensazioni molto positive, come gioia, freschezza e speranza, forse perché i miei pezzi sono ispirati alla natura e hanno colori caldi e forti, qualunque sia il motivo, non potrei essere più soddisfatta del risultato e non potrei desiderare altro».

    Cosa significa secondo te essere un artista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti?

    «Per me essere artista oggi come ieri, significa avere il coraggio di fare una scelta non facile soltanto per concretizzare il proprio sentire. L’energia me la danno le persone che apprezzano e capiscono le cose che faccio e che m’incoraggiano e mi fanno comprendere che ho intrapreso la strada giusta».

    Claudia Baghino

  • Lagaccio, via Ventotene: al via i lavori di ripristino della viabilità

    Lagaccio, via Ventotene: al via i lavori di ripristino della viabilità

    Frana in via Ventotene, LagaccioA distanza di un mese esatto dalla Conferenza dei Servizi che ha deliberato – il 28 novembre scorso – il via libera ai lavori di via Ventotene, la strada del quartiere Lagaccio franata il 1 aprile 2013 causando il conseguente isolamento di centinaia di residenti nei due palazzi ai numeri civici 85 e 106 , siamo andati a vedere com’è oggi la situazione, mentre il territorio genovese – proprio in queste ore – mostra in maniera palese la sua capillare fragilità con diverse frane che hanno colpito in rapida sequenza San Cipriano (a poca distanza da via Val d’Astico, della quale in passato ci siamo occupati), Borgoratti (nei pressi della tristemente nota via Bocciardo), San Carlo di Cese (Val Varenna) e le alture di Sestri Ponente, solo per citare le maggiori.

    lagaccioIl cantiere di via Ventotene, la cui apertura era preannunciata nel mese di dicembre, ancora non è avviato, però, gli abitanti dopo tanto patire (ormai 8 mesi di “reclusione” forzata soprattutto per i numerosi anziani) sono abbastanza fiduciosi e attendono – per il principio del nuovo anno – l’inizio degli interventi che garantiranno il ritorno alla normalità. E già si vedono i primi segnali in tal senso. Nei giorni scorsi gli operai hanno risistemato la recinzione dell’area colpita dallo smottamento, all’altezza del civico n. 51, dove è stato ricavato un varco per facilitare il passaggio delle persone (seppure pericoloso visto che si affaccia sull’orlo del precipizio) che altrimenti, per uscire e tornare a casa, non hanno altra alternativa rispetto a quella di percorrere la ripida e lunga scalinata che conduce in via Cinque Santi. Varco che presto sarà chiuso per consentire la cantierizzazione vera e propria. Nel frattempo, sono partiti i lavori preliminari per la rimozione provvisoria della tubazione del gas, in modo da poter procedere con gli scavi e le perforazioni.

    Come sancito dalla Conferenza dei Servizi i lavori prevedono due distinti lotti: la fase 1, ovvero il rifacimento del muraglione crollato all’interno dell’ex caserma Gavoglio, a carico dell’Esercito, e la fase 2, cioè il ripristino della strada (dunque della completa viabilità), a carico degli eredi della famiglia Cesura (proprietari della strada privata). In merito alla tempistica si stimano circa 2 mesi per l’esecuzione di ciascuno dei due lotti, per un totale di 4 mesi. Quindi, se tutto va bene, a maggio dovrebbero finalmente concludersi i disagi degli abitanti della parte alta di via Ventotene.

    «Da quando il Comune ha voluto assumere un ruolo di coordinamento, al di là delle singole responsabilità delle parti in causa, la situazione si è sbloccata – spiega Paolo Gallitto, abitante del civico n. 85 che ha seguito fin dal principio la vicenda – La Conferenza dei Servizi è stata rapida ed in 30 giorni ha deliberato. La famiglia Cesura ha già affidato i lavori a delle ditte di fiducia, mentre l’Esercito ha dovuto seguire la normale procedura dell’appalto pubblico. L’iter burocratico probabilmente ha ritardato l’avvio degli interventi, ma ormai auspichiamo sia solo una questione di giorni».
    Anche l’assessore comunale ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, conferma «Oggi i ruoli sono ben chiari e definiti. Noi come istituzione locale, dopo aver dato le diverse autorizzazioni, dobbiamo monitorare l’esecuzione delle opere. Ma anche il Tribunale tramite il Giudice ed il CTU (consulente tecnico d’ufficio che svolge la funzione di ausiliario del Giudice, ndr) segue direttamente la vicenda. Speriamo che a gennaio il cantiere sia completamente operativo».

    I lavori per la ricostruzione del muro sono particolarmente complessi, non tanto da un punto di vista tecnico, ma piuttosto perché «Coinvolgono due diversi protagonisti, Esercito e parte privata, ciascuno con proprie procedure specifiche – spiega il CTU, l’ingegnere Antonio Brencich, sulla pagina web dedicata alla questione di via Ventotene – si sviluppano in parte all’interno di una struttura militare di proprietà di un terzo protagonista, il Demanio; le imprese esecutrici sono tre, inquadrate in due diversi appalti (una per l’appalto Esercito, due per l’appalto privato)».
    Inoltre, occorre ricordare che l’avvio degli interventi più importanti della fase 2 (a carico della famiglia Cesura) «È condizionato dal completamento almeno dei 2/3 della fase 1 (a carico dell’Esercito)».Comunque, prosegue Brencich «I lavori di stabilizzazione della frana dovrebbero terminare con il mese di gennaio 2014 ed essere seguiti immediatamente dai lavori di costruzione del “solettone” per ripristinare via Ventotene».

    Insomma, le ultime notizie paiono rassicurare gli abitanti che, però, prima di cantar vittoria, vogliono vedere con i loro occhi gli operai in cantiere. Resta, infine, la preoccupazione per il grave problema dell’accesso dei mezzi di soccorso sanitario. Dopo la frana, infatti, il personale del 118 è costretto a trasportare i pazienti sulla scalinata che conduce in via Cinque Santi con un inevitabile allungamento dei tempi di intervento. «Da mesi abbiamo chiesto che sia installato un cartello con l’indicazione per raggiungere i civici n. 85 e 106, attualmente non segnalati e di difficile individuazione per chi non conosce la zona – conclude il residente Paolo Gallitto – ma finora questo semplice accorgimento non è stato realizzato».

     

    Matteo Quadrone

  • Stazione Principe, fine lavori nel 2015? Ancora attesa per il nuovo atrio

    Stazione Principe, fine lavori nel 2015? Ancora attesa per il nuovo atrio

    stazione-principe-lavori (1)Qualche passo avanti per il maxi cantiere della stazione di Genova Principe. È infatti fissata per oggi (27 dicembre 2013) la consegna dell’atrio principale della nuova Grande Stazione. L’annuncio era arrivato nelle scorse settimane, confermato anche dall’assessore regionale Enrico Vesco dopo il sopralluogo del 9 dicembre scorso. Per ora si tratta solo dello “scheletro” (la stazione sarà interamente coperta e dotata di impianto di riscaldamento e raffreddamento), il nuovo atrio con scale mobili, vetrate e nuova pavimentazione , infatti, non è ancora agibile, mancano i locali interni e le rifiniture, il cantiere rimarrà aperto ancora per i prossimi mesi.

    Una buona notizia dopo anni di attesa, anche se ovviamente non si tratta dell’ultimo capitolo di questa lunga storia. I genovesi ricorderanno le vicende travagliate che hanno segnato la storia dei cantieri delle due stazioni, Brignole e Principe, che dal 2007-2008 sono interessate dai lavori di riqualificazione e adeguamento funzionale delle strutture promossi dal gruppo Grandi Stazioni spa; lavori per cui sono stati spesi complessivamente oltre 57 milioni di euro e che proseguiranno ancora per diverso tempo, con tutta probabilità la parola fine non arriverà prima del 2015.

    Nel corso dell’ultima puntata del 2013 di #EraOnTheRoad abbiamo fatto visita alla stazione raccogliendo informazioni da chi nel cantiere di Principe lavora tutti i giorni; profili diversi, opinioni diverse, ma su tempi e aspetti tecnici i pareri sono sostanzialmente concordi. Nonostante la vistosa accelerazione di questo autunno, la situazione generale sarebbe ancora un po’ complicata e il numero degli operai ancora basso in rapporto alla mole di lavoro da svolgere.

    Per quanto riguarda il parcheggio esterno, interrato con copertura a raso, l’assessore Vesco – pur nutrendo lui stesso qualche dubbio sull’effettiva possibilità di rispettare le scadenze – ha confermato l’ipotesi consegna entro l’estate (giugno-luglio 2014). Sono attualmente in opera anche cinque ascensori, quattro che collegano i binari con il corridoio che conduce all’atrio e uno che collega l’atrio con il corridoio: dei primi vi è già la preparazione della struttura e mancano solo le componenti (2-3 mesi), del quinto ad oggi c’è solo il buco. I locali esterni, da adibire a esercizi commerciali perlopiù dedicati alla ristorazione, sono invece pronti: alcuni già operativi, i più restano ancora chiusi.

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    centro-storico-castello-vicoliMediazione Comunitaria, un termine quasi sconosciuto ai più, un’esperienza importante, attorno alla quale c’è ancora un po’ di confusione. A Genova, città di migranti e di tante etnie, l’approccio a questo tema è promosso dalla Fondazione San Marcellino e dalla ex Facoltà di Lingue e Letterature Straniere (dipartimento DiSCLIC) dell’Università di Genova. Abbiamo parlato con Danilo De Luise, della Fondazione di San Marcellino.

    Il progetto di Mediazione Comunitaria a Genova: come nasce e di cosa si tratta?

    «Nasce dalla sinergia di più realtà: la Fondazione San Marcellino da un lato, che offre servizi per senzatetto; dall’altro, il Dipartimento di Scienze della Comunicazione Linguistica e Culturale dell’Università di Genova, con la ricercatrice Mara Morelli, che coordina il progetto. I due soggetti promotori hanno diverse competenze: l’Università ha un approccio linguistico e culturale, noi uniamo all’impegno sociale la sensibilizzazione mediante partecipazione a progetti artistici (come nel caso del film “La Bocca del Lupo”). Io ho un background come mediatore famigliare, la Dott.ssa Morelli, invece, ha una formazione interlinguistica. Dagli anni ’90 abbiamo iniziato a riflettere sulle tecniche di mediazione comunitaria. Così abbiamo presentato il nostro lavoro in Messico, all’annuale Congresso internazionale di Mediazione (finora abbiamo partecipato a 6 su 9): da tempo seguivamo il lavoro dei paesi dell’ America Latina e ci siamo aperti sempre più al loro approccio. Per noi, in Europa e in Italia, la mediazione è una tecnica puntuale: famigliare, culturale, civile, ecc. In Sud America, invece, la dimensione culturale nella mediazione dei conflitti è preponderante: una pratica antica, organizzata nei secoli, che permette di lavorare in, per e con le comunità, per far acquisire gli strumenti di risoluzione autonoma dei conflitti e riattivare i legami. Siamo mediatori “biodegradabili”, dobbiamo insegnare alla comunità a fare da sé e distinguere la problematiche reali da quelle che non lo sono. Ad esempio, alcuni si lamentano del rumore dei vicini stranieri in condominio, ma questo non ha nulla a che vedere con la mediazione culturale».

    Pavimentazione nel Centro StoricoCosa avete fatto nel corso di questi anni?

    «Abbiamo deciso di portare l’approccio latino in Italia: dopo il successo del primo convegno a Cagliari nel 2007, abbiamo replicato nel 2009 a Genova con un programma per addetti ai lavori che coinvolgeva esperti mondiali. L’anno dopo, un nuovo convegno e un workshop cui hanno partecipato attivamente 85 persone. Da qui, l’idea nel 2011 di passare ai fatti, con attività nei quartieri. Abbiamo iniziato proponendo alla Casa di Quartiere GhettUp un primo workshop che ha attivato iniziative di pulizia e disinfestazione dai ratti. Successivamente abbiamo coinvolto polizia municipale, scuole e altri soggetti in corsi con formatori esperti: finora abbiamo formato più di 100 vigili (leggi l’approfondimento) e il personale -ma non solo- della scuola Caffaro di Certosa. Nel 2012, lo slancio vero e proprio con i corsi tenuti dall’argentino Alejandro Natò: era stato pensato per un numero di 50 persone, ma sono state tante le richieste che ci siamo ritrovati in 70, pur escludendo alcuni. Lo stesso Natò in quell’occasione ci ha definiti una “piattaforma per la mediazione comunitaria” genovese. Sempre nel 2012, la collaborazione con Palazzo Ducale, paradossalmente per “uscire dal palazzo” e ragionare di nuovo sui quartieri: abbiamo coinvolto Sampierdarena, San Bernardo, Certosa e Piazzale Adriatico e organizzato workshop partecipativi. Alla fine, abbiamo ragionato insieme sulle problematica del rapporto con le istituzioni, trasversali ai diversi quartieri. Un bel bilancio, siamo soddisfatti».

    E il futuro cosa riserva?

    «In futuro, speriamo di continuare a agire sul territorio: da questa collaborazione con Palazzo Ducale è nata l’idea di organizzare a Genova il X Congresso Internazionale di Mediazione Comunitaria. Sarebbe la prima volta che si svolge in Europa, e Genova sarebbe precursore assoluto. A marzo presenteremo il progetto a Roma, all’Ambasciata messicana, quindi è ancora prematuro parlarne. Ma non è l’unico progetto: vogliamo proseguire nel settore sanitario, di cui ci occupiamo dal 2007: di recente abbiamo dato vita a una collaborazione con i medici dell’Ospedale Galliera, che svolgono presidio sanitario sulle nostre unità di strada per il sostegno ai senzatetto. Tutto volontariato: da quando abbiamo intrapreso questo cammino di mediazione, avremmo speso in tutto non più di 30 mila euro. La cosa interessante è che noi abbiamo guardato all’America Latina cercando di adattare il loro modello alla nostra cultura, e adesso sono loro che guardano noi e si interessano degli esiti che ha raggiunto il nostro percorso. Genova sta diventando un punto di riferimento per questo tipo di approccio e si attendono sviluppi interessanti».

     

    Elettra Antognetti 

  • Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    La canzone, lo si è detto, fu uno strumento straordinario per la diffusione delle idee. Nacque così una “linea rossa” ossia una canzone dichiaratamente politica e militante, antagonista della canzone commerciale; una “linea verde” composta da cantautori che, sulla linea dei provos olandesi e dei pacifisti americani manteneva posizioni politicamente più aperte e una “linea gialla”, termine inventato dai discografici per indicare una canzone giovanile ma sostanzialmente di un anticonformismo di maniera e finto.

    Il ruolo esercitato da queste etichette di frontiera (successivamente sarebbero state chiamate “etichette indipendenti”) rivestì, anche in Italia, un’importanza fondamentale. Le già citate Toast Records, L’Orchestra, Ultima Spiaggia, I Dischi del Sole, I Dischi dello Zodiaco, ecc… permisero a gruppi, jazzisti e cantautori minori (o inizialmente tali) di pubblicare e far conoscere i loro lavori. Spesso i titolari avevano una conoscenza diretta degli artisti che producevano e sovente condividevano le motivazioni sociali ed espressive che stavano alla base della loro musica.

    E, indubbiamente, questo lavoro di testimonianza le piccole etichette lo svolgono – con estrema fatica – ancora oggi: è solo la passione e l’intendimento di non mollare che li fa andare avanti, non certo i riscontri di vendite. Anzi, ciò che balza in evidenza rispetto agli anni ’70 è proprio la differenza notevole nei livelli di vendite e, conseguentemente, nello spazio economico, operativo e di diffusione delle idee.

    Prendiamo come esempio due etichette per molti aspetti complementari: I Dischi del Sole e I Dischi dello Zodiaco. Già alla fine degli anni ’60 il catalogo de I Dischi del Sole comprendeva collettivi politicamente schierati come il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano e lavori di jazzisti “colti” come G. Gaslini oltre a compositori contemporanei come B. Maderna, L. Nono, G. Manzoni. L’ambiente che gravitava intorno a questa etichetta comprendeva alcuni intellettuali e operatori culturali di primo piano. Parliamo di – limitandoci a pochi nomi – M. Ovadia, G. Marini, S. Liberovici, R. Leydi, U. Eco, F. Fortini, M. L. Straniero, E. Jona, P. Ciampi, I. Della Mea. Tutti sostenevano apertamente il rifiuto della canzone/musica commerciale e promuovevano una canzone di dichiarato impegno politico. Diversi fra loro provenivano dall’esperienza del collettivo torinese Cantacronache e, certamente, vedevano nel libro “Le canzoni della cattiva coscienza” (1964) un punto fermo da cui partire. La scelta di una canzone militante portò alla costituzione di una “Linea Rossa” (uscì anche un manifesto che ne esplicitava la progettualità politico-culturale).

    Questo aspetto della “linea” mi sembra molto interessante perché contribuisce a far comprendere quale fosse l’attenzione, in quel periodo (siamo alle porte del ’68), rivolta alla “canzone”, intesa come strumento di propagazione (e per alcuni di propaganda) delle idee. Nacque infatti una “linea verde” che comprendeva cantautori – in alcuni casi con contratti stipulati con grosse case discografiche – impegnati ma su posizioni politiche più aperte (F. De Gregori, i Nomadi, F.Guccini ecc…) e una “linea gialla” che, invece, faceva capo a quella canzone finto-impegnata e, sostanzialmente, sganciata da tematiche e ambienti politicizzati.

    Quando nel 1970, in Cile, ci fu la vittoria elettorale del socialista Allende (primo esempio di accesso al governo di un paese da parte di un partito di sinistra, per via elettorale), le due etichette in questione iniziarono a pubblicare la “nueva cancion cilena” (Inti Illimani, Victor Jara, Violeta e Angel Parra ecc…) con riscontri in vendite notevolissimi, aumentati ancora dopo l’11 settembre 1973 a causa dell’orrore internazionale suscitato dal feroce colpo di stato fascista – diretto dagli americani – del generale A. Pinochet. Il grosso riscontro di vendite di quel tipo di etichetta era, sostanzialmente, dovuto al fatto che buona parte del loro catalogo rispecchiava ciò in cui il “movimento” si riconosceva: che si trattasse di gruppi rock o progressive, jazz o canzone, quello era il “suono della storia”, il suono di quella parte di persone che, in Italia come in molte parti del mondo, si dichiarava contro il perbenismo ipocrita, le ingiustizie, il moralismo, gli atti criminali del capitalismo.

    Ciò che si intende sostenere è  che la vitalità politico-sociale di quegli anni (e la progettualità politica che ne scaturiva), fecero fiorire una protuberanza anomala nella fisiologia del mercato; una zona, in espansione, di relativa libertà, non controllata dai grandi gruppi di potere. E questa apertura si verificò non solo nella discografia ma anche nell’editoria, nella produzione cinematografica, come nel mondo dell’arte, della moda, del costume. Per un breve – e illusorio momento – si ridisegnarono nuovi equilibri.

     

    Gianni Martini

  • Terzo Valico, Val Polcevera: il punto sui cantieri di Trasta e Bolzaneto

    Terzo Valico, Val Polcevera: il punto sui cantieri di Trasta e Bolzaneto

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 005 small

    Dopo il sopralluogo della commissione comunale in Val Polcevera (il 4 dicembre scorso) nelle zone interessate dai lavori per la realizzazione del Terzo Valico e la passeggiata al cantiere alle spalle di Trasta dei militanti No Tav un paio di settimane orsono (sabato 14 dicembre), rimangono vive tutte le perplessità di abitanti e cittadini in merito alla gestione della cantierizzazione da parte del consorzio Cociv (general contractor dell’opera) e degli enti locali.
    Nel frattempo qualcosa ha ripreso a muoversi: nel cantiere adiacente al cimitero della Biacca a Bolzaneto (sotto l’abitato di San Biagio) da alcuni giorni gli operai sono tornati a movimentare terra fin dalle prime luci dell’alba, mentre nell’area ferroviaria di Trasta, in via Polonio, è partita la costruzione degli alloggi che dovranno ospitare i lavoratori provenienti da fuori città. Stiamo parlando del campo base inizialmente previsto proprio nel sito della Biacca, oggi invece destinato a deposito di materiali semilavorati e attrezzature, previo stoccaggio di circa 70 mila metri cubi di terre di scavo potenzialmente amiantifere.

     

    Bolzaneto, cantiere della Biacca

    «La visita della commissione comunale si è rivelata una vera delusione, ma purtroppo ce lo aspettavamo – racconta Marco Torretta del Comitato San Biagio-Serro – da parte del Comune non c’è stato neppure il tentativo di affrontare una seria discussione sulla pericolosità del cantiere. Abbiamo avuto la triste conferma che ognuno viaggia per la propria direzione. Noi parlavamo di “mele”, loro di “pere”. L’amministrazione si trincera dietro alla presunta regolarità delle autorizzazioni concesse al Cociv e non risponde alla domande sul rischio per la nostra salute e quella dei nostri figli. Infatti, il vicesindaco Stefano Bernini ha affermato che i 70 mila mq di terre di scavo, che dovrebbero servire da fondo alla soletta in cemento del cantiere della Biacca, saranno assolutamente privi di amianto, in quanto conterranno tufo». In precedenza, interpellato sulla questione da Era Superba, il vicesindaco aveva parlato di basalto. Tali affermazioni evidenziano che neppure il Comune ha le idee sufficientemente chiare.

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 006 small«Da alcuni giorni il cantiere della Biacca è nuovamente attivo – spiega Torretta – gli operai con benne e macchinari stanno movimentando la terra già a partire dalle ore 06:45 del mattino. Di conseguenza 500 famiglie di San Biagio si trovano a dover convivere con l’inquinamento acustico e ambientale». Ma in fin dei conti questo, forse, è il male minore. «Occorre ricordare alle istituzioni che l’area interessata dallo scavo è soggetta a frane, come confermano i relativi Piani di bacino sottolinea il portavoce del comitato – Infatti, nel 2007 parte del parcheggio di San Biagio “Il Colle” era sceso di mezzo metro verso il cimitero, richiedendo un urgente intervento di ripristino da parte di Coopsette, intervento durato quasi un anno. Siamo sicuri che andando a toccare questa parte di collina, disboscata di 3000 mq di alberi, non venga messa a rischio la stabilità della collina stessa, così come l’incolumità di 250 famiglie che risiedono nei residence sovrastanti denominati “Il Borgo” e “Il Colle”? Sono stati fatti tutti gli accertamenti del caso? ».

    Inoltre, ad oggi nessun cartello è stato affisso fuori dall’area su cui insistono i lavori «Pertanto ci chiediamo quanto sia in regola questo sito – continua Torretta – Abbiamo chiamato la Polizia Municipale lamentandoci dei rumori in orario mattutino ma ci è stato risposto che il cantiere è “privato” e quindi non servono autorizzazioni affisse all’esterno. Francamente, simili risposte sono un’offesa all’intelligenza delle persone. Noi per tutelarci stiamo pensando di agire anche per vie legali. Non siamo per nulla convinti che si possa costruire, seppure provvisoriamente, così vicino ad un cimitero. Giovedì scorso qui a San Biagio si è svolta una riunione tra il nostro comitato e quello di San Quirico, alla presenza di una cinquantina di persone. Stiamo cercando di veicolare ai cittadini un’informazione corretta. Al contrario, Cociv e istituzioni locali giocano proprio sul fatto di nascondere eventuali problematiche, senza mai essere del tutto trasparenti».

     

    Trasta, Rocca dei Corvi

    terzo valico trasta2Sabato 14 dicembre un centinaio di persone hanno sfilato in corteo dall’imbocco di via Trasta fino al cantiere di via Rocca Inferiore dei Corvi per mostrare ai “foresti” quali radicali trasformazioni sta subendo il paesaggio della Val Polcevera. Quello che un tempo era un bosco popolato da migliaia di alberi – tra cui roveri e pini anche secolari – adesso è diventato un arido deserto deprivato di ogni forma di vita. I manifestanti sono facilmente entrati nell’area di cantiere per piantare le bandiere No Tav, rivendicando di non riconoscere alcuna legittimità ai divieti imposti.

    Sulla sommità della collina resiste ancora una casa, destinata a trasformarsi in uffici a servizio del Cociv. Un’altra abitazione, già demolita, rientrava tra i primi espropri portati a termine. «Per la residenza rimasta in piedi, invece, il Cociv ha dovuto faticare prima di trovare un accordo con il proprietario – spiega Davide Ghiglione, consigliere (Fds) del Municipio Valpolcevera – Alla fine il compromesso è stato raggiunto ma l’indennizzo economico corrisposto al privato risulta decisamente alto. Come accaduto in altre occasioni, ad esempio a Pontedecimo, i rimborsi paiono assai superiori al reale valore delle abitazioni espropriate. Indennizzi pagati con soldi pubblici, quindi con risorse di tutti noi cittadini».

     

    Piano Utilizzo Terre e rocce di scavo e protocollo amianto

    Davide Ghiglione e Antonio Bruno (consigliere comunale Fds) hanno presentato due interpellanze (rispettivamente in Municipio Valpolcevera ed in Comune) con le quali sollevano forti dubbi – dal punto di vista strettamente procedurale – sulle modalità di gestione e trattamento della terra di scavo. «Non sappiamo ancora quando i documenti verranno discussi – precisa Ghiglione – Ma riteniamo doveroso fare chiarezza al più presto. Ci domandiamo: allo stato attuale la terra che gli operai del Cociv stanno movimentando, secondo quali procedure viene gestita?».

    Il permesso a costruire i piazzali per lo stoccaggio di materiali semilavorati nell’area di cantiere “CLB 4 – Bolzaneto”, dietro il cimitero della Biacca prevede due distinte modalità di gestione dell’abbancamento di circa 70 mila metri cubi di terre di scavo provenienti da cantieri del Terzo Valico, in particolare «come terre da scavo ai sensi del DM 161/2012, se ed in quanto approvato il Piano di Utilizzo ai sensi dell’art. 5 di tale D.M; come rifiuti (CER 170504) ai sensi dell’art. 214 e seguenti del Decreto Legislativo 152/2006 e s.i.m. secondo la procedura di cui alla D.G.R. 1567/2008, ove prima dell’inizio delle attività non sia approvato il suddetto Piano di Utilizzo», si legge nell’interpellanza del consigliere municipale.
    Invece, il provvedimento di approvazione del Piano Utilizzo Terre secondo il D.M. 161/12, recita testualmente al punto 2 «l’inizio delle attività che generano materiali da scavo riferiti ai lotti 1 e 2 “Terzo Valico dei Giovi” è condizionato all’approvazione, da parte delle Regioni e altre amministrazioni competenti, dei progetti relativi ai siti di destinazione, così come individuati nel PdU di cui trattasi».
    Il Piano di Utilizzo, secondo i firmatari delle interpellanze «dovrebbe valutare con attenzione la movimentazione di terre amiantifere presenti, secondo le carte regionali, su gran parte del tracciato ligure del Terzo Valico».

    Insomma, in altre parole, prima di procedere con le operazioni di cui sopra «La Regione Liguria è tenuta ad approvare il Piano di Utilizzo Terre e rocce di scavo, cosa che ancora non ha fatto – sottolinea Ghiglione – e non solo: occorre trovare anche un accordo con la Regione Piemonte sul Protocollo Amianto. Sono due documenti fondamentali e connessi. Anche a PdU approvato, infatti, è necessario aver già stabilito le precise procedure per trattare eventuali materiali amiantiferi».

    Per questo i consiglieri Fds di Municipio Valpolcevera e Comune interpellano rispettivamente Giunta municipale e comunale «per conoscere se non sia opportuno l’intervento da parte del Comune di Genova per adeguare puntualmente le prescrizioni della civica amministrazione alle normative dettate dal Ministero dell’Ambiente e, pertanto, a prevedere che non vengano movimentate terre di scavo del Terzo Valico prima che sia approvato il Piano di Utilizzo».

     

     

    Matteo Quadrone

  • Tomakin live al Teatro Altrove: ecco a voi l’epopea di uno qualunque

    Tomakin live al Teatro Altrove: ecco a voi l’epopea di uno qualunque

    tomakinAcqui Terme, 2000. Nascono gli House of Joy, attorno alla voce di Alessio Mazzei, la chitarra di Giovanni Facelli e le tastiere di Joy Pistarino; 2003, la formazione rinnovata cambia nome, con l’omaggio a Paul Klee: 17perso. Si iniziano a intuire le inclinazioni del progetto, e le prospettive sono promettenti. Nel 2011 le promesse vengono mantenute. L’ingresso di Valerio Gaglione alla seconda chitarra, Manuel Concilio alla batteria, Denis Martino al basso e Federica Addari alla voce e synth, definisce l’organico del nuovo gruppo: i Tomakin.

    Con un altro riferimento impegnativo, questa volta Aldous Huxley, il Mondo Nuovo (Thomas Tomakin, direttore del centro di incubazione e di condizionamento di Londra Centrale), il genere approda a una «new wave, che è la grande influenza musicale del gruppo, fermamente indipendente, esigenza intellettuale imprescindibile», come ci racconta Alessio.

    Geografia di un momento“, esordio discografico, ripercorre i passi compiuti in quasi una decade di musica, riproponendo i brani più importanti, come “Quando sogno” e “Joasia“; ma è con “Epopea di uno qualunque” che si è di fronte alla prima vera fatica discografica, un concept strutturato in una rassegna (spesso autobiografica) dell’antieroismo genuino della vita. Per questo “oggi non è un problema, domani non è un teorema pensare a un vivere eccezionale” (Quasi mai delusi): l’epopea di una quotidianità noiosa disillusa, ma non per questo meno epica, l’epopea della “gente che costituirebbe a prima vista una massa anonima ma che, se indagata con solo un poco di attenzione, riserverà molte sorprese e curiosi aneddoti: insomma gente di cui vogliamo raccontate per rendere il doveroso tributo all’incanto del quotidiano che da sempre ci avvince, come se ci trovassimo in un travolgente remake neorealistico, in una metafisica dell’effimero e del banale” (Pier Vittorio Tondelli).
    Uscito nel 2013, per la produzione esecutiva di Michele Bitossi e con la produzione artistica di Fabio Martino (Yo Yo Mundi, in studio e sul palco con Ivano Fossati, Franco Battiato, Giorgio Gaber, Manu Chao) e Mattia Cominotto (ex Meganoidi, già al lavoro con Tre Allegri Ragazzi Morti, Numero 6, Lava Lava Love), il disco raccoglie consensi unanimi ed entusiasti attraverso un numero eccezionale di recensioni lusinghiere. Da aprile a settembre, i Tomakin hanno tenuto circa venti concerti, fra cui gli opening-act a Jutty Ranx e Motel Connection, a proprio agio con artisti, a prescindere dal genere, indipendenti, vera e propria filosofia artistica prima ancora che inclinazione musicale.

    tomakin-2L’Altrove ha tutte le carte in regola per candidarsi come palcoscenico perfetto, offrendo impianti tecnici all’avanguardia e un pubblico entusiasta. Il tappeto ritmico del basso si stende sotto l’impalcatura granitica della batteria e il synth pungente si innesta sulla voce tiratissima, creando un dipinto musicale che assomiglia a un Pollock manierista. Noise rock consapevole e non casuale, un’esibizione matura e, rispetto all’incisione algebrica in studio, disinibita e muscolosa. I Tomakin propongono i personaggi e le attitudini che abitano la loro epopea, la frustrazione di chi sottostà alla Legge di Murphy e sa bene che “quando le giornate iniziano male è quasi impossibile farle cambiare”; dai postumi dell’euforia artificiale di un Rave, in cui sono “sempre frantumati gli apparati razionali”, all’Epopea di uno qualunque, quello che, come tutti prima o dopo “cominciò ad odiare il suo parquet in teak, poi guardò la ballata di Stroszek” e, di conseguenza, a “recitare per mancanza di consolazione, morire di paura per eccesso di immaginazione”. Il concerto cresce di intensità canzone dopo canzone: il pubblico è coinvolto, in piedi davanti al palco a ballare; Alessio si “gasa tantissimo” agli effetti di Berna, Meganoide e tecnico del suono d’eccezione, sfoderando al microfono tutta la potenza della sua voce; Giovanni salta giù dal palco chitarra al braccio, fondendo musicista e spettatore in una sola persona.

    «Genova rimane la città con il posto privilegiato nel cuore del gruppo», ci rivela Alessio a fine concerto; «qui registriamo, negli studi di Greenfog, e qui abbiamo parte delle nostre radici». L’acquese è da sempre un terreno fertile per le formazioni musicali di un certo spessore: basti pensare ai Knot Toulouse, gruppo ormai leggendario dell’underground folk-psichedelico e agli Yo Yo Mundi, formazione combat folk rock affermatasi ormai a livello internazionale. Con l’augurio che i Tomakin confermino sempre di più quello che hanno dato prova di essere: una realtà di punta dell’intero scenario indipendente.

     

    Nicola Damassino

  • Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    tallin-piazza-vittoria-DIQuell’aria densa e gelida picchiava sulla barba incolta lasciandomi il sapore del salino sulle labbra screpolate dal vento, due gabbiani scortavano la nave ormai avvolta da un tetro grigiore di nubi e nebbia e in lontananza si distingueva una striscia nera di terra, era l’Estonia.

    Un mozzo mi passa accanto e mi osserva curioso, sostavo in una zona della nave non consentita ma il richiamo del mare era troppo forte e avevo scavalcato cancello per accedere nella zona di prua. Ascoltavo la bellissima voce di Gary Brooker dei Procol Harum seguendo il sinuoso ondeggiare della nave avvicendare il mare al cielo e il cielo al mare. Un lembo di terra popolato da cormorani e aironi cenerini emergeva dall’acqua come la lingua sottile di un rettile nascosto sul pelo dell’acqua, il nostro passaggio ne fece volare alcuni, altri si tuffarono scomparendo in mare come aghi sottili. Un peschereccio ci passa a fianco lasciando la sua firma in cielo con il fumo nero della ciminiera, l’equipaggio era teso e impegnato e sembrava partire per una battaglia, li ho osservati allontanarsi fino a sparire dietro la linea dell’orizzonte. Navigare nei mari più freddi del pianeta mi permette di tornare bambino e giocare con la fantasia e immedesimarmi nel mio mito d’infanzia, il capitano Shackleton.

    Ero circondato da iceberg incagliato nella penisola antartica a bordo dell’Endurance stretta nella morsa del ghiaccio. Partiti con l’intenzione di attraversare il polo sud a piedi e fermati da una sorte avversa, i miei uomini attendevano ordini, scendere dalla nave o resistere? Sentivo abbaiare i cani e il legno crepitare quando, bruscamente svegliato da una voce, sono ritornato alla realtà, si trattava solo dello scalpiccio degli stivali di un marinaio che mi ordinava di allontanarmi dalla zona vietata, potevo solo ubbidire.

    La terra era ormai vicina ma ciò che vedevo aveva tutto meno che l’aspetto di un porto, sulla banchina di cemento decine di pescatori apparivano come statuine di un presepe nella nebbia del mattino. L’aria profumava di aghi di pino misto a salsedine e spezie, il mare era freddo solo a guardarlo e la temperatura non superava i cinque gradi, mi sono incamminato per scaldarmi e curiosare li intorno. Decido di prendere una via alternativa e incamminarmi lungo una strada ai cui lati si trovavano case abbandonate e diroccate, automobili d’altri tempi probabilmente ancora in uso e tizi poco raccomandabili che mi guardavano con sospetto. Ho preferito non prendere la macchina fotografica per motivi di sicurezza e sono salito sul primo taxi disponibile in direzione del mio hotel che distava cinque minuti a piedi dal centro di Tallinn.

    Una doccia , una tazza calda di bergamotto e una scatola di cioccolatini per ricaricare le pile e mi sono incamminato. Un manifesto del concerto di Alice Cooper attirava la mia attenzione, com’era invecchiato, il suo viso era tracciato da solchi di vita sregolata e make-up come nei migliori film horror, manteneva però il fascino inossidabile della rock star.
    Il cielo cominciava a raccogliere le nubi più scure e lacrimare fredde gocce di pioggia, tiro su il bavero del cappotto e accendo una Chesterfield, mi trovavo al centro di piazza Vabaduse dove decine di operai montavano il palco per un concerto che sarebbe andato in scena la sera stessa.

    La piazza, originariamente chiamata Piazza della Vittoria durante il periodo di occupazione russa, è stata restaurata nel 2008 quasi a cancellare il ricordo di un passato di occupazione e imposizioni. Passeggiando nei giardini della chiesa di San Giovanni la mia attenzione è stata rapita da due ragazzi con la chitarra acustica che suonavano Stairway to heaven dei Led Zeppelin, osservavo il loro abbigliamento semplice e l’aria di chi inizia a scoprire i grandi della musica.

    I sanpietrini bagnati dalla pioggia donavano un fascino antico alla città vecchia, in alcuni angoli più caratteristici si torna indietro nel tempo, si osservano carrozze e locandieri in costume attirare l’attenzione dei turisti con stuzzichini e battute illustrando il menu del giorno in tutte le lingue… non è stato difficile dire di si ad uno stinco di maiale con patate e una birra bionda.

    La pioggia fece un nuovo tentativo di rovinare la giornata, purtroppo per lei mi sono riparato dentro un negozio di vinili usati passando un’ora a sfogliare album di tutti generi di musica, quando sono uscito, ormai arresa alla mia ostinazione, aveva già lasciato il posto al sole. Musicisti, artisti e saltimbanchi si alternavano nella salita che conduce alla collina della cattedrale, uno in particolare mi affascinava, le sue bolle di sapone lunghe dei metri volavano liberamente come figure eteree per poi esplodere e dissolversi in aria, le cose semplici sono sempre le più belle ed emozionanti.

    Dopo la visita alla cattedrale sono sceso dal colle per ristorarmi al Depeche Mode Baar, uno splendido locale dove ascoltare i pezzi di David Gahan e bere uno dei tanti drink che prendono il nome dalle loro canzoni, ho ordinato un Personal Jesus curiosando tra foto, video e cimeli della band britannica, una vera chicca da non perdere. Il mio amico Massimo si trovava a Tallinn per lavoro, approfittando di questa coincidenza ci siamo dati appuntamento al mercato dei fiori situato dall’antica porta per un aperitivo prima di cenare. Sua moglie è originaria del luogo e lui conosce bene i migliori locali, abbiamo brindato con un bicchiere di vodka e ci siamo incamminati attraverso le piccole viuzze sempre più traboccanti di persone.

    In piazza Raekoja, sede del municipio medioevale, Massimo mi fa conoscere la più antica farmacia d’europa in funzione ininterrottamente dal XV secolo, essa sempre mantiene gli stessi arredamenti composti da piccoli cassettini in legno incastrati nelle splendide credenze intarsiate. La sera cominciava a calare il suo velo e la mano gelida del vento passava ad accendere i primi lampioni come le luci di un presepe, un uomo di strada cerca la sua coperta di lana color ocra adagiandola sulle gambe deformate dalla malattia e dai sedentari giorni passati davanti a quel muro sgretolato.

    Abbiamo atteso l’ora di cena seduti a parlare su una poltrona del pub with no name dedicato agli U2, un’altra dimostrazione di come la cultura musicale allontana Tallinn dall’immagine che la lega al regime sovietico, questo si evince anche dal comportamento dei suoi abitanti e dalla voglia di rinascere presente nell’entusiasmo che sgorga da ogni dove. Nel frattempo, davanti a noi, sgorgava vodka, il locale era colmo di tifosi che seguivano la nazionale di basket impegnata con la Grecia, alla sesta vodka il match era concluso con la vittoria dell’Estonia, un’orda di vichinghi ubriachi mi ha offerto il settimo bicchiere e mi trascina in piazza a festeggiare, siamo sgattaiolati nel primo vicolo allontanandoci senza farci notare, forse erano più ubriachi di noi.

    Ci siamo rifugiati da Vapiano, la nota catena di ristoranti italiani presenti in tutta Europa ma non in Italia e abbiamo ordinato fusilli gorgonzola e noci ridendo come bambini ancora brilli dei bicchieri di troppo. Ci siamo fatti largo attraverso la movida, gruppi di ragazzi avanzavano come bufali infuriati noncuranti di ciò che si trovava sul loro percorso, una ragazza dai capelli rossi camminava scalza con la camicetta di jeans leggermente aperta, alcuni uomini la osservavano passare con lo sguardo delle iene affamate, quando salì sul taxi, il branco si era già sciolto.

    Conclusa la serata in un piano bar degno di un quadro di Edward Hopper, ho salutato Massimo e sono tornato in albergo a piedi, la mattina seguente dovevo alzarmi presto per tornare ad Helsinki, la nave salpava alle otto e non avevo ancora riposato. La strada bagnata si disperdeva come un quadro a tempera ancora fresco, un uomo dormiva alla fermata del bus coperto da una giacca scolorita poggiando la testa su una vecchia valigia. Frugando nelle tasche tirai fuori una barretta di cioccolato al latte, mi sono chinato per posarla al suo fianco quando si volse verso di me aprendo un occhio guardandomi, lo chiuse subito e pensò fosse un sogno.

     

    Diego Arbore

  • Cornigliano, Ilva: le strategie e il futuro dell’acciaieria genovese

    Cornigliano, Ilva: le strategie e il futuro dell’acciaieria genovese

    ilva genovaAll’Ilva di Cornigliano si respira un’atmosfera sospesa tra l’attesa di un nuovo piano industriale che deve partire da Taranto ma coinvolgerà anche Genova e Novi Ligure – indissolubilmente legati al destino del sito pugliese – e la legittima rivendicazione di validità dell’Accordo di Programma del 2005 (in realtà Atto modificativo dell’Accordo di Programma del 1999) quale garanzia di continuità produttiva e tutela occupazionale.
    Dopo il commissariamento della holding Riva Fire (ai sensi del D.L. 4 giugno 2013 n.61, convertito, con modificazioni, in L. 3 agosto 2013 n.89) – che controlla Ilva S.p.A. e dunque le fabbriche sopracitate (mentre una parte del gruppo, Riva Forni Elettrici che controlla Riva Acciaio, Riva Energia e Muzzana Trasporti, è rimasta sotto il controllo della famiglia Riva) – a seguito dell’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale a carico della dirigenza Ilva di Taranto, della famiglia Riva e non solo (alla fine di ottobre 2013 la Procura di Taranto ha spedito 53 avvisi di conclusione delle indagini preliminari), adesso operai e sindacati genovesi sperano nel nuovo corso, gestito dal Commissario Straordinario del Governo, Enrico Bondi, sollecitato a rilanciare gli investimenti e dunque la produttività affinché la salvaguardia dell’occupazione non sia un mero artifizio dialettico, bensì si concretizzi nel reale riassorbimento della forza lavoro.
    Oggi, infatti, i dipendenti di Cornigliano sono 1.750, di cui 1.400 con contratti di solidarietà in scadenza a settembre 2014, ultima tipologia di ammortizzatori sociali utilizzabili. «In quella data ultimiamo il quarto anno di contratti di solidarietà – racconta Armando Palombo della rsu Fiom-Cgil – e senza un piano che preveda investimenti ci sarà un problema aperto per mille persone».

    Attualmente, dopo il lungo processo che ha portato alla dismissione dell’area “a caldo” (vedi il nostro approfondimento) – tramite la chiusura del laminatoio a caldo per coils nel 1984, della cockeria nel 2002 e la fermata dell’ultimo altoforno nel 2005 – a Cornigliano sono attivi i treni di laminazione a freddo e linee di stagnatura e zincatura. In pratica, lo stabilimento genovese accoglie dall’impianto “a ciclo integrale” di Taranto i coils d’acciaio (i famosi rotoli) per completarne la lavorazione “a freddo” e per trasformarli con due trattamenti distinti: la stagnatura, che serve per la produzione di lattine e contenitori leggeri, ovvero imballaggi adatti alla conservazione di cibi e bevande (il ciclo della banda stagnata o “ciclo della latta”) e la zincatura (il ciclo zincato) che dà vita alle comuni lamiere utilizzate nell’industria automobilistica, nel settore dell’elettrodomestico e nel campo dell’edilizia.

    Il piano industriale quinquennale (2005-2009) allegato all’Atto modificativo dell’Accordo di Programma, però, finora sconta gravi ritardi nella sua applicazione.
    La responsabilità principale è ovviamente imputabile al gruppo Riva che ha realizzato soltanto parzialmente gli interventi programmati e nel 2008 – sulla base degli avvenuti mutamenti di mercato – ha deciso delle sostanziali varianti al piano, a distanza di tempo rivelatesi scelte non azzeccate.

    La Centrale Elettrica

    ilva-centrale-elettrica003Uno degli elementi più importanti dal punto di vista strategico della produzione siderurgica, come spiega il piano industriale 2005 «è l’approvvigionamento energetico», visto che per la siderurgia «l’energia rappresenta una vera e propria materia prima del processo di trasformazione». Quindi, essenziale sarà «l’intervento di trasformazione dell’esistente centrale termoelettrica a ciclo tradizionale (caldaia-vapore/generatore)in una centrale termoelettrica a ciclo combinato con cogenerazione da 300 MW termici alimentata a gas metano di moderna concezione che assicurerà un significativo miglioramento dell’impatto ambientale sul territorio». Un intervento del valore di 140 milioni di euro. Intenzioni confermate 3 anni dopo nelle varianti al piano industriale «una particolare attenzione si sta ponendo nel vagliare le migliori soluzioni per procedere all’investimento sulla centrale elettrica».

    Ebbene, a distanza di oltre 8 anni la nuova centrale ancora non c’è. Mentre è sempre al suo posto la vecchia centrale termoelettrica, chiusa definitivamente nel 2005 in concomitanza con lo spegnimento dell’ultimo altoforno, ma ormai trasformatasi in un vero e proprio rudere di archeologia industriale. Peccato, però, che l’edificio – costruito negli anni ’40, con due corpi uno di sei piani e l’atro di tre più i magazzini interrati (per una superficie complessiva di circa 15 mila metri quadrati) – sia pieno zeppo di amianto. «Tutte le parti sottoposte a calore erano completamente coibentate con l’amianto – spiega Armando Palombo, rsu Fiom-Cgil – Nell’aprile 2006, su nostra pressione, l’azienda aveva commissionato una dettagliata mappatura della presenza di amianto all’interno della centrale». I numeri sono eloquenti: 800 tubazioni di gas, 2000 guarnizioni delle tubazioni di acqua, in totale si parla di 150 metri cubi di amianto friabile e 70 metri cubi di matrice compatta stabile. «L’amianto purtroppo è una realtà presente in gran quantità dentro le aree Ilva di Cornigliano – aggiunge Palombo – Tuttavia, almeno a partire dal 2002 sono state eseguite diverse bonifiche».
    La vecchia centrale termoelettrica, invece, è stata solo parzialmente messa in sicurezza. «Infatti continuano a cadere dei vetri, altri sono stati tamponati con lamiere, mentre di recente è addirittura crollata una porzione di tetto. Per questo abbiamo segnalato nuovamente il pericolo. La messa in sicurezza ad oggi garantisce che nessuno possa accedere all’edificio. Nello stesso tempo, però, dovrebbe anche impedire che le fibre d’amianto fuoriescano dalla centrale e si disperdano nell’aria. Questo è il punto che desta maggiori preoccupazioni».
    Parliamo di una costruzione totalmente esposta alle intemperie che rischia di subire un lento sgretolamento fino al possibile crollo. «Come rappresentanti della sicurezza abbiamo scritto all’azienda e pure all’Asl 3 segnalando il problema. Nell’Accordo di Programma non viene citata la bonifica, il cui costo pare si aggiri su 6-7 milioni di euro, ma comunque occorre al più presto mettere in sicurezza tutta l’area».

    enel-energia-elettrica-DICome abbiamo visto i documenti aziendali ribadiscono più volte l’importanza della realizzazione di una nuova centrale elettrica. Elemento fondamentale per assicurare la produzione del sito. Eppure «Dal 2005 la parte “a freddo” dell’Ilva di Cornigliano è costretta ad acquistare l’energia da Enel», sottolinea Palombo.
    L’Italia ha un evidente problema di approvvigionamento energetico, visto che notoriamente da noi l’energia costa il doppio rispetto a Francia o Germania. E l’energia rappresenta un terzo dei costi per la produzione di stagnato. Ridurre tale voce di spesa sarebbe un passo significativo per abbattere i costi di produzione.
    «Rispetto ai nostri concorrenti, già partiamo svantaggiati – spiega il rappresentante sindacale Fiom – Inoltre, a Cornigliano siamo costretti a comprare l’energia da fuori. Se, invece, potessimo contare su una centrale interna, il gap si ridurrebbe. Il nuovo impianto potrebbe ri-occupare 30-40 operai e la produzione di banda stagnata non sarebbe messa a rischio, come è accaduto negli ultimi tempi».

    Il piano industriale del 2005 e l’adeguamento del 2008

    ilva rotoli acciaioCome si legge nel piano industriale del 2005: «Lo stabilimento di Genova Cornigliano oltre ad essere uno dei maggiori siti aziendali per la produzione di prodotti finiti riveste un ruolo di importanza strategica per l’alimentazione di altri stabilimenti trasformatori del gruppo». Gli obiettivi del gruppo Riva nell’azione del riassetto industriale dell’Ilva «sono stati finalizzati a rendere il gruppo sempre più competitivo nel contesto mondiale razionalizzando i costi di produzione e puntando su prodotti a più alto valore aggiunto».
    Il complesso dei nuovi investimenti «comporterà una spesa complessiva di circa 770 milioni di euro» per la realizzazione di una serie di interventi programmati – nei loro contenuti e nei tempi di realizzazione – in linea con quelle che all’epoca erano le previsioni di mercato e le tempistiche previste di fornitura.

    Nel 2008, però, cambia lo scenario «alla luce dei mutamenti intervenuti nel mercato per alcuni prodotti, Ilva deve adeguare in parte le proprie strategie per assicurare allo stabilimento di Cornigliano il mantenimento e lo sviluppo di un’attività industriale in grado di competere a livello nazionale e internazionale».
    Nel caso della banda stagnata «il cui mercato si è rivelato debole e con consumi in flessione, non c’è stata una equivalente risposta all’aumento dei prezzi del prodotto, generando una forbice negativa tra costi e prezzi, cosa che ha reso antieconomico l’investimento in questo settore». Il mercato dello zincato, invece «ha tenuto abbastanza bene gli aumenti dei prezzi dei prodotti». Secondo i dati citati dall’Ilva «l’andamento del consumo italiano di banda stagnata, tra il 2005 e il 2007, è sceso complessivamente del 15%. Per contro, il consumo nazionale di zincato, nello stesso arco di tempo, si è incrementato del 34%».
    Sulla base di tali numeri «gli investimenti sono stati di conseguenza orientati ad incrementare la presenza sul mercato dello zincato».

    I nuovi interventi previsti sono: quarta linea di zincatura predisposta per servire, diversamente dalla terza linea, anche il mercato del settore automobilistico; district park mirato a cogliere le opportunità di un mercato di piccole e medie aziende collocato in particolare nel nord Italia ma anche nel sud della Francia. La missione è quella di servire capillarmente il cliente finale garantendo la massima flessibilità. L’organizzazione del centro servizi garantirà la fornitura del materiale in tempi rapidi a domicilio del cliente. «Avrà una capacità di circa 400 Kt e prevede due linee di taglio trasversale e una linea per il taglio longitudinale», quest’ultima è in grado di produrre dai coils nastri stretti di larghezze adeguate alle richieste del mercato.

    via-dell-acciaio-ilva-dIn altri termini a Cornigliano «L’azienda, rispetto alle ipotesi iniziali, decide di non raddoppiare la banda stagnata, che occupava molti più lavoratori – racconta Palombo – ma sceglie, invece, di raddoppiare il ciclo zincato». Dunque non rientra più nelle strategie aziendali la realizzazione di impianti come la ricottura continua, il temper, la quarta linea di stagnatura, gli interventi per la modifica del treno a freddo, l’ampliamento della ricottura statica.

    Per quanto riguarda la tutela occupazionale sancita dall’Accordo di Programma, ovvero il riassorbimento degli allora 2700 posti di lavoro, nel 2008 la stima viene rivista al ribasso«a realizzazione completa dell’intero piano industriale, è previsto un organico – obiettivo, a regime, di 2.200 unità».

    «A Genova si punta sul ciclo zincato, a Novi Ligure si raddoppiano gli impianti di zincatura, e pure a Taranto si potenzia lo zincato – afferma Palombo – Insomma, Ilva si concentra su un solo segmento produttivo, anziché puntare sulla diversificazione dei prodotti». Una strategia industriale che a lungo termine si rivelerà sbagliata. «Oggi lo zincato è in sofferenza – continua il delegato Fiom – mentre la banda stagnata, in Italia, è una delle poche produzioni che, nonostante la difficile congiuntura economica perdurante dal 2008, non è andata in crisi».

    Comunque sia, i ritardi si accumulano anche nella concretizzazione dei nuovi investimenti. La quarta linea di zincatura è ancora in fase di completamento e, soprattutto, non si registra un miglioramento dei processi produttivi, elemento fondamentale per ampliare la gamma dei prodotti offerti.
    «L’obiettivo prevalente del piano è rafforzare costantemente l’azione di innalzamento qualitativo sia nelle caratteristiche intrinseche dei prodotti che nelle tecnologie dei processi di produzione. Il sito di Cornigliano amplierà la sua gamma produttiva mettendosi in grado di servire le fasce qualificate di utilizzo del laminato a freddo (industria automobilistica, settore dell’elettrodomestico, dei termosanitari e dell’imballaggio)».
    Stiamo parlando degli impianti di “verticalizzazione del prodotto”, ovvero la fase successiva alla produzione. «Linee di taglio e presse che, una volta finiti i rotoli di lamiera, preparano i prodotti per essere messi in vendita sotto varie forme – spiega Palombo – Oggi tutto ciò non è possibile. Finora abbiamo soltanto due linee di taglio. Il district park non è stato neppure realizzato. A Cornigliano si potrebbero sviluppare attività di ricerca in tal senso, ma questa opportunità non viene sfruttata».

    «Il piano industriale è già in stato avanzato di attuazione – afferma l’Ilva nel 2008 – e sono state ad oggi impegnate complessivamente risorse per circa 427 milioni di euro, pari ad oltre il 55% dell’obiettivo previsionale». Ma poi gli investimenti subiscono uno stop pressoché definitivo, visto che «A noi risulta, sbirciando i bilanci aziendali, una spesa complessiva di circa 440 milioni», precisa il delegato Fiom. Per questo i sindacati si appellano al Collegio di Vigilanza sull’Accordo di Programma (presieduto dal Prefetto di Genova e composto da tutti i soggetti istituzionali firmatari del patto) che dovrebbe vigilare sull’applicazione del medesimo accordo, affinché si attivi con l’azienda (attualmente sotto gestione del Commissario Straordinario) richiamandola al rispetto degli impegni a suo tempo presi.

    La scuola di alta formazione siderurgica

    Un saldatore a lavoro, di Roberto Manzoli
    Foto di Roberto Manzoli

    A proposito di ricerca e sviluppo «Il gruppo Riva è sempre stato fermamente convinto che solo attraverso l’innovazione sia possibile vincere le sfide che l’industria siderurgica ha dovuto e deve affrontare nel corso della sua storia», si legge nel piano industriale del 2005. «Sono state portate avanti iniziative di collaborazione con le Università liguri – aggiunge l’azienda nel 2008 – tra cui un primo Master di secondo livello in siderurgia che si è già concluso con risultati molto soddisfacenti e in autunno ne partirà un secondo».
    Il Master universitario si è svolto all’interno della “Scuola di alta formazione siderurgica” dell’Ilva di Cornigliano. «Una parte di edificio della Direzione, vicino all’aeroporto, è stata ristrutturata appositamente a tale scopo – racconta Palombo – Praticamente nessuno ne conosce l’esistenza. L’iniziativa, sicuramente lodevole, non ha avuto alcun seguito». La scuola ha spazi, dotazioni e strumenti informatici, ma nonostante ciò è quasi inutilizzata. «Ricordo soltanto una collaborazione con l’istituto Odero per consentire ad una quarantina di dipendenti Ilva di conseguire il diploma di maturità. Inoltre, la scuola ospita dei corsi di formazione sulla sicurezza. Ma l’obiettivo della sua realizzazione era molto più ambizioso. Anche perché parliamo di un centro certificato per lavorare con l’Università e gli istituti superiori».

    Le nuove prospettive: il rilancio della banda stagnata

    Come detto in precedenza la banda stagnata, messa a rischio da strategie aziendali errate, potrebbe permettere di rilanciare la produttività dello stabilimento genovese.  «Il mercato italiano assorbe circa 700 mila tonnellate di latta all’anno – spiega Palombo – Cornigliano avrebbe una capacità produttiva di circa 350 mila tonnellate annue. Ma la nostra produzione si è ridotta drasticamente di anno in anno. Nel 2013 abbiamo prodotto solo 28 mila tonnellate».

    Nel settembre 2013 alcuni quotidiani locali annunciano che la linea della banda stagnata ripartirà con un investimento – seppure piccolo – di 5 milioni di euro per rimettere a posto i macchinari e riprendere il mercato perduto, in particolare quello italiano «Considerando che siamo il paese dei pomodori e del tonno», sottolinea Palombo. La banda stagnata, infatti, serve per produrre le lattine delle conserve e l’Ilva di Cornigliano è l’unico produttore in Italia.
    Allo stato attuale, però, «L’investimento promesso, che sarebbe almeno un primo passo nella giusta direzione, non è stato ancora effettuato», conclude il rappresentante sindacale Fiom-Cgil.

    Matteo Quadrone