Autore: Simone D’Ambrosio

  • Pedonalizzazione aree scolastiche, si riparte dall’esperimento di via Vallechiara?

    Pedonalizzazione aree scolastiche, si riparte dall’esperimento di via Vallechiara?

    largo-zecca-vallechiaraLa pedonalizzazione di via Vallechiara non incide negativamente sul traffico in zona Annunziata. O almeno non lo fa in maniera particolarmente significativa. È questa la sostanza di quanto riportato ieri pomeriggio in Consiglio comunale dall’assessore alla mobilità Anna Maria Dagnino in risposta a tre articoli 54 proposti dai consiglieri De Benedictis (Gruppo Misto), Nicolella (Lista Doria) e Lauro (Pdl – Forza Italia).
    Il provvedimento, arrivato a fine estate, aveva trovato diverse motivazioni tutte molto condivisibili. Intanto l’opportunità per centinaia di alunni di scuole elementari, medie, superiori e pure di un asilo, di giungere a destinazione in assoluta sicurezza, magari sfruttando uno dei tanti strumenti di mobilità sostenibile che hanno sempre più successo in città come il Pedibus. Un vantaggio anche dal punto di vista dell’attrattività turistica con un collegamento più immediato da Strada Nuova, e quindi da piazza De Ferrari, oppure dal Centro Storico verso il caratteristico borgo del Carmine. Infine, un’opportunità anche per “allungare” la pista ciclabile di via XX Settembre di prossima realizzazione.

    «Grazie al sistema di monitoraggio del percorso degli autobus – ha detto l’assessore in Sala Rossa – abbiamo dati molto precisi sul traffico che ci confermano la bontà delle scelte fatte quest’estate: il traffico in discesa da via Brignole De Ferrari e via Polleri in direzione piazza dell’Annunziata ha subito al massimo un rallentamento di 3, 4 minuti nelle ore di punta, su un tratto di circa 300 metri di lunghezza. Un sacrificio a mio avviso ampiamente sostenibile in virtù dei vantaggi che la chiusura di via Vallechiara ha portato ai cittadini, soprattutto dal punto di vista della messa in sicurezza di un percorso che porta a diverse scuole».

    La strada era stata chiusa durante i lavori di riqualificazione dei marciapiedi davanti all’istituto scolastico “Vittorio Emanuele II – Jacopo Ruffini” per rispondere a una richiesta di genitori e dirigente scolastico che giaceva inascoltata da anni: nei periodi del cantiere si è visto che la modifica temporanea della viabilità non creava particolari disagi al traffico tanto da poterla renderla definitiva. E i dati riportati ieri dall’assessore Dagnino sembrano fugare anche i dubbi di chi lamentava che i test fossero stati fatti con il sole estivo e non con la pioggia invernale che tradizionalmente congestiona la circolazione.

    L’opportunità della pedonalizzazione di via Vallechiara è tornata a far discutere ieri in Consiglio comunale soprattutto in seguito ad alcuni articoli della stampa cittadina che davano voce al malcontento degli automobilisti, da un lato, che si sentono penalizzati dall’allungamento del percorso e di alcuni commercianti, dall’altro, che si sentono tagliati fuori dalla circolazione (un concetto, in realtà, difficile da comprendere dato che anche prima della pedonalizzazione lo stretto collegamento stradale non consentiva certo la sosta delle vetture per fare shopping).

    «Non tutti i commercianti chiedono al Comune di tornare indietro – ha detto nel suo intervento la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella, tra le principali fautrici della pedonalizzazione – perché sono ben consapevoli che, quando era aperta al traffico, via Vallechiara si trasformava in una sorta di camera a gas nelle ore di punta a causa dei veicoli fermi in coda al semaforo e con il motore acceso. Anche negli orari più tranquilli la situazione era pericolosa perché il semaforo verde in fondo alla via invitava gli automobilisti ad accelerare aumentando il rischio per i pedoni sullo stretto marciapiede. La pedonalizzazione di via Vallechiara si inserisce perfettamente nelle linee programmatiche dell’amministrazione ed è un ottimo esempio da tenere presente in altre zone della città che devono essere sottoposte a interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria per la messa in sicurezza di passaggi pedonali particolarmente delicati».

    La consigliera di Lista Doria ha addirittura rilanciato: «Questo intervento ha costituito un enorme beneficio per il quartiere, in termini di fruibilità e di sicurezza soprattutto per i bambini e ragazzi che entrano ed escono dalle scuole. Ci piacerebbe vedere realizzata una riqualificazione più completa della zona che identifichi la pedonalizzazione anche dal punto di vista dell’architettura urbana. Penso, ad esempio, a un’ottimizzazione dell’illuminazione e a una risistemazione del manto stradale».
    Un’idea che piace anche all’assessore Dagnino ma che ha il solito grande ostacolo: i soldi. «Al momento gli strumenti con cui è stata delimitata l’area pedonale sono da considerare provvisori: era però necessario creare una barriera evidente in modo che gli automobilisti non potessero sbagliarsi. Sicuramente ora dobbiamo cercare un po’ di soldi per poter abbellire il nuovo percorso anche dal punto di vista estetico. Sono, invece, piuttosto dubbiosa sull’eliminazione dei marciapiedi e il loro livellamento al piano strada: certo, potremmo togliere il cemento dalla corsia centrale e sostituirlo con un bel selciato, ma non livellerei tutto in modo che, in caso di future emergenze, il percorso possa essere riaperto anche alle vetture».

    Ma se è vero che via Vallechiara non può salire sul banco degli imputati, come si spiegano, allora, le sempre infinite code in una zona cruciale del traffico cittadino, soprattutto nelle ore di punta. «La colpa – ammette l’assessore Dagnino – è del doppio attraversamento di via delle Fontane che rallenta notevolmente il traffico perché costituisce una sorta di flusso continuo di pedoni. E una parte dei problemi credo vada addossata anche alla rotonda di piazza dell’Annunziata: personalmente non sono una grande sostenitrice delle rotonde soprattutto in zone così strette e critiche per la mobilità urbana. Infine, non dobbiamo dimenticare che la zona è stata ultimamente interessata da un intervento di Iren nel sottosuolo piuttosto invasivo. Resta comunque il fatto che la mobilità di questo nodo cruciale per la città abbia bisogno di qualche ritocco».
    Quali provvedimenti potrebbe prendere l’amministrazione per agevolare il traffico veicolare? «Facciamo tante Commissioni inutili – ha commentato il capogruppo Pdl Lilli Lauro – forse sarebbe il caso di convocarne una per decidere a tavolino come risolvere una volta per tutte questo nodo cruciale per il centro città». Sempre che una soluzione ci sia, oltre a quella di lasciare l’auto a casa.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Via Shelley«È un anno è mezzo ormai che non seguo più costantemente le questioni di via Shelley, in attesa che venga approvato il nuovo piano regolatore» ci racconta, quasi sconsolato Lucio Parodi, geometra in pensione e già consigliere comunale a metà degli anni ’70. Una sconsolatezza piuttosto motivata, se si tiene presente che la realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone, legata a doppia mandata con un significativo intervento edilizio proposto dal Consorzio cooperative Rio Penego 2 e la messa in sicurezza idrogeologica del medesimo corso d’acqua, va avanti dal 1981.

    Ricorsi, controricorsi, intervenuti della magistratura, conferenze dei servizi chiuse da commissari con mandato scaduto, quella che da sempre viene sintetizzata come “la storia via Shelley”, che a più riprese abbiamo raccontato sulle pagine di Era Superba, è uno dei più fulgidi esempi dell’assurdità della burocrazia italiana. Ma, adesso, finalmente qualche tassello sembra poter andare a posto. Il tutto per “merito” di un’emergenza idrogeologica che riguarda il rio Penego.

    Come dimostrato anche dagli allagamenti nell’autunno/inverno 2013-2014, con l’acqua che defluiva lungo via Shelley provocando anche la rottura del manto stradale, la tombinatura del rio Penego non risulta funzionale: accertamenti disposti dalla Provincia hanno dimostrato che l’unico tratto di tombinatura adeguato dal punto di vista idraulico è quello che riguarda i primi 120 metri del corso d’acqua, fatta eccezione per la necessità di un intervento di messa a norma del fondo. La seconda parte di tombinatura, invece, realizzata tra gli anni ’60 e ’70 dagli abitanti di via Shelley, presenta inadeguatezze tali da aver spinto il sindaco Marco Doria a emanare un’ordinanza di divieto di sosta dei veicoli nel tratto compreso tra il civico 11 e il civico 79 di via Shelley in caso di allerta meteorologica ,trasformabile all’occorrenza in interdizione al traffico veicolare e al transito pedonale.

    Via Shelley, Quarto

    Per eliminare in maniera definitiva l’emergenza, nel mese di marzo, il Comune di Genova aveva dato il via libera ai lavori per la messa in sicurezza della tombinatura dei primi 120 metri del rio Penego, su sollecitazione della Provincia. Ai restanti 370 metri avrebbero dovuto provvedere principalmente i residenti di via Shelley in maniera “urgente e imprescindibile in vista delle prevedibili piogge autunnali ai fini di tutela della pubblica/privata incolumità”, presentando un progetto di messa in sicurezza entro i primi di ottobre. Una scadenza non rispettata che ha portato la Provincia a commissionare al Comune anche la realizzazione di questa seconda parte di lavori accollandone i costi agli inadempienti: si parla di 650 mila euro per l’adeguamento del secondo tratto del rio Penego alla piena duecentennale secondo le norme previste dal piano di bacino.

    Sistemato il rio Penego, potranno partire anche i lavori per la realizzazione della nuova viabilità pubblica e per il progetto edilizio che, nel corso degli anni, è stato sensibilmente ridimensionato e dovrebbe limitarsi alla costruzione di quattro palazzine accoppiate alla base più una quinta distaccata. «D’altronde – ricorda il geometra Parodi – sono passati oltre 40 anni da quando il Consiglio comunale stava valutando l’opportunità di creare un collegamento più facile tra Apparizione e Corso Europa e si era bloccato proprio per approfondire le proposta del prolungamento di via Monaco Simone».

    Gli accordi iniziali tra Comune e Consorzio Penego 2 prevedevano, come oneri di urbanizzazione per l’operazione edilizia, l’adeguamento idraulico della tombinatura del primo tratto del rio Penego in carico a Tursi e la realizzazione della strada di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone in carico ai privati.  Un intervento dal costo complessivo di poco superiore ai 5 milioni di euro, già previsto nel piano triennale dei lavori pubblici 2014-2016. Oggi si dovrebbe sostanzialmente ripartire da qui, con l’aggiunta, come detto, dei lavori di messa in sicurezza della seconda parte del rio.

    Il progetto negli ultimi anni è stato bloccato per un ricorso al Tar vinto dagli abitanti di via Shelley, contrari a nuovi insediamenti nella zona. Ma il tribunale amministrativo ha sostanzialmente confermato la validità dell’istruttoria realizzata dalla Conferenza dei Servizi che, tuttavia, aveva approvato definitivamente il progetto quando il commissario ad acta era ormai stato formalmente rimosso dal suo incarico. Si tratta, dunque, di convocare una nuova Conferenza dei Servizi che non dovrà far altro che deliberare nuovamente i documenti già approvati. A quel punto potrà finalmente partire la gara per l’assegnazione dei lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.

    «Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».

    Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».

    Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.

    «L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».

    Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
    A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
    Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.

    Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.

    Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    Impianti sportivi, ecco i tre progetti in corsa per i finanziamenti europei

    piscina-massa-nerviNella più classica delle zone Cesarini la giunta comunale ha dato il via libera alla presentazione di tre progetti preliminari per la riqualificazione di altrettante strutture sportive cittadine a un bando regionale (scaduto il 31 ottobre) che punta a distribuire circa 25 milioni di euro “avanzati” dagli ex fondi Fas. A beneficiare di questi contributi, che in minima parte potrebbero essere affiancati da qualche spicciolo messo a disposizione del Comune, potrebbero essere due storiche piscine genovesi come la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi, del cui stato di degrado abbiamo già più volte parlato sulle pagine di Era Superba. A questi si potrebbe affiancare anche una nuova sede per i galeoni delle regate storiche delle Repubbliche Marinare, che sarebbero custoditi sempre nel complesso del centro veliero di Prà ma in una struttura ad hoc. Da sottolineare come la realizzazione di tutti e tre i progetti preliminari sia stata sostanzialmente a costo zero: per il capannone del Galeone ci hanno pensato gli uffici comunali, per la Mameli il disegno è stato regalato al consorzio Utri Mare dall’architetto Marco Pesce, per la Massa la donazione è arrivata dall’architetto Luca Mazzari.

    «Non ci siamo fatti mancare nulla come amministrazione – scherza l’assessore allo Sport, Pino Boero – nel senso che appena sono arrivato mi hanno restituito le chiavi della piscina Massa. Abbiamo cercato delle soluzioni tampone per alcuni di questi impianti chiusi ormai da anni ma era necessario risolvere i problemi alla radice. Non si poteva fare un bando perché difficilmente si sarebbero trovate società disposte a investire in questo momento economico. Abbiamo dunque cercato di sfruttare la disponibilità della Regione Liguria sulla rimodulazione dei fondi Fas per gli anni 2007-2013 e naturalmente la programmazione per quelli 2014-2020 scegliendo questi progetti che chiederanno anche un esborso da parte del Comune, seppure minimale».

    Non sono riusciti a rientrare nel bando altre due strutture da tempo chiacchierate: la piscina Nico Sapio di Multedo, per cui non c’erano i tempi tecnici per giungere a un progetto neppure preliminare, e il complesso tennistico di Valletta Cambiaso, al contrario di quanto anticipato qualche mese fa dall’assessore Boero.

    Ora la palla passa alla Regione. «Non posso sapere come la Regione disporrà di queste risorse – dice Boero – ma a noi interessava dimostrare che davanti a strutture fatiscenti il Comune si è impegnato a cercare una strada sicura, seppure probabilmente non rapidissima, per avviare le riqualificazioni». E se i fondi non dovessero essere concessi? «Non voglio fare nessun piano B almeno finché qualcuno non mi deluderà sul piano A» dichiara l’assessore. «Non voglio certo dire che la Regione ci debba dare tutto e subito ma questi sono i progetti che abbiamo indicato ed è chiaro che qualcosa ci aspettiamo: se non tutto arriverà, aspetteremo il prossimo giro».

    Ma vediamo più da vicino i tre progetti in corsa per i finanziamenti.

    La piscina Massa di Nervi

    piscina-massa-nervi-2Il disegno della nuova piscina Massa, che con tutta probabilità verrà presentato ai cittadini nel corso di un incontro pubblico entro la fine del mese, prevede l’abbattimento delle gradinate che attualmente danno sull’asfalto, il rifacimento di tutti i locali interni e, soprattutto, la messa a norma della vasca che dovrebbe, quantomeno in via preliminare, allargarsi alle dimensioni regolamentari per la pallanuoto (33×20 metri con una profondità di 2 metri).

    «Purtroppo – spiega il presidente del Municipio Levante, Nerio Farinelli – non è stato possibile rendere partecipe la comunità prima della presentazione del progetto preliminare ma i tempi erano davvero molto stretti. Ottenere questi finanziamenti per noi sarebbe un grande successo perché ci abbiamo lavorato ininterrottamente da settembre anche grazie alla preziosa collaborazione dell’architetto Mazzari e del suo staff».

    L’aspetto forse più prestigioso di questo progetto è la richiesta di finanziamento per il rifacimento della pavimentazione di tutto il molo di Nervi per dare continuità alla Passeggiata Anita Garibaldi, che in questo modo arriverebbe fino al faro. E la piscina sarebbe anche un bel vedere grazie a un gioco di vetri e trasparenze, che garantirebbe appetibilità agli spazi interni pensati per convegni e altre attività non prettamente agonistiche.

    Costo complessivo: 3,5 milioni di euro, di cui 2 per la piscina e 1,5 per la riqualificazione viaria. «Si tratta di una struttura piuttosto semplice e leggera – riprende Farinelli – che si inserisce bene nel contesto del porticciolo e crea un collegamento naturale con il borgo e la passeggiata. Siamo riusciti ad avere il via libera per provare ad acchiappare i finanziamenti europei in extremis ed è una cosa che ci riempie di gioia. Peccato solo che arrivi in un momento in cui la città avrebbe bisogno di ben altri fondi su altre poste per riprendersi dall’alluvione: ma questi, purtroppo, sono finanziamenti vincolati e se non venissero spesi su queste partite sportive andrebbero persi».

    La Mameli di Voltri

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    Progetto riqualificazione Mameli di Voltri – Prospetto Est

    Altra storica piscina che potrebbe rinascere grazie all’intervento dei fondi europei è la Mameli di Voltri. Come noto, la struttura rientra nella concessione demaniale affidata al consorzio Utri Mari, una sorta di partecipata del Comune di Genova, che si occupa anche della gestione della società sportiva e della passeggiata ponentina. Il progetto di riqualificazione, realizzato dall’architetto Pesce socio del consorzio che ha chiesto l’intervento di Tursi per trasformare il disegno in realtà, prevede anche in questo caso il rifacimento integrale della vasca secondo le prescrizioni della FIN per la pallanuoto agonistica. Nuovi saranno anche gli spogliatoi dopo che le vecchie strutture erano state demolite da Autorità Portuale assieme a una desueta falegnameria. Tutta l’impiantistica interna sarà rivista per consentire un abbattimento dei costi di gestione che, tuttavia, potranno contare anche sugli introiti provenienti dalla spiaggia libera attrezzata prospiciente, anch’essa interessata dal restyling. Infine, è prevista anche l’eliminazione del “pallone” e la sua sostituzione con una copertura telescopica che consenta di fare attività al coperto in inverno (con la protezione anche di una parte delle gradinate) e all’aperto in estate.

    Piscina Mameli, Voltri«Una delle regioni per cui la pallanuoto ha perso molto del suo appeal – spiega il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è stata il suo confinamento nei mesi invernali dentro le piscine. Non a caso società storiche come la Mameli o la Sportiva Nervi sono fallite. Con questo intervento, non solo architettonico ma anche funzionale con nuove attrezzature per il riscaldamento e il filtraggio delle acque, pensiamo a far rinascere una piscina storica aperta nel 1956. Speriamo che la Regione tenga conto anche dell’alto valore sociale di un impianto sfruttato dai bambini delle scuole, dai ragazzi differentemente abili, da chi non ha grandi disponibilità economiche e dai carabinieri subacquei di Voltri».

    I costi per l’intera riqualificazione dovrebbero aggirarsi attorno ai 3,3 milioni di euro (2,5 milioni per le strutture, 830 mila euro per l’efficientamento energetico).

    I tempi di realizzazione sono comunque ancora lunghi, come ci spiega Andrea Mariani, funzionario dell’assessorato allo Sport: «Se la Regione dovesse confermare i fondi in tempi piuttosto rapidi, abbiamo previsto un cronoprogramma che attraverso le necessarie procedure a evidenza pubblica arrivi ad affidare i lavori entro la fine del 2015». I cantieri a quel punto dovrebbero durare non meno di 2 anni. «I lavori sono piuttosto complessi – ricorda Mariani – ma il progetto prevede una realizzazione per lotti progressivi in modo che l’intero complesso possa riaprire le porte ai cittadini prima di tre anni».

    La speranza per il presidente di Municipio Avvenente è di poter vedere qualcosa di concreto entro la fine del suo secondo mandato (primavera 2017): «Sarei la persona più felice del mondo se potessi vedere la fine di una serie di opere come il Por di Prà e la riqualificazione della Mameli: potrei andarmene a pescare soddisfatto».

    Prà, nuova casa per il galeone storico

    Un po’ a sorpresa il terzo progetto che potrebbe rientrare nei finanziamenti ex Fas è il rifacimento della struttura che ospita i due galeoni storici utilizzati, negli ultimi anni con scarsissimi risultati, per le regate delle Repubbliche Marinare. Le imbarcazioni sono attualmente conservate nel capannone centrale del centro veliero di Prà; tuttavia, l’area è stata concessa quest’estate alla Federazione italiana canottaggio che realizzerà il primo centro di eccellenza nazionale per giovani promesse e grandi campioni.

    «Avere atleti provenienti da ogni dove che potranno trovare strutture adeguate per fare sport è una grande opportunità per il Ponente» dice Avvenente. «Con 450 mila euro dei Por riusciremo a sistemare il campo di regata e stiamo pensando anche all’accoglienza e alla ricettività: a Villa de Mari nascerà un ostello che lavorerà in simbiosi con gli impianti sportivi della Fascia di Rispetto». Così vedere nuotare nella piscina di Prà campioni internazionali del calibro di Ryan Lochte, come successo i giorni scorsi, o vogare i futuri eredi dei fratelli Abbagnale potrebbe trasformarsi da eccezione a norma.

    Ecco allora la necessità di spostare i due galeoni in una struttura che potrebbe fungere anche come una sorta di museo o, comunque, di polo attrattivo attraverso una superficie trasparente per dare visibilità a un’attività su cui l’amministrazione vorrebbe puntare nei prossimi anni. Qui i costi sono decisamente più bassi rispetto a quelli delle altre due opere e dovrebbero aggirarsi attorno ai 460 mila euro. 

    Nico Sapio a Multedo: verso una svolta?

    multedo-degrado-piscine-sapioC’era una terza struttura a Ponente che sarebbe rientrata volentieri tra gli impianti da riqualificare attraverso i fondi europei: stiamo parlando della piscina Nico Sapio di Multedo, la cui situazione purtroppo non si è potuta sbloccare per mancanza di un vero e proprio progetto di rilancio.

    «Mia nonna – sorride amaro il presidente Avvenente – diceva sempre che per poter sperare di vincere la lotteria di Capodanno bisogna almeno comprare un biglietto. Il biglietto in questo caso è rappresentato dal progetto che per la Sapio non c’è. L’assessore Boero sta valutando se far partire un altro bando oppure ragionare sull’utilizzo polifunzionale della struttura mettendo a gara anche i campetti da calcetto e tennis, che grazie all’impegno dei volontari sono stati riaperti gratuitamente a tutti i bambini della zona».

    Voci di corridoio dicono che l’amministrazione sia sempre più orientata verso un project financing per la riqualificazione complessiva delle strutture. Accantonato il progetto di Multedo 1930 che versa in cattive acque economiche, parrebbe che un’altra grande società sportiva cittadina si sia fatta avanti per rilevare l’intero compendio sportivo: si potrebbe, dunque, tonare a parlare di addio alla piscina ma, prima, bisognerà convincere gli abitanti.

    E Valletta Cambiaso?

    Fino a qualche settimana fa sembrava che all’interno di questa infornata di fondi Fas potesse rientrare anche la riqualificazione dei campi da tennis di Valletta Cambiaso che, invece, sono rimasti fuori dal bando. Ma anche per questo progetto, assicura l’assessore Boero, le acque non sono ferme: «La riqualificazione di questi impianti probabilmente andrà avanti su altre strade: potrebbe richiedere in futuro l’intervento di fondi Fas ma non dovrebbe esserci alcuna necessità di intervento da parte del Comune perché in questo caso ci penserebbero almeno in parte i capitali privati di My Tennis, che hanno in gestione gli spazi, ed eventualmente la Federtennis».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    Amt, la salvi chi può: i buchi aumentano, Tursi corre ai ripari, i lavoratori protestano, la Regione latita

    autobus-amt-2Pomeriggio caldo in Consiglio comunale con i lavoratori di Amt giunti sugli spalti della Sala Rossa per chiedere con forza alla giunta di annullare il ritiro dei contratti integrativi annunciato negli ultimi giorni per la salvare le casse della partecipata. “Dite alla città che non ci sono i soldi per il trasporto pubblico”, “Amt è occupata, venite ad arrestarci coi manganelli”, “Annullate il ritiro” e qualche colorito coro agli indirizzi del PD sono stati gli slogan più gettonati dai manifestanti, giunti a Palazzo Tursi dopo aver iniziato la giornata di protesta con la simbolica occupazione degli uffici dei dirigenti dell’azienda.

    Dopo una prima sospensione dei lavori consiliari per consentire un incontro tra i rappresentanti sindacali e i capigruppo, i lavoratori hanno urlato a gran voce il proprio dissenso anche nei confronti del sindaco Doria. Il quale, a microfoni spenti, perdendo un po’ del suo proverbiale aplomb, ha ribattuto a gran voce accusando i manifestanti di impedire l’approvazione di un’importante delibera con alcuni provvedimenti urgenti in favore degli alluvionati. Con senso di responsabilità, la protesta si è dunque placata per concedere all’assemblea di presentare e votare i documenti. Al termine delle operazioni, onde evitare nuove tensioni, il sindaco ha ricevuto una delegazione di lavoratori e rappresentanti sindacali, in privato, nei propri uffici.

    «Doria – ha spiegato al termine dell’incontro Mauro Nolaschi, segretario di Faisa Cisal – ha confermato che la disdetta non verrà ritirata e che abbiamo tre mesi di tempo per ricontrattare l’integrativo».

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    Amt e l’Agenzia regionale per il trasporto pubblico >> Qui l’approfondimento 

    Più o meno gli stessi contenuti ripetuti più tardi, sempre in privato, ai consiglieri rimasti in Sala Rossa anche termine della seduta ordinaria di Consiglio. «Il sindaco – ci ha raccontato il capogruppo Pdl, Lilli Lauro – ha spiegato che essendo la previsione dei conti di Amt per il 2015 in disavanzo, il Comune è obbligato a mettere in campo qualche azione che scongiuri il fallimento e consenta all’azienda di sopravvivere fino alla gara regionale. Se, infatti, è vero che Amt al momento non potrebbe partecipare alla gara, quantomeno il Comune potrebbe contrattare la riassunzione di tutti i dipendenti in carico al soggetto vincitore».

    In ballo, per il momento, ci sono i 36 milioni di euro (25 milioni per la parte economica + 11 per quella normativa) del contratto integrativo, che corrispondono a una cifra variabile tra i 260 e 1000 euro al mese in busta paga. Certo, come ribadito da Tursi in un comunicato inviato nella tarda mattinata di ieri, la disdetta non significa “azzerare l’integrativo ma avviare una trattativa tra azienda e sindacati per salvare Amt”. Nella stessa nota si prospetta per la partecipata il rischio di fallimento nel 2015: nel bilancio dell’anno prossimo mancherebbero circa 8-9 milioni, pari al capitale sociale dell’azienda che, se azzerato, comporterebbe l’obbligo di portare i libri in Tribunale.

    «La soluzione prospettata dal Comune – mettono in allerta i sindacati – magari consentirà di avere gli autobus ancora per il prossimo anno ma costringerà comunque l’azienda ad andare in liquidazione nel 2016 perché, se le cose restano così, non ci sono le condizioni per partecipare alla gara regionale».

    Non è neppure detto che i conti fatti da Tursi siano sufficienti per tenere in bilico il bilancio Amt, che molto contava anche sulla possibilità di recupero dell’IVA in seguito al lancio del nuovo servizio su bacino unico per cui invece si dovrà ancora aspettare. La certezza arriverà solo dopo che la conferenza Stato – Regioni avrà stabilito l’ammontare preciso dei tagli ai trasferimenti in arrivo da Roma per il 2015. Se la ricontrattazione del contratto integrativo non bastasse è possibile che Amt si trovi costretta a chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori per non incidere eccessivamente sul servizio: si torna così a parlare di blocco degli straordinari e mezz’ora in più di lavoro a parità di retribuzione, provvedimenti che già tante difficoltà avevano creato alla giunta Vincenzi.

    Qualcuno pare avere messo sul banco anche una manovra prevista dalla legge per il taglio del 50% allo stipendio dei sindacalisti: un provvedimento che, tuttavia, pare non possa essere applicato alle partecipate ma solo ai dipendenti comunali “diretti”. Al momento, comunque, si tratta solo di congetture.

    A dare fastidio ai lavoratori non è tanto il rischio di doversi ancora una volta decurtare lo stipendio, quanto il fatto che la decisione sia stata presa unilateralmente dalla giunta senza prima un tavolo di confronto: «Quando c’è stata la necessità – spiega Nolaschi – non ci siamo mai tirati indietro dalle nostre responsabilità nel trovare una soluzione che consentisse all’azienda di restare in piedi ma non si può arrivare a una decisione tale dalla sera alla mattina, mettendosi d’accordo solo con pochi intimi tra i vertici aziendale».

    La Regione latita, attenzione al Consiglio metropolitano

    Va detto che, fino al momento, nessun aiuto è arrivato dalla Regione che, anzi, ha posticipato almeno di un anno l’ormai famosa gara per l’assegnazione del servizio pubblico nel bacino unico regionale. Tanto che inizia a circolare con sempre più insistenza la voce di una possibile via d’uscita alternativa, nel medio periodo, che chiamerebbe in causa le competenze della neo-nascente Città metropolitana. Secondo voci ben informate, spetterebbero alla nuova istituzione le responsabilità sul trasporto pubblico: si potrebbe così arrivare a un anticipo sui tempi della Regione da parte del Consiglio metropolitano, lanciando un bando autonomo per la gestione del TPL nel solo bacino metropolitano, pur secondo le regole previste dalla legge regionale. Una decisione difficile che metterebbe definitivamente in crisi i già critici rapporti tra istituzioni. Molto potrebbe dipendere dal percorso che deciderà di intraprendere Roberto Levaggi, sindaco di Chiavari ma soprattutto neo coordinatore del gruppo di lavoro della Città Metropolitana su urbanistica, lavori pubblici, trasporti, viabilità e polizia provinciale.

    Intanto, la protesta nei prossimi giorni si allargherà sicuramente anche ai palazzi di Piazza De Ferrari e via D’Annunzio. Per il momento, lo stato di agitazione prosegue ed è stata confermata l’occupazione pacifica degli uffici aziendali (“occuperemo fino al 2 febbraio, se occorre” hanno urlato i lavoratori in Sala Rossa). Ancora presto, invece, per parlare di sciopero: «Non vogliamo provocare ulteriore danno ai cittadini – dice Nolaschi – già alle prese con le enormi difficoltà per rialzarsi dopo l’alluvione: per questo, lo sciopero quando ci sarà, sarà regolare». Autobus assicurati all’incirca fino a fine mese, dunque, dato che la legge prevede che intercorrano almeno 10 giorni tra lo sciopero e la definitiva rottura di una trattativa che, tuttavia, non è ancora formalmente iniziata. Nel frattempo, venerdì prossimo è convocato un incontro in Confindustria, al quale difficilmente parteciperanno i sindacati: la condizione posta dai rappresentanti dei lavoratori, infatti, è il ritiro da parte del Comune della disdetta del contratto integrativo che, al momento, non sembra essere all’orizzonte.

    Il cammino, dunque, è ancora molto incerto. Di sicuro resta soltanto che anche quest’autunno (e quest’inverno) farà molto caldo sul fronte trasporti. Ma, ormai, i genovesi ci sono abituati.

    Simone D’Ambrosio

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  • Gronda: la politica deve approvare il tracciato definitivo, poi via agli espropri. Autostrade fa gli scongiuri

    Gronda: la politica deve approvare il tracciato definitivo, poi via agli espropri. Autostrade fa gli scongiuri

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione di un lotto del progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    L’approvazione del progetto definitivo della Gronda autostradale di Ponente dovrà passare nelle prossime settimane nuovamente attraverso le forche caudine del Consiglio comunale. Lo ha affermato ieri pomeriggio il vicesindaco Stefano Bernini spiegando che entro il 12 dicembre, data della presunta chiusura della prima conferenza dei servizi dell’opera, la Sala Rossa dovrà approvare un parere sul tracciato definitivo per poter procedere ufficialmente con gli espropri.

    «Nessuno ci ha informato dell’incontro a Roma – ha tuonato il capogruppo di Sel Gianpiero Pastorino – avrei sperato che la giunta venisse in aula per confrontarsi con il Consiglio visto che si sta parlando dell’ennesima cementificazione del territorio che coinvolgerà la città da Vesima alle sponde del Bisagno».

    «Tutto il processo della Gronda – ha rincarato la dose Paolo Putti, capogruppo di M5S e punto di riferimento del movimento No Gronda – è circondato dalla totale mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni che si sono occupate solo di creare consenso attorno all’opera. Ma i vecchietti pensionati che passano il tempo guardando i lavori ci raccontano da decenni la fragilità del territorio che frana sempre più di frequente: e noi in questo territorio vogliamo di nuovo mettere mano con grandi infrastrutture?».

    «La conferenza dei servizi che si è riunita per la prima volta il 17 ottobre a Roma – ha risposto Bernini – ha chiesto a Regione, Comune, Autorità portuale, Aeroporto e Autostrade di completare un percorso che possa portare alla dichiarazione di pubblica utilità dell’opera necessario per fare gli espropri lungo il tracciato della Gronda. Per Autorità portuale, Aeroporto e Autostrade si tratta dell’accordo sulla pista di atterraggio che va allargata sul canale di calma, per la Regione si tratta di un’approvazione della Giunta sul tracciato, per il Comune si tratta di portare in Consiglio un parere sul tracciato che farebbe concludere il percorso di questa prima conferenza dei servizi». Approvando il tracciato definitivo si potrebbe arrivare alla pubblica utilità dell’opera e proseguire nell’acquisizione di aree ed edifici da parte di Autostrada con il conseguente indennizzo per i cittadini interferiti.
    Solo allora potrebbe aprirsi la seconda conferenza dei servizi che dovrà esaminare le ben più delicate questioni delle prescrizioni della Via, del progetto esecutivo e della sua eventuale suddivisioni in lotti funzionali.

    Ma, seppure esclusivamente a fini espropriativi, non è poi così scontato che questo nuovo parere richiesto al Consiglio comunale sia positivo. Le sinistre dovrebbero essere abbastanza compatte, almeno su questo tema, e alla giunta non resterebbe che puntare su qualche larga intesa tra Pd e opposizioni: «Annuncio fin d’ora il mio scontato voto contrario – commenta Antonio Bruno, Fds – e auspico che si attivi una ferma opposizione in città e in Consiglio comunale. L’intervento si sviluppa da est a ovest mentre il traffico delle merci del porto di Genova si sviluppa da Nord a Sud e impatta in un territorio delicatissimo dal punto di vista idrogeologico. Gli studi trasportistici dimostrano che il traffico gravante su Genova è prevalentemente interno al nodo autostradale».

    Perché la pratica deve passare nuovamente dalla Sala Rossa che sulla questione si era già espressa? «Il tracciato della Gronda – ha spiegato ancora il vicensindaco – è contenuto solamente nel nuovo Puc ma non in quello vigente, per questo la conferenza dei servizi ci ha chiesto di confermare un parere positivo. È anche abbastanza probabile che dopo questo passaggio non sia necessario che la decisione della conferenza dei servizi debba nuovamente tornare in Sala Rossa per un’ulteriore ratifica perché nel frattempo dovremmo essere giunti all’approvazione definitiva del Puc in cui, appunto, la Gronda è prevista».

    Prima di Natale, dunque, gli interferiti potrebbero avere una risposta definitiva sul proprio futuro. «Chiudiamo definitivamente questa partita – chiude Bernini – che potrebbe anche portare qualche vantaggio sia agli abitanti sia a chi ha attività produttive perché le valutazioni di appartamenti ed edifici sono stati fatti nel 2008 a margine del dibattito pubblico e a cifre più interessanti di quanto possa offrire attualmente il mercato immobiliare». Secondo il vicesindaco la questione con gli abitanti è già stata chiusa, ora si tratta di completare la stesso percorso anche con le aziende nelle prossime settimane: la quadra potrebbe essere trovata attraverso la Regione che si è detta disponibile ad aumentare l’indennizzo proposto da autostrade a patto che gli imprenditori rimangano sul territorio locale anche dopo la nuova collocazione.

    Viene da chiedersi, però, come mai Autostrade che sembra aver perso quasi tutto l’interesse per la realizzazione dell’opera, soprattutto a seguito di studi di traffico che non motiverebbero un investimento così ingente (si parla di 3 miliardi di euro), sia comunque disposta a sborsare le quote degli espropri per un’infrastruttura che chi sa se e quando mai sarà completata. Probabilmente la questione degli interferiti rappresenta un costo minore di cui vale comunque la pena farsi carico senza la necessità di dover metterci la faccia su un’opposizione definitiva all’infrastruttura.

    Simone D’Ambrosio

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  • Waterfront, il sindaco vorrebbe affidare il progetto a Renzo Piano. Facciamo il punto

    Waterfront, il sindaco vorrebbe affidare il progetto a Renzo Piano. Facciamo il punto

    waterfront-renzo-pianoChe ne sarà del nuovo waterfront cittadino? Una domanda che rischia di rimanere senza risposta definitiva ancora per molto tempo. Nell’ultimo numero dell’edizione cartacea di Era Superba abbiamo dedicato diverse pagine alla visione della Genova del futuro che l’amministrazione comunale sta cercando di portare avanti. Ormai oltre un mese fa, il vicesindaco Stefano Bernini non aveva avuto alcuna remora a raccontarci le sue perplessità sull’idea, allora solamente abbozzata, di cedere a Renzo Piano le chiavi del nuovo fronte del mare cittadino che chiama in causa una complessa ristrutturazione di aree non più funzionali alla Fiera di Genova e altri spazi di proprietà di Autorità portuale.

    «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commentava sulle nostre pagine il vicesindaco – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano?».

    Nel frattempo, però, il nuovo (ed ennesimo) affresco blu di Renzo Piano è stato ufficialmente presentato e pare che, oltre che ad Autorità Portuale e Regione, non dispiaccia più di tanto neppure al sindaco Marco Doria. «Il progetto di Piano è apprezzabile – ha detto ieri pomeriggio il primo cittadino rispondendo al question time in Sala Rossa – e ha degli elementi di genialità perché è stato concepito da un professionista di straordinario valore. Cerca di collegare in una visione unitaria le varie necessità della città, provando a rispondere, da un lato, alle esigenze di un comparto produttivo fondamentale come quello delle Riparazioni navali, dall’altro, alla valorizzazione degli spazi ex fieristici aprendoli alla città creando nuovi collegamenti tra il quartiere della Foce e il Porto Antico. Ecco perché come amministratore comunale ho ritenuto di aderire a questo: ora si tratta di compiere i passi giusti dal punto di vista della correttezza assoluta delle procedure amministrative che decideremo di intraprendere, in totale coerenza con quanto già stabilito nella delibera del luglio 2014».

    Sindaco contro vicensindaco, allora? All’apparenza sembrerebbe di sì, anche se lo stesso Bernini non conferma, almeno direttamente. Anche perché la situazione è ben più intricata per poter essere ridotta a semplici “diversità di vedute” interne alla giunta. Buona parte della partita si gioca attorno al futuro delle Riparazioni navali. Bernini propone il tombamento dell’area del Duca degli Abruzzi per spostare qui l’intera attività che ha necessità di maggiori spazi a disposizione: «È proprio quest’area che Burlando vorrebbe far ridisegnare a Piano ma non ha una lira da dargli e un orizzonte temporale strettissimo viste le imminenti elezioni. Magari vorrebbe un disegnino da “regalare” alla Paita ma poi che cosa succederebbe?» si chiedeva il vicesindaco qualche settimana fa.

    «Le Riparazioni navali nella posizione attuale non hanno prospettiva – ha ribadito ieri Marco Doria – tanto che le aziende più dinamiche trasferiscono le proprie attività lavorative a Marsiglia: o stiamo a guardare senza fare niente, magari facendo i disegni più belli del mondo, oppure possiamo creare le condizioni affinché questo pezzo della nostra storia continui a operare a Genova offrendogli spazi più adeguati». In questo caso la posizione del sindaco sembra riavvicinarsi a quella del suo vice. Va detto che proprio ieri mattina il primo cittadino aveva incontrato le altre istituzioni in gioco per fare il punto della situazione: possibile che qualche pedina sia stata mossa in maniera efficace. Ad esempio, quella che riguarda la vendita ad Autorità portuale del Palazzo Ex Nira per una cifra che potrebbe aggirarsi attorno ai 6/7 milioni di euro. Per il momento, comunque, l’unico elemento ufficiale in campo è la delibera approvata in Sala Rossa lo scorso luglio che forniva alla giunta le linee di indirizzo da seguire per la vendita delle aree ex fieristiche e la loro nuova destinazione d’uso.

    Altro punto che sembra essere piuttosto chiaro al sindaco sono le varie spettanze economiche: «Si tratta di un’operazione complessa e articolata che richiede l’intervento di soggetti e fonti di finanziamento diversi: gli interventi in aree di proprietà di Autorità portuale dovranno esser finanziati da Autorità portuale, quelli su aree di proprietà del Comune, essendo irrealistico pensare che le possa finanziare direttamente il Comune con le sue casse, dovranno esser finanziate attraverso un’intelligente e controllata partecipazione di soggetti privati che si vorranno inserire all’interno di un disegno urbanistico da discutere nelle sedi di amministrazione comunale competenti».

    Ma quanta pazienza avrà ancora il Comune (e il vicesindaco) in questo gioco tra istituzioni, considerando che in ballo ci sono 18 milioni (che Tursi deve alla sua partecipata Spim per l’operazione immobiliare di acquisto delle aree non più funzionali a Fiera di Genova)? E, soprattutto, che cosa potrebbe succedere qualora il Consiglio comunale si trovasse a dover votare una delibera che affidasse a Renzo Piano le chiavi della riprogettazione delle aree ex-fiera? Il blasone dell’archistar potrebbe non essere sufficiente a convincere i già numerosi scettici.

    Simone D’Ambrosio

     

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  • TTIP, di che cosa si tratta? Quali conseguenze per l’economia genovese?

    TTIP, di che cosa si tratta? Quali conseguenze per l’economia genovese?

    porto-container-d1Poco prima che la città fosse sommersa da ben altre urgenze, a inizio ottobre si sarebbe dovuta discutere in Consiglio comunale una mozione presentata da Antonio Bruno (Fds) che avrebbe impegnato sindaco e giunta a intraprendere tutte le azioni possibili per fare pressione sul governo affinché ritiri la propria adesione al TTIP (Transatlantic Trade & Investiment Partnership), il partenariato transatlantico su commercio e investimenti che negli ultimi giorni è entrato finalmente nell’agenda politica e mediatica italiana ma che resta ancora un oggetto assolutamente misterioso nonostante sia stato lanciato ufficialmente nel giugno 2013 da Obama e Barroso.

    Il documento presentato dal consigliere della sinistra genovese è stato ritirato per una più approfondita discussione in Commissione, dato che pare non sia pienamente condiviso dalla giunta e in particolare dall’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, ma la tematica resta di estrema attualità visti anche i toni forti contenuti nella stessa mozione: Bruno parla, infatti, di “lesione del principio costituzionale della sovranità delle autonomie locali” e si augura che il trattato non venga ratificato dal Parlamento europeo. “L’obiettivo prioritario di tale partenariato – si legge nelle premesse del documento del consigliere – è quello dell’eliminazione di tutte le barriere “non tariffarie” ovvero le normative che limitano la piena libertà d’investimento e i profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali a est e ovest dell’oceano Atlantico”. Insomma un’estrema liberalizzazione del mercato che potrebbe portare con sé notevoli conseguenze anche a livello locale.

    «Il rischio – ci spiega Antonio Bruno – è che questa compressione dell’autonomia delle autorità pubbliche si trasformi in un’ulteriore ondata di privatizzazioni in settori chiave come la sanità e l’istruzione, aprendo appalti governativi alla concorrenza di imprese transazionali con il risultato di un’azione destrutturante sulla coesione delle comunità territoriali».

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaPerché, vi chiederete, ne stiamo parlando su Era Superba? Perché da questo trattato potrebbe sì dipendere il futuro dell’economia mondiale ma anche, a cascata, quello della nostra città che deve necessariamente compiere alcune scelte cruciali per il proprio sviluppo futuro. Risulta, infatti, alquanto palese come il TTIP rischi di introdurre squilibri eccessivi a favore dei grandi capitali internazionali svilendo ogni sorta di iniziativa locale anche dal punto di vista istituzionale. «L’impatto su Genova – prosegue Bruno – può avvenire nel momento in cui facciamo appalti e prevediamo clausole sociali o ambientali o ancora, ad esempio, diciamo che nelle scuole non si possono servire ai ragazzi cibi OGM. Insomma, a essere inficiata potrebbe risultare tutta l’attività amministrativa del Comune che tende a far sviluppare attività industriali o agricole basate sulla merce locale. Potrebbe succedere che, una volta approvato il trattato, le multinazionali interessate a un appalto denuncino il Comune o la diffidino dal prevedere queste norme. Per non parlare, poi, del controllo dei subappalti o dei subentri in corso d’opera». Per carità, è piuttosto probabile che una multinazionale non abbia troppi interessi a spendere tante energie per piccoli appalti locali, ma la situazione potrebbe cambiare radicalmente se iniziassimo a parlare di gestione dei rifiuti o del servizio idrico (già adesso di fatto in mano a multinazionali su cui il Consiglio comunale e probabilmente anche il sindaco non hanno molto controllo) o di altri cruciali servizi pubblici, tanto più se gestiti da cosiddette multiutility.

    Per capire meglio quali siano le conseguenze concrete che l’eventuale adesione italiana al TTIP comporterebbe per il nostro sistema economico ci siamo fatti aiutare dal consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, con cui già in passato avevamo dipanato altre districate matasse economiche come quelle relative al bilancio (qui l’approfondimento).

    trasporto-merci-container«Ci troviamo di fronte ad un percorso negoziale teso a stipulare un trattato di “libero scambio” nell’area atlantica che regolerà i rapporti economici e commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti. Si tratta dell’area economica più produttiva del globo (il 50% delle transazioni, 800 milioni di persone), e visto che è già stato adottato il NAFTA  (trattato per il continente nord americano) e che presto seguirà anche il PPI  (trattato per l’area pacifica),  è del tutto evidente la portata della trasformazione. La prima considerazione che viene da fare è che si tratta di un “patto” che avrà notevoli conseguenze sulla vita e sulla salute nostra e dell’intero pianeta. Insomma, si stanno negoziando “regole del gioco” che avranno ricadute significative su ambiente, salute e diritti e ciò avviene nel più totale silenzio, in un regime di sostanziale riservatezza. I cittadini che saranno coinvolti pesantemente dalle conseguenze del trattato sul piano della loro concreta vita quotidiana non sono per niente informati di quello che si sta discutendo. Sembra che la decisione in merito riguardi esclusivamente i governi. Forse perché, in casi analoghi, quando è stato fatto l’errore di parlarne in chiaro, la protesta è stata cosi forte da costringere i governi a ritirare la proposta?»

    Quali sono i contenuti principali di questo accordo internazionale?

    «L’intenzione del trattato è quella di rimuovere tutti gli “impedimenti” che possono in qualche modo ostacolare gli scambi commerciali. Per ottenere questo risultato gli operatori economici e i governi si apprestano ad emanare norme tese ad eliminare sia le “barriere tariffarie” (dazi) che  le “barriere non tariffarie”  (vincoli) allo scopo di favorire al massimo la libera circolazione  di merci e capitali. Per persuadere i decisori e la pubblica opinione più informata, si sostiene, dati alla mano, che la conseguenza prevedibile di questa “ulteriore liberalizzazione” del mercato siano ricadute positive sulla quantità di scambi, con un aumento della produzione, dell’occupazione e della creazione di ricchezza».
    Ma su questo, pare di capire, non ci siano grandi convinzioni. «Le analisi prodotte sino a qui sono frutto di calcoli fondati su dati incerti e gli enti coinvolti nelle ricerche hanno scarsissima credibilità, visto che sono espressione di quelle stesse lobbies che hanno tutto l’interesse a far sì che il trattato venga adottato. Non è un caso che buona parte delle riunioni che stanno precedendo la stipula vera e propria dell’accordo (circa 135  su 150), vedano protagonisti i grandi operatori economici, mentre ben poco significativo sia lo spazio dedicato all’auditing delle associazioni dei consumatori. Ciò fa sorgere qualche dubbio rispetto alla neutralità dei dati forniti circa gli effetti economici e sociali dell’operazione».

    genova-castelletto-veduta-DIFacciamo un passo indietro e fermiamoci sulle conseguenze reali o presunte del trattato. «È chiaro che il TTIP si muove tutto all’interno di una “ricetta neoliberista” dello sviluppo economico. L’idea che sta alla base dell’accordo è che il mix “meno barriere, meno vincoli / più economia di scala, più libera concorrenza”, significhi automaticamente aumento della quantità degli scambi, più lavoro, più profitti e quindi indirettamente più ricchezza da distribuire. Ma è così certo che tutto questo processo dia vantaggi effettivi sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta? Non credo. Le tendenze macroeconomiche in atto testimoniano che, come l’aumento della circolazione delle merci non implica necessariamente maggior reddito disponibile nel sistema, così un vantaggio in termini di profitti per le imprese non è detto si trasformi per forza in ridistribuzione effettiva della ricchezza ai lavoratori. Piuttosto, e questo è indiscutibile, abbiamo assistito a un aumento vertiginoso delle diseguaglianze. Da noi, dove fino ad oggi la qualità dei prodotti è più tutelata, la paventata riduzione di standard e controlli finirebbe per attribuire un ulteriore significativo vantaggio in termini competitivi ai grandi gruppi multinazionali».

    Quindi, ancora una volta, tanto a pochi e poco a tanti?

    «Il trattato, con la totale liberalizzazione dei mercati, comporterebbe effetti negativi soprattutto per quelle aziende che non sono in grado di fare economie di scala, che sono insediate in “aree deboli”, che si sono specializzate in prodotti di nicchia, magari di qualità, ma con costi di produzione alti. L’aumento della competizione in un mercato maggiormente de-regolato rischia di avere effetti negativi soprattutto per le piccole e medie imprese che fanno  già fatica ad affrontare la sfida globale.
    Lo scopo dichiarato del TTIP è quello di salvaguardare e promuovere la libertà di scambio e la libera concorrenza che, tuttavia, verrebbero tutelate anche a scapito delle leggi nazionali. Le eventuali norme “restrittive” rispetto al must del libero mercato ed al “diritto supremo” delle multinazionali di fare business adottate nei singoli Paesi, nelle singole Regioni, nei singoli Comuni potrebbero essere, alla luce di questi accordi, considerate “illegali” e dare luogo a ricorsi milionari».

    Addio alla sovranità statale in campo economico. Non è uno scenario un po’ troppo catastrofico?

    «Anche senza trattato, ci sono alcuni esempi di contenzioso che già vanno nella direzione che accennavo prima: con l’adozione trattato tutto questo diventerebbe regola. Abbiamo, tra gli altri, l’esempio della Philip Morris che ha fatto causa all’Uruguay per una campagna antitabacco, quello della Vattenpol che ha fatto causa alla Germania per la sospensione di un progetto di costruzione di una centrale nucleare, quello di Lore-Pina che ha fatto causa al  Canada perché si era opposto alla pratica del fracking, quello dell’Occidental Petroleum che ha fatto causa all’Ecuador per la mancata apertura di alcuni pozzi petroliferi. È evidente che nel nuovo contesto normativo la possibilità da parte delle grandi corporations di promuovere cause milionarie e di vincerle condizionerà l’azione stessa dei governi, limitandone indebitamente la sovranità e la discrezionalità.

    Non è detto che, in assoluto, armonizzare le norme e favorire la circolazione di prodotti e saperi in un mondo fortemente interconnesso sia di per sé un fatto negativo ma l’intero sistema economico e normativo, anche grazie  al TTIP, sta andando eccessivamente nella direzione di favorire i profitti delle multinazionali. E la cosa più grave è che il tutto avviene in un quadro politico connotato da un’assenza sempre più preoccupante di democrazia. Se, già ora, le decisioni, anche su temi rilevanti come questo, sono assunte dai governi, senza nessuna consultazione dei cittadini, dopo l’adozione del trattato, verranno sottratte in larga misura anche alla potestà degli Stati».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    L’Amico Ritrovato: dopo la chiusura di Assolibro, una storia di passione e tenacia

    amico-ritrovato-libreria-5La saracinesca è ancora tirata giù, quasi fino in fondo, ma le teste dei passanti che sbirciano incuriositi fanno capolino con cadenza regolare. Siamo in via Luccoli 98r, all’interno di palazzo Luccoli-Balestrino, a pochi metri da piazza Fontane Marose. Qui, come il dottor Grigio ci ha già anticipato sulla nostra pagina Facebook, oggi pomeriggio alle 16 ritroveremo un amico, anzi tanti amici. Sono i ragazzi costretti tempo fa ad abbandonare la libreria Assolibro nella vicina via San Luca, lasciando un grande vuoto nel cuore del centro storico e nell’offerta culturale della nostra città.

    «Da quando è finita l’avventura di Assolibro – ci racconta Marco Parodi, trentenne, uno dei soci di questa nuova avventura – abbiamo avuto una richiesta costante dalle persone che incontravamo per strada: quando riaprite? Dove vi potremo trovare? Interesse, certo, ma anche un po’ di pressione per noi. Speriamo che tutto ciò si traduca in un buon successo per questa ripartenza».

    La nuova libreria si chiamerà “L’amico ritrovato”, prendendo in prestito il titolo di un notissimo romanzo di Fred Uhlman, a testimonianza di un forte legame con l’esperienza passata.

    «Tutto nasce sicuramente dall’esperienza di Assolibro e dalla risposta forte che abbiamo avuto dai nostri clienti e dagli abitanti del centro storico quando siamo stati costretti a lasciare via San Luca. Certo, la chiusura non è stata una cosa repentina: i segnali c’erano già stati con ripetuti tentativi di vendita da parte della proprietà andati a vuoto. Noi ci eravamo già messi a vento per fare altro. C’è chi ha aperto altre librerie, chi ha iniziato a collaborare per un grande gruppo editoriale. Ma, in fondo, avevamo sempre il sogno di poter tornare presto nel centro storico, magari facendo cose che in Assolibro non eravamo così liberi di fare come l’organizzazione di presentazioni, l’autonomia nelle scelte editoriali, i contatti diretti con il territorio e soprattutto con le scuole. E appena abbiamo visto questi spazi, con queste splendide colonne in mezzo alla sala, ce ne siamo subito innamorati».

    120 mq molto accoglienti che hanno tutte le caratteristiche per diventare una nuova casa del libro nella Città Vecchia.

    «Il nostro obiettivo è quello di puntare il più possibile sulla fisicità del luogo. Bisogna creare un posto bello da frequentare perché lo stesso libro puoi comprarlo ovunque, e magari anche con un po’ più di sconto. Ma con il prezzo del libro acquistato qui vorremmo che fosse compresa anche l’esperienza di quella mezz’ora passata in un luogo piacevole. È un po’ come andare a prendersi un caffè: potresti farlo anche a casa ma non avresti il piacere di uscire, di andare a prenderlo in un bel posto, facendo quattro chiacchiere con persone piacevoli. Poi è ovvio che ci devono anche essere i libri perché se il posto fosse anche il più figo del mondo ma fosse un buco microscopico oppure male assortito, magari ci passi anche una volta a vederlo ma poi non ci torni più».

    Libri che si possono toccare, leggere e sfogliare. Non è un azzardo nella società dell’informatizzazione?

    «Nella crisi generalizzata del mercato dell’editoria credo che ci sia ancora spazio per fare qualcosa, soprattutto per le realtà medio-piccole e strettamente legate al territorio come la nostra: è molto più difficile per i megastore, che hanno spazi infiniti e tanti dipendenti da gestire con costi altissimi. Per la nostra dimensione, invece, paradossalmente la crisi può offrire qualche opportunità in più, ad esempio dal punto di vista della disponibilità di locali. Poi, naturalmente, ci sono anche le nostre forti motivazioni personali e il grande affiatamento che ci ha portato a realizzare questo sogno. Ma anche le piccole librerie devono fare un salto di qualità e trasformarsi in qualcosa di altro rispetto al posto dove entri, stai cinque minuti a cercare il libro giusto, e te ne torni subito a casa. Comunque anche noi abbiamo la nostra pagina Facebook e il nostro sito internet. Ed è anche possibile che presto si riesca a lanciare un servizio di vendita online: ma niente droni stile Amazon, vorremo davvero puntare il più possibile sul contatto umano».

    Non solo libri, quindi?

    amico-ritrovato-libreria-6«Vorremmo essere qualcosa di più che un semplice esercizio commerciale. Sarebbe bello poter dire un giorno che siamo riusciti a offrire alla città un valore aggiunto anche dal punto di vista culturale. Per questo, ad esempio, puntiamo molto sul rapporto con le scuole. Oltre a una sezione per bambini molto curata (il taglio della libreria è comunque generalista con saggi, best seller, grandi classici e collane di letteratura un po’ più di qualità, ndr), anche grazie al continuo fermento in questo settore che si sta rinnovando molto dal punto di vista delle illustrazioni e della grafica, cercheremo di dar vita a percorsi di lettura pensati per le scuole e a qualche laboratorio coinvolgente. Poi naturalmente, presentazioni, eventi per tutti, magari piccole mostre perché siamo convinti che più cose proporremo più avremo modo di far vivere la libreria».

    Sembra tutto bello e facile. Ma allora perché non ci avete pensato prima?

    «In realtà, qualche tosta difficoltà abbiamo dovuta affrontarla anche noi. Innanzitutto ci siamo dovuti costituire come società e investire un bel po’ dei nostri risparmi: una cosa possibile solo grazie al fatto che tutti noi nel frattempo abbiamo mantenuto un’altra attività, sempre legata al mondo editoriale. Ma la gestione del tempo tra lavoro, famiglia e libreria da mettere in piedi è stata piuttosto faticosa. Poi, siamo stati fortunati a trovare i locali già con impianto elettrico e di condizionamento pronto: abbiamo solo dovuto tirare giù una tramezza, tinteggiare, cambiare un po’ l’illuminazione e naturalmente sistemare gli arredi. Passaggi comunque non semplici perché il palazzo è vincolato dalla Sovrintendenza sia internamente che esternamente, tanto che dovevamo già aprire prima dell’estate ma siamo stati costretti a rimandare fino ad oggi».

    Nessun aiuto dal Comune? In fondo siete tutti piuttosto giovani e la cultura sembra essere uno dei punti di riferimento di questa amministrazione.

    «In effetti avevamo parlato anche direttamente con il sindaco per un progetto decisamente ambizioso che chiamava in causa una complessiva riqualificazione della loggia di piazza Banchi: un progetto integrato che non prevedesse solo un esercizio commerciale ma anche altre attività culturali, di integrazione e multiculturalità. Insomma, un qualcosa che potesse rappresentare un vero presidio per il territorio, dal mattino alla sera, e non la vergogna che è adesso, con i turisti che si trovano quasi sempre la porta sbarrata. Ma il progetto si è arenato e noi non potevamo restare al palo per altri dieci anni. A dire il vero qualche altra proposta ci è stata avanzata ma per spazi assolutamente non consoni».

    Poi, per fortuna, è saltato fuori questo palazzo con le sue affascinanti colonne. Insomma se passate in centro, un salto da queste parti potrebbe valere la pena di farlo: Marco e colleghi saranno ben felici di potervi consigliare qualche lettura. Non vi potranno offrire il caffè, quantomeno non in libreria… «ma solo perché non c’è abbastanza spazio». Ci sarà, però, un comodo angolo lettura da cui nessuno vi spodesterà. E presto potrebbe anche esserci l’esposizione delle copie in consultazione del bimestrale cartaceo di Era Superba… Ma di questo speriamo di potervi dare conto prossimamente.

    Simone D’Ambrosio

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  • Emergenza rifiuti a Genova, resa dei conti. Necessari oltre 140 milioni in 5 anni

    Emergenza rifiuti a Genova, resa dei conti. Necessari oltre 140 milioni in 5 anni

    rifiuti-amiuDifficile fare il punto della situazione su Amiu e sullo stato della discarica di Scarpino in questi giorni. La scorsa settimana i vertici dell’azienda e l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, hanno presentato finalmente le 172 pagine del nuovo piano industriale intitolato “Amiu 2020, recuperare risorse, creare lavoro, in Liguria” in cui, tra le altre cose, sono contenute le misure per scongiurare la chiusura definitiva della discarica sulle colline sestresi.

    Nei prossimi giorni, infatti, dovrebbe decadere ufficialmente la legge deroga regionale che consente di conferire i rifiuti a Scarpino nonostante la non adeguatezza del sistema di pre-trattamento alle norme nazionali ed europee. La rumenta genovese e non solo, come già ampiamente raccontato sulle pagine di Era Superba (vedi link sopra), avrebbe dovuto trovare ospitalità altrove: Torino, con buona probabilità, ma non solo dato che il capoluogo sabaudo è ancora alla ricerca di una soluzione per liberare nuovi spazi da dedicare ai nostri rifiuti urbani.

    alluvione-rifiutiNel frattempo, però, è successo, di nuovo, l’imponderabile (?). Il problema, adesso, non è tanto lo smaltimento dei rifiuti quotidiani, quanto la gestione della devastazione di un’intera città immersa nel fango. Ci ha provato il sindaco con un’ordinanza immediata che consente il conferimento a Scarpino della montagna di materiale alluvionato accatastato temporaneamente in piazzale Kennedy, in attesa che aria e, prima o poi, sole lo facciano seccare e diminuire di volume: ma con questa quantità di rifiuti (si parla addirittura del quadruplo rispetto all’alluvione del 2011) lo spazio sfruttabile sulle colline sestresi si riduce in men che non si dica. In Regione, dunque, sono ore frenetiche anche su questo fronte. Quella che già era un’emergenza è diventata una situazione assolutamente non più procrastinabile: bisogna mettere nero su bianco gli accordi con le discariche delle regioni limitrofe, e bisogna farlo subito.

    Per non farsi mancare nulla, intanto, è nuovamente scattato l’allarme percolato: le vasche di raccolta sono tracimate non solo a causa della pioggia incessante ma anche e soprattutto per colpa di quei rivi sotterranei che scendono dalla vecchia discarica di Scarpino 1 e vanno ad alimentare le vasche stesse. I liquami così sono finiti riversati nel rio Cassinelle, rendendo necessaria l’entrata in vigore dell’ormai consueta ordinanza che, per questo tipo di emergenza, consente l’immissione di percolato nel rio Secco per evitare che entri in crisi anche il depuratore di Cornigliano.

    Piano industriale Amiu: oltre 140 milioni in cinque anni. Chi paga?

    Dal punto di vista tecnico, il piano industriale è sostanzialmente diviso in tre parti: una riguarda gli interventi necessari per la messa in sicurezza della discarica; la seconda, quella più corposa, è riferita allo sviluppo impiantistico e alle varie opzioni, tutt’altro che definitive per un aggiornamento costante dal punto di vista tecnologico, fin qui studiate da Amiu; la terza, infine, offre uno sguardo sulle diverse opportunità europee per finanziare almeno parzialmente i nuovi impianti.

    «È evidente – ha dichiarato il presidente di Amiu, Marco Castagna – che siamo all’interno della tempesta perfetta: sono venuti al pettine tutti i nodi delle non scelte amministrative e legislative degli ultimi decenni. La natura, dopo 20 anni di chiusura dalla discarica di Scarpino 1, ci presenta il conto di lavori fatti 50 anni fa. L’unico modo per uscire dalla tempesta è stabilire in quale direzione andare e avere un equipaggio che remi in maniera coerente. Il piano industriale rappresenta la rotta, ambiziosa, che deve portare alla trasformazione di Amiu da società di servizi a società di tipo industriale, che non si occupi soltanto di raccogliere e smaltire i rifiuti ma anche e soprattutto di recuperare materia e produrre energia».
    Per abbracciare questo nuovo corso, l’azienda dovrà mettere in campo una serie di azioni strategiche inserite all’interno del nuovo piano industriale che partono da un aumento deciso della raccolta differenziata, passano da un necessario programma di sviluppo e ricerca di progetti innovativi e arrivano a un imprescindibile rinnovamento impiantistico. Tanto che Amiu stessa ha da qualche mese attivato un vero e proprio “Smart Lab” che si occupa di studiare le evoluzioni tecnologiche collegate a una sempre più efficienti gestione del ciclo dei rifiuti.

    Emergenza percolato e messa in sicurezza di Scarpino

    Scarpino, percolato nel torrentePer sistemare definitivamente la partita degli sversamenti di percolato dalle vasche servirebbero alcune decine di milioni di euro. Nel piano industriale di fresca redazione si parla di 20 milioni per attività di ricerca e contenimento dell’emergenza già avviate dall’azienda (che quest’anno ha speso circa 2 milioni di euro in proposito) a cui va aggiunta la quantificazione dell’impianto di trattamento del percolato da realizzare in discarica e chiesto dalla Provincia: i costi stimati parlano di 45 milioni di euro per la costruzione e 11 milioni di euro all’anno per la gestione. Una cifra mostruosa.

    «Per noi – commenta Castagna – questo tipo di impianto non rappresenta sicuramente la soluzione ottimale ma abbiamo dovuto ottemperare a una prescrizione della Provincia. Stiamo, comunque, lavorando anche su altre opzioni che hanno vantaggi maggiori sia in termini economici che dal punto di vista tecnico-impiantistico. Resta il fatto che i fondi per la messa in sicurezza di Scarpino 1 non devono essere reperiti, come di consueto, ricaricando la tariffa pagata dai genovesi: quando si parla di cifre di questa portata è necessario che ci sia la disponibilità da parte di tutti gli enti a sedersi intorno a un tavolo e progettare soluzioni sostenibili non solo dal punto di vista ambientale ma anche della loro realizzabilità».

    Sviluppo impiantistico, urgono 100 milioni: sistema di pre-trattamento non a norma

    Di impianti abbiamo già lungamente parlato nei nostri precedenti approfondimenti dedicati allo stato dell’azienda e del ciclo dei rifiuti cittadino. Vale la pena, comunque, anche in questa sede ricordare per sommi capi quali sono gli investimenti strutturali di cui Amiu non potrà assolutamente fare a meno. I primi, da cui dipende la possibilità di definitiva riapertura di Scarpino (fatte salve clamorose evoluzioni post alluvionali delle ultime ore), sono i separatori meccanici secco/umido che troveranno spazio nelle aree di Rialzo a Campi, e Volpara in Valbisagno, per un costo complessivo di poco inferiore ai 4 milioni di euro. Secondo quanto previsto dal piano industriale, la prima di queste due nuove strutture dovrà essere pienamente operativa entro luglio 2015, ma nelle scorse settimane si era parlato già di maggio/giugno per limitare al minimo i conferimenti di rifiuti fuori regione. Una volta che entrambi i separatori saranno funzionanti, il materiale che ne uscirà dovrà comunque essere conferito extra Liguria in attesa di ulteriori impianti.

    Nel 2018 toccherà, infatti, al biodigestore, che con tutta probabilità troverà spazio in aree ex Ilva, per il trattamento e il recupero della frazione organica: entro la fine dell’anno verrà completata la progettazione preliminare per procedere a quella definitiva nei sei mesi successivi e avviare la gara per la realizzazione già nel corso del 2016. A questo impianto è collegato lo studio di come utilizzare il biogas generato come energia alternativa alla corrente elettrica. Sempre per quanto riguarda il trattamento della frazione organica, Amiu dovrà anche approfondire l’opportunità di realizzare un nuovo impianto di compostaggio a Scarpino.
    Di pari passo a ciò non va dimenticata la già ampiamente annunciata estensione della raccolta dell’umido in tutta la città entro la fine del prossimo anno: nel 2013, su poco più di 310 mila tonnellate di rifiuti urbani, circa 113 mila sono state rappresentate da materiale organico ma solo 12500 tonnellate sono state differenziate come tale. Su questo capitolo la partecipata ha investito poco più di mezzo milione di euro nel 2014, ha previsto una spesa di 7 milioni per l’anno prossimo e di 3,5 nel 2016.
    Infine, bisogna valutare al meglio con quale tipologia di impianto, alternativa al gassificatore, chiudere il ciclo per quanto riguarda la frazione secca dei rifiuti residui.

    Collegata alla questione impiantistica, c’è anche la necessità di presentare entro la fine di quest’anno un piano per la realizzazione di nuove Isole Ecologiche, che preveda almeno un sito per ogni Municipio, la cui costruzione dovrà iniziare entro la fine del 2015.

    Tante voci, insomma, che messe insieme sfondano la barriera dei 100 milioni di euro. Altra cifra mostruosa ma indispensabile per raggiungere le soglie fissate dall’Europa, ovvero il 50% di raccolta differenziata entro il 2016 e il 65% nel 2020 (nel 2013 Amiu ha conferito a Scarpino 208 mila tonnellate di rifiuti mentre solo 108 mila sono state avviate al recupero, pari al 34,2%).

    I finanziamenti: dai capitali privati ai progetti europei

    economia-soldi-D4Ma come si trovano tutti questi soldi? Tre le ricette contenute nel piano industriale: attraverso un aumento delle tariffe; grazie all’apporto di soggetti privati; grazie a investimenti pubblici. È del tutto probabile che tutte le voci concorreranno all’obiettivo finale ma, prendendo per buone le parole dell’assessore all’Ambiente Valeria Garotta che ha più volte dichiarato come «gli investimenti non possono essere finanziati dal bilancio comunale né tantomeno dalle tasse dei genovesi», non resta che concentrarci sulle ultime due voci.

    L’ingresso di liquidità privata nel capitale di Amiu era già stato previsto lo scorso anno dalla famosa delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) che prevede la cessione di una quota parte non maggioritaria dell’azienda, a patto che la stessa mantenga funzione e controllo pubblici. L’ingresso di un privato, che libererebbe Amiu dal suo status di azienda in house, potrebbe avvenire attraverso un partenariato pubblico-privato nelle forme di un poject financing, dando vita ad esempio a una Newco per la gestione del nuovo polo impiantistico, oppure con il coinvolgimento di una multiutilities così come promosso con forza dal governo nel tentativo di ridurre il numero delle società partecipate dagli enti pubblici.

    Se la decisione dell’ingresso di privati in Amiu, che spetta esclusivamente a Giunta e Consiglio comunale, si può prestare ad ampio dibattito politico, nessun dubbio suscita invece l’opportunità caldeggiata dalla stessa azienda di guardare con molta attenzione ai fondi strutturali comunitari per la copertura di buona parte degli investimenti necessari. E proprio alla ricerca di fondi e altre forme di finanziamento comunitarie, come già anticipato sulle nostre pagine, è dedicata una sostanziosa appendice del piano industriale di Amiu. Questo capitolo dipende fortemente dalla prossima programmazione che Regione Liguria dovrà fare circa l’utilizzo delle risorse europee. Lo strumento principale di finanziamento delle politiche di sviluppo economico comunitario è rappresentato dai fondi strutturali e di investimento europei (SIE) da cui scende a cascata una serie pressoché infinita di altri progetti. Il coinvolgimento diretto di Piazza De Ferrari è dovuto al fatto che i finanziamenti vengono erogati secondo un Piano operativo regionale (POR) che fa riferimento al Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR): la normativa prevede che l’80% delle risorse di questo fondo debbano essere investite in ricerca e innovazione, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, competitività delle piccole e medie imprese, transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Ma il restante 20% può essere liberamente impiegato sugli altri obiettivi tematici delle politiche di coesione tra cui spicca la tutela dell’ambiente e l’efficienza delle risorse.

    Come si diceva, vi è poi tutta una serie di progetti più specifici che potrebbero coinvolgere Amiu, tra cui: Horizon 2020, dedicato al finanziamento per l’innovazione sui temi dell’efficientamento energetico e sulla riduzione del consumo di acqua; Life, strumento finanziario dell’UE per l’ambiente; Urbact III, programma di cooperazione interregionale che punta alla transizione verso un’economia a bassa emissione di carbonio e alla tutela dell’ambiente attraverso l’efficientamento delle risorse; Jessica, a favore dello sviluppo urbano sostenibile; gli strumenti finanziari della Banca Europea degli Investimenti dedicati proprio alla messa a frutto delle politiche di coesione. Insomma, il quadro comunitario è molto variegato e le disponibilità possono essere davvero notevoli: certo, questo tipo di finanziamenti non può essere lasciato al caso ma ha bisogno di una programmazione puntuale, condivisa e costantemente monitorata.

    Tra le risorse pubbliche, naturalmente, ci sono anche quelle nazionali e, in particolare, i cosiddetti Fondi per lo sviluppo e la coesione (FSC, ex FAS): si tratta di uno strumento per la realizzazione di interventi in aeree sottoutilizzate elargiti dal CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) e gestiti anch’essi dalle Regioni. Tutto ruota attorno a Piazza De Ferrari e la gestione delle attuali emergenze unita alle imminenti elezioni, purtroppo, disegnano un quadro non esattamente ottimale.

    «L’attuazione di questo piano industriale – chiosa il presidente di Amiu, Marco Castagna – potrebbe essere una delle nostre ultime opportunità: non ci sono molte alternative. Si tratta di un progetto credibile che deve essere visto come opportunità di sviluppo per l’intera Regione, intorno al quale si deve ritrovare un po’ di quella visione strategica che negli ultimi tempi mi sembra si sia un po’ persa perché ciascuno pensa solo alla propria autotutela». Appunto.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    “Genova 2025”, waterfront: da Punta Vagno a Ponte Parodi, le aree ex Fiera e l’Hennebique

    porto-waterfront-genova-DILa matita dell’artista da un lato, la razionalità dell’amministratore dall’altro. “Genova schiacciata sul mare”, Genova che “sembra cercare respiro al largo, verso l’orizzonte”. #Genovamorethanthis il futuro della propria immagine se lo gioca proprio qui, in questa dicotomia tra utopico affresco e sostenibile riorganizzazione degli spazi. Spazi che abbondano ai margini di una città che rischia ogni giorno di perdere sempre più la sua ormai antica vocazione industriale. Spazi occupati, angusti e affascinanti, tra quei “labirintici, vecchi carrugi (licenza poetica, a Francesco Guccini si può concedere)” affacciati sul porto, all’ombra della Lanterna. Ma soprattutto spazi che hanno bisogno di essere liberati, spostati, riassegnati per dare vita a una nuova idea di città sostenibile.

    Questa è una preview, l’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 56 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    La Genova di domani non può essere una città legata ai grandi sogni perché “palanche”, inutile negarlo, non ce ne sono. Almeno per adesso. Gli anni delle Colombiane, del G8, di Genova capitale europea della cultura sono ormai un ricordo che ha comunque lasciato segni indelebili come il Porto Antico e il Centro Storico patrimonio Europeo dell’Unesco ma non ci si può però fermare qui. Genova, come dice il nuovo slogan cinguettante, è molto più di questo o, quantomeno, vorrebbe provare a esserlo. E, allora, che città sarà nel 2025? Il nodo cruciale non può che essere l’affaccio sul mare, quel cosiddetto waterfront che si estende per una trentina di km di costa, da Nervi a Voltri, e che si vuole potenziare e valorizzare proprio a partire dal suo cuore di fronte al centro cittadino.

    waterfront-renzo-pianoQualcuno, addirittura, è arrivato a sognare un nuovo Porto Antico, tanto da ipotizzare l’affidamento a Renzo Piano, del progetto di riqualificazione delle aree ex Fiera acquistate dal Comune tramite Spim (qui l’approfondimento) perché non più necessarie ad attività fieristiche e molto più utili a salvare i disastrosi bilanci della Fiera di Genova. Già, Renzo Piano, proprio colui che a partire dal ’94 aveva ricevuto le chiavi artistiche della costruzione del Porto Antico sulle aree dell’Expo colombiano del ’92 e che tra 2004 e il 2008 aveva provato, senza alcun risvolto concreto, a ridisegnare tutto l’affaccio sul mare della città da piazzale Kennedy fino a Voltri.
    Ma anche questa volta gli affreschi dell’archistar potrebbero restare solo sulla carta perché i soldi, appunto, non ci sono e bisogna fare i conti con la realtà e con le esigenze del territorio. «Piano fa disegni perché sono belli e perché deve vendere disegni belli – commenta il vicesindaco del Comune di Genova e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – io invece devo confrontarmi con la necessità di fare un lavoro in tempi rapidi per poter offrire spazi che siano coerenti con le mie necessità industriali. Stiamo parlando della volontà di valorizzare una delle aree più interessanti della nostra città, che riceve la fascia di arrivo in centro di tutta la Val Bisagno, che è a pochi passi dalla stazione Brignole e che, soprattutto, è la porta di collegamento naturale tra levante e ponente, attraverso via XX settembre. Perché dobbiamo fissare l’immagine futura della città sui disegni di Renzo Piano? Se Piano decide che lì vuole metterci una spiaggetta, o si fa la spiaggetta o non si fa nulla? Invece, rimettendo a posto i bagni comunali, utilizzando le proprietà della Marina militare che passeranno ad Autorità portuale, sfruttando le idee e gli investimenti del Municipio nell’area Govi, possiamo disegnare un percorso molto produttivo».

    Ma allora esiste davvero un’idea, un’immagine futura della città? Sia il vicesindaco che i tecnici del Comune sanno bene che il disegno del nuovo waterfront su cui stanno lavorando gli uffici di Tursi non avrà lo stesso appeal dei disegni proposti da Piano. Tuttavia, l’intento è quello di proporre un’idea che possa essere effettivamente realizzabile con le risorse a disposizione. «Il grande sforzo è stato arrivare alla conoscenza dei punti più piccoli – racconta Bernini osservando una lunga cartina del litorale genovese – che è anche l’unica possibilità per goderci questa città e farla godere a pieno. L’artista bravo è quello che arriva al bello, al meglio possibile partendo dalle esigenze e dalle risorse delle città, che è il vero committente. Lo sforzo degli uffici è stato proprio questo: produrre un disegno che non fosse un gesto pittorico artistico ma mettere insieme un qualche cosa che avesse una serie di verifiche di legittimità e desse garanzie alla cittadinanza». Più che un nuovo Porto Antico allora, si tratterà, come recita lo stesso Piano Urbanistico, di sottoporre a “una complessiva riqualificazione mediante la realizzazione di opere funzionali alla sua fruizione ed alla riorganizzazione degli spazi di rimessaggio delle imbarcazioni e delle attrezzature balneari e ricettive, ivi inclusa l’integrazione con l’utilizzo della superficie del depuratore e la ristrutturazione dei relativi spazi ed attrezzature ad uso pubblico e collettivo” tutto l’arco litorale compreso tra Punta Vagno e piazzale Kennedy e da qui arrivare fino alla zona dell’Expo.

    Punta Vagno

    Per quanto riguarda Punta Vagno tutto ruota attorno al trasferimento dell’Istituto idrografico della Marina (qui l’approfondimento) dalla collina di Oregina a Calata Gadda, nell’ex palazzina Selom, quasi a ridosso del Molo Vecchio. Che c’entra con Punta Vagno e corso Italia?  I nuovi spazi di Calata Gadda ospiteranno tutte le attività collegate all’Istituto idrografico e questo comporterà anche la dismissione dell’ex Batteria Stella (sulla strada che unisce la Fiera del Mare al Porto Antico) e della zona diportistica di Punta Vagno. L’accordo  con Autorità Portuale, però, non c’è ancora stato. Inoltre, l’area può essere recuperata solo se al Ministero vengono offerti anche degli appartamenti e da Palazzo San Giorgio nulla ancora si è mosso alla ricerca di immobili disponibili.

    Ponte Parodi

    silos-ponte-parodi-hennebique-d3Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, invece, nell’area di Ponte Parodi (circa 40 mila metri quadrati accanto alla Darsena) dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” (qui l’approfondimento) che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo” con l’obiettivo di catturare soprattutto l’attenzione e la presenza dei giovani. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, negli ultimi mesi, si è fatta largo anche l’ipotesi che l’idea potesse essere ormai desueta e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area.

    Silos Hennebique

    silos-ponte-parodi-hennebique-d2A pochi metri di distanza da Ponte Paorodi sorge un’altra imponentissima zavorra del waterfront genovese, il silos Hennebique. È passato quasi un anno da quando il 29 novembre 2013 il bando per la concessione novantennale dell’ex silos granaio alle spalle della Darsena è andato deserto (qui l’approfondimento). Stiamo parlando di una delle più grandi strutture abbandonate della nostra città: 210 metri di lunghezza, 33 di larghezza e 44 di altezza, con 210 pilastri e 38 mila metri quadrati calpestabili. Autorità portuale e Comune di Genova avevano annunciato un nuovo bando, più leggero soprattutto dal punto di vista delle funzioni ammissibili, in tempi abbastanza rapidi. Ma, come detto, un altro anno è passato invano. Secondo il vicesindaco Bernini la soluzione attualmente al vaglio è quella di «pensare di realizzare un centro economico-direzionale legato ad attività portuali». Hennebique come nuovo Palazzo San Giorgio dove si decidono i traffici commerciali della città? Anche qui non possiamo far altro che restare a guardare.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #56

  • Ecco il nuovo depuratore di Genova, sostituirà gli attuali impianti di Cornigliano e Volpara

    Ecco il nuovo depuratore di Genova, sostituirà gli attuali impianti di Cornigliano e Volpara

    Cornigliano

    Tra il 2017  e il 2020 Cornigliano e Genova, più in generale, avranno il nuovo depuratore in grado di sostituire l’attuale impianto di via Rolla nonché la struttura di trattamento fanghi della Volpara grazie al collettamento di tutti i fanghi provenienti dai depuratori di Punta Vagno, Centro Storico, Valpolcevera e Sestri Ponente. Il 23 settembre scorso è stato sottoscritto il contratto tra Comune, Mediterranea delle Acque e Società per Cornigliano per la cessione del diritto di superficie delle aree ex Ilva in cui sorgerà l’impianto di trattamento di fanghi e acque (qui l’approfondimento).

    «Il nuovo impianto – ha detto questa mattina l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – permetterà di dare risposta a due importanti problemi di convivenza con l’abitato generati dalle attuali strutture di trattamento dei fanghi della Volpara e di via Rolla. Va, comunque, sottolineato che i due impianti attuali non presentano problematiche ambientali e rispettano pienamente i parametri di legge per cui l’intervento è necessario esclusivamente per garantire una migliore vivibilità dei quartieri».

    «Genova – conferma l’amministratore delegato di Mediterranea delle Acque, Gianluigi Devoto – è tra le città messe meglio dal punto di vista della depurazione perché le amministrazioni che si sono succedute hanno investito parecchio su questo settore come dimostrato anche dal progressivo miglioramento della qualità delle acque di balneazione. È vero che in alcuni casi si tratta di impianti vecchi, realizzati negli anni ’80 con tecnologie superate, ma sono assolutamente efficienti e rispettano pienamente i parametri di legge a differenza di quanto accade in comuni limitrofi (Recco e Rapallo, ad esempio)».

    Come già anticipato lo scorso inverno sulle pagine di Era Superba, il nuovo depuratore sorgerà su 15 mila metri quadrati di aree ex Ilva e di proprietà di Autorità portuale, all’interno di un terreno molto più vasto (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale e di cui ha ottenuto da Palazzo San Giorgio il diritto di superficie per 60 anni (qui l’approfondimento). Un diritto che, per una cifra di poco superiore al milione e mezzo di euro, è stato girato al Comune di Genova e quindi a Mediterranea delle Acque con la formalizzazione dell’accordo di fine settembre.

    trattamento-fanghi-genova-2020Il costo totale dell’intervento è attualmente stimato attorno 104 milioni di euro, già previsti nei piani presentati al governo e all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e coperti dal servizio idrico integrato del territorio genovese. Nella prima fase, per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi con una portata di 16500 tonnellate di fango essiccato all’anno, è previsto un investimento per circa 40 milioni. Questa parte di depuratore, il più grande in città per quanto riguarda il trattamento fanghi, occuperà un’area di circa 8 mila metri quadrati e dovrebbe utilizzare tecnologie avanzate e “salvaspazio” che i tecnici di Mediterranea delle Acque hanno potuto vedere alla prova in Belgio. Inoltre, con tutta probabilità, dal fango trattato sarà possibile recuperare un buon quantitativo di biogas da sfruttare per il funzionamento dello stesso depuratore, ottimizzando così il bilancio energetico della struttura.

    Questo primo lotto di lavori potrebbe concludersi entro il 2017, consentendo la dismissione dell’impianto di Valpolcevera limitatamente al trattamento fanghi e quella complessiva della struttura alla Volpara che, attualmente, lavora i fanghi provenienti dal depuratore di Punta Vagno in cui si effettua esclusivamente il trattamento delle acque.

    Per la dismissione totale dell’impianto sito in Valpolcevera si dovrà attendere il completamento della seconda fase dei lavori, dedicata alla realizzazione della struttura per il trattamento delle acque, con tecnologie a “membrane bio” che serviranno un potenziale di 240 mila abitanti per una portata giornaliera di 48 mila metri cubi e per cui sono stati predisposti 36 milioni di euro. La struttura sorgerà nei restanti 7 mila quadrati, occupati in passato dal Gruppo Spinelli e che entreranno formalmente nella disponibilità di Mediterranea delle Acque solo tra 3 anni. Ecco perché questo secondo lotto non potrà vedere la conclusione verosimilmente prima del 2020.

    Infine, gli ultimi 28 milioni di euro sono necessari per la realizzazione delle opere di collettamento, per la messa a sistema dei fangodotti e delle fognature nonché per la bonifica delle aree di Volpara e Valpolcevera interessate dagli attuali impianti.

    «Siamo grati all’amministrazione per aver voluto sbloccare una situazione impantanata ormai da anni – commenta il presidente del Municipio Medio Ponente, Giuseppe Spatola – ma non posso non lamentare che la situazione delle immissioni olfattive a Campi e Cornigliano è, seppure con frequenza ridotta rispetto al passato, talvolta ancora insostenibile. I tempi che vengono prospettati sono, ahimè, ancora un po’ lunghi per un territorio che vorrebbe rilanciarsi anche dal punto di vista commerciale e della ristorazione: spero che in questa fase intermedia non ci si dimentichi dei nostri problemi».

    Sulla stessa lunghezza d’onda Agostino Gianelli, presidente del Municipio Media Val Bisagno: «La Val Bisagno aspetta da anni che vengano risolte le problematiche dell’impianto della Volpara: quando vedo cartine e progetti che parlano di dismissione non posso far altro che dirmi felice. Spero però che si possa raggiungere qualche obiettivo ben prima del 2020 perché si tratta di dare risposte concrete alle lotte dei cittadini, esattamente quello che dovrebbero fare le amministrazioni».

    dac-depuratore-area-centralePrima del via ufficiale ai cantieri bisognerà capire quali siano le necessarie autorizzazioni ambientali richieste dalle normative regionali, nazionali e comunitarie per poter procedere. Anche se i lavori, in realtà, sono già parzialmente partiti. Ad oggi, infatti, è stato posato il 30% dei quasi 9 chilometri di tubazioni necessari a collegare l’area di Punta Vagno con la nuova area ponentina ed è stata completata la progettazione esecutiva del relativo fangodotto. Avviata è anche la posa in opera dei collegamenti tra la nuova area e l’attuale impianto di Valpolcevera a margine dei lavori per la realizzazione della Strada a Mare.

    Intanto, proseguono i lavori per il completamento dello scarico a mare del depuratore della Darsena, un’opera resa particolarmente complicata dal contesto portuale in cui sorge l’impianto (alle spalle del Museo del Mare): le tubazioni di circa 1 metro di diametro sono giunte oggi all’incirca all’altezza della Diga foranea. I lavori, per un importo complessivo di circa 20 milioni suddiviso in lotti annuali da 4/5 milioni ciascuno, dovrebbero proseguire ancora per un paio di anni. Dopodiché anche i fanghi di questa zona potrebbero confluire nel nuovo depuratore di Cornigliano ma su questo non c’è stata ancora molta chiarezza da parte dei vertici di Mediterranea delle Acque.

    Quale futuro per le aree dismesse a Cornigliano e Volpara?

    A proposito delle aree in via di dismissione, come confermato dall’a.d. Devoto, negli accordi tra gli enti è previsto che dopo la chiusura degli attuali impianti di depurazione, queste rientrino nella piena disponibilità dell’amministrazione. Per il momento, però, non sembrano esserci particolari progetti all’orizzonte. Non resta che tenere per valido quanto ci aveva comunicato ormai circa un anno fa il vicesindaco nonché presidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: posto il fatto che già soltanto dalla dismissione dell’impianto attuale, Cornigliano trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria, toccherà al Comune definire la destinazione d’uso delle aree liberate. E Tursi sembra essere orientato a concederle per l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.

    Simone D’Ambrosio

  • Chiusura di Scarpino e rifiuti genovesi in Piemonte: facciamo chiarezza

    Chiusura di Scarpino e rifiuti genovesi in Piemonte: facciamo chiarezza

    Rifiuti raccolta differenziataPassano i mesi, cambiano le cause ma la sostanza, purtroppo, è sempre la stessa. La discarica di Scarpino chiuderà, questa volta veramente. E lo farà tra pochissimo, nel giro probabilmente di una quindicina di giorni. Giusto il tempo per la Regione di revocare ufficialmente la “leggina” che prorogava la possibilità del genovesato di portare nella sua discarica il materiale raccolto dai cassonetti della spazzatura indifferenziata (circa 700/800 tonnellate di rumenta ogni giorno). Già perché questa volta non è più colpa della stabilità dei terreni alle spalle di Sestri né degli ultimatum lanciati dalla Provincia la scorsa primavera per la messa in sicurezza dal rischio frane. Questa volta ad andare sotto processo è il cosiddetto pretrattamento dei rifiuti, ovvero ciò che succede alla spazzatura dopo essere stata raccolta e prima del suo smaltimento definitivo.

    Lo scorso anno, l’allora ministro dell’Ambiente Orlando, aveva emanato una circolare che introduceva ufficialmente la necessità di separare la parte umida da quella secca della raccolta indifferenziata prima di poter smaltire i residui in discarica. Come altre discariche liguri che fino ad allora rientravano nella normativa prevista dalla precedente circolare Prestigiacomo, Scarpino non aveva e non ha tuttora gli impianti necessari per rispondere alle mutate esigenze. Così Regione Liguria, per ovviare al periodo transitorio in cui le discariche liguri, Scarpino compresa, avrebbero sanato la propria situazione impiantistica, aveva predisposto una deroga per tutti i Comuni che avessero presentato un cronoprogramma per l’adeguamento impiantistico e un piano per l’estensione della raccolta dei rifiuti organici. Una strada seguita dal Comune di Genova e dalla sua partecipata Amiu, che hanno già ampiamente anticipato i contenuti di un piano industriale che prevede proprio la realizzazione di due impianti di separazione secco-umido (uno alla Volpara, l’altro a Campi).

    Facciamo il punto con il presidente di Amiu Marco Castagna

    «La circolare Orlando – ricorda il presidente di Amiu, Marco Castagna – è uscita ad agosto 2013 quando Regione Liguria stava redigendo il piano regionale dei rifiuti che ha presentato a dicembre: contavamo che nel piano fosse contenuta la modalità per gestire il regime transitorio ma quando abbiamo visto che non era così, a gennaio abbiamo iniziato ad attivarci per la realizzazione degli impianti di separazione. È chiaro che un privato avrebbe avuto tempi molto più rapidi ma noi dobbiamo sottostare a procedure ad evidenza pubblica».

    La circolare Orlando, che di fatto sanciva la chiusura delle discariche liguri, faceva parte di un disegno organico che avrebbe visto parallelamente la nascita di una rete di impianti di termovalorizzazione che in Italia sono scarichi perché ricevono pochi rifiuti. «Peccato – prosegue Castagna – che la rete degli impianti di termovalorizzazione non l’abbiano fatta: come sempre la politica fa i provvedimenti giorno per giorno perdendo di vista l’interesse generale. I risultati sono che dopo mesi che Amiu lavora per mettere una toppa a una mancanza regionale ci ritroviamo in questa situazione grottesca».

    La stessa Regione aveva già messo le mani avanti al momento di licenziare il provvedimento di deroga, temendone l’incostituzionalità. Tanto tuonò che piovve, dicevano gli antichi. Puntualmente, infatti, da Roma sono giunti malumori e voci di una possibile impugnatura da parte del Ministero tanto che Burlando e Paita hanno annunciato il ritiro della legge. Quando questa decadrà ufficialmente (per il momento la proposta è stata approvata solo dalla giunta regionale ma deve passare ancora in Commissione e poi in Consiglio, oltre naturalmente ad attendere i tempi tecnici per la conversione), i rifiuti di Genova non potranno più raggiungere le alture di Sestri finché non saranno ultimati gli impianti di separazione secco – umido.

    I rifiuti genovesi andranno in Piemonte per un costo di oltre 10 milioni di euro

    Rifiuti«È chiaro – commenta Castagna – che oggi scontiamo ritardi accumulati negli anni ma sul tema specifico questa non è certo colpa di Amiu o del Comune. A livello pratico, comunque, dato che tra qualche giorno non ci sarà più la legge deroga regionale che aveva cercato di ovviare alla mancanza del piano regionale dei rifiuti, significa dover portare i rifiuti genovesi e non solo fuori Liguria».

    Così torna, come a maggio, la necessità di stringere accordi con altre Regioni per il conferimento fuori Liguria della nostra spazzatura. Dopo il no di Lomabrdia ed Emilia, l’unico a non essersi tirato indietro sembra essere il Piemonte. I rifiuti genovesi e non solo, con buona probabilità, troveranno ospitalità nell’inceneritore del Gerbido, a Torino, gestito da Trm, controllata di Iren. Ecco spuntare nuovamente il nome dell’azienda che già tante polemiche aveva fatto scoppiare prima dell’estate quando era apparsa la notizia di un suo possibile coinvolgimento per la soluzione della disastrosa situazione della spezzina Acam, a patto di poter mettere più di un piede nella più interessante genovese Amiu.

    Per il momento si tratta di illazioni. Ciò che resta, però, è che il conferimento oltre confine del nostro indifferenziato, costerà ad Amiu parecchi milioni: le cifre che stanno girando in questi giorni, ma che troveranno conferma solo dopo la formalizzazione degli accordi, parlano di circa 2 milioni di euro al mese più i costi del trasporto, per un totale sicuramente non inferiore a 10 milioni di euro per tutto il periodo di chiusura di Scarpino.

    «I costi dovrebbero aggirarsi attorno ai 100 euro a tonnellata – ammette l’assessore all’Ambiente Valeria Garotta (data  sempre più in bilico da Radio Tursi, ndr) – ma sbaglieremmo a confrontarli con un costo attuale nullo. Il conferimento dei rifiuti tal quali a Scarpino ha già adesso un suo costo naturale, ovviamente più basso rispetto al trasporto fuori Regione. Ma se avessimo già realizzato gli impianti di separazione secco-umido dovremmo comunque sostenere le spese per mandare l’umido fuori Liguria finché non sarà realizzato il biodigestore. Inoltre, lo stesso biodigestore, una volta attivo, avrà un costo per il trattamento dei rifiuti organici che potrebbe orientarsi attorno agli 80 euro a tonnellata. Sempre a livello di cifre – conclude l’assessore – è interessante notare anche che la tariffa di smaltimento prevista dal business plan del gassificatore (il cui progetto è stato definitivamente stralciato per fare posto al biodigestore, ndr) era superiore ai 150 euro a tonnellata».

    Un turbinio di numeri che, ad ogni modo, non deve far perdere di vista la sostanza del discorso: non appena chiuderà Scarpino, Amiu dovrà sostenere costi pari a 2 milioni di euro al mese più trasporto per il conferimento di rifiuti a Torino finché non saranno pronti i due impianti di separazione secco-umido, il cui avvio non è previsto prima di giugno 2015.

    lattine-rifiuti-bibite«In realtà – precisa il presidente di Amiu – la Regione ha affidato le trattative direttamente a noi: ci hanno semplicemente segnalato il Piemonte indicando soprattutto la discarica Torino. Mi sarei aspettato un elenco ufficiale invece c’è stata solo una comunicazione verbale. Abbiamo appena iniziato le trattative che, in una situazione normale, soltanto per gestire la logistica di un trasporto di tale portata, richiederebbero due mesi di tempo. Ma ci stiamo attrezzando per chiudere in 15 giorni, probabilmente ancora prima che la deroga decada formalmente».

    Chi si farà carico di questi esborsi? Il rischio è che tutto ricada sui cittadini sotto forma di rincari sulla Tari 2015. Giusto per fare i conti della serva, se si ipotizzasse un ammontare di 10 milioni di euro, i genovesi si troverebbero a dover pagare attorno ai 16 euro in più a cranio nella bolletta del prossimo anno (si tratta comunque di un calcolo assolutamente approssimativo che non tiene conto, ad esempio, delle utenze commerciali).

    «Tuttavia – assicura l’assessore Garotta – l’intero ammontare di queste operazioni non potrà essere totalmente coperto dalle bollette dei genovesi così come il finanziamento dei nuovi impianti da realizzare inseriti nel piano industriale. Lo abbiamo già detto alla Regione e glielo scriveremo anche». Di diverso avviso il presidente Amiu, Marco Castagna: «I costi per andare fuori ricadranno inevitabilmente sulla Tari. Quelli che invece potrebbero essere affrontanti in maniera diversa, ad esempio attraverso finanziamenti europei, sono gli investimenti strutturali e impiantistici».

     I nuovi impianti di separazione secco – umido. Amiu ha consegnato il piano industriale

    Scarpino, discarica di GenovaGià perché quelli del conferimento dei rifiuti fuori Regione non sono gli unici sostanziosi esborsi che i cittadini rischiano di vedersi accollati. La partecipata di Tursi ha, infatti, consegnato ieri ufficialmente al Comune il piano industriale (compreso l’allegato, già anticipato sulle pagine di Era Superba, intitolato “finanziamenti e uso strumenti finanziari europei per l’uso specifico delle risorse dell’economia circolare nel contesto dello sviluppo urbano sostenibile” che riguarda uno studio su come coprire i costi del rinnovo impiantistico attraverso fondi comunitari) annunciato in piena estate e in cui sono elencati interventi e costi per mettere in piena sicurezza ed efficienza la discarica di Scarpino e il ciclo dei rifiuti genovese. All’interno di questo documento, che verrà reso pubblico la prossima settimana, è contenuto, ad esempio, il progetto per il biodigestore ma anche i costi da sostenere per la realizzazione dei due impianti di separazione secco – umido. Secondo il cronoprogramma, questi dovrebbero essere effettivamente disponibili tra la fine di maggio e l’inizio di giugno: la gara è gestita dalla stazione unica appaltante del Comune di Genova ed è arrivata al momento dell’apertura delle buste. Come illustrato anche dal presidente di Regione Liguria, Claudio Burlando, si tratta di impianti dalla realizzazione piuttosto semplice. «Il separatore – ci spiega Marco Castagna – è sostanzialmente un tavolo che vibra, con cilindri che girano e buchi che consentano la separazione della parte più pesante, quella umida che scende sul fondo, da quella secca, che rimane in superficie. Le due tipologie di rifiuto vengono poi convogliate su appositi nastri trasportatori».

    «Ma vista la situazione di estrema emergenza – si chiede il capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone – non sarebbe possibile pensare a qualche procedura più snella per accorciare i tempi di realizzazione degli impianti secco-umido? Anche perché, se è vero che per la costruzione bastano 5-6 mesi dall’apertura delle buste è altrettanto vero che non si possono escludere a priori ricorsi dalle società perdenti, arrivando così all’ormai consueto impantanamento burocratico nei corridoi dei tribunali».

    La risposta arriva direttamente da Castagna: «C’è una gara in corso, non possono chiuderla per motivi di urgenza perché mi esporrei comunque a ricorsi. Non ci sono soluzioni alternative perché anche una procedura di emergenza che potrebbe consentire l’arrivo di un ulteriore separatore in tempi più rapidi avrebbe bisogno dell’individuazione e dell’autorizzazione di un’area coperta ad hoc».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Metropolitana di Genova, al via l’iter per la nuova fermata San Fruttuoso – piazza Martinez

    Metropolitana di Genova, al via l’iter per la nuova fermata San Fruttuoso – piazza Martinez

    binari-san-fruttuoso-piazza-martinezLa Metropolitana di Genova arriverà fino a San Fruttuoso. Grazie a un emendamento alla legge di conversione del decreto “Sblocca Italia”, che il ministro alle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi si è già detto disponibile ad accogliere, i 28 milioni necessari per realizzare l’opera arriveranno dal governo. La notizia è stata data questa mattina a Palazzo Tursi dal sindaco Marco Doria, in una conferenza stampa congiunta con l’assessore Dagnino, il presidente della Regione Burlando e alcuni parlamentari del Pd.

    «C’è una convergenza di intenti tra le amministrazioni locali e il governo – ha spiegato il sindaco, riprendendo i concetti chiave dell’ultimo incontro romano con Lupi – che ha individuato nel finanziamento delle infrastrutture per il trasporto pubblico locale uno dei suoi assi strategici. In questo capitolo, rientra anche il prolungamento della metropolitana in quanto elemento essenziale delle politiche locali di mobilità urbana».

    Lo scopo dello Sblocca Italia dovrebbe essere quello di razionalizzare le risorse disponibili sul territorio italiano per dirottarle su quelle opere già cantierizzate o, comunque, con un progetto definitivo già approvato, sottraendo sprechi laddove i lavori sono al momento soltanto un’idea.
    «Entro giovedì – ha spiegato il deputato Mario Tullo (PD) – presenteremo gli emendamenti che arriveranno in aula entro la metà di ottobre. Tra questi ci sarà anche la richiesta di inserire la tratta di Metropolitana Brignole – piazza Martinez nelle opere finanziabili. La legge dovrà poi passare al Senato, per cui l’approvazione definitiva arriverà non prima di novembre».

    Si tratta di opere prevalentemente in superficie, il cui ammontare complessivo è stato stimato in 28 milioni: di questi, in realtà, circa 18 milioni saranno spesi per due nuovi treni necessari a potenziare il servizio, mentre solo 10 milioni verranno impiegati per la cantierizzazione della tratta Brignole – piazza Martinez. I lavori, infatti, sono piuttosto banali: non saranno necessari nuovi scavi ma si procederà sfruttando il sedime non più necessario alle attività della ferrovia per giungere alla nuova fermata che dovrebbe sorgere alle spalle della scuola elementare di piazza Martinez.

    Il progetto della fermata San Fruttuoso - Piazza Martinez
    Il progetto della fermata San Fruttuoso – Piazza Martinez

    «Una prima idea progettuale – spiega l’assessore alla Mobilità Anna Maria Dagnino – prevedeva la realizzazione di una vera e propria stazione con costi che erano circa il doppio di quelli che invece abbiamo preventivato con il nuovo progetto. Si tratterà infatti di realizzare solo una fermata, una scelta minimalista che sfruttando la possibilità di restare in superficie ci consentirà di vedere l’opera completata in tempi e con costi ragionevoli».

    Attualmente si stima che la Metro di Genova trasporti circa 14,8 milioni di passeggeri l’anno: numeri comunque approssimativi vista la mancanza di tornelli. Con l’arrivo dei nuovi 7 treni – il primo dei quali previsto entro la fine di ottobre – che andranno a risiedere nel deposito sotto via Buozzi in corso d’opera, il traffico dovrebbe raggiungere i 20 milioni di passeggeri/anno che potrebbero salire a 30 milioni con il prolungamento della tratta fino a piazza Martinez e l’arrivo di 2 ulteriori treni. Naturalmente, queste cifre sono comprensive del trasferimento di una buona percentuale di utenze in arrivo e partenza da San Fruttuoso che attualmente utilizza l’autobus.

    A chi sostiene che il prolungamento della Metropolitana verso San Fruttuoso rappresenterebbe solamente un doppione in vista dei nuovi sviluppi del nodo ferroviario genovese, l’amministrazione risponde senza troppi fronzoli che si tratta di due utenze completamente diverse.
    «Si tratta di un miglioramento significativo perché consentirebbe il raggiungimento di quartiere popoloso come quello di San Fruttuoso e faciliterebbe il percorso verso l’ospedale San Martino» ha dichiarato il primo cittadino.

    Certo, quello verso l’ospedale San Martino è soltanto un avvicinamento: il collegamento diretto continuerà a mancare. Tante le ipotesi sul piatto, da una funicolare a una seconda fermata della Metro in piazza Terralba, come annunciato in passato dalla Regione. Qui, però, entrerebbero in gioco le preoccupazioni della CGIL che ha sollevato qualche perplessità soprattutto sull’eventuale ulteriore prolungamento: il sindacato, da un lato, è preoccupato per il futuro delle officine FS comunque non compromesso da questo primo intervento che si limiterà a piazza Martinez, dall’altro preferirebbe che gli investimenti di mobilità si concentrassero sulla ricerca definitiva di una soluzione per il trasporto pubblico in Val Bisagno e, in particolare, sulla sponda sinistra del torrente. Questione delicata, quest’ultima, che richiederebbe fondi almeno dieci volte maggiori e che, comunque, non sarebbe potuta rientrare nello Sblocca Italia per cui è necessario che le opere siano già progettate.

    Il progetto per la metro fino a piazza Martinez, infatti, esiste già da qualche anno quantomeno meno a livello di studio preliminare ed è stato predisposto da Metropolitana milanese. Una volta confermato il finanziamento, prima di giungere all’apertura dei cantieri si dovrà passare naturalmente da un bando pubblico per la redazione del progetto definitivo ed esecutivo, nonché per l’affidamento dei lavori.

    Resterà, invece, in capo ad Ansaldo sts la realizzazione di un ammodernamento tecnologico per il tronchino di Brin, che consentirà una manovra più semplice ai treni giunti a fine corsa, e i lavori per il secondo lotto del deposito di Di Negro (l’affidamento ad Ansaldo è previsto entro la fine dell’anno, i lavori procederanno in parallelo con quelli del primo lotto e proseguiranno almeno per tutto il 2015) a cui è legata anche la realizzazione del parcheggio di interscambio come punto di arrivo del nuovo nodo stradale di San Benigno. Per questo capitolo si parla di una cifra che si aggira globalmente attorno ai 9 milioni di euro, già finanziati. Intanto, come già anticipato sulle pagine di Era Superba, l’assessore Dagnino («è stato sbagliato non pensare a una fermata provvisoria alternativa per un cantiere di questa portata») ha confermato che entro la fine di ottobre verrà ripristina la fermata Amt di via Buozzi, in direzione centro, soppressa proprio per lasciare spazio al cantiere.

    Simone D’Ambrosio

  • Genova anticipa lo ius soli: i minori nati da genitori stranieri riceveranno la cittadinanza genovese

    Genova anticipa lo ius soli: i minori nati da genitori stranieri riceveranno la cittadinanza genovese

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    Lo ius soli è un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un dato Paese come conseguenza del fatto giuridico di essere nati sul suo territorio indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori.

    Secondo gli ultimi dati Istat, in Italia risiedono stabilmente oltre 4 milioni di persone di origine straniera di cui circa un quinto minori, spesso nati o cresciuti nel nostro Paese di cui hanno acquisito cultura, lingua e costumi. Ben 650 mila persone, inoltre, pur essendo nate e cresciute in Italia, risultano ancora giuridicamente straniere.
    A Genova, secondo i dati forniti dai registi anagrafici del Comune, risiedono più di 56 mila abitanti privi di cittadinanza italiana: poco più di 10 mila hanno meno di 14 anni e, di questi, 8210 sono nati nella nostra città e cresciuti esattamente alla stessa maniera di qualsiasi altro coetaneo ritenuto a tutti gli effetti genovese. Da oggi, o meglio in un futuro piuttosto prossimo, anche questi giovani diventeranno a tutti gli effetti cittadini genovesi. Il Consiglio comunale ha, infatti, approvato a larga maggioranza (contrari solo Lauro e Balleari di Forza Italia e Rixi di Lega Nord) una mozione, promossa principalmente da Lista Doria, che impegna sindaco e giunta a conferire il riconoscimento di cittadinanza genovese ai minorenni residenti a Genova e nati in Italia da genitori stranieri o, comunque, residenti in città da almeno 5 anni. Questo almeno fino a quando lo Stato non riconoscerà la cittadinanza italiana secondo lo ius soli.

    «È il massimo atto di civiltà che come città possiamo fare – ha commentato a caldo l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – ed è uno sprone per il legislatore nazionale a prendere in mano le numerose proposte di legge per la riforma del diritto di cittadinanza allo scopo di portare l’Italia sullo stesso livello di molti altri grandi Paesi europei».

    Il provvedimento per il momento non sancisce particolari effetti dal punto di vista legale ma, come si legge in una nota stampa di Lista Doria, vuole “contribuire alla costituzione di una comunità genovese unica e plurale in cui le diversità culturali siano una ricchezza”. Insomma, un tassello politico importante per la difesa e il riconoscimento di imprescindibili diritti civici, sulla falsariga di quanto già successo con la creazione del registro delle unioni civili (qui l’approfondimento). «La mozione di oggi – dichiara la consigliera Maddalena Bartolini, presidente della commissione Pari opportunità – non è solo un atto simbolico ma può diventare volano per altri Comuni e stimolo per le politiche nazionali volte alla tutela dei diritti civili».

    Ora la palla passerà agli uffici che dovranno studiare le modalità tecniche per trasferire questo impegno dalla carta alla realtà. C’è da capire, ad esempio, se la cittadinanza genovese diventerà automatica per chi ne possiede i requisiti o se sarà necessario inoltrare un’apposita richiesta. Per il momento, comunque, sembrerebbe esclusa la creazione di un registro dedicato, inizialmente previsto dal testo della mozione ma successivamente stralciato su proposta del consigliere Enrico Musso (a cui si deve anche il cambiamento di denominazione da cittadinanza civica, eccessivamente ridondante, a cittadinanza genovese). Di sicuro, invece, si sa già che le prime cittadinanze verranno conferite in maniera simbolica nel corso di una cerimonia pubblica, come richiesto dalla stessa impegnativa della mozione.

    Il documento approvato ieri è frutto di un percorso iniziato in Commissione con l’audizione di diverse realtà della società civile che, oltre naturalmente a portare la propria testimonianza, hanno illustrato numerose campagne nazionali e locali di sensibilizzazione sul tema e a cui i consiglieri hanno chiesto adesione da parte del Comune di Genova. Tra queste, vengono esplicitamente richiamate le iniziative di Anci, “L’Italia sono anch’io”, per il diritto di cittadinanza e di voto alle persone di origine straniera, di Unicef per la riforma della legge sulla cittadinanza, di Nuovi Profili e altre realtà locali sul tema “Genovesi oggi. Italiani domani”.

    «Vorremmo anche – ha detto Bartolini – che l’amministrazione si impegnasse a modificare il linguaggio delle comunicazioni istituzionali non facendo distinzioni tra bambini di origine straniera e italiana nelle scuole e nei servizi comunali con l’obiettivo di costruire una comunità genovese plurima e inclusiva». Per estendere la questione anche alle fasce più adulte della popolazione, nella mozione si invitano sindaco e giunta a inviare lettere formali ad Asl, Regione, Università e Ufficio scolastico regionale, invitando a non includere la richiesta di cittadinanza italiana come requisito per accedere ai concorsi pubblici. Un tema, quest’ultimo, sicuramente delicato e che ha riscontrato qualche perplessità in Sala Rossa ma che, alla fine, è rimasto nel provvedimento votato non solo dalla maggioranza ma anche da buona parte dell’opposizione.

    Tra i contrari, e difficilmente poteva essere altrimenti, l’unico rappresentate in Consiglio comunale della Lega Nord, Edoardo Rixi, che ha comunque mostrato una parziale apertura sul tema: «Nessuno è in disaccordo sul fatto che i diritti debbano essere garantiti ai minori ma è fondamentale creare un discrimine tra chi agisce nella legalità e i deliquenti. Non è una questione di stranieri o non stranieri: se potessi toglierei la cittadinanza italiana anche agli italiani che delinquono».

    «Oggi – commenta la consigliera di Lista Doria Marianna Pederzolli – mandiamo un messaggio importante alla città mettendo al centro del dibattito politico l’estensione dei diritti. Si tratta di un atto di sostegno e valorizzazione della dignità delle persone per sottolineare come sentirsi cittadini significhi essere parte di una collettività attivamente partecipe e coinvolta, con stessi diritti e stessi doveri».

    Simone D’Ambrosio