Autore: Simone D’Ambrosio

  • Protezione civile, nuovo manuale del Comune in 8 lingue: c’è anche il genovese

    Protezione civile, nuovo manuale del Comune in 8 lingue: c’è anche il genovese

    alluvione-allerta-protezione-civileÈ stato presentato questa mattina a Palazzo Tursi, “Sicurezza senza confini”, un opuscolo multilingue a cura della Protezione civile e del Comune di Genova che riassume le buone pratiche di prevenzione in caso di alluvione, neve, terremoto, incendi e frane. Come riporta l’agenzia Aba News, il progetto nasce nella primavera del 2015 su proposta di alcune mamme dell’Istituto Comprensivo di Teglia, in Valpolcevera, zona duramente colpita dalle alluvioni degli ultimi anni. Il libro (la cui prima edizione subirà ancora dei miglioramenti nella traduzione) è il risultato proprio della collaborazione tra genitori, scuole, Protezione civile ed enti locali, e ha ottenuto il patrocinio della presidenza del Consiglio dei ministri. Per renderlo accessibile a tutti i cittadini di una Genova sempre più multiculturale, il volume è stato tradotto in 8 diverse lingue oltre all’italiano: albanese, francese, inglese, rumeno, spagnolo, arabo, dari (lingua madre in Afghanistan) e anche nel dialetto genovese. Il lavoro di traduzione ha coinvolto i genitori degli studenti, oltre a studenti e docenti della facoltà genovese di Lingue, mentre quella di Architettura ha contribuito alla realizzazione grafica del libro.

    «Credo si tratti del primo progetto del genere a livello nazionale – sottolinea l’assessore alla Protezione civile del Comune Gianni Crivello – è un’ottima sintesi della cultura di Protezione civile». Un patrimonio di saperi indispensabile in un territorio fragile come il nostro, ribadisce il sindaco, Marco Doria. «Da quando la nostra giunta si è insediata – sottolinea il primo cittadino ricordando la riorganizzazione della Protezione civile e le iniziative di informazione della cittadinanza tramite sms in caso di emergenza – penso sia stato fatto molto, ma non può esserci sicurezza al 100%. Perciò, iniziative come queste sono molto importanti, come lo è chiedersi il perché della fragilità del nostro territorio, al fine di evitare gli errori fatti in passato».

    Prevenzione e multiculturalismo sono le linee guida dell’iniziativa che, non a caso, è nata in un contesto in cui l’incontro tra culture diverse è realtà quotidiana. «La Valpolcevera – ricorda Maria Elena Tramelli, dirigente dell’Istituto comprensivo di Teglia, che comprende due scuole dell’infanzia, tre primarie e due secondarie di primo grado per un totale di 296 studenti – è zona classificata a “forte processo migratorio”». Una realtà – per dirla con Riccardo Damasio, funzionario della direzione Scuola e Politiche giovanili del Comune di Genova che ha seguito il progetto e che da più di 20 anni si occupa di interculturalità nelle scuole – in cui è “normale” considerare la diversità una ricchezza e non una fonte di conflitto.

    Dalla diffusione iniziale nelle scuole, il libro verrà in un secondo momento messo a disposizione del pubblico nelle biblioteche e nei Municipi, e sarà possibile scaricarlo integralmente dal sito del Comune di Genova.

  • Elettrificazione delle banchine, Genova diminuisce le emissioni inquinanti

    Elettrificazione delle banchine, Genova diminuisce le emissioni inquinanti

    porto-riparazioni-navaliNon solo adsl, ma anche progetti di riqualificazione dell’area portuale. Questa può essere la formula giusta per mandare avanti l’economia di Genova, sia per quanto riguarda un traffico commerciale, sia per quanto riguarda quello più prettamente turistico. Da una parte, il governo che ormai da qualche tempo si è messo come obiettivo quello di implementare la rete, quindi con fornitura non solo adsl ma anche connessione wi-fi praticamente su tutto il territorio; dall’altra, la Regione con dei progetti green.

    Bisogna fare di più e si deve farlo nella direzione di un sempre minor impatto ambientale. Questo in buona sostanza è quello che ci si pone come obiettivo nella Regione Liguria. Il porto di Genova, infatti, è uno dei più trafficati di tutto il territorio nazionale. Un aspetto senza dubbio positivo che, tuttavia, purtroppo incide pesantemente su un inquinamento che in città non ha certo bisogno di essere incrementato. Dirette responsabili delle emissioni di biossido di azoto sono le navi che sostano nelle banchine, sebbene solo per il 7,5%; il resto dell’inquinamento sarebbe imputabile al traffico veicolare.

    Con l’elettrificazione delle banchine si potranno diminuire ulteriormente tali emissioni e marciare verso una concezione sempre più green dell’area portuale e di tutta la città. Per l’elettrificazione delle banchine nell’area delle riparazioni navali verranno stanziati ben 9,7 milioni di euro. Di questi, una parte verranno erogati dal ministero dell’Ambiente e una parte dalla Regione Liguria attraverso i fondi Por Fesr.

    Sono attualmente in corso, in collaborazione con il dipartimento di Fisica dell’Università di Genova, tutte le valutazioni e gli studi atti a verificare se il tasso d’inquinamento rilevato sia effettivamente tale o se vi siano percentuali maggiori rispetto a quelle oggi conosciute e attribuite al traffico portuale. Insomma, la direzione intrapresa sembra essere abbastanza chiara, bisogna solo da aspettare i risultati di queste analisi e, di conseguenza, le eventuali ulteriori misure che verranno attuate, sempre che non risulti sufficiente la sola elettrificazione delle banchine. Per quanto riguarda le emissioni imputate al traffico veicolare, invece, c’è ancora molto da fare per rendere Genova non solo a misura del commercio ma anche a misura del turista.

  • Anna Chieregato, la voce e il volto di Genova che arrivano da Venezia

    Anna Chieregato, la voce e il volto di Genova che arrivano da Venezia

    Anna Chieregato
    © Veronica Onofri

    Anna Chieregato

    Tutti a Genova conoscono Anna Chieregato, che per molti anni ha raccontato la nostra città: è stata, infatti, una delle giornaliste più apprezzate di Primocanale per diversi anni e la voce di Radio Babboleo.

    [quote]La sua bellezza nordica e glaciale può erroneamente portare a pensarla una donna fredda e austera, ma basta sedersi con lei in qualche bel locale dei vicoli, davanti a un buon prosecco, per capire quanto questa donna sia speciale. Anna è indubbiamente dotata di una personalità molto forte ma è allo stesso tempo molto dolce e passionale, oltre che un ottima padrona di casa.
    Questo foto l’ho scattata nella sua casa di Nervi dopo un pranzo a base di pesce, cucinato interamente da lei, che credo avrebbe fatto invidia ai più grandi chef del pianeta.[/quote]

    Quando eri una bambina, quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Essere una scrittrice. Una scenografa. Una chef. Ed essere felice. Non esattamente in questo ordine. Forse. Da “grande”, ma sono già grande? Continuo a inseguire i sogni che avevo da bambina, raggiunti solo in parte: sono diventata una giornalista – mestiere ben lontano da quello di scrittrice, ci tengo a precisarlo anche se il concetto è chiarissimo – e sono quasi felice. Perché questo “quasi”? Perché non sono scrittrice, né scenografa, né chef. Sul resto ho la consapevolezza di essere privilegiata».

    Che cosa ami e che cosa odi di Genova?
    «Non sono genovese. Le mie origini appartengono a una città nel passato rivale a Genova: Venezia. Forse lo è ancora, tant’è che non esiste un treno diretto o un volo che le colleghi. E questa è una prima critica, ma non vale, è di parte. Ho un cuore gitano: amo e odio con la stessa intensità . Di Genova, Amo il labirinto dei suoi vicoli, il mare nel suo fondersi con il cielo, la luce e quel “cambiamento di umore” che ne modifica i colori: Genova grigia con la pioggia, Genova dorata quando è illuminata dal sole. Odio come i genovesi hanno smesso di amare Genova, maltrattandola. Vantandosi di doversene andare per realizzare altrove i propri sogni. Questo è vero, ma è la conseguenza del mugugno e dell’avere smesso di amare questa città , da cui si parte senza in fondo potersene andare. Perché poi è qui che un genovese torna sempre. L’ho fatto anch’io, che non sono genovese: andata nel 2004 e ritorno nel 2005».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «Che domanda. Se non vivessi a Genova vivrei a Venezia. E sarei senz’altro chef! Chef e scrittrice. Bello. Un’ipotesi di vita altrove: bisogna sempre avere un piano B, e questo è il mio».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «No. (ride). Dico sul serio, non scherzo (ride di nuovo)».

    Oltre a essere una bravissima giornalista, sei anche un ottima cuoca: il tuo piatto genovese preferito?
    «Piatto preferito? Non so scegliere, sono un’eterna indecisa…facciamo cappon magro vs trofie al pesto».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Nei vicoli…abitudine veneziana, solo che qui mancano i famosi baccari, ma per fortuna avete importato lo spritz. A visitare qualche chiesa-gioiello come quella di San Luca. Mercato Orientale…il mio regno per la spesa. Passeggiata di Nervi, per sperimentare la sensazione di infinito, dove la linea dell’orizzonte scompare nella luce o nel buio lunare. A cena da Gian Paolo Belloni, che dal ristorante Zeffirino di via XX Settembre si è spostato a Pieve Alta. O da Cavo, in vico Falamonica, nel cuore del centro storico, con la bellezza del suo salone affrescato. Se la serata e la persona sono speciali, allora diventa inevitabile una cena al Marin , il ristorantino dentro Eataly. Per la vista mozzafiato sul Porto Antico, le luci accese nella notte come su un palco dove lo spettacolo è un concerto dal battito antico: la “musica” delle crocette suonate dal vento sulle barche a vela».

    Veronica Onofri

  • Derby della Lanterna, storia di “battaglie” e fazioni “nemiche” ben prima della nascita del Genoa

    Derby della Lanterna, storia di “battaglie” e fazioni “nemiche” ben prima della nascita del Genoa

    ianuenses-scudo-genovaTra il febbraio e il marzo del 1432, Enea Silvio Piccolomini – il futuro papa Pio II: per intenderci, il papa umanista, ma anche quello di Pienza, nota al grande pubblico per il suo pecorino… – affidava a due lettere le sue impressioni su Genova, nella quale era giunto nel corso del viaggio che lo avrebbe portato a Basilea, dove sarebbe stato ordinato cardinale. Nell’esprimere all’amico Andreozzo Petrucci il vivo desiderio di averlo accanto, si abbandonava a un lungo panegirico, esaltando gli elementi più caratteristici della città, e principalmente il porto, protetto da

    [quote]un molo che si dice sarebbe costato poco di più se fosse fatto d’argento: tanta è infatti lì la profondità del mare. Lì è abbastanza sicuro l’approdo per le navi che vi sostano sempre in gran numero e vanno e vengono rapidamente ingenti triremi, simili a montagne, e altri tipi di imbarcazioni, alcune da oriente, altre da occidente, così che tu puoi vedere ogni giorno diverse razze di uomini, costumi primitivi e rozzi e anche mercanti che arrivano con ogni tipo di mercanzia. Proprio nel porto, nella parte in cui tocca la città, si ergono magnifici edifici, tutti di marmo, che svettano verso il cielo, assai eleganti per la presenza di numerose colonne, molti adorni di sculture e di figure; sotto vi è un porticato lungo mille passi, dove si può acquistare ogni merce. Il resto della città si sviluppa verso la collina. Lì non c’è nessuna casa alta e bella che per il decoro e per l’eleganza non possa convenire a re o a principi: tutte sono regalmente maestose e assai elevate e distano poco le une dalle altre; anche le strade sono strette, praticabili da due o tre uomini per volta; i templi dedicati a Dio, benché dignitosi, non sono degni di una così grande città, ma ricchissimi e mirabilmente ornati dalle tombe dei nobili.[/quote]

    Il contrasto – certamente ricercato – tra la bellezza del sito, la magnificenza delle costruzioni e la singolare litigiosità degli abitanti riempie il prosieguo della narrazione: i Genovesi – continua il nostro – sono uomini onesti e ingegnosi, magnanimi e temprati alle fatiche; tuttavia, sono in perenne disaccordo, sì che la città è costantemente preda delle lotte civili: un “derby” quotidiano in cui ciascuno inganna l’altro, si dà da fare per volerne la morte o cercarne la rovina; tutti si preoccupano di uccidersi, spogliarsi, e mandarsi reciprocamente in esilio.

    Una lunga storia di “stracittadine”

    5377394747_a66b5cd3ee_bQuello del Piccolomini non è, certo, un giudizio isolato: non diversamente da altri viaggiatori, mercanti, diplomatici o letterati che ebbero modo di visitare la città prima e dopo di lui, egli fa dell’instabilità politica, degli scontri tra famiglie, dei cambi di governo, delle dedizioni a signori stranieri nella speranza di una pacificazione, il vero metro della storia genovese. In effetti, la storia del Medioevo genovese ha nella suddivisione in partes e fazioni una delle sue principali caratteristiche. Ma quali erano, dunque, queste partes? Ebbene, il panorama, per così dire, “calcistico” del tempo è piuttosto complicato; diciamo che varia di secolo in secolo. Volendo restare al Quattrocento, si può dire che il derby “si giocasse”, innanzitutto, tra nobili e popolari, e, cioè, tra coloro che appartenevano alla nobiltà in quanto avevano esercitato nei secoli addietro cariche di natura pubblica e coloro che, invece, vivevano del lavoro delle proprie mani o che si erano arricchiti con le attività commerciali e manifatturiere: qualcosa di simile ai moderni concetti di plebe e borghesia. Lo stesso populus, a ogni modo, era diviso in due parti principali, assurte ben presto al rango di fazioni addirittura costituzionalmente riconosciute: i mercatores e gli artifices, cioè i mercanti e gli artigiani, i primi più forti dei secondi, tanto da avere in mano per lungo tempo la carica di doge. In realtà, quantomeno dal punto di vista socio-economico, non v’era molta differenza tra certe famiglie nobili e certe altre famiglie provenienti dalle file del popolo: numerosi erano i casi di mercatores così ricchi da poter guardare un nobile dall’alto in basso. In fin dei conti, gli uni e gli altri esercitavano il medesimo mestiere: il commercio (di qui la necessità di definire tali personaggi mercatores de populo!).

    Ma le divisioni non si fermavano qui. Anche Genova conobbe una serie di lunghi “derby” tra guelfi e ghibellini, veri e propri partiti sorti negli anni Quaranta del Duecento e chiamati dalle nostre parti, per motivi ignoti, Rampini e Mascherati. Tale divisione, tuttavia, aveva perso da tempo il proprio significato di sostenitori dell’Impero o del Papato; nonostante ciò, continuava a sussistere: il doge, ad esempio, doveva essere di famiglia popolare e ghibellina. D’altra parte, fu proprio per il controllo della carica dogale che sorsero, tra la fine del Trecento e per tutto il Quattrocento, ulteriori fazioni, in particolare attorno alle due famiglie dominanti, entrambe di origine popolare: gli Adorno e i Fregoso, sostenute da quelli che risultavano allora i più grandi alberghi nobiliari cittadini (intendendo con ciò, per semplificare, una serie di famiglie raggruppate sotto un singolo cognome), gli Spinola vicini ai primi, i Doria, partigiani dei secondi.

    Oggi le maglie, ieri i calzettoni

    5377992916_d826332309_bNella Genova del Quattrocento esistevano, dunque, sei divisioni – nobili guelfi, nobili ghibellini, mercanti guelfi, mercanti ghibellini, artefici guelfi, artefici ghibellini – e due famiglie dominanti: gli Adorno e i Fregoso. Cosa che non mancava di creare una certa confusione, soprattutto negli osservatori esterni. Le partes del momento, alle quali affiliarsi o meno (la plebe preferiva, infatti, tenersi generalmente fuori dai conflitti), erano solitamente definite (guarda caso) «colori», a causa dell’uso di combinazioni cromatiche portate addosso o nelle insegne: il nero per i guelfi; il bianco per i ghibellini; il bianco-nero (o semplicemente il nero) per i Fregoso; il giallo-nero per gli Adorno; il giallo per i Doria (ma nelle Riviere); il giallo-rosso per gli Spinola (nuovamente nelle Riviere). Curiosamente – questo almeno si legge in alcuni dispacci di ambasciatori milanesi del tempo – tale colorazione era immediatamente evidente dalle lunghe calze (“calze alla divisa”), donate dai capi-fazione ai propri partigiani. Ed era appunto con tali calze colorate che si scendeva in campo, solitamente per menarsele di santa ragione. Molto prima ancora che derby volesse dire solo “calcio”.

    Antonio Musarra

  • Yoga, scopri qual è la “filosofia” del corpo e della mente che fa per te

    Yoga, scopri qual è la “filosofia” del corpo e della mente che fa per te

    YogaI tempi del vivere quotidiano sempre più spesso portano ad avere una vita poco regolare, caratterizzata da stress e ansie: il mondo del lavoro è sempre più performativo e competitivo, e le persone dedicano molte ore della giornata alla propria professione; la salute fisica e mentale, quindi, è lasciata in secondo piano. Negli ultimi anni, però, una nuova cultura della corporeità si è fatta strada anche in occidente, attraverso il diffondersi di discipline, arti o semplici “attitudini” orientali. L’equilibrio del benessere ha ritrovato la sua centralità attraverso vie nuove: tra queste “filosofie del corpo” vi è senza dubbio lo yoga, che mai come oggi è diffuso nel nostro paese e nella nostra città, grazie a sempre più numerose scuole o associazioni dedicate. 

    Acroyoga, Genova capofila

    L’ultima tendenza è quella di applicare determinati spunti dello yoga, nei suoi diversi stili, su altri impianti di studio del corpo. Ad esempio, nell’Acroyoga, la disciplina che unisce la filosofia dello yoga, posizioni acrobatiche e massaggi Thai in volo. E Genova è stata una delle prime città italiane ad aver ospitato un corso di questa moderna pratica yoga. «Fare acroyoga – spiega Francesco Semino, insegnante di acroyoga di secondo livello presso la scuola Synergika di Genovasignifica aumentare la consapevolezza del proprio corpo, migliorare la propria preparazione fisica e mentale e divertirsi».

    A differenza dello yoga classico, le posizioni vengono eseguite in volo, sostenuti in aria dalle gambe e dalle braccia del proprio partner. «Non rappresenta solo una crescita personale – continua Semino – ma è una disciplina che si esegue in coppia e di conseguenza sviluppa fiducia negli altri. Chi pratica acroyoga sperimenta il proprio equilibrio con un’altra persona, migliora lo spirito di collaborazione con il partner e in gruppo».

    Per praticare acroyoga bisogna uscire dal proprio tappetino e lavorare in modo armonioso ed equilibrato con il proprio partner. Una disciplina che accresce la consapevolezza corporea, il senso dell’equilibrio, la fiducia, la capacità di comunicare e ascoltare in modo armonioso. «Non esiste un’età per cominciare – conclude l’insegnate – questa disciplina è assolutamente adatta a tutti».

    Scegli lo yoga che fa per te

    yoga-genovaL’Acroyoga non è l’unico tipo di yoga che porta beneficio al corpo e alla mente.
    Ashtanga, Raja, Power, Hatha, Ivengar e Vinyasa. Sono altri dei tanti stili di yoga che esistono. Ognuno con le proprie caratteristiche, ognuno con una propria “anima”. Lo yoga non è una disciplina univoca ma un percorso personale da saper interpretare ascoltando le esigenze del proprio corpo e della propria mente. E’ per questo che a ogni persona corrisponde uno stile di yoga.

    «Ogni tipo di yoga – spiega Valeria Maggiali, insegnante di vinyasa yoga e acroyoga di secondo livello – allena il corpo e la mente». Esiste la pura meditazione, come nel caso del Raja yoga, che letteralmente significa yoga reale, una disciplina soprattutto mentale all’insegna della staticità fisica, fino ad arrivare al Power yoga, un allenamento fisico molto rigoroso che sviluppa forza e flessibilità, adatto a chi cerca un’attività fisica molto impegnativa. C’è anche il Vinyasa yoga, uno stile moderno che si basa sulla sequenza di movimenti coordinati al respiro e l’Hatha yoga, una pratica che si focalizza più sugli esercizi fisici e meno sugli aspetti spirituali, richiede un modesto sforzo fisico e mira a far superare i limiti fisici. Chi, invece, preferisce eseguire sequenze di posizioni di continuo sarà più adatto a praticare l’Ashtanga, uno stile che alterna la respirazione profonda e il movimento da un asana, ovvero postura, all’altro. Chi non vuole sudare e non vuole fare troppo movimento, ma vuole comunque impegnare il corpo e mantenere una posizione a lungo, si avvicinerà a Ivengar yoga. Chi invece vuole allenare il corpo divertendosi, lavorando in coppia e sperimentando asana sospese in aria, praticherà l’acroyoga.

    Insomma, per ogni esigenza corrisponde un tipo di yoga, tutti portano enormi benefici al corpo e alla mente, aumentano consapevolezza di sé e diminuiscono lo stress. «Ogni tipo di yoga rappresenta un allenamento fisico e mentale – conclude Maggiali – che si pratica in un ambiente non competitivo e fa sentire bene». Non esiste l’età giusta per cominciare, non è mai troppo presto né troppo tardi. I praticanti yogi, sia veterani, sia principianti, una volta trovato lo stile più adatto, scoprono quanto questa disciplina rappresenti un vero e proprio stile di vita.

    Lo yoga in rete

    YogaInternet, come spesso accade, è volano e amplificatore delle tendenze; in rete, infatti, proliferano siti dedicati a questa pratica, nelle sue più varie declinazioni e abbinamenti. Navigando per il web si possono incontrare siti di ogni tipo dedicati allo yoga: da magazine di informazione, come Yogajournal.it che oltre a spiegare i dettagli della pratica propone un’ampia letteratura dedicata sempre in aggiornamento, a veri e propri yoga shop online come ReYoga. E ci sono persino noti siti di e-commerce che hanno aperto spazi dedicati all’argomento. Zalando, ad esempio, ha ideato il progetto We Love Yoga che unisce consigli e curiosità su tutte le tipologie di yoga e sui maggiori yoga expert d’Europa, alla possibilità di scegliere l’abbigliamento giusto da indossare per praticare questa disciplina, aspetto importante per svolgere gli esercizi al meglio.

    Non mancano ovviamente i contenuti veicolati dai social network come Facebook, dove non si contano pagine e gruppi a tema, e Youtube, con migliaia di video di chi si cimenta in questa pratica, con risultati dei più disparati. La viralità di queste piattaforme ha permesso anche la diffusione di contenuti multimediali che come protagonisti hanno praticanti yogi che sperimentano questa pratica in compagnia degli inseparabili e giocherelloni animali domestici: i video con simpatici amici a quattro zampe che interrompono i padroni durante gli asana hanno milioni di visualizzazioni. Lo yoga, quindi, è sempre più una disciplina mondiale, e in futuro ne sentiremo parlare sempre di più.

  • Novità per i commercianti in aree pubbliche, arriva la carta di esercizio

    Novità per i commercianti in aree pubbliche, arriva la carta di esercizio

    commercioArrivano ancora modifiche per quanto riguarda gli ambulanti e speriamo che almeno questa volta non si getti l’intero comparto nel caos. Nello specifico, i cambiamenti riguardano i commercianti che esercitano attività come ambulanti. Da quasi un anno, infatti, la dichiarazione unica di regolarità contributiva, il Durc, è stata sostituita con la carta di esercizio. Come deciso dalla Regione Liguria, ci sarà quindi tempo fino al 31 dicembre del 2016 per mettersi in regola e poter così partecipare ai bandi pubblicati dal Comune di Genova.

    Secondo quanto spiegato dagli addetti ai lavori, sono state introdotte diverse semplificazioni e agevolazioni in modo da consentire una maggiore continuità a migliaia di imprese che spesso vengono ereditate dai figli dei titolari e che con la direttiva Bolkestein potevano essere messe a serio rischio. Inoltre, con tali modifiche si dovrebbe impedire l’esercizio abusivo della professione. Proprio questo malcostume, infatti, genera gravi perdite a chi, invece, ha sempre operato nella totale legalità. Chi, infatti, non paga le tasse, va a gravare ulteriormente sulle tasche di quei commercianti che lavorano in modo regolare e che pagano allo Stato quanto dovuto.

    Non ci si stupisca se poi, un po’ per mantenere in piedi la propria attività e non essere costretti a chiudere, un po’ per continuare a far sopravvivere le proprie famiglie, molti di questi commercianti, nonché diversi imprenditori, abbiano optato per prodotti finanziari come genius card societàoffshore, mandando all’estero buona parte dei propri guadagni in modo da poterli salvaguardare dalla pesante tassazione italiana.
    Un modus operandi estremo, a cui vengono obbligati da un sistema fiscale obsoleto, dove ancora troppo poco si fa per mettere alle strette i furbetti che evadono e dove a rimetterci sono sempre e solo le persone oneste. Sono proprio questi che, alla fine dei conti, si ritrovano a dover contare i centesimi per non gettare all’aria una vita di sacrifici e investimenti.

    Grazie anche alla carta di esercizio, che dovrebbe quindi garantire una burocrazia più snella e maggiori controlli, la situazione per i commercianti ambulanti potrebbe migliorare, ma per dirlo con assoluta certezza è ancora troppo presto. Si dovrà aspettare l’effettiva entrata in vigore per vedere risultati concreti, sempre che non vengano cambiate ancora una volta le carte in tavola.

  • Quel borghese gentiluomo di Molière buono per tutte le stagioni

    Quel borghese gentiluomo di Molière buono per tutte le stagioni

    Foto di Giuseppe MaritatiMolière ( 1622- 1673 ) ovvero Jean Baptiste Poquelin, fu uomo di teatro a tutto tondo, autore, attore, regista e, con scarso successo, anche impresario: non a torto viene definito il maggior autore comico di tutti i tempi. Mettendo a frutto gli insegnamenti dei comici dell’Arte, capì che il segreto del successo era adattare la lingua del teatro ai luoghi della provincia francese che percorreva con la sua troupe, alternando la tragedia alla farsa e usando in entrambe elementi visivi a effetto, tipici degli improvvisatori. Più tardi, raggiunto un certo benessere grazie alla protezione della famiglia reale, il suo teatro esprimerà l’intimo più vero dell’autore, dell’uomo che conosce solo le regole della ragione e che sfida la società organizzata e le sue costrizioni.

    Il borghese gentiluomo fu rappresentato per la prima volta nel 1670 davanti al re Luigi XIV. La trama, conosciutissima, racconta di un uomo, arricchitosi con il commercio che, carico di complessi di inferiorità sociale, spasima per i titoli nobiliari e perciò si circonda di aristocratici sussiegosi che sovvenziona a fondo perduto. Inoltre, il buon Jourdain (questo il nome del protagonista) è consapevole dei propri limiti culturali (ah, l’ortografia…) e aspira a migliorarsi, ma sceglie infelicemente i suoi maestri tra personaggi loschi e farseschi.
    Il canovaccio appare familiare allo spettatore che, consapevolmente o meno, riconosce nel protagonista figure a lui note e forse un poco di se stesso: piacevole è la ricchezza, più o meno meritata, ma un titolo nobiliare ne è sempre un’appetibile cornice.

    Pur nella comicità rutilante e serrata, non di rado becera, che imperversa nello spettacolo, l’autore non condanna e non assolve; in realtà sembra voler avvertire lo spettatore che l’ambizione smodata può far perdere il senso della misura e scadere nel ridicolo. Piuttosto Molière ritorna su temi “avanguardisti” del proprio pensare: il buon senso e la superiorità “pratica” femminile sono impersonati dalla moglie, inutilmente incombente, mentre una figlia, solo apparentemente ribelle, racconta il suo dissenso verso il matrimonio combinato.

    Un’opera che diverte, ora come allora, forse a tratti un po’ troppo caricata dalla regia con elementi a effetto, come le goffe danze “turche” che precedono gli sponsali. Scenografia affascinante e completata dall’allestimento, sempre suggestivo, della scena rotante.


    Elisa Prato

    + “Il borghese gentiluomo” di Molière, al Teatro Duse fino al 6 novembre 2016.
    Regia di Filippo Dini. Con Filippo Dini, Valeria Angelozzi, Sara Bertelà, Filippo Dini, Ilaria Falini, Davide Lorino, Orietta Notari, Roberto Serpi, Antonio Zavatteri, Ivan Zerbinati.

  • Imu, 14 mila pagamenti non corretti gettano le famiglie genovesi nella crisi

    Imu, 14 mila pagamenti non corretti gettano le famiglie genovesi nella crisi

    genova-in-verticale-tetti-castellettoQuante tasse devono pagare i cittadini italiani? Davvero tante, forse troppe. E, oggigiorno, far fronte a tutti questi pagamenti diventa sempre più difficile. Sono tanti quelli che hanno perso il lavoro a causa della crisi, che non riescono quasi a mettere in tavola il necessario e che ora si troveranno in condizioni ancora più disagiate.

    Il problema riguarda, in questo caso, diversi cittadini genovesi che sono stati letteralmente travolti da una serie di lettere di contestazione per quanto riguarda il pagamento dell’Imu sulla prima casa introdotta nel 2012 dal governo Monti. A distanza di 5 anni, iniziano a ravvisarsi le prime irregolarità di molti contribuenti. Il problema si delinea quando viene concessa la rateizzazione dell’importo relativo a tale tassa. Molti cittadini, infatti, hanno saltato il pagamento anche di una sola rata e così ci si ritrova con un buco che va assolutamente colmato. Tursi non può fare altro che presentare il conto ai cittadini in debito.

    Sarebbero 14 mila i pagamenti irregolari, ma non solo a carico dei cittadini. Inclusi sarebbero anche crediti del Fisco. Insomma, un vero caos che per di più arriva dopo 5 anni a sbilanciare precari equilibri familiari. Come faranno a far fronte a tali pagamenti quelle famiglie che nel corso di 5 anni hanno visto peggiorare la loro condizione economica? Non sono pochi coloro che hanno dovuto fare ricorso a finanziamenti, molti di questi non hanno busta paga o si trovano in difficoltà, come chi ha fatto una ricerca sul web per trovare prestiti a protestati Zonaprestiti.com o su altri portali tematici.

    Una situazione grave, soprattutto in virtù del fatto che l’economia delle famiglie non è andata a migliorare in questi 5 anni ma per lo più ha segnato un cammino in discesa. Ma come se questo non bastasse, a complicare ulteriormente il tutto, anche il fatto che non vengono più inviati a casa i bollettini per il pagamento, cosa che invece avveniva quando questa tassa era ancora conosciuta come Ici. Purtroppo, non tutti sono in grado di effettuare pagamenti online, soprattutto le persone di una certa età che non sempre sono attente alla scadenza delle rate. Da qui a trovarsi in una posizione irregolare, il passo è davvero breve.

  • Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    Tossicodipendenti, i soldi per curarli ci sono ma sono mal distribuiti. E così troppi finiscono in carcere

    EroinaDella realtà degli istituti di assistenza ai tossicodipendenti il cittadino comune conosce poco o niente. Eppure, sono centri di importanza primaria nel tessuto del nostro welfare, sia perché svolgono un ruolo di assistenza sociale fondamentale per una categoria di cittadini affetti da una patologia particolarmente grave, sia perché il loro buon funzionamento ha ripercussioni positive sul sistema economico della sanità: parlando in termini decisamente pragmatici, le comunità costano meno degli ospedali e, se funzionano, garantiscono cura e reinserimento sociale di un tossicodipendente, evitando ulteriori spese mediche e altri possibili “danni collaterali” come la deriva verso la delinquenza di chi è escluso dal circuito lavorativo.

    Recentemente, tuttavia, un professionista del settore quale Paolo Merello, direttore generale del Ceis (Centro di solidarietà) di Genova – onlus che da tempo lavora nel campo della cura delle tossicodipendenze – ha lanciato un allarme circa la situazione genovese. «Ci sono molti utenti ristretti in carcere privati della possibilità di accedere alle misure alternative come dispone la legge italiana» ha denunciato. Sarebbero, infatti, circa 400 i tossicodipendenti che non trovano posto nelle strutture di cura.

    La risorse della Regione

    Ogni anno, la Regione Liguria stanzia 12 milioni di euro per le dipendenze. Di questi, 5 milioni sono destinati alle strutture di Genova ma solo 3 milioni arrivano effettivamente alle comunità, mentre il resto finisce fuori provincia e fuori regione. Un’uscita motivata dal fatto che circa il 10-12% degli assistiti vengono curati fuori Genova o fuori Liguria ma restano comunque a carico del nostro sistema sanitario ed economico, che ha un costo medio di 80 euro al giorno per paziente, come ci spiega Giorgio Schiappacasse, medico specialista in psichiatria e direttore dei Sert della Asl 3 genovese. Due le ragioni principali di questa “delocalizzazione”: da un lato, mancano in Liguria alcune strutture specifiche, ad esempio una per nuclei madre-figlio e una per i minorenni, categorie che non possono essere inserite all’interno di un centro che accoglie anche uomini adulti; dall’altro, alcune terapie possono essere maggiormente efficaci per il tossicodipendente se viene allontanato dalla propria realtà cittadina, nella quale può subire il richiamo delle frequentazioni e dei luoghi che condividono con lui la maledizione della droga.

    Non proprio sulla stessa linea il Ceis. «Noi non vogliamo entrare nel merito delle scelte medicali – spiega Michele Serrano, responsabile delle relazioni esterne – se il medico ritiene che il paziente abbia necessità di essere allontanato dal suo territorio, per fruire meglio della cura, affidandolo ad esempio al Ceis di Sanremo invece che a quello di Genova, è un discorso che ha una logica e sul quale noi non solleviamo obiezioni. Ci domandiamo soltanto, come mai dai Sert di Sanremo, Savona, La Spezia, non viene nessuno a Genova. Come mai soltanto Genova manda al di fuori delle persone a fare il periodo in comunità terapeutica? E desidereremmo delle risposte, solo delle risposte. Non vogliamo imporre il nostro giudizio o la nostra opinione, vogliamo semplicemente che a una domanda che ha una sua logica ci venga risposto qualcosa che abbia delle motivazioni che siano logiche».

    Un problema di distribuzione

    eroina-drogaMa per Schiappacasse i dati genovesi sono assolutamente fisiologici, tanto che il problema, a suo dire, non risiederebbe nella mancanza di risorse spesso chiamata in causa in queste situazioni. «Il budget della Regione è sufficiente, anche se ovviamente per problematiche così gravi e diffuse non è mai abbastanza», spiega lo psichiatra. «È logico che poi, come non avremo possibilità di avere 50 pazienti psicologici ad esempio, così anche le comunità non possono pensare di avere 500 posti per tossicodipendenti: essendoci un budget c’è un limite. Però questo ci deve impegnare a lavorare meglio per tutti, a lavorare meglio su come prepariamo la persona alla comunità, il dopo comunità, su come può essere ottimizzato in tempi e qualità del lavoro» aggiunge riferendosi a tutta la rete di comunità che lottano contro le tossicodipendenze e a nuovi metodi a costo zero come i gruppi di autoaiuto. «In questi anni abbiamo incrementato l’utilizzo delle strutture genovesi. Basti pensare che 5 anni fa i Sert erano utilizzati, rispetto al budget complessivo, al 30-35% e adesso saranno al 65-70%» commenta Schiappacasse circa alcuni dubbi mossi nell’ambiente nei confronti della gestione del Sert.

    Più che nell’entità delle risorse, dunque, il problema potrebbe essere individuato nella loro distribuzione: «La ASL 3 copre da Camogli fino a Cogoleto – ricorda il direttore – quindi tutta la Città metropolitana; siamo sui 780.000 abitanti. In Liguria ci sono cinque Asl (La Spezia, Chiavari, Savona, Imperia e Genova) e la quota del budget dovrebbe essere proporzionata al numero di abitanti. Se in regione siamo 1,5 milioni e la ASL 3 ha 780.000 individui come bacino di utenza, forse non ci arriva quello che dovrebbe in proporzione».

    Su questo punto concorda anche Serrano: «Perché – si chiede – Genova che ha molti più assistiti in carico al Sert, agli istituti detentivi, eccetera eccetera, ha una fetta così esigua rispetto a qualsiasi altra realtà regionale?». Una domanda che, al momento, resta inevasa.


    Alessandro Magrassi

  • Viaggio a Cape Cod, l’incontro con Hermann sulle tracce del capitano Achab

    Viaggio a Cape Cod, l’incontro con Hermann sulle tracce del capitano Achab

    cape-town-porto-scimmia-barboncinoGuidavo attraverso il Massachusetts inghiottito dal buio, inesorabile come la materia oscura di un vorace buco nero. Il sole non aveva lasciato tracce e la luna tardava ad arrivare. La vivacità e la spensieratezza del paesaggio improvvisamente sono mutate in paure e insicurezze, salite in auto come due autostoppisti silenziosi di cui avresti fatto volentieri a meno. La strada, ridotta a singola corsia, avanzava senza fine apparente; le fronde degli alberi si muovevano come artigli, scosse da un vento che soffiava in ogni direzione trascinando pioggia, foglie e acqua di mare.
    La voce e la chitarra di Neil Young, intervallate da interferenze e stazioni radio religiose, mi facevano compagnia con gli assoli di Down by the river e quel falsetto inconfondibile del rocker canadese.
    Avevo da qualche ora superato Providence e stavo entrando nella penisola di Cape Cod, un lembo di terra che ricorda il dito storto di una strega e penetra nell’Oceano Atlantico come la spina di una rosa.

    Il serbatoio della benzina era agli sgoccioli e la distanza stimata dal computer era inferiore a quella che dovevo percorrere, così sono uscito al primo segnale di civiltà, un piccolo agglomerato di case indipendenti, un parcheggio per roulotte e due fast food, il primo chiuso e l’altro abbandonato, di distributori neanche l’ombra. Le luci giallastre dei lampioni conferivano aria tetra a quel luogo deserto, giochi di ombre e rumori sinistri ingannavano i sensi provocando quella brutta sensazione di sentirsi osservati. Un sussurro mi ha fatto voltare e accelerare i battiti del cuore, ma non c’era nulla di cui preoccuparsi, era solo il sibilo del vento tra i rami.

    La mia attenzione si era spostata su una luce immersa nel buio che distava un miglio da me. Senza pensare troppo, ho messo in moto e sono andato vicino, trovando una piccola pompa di benzina e un casottino: al suo interno, blindato come dentro una cassaforte, un piccolo uomo dall’aria impaurita che si affaccia salutandomi con un gesto della mano.
    Era un tipo magro sulla quarantina, capelli attaccati alla fronte da sudore e sporcizia, indossava una camicia a quadri rossi e neri di flanella avvolto da una nube di sigarette; tuttavia, aveva occhi vispi e uno sguardo amichevole, avrei potuto scommettere che sotto la sua sedia nascondeva un fucile.
    Non voleva uscire dal casottino e forse per paura ha cominciato a urlare, dalla feritoia fumante, le istruzioni per erogare benzina: la pompa era effettivamente un pezzo d’antiquariato.
    Dopo aver riempito il serbatoio, mi sono avvicinato per pagare, i suoi lineamenti affusolati illuminati dal braciere della sigaretta e nascosti dal fumo, si estesero in un sorriso alla vista dei venti dollari.

    cape-town-pozza-vicoloHo ripreso a guidare nel buio della notte, la tempesta si era calmata e le nubi diradate svelavano qualche timida stella, la luna rimaneva nascosta.
    Avevo prenotato una stanza in un motel di Provincetown, un piccolo paese di pescatori sulla punta di Cape Cod, i gestori mi avrebbero aspettato fino alle dieci, oltre quell’orario avrei dovuto chiamare l’uomo della sicurezza per la consegna delle chiavi.
    Era mezzanotte inoltrata, ai bordi della strada i cadaveri degli scoiattoli neri e dei procioni si alternavano come paletti catarifrangenti, suggerendo una guida prudente. Ormai restavo solo io e qualche grosso fuoristrada con gli abbaglianti accesi: sembravano astronavi aliene in arrivo sulla terra.
    Il motel era il classico a ferro di cavallo visto in tanti film, aveva la particolarità di affacciarsi sull’oceano; in realtà, a quell’ora non si vedeva nulla ma l’odore salmastro, il vento e le strutture deteriorate dal salino ne segnalavano l’imponente presenza.
    Fuori dalla struttura principale una piccola piscina sulla quale galleggiavano foglie come piccole imbarcazioni giocattolo, un’altalena spinta da un soffio di vento carico di acqua e salino cigolava assieme ai malinconici giochi per bambini.
    Era l’una del mattino. Sono entrato nella hall, una fatiscente struttura ricoperta da moquette azzurra con una dozzina di divani distribuiti senza un criterio logico. Su uno di questi c’era un uomo di colore che dormiva rumorosamente. Era poco più che un ragazzo, indossava calzoni corti e infradito, un cappellino degli Yankees e una maglietta gialla della “security”; si era addormentato con una lattina di birra in mano, altre due erano vuotate e lasciate ai piedi del divano accartocciate come cartaccia. Deve essere stato un brusco risveglio il suo, forse destato da un bellissimo sogno, oppure la fine di un bruttissimo incubo, quando mi ha guardato con gli occhi rosso sangue ho dovuto sfoderare il sorriso più ebete del mio repertorio. Dopo i convenevoli, il ragazzo era di poche e incomprensibili parole, mi ha chiesto il passaporto per poi sparire con esso per una decina di minuti e tornare con la chiave della camera e un salvagente come portachiavi.

    La stanza non era di certo quella di un hotel a cinque stelle ma trasmetteva comunque un certo fascino. Era un openspace con cucinotto, terrazzo e la solita moquette azzurra: odorava di umido e stantio, inevitabile con quella brezza marina. Sono crollato sul letto come un albero abbattuto dormendo fino alle luci dell’alba quando aprendo la tenda, un fortissimo chiarore mi ha abbagliato la vista.
    La nebbia era bianca come latte e morbida come cotone, depositata omogeneamente su tutto il paesaggio. S’intravedeva solo la ghiaia color cappuccino, le sterpaglie e i mucchi di alghe depositati nella notte. Sono sceso sulla spiaggia in una sorta di trance calpestando gusci di conchiglie e telline, accompagnato da gabbiani e rondini di mare, spingendomi fino alla battigia a battezzare i miei piedi nudi nell’oceano. Una brezza proveniente da sud est iniziava a soffiare, separando le nuvole dal cielo, il bianco dal blu e vivacizzando i colori con i primi raggi di sole, riflettendosi sulle case di legno ancora bagnate: le faceva brillare come un luminoso presepe. Lentamente, l’oceano si ritira scoprendo le acque come un lenzuolo, banchi di sabbia si formano disordinatamente, una barca ancorata s’inclina al contatto con la sabbia e i gabbiani rincorrono i granchi impauriti, lasciando solo qualche avanzo per gli uccelli più piccoli.

    cape-town-barcaSolo pochi minuti più tardi, camminavo tra i vivacissimi vicoletti e le caratteristiche case di legno di Provincetown. In quei luoghi Hermann Melville aveva immaginato l’avventura di Ismaele, del capitano Achab e il suo incubo Moby Dick, in quello che è rimasto uno dei romanzi più importanti della letteratura mondiale. Il profumo della zuppa di crostacei fuoriesce dalle taverne, quello più acre della birra rovesciata sulle assi di legno e l’aria salubre che giunge dal mare si uniscono in un vortice di sensazioni e ricordi passati.

    Tra le case, separate da stretti vialetti, fotografavo il porto, notando casualmente una figura che osservava il mare, un bellissimo barboncino dal pelo marrone. Aveva l’espressione malinconica di chi voleva essere su una di quelle navi all’orizzonte o salpare sui pescherecci pronti ad affrontare la tempesta e allo stesso momento di chi ne aveva vissute tante da raccontare. Mi sono avvicinato, lui ha allungato il collo per ricevere una carezza, poi tirando su la testa si è voltato, distratto da un gabbiano sulla spiaggia e scoprendo la medaglietta con scritto “Hermann” ha cominciato a correre verso il mare.


    Diego Arbore

  • Il Castagnaccio alla ligure, ricetta autunnale a km 0 per #ItalyFoodWeek

    Il Castagnaccio alla ligure, ricetta autunnale a km 0 per #ItalyFoodWeek

    Il castagnaccioSeconda giornata della #ItalyFoodWeek, l’iniziativa promossa da Twitter Italia, con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali per celebrare le eccellenze del Made in Italy agroalimentare. Era Superba ha deciso di partecipare a questa iniziativa con uno speciale della seguitissima rubrica enogastronomica “Sapori Superbi”: ogni giorno, per sette giorni, una ricetta ispirata alle eccellenze del territorio.

    Tema di oggi i prodotti a #kmzeroFW. E per sfruttare l’occasione, ci concentriamo su un “frutto” di stagione: le castagne. Ora che è tornato il sole, basta un giretto negli splendidi boschi dell’entroterra ligure e poi tutti ai fornelli a preparare il castagnaccio. “Ma non era toscano?” ci direte. Beh, provate a chiederlo ai poveri contadini dell’Appennino ligure del tempo che fu…

    Gli ingredienti

    – 500 gr farina di castagne rigorosamente provenienti dai boschi liguri;

    – 750 ml d’acqua (e comunque quanto necessaria per arrivare a un impasto quasi liquido);
    N.B. Esiste anche la versione che sostituisce l’acqua con il latte.

    – 75 gr di uvetta, 50 gr pinoli, 2 rametti di rosmarino o 1 cucchiaino di semi di finocchio selvatico,

    – olio extravergine di oliva,

    – sale

    La preparazione

    Mettere l’uvetta in ammollo nell’acqua tiepida per 10 minuti, poi scolare e asciugare con un canovaccio. Nel frattempo, setacciare la farina di castagne e versarla in una ciotola assieme a un pizzico di sale: aggiungere l’acqua, poco alla volta, per ottenere un impasto omogeneo e piuttosto liquido.

    Intanto,  passate al setaccio la farina di castagne e versatela in una ciotola ampia, aggiungete un pizzico di sale, e aiutandovi con un cucchiaio di legno aggiungete tanta acqua per ottenere un impasto scorrevole, quasi liquido. Aggiungete un cucchiaio d’olio, rimescolate per bene e lasciate riposare almeno un paio d’ore. Dopodiché, ungete una teglia larga e sottile, versate l’impasto, aggiungete l’uvetta, i pinoli e il rosmarino (in alternativa o in aggiunta, si possono usare dei semi di finocchietto). Cuocete in forno preriscaldato a 180° per circa mezz’ora. Gustate a piacere, freddo o caldo, magari con una pallina di gelato alla vaniglia a fare da contrasto o, se ne avete la possibilità (anche economica) un bicchierino di sciacchetrà.

    Leggenda vuole che il rosmarino, più tipico della Toscana che della Liguria a dire il vero, abbia il potere di un filtro d’amore, e il giovane che mangi il castagnaccio ricevuto dalle mani di una ragazza, se ne innamori perdutamente. Non resta che andare a raccogliere castagne…o a comprare la farina.

  • Genova, allerta meteo ROSSA venerdì 14 ottobre dalle 3 alle 24. SCUOLE CHIUSE

    Genova, allerta meteo ROSSA venerdì 14 ottobre dalle 3 alle 24. SCUOLE CHIUSE

    allerta-rossa-14-ottobreLa Protezione civile della Regione Liguria ha emanato lo stato di allerta meteo rossa (il più elevato) per piogge diffuse da Noli alla Spezia dalle 3 alle 24 di domani, venerdì 14 ottobre, con il rischio di gravi effetti al suolo. A Genova, chiuse tutte le scuole di ogni ordine e grado. Scuole e impianti sportivi chiusi anche a Savona, alla Spezia e nel Tigullio.
    Allerta arancione, invece, da Ventimiglia a Noli, dalle 3 alle 21 di domani.  Si tratta della prima allerta massima da quando è in vigore il nuovo sistema.


     Aggiornamenti di venerdì 14 ottobre

    17.45 – Dopo il passaggio della tromba d’aria Nervi e Sant’Ilario contano i danni: una gru in via Donato Somma si e’ abbattuta su una serra e sui fili elettrici, nella centrale piazza Duca degli Abruzzi, dove ha sede il commissariato di polizia, sono caduti molti alberi. Un albero di grosse dimensioni e numerosi rami sono crollati lungo i binari bloccando il traffico ferroviario a poca distanza della stazione di Nervi. A Sant’Ilario molte abitazioni hanno subito danni ai tetti, con conseguente cadute di tegole su strada e auto. Moltissimi gli alberi, fra cui piante secolari e pregiate, cadute nelle ville private e lungo i sentieri e le creuze di Sant’Ilario. A Quinto, sempre nel levante, dopo l’albero crollato su delle auto in via Roncallo, un palma di grandi dimensioni si e’ abbattuta su una cabina del telefono in via Murcarolo.

    17.15 – Mentre su Genova non piove più ormai da qualche ora, sono soprattutto i comuni dell’entroterra del Golfo Paradiso, del Golfo del Tigullio e dello spezzino a fare i conti con i pesanti danni provocati dalla tromba d’aria. Molti i tetti scoperchiati così come le frazioni rimaste senza elettricità a causa della cadute di pali e alberi. La via Aurelia fra Recco e Genova e’ percorribile solo ai residenti mentre rimasto chiuso a lungo il casello autostrade di Recco. Caduto anche lo storico pino secolare di Portofino cresciuto sul tetto di Castello Brown. C’è anche un lieve ferito: si tratta di un pensionato di Avegno colpito dal crollo del tetto della sua casa di Megli.

    16.50 – Il trenino di Casella resterà chiuso anche dopo la fine dell’allerta rossa. Questa mattina si è verificato un problema di mancanza di tensione alla linea ferroviaria nella tratta Genova – Vicomorasso, per la caduta di un albero sulla linea aerea in zona San Pantaleo. Per non pregiudicare la sicurezza degli addetti al ripristino, l’intervento avrà inizio terminata l’allerta. Per tutto il periodo di fermo della ferrovia, verrà garantito il servizio bus sostituivo da Genova a Casella.

    alberi-treni-nervi15.00 – Una tromba d’aria ha attraversato Genova da Voltri a Nervi lungo la costa per concentrarsi poi su Recco. Circolazione dei treni sospesa tra Genova Brignole e Sestri Levante, sulla tratta Genova – La Spezia, per la disconnessione della linea elettrica di alimentazione dei treni e la caduta di un albero che ingombra la sede ferroviaria coinvolgendo l’Intercity 35370 (Livorno-Milano) fermo in linea. Per mancanza di alimentazione elettrica sono fermi in linea anche i regionali 11245 e 11252. “I tecnici di Rete Ferroviaria Italiana sono sul posto – informa Rfi in una nota – per risolvere il guasto e ripristinare, appena le condizioni meteo lo consentiranno, la piena funzionalità degli impianti tecnici e per rimuovere l’albero”.

    14.30 – Bargagli e Davagna gli abitati più danneggiati, soprattutto dal forte vento: il sindaco di Bargagli, Sergio Aveto, ha ricevuto segnalazioni di diverse abitazioni con ingenti danni ai tetti, forse causati da una tromba d’aria. Problemi anche con le utenze elettriche. L’intensità delle precipitazioni a Genova attualmente in calo: a Nervi, un albero di grosse dimensioni è caduto in via Somma, all’altezza del bivio con Sant’Ilario, bloccando il traffico, attualmente in tilt.

    13.30 – Via libera all’accensione dei riscaldamenti a Genova. In considerazione delle condizioni climatiche che rendono critiche le temperature all’interno degli edifici a qualsiasi destinazione d’uso, è stata emessa ordinanza del sindaco che autorizza l’accensione degli impianti di riscaldamento da oggi a lunedì 31 ottobre compreso, per 10 ore giornaliere, a regime normale (temperature negli ambienti: 20° con 2° di tolleranza). Nell’accesso ai locali caldaia e nelle operazioni di accensione degli impianti, il Comune di Genova rammenta i comportamenti di autoprotezione che i cittadini sono tenuti ad adottare in caso di allerta meteo.

    allerta-rossa-14-ottobre-h1313.00 – «Siamo nella fase centrale dell’allerta, il bollettino appena emesso conferma il quadro previsto ieri sera con allerta rossa da Capo Noli (Savona) a La Spezia fino alle 23.59, e arancione da Ventimiglia a Capo Noli, fino alle 21». Lo dice l’assessore alla Protezione civile della Regione Liguria, Giacomo Giampedrone, facendo il punto della situazione sullo stato di allerta meteo che vige su tutto il territorio regionale, come riporta l’agenzia Dire. «L’attenzione è altissima su tutto il territorio in attesa di un possibile peggioramento – prosegue Giampedrone – da adesso al tardo pomeriggio ci attendono le ore centrali della perturbazione. Al momento si stanno verificando forti precipitazioni nel ponente ligure, mentre questa mattina a essere interessata è stata soprattutto la zona del Tigullio». A scongiurare forti piogge fino al momento «ci hanno pensato un po’ i venti di tramontata – spiega l’assessore – che hanno tenuto la perturbazione più sul mare che sulla terra: è un vento molto forte che ci ha fatto comodo ma ha causato qualche problema». Al momento, comunque, non ci sono particolari segnalazioni di disagi dal territorio regionale, fatta salva la momentanea chiusura di due strade nel Comune di Tribogna, in provincia di Genova. La criticità maggiore è rappresentata dal forte vento con picchi di 117 chilometri all’ora registrati nel comune di Framura (provincia della Spezia), ma anche 102 chilometri all’ora a Genova nell’area del Porto Antico. Per quanto riguarda la pioggia, invece, la zona più colpita in mattinata è stata il Tigullio con 40-50 millimetri di pioggia. «L’aspetto più temuto – dicono i previsori dell’Arpal – è quello dei temporali forti, stazionari e organizzati nelle zone di convergenza tra venti caldi e freddi, in particolare sulla parte centrale e sul levante della regione». Prossimo aggiornamento con la stampa previsto tra le 18 e le 18.30 alla presenza anche del governatore Giovanni Toti, nel quale sarà comunicata l’eventuale prosecuzione dell’allerta anche nella giornata di domani.

    10.30 – La situazione sul territorio regionale non presenta criticità di rilievo. Le maggiori difficoltà sono date dalle forte raffiche di vento che hanno provocato la caduta di alcuni alberi. Per quanto riguarda il Comune di Genova, la Protezione civile informa che si alternano momentanee precipitazioni sparse, al più moderate, e pause asciutte. Gli accumuli complessivi (dalle 00 odierne) restano su valori poco significativi, mediamente sotto i 10 mm. Su tutto il genovesato insiste una moderata ventilazione settentrionale, con raffiche sino a 30/40 km/h, che contribuisce a mantenere un substrato decisamente freddo e umido. Al momento la perturbazione distende il proprio fronte principale dalla costa Azzurra sino ai mari di Corsica e Sardegna dove è presente diffusa attività elettrica, situazione che potrebbe interessare il territorio nel corso del pomeriggio/sera.

    Sono 300 i volontari di protezione civile attivi in tutta la Regione.


     La situazione di giovedì 13 ottobre

    Permane lo stato di allerta gialla per temporali e piogge diffuse su tutta la Regione fino alle 2.59 di domani, venerdì 14 ottobre.

    L’allerta arancione per temporali forti, organizzati e persistenti è il massimo grado di allertamento per questo tipo di fenomeni, che possono essere molto intensi e produrre gravi effetti al suolo. L’allerta rossa per piogge diffuse segnala gravi effetti al suolo numerosi ed estesi sulle zone di allertamento.

    I previsori di Arpal parlano di un prossimo scontro tra venti di tramontana e scirocco che porteranno temporali forti, organizzati e persistenti, con raffiche di vento intorno ai 90 km/h, dapprima sul mare e successivamente verso la costa da Levante verso il Centro-Ponente.

    La Sala Operativa Regionale è già aperta e lo resterà per tutta la durata dell’allerta per monitorare in tempo reale l’evoluzione dei fenomeni più intensi e dare supporto ai comuni impegnati nella gestione delle rispettive fasi operative.

    I provvedimenti del Comune di Genova

    Chiusura delle scuole di ogni ordine e grado, chiusura dei centri socio-educativi, di aggregazione e attività educative territoriali per i minori (appartenenti al Centro Servizi Famiglie), chiusura dei centri socio riabilitativi diurni per anziani e disabili, chiusura degli impianti sportivi pubblici e privati, chiusura dei musei civici, chiusura delle biblioteche, sospensione dei mercati rionali all’aperto, chiusura dei parchi e dei giardini pubblici, chiusura dei cimiteri (assicurata la ricezione dei servizi funebri), sospensione di qualsiasi manifestazione ed evento all’aperto, chiusura dei sottopassi pedonali di piazza Montano, via Borgo Incrociati, piazza Rizzolio/via Gattorno, piazza Porticciolo, piazzale Kennedy/viale Brigate Partigiane, piazza Massena. Sono le misure assunte dal centro operativo comunale, riunitosi oggi alle 15 in seguito all’emanazione dello stato di allerta rossa dalle ore 3 alle ore 23.59 di venerdì 14 ottobre, in applicazione del Piano comunale di emergenza per la gestione del rischio meteo-idrogeologico.

    È stata disposta la chiusura e la messa in sicurezza di tutti i cantieri, con particolare attenzione a quelli dello scolmatore del Fereggiano e del rifacimento della copertura del Bisagno.

    Sono state inoltre adottate misure che riguardano la mobilità: limitazione del servizio della Metropolitana alla tratta Brin-De Ferrari; chiusura degli ascensori del sottopasso ferroviario di Sestri Ponente (via Puccini); chiusura dell’esercizio ferroviario Genova-Casella e attivazione di un servizio sostitutivo compatibilmente con le condizioni viarie; chiusura fino a cessata allerta della Galleria Pizzo sulla strada statale Aurelia; divieto di sosta in via Pontetti. Tutti i possessori di tagliandi Blu Area A, B, C, R e T, esclusivamente nei casi in cui tali zone siano state opzionate come prima scelta (es. AL – CF – CG ecc.), hanno diritto a parcheggiare gratuitamente in tutte le zone Blu Area, a partire da 3 ore prima della decorrenza dell’allerta e fino alle ore 12 del giorno successivo della cessata allerta. Stesso provvedimento anche per i residenti nella zona via Fereggiano – corso De Stefanis non in possesso di contrassegno Blu Area esponendo copia della carta di circolazione. Interdetta la circolazione sulla sopraelevata Aldo Moro per motocicli e veicoli telonati dalle 00.00 alle 23.59 di venerdì 14 ottobre. Chiuso il guado di via Veilino, presidiate e monitorate via Shelley, via Pontetti, via Superiore Budulli, via Rio Fulle e via San Quirico.

    Inoltre, è stato deciso il potenziamento del presidio territoriale della Polizia municipale con 4 pattuglie dedicate al monitoraggio dei rivi per ogni turno, che vanno ad aggiungersi al servizio ordinario. Attivate anche 9 pattuglie di pronto impiego dalle ore 4.30 di venerdì 14 ottobre e, a partire dalle ore 6.30, ulteriori 16 pattuglie per presidio della viabilità e pronto impiego in caso di necessità. Attivate inoltre 16 squadre di volontariato di protezione civile.

    Le direzioni del Comune di Genova, i Municipi e le Aziende (Aster, Amiu e Amt) hanno attivato i piani di emergenza previsti per lo stato di allerta rossa. Il trasporto individualizzato ai centri di riabilitazione di persone disabili è sospeso a seguito della chiusura del centri stessi, disposta dalla Asl 3. Rimane attivo il trasporto verso i luoghi di lavoro.

    Il Comune di Genova ricorda, inoltre, di adottare i comportamenti di autoprotezione. In particolare, all’entrata in vigore dell’allerta: predisporre paratie a protezione dei locali al piano strada, chiudere le porte di cantine e seminterrati e salvaguardare i beni mobili che si trovano in locali allagabili; porre al sicuro i propri veicoli in zone non raggiungibili dall’allagamento; limitare gli spostamenti a esigenze di effettiva necessità; tenersi aggiornati sull’evolversi della situazione e prestare attenzione alle indicazioni fornite dalle Autorità, da radio, tv e tutte le altre fonti di informazione.

    Per tutta la durata dell’allerta sarà attiva la sala di emergenza della Protezione Civile del Comune di Genova e sarà attivo il numero verde della Protezione Civile del Comune di Genova 800177797.

  • Amiu, l’offerta di Iren è ammissibile. Ora si passa all’esame della proposta nel merito

    Amiu, l’offerta di Iren è ammissibile. Ora si passa all’esame della proposta nel merito

    amiu-iren-busteL’offerta di Iren per entrare in Amiu come partner privato è formalmente ammissibile. «Completato l’esame della documentazione pervenuta, la manifestazione di interesse di Iren Ambiente spa, società del gruppo Iren, è conforme ai requisiti contenuti nell’avviso esplorativo del Comune di Genova». Lo dice il direttore generale di Palazzo Tursi, Franco Giampaoletti, al termine della seduta pubblica nel corso della quale è stata aperta la busta dell’unica offerta arrivata per aderire alla manifestazione di interesse indetta dal Comune di Genova per trovare un partner industriale privato ad Amiu, come riportato dall’agenzia Dire.

    Presente anche una trentina di lavoratori. «Siamo preoccupati di come il Comune ha gestito tutta la vicenda- dicono- e di quello che accadrà con l’aggregazione. Chiediamo che riparta immediatamente il confronto con l’amministrazione visto che non sappiano che valore abbia l’accordo firmato lo scorso luglio».

    L’amministrazione ora entrerà nel merito dell’ammissibilità della proposta di Iren, con particolare attenzione alle 43 pagine di relazione tecnica economica contenuta nell’offerta. La speranza dell’assessore all’Ambiente, Italo Porcile, è di chiudere questa fase già entro la settimana o, al massimo, nei primi giorni della prossima. Si potrà così procedere alla trattativa privata tra l’amministrazione comunale, i vertici della partecipata che si occupa del ciclo dei rifiuti e quelli della multiutility.

    Così, entro la fine dell’anno, dovrebbe concludersi il percorso per la definizione del nuovo assetto societario della realtà che gestirà i rifiuti a Genova.

  • “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    “Non mi sento straniera in nessun luogo”. Creatività, teatro, danza e canto nella storia di Norma Karaman

    norma-karaman“Non mi sento straniera in nessun luogo”. Con questa bella parafrasi di una canzone catalana, la nuova genovese che conosciamo oggi, Norma Karaman, nata in Uruguay da una famiglia dell’Europa dell’Est, ha riassunto lo spirito libero e cosmopolita che caratterizza molte delle persone che abbiamo incontrato in questi mesi, arrivate a Genova per motivi familiari, per amore, per caso, per studio, per cercare migliori occasioni di vita e di lavoro.
    Nella nostra città, Norma ha trovato un luogo adatto per coltivare in modo approfondito la propria passione per la danza, il canto e il teatro. Dall’incontro con lei emerge il quadro di una città a volte dipinta come “chiusa” e refrattaria alle novità, ma caratterizzata da un notevole, spesso sotterraneo, fermento artistico, creativo, culturale. Il centro storico genovese spesso è il laboratorio nel quale nascono e si sperimentano forme di creatività innovativa o “alternativa”.
    Bellissima è la storia del Laboratorio Teatrale Gaucho, che si è consolidato negli anni fino a trasformarsi in un’apprezzata compagnia amatoriale invitata in varie zone d’Italia.

    Un altro elemento di riflessione emerso dall’incontro è quello legato all’alimentazione e al veganismo, lo stile di alimentazione e filosofia di vita che esclude ogni utilizzo umano dei prodotti di origine animale. La consapevolezza del ruolo centrale dell’alimentazione per la salute personale e per la salvaguardia ambientale del pianeta cresce di giorno in giorno in Italia e nel mondo. Come sappiamo, dal punto di vista medico, le posizioni sul veganismo non sono univoche. La riflessione etica e filosofica alla radice del veganismo è, in ogni caso, portatrice di un importante contributo: ci invita a riflettere sull’origine e la qualità di quello che mangiamo e sulla natura “politica” nel senso più nobile del termine dell’atto alimentare. Il modo in cui mangiamo influisce, infatti, non solo sulla nostra salute, ma anche sulle politiche agricole, sulle condizioni ambientali, sulla salute del pianeta Terra. E la cucina vegana, nella quale Norma si sta specializzando può diventare un’occasione per sperimentare nuovi sapori e per mettere alla prova anche in cucina la propria creatività.

    Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «Sono nata in Uruguay a San Xavier, un paese fondato da immigrati russi tra i quali i miei bisnonni materni. I miei nonni paterni invece erano originari lui della Moldavia, lei della Transilvania rumena. Ho studiato a Mosca, dove mi sono laureata in Filologia russa. Finita l’università, sono tornata in Uruguay e per qualche tempo ho lavorato come insegnante di russo nel mio paese natale. In Italia sono arrivata nel 1997 come turista, proprio qua a Genova. Arrivare non è stato difficile, per i cittadini uruguayani non era richiesto il visto. La città mi è piaciuta subito e, anche se in Uruguay lavoravo, per motivi personali, non legati a esigenze economiche, ho deciso di rimanere in Italia. Nel 2000 c’è stata una sanatoria e ho fatto tutti i documenti per diventare cittadina italiana. A Genova ho ritrovato un ragazzo che avevo conosciuto studiando in Russia e altri connazionali: si è formato così un piccolo gruppetto di uruguayani che mi ha permesso di non essere sola in quei primi anni; con molti di loro sono in contatto ancora oggi. Io sono una persona che si trova bene ovunque vada, in Uruguay, in Russia e ora a Genova. Parafrasando la canzone di un autore catalano, non mi sento straniera in nessun luogo».

    Una volta stabilita in Italia, hai cercato di restare a lavorare nel settore dell’insegnamento della lingua russa?
    «All’inizio ho provato a inviare curriculum ad alberghi, compagnie marittime e agenzie di viaggi, senza avere riscontri. Qua c’erano molti russi, quasi tutti laureati, ed era molto difficile per me, di madrelingua spagnola, competere, in un paese che non era il mio, con laureati di madrelingua russa. Poi hanno iniziato a propormi i lavori “classici” badante, mediatrice culturale…e non ho più avuto tempo di cercare. Ma ora non mi interessa più, vorrei fare altro: recitare, cantare, cucinare vegano».

    Come ti sei avvicinata al mondo del canto e del teatro? Avevi già avuto esperienze nel settore in Uruguay o in Russia?
    «In Uruguay per 6 anni ho fatto parte del gruppo di danze russe “Kalinka”. Il teatro, il canto e la danza mi sono sempre piaciuti, ma fino al mio arrivo in Italia non avevo altre esperienze specifiche. Nei primi anni a Genova, mentre studiavo italiano, ho organizzato con due compagni di corso un piccolo spettacolo di danze russe. L’esperienza più importante a livello teatrale è stata quella del laboratorio teatrale “Gaucho”, iniziata nel 2009. Mi sono avvicinata a questo laboratorio perché in quel momento mi sembrava più accessibile e adatto alla mia situazione di allora rispetto a una vera e propria scuola di teatro. Attualmente siamo 11/12 persone, il laboratorio si è trasformato in una piccola compagnia amatoriale, di non professionisti, molto affiatata. È una cosa che facciamo per diletto, per passione. Sarebbe bellissimo che questa passione si trasformasse anche in una professione. Per ora abbiamo fatto diversi spettacoli a Genova, in genere a offerta libera o a ingresso libero. Siamo stati invitati diverse volte anche fuori Liguria, tra cui una volta a Scansano, in Toscana, per un festival, e una a Roma. Abbiamo iniziato mischiando moltissimo musica, danza, teatro. Ora stiamo approfondendo i copioni teatrali e stiamo cercando di studiare alcuni autori in profondità. Gaucho è un laboratorio di teatro e recitazione, ma nei nostri spettacoli inseriamo sempre anche la musica e la danza. I nostri spettacoli sono sempre anche molto coloriti. È un’esperienza che mi ha permesso di conoscere anche la ricchezza delle culture regionali italiane. Io, un’uruguaiana, ho imparato a ballare la pizzica salentina per interpretare una “tarantata”. Il teatro mi ha aiutato anche ad avvicinarmi di più al canto. Il teatro aiuta il canto, e il canto aiuta il teatro. Ho imparato a modulare la voce, a respirare, e a lasciare da parte le inibizioni. Senza il laboratorio non sarei mai riuscita a cantare in pubblico. Ora faccio parte del coro “Le vie del canto” specializzato nei canti popolari e nella musica tradizionale delle regioni italiane».

    La tua creatività non si è espressa solo nel teatro e nella musica. So che ti sei interessata anche di grafica e di produzione video…
    «Nei primi anni a Genova ho lavorato come dipendente in uno “storico” negozio di magliette personalizzate in città; in seguito per qualche anno mi sono occupata come socia della parte creativa e grafica di un altro negozio specializzato nelle stampe personalizzate su t-shirt. Mi sono ritrovata a fare dei lavori davvero molto belli pur senza avere all’inizio una preparazione specifica. La produzione di video e documentaristica per ora è un’altra passione che ho tenuto per me: nel 2007 sono arrivata seconda al concorso Sguardi Latinoamericani organizzato dalla Fondazione Casa America».

    norma-karamanIl veganismo è un aspetto importante della tua esperienza in Italia. Ci racconti come ti sei avvicinata a questa filosofia e a questo stile di vita?
    «Sono diventata vegana nel 2009, per scelta etica. E’ stato un lungo percorso di avvicinamento e riflessione, iniziato quando ancora studiavo in Russia. Io sono sempre stata un’amante degli animali. Frequentando un mio fidanzato di allora che conosceva un’attivista per i diritti degli animali, ho iniziato a pensare che sarebbe stata più coerente un’alimentazione che evitasse loro ogni forma di sofferenza o sfruttamento e, nel 2001, sono diventata vegetariana. Ora sono convinta che chi fa questa scelta per ragioni etiche necessariamente finisca per approdare al veganismo. Il mio percorso è stato graduale, ho iniziato prima a non far entrare nessun derivato di origine animale nella mia cucina, nella mia casa. Qualche volta, quando mi trovavo fuori, derogavo: se capitava di prendere la brioche al bar la prendevo, anche perché non sempre era facile trovare prodotti vegani, poi gradualmente sono riuscita a eliminarli totalmente nella mia dieta. Io mi riconosco nel veganismo, ma non faccio parte attualmente di nessun gruppo o associazione, né di vegani, né di attivisti per i diritti animali. Sulla mia pagina personale www.ilmondodinorma.it ci sono moltissime ricette vegane mie e del mio compagno, presentate sia in lingua italiana, che in lingua spagnola. Ora sto cercando di curare una pagina facebook sulla pasticceria vegana, specializzata in “vegan torte”, dolcetti e muffin vegani».

    Hai un progetto, un sogno legato alla tua nuova esperienza amatoriale di “cuoca” vegana?
    «Il mio progetto sarebbe quello di aprire un “qualcosa” di vegano, un take away, una gastronomia. Il numero dei vegetariani, dei vegani, degli intolleranti al lattosio e ad altre sostanze di origine animale, di chi è alla ricerca di uno stile alimentare più salutare è in continua crescita. I vegetariani e vegani che lavorano fuori mica possono portarsi sempre il pranzo da casa. Da qualche parte dovranno pur mangiare, e non sempre è facile il locale adatto. La domanda di sicuro c’è, il problema è iniziare, trovare i locali, i finanziamenti, mettersi in proprio.
    Ora, dopo quasi 20 anni in centro storico, mi piacerebbe trasferirmi in campagna, restando vicino a Genova per non lasciare le mie passioni e le mie attività nel teatro, nella danza e nel canto. Vorrei una casa indipendente, terreno, verde, alberi, aria. Il mio vero sogno sarebbe quello di aprire un bed & breakfast con annessa una piccola trattoria dove proporre la cucina vegana. In campagna mi piacerebbe tenere anche, chiamando le persone adatte, corsi residenziali di alimentazione salutare e animalismo».


    Andrea Macciò

  • Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    Quarto, ex OP: la “casa dei matti” vuole aprire le porte alla città

    manicomio-quartoA Vienna un giovane Sigmund Freud stava sperimentando l’uso dell’ipnosi nella psicoterapia quando in Italia si emanavano le prime leggi sui manicomi, intesi come luoghi entro i quali rinchiudere “i matti” perché fossero protetti tutti gli altri, quelli che erano fuori, i “normali”.
    In ogni caso, il manicomio era un mezzo perfetto per togliere dalla circolazione nemici o parenti scomodi, contando sull’appoggio di chi gestiva le strutture, quasi sempre enti benefici privati. Quindi un uso più politico che sanitario, tanto è vero che i ricoverati erano considerati praticamente dei detenuti: quasi mai era prevista una cura e raramente la dimissione.
    Ci volle quasi un secolo, e l’onda lunga del ’68, perché il manicomio fosse finalmente e definitivamente messo sotto accusa come strumento di alienazione dell’individuo. Nel 1978, anno in cui venne alla luce la legge 180, detta Legge Basaglia, si decretò la chiusura degli ospedali psichiatrici in quanto tali, ricercando sul territorio le sedi più appropriate per l’intervento terapeutico e riabilitativo del paziente.
    Nello stesso anno, a Quarto arrivò come direttore dell’Ospedale proprio un allievo e collaboratore di Basaglia, il professor Antonio Slavich, che rappresentò una vera svolta per la gestione della struttura. Con impegno e grazie a collaboratori altrettanto volenterosi, lavorò a lungo e caparbiamente per far accettare la propria visione della psichiatria, diventando infine a Genova un punto di riferimento per i servizi di salute mentale del territorio.

    Non vogliamo qui addentrarci nelle molte luci ed ombre di quella che fu una vera rivoluzione (l’unica reale rivoluzione del ’68, è stato detto) per l’approccio alla malattia psichiatrica in Italia, ma quello che ancora oggi troviamo all’interno di queste mura parte da qui. Gli esterni, invece, gli edifici e il parco, risalgono al 1892, anche se nel 1933 i padiglioni furono ampliati fino a decuplicare la superficie originaria.
    Forse, proprio per la presenza dei numerosi ricoverati, che in parte ancora oggi vivono nella struttura, il complesso fu risparmiato dalla speculazione edilizia e tuttora rappresenta uno spazio inaspettato nell’affollata mappa cittadina di Genova.
    Questo luogo, infatti, ha qualcosa di magico, nel suo essere respingente eppure riuscire in qualche modo ad attrarre sempre, a chiamare a sé. Qui ogni mattina arrivano i dipendenti della Asl 3 ad aprire gli uffici dei vari ambulatori, i cittadini che si fanno visitare o sbrigano pratiche burocratiche, i malati che si ritrovano nei centri riabilitativi.

    Potrebbe sembrare semplicemente un polo sanitario e amministrativo, ma non è solo questo.

    Il polo culturale

    A Quarto, infatti, si può andare anche per cercare arte, quella che non è chiusa dentro una galleria. Antonio Slavich nel 1988 diede vita all’Istituto per le Materie e le Forme Inconsapevoli, per promuovere e divulgare, attraverso varie forme espressive come teatro, pittura, musica ed altro, l’incontro fra le diverse abilità e creatività espressive. Lo scopo era di ottenere maggiore conoscenza per migliorare l’integrazione sociale e la comprensione della diversità esistente fra gli individui.

    Grazie sia alla fattiva collaborazione di Gianfranco Vendemiati che al contributo dell’artista Claudio Costa, si diede vita a un progetto di “arteterapia” decisamente innovativo per quegli anni. Numerosi furono gli artisti del panorama genovese, e non solo, che volentieri accettarono di incontrarsi per lavorare nel laboratorio con i pazienti e con Costa, che collaborò all’iniziativa fino al 1995, anno in cui improvvisamente morì.
    Proprio alla sua memoria è dedicato il “Museattivo Claudio Costa” ricco di opere nate da questa collaborazione tra pazienti e artisti, fra cui Caminati, Degli Abbati, Fieschi e tantissimi altri. Particolare importante, nel Museo si è scelto di non mettere il nome dell’autore vicino agli oggetti esposti, volendo proprio ribadire che chiunque, creando un’opera, può comunicare qualcosa del proprio mondo interiore.

    Un’isola nell’isola, insomma, della quale si potrebbe parlare a lungo e che da sola vale la visita. Poi, ci sono i libri della biblioteca, storici e quasi tutti a tema psichiatrico e psicopatologico. Oltre a tutto questo, c’è anche una cooperativa sociale che qui organizza laboratori e ospita persone in difficoltà. E c’è il Centro riabilitativo Basaglia, oltre a un’imponente raccolta di documentazioni storiche e sanitarie, ed altro ancora.

    L’ex OP e la riqualificazione bloccata da anni

    manicomio-quarto-D3Il Comune ha accolto, questo occorre riconoscerlo, le pressioni di tanta parte della società genovese affinché il complesso non fosse svuotato, venduto e lottizzato, ma il meccanismo ad un certo punto sembrava essersi inceppato, proprio per i conflitti fra le varie amministrazioni.

    Ricapitoliamo brevemente le tappe: nel 2013 è stato firmato un accordo di programma tra Regione Liguria (giunta Burlando), Comune di Genova (giunta Doria), Asl 3 Genovese e Arte (Azienda regionale territoriale per l’edilizia) per una  ristrutturazione del complesso orientata alla riqualificazione urbana e al recupero degli spazi per inserire servizi, una Casa della Salute, verde urbano e, in parte, residenze.
    L’anno successivo, siamo al 2014, si insedia il Collegio di Vigilanza presieduto dal sindaco Doria: il Comune si impegna a gestire le procedure urbanistico-edilizie in maniera più celere e snella, e a trovare collocazione adeguata per il trasferimento temporaneo del centro sociale, dei libri, quadri e archivio storico. In attesa dei Progetti Urbanistici Operativi di Arte e Asl.
    A febbraio 2015, con una conferenza stampa, il sindaco Doria presenta i contenuti con cui “riempire” l’accordo stesso, scaturiti dal confronto pubblico anche attraverso la collaborazione del Municipio Levante. «Ribadiamo l’impegno a ricollocare nell’area funzioni che non solo garantiscano la memoria del luogo, ma ne promuovano usi nuovi, capaci di rompere le mura che lo separano dalla città» diceva il primo cittadino.

    Fino a qui sembrava essere funzionato tutto, con il coinvolgimenti di molte parti sociali: semplici cittadini, comitati, associazioni che hanno presentato proposte, progetti, iniziative. Utilizzando spazi della struttura, si sono rilanciati incontri, cene e dibattiti. L’anno scorso sono andati avanti i laboratori di ceramica per costruire piastrelle, statuette da presepe, piatti decorati. Sull’esempio dell’Imfi (Istituto per le materie e forme inconsapevoli), si sono abilmente integrati pazienti psichiatrici, persone con disabilità diverse e cittadini della zona, spesso aiutati da artisti come Bocchieri, Sturla, Degli Abbati. “Chi siano i matti e chi siano gli artisti, ad un certo punto non conta più granché, tutti sono concentrati nel processo creativo che unisce e coinvolge. Gli oggetti migliori sono poi venduti per finanziare le nostre attività qui dentro”.

    Parallelamente, l’Asl 3 porta avanti e definisce con il Comune l’ambizioso progetto della “Casa della salute”: non un semplice insieme di ambulatori medici ma un’organizzazione dei servizi, in grado di offrire risposte ai bisogni nell’ambito territoriale, facilmente raggiungibili dai cittadini per essere orientati nei percorsi di cura. Quindi, una parte dedicata alla sanità, una parte al quartiere e in generale alla città, infine una parte dedicata a opere di urbanizzazione non estrema ma ragionata e responsabile.

    Il progetto, in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti Investimenti, proprietaria di una parte degli spazi, prevede che l’area maggiore (23.147 mq) sia suddivisa in 4 settori destinati per un quarto al mantenimento delle attività sanitarie, un altro a servizi pubblici e spazi verdi, e ben due a funzioni urbane. Negli spazi restanti, 4 padiglioni per oltre 3.000 mq, verrebbe ricollocato il Museattivo Claudio Costa, il Centro Basaglia e un “luogo della memoria” e polo culturale dove raccogliere la numerosa e storica documentazione presente in biblioteca.

    Nel frattempo, in Regione cambiano gli interlocutori per il Comune, che forse avrebbe dovuto “portare a casa” qualcosa di concreto prima delle elezioni regionali. Così Palazzo Tursi rimarca che non si riesce a partire se Arte non presenta i PUO (ancora loro, i Progetti urbanistici operativi). Vengono istituiti ulteriori gruppi di lavoro, è stato presentato il portale www.scipuemmu.it creato attraverso il Municipio Levante per documentare il percorso che sarà portato avanti e si definiscono ulteriori contenuti ed eventi nell’attesa del passaggio di consegne.

    Arriviamo a giugno 2016.  Il Comune ha bussato ad Arte, reclamando il trasferimento in comodato degli spazi per iniziare i lavori previsti dall’accordo. Doria dichiara di aver scritto a Toti per sollecitare il rispetto dei patti e di non aver ricevuto alcuna risposta. Il clima fra i due enti è sempre più freddo, anche a causa dei rimpalli sul presunto credito di Arte nei confronti del Comune.
    Intanto, il migliaio di volumi della preziosa biblioteca, dopo essere stati catalogati, grazie anche al lavoro di numerosi volontari, sotto la supervisione di Sovrintendenza, Regione e Ministero, sono stati trasferiti alla Biblioteca Lercari di Villa Imperiale. Forse, i padiglioni saranno sgombrati entro tempi relativamente brevi; Asl 3 organizza il trasferimento di alcuni uffici interni, ma poco altro si muove. A luglio i consiglieri regionali Lunardon, Rossetti, Ferrando (Pd) e Pastorino (Rete a Sinistra) hanno presentato due interrogazioni per sapere se la giunta Toti condividesse o meno il progetto portato avanti sino a qui e se non fosse il caso di accelerare le pratiche per trasferire il comodato d’uso al Comune.

    Ma nella seduta di Consiglio regionale del 6 settembre scorso, l’assessore all’edilizia Marco Scajola ha rimbalzato la responsabilità alla giunta comunale per non aver deciso in merito al PUO che Arte, invece, aveva puntualmente presentato nel 2015 ma che, stando a Palazzo Tursi, non poteva essere ammesso. Anche l’assessore alla Sanità, Sonia Viale, ha detto che sicuramente gli impegni presi saranno mantenuti, ha ripetuto di credere fermamente nel progetto della “Casa della salute” ma che comunque il comodato d’uso che il Comune reclama non è indispensabile per iniziare i lavori.

    Scambio di accuse piuttosto sconfortante, specialmente dopo tre anni di lavoro sul progetto. Ma una parola di speranza giunge da Amedeo Gagliardi, portavoce del Coordinamento per Quarto: «Abbiamo saputo, per ora in via ufficiosa, che in questi giorni il Collegio di Vigilanza si è riunito e sembra stiano preparando il comodato d’uso che occorre al Comune per iniziare le opere previste; aspettiamo ovviamente le conferme ufficiali ma siamo più ottimisti di un mese fa, un cauto ottimismo, come si dice in questi casi» sorride. Aggiunge anche: «I tempi sono lunghi, è vero, estremamente lunghi e dilatati, ma bisogna essere onesti: non sono cose che si possono decidere in poco tempo, solo la lettura degli atti prende chissà quanto tempo. Importante è che abbiano superato il momento di stasi e si siano accordati. Se siamo preoccupati da un eventuale cambio di giunta in Comune?  Una cosa per volta, a suo tempo ci penseremo e affronteremo, eventualmente, anche questo problema».

    Eppur si muove…

    quarto-ex-opPer ascoltare chi di questo progetto, e soprattutto di questo luogo, conosce ogni respiro, abbiamo cercato Gianfranco Vendemiati e Massimo Casiccia, rispettivamente presidente e vicepresidente dell’Imfi. Anche loro confermano un nuovo clima positivo attorno al progetto: «Si sono già stabiliti alcuni trasferimenti per iniziare i lavori, ci hanno assegnato ufficialmente gli spazi per il Museattivo e per l’Imfi, il laboratorio invece dovrebbe rimanere qui» dice Casiccia. Che aggiunge: «Il trasferimento dei volumi alla biblioteca Lercari in realtà non mi piace molto, avrei voluto che fossero catalogati e lasciati qui: ma appena avremo lo spazio inizieremo a chiederli indietro. Il progetto di un Museo che contenga tutta la documentazione storica, volumi, cartelle e reperti vari per fortuna interessa anche al nuovo direttore generale dell’ Asl 3, Luigi Carlo Bottaro, quindi è un progetto che vogliamo realizzare».

    Mentre parliamo, Vendemiati e Casiccia mi mostrano le opere create anni fa da pazienti ed artisti utilizzando le cartelle cliniche in bianco degli anni ’50 e mi spiegano il funzionamento di un antico proiettore per conferenze di inizio secolo. Ma non pensano al passato, per quanto significativo sia stato: al centro di ogni loro discorso c’è un progetto, un’ idea nuova o il miglioramento di quanto già stanno facendo, che non è poco.
    In vista c’è una collaborazione con l’istituto “Marco Polo” per portare i ragazzi ad avvicinarsi ad un’arte che dev’essere tutt’altro che remota; c’è il progetto di creare una sorta di laboratorio delle manualità per le persone che vogliano imparare a riusare, a creare, a riparare, dando anche delle possibilità di lavoro o quantomeno uno spazio dove provare idee per nuove professioni in ambiente protetto. «Noi vorremmo che le persone venissero qui senza pensare più che ci sono le mura, che ci sono i matti – spiega Casiccia – a parte che, una volta iniziata la ristrutturazione, qui muri non ce ne dovranno proprio più essere».

    Vendemiati precisa: «Le persone vengono se fai delle cose concrete, qui con il Centro Basaglia passa parecchia gente, in futuro dovrà essere un centro riabilitativo nel senso più ampio del termine, sia psicologico che fisico. Ma idee ne abbiamo molte, e molti sono i progetti già sicuri: certamente si dovrà fare un auditorium, nel levante esistono solo quelli privati; noi vorremmo uno spazio dove poter alternare usi diversi, teatrali ma non solo. Ci sono tante associazioni che si appoggiano qui, e questa è una cosa bellissima, ci sono corsi aperti a tutta la città, noi vorremmo aggiungere eventi come cene culturali e artistiche, film e concerti, incontri con autori aperti a chiunque. Da un po’ di tempo stiamo collaborando con il Conservatorio e ci piacerebbe aprire dei laboratori per insegnare a riparare gli strumenti musicali, in città mancano queste cose, e anche un discorso sulla musica che da noi finora è stata un po’ tenuta ai margini».

    «Sono entrato in queste mura nel 1975 per la prima volta – racconta Casiccia – allora era un vero e proprio manicomio, tutto chiuso con doppi e tripli giri di chiavi. Muri alti, ambiente ostile. Noi cercavamo già allora di fare attività con i pazienti, era tutto molto difficile, ma alla fine siamo arrivati alla svolta. Anche adesso l’atteggiamento è lo stesso, non stiamo certo con le mani in mano ad aspettare che le cose capitino. L’anno scorso abbiamo collaborato con un’associazione che si chiama “Lamaca gioconda” che ha girato qui un film, “Uargh!” che uscirà ai primi di novembre. Per dire che non abbiamo grossi problemi nell’accettare progetti, se sono interessanti, meritevoli».

    «Noi cento ne facciamo e una ne pensiamo» concludono sorridendo allegri.

    E si esce dall’ex manicomio pensando che sì, ci torneremo ancora, perché a volte, dalla città dei matti, il panorama è migliore.


    Bruna Taravello