Autore: Simone D’Ambrosio

  • Marco Guidarini, il direttore d’orchestra con la bacchetta magica

    Marco Guidarini, il direttore d’orchestra con la bacchetta magica

    Marco Guidarini
    © Veronica Onofri

     

    Marco Guidarini

    Marco Guidarini, direttore d’orchestra. Marco Guidarini nasce a Genova. Oltre agli studi in lettere classiche e filosofia, studia violoncello al Conservatorio della sua città natale. La sua carriera si sviluppa rapidamente nei maggiori centri europei e dirige a Stoccolma, Copenhagen, Oslo, Ginevra, Bilbao, Valencia, Roma. Debutta alla Deutsche Oper di Berlino e allo Staatsoper di Monaco dirigendo Il Barbiere di Siviglia in entrambi i teatri. E’ particolarmente apprezzato in Francia per la sua conoscenza e interpretazione della musica di Verdi.

    [quote]Marco è un uomo elegante, dal sorriso sincero. E’ una di quelle persone che ascolteresti per ore perché ha tante cose da raccontare e ama raccontarle davanti a un bicchiere di vino bianco gelato. Raramente mi sono trovata a tavola con persone così piacevoli, interessanti e divertenti. Per il suo ritratto abbiamo scelto uno dei luoghi più belli del centro storico, il bar ristorante Cavo in vico Falamonica: un contesto perfetto per un grande direttore d’orchestra e che un po’ gli somiglia, un luogo elegante e raffinato nel cuore del centro storico più autentico.[/quote]

    Quando eri un bambino quali erano i tuoi sogni “da grande”? E quanti ne hai conquistati cammin facendo?
    «Sognavo di volare. Poi è diventato un sogno ricorrente, una melodia che riaffiora dalla memoria. Mi sarebbe anche piaciuto avere poteri magici. E una bacchetta magica. Da grande ho avuto la mia bacchetta, in qualche modo magica. Faccio il direttore d’orchestra: la musica è magia. E permette di volare a chi ascolta. Sogno realizzato».

    Che cosa ami e cosa odi di Genova?
    «Amo il colore del mare, quella sensazione blu dell’aria pulita quando il vento spazza via tutto. E il silenzio improvviso di certi luoghi, l’intimità misteriosa delle crêuze. Odio la mancanza di generosità, il suo fingersi vittima degli avvenimenti, il moralismo profondo. Genova è un gatto impossibile».

    Se non vivessi a Genova dove saresti e a fare cosa?
    «A Parigi, dove ho anche vissuto a lungo. O forse a Barcellona, che somiglia a Genova ma è un gatto felice. Credo farei più o meno le stesse cose, ma con un po’ di nostalgia in più».

    Esiste un luogo comune sulla “Superba” che ritieni falso?
    «Che sia una città aperta verso il Mediterraneo. Non c’è niente di più falso. Di Mediterraneo ha solo il mare».

    Tu viaggi molto per lavoro, che cosa ti manca di più di Genova quando sei lontano? E che cosa credi che manchi a Genova relativamente al tuo lavoro?
    «Ho vissuto talmente a lungo lontano da Genova, da averne costruito un pezzo dentro di me. A me mancano soprattutto i volti delle persone, il suono delle loro voci. Relativamente al mio lavoro, credo che a Genova manchi il desiderio di scommettere su se stessa e sulle persone che la amano. Il desiderio di provare a volare, insomma».

    Se una persona per te molto importante venisse a trovarti per la prima volta a Genova dove la porteresti?
    «Credo che non potremmo sfuggire a una camminata tra via Garibaldi e il Porto Antico, alla Genova dei vicoli e della nostalgia, appunto. Poi acciughe o cappon magro, pesto obbligatorio e un bianco freddissimo. La Genova degli amici segreti».


    Veronica Onofri

  • “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    “La dodicesima notte”, la tragicommedia di Shakespeare al Teatro della Corte fino al 27 novembre

    © MaritatiIl teatro inglese, già “legalizzato” e protetto dalla regina Maria Tudor, giunge alla massima diffusione sotto la grande Elisabetta. Il primo teatro regolare si instaura a Londra nel 1576; nascono in breve i teatri del Globo, della Rosa, della Fortuna e, alla fine del regno elisabettiano, se ne contano undici. Sono teatri cortile, teatri taverna, dove le parti femminili sono ancora interpretate, come nel teatro antico, da giovani uomini: nel frattempo le produzioni sono intense nel numero e nelle elaborazioni.

    In questo contesto, William Shakespeare (1564 – 1616) approda a Londra a ventidue anni, dalla cittadina natale di Stratford ed entra al Globo da attore secondario, con il compito aggiuntivo di copiare vecchi testi. E mentre li copia, li studia, li rielabora, fino a produrne di originali.
    Da lui prende avvio un teatro contrapposto alle antiche strutture classiche, libero da regole, con un linguaggio che mescola poesia e prosa, cultura e popolare realismo.
    Nonostante gli studiosi dividano la sua produzione in drammi storici (es. Enrico V), tragedie (es. Amleto) e commedie, con Shakespeare convivono nello stesso testo il tragico ed il comico, il positivo ed il negativo della complessità della natura umana, sempre osservata e mai giudicata.

    Nello svolgimento de “La dodicesima notte prevale il tocco leggero e brillante del fantastico sognatore, moltiplicatore di ambiguità esistenziali e musico della parola, uno stile in cui la Germania dello Sturm und Drang riconoscerà parte dei propri ideali, l’impeto irrefrenabile, la supposta sregolatezza, ma soprattutto il gioco libero della fantasia, della passione giovane e vitale.
    “La dodicesima notte”,  chiamata anche “La notte dell’Epifania” (ovvero, della manifestazione) perché dodici sono i giorni che la dividono dal Natale, fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall e forse anche un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania.

    © MaritatiAmbientata nell’antica regione  dell’Illiria, racconta una storia di amori e sotterfugi.
    I gemelli Viola e Sebastian, salvatisi da un naufragio all’insaputa l’uno dell’altro, si imbattono nel duca Orsino e nella dama Olivia. Viola, che dopo la presunta perdita del fratello si è camuffata da uomo ed è al servizio del duca, porta a Olivia i messaggi d’amore del padrone, ma quest’ultima si innamora di lei, credendola un lui: dopo una tragicomica serie di eventi arriva una lietissima fine.

    Trama parallela riguarda coloro che popolano la corte di Olivia: il giullare, il maggiordomo, la cameriera, lo zio sir Toby e sir Andrew Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cinque, che gli fanno credere di essere oggetto di tenere attenzioni da parte della padrona.
    I sentimenti familiari sono esaltati ed accentuati: convivono, come succede nella vita reale, con qualche pregiudizio sul formarsi della coppia  e con  tipologie umane banali e risapute.

    I giovani attori esibiscono tutta la loro bravura e la tecnica appresa nella scuola di recitazione del teatro stabile genovese: padronanza del corpo e dell’articolazione del linguaggio, mimica degna della miglior tradizione. Accanto ai costumi dell’epoca è inserita una musicalità in chiave decisamente moderna, che rende perplessi ma alla fine coinvolge gli stupiti spettatori.
    Elisa Prato

    “La dodicesima notte” di William Shakespeare, al Teatro della Corte fino al 27 novembre.
    Regia di Marco Sciaccaluga. Con  per l’interpretazione di Marco De Gaudio, Michele Maccaroni, Giovanni Annaloro, Mario Cangiano, Francesco Russo, Roberto Serpi, Emanuele Vito, Daniela Duchi, Roxana Doran, Sarah Paone. 

  • Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    Permacultura, alla Tabacca di Campenave si vive in armonia con l’ambiente ma in contatto con il resto del mondo

    tabacca-cascina-ortoUn’antica casa contadina del 1900 immersa in un bosco di castagni in località Campenave, detta “La Tabacca”, a pochi chilometri dalla città, dalle spiagge di Vesima e Arenzano, dal porto di Voltri. Qui si sta realizzando uno dei primi esperimenti in Liguria di progettazione integrale in Permacultura, ideato e gestito dall’associazione ambientalista Terra Onlus, che aveva già promosso nel 2010, sempre nell’area di Vesima, un innovativo progetto di realizzazione di orti sinergici.
    A distanza di alcuni anni dall’inizio della ristrutturazione, Era Superba è tornata alla Tabacca per raccontare l’evoluzione di questo interessante progetto, una delle tante iniziative legate all’innovazione e alla creatività espresse dal territorio genovese.

    La Tabacca, nello stesso tempo azienda agricola e luogo di formazione, è oggi un punto di riferimento fondamentale per la diffusione della permacultura in Liguria.
    Qui sono stati costruiti impianti di fitodepurazione, pannelli solari, orti ad agricoltura sinergica e un forno in terra cruda, e si è posta particolare attenzione anche all’autosufficienza energetica e alla fitoterapia utilizzando a scopo curativo le piante esistenti. Il percorso di progettazione in Permacultura è molto lungo e insegna prima di tutto a tenere conto dei limiti relativi all’ambiente naturale e umano circostante. «I limiti li devi superare ricercando soluzioni che devono essere ecologiche – afferma Giorgia Bocca, referente genovese di Terra Onlus – non basta comprare materiali di bioedilizia. Devi ribaltare il punto di vista, cominciare a ragionare sul processo, sul modo in cui arrivi a costruire la tua casa, sul modo in cui arrivi a questi materiali».
    Terra Onlus ha scelto di privilegiare per la ristrutturazione della Tabacca materiale e legno locale, senza cedere alle lusinghe di un vantaggio economico immediato, ma cercando soluzioni che potessero essere riprese e applicate da altri soggetti.

    tabacca-orto-verdeAlla Tabacca è fondamentale anche l’aspetto educativo e la ricerca di nuove forme di socialità.
    E’ uno dei centri di formazione di Terra Onlus, assieme al Palazzo Verde a ridosso del Porto Antico di Genova. I corsi di Terra Onlus hanno l’obiettivo di recuperare antichi saperi contadini, come fare il pane in casa o realizzare i cesti, a scopo non solo ludico, ma anche di attivazione di nuove prospettive professionali e imprenditoriali. Alla Tabacca, nel periodo primaverile ed estivo, si organizzano campi per bambini e ragazzi, campeggi e corsi formativi più specifici, come quelli sulla fitodepurazione. «Le aziende agricole un tempo erano vere aziende sociali, alle quali contribuiva un’intera famiglia e spesso venivano coinvolte anche le persone vicine», continua Bocca. Ed è questo antico modello di socialità condivisa, fondato sull’armonia fra comunità umana e ambiente, che Terra Onlus propone alla Tabacca, adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo.

    Ai corsi della Tabacca arrivano bambini, persone con un lieve disagio sociale che arrivano grazie a un accordo con la Asl, molti wwofers, persone appartenenti alla rete mondiale W.W.O.O.F che offrono la loro collaborazione volontaria a fattorie o piccole aziende agricole biologiche in cambio di vitto e alloggio.
    Nell’esperienza genovese della Tabacca, Terra Onlus ha scelto la strada non della ricerca di un’autosufficienza tesa all’isolamento dal resto della società, ma della contaminazione, per integrarsi nella realtà esistente in maniera critica e mettere in moto processi e buone pratiche di cambiamento e ripensamento in senso ecologico dell’organizzazione del territorio e della progettazione urbanistica.
    «La finalità dell’insediamento della Tabacca, proprio in mezzo al bosco di castagni – ricorda Giorgia – non è quella di vivere in un mondo ecologico fantastico, ma quella di contaminare, di capire come l’attivazione di nuovi processi può essere recepita, ad esempio, dal territorio e dalla pubblica amministrazione, per lavorare sulle normative. Con alcuni tecnici della provincia, ad esempio, stiamo lavorando sulla normativa per la fitodepurazione».
    E’ una nuova prospettiva, nella quale l’innovazione dal punto di vista agricolo si integra con i principi etici, con la ricerca di una rinnovata socialità e dell’armonia ecologica con l’ambiente naturale e umano circostante.
    Nella Permacultura, i principi etici e le tecniche sono legati in maniera indissolubile. Questo aspetto la rende una filosofia di vita particolarmente utile e preziosa, al di là dello stretto legame con l’agricoltura, in un periodo storico nel quale l’innovazione tecnologica è considerata buona in sé, in maniera acritica, e procede in maniera indipendente da ogni principio e ragionamento etico.

    Dalla Permacultura alla decrescita

    La Permacultura è un modello di progettazione ecologica degli insediamenti agricoli e umani. Nata in ambito agricolo come teoria e tecnica di agricoltura “permanente” e sostenibile ispirata al funzionamento degli ecosistemi naturali, è divenuta una filosofia di vita che abbraccia tutti i temi e i saperi legati al rapporto fra insediamenti umani e ambiente, dall’edilizia all’accesso alla terra, dall’agricoltura alle relazioni sociali.
    Bill Mollisson, l’ideatore della Permacultura, è stato negli anni settanta uno dei primi scienziati a comprendere i rischi di un modello di sviluppo fondato su uno sfruttamento illimitato dell’ambiente. Quasi contemporaneamente uscirono il “Rapporto sui limiti dello sviluppo (1972) e le opere di Nicholas Georgescu Roegen. Una prospettiva affine, più recente, è la teoria della decrescita di Serge Latouche. Talora fraintesa come un invito pauperista alla crescita negativa, questa tesi ci invita a mutare la nostra prospettiva, mettendo in discussione la “fede” acritica nell’idea di crescita e di legame diretto tra Pil e benessere individuale e sociale.
    Molllison comprese la necessità di individuare nuove soluzioni per l’equilibrio dei sistemi biologici fondate su una prospettiva radicalmente ecologica. A partire dal 1981 con l’allievo David Holmgren diede inizio a un’attività formativa mirata che portò alla nascita di accademie di Permacultura nei paesi Europei, fra i quali Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia.
    Nel nostro paese la permacultura è praticata prevalentemente nelle fattorie biologiche e nella rete degli “ecovillaggi” insediamenti ispirati all’autosufficienza economica ed ecologica.


    Andrea Macciò

  • Lisbona, la “feira da Ladra” e quella calda, bruttina sciarpa di lana di bianca

    Lisbona, la “feira da Ladra” e quella calda, bruttina sciarpa di lana di bianca

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Il viale era coperto da un voluminoso tappeto di foglie arancioni che, stanche di aspettare un inverno fino a quel momento vestito da primavera, cadevano sinuosamente come petali trasportati dal vento. Un uomo anziano sedeva su una panchina osservando la faticosa salita appena affrontata, con l’espressione e la stanchezza di chi sapeva di essere arrivato in cima senza possibilità di discesa. La vita passata davanti come i carretti dei dolci alla crema del suo quartiere, gli aveva lasciato solo un profumo ormai troppo lontano, come i ricordi.
    Le piastrelle di ceramica delle palazzine, quelle che conosceva a memoria, avevano un aspetto diverso quel giorno, i colori apparivano sbiaditi e alcune crepe conferivano un aspetto decadente ai suoi occhi, gli stessi che avevano visto Lisbona quando i turisti erano solo marinai di passaggio.
    Il sole tramontava con lui, doveva solo saper attendere il suo momento seduto al capolinea del tram numero ventotto che stava salendo trasbordante di gente ammassata come bestiame.
    Decine di persone scendevano come automi con valigie da lavoro, zaini di scuola, mani in tasca e cuffie alle orecchie, alcuni si avviavano verso il centro città, altri rientravano a casa nel popolare quartiere del Baixa, sulle alture.

    L’anziano signore era salito in piedi facendo leva sulla spalliera della panchina, seguiva eccitato gli ultimi passeggeri scendere quando una bambina con due splendide trecce castane si era materializzata al diradarsi della folla e si guardava attorno.
    L’uomo adesso sorrideva, i pensieri tristi erano svaniti tra le lentiggini e gli occhi verdi di quella piccola ragione di vita che gli correva incontro, la fatica e l’affanno si erano tramutati nel vigore di un abbraccio, tirando su la bambina con la facilità di un ragazzo.
    Dietro di loro, i ponti di Lisbona sembravano sorridere, il cielo sereno sopra i colli si fondeva con l’oceano come la tempera di una tela, i gabbiani cominciavano a volare vorticosamente come giocando a guardie e ladri sopra la vita delle persone che, come formiche frenetiche, si muovevano tra i vicoli e le trafficate strade che convogliano al mare.
    La bambina prendendo per mano il nonno e adeguando il passo, cercava di smorzare la sua vivacità per sentirlo vicino, le loro figure sono poi sparite in una nuova e felice discesa.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Camminavo al Barrio Alto, i vicoli si inerpicano a monte, colorati da panni stesi, vespe e automobili vintage, ristoranti tipici e caratteristici appartamenti sulla strada dove le casalinghe si fermano a parlare e i bambini giocano a calcio tra un marciapiede e la porta di un garage e dove il tempo si è fermato.
    Curiosando dentro un vicolo per scattare delle fotografie, ho notato un uomo seduto sulla porta di casa lanciare briciole a un pavone che, per niente intimorito, si avvicinava a lui con fiducia: sono rimasto in disparte a osservare quel momento insolito, poi sono salito nel mio appartamento per osservare gli ultimi scampoli di tramonto dall’alto del balcone.
    I tetti rossi delle case e le cupole delle chiese sembravano dipinte, il cielo era un mare capovolto e le luci degli appartamenti centinaia di stelle, all’interno di una di queste la fiamma sinuosa di una candela rifletteva sul muro la figura di una donna anziana, ferma a contemplare il vuoto di un appartamento che sembrava abbandonato.
    La finestra era priva di imposte e tapparelle, una tenda di plastica per le docce era l’unica copertura di un’atmosfera asettica e incolore.
    L’ombra ha cominciato a muoversi, la fiamma con lei, la tenda si era aperta da un lato e una signora con i capelli colore dell’argento si era affacciata guardando verso di me, come se sentisse il mio sguardo. Mi ha regalato la sua ricchezza più grande, un sorriso.

    La notte era passata velocemente, svegliato solo dai primi raggi di sole ho fatto colazione sul balcone e sono uscito, la tenda della finestra di fronte era chiusa senza alcun movimento al suo interno. Il mare era calmo, solo poche e temerarie onde cercavano invano di toccare la riva, dove i pescatori del mattino attendevano pazienti la preda da servire a cena. Le maestose vie del centro, dominate dal castello di Sao Jorge, erano addobbate per Natale, il carretto delle caldarroste fumava sul marciapiede mentre un cane randagio, attento alla segnaletica stradale, bighellonava davanti in cerca di avanzi, invisibile agli occhi dei passanti. I tram gialli si incrociavano, dai finestrini i volti ancora assonnati dei lavoratori sembravano vuoti e svogliati, guardavano al di là di quello che realmente avevano davanti, sognavano di viaggiare, come i loro avi per i mari di tutto il mondo.

    Dalla piazza del teatro nazionale ho chiamato un taxi per raggiungere il quartiere di Sao Vicente che ogni sabato accoglie i mercanti e le canaglie più disparate di Lisbona nella “feira da Ladra”, un vero e proprio mercato del rubato.
    Un tempo i marinai di passaggio vendevano gli oggetti recuperati durante i loro viaggi oppure semplicemente ne acquistavano altri da rivendere allo sbarco successivo, oggi il materiale venduto è al limite del grottesco, tuttavia il mercato ha mantenuto il suo fascino intatto nel tempo. Il rumore assordante delle radio a transistor e le urla dei mercanti si univano in un permanente e penetrante brusio, mendicanti e fachiri a ogni angolo chiedevano pochi spiccioli per nulla o per qualche gioco di prestigio mentre qualche ladro di borsellini si aggirava furtivo tra le tasche dei turisti. Vecchi abiti e scarpe spaiate si alternavano a mobili e cianfrusaglie di ogni genere, vinili di artisti sconosciuti, imitazioni di quadri famosi e libri impolverati facevano da cornice a un Guernica di oggetti dimenticati. Decine di persone spingevano per acquistare inutili monili, una coppia di ragazzi valutava un vecchio baule da mettere in camera da letto e un banco di abbigliamento creava la folla dei saldi migliori, attraverso la quale intravedevo una vecchia signora appoggiata a un muro, vendere sciarpe di lana adagiate sullo schienale di una sedia.
    Quel giorno faceva particolarmente caldo, tuttavia mi sono avvicinato e dopo aver chiesto il prezzo ne ho acquistate due, non erano particolarmente belle ma avevano l’aspetto di essere calde e caserecce come quelle fatte dalla nonna, i colori non erano sgargianti ma si intonavano con tutto e poi quella signora, mi sembrava di conoscerla da sempre. Aveva dei buchi nelle calze, le mani screpolate e ferite dall’arsura e uno scialle che la copriva da un freddo percepito solo da lei, il suo volto rugoso era segnato dal tempo e dal lavoro ma il sorriso era quello di chi vive in solitudine e lo tiene per le giuste occasioni. Dopo aver pagato, mi sono chinato e avvicinandomi le ho regalato una delle due sciarpe, quella bianca, chiedendole di non venderla e di tenerla per se anche se probabilmente l’avrebbe venduta il prima possibile.

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Quella notte il freddo era arrivato a Lisbona con un blitz rapido e silenzioso, una lieve pioggia conferiva brillantezza ai tetti e i camini cominciavano a fumare, la stanza era ancora fredda e mi sono avvolto nella sciarpa di lana acquistata in mattinata. Ho fatto un cerchio sul vetro appannato per sbirciare fuori, la fiamma nell’appartamento di fronte era più forte, ricordava il fuoco di un camino e sul muro si stagliava sempre la stessa figura. In quel momento la tenda si faceva da parte e dalla finestra era uscita la signora guardando subito nella mia direzione, sorridendo con una bellissima sciarpa bianca al collo.


    Diego Arbore

  • Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    Accoglienza a Genova, se basta una ricerca su internet per negare il permesso a un rifugiato

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Dopo i racconti dal fronte di Ventimiglia di quest’estate e il quadro su come funziona l’accoglienza a Genova e in Liguria, siamo andati a toccare con mano come scorre la vita ogni giorno all’interno di un alloggio in un CAS (centro di accoglienza straordinaria), il cui numero per volontà della prefettura è sceso ultimamente da 30 a 20 appartamenti in città. Aumentati, invece, gli operatori. «Almeno da questo punto di vista – ci spiega uno di loro – è sostenibile. I CAS non sono composti solo da appartamenti, anche ex palazzi o edifici che ospitavano uffici vengono attrezzati per l’accoglienza, con le brande negli stanzoni. A Campi ci sono due CAS e uno è adibito, per metà, alla prima accoglienza: chi arriva viene identificato e poi smistato negli altri centri».

    Veniamo accolti con stupore dalle persone che si trovano nell’appartamento (in maggioranza ragazzi nigeriani e bangladesi), visto che generalmente non ricevono visite. Oltre ai servizi “standard” che abbiamo descritto altrove, ricevono un pocket money di circa 150 euro al mese, suddiviso in rate settimanali, e un biglietto per l’autobus e il treno valido in tutta la provincia. Vanno a fare la spesa con gli operatori e hanno a disposizione, per il vitto, 30/40 euro settimanali.

    L’alloggio non è in cattivo stato, anche se le pareti avrebbero forse bisogno di una mano di bianco, essendo annerite dalla muffa. «Non esiste un criterio da seguire per la manutenzione di questi alloggi – ci spiega l’operatore – i CAS dipendono dalla prefettura, che però non effettua controlli. Sta a noi decidere che cosa c’è da fare, chiedere i soldi alla cooperativa ed eseguire i lavori necessari». Le stanze da letto non sono molto grosse e ospitano tre o quattro persone al massimo: avere una stanza singola è decisamente impossibile. «Il problema del sovraffollamento nei Centri di accoglienza straordinaria è causato dal fatto che gli alloggi dello SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) sono pieni. Prima, chi riceveva un permesso di soggiorno veniva spostato negli SPRAR, dopo 6 mesi di permanenza nel CAS, in attesa dell’arrivo dei documenti. Da quando è cambiato il prefetto, invece, negli SPRAR non entra più nessuno, a causa delle troppo presenze…».

    Anche un’altra operatrice, che lavora in un centro di accoglienza per minori, ossia un AB, ci conferma che la situazione è piuttosto confusa. I ragazzi dovrebbero in effetti lasciare i CAS dopo aver ricevuto il permesso di soggiorno, ma dal momento che gli SPRAR sono troppo pieni, rimangono dove sono, perché di certo «non possono essere buttati in strada».

    La storia di M., in fuga dalla Nigeria

    © Diego Arbore
    © Diego Arbore

    Durante la nostra visita, tra gli altri, incontriamo M. che si ferma volentieri a raccontarci la sua storia. Viene dalla Nigeria, ha 26 anni ed è fuggito perché il padre, di religione musulmana, voleva venderlo per 20 coppie di mucche e 500.000 Nera (la moneta nigeriana) a un gruppo terroristico anti cristiano. Avvisato dalla madre, è partito per la Libia, dove ha lavorato come muratore. Purtroppo, la fuga è dovuta proseguire perché il suo datore di lavoro è stato ucciso dall’esercito dei ribelli. Come tanti, è partito su un barcone, pagando per quel viaggio della speranza 1.000 Dina. È stato fortunato a sopravvivere e ad arrivare, nell’aprile del 2015, in Italia. Ma qui le sue sventure non sono finite, perché la Commissione per il riconoscimento della protezione internazionale, e quindi dello status di profugo, rifiuta la sua domanda di asilo, ritenendo la sua storia poco veritiera.

    La commissione è un organo di governo composto da un rappresentante della prefettura e uno della polizia di stato, oltre che da una persona nominata dall’ente territoriale e da un rappresentante dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni unite per i rifugiati. Succede spesso che, per accorciare i tempi, l’audizione avvenga in presenza solo di uno dei quattro componenti, previa autorizzazione dello straniero ascoltato. La decisione viene presa da tutti i membri dell’organo, ma il peso del parere di chi era presente all’interrogazione è maggiore. Questo può essere uno svantaggio, nel caso in cui la persona in questione non sia ben preparata sul Paese di provenienza dell’immigrato. Sembra che sia proprio quello che è successo a M., secondo quanto ci racconta.

    Il giovane ci dice che gli è stato chiesto di descrivere l’aeroporto di Kamo, dov’è nato. «Ma io non abitavo a Kamo, di cui non ho mai visto l’aeroporto. Lì è dove sono nato, ma vivevo a Nassarawa. Purtroppo, non conoscevo neanche il nome della strada in cui vivevo, ma quando me l’hanno chiesto, ho detto che si trovava vicino a una chiesa, di cui invece ho saputo fornire il nome. Cercandola in internet, però, il giudice della Commissione non l’ha trovata e ha giudicato falsa la mia storia». Ora a M. resta solo una speranza: che il suo ricorso venga accolto. E che, magari, la sua storia venga verificata con un po’ più di attenzione.


    Ilaria Bucca

  • Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    Immigrazione a Genova e in Liguria, ecco come funziona il sistema di accoglienza, tra numeri e criticità

    immigratiLa Liguria ospita 4.400 immigrati, poco meno dei 4.500 previsti dalle quote di distribuzione nazionale. La metà di loro si trova a Genova. La situazione di quest’estate sembrava incontrollabile, con le strutture sovraffollate e un numero di arrivi giornalieri pari, ad agosto, a 70/80 persone. Ancora adesso, nonostante la bella stagione sia terminata, il numero degli arrivi non scende. Al capoluogo ligure è stato chiesto un grande sforzo per accogliere un alto numero di richiedenti asilo. Era Superba ha cercato di “unire i puntini” per capire come funziona il sistema dell’accoglienza nel suo complesso e se è preparato a ricevere un così grande numero di persone.

    Come funziona il sistema dell’accoglienza: in Liguria oltre 3000 posti

    I richiedenti asilo, ossia gli stranieri che vogliono chiedere la protezione internazionale, ricevono accoglienza fino a che le apposite commissioni territoriali stabiliscono se sono idonei a ottenere lo status di rifugiati, o meno. Solo a Genova, ci sono più di 1.000 posti di accoglienza negli Sprar e, se si considera tutta la Liguria, il numero sale a 3.000, come riportato dal sito web del Comune di Genova; in Italia, in totale, ce ne sono 90.000.
    Gli arrivi avvengono nella maggioranza dei casi via mare, nel Sud Italia. La prima accoglienza prevede l’identificazione e la registrazione, oltre a uno screening sanitario: la durata di questa procedura è di 60 giorni. Il sistema di seconda accoglienza, invece, prevede lo smistamento attraverso lo SPRAR (Sistema di Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati) oppure nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria) di tutta la penisola. A questi centri viene destinato chi fa domanda di asilo e di permesso di soggiorno per richiesta di asilo. I centri di accoglienza offrono diversi servizi tra cui l’iscrizione al Servizio sanitario nazionale, l’iscrizione all’anagrafe e la possibilità di seguire corsi di italiano per stranieri.

    A Genova ci sono un centro governativo di smistamento adulti, con 84 posti, e uno per minori, con 50 posti. A questi, si aggiungono 1.038 posti nei CAS, che occupano 20 centri e 60 case. Se si considera tutta l’area metropolitana, i numeri crescono ancora: sono 231 i posti nei 40 centri dello SPRAR, più 234 posti nei CAS, divisi in 5 centri e 15 case. I fondi per mantenere queste strutture arrivano dal ministero dell’Interno: per ogni straniero accolto, vengono stanziati 40 euro al giorno. La percentuale più alta di questa cifra, il 42%, pari a 16,20 euro, va a coprire le spese del personale. Il 32%, ossia, 12,80 euro, viene spesa per il vitto, per la scolarizzazione e per la sanità, mentre il 20% (che equivale a 7,80 euro) copre le spese di manutenzione e di pulizia delle strutture. Infine, 3,20 euro al giorno (il rimanente 6%) occupa una voce del bilancio che considera le spese di integrazione, che comprendono la tutela legale e psicologica. Ogni immigrato riceve poi un pocket money di 2,50 euro al giorno.
    Inoltre, la persona in accoglienza ha la possibilità di occupare il proprio tempo con il volontariato, oppure seguendo corsi di formazione professionale o stage, o ancora ricevendo una borsa di lavoro. Dopo 60 giorni dalla domanda di asilo, può trovare un lavoro e ricevere un regolare stipendio.

    Il problema del sovraffollamento e l’impotenza della prefettura

    Non tutti i Comuni accettano di ricevere i migranti. Di conseguenza le realtà più accoglienti come Genova spesso devono farsi carico di un peso eccessivo. Ma la colpa non è da attribuire alla cattiva gestione dell’emergenza parte della prefettura. «La prefettura ha provato a ovviare al problema indicendo un bando, l’8 novembre, destinato esclusivamente ai Comuni che non hanno ancora strutture di accoglienza», ci spiega la consigliera metropolitana delegata all’emergenza migranti, Cristina Lodi. «Si tenta di incentivare il passaggio dai CAS agli SPRAR, ma i Comuni poveri sono già in difficoltà per i loro motivi, non si può attribuire loro alcuna colpa». La consigliera ci spiega anche che nell’entroterra ci sono più Comuni disponibili a fornire locali per gli SPRAR, mentre la zona del Tigullio è più restia, dal momento che ha altre attività economiche, prevalentemente turistiche, che garantiscono delle entrate. «L’accoglienza segue un po’ il mercato – afferma Lodi – anche se non è giusto che alcuni Comuni non accolgano immigrati, il prefetto non può fare nulla di più di un bando come l’ultimo…».

    Lo stesso discorso vale per l’accoglienza nei confronti dei minori, che dovrebbero essere destinati a strutture apposite. «Per i minori si stanno cercando nuovi posti, ma non è facile. Innanzitutto si è deciso di non mandarli nei comuni metropolitani, dove sarebbero più isolati. C’era l’idea di una struttura in via Caffaro, a Genova, ma è saltata. Nuovamente la responsabilità non è del prefetto, ma della mancanza di strutture adeguate».
    Anche Milena Zappon, direttrice del centro di accoglienza della Comunità di San Benedetto al Porto, ci conferma che la situazione dei minori è piuttosto difficile. «Innanzitutto, non è facile capire la loro età reale. Molti ne dichiarano una falsa: recentemente ho avuto a che fare con un ragazzo che diceva di essere nato nel 1997, ma che chiaramente era più giovane». Secondo quanto ci raccontano altri due operatori con cui abbiamo parlato, i minori spesso vengono accolti nei CAS perché nei centri appositi, gli AB, non ci sono più posti. Pratica, comunque, consentita dalla legge.

    Tanto Zappon e gli altri operatori intervistati, quanto Cristina Lodi sono concordi nell’affermare che il problema del sovraffollamento nei centri di accoglienza può essere risolto solo da un cambiamento dell’atteggiamento dell’Europa. «L’arrivo di un così grande numero di stranieri – dice la consigliera comunale e metropolitana del Pd – non è più un’emergenza, ma un dato di fatto. Devono cambiare le politiche internazionali, altrimenti la situazione rimarrà questa e l’accoglienza, in Italia, continuerà a non poter soddisfare le necessità reali».

    migranti-ventimiglia-confineAumentano gli arrivi, ma in Italia ci sono sempre meno stranieri

    Il numero delle persone che arrivano in Italia da Paesi stranieri aumenta, eppure il numero degli immigrati diminuisce. Potrebbe sembrare un ossimoro eppure è la mera verità. Il fenomeno è determinato dall’aumento dell’acquisizione della cittadinanza italiana che si manifesta anche in Liguria. Nella nostra regione, gli stranieri quest’anno sono 136.216, mentre nel 2015 la cifra era di 138.697. Un calo circa di 2.400 unità dovuto in parte al rientro verso i paesi di origine, ma anche perché molti hanno ottenuto la cittadinanza italiana.
    I numeri parlano da sé: è in atto un fenomeno di stabilizzazione. Una tendenza testimoniata anche dal dossier statistico “Immigrazione 2016” realizzato da IDOS, con la cooperativa Com Nuovi Tempi, la rivista Confronti, in collaborazione con l’ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri.

    Per quanto riguarda la dinamica migratoria in uscita, invece, la congiuntura economica negativa appare la causa principale degli spostamenti all’estero. La migrazione di ritorno è un processo complesso, su cui intervengono diversi fattori. La perdita del lavoro è condizionata dalla situazione economica del paese d’immigrazione, ma la possibilità di tornare a casa dipende anche dalle opportunità che il Paese può offrire alla persona che un tempo è emigrata.

    In percentuale, la componente straniera rappresenta l’8,7% dell’intera popolazione ligure, un numero che non ha subìto una sostanziale variazione rispetto all’anno passato. In termini assoluti, la provincia di Genova resta la residenza scelta dalla maggioranza degli stranieri, circa il 52% del totale con 70.752 registrazioni in anagrafe. Come già nello scorso anno, l’Albania, l’Ecuador, la Romania e il Marocco restano, in ordine decrescente, le collettività più numerose, con valori assoluti attorno alle 20.000 unità per le prime tre e alle 13.000 per l’ultima. Seguono a distanza l’Ucraina, la Cina e il Perù, tutte nell’ordine delle 4.000 unità, la Repubblica Domenicana circa 3.800, il Bangladesh circa 2.800 e la Tunisia circa 2.600.

    Secondo quanto sostenuto da Cristina Lodi, l’aumento degli stranieri che ottengono la cittadinanza è attribuibile soprattutto all’acquisizione di quest’ultima da parte degli extracomunitari di seconda o terza generazione. Mentre la diminuzione del numero degli immigrati che rimangono in Italia è causata principalmente dal fatto che «molti stranieri se ne vanno dopo il rifiuto della Commissione a concedere lo status di profugo o, al massimo, rimangono in Italia clandestinamente».

     

    Ilaria Bucca
    Elisabetta Cantalini

  • Dall’Europa 40 milioni per migliorare i servizi urbani. C’è anche il percorso ciclopedonale in Val Bisagno

    Dall’Europa 40 milioni per migliorare i servizi urbani. C’è anche il percorso ciclopedonale in Val Bisagno

    valbisagno-staglienoIn arrivo entro il 2020 a Genova 37,7 milioni di euro di fondi strutturali europei Pon Metro, destinati a migliorare i servizi urbani e la qualità della vita nelle 14 città metropolitane italiane grazie a un importo complessivo per l’Italia di 893 milioni di euro, con maggiore riguardo alle realtà del Sud. E’ quanto emerge dalla presentazione ufficiale del progetto svoltasi questa mattina nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, a cui hanno presto parte tra gli altri, il sindaco Marco Doria, gli assessori comunali Anna Maria Dagnino, Emanuela Fracassi, Isabella Lanzone, Emanuele Piazza e Giorgio Martini, dirigente dell’Agenzia per la Coesione Territoriale. «Non si tratta di interventi hard ma soft – spiega il sindaco, come riportato dall’agenzia “Dire”- le infrastrutture pesanti vengono finanziate in altro modo, qui si punta sui servizi».

    Quattro gli assi di intervento individuati per la realtà genovese: agenda digitale, mobilità, efficientamento energetico e inclusione sociale.
    «Nel settore dell’agenda digitale – spiega il sindaco – rientra il potenziamento dei servizi informatici delle amministrazioni pubbliche di tutti i Comuni dell’area metropolitana che condividono il progetto, in parte per la predisposizione di piani urbanistici, in parte per progetti di resilienza, ovvero capacità di reagire al dissesto idrogeologico». Per questo capitolo sono previsti 10 milioni di euro con cui si svilupperanno anche piattaforme digitali dedicate a tributi locali, una banca dati dell’energia per la pianificazione e il monitoraggio dei consumi, la digitalizzazione dell’iter amministrativo per lo Sportello unico dell’edilizia, un sistema informativo integrato delle opere pubbliche, una piattaforma informatica di raccordo tra impresa, istituzioni e ricerca.

    Cifra simile verrà investita nell’efficientamento energetico: 2,4 milioni per la sostituzione degli impianti di riscaldamento degli edifici di edilizia residenziale pubblica, 3,8 milioni per l’efficientamento termico di Palazzo Tursi e del Teatro Carlo Felice, 3,8 milioni sul miglioramento dell’illuminazione pubblica cittadina.

    Saranno, invece, 4,8 milioni i fondi destinati alla mobilità che si concentreranno tutti nella viabilità della Valbisagno per «interventi diffusi su nodi di traffico e impianti semaforici che renderanno più fluida la circolazione in quella direttrice, con impatto positivo sui Comuni limitrofi», come spiega Doria. In particolare, 2,4 milioni di euro saranno impegnati per la realizzazione dell’itinerario ciclopedonale in sponda sinistra con contestuale messa in sicurezza del tratto tra via Adamoli e Lungobisagno d’Istria; inoltre, verrà migliorata la viabilità in sponda destra con l’ottimizzazione del trasporto pubblico, l’ottimizzazione delle paline informative e il miglioramento degli impianti semaforici.

    Infine, attenzione particolare verrà dedicata all’inclusione sociale con circa 11,5 milioni che verranno utilizzati sia nel campo dei servizi che in quello delle infrastrutture: nel primo capitolo rientrano politiche di sostengo all’abitare, all’inclusione, all’accompagnamento socioeducativo, percorsi di autonomia e avvicinamento al lavoro, con interventi rivolti a famiglie con fragilità economica e in condizioni di disagio abitativo, a cittadini senza dimora e a comunità emarginate e giovani che risiedono in aree svantaggiate; il secondo capitolo riguarda, invece, manutenzione e recupero di alloggi di edilizia residenziale pubblica.

    Anche se buona parte di questi interventi andranno a beneficio del prossimo ciclo amministrativo, il sindaco Marco Doria sottolinea come l’importante sia «avviare al più presto i processi, in modo che i soldi comincino a spendersi e mettano in moto gli investimenti perché stiamo parlando di procedure un po’ lente avviate nel 2013. Dopo 3 anni di progettazione mi sento di poter dire che questi soldi verranno spesi bene, ora però bisogna anche vengano spesi presto». Possibile anche una premialità del 6% dell’importo complessivo se il Comune di Genova dovesse superare una prima verifica della messa in opera dei lavori a fine 2018.

  • “Il berretto a sonagli” e le tre corde di Ciampa. Alla Corte, un Pirandello da non perdere

    “Il berretto a sonagli” e le tre corde di Ciampa. Alla Corte, un Pirandello da non perdere

    © Tommaso Le PeraLuigi Pirandello (1867-1936) arrivò ai cinquant’anni di età scrivendo novelle e romanzi originali, accolti da pubblico e critica senza eccessivi entusiasmi in quanto non badava alla pagina elegante e ben scritta, cara ai contemporanei, quanto ad agitare e capovolgere certezze, ad installare inquietudini e riflessioni.

    Per coinvolgere davvero ed arrivare alla fama, Pirandello ha dovuto riscrivere per il teatro le stesse storie proposte dalla sua novellistica, un teatro dove la parola è vigorosamente asservita all’espressione delle emozioni.

    “Il berretto a sonagli” (1917) centra perfettamente questo passaggio: non a caso la prima versione in dialetto siciliano fu affidata alla dirompente espressività di Angelo Musco. Prendendo spunto da alcune novelle scritte nel passato, l’autore racconta la sofferenza di un uomo e di una donna traditi dai rispettivi coniugi.

    Ciampa è un ossequioso scrivano al servizio della famiglia del cavalier Fiorica, con la quale lui e la giovane moglie convivono, in stanze attigue: da tempo è al corrente della relazione segreta tra la consorte Nina e il padrone di casa, che tollera in silenzio, tanto che quando la padrona, signora Beatrice, furibonda per la scoperta della tresca, lo convoca con l’intenzione di rivelargliela, le fa capire che già sa tutto ma che da una parte il suo rapporto coniugale è più importante (tanto che sarebbe disposto a lasciare la casa con Nina, perdendo il lavoro) e dall’altra…dall’altra la facciata della rispettabilità sociale deve essere salvata, ad ogni costo.

    La facciata è più importante della sostanza, tanto che a volte i confini tra le due sfere sfuggono e sfumano.

    @ Tommaso Le PeraPer condurre la signora Beatrice alla sensatezza, Ciampa si avvale della simbologia delle tre corde, che a suo dire tutti portiamo sulla fronte, quella civile e centrale del rispetto ed ossequio alle regole della società, quella seria del colloquio a quattr’occhi, quella pazza che fa perdere la vista e la ragione e va controllata: ma la corda civile deve prevalere e tutti, alla fine, ci guadagnano.

    Beatrice sceglie di denunciare e la reazione della famiglia, supportata dall’autorità del delegato, che diligentemente occulta le prove, è immediata ed inesorabile: la maschera della “pace domestica” deve essere rispettata ed esibita, dentro e fuori casa. Alla legge della rispettabilità di facciata si inchina alla fine Beatrice, accettando di fingersi pazza e di farsi rinchiudere.

    Ciampa e Beatrice portano entrambi, con reazioni diverse, il peso della loro sofferenza, ma mentre la donna si ripiega su se stessa, è lo sposo tradito, il collaboratore ossequioso, che  ha la reazione più spietata e crudele verso quella che ha gridato la verità, esortandola a gridarla ancora e poi ancora, affinché tutti si convincano della sua pazzia e dell’inconsistenza dell’accusa.

    Interpretazione eccellente fornita da attori di grande impatto, con una forte vis comica che accompagna, con celata amarezza, verso l’epilogo, assieme a una allegra e beffarda tarantella.


    Elisa Prato

    “Il berretto a sognali” di Luigi Pirandello, al Teatro della Corte fino al 13 novembre 2016.
    Regia di Sebastiano Lo Monaco. Con Sebastiano Lo Monaco
    , Maria Rosaria Carli, Clelia Piscitello, Viviana Larice, Lina Bernardi, Rosario Petix, Claudio Mazzenga e Maria Laura Caselli.

  • Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    Un’oasi di natura tra i container e il mare: l’orto sinergico di Valletta San Pietro a Cornigliano

    orto-singergico-valletta-san-pietroIl bisogno di riavvicinarsi ai ritmi naturali legati al lavoro della terra, antidoto al disagio di molte persone per i ritmi artificiali imposti dalla vita lavorativa e sociale. La crisi che ha portato molte persone a riscoprire l’importanza economica dell’agricoltura. Il desiderio di molti anziani di lavorare la terra mettendo a frutto in città saperi acquisiti in gioventù e di giovani e gruppi di avere uno spazio in cui coltivare e condividere prodotti di qualità. L’attenzione alle filiere alimentari e la voglia di “sapere che cosa si mangia”. La necessità di riqualificare spazi degradati. Sono le ragioni che negli ultimi anni hanno portato a riscoprire gli orti urbani, nati nel XIX secolo e quasi scomparsi nel dopoguerra.
    Dopo l’esperienza pionieristica di Modena nel 1980, molti comuni hanno adottato regolamenti per l’individuazione e l’assegnazione delle aree adibite a orto urbano.
    Il Comune di Genova, dopo l’istituzione della Consulta del Verde nel 2012, nel 2015 ha aggiornato il regolamento sui terreni a uso agricolo, aumentando la platea dei potenziali assegnatari e riconoscendo forme particolari di orto urbano: orti didattici, community garden, orti sociali e terapeutici, orti innovativi. La gestione dei bandi per l’assegnazione è affidata ai Municipi.

    Per raccontare questo mondo, a distanza di quasi 4 anni, siamo a tornati a visitare l’orto sinergico di Cornigliano, in via Nino Cervetto, all’interno del parco urbano di Valletta San Pietro. Un’esperienza legata a un’idea complessiva di città che comprende l’agricoltura urbana, la riqualificazione degli spazi degradati, la promozione di nuovi stili di vita e di organizzazione del territorio.

    Il progetto è stato promosso nel 2011 dall’associazione Terra Onlus che si occupa di formazione ambientale, accesso alla terra, sostegno all’agricoltura locale e filiere di distribuzione del cibo e altri prodotti. Il valore simbolico dell’iniziativa è accresciuto dal fatto di essere stata realizzata in un luogo d’Italia simbolo di un modello di industrializzazione e urbanizzazione che negli ultimi anni ha mostrato tutte le sue criticità.
    L’orto di Cornigliano è coltivato secondo i principi dell’agricoltura sinergica, sistema naturale incentrato sulla preservazione dell’ecosistema del suolo e ispirato agli insegnamenti di Masanobu Fukuoka.

    orto-singergico«Quando non si parlava ancora di orti comunitari – ci spiega Giorgia Bocca, referente di Terra Onlus – grazie a un progetto europeo della rete Yepp della quale facevamo parte e che promuoveva l’attivazione di progetti partecipativi destinati ai giovani di quartieri periferici, abbiamo reso coltivabile questo luogo, che era fortemente degradato, e iniziato dei processi di attivazione territoriale per farlo diventare un luogo di aggregazione per il quartiere. In Italia abbiamo altri progetti simili, e ora, avendo raggiunto gli obiettivi prefissi, abbiamo deciso di coinvolgere di più soggetti da sempre interessati alla gestione dell’orto. E’ importante che ci sia un cambio, un nuovo ciclo. Terra Onlus fa parte della Consulta del Verde del Comune e si è impegnata sul nuovo regolamento per favorire l’accesso agli orti urbani di più soggetti possibile, in particolare dei più giovani».

    Gli spazi attuali sono relativamente numerosi e gestiti da cittadini o da gruppi, in alcuni casi formati da Terra Onlus. La domanda di terra in città è in netta crescita e, sempre secondo Terra Onlus, sarebbe auspicabile l’individuazione di nuovi terreni per far fronte alle tante richieste, provenienti soprattutto da giovani disoccupati e associazioni.

    Oggi l’orto è gestito da un gruppo di volontari, coordinati da Valentina Tricerri, educatrice del settore infanzia e adolescenza di Arci. Sono cittadini che si prendono cura della parte agricola, insegnanti delle scuole del quartiere, educatori interessati a valorizzare l’aspetto didattico del contatto con la natura. «Attualmente il progetto non è finanziato e abbiamo provato a fare una chiamata alle armi popolare», ci racconta Valentina. «La cosa meravigliosa è che c’è stata una risposta super variegata. Per le persone del quartiere la calamita è stata la possibilità di avere un luogo verde da poter curare e da cui trarre beneficio anche a livello di prodotti agricoli. Loro sono le persone che ci investono di più a livello di cura e tempo: se nessuno coltiva è inutile portarci i bambini, sarebbe solo un giardino. Questo è e deve essere un luogo anche aperto ad altri. La valenza pedagogica è fondamentale. Spiegare ai bambini che cosa significa un orto sinergico ha un valore educativo altissimo. L’ecologia è una rete di solidarietà in cui ognuno ha una propria natura, una propria specificità, che viene valorizzata nello scambio con altri. L’importanza di essere tanti, diversi e in rete è l’obiettivo che molti di noi hanno con i bambini e i ragazzi. La cura della terra è per tutti qualcosa di proficuo».

    orti-verde-stagnoL’associazione Philos ha svolto attività terapeutica con ragazzi autistici e alcune scuole attività educative legate agli orti didattici. Una suggestiva ipotesi è stata quella di coltivare a Valletta San Pietro specie tipiche dei paesi di alcuni richiedenti asilo coinvolti nella gestione dell’orto, ma non è stato possibile, a causa delle differenze climatiche.
    L’orto si trova a metà del parco, in un’area in cui sorgeva un parco giochi per bambini distrutto dal fuoco, poco sotto la collina di Coronata, dove sorgono altri orti tradizionali, curati da singoli cittadini. Questa posizione, secondo Valentina, ha preservato l’ambiente dell’orto: «Quando sei lì, ti senti davvero in mezzo alla natura. La strada di Cornigliano, l’inquinamento, il rumore delle macchine sembrano lontanissimi. Sullo sfondo vedi palazzoni di cemento armato, ma senti cantare gli uccellini…è una fascia di natura, che ha preservato una biodiversità molto particolare, tipica di altre regioni e altre latitudini».

    L’orto sinergico di Cornigliano non è solo agricoltura urbana. E’ anche educazione, didattica, “ortoterapia”, se ci è concesso usare un neologismo. È teatro di eventi culturali come il Festival degli orti sinergici, integrazione sociale e interculturale, cittadinanza attiva, cura del territorio e rigenerazione urbana.
    Il gruppo coordinato da Valentina è aperto, chiunque lo desideri può chiedere di inserirsi in qualsiasi momento e partecipare alla gestione dell’orto: basta contattare Valentina all’Arci Genova, chiamando il numero 0102467506.


    Andrea Macciò

  • Lettera aperta al sindaco. Se una multa vale più del buon senso…

    Lettera aperta al sindaco. Se una multa vale più del buon senso…

    multeCaro sindaco Marco Doria, cara assessore Elena Fiorini Anna Maria Dagnino (chiediamo scusa all’assessore Dagnino chiamata prima in causa ma che ha in capo solo la delega alla mobilità mentre quella alla Polizia Municipale spetta alla collega Fiorini),

    che fine ha fatto il tanto caro buon senso nella gestione dell’amministrazione di questa città? In una città in costante calo demografico, con una crisi industriale ormai endemica e infiniti nodi irrisolti che spostano sempre “un po’ più in là” qualche barlume di rilancio, basta davvero poco per affossare definitivamente anche quei piccoli segnali di ripresa che, con fatica, alle prese con casse comunali sempre più critiche, si provano a mettere insieme.

    Un esempio? Siete davvero sicuri che staccare una sfilza di multe alle auto “non proprio in sosta regolare” lungo via Fieschi, tra le 21 e le 24 di un qualsiasi venerdì sera, per giunta di pioggia, sia davvero il miglior modo di applicare il codice della strada e di occuparsi con cura della nostra povera Genova?

    Niente facili populismi, sgombriamo subito il campo da ogni dubbio. Nessuno contesta l’operato degli agenti di Polizia Municipale. Quello che cerchiamo di lanciare da queste righe è un ragionamento “politico”, le multe sono solo un pretesto. Se esistono leggi e regole, è giusto applicarle, con fermezza. Se un auto in sosta selvaggia intralcia il movimento dei pedoni, il traffico pubblico o privato, possibili operazioni di soccorso, nulla da dire. Ma. C’è sempre un ma. Anzi, forse più d’uno. Ma se non si riesce neppure a dare un senso agli accessi sregolati e alle soste selvagge nelle ztl del centro storico durante il giorno, è giusto sfogarsi su una cinquantina di auto la sera, che poco o nessun intralcio creano al traffico cittadino? Ma se per trovare un parcheggio in zona centro anche dopo le 20, bisogna girare decine e decine di minuti in auto per poi arrangiarsi alla bell’e meglio o rinunciare e tornare a casa o dirigersi altrove. Ma, se non ci sono idee né, forse, possibilità per riorganizzare la sosta nel cuore della città in maniera razionale e funzionale. Ma se le nuove norme che regolamentano la movida spingono i genovesi a uscire sempre prima la sera, magari nel classico orario dell’aperitivo, per poi tornare a casa a orari più umani. Ma se dopo una certa ora il trasporto pubblico si dilegua nel nulla neanche fosse la carrozza di Cenerentola. Ma. Siamo sicuri che tutto questo faccia veramente bene alla città? Qual è l’obiettivo finale? Dimezzare le uscite serali? Portare sempre più giovani fuori Genova, la sera, nei weekend, e poi magari definitivamente per il futuro della propria vita perché stufi di una città che continua a contorcersi attorno alle sue inauae? Perché, in fondo, è anche una questione di conti e di convenienza. E’ davvero conveniente far perdere ai genovesi la voglia di rilassarsi un paio d’ore la sera, dopo una settimana di lavoro, e farli tornare, stanchi e depressi, a chiudersi nelle mura di casa solo per staccare qualche multa in più?

    Facciamo due conti della serva. La parte alta di via Fieschi, quella che dalla collina di Carignano scende verso piazza Dante, è lunga circa 300 metri. Attestando la lunghezza media di una vettura in circa 4 metri, se stipassimo tutto il lungomarciapiede della corsia di discesa, riusciremmo al massimo a collocare 75 vetture. Ma tra spazi “di respiro” e accessi alle vie laterali, difficilmente troveremo su questo lato di via Fieschi più di 60-65 vetture e, forse, stiamo esagerando. Aggiungiamo pure una decina di vetture che, in qualche modo, potrebbero trovare sosta lungo la corsia opposta, a ridosso di Carignano. Si torna così a 75 che, moltiplicato per le sanzioni da 28,70 euro (se pagate entro 10 giorni, altrimenti si sale a 41 euro) staccate in via Fieschi dove vige il divieto di fermata, fa 2.152,5 euro. E’ vero che ci avviciniamo sempre più alla chiusura dei bilanci e in, tempo di ristrettezze, ogni spicciolo per le casse comunali è ben accetto, ma il gioco vale veramente la candela? E se gli euro diventassero poco più di 5.000 alla settimana considerando anche il sabato sera, e quindi 20.000 al mese, cambia davvero molto? Non gioverebbe di più a Genova applicare un po’ di gratuito buon senso?

    Anche questa, in fondo, potrebbe essere una politica di micro-economia cittadina. E pazienza se i bus della linea 635 in servizio serale per via Fieschi sono costretti, per qualche metro, a un improvvisato senso unico alternato. O no?

     

    Simone D’Ambrosio

  • Por Pra’, spesi 20 milioni ma non tutti sono contenti. Fine lavori in primavera, sotto accusa l’allargamento dell’Aurelia

    Por Pra’, spesi 20 milioni ma non tutti sono contenti. Fine lavori in primavera, sotto accusa l’allargamento dell’Aurelia

    por-pra«L’obiettivo, alla fine, è non avere più nemmeno un centimetro quadrato di area degradata». Claudio Chiarotti, consigliere del Municipio VII Ponente delegato al Por di Pra’, ha le idee chiare sul progetto che negli ultimi anni ha cambiato il volto del quartiere. Un intervento costato complessivamente quasi 20 milioni di euro, stanziati nel pacchetto di fondi comunitari per i Por 2007-2013, poi derogati a livello nazionale fino al 2015. Fine dei lavori prevista tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017. Nel concreto, per la delegazione il Por significa, tra le altre cose, più verde, un’Aurelia allargata da 2 a 4 corsie e un traffico rivoluzionato con numerose rotonde al posto dei vecchi incroci. I cittadini, dopo un po’ di scetticismo e polemiche iniziali dovute soprattutto all’allargamento della strada, sembrano in maggioranza apprezzare i cambiamenti, ma ancora non si sono spente le voci critiche. Il Comitato per Pra’, per esempio, nel novembre del 2015 organizzava un tour chiamato ironicamente “Por delle meraviglie”, e a quasi un anno di distanza non sembra aver cambiato idea: «Una careggiata da quattro corsie non è sicura, non a caso il numero di incidenti è aumentato nell’ultimo anno – attacca Emanuele Strina – inoltre, le rotonde sono mal progettate. A lavori finiti, verrà fuori da sé che l’intervento non è funzionale».

    Che cos’è e quanto è costato il Por

    Approvato dalla Commissione Europea con la decisione 5905 del 27/11/2007, il Por-Fesr Liguria (Piano operativo per l’utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale) 2007-2013 (poi derogato al 2015 a livello nazionale) ha messo a disposizione della Regione risorse per un totale di 530 milioni di euro da investire in due settori principali: quello imprenditoriale e il territorio, in maniera complementare. Il programma si è sviluppato su 5 priorità strategiche, dette “assi”: innovazione e competitività, energia, sviluppo urbano, valorizzazione delle risorse naturali e culturali e assistenza tecnica.
    Per il Por di Pra’, l’Unione Europea ha stanziato 12,5 milioni di euro, la cui amministrazione è poi passata alla Regione Liguria. Il Comune di Genova ha messo invece sul tavolo 2,5 milioni, a cui se ne sono aggiunti poi altrettanti per coprire spese inizialmente non previste. «Devo dire che il Comune ha dedicato grande attenzione al progetto, e al nostro Municipio in generale – sottolinea Chiarotti – personalmente non ricordo tanti interventi di riqualificazione come questo negli ultimi 40 anni».

    L’obiettivo generale dell’intervento era rendere la delegazione più a misura di cittadino. Fulcro del Ponente genovese industriale, negli ultimi decenni Pra’ ha infatti pagato pesanti servitù in termini di vivibilità, dovute soprattutto alla vicinanza al porto e alla struttura urbana. Da un lato, le abitazioni davano (e in parte ancora danno) direttamente sull’Aurelia, con gli autobus che passavano letteralmente sotto le finestre e i panni stesi. Dall’altro lato della strada, invece, separata fisicamente da un muro, si spandeva una sorta di terra di nessuno, degradata, in cui aveva trovato spazio anche un campo rom abusivo, con la nuova stazione e il recente impianto sportivo che sorgevano come isolate cattedrali nel deserto. Gli interventi sull’Aurelia e la realizzazione del Parco Dapelo (che include anche una pista pedonale e ciclabile) avevano anche l’obiettivo di migliorare queste due criticità.

    Gli interventi: modifiche in corsa e ritardi

    E’ lo stesso consigliere Chiarotti a ricordare i punti principali su cui si snoda l’intervento: «Innanzitutto la riqualificazione di piazza Sciesa, poi la messa in sicurezza del rio S. Pietro, il progetto “Pra’-to-sport” per gli impianti sportivi del Parco di Levante, la realizzazione del nuovo attracco per la Navebus e infine il cosiddetto “Parco lungo”». Quest’ultimo è stato ed è l’intervento più oneroso, che comprende la riorganizzazione dell’Aurelia e i lavori parchi, ed è stato diviso in due lotti: il primo che va da via Taggia a via Cordanieri e il secondo da via Cordanieri alla zona delle Ferriere di Pra’. «Contiamo di terminare il lotto A entro dicembre – promette Chiarotti – mentre il lotto B dovrebbe chiudersi circa 2 mesi dopo, a causa di un ritardo nella fase iniziale».

    Non sono mancate le difficoltà. «Il progetto ha subito pesanti variazioni nel tempo – ricorda il consigliere – infatti, nelle prime fasi della realizzazione, l’amministrazione rivelò una forte presenza di amianto sotto la massicciata della vecchia ferrovia, la cui bonifica avrebbe drenato praticamente tutte le risorse. Convocammo allora un tavolo tecnico con Regione, Comune, Municipio e cittadini per trovare una soluzione alternativa». Risorse per un totale di 5 milioni vennero allora spostate dai fondi previsti inizialmente per alcuni interventi sul parco di ponente e per una “bretella” che avrebbe regolato il traffico e spostati su interventi a levante non previsti nel piano originario, cominciati con la demolizione dell’ex pizzeria S. Pietro, un edificio costruito abusivamente negli anni ’80. Nella stessa area, si è poi intervenuti sull’isola ecologica e sul “Palamare”, e sono stati realizzati un parco da skateboard e una pista d’atletica.

    Gli ultimi interventi riguarderanno ancora soprattutto l’Aurelia, dove permangono diversi cantieri: «Nonostante le criticità, anche ora, a lavori non conclusi, i flussi di traffico mostrano miglioramenti – afferma Chiarotti – anche se ancora in certe aree non concluse la fermata degli autobus costringe alla sosta tutte le vetture in coda. Secondo l’amministrazione, una corsia dell’autobus permanente sarebbe una buona soluzione per il traffico, ma vogliamo prima confrontarci con la cittadinanza su questo».

    Resta la questione su come garantire una manutenzione adeguata alle nuove aree verdi. «In effetti, la cura di quanto realizzato era ed è una preoccupazione – ammette il consigliere – ma abbiamo trovato una straordinaria risposta da parte di imprese praesi e non solo, per prendersi a carico una rotonda o un’aiuola, con modalità diverse. Il parco, invece, sarà a carico di Pra’ Viva, che ha persino aumentato il proprio impegno». L’associazione che gestisce lo spazio in co-concessione con il settore Lavori Pubblici del Comune di Genova e Aster, arriverà a impegnare circa 36 mila euro tra verde e impianto elettrico della zona.

    Le critiche del Comitato per Pra’

    por-praMolto diversa è la posizione di Emanuele Strina del Comitato per Pra’. Innanzitutto, differente è la versione del coinvolgimento effettivo della cittadinanza ai tavoli tecnici, convocati a inizio lavori: «In realtà, riuscimmo a farli convocare dopo che scoprimmo che i lavori per il Por erano di fatto fermi, senza che il Comune dicesse nulla – rivela Strina – poi, però, ci fecero capire che avrebbero fatto comunque di testa loro, e che il lavoro di quei mesi sarebbe stato inutile. Decidemmo allora di abbandonare il tavolo, e iniziammo un lavoro con la cittadinanza».

    Nel mirino del Comitato, come detto, soprattutto l’Aurelia a 4 corsie: «Un’autostrada in mezzo alle abitazioni non può essere una cosa positiva – afferma senza mezzi termini Strina – infatti, nell’ultimo anno c’è stato un aumento di investimenti di pedoni, sempre negli stessi punti (all’altezza della piscina), evidentemente non sicuri. La nostra proposta era di mantenere la strada a due corsie nell’area ferroviaria, e di rendere pedonabile o semi-pedonabile l’area tra la vecchia ferrovia e l’abitato. A quel punto avremmo avuto 10-15 metri tra la prima fila di case e la strada».
    «Inoltre – aggiunge – sono 4 corsie per circa un chilometro e mezzo, da via Taggia alla Biomecal. Oltre questo spazio, la strada non potrà mai essere allargata nello stesso modo: verso Pegli c’è un pilone in cemento, verso Voltri 6 corsie ferroviarie in costruzione. Chi userà quattro corsie in un tratto così breve che, tra l’altro, verrà tempestato di semafori per garantire la sicurezza?».

    Insomma, per il Comitato ben poco sarebbe da salvare del progetto. «Purtroppo, ad oggi la gente sembra distratta dalla bellezza del nuovo parco, e il “mugugno” iniziale si è molto affievolito – riconosce Strina – ci si accontenta del fatto che vengano spesi dei soldi per Pra’, senza però considerare che vengono spesi male. Chi invece è contrario, spesso è rassegnato, visto che gli interventi sono ormai quasi ultimati. Dal canto nostro, a questo punto attendiamo la fine dei lavori per nuove manifestazioni, quando sarà chiaro che gli interventi non miglioreranno la vita dei cittadini praesi».


    Luca Lottero

  • Faraona al forno alla genovese, un grande classico per Ognissanti

    Faraona al forno alla genovese, un grande classico per Ognissanti

    faraona“Chi fa i santi senza becco, fa il Natale meschinetto…” o poveretto. Scegliete voi la versione, più o meno dialettale. Resta il fatto che da buona tradizione, sulle tavole liguri nella festa di Ognissanti non può mancare un piatto a base di carne di volatile. E neppure noi vogliamo essere da meno, per cui oggi vi proponiamo un grande classico, che può essere rispolverato in qualsiasi occasione particolarmente conviviale: la faraona al forno, con pancetta e patate. Un piatto particolarmente gustoso, non troppo complicato, anche se un po’ lungo da preparare.

    Ingredienti (per 4 persone)

    – Una faraona intera da almeno 1 kg

    – 100 g di pancetta

    – 1/2 bicchiere di vino bianco

    – 1 spicchio d’aglio

    – erbe aromatiche (i cosiddetti “sapori”: salvia, rosmarino, origano)

    – sale, pepe, olio

    – 4 patate

    – spago da cucina

    Come si prepara

    Se non l’ha già fatto il pollivendolo, sviscerate la faraona e bruciacchiate l’eventuale peluria rimasta sull’esterno. Poi sciacquate bene e asciugate tutto con carta assorbente. Con due o tre fette di pancetta, fate un piccolo trito assieme all’aglio, un po’ di salvia, rosmarino e sale e inserite il composto all’interno del volatile. Chi vuole può anche adagiare all’interno della faraona le interiora precedentemente rimosse e ripulite.

    A questo punto, non resta che ricoprire la faraona con il resto della pancetta, qualche foglia di salvia e rametto di rosmarino e avvolgere tutto con dello spago da cucina in modo che resti ben aderente alla carne. Adagiate la pietanza in una pirofila, precedentemente oliata, bagnate tutto con il vino e accendente il forno ad almeno 180°.

    Pulite le patate, tagliatele a cubetti e adagiatele nella pirofila. A questo punto il forno dovrebbe essere ben caldo per cui potete mettete tutto a cuocere per circa un’ora, bagnando di tanto in tanto con il fondo della cottura. E attenzione a non utilizzare troppo olio perché il grasso della pancetta, scaldandosi, sarà più che sufficiente.

    Così come le varianti del proverbio, esistono altrettante fantasie della ricetta. Voi come la preparate? Quali sono i vostri ingredienti segreti?

  • Mafia, Borsellino a Genova incontra 900 studenti: «Da voi la forza per continuare la lotta di Paolo»

    Mafia, Borsellino a Genova incontra 900 studenti: «Da voi la forza per continuare la lotta di Paolo»

    doria-borsellino-mafia«Da questi giovani vengo a prendere la speranza e vengo a prendere la forza per continuare la mia lotta per la verità e per la giustizia che, purtroppo, è una lotta senza fine, che farò fino all’ultimo giorno della mia vita». Una lotta «per la giustizia e per quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo ma che non riuscì a sentire perché sacrificò la sua vita per questo Stato». Così, Salvatore Borsellino, fondatore del movimento “Agende Rosse” e fratello del magistrato Paolo Borsellino vittima della strage mafiosa di via D’Amelio, si rivolge ai circa 900 studenti di 8 scuole metropolitane genovesi e 3 alessandrine durante l’incontro su legalità, sicurezza e giustizia organizzato questa mattina a Genova, al Teatro della Corte. «Ci sono stati lunghi anni dopo il 1992 in cui ho smesso completamente di parlare perché avevo perso la speranza», ammette Borsellino, come riporta l’agenzia Dire. «Ho smesso di parlare a nome di mio fratello – spiega – che ha avuto speranza fino all’ultimo giorno della sua vita, proprio grazie ai giovani. Lo scrisse anche nella sua ultima lettera la mattina del 19 luglio (poco prima di essere assassinato, ndr). Io non sono Paolo, ci ho messo del tempo a capirlo e quando ho capito che cosa fosse la speranza di Paolo, ho ricominciato a parlare».

    Il fratello del magistrato coglie l’occasione per un deciso attacco al presidente della Repubblica, già giudice della Corte costituzionale. «Mi aspetterei qualcosa di più concreto dal presidente Sergio Mattarella, per esempio delle parole di conforto e di incoraggiamento per magistrati che oggi continuano la battaglia di Paolo, come Nino Di Matteo, che a Palermo è sottoposto a minacce di morte quotidiane e che purtroppo da parte delle istituzioni non riceve nessun messaggio di solidarietà». Borsellino afferma di aver «sollecitato le nostre istituzioni perché lancino messaggi di solidarietà nei confronti di Nino Di Matteo ma ho ricevuto risposte soltanto dal presidente del Senato, Pietro Grasso, e da nessun altro».

    L’incontro di questa mattina è stato organizzato con il patrocinio del Comune e della Città metropolitana di Genova. «È molto importante che questo messaggio sia trasmesso e condiviso dai giovani – afferma il sindaco, Marco Doria – anche in Sicilia i momenti più forti di mobilitazione contro la criminalità organizzata sono stati momenti in cui i giovani sono stati colpiti da eventi tragici e si sono mossi per dire no alla mafia». Il primo cittadino ricorda però che «la legalità non è solo un problema di lotta alla mafia e alla criminalità organizzata ma è il rispetto delle istituzioni, il rispetto delle regole a 360 gradi».

    Per arginare la mafia, infatti, Doria spiega che amministrazioni e cittadini possono usare tre leve: «L’azione coordinata e intelligente delle forze di polizia, dei carabinieri e della magistratura; una grande cultura della legalità; l’azione per rimuovere tutte quelle condizioni sociali che favoriscono le azioni e la presenza della criminalità».

    All’incontro prende parte anche Valeria Fazio, procuratore generale di Genova: «Bisogna insegnare ai ragazzi che il rispetto delle regole difende soprattutto chi non è forte, chi è più debole e serve a garantire l’uguaglianza delle opportunità fra di loro», spiega Fazio. «La forza libera – conclude il procuratore generale – è la forza che premia solo i più forti, che possono essere forti per caso, perché prepotenti o perché favoriti dal destino. Quindi le regole difendono veramente uguaglianza e possibilità per tutti ragazzi».

  • Con “Eurydice”, alla Tosse rivive il mito dell’amore assoluto

    Con “Eurydice”, alla Tosse rivive il mito dell’amore assoluto

    Foto di Donato AquaroIl teatro della Tosse porta di nuovo in scena con “Eurydice” un lavoro di Jean Marie Anouilh (1910 – 1987), scrittore, regista, sceneggiatore, noto per scrivere di teatro modernizzando classici greci.
    Nella mitologia, Euridice è la promessa sposa di Orfeo, poeta e cantore, simbolo del puro artista: insidiata da un pastore, calpesta, mentre tenta di fuggire, un serpente velenoso che la uccide col morso. Orfeo, disperato, scende nel regno delle tenebre per riaverla e commuove Ade, che alla fine concede alla fanciulla di tornare in vita seguendo l’innamorato verso l’uscita, a patto che lui non si volti mai a guardarla. Ma il giovane si volta e la perde per sempre. Da allora vive nel suo ricordo, implorando gli dei di dargli una seconda possibilità, finché Dioniso, adirato per essere stato posposto ad Apollo, lo fa uccidere dalle baccanti che lo smembrano. La sua testa verrà ritrovata mentre invoca ancora il nome di Euridice e finalmente, trovando degna sepoltura, sarà riunito all’amata.

    Nel lavoro di Anouilh, Orfeo è un giovane violinista che accompagna un padre saccente, arpista senza talento, a suonare per locali. Il ragazzo sogna l’amore, di cui ha una concezione ideale, assoluta e fuori dalla realtà, immagine incrementata dalla sua attività di musicista e poeta. Euridice è, invece, un’attrice che ha già sperimentato anche la parte peggiore dei rapporti con gli uomini: apparentemente disinvolta, vede in lui una possibilità di luce e di purezza, ma quando si accorge che l’innamorato la vede nel ruolo della donna tradizionale, che sa di non poter ricoprire, fugge da lui. Per lei l’amore è un punto luce, un attimo da ricordare, si illumina e si spegne, poi torna il quotidiano.

    In realtà, sia l’una che l’altro si chiudono, come “due involucri impermeabili”, in un concetto di amore da rivedere: troppo alto quello di lui, troppo pragmatico e “disperato” quello di lei. Non c’è grande amore senza la comprensione delle esigenze dell’amato, senza la mediazione delle reciproche aspettative, senza l’amorevole “correzione” dell’errore dell’altro: in altre parole, nulla è più fragile di un grande amore se, alla prima manifestata difficoltà, ciascuno dei due si ritira, spaventato dalla violazione del troppo “se stesso” proiettato sull’altro. In amore, non esistono cloni.

    Foto di Donato AquaroMa l’uomo moderno vuole davvero vivere l’amore? O fugge l’alternanza di luce ed ombra, o meglio, fugge la parte responsabile delle cose uniche e preziose? L’Ade, il regno dei morti, per gli antichi era un luogo tenebroso, dove le ombre si aggiravano senza più slanci ed emozioni, rimpiangendo la vita terrena; significativo il fatto che sia nel mito, sia nel dramma teatrale, gli amanti, per ricongiungersi, debbano morire. Come a voler dire “ebbene, se vi amate davvero, tollerate i disagi della vita di coppia reale, paghi di stare assieme”.

    Un lavoro da vedere, completato dall’atmosfera irreale conferita da una singolare scenografia .


    Elisa Prato

    + “Eurydice” di Jean Marie Anouilh, al Teatro della Tosse fino al 6 novembre.
    Regia di Emanuele Conte. Con 
    Alessio Aronne, Enrico Campanati, Alessandro Damerini, Pietro Fabbri, Susanna Gozzetti, Marco Lubrano, Gianmaria Martini, Fabrizio Matteini, Sarah Pesca.

  • Polizia Municipale, nel 2016 mancano 8 assunzioni ma è colpa della Città Metropolitana

    Polizia Municipale, nel 2016 mancano 8 assunzioni ma è colpa della Città Metropolitana

    polizia-municipaleIl rifiuto degli ex agenti di polizia provinciale a trasferirsi nell’organico del Comune di Genova sta di fatto bloccando le nuove assunzioni in Polizia Municipale. Lo ha denunciato ieri l’assessore al Personale dell’amministrazione del capoluogo ligure, Isabella Lanzone, in Commissione comunale, come riporta l’agenzia Dire. «Con l”ultimo piano assunzioni – ricorda l’assessore – avevamo previsto l”ingresso di 8 agenti e 2 funzionari per il 2016 e 2 agenti e altrettanti funzionari per il 2017, con l”idea di rimpinguare la richiesta di fabbisogno». Ma nell”anno in corso, Palazzo Tursi ha provveduto al momento a sole 2 assunzioni. «Il motivo – spiega Lanzone – è l’intervento del blocco di assunzioni per tutto il personale imposto dal governo a seguito della soppressione delle Province e della necessità di ricollocare gli esuberi negli altri enti pubblici. Di fatto, si è registrata una paralisi per il personale pubblico, eccezion fatta per le scuole».

    Sulla carta, le esigenze del Comune di Genova potrebbero essere coperte dal personale della Città metropolitana. «Ma gli ex poliziotti provinciali – avverte l’assessore – che sarebbero destinati in via principale proprio al Comune (anche se per noi non è il massimo perché vorremmo nuove assunzioni di personale giovane) si sono rifiutati di entrare in servizio perché sanno che c’è bisogno in altre agenzie dello Stato, più redditizie, e aspettano una nuova chiamata».  Palazzo Tursi, però, non può colmare le necessità attingendo a graduatorie esterne. «Questa impasse – sostiene Lanzone – dovrebbe terminare entro fine anno, speriamo nel 2017 di poter immettere le 8 figure mancanti dal piano del 2016, dando anche il via libera a un concorso da funzionario amministrativo che possa essere aperto anche agli interni che abbiano i requisiti per una crescita professionale».

    Intanto, dal 2012 a oggi il personale della Polizia Municipale di Genova è sceso da 928 a 875 unità, di cui 701 agenti e 174 funzionari, pari al 16,52% di tutti i dipendenti del Comune, arrivati ormai sotto la soglia delle 5.300 unità. Entrando più nel dettaglio, delle 875 unità, 7 persone sono distaccate in Protezione civile e 20 per il servizio di polizia giudiziaria del Tribunale; dei restanti 848 dipendenti, 28 sono in regime di part-time mentre risultano circa 80 gli inabili al servizio esterno.
    Il calo del personale nel corso degli ultimi anni ricalca una tendenza generalizzata per tutti i dipendenti di Palazzo Tursi: «Rispetto a 900 cessazioni per tutto l’ente – illustra l’assessore – le percentuali per la polizia municipale sono basse». Dal 2012 si sono infatti registrate 77 cessazioni. Mentre nello stesso periodo sono state complessivamente 12 le assunzioni, tutte di agenti. «I numeri stanno calando ovunque – ragiona Lanzone – dobbiamo razionalizzare i servizi e renderli più efficienti, facendo confluire sul territorio personale che si occupa adesso di attività amministrativa». A preoccupare è anche l’età media avanzata del personale di Polizia municipale che si attesta attorno ai 54 anni. «Effettivamente – conclude
    l’assessore – per un lavoro particolare e faticoso come il servizio territoriale, c’è la necessità di un ringiovanimento per un servizio più efficiente». Un aspetto, quest’ultimo, che verrà preso in considerazione anche nel piano di fabbisogno di personale dell’ente per il prossimo triennio che sarà discusso
    dalla giunta Doria nel corso del prossimo mese.