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  • Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte Carrega, Val Bisagno: il Comune conferma che il bene storico non verrà demolito

    Ponte CarregaLa demolizione di Ponte Carrega è scongiurata. Lo afferma, per la prima volta ufficialmente, l’assessore ai Lavori pubblici Gianni Crivello, dando parere favorevole alla mozione presentata in Consiglio comunale dal consigliere del Gruppo Misto, Franco De Benedictis. Il documento, approvato all’unanimità dai 28 consiglieri presenti al momento del voto, giaceva in coda da due anni e mezzo: la mozione era, infatti, stata presentata a novembre 2012 ma solo ieri è stata discussa in Sala Rossa. «Se in tutto questo tempo l’oggetto della mozione non è stato superato – ha detto De Benedictis, illustrando la sua richiesta – significa che la situazione è davvero grave. Occorre veramente abbattere Ponte Carrega per mettere in sicurezza il Bisagno? Chiedo che la giunta faccia chiarezza una volta per tutte».

    Costruito nel 1788, Ponte Carrega è uno dei ponti storici di Genova, nato per volontà degli abitanti di Montesignano per consentire il passaggio dei carri tra le due sponde del Bisagno. Sedici arcate che lasciavano sfogare il torrente in tutto il suo impeto. Testimone di un tempo che non c’è più, questo angolo di Valle che vide il Genoa vincere i suoi primi scudetti a cavallo tra il XIX e il XX secolo, negli anni 20 del ‘900 subì un’importante opera di rivisitazione che ridusse a sei le arcate per consentire il restringimento degli argini del Bisagno.

    «Assieme al Rosata e Sant’Agata – ha proseguito De Benedictis – si tratta di uno dei tre ponti costruiti nel ‘700, che va tutelato e salvaguardato. Si era parlato di un suo abbattimento ma se è un bene storico, una legge del 2004 ne impedisce la demolizione e, anzi, ci pone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione».

    «I manufatti storici – ha ribadito la consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, facendo ovvio riferimento al percorso di approvazione del nuovo Puc che sta giungendo ai suoi ultimi passaggi – fanno parte della nostra cultura e la loro salvaguardia e possibilmente valorizzazione deve essere tenuta ben presente nella progettazione della città di oggi e di domani».

    La risposta della giunta, come detto, è arrivata da Crivello: «Già nel recente passato – ha detto l’assessore ai Lavori pubblici – era stata avviata una soluzione progettuale che andava nella direzione della salvaguardia del ponte, attraverso una serie di interventi strutturali sui pilastri e nelle sottomura. Tuttavia, i parametri idraulici del Bisagno pre-finanziamento dello scolmatore (il riferimento è al Piano Nazionale 2014/2020 contro il dissesto idrogeologico con cui il governo si è impegnato a stanziare quasi 380 milioni per il territorio genovese, ndr) potevano ancora lasciar prevedere l’abbattimento di Ponte Carrega». Poi ci ha pensato l’ultima alluvione a rimettere tutte le carte in tavola. «La previsione dei finanziamenti per lo scolmatore e, quindi, la sostanziale revisione dei progetti di messa in sicurezza del Bisagno – ha precisato Crivello – hanno fatto venir meno la necessitò di demolire Ponte Carrega per motivi idraulici, spostando la briglia del torrente più a monte rispetto al ponte stesso».

    Ombelico della Valle nel passato, Ponte Carrega continua a far parlare molto di sé anche ai nostri giorni. Attorno a questo punto di riferimento, infatti, si raccoglie una comunità (l’attivismo dei cittadini ha fatto sì, tra le altre cose, che Ponte Carrega venisse nominato tra i luoghi del cuore Fai nel 2012 e nel 2014) molto preoccupata per le vicende industriali che interessano il quartiere: dalla rimessa Amt al progetto di Coop Talea, dal nuovo centro commerciale Bricoman al deposito di Ricupoil, fino ai previsti interventi di Amiu della Volpara.

    «Prendiamo atto con soddisfazione della posizione della giunta espressa dall’assessore Crivello – commenta Fabrizio Spiniello, portavoce dell’associazione Amici di Ponte Carrega – perché si tratta di un primo atto formale dopo una serie di indiscrezioni ufficiose arrivate negli ultimi tempi dalla Sovrintendenza e dagli uffici della Mobilità. Fino a ieri, dunque, la nostra posizione era diversa ma continueremo comunque a vigilare anche perché vogliamo vedere quale sia realmente il progetto di risistemazione del ponte in confronto agli studi che abbiamo portato avanti con il Politecnico di Milano». Vinta la battaglia ma non la guerra, l’attenzione dei cittadini si potrà concentrare ora su un altro tema scottante per la vallata: la riqualificazione dell’area ex Guglielmetti. E proprio alla Valbisagno e alla partecipazione dei cittadini nei processi di riqualificazione della città sarà dedicato un convegno organizzato dagli Amici di Ponte Carrega il prossimo 27 marzo a Palazzo Ducale.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    Mafia alla Maddalena? No, grazie! Cittadini e commercianti contro le mafie, il nostro reportage

    salita-quattro-canti-genova-via-maddalenaPartendo dal momento di massima visibilità che ha avuto la Maddalena nei mesi scorsi in seguito all’iniziativa #lamafianonè (che consiste in un semplice autoscatto con i negozianti o con i prodotti acquistati da diffondere sui social network tramite l’hashtag #lamafianonè terminando la frase), vogliamo fare il punto della situazione di un quartiere che da anni si racconta e agisce con dignità e coesione. Abbiamo percorso i caruggi e parlato con chi nel cuore della città vive e ha attività commerciali. Un racconto che si è arricchito ad ogni nuovo incontro, i cittadini del sestriere sono come tanti piccoli pezzi di un unico puzzle.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni).

    «L’iniziativa è prima di tutto un’operazione pubblica, di apertura, l’affermazione della volontà di un’auto-formazione collettiva del quartiere sul tema, per contrastare le mafie bisogna partire da una consapevolezza collettiva – ci racconta Silvia Melloni di ARCI Genova– l’idea è stata quella di partire dal “basso”, dagli esercizi commerciali, di fare qualcosa in senso positivo e così è nata #mafianonè». I genovesi più attenti sanno che la Maddalena è da ormai diversi anni un quartiere molto attivo, forse il luogo di maggior fermento della nostra sopita città grazie al lavoro quotidiano di associazioni e cittadini. Da anni tra questi caruggi esistono più percorsi che vanno nella stessa direzione e di pari passo. L’iniziativa di cui sopra con hashtag e selfie ha unito ad oggi un gruppo numeroso (più di 30) di esercizi commerciali e, oltre ai volti della politica che si sono “esposti”, è stato firmato un disciplinare, un codice etico sul rispetto dei diritti di chi lavora nel quartiere per il contrasto alle mafie.

    «La cosa positiva che sta succedendo in queste settimane è che abbiamo trovato il modo giusto di mettere in luce un tema importante e delicato – sottolinea Andrea Piccardo titolare di Mielaus e vice presidente del CIV – è la risposta pubblica di un movimento cittadino che già esisteva e che ha incontrato il sostegno delle istituzioni, che conoscevano già il problema e che insieme hanno deciso di metterci la faccia. Non vanno però confusi i due piani, quello sociale e quello istituzionale, uno di sollecitazione, l’altro politico che dovrebbe agire istituzionalmente».

    La mafia alla Maddalena

    In questo racconto non vogliamo fare gli investigatori, ma un po’ di segnali chiari li abbiamo raccolti. Oltre a questi ci sono delle verità giudiziarie, delle sentenze definitive che testimoniano la presenza di 97 beni confiscati alla mafia ovviamente non solo alla Maddalena ma in tutta la città di Genova. La sentenza Canfarotta (confisca definitiva, in virtù della normativa antimafia di beni alla singola famiglia da decenni attiva a Genova ndr), ad essi legata, è la prima in Liguria a confermare con le sue condanne la presenza della mafia nella nostra regione. Tuttavia quella dei beni confiscati in Liguria è una situazione ancora in via di definizione (qui l’approfondimento).

    Le attività in cui sono coinvolte le famiglie mafiose presenti alla Maddalena, mirano a mantenere lo status quo attuale. Ovvero un sistema ben radicato che buona parte degli abitanti conoscono, un sistema che lavora quotidianamente per rimanere in piedi e soprattutto nel silenzio più assoluto. In alcuni casi, se è loro tornaconto, aiutano economicamente attività commerciali in difficoltà. «Qui c’è l’interesse a mantenere lo status quo, l’economia va benissimo e non c’è interesse a far troppo casino. È presente una “direzione” che se ne sta dietro le quinte – raccontano dal Manena Hostel – ad esempio, non ha interesse a venire qui al Manena e minacciarci e sta anche qui la difficoltà di fare percepire la complessità della realtà che esiste, del sistema e del suo funzionamento».

    È innegabile che le istituzioni siano al corrente della presenza ormai radicata della criminalità organizzata. Tutte le persone con cui abbiamo parlato raccontano le istituzioni come presenti e l’averci messo la faccia con l’iniziativa #lamafianonè diventa automaticamente ossigeno per il quartiere; ma il motore è sempre la gente della Maddalena, le istituzioni rispondo a richieste che partono dal basso e che finiscono per “tirare per la giacchetta” i politici, che hanno risposto, hanno capito e aderito. È iniziato un percorso che non può che proseguire sulla strada tracciata. «È chiaro che ci dovranno essere azioni future – racconta Daniela Vallarino presidente del Civ – noi abbiamo cercato di sensibilizzare la città sul fatto che esiste alla Maddalena, e non solo, un insediamento mafioso da decine e decine di anni. È un fenomeno molto antico. Non è una situazione con cui è possibile convivere, ha un peso molto grande. Sono costi sociali che poi si tramutano in degrado sociale perché la criminalità che è sul territorio non è sganciata da questa fenomenologia, anzi a volte è supporto o braccio e manovalanza di chi dirige i fili».

     

    Claudia Dani

    L’inchiesta integrale sul numero #58 di Era Superba

  • Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Ex Mercato Corso Sardegna, doccia fredda da Tursi: no alle demolizioni, progetto da rivedere

    Mercato Corso SardegnaIl progetto di riqualificazione temporanea dell’ex mercato di corso Sardegna rischia di subire una brusca frenata. Le parole pronunciate dal vicesindaco nel corso dell’ultima seduta di Commissione dedicata al nuovo Puc, suonano come un “fermi tutti” alla realizzazione della nuova piazza pubblica che si ricaverebbe dalla demolizione di due edifici affacciati su via Varese e non vincolati dalla Sovrintendenza.
    «Normare oggi quell’area in modo diverso – ha detto Bernini in Sala Rossa – avrebbe un effetto non positivo su una fase delicatissima di una trattativa che il Comune sta cercando di chiudere con un gruppo privato che deve essere indennizzato perché non può più realizzare il progetto per il quale si era aggiudicato un bando pubblico. Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili. Ma questo tipo di progettazione può partire solo il giorno dopo che avremo chiuso la vertenza in atto»

    L’immediata conseguenza, dunque, sembrerebbe uno stop definitivo al progetto fortemente voluto dal presidente del Municipio, Massimo Ferrante, in accordo con il Civ e finora sostenuto anche dall’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello. Secondo il vicesindaco, l’intera area sarebbe intoccabile fino alla chiusura (praticamente raggiunta a livello informale) dell’accordo con il gruppo Rizzani de Eccher, il colosso friulano dell’edilizia che si era aggiudicato l’appalto per la riqualificazione dell’intero ex mercato ma che, in seguito all’alluvione del novembre 2011, ha visto porre vincoli fortemente ridimensionanti al progetto iniziale tanto da rinunciarvi e chiedere un copioso indennizzo al Comune (dalle casse di Tursi potrebbero uscire oltre 2 milioni di euro, molto meno degli 11 chiesti come dall’azienda ma, comunque, una cifra di tutto rilievo in tempo di bilanci in crisi). Tutt’al più, lascia intendere Bernini, potrebbero essere demoliti un paio di edifici nella zona sud che non corrispondono però all’idea portata avanti dal Municipio.

    mercato-corso-sardegna-2008-d1Il vicesindaco ha anche liquidato negativamente la richiesta della consigliera di Lista Doria, Barbara Comparini, di prevedere nel nuovo Puc un cambio destinazione d’uso per gli spazi dell’ex mercato, che possa essere già vincolante per la riqualificazione complessiva. «Nel nuovo piano urbanistico – spiega Stefano Lanzarotto del Comitato contro la cementificazione di Terralba – per quanto riguarda corso Sardegna sono state previste le stesse norme del Puc precedente, quelle cioè che avevano consentito alla Rizzani de Eccher di presentare il proprio progetto. Eppure tutto ciò contrasta con il piano di bacino e le norme regionali che hanno portato all’annullamento dell’appalto e alla vertenza ben nota. Che cosa sta facendo il Comune? Va contro fonti legislative sovraordinate o sta preparando il terreno per una futura nuova speculazione edilizia?» .

    Sarebbero già tre i gruppi di architetti interessati a subentrare nella riqualificazione definitiva della struttura, che non prevedrebbe alcuna demolizione e vorrebbe restituire alla città uno spazio in pieno stile liberty. Qualcosa di simile rispetto a quanto disegnato dai cittadini che, assieme al circolo Nuova Ecologia di Legambiente e al coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna, avevano raccolto circa 3 mila firme per manifestare il proprio dissenso rispetto al progetto del Municipio, proponendo per contro la conservazione totale del perimetro esterno dell’ex mercato e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.

    Le forti parole di critica rilasciate a Era Superba da Ferrante qualche settimana fa proprio a tal proposito («Sono firme raccolte con l’inganno») hanno lasciato il segno. «Il progetto di Ferrante – commenta Stefano Lanzarotto – non ristruttura l’ex mercato ma lo deturpa non rendendo più usufruibile l’intero stabile per una definitiva riqualificazione futura. Mentre il nostro progetto, che avrebbe gli stessi costi di quello del Municipio, si avvicina molto alla posizione del vicesindaco».

    La questione, comunque, è ancora del tutto aperta e sarà affrontata nei prossimi giorni nel corso di un’apposita seduta di Commissione. Anche perché l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, ha più volte assicurato che il mercato non resterà vuoto ancora a lungo. D’altronde, a questo scopo sono state accantonate risorse importanti del bilancio comunale: 500 mila euro per una riapertura parziale e temporanea di alcuni spazi, oltre ad altri 200 mila euro impiegati per la rimozione o l’incapsulamento delle parti in amianto. E anche il Municipio ci ha messo del suo con 100 mila euro stanziati per il risanamento conservativo della facciata e altri 50 mila pronti per la riqualificazione futura.

    La sensazione è che un punto di incontro, quantomeno tra le diverse anime istituzionali, possa essere trovato in una rivisitazione del progetto del Municipio, lasciando perdere qualsiasi demolizione: «Così facendo – specifica Crivello – la realizzazione del progetto portato avanti da Ferrante non pregiudicherebbe alcuna ipotesi di project futuro sull’intero edificio e potrebbe essere realizzata anche in attesa della chiusura dell’accordo con la Rizzani de Eccher». Insomma, la regia del progetto, con i giusti correttivi, resta al Municipio. «L’obiettivo – conclude l’assessore ai Lavori Pubblici – è quello di restituire ai cittadini uno spazio pubblico, possibilmente con del verde, nel più breve tempo possibile. Vedremo se sarà il caso di pensare a una fase di progettazione partecipata. Ma che cosa fare lì dentro lo decide il Municipio». Ed è proprio questo che sembra preoccupare il vicesindaco Bernini, dal cui assessorato all’Urbanistica dipendono tutte le eventuali autorizzazioni a procedere.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    Piano Urbanistico: conclusi lavori in Commissione, ora la discussione in Consiglio comunale

    genova-castelletto-veduta-DIIl Puc ha concluso il suo iter in Commissione. La delibera che darà il via libera al nuovo Piano urbanistico comunale sarà con tutta probabilità messa all’ordine del giorno della prossima seduta di Consiglio, prevista martedì 24 febbraio. Il voto finale, però, non dovrebbe arrivare prima di mercoledì 4 marzo: sono, infatti, già state calendarizzate due sedute di Consiglio interamente dedicate alla discussione e alla votazione del Puc e dei documenti allegati per martedì 3 e mercoledì 4 marzo, a partire dalle ore 9. Così i consiglieri avranno tutto il tempo per presentare e illustrare emendamenti puntuali e ordini del giorno (via libera da venerdì 20 febbraio alle 18 di giovedì 26) a quello che è considerato a pieno titolo l’atto madre dell’amministrazione della città. «Non si tratta di pratiche da tutti i giorni – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – ma quello che i consiglieri voteranno detterà legge almeno fino al 2025. Ogni modifica va valutata con il massimo dell’attenzione, soprattutto se gli emendamenti dovessero riguardare la parte generale perché a cascata potrebbero ricadere su tutta la normativa di dettaglio. Uno dei lavori più preziosi che gli uffici hanno fatto ultimamente è stato quello di “far girare” il Puc per rilevare eventuali incongruenze (si stima che siano state prese in considerazione circa 2000 osservazioni al piano preliminare, ndr) che abbiamo successivamente eliminato con l’ultima decisione di giunta. Ovviamente, lo stesso lavoro andrà fatto con tutti gli emendamenti».

    Due i nodi più intricati che non sono ancora stati sciolti e che rischiano di alzare i toni della discussione: il nuovo Galliera e la destinazione d’uso delle aree sestresi di Esaote.
    Del primo punto si è discusso ancora ieri mattina in Commissione: da un lato, la posizione della giunta che vorrebbe evitare nuove polemiche politiche con la Regione, mantenere nel Puc il cambio di destinazione d’uso di alcune aree, che consentirebbero la realizzazione di nuovi edifici residenziali per il sostentamento economico del progetto, e vincolare una decisione finale a un nuovo passaggio in Consiglio comunale dell’accordo di programma sul progetto definitivo; dall’altro, le sinistre vorrebbero lasciare nel Puc l’attuale destinazione a servizi (sanitari e ospedalieri) per l’intera area ed eventualmente approvare una variante solo dopo aver valutato l’accordo di programma. «Che cosa c’entra la costruzione di nuove residenze a Carignano secondo la filosofia ambientalista che muove tutto il nuovo Puc?» si chiede il consigliere di Sel, Leonardo Chessa. Tocca al vicesindaco tentare una mediazione: «Credo che su questo tema valga la pena sviluppare una posizione condivisa da tutti i gruppi consiliari. C’è la possibilità di elaborare una serie di vincoli più pesanti – spiega Bernini – in modo tale da aumentare le garanzie richieste per l’attivazione delle nuove destinazioni d’uso previste nel Puc». La sensazione è che nelle prossime riunioni di maggioranza un accordo possa essere trovato, anche perché tutti sono concordi nell’individuare la Regione come il principale imputato di questa impasse dovuta sostanzialmente alla mancanza di una programmazione sanitaria e, di conseguenza, all’impossibilità di arrivare a un quadro di fattibilità economica per il nuovo ospedale.

    Più delicato il nodo Esaote. In ballo c’è il cambio di destinazione d’uso di alcune aree produttive di Sestri che il nuovo Puc prevede commerciali: si tratta di uno “scambio” realizzato tra Comune e azienda per il trasferimento di quest’ultima agli Erzelli. Dell’accordo, però, faceva parte il pieno mantenimento dei posti di lavoro: in seguito alla cessione dei comparti di produzione e di logistica di Esaote a Elemaster (che ha confermato la propria disponibilità a rimanere a Genova) non è stato garantito alcun futuro ai 54 dipendenti di Oms Ratto, ditta dell’indotto di Esaote in liquidazione da fine 2014. Le vertenze sindacali, che coinvolgono a pieno titolo tutti i lavoratori di Esaote per cui tuttavia la situazione sarebbe in via di definizione, sono in pieno corso di svolgimento, come testimoniato dalle numerose manifestazioni e dall’ormai presenza fissa in Consiglio comunale, ma è difficile intravedere una soluzione soddisfacente per tutte le parti in causa. L’amministrazione, che si fa portavoce delle istanze dei lavoratori, non vorrebbe però tirare troppo la cinghia con le aziende perché il rischio è che si venga a creare una situazione da «deserto industriale, in cui tutti escono sconfitti», che il sindaco Marco Doria vuole evitare a tutti i costi. Tra l’altro, al di là dell’aspetto urbanistico, il Comune ha ben pochi margini di manovra che si limitano a un ruolo da stimolatore per un incontro tra lavoratori e aziende.

    A prescindere da queste due battaglie, nella discussione in Sala Rossa del Puc non si dovrebbe assistere a pratiche di ostruzionismo spinto a cui, invece, ultimamente siamo stati abituati sulle delibere più delicate. Sarebbe, infatti, un peccato replicare le tensioni che hanno accompagnato la delibera sulla gronda su un atto che da quasi tutte le forze politiche viene comunque considerato meritevole di apprezzamento, non fosse altro per la disponibilità dell’amministrazione a riaprire il piano alle osservazioni di cittadini e associazioni per 6 mesi ulteriori rispetto a quelli previsti dalla giunta Vincenzi. Un lavoro certosino quello del settore Urbanistica del Comune di Genova, che culminerà nella pubblicazione di tutte le mappe e dei dati utili georeferenziati.

    Ciò non significa che gli emendamenti saranno pochi perché, come detto, in ballo c’è il futuro della città, delle sue aree abbandonate, di quelle produttive e di quelle da riqualificare. «Tutto è ancora fattibile – avverte il vicesindaco Bernini – ma i consiglieri dovranno prendersi le proprie responsabilità sui documenti che andranno a votare e che potrebbero avere importanti conseguenze economiche per le casse pubbliche. Dobbiamo fare molta attenzione a non utilizzare lo strumento urbanistico per punire o premiare determinati percorsi in atto: il Puc serve per indirizzare gli sviluppi possibili della città».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    Comune di Genova, open data: un portale di documenti e informazioni a disposizione dei cittadini

    archivio-libri-scrittura-D3Il Comune di Genova vuole aprire i suoi dati a tutti, in maniera trasparente e senza restrizioni. E lo fa attraverso un nuovo portale (dati.comune.genova.it) dedicato a quelli che, con termine anglosassone tanto caro al linguaggio informatico, vengono definiti open data.  «Le amministrazioni pubbliche – spiega Isabella Lanzone, assessore all’Informatica e alla Trasparenza – gestiscono una mole impressionante di dati che spesso si fa fatica a ordinare, rendere leggibili ma soprattutto significativi e precisi». Sono oltre 10 mila gli atti che ogni anno vengono protocollati dal Comune di Genova, per circa 200 tipologie diverse di procedimenti. Circa 9 mila di questi documenti vengono pubblicati sull’albo pretorio: impensabile che un cittadino medio possa capirci qualcosa. Peraltro, l’albo pretorio è sì una condizione necessaria di efficacia per l’atto pubblico ma ha un forte limite temporale. Succede così che, per le comunicazioni più importanti, il punto di riferimento diventi piuttosto il sito istituzionale del Comune di Genova, in cui tuttavia le informazioni si moltiplicano a dismisura e spesso non sembrano rispondere a una logica di fruibilità ordinaria.

    «Dobbiamo sforzarci di parlare un linguaggio più semplice – commenta il segretario generale del Comune, Pietro Paolo Mileti, su cui ricade la responsabilità della trasparenza, dell’anticorruzione e del controllo di tutti gli atti di Palazzo Tursi – e non fermarci al puro dettato normativo perché gli atti sono il linguaggio con cui il Comune parla ai suoi cittadini. C’è un eccesso e una disorganizzazione di atti e dati: bisogna far capire chiaramente al cittadino come riuscire a trovare quello che cerca».

    «Dobbiamo avere più attenzione alla qualità del dato – fa eco l’assessore Lanzone – invece spesso la duplicazione di informazioni disponibili e l’eccessiva stratificazione degli strumenti crea difficoltà di gestione anche a noi. Per questo motivo abbiamo iniziato un percorso che cerca di portare un nuovo ordine all’ipertrofia di banche dati e interfacce informatiche comunali dovuta a un’informatizzazione precoce del nostro Comune ma eccessivamente stratificata negli anni». L’obiettivo finale, in sintesi, è quello di arrivare a due sole banche dati, che lo stesso assessore definisce un po’ ambiguamente «una per gli oggetti e una per i soggetti», ma che può iniziare a essere intravista nella logica con cui sono state disposte le informazioni “fredde” sull’home page del sito istituzionale, dopo l’ultimo restyling.

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DITrasparenza, accessibilità e semplificazione intesa come riduzione di atti ridondanti sono, dunque, le due nuove parole d’ordine con cui la pubblica amministrazione prova a rivolgersi ai cittadini, nel tentativo di diventare sempre più smart. Quantomeno sul web. «In un momento come questo, in cui la disaffezione per l’azione politica è alle stelle – sostiene l’assessore – è fondamentale che il cittadino possa comprendere la ratio delle scelte prese dal Comune e capire come vengono amministrate le risorse pubbliche. Non basta applicare una norma per reputarsi amministrazione trasparente ma bisogna intraprendere un percorso culturale che investa in primis gli amministratori ma anche tutti i dipendenti pubblici per uscire da quell’autoreferenzialità che le PA subiscono storicamente ma che non è più attuale».

    Certo, è piuttosto impensabile pensare di ridurre tutto lo scibile all’interno di alcune caselline comuni ma, sostiene il vicesindaco Bernini, «bisogna avere delle regole generali che ci consentano di utilizzare tutto ciò che produciamo in ottica della salvaguardia del bene comune». La trasparenza, dunque, diventa uno strumento di difesa dell’interesse pubblico, «per ostacolare i processi di corruzione, di abuso di potere e per rendere palesi i maccanismi che portano alle scelte». C’è però un grosso rischio, avverte il vicesindaco, ovvero quello «che si faccia tanta fuffa ma nel concreto non si vada a salvaguardare il rapporto tra chi amministra e i cittadini semplicemente perché si parlano linguaggi diversi».

    Ecco allora il tentativo del nuovo portale Open Data. «I dati aperti – spiega Paolo Castiglieri, responsabile della Pianificazione informatica del Comune di Genova – sono uno strumento fondamentale per agevolare il percorso della trasparenza, che si connette strettamente con il tema della partecipazione e della cittadinanza attiva. Con questa iniziativa vogliamo mettere a disposizione i dati certificati dell’ente assieme a un corredo di informazioni che ne consenta l’utilizzo e la trasposizione in maniera corretta». Il portale, realizzato interamente all’interno di Palazzo Tursi e finanziato da fondi europei, utilizza solo strumenti open source seguendo la filosofia del software libero già da tempo sposata dall’amministrazione. «Il formato aperto – prosegue Castiglieri – è garanzia di disponibilità e accessibilità dei dati che possono essere riutilizzati e ridistribuiti da chiunque».

    Ma quali sono questi dati e che cosa si potrà fare con questa mole di informazioni che il Comune sta mettendo e metterà via, via a disposizione? Ci aiuta a capirlo Enrico Alletto, coordinatore di Open Genova, associazione che si occupa di innovazione e diffusione della cultura digitale e delle sue opportunità: «Ad esempio, ed è una nostra grande battaglia (a cui Era Superba si è più volte unita in passato, ndr), si potrebbero rendere disponibili tutti i dati sugli immobili dismessi di proprietà del Comune, magari realizzando in un secondo step una geolocalizzazione e suddivisione per categorie consultabile a tutti, così come fatto dal Comune di Bologna. Pensate che potenziale avrebbe potuto avere un progetto come Partecip@ (per cui Open Genova si è aggiudicata il premio eGov 2014 grazie alla possibilità di costruzione digitale partecipata di progetti di riqualificazione urbana, ndr) se i cittadini avessero avuto una mappatura delle proprietà pubbliche su cui lanciare le proprie idee».

    I dati aperti potrebbero essere utili anche in ottica di sviluppo economico, togliendo così un po’ di quella connaturata fumosità che l’ideale di trasparenza spesso porta con sé. «Una mappatura visiva – prosegue Alletto – rende il dato trasparente, pubblico e attiva già di per sé un naturale meccanismo di partecipazione. In questo modo si può creare un maggiore fermento da parte dell’opinione pubblica e suscitare l’interesse di nuovi stakeholder. Avere i dati a disposizione è utile anche per un’azienda: penso, ad esempio, a una start up che, nel momento in cui tutta una serie di dati di interesse pubblico è resa disponibile, può ideare nuovi servizi su cui far nascere un nuovo business. Ad esempio, se ci fosse la mappatura di tutti i posteggi sul suolo cittadino e il loro stato in tempo reale, si potrebbe dare vita a un’app utilissima».

    Il sito di open data, dunque, dovrebbe funzionare come una sorta di grande database al quale tutti posso attingere, compreso lo stesso Comune di Genova per riprendere in maniera più fruibile e navigabile per l’utente medio le informazioni più importanti da ripotare sul sito istituzionale: «In linea di massima – spiega Alletto – gli open data della pubblica amministrazione dovrebbero essere i più grezzi possibili. L’idea è quella di fornire il dato affinché dall’altra parte ci possa essere un’azienda o un cittadino particolarmente esperto che metta insieme queste informazioni in una determinata maniera che lo stesso ente potrebbe non aver pensato». Quindi sito open data e sito istituzionale del Comune di Genova rappresentano due facce della stessa medaglia e sono entrambi utili: da una parte gli ingredienti, dall’altra una delle tante ricette possibili.

    Il concetto nobilissimo di trasparenza rischia, tuttavia, di entrare in conflitto con quello altrettanto delicato di sicurezza. Si pensi, per esempio, alle occupazioni abusive che potrebbero essere messe in atto su edifici che lo stesso Comune dichiara ufficialmente abbandonati. E poi c’è tutta una serie di valutazioni più prettamente politiche come quella, basilare, dell’opportunità di creare guadagno privato a partire da informazioni, lavori e quindi anche denari pubblici.

    «Sicuramente – conviene Alletto – che cosa catalogare come open data e su che cosa, invece, mantenere un maggiore riserbo è un tema chiave. Ma si tratta di un discorso che deve essere fatto a monte. Nel momento in cui il Comune pubblica informazioni sul proprio sito di open data, lo fa perché ha già sottoposto quel materiale a una valutazione politica e tecnico-amministrativa che non ha ritenuto “pericoloso” il rilascio di quei dati o, comunque, soggetto a riutilizzi impropri. Certo, stiamo sempre parlando di un lavoro fatto da uomini e soggetto a errori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Matrimoni omosessuali contratti all’estero: Genova vuole il riconoscimento e attende il ddl del governo

    matrimonio-gayQualche tempo fa raccontavamo sulle pagine di Era Superba una Genova finalmente progressista, vera città dei diritti, che dopo aver lanciato – tra le prime grandi città in Italia – il Registro delle unioni civili, puntava dritto al riconoscimento dei matrimoni omosessuali contratti all’estero da cittadini residenti sotto la Lanterna. Un passo simbolico che ben si sarebbe coniugato con la sensibilità della giunta Doria per i temi dei diritti civili e che, insieme con altri esempi lungo la penisola, avrebbe rappresentato uno stimolo per il legislatore a dirimere una volta per tutte la questione su tutto il territorio nazionale.

    Avrebbe perché, dopo che il vicepresidente del consiglio Angelino Alfano aveva ufficialmente diffidato il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, dalla trascrizione nel suo Comune di sette matrimoni omossessuali contratti all’estero, a Genova è stato tirato il freno a mano. Il timore di muoversi in un campo politicamente minato è forte. Eppure, solo pochi mesi fa, l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini ci raccontava di aver trovato la strada giusta per affrontare gli ostacoli governativi. Non voleva bruciarsi la notizia, l’assessore, e aspettava che fosse lo stesso sindaco a prendere definitivamente in mano la cosa: «Aspettiamo che passi l’emergenza alluvione – ci diceva, ai tempi, Fiorini – e daremo un’accelerata decisiva anche su questo tema». Da allora, però, il silenzio.

    «In realtà – ammette adesso l’assessore – come successo a Milano, il percorso per la trascrizione sarebbe pronto per essere presentato anche a Genova. Ma non posso negare che si tratterebbe di una trascrizione a meri fini certificativi, quasi fittizia e comunque diversa da quanto avviene per il riconoscimento dei matrimoni cosiddetti tradizionali contratti all’estero per cui viene fatta una comunicazione all’Agenzia delle Entrate, all’Inps e che dà diritto, ad esempio, alla dichiarazione dei redditi congiunta. Sarebbe un’azione politica, simbolica che darebbe sicuramente nuovo fiato alle polemiche sorte dopo la denuncia a Pisapia». Come si può uscire da questo cul de sac? «Siamo in un contesto – dice chiaramente Fiorini – in cui solo l’intervento di un atto legislativo nazionale può essere veramente dirimente. Altrimenti, rischieremmo di andare avanti per anni con ricorsi e controricorsi per atti che poi, in sostanza, non potrebbero comunque offrire nulla di concreto alle coppie».

    Ma dal legislatore nazionale qualcosa sembrerebbe muoversi, almeno stando alle notizie comparse negli ultimi giorni. È notizia piuttosto fresca, infatti, che del tanto atteso pacchetto di riforme del governo Renzi dovrebbero far parte anche i disegni di legge sul diritto di cittadinanza (il famoso ius soli) e sulla disciplina delle unioni civili e delle convivenze, secondo la proposta della senatrice Monica Cirinnà.

    «Il ddl è molto interessante – spiega l’assessore Fiorini – e consentirebbe di bypassare le disquisizioni meramente politiche a cui stiamo assistendo. Si tratta di una sorta di fotocopia della disciplina tedesca che estende alle unioni civili delle coppie dello stesso sesso tutti i diritti matrimoniali (pensione di reversibilità, diritti ereditari ecc…) pur non definendo formalmente questo legame “matrimonio”». Si tratta di una vera estensione totale di diritti ad eccezione del tema caldissimo dell’adozione: «Ma sarà consentita l’adozione degli eventuali figli biologici dei componenti della coppia unita civilmente» precisa Fiorini. Infine, conclude l’assessore, «viene introdotta anche una forma più light di riconoscimento giuridico, dedicata alle convivenze. Si tratta di uno strumento che in altri Stati ha funzionato molto bene soprattutto per i giovani: è dedicata a chi non vuole impegnarsi con il forte vincolo del matrimonio o dell’unione civile ma desidera comunque avere un riconoscimento del proprio rapporto, con doveri di assistenza non pieni ma anche diritti e garanzie, ad esempio per il contratto d’affitto».

    Unioni civili e  “Pacs” >> Leggi QUI l’intervista a Giacomo e Arnaud

    FRANCE-SOCIETY-WEDDING-DEMONSTRATION-PARISInutile dire che un’accelerazione parlamentare di questa iniziativa legislativa sarebbe vista molto di buon occhio dalla giunta Doria, che si vedrebbe togliere anche qualche castagna dal fuoco dal punto di vista politico per quanto riguarda uno dei temi sicuramente più delicati e a rischio di forti discussioni.

    Ma perché ci si è messo così tanto per arrivare a introdurre una disciplina che, come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato, in quasi tutti gli altri Paesi europei è da tempo realtà? «Per cambiare le cose con efficacia – è la tesi di Fulvio Zendrini, promotore del progetto contro l’omofobia “Le cose cambiano” – ci vogliono i giusti tempi: Pisapia a Milano, Marino a Roma ma anche la conservatrice per eccellenza Genova che ha approvato il Registro delle Unioni civili hanno iniziato a scardinare il sistema. Ora Renzi, che tiene a questa operazione da cui trarrebbe anche grande visibilità, potrebbe dare l’accelerata decisiva. Ma, prima, era necessario fare fuori Berlusconi».

    Del tema si è parlato anche qualche giorno fa alla libreria indipendente “L’amico ritrovato” (dove, tra l’altro, potete consultare gratuitamente il nuovo numero della rivista bimestrale di Era Superba) che ha ospitato una partecipatissima presentazione del pamphlet “Il matrimonio omossessuale è contronatura. Falso!” di Nicla Vassallo, docente di Filosofia teoretica alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Genova. Il testo è un vero e proprio trattato filosofico che, in termini accessibili a tutti, punta a smontare i falsi pregiudizi che vorrebbero escludere, più o meno naturalmente, quello che con termine anglosassone e universale Vassallo definisce matrimonio same-sex. «Una donna che ama una donna e un uomo che ama un uomo – è la tesi di fondo – debbono potersi sposare, se desiderano, e non vi è argomentazione valida contro, sempre che l’eterosessualità non permanga un dogma».

    «A differenza di quanto siamo abituati – sostiene Zendrini – il libro non discute di matrimonio sì, matrimonio no, giusto o sbagliato ma affronta con taglio scientifico l’analisi dell’assunto “Il matrimonio omosessuale è contronatura” e presenta una serie infinita di ragioni che lo confutano». Insomma, Vassallo utilizza il “buon ragionare filosofico” perché lo ritiene l’unico strumento efficace per smontare i pregiudizi dall’interno, per farli implodere. «I filosofi anglosassoni – racconta l’autrice – ci stanno proponendo in questi anni definizioni di matrimonio molto più minimaliste rispetto a quelle tradizionali. E allora, che cosa fanno di male le persone omossessuali per non avere diritto a questo tipo di relazione? È una barbarie sotto il profilo umano e civile che, tra l’altro, contrasta con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino».

    Fin qui la pars destruens. Ma, anche ammesso che si riuscisse a fare tabula rasa dei pregiudizi, che cosa succederebbe dopo? Il primo passo della pars construens di baconiana memoria, secondo Elvira Bonfanti della Fondazione Cultura di Palazzo Ducale, è la necessità di costruire una nuova tradizione: «Visto che gli omofobi si arroccano dietro alla “tradizionalità” del matrimonio eterosessuale, sostenendo che la tradizione porta con sé elementi positivi (come la caccia alle streghe? le violenze domestiche? i matrimoni coatti? le punizioni corporali inflitte alle donne?), una strada spiazzante e innovativa sarebbe quella di iniziare a costruire una nuova tradizione dei matrimoni same-sex, una tradizione della modernità».

    «Nel momento in cui l’Italia dovesse arrivare al riconoscimento legale delle unioni omosessuali – chiosa Laura Guglielmi, direttrice di Mentelocale.it e promotrice del libro di Nicla Vassallo – avremmo finalmente raggiunto la maggiore età, saremmo finalmente un Paese maturo». Perché, in fondo, come ricorda Fulvio Zendrini citando Tennessee Williams: What is straight? A line can be straight, or a street, but the human heart, oh, no, it’s curved like a road through mountains”.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    Val Bisagno, il “lato b” dell’Acquedotto Storico: viaggio fra rifiuti e discariche abusive, frane e abbandono

    acquedotto-storicoL’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad ci ha portato a visitare un tratto dell’acquedotto storico di Genova: abbiamo scelto di partire da via di Pino, dando seguito alla segnalazione di una nostra lettrice, Antonietta, che ci ha accompagnato sul posto. Arrivati a Molassana abbiamo preso l’autobus 481 fino alla fermata successiva al campo sportivo; una volta scesi abbiamo incontrato Antonietta e Fausto, membro della sezione del CAI locale, ed abbiamo lasciato la strada asfaltata per giungere in pochi minuti, grazie ad un sentiero, sul tracciato dell’acquedotto.

    La segnalazione che ci è pervenuta informava la redazione del grave stato di abbandono in cui versa questo tratto dell’acquedotto storico, sia da un punto di vista di degrado materiale della condotta, sia dal punto di vista dell’inquinamento ambientale di una zona molto bella, tradizionalmente sfruttata dagli abitanti dei quartieri limitrofi per passeggiate ed escursioni.

    Incontriamo quasi subito una prima sezione dell’acquedotto la cui copertura in lastre di pietra è mancante: «In questo caso – sottolinea Antonietta – chi di dovere ha pensato bene di installare un paio di ringhiere e fare di fianco una gettata di ghiaia, non sarebbe stato più opportuno ripristinare le pietre a chiusura della condotta?» Mentre seguiamo il percorso dell’acquedotto Antonietta racconta che  «Da sempre è noto che questa zona è soggetta a frane e smottamenti, infatti in diversi punti è ancora oggi possibile apprezzare sdoppiamenti del condotto, frutto della sovrapposizione di diversi lavori di ripristino effettuati negli anni, almeno fino a quando l’acquedotto aveva un’importanza centrale perché veniva usato. Poi mano a mano è stata interrotta la manutenzione e ad ogni alluvione ci sono nuovi cedimenti e crolli».

    In pochi minuti raggiungiamo una frana che ha letteralmente tagliato la struttura della condotta: una gran massa di detriti si è staccata dal versante in occasione delle ultime violenti piogge, ed ha travolto la struttura, tranciandola di netto e rendendo difficoltoso il passaggio. «Tradizionalmente – spiega Antonietta – questa zona è meta di passeggiate per residenti, spesso anziani o bambini, per i quali ora è certamente più difficile fruire della bellezza e della tranquillità di questi luoghi. Fino a non molto tempo fa era possibile seguire agevolmente il tracciato della condotta anche in bicicletta, ma oggi per farlo è necessario in diversi punti portare la bicicletta in spalla. Ovviamente il problema è più grave per coloro i quali hanno minor facilità nei movimenti ed una peggiore condizione fisica».

    Superando la frana si possono notare alcuni interventi, realizzati con materiali di fortuna da residenti e volontari, volti a recuperare la fruibilità del passaggio almeno a piedi: «Sono diversi i lavori che gli abitanti della zona volenterosi portano avanti – racconta Fausto – a partire da piccoli lavoretti di ripristino, fino alla pulizia da rovi e vegetazione, che altrimenti in poco tempo invaderebbero i sentieri». Infatti l’importanza di questo tratto dell’acquedotto, oltre che dal valore d’uso per gli abitanti e dal valore storico della struttura, è costituita anche dalla fitta rete di sentieri e piccole strade mattonate che collegano il percorso della condotta al territorio circostante, formando una sorta di reticolo in grado di permettere lo spostamento da una zona ad un’altra a piedi, immersi nel verde. «Uno dei problemi – aggiunge Antonietta – è che non possiamo nemmeno ipotizzare in autonomia interventi più consistenti: opere di carattere permanente potrebbero essere considerate abusive, e chi le ha messe in pratica potrebbe anche rischiare dei problemi legali. Ci piacerebbe in questo senso che le istituzioni si preoccupassero di più di mettere in condizione cittadini e volontari di dare il loro contributo alla manutenzione dell’acquedotto. Avremmo bisogno per questo di una autorizzazione ad effettuare interventi, e magari, anche se sappiamo che in questo periodo le risorse in mano alle amministrazioni scarseggino, un piccolo sostegno, almeno in materiali, sarebbe opportuno: noi potremmo metterci gratuitamente la mano d’opera, in fondo non si tratterebbe di un impegno così oneroso».

    Nel frattempo la nostra visita continua gradevolmente offrendo scorci fantastici, anche se purtroppo continuiamo ad incontrare buchi nella copertura della condotta, a causa di lastre rotte o del tutto mancanti. In alcuni punti è anche possibile notare rattoppi realizzati in cemento, sicuramente destinati, vista la matura del materiale, ad un veloce deterioramento.

    Fausto spiega inoltre come il tracciato dell’acquedotto sia stato inserito dal CAI locale, del quale lui è un iscritto, in diversi itinerari escursionistici. In particolare il tratto di acquedotto che abbiamo visitato è compreso in un anello che conduce da via Piacenza, di fronte alla chiesa del quartiere San Gottardo, a visitare il forte Diamante, in vetta all’omonimo monte, le trincee napoleoniche a dente di sega, e le neviere di recente individuate e ripristinate grazie al CAI, per poi seguire il tracciato dell’acquedotto sulla via del ritorno. Questi itinerari escursionistici sono tra l’altro segnalati da apposite tabelle con le indicazioni realizzate ed installate da volontari appassionati come Fausto: «La cosa assurda – spiega lui – è che periodicamente qualcuno si prende la briga di distruggere questa nostra segnaletica, non riesco a capire chi possa fare una cosa simile, e a chi i cartelli che abbiamo posizionato, e che continueremo a rimettere, possano dare fastidio. Oltre alle bellezze della natura, gite simili sono anche in grado di far apprezzare e conoscere la storia locale, grazie a grandi opere architettoniche come l’acquedotto, o le fortificazioni, ma anche grazie ad opere certo meno imponenti ma altrettanto significative; basti pensare alle neviere, che sono la testimonianza degli usi e costumi che ci erano propri, in fondo non poi così tanto tempo fa».

    acquedotto-storico-trekking-4«Un altro peccato – continua Fausto – è quello di lasciare all’abbandono ed alla ruggine dei manufatti in ferro che hanno un certo pregio». Ed infatti in pochissimo incontriamo prima una ringhiera e poi un bel cancello in ferro: «Vedi – dice Fausto indicando le giunture degli oggetti – non si tratta di saldature, che al tempo non c’erano, ma di imbullonature realizzate a mano. Per me lasciare così degli oggetti simili dovrebbe essere un reato».

    È bene sottolineare che, fortunatamente, questo stato di abbandono non riguarda in generale l’intero tracciato dell’acquedotto; la porzione di opera che val ponte sifone fino a Staglieno è quella che presenta maggiori criticità, mentre dal ponte sifone in su, cioè verso monte le cose vanno meglio: «Il Circolo Culturale Via Sertoli fa un gran lavoro con la manutenzione di quella parte di acquedotto, però purtroppo non sono attivi su questa zona, che è dolorosamente lasciata a se stessa».

    Arriviamo in prossimità di un tratto del percorso che, mi viene spiegato, è gravemente inquinato da due tipi di rifiuti: materiale edile abbandonato, e una piccola baraccopoli, ora deserta, in cui i rifiuti la fanno da padrone. Residui di recinzioni, materiale plastico e le classiche reti rosse da cantiere non si fanno attendere, e fanno capolino dalla vegetazione, che inarrestabile le sta man mano inglobando. Ma ben più grave è lo spettacolo che troviamo al nucleo di baracche, la cui condizione, ci avevano anticipato Antonietta e Fausto costituisce un problema, anche igienico. Va sottolineato come la passata convivenza fra i residenti del quartiere e gli abitanti di questo piccolo villaggio abusivo non sia stata per nulla facile, ma ora che se ne sono andati, almeno a quanto sembra e a quanto i nostri accompagnatori ci riferiscono, i problemi non sono finiti: esiste infatti un seria necessità di bonificare il posto. “L’eco-villaggio”, come lo chiama Antonietta in maniera simpaticamente ossimorica, sorge lungo il tracciato dell’acquedotto, in prossimità di un rudere con le porte murate e senza tetto, adibito ad enorme cassonetto della spazzatura: l’edificio è infatti stato riempito di rifiuti di ogni genere, che per altro giacciono anche sparpagliati a terra tutto intorno. Le baracche sono una quindicina, tutte almeno apparentemente prive di inquilini abituali. La varietà ed il numero di oggetti, rotti e non, sparsi al suolo è piuttosto impressionante: si va dalla lavatrice, al passeggino fino al tostapane, si tratta ormai di una discarica abusiva. Dovrebbe essere inutile sottolineare la necessità di bonificare una simile situazione in posto così bello e prezioso intrinsecamente e grazie alla presenza di un bene di alto valore storico. Guardando con attenzione si può anche notare amche che alcune lastre di copertura dell’acquedotto sono state utilizzate come elemento costitutivo di queste improvvisate abitazioni.

    acquedotto-storico-trekking-5Abbandonato il deserto villaggio ci dirigiamo verso la meta finale del sopralluogo, deviando leggermente dal tracciato dell’acquedotto: si tratta di una splendida cascatella, che ristora gli occhi dopo il sopralluogo alla baraccopoli. «Qua –racconta Antonietta- era solito venire mio figlio in bicicletta a giocare quando era piccolo. Ora lui ha quarant’anni, ma è una sofferenza pensare che altri bimbi vengano privati di questo piacere e questa libertà, ai tempi lui ci veniva da solo e io non avevo alcun timore, non era pericoloso. Ora non credo sarebbe più possibile, senza dire che se continua questo abbandono totale dell’acquedotto si rischia letteralmente, fra crolli e vegetazione, la sua scomparsa».

    Durante la preparazione dell’articolo e del sopralluogo sull’acquedotto storico abbiamo fatto avere la documentazione fotografica realizzata agli assessori comunali Crivello e Garotta, oltre che a Gianelli, presidente del Municipio della Media Val Bisagno: rimaniamo in attesa di un commento o di una presa di posizione delle istituzioni sulle condizioni di questo prezioso patrimonio comune.

     

    Carlo Ramoino

  • La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    economia-soldi-D1Due settimane fa scrissi che, al netto di tutte le incertezze del caso, l’esito più probabile del confronto tra Grecia di Tsipras e Unione Europea a trazione tedesca sarebbe stato un compromesso al ribasso. Mi incoraggiava verso questa conclusione tanto l’abitudine della politica di Bruxelles a rimandare i problemi a data da definire, quanto una disamina del reale peso contrattuale del governo greco rispetto agli interessi dei partner europei.

    Alla luce degli ultimi negoziati, la mia opinione non è cambiata: rimango convinto (e non sono l’unico) che, alla fine, un accordo che permetta di guadagnare qualche mese si troverà. Tuttavia il tono perentorio e poco conciliante delle dichiarazioni di certi importanti politici europei ci costringe a considerare anche l’eventualità che non siamo di fronte a mere schermaglie dialettiche. È possibile che UE e Germania preferiscano sbarazzarsi della Grecia, anziché accontentarsi dell’ennesimo compromesso?

    In precedenza avevo scartato questa ipotesi a priori, ma ora proviamo a prenderla per vera. Assumiamo quindi che l’Europa mantenga una linea decisa, intransigente e non cooperativa: quali sarebbero le conseguenze? Gli sbocchi possibili sono essenzialmente due: o la Grecia si adatta a mantenere gli impegni, oppure, presto o tardi, esce dall’euro.

    Su questo dato ci sono pochi dubbi: Atene ha bisogno di soldi anche solo per pagare le pensioni; per cui, nonostante il chiaro mandato e la volontà di Syriza di mantenere il paese nell’unione monetaria, è evidente che, se il governo greco si rifiuta di chinare il capo di fronte ai diktat europei, il ritorno alla dracma diventa una scelta obbligata.

    Molti economisti, come Paul Krugman, sembrano convinti che frustrare le speranze del popolo greco comporterà automaticamente l’addio della Grecia; un esito che invece, dal mio punto di vista, non è strettamente necessario, visto che Tsipras, comprensibilmente spaventato dall’idea di gestire un’uscita unilaterale, potrebbe anche tentare di giustificarsi di fronte al suo elettorato promettendo di ritentare il negoziato più avanti. Al di là di queste sottigliezze, tuttavia, è chiaro a tutti che negare ogni spiraglio di trattativa equivale a mettere Syriza di fronte a un clamoroso insuccesso politico e i greci un piede fuori dalla porta – cosa che si potrebbe evitare, invece, con qualche concessione di poco conto che consenta a Tsipras e Varoufakis di salvare la faccia. Pertanto, se i paesi del nord Europa dovessero mantenere l’Eurogruppo su questa linea dura, dovremmo concludere che sono tranquillamente disposti ad accettare le conseguenze di una traumatica uscita della Grecia dall’euro.

    Sull’enorme difficoltà di gestione di questa transizione ci sono pochi dubbi. A meno che, infatti, non si scopra che esiste da tempo un piano preciso e accurato per guidare il processo di conversione del cambio, è probabile che Tsipras si presenti a questo epilogo con una certa dose di impreparazione. È possibile inoltre che i mercati prevedano l’uscita, anticipandola con movimenti speculativi e dunque accelerandola: il che costringerebbe il governo a inseguire le circostanze, piuttosto che a gestirle. Il popolo, dal canto suo, finirebbe per vivere in modo traumatico un evento che per lungo tempo è stato abituato a vedere come la fine del mondo; il che porterebbe ad amplificare la percezione dei disagi che inevitabilmente ci saranno. Esistono infine ragioni oggettive, come la grande quota di debito in legislazione estera, che dovrebbe essere ripagato con una moneta svalutata, la fragilità del sistema bancario e soprattutto l’ostilità dell’Unione Europea. A questo punto, se il caos politico dovesse essere tale da risultare ingestibile, non è da escludere neppure una svolta autoritaria (ad esempio un colpo di Stato militare).

    Al di là degli scenari più estremi, tuttavia, e al di là delle mille altre considerazioni possibili (il probabile sostegno russo, le reazioni degli Stati Uniti, la probabile crescita nel medio termine, eccetera) rimane il fatto che nel breve periodo il destino della Grecia non sarebbe roseo. Questa circostanza, ampiamente preconizzata, è sicuramente tenuta in considerazione anche dei falchi del rigore (che, se vogliamo essere realisti, non possono guardare unicamente ai preconcetti dell’elettorato tedesco). Dobbiamo dunque pensare, allora, che – sempre nell’ipotesi che si voglia perseguire nel rifiuto di trattare con Tsipras – quella di mettere in crisi la Grecia sia una conseguenza attivamente ricercata.

    In effetti, dal punto di vista dei rigoristi, ci sarebbe un indubbio vantaggio: il caos iniziale dell’uscita sarebbe un ammonimento per chiunque in Italia, Spagna e Portogallo volesse tentare questa strada; cosa che aumenterebbe il potere negoziale dell’UE e dunque la pressione sui governi nazionali per cedere alle richieste di ulteriori “riforme strutturali” lacrime e sangue. Governare con il terrore è sempre un’opzione: si colpisce uno per educare tutti.

    Esiste però anche il retro della medaglia: l’euro non sarebbe più irreversibile, i mercati potrebbero far salire lo spread dei paesi periferici e le loro opinioni pubbliche dovrebbero finalmente ammettere la politica di forza bruta che è la cifra di questa Europa (dal che potrebbe venire la consapevolezza che è necessario dotarsi di una credibile strategia di uscita per affrontare qualsiasi futuro negoziato).

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questo complesso ragionamento, che perseguire eventualmente su una linea dura in questa fase negoziale avrebbe un senso unicamente in una logica di breve periodo, tanto più sensata quanto più ormai data per inevitabile la fine dell’euro. È chiaro, infatti, che se ci si espone al rischio di far crollare la moneta unica, vuol dire che non ci si aspetta di ricavarne più molto; che tenerla in piedi a suon di compromessi parziali non porterebbe più grandi benefici: per questo ci si prepara a sfruttare quello che si può ancora sfruttare, prima che il giocattolino si rompa del tutto.

    L’alternativa sarebbe supporre che le élite del nord Europa agiscano in modo del tutto incoerente: anche se, a ben vedere, non è detto che una cosa escluda l’altra. È probabile, anzi, che la fine dell’euro dipenderà sia dal preciso calcolo di alcuni, che dalla stanchezza, dalla frustrazione e dall’indecisione di altri: un insieme di dinamiche diverse che scompatterà le élite nella difesa del progetto e farà mancare il sostegno politico di cui esso necessita.

    È dunque questo che accadrà all’Eurogruppo? Sinceramente ne dubito. Finora il sostegno all’euro è apparso compatto: e nulla lascia presagire che l’Europa sia pronta ad affrontare questa problematica transizione. Certo, qualche segnale c’è, come avevo già rilevato a settembre; ed è pur vero che quando succederà, succederà in modo imprevisto. Ma non in modo così imprevisto… In ogni caso, se ho torto, una risposta l’avremmo presto. E probabilmente, insieme a quello della Grecia, conosceremo anche il destino dell’euro.

     

    Andrea Giannini

     

  • Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Nervi-passeggiata-mare-levante-D2Una non meglio precisata rete di falde acquifere e cisterne sotterranee minaccia i Parchi di Nervi. È la notizia più preoccupante emersa dal sopralluogo che Era Superba ha svolto assieme ai consiglieri delle competenti commissioni comunali, accompagnati dal direttore dei lavori di riqualificazione di uno dei più noti polmoni verdi della nostra città, l’architetto Stefano Ortale, da Riccardo Albericci di Aster e da alcuni rappresentanti dell’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” e di Italia Nostra.

    Il secondo lotto di lavori che dovrebbe portare a nuovo splendore i parchi Groppallo, Serra e Grimaldi, per un importo aggiudicato di circa 1,4 milioni di euro, si sarebbe dovuto concludere a fine dicembre. Ma il quadro che ci si trova davanti a pochi passi dalla stazione ferroviaria è piuttosto desolante. Il cancello di Parco Groppallo è sbarrato: un cartello spiega che, a causa delle alluvioni, da novembre tutta la zona verde prospiciente Villa Groppallo è chiusa per “consentire l’esecuzione degli interventi di pulizia e ripristino […] sino a quando potranno essere garantite adeguate condizioni di sicurezza per la fruizione”.

    «Purtroppo – ammette Ortale – stiamo assistendo a uno schianto generalizzato di pini dovuto in parte all’età delle piante ma anche a una notevole presenza di acqua nel sottosuolo. Il maltempo, insieme con la presenza del pubblico nei parchi contestualmente ai lavori, non ha certo aiutato ad accelerare le opere».

    Musei di NerviImpossibile al momento prevedere una data di riapertura: si parla genericamente della prossima primavera ma, purtroppo, sembra una previsione eccessivamente ottimistica.  Anche perché, oltre le sbarre, i lavori sono fermi (gli unici all’opera sono i 13 cassintegrati di Ilva che svolgono compiti di pulizia di aiuole a altre zone verdi): «L’azienda – spiega l’architetto del Comune – sta lavorando a ritmi ridotti perché siamo in fase di studio di un’eventuale variante al progetto». Una variante che, grazie ai ribassi d’asta, dovrebbe essere prevalentemente rivolta alla cura del verde e alla ripiantumazione degli alberi crollati.

    Eppure, lamentano gli Amici dei Parchi, soprattutto nei weekend, la gente scorrazza liberamente in tutti i prati, compresi quelli che dovrebbero essere interdetti al pubblico, sfruttando gli altri ingressi e superando le pressoché inutili barriere lasciate senza presidio. «Capiamo le difficoltà di controllare 9 ettari in maniera efficace – dice Betti Taglioretti degli Amici dei Parchi – e per questo avevamo proposto di affiancare due nostri volontari per collaborare alla guardiania. Ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

    E non è certo questo l’unico problema sollevato dai cittadini che hanno raccolto in un documento consegnato a tutti i consiglieri 9 punti di problemi non affrontati e non risolti nel corso del secondo lotto dei lavori di riqualificazione dei Parchi storici e ulteriori 4 criticità derivanti anche dai lavori del primo lotto.

    Si parte dalla situazione allarmante del sottosuolo, con l’innalzamento della falda acquifera, che secondo i cittadini sarebbe stata causata dai lavori di scavo dell’autosilos in via Casotti, e da una mancata sistemazione della regimazione delle acque nonostante il rifacimento dell’asfalto già compiuto. A proposito di asfalto, gli Amici dei Parchi di Nervi e Italia Nostra lamentano (e con un semplice colpo d’occhio si potrebbe anche dire “a ragione”) la scarsa qualità del materiale utilizzato e dei lavori eseguiti: «Si passa da lingue di asfalto nero – dicono i cittadini – a macchie bianche che nulla c’entrano con i colori del territorio e che, soprattutto, si stanno già sgretolando e macchiando con la terra dei prati». La difesa dell’architetto Ortale, accusato da qualche consigliere di essere poco presente sul luogo dei lavori, punta sul rispetto del progetto approvato anche dalla Soprintendenza: «Abbiamo fatto i lavori così come previsto nel progetto esecutivo – dice il responsabile comunale – e il materiale utilizzato è stato scelto apposta perché si sgretolasse, senza deteriorarsi, per simulare un effetto ghiaino».

    Al di là del gusto delle coperture scelte per i percorsi pedonali, vi sono altre criticità piuttosto oggettive: ad esempio, la recinzione che separa i parchi dalla ferrovia, rimossa anni fa e di cui la Soprintendenza ha chiesto invano il ripristino; oppure, il futuro dei fatiscenti bagni di Villa Serra e dell’ex campo da tennis oggi utilizzato come area di cantiere ma che potrebbe offrire una meravigliosa vista sul mare. E ancora: le finalità per cui sono state destinate ingenti risorse per ristrutturare le “palestrine” e la casa del console in Villa Grimaldi e la persistenza del deposito dei mezzi di Amiu per tutto il Levante cittadino nonostante le numerose segnalazioni e la proposta di aree alternative già disponibili.

    A chiudere il cahier de doléances, l’inspiegabile ritardo dell’approvazione del regolamento d’uso dei Parchi storici da parte del Comune di Genova, un documento prezioso di cui avevamo già parlato la scorsa primavera e che l’assessore Garotta aveva assicurato essere molto vicino all’approvazione. Una bozza, infatti, era già disponibile a giugno 2012 dopo il lavoro della Consulta del Verde: ritoccata dagli uffici di Tursi e riapprovata due anni più tardi dalla Consulta, ha fatto sostanzialmente perdere le sue tracce. Ma dall’assessorato assicurano che l’iter sta procedendo e il regolamento è in esame presso la Segreteria generale per gli ultimi passaggi formali prima dell’approvazione in Giunta e delle discussioni in Commissione e Consiglio comunale.

    Non ha, dunque, tutti i torti il capogruppo Pdl Lilli Lauro a tuonare: «Sono dei dilettanti allo sbaraglio. I lavori non sono conclusi e quelli realizzati sono stati fatti male: è necessario che i responsabili paghino anche perché stiamo parlando di 4 milioni di euro (i fondi ex Colombiane destinati alla complessiva riqualificazione dei Parchi di Nervi) di soldi pubblici».

    Inutile ribadirlo, sarebbe l’ennesimo suicidio turistico arrivare alle porte della bella stagione con i Parchi di Nervi ancora in questo stato: «Si tratta di un bacino potenziale di 8 milioni di turisti – ricordano gli Amici dei Parchi – grazie anche all’interesse del network “Grandi giardini italiani”. Ma si tratta di un turismo non interessato a venire nei parchi a vedere le partite di calcio improvvisate tra Italia e resto del mondo o gruppi di scout che imparano a piantare le tende o, ancora, percorsi improvvisati di trial o mountain bike. È gente che vuole venire a godersi la pace e la bellezza del verde, a pochi passi dal mare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    Consiglio comunale, quanto mi costi? Ecco le spese dei gruppi consiliari negli ultimi due anni e mezzo

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Il Consiglio comunale di Genova è parsimonioso? Da quando si è insediata l’amministrazione Doria, i dieci gruppi consiliari (undici finché l’Idv non è confluita nel gruppo misto) che compongono l’emiciclo di Tursi hanno risparmiato quasi 65 mila dei poco più di 190 mila euro messi a disposizione dalle casse comunali. Si tratta di un più che discreto 34%: vale a dire che oltre un terzo di quanto stanziato è ritornato ogni anno a disposizione del Bilancio complessivo dell’ente.

    I dati sono stati riportati ieri pomeriggio dall’assessore al Bilancio Franco Miceli che ha risposto a un’interrogazione immediata sollevata da Paolo Putti. Il capogruppo di M5S cercava di controbattere con i fatti a chi ultimamente aveva accusato il suo movimento di aver sprecato i soldi pubblici (oltre 29 mila euro secondo le stime dell’assessorato) per il duro ostruzionismo alla pratica sulla gronda che aveva portato a 4 giornate di seduta consiliare per discutere il migliaio di documenti presentati tra ordini del giorno ed emendamenti.

    «Parlavamo di un’opera che porta 5 milioni di metri cubi di smarino contaminato da amianto – ricorda Putti – e cercavamo di tutelare un territorio con tutti gli strumenti legittimi che ho a disposizione: è assurdo che mi si vengano a fare i conti della serva. A questo punto chiedo anch’io di fare i conti per sapere quanto sono stati i soldi spesi e restituiti in questi anni dai vari gruppi consiliari rispetto al budget in dotazione perché non credo proprio che il M5S possa essere accusato di spreco di denaro pubblico».

    I fatti sembrano dare ragione ai 5 consiglieri grillini che, in due anni e mezzo di attività, hanno speso direttamente solo 204,39 dei 22317,18 euro messi a disposizione dalle casse di Tursi, producendo dunque un risparmio superiore ai 22 mila euro (più di 4400 euro per ogni consigliere).
    «Fateci arrivare a fine mandato – ha detto ironicamente, ma neanche troppo, Putti – e vedrete che avremo ampiamente coperto i soldi che siamo stati accusati di aver sprecato per l’esercizio di un diritto democratico».

    Il gruppo più “spendaccione” è senza dubbio il Pd che, fin qui, ha impiegato oltre 36600 euro (pari al 79,3% dell’intero budget, risparmiando quindi circa 9500) ma si tratta anche della rappresentanza più numerosa con 11 consiglieri, oltre al presidente Guerello. A livello percentuale le uscite maggiori, infatti, sono quelle dei due rappresentati dell’Udc che hanno speso l’88,7% dei poco più di 12100 euro a disposizione. Spendaccioni anche i quattro consiglieri del Pdl, con l’84,2% di risorse consumate, e Antonio Bruno, unico rappresentante di Fds, con l’82%.
    Oltre al Movimento 5 Stelle, invece, risultano virtuosi anche i due consiglieri di Sel che hanno speso solo il 45,5% delle dotazioni di Tursi. Nella media si collocano Lega (65%), Lista Musso (66%) e Lista Doria (67%) mentre qualcosa di più ha speso il Gruppo Misto (75,2%).

    «I fondi – spiega l’assessore Miceli – vengono attributi ai gruppi consiliari secondo due modalità: 2/7 di tutto il budget a disposizione vengono ripartiti in parti uguali mentre i restanti 5/7 vengono distribuiti a seconda del numero dei consiglieri da cui il gruppo è composto».

    Certo, bisognerebbe capire se risparmio significa davvero parsimonia o se, in qualche caso, è piuttosto sinonimo di inerzia. «Per quanto ci riguarda – spiega Putti – molti risparmi si spiegano perché buona parte delle nostre attività è svolta grazie alle preziose collaborazioni degli attivisti e cerchiamo il più possibile di sfruttare la rete e le tecnologie per limitare, ad esempio, gli sprechi cartacei. A me non interessa fare i conti in tasca a nessuno ma l’aspetto fondamentale è che le istituzioni diano un buon servizio e che le risorse non vengano spese impropriamente».

    Sebbene non sia certo il Comune l’ente pubblico che fa scandalo per i rimborsi alla politica, è interessante analizzare quali siano i capitoli di spesa ammessi. A fare chiarezza ci pensa il Regolamento del Consiglio comunale, all’articolo 49, in cui sono elencate tutte le possibilità:
    “- acquisto libri e pubblicazioni su materie e questioni di interesse degli Enti Locali e abbonamenti a giornali e riviste;
    – abbonamenti on line per accesso a servizi informativi di interesse degli enti locali;
    – spese di tipografia concernenti attività di carattere politico-istituzionale.
    – partecipazione a convegni, sopralluoghi e manifestazioni su materie di interesse degli Enti Locali e relative spese di trasporto e soggiorno entro i limiti previsti dalla normativa.
    – attività di rappresentanza secondo i principi generali che delineano la materia;
    – organizzazione di convegni e manifestazioni;
    – partecipazione alle attività delle associazioni di cui fa parte il Comune;
    – spazi radio-televisivi, sul web e su giornali e riviste per attività istituzionale della Presidenza e dei Gruppi consiliari;
    – taxi per espletamento mandato entro i limiti fissati dalla normativa;
    – abbonamenti alla telefonia mobile ed acquisto schede / ricariche telefoniche per utenze telefoniche, per compiti istituzionali”.
    – spese relative ad abbonamenti per posta elettronica on line e servizi informatici e di cloud computing, entro i limiti previsti dalla normativa nazionale e nell’ambito delle linee guida di Ente per l’utilizzo degli strumenti informatici e telematici;
    – attrezzature e strumentazione informatica (es. tablet, pennette USB), previa verifica della compatibilità con gli standard aziendali svolta dalla competente Direzione;
    – diritti per affissione di manifesti.
    – spese postali sostenute a fini istituzionali.
    – arredi e complementi di arredo necessari al funzionamento del Gruppo entro i limiti previsti dalla normativa.
    – acquisto di ricarica per distributori di acqua là dove non si riesca a garantire la piena potabilità della rete ed una adeguata manutenzione.
    – spese minute, non rientranti nei capoversi che precedono, correlate a fornitura di beni di consumo occorrenti per il funzionamento del Gruppo”

    E, alla fine, 125 mila euro spesi in due anni mezzo su queste voci e per 40 consiglieri fanno oltre 3 mila euro a testa: neanche così pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    marinella-degrado-6Scade domenica 22 febbraio il secondo bando pubblico per la concessione dell’ex Marinella, la storica struttura alberghiera e ristorativa sulla passeggiata di Nervi. E anche questa volta ci sarebbero tutti gli indizi che porterebbero al secondo nulla di fatto, aprendo la strada a possibili assegnazioni dirette o sensibili rivisitazioni delle richieste economiche da parte del Demanio Marittimo che è il proprietario del bene.

    «Visto l’esito della gara precedente – spiega l’architetto Roberto Tedeschi, direttore dell’ufficio Patrimonio e Demanio, nel corso del sopralluogo delle commissioni consiliari competenti – avevamo chiesto di ribassare il canone di concessione e di non parametrarlo al mero valore immobiliare bensì alle tariffe applicate alle opere di difficile rimozione, tenendo conto dello stato della struttura. Ma la nostra richiesta non è stata accolta». D’altronde, anche se andasse deserto questo secondo bando, il Comune non avrebbe alcun potere decisionale diretto.

    Eppure la direzione regionale del Demanio e la stessa Regione Liguria avevano dato il proprio parere favorevole a una riduzione del canone di concessione già a partire da questa nuova gara. Da Roma, invece, è arrivato il niet e si è dovuta reiterare la stessa strada già percorsa infruttuosamente lo scorso anno. Per i 616 mq di superficie complessiva coperta (sale, invece, a 897 mq la volumetria che comprende anche il terrazzo e altre superfici pertinenziali) vengono chiesti 55908,78 euro oltre imposta regionale, per arrivare dunque a un totale di circa 5 mila euro al mese per tutta la durata della concessione che non potrà essere superiore ai 20 anni.

    Immutata la destinazione d’uso rispetto all’ultima attività svolta all’interno del compendio: la concessione, infatti, verrà aggiudicata “a favore del soggetto che garantisce il miglior standard qualitativo, la migliore organizzazione dei servizi, il miglior piano di investimenti e la più proficua gestione del compendio demaniale nonché in base al maggior rialzo sul canone, per un uso che risponde ad un più rilevante interesse pubblico” relativa ad attività “alberghiera, bar ristorante, cure salsoiodiche e attività connesse”. Certo, qualora anche il secondo bando andasse deserto, potrebbe intervenire qualche modifica sulle destinazioni d’uso ma sono difficili da prevedere grandi stravolgimenti, quantomeno dal punto di vista urbanistico e della struttura esterna, visto che si parla di un edificio che sorge a picco sul mare e vincolato dalla Soprintendenza.

    Benché la proprietà dell’edificio sia demaniale, la gestione della gara e il presidio del bene dopo la procedura fallimentare sono stati affidati al Comune di Genova. Eppure per Tursi non è previsto alcun guadagno, mentre il 10% dell’importo fissato per il canone concessorio dovrebbe andare a rimpinguare le casse della Regione. «Noi siamo meri esecutori del regolamento del Demanio Marittimo – accusa Tedeschi – con tutti gli oneri a carico del Comune: quando è stata trasferita la competenza non ci è stata passata neppure una matita. E lo stesso avviene per le altre 350 concessioni del Demanio Marittimo che abbiamo lungo tutta la città, ad eccezione della parte di competenza portuale da San Giuliano a Vesima».

    Gli investitori dovrebbero farsi carico anche dei lavori di risanamento e ristrutturazione dello stabile entro 3 anni e secondo i dettami previsti dal bando e nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza: si parla, tra le altre cose, di consolidamento dei piloni che si fondano sulla scogliera, consolidamento strutturale della soletta fronte mare a cui si accede dal seminterrato, abbattimento di tutte le barriere architettoniche e tutti gli adeguamenti alle prescrizioni di sicurezza vigenti.

    Ad eccezione del piano a livello del mare, la struttura, non appare in condizioni di conservazione così tremende. Al piano passeggiata si trovano gli spazi (e alcuni rimasugli dei vecchi arredi) della vecchia sala ristorante, la cucina, due camere sul lato di ponente e, all’esterno, la terrazza scoperta (la copertura abusiva di cui avevamo parlato in passato è stata finalmente rimossa). Salendo le scale di questo particolare edificio che richiama in tutto e per tutto una nave ancorata, si trovano 10 camere, un locale per la guardiania e una terrazza vista mare.

    I dolori arrivano quando si scende a livello del mare: si tratta di locali con funzione deposito e servizio per il ristorante soprastante, oltre all’accesso alla scogliera. Ma la sorpresa, negativa, è arrivata nel corso del sopralluogo della commissione consiliare: i tecnici comunali, infatti, hanno ammesso contestualmente di aver avuto per la prima volta accesso al seminterrato dove è stato possibile verificare un parziale allagamento, dovuto a una non meglio definita perdita d’acqua tuttora in corso.

    Gli interventi per riqualificare l’intero bene, dunque, risultano ingenti e il canone elevato, parametrato a una durata massima della concessione relativamente breve, rendono difficile l’appetibilità ai capitali privati. Tanto che qualche consigliere di maggioranza ha provato a lanciare sul banco l’ipotesi di un investimento pubblico, addirittura comunale: un azzardo che potrebbe risultare alquanto eccessivo in tempi di bilanci strappalacrime.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    centro-storico-vicoli-finestra-d4Come tutti i cantieri che si rispettino, anche quello per la legalità responsabile, che ha mosso i suoi primi passi sabato 7 febbraio, è un vero e proprio work in progress. Nata con l’obiettivo di rendere concreta la restituzione alla città di beni confiscati alla mafia e alla criminalità organizzata, questa rete conta sul supporto di una dozzina di associazioni che gravitano attorno alla Città Vecchia (da A.Ma al Civ, dall’Arci alla Comunità di San Benedetto, da Libera a Y.E.A.S.T. passando per la Caritas e diverse cooperative che vivono quotidianamente il territorio).

    «L’obiettivo di fondo – spiega Chiara Cifatte, operatore socio-educativo attiva nella rete – è quello di promuovere iniziative culturali e sociali per una positiva vivibilità del quartiere in risposta alle varie forme di illegalità che lo attraversano. Vogliamo raccogliere idee per il riutilizzo di questi beni da proporre al Comune che ne diverrà proprietario. Per questo, al Cantiere potranno unirsi tutti i cittadini che condividono il nostro impegno e i nostri principi». Principi che sono stati sintetizzati in una “Carta degli intenti”: rispetto delle persone, delle decisioni prese insieme e cura degli spazi collettivi; responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti di fronte agli altri; collegialità intesa come resa operativa delle decisioni prese collettivamente, nei modi e nelle forme condivise; trasparenza in particolare considerazione del contesto pubblico in cui ci si muove; legalità responsabile attraverso il rispetto e la pratica delle leggi che contribuiscono alla costruzione di una società più giusta ed equa a partire dal nostro territorio.

    Come abbiamo avuto modo di raccontare sull’ultimo numero (#58) della rivista bimestrale di Era Superba (dove trovare la rivista), quest’iniziativa muove i passi dalla più grande confisca di beni sottratti alla mafia avvenuta nel nord Italia: si tratta dell’operazione “Terra di Nessuno”, balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009, che ha portato al sequestro e alla confisca (confermata dalla Suprema Corte di Cassazione un anno fa) di un centinaio di immobili appartenenti alla famiglia Canfarotta, sostanzialmente destinati alla prostituzione e per la maggior parte concentrati alla Maddalena (ma qualche immobile si trova anche a Sampierdarena, Coronata, Valle Sturla e, naturalmente, altre zone del centro storico).

    Immobili confiscati alla mafia: servono investimenti pubblici

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSecondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.

    «I beni confiscati alla famiglia Canfarotta e collocati in territorio genovese – spiega Umberto Torre, l’amministratore della confisca nominato dall’Agenzia nazionale dei sequestrati e confiscati – dovrebbero essere 95 ma il numero non è ancora confermato a seguito di errori tecnici presenti nei decreti di sequestro». Non tutti gli immobili, dunque, sono stati ispezionati per valutarne lo stato: della settantina analizzata si può dire che solo una dozzina si trova in situazioni decenti da consentirne l’abitabilità. «Nella maggior parte dei casi – riprende Torre – il termine migliore per definire questi immobili è “grotte”, con muri che cadono a pezzi, muffa ovunque e situazioni di inabitabilità diffusa. E pensare che in alcuni casi siamo a meno di 100 metri da Palazzo Tursi». A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il nulla osta da parte del Tribunale all’affitto di alcuni immobili: «Eppure – avverte l’amministratore – la legge antimafia prevede che i contratti si estinguano al momento della confisca definitiva (che per i beni provenienti dalla famiglia Canfarotta è arrivata un anno fa, ndr). Quindi, a questo punto, sono anche costretto a sfrattare persone, nella maggior parte indigenti, che hanno stipulato un contratto regolare e che in molti casi non hanno alternative. Mi chiedo: come pensiamo di promuovere la legalità se, poi, nei fatti a molte persone in difficoltà l’illegalità comporta più benefici?».

    I beni attualmente sono di proprietà dello Stato, attraverso l’Agenzia nazionale appositamente creata. Secondo quanto previsto dalla legge, potranno passare nella disponibilità degli enti locali solo attraverso la risposta a un bando pubblico di manifestazione di interesse che, al momento, è ancora lungi dall’essere pubblicato. «Ma una volta pubblicato il bando, il Comune avrà solo 30 giorni di tempo per rispondere – spiega Torre – per cui sarebbe meglio studiare preventivamente un piano d’azione. Solo allora potrò sollecitare l’Agenzia a emettere il bando». E lo stesso amministratore prova a tracciare una rotta: «L’ideale sarebbe far sì che alcune associazioni si accordassero con il Comune in modo che sia Tursi ad accollarsi formalmente gli immobili ma che, non appena ottenuti dall’Agenzia, li girasse direttamente alle onlus per mettere in pratica il progetto di valorizzazione. Bisogna però tirare fuori idee ben precise, accompagnate da un quadro di fattibilità economica per evitare di dar via al solito “mungificio” delle casse pubbliche». E soprattutto bisogna muoversi con intelligenza: «Innanzitutto, si possono studiare alcuni strategici spostamenti tra proprietà pubbliche, in modo da accorpare i beni attraverso permute interne e creare una sorta di economia di scala condominiale per la ristrutturazione. Poi, si può puntare all’Europa, magari cercando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica».

    centro-storico-vicoli-murales-piazza-erbed1È evidente che il problema sia sempre il solito: la mancanza di risorse. «Qualunque siano i progetti per rimettere a disposizione della collettività questi beni – commenta l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – servono grandi investimenti. Questi immobili sono dei veri e propri buchi neri, con strutture pregiudicate, tetti lesionati, amministrazioni non pagate per anni. Per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’unità di supporto della Prefettura, così come previsto dalla legge, perché dati gli altissimi costi prevedibili abbiamo necessità di fare squadra». Ma l’assessore non dispera: «Le possibilità ci sono: parlo dei fondi Fesr, dei Por e di un’apposita legge regionale (la n. 7 del 2012) per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità che esiste ma non è stata ancora finanziata da Piazza De Ferrari. Il punto è far diventare la riqualificazione di questi immobili una priorità per le istituzioni, che devono lavorare assieme, altrimenti non andremo da nessuna parte».

    Ecco, dunque, la necessità di fare quadrato sul futuro di questi spazi (e non solo di questi, dato che, secondo la mappatura realizzata da Libera, in Liguria su 140 immobili confiscati alle mafie solo una decina è riutilizzata a scopi sociali).

    «In questo momento gli immobili sono patrimonio dello Stato e non ancora assegnati – tiene a precisare l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – per cui il Comune non può metterci mano e non ci può fare nulla. Non siamo, comunque, stati fermi in questo periodo ma abbiamo iniziato ad analizzare i beni, anche attraverso sopralluoghi dedicati. L’idea è quella di ragionare spacchettando gli immobili in gruppi indipendenti: dobbiamo sì avere una visione complessiva ma per trovare i finanziamenti è necessario realizzare una progettualità che vada a interessare immobili mirati». Ad esempio, si potrebbe partire dalle abitazioni disponibili attorno all’asilo della Maddalena che presto sarà consegnato alla città. «Solo partendo da una progettualità per parti – sentenzia Fiorini – possiamo pensare di iniziare da qualcosa».
    Una tesi confermata anche da Umberto Torre: «Se cerchiamo di fare un ragionamento complessivo su tutta la confisca, portiamo a termine la procedura tra 10 anni. L’unica strada è quella di ridurre un problema complesso in tanti problemi più semplici».

    Via San Lorenzo, Genova«Programmare un futuro per i beni confiscati – sostiene Marco Baruzzo, referente regionale di Libera per questo settore – non vuol dire semplicemente immaginare di riempire delle caselle vuote su una cartina. Non stiamo parlando di spazi qualsiasi, neutrali dal punto di vista politico e simbolico. Il loro recupero rappresenterebbe un successo della riaffermazione dello stato sull’antistato, della legalità sull’illegalità». Per questo motivo, secondo Baruzzo, istituzioni e cittadini devono collaborare fianco a fianco: «Il riutilizzo dei beni confiscati è un modo nobile, difficile ma necessario, di mettere in pratica una nuova strada di governo del nostro territorio. Attraverso il Cantiere della legalità responsabile cercheremo di mettere in rete idee e progetti ma non possiamo diventare dei surrogati dell’impegno, anche economico, che deve arrivare dallo Stato e dagli enti locali: da troppo tempo si rinnovano promesse senza che vi faccia seguito una realizzazione concreta».

    Il problema, secondo Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est, va ricercato nell’immobilismo che caratterizza storicamente la nostra città: «Dobbiamo metterci un po’ di progettualità complessiva, guardando ad altre esperienze virtuose in giro per l’Italia, come il social housing, il co-housing e il co-working. Esistono esperienze in cui le associazioni che ricevono gratuitamente gli spazi si fanno carico della loro ristrutturazione a costo quasi zero. A Genova, invece, non ci muoviamo perché siamo fermi ad un approccio amministrativo antico e aspettiamo che il Patrimonio faccia la valutazione dei canoni di concessione da applicare».

    È, dunque, arrivato il momento che le istituzioni facciano la propria parte: «Aggrapparsi esclusivamente alle idee sparse che arrivano dal basso – riprende Baruzzo – segnala la latitanza delle istituzioni che invece di governare un processo, lo subiscono. Perché non facciamo lo sforzo di metterci tutti intorno a un tavolo istituzionale, Comune, Regione, Agenzia Nazionale e Prefettura?».

    La risposta, un po’ piccata per la verità, arriva nuovamente da Leoncini: «È errato pensare che solo le istituzioni possano lottare contro le mafie ma serve un cambiamento di pensiero diffuso. Dobbiamo smetterla di pensare al centro storico come una periferia del centro di Genova, l’angiporto, il bagasciaio per antonomasia. Il centro storico deve diventare, invece, il nuovo centro industriale della città». Non è impazzito Leoncini perché l’industria di cui parla è piuttosto sui generis: «Parlo dell’industria culturale e del turismo, l’industria che non porta tumori ma che non promuoviamo neanche come cittadini. Questo non vuol dire che il centro storico deve trasformarsi in una vetrina: deve essere vissuto, anche con un po’ di casino (il giusto, oggi ce n’è troppo) ma deve diventare una priorità dello sviluppo della città, un mantra come per anni lo è stato, e lo è ancora, quello dello sviluppo delle infrastrutture».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

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  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoEntro la fine del 2015 l’ex mercato di corso Sardegna potrebbe tornare a rivivere. Quantomeno nella sua parte riqualificata secondo il percorso che il Comune e soprattutto il Municipio Bassa Val Bisagno hanno delineato già da tempo (qui l’approfondimento). La conferma arriva direttamente da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno che prova a mettere definitivamente a tacere le svariate voci che nelle ultime settimane sono tornate a circolare sul futuro della struttura.

    «La nostra posizione sul futuro dell’area è chiara» ricorda Ferrante. Il Comune ha messo a disposizione 200 mila euro per bonificare l’amianto: 9 mila metri quadrati terminati alla vigilia di Natale per i lavori di rimozione e incapsulamento dei fabbricati (circa il 10% del tetto) che, altrimenti, sarebbero rimasti senza copertura. Altri 500 mila euro sono pronti per la demolizione di due edifici affacciati su via Varese, non vincolati, che darà via libera alla restituzione al Municipio di un importante spazio libero.

    «Ho sempre detto – sottolinea il presidente – che il Municipio avrebbe deciso come gestire lo spazio con i cittadini e il Civ. Abbiamo investito 100 mila euro per la riqualificazione o, più precisamente, risanamento conservativo della facciata, il cui appalto gestiremo in maniera autonoma: verranno rimossi i ponteggi trentennali, tolti gli elementi secondari non originali, sistemati i cancelli e riqualificata la facciata, tutto nel rispetto dei vincoli della Sovrintendenza». Tempi previsti: primo semestre del 2015, nella versione ottimistica ma, sicuramente, entro la fine dell’anno. Periodo in cui Ferrante spera potranno essere completati anche i lavori di competenza comunale.

    La riqualificazione dell’ex mercato ortofrutticolo è tornata di grande moda. Due sono i progetti di riqualificazione alternativa a quelli del Municipio che si sono fatti largo sulle pagine dei quotidiani locali.
    Il più noto è sponsorizzato da Andrea Agostini e dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente. In aperto contrasto con la riqualificazione temporanea scelta dal Municipio, questo progetto, che ha raccolto il consenso di quasi 3 mila cittadini, prevede la conservazione totale del perimetro esterno e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.
    «Sono firme raccolte con l’inganno – tuona Ferrante – perché se vado a dire che l’amministrazione vuole costruire un piazza asfaltata, un parcheggio e nuovo cemento è chiaro che anche io andrei a firmare. Ma noi non vogliamo fare nulla di tutto questo. A noi viene data dal Comune un’area libera per il cui arredamento ho appositamente stanziato 50 mila euro. Saranno i cittadini e il Civ a chiederci che cosa farne. Tra l’altro, con queste associazioni non c’è mai stato un incontro e gli stessi vertici di Legambiente mi hanno chiesto scusa per le sparate di alcuni loro singoli elementi».

    Secondo progetto quello dell’architetto Andrea Martinuzzi, che vorrebbe trasformare l’ex mercato in un centro commerciale del made in Italy di qualità, sull’ambizioso modello londinese di Covent Garden. Anche in questo caso, il niet arriva da Ferrante che, questa volta, non nega di aver incontrato gli ideatori del progetto ma, sostanzialmente, annuncia di averlo già ampiamente scartato. «Finché non si farà lo scolmatore del Fereggiano – ricorda il Presidente – i fabbricati all’interno sono vincolati e non si possono toccare perché sorgono in area esondabile, per cui non è possibile fare alcuna edificazione né cambiamento di destinazione d’uso. Qui, invece, si stanno mettendo già le mani avanti su cosa si potrà fare tra cinque, sei anni. Ma le speculazioni future, nel momento in cui tutta l’area dell’ex mercato tornerà pubblica, sono proprio ciò che vorrei evitare. E poi, secondo lei, vado a realizzare una catena del lusso con i commercianti fuori che faticano a portare avanti le proprie attività?».

    Insomma, Ferrante ha le idee chiare. E non c’erano grossi dubbi: «L’unico spazio utilizzabile è quello del vecchio bar, in posizione rialzata, che sarà dato al Civ è sarà circondato dalla nuova piazza di 4500 metri quadrati che creeremo con le demolizioni previste».

    «È tutto in mano al Municipio – ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che ha le idee chiare e naturalmente sceglierà interagendo con il Civ. L’obiettivo è quello di ricostruire una piazza, magari con zone verdi. Noi siamo aperti a ogni possibilità ma, ripeto, sono le realtà territoriali che devono decidere che cosa fare e non certi cittadini magari molto in vista (il riferimento piuttosto esplicito è ad Andrea Agostini, ndr)».

    E il Municipio, allora, che cosa fa? Tira dritto per la sua strada, e organizza un grande evento per il prossimo mese di marzo: «Si tratta di un appuntamento che avverrà proprio dentro l’area che verrà liberata – annuncia Ferrante – un’occasione perfetta per far capire ai cittadini quale vocazione daremo a questa nuova area pubblica e ragionare con loro su come poterla attrezzare».

     

    Simone D’Ambrosio

     

    NOTA

    Pubblichiamo il contenuto della lettera – datata 19 marzo – firmata dal presidente del Municipio Bassa Val Bisagno Massimo Ferrante, in seguito alla richiesta di chiarimenti da parte di Legambiente e del Circolo Nuova Ecologia in merito alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ferrante in questo articolo.

    «Intendo specificare che la raccolta firme effettuata dal Circolo Nuova Ecologia e da altre associazioni è stata assolutamente corretta e legittima ma ritenevo non fosse esatta in alcuni contenuti proposti ai cittadini. Tali incomprensioni sui contenuti ritengo siano il frutto di un mancato dialogo con i proponenti la raccolta stessa. Come Municipio abbiamo intenzione di dialogare con tutti e per questo crediamo sia un utile momento di partecipazione l’incontro organizzato con tutta la società civile il prossimo 29 marzo all’interno dell’ex mercato e dove, come già dichiarato, chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio avrà il suo spazio. Ritengo assolutamente che Legambiente e il Circolo Nuova Ecologia rappresentino una importante realtà cittadina, con cui dialogare è importante in particolare in questa fase di crisi per la città e in un Municipio esposto al dissesto idrogeologico come il nostro. Questo è l’unico argomento che abbiamo condiviso con i vertici di Legambiente, che non hanno chiesto scusa per l’atteggiamento di alcuni loro membri, ma condiviso la necessità che vi sia sempre un dialogo e un canale di comunicazione e scambio aperto fra istituzioni e cittadini».