Categoria: Penna sagace Banny

Economia e lavoro sono i due temi al centro delle riflessioni della “penna sagace” di Era Superba. Non esiste una ricetta per uscire dalla crisi? Il primo passo è una sana e corretta informazione…

  • Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    FacebookFacebook. Miliardi di tastiere digitano ogni giorno queste otto lettere. Il social network più popolare del mondo, un sito internet capace in così pochi anni di invadere la vita delle persone come un gigantesco fiume in piena. Alle spalle un’azienda che conta poco meno di 5000 dipendenti, ma che viene valutata ben 100 miliardi di dollari al momento della quotazione in borsa (maggio 2012).
    Spesso quando digitiamo una parola su google o facciamo l’accesso a Facebook ci chiediamo… ma da dove arriva tutta la ricchezza dei grandi colossi del web? I soli ricavi pubblicitari sono sufficienti per affermarsi in pochi anni superpotenze economiche su scala mondiale?

    Si iniziò a parlare di “bolla tecnologica” sul finire degli anni novanta, quando l’entrata nel mercato azionario delle “dot-com” (puntocom), ovvero le società di servizi su internet (Google, Amazon, Yahoo! ecc..), generò una bolla culminata nel 2001 con il crollo a picco del valore delle azioni e il conseguente fallimento di molti presunti colossi (celebre fu il caso di Pets.com, ma ricordiamo anche webvan.com, etoys.com, oppure theglobe.com, considerato da molti il primo social network); per comprendere l’entità del crollo è sufficiente citare l’esempio di Amazon.com le cui azioni passarono da 107 a 7 dollari, ciò nonostante le aziende più forti riuscirono a rimanere in piedi. La stessa Amazon.com dieci anni più tardi vedrà salire sino a 200 dollari il valore delle sue azioni, per non parlare di Google, ovviamente.
    Oggi a distanza di tempo in molti sono tornati a parlare di bolla speculativa della new economy, puntando il dito spesso e volentieri proprio sul re dei social network.
    Senza pretesa d’essere esaustivi, cerchiamo di capirci qualcosa in più, con l’unico obiettivo di fornire al lettore uno spunto di riflessione.

    Venture capital: di che cosa si tratta?

    Mark Zuckerberg
    Mark Zuckerberg

    Io ho un’idea per un sito web. Potenzialmente un ottimo business. Non ho capitale, sono nella fase di start up e raggiungo in poco tempo un numero spropositato di utenti. Ciò nonostante il business rimane potenziale, rimane una prospettiva, perché stando ai fatti i ricavi pubblicitari non riescono nemmeno a coprire le spese.
    Non potendo restare in perdita all’infinito, ho bisogno di capitale per poter andare avanti, e se il mio “facebook” ha già raggiunto migliaia di utenti attivi ma io non riesco a guadagnarmi nemmeno un misero stipendio, è necessario che intervenga un investitore. Ma perché mai un investitore o un gruppo di investitori dovrebbe credere in me se la mia attività non genera ingenti guadagni?
    È qui che interviene il venture capital, ovvero il fondo di investimento di cui ho bisogno, quello disposto a sopportare il rischio a fronte di un potenziale rendimento futuro di gran lunga più elevato. Il soggetto che effettua questa operazione viene chiamato venture capitalist: una volta ottenuta la valutazione della start up (operazione denominata due diligence), versa nelle tue casse la somma di denaro necessaria per sviluppare il tuo business. E naturalmente diventa socio.

    Esempio. Mettiamo di aver bisogno di 500.000 euro e di trovare un fondo di investimento disposto a versarli. Ovviamente, prima di investire, questo soggetto vuole capire quale è il valore della mia azienda. Ipotizziamo che la società venga valutata 1.500.000 euro. A questo punto il valore totale dell’azienda risulterà essere la somma del valore pre – investimento (1.500.000 euro) più l’investimento effettuato per un totale di 2 milioni. Quale è il guadagno dell’investitore? Lui adesso rappresenta ¼ della società ed è a tutti gli effetti socio con potere decisionale sulle strategie societarie.

    La quotazione in borsa

    Superata la fase di start up, la società per ingrandirsi avrà bisogno di nuovi capitali e anche in questo caso il denaro non potrà arrivare dagli utili, bisognerà nuovamente affidarsi a terzi. La quotazione in borsa è il passo fondamentale che l’azienda compie per ottenere dalla vendita delle azioni denaro liquido da reinvestire. Le banche acquistano le azioni e le rivendono agli investitori, piccoli o grandi che siano. E quando l’azienda avrà bisogno di nuovi liquidi per crescere e svilupparsi procederà con un aumento di capitale e immetterà nel mercato nuove azioni. Un circolo senza fine.
    Nel mondo della new economy la valutazione di una start up (due diligence) è sicuramente molto complessa, perché il mercato online ha la particolarità non da poco di non avere ancora una storia alle spalle, si tratta di modelli di business ancora inesplorati e il margine di errore è molto elevato. Quanti utenti raggiungi e quanti sei in grado potenzialmente di raggiungere? E una volta quantificato questo dato, che valore economico bisogna assegnargli? Una valutazione eccessivamente ottimistica potrebbe in breve tempo creare una forte disparità fra gli utili reali della società e il valore delle azioni. In parole povere, una bolla finanziaria.

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    Facebook: modello di business sopravvalutato?

    Il 18 maggio del 2012 Facebook è stata quotata in borsa. Il titolo valeva 38 dollari al momento della quotazione, oggi, a poco più di un anno di distanza, è scambiato per 26 dollari: una perdita del 31%. Nello stesso anno i ricavi dell’azienda di Zuckerberg hanno raggiunto i 5,1 miliardi di dollari, facendo registrare un utile netto di 53 milioni. Parte dei ricavi viene ovviamente reinvestita e non figura come utile netto, ciò nonostante stiamo parlando di numeri che, ben lontani da stime e previsioni, non possono certo tranquillizzare gli investitori. Questo proprio a causa dell’eccessiva valutazione dello scorso anno. Ora la domanda sorge spontanea: sarà mai capace Facebook di “sostenere” una simile aspettativa di mercato?

    Facebook, datacentre
    Uno dei datacentre di Facebook, Lulea (Svezia)

    I ricavi di Facebook

    Pubblicità, ovvero inserzioni a pagamento e post sponsorizzati (poco meno del 90% dei ricavi), ma anche giochi online “free-to-play” come ad esempio Farmville. Si tratta di giochi gratuiti prodotti dalla società Zynga i cui ricavi sono rappresentati da una serie di limitazioni al gioco che gli utenti possono scegliere di oltrepassare spendendo soldi reali. Circa il 10% delle entrate di Facebook arrivano proprio dai giochi Zynga.

    Senza contare il valore commerciale di ogni singolo utente attivo sul social network. Non bisogna dimenticare, infatti, che ognuno di noi lavora quotidianamente per Facebook palesando le proprie preferenze e facendo quindi risparmiare alle aziende che faranno pubblicità tutta quella parte di lavoro dedicata alle strategie marketing e alle ricerche di mercato per riuscire ad indirizzare i propri messaggi pubblicitari direttamente alle persone potenzialmente interessate all’acquisto. È naturale che pubblicizzare schiuma da barba rivolgendosi ad un soggetto glabro non è il massimo del marketing… Per questo motivo le aziende hanno sempre lavorato sodo per portare a termine ricerche di mercato su vasta scala e centrare i loro obiettivi. Oggi per un’azienda fare pubblicità su Facebook singifica bypassare il problema, e questo grazie al “lavoro” non retribuito svolto da milioni di utenti.

    Il futuro

    web
    1999 – LA CLASSIFICA DEI SITI PIU’ VISITATI DEL MONDO: QUANTI SONO ANCORA IN VOGA?
    1. Broadcast.com
    2. Mp3.com
    3. Amazon.com
    4. Den.com
    5. Espn.com
    6. Cnet.com
    7. Tripod.com
    8. Imagineradio.com
    9. Onebox.com
    10. Artmuseum.net
    11. Pseudo.com
    12. E-Trade.com
    13. Hsx.com (Hollywood Stock Exchange)
    14. Askjeeves.com
    15. Feedmag.com
    16. Cnn.com
    17. Dealtime.com
    18. Kodak.com
    19. Thesync.com
    20. Ebay.com

    Fare previsioni su quello che potrà essere il futuro di Zuckerberg e compagni non è ovviamente possibile. Quel che è certo è che siamo ancora in una fase in cui l’azienda è considerata giovane e quindi ancora con ampi margini di miglioramento (e quindi “profittabile” per chi ne acquista le azioni). Gli utili di Facebook potranno crescere vertiginosamente nei prossimi anni e raggiungere le stime fatte al momento dell’entrata nel mercato azionario… Oppure no. E questo significherebbe guai per la “f” più celebre del mondo.
    D’altronde la caratteristica principale della new economy è proprio la velocità impressionante con cui le cose cambiano, anche drasticamente. Si può citare il caso di MySpace (oggi acquistata dal cantante Justin Timberlake che sta provando a rilanciarla), celebre social network della musica soppiantato completamente nel giro di pochi mesi da nuovi servizi come soundcloud.com. Il box qui accanto mostra la lista dei siti più visitati a livello mondiale nel 1999… Non è certo passato un secolo, eppure ben pochi di questi siti oggi vantano ancora numeri importanti. Molti sono addirittura scomparsi. Inutile dire che ciò potrebbe anche accadere a Facebook e in quel caso le stime fatte nel 2012 impiegherebbero pochi mesi per sgretolarsi facendo precipitare il valore delle azioni ed esponendo l’azienda americana al rischio crack.
    Zuckerberg da tempo dichiara che il futuro del suo sociial network è nel mobile. La metà degli utenti iscritti, infatti, accede a Facebook da dispositivi mobili. Il lancio di Facebook Home va proprio in questa direzione. Il giovane enfant prodige, quindi, è pienamente convinto di riuscire a mantenere la sua creatura come primo riferimento per quanto riguarda il mondo dei social network ancora per molti anni. In questo senso va letta anche la decisione di acquistare Instagram, social network basato sulla condivisione di immagini, per una cifra vicina al miliardo di dollari (al momento dell’acquisto Instagram contava ben… 13 dipendenti).
    Solo il tempo potrà dargli ragione. In caso contrario, ci ritroveremo davanti all’ennesima bolla finanziaria, senza sconti per nessuno.

     

    Giorgio Avanzino

  • Università online: lezioni gratuite sui siti e sui canali youtube

    Università online: lezioni gratuite sui siti e sui canali youtube

    harvardKhan Academy ha fatto diventare l’apprendimento online un fenomeno di massa. Come prevedibile questo ha fatto sì che si moltiplicassero siti e canali Youtube che offrono lezioni gratuite sugli argomenti più disparati. Quello che invece è sorprendente è il fatto che sempre più università stiano puntando sull’apprendimento online rendendo disponibili i propri corsi gratuitamente (i cosiddetti MOOC: massive open online course).

    Non stiamo parlando di piccole atenei di provincia, ma di università come Harvard, Yale, Stanford, MIT e di tutti i più prestigiosi college americani. In qualche modo è ora possibile fruire di ciò che, fino a pochi anni fa, era accessibile solo a chi poteva permettersi di pagare rette da decine di migliaia di dollari l’anno. Orientarsi in questo mondo non è però facile, così, per chi tra voi ha voglia di mettersi (o rimettersi) a studiare, questo è quanto di meglio possiate trovare in rete:

    • Udacity è un’organizzazione fondata da  Sebastian Thrun, fondatore del laboratorio Google X dove il colosso di Mountain View sviluppa i propri progetti futuristici. Questo progetto è l’evoluzione dell’idea di fornire gratuitamente le lezioni di alcuni corsi dell’università di Stanford. I corsi proposti riguardano esclusivamente materie scientifiche e alle lezioni vengono alternati esercizi che permettono di verificare il grado di preparazione raggiunto. Ogni corso può essere seguito al ritmo che si preferisce e, una volta concluso, viene rilasciato gratuitamente un certificato che attesta il livello raggiunto. Questo certificato non può essere utilizzato per ottenere crediti formativi che possono però essere acquisiti (solo per alcuni corsi) sostenendo un ulteriore esame a pagamento.
    • Coursera è una compagnia fondata da alcuni professori dell’università di Stanford che offre la possibilità ad altri atenei di condividere i propri corsi online. I corsi offerti riguardano gli ambiti più disparati e coinvolgono numerose università, tra cui l’università “La Sapienza” di Roma. A differenza di Udacity i corsi possono essere frequentati in determinati periodi dell’anno in quanto è prevista un’interazione tra gli studenti e l’insegnante e sono inoltre assegnati dei compiti settimanali. Anche in questo caso è prevista la possibilità di ottenere crediti sostenendo un esame a pagamento.
    • edX è una società senza scopo di lucro fondata dall’università di Harvard e dal Massachusetts Institute of Technology che offre corsi di alcune delle più prestigiose università americane. Sostanzialmente il servizio offerto è lo stesso di Coursera, anche se il numero di corsi offerti è molto più limitato.
    • MIT OpenCourseWare è un’iniziativa del Massachusetts Institute of Technology che ha avuto inizio nel 2002 e che permette di accedere a più di 2000 corsi che trattano praticamente tutto lo scibile umano. L’unica nota dolente è che non per tutti i corsi sono disponibili i video delle lezioni. Visto l’enorme quantità di materiale è necessario armarsi di pazienza per trovare il corso che fa per noi. La qualità del materiale didattico compensa pienamente lo sforzo profuso.

    Un tempo le università erano molto gelose dei propri contenuti e ritenevano che condividere i propri corsi sul web fosse inutile o addirittura, nel caso peggiore, avrebbe potuto compromettere l’immagine della scuola. Oggi invece aprire i propri corsi al web è un’opportunità per mostrare quanto la propria università sia avanzata e, di conseguenza, raccogliere più finanziamenti. Oltre a ciò organizzazioni come Udacity stanno pensando di offrire un servizio che permette di mettere in contatto le aziende con gli studenti più meritevoli che seguono i corsi online. Sicuramente si troveranno altri modi per rendere profittevole l’apprendimento online, quello che è certo è che l’effetto collaterale sarà quello di avere sempre più contenuti liberamente consultabili. Per una volta la concorrenza sta funzionando veramente per rendere migliore la vita di tutti noi.

     

    Giorgio Avanzino

  • Web learning, Khan Academy: la scuola online che ha conquistato il mondo

    Web learning, Khan Academy: la scuola online che ha conquistato il mondo

    khan-academyLa vita di Salman Khan sembra lo stereotipo del sogno americano. Nato a New Orleans da genitori immigrati, Salman (per gli amici “Sal”) frequenta le scuole pubbliche e, grazie alle sue doti fuori dal comune, vince una borsa di studio per uno dei college più prestigiosi al mondo: il Massachusetts Institute of Technology. Qui consegue tre lauree di cui una in ingegneria elettrica, una in matematica e una in informatica. Successivamente frequenta la prestigiosa università di Harvard dove consegue un Master in Business Administration che lo porta a trovare un lavoro molto ben retribuito come analista presso un fondo speculativo.

    Per molti questa sarebbe stata la realizzazione di un sogno, ma non per Sal: un giorno avrebbe voluto fondare una scuola dove gli studenti potessero mettere in pratica la propria creatività senza sacrificare il rigore accademico e, soprattutto, dove gli studenti non perdessero ogni possibilità di frequentare le università più prestigiose solo per aver fallito un test all’età di 11 anni così come accade nel sistema scolastico americano. Questo giorno non era molto lontano ed è arrivato molto prima di quanto lui avrebbe mai potuto aspettarsi.

    La svolta arriva inaspettatamente quando sua cugina Nadia, avendo difficoltà in matematica, rischia di non passare l’esame di passaggio alle scuole medie compromettendo irreparabilmente la propria carriera scolastica. Sal, nonostante al tempo vivesse lontano da sua cugina, decide di aiutarla e, per sopperire alla distanza, si avvale di un telefono e di un semplice programma chiamato Yahoo Doodle che permette di disegnare su uno schermo virtuale, come se fosse una lavagna.

    Grazie al suo aiuto Nadia riesce così a passare brillantemente l’esame e, in poco tempo, grazie al passaparola, Sal si ritrova a dare ripetizioni virtuali a quasi tutti i membri della sua numerosa famiglia. A questo punto, vista la difficoltà di gestire un numero così grande di persone, Sal decide nel 2006 di registrare i video delle sue lezioni e pubblicarle su Youtube in modo che i suoi parenti possano accedervi in qualunque momento. All’inizio non è molto convinto di questa soluzione, ma, con grande sorpresa, si rende conto che i suoi cugini cominciano ad apprezzare più la versione “digitale” del proprio cugino di quella in carne e ossa. E ancora più sorprendentemente i suoi video vengono visti e commentati da sempre più persone. Il sogno di Sal sta cominciando a diventare realtà.

    Nel 2008 decide di creare un’organizzazione no-profit e di chiamarla “Khan Academy” e nel 2009 lascia il suo lavoro per dedicarsi al suo progetto. All’inizio il “team” è composto solamente da lui, una tavoletta grafica da 80$ e un software per catturare le immagini dallo schermo. L’inizio non è facile, ma già dopo pochi mesi i suoi video vengono visti da migliaia di persone ogni giorno. Al successo in termini di visite non corrisponde purtroppo un successo dal punto di vista finanziario: Sal può fare affidamento solo sui suoi risparmi che si stanno velocemente erodendo. Dopo pochi mesi riceve il primo assegno di 100000 dollari da un venture capitalist che gli permette di tirare un primo sospiro di sollievo. Da quel momento tutto cambia: due mesi dopo Bill Gates annuncia ad un convegno sulle tecnologie innovative di essere un grande fan di Khan Academy e di utilizzarlo con i suoi figli. A questa dichiarazione fa seguire una ricca donazione di 1,5 milioni di dollari a cui sono seguiti 2 milioni da parte di Google. A questo punto Sal può finalmente fare le cose in grande assumendo i migliori informatici e designer presenti sul mercato. Le visualizzazioni del sito continuano ad aumentare e il canale Youtube raggiunge addirittura 250 milioni di visualizzazioni. Il sogno di Sal si sta avverando.

    Ma cosa rende così diverso Khan Academy rispetto ad ad altri siti analoghi? A prima vista il sito non presenta nessuna peculiarità. Si possono scegliere le lezioni da seguire scegliendo tra più di 4000 video, suddivisi in quattro aree tematiche principali: matematica, scienza ed economia, informatica e scienze umanistiche. Ognuna di queste aree è suddivisa a sua volta in ambiti più specifici. Prendiamo ad esempio la matematica: si possono scegliere lezioni che vanno dall’algebra e alla geometria di base fino ad arrivare al calcolo differenziale.

    La prima peculiarità è che le lezioni non utilizzano la consueta formula dei video didattici dove si vede una persona che spiega davanti a una lavagna. Il viso di Sal non appare in nessun video, si vedono solo apparire sullo sfondo nero le scritte, le immagini e le formule create da Sal con la tavoletta grafica che, come ha dichiarato lui stesso, “saltano fuori da un universo oscuro ed entrano nella propria mente con una voce proveniente dal nulla”. L’effetto che si vuole dare è quello di far sentire chi guarda il video come se stesse lavorando fianco a fianco con Sal.

    Sul sito è possibile inoltre tenere traccia degli argomenti affrontati ed esercitarsi con gli esercizi proposti per verificare i propri progressi, ma la vera innovazione è la possibilità di applicare facilmente questa metodologia didattica nelle scuole: l’insegnante e i suoi alunni possono creare i propri profili e l’insegnante può monitorare i progressi dei propri alunni.

    Le lezioni non avvengono come al solito: compiti e lezioni in classe vengono “ribaltati”. Gli studenti preparano a casa le lezioni seguendo i video, mentre in classe svolgono i test e lavori di gruppo. Gli alunni in questo modo, potendo mettere in pausa o ripetere il video, hanno la possibilità di assimilare i concetti seguendo il proprio ritmo. In classe l’insegnante, grazie all’interfaccia grafica offerta dal sito, può vedere in tempo reale chi è in difficoltà potendo così intervenire subito aiutando chi rimane indietro senza rallentare gli altri studenti. Il modello classico di apprendimento prevede che il tempo dedicato all’apprendimento sia fisso e il livello a cui si sono assimilati i concetti sia variabile e misurabile con un voto. C’è chi padroneggia completamente la materia, chi invece ha una conoscenza appena sufficiente e chi rimane definitivamente indietro. Il metodo di Khan Academy mette in atto una vera e propria rivoluzione: a variare è il tempo impiegato dai singoli studenti per apprendere i concetti, mentre si fissa il livello di padronanza… tutti gli studenti, alla fine del loro percorso assimilano i concetti senza avere carenze su singoli argomenti.

    A chi lo accusa di voler sostituire l’interazione umana con la fredda informatica Sal risponde che è proprio per avere più interazione umana che tutto questo è stato creato. Con questo metodo viene meno la passività che spesso caratterizza le lezioni tradizionali per poter lasciare spazio alla creatività.

    Tutto questo potrebbe sembrare una bella teoria che, per quanto affascinante, rimarrà poco più di uno spot pubblicitario. A volte però i sogni si realizzano: nel distretto di Los Altos vicino a San Francisco più di 20 scuole hanno deciso di sperimentare questo metodo riportando buoni risultati, soprattutto per gli studenti che avevano avuto, fino a quel momento, più difficoltà di apprendimento. Versioni offline del sito sono state utilizzate nelle aree più povere di Asia, Africa e Sud America per consentire ai ragazzi di quelle zone di avere la stessa esperienza educativa di quelli che vivono nella Silicon Valley.

    Che questo sia il futuro dell’educazione? È difficile dirlo, l’unica cosa certa è che, come ha detto Bill Gates riferendosi a Salman Khan, “quasi 160 punti di QI sono stati spostati dalla finanza speculativa all’insegnamento a un numero sterminato di persone. È stato un bel giorno quello in cui sua moglie gli ha fatto lasciare il proprio lavoro”. In un paese che negli ultimi anni ha impiegato i suoi migliori cervelli nella speculazione finanziaria questo è un fatto più unico che raro.

     

    Giorgio Avanzino

     

  • Disuguaglianza e malessere sociale: i dati e gli effetti sulla società

    Disuguaglianza e malessere sociale: i dati e gli effetti sulla società

    poverta-crisi-clochard-DILa scorsa uscita ci siamo soffermati sulle disuguaglianze presenti negli Stati Uniti e su come queste rendano la società e l’economia più deboli e meno efficienti. Questo è particolarmente vero per la società americana, ma è sempre vero che esiste un rapporto diretto tra disuguaglianza e malessere sociale? E soprattutto è possibile dimostrarlo scientificamente? A queste  domande hanno provato a rispondere gli epidemiologi britannici Richard Wilkinson e Kate Pickett che hanno raccolto i risultati di anni di ricerche nel libro “La misura dell’anima – Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici”.

    L’idea che la sperequazione dei redditi crei divisioni e non faciliti la coesione sociale esisteva già prima della Rivoluzione Francese. Quello che era mancato fino ad adesso era la possibilità di mettere a confronto società più o meno egualitarie per misurare gli effetti della disuguaglianza, ma ora, grazie al lavoro di questi due studiosi, ciò è finalmente possibile.

    Tra i paesi sviluppati vi è una grande differenza per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza: da una parte abbiamo Giappone, Finlandia, Norvegia e Svezia dove il 20% più ricco della popolazione guadagna da 3,5 a 4 volte più del 20% più povero. Dall’altra abbiamo invece Regno Unito, Portogallo, Stati Uniti e Singapore dove questo rapporto arriva addirittura a 10 volte.

    I due epidemiologi britannici hanno preso in considerazione i dati ufficiali provenienti dall’ONU e dalla Banca Mondiale riguardanti l’aspettativa di vita, l’andamento scolastico, il tasso di mortalità infantile, il tasso di omicidi, la proporzione di popolazione detenuta, il tasso di natalità tra coppie di adolescenti, il grado di fiducia, l’obesità, le malattie mentali e la mobilità sociale. Incrociando questi dati con quelli relativi alla disuguaglianza è stato possibile trovare una fortissima correlazione tra quest’ultima e i problemi sociali: maggiore è la disuguaglianza e più alto è il malessere sociale che affligge la società. Questa ricerca comparativa ha dimostrato che, oltre una certa soglia di ricchezza, non è importante quanto è ricco un paese, l’importante è come questa ricchezza viene distribuita tra i suoi abitanti.  Per avvalorare questa tesi è stato preso in considerazione anche l’indice UNICEF di benessere dei bambini ottenendo lo stesso tipo di correlazione: i bambini stanno peggio in società più diseguali, mentre il loro benessere non è correlato alla ricchezza pro capite.

    Probabilmente non bisogna sforzarsi troppo per credere che le società più diseguali siano soggette a maggiori tensioni sociali, ma d’altro canto siamo abituati a vedere le diseguaglianze come l’altra faccia della medaglia della possibilità di scalare la piramide sociale velocemente partendo dal nulla. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Purtroppo questa visione non potrebbe essere più lontana dalla realtà: paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno la minore mobilità sociale tra i paesi sviluppati. È inutile dire che Giappone e paesi scandinavi si trovano invece in cima alla classifica. Sembra proprio che per vivere il sogno americano sia davvero necessario andare in Scandinavia!

    C’è però una differenza sostanziale tra il Giappone e i paesi del nord Europa: la Svezia ha grosse disparità di reddito che vengono bilanciate attraverso la tassazione e uno stato sociale molto forte, mentre il Giappone ha differenze di reddito molto contenute già prima delle imposte e uno stato sociale limitato. Perciò non è importante come si arrivi a una maggiore equità, l’importante è arrivarci.

    Perché la disuguaglianza sociale ha un impatto così devastante sulla qualità della vita dei cittadini?  La ragione principale è che nella società in cui viviamo ci preoccupiamo sempre di più di come veniamo visti dagli altri. Più diamo importanza al giudizio altrui più aumenta il timore di essere considerati inadatti o poco attraenti. Maggiori sono le diseguaglianze maggiore è la probabilità di sentirsi inadeguati rispetto agli altri. Questo modo di vivere ci sta sottoponendo a dosi sempre maggiori di stress che stanno minando alla radice la qualità della nostra vita.

    Purtroppo dall’inizio della crisi stiamo assistendo all’allargamento della forbice tra le varie classi sociali in tutti i paesi sviluppati, soprattutto in Europa. Questo, come abbiamo visto, porta a sempre maggiori problematiche sociali. Questo non è altro che il risultato delle politiche di austerità che, oltre a non dare i frutti sperati nel consolidamento dei conti pubblici, stanno erodendo a poco a poco il modello di società europeo. È necessario che lo Stato ritorni prepotentemente a perseguire il proprio obiettivo principale: limitare la disuguaglianza redistribuendo la ricchezza. E l’unico modo di conseguire questo risultato è quello di tornare a tornare a svolgere la funzione di governo delle forze del mercato prendendo ad esempio i paesi scandinavi. Magari pensando un po’ meno al sogno americano e un po’ più a quel sogno europeo di cui rischiamo di dimenticarci per sempre.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Disuguaglianza e bassa mobilità sociale: la fine del sogno americano

    Disuguaglianza e bassa mobilità sociale: la fine del sogno americano

    La Bandiera AmericanaLa disoccupazione giovanile nel nostro paese ha ormai sfondato quota 33% e le prospettive sono tutt’altro che positive. Per molti l’unica alternativa è quella di emigrare all’estero in cerca di nuove opportunità. Il problema principale è che la vecchia Europa non se la sta certo passando bene, stretta com’è da questa insensata austerità, e bisogna quindi guardare altrove. E allora perché non pensare di trasferirsi nel paese che rappresenta nell’immaginario collettivo il luogo dove è possibile realizzare i propri sogni partendo da zero? Perché non trasferirsi negli Stati Uniti d’America?

    Prima di preparare le valigie e prenotare un volo di sola andata sarebbe meglio sapere che c’è chi ritiene che il cosiddetto “sogno americano” sia in realtà un incubo per la maggior parte dei cittadini statunitensi. Uno dei maggiori esponenti di questa scuola di pensiero è l’economista americano Joseph Stiglitz che, nel libro “Il prezzo della disuguaglianza”, ha sviscerato il problema più grave della società americana: la disparità di condizioni tra i “ricchi” e i “poveri”.

    A suffragio di questa tesi l’economista americano riporta alcuni dati che valgono più di mille parole: il reddito dell’1% più ricco degli americani rappresenta circa il 25% di tutta la ricchezza prodotta in un anno, mentre il loro patrimonio ammonta addirittura al 40% della ricchezza totale. Venticinque anni fa queste percentuali erano rispettivamente il 12% e il 33%. Il reddito mediano è minore di quello di quindici anni fa, mentre la ricchezza mediana è pari a quella degli anni ’90. Ci sentiamo spesso ripetere da molti economisti che “se la torta diventa più grande, la fetta che prendiamo è sempre più grossa” o che “l’alta marea solleva tutte le barche”; sembra invece che, nonostante la torta sia cresciuta, le fette per le persone comuni siano sempre più piccole e che l’alta marea abbia inghiottito e non sollevato chi si trovava sulle barche più piccole. In termini di uguaglianza di reddito gli Stati Uniti sono ormai sempre più simili alla Russia degli oligarchi.

    Alcuni potrebbero pensare che, dopotutto, c’è chi vince e c’è chi perde e che non è colpa di nessuno se non tutti hanno le stesse possibilità perché le disuguaglianze sono inevitabili e il cercare di appianarle limiterebbe l’efficienza dell’economia. Al contrario l’illustre premio nobel americano, nel suo ultimo libro, smonta queste argomentazioni dimostrando come una maggiore uguaglianza sia non solo moralmente più auspicabile ma porterebbe a un notevole miglioramento dell’economia reale.

    Stigliz afferma che, all’aumentare della diseguaglianza, diminuiscono le opportunità delle classi più disagiate per poter migliorare la propria condizione. Questo vuol dire sprecare alcune delle persone più brillanti che, per mancanza di risorse finanziarie, non possono accedere a un’istruzione di livello superiore e quindi non possono dare il proprio contributo alla società mettendo le proprie capacità al servizio della collettività. Perciò più uguaglianza significherebbe avere una società più efficiente.

    Inoltre la disuguaglianza rende l’economia più debole: l’1% più ricco della popolazione, che possiede la maggior parte della ricchezza, spende solo una piccola frazione delle proprie risorse. L’aver spostato questa ricchezza dai ceti meno abbienti a quelli più ricchi ha diminuito la domanda aggregata, cioè i consumi, e ha rafforzato la speculazione. Per compensare questa diminuzione si è dovuto creare una domanda fittizia alimentata dal credito facile erogato dalle banche attraverso mutui, carte revolving e altri strumenti finanziari. Questo ha portato l’80% della popolazione più povera a indebitarsi fino a spendere il 110% del proprio reddito portando allo scoppio della crisi dei mutui subprime. Per questo motivo più uguaglianza significherebbe avere un’economia più solida.

    Infine Stigliz descrive come spesso i più ricchi ottengano guadagni giganteschi senza dare alcun contributo alla società. Si pensi ad esempio ai banchieri o ai manager che, pur avendo dato origine alla crisi, hanno ottenuto bonus stratosferici. A chi pensa che tassando queste categorie si rischi di limitare la creazione di posti di lavoro Stiglitz risponde che, più che creatori di posti di lavoro, i grandi manager e banchieri ne siano stati piuttosto i distruttori. I soldi ottenuti in questo modo potrebbero essere investiti in ricerca, infrastrutture ed educazione che creerebbero nuove opportunità per i meno abbienti e quindi darebbero un forte contributo all’economia.

    Il sogno americano sembra ormai un pallido ricordo e le statistiche descrivono la mobiltà sociale statunitense come una delle più basse dei paesi industrializzati. Pertanto se volete davvero vivere il sogno americano, invece di partire per New York, vi conviene piuttosto prenotare un volo per la Scandinavia. La prossima volta vedremo perché…

     

    Giorgio Avanzino

  • Finire come la Grecia: tagliare la spesa pubblica per aggravare la crisi

    Finire come la Grecia: tagliare la spesa pubblica per aggravare la crisi

    grecia2“Rischiamo di finire come la Grecia”. È questo lo spauracchio che il precedente governo ha utilizzato per convincerci di come le politiche di austerità fossero necessarie per uscire dalla crisi. Per la maggior parte di noi la Grecia rappresenta quindi il pericolo dell’arrivo della povertà a casa nostra, ma, a parte questo, sappiamo concretamente cosa sta succedendo laggiù?

    Purtroppo, come spesso accade, non è facile ottenere informazioni affidabili in rete dove spesso si incappa in elaborazioni fantasiose della realtà o addirittura in vere e proprie bufale. In questo caso è sufficiente limitarsi alle fonti ufficiali per capire che la situazione greca è purtroppo drammatica, tanto che si è arrivati a parlare addirittura di crisi umanitaria. Siamo abituati a sentire parlare di crisi umanitaria all’indomani di una catastrofe naturale o di una guerra, ma forse nessuno di noi era preparato a sentirne parlare in seguito a una crisi economica e tanto meno in un paese europeo.

    Le statistiche parlano chiaro: nel 2011 più del 30% della popolazione è a rischio povertà e, pur non essendo ancora disponibili i dati aggiornati, ci si aspetta un peggioramento di queste percentuali per il 2012. Il tasso di disoccupazione è arrivato al 27%, mentre quella giovanile ha sfondato quota 50%. Il rapporto debito PIL, seppur in discesa, è ancora oltre la soglia del 150%.

    Tra le molte manifestazioni di protesta del popolo greco, ha provocato particolare scalpore quella degli agricoltori greci che, in agitazione da quindici giorni consecutivi, l’11 febbraio hanno respinto  le concessioni proposte dal governo di coalizione per proseguire la loro battaglia contro gli aumenti delle tasse sui carburanti. Il blocco stradale organizzato a Lamia, nella Grecia centrale, è degenerato in scontri con la polizia che hanno portato a 11 arresti tra i manifestanti, mentre due agenti e tre dimostranti sono rimasti feriti. L’aumento delle tasse sui carburanti si somma agli aumenti dell’IVA e delle imposte sul reddito e patrimoni, ma, nonostante tutti questi sacrifici, la situazione delle finanze pubbliche greca non sta migliorando. Come è possibile?

    La ragione principale è che purtroppo quest’incredibile stretta fiscale sta uccidendo l’economia reale del paese e, nonostante l’aumento dell’imposizione fiscale, a gennaio si è avuto una diminuzione del gettito fiscale del 16%. Più le tasse aumentano, meno soldi hanno da spendere le famiglie. Le aziende, strette tra minore domanda di beni e tasse crescenti chiudono una dopo l’altra lasciando a casa i lavoratori che vanno a ingrossare le file dei disoccupati. Maggiore disoccupazione significa minori consumi e, di conseguenza, minore gettito. Per queste ragioni gli obiettivi di rientro del rapporto deficit-Pil vengono costantemente sforati e, per cercare di compensarli, si aumenta ancora di più l’imposizione fiscale creando un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

    Non è certo per pigrizia o per lassismo fiscale se la Grecia non riesce a raggiungere gli obiettivi previsti dalla Troika, è proprio la cura a base di austerità che sta uccidendo il paese. È stato addirittura lo stesso Fondo Monetario Internazionale a pubblicare uno studio che afferma che troppa austerità può portare allo strangolamento dell’economia di un paese, soprattutto se gli anche altri paesi attuano contemporaneamente le stesse politiche. In passato, la maggior parte dei modelli utilizzati per prevedere l’impatto delle politiche di austerità sulla crescita (fra cui quello utilizzato dalla Commissione europea) indicava il moltiplicatore fiscale a 0,5: cioè a ogni punto percentuale di taglio del deficit corrisponderebbe mezzo punto di minor crescita. Secondo questo nuovo studio realizzato sotto la guida del capo economista Olivier Blanchard il valore del moltiplicatore si collocherebbe invece tra lo 0,9 e l’1,7.

    Questo significa che ad ogni punto percentuale di minore spesa pubblica il prodotto interno lordo può diminuire, nel caso peggiore, di quasi due volte. La diminuzione del PIL causa, a sua volta, una diminuzione del gettito fiscale e quindi un peggioramento dei conti pubblici. Il paradosso è: più si taglia spesa pubblica più peggiorano i conti dello stato. Per questo motivo abbiamo assistito a forti recessioni in tutti i paesi dove sono state applicate le politiche di austerità e, in modo particolarmente violento, in Grecia.

    Per uscire da questa situazione sarebbe necessario cambiare rotta, ma i governi di tutta Europa stanno dando segnali tutt’altro che incoraggianti. Il non farlo significherebbe condannare non solo la Grecia, ma anche tutti quei paesi, come il nostro, dove l’austerità da opportunità di salvezza si è trasformata in incubo da cui sembra impossibile svegliarsi.

     

    Giorgio Avanzino

  • Rifiuti elettronici e obsolescenza programmata: chi inquina deve pagare

    Rifiuti elettronici e obsolescenza programmata: chi inquina deve pagare

    tecnologia-energia-DMolti di voi probabilmente sanno già che la maggior parte dei gadget elettronici che usiamo tutti i giorni sono prodotti in condizioni tutt’altro che rispettose dell’ambiente e dei diritti dei lavoratori. Forse però molti di voi non sanno cosa succede al vostro smartphone una volta che, diventato obsoleto, entra a far parte del ciclo dei rifiuti.

    Gli smartphone, così come i tablet e tutti gli altri gadget di cui ormai nessuno di noi può più fare a meno, sono rifiuti particolari perché, oltre a non essere biodegradabili, contengono molte sostanze considerate tossiche per l’ambiente. È per questo motivo che è assolutamente necessario non buttare apparecchi elettronici insieme agli altri rifiuti, ma depositarli all’isola ecologica. In seguito questi rifiuti devono essere trattati per recuperare alcuni dei materiali di cui sono composti: rame, ferro, acciaio, alluminio, vetro, argento, oro, piombo, mercurio che possono essere così riutilizzati per produrre nuovi apparecchi invece di dover estrarre nuove materie prime. Fin qui sembrerebbe che tutto funzioni e che, in fin dei conti, si possa inseguire l’ultimo gadget tecnologico senza doversi sentire troppo in colpa per gli eventuali danni arrecati all’ambiente.

    Purtroppo non è così: il trattamento dei rifiuti elettronici (RAEE – rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche), se eseguito nel rispetto delle regole, è molto costoso e pertanto questi vengono spesso spediti dove il processo di recupero è più conveniente, cioè nei paesi in via di sviluppo come India, Cina e alcuni paesi africani. La maggiore convenienza deriva dal fatto che il processo di recupero dei materiali avviene disapplicando tutte le norme di tutela dell’ambiente e della salute dei lavoratori: migliaia di persone senza alcuna protezione bruciano a cielo aperto, per meno di un dollaro al giorno, tonnellate di rifiuti elettronici per scioglierne il rivestimento di plastica e recuperare il rame in esso contenuti.

    Le conseguenze sono purtroppo drammatiche: contaminazione delle acque, inquinamento atmosferico e ovviamente altissima incidenza di cancro nelle popolazioni locali. Tutto questo avviene nonostante le normative internazionali non consentano ai paesi sviluppati di sbarazzarsi dei loro rifiuti semplicemente spedendoli altrove. Queste norme vengono tuttavia aggirate facendo figurare i rifiuti elettronici come materiale di seconda mano ancora funzionante vendibile sui mercati emergenti.

    In questo modo i paesi sviluppati esternalizzano i costi per lo smaltimento dei rifiuti e sono i paesi in via di sviluppo a pagarli sotto forma di devastazione ambientale e umana. Attraverso un inasprimento dei controlli si potrebbe certamente cercare di contrastare questo fenomeno, ma forse una soluzione più efficace potrebbe essere un’altra: ridurre a monte la quantità di rifiuti elettronici prodotti.

    Non voglio certo proporre di bandire la tecnologia dalla nostra vita, penso solo che un altro modo di produrre sia possibile. Oggigiorno tutti i prodotti che compriamo sono progettati per durare un tempo molto limitato secondo una strategia che viene chiamata “obsolescenza programmata”. È per questo motivo che gli apparecchi elettronici sono difficili da aggiornare, facilmente danneggiabili e difficili da riparare. Quante volte vi è capitato di trovarvi nella situazione in cui è più economico comprare un nuovo lettore DVD o una stampante piuttosto che farli riparare?

    Ma cosa succederebbe se fossero proprio i produttori di apparecchi elettronici a dover provvedere al loro smaltimento? Pensate davvero che le cose si romperebbero lo stesso così frequentemente? In questo modo i produttori sarebbero incentivati a progettare oggetti modulari di cui si potrebbe sostituire solo la parte danneggiata e non l’oggetto intero. Si passerebbe in questo modo dal “progettare per la discarica” al “progettare per durare”.

     

    LE NUOVE DIRETTIVE PER LO SMALTIMENTO

    Lo scorso 24 Luglio è stata pubblicata nella Gazzetta Ufficiale Europea la nuova direttiva sui RAEE che tende a responsabilizzare maggiormente i produttori di apparecchiature elettroniche riguardo allo smaltimento dei rifiuti. Come si legge, questa direttiva intende “contribuire alla produzione e al consumo sostenibili tramite, in via prioritaria, la prevenzione della produzione di RAEE e, inoltre, attraverso il loro riutilizzo, riciclaggio e altre forme di recupero, in modo da ridurre il volume dei rifiuti da smaltire e contribuire all’uso efficiente delle risorse e al recupero di materie prime secondarie di valore”. Viene inoltre affermato che la politica ambientale dell’Unione europea “è basata sul principio di precauzione,  […] «chi inquina paga»”.

    La novità più rilevante introdotto da questa direttiva è il ritiro “uno contro zero”: i grandi esercizi commerciali avranno l’obbligo di ritirare gratuitamente i piccoli elettrodomestici anche senza l’acquisto di un prodotto nuovo equivalente. Ciò rappresenta un’evoluzione rispetto al ritiro “uno contro uno” attualmente in vigore secondo cui i commercianti sono obbligati a ritirare gratuitamente un dispositivo elettronico per ogni acquisto effettuato dal cliente.

    Tuttavia nessuna direttiva, per quanto possa andare nella giusta direzione, potrà risolvere da sola il problema dei rifiuti elettronici. È nostro dovere di cittadini avere comportamenti più consapevoli e orientare i nostri acquisti tenendo in considerazione altri criteri oltre a quanto un prodotto è “cool”, limitando l’acquisto di prodotti elettronici e, quando proprio necessario, scegliendo quelli più “eco-friendly”. Sicuramente non è facile, tutti noi subiamo il fascino della tecnologia, ma forse pensare che ogni volta che compriamo un nuovo gadget quello vecchio potrebbe finire in un rogo e diventare una nuvola tossica magari potrebbe aiutare…

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Capire la crisi dell’Euro: la teoria delle aree valutarie ottimali

    Capire la crisi dell’Euro: la teoria delle aree valutarie ottimali

    Finanza, Economia e BancheCome salvare l’Euro da questa crisi? Unione politica? Unione bancaria? Stati Uniti d’Europa? Non ho mai avuto un’idea molto chiara di come queste proposte permettano di salvare la moneta unica e, soprattutto, di quale sia esattamente il nesso tra la l’unione monetaria e una più stretta integrazione dei paesi dell’eurozona. I mezzi di informazione, come al solito, non permettono di formarsi un’opinione anche grazie ai nostri politici che, invece di spiegare chiaramente le ragioni del progetto europeo, si riferiscono agli Stati Uniti d’Europa come a un sogno da lasciare ai propri figli. Ho potuto finalmente fugare i miei dubbi quando un giorno, girovagando per la rete, mi sono imbattuto in diversi articoli che parlavano della teoria delle aree valutarie ottimali. Questa teoria, nata nel 1961 dagli studi dell’economista canadese Robert Mundell, elenca le condizioni necessarie affinché due o più paesi possano scegliere di adottare con successo la stessa moneta. Prima di addentrarci in questa teoria vediamo però cosa succede quando due paesi non hanno la stessa moneta.

    ESEMPIO 1: PAESE A e PAESE B HANNO MONETA DIVERSA

    Immaginiamo un mondo dove ci siano solamente due paesi: il paese A e il paese B. Questi due paesi hanno le loro rispettive monete che utilizzano per avere degli scambi commerciali. Immaginiamo ora che il paese A esporti al paese B più merci di quanto importi e che, di conseguenza, il paese B importi più di quanto esporti trovandosi quindi ad avere un deficit nella bilancia commerciale. Per pagare le merci prodotte in A, gli abitanti di B devono cambiare i propri soldi vendendo moneta B per comprare moneta A. Questo causa un aumento della domanda per la moneta A e di conseguenza, secondo la legge della domanda e dell’offerta, una rivalutazione della moneta A e una svalutazione della moneta B. Questo rende le merci del paese B più convenienti e gli abitanti del paese A cominceranno a comprarle riequilibrando rapidamente la bilancia dei pagamenti dei due paesi. Questo meccanismo automatico di riequilibrio è il cosiddetto sistema dei “cambi flessibili” ed è in vigore dal 1971 anno in cui sono stati abbandonati gli accordi di Bretton Woods.

    ESEMPIO 2: PAESE A e PAESE B HANNO LA STESSA MONETA

    Immaginiamo ora che il paese A e il paese B vogliano adottare la stessa moneta. Perché dovrebbero volerlo? La ragione principale è che avere la stessa moneta azzera il rischio di cambio. Con monete diverse se una banca del paese A prestasse dei soldi a un’impresa del paese B rischierebbe di essere ripagata con una moneta che nel frattempo si potrebbe essere svalutata. Se invece si utilizza la stessa moneta questo non può accadere e ciò incoraggia gli scambi commerciali tra i paesi.

    Ma allora quando è possibile avere un’unione monetaria? Secondo la teoria delle aree valutarie ottimali si devono verificare alcune condizioni:

    • Flessibilità dei prezzi e dei salari: i salari e i prezzi devono poter variare per riequilibrare eventuali squilibri. Se un paese è in deficit nella bilancia commerciale i salari devono poter essere abbassati per ritrovare velocemente competitività e, specularmente, devono alzarsi in condizione di surplus.
    • Mobilità dei fattori di produzione: i lavoratori dei paesi in deficit devono poter emigrare nei paesi in surplus per trovare un’occupazione.
    • Apertura al commercio estero: tanto più un paese è aperto agli scambi con gli altri paesi tanto meno è soggetto alle variazioni del tasso di cambio nei confronti di quei paesi. Se un paese è dipendente da prodotti provenienti dall’estero, in caso di svalutazione della propria moneta i benefici sarebbero limitati dall’aumento dei prezzi delle merci importate.
    • Diversificazione produttiva: la crisi di un settore industriale può essere compensata da altri settori in espansione.
    • Integrazione fiscale: dovrebbero essere previsti dei trasferimenti dalle zone in espansione a quelle in recessione, così come avviene, ad esempio, tra le regioni italiane.
    • Convergenza dei tassi di inflazione: se il tasso di inflazione di un paese fosse minore di quello degli altri, le merci di quel paese sarebbero sempre più convenienti creando un surplus strutturale nella bilancia commerciale a discapito degli altri paesi.

    A questo punto alcuni di voi diranno: “Ma a me non sembra che all’interno dell’Unione Europea sussistano queste condizioni!”. Purtroppo avete ragione. A conferma di questo vi riporto l’analisi condotta dall’economista Alberto Bagnai che, nel suo libro “Il tramonto dell’Euro”, effettua un confronto tra l’area valutaria ottimale, così come descritta nella teoria economica, e l’Unione Europea, concludendo che nessuna delle condizioni necessarie per avere un’unione monetaria sono soddisfatte:

    • I salari, come abbiamo visto la scorsa settimana, tendono  a essere flessibili, ma solo verso il basso. La Germania, pur essendo in surplus commerciale, ha moderato i salari creando un enorme squilibrio nell’Eurozona.
    • Le barriere linguistiche, culturali e burocratiche tra i vari paesi dell’Unione sono ancora troppo grandi. Siamo lontani da quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti dove si parla la stessa lingua ed è facile trasferirsi da uno stato all’alto per cercare lavoro.
    • Paesi aperti al commercio, come l’Italia, non potendo ricorrere all’aggiustamento del cambio, hanno sofferto la crisi più di altri.
    • Per i paesi più piccoli è difficile attuare una diversificazione produttiva. Esempio ne è la Grecia che, fortemente in deficit nella bilancia commerciale, in caso di uscita dall’Euro si troverebbe a dover importare praticamente tutto con una moneta svalutata.
    • Non sono a oggi previsti trasferimenti dai paesi in surplus (Germania) a quelli in deficit (PIIGS).
    • L’inflazione dei paesi dei PIIGS, fin dall’introduzione dell’Euro, è sempre stata più alta di quella dei paesi della Germania a causa anche della moderazione salariale attuata dal governo tedesco.

    La logica avrebbe suggerito di completare prima tutti i passi descritti nella teoria delle aree valutarie ottimali e poi introdurre la moneta unica. Si è fatto esattamente il contrario perché si pensava, forse con troppo ottimismo, che sarebbe stata l’introduzione stessa dell’Euro a creare le condizioni affinché essa fosse sostenibile: gli inevitabili momenti di crisi come questo sarebbero serviti per convincere popoli così diversi a cedere parte della propria sovranità in nome del progetto europeo. Ad oggi sembra che questo non stia avvenendo e, anzi, il risentimento verso l’Unione Europea è sempre più forte, soprattutto nei paesi vittime delle politiche di austerità. È dunque compito dei paesi più forti, Germania in primis, ridare slancio al processo di unificazione europea, ma è proprio questa volontà politica a mancare. Di questo passo la prima grande crisi dell’Euro, più che rappresentare un’opportunità di integrazione, rischia di tramutarsi nella pietra tombale del progetto di Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino

  • Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Un saldatore a lavoro, di Roberto ManzoliQuesto mese ci stiamo concentrando sulle politiche economiche della Germania, il paese più ricco dell’euro-zona e quindi più volte preso come modello di riferimento. L’obiettivo di questi articoli è cercare di porre l’attenzione su quelli che sono gli aspetti quantomeno opinabili della strategia economica e politica tedesca; aspetti che spesso rimangono taciuti.

    La settimana scorsa abbiamo visto che c’è una grande differenza di produttività tra la Germania e il resto dei paesi europei. Questa differenza ha avuto origine dalla politica di contenimento dei salari attuata dal governo Schröder a partire dai primi anni 2000. “Com’è possibile?”, direte voi, “Contenimento dei salari? Ma la Germania non è il paese dove gli operai della Volkswagen guadagnano più di duemila euro al mese?”. Invece è proprio così, accanto a tecnici e operai strapagati ci sono milioni di lavoratori che assomigliano molto ai precari di casa nostra: sono i cosiddetti “mini-jobbers”.

    I “mini-job”, incentivati attraverso la riforma “Hartz IV” del 2003, sono una forma di contratto atipica che prevede una retribuzione massima di 400 euro al mese, somma al di sotto della quale il lavoratore non deve né pagare le tasse né versare alcun contributo. Questo fenomeno è tutt’altro che trascurabile in quanto sono più di 7 milioni i lavoratori che hanno questo tipo di contratto. Di questi, 2 milioni combinano il loro mini-job con un’altra occupazione, mentre per i restanti 5 quella rimane la loro unica fonte di reddito. Sebbene dall’introduzione della riforma non sia previsto alcun limite riguardo alle ore lavorate mensili, in molti casi i mini-job vengono considerati ufficialmente come lavori part-time.

    Non vi stupirete nel sapere che uno studio condotto dall’Istituto di Economia e Ricerca Sociale (Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliches Institut, WSI) ha mostrato come i mini-jobs siano spesso un binario morto per i disoccupati e non una strada verso il lavoro regolare. Vi sono ulteriori studi condotti dall’Istituto per il Lavoro e la Tecnologia (Institut Arbeit und Technik, IAT) che mostrano come i mini-job tendano a rimpiazzare le forme di impiego standard, soprattutto nei lavori poco qualificati.
    Tutto questo ricorda molto da vicino quello che è accaduto nel nostro paese con l’introduzione delle forme di lavoro atipiche come il contratto a progetto.

    C’è però una differenze fondamentale: i lavoratori tedeschi possono contare su un welfare molto più evoluto del nostro che permette ai mini-jobbers di godere comunque di un sussidio di disoccupazione che permane fino a che non si trova un’occupazione stabile. Cosa succederebbe se, al motto di “Siate più produttivi!”, venissero introdotte nel nostro paese ulteriori forme di contratto atipiche aumentando ancora la precarietà senza introdurre delle nuove tutele per i lavoratori?

    Gli squilibri di produttività all’interno dell’eurozona devono sì essere colmati, ma non è possibile far convergere tutti gli altri paesi verso la Germania, a meno che anche la Germania non converga verso gli altri paesi. In parole povere se la Germania non aumenterà il costo unitario del lavoro, ricompensando maggiormente i lavoratori per il proprio contributo alla produzione, allora non ci sarà via d’uscita. Così facendo i lavoratori tedeschi percepiranno salari maggiori e le merci tedesche saranno meno competitive a vantaggio di quelle dei paesi periferici che verranno acquistate proprio dai consumatori tedeschi che, grazie agli aumenti salariali, potranno rappresentare quella domanda di beni di cui tutti i paesi periferici hanno disperato bisogno per uscire dalla crisi. Questo non deve essere visto come una gentile concessione da parte della Germania ma piuttosto come un atto doveroso nel rispetto del trattato di Maastricht che prevede “coordinamento delle politiche economiche degli stati membri” e non una gara a chi è più forte con un solo vincitore e molti sconfitti, tra cui l’idea stessa di un Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Da alcuni anni ormai sentiamo spesso ripetere la formula magica del “per uscire dalla crisi dobbiamo essere più produttivi”. Nell’immaginario collettivo l’essere più produttivi potrebbe suonare come una semplice esortazione a rimboccarsi le maniche. Ma sarà proprio così?
    La produttività può essere misurata in diversi modi, ma uno degli indici più spesso utilizzati per confrontare la produttività italiana con quella degli altri paesi è il “Costo unitario del lavoro”, in inglese “Unit labour cost” (ULC). Come viene calcolato questo indice?

    Prendiamo in esame un caso molto semplice: un’azienda che produce bulloni. Il costo unitario del lavoro è il rapporto tra il compenso totale di un singolo lavoratore (inclusi tutti i contributi pagati dal datore di lavoro come quelli pensionistici, eventuali benefit, ecc.) e il numero di bulloni che produce. Il risultato è un numero che rappresenta il costo del lavoro per produrre un singolo bullone. Tanto più è alto questo numero tanto più è alto il costo che il datore di lavoro deve sostenere per la remunerazione del dipendente a parità di bulloni prodotti. All’aumentare dell’indice produrre diventa sempre meno conveniente e quindi la produttività diminuisce.

    Ovviamente sarebbe molto difficile effettuare questo calcolo per ogni azienda e poi combinarne i risultati per ottenere un costo unitario del lavoro medio rappresentativo di un intero paese. Per questo, per calcolare un indice medio globale, si procede così: si calcola il rapporto tra il costo del lavoro totale e il prodotto interno lordo reale, cioè la ricchezza prodotta in un paese depurata dall’inflazione. Un aumento di questo indice rappresenta una ricompensa maggiore per il contributo del lavoro alla produzione, tuttavia, se questa aumenta troppo rispetto al prodotto interno lordo reale, il costo unitario del lavoro aumenta e la competitività del paese ne risente.

    Pensate cosa succederebbe ad un paese A dove il costo unitario del lavoro rimanesse pressoché costante e un paese B dove invece questo indice salisse, anche se lentamente. Col passare del tempo il paese B diventerebbe sempre meno competitivo e sarebbe sempre più conveniente comprare le merci dal paese A. Sostituite al paese A la Germania e al paese B i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e avrete un quadro completo di quello che è successo a partire dal 2000 in Europa. Il quadro risulta ancora più chiaro se si guarda l’andamento del costo unitario del lavoro (ULC) dal 2000 a oggi:

    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)

    In questo grafico viene posto a 100 il costo unitario del lavoro di ogni paese nel 2000. Valori superiori a 100 indicano un aumento dell’ULC rispetto al 2000, mentre valori inferiori una diminuzione. Forse non è sorprendente vedere come l’andamento del costo unitario del lavoro tedesco si discosti così tanto da quello PIIGS.  È un po’ più sorprendente vedere come neanche la virtuosa Francia abbia un andamento dell’ULC assimilabile a quello tedesco.

    Ma come avrà fatto la Germania per essere così produttiva, anche più degli altri paesi “virtuosi”? Sarebbe interessante saperlo visto che da più parti ci viene detto di seguire il suo esempio. Vi do un indizio: il costo unitario del lavoro, essendo il rapporto di costo del lavoro e produzione, può essere abbassato diminuendo il numeratore o aumentando il denominatore. I nostri cugini tedeschi hanno agito prevalentemente sul primo, comprimendo i salari. La prossima settimana vedremo come…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Sviluppo e crisi europea: le gravi responsabilità della Germania

    Sviluppo e crisi europea: le gravi responsabilità della Germania

    La Germania è presa come esempio di sviluppo virtuoso da molti economisti e politici nostrani. Certamente potremmo imparare molto dai nostri cugini tedeschi in quanto a politiche sociali ed efficienza, ma siamo proprio sicuri che la loro ricetta per lo sviluppo economico sia sostenibile e applicabile in generale a tutti i paesi?

    A questa domanda ha risposto il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz durante la conferenza di Berlino “Ripensare economia e politica”. L’economista americano si sofferma sulle caratteristiche del modello economico “mercantilista” che è una politica basata sul perseguimento del surplus nella bilancia commerciale, vale a dire sulla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Questo è il paradigma sul quale non solo Germania, ma anche Giappone e Cina hanno basato il proprio sviluppo.

    Germania e Giappone sono tra i paesi più ricchi del mondo e la Cina sta crescendo a ritmi vertiginosi. Perché allora non replicare le politiche di questi paesi ed entrare così nel magico circolo di coloro che esportano più di quanto importano? La spiegazione è semplice: la somma globale delle esportazioni deve necessariamente essere uguale alla somma delle importazioni, a meno che non si cominci a commerciare con la Luna e Marte. Questo concetto piuttosto banale implica una conseguenza che dovrebbe essere altrettanto banale ma che sembra non esserlo per tutti: se un paese è in surplus nella bilancia commerciale, qualche altro paese deve essere in deficit.

    La Germania non ha sempre avuto un surplus, è proprio con l’introduzione dell’Euro che ha visto un’impressionante espansione dell’export e quindi, applicando la formuletta che abbiamo appena visto, qualcun altro deve essere andato in deficit. Indovinate chi? Bravi! Avete indovinato! Proprio il nostro Bel Paese! Purtroppo però non siamo stati i soli, questa è la sorte che ha accomunato i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

    Questo è quello che è accaduto: la ricchezza di un paese (PIL) è data dalla somma di consumi, investimenti, spesa pubblica e esportazioni nette (differenza tra esportazioni e importazioni). Se si importano più beni di quanti se ne esportino le esportazioni nette sono negative e la ricchezza del paese diminuisce. Se la spesa pubblica non aumenta per compensare questa diminuzione, si produce meno ricchezza e ci sono meno opportunità di lavoro e pertanto il settore privato (famiglie e imprese) ha meno soldi da spendere ed è costretto a intaccare i propri risparmi e infine a indebitarsi. E con chi ci siamo indebitati? Sono state soprattutto le banche tedesche a dare in prestito questi soldi, avendo una grande liquidità derivante dal surplus commerciale tedesco.

    In poche parole è dall’entrata in vigore dell’Euro che noi compriamo merci tedesche coi i soldi che prendiamo a prestito proprio dalle banche teutoniche, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Per uscire da questa situazione la soluzione che ci viene proposta proprio dalla Germania è, in sintesi, quella di trovare qualche altro paese verso cui esportare le nostre merci così il problema sarebbe di qualcun altro. È per questo che Stiglitz definisce il deficit nella bilancia commerciale una “patata bollente”. Ma, invece di spostare il problema altrove, è possibile trovare un rimedio per porre fine a questi squilibri?

    L’economista americano riprende una proposta di Warren Buffett che, prendendo spunto da una teoria già formulata da Keynes, auspica l’introduzione di un sistema di certificati che avrebbero lo scopo di riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti e, in generale, di tutti i paesi in deficit commerciale. Questi certificati sarebbero emessi dal governo agli esportatori per un valore pari a quello delle merci esportate e potrebbero essere liberamente scambiati con gli importatori che, per poter importare legalmente merci dall’estero, sarebbero obbligati a possederne per un valore pari alle merci importate. Il prezzo di scambio verrebbe lasciato libero di fluttuare secondo la legge della domanda e dell’offerta rendendo tanto meno convenienti le importazioni quanto più il paese si trova in deficit, portando quindi a un rapido riequilibrio della bilancia commerciale.

    Vediamo un esempio: un agricoltore esporta mele per un valore di mille dollari e lo Stato gli rilascia un certificato che dà il diritto di importare merci per mille dollari. L’agricoltore può utilizzare questo certificato per importare una motozappa dall’estero per lo stesso valore, oppure può cedere questo diritto dietro compenso a qualcun altro, ad esempio un pizzaiolo di New York che vuole importare mozzarella di bufala dalla Campania. Nel caso in cui la bilancia commerciale sia in equilibrio ci saranno grossomodo tanti venditori di certificati quanti acquirenti e di conseguenza il valore dei certificati sarà basso. Se invece la bilancia commerciale fosse tendenzialmente in deficit, ci sarebbero molti acquirenti e pochi venditori e il prezzo dei certificati salirebbe vertiginosamente. Questo renderebbe molto costoso importare merci dall’estero e il saldo netto delle esportazioni ritornerebbe in equilibrio.

    Purtroppo da quest’idea non è nato alcun disegno di legge e gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese con il più alto deficit commerciale del mondo. In Europa, con la situazione attuale, non sarebbe possibile introdurre misure di questo genere e l’alternativa più rapida ed efficace sarebbe quella di diminuire il disavanzo nei paesi in surplus, in primis la Germania, rilanciando la propria domanda interna e diventando una fonte di domanda per i beni del sud Europa.

    È una questione di volontà politica: i tedeschi dovranno scegliere tra il perseverare questa condizione per loro vantaggiosa, ma distruttiva per altri, e il rinunciare a una parte dei vantaggi accumulati in questi anni per tenere in vita l’Unione Europea. Purtroppo i segnali fin qui osservati non sono incoraggianti…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Il Giappone e la spirale del debito: il fallimento di un sistema

    Il Giappone e la spirale del debito: il fallimento di un sistema

    TokyoÈ da quando è iniziata la crisi che ci sentiamo continuamente ripetere che i problemi principali del nostro paese sono il debito pubblico e il deficit di bilancio. Per questo motivo le parole d’ordine del governo, sin dal suo insediamento, sono state “riduzione del debito” e “pareggio di bilancio”. Una volta ottenuti questi due obiettivi potremmo finalmente liberarci dall’incubo dello spread, o almeno così ci è stato detto. Ma è proprio vero che un alto debito pubblico implica necessariamente alti tassi di interesse? Forse non è esattamente così visto che il paese che ha il debito pubblico più alto del mondo paga tassi di interesse bassissimi sul proprio debito. Questo paese è il Giappone.

    Il paese del sol levante è la terza economia mondiale, il quarto maggiore esportatore e il sesto maggiore importatore del mondo. Il Giappone, oltre ad avere l’aspettativa di vita più alta al mondo,  è al dodicesimo posto nella classifica mondiale dei paesi con più alto indice di sviluppo umano. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai terribili ritmi lavorativi che portano al suicidio per eccesso di lavoro, indicati dalla parola giapponese Karōshi. Il Giappone è quindi uno dei paesi più “progrediti” al mondo, ben lontano dallo stereotipo dei paesi mediterranei le cui popolazioni sarebbero composte perlopiù da fannulloni e nullafacenti. Per tutti questi motivi i giapponesi possono permettersi un debito pubblico pari addirittura al 230% del PIL e un rapporto deficit-PIL del 9,3%. Numeri da far impallidire l’Italia e addirittura la Grecia. Ma potrà andare avanti così per sempre?

    Sembra proprio di no: dopo la crescita dovuta alla ricostruzione post-terremoto (per chi ancora non lo sapesse le catastrofi sono una manna dal cielo per la crescita) il PIL sta rallentando, la domanda interna è debole e così anche le esportazioni. La Banca Centrale Giapponese sta cercando di stimolare l’economia attraverso operazioni di quantitative easing, ma con scarsi risultati. L’unica speranza sarebbe l’aumento delle esportazioni che però, a causa delle debolezza della domanda estera, non stanno dando segnali incoraggianti. La situazione dell’export è ulteriormente peggiorata dalla disputa territoriale su alcune isole del Mar Cinese Meridionale rivendicate da Pechino. Questo ha causato il boicottaggio delle merci prodotte nel paese del sol levante da parte dei consumatori cinesi.

    Dal punto di vista demografico il Giappone presenta una situazione simile a quella del nostro paese: la popolazione sta invecchiando rapidamente e, quando la generazione dei baby boomers andrà in pensione, il paese avrà grossi problemi a sostenere il carico della spesa previdenziale. Non proprio un quadretto idilliaco per un paese che dovrebbe crescere (e tanto) per sostenere un debito enorme. Purtroppo le previsioni sono addirittura peggiori: il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2017 il rapporto debito-Pil raggiungerà addirittura il 250%.

    Veniamo ora alla domanda principale: perché gli speculatori non hanno approfittato di un debito così enorme per richiedere interessi più alti? La risposta è semplice: il 95% del debito giapponese è in mano ai giapponesi stessi che non hanno certo interesse a far affondare il paese in cui vivono.

    Questa situazione è tuttavia destinata a cambiare perché il risparmio delle famiglie sta globalmente diminuendo, proprio a causa dell’invecchiamento della popolazione, e presto il risparmio privato non potrà più sostenere il debito pubblico. Il paese per finanziarsi dovrà quindi rivolgersi ai mercati internazionali che non saranno sicuramente così indulgenti come i cittadini giapponesi e chiederanno interessi molto più alti di quelli attuali. Con un debito di queste proporzioni il costo del debito stesso schizzerebbe alle stelle causando una spirale negativa che metterebbe probabilmente fine al loro modello di sviluppo, almeno così come noi lo conosciamo.

    A tal proposito gli economisti, forse proprio perché si occupano della cosiddetta “scienza triste”, partoriscono battute ancora più tristi. Eccone una che riassume la situazione giapponese: “Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia?”. La risposta è: «Tre anni».

    Non so se la stima sia esatta, ma sta di fatto che il fallimento del modello giapponese sarebbe, più in generale, il fallimento del cosiddetto modello “mercantilista” che la Germania sta cercando di imporre al resto d’Europa, ma di questo parleremo approfonditamente nelle prossime settimane

     

    Giorgio Avanzino

  • Argentina e FMI: nessun complotto, è fallita la “ricetta” anti crisi

    Argentina e FMI: nessun complotto, è fallita la “ricetta” anti crisi

    Argentina, Buenos AiresLa settimana scorsa abbiamo visto come l’Argentina stia manipolando le statistiche relative all’inflazione e abbiamo provato a smentire con i dati le ipotesi paventate da più parti circa un fantomatico complotto del Fondo Monetario Internazionale ai danni dello stato sudamericano. Questo, oltre ovviamente a minare la credibilità del paese, sta facendo rapidamente svalutare le obbligazioni indicizzate all’inflazione che, nonostante gli altissimi rendimenti, vengono evitate dagli investitori. Cerchiamo di capirne il perché.

    Questi titoli sono denominati in pesos e per essere incassati devono essere convertiti nella propria valuta, ad esempio in dollari. Il problema è che attualmente in Argentina c’è uno stretto controllo sui capitali che non permette di vendere pesos per comprare valuta estera, se non in casi eccezionali. L’unica alternativa sarebbe quindi rivolgersi al mercato nero dove è possibile vendere pesos a un cambio molto più sfavorevole di quello ufficiale poiché tiene conto dell’inflazione reale. Questa differenza di cambio è pari a circa il 25% ed è per questo che i titoli argentini non sono molto appetibili.

    Come vi ho accennato non è possibile convertire pesos in valute estere, ma si sono trovati diversi escamotage per aggirare questa regola. Fino a pochi mesi fa era consuetudine aprire due conti PayPal con differenti email di riferimento ma di proprietà della stessa persona. Trasferendo i soldi da un conto all’altro era possibile convertire pesos in dollari secondo il cambio ufficiale, molto più conveniente del cambio al mercato nero. Il governo, accortosi di questo, ha limitato per legge a uno il numero di conti PayPal attivabili da una stessa persona, ma agli argentini non manca la fantasia e hanno trovato soluzioni alternative.

    Un altro trucchetto utilizzato era fingere di doversi recare all’estero per poi invece rimanere a casa, in questo modo era infatti consentito convertire una somma limitata di pesos in valuta estera. Anche in questo caso il governo è intervenuto introducendo una norma secondo la quale tutte le richieste di valuta devono essere confermate dalle agenzie di viaggio, inoltre chi si reca all’estero può acquistare solo ed esclusivamente la valuta dei paesi di destinazione. Come se non bastasse, una volta oltre confine non è possibile prelevare dollari con la propria carta di credito e inoltre, per scoraggiare gli acquisti all’estero, è stata  introdotta una tassa del 15% su tutti gli acquisti effettuati all’estero con carta di credito, inclusi gli acquisti effettuati su eBay, Amazon e le transazioni su PayPal.

    L’unica categoria che ha ancora un modo di aggirare il controllo sui capitali è quella dei lavoratori autonomi che vengono pagati in dollari. Un numero sempre maggiore di loro si reca in Uruguay per aprire un conto corrente e ottenere una carta di credito. Attraverso questo conto ricevono le loro retribuzioni pagate estero su estero e possono effettuare i propri acquisti in Argentina con la carta di credito Uruguayana.

    Non solo i cittadini, ma anche le aziende sono state colpite da misure simili. Chi vuole importare prodotti in Argentina deve ricevere un’autorizzazione ministeriale che gli impone di esportare merci argentine per un valore pari alle merci che ha importato. Questa normativa crea diverse situazioni paradossali: ad esempio i concessionari argentini di automobili prodotte oltre confine sono costretti ad esportare soia o vino per avere l’autorizzazione a importare le auto che rivendono.

    L’obiettivo di questa misura è quello di mantenere in equilibrio la bilancia commerciale (la differenza tra le importazioni e le esportazioni) per evitare che il peso si svaluti ulteriormente nei confronti del dollaro. Il problema è che diminuendo le importazioni anche le esportazioni ne risentono: una fabbrica FIAT a Cordoba ha addirittura dovuto sospendere la produzione per mancanza di parti da assemblare.

    A completare il quadro abbiamo una Banca Centrale che ha ormai perso ogni parvenza di indipendenza e che ha il solo ruolo di stampare moneta per finanziare la spesa pubblica del governo.

    E, per non farci mancare nulla, un giudice di New York ha recentemente condannando Buenos Aires a risarcire 1 miliardo e 300 milioni di dollari a due hedge fund americani che, non avendo aderito alle ristrutturazioni del debito nel 2005 e 2010, pretendono il rimborso integrale dei titoli in loro possesso. L’Argentina infatti, per ristrutturare il proprio debito, aveva proposto a tutti i suoi investitori il rimborso del solo 30% del valore nominale dei titoli di stato in loro possesso. I due fondi americani hanno invece rifiutato tale proposta portando in tribunale lo stato argentino.

    La Corte d’Appello ha prorogato la scadenza del rimborso al 27 febbraio 2013 dando così più tempo al governo sud americano, anche se la situazione rimane piuttosto difficile.

    Non è la prima volta che un fondo speculativo tenta di rifarsi sullo stato argentino: alcuni mesi fa in Ghana una nave della marina militare argentina è stata addirittura sequestrata per reclamare il pagamento dei tango-bonds. Il pensiero che questa nave si chiamasse “Libertad” strappa un sorriso amaro ripensando all’infausta storia di questo grande paese.

    A questo punto non penso che vi stupirete se vi dico che l’agenzia di rating Fitch ha declassato l’argentina a ‘CC’ ritenendo possibile il default e che i CDS sui titoli argentini, cioè gli strumenti derivati utilizzati per assicurarsi contro il default, sono schizzati alle stelle.

    Penso abbiate capito che il modello argentino è stato preso troppo frettolosamente come esempio per uscire dalla crisi. Purtroppo l’Argentina ha ancora molta strada da fare e non è detto che nel cammino non ricada in una crisi ancora più terribile di quella del 2001…

     

    Giorgio Avanzino 

  • Economia, il caso Argentina: dal default alla crescita truccata

    Economia, il caso Argentina: dal default alla crescita truccata

    ArgentinaL’Islanda, ne abbiamo parlato la settimana scorsa, non è l’unico paese ad essere stato rappresentato come paladino degli oppressi contro le forze malvagie della finanza internazionale. Ben prima della crisi islandese un altro paese è stato vittima di un terribile terremoto finanziario e, dopo aver dichiarato bancarotta nel 2001, è riuscito a risollevarsi fino ad avere un tasso di crescita secondo solo a quello cinese. Questo paese è l’Argentina.

    L’economia argentina ha avuto una straordinaria evoluzione dalla crisi del 2001. Tra il 2003 e il 2011 la crescita media è stata del 7,7%, dato che rappresenta la media di crescita più alta nella storia del paese. Nello stesso periodo il PIL pro capite è cresciuto del 66,2% e, insieme alla crescita, sono state ridotte la povertà, il tasso di disoccupazione e il tasso di diseguaglianza. Questi dati mostrano un paese che corre mentre il resto del mondo arranca per uscire dalla recessione mondiale. Non a caso l’Argentina è stata presa come esempio virtuoso sia da politici che da economisti. Purtroppo c’è un problema: è probabile che tutti questi dati non siano veri.

    L’FMI ha accusato il governo argentino di manipolare i dati sull’inflazione in modo da farli risultare più bassi di quelli reali e ha dato tempo fino a Dicembre per fornire dei dati più credibili. Ma perché il fondo monetario non crede al governo argentino? È puro accanimento? È un complotto? O c’è qualcosa di più?

    Come spesso accade la realtà è più semplice di quanto pensiamo. L’Economist ha intervistato Ana Maria Edwin, direttrice dell’Istituto nazionale di Statistica Argentino (INDEC), che ha dichiarato: «I poveri semplicemente non continuano a comprare cose il cui prezzo aumenta vertiginosamente. Le persone pensano: lascerò quei pomodori per i ricchi». Per questo motivo tutti i beni i cui prezzi hanno dei rialzi eccessivi vengono tolti dal paniere dei beni utilizzati per calcolare l’indice dei prezzi al consumo (CPI) rendendo l’utilità di questo indice prossima allo zero. Una certa flessibilità nella scelta del paniere è sicuramente necessaria per riflettere le abitudini di consumo (ad esempio con l’aggiunta degli smartphone al paniere), ma questo è sicuramente eccessivo. L’Economist riporta inoltre che Graciela Bevacqua, responsabile del calcolo del CPI prima che il segretario per il commercio interno Guillermo Moreno l’allontanasse, ha dichiarato che Moreno avrebbe tentato di farle omettere le cifre decimali nel calcolo dell’aumento del CPI mensile invece di arrotondarle. Poca roba direte voi. Non è proprio così: se il CPI aumenta mensilmente dell’1,9%, l’inflazione annuale risulta pari al 25,3%, ma se si toglie magicamente quel numerino dopo la virgola si ottiene un ben più rassicurante 12,7%. Per questo motivo l’Economist ha deciso di non mostrare più le statistiche dell’INDEC. Queste dichiarazioni trovano riscontro nel fatto che le statistiche condotte da istituti privati riportano un’inflazione compresa tra il 25 e il 30%.

    Perché è così importante conoscere l’inflazione di un paese straniero? Dopotutto noi non facciamo mica la spesa in Argentina! Le statistiche relative all’inflazione sono importanti perché sono utilizzate per stimare la crescita reale di un paese.

    Immaginate un paese dove la produzione di beni e servizi rimanga costante e dove i prezzi aumentino da un anno all’altro del 10%. Il calcolo del prodotto interno lordo nominale riporterebbe un aumento del 10% della ricchezza del paese nonostante la ricchezza prodotta dal paese sia rimasta la stessa dell’anno precedente. Perciò, per avere una rappresentazione più fedele alla realtà, si utilizza il cosiddetto PIL reale che tiene conto dell’aumento dei prezzi. Per ottenere il PIL reale si divide il PIL nominale per il cosiddetto “deflatore del PIL” che è una stima dell’inflazione. Più è alto questo numero, minore è il PIL reale. Con alti valori di inflazione un’apparente crescita si può tramutare addirittura in recessione.

    Perciò il governo argentino, per ottenere una maggiore crescita reale, invece di attuare politiche per lo sviluppo, ha semplicemente pensato di abbassare le statistiche! Tra le diverse ragioni che hanno portato il governo argentino ad agire in questo modo ce n’è una molto pratica: l’Argentina ha emesso obbligazioni il cui interesse è legato all’inflazione domestica. Tenere bassa l’inflazione ufficiale significa quindi pagare meno interessi sul proprio debito a scapito degli investitori. Ovviamente tutto ciò ha delle ripercussioni, ma questo lo vedremo la prossima settimana…

     

    Giorgio Avanzino

  • L’Islanda dopo il crack: bolla immobiliare e nuovo rischio default

    L’Islanda dopo il crack: bolla immobiliare e nuovo rischio default

    Islanda, abitazioniCirca un anno fa abbiamo smentito la favola della piccola Islanda che, dopo essere stata sconvolta da un terribile terremoto finanziario, avrebbe vinto la battaglia contro il malvagio Fondo Monetario Internazionale risollevandosi dalla crisi. Abbiamo visto quanto la realtà fosse ben diversa, tanto che questo paese viene spesso citato sia dal Fondo Monetario Internazionale sia da economisti del calibro di Paul Krugman come esempio positivo di collaborazione tra governo e FMI. E mentre il tanto celebrato processo di rivisitazione della Costituzione attraverso il web e i social, quindi con il diretto coinvolgimento della popolazione, procede (il testo è stato definitivamente approvato manca ancora il sigillo del Parlamento), vediamo invece come sta andando la ripresa economica ora che i riflettori della stampa internazionale si sono spenti…

    Il paese, dopo due anni di grave recessione, ha registrato nel 2011 una crescita del 2,6% e si prevede che nel 2012 il PIL cresca del 2,7%. Il tasso di disoccupazione è in costante discesa e si pensa che l’inflazione, ora al 4,2%, convergerà nel medio termine al valore prefissato dalla Banca Centrale pari al 2,5%. Ebbene sì, tutto farebbe pensare che il peggio sia passato e che i nostri amici islandesi possano dormire sonni tranquilli. Purtroppo non è così e forse si stanno creando le condizioni per una nuova bolla immobiliare.

    Dopo il crack del 2008 sono stati introdotti dei controlli sui capitali con lo scopo di stabilizzare il cambio. In parole povere non è più consentito convertire corone islandesi in altre valute per evitare la fuga di capitali. Questo ha dapprima aiutato la ripresa dell’economia incentivando gli investimenti sul suolo nazionale, ma ha anche creato una grande quantità di liquidità offshore, cioè posseduta da investitori non residenti che sono rimasti “intrappolati” nella corona islandese. Questa liquidità, pari a circa 8 miliardi di dollari, non avendo altri sbocchi, viene investita principalmente nel settore immobiliare facendo lievitare enormemente i prezzi delle case e il numero di compravendite. Come se non bastasse, oltre al classico investimento sul “mattone”, gli investitori si rivolgono a forme più sofisticate di investimento come le obbligazioni ipotecarie che sono titoli obbligazionari derivanti dalla cartolarizzazione di prestiti ipotecari. In pratica le ipoteche concesse alle famiglie vengono “vendute” a investitori che ottengono un guadagno proveniente dai pagamenti delle rate delle ipoteche stesse.

    Il principale emittente di questi titoli è HFF (Housing Finance Fund), una banca di proprietà pubblica che possiede il 60% del mercato dei mutui e che, per legge, deve emettere mutui indicizzati all’inflazione. Le banche commerciali non hanno questo obbligo e, grazie alla forte domanda proveniente dai capitali offshore, riescono a ottenere prestiti a bassi tassi d’interesse e quindi a offrire mutui più appetibili di quelli di HFF i cui clienti stanno rinegoziando i propri mutui per passare alla concorrenza. Questo ha provocato uno squilibrio tra il costo crescente del debito e la redditività decrescente dei propri crediti che sta portando HFF vicino alla bancarotta. Per evitare il default di HFF il governo probabilmente dovrà intervenire imponendo nuove tasse oppure utilizzando i fondi pensione.

    In parole povere, gli investitori stranieri in possesso di corone islandesi, non potendo cambiare valuta, stanno comprando immobili e titoli sull’isola alimentando una bolla che prima o poi rischia di scoppiare.

    Bolla immobiliare e speculazione su obbligazioni immobiliari… vi ricorda qualcosa? È lo stesso meccanismo che ha portato alla crisi dei mutui subprime americani. Non mi stupirei di sentir parlare presto di mutui ninja islandesi.

    Purtroppo la situazione non è affatto semplice: finché vi saranno i controlli sui capitali (previsti fino al 2015) si rischia di avere bolle speculative come quella che sta avendo luogo adesso, ma d’altra parte abolirli troppo presto potrebbe avere conseguenze ancora peggiori a causa delle fughe di capitali.

    Sigríður Ingibjörg Ingadóttir, membro del parlamento islandese, in un intervista a Bloomberg ha dichiarato che per arginare la bolla speculativa “il parlamento dovrebbe istituire una legge per limitare le opzioni di investimento per i detentori di corone islandesi offshore” e che questa legge dovrebbe “impedire agli investitori di utilizzare i fondi offshore nel mercato immobiliare”.

    Purtroppo gli islandesi sono ben lontani dall’aver risolto tutti i propri problemi e sono chiamati a ripetere un’altra impresa, forse ancora più ardua di quella che ha permesso loro di superare la più grande crisi finanziaria della loro storia.

     

     Giorgio Avanzino