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  • Bisagno e Fereggiano, viaggio nei cantieri per la messa in sicurezza idrogeologica di Genova

    Bisagno e Fereggiano, viaggio nei cantieri per la messa in sicurezza idrogeologica di Genova

    20160928_103333Nessuno sgarbo alla visita del presidente del Consiglio prevista a Genova per venerdì prossimo per inaugurare il cantiere del terzo lotto di rifacimento della copertura del torrente Bisagno ma «un elemento rafforzativo che permette di approfondire alcuni interventi tra i più significativi della messa in sicurezza idrogeologica della città». Così, riporta l’Agenzia Dire, l’assessore comunale ai Lavori pubblici e alla Protezione civile di Genova, Gianni Crivello, risponde alle accuse di mossa da campagna elettorale sollevate dalla Regione in merito alla visita ai cantieri del Bisagno e dello scolmatore del Fereggiano organizzata questa mattina da Palazzo Tursi per gli organi di stampa. «E’ importante sottolineare che non stiamo parlando di progetti ma di cantieri aperti che si fanno e non sono mai stati fatti nella storia di Genova» afferma il sindaco Marco Doria.

    Il punto sui lavori di copertura del Bisagno

    La visita inizia da uno dei luoghi simbolo delle scorse alluvioni genovesi: l’alveo del Bisagno all’altezza di Borgo Incrociati, zona conclusiva del terzo lotto ma, in generale, di tutti i lavori di rifacimento della copertura del torrente che sono partiti dalla foce per risalire fino alla zona della stazione Brignole.
    «Verrà demolito completamente l’impalcato esistente che occlude circa metà dell’attuale sezione della galleria di scorrimento del torrente – spiega l’ingengner Stefano Pinasco, direttore delle opere idrauliche sanitarie del Comune di Genova – con la conseguente demolizione di tutti i negozi soprastanti, già abbandonati dopo le alluvioni degli anni scorsi, e verrà abbassata di circa 2 metri la quota attuale dell’alveo».

    Tutti interventi che consentiranno di aumentare la portata smaltibile sotto la copertura del Bisagno, in caso di piena, di oltre il doppio rispetto all’attuale: da 450 – 500 metri cubi al secondo, che era la portata prima dell’inizio di tutti i lavori di rifacimento della copertura, si passerà a lavori finiti a 850 metri cubi, estendibili a 1000 – 1100 senza il cosiddetto “franco idraulico”. Ma la portata del Bisagno sarà, poi, ulteriormente aumentata dalla realizzazione a monte dello scolmatore del Bisagno, che porterà alla capacità di smaltimento di 1300 metri cubi al secondo prevista dal piano di bacino.

    Benché i lavori del terzo lotto di rifacimento della copertura dovrebbero essere ufficialmente inaugurati dal premier Matteo Renzi venerdì prossimo, le attività di cantiere non inizieranno immediatamente. «Il contratto con l’impresa che ha vinto la gara verrà stipulato entro ottobre – spiega Pinasco – e i lavori dureranno 3 anni e mezzo: si inizierà con lo spostamento delle sottoutenze nel primo anno, per poi procedere alla demolizione e ricostruzione dell’impalcato come sta avvenendo per il tratto più a mare, interessato dalle attività del secondo stralcio del secondo lotto, che proseguiranno in parallelo» e si concluderanno entro l’estate 2017.

    Il punto sui lavori dello scolmatore del Fereggiano

    Superata la quota critica delle gallerie ferroviarie della tratta Genova – La Spezia, sabato prossimo i lavori per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano potranno riprendere a pieno ritmo, 7 giorni su 7, 24 ore al giorno su 3 turni di servizio e, soprattutto, con 3 esplosioni di roccia al giorno. «Tanto per essere chiari e dare i meriti a chi è giusto che li abbia – sottolinea l’assessore Gianni Crivello – lo scolmatore del Fereggiano è frutto di un impegno fondamentale che la giunta Doria ha assunto poche settimane dopo il suo insediamento. Siamo dinanzi a un’opera che si è realizzata grazie a un finanziamento del governo Monti ma anche a un mutuo di 15 milioni del Comune di Genova e di 5 milioni di Italia Sicura».

    Nel complesso l’opera costa 45 milioni milioni di euro di cui, appunto, 25 provenienti dal “Piano nazionale per le città” del governo Monti, 15 di autofinanziamento del Comune di Genova e 5 dal progetto Italia Sicura del governo Renzi che copre l’ammontare inizialmente a carico della Regione Liguria.

    I lavori consistono nella realizzazione di una galliera di 3717 metri dal mare fino al cosiddetto punto di presa sul Fereggiano e consentiranno, in fase di piena, di sgravare il Bisagno dalla portata di questo torrente e dei rii Noce e Rovare.

    «Si è arrivati a scavare fino a quota 1,6 chilometri, all’altezza del forte San Martino – racconta Rinasco – ma i lavori sono partiti da quota 909 metri, attraverso l’adeguamento di un tratto di galleria già esistente e realizzato negli anni ’90». I lavori sono dunque completati per circa il 25% ma nelle ultime settimane si è andati a rilento per l’obbligo di abbandonare le esplosioni e procedere esclusivamente con la scavatrice nel tratto sottostante i binari e le gallerie ferroviarie. Da sabato, però, torneranno 3 esplosioni al girono e gli scavi potranno avanzare regolarmente di circa 6 – 7 metri ogni 24 ore, contro il solo metro al giorno effettuato con la scavatrice.

    Termine dei lavori previsto nell’agosto 2018. Finite le opere di scavo e di rivestimento della galleria, si smonterà il capannone che ha creato qualche dissapore tra l’amministrazione, gli abitanti di corso Italia e gli esercenti degli stabilimenti balneari della zona.
    Nel frattempo, verrà completata l’opera di sbocco a mare, con una larghezza di 10 metri dimensionata anche per ospitare lo scarico dello scolmatore del Bisagno di cui è in corso di ultimazione la progettazione: lo sbocco avverrà 20 metri a valle dell’attuale linea di costa e sarà sommerso per due terzi del diametro.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno. Inoltre, sempre attraverso un finanziamento di circa 10 milioni di euro proveniente da Italia Sicura, verranno collegati allo scolmatore del Fereggiano anche i due rivi Noce e Rovare, cosicché la portata a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).
    Da sottolineare, infine, che il 50% del materiale da scavo (circa 70.000 metri cubi complessivi), viene utilizzato per i ripascimenti straordinari e ordinari delle spiagge di corso Italia, Voltri e Vesima.

    La polemica Regione-Comune sui finanziamenti

    «Si è parlato a proposito e a sproposito dei finanziamenti. Le due più grandi opere che si stanno realizzando per la messa in sicurezza della città sono lo scolmatore del Fereggiano pagato dal Comune di Genova e il rifacimento della copertura del Bisagno pagato dal progetto del governo Italia Sicura su progetto donato alla città dalla società Impregilo – Salini». E’ quanto sostiene il sindaco Marco Doria provando a fare chiarezza sui finanziamenti per la messa in sicurezza idrogeologica della città, intervenendo nella polemica sollevata ieri dal governatore ligure, Giovanni Toti. Come già detto, a essere più precisi, lo scolmatore del Fereggiano è solo in parte pagato dall’amministrazione comunale che copre 15 milioni sui 45 previsti: altri 25 milioni derivano da uno stanziamento del governo Monti attraverso il “Piano nazionale per le città” e 5 milioni da Italia Sicura che inizialmente sarebbero dovuti essere a carico della Regione Liguria. «Il finanziamento del governo Monti – specifica Doria – è arrivato perché il Comune di Genova ha presentato un preciso progetto per la messa in sicurezza della Val Bisagno, su cui poi interviene il nostro cofinanziamento».

    Per quanto riguarda la copertura del Bisagno, riprende il primo cittadino, «i finanziamenti sono interamente del governo nazionale attraverso Italia Sicura, con cui il Comune e la Regione si sono rapportati. Così come sono del ministero dell’Ambiente – Italia Sicura i finanziamenti per lo scolmatore del Bisagno, la cui fase progettuale è ancora in corso».
    Il terzo e ultimo lotto della copertura del Bisagno è stato assicurato da un finanziamento di 95 milioni di euro, che non saranno interamente necessari grazie a una revisione del progetto e ai ribassi d’asta che nel complesso porteranno a un avanzo di circa 40 milioni.
    Per il secondo stralcio del secondo lotto, invece, l’importo di 35 milioni di euro era stato finanziato attraverso uno specifico Accordo di programma tra il ministero dell’Ambiente e Regione Liguria risalente a settembre 2010.

    E i 40 milioni che resteranno dal terzo lotto? Già nota la polemica tra Regione Liguria e Comune di Genova. Tursi vorrebbe che i soldi rimanessero sul territorio reinvestendoli su diversi progetti riguardanti la messa in sicurezza dei ponti della Val Bisagno (5 milioni per il Castel Fidardo e altri interventi per due ponti all’altezza della ex Guglielmetti), sui rivi minori e sulle aree franose sempre nella zona percorsa dal torrente. La Regione Liguira, invece, che accusa il governo di sottrarre parte dei finanziamenti di Italia sicura dai fondi europei Fsc per lo sviluppo e la coesione, vorrebbe assicurarsi la regia di questo tesoretto. «Ma l’assessore Giampedrone – sostiene il suo omologo comunale, Gianni Crivello – mi ha personalmente detto che era d’accordo con il nostro progetto. Non credo che alla Regione convenga eventualmente sottrarre questi fondi né che ne abbia l’interesse».

    Il sindaco Marco Doria, ribadisce che «non ci sono finanziamenti regionali ma solo del governo e del Comune di Genova». E sulla domanda circa un possibile minor trasferimento da Roma di fondi Fsc proprio per coprire in parte gli stanziamenti di Italia Sicura – l’assessore regionale all’Ambiente, Giacomo Giampedrone, ha parlato ieri di circa 90 milioni in meno, come ricorda l’Agenzia Dire – Doria non si espone: «Lo vedrà la Regione che governa». Ciò che conta, conclude l’assessore ai Lavori pubblici e alla Protezione civile del Comune di Genova, Gianni Crivello, è che «il presidente del Consiglio Renzi nel 2014 era a venuto a Genova impegnandosi a finanziare una serie di opere: l’assegno è stato staccato nel 2015, altrimenti non avremmo potuto fare i lavori che stiamo guardando oggi».

    «Al sindaco Doria consiglio vivamente di parlare delle cose che conosce e non di quelle di cui non sa nulla». Non si fa attendere la replica di Giampedrone. «Invece di fare sopralluoghi sui cantieri del Bisagno o di occuparsi dei ribassi d’asta, argomenti totalmente in capo alla struttura commissariale della Regione Liguria – tuona l’assessore regionale – Doria dovrebbe per prima cosa ringraziare il presidente della Regione per la consegna nei tempi previsti del terzo e ultimo lotto di completamento che inaugureremo venerdì prossimo e magari impegnarsi insieme a noi al fine di mantenere in Liguria la totalità dei finanziamenti dei fondi statali Fsc che il governo vuole decurtarci». Per l’assessore, il sindaco della capoluogo ligure «dovrebbe avere il garbo istituzionale di capire cosa sta accadendo intorno a lui prima di inserirsi su argomenti che non conosce». E sottolinea che durante la visita del premier Matteo Renzi, prevista a Genova per venerdì, la giunta Toti chiederà proprio all’esecutivo di non ridurre le risorse a favore della Liguria nei fondi Fsc per compensare parte dei finanziamenti stanziati attraverso Italia Sicura. «Le risorse a disposizione per la messa in sicurezza del Bisagno sono da iscrivere integramente ad un’emergenza nazionale – continua Giampedrone – e chiediamo che il governo mantenga questo impegno totalmente con fondi nazionali». Per questo l’assessore ricorda che «la vera partita è fare in modo che il piano degli interventi nazionali delle città metropolitane rimanga tale mantenendo per la Liguria la piena e totale disponibilità dei fondi Fsc (ex FAS) 2014-2020 che per noi sono vitali per interventi nel campo delle infrastrutture e del turismo».

  • Messa in sicurezza del Bisagno, il balletto dei fondi tra Regione Liguria e Governo

    Messa in sicurezza del Bisagno, il balletto dei fondi tra Regione Liguria e Governo

    img_0958A poche ore dalla visita del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, il governatore della Regione Liguria, Giovanni Toti, “striglia” il governo sulle cifre dei fondi stanziati per la messa in sicurezza del bacino del Bisagno. Si parla dei 275 milioni provenienti dai fondi di Italia Sicura, dei quali 65 sono previsti per il terzo lotto della copertura sul Bisagno, 165 sono previsti per lo scolmatore del Bisagno, 5 milioni per quello del Fereggiano (che ha costi complessivi di 45 milioni di cui 25 stanziati dal governo Monti, 15 dalla giunta Doria del Comune di Genova e 5 da Italia Sicura che, tuttavia, inizialmente avrebbe dovuto coprire la Regione Liguria), 10 milioni per collettare i rivi Noce e Rovare nel Fereggiano. Il bisticcio sui conti nasce dal fatto che i fondi messi in campo dal governo, provverrebbero di fatto dal Fsc (Fondi di Sviluppo e Coesione), ovvero soldi europei destinati alle regioni, scomputati alla Liguria a causa dei finanziamenti già ricevuti attraverso il piano nazionale “Italia Sicura” per la messa in sicurezza idrogeologica del territorio. In sintesi, dunque, i soldi arrivati a Genova grazie all’operazione lanciata da Renzi non sarebbero puramente fondi governativi ma finanziamenti comunitari “sottratti” alla Liguria per altre opere.

    La cifra in discussione sarebbe di circa 90 milioni di euro, in linea di massima corrispondente ai 95 milioni di euro di finanziamento per il lavori del terzo lotto della copertura del torrente Bisagno che verranno inaugurati venerdì dal presidente del Consiglio. «E’ stato chiaramente detto – spiega all’agenzia Dire l’assessore regionale all’Ambiente e alla Protezione Civile, Giacomo Giampedroneche nei riparti regionali dei fondi Fsc (per cui alla Liguria spetterebbero circa 140 milioni del totale nazionale che supera i 2 miliardi di euro) non c’è spazio per tutti e per questo una quota verrebbe addebitata alla Regione Liguria che già gode dei fondi del piano nazionale di Italia Sicura». L’assessore ricorda che il tema è sul tavolo da circa 2 mesi ma «non si possono mischiare i piani nazionali con quelli regionali, altrimenti si dica chiaramente che il terzo lotto della copertura del Bisagno viene coperto interamente dalla Regione Liguria».

    Un litigio dal sapore elettorale: le opere di messa in sicurezza di un territorio come quello del bacino idrico del Bisagno, famoso per le puntuali alluvioni, sicuramente possono portare lustro per chi le ha sbloccate dopo tanti anni di attesa, e le ha portate avanti. Non possiamo dimenticare il battage mediatico che accompagnò tutta l’operazione Italia Sicura. Nei fatti, però, il governo vanterebbe un impegno economico in realtà sostenuto solo in parte.

    La polemica tra Giovanni Toti e il governo arriva a pochi giorni dalla visita del premier, atteso a Genova per l’inaugurazione del terzo lotto dei lavori per il rifacimento della copertura del Bisagno, per cui la previsione di spesa è stata di 95 milioni di euro. Una spesa che però potrebbe essere più contenuta, grazie alla revisione del piano economico e ai ribassi d’asta, con un risparmio di circa 40 milioni: «Abbiamo già detto a giugno ai vertici di Italia Sicura– spiega l’assessore comunale Gianni Crivelloche gradiremmo che questi fondi si fermassero a Genova e per questo abbiamo già presentato diversi progetti sui ponti della Val Bisagno, sui rivi minori e sulle aree franose sempre nella zona percorsa dal torrente».

    «Se i fondi utilizzati di fatto sono Fsc e quindi regionali – replica l’omologo regionale Giampedrone – spetterà alla Regione Liguria decidere dove destinare le risorse e non al Comune di Genova che dice di aver già pronto per il governo un proprio piano». Ma la polemica tra De Ferrari e Palazzo Tursi non finisce qui. Giampedrone si scaglia anche contro la scelta del Comune di organizzare per domani una visita riservata alla stampa nei cantieri del Bisagno e del Fereggiano, a due giorni dall’arrivo del premier: «Ben venga la visita sul Fereggiano per cui il Comune ha messo importanti finanziamenti ma vorrei ricordare, invece, che per quanto riguarda la copertura del Bisagno siamo di fronte a una struttura commissariale di competenza della Regione Liguria. Il Comune può parlare dell’interferenza del cantiere sulla città ma non di come vengono svolti i lavori. Altrimenti – conclude l’assessore – invece che fare passerelle per la campagna elettorale, il sindaco Doria si prenda anche la competenza di un cantiere che, se andiamo a inaugurare venerdì con Renzi, è merito di un assessore regionale che ha lavorato sodo per potare in fondo tutte le pratiche».

    Quella di Renzi, quindi, non sarà una passeggiata: l’inevitabile passerella politica potrebbe riservare uno strascico di polemiche e criticità molto forti, in un clima da campagna elettorale, sia per la riforma costituzionale sulla quale il presidente del consiglio si è giocato l’all-in, sia per le prossime amministrative del capoluogo ligure. Nel frattempo sta arrivando la stagione delle piogge, e Genova è tutt’altro che al sicuro.

     

  • Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    Terzo Valico, tra l’ombra lunga della malavita e il riuso dello smarino. Ecco che cosa sta succedendo

    notavUn’altra giornata cruciale per i destini del Terzo Valico. Mentre il Paese si fermava a ricordare la strage di via D’Amelio del 19 luglio 1992, dove perse la vita il giudice Paolo Borsellino, l’operazione “Alchemia” condotta dalle squadre mobili di Genova, Reggio Calabria e Savona portava all’arresto di oltre 40 persone, indagate a vario titolo per concorso esterno in associazione mafiosa; tra queste, alcuni esponenti “liguri”, a capo di ditte che gravitavano attorno ai subappalti relativi alla movimentazione-terra dei cantieri del Valico dei Giovi. Nello stesso giorno, i tecnici di Cociv procedevano con le operazioni di esproprio per due terreni interessati dal tracciato, a Pozzolo Formigaro e a Fraconalto. Nel primo caso, però, alcune irregolarità procedurali potrebbero invalidare l’immissione in possesso, fermando di fatto i lavori, almeno momentaneamente.

    Tutto questo a pochi giorni dal via libera definitivo del governo, su proposta del presidente Matteo Renzi e del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, Gian Luca Galletti, al decreto del presidente della Repubblica che semplifica la disciplina di gestione delle terre e rocce da scavo, nella versione definitiva, dalla quale sono spariti i paletti per il riuso dello smarino prodotto dagli scavi.

    L’ombra lunga della mafia e la debolezza della politica

    Le indagini coordinate dalla procura di Reggio Calabria hanno accertato legami stabili tra le cosche calabresi e quelle liguri, impegnate nel business della movimentazione terra e dello smaltimento di rifiuti pericolosi. Il sistema, affinato negli anni, prevedeva un avvicendamento pianificato di ditte (create ex novo da prestanomi o famigliari, ma sempre a gestione e profitto delle cosche) per poter accedere alle assegnazioni dei sub-appalti dei grandi cantieri. I legami personali con alcuni esponenti politici locali, faceva il resto.
    Il Terzo Valico è un progetto da 6,2 miliardi di euro (per 53 chilometri di tracciato, cioè 116 milioni a chilometro, cifra da primato mondiale) cioè una montagna di soldi che cadono a cascata ai “fortunati” che prendono parte ai lavori. Da qui le infiltrazioni mafiose, finalizzate a far pressione sui politici locali per ottenere commesse sui subappalti già aggiudicati. Stando alle intercettazioni, si tratterebbe di qualcosa di più di semplici tentativi: nelle conversazioni, riportate da alcuni giornali nazionali, si parla apertamente di favori fatti per i quali si aspetta un ritorno, e il Terzo Valico è citato innumerevoli volte. Solo il rallentamento dei lavori pare abbia impedito l’inizio di queste joint venture.

    Questo, ancora una volta, apre un problema politico: se non ci fosse arrivata la magistratura, che cosa sarebbe successo? L’attuale sistema delle assegnazioni è così vulnerabile? «La politica non ha gli strumenti per prevenire questi casi – afferma a “Era Superba” Stefano Bernini, vicesindaco di Genova e assessore all’Urbanistica – dovendosi attenere alle certificazioni anti-mafia che sono a carico della prefettura durante le gare di appalto. Nel caso specifico, Cociv (general contractor dell’opera, ndr) è tenuto a fare gare di appalto, durante le quali ci si attiene alle carte e alle cose note fino a quel momento». Un sistema, quindi, che è strutturalmente vulnerabile, soprattutto se si tratta di grandi lavori, con centinaia di ditte coinvolte: «Il nostro sistema giudiziario ha qualche baco – ammette Bernini – ma va detto che la malavita ha fatto un salto di qualità manageriale non indifferente, per cui va rafforzata la funzione investigativa».

    Una funzione investigativa che però è regolata da leggi fatte dalla politica: come è noto, le interdittive anti-mafia valgono solamente nel territorio di competenza della prefettura che le ha firmate, lasciando le mani libere alle ditte “colluse” di spostarsi sul territorio nazionale senza preclusioni di sorta, come successo per la ditta Lande s.p.a (fino al 2015 s.r.l) che a inizio giugno ha ricevuto l’interdittiva dal prefetto di Napoli, ma che figura tra le ditte subappaltanti per alcuni cantieri del Terzo Valico. «Manca la volontà politica di cambiare il sistema degli appalti – commenta Paolo Putti, capogruppo M5S in Consiglio comunale a Genova e noto oppositore delle grandi opere – semplicemente perché conviene mantenerlo tale. Certe opere devono essere fatte per farle, non perché servono, come dimostra la storia del Terzo Valico. La notizia di questi arresti non ci stupisce, sono anni che i movimenti denunciano questa predisposizione del sistema delle grandi opere». A proposito di movimenti: dalle carte dell’inchiesta “Alchemia” è emerso come la malavita radicata nella nostra regione, attraverso prestanome, abbia finanziato e supportato i comitati “Sì Tav”, per cercare di spostare i consensi dell’opinione pubblica, al fine di accelerare i lavori, e quindi i possibili introiti.

    Riuso dello smarino: via libera dal governo

    Se i cantieri sono in una fase di potenziale stallo, da Roma arriva un assist importante: il 15 luglio scorso, infatti, è stato licenziato il testo definitivo del decreto che semplifica le procedure di gestione delle terre di scavo, in pendenza da mesi. Nel dispositivo definitivo sono saltati alcuni paletti che avevano sollevato aspre critiche da parte dei fautori dell’opera: nel testo originale, infatti, era previsto che, in presenza di fibre di amianto, lo smarino andasse trattato in loco e poi stoccato in siti dedicati. Con la nuova versione della legge, invece, potrà essere riutilizzato per riempimenti o altro. In questo modo, non sono più messi in discussione i progetti finanziari delle grandi opere, che potranno procedere con i lavori senza dover rivedere i vari piani per lo smaltimento.

    Esproprio mancato

    Come dicevamo, mentre sui giornali usciva la notizia degli arresti, i tecnici di Cociv si presentavano presso un terreno collettivo a Pozzolo Formigaro (in provincia di Alessandria), per procedere con un esproprio: 180 metri quadrati posti esattamente lungo il tracciato dell’opera, acquistati anni fa da 101 attivisti No Tav, necessari per il proseguimento dei lavori. A difendere l’appezzamento, un nutrito numero di cittadini contrari all’opera, fronteggiati da un altrettanto nutrito reparto di Polizia in tenuta antisommossa. Nonostante lo stallo creatosi, con il decreto autorizzativo per l’immisione in possesso in scadenza, e non più rinnovabile, e scaduta la dichiarazione di pubblica utilità, i tecnici hanno dovuto fare un tentativo: senza entrare nella proprietà hanno fotografato da distante il terreno per poi ritirarsi. Una modalità utilizzata già in precedenza per i terreni di via Coni Zugna, a Pontedecimo, per il quale è stato depositato un ricorso e si è in attesa della decisione del Tar. Gli attivisti del movimento denunciano la nullità di questa procedura: oltre ad aver coperto il terreno con dei teli, per evitare le rilevazioni tecniche anche attraverso le fotografie, pare che la notifica dell’esproprio non sia stata consegnata a tutti i proprietari, come prescritto dalla legge, cosa che annullerebbe automaticamente il decreto. Se questo mancato esproprio sarà confermato, i lavori potrebbero fermarsi per molto tempo.

    Ancora una volta, quindi, la storia del Terzo Valico si è “arricchita” di nuovi elementi: è stata dimostrata la facilità di contatto della malavita con il microcosmo dei cantieri del Terzo Valico ed è stata confermata la vulnerabilità strutturale delle procedure di assegnazione e distribuzione degli appalti. La politica, però, tira dritto, e anzi, vuole accelerare, forzando le procedure e rischiando di soprassedere sui rischi che si possono correre bucando monti amiantiferi; mettendo insieme le due cose, il quadro non è dei più rassicuranti.


    Nicola Giordanella

  • Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

    Genova e il suo porto, una storia millenaria dal Medioevo al Blue Print

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    Genova in una litografia del 1400

    E così il Blue Print vacilla. La notizia non mi stupisce, vista la lentezza elefantiaca con cui procede l’ammodernamento del paese e la messa in sicurezza delle nostre città. Genova, naturalmente, non è da meno. Soltanto qualche mese fa, la Commissione europea metteva l’accento su quella che continua a essere una vera e propria emergenza ambientale, con ricadute pesanti su ciascuno di noi in termini di salute e buon vivere. Pare che l’ampliamento della area delle riparazioni navali, proprio di fronte al nostro centro storico, possa portare a un aumento del biossido d’azoto, che proprio in questi giorni ha fatto schizzare le centraline cittadine. Tutto ciò ha fatto rizzare le orecchie a più d’un ambientalista; anche a uno come me, che di mestiere (primario) fa il papà e che ha a cuore il posto dove vive. Intendiamoci, il waterfront è qualcosa di estremamente importante per la nostra città, soprattutto in termini d’appetibilità turistica oltre che di maggiore funzionalità delle strutture portuali, anche se – devo dire – sarebbe forse il caso che i nostri amministratori pensassero prima (o, perché no, anche) a problemi più cogenti: dalla viabilità (quanto ci vuole a mettere qualche rotonda in più anche fuori dal centro?) alla pedonalizzazione di tutti i nostri borghi storici cittadini (questa è una mia proposta, della quale sono pronto a discutere, magari in un prossimo intervento) alle nostre periferie, al nostro mountainfront (si dice così?), ai nostri riverfronts, che definire grizzle è poco. La città avrebbe bisogno di un restyling completo. La spinta del 2004 pare essersi infranta di fronte alla spending review degli ultimi tempi.

    La nascita dei primi moli

    Ciò non toglie che l’area portuale abbia rivestito per secoli il primo e principale biglietto da visita della nostra città. Di questo dobbiamo essere consci; soprattutto, prima di compiere scelte azzardate (non pensate, forse, che scavando il mitico canale del Blue Print non vengano fuori strutture antiche?). Com’è noto, la Genova medievale non possedeva una grande piazza pubblica. Nessuna Piazza del Campo o Piazza della Signoria, per intenderci. Era il porto, con la sua ripa e le sue volte, sede di botteghe artigiane e magazzini, a costituire il luogo delle relazioni: il vero fulcro della vita cittadina; forse, è proprio questo il concetto che una buona architettura deve recuperare. Anche se ciò va incontro a diversi ostacoli.
    Possediamo, infatti, poche notizie sullo sviluppo dell’area portuale. E il motivo è semplice: le strutture antiche sono state smantellate. Conservatesi per secoli nel sottosuolo, hanno subito i pesanti lavori di rifacimento del waterfront (appunto) degli anni Novanta del secolo scorso. Per saperne qualcosa di più, pertanto, è necessario volgerci alle fonti scritte, non sempre esaustive. Secondo Caffaro, nel 1162 i consoli cittadini avrebbero ordinato l’abbattimento di alcune taverne situate sulla riva del mare, nella zona di Pré, in modo da ospitare nuovi scali. È, questa, una delle prime attestazioni di lavori eseguiti nell’area portuale, in particolare laddove sarebbe sorta la darsena, oltre la porta occidentale della cinta «del Barbarossa»: la Porta dei Vacca. Il cuore del porto, a ogni modo, era situato nella parte diametralmente opposta, nell’attuale quartiere del Molo. La costruzione del molo primitivo, lungo una cinquantina di metri e largo dieci, addossato a una penisola naturale degradante in mare, occupò gran parte del XII secolo. Lungo di esso si concentravano gli scali: uno alla radice; altri tre nei pressi della chiesa di San Marco, innalzata a partire dal 1173, dove aveva luogo anche l’attività cantieristica. Scali ulteriori sorgevano nell’area del Mandraccio; a ponente, tra la chiesa del Santo Sepolcro e il monastero di San Tommaso; a levante, nei pressi della marina di Sarzano. Le operazioni commerciali avevano luogo lungo la ripa maris, una spiaggia sabbiosa su cui inizialmente erano alate le imbarcazioni, contornata progressivamente da volte e magazzini; quindi, da case e torri sopraelevate.

    Le navi crescono

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    Il porto di Genova nel XVII secolo

    Il progressivo ingigantimento delle navi avrebbe costretto a modifiche significative già a partire dal Duecento, quando furono eretti dei pontili di legno lunghi una cinquantina di metri, in modo da raggiungere fondali di sei o sette metri. Si trattava ancora di strutture deboli, esposte ai marosi, che non mancavano di causare gravi danni. Nel 1248 il molo, bisognoso di restauri, fu dichiarato opera pia, in modo da beneficiare dei lasciti testamentari. Nei decenni successivi sarebbe stato creato l’ufficio dei Salvatores portus et moduli, deputato a conservarne le infrastrutture – i pontili, l’acquedotto che correva di fronte alla ripa, i due grandi fari che abbracciavano il seno genovese (da rifornire periodicamente d’olio), i fondali, dai quali doveva essere asportato lo zetto (i detriti) – e al controllo, anche fiscale, del movimento navale. Nel 1260, per volere del primo capitano del popolo, Guglielmo Boccanegra, ebbe inizio, invece, la costruzione del primo palazzo pubblico (sino ad allora s’era fatto uso di palazzi privati o della chiesa cattedrale), progettato dal domenicano Oliverio di Sant’Andrea di Sestri, al quale si deve anche la sistemazione dei portici di Sottoripa. Utilizzato successivamente come sede della dogana e di altre magistrature, l’edificio avrebbe ospitato, al principio del Quattrocento, la Casa di San Giorgio.

    L’arsenale genovese

    L’ampliamento delle strutture portuali sarebbe proceduto lentamente, attraverso la costruzione d’una raiba e d’una raibetta, destinate alla conservazione delle merci (in particolare del grano), situate tra il «ponte del vino» e il «ponte Streiaporco», che prendeva il nome, al pari di altri ponti, dalla famiglia che possedeva delle case al suo limitare. Nel 1276 ebbe inizio la costruzione d’una prima darsena, situata nei pressi della chiesa di San Marco (presso l’attuale Calata Marinetta). Una nuova darsena, più ampia, sarebbe stata allestita a ponente, oltre la Porta dei Vacca, utilizzando – a quanto pare – una parte del bottino della battaglia Meloria (con buona pace dei Pisani). Nel corso del Trecento, l’area sarebbe stata utilizzata per il ricovero invernale delle imbarcazioni; soltanto nel Quattrocento, sotto il governatorato francese, avrebbe acquisito una fisionomia prettamente difensiva, grazie all’erezione di mura poderose e di alte torri, oggi scomparse. A quest’altezza, anche l’arsenale, deputato alla costruzione delle galee, aveva ormai raggiunto un certo grado di sviluppo. Sorta a ridosso della darsena a partire dal 1285, la struttura era costituita da una serie di pilastri, sovrastati da tettoie a spiovente. La parte interna era suddivisa in navate, le quali potevano ospitare sino a quattordici galee, in costruzione o in riparazione: un numero piuttosto modesto, se paragonato alle analoghe strutture di Venezia o Barcellona; del resto, gran parte della produzione cantieristica avveniva fuori città, presso i borghi di Sampierdarena, Sestri e Voltri. Nel 1416 l’arsenale sarebbe stato cinto da una muraglia; tuttavia, l’area sarebbe andata incontro a un progressivo abbandono, necessitando di continui lavori di restauro dei quali è rimasta traccia nelle carte del tempo. Tali lavori saranno affidati all’Ufficio dei Padri del Comune, che, tuttavia, darà la precedenza all’opera di prolungamento del molo, necessaria per permettere l’attracco d’imbarcazioni di grande tonnellaggio, e alla sostituzione dei pontili di legno con moli in muratura. L’arsenale, dunque, cadrà presto in disuso, diventando fatiscente.

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    La spiaggia di Sampierdarena in una cartolina del 1929

    Nel corso dell’età moderna, il waterfront genovese subirà ulteriori modificazioni: il molo sarà ingrandito sino a sfiorare i cinquecento metri di lunghezza; nel Seicento, nei pressi della Lanterna sarà edificato il cosiddetto Molo Nuovo. Dopodiché, le strutture portuali subiranno una fase di stallo, dovuta – per dirla in soldoni – al mutamento d’interessi delle grandi famiglie cittadine, le quali, sino ad allora, avevano animato l’attività commerciale del porto genovese. E’ solo a partire dal XIX secolo che si tornerà a mettere mano sulle strutture portuali, grazie alle quali Genova tornerà a far parle di sé nel mondo.

    Antonio Musarra

  • Piscina di Voltri, ecco il progetto da 4 milioni. Ma i soldi di Regione Liguria non ci sono più

    Piscina di Voltri, ecco il progetto da 4 milioni. Ma i soldi di Regione Liguria non ci sono più

    mameli-voltri-piscinaUn grande progetto, che potrebbe riqualificare e rilanciare un intero quartiere, quello di Voltri, da anni in attesa di vedere la propria piscina tornare a vita nuova. Era Superba ha intervistato l’architetto Marco Pesce, incaricato dal Comune di Genova di realizzare il nuovo progetto della struttura, per farsi raccontare nel dettaglio il futuro dell’impianto. Pesce è vicepresidente dell’Associazione “Utri Mare”, al cui interno ha trovato spazio la società “Mameli” (che ancora formalmente esiste, ma al momento senza tesserati).

    A vederla oggi non si direbbe, ma per la Piscina Comunale di Voltri esiste un grande disegno di riqualificazione; scopriamo insieme i dettagli: dove oggi c’è la ghiaia a dividere la struttura dalla passeggiata a mare voltrese, in futuro potrebbe sorgere un solarium e un bar. Nel “lato nord” della struttura (dove prima c’era il circolo della “Mameli”) sorgeranno gli uffici del futuro gestore dell’impianto e, sopra di essi, una palestra affacciata sulla vasca. Al posto del cantiere che occupa ormai da tempo il lato di levante troveranno posto invece i locali del magazzino, della caldaia e di tutto ciò che serve al funzionamento dell’impianto, mentre a ponente saranno rimessi in piedi gli spogliatoi per gli atleti, costruiti secondo le più recenti norme di sicurezza. La vasca (allargata di 2 metri e mezzo per andare incontro alle direttive del Fim e del Coni) sarà inoltre coperta da una chiusura completa, apribile nella sua parte centrale nella bella stagione. Nell’ottica di un maggior risparmio, il fondale (che attualmente è profondo 2 metri nella prima metà della vasca e poi scende a 4 metri e mezzo nella seconda) verrà uniformato a 2 metri per avere meno acqua da scaldare.

    Un’opportunità di rilancio per tutto il quartiere

    L’Associazione “Utri Mare” raccoglie al suo interno diverse associazioni che si occupano del lungomare voltrese, dalle baracche di pescatori che si affacciano sulla passeggiata, alla stessa “Mameli”. Uno degli obiettivi dell’associazione è la riqualificazione del litorale della delegazione, che in estate accoglie centinaia di persone ma che offre servizi spesso non all’altezza. A titolo d’esempio, il vicepresidente Pesce cita che in tutta la passeggiata c’è un solo bar e un solo bagno, una biblioteca momentaneamente chiusa e la carcassa dell’ex Coproma. Uno scenario che non invoglia certo a investire, mentre una riqualificazione dell’area comporterebbe un potenziale ritorno economico. In questo progetto di rilancio è compresa a pieno titolo la rinascita della piscina e, nel tratto di spiaggia di fronte, Pesce immagina una spiaggia libera attrezzata, gestita da chi prenderà in consegna l’impianto.

    L’idea era già venuta alla stessa “Mameli”, che contava di raccogliere da questa attività almeno parte dei soldi con cui finanziare la ristrutturazione dell’edificio: «L’ultimo direttivo e l’allora presidente Cola fecero di tutto per raggiungere questo risultato – ricorda Pesce – ma mancarono i presupposti di legge o, comunque, la burocrazia al riguardo era troppo complessa. Un peccato, perché oggi, nel 2016, ci ritroviamo senza spiaggia attrezzata, senza società e senza impianto». Importante il ruolo giocato dall’ultimo direttivo della “Mameli” che traghettò la società all’interno di “Utri Mare”: «Un passaggio burocratico fondamentale per arrivare al punto in cui siamo oggi».

    La messa in sicurezza dell’impianto

    Ricordando le “tappe d’avvicinamento” alla situazione attuale, Pesce parla dell’abbattimento dei vecchi spogliatoi (avvenuto nel 2012) come di una “mazzata” per una società che già navigava in pessime acque. La Mameli si trovò infatti privata di spazi di cui aveva fino ad allora usufruito, senza la possibilità di costruirne nuovi. La misura (pagata coi soldi dell’Autorità Portuale, proprietaria della zona) si era resa necessaria dopo l’intervento dell’Asl, che aveva rilevato la presenza di amianto negli spogliatoi. Inoltre, la copertura degli spogliatoi realizzata con carpiate metalliche non era a norma, e andava sostituita. «Ci tengo a precisare – sottolinea Pesce anche in risposta al nostro precedente articolo – che oggi non c’è più amianto nella struttura, se non nella canna fumaria, che non è considerabile pericolosa». I prossimi interventi sulla struttura, naturalmente, terranno conto di tutti i requisiti di sicurezza richiesti dalle normative. La copertura e i soffitti saranno “coibentati”, ovvero rivestiti con pannelli isolanti che vengono interposti alla copertura vera e propria, per permettere la regolazione tra temperatura esterna e temperatura interna. In questo modo viene risparmiata una gran quantità di energia.

    Il balletto sui costi

    L’impegno di spesa generale dell’appalto è intorno ai 4 milioni di euro, mentre l’importo dei lavori si avvicina ai 3 milioni e 500 mila euro. Di questi, circa 500 mila sono stati impegnati dal Comune di Genova in collaborazione con “Utri Mare”. Palazzo Tursi si sta inoltre impegnando per trovare finanziamenti da ulteriori enti come la Regione Liguria o il Coni. Non cita, Pesce, il co-finanziamento da parte della Regione, di cui pure anche Era Superba aveva parlato su queste pagine. «Al momento – chiarisce – non mi risulta che la Regione abbia indirizzato dei fondi verso questo progetto». La precedente giunta regionale aveva detto al Comune di essere disposta a investire circa 1 milione di euro, a patto che venisse presentato un progetto preliminare. Il progetto venne approvato ma, prima che diventasse definitivo, i fondi regionali vennero a mancare. «Io sono un tecnico – sottolinea l’architetto – quindi non so dire perché la disponibilità sia venuta meno. So che ad oggi non c’è nulla che attesti una volontà della Regione di intervenire. L’ultimo documento al riguardo, stilato nel 2015, dice che i fondi per la piscina di Voltri mancano, e io mi attengo a quello».

    Attualmente, il progetto è stato valutato “immediatamente eseguibile”, quindi una volta arrivati i fondi mancanti i lavori potrebbero partire immediatamente. La proprietà dell’impianto resterebbe al Comune, mentre per la gestione sarà emanato un bando. A vincerlo potrebbe essere un soggetto interno a “Utri Mare” ma anche esterno. Chiediamo all’architetto Pesce se a vincere potrebbe essere la Mameli, che a Voltri ha legato il proprio nome al punto che è la piscina stessa a essere spesso chiamata semplicemente “la Mameli”. Lui scuote la testa:  «Non credo – ammette con onestà – in questo momento non ne vedo la possibilità».

    Luca Lottero

  • Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Lo scorso 26 aprile Autostrade S.p.A ha consegnato al ministero delle Infrastrutture il progetto definitivo sulla realizzazione della gronda autostradale di ponente: inizio dei cantieri previsto entro il novembre del 2017. Dalla Genova “che conta”, i favorevoli alla grande opera provano a fare quadrato, e hanno iniziato a farlo con un convegno dal titolo eloquente: “Liberiamo Genova dalla paralisi”, andato in scena lo scorso 9 giugno, e che ha visto risfoderati gli argomenti “cavallo di battaglia” finalizzati a convincere l’opinione pubblica sulla necessarietà dell’opera. Compito senza dubbio arduo visto che “più dell’onor, potè il denaro”, volendo parafrasare, storpiando, qualcuno di noto. Il conto, infatti, lo ha presentato Autostrade s.p.a., con previsioni di spesa importanti. I miliardi di euro necessari sono 3,26, e al momento l’unica soluzione sul piatto per racimolare tale cifra è un aumento dei pedaggi autostradali; due le opzioni: un aumento secco del 15% sulle tariffe di tutta la rete viaria di Autostrade s.p.a., o un allungamento delle concessioni fino al 2045 (ad oggi dovrebbero scadere nel 2038) con “solo” un piccolo ritocco in positivo dei costi al casello del 4%. In altre parole, la Gronda, la pagheranno i soliti cittadini, volenti o nolenti.

    Ma la Gronda “s’ha da fare”. L’appello è stato lanciato dalla Camera di Commercio di Genova e da diverse associazioni di categoria: Ance, Confitarma, Federagenti e Confesercenti. «Tutti quanti parlano della crisi dell’economia ligure, noi lo facciamo mostrando i motivi per cui siamo arrivati a questa fase di stallo e dichiariamo apertamente che il nostro territorio paga da anni il prezzo dell’isolamento stradale, ferroviario e aereo», ha dichiarato Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova.

    I dati sulle autostrade liguri: traffico “negativo” su A7 e A10

    Secondo questa lettura, quindi, la Gronda potrebbe essere l’opera capace di risolvere tutti i problemi della nostra terra; ma i dati sull’utilizzo delle infrastrutture viarie dicono altro. Come Era Superba aveva già evidenziato in un precedente speciale, da anni ormai i tassi di crescita del traffico autostradale sono in forte contenimento: su base nazionale, dal 1970 al 1985, i numeri sono cresciuti per un +140%, mentre nel quindicennio successivo per un +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Una tendenza a decrescere confermata dagli ultimi dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), riferiti al primo semestre 2015. Se guardiamo al dettaglio della rete ligure, inoltre, i numeri in alcuni casi hanno addirittura un segno meno davanti: per la A7, nella tratta da Genova a Serravalle, nel primo trimestre 2015 si è verificato un calo di veicoli medi giornalieri dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2014, per l’ A10 (Genova – Ventimiglia) un altro calo, dello 0,4%; timidi aumenti per le restanti tratte di casa nostra: +1,6% per l’ A12 (Genova – Livorno), +1,7% per l’ A6 (Savona – Torino) e +1,1% per l’A26 (nel tratto tra Voltri e Alessandria). In definitiva su due delle tre autostrade che saranno direttamente interessate dalla costruzione della Gronda, il traffico sta diminuendo.

    I dubbi dell’amministrazione

    no-gronda-consiglio-comunaleRecentemente, il sindaco di Genova, Marco Doria, ha espresso più di qualche perplessità sull’opera, tornando alle sue posizioni di campagna elettorale, derubricandola a infrastruttura inutile e già “vecchia”, probabilmente con una qualche ragione, visto che la prima idea di Gronda risale al 1984. Le parole di Doria, che si riferiscono direttamente all’opera benché la stessa non sia mai stata esplicitamente citata, ancora una volta rimescolano le carte a Tursi: «Un ulteriore slittamento nell’apertura dei cantieri sarebbe deleterio – precisa però Odone l’allora sindaco Vincenzi aveva firmato il progetto nel 2009. La Liguria ha bisogno di lavoro, le sue aziende devono rilanciarsi e ricominciare a creare occupazione, bisogna rispettare i tempi». Un altro punto su cui i “Sì Gronda” fanno leva è quello del turismo: «La nostra regione registra un aumento del numero di turisti e questo è un dato positivo – sottolinea il presidente della Camera di Commercio – ma il flusso turistico deve essere supportato da infrastrutture adeguate e da collegamenti che funzionano. Oggi la maggior parte dei transiti avvengono su Ponte Morandi, una struttura che comincia a mostrare la corda. Se non si agisce in fretta rischiamo la paralisi». Anche in questo caso, però, sorge un dubbio: probabilmente, il turista che arriverà a Genova in macchina non utilizzerà la Gronda, visto che questa serve proprio a “saltare” il nodo del capoluogo che, nei fatti, è il vero problema.

    Espropri e dintorni

    Al momento la palla è nelle mani del ministero delle Infrastrutture che, se approverà il progetto di questa opera, darà di fatto il via all’iter di inizio lavori con, al primo punto dell’ordine del giorno, la il delicato tema degli espropri, di cui è stato pubblicato l’elenco delle proprietà interessate«In questo periodo di globalizzazione i mercati sono in continua evoluzione, per essere competitivi bisogna dotarsi di infrastrutture adeguate. Non si può guardare esclusivamente al proprio orticello o alla propria casetta» ha detto Marco Novella, rappresentante di Confintarma nonché consigliere e componente di giunta della Camera di Commercio di Genova, rispondendo a chi solleva dubbi sul rapporto costi-benefici della Gronda. Certo, per chi, dalle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della CCIAA, risulta possedere abitazioni in corso Italia e a Bogliasco, è più facile parlare con l’orticello decisamente più al sicuro.


    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Erzelli, realizzato solo il 10%. Ora il nemico si chiama Expo. E la Regione vuole un commissario

    Erzelli, realizzato solo il 10%. Ora il nemico si chiama Expo. E la Regione vuole un commissario

    erzelli-siemens-verticaleUna tavola rotonda organizzata per fare il punto della situazione e rilanciare la corsa verso la realizzazione del progetto Erzelli. Nel salone del Consiglio metropolitano ci sono tutti, dai rappresentanti delle istituzioni ai vertici industriali, dai giornalisti ai volti noti della società civile. Si devono serrare i ranghi per riprendere la via perché si è perso troppo tempo e c’è il rischio concreto che competitor importanti rubino la scena, dirottando imprese, cervelli e investimenti. In corsa, infatti, sono entrati gli spazi alla periferia milanese, utilizzati per Expo, ad oggi in attesa di progetti di riconversione per la costruzione di un polo tecnologico. Il quadro della situazione attuale lo traccia Luigi Predeval, a.d. di Genova High Tech s.p.a. (la società responsabile del progetto), che mette sul tavolo le ultime notizie riguardo gli insediamenti aziendali: entro l’estate Esaote prenderà possesso di due piani e anche IIT sposterà alcuni laboratori sulle alture di Cornigliano. Ma non solo: sono attesi trasferimenti di almeno un paio di aziende da Milano e Napoli. Così, entro giugno 2016, il quadro complessivo vedrà la cittadella essere animata da Talent Garden Genova, Hyla, Enginius, Akronos, Alten Italia, 3Enerplus, Dedagroup, Hp, Johnson Controls, Softeco Sismat, oltre a Ericsson, Siemens e i già citati Esaote e IIT.

    Realizzato solo il 10% del progetto

    Il bilancio di quanto fatto fino ad oggi è abbastanza magro: 3 chilometri di strade di collegamento, che in futuro saranno unite alla nuova strada a mare, e due edifici funzionanti per un totale di 47700 metri quadrati (dove attualmente risiedono Siemens ed Ericsson) sui 408750 previsti. Se la situazione si sbloccherà, entro il 2018 sarà edificato il primo volume residenziale, per poco più di 10 mila mq.
    Discorso a parte per quanto riguarda gli spazi dedicati all’Università: progettati assieme ai professori, dovrebbero arrivare ad una quota di 60 mila metri quadrati, suddivisi in dipartimenti (25132 mq), aule e biblioteca (21787 mq), laboratori (20949 mq). Al momento tutto però è fermo, in attesa dell’accordo di programma che, se venisse siglato in tempo utile, potrebbe portare a definizione la trattativa con Cassa Depositi e Prestiti per una possibile espansione residenziale dedicata agli studenti che si materializzerebbe con una costruzione ulteriore per 14 mila metri quadrati.

    “Eppur si muove”, come direbbe qualcuno: il progetto, che fece il primo gemito nel 2001, oggi è completato solo al 10%, sospeso tra incertezze politiche ed economiche, entusiasmo e ritrattazioni, come quella dell’ex Facoltà di Ingegneria.

    Oggi, però, sul piatto c’è un finanziamento di 125 milioni complessivi messi a disposizione dal governo e la costruzione di circa 116 mila metri quadrati tra residenze e spazi commerciali, garantiti da Cassa Depositi e Prestiti, per fare cassa. Proprio questa variante ha scatenato negli ultimi tempi diverse reazioni stizzite da parte di molte associazioni, Legambiente su tutte.

    Doria: «Genova deve smettere di piangersi addosso»

    erzelli-porto2I lavori della tavola rotonda vanno avanti, almeno quelli, e il sindaco di Genova, Marco Doria, cerca di sferzare nuovamente la compagine: «Genova e i genovesi devono cambiare mentalità e smetterla di piangersi addosso». E sugli anni persi? «Non dobbiamo prendere decisioni in base alle scelte fatte nel passato, giuste o sbagliate, ma guardare alla realtà di oggi». Il primo cittadino torna sulla polemica della logistica ricordando a tutti che «la collina degli Erzelli non è il Monviso» e che l’amministrazione, assieme a Ferrovie dello Stato, «sta progettando di spostare la stazione ferroviaria di Cornigliano per meglio collegarla con l’aeroporto e la cittadella attraverso una cabinovia a frequenza costante».

    Al microfono si alternano in tanti: Carlo Castellano, presidente di Dixet e Genova High Tech, nonché amministratore delegato di Esaote, Luigi Predeval, Alberto Diaspro, Direttore del dipartimento di Nanofisica dell’IIT e il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, in collegamento telefonico da Roma. Presente in sala Edoardo Rixi, assessore regionale allo Sviluppo Economico, che ricorda la sua posizione: «Per questo progetto serve un commissario ad hoc, non possiamo più perdere tempo». Expo, infatti, fa paura: «Siamo più avanti di Milano ma con questo ritmo saremo superati, nonostante si sia incominciato a parlare di Erzelli 15 anni fa».

    Tutti sembrano concordi e Paolo Comanducci, magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Genova, non rovina l’atmosfera: «In passato ci sono stati problemi burocratici e logistici, e le nostre posizioni sono state forse pretenziose – ha spiegato – ma siamo un ente pubblico e non possiamo rischiare. Vogliamo spostarci ma facendolo bene e con tutte le garanzie di crescita per la nostra Scuola Politecnica». Via Balbi ha recentemente stornato dal bilancio 6 milioni per questo trasloco «nonostante il calo di iscrizioni stia logorando i conti economici dell’ateneo».

    A chiudere il dibattito Alessandro Cassinis, direttore del “Secolo XIX” che ben ha sintetizzato la situazione: «Il progetto è cambiato nel tempo, con accuse di speculazioni e finanziamenti poco chiari; parlandone continuamente, però, si ammazza il progetto. Forse il mio giornale ha troppe volte utilizzato Erzelli per far polemica – ammette – dando lo spazio a tutti: io mi sono impegnato a non dar più notizie inutili e distraenti, soprattutto su quanto legato all’Università. Il giornale vuole e darà spazio alle notizie che possano contribuire a fare passi avanti a questo progetto, e basta».

    Lo spettro del dopo Expo

    Quindi, ancora una volta, tutti d’accordo: oggi il Polo Scientifico e Tecnologico di Erzelli rimane un investimento fondamentale per il futuro della città, che potrebbe trasformare quella collina, un tempo deposito di container, in un’eccellenza a livello internazionale. IIT ha confermato che nei prossimi mesi trasferirà due laboratori, tra cui quello di robotica, uno dei fiori all’occhiello della ricerca italiana e non solo. Dietro l’angolo, però, lo spettro di Milano: il capoluogo lombardo è sicuramente avversario temibile ma il fatto che oggi ci si senta così minacciati da un’eventuale opera al momento quasi a zero, dopo 15 anni di progetti, accordi, parole e pochi fatti, sembra fanta-scientifico.

    Nicola Giordanella

  • Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    Inquinamento, Busalla quasi come Taranto. Ma industrie e cantieri incidono meno di traffico e porto

    fegino.iplom2Nei precedenti articoli della nostra inchiesta sulla qualità dell’aria a Genova, abbiamo analizzato diverse fonti di inquinamento con la relativa incidenza sul quadro generale. Per completare l’analisi bisogna prendere in considerazione un ulteriore settore, quello delle industrie e dei cantieri attivi in città e provincia. Come vedremo, dall’analisi dei dati emergono alcuni elementi di particolare intessere: se, infatti, da un lato, esistono contesti evidentemente preoccupanti, dall’altro, per tutta una serie di situazioni a rischio, non è al momento previsto un sistema esaustivo di monitoraggio e di eventuale mitigazione del rischio (altrimenti detto, in termini molto più cool, resilienza).

    Secondo i dati forniti da Ambiente Liguria, il sito ufficiale della Regione in tema ambientale, nel 2011 il comparto industriale ha prodotto 1273 tonnellate di NOx, cioè circa il 12% del totale registrato in Città metropolitana. Un dato che porta ad avere un “carico” pro capite annuo di 1,4 kg di questo inquinante: come abbiamo visto in precedenza, la cifra è leggermente maggiore di quella relativa al traffico veicolare privato ma è praticamente un decimo di quella relativa al porto.
    Per quanto riguarda i particolati (PM10 e PM2,5), la produzione registrata si attesta sulle 37 tonnellate annue, cioè il 3,7% del totale registrato nell’ex provincia genovese: sono 42 grammi a testa ogni anno, circa 10 in meno di quanto fanno registrare auto e moto e meno di un trentesimo di quanto prodotto dal porto.

    Questi dati sono in decrescita dal 2005, cioè da quando sono stati spenti definitivamente tutti gli impianti a caldo di Ilva, che incidevano in maniera consistente sulla media cittadina e provinciale.

    Una prima considerazione ci porta a pensare che, tutto sommato, l’industria ha sì un peso non trascurabile ma senza dubbio i problemi gravi sono da ricercare altrove. Tuttavia, se si contestualizzano i dati raccolti con il luogo della misurazione, la lettura prende un’altra prospettiva, soprattutto per una precisa area della Città metropolitana genovese.

    Busalla quasi come Taranto

    BusallaIn alta Valle Scrivia, come è noto, è in funzione un impianto industriale decisamente impattante: la raffineria Iplom, che processa il greggio proveniente dal porto petroli di Multedo. Questo impianto, per cui è previsto il “rischio di incidente rilevante”, lavora ogni anno quasi 1,8 milioni di tonnellate di greggio e lo fa rilasciando nell’aria diversi tipi di sostanze, tra cui NOx e PM. Stando a quanto riportato nell’ultimo bilancio, la raffineria produce ogni anno 232 tonnellate di ossidi di azoto e 20 tonnellate di polveri sottili. In altre parole, nel primo caso abbiamo il 18% del totale prodotto da tutto il comparto industriale della Città metropolitana di Genova, cioè il 2% del totale delle emissioni di NOx registrate sul territorio, mentre per i particolati siamo sul 55% di incidenza di settore, che contribuisce per il 2% a tutta la produzione provinciale. Il tutto a Busalla, Comune che conta circa 5740 anime (secondo il censimento 2011), che si dividono l’onere di sopportare direttamente e fisicamente il flusso di emissioni prodotte dalla raffineria.

    Facendo due rapidi calcoli, scopriamo che ogni singolo busallese ha per sé oltre 40 kg di NOx all’anno, superando di gran lunga il doppio della media metropolitana. Per fare un confronto a livello nazionale, solo l’area di Taranto è messa peggio, con una media di 50 kg procapite di NOx provenienti dagli impianti industriali, stando alle stime 2014 di Arpa Puglia.

    L’industria dei cantieri

    terzo-valico-cantiere-2015-2Se si volesse chiudere veramente il cerchio sulla questione emissioni, sarebbero da quantificare anche quelle legate alle attività dei grandi cantieri attivi sul territorio. È intuitivo pensare che centinaia di camion e mezzi pesanti possano avere un’incidenza sensibile sugli equilibri dell’aria che respiriamo, non solo per via dei propulsori, ma anche per le polveri che producono e diffondono. Al momento, però, non sono stati previsti controlli specifici, nonostante la nostra città metropolitana sia “popolata” da diversi grandi cantieri, come ad esempio quelli per il Terzo Valico, per la copertura del Bisagno, per lo scolmatore del Fereggiano, per il nodo stradale di San Benigno, solo per citarne alcuni tra i più noti.
    L’unico dato utile per provare a dare una dimensione di massima può essere ricavato nuovamente dallo studio di Regione Liguria: ogni anno i mezzi di trasporto pesanti circolanti producono 423 tonnellate di NOx, cioè circa due terzi di quello che viene prodotto dal traffico metropolitano privato. Per quanto riguarda la produzione di particolato, invece, le proporzioni sono leggermente diverse: le 73 tonnellate l’anno rappresentano quasi il doppio di quanto prodotto da auto e moto.

    Tanto lavoro da fare

    Con questi dati possiamo finalmente tracciare un disegno d’insieme della qualità dell’aria a Genova: come abbiamo visto, pur non essendo in estrema emergenza, esistono delle criticità che vanno affrontate con immediatezza. Porto e raffineria sono due sistemi decisamente inquinanti con un sicuro impatto sulla salute di chi ci vive vicino o ci lavora. Molti passi sono stati fatti, primo fra tutti lo spegnimento della lavorazione a caldo di Ilva, ma, come i numeri hanno dimostrato, bisogna insistere. L’ente Città Metropolitana ha preso in eredità dall’ex Provincia la tutela e la gestione ambientale: le criticità non sono solamente quelle relative al traffico veicolare ma sono diffuse e sotto gli occhi di tutti e, di conseguenza, le strategie per venirne a capo devono essere adeguate e lungimiranti, non dettate da sussulti emergenziali da campagna elettorale.

    Il problema dell’inquinamento è un problema di tutti e tutti devono essere coinvolti per risolverlo. Ma proprio tutti.

    Nicola Giordanella

  • Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    Mafia a Genova e in Liguria: ‘ndrangheta, edilizia e appalti pubblici. Approfondimento

    via-ortigara-edilizia-begato-d8Mafie a Genova e in Liguria, atto terzo. Dopo l’inchiesta pubblicata nel numero 58 di Era Superba sulle lotte quotidiane della Maddalena (affiancata dall’approfondimento online sul Cantiere della Legalità e il futuro dei beni confiscati alla famiglia Canfarotta) e l’intervista nel numero 61 a Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità, che ha tracciato un quadro di inquietante vicinanza tra politica ligure e malavita, è la volta di Luca Traversa, responsabile dell’Osservatorio sulle Mafie in Liguria di Libera, che ci aiuta a puntare i riflettori su uno dei settori più tipicamente sensibili alle infiltrazioni mafiose: l’edilizia.

    Nel perseverante contesto di crisi economica, soprattutto nel nord Italia abbiamo assistito alla nascita di nuovi piccoli imprenditori edili che possono offrire denaro fresco (e sporco) al posto di, o in aiuto a, tradizionali protagonisti del settore che hanno problemi di liquidità. Gli esempi nostrani che citeremo non sono altro che la conferma di questa tendenza: gli imputati sono quasi tutti piccoli o medi imprenditori edili, fruttivendoli o piccoli commercianti. D’altronde è proprio a partire da un contesto simile che si sono iniziati ad accendere i grandi riflettori sulla ‘ndrangheta a Genova. «Era il luglio 2010 – ricorda il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria di Libera – quando, su ordine della DNA di Reggio Calabria, vennero arrestati a Genova Domenico Belcastro, imprenditore edile, e Domenico Gangemi, fruttivendolo di San Fruttuoso. È da qui che parte tutto, da queste due condanne per associazione mafiosa nell’ambito del maxi processo calabrese “Il Crimine”, che per la prima volta ci ha detto che la ‘ndrangheta, esattamente come Cosa Nostra, è un’associazione criminale unitaria, verticistica in cui è vero che le famiglie litigano, si fanno le faide, si ammazzano ma ogni anno si incontrano per risolvere le diatribe e spartirsi le zone di influenza. Fino ad allora, invece, si pensava che la ‘ndrangheta fosse costituita da ‘ndrine sparse e separate, ognuna con la propria vita». Belcastro e Gangemi vennero definiti esponenti di spicco della ‘ndrangheta a livello nazionale. «Addirittura – continua Traversa – il fruttivendolo di San Fruttuoso fu intercettato nel 2009 a colloquio con il super boss Mimmo Oppedisano, nell’agrumeto di Rosarno, mentre diceva la famosa frase “quello che c’era qui, in Calabria, lo abbiamo portato lì, in Liguria».

    Nella nostra Regione veniamo da decenni di costruzione e sovra-cementificazione i cui effetti nefasti, purtroppo, subiamo regolarmente ogni autunno. Ed è proprio nel settore dell’edilizia e degli appalti pubblici che, secondo numerose relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, la ‘ndrangheta – che tra le varie organizzazioni mafiose è quella che più si è insediata in Liguria – ha fissato il proprio core business assieme ad altre attività tipicamente e spiccatamente criminali, come il traffico di droga e di armi che rimangono comunque attività imprescindibili. «Le une attività illegali – spiega Luca Traversa – finanziano le altre, secondo un percorso piuttosto ricorrente: grazie ai traffici illeciti di droga e armi, all’estorsione e ad atre attività criminali, le mafie accumulano grandi quantità di denari che devono essere ripuliti attraverso altre attività di facciata. E il settore principe attraverso cui effettuare questa operazione è proprio quello dell’edilizia, del movimento e degli appalti pubblici».

    Mafia ed edilizia: i casi più sospetti a Genova e in Liguria

    ecoge-lavori-brignole-cantiere-EA Genova, ad esempio, negli ultimi anni una società, ormai liquidata, e la sua famiglia proprietaria sono state piuttosto chiacchierate. Si tratta dell’Eco.Ge dei Mamone, per anni la realtà nettamente più importante nei grandi lavori di edilizia e movimento terra all’ombra della Lanterna e non solo. L’ex sindaco Marta Vincenzi, incalzata in un’intervista sul perché il Comune continuasse ad assegnare appalti a una ditta su cui pendevano grosse ombre, rispose che Eco.Ge era l’unica realtà genovese in possesso dei mezzi e degli strumenti per realizzare determinati lavori. Sgombriamo subito il campo da ogni dubbio: nessun membro della famiglia Mamone è mai stato condannato per mafia; c’è chi ha subito condanne per corruzione, chi è sotto processo per gli appalti Amiu ma nulla a che vedere direttamente con la ‘ndrangheta. Quindi si tratta solo di voci popolari e un po’ sconsiderate? Non proprio secondo Luca Traversa: «Benché non sia di per sé un reato – racconta il responsabile dell’Osservatorio Mafie in Liguria – bisogna tenere presente che, secondo diverse relazioni della DIA, i Mamone sono sicuramente amici di esponenti mafiosi. Sono originari di Taurianova, cittadina calabrese, sede storica di alcune ‘ndrine». Ma, oltre le presunte amicizie ambigue, c’è di più. «L’ex prefetto di Genova Francesco Antonio Musolino – prosegue Traversa – a fine 2010 aveva fatto scattare un’interdittiva antimafia atipica nei confronti dell’Eco.Ge che, di fatto, ha sancito il declino degli affari per la ditta, messa successivamente in liquidazione nonostante fosse parecchio in attivo. Pur in assenza di un procedimento giudiziario vero e proprio per cui non vi erano le prove necessarie, il prefetto decise di mettere in guardia le stazioni appaltanti dai rischi che avrebbero potuto correre nel dare lavoro a una società molto “chiacchierata”. D’altronde, stiamo parlando di quello che all’epoca era nei fatti un monopolio per la bonifica degli impianti industriali, per i grandi cantieri edili e di somma urgenza della città: insomma, tutto il movimento terra principale di Genova passava per quei camion arancioni con la scritta Eco.Ge in bianco».

    Situazione non molto differente si è verificata a Savona, dove la società Scavo Ter dei fratelli Fotia ha subito un maxi sequestro di beni pari a 10 milioni di euro perché sospettata di riciclaggio di denaro sporco. «Stiamo parlando di una società – afferma l’esponente di Libera – che per anni vinceva praticamente tutti gli appalti edili del savonese con qualche punta anche fuori Regione: ogni qual volta c’era da scavare una buca o rifare una pavimentazione, i lavori venivano affidati alla Scavo Ter che, secondo relazioni investigative, è molto vicina ad ambienti ‘ndranghetisti calabresi. Attualmente la Scavo Ter è stata dissequestrata ma sono state messe sotto sequestro altre due aziende della famiglia Fotia, la Pdf e la Seleni, curiosamente nate dopo il sequestro dell’azienda madre e sempre nel settore del movimento terra».

    cantiere-lavori-santi-giacomo-filippo-2Il cuore dell’infiltrazione ‘ndranghetista in Liguria si trova a Ponente. È dal Tribunale di Imperia, infatti, che il 7 ottobre 2014 arriva la prima sentenza di ‘ndrangheta nella storia giudiziaria della nostra Regione. Si tratta del primo grado del maxiprocesso “La Svolta”, proprio in questi giorni in Corte d’Appello a Genova, con cui, tra gli altri, viene condannato a 16 anni per associazione di tipo mafioso, reato 416 bis del codice penale, il boss Giuseppe Marcianò. In precedenza, in Liguria erano stati ipotizzati diversi reati simili soprattutto per gruppi calabresi ma mai si era arrivati a una condanna. «Stiamo parlando di un radicamento della ‘ndrangheta nel Ponente ligure a partire almeno dagli anni ‘80» ricorda Luca Traversa. «Lo stesso Giuseppe Marcianò compare già nelle carte del processo “Teardo” degli anni ’80 (vedi Era Superba 61) in cui veniva indicato come procacciatore di voti per l’ex presidente della Regione Liguria Alberto Teardo». Tornando alla condanna in primo grado per associazione mafiosa, stando alla visione dell’accusa che trova riscontro anche nella sentenza del Tribunale di Imperia, a Ventimiglia c’era una cooperativa sociale di tipo B, quindi nata per facilitare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, che prendeva molti lavori dal Comune, spesso con affidamenti diretti e non sempre in maniera regolare: in particolare, sono stati contestati il rifacimento di due marciapiedi e la copertura del mercato comunale. Questa cooperativa, chiamata Marvon, era in mano alla ‘ndrangheta. «Come è emerso da un’intercettazione – ricostruisce i fatti il nostro interlocutore – il nome della ditta altro non è che un acronimo di Marcianò Allavena Roldi Vincenzo Omar Nunzio: cognomi e nomi di tre soggetti tutti condannati in primo grado per 416 bis. Nello stesso processo – continua Traversa – gli amministratori che hanno dato gli appalti, l’ex sindaco Scullino e il city manager Prestileo, sono stati accusati di abuso d’ufficio e di concorso esterno in associazione mafiosa ma sono stati assolti perché non ci sono le prove della loro consapevolezza che la Marvon fosse in odore di mafia. Il fatto però rimane: almeno tre lavori sono stati assegnati direttamente a una cooperativa in mano alla ‘ndrangheta. La formula assolutoria, infatti, non è “perché il fatto non sussiste” ma “perché il fatto non costituisce reato”. Siamo, dunque, in mancanza di dolo, dell’elemento soggettivo di voler esplicitamente favorire la ‘ndrangheta, ma il fatto sussiste, eccome».

    ‘Ndrangheta e piccoli appalti

    lavori-cantiereAttenzione, quindi, a pensare che alla ‘ndrangheta interessi fare solo il grosso business. Tutt’altro. Come ama sottolineare Nando Dalla Chiesa, è vero che la ‘ndrangheta si muove anche su palcoscenici di grande livello ma non ha per nulla abbandonato la cura e l’interesse per le piccole realtà di paese. Anzi, a ben vedere la storia delle inchieste di mafia, si nota una vera e propria predilezione per il piccolo, come ci ricorda Luca Traversa: «I grossi annidamenti di ‘ndrangheta si trovano in piccole città: in Liguria a Ventimiglia e Bordighera, in Piemonte nell’hinterland torinese (Leynì, Rivarolo Canavese, Moncalieri, Nichelino), in Lombardia nell’hinterland milanese (Buccinasco, Pioltello, Cesano Boscone). Non bisogna pensare la ‘ndrangheta moderna per forza in giacca e cravatta a trattare di finanza. C’è anche quello ma c’è soprattutto ancora una ‘ndrangheta che si muove nel piccolo e si interessa dei piccoli lavori urbani: a Ventimiglia, la Marvon trattava lavori da 30 mila euro». Ma l’esempio più lampante del nord Italia lo troviamo a Buccinasco, nella Città Metropolitana di Milano, che si è guadagnato l’appellativo di Platì del nord: «Qui – racconta Traversa – dalle relazioni della DDA di Milano sappiamo che si sono stabilite intere generazioni di ‘ndranghetisti che si occupano proprio di smaltimento terra, lavori edili, smaltimento di rifiuti e un po’ di imprenditoria immobiliare: tutti lavori su scala ridotta, all’interno di un Comune che non conta neanche 30 mila abitanti».

    Perché questa predilezione per il piccolo? La risposta è molto semplice e si può sintetizzare con il concetto di controllo del territorio. «Intanto – spiega l’esperto – in una piccola realtà se condizioni poche centinaia di voti, puoi quasi vincere le elezioni e, se vinci le elezioni, conquisti tutti gli appalti pubblici che vuoi. Secondo, in una città piccola spesso mancano gli anticorpi, i baluardi di civismo e socialità positiva: non c’è Università, le forze di polizia sono pochissime, i cittadini hanno meno possibilità di aggregarsi in attività positive. C’è meno denuncia da parte della società e l’attenzione dei media è generalmente scadente, quantomeno nell’ordinario. La ‘ndrangheta, per quanto stia vivendo una mutazione genetica dai sequestri di persona e violenza feroce a uno stile di vita più sommerso, mimetico, non ha mai perso la propria caratteristica fondamentale che è proprio il controllo del territorio, ovvero avere in mano la popolazione sia quando si tratta di fare un favore dando un servizio che l’istituzione pubblica non è in grado di dare, sia quando si tratta di controllare il voto».

    Per tornare a esempi liguri, nelle carte del processo “La Svolta” si legge che al ristorante “Le Volte” di Ventimiglia, di proprietà di Giuseppe Marcianò, si assiste a una processione di imprenditori, politici, cittadini comuni che vanno a chiedere favori. «Questo è esattamente il controllo del territorio – sottolinea Traversa – che, viene da sé, è più facilmente realizzabile in realtà limitate e, come diceva il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, potrà terminare solo quando lo Stato riuscirà a dare ai cittadini come diritto ciò che la mafia dà loro come favori. È proprio qui la chiave di volta: nel momento in cui lo Stato non è in grado di tutelare i diritti delle persone, queste organizzazioni criminali assolvono alle stesse esigenze tramite il meccanismo del favore, che poi diventa ricatto, soggezione e controllo. E funziona molto di più nelle realtà che non hanno i riflettori puntati addosso. A Genova sarebbe difficile da realizzare dal punto di vista “fisico”: è quasi impossibile controllare direttamente 600 mila persone, ma anche solo 300 mila; tutt’al più, come accade nei fatti, puoi controllare singole attività o interi quartieri (Maddalena, Rivarolo, Certosa)».

    Un altro grande vantaggio del manovrare all’interno delle piccole realtà è la minor presenza di controlli. Come accorgersi, ad esempio, che la ditta che mi sta ristrutturando casa è in odore di mafia? Secondo Luca Traversa esistono alcuni segnali sentinella: «Se è vero che gran parte degli esponenti legati alla ‘ndrangheta fanno gli imprenditori edili anche di piccole dimensioni (lo stesso Domenico Belcastro, arrestato nel 2010, non era uno che si occupava di grandi appalti pubblici ma, probabilmente, avrà ristrutturato moltissime case genovesi), è altrettanto vero che spesso queste ditte lavorano in maniera scadente, con materiali di scarsa qualità pur non avendo problemi economici perché soldi da far girare ne hanno sempre. Nel momento in cui dovessimo affrontare lavori di edilizia privata, dovremmo provare a ricostruire un po’ la storia delle aziende a cui ci rivolgiamo, anche attraverso una semplice visura camerale».
    Ci sono, poi, altri due consigli che Traversa si sente di dare ai semplici cittadini, non solo quelli alle prese con lavori edili. «Il primo, un po’ banale, parte dalla definizione di mafia: la mafia è cultura del privilegio e della prevaricazione. Quindi dobbiamo evitare nelle nostre vite e nelle situazioni quotidiane dinamiche di privilegio e prevaricazione. Ad esempio, nella scelta di una pizzeria, di un negozio o di una trattoria, boicottiamo realtà in odore di mafia. Sarà banale ma al sud ha cambiato la realtà di molti paesi: le cose si cambiano mettendo nell’angolo chi cerca di inquinare l’economia pulita».
    E poi c’è il capitolo informazione e azione. «Credo che in capo a ogni cittadino incomba un onere di informazione. Oggi quasi tutti possono disporre degli strumenti per comprendere certe dinamiche, approfondire certi fenomeni. Conoscere il fenomeno è il primo modo per poterlo combattere: ormai il fenomeno mafioso è stato studiato, analizzato, descritto in ogni sua forma e non è così impossibile avvertirne i sintomi, cogliere i campanelli di allarme in varie situazioni della vita. Le piccole realtà mafiose spesso vanno a incidere sulla nostra vita in modo molto più concreto di quanto si possa pensare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piazza Caduti Partigiani Voltresi, la riqualificazione voluta dai cittadini diventa realtà

    Piazza Caduti Partigiani Voltresi, la riqualificazione voluta dai cittadini diventa realtà

    Giardini Caduti Partigiani Voltresi“Uno spazio pubblico innovativo, dinamico e multifunzionale, partendo dal basso, dalle esigenze dei cittadini. Una piazza dotata di tutte le carte in regola per diventare un luogo “aperto”, simbolo identificabile del quartiere di Voltri“. Era l’ottobre del 2012 quando incontrammo per la prima volta i ragazzi del laboratorio di progettazione Zerozoone per parlare del progetto di riqualificazione di Piazza Caduti Partigiani Voltresi (qui l’approfondimento).  Superato il periodo di impasse dovuto alla mancanza di fondi che aveva fatto temere il definitivo accantonamento nonostante l’ok in sede di conferenza dei servizi, è finalmente arrivata l’apertura del cantiere per la realizzazione del primo lotto di intervento che prevede la riqualificazione della pavimentazione della piazza e il collocamento delle “sedute”. Un primo passo, funzionale e propedeutico alla realizzazione di quelli successivi, ovvero i restanti tre lotti come da progetto iniziale, fondi permettendo. Ma aldilà degli aspetti economici legati al futuro, la realizzazione degli interventi previsti in questa prima tranche  rappresenta comunque un successo per i promotori dell’iniziativa oltre che un’opera sicuramente migliorativa del contesto urbano. Per presentare il progetto voltrese, il laboratorio Zerozoone è stato invitato alla Biennale dello Spazio Pubblico che si è tenuta a Roma a maggio e per l’occasione è stato aperto il gruppo su facebook “PIAZZAgioco _URBANcare”.

    Ma facciamo un passo indietro. Tutto nasce nel novembre 2009, quando numerose realtà associative (“Ponente che Balla”, “La Spiaggia dei Bambini”, “Gli Amici del Mare”, solo per citarne alcune) ed un gruppo di genitori dei ragazzini che abitualmente giocano nel campetto asfaltato della piazza, si rivolgono al Laboratorio Zerozoone (collettivo di architetti, alcuni di loro abitanti del quartiere) al fine di elaborare una proposta in grado di riqualificare un’area di circa 1900 metri quadrati che versa in condizioni di degrado. Dopo un percorso ad ostacoli lungo tre anni fra pratiche burocratiche e permessi, la perseveranza dei promotori del progetto viene premiata nel novembre 2012 con l’approvazione in conferenza dei servizi.

    «Il progetto è volto ad incrementare la qualità estetica, cioè la bellezza, e i valori dell’area in oggetto, rendendola utile e utilizzabile da tipologie diverse di persone: bambini, giovani, scuole, famiglie, anziani, associazioni; con tempi e modalità differenti a seconda delle stagioni, degli orari e delle prospettive di utilizzo seguendo di fatto nuove coordinate interpretative. L’intervento non vuole essere solo un’operazione di risanamento dell’area, bensì un’azione dimostrativa che migliori gli standard di confort urbano e di uso delle risorse con un insieme di interventi sperimentali a valenza estetico-funzionale. Il progetto – raccontano dal laboratorio Zerozoone – vorrebbe inoltre innescare un processo di rigenerazione che abbia una risonanza su tutti quegli spazi del territorio genovese che allo stato attuale sono di fatto virtuali e non utilizzati. Un’opportunità di fare esperienze condivise attraverso un abitare consapevole degli spazi pubblici, coinvolgendo beneficiari diretti e indiretti che in forme e modi differenti contribuiscono all’esperienza progettuale».

    Ad oggi è stata messa in opera la pavimentazione centrale in elicotterato per lo svolgimento di giochi liberi e di eventi come quelli che da anni l’associazione “Ponente che Balla” svolge in piazza. Inoltre, è in opera in questi giorni la realizzazione dell’anello esterno che ha come funzione quella di includere sedute di diverse lunghezze che sono raccordate al pavimento tramite rampe per poter essere utilizzate oltre che come panchine anche per percorsi adatti a skaters.

    Dal primo giorno di avvio dei lavori Zerozoone ha realizzato un laboratorio mobile al fine di rendere vivo il cantiere e dare la possibilità ai cittadini di avere un’ interfaccia attiva di approfondimento, oltre ad essere un’occasione per raccogliere idee e proposte per il territorio del Municipio VII Ponente.

  • Lavori pubblici, 8 milioni per manutenzioni straordinarie. Interventi complessivi per 105 milioni

    Lavori pubblici, 8 milioni per manutenzioni straordinarie. Interventi complessivi per 105 milioni

    lavori-cantiere8,2 milioni di euro per un nuovo piano straordinario delle manutenzioni. È questo uno dei dati più interessanti emersi dalla presentazione dell’elenco annuale dei lavori pubblici inseriti all’interno del programma triennale 2015-2017. Nel 2015 complessivamente saranno investiti poco più di 105 milioni di euro: 42 milioni di mutuo ad hoc acceso da Tursi, poco meno di 8 milioni di entrate proprie del Comune, altri 9,6 milioni stanziati dal prossimo bilancio previsionale, 30,7 milioni di entrate statali, 2,5 milioni di fondi regionali, poco meno di 8 milioni di finanziamenti residui e 4 milioni di altri fondi.

    «Il quadro generale – ha commentato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – mostra la volontà del Comune di indebitarsi nell’interesse della città e del suo futuro. Non dobbiamo dimenticare che nel corso degli anni il quadro di fragilità del territorio con cui abbiamo a che fare è peggiorato radicalmente: nel 2013 è piovuto il 51,25% in più rispetto al 2012, nel 2014 il 74,78% in più del 2013 e il 163,60% in più sul 2012».

    I lavori pubblici del 2015, voce per voce

    Più interessante capire come verranno spesi questi soldi. Lo schema definitivo dei lavori, come di consueto, verrà approvato contestualmente al bilancio previsionale 2015. Un’operazione che non avverrà prima dell’inizio di giugno dato che, per legge, l’elenco dei lavori pubblici viene adesso sottoposto per 60 giorni alle eventuali osservazione dei Municipi e del territorio. Anche per questo motivo non è stato fornito un elenco dettaglio di ogni singolo intervento ma solo la suddivisione in poste più generali. Saranno quasi 26,4 i milioni impiegati per il riassetto del territorio e la difesa della costa (gli interventi più significativi riguardano, per circa 13 milioni, il torrente Chiaravagna in corrispondenza dell’area Piaggio, di via Giotto, del ponte obliquo e dell’area Ilva, a cui si aggiungono la messa in sicurezza dell’area a rischio idrogeologico a Cesino, tombinatura del rio Bisagnetto e la sistemazione del torrente Cantarena).

    14 milioni verranno investiti invece nella manutenzione ordinaria di strade, illuminazione, verde e segnaletica, mentre qualche spicciolo in meno sarà a disposizione per le infrastrutture turistiche, sportive e commerciali.

    via-buozzi-san-teodoro-lavori9 milioni e 680 mila euro andranno al trasporto pubblico: tra questi è in calendario il completamento del deposito della Metropolitana in via Buozzi, con la chiusura del secondo lotto di lavori per la tecnologia interna e la sistemazione del capolinea di Brin (9 milioni complessivi) e la definitiva risistemazione di via Buozzi con il parcheggio di interscambio e la pista ciclabile (2 milioni complessivi). Per quanto riguarda il trasporto pubblico, grande interesse suscita il prolungamento della metropolitana in piazza Martinez, in vista della prosecuzione in direzione di Terralba e dell’Ospedale San Martino: «Il progetto preliminare – ha ricordato l’assessore Dagnino – prevede una spesa di 28 milioni di euro, compresa la fornitura di due nuovi treni. Nel piano triennale, ma non sul 2015, sono stati inseriti 7 milioni di contributo nazionale e 4,8 milioni di cofinanziamento del Comune: il resto è da costruire, sfruttando l’inserimento dell’opera tra gli interventi strategici nazionali previsti dalla nuova finanziaria». Per quanto riguarda il 2015, si dovrebbe arrivare alla redazione del progetto definitivo proseguendo di pari passo le trattative con le Ferrovie per la liberazione delle aree.

    Sfioreranno i 9 milioni gli interventi dedicati all’edilizia abitativa (di cui poco meno di 2 milioni per interventi di manutenzione straordinaria per il recupero alloggi nelle zone di Prà-Voltri e Centro Storico e 1,3 milioni per recupero alloggi di edilizia residenziale pubblica in via Ariosto civici 8 e 10) mentre 5 milioni a testa sono previsti per la prosecuzione di lavori di ripristino dei danni alluvionali (tra cui il ponte del Lagaccio, sistemazione frana in via Costa del Vento, adeguamento idraulico del Rio senza nome a Ca’ di Ventura, sistemazione del cimitero della Biacca e delle frane di via Profondo, via Sambuco e Fiorino) e per la manutenzione di edifici del patrimonio comunale. 4,8 milioni sono le risorse strettamente dedicate alla ristrutturazione degli edifici scolastici, mentre 3,2 milioni saranno accantonati per la progettazione di futuri interventi di manutenzione.

    Impossibile dar conto di tutti gli interventi puntuali ma può valere la pena citare quelli economicamente più significativi: quasi 5 milioni sono stati previsti per l’avvio del collegamento stradale tra via Monaco Simone e Via Shelley; si sale a 7 milioni  per un generico “rifacimento delle infrastrutture della mobilità alla Fiera di Genova” e 500 mila euro per il ripristino del tetto del padiglione Jean Nouvel; 2,5 milioni per il primo lotto della riqualificazione della Piscina Mameli di Voltri, 1,6 milioni per il riordino degli spazi d’ingresso lato fioristi del Cimitero di Staglieno; 450 mila euro a testa per il recupero e completamento dell’oratorio della Scuola di Piazza delle Erbe, la riqualificazione dell’ex Istituto Nautico in Piazza Palermo e della scuola Papa Giovanni XXIII; infine una citazione per 150 mila euro accantonati per la manutenzione straordinaria del Diurno di De Ferrari di cui tanto abbiamo parlato.

    Raddoppiano i fondi per i Municipi

    municipio-circoscrizione-politicaSorridono i Municipi che, oltre ai canonici 281 mila a euro che ciascuna delle 9 delegazioni riceve ormai di consueto in conto capitale per realizzare progetti che devono passare attraverso una progettazione condivisa con il Comune, vedono raddoppiare le risorse straordinarie già stanziate nel 2014 e che per l’anno in corso ammonteranno a 400 mila euro a testa.

    «Gli auspici – ha detto il coordinatore dei presidenti dei Municipi, Mauro Avvenente – erano quelli che il trasferimento di competenze e responsabilità da Tursi ai Municipi si trasferisse dalla carta alle risorse economiche e, in questo quadro, non posso che manifestazione una soddisfazione di carattere generale rispetto all’impianto complessivo del piano: la qualità della manutenzione urbana migliora il biglietto da visita per i turisti».

    Le ex circoscrizioni potranno beneficiare di altri due stanziamenti significativi: la Giunta ha infatti previsto 1,2 milioni di euro per la pulizia e manutenzione dei rivi e più di 800 mila euro per il rifacimento e la sistemazione delle caditoie (una cifra che supera la somma di quanto investito sullo stesso capitolo dal 2012 a oggi). E poi, come detto in apertura, ci saranno ben 8,250 milioni di programma straordinario delle manutenzioni, di cui un capitolo sarà appositamente dedicato al rifacimento della segnaletica orizzontale e verticale, la cui manutenzione ordinaria passerà definitivamente ai Municipi con uno stanziamento ad hoc.

    «È una piccola riedizione dei 30 milioni impiegati in due anni dalla giunta Vincenzi – ha commentato l’assessore Miceli, che di quella giunta già faceva parte – perché la città sta manifestano esigenze di manutenzione incomprimibili. Certo, si tratta di un grande sforzo per il bilancio comunale ma abbiamo ritenuto necessario farlo anche se viene appesantito il patto di stabilità, per non arrendersi alla crisi senza lottare». A detta dell’assessore, comunque, questo nuovo indebitamento non andrà a intaccare eccessivamente il piano di rientro dello stock del debito pubblico del Comune di Genova. «L’obiettivo – ricorda Miceli – è quello di arrivare nel 2017 sotto l’asticella del miliardo di debito: la linea di discesa prosegue ma certamente con le somme urgenze per le ultime alluvioni e questi nuovi investimenti straordinari ha un po’ rallentato».

    «Questi finanziamenti – ha detto l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – ci consentono di dare respiro alla manutenzione ordinaria e ci danno la possibilità di portare a compimento interventi progettati da anni ma rimasti fermi per mancanza di fondi come l’incontro tra corso Aurelio Saffi e via Fiodor».

    «Più sicurezza in città – ha proseguito Crivello – significa anche proporre un’accoglienza migliore: una maggiore e più efficace manutenzione comporta una crescita della qualità della vita, dell’attrattiva turistica e delle potenziali risorse che si liberano per le imprese locali a patto che si attrezzino per essere competenti nelle varie gare pubbliche indette». Ed effettivamente, il possibile indotto per le imprese locali potrebbe essere molto interessante se si considera che, secondo le stime degli uffici di Tursi, solo 15% delle risorse complessive del piano verranno destinate ad Aster: la partecipata comunale percepirà, infatti, i canonici 13 milioni da contratto di servizio, a cui si vanno ad aggiungere i 2,1 milioni di euro per riqualificazione di caditoie e rivi e i fondi del nuovo piano di manutenzione straordinaria. Tutto il resto sarà appaltato.

    Consuntivo 2014, il Comune corregge: «Avanzati 2,3 milioni, non 20»

    A proposito di bilancio, nel corso dell’ultima seduta di Consiglio comunale, l’assessore Miceli è intervenuto per correggere alcune notizie che sono circolate in merito a una presunta chiusura del consuntivo 2014 con 20 milioni di avanzo. «Non si tratta di un risparmio di spesa merito della Giunta – ha spiegato l’assessore al Bilancio – ma è frutto di un processo tecnico». L’attivo di Tursi derivante da un’accorta gestione ordinaria ammonta “solo” a 2,3 milioni di euro. Gli altri 18 milioni sono risorse liberate da fondo crediti di dubbia esigibilità che ogni anno il Comune è chiamato ad accantonare per coprire gli eventuali ammanchi di entrate previste ma non registrate: «Per fare un esempio – ha spiegato Miceli – negli anni precedenti si potevano scrivere 50 milioni nel bilancio per le multe e incassarne 10: a fine anno ci si sarebbe trovati con buco da 40 milioni da coprire. E ci sono Comuni che sono andati in dissesto finanziario per questo giochino. L’Europa ha previsto allora, di iscrivere tutte le entrate prevedibili nel bilancio previsionale ma attivare anche un fondo, che va a comprimere le spese, pari a una percentuale di inesigibilità dei crediti. Nel bilancio consuntivo, invece, incide la capacità di riscossione di crediti pregressi da parte del Comune che quest’anno è stata molto alta. La differenza tra questa capacità media negli ultimi 5 anni e il fondo di inesigibilità ci ha dato i 18 milioni di “avanzo”». Questo avanzo non può essere liberamente investito dall’amministrazione nel nuovo bilancio previsionale ma deve prioritariamente andare a rimpinguare il fondo di dubbia esigibilità dell’anno successivo.

    Simone D’Ambrosio

  • Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Parchi di Nervi, falde acquifere e cantieri fermi: la salute precaria del polmone verde genovese

    Nervi-passeggiata-mare-levante-D2Una non meglio precisata rete di falde acquifere e cisterne sotterranee minaccia i Parchi di Nervi. È la notizia più preoccupante emersa dal sopralluogo che Era Superba ha svolto assieme ai consiglieri delle competenti commissioni comunali, accompagnati dal direttore dei lavori di riqualificazione di uno dei più noti polmoni verdi della nostra città, l’architetto Stefano Ortale, da Riccardo Albericci di Aster e da alcuni rappresentanti dell’associazione “Amici dei Parchi di Nervi” e di Italia Nostra.

    Il secondo lotto di lavori che dovrebbe portare a nuovo splendore i parchi Groppallo, Serra e Grimaldi, per un importo aggiudicato di circa 1,4 milioni di euro, si sarebbe dovuto concludere a fine dicembre. Ma il quadro che ci si trova davanti a pochi passi dalla stazione ferroviaria è piuttosto desolante. Il cancello di Parco Groppallo è sbarrato: un cartello spiega che, a causa delle alluvioni, da novembre tutta la zona verde prospiciente Villa Groppallo è chiusa per “consentire l’esecuzione degli interventi di pulizia e ripristino […] sino a quando potranno essere garantite adeguate condizioni di sicurezza per la fruizione”.

    «Purtroppo – ammette Ortale – stiamo assistendo a uno schianto generalizzato di pini dovuto in parte all’età delle piante ma anche a una notevole presenza di acqua nel sottosuolo. Il maltempo, insieme con la presenza del pubblico nei parchi contestualmente ai lavori, non ha certo aiutato ad accelerare le opere».

    Musei di NerviImpossibile al momento prevedere una data di riapertura: si parla genericamente della prossima primavera ma, purtroppo, sembra una previsione eccessivamente ottimistica.  Anche perché, oltre le sbarre, i lavori sono fermi (gli unici all’opera sono i 13 cassintegrati di Ilva che svolgono compiti di pulizia di aiuole a altre zone verdi): «L’azienda – spiega l’architetto del Comune – sta lavorando a ritmi ridotti perché siamo in fase di studio di un’eventuale variante al progetto». Una variante che, grazie ai ribassi d’asta, dovrebbe essere prevalentemente rivolta alla cura del verde e alla ripiantumazione degli alberi crollati.

    Eppure, lamentano gli Amici dei Parchi, soprattutto nei weekend, la gente scorrazza liberamente in tutti i prati, compresi quelli che dovrebbero essere interdetti al pubblico, sfruttando gli altri ingressi e superando le pressoché inutili barriere lasciate senza presidio. «Capiamo le difficoltà di controllare 9 ettari in maniera efficace – dice Betti Taglioretti degli Amici dei Parchi – e per questo avevamo proposto di affiancare due nostri volontari per collaborare alla guardiania. Ma non abbiamo ricevuto alcuna risposta».

    E non è certo questo l’unico problema sollevato dai cittadini che hanno raccolto in un documento consegnato a tutti i consiglieri 9 punti di problemi non affrontati e non risolti nel corso del secondo lotto dei lavori di riqualificazione dei Parchi storici e ulteriori 4 criticità derivanti anche dai lavori del primo lotto.

    Si parte dalla situazione allarmante del sottosuolo, con l’innalzamento della falda acquifera, che secondo i cittadini sarebbe stata causata dai lavori di scavo dell’autosilos in via Casotti, e da una mancata sistemazione della regimazione delle acque nonostante il rifacimento dell’asfalto già compiuto. A proposito di asfalto, gli Amici dei Parchi di Nervi e Italia Nostra lamentano (e con un semplice colpo d’occhio si potrebbe anche dire “a ragione”) la scarsa qualità del materiale utilizzato e dei lavori eseguiti: «Si passa da lingue di asfalto nero – dicono i cittadini – a macchie bianche che nulla c’entrano con i colori del territorio e che, soprattutto, si stanno già sgretolando e macchiando con la terra dei prati». La difesa dell’architetto Ortale, accusato da qualche consigliere di essere poco presente sul luogo dei lavori, punta sul rispetto del progetto approvato anche dalla Soprintendenza: «Abbiamo fatto i lavori così come previsto nel progetto esecutivo – dice il responsabile comunale – e il materiale utilizzato è stato scelto apposta perché si sgretolasse, senza deteriorarsi, per simulare un effetto ghiaino».

    Al di là del gusto delle coperture scelte per i percorsi pedonali, vi sono altre criticità piuttosto oggettive: ad esempio, la recinzione che separa i parchi dalla ferrovia, rimossa anni fa e di cui la Soprintendenza ha chiesto invano il ripristino; oppure, il futuro dei fatiscenti bagni di Villa Serra e dell’ex campo da tennis oggi utilizzato come area di cantiere ma che potrebbe offrire una meravigliosa vista sul mare. E ancora: le finalità per cui sono state destinate ingenti risorse per ristrutturare le “palestrine” e la casa del console in Villa Grimaldi e la persistenza del deposito dei mezzi di Amiu per tutto il Levante cittadino nonostante le numerose segnalazioni e la proposta di aree alternative già disponibili.

    A chiudere il cahier de doléances, l’inspiegabile ritardo dell’approvazione del regolamento d’uso dei Parchi storici da parte del Comune di Genova, un documento prezioso di cui avevamo già parlato la scorsa primavera e che l’assessore Garotta aveva assicurato essere molto vicino all’approvazione. Una bozza, infatti, era già disponibile a giugno 2012 dopo il lavoro della Consulta del Verde: ritoccata dagli uffici di Tursi e riapprovata due anni più tardi dalla Consulta, ha fatto sostanzialmente perdere le sue tracce. Ma dall’assessorato assicurano che l’iter sta procedendo e il regolamento è in esame presso la Segreteria generale per gli ultimi passaggi formali prima dell’approvazione in Giunta e delle discussioni in Commissione e Consiglio comunale.

    Non ha, dunque, tutti i torti il capogruppo Pdl Lilli Lauro a tuonare: «Sono dei dilettanti allo sbaraglio. I lavori non sono conclusi e quelli realizzati sono stati fatti male: è necessario che i responsabili paghino anche perché stiamo parlando di 4 milioni di euro (i fondi ex Colombiane destinati alla complessiva riqualificazione dei Parchi di Nervi) di soldi pubblici».

    Inutile ribadirlo, sarebbe l’ennesimo suicidio turistico arrivare alle porte della bella stagione con i Parchi di Nervi ancora in questo stato: «Si tratta di un bacino potenziale di 8 milioni di turisti – ricordano gli Amici dei Parchi – grazie anche all’interesse del network “Grandi giardini italiani”. Ma si tratta di un turismo non interessato a venire nei parchi a vedere le partite di calcio improvvisate tra Italia e resto del mondo o gruppi di scout che imparano a piantare le tende o, ancora, percorsi improvvisati di trial o mountain bike. È gente che vuole venire a godersi la pace e la bellezza del verde, a pochi passi dal mare».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    asilo-nido-maddalena-2Entro fine estate gli infiniti cantieri del nuovo asilo nido all’incrocio tra vico Rosa e via della Maddalena dovrebbero essere conclusi. Lo ha assicurato ieri pomeriggio l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello, rispondendo un’interrogazione a risposta immediata della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella.

    Va ricordato che i lavori sarebbero dovuti terminare a dicembre 2012 ma il ritrovamento di una cisterna prima, le infiltrazioni della rete fognaria e la scarso dimensionamento delle fondamenta perimetrali poi, hanno allungato a dismisura i tempi e aumentato i costi di realizzazione di questa nuova struttura che dovrebbe ospitare una trentina di persone tra bambini e personale di servizio. Gli ultimi intoppi riguardano il tema della prevenzione incendi e dell’abbattimento delle barriere architettoniche in un contesto territoriale assolutamente «compresso e complesso» come lo stesso assessore Crivello ha definito quello di vico Rosa.

    Per questo motivo resta ancora da completare la messa a punto della piattaforma elevativa e della via di esodo di sicurezza, ovvero la scala di collegamento tra il primo e il secondo piano della struttura. «Mi prendo l’impegno assoluto – ha assicurato Crivello – che sul nido della Maddalena in questi ultimi mesi opereremo come abbiamo fatto per la scuola di piazza delle Erbe (tra l’altro la ditta appaltatrice è la stessa, come anche per quanto riguarda l’asilo del Campasso e la riqualificazione di Palazzo Senarega, ndr), staremo sempre sul pezzo con frequenti controlli al cantiere affinché almeno questi tempi siano rispettati».

    Entro settembre la fine dei lavori. Poi un anno senza bambini?

    Ma la sensazione è che, nonostante il fiato sul collo che l’amministrazione metterà alla ditta appaltatrice, il rischio che l’asilo non apra effettivamente i battenti prima dell’anno scolastico 2015-2016 sia molto alto. A confermarlo è lo stesso assessore alla Scuola, Pino Boero: «Andando verso l’estate e visti i precedenti ritardi di questo cantiere non possiamo assumerci la responsabilità di aprire le iscrizioni per il prossimo anno, innanzitutto perché se la consegna dovesse slittare ancora rischieremmo di dover poi rimandare a casa dei bambini e, secondariamente, perché difficilmente ci sarebbero i tempi per poter indire la gara per l’affidamento dei servizi». Una situazione deprecabile dal momento che si avrebbe la nuova struttura finalmente agibile ma inutilizzata per diversi mesi, senza considerare gli inutili costi di manutenzione. E un’apertura ad anno in corso è ipotesi da scartare a priori? «Sarebbe una situazione da studiare con molta attenzione – ci risponde l’assessore Boero – perché, posto che si trovi qualcuno disposto ad aprirlo a metà anno scolastico, bisognerebbe capire quali bambini sarebbero coinvolti: si potrebbe forse pensare a quelli esclusi dalle altre strutture ma non potremmo prendere in considerazione trasferimenti in corso d’opera perché altrimenti si aprirebbe un problema per gli istituti di provenienza che andrebbero a perdere utenti».

    Asilo nido Maddalena. La gara per l’affidamento dei servizi

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27A proposito di affidamento dei servizi, secondo quanto sostenuto da Nicolella, la concessione a una cooperativa del nuovo asilo andrebbe contro gli accordi presi dall’amministrazione precedente con i cittadini della Maddalena: «L’asilo non ha solo la funzione ovvia di riqualificare il quartiere – ha sottolineato la consigliera di Lista Doria – ma l’idea che stava a monte era quella di installare una presenza costante, viva e fattiva dell’istituzione comunale attraverso una funzione pubblica che affiancasse i cittadini nella quotidiana lotta alle infiltrazioni malavitose. D’accordo che ci sono questioni economiche da preservare, ma il primo obiettivo deve rimanere la promozione della presenza del Comune accanto ai cittadini».

    Fabio Caocci dei “Liberi cittadini della Maddalena” prova a spiegarci meglio come stanno le cose: «Nel progetto iniziale – parlo di oltre cinque anni fa – sarebbe dovuto sorgere uno spazio gioco indefinito, ma come cittadini abbiamo portato avanti l’idea che se si fosse voluto rilanciare il territorio lo si sarebbe dovuto fare in modo che chi lo frequenta avesse il maggior interesse possibile a tutelarlo. E quale interesse è più grande dei nostri bambini? Così ci siamo impegnati direttamente affinché fosse trasformato in un asilo nido, tanto caratterizzato dal punto di vista edile che nel futuro non potesse essere piegato ad altri interessi economici».

    Con una serie di incontri progettuali all’allora Hop Altrove nacque così un accordo con gli assessori Margini e Corda che prendesse anche in considerazione un efficiente sistema di gestione. «Pensavamo a un sistema simile a quello che è stato adottato per piazza delle Erbe – prosegue Caocci – trasferendo nella nuova struttura asili già esistenti ma in edifici fatiscenti, limitando così al minimo l’aumento di costi di gestione e del personale. Questa amministrazione, però, si è subito lanciata sul bando perché questa è la cultura della giunta attuale: ma allora perché anche i ruoli di assessori non vengono assegnati con bando?».

    «La scritta “asilo comunale” che troviamo sul muro dell’edificio – replica l’assessore Boero – non ha nessuna pertinenza con la legislazione odierna. Le complesse problematiche economiche e di gestione di queste strutture di proprietà comunale fanno sì che in molti casi ci si affidi alla concessione a cooperative che hanno sempre dato garanzie di qualità, soprattutto se il Comune è costantemente presente con i propri controlli».

    E in questa direzione l’amministrazione si sta muovendo anche per il nido del Campasso in via Pellegrini che, a differenza di quello della Maddalena, dovrebbe riuscire ad aprire i battenti già per il prossimo anno scolastico. «Trovo molto positivo – commenta l’assessore Boero – che dopo l’apertura delle Erbe sia in via di consegna anche il nido di via Pellegrini e che, comunque, abbiamo finalmente un tempo definito per vico Rosa. Si tratta di tre strutture molto belle su cui l’amministrazione precedente aveva puntato attraverso investimenti molto oculati per creare importi presi sul territorio, in un contesto nazionale di edilizia scolastica tutt’altro che solido».

    «Noi non ce l’abbiamo con il privato sociale o convenzionato – conclude Caocci – ci mancherebbe altro. Ma in un territorio come il nostro abbiamo bisogno di qualcuno che essendo istituzione rimanga aperto sempre e comunque. Se il privato parte e dopo un anno non riesce a reggersi sulle proprie gambe ci troviamo con un asilo non aperto, un’azienda fallita e un’enorme soddisfazione per chi ha sempre ostacolato il progetto».

    Quindi, ben vengano anche i privati purché solidi? «Non ci interessa la polemica sterile, non abbiamo preconcetti ideologici ma naturalmente abbiamo delle preferenze. Il pubblico avrebbe avuto una garanzia assoluta, ancor di più se si fosse trattato del trasferimento di qualcosa di esistente. Lo fa il privato? Bene ma deve essere garantito e accompagnato dal Comune che non può affidare l’asilo e poi abbandonarlo sul modello “va avanti tu che mi scappa da ridere” che troppo spesso abbiamo visto alla Maddalena».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Borgoratti: interrogazione in Regione, si torna a discutere dello scandalo di via Bocciardo

    Borgoratti: interrogazione in Regione, si torna a discutere dello scandalo di via Bocciardo

    via-bocciardo-borgoratti-lucchetto-chiusura-sequestro-sgomberoLa storia è nota. O, perlomeno, è sicuramente nota ai lettori di Era Superba: dal momento della frana del dicembre 2011 abbiamo più volte denunciato la vergogna del civico di via Bocciardo 1 a Borgoratti (qui l’ultimo approfondimento). Sei famiglie fuori casa a spese proprie, per colpa di un cantiere maledetto per la costruzione di box interrati su un territorio a rischio idrogeologico.

    «L’assessore Cascino si è impegnato a sensibilizzare il Comune di Genova affinché trovi finalmente una soluzione una vicenda tanto tragica quanto paradossale, che vede 15 cittadini fuori dalle proprie abitazioni dal 4 dicembre 2011; speriamo – commenta il consigliere Pellerano – sia quel passo in avanti tanto atteso e finalmente decisivo per uscire da questo imbarazzante e dannoso stallo che dura da più di due anni». 

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    Nell’ottobre scorso l’amministratore del condominio raccontava ad Era Superba: «La situazione è ferma e non ci sono evoluzioni in vista. Tutti stanno a guardare lo scempio che si compie, nessuno ci dà una mano. Abbiamo richiesto un incontro al sindaco, stiamo attendendo una risposta». Ad oggi l’incontro con il sindaco non è ancora avvenuto.

    Le autorizzazioni a costruire rilasciate dal Comune di Genova (con assenso della Provincia) sono state ritirate dopo il cedimento del pilastro durante la frana del 2011, nel frattempo, una sentenza del Tribunale Civile di Genova ha obbligato la società B & C Group e la ditta esecutrice SCA a eseguire tutte le opere necessarie a garantire la sicurezza dell’edificio condominiale e dell’area di cantiere (in parallelo si apre anche un procedimento  in sede penale dopo una formale denuncia di querela, qui l’inchiesta di Era Superba del dicembre 2012 che ricostruiva nel dettaglio la situazione). Ma la messa in sicurezza non è mai stata effettuata.

    «Visto il lungo tempo trascorso senza che siano stati compiuti i lavori di messa in sicurezza del sito – spiega Pellerano – la situazione di pericolosità permane e rischia di estendersi agli edifici circostanti». L’auspicio del consigliere Pellerano e, da più di due anni, anche quello degli inquilini, è un immediato stop alla pratica dello scarica barile e una decisa presa di posizione di Comune e Regione (in particolare un’assunzione di responsabilità da parte del Comune) aldilà del contenzioso fra ditta e condominio.

    «Ormai è assodato che le imprese costruttrici del park in questione non hanno le risorse finanziarie necessarie alla messa in sicurezza del cantiere e che il Comune – che aveva la responsabilità di verificare che i lavori fossero svolti nel rispetto delle leggi e del progetto – ha espressamente dichiarato che sono necessarie opere che mettano al riparo la zona, è impensabile che gli enti pubblici temporeggino ulteriormente».

  • Erzelli: progetto in stallo, a marzo la decisione dell’Università. Il rischio flop spaventa Ght

    Erzelli: progetto in stallo, a marzo la decisione dell’Università. Il rischio flop spaventa Ght

    erzelliPochi giorni fa con il sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad siamo stati agli Erzelli, luogo ormai da anni sotto i riflettori e considerato progetto chiave per il futuro del territorio genovese. Abbiamo trovato cantieri fermi e poca voglia di parlare, in primis da parte di Ght, ma anche per quanto riguarda i lavoratori, parole superflue davanti ad una realtà già sufficientemente esplicativa. Fortunatamente abbiamo incontrato anche i ragazzi di Talent Garden, campus per il co-working, ad oggi unica realtà degna di nota sulla collina dell’high tech.

    Mobilità e trasporti

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    Da erasuperba.it (maggio 2013): “Per quanto riguarda il futuro, il punto focale è rappresentato dalla realizzazione della famosa funivia che dovrebbe collegare il polo scientifico-tecnologico con la nuova stazione ferroviaria di Calcinara, già concordata con RFI (Rete Ferroviaria Italiana) e con l’aeroporto, il cui progetto è già stato presentato alla Comunità Europea per la richiesta di finanziamento. Ai piedi della collina, dunque, dovrebbe sorgere un posteggio multipiano che diventerebbe il centro intermodale dei trasporti, sul modello di interscambio presente ad esempio a Milano Famagosta: fermata dell’autobus, treno destinato a diventare metropolitana di superficie, e stazione della funivia, in collegamento diretto con la collina da un lato e l’aeroporto dall’altro”.

    D’altronde, che la visita non sarebbe stata una passeggiata, lo avevamo intuito già qualche giorno prima quando, studiando il percorso per raggiungere gli Erzelli, abbiamo avuto conferma che affidarsi ai mezzi pubblici sarebbe stato un rischio: l’autobus 5 di Amt – la circolare tra Cornigliano-Sestri-Erzelli – effettua corse solo in precise fasce orarie (dal mattino presto fino a metà mattina, e poi di nuovo da metà pomeriggio), anche se spesso si sente parlare del potenziamento dei collegamenti su gomma. Unico collegamento, il 128, poco pratico per chi come noi viene dal centro e dal Levante cittadino. Ci è tornato in mente un video che circolava anni fa su YouTube dal titolo “Erzelli, il viaggio della speranza”. Insomma, agli Erzelli ci vai perlopiù se sei auto o moto-munito. Tradito lo spirito avventuroso che ci spinge ogni settimana con #EraOnTheRoad a metterci nelle mani del trasporto locale, abbiamo preso la macchina a malincuore e raggiunto gli Erzelli in pochi minuti, partendo da Piazza Dante. Abbiamo avuto modo, così, di riscontrare che la collina è molto più vicina di quel che molti pensano: è pratica e facilmente raggiungibile soprattutto per quei dipendenti che – pur sempre auto-muniti – si recano al lavoro via autostrada, evitano le code del centro e possono disporre di un vasto parcheggio sotterraneo. Per ora il luogo risponde alle esigenze dei suoi fruitori. Il problema verrà, quando (e se) arriveranno gli studenti universitari e i ricercatori dell’IIT, molti dei quali sono stranieri o fuori sede e non dispongono di mezzi propri (già adesso per recarsi a Morego fanno uso di apposite navette).
    Sappiamo che, naturalmente, un piano per modificare la viabilità esiste, ma la sua attuazione è vincolata al trasferimento o meno del polo universitario. Non è un mistero che il rettore abbia caldeggiato l’incremento del trasporto su gomma, ma per ora non si farà nulla finché l’Università darà l’ok definitivo al trasferimento. Fino a questo momento, comunque, si è proceduto all’allargamento di Via dell’Acciaio, Sant’Elia e Melen, verso il potenziamento del collegamento diretto tra il polo e le stazioni di Sestri e Cornigliano.

    L’incontro con TAG, Talent Garden Genova

    tag-talent-garden-erzelliIncontriamo i ragazzi di TAG – Talent Garden Genova. Al primo piano del grattacielo ci aspettano Marco Franciosa, Elisabetta Migone e altri colleghi, il nucleo fondante e il cuore del progetto. Quella di TAG è un’esperienza particolare, capiamo subito di essere davanti a qualcosa che ci piace: un progetto indipendente, nato dall’iniziativa di giovani genovesi che, come dicono loro, «hanno visto qualcosa di interessante fuori (Milano, Bergamo, Brescia, Cosenza, Padova, Pisa, Torino, New York, n.d.r.) e hanno deciso di portarlo in città». La cosa bella è che ci sono riusciti, non senza sacrifici: per lanciare l’operazione i ragazzi hanno fatto investimenti personali, a dimostrazione della loro determinazione e motivazione. TAG ci sembra ad oggi un faro nel buio degli Erzelli:  TAG è colorato, moderno, eco-sostenibile, vissuto dagli “abitanti” (come li chiamano loro) che lo popolano. Se fuori sono stati spesi soldi pubblici per l’utenza privata, qui sono stati spesi soldi privati per un progetto sociale, anzi “social”.
    TAG è network di co-working, presente in varie città italiane, con postazioni multimediali aperte 24/7 per freelance, agenzie, start up i quali possono lavorare insieme, confrontarsi, mettere a disposizione le loro competenze. È un “ecosistema”, in cui le parole chiave sono tre: community, network TAG ed eventi. Qui si può decidere di affittare una scrivania, a lungo o breve termine, per sviluppare idee legate al mondo del digitale. A Genova TAG si sviluppa su 600 mq e all’interno ci sono informatici, designer, grafici, blogger, sviluppatori e altre figure, anche molto diverse tra loro. Delle 50 scrivanie totali, quelle occupate sono 34 e, contando che ha aperto i battenti solo lo scorso settembre, è un ottimo risultato. Anche perché TAG Genova ha organizzato finora vari eventi: dallo StartUp Weekend al prossimo Famelab del 15 marzo, grazie ai quali è riuscito ad attirare agli Erzelli molte persone che normalmente non avrebbero frequentato la zona, da molti considerata riservata ai soli “addetti ai lavori”. Ci raccontano da TAG: «La nostra è stata una scelta se vogliamo visionaria, lungimirante, ma era necessaria: questo luogo ci garantisce l’utilizzo di 1 Gb di banda larga, è altamente performante ed è l’unico in città adeguato alle nostre esigenze».

    La visita ai cantieri e il no comment di Ght

    Per quanto riguarda il futuro del progetto Parco Scientifico e Tecnologico sembrano avere tutti timore di esporsi. Per primi i dipendenti che incrociamo e con cui proviamo a parlare: ci rivelano che lì ogni edificio – e ogni azienda all’interno dello stesso edificio – è un mondo a parte. Al di fuori di TAG, infatti, sembra ancora lontano il mito del parco come luogo per il dialogo e la commistione di idee tra soggetti.
    Un discorso a parte per Ght: proviamo ad addentrarci nella loro sede per chiedere lumi, ma troviamo un fuggi fuggi generale. Questo accade dopo diverse telefonate in cui si annunciava la nostra visita e si chiedeva la possibilità di incontrare un rappresentante del gruppo che rispondesse a poche domande e ci accompagnasse in cantiere. Ma anche qui, risposta negativa: ci era stato persino “suggerito” di rivolgerci ai ragazzi di TAG, il cui compito non è certo quello di dare informazioni alla stampa sul Parco Scientifico e Tecnologico.

    Si attende il verdetto finale entro il 18 marzo: il punto con il vicesindaco Stefano Bernini

    Alla base c’è la difficoltà di commentare una situazione di stallo preoccupante. A ormai cinque anni dall’inizio dei lavori (di più se si considera quando si è iniziato a parlare del Parco Scientifico Tecnologico), tutto è appeso a un filo che si chiama Università di Genova, o meglio Facoltà di Ingegneria (oggi Scuola Politecnica), o meglio ancora rettore dell’Ateneo. Sì, perché è noto a tutti come in questi anni ci sia stata una continua altalena tra sì, no, forse da parte dell’Università, che non ha mai nascosto le sue perplessità circa il trasferimento sulla collina. Lo stesso Deferrari, attuale rettore, diceva di essere “non certo un fan” della proposta, e ha avuto modo di dimostrarlo. Dapprima, il problema era un indebitamento di circa 42 milioni di euro per spostare la Facoltà da Albaro alle alture di Sestri Ponente, nonostante l’elargizione di 85 milioni dal MIUR, 25 dalla Regione, 36 da Ght; poi, l’arrivo di un’ulteriore tranche di finanziamenti messi a disposizione da Ght (23 milioni, di cui 12 di fidejussione su alcuni edifici messi in vendita dall’Università e 11 risparmiati grazie alla cessione gratuita del parcheggio interrato). Infine, a metà 2013, un anno esatto dopo l’esacerbarsi della diatriba Ght-Università, è arrivata notizia che da Roma sono stati sbloccati 15 milioni di euro per la realizzazione dei laboratori di Ingegneria: un ulteriore aiuto alle casse languenti dell’Ateneo. Di nuovo, il trasferimento si faceva sempre più vicino, ma finora non c’è stata alcuna comunicazione ufficiale: «ormai ci siamo, si attendono notizie a giorni sulla decisione dell’Università», assicura Bernini.

    Si aspetta, infatti, che trascorrano i trenta giorni di tempo concessi da Ght all’Ateneo a partire dal 17 febbraio (la scadenza dell’ultimatum è il 18 marzo) per formalizzare l’intenzione di acquisire l’area degli Erzelli in cui sorgerà l’università. La decisione non ha mancato di suscitare polemiche, come quelle avanzate giorni fa da Liguria Civica, che in una nota ha comunicato: “Lasciare che sia l’università con un rettore in scadenza (il 31 ottobre 2014, n.d.r.) a decidere di un’operazione che condizionerà il futuro dell’ateneo è una scelta non condivisibile. La decisione di Ericsson di licenziare, piuttosto che assumere, dovrebbe far riflettere sull’opportunità di trasferire la Facoltà, senza peraltro avere garanzie circa la permanenza dell’azienda”.

    In caso di acquisizione dell’Ateneo, il progetto ripartirebbe da dove si è (troppo a lungo) interrotto, aprendo anche all’ingresso di parte dei laboratori di IIT e realizzando un vero e proprio campus scientifico e tecnologico. Proprio IIT, da noi contattato telefonicamente, conferma che c’è l’intenzione di un trasferimento, ma non nell’immediato: stanno affrontando lavori di ristrutturazione dell’auditorium nella sede di Morego e non si sa né quando né quali dipartimenti saranno trasferiti agli Erzelli.
    In caso di mancata acquisizione da parte dell’Università, invece, il progetto sarebbe da ripensare perché quello che era nato per diventare un polo in cui aziende e universitari lavorassero fianco fianco sarebbe snaturato e mutilato di una parte. «Siamo in una fase clou. Non si può parlare di Parco Scientifico e Tecnologico senza la presenza di Ingegneria – continua Bernini – il progetto è nato allo scopo di inserire i laureati direttamente in azienda, creare un connubio tra vari soggetti, favorire la ricerca scientifica, la produzione, gli stage. È una grande opportunità che l’università dovrebbe cogliere, e la motivazione per il no non può essere che il polo “è troppo lontano da casa mia”, come ha detto qualcuno».

    Se dunque arrivasse un no, saremmo di fronte a uno stallo ulteriore e si dovrebbe decidere se andare avanti per questa strada, coinvolgendo altri atenei e istituti di ricerca, magari stranieri o di altre città italiane (si parlava di Torino e Milano, ma anche di partner cinesi), o se ripensare il progetto in toto.
    Che ne sarebbe allora della “Silicon Valley” esaltata da Federico Rampini sulle pagine di Repubblica? Che ne sarebbe della grande piazza, più grande di Piazza De Ferrari, delle residenze studentesche, dell’integrazione delle competenze aziendali, del parco verde, del lago con bacino di raccolta delle acque piovane e di tutti i buoni, avanguardisti propositi? Una sconfitta per la città o la naturale caduta di un progetto troppo ambizioso, forse prematuro?

    Elettra Antognetti