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  • L’Atlante delle migrazioni, una lettura oggettiva dei fenomeni migratori internazionali

    L’Atlante delle migrazioni, una lettura oggettiva dei fenomeni migratori internazionali

    Occhi sul mondoE’ uscito il 26 aprile l’ “Atlante delle migrazioni“, un’opera completa di ricerca sulle migrazioni del nostro tempo, a cura di Cathreine Wihtol de Wenden, direttrice di ricerca al CNRS – Centre National de Recherche Scientifique di Francia –  ed una delle più grandi esperte mondiali sul tema. Una competenza così riconosciuta che le ha permesso di collaborare con le massime istituzioni internazionali, dalla Commissione Europea al OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e la Sicurezza in Europa), passando per il Consiglio d’Europa e l’UNHCR (Agenzia delle Nazione Unite per i Rifugiati).

    Genova ha avuto il piacere di ospitare Mme de Wenden in occasione dell’ultima edizione de La Storia in Piazza dove la ricercatrice ha illustrato i risultati dei suoi anni di ricerca sul tema delle migrazioni, sfatando facili pregiudizi e convinzioni e offrendo agli uditori nuove chiavi di lettura sulle mobilità umane che si verificano ovunque sul pianeta.

    In primo luogo, Mme de Wenden ha sottolineato come, a livello puramente statistico, le migrazioni internazionali non possono essere considerate un fenomeno maggioritario: attualmente infatti sono circa 220 milioni gli esseri umani interessati da spostamenti interstatali o intercontinentali, circa il 3% della popolazione totale del pianeta.

    Molti di più sono invece i migranti interni, che si spostano all’interno della loro nazione di appartenenza: circa 740 milioni di persone. La Cina è senza dubbio uno dei paesi che negli ultimi decenni è stata caratterizzata da imponenti spostamenti, specialmente dalle campagne verso le città. Spesso i flussi migratori hanno subito un processo di regionalizzazione, interessando aree specifiche e creando sistemi quasi “binari”: è il caso delle migrazioni dall’America Latina verso Stati Uniti e Canada, dai paesi della sponda sud del Mediterraneo verso l’Europa e dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale verso la Federazione russa.

    Negli ultimi decenni si è inoltre assistito alla nascita di una nuova categoria di migranti, i cosiddetti “rifugiati ambientali”: circa 40 milioni di persone in fuga da eventi climatici catastrofici sempre più frequenti. Non si possono non ricordare le terribili siccità che colpiscono ormai ciclicamente  il Corno d’Africa (il caso della Somalia, molto recente, ha causato  135.000 nuovi sfollati) e la nuova crisi, ancora non del tutto esplosa nella sua gravità, del Sahel (Mauritania, Mali, Ciad, Niger e Burkina Faso sono i paesi maggiormente a rischio, con un numero tra 8 e 14 milioni di persone potenzialmente vittime della carestia). Ma anche la potenza statunitense ha contato i suoi sfollati climatici in occasione dell’uragano Katrina che ha colpito nel 2005 la città di New Orleans e gli stati meridionali, causando una diaspora e una redistribuzione di circa un milione di persone. La natura non fa sconti geografici anche se, e la tragedia americana l’ha sottolineato nella sua crudeltà, i poveri ne fanno le spese molto più facilmente.

    Nonostante questi numeri importanti, la legittimità della tematica della migrazione nei grandi centri decisionali mondiali è ancora debole e a livello di politiche internazionali concertate vige una situazione da “far west”. La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’articolo 13 comma 2, sancisce il diritto di uscita ma non quello di entrata: “Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese”. Una mancanza consapevole del legislatore internazionale?

    La Convenzione ONU sulla protezione dei diritti dei lavoratori migranti, tra cui gli irregolari, del 1990 è stata ratificata soltanto da 44 paesi, per lo più del Sud del mondo, a sottolineare la perpetua ipocrisia di nazioni che si ergono a faro dell’umanesimo globale (ad oggi nessuno dei 27 stati dell’Unione ha ratificato la Convenzione). L’Europa sprofonda invece in una serie di accordi bilaterali frutto di una teatralizzazione del fenomeno migratorio, volta a garantirsi il consenso popolare, da parte dei governi nazionali.

    In quest’ottica Mme de Wenden ha concluso il suo intervento sottolineando come il diritto alla mobilità sia un fattore essenziale di sviluppo umano, in primo luogo a livello economico: il flusso monetario delle rimesse annuali ammonta a 350 miliardi di dollari, una cifra tre volte superiore agli aiuti allo sviluppo. La mobilità inoltre incentiva e promuove l’educazione a livello planetario, soprattutto quando ragazzi e studenti si spostano per accrescere le proprie competenze da reinvestire poi nelle nazioni d’origine.

    La migrazione dovrebbe essere dunque riconosciuta come un bene pubblico mondiale da cui traggono giovamento non solo i soggetti migranti ma molto spesso anche le società d’arrivo. Le quali continuano a rinnovarsi, crescere e cambiare anche grazie alla continua ibridazione che si verifica grazie all’apporto degli immigrati. Non si tratta solo di scambi monetari o di capitale umano ma di incontri, e scontri anche, tra umanità che hanno sempre caratterizzato la storia dell’uomo. E mai come oggi ci sono strumenti potenzialmente ottimali per affrontare questi processi.

    Questo e molto, molto altro è spiegato nell’Atlante delle Migrazioni: uno strumento importante per non lasciarsi trasportare dalle facili dicerie che tanto male hanno fatto, e continuano a fare, alle nostre società.

    Antonino Ferrara

     

  • Il Terzo settore fattura più della moda made in Italy

    Il Terzo settore fattura più della moda made in Italy

    Il fatturato del Terzo settore batte quello della moda: lo certifica uno studio di Unicredit Foundation e Ipsos.

    Il fatturato del non profit è stimato in circa 67 miliardi di euro (pari al 4,3% del Pil), contro i 63,5 del fashion made in Italy.

    Inoltre dà lavoro a circa 650mila persone e coinvolge oltre 4 milioni di volontari.

  • Ci vuole ben altro: rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

    Ci vuole ben altro: rapporto Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia

    “Ci vuole ben altro”, è il titolo scelto per il nuovo rapporto dell’associazione Antigone che fa il punto sulle ultime visite dell’osservatorio nazionale nelle carceri italiane. I numeri confermano, senza possibilità di smentita, che la legge Alfano sulla detenzione domiciliare del 31 dicembre 2010 e la famosa svuota-carceri del governo Monti(che estendeva ad un anno e mezzo il periodo di pena residuo convertibile in detenzione domiciliare e che cercava di limitare gli arresti con traduzione in carcere per fatti non di particolare allarme criminale), entrata in vigore il 31 dicembre 2011, non sono servite ad arrestare il fenomeno del sovraffollamento.

    A fronte di una capienza regolamentare di 45.742 posti a fine 2010 i detenuti erano 67.961. Un anno dopo nonostante la legge Alfano si proponesse di ridurre di 8 mila unità la nostra popolazione carceraria, i detenuti erano 66.897. «Giusto mille in meno», sottolinea Antigone. Ma anche il decreto del nuovo ministro Severino non sortisce gli effetti sperati infatti al 13 aprile 2012 i detenuti arrivano a 66.582, solo 312 in meno.

    Ciò nonostante 5.533 detenuti sono usciti grazie alla detenzione domiciliare. Come mai allora, se davvero c’è stato un calo, questo non si rileva? «Innanzitutto perché la parte della legge sulle “porte girevoli” ha iniziato a non funzionare – spiega Antigone – Gli arresti con conduzione in carcere sono ripresi. Nel novembre 2011 i detenuti entrati dalla libertà in carcere sono stati complessivamente 6.679. Sono scesi a 5.784 nel dicembre del 2011, ancora scesi a 5.211 nel gennaio del 2012. Poi a febbraio è iniziata la risalita con 5.278 ingressi, divenuti addirittura 6.174 a marzo 2012».
    «Inoltre le persone uscite con la detenzione domiciliare sono persone che sarebbero comunque uscite ordinariamente con altra misura alternativa già in vigore – precisa Antigone – e in ogni caso molte sarebbero ormai fuori per fine pena».

    Ma l’introduzione di questo beneficio ha influito negativamente sull’andamento delle altre misure alternative. «Prima dell’approvazione dell’indulto del 2006 oltre 23.000 persone erano in misura alternativa – spiega Antigone – Mai così tante. Con l’indulto questo numero si è praticamente azzerato, riprendendo subito dopo la sua lenta crescita».
    Alla fine del 2006 le persone in misura alternativa erano 5.933, 7.179 alla fine del 2007, 10.220 alla fine del 2008; 13.416 alla fine del 2009, 18.435 alla fine del 2010. Alla fine del 2011 il numero si ferma a quota 19.239, segnando un forte rallentamento nella crescita.
    «Si può ipotizzare da un lato che nell’ultimo anno il carico di lavoro per tribunali ed assistenti sociali dovuto alla nuova norma abbia ridotto le risorse per l’applicazione delle altre alternative alla detenzione – continua Antigone – Dall’altro è prevedibile che si tenda sempre più a concedere questo nuovo beneficio, più “sicuro” ad esempio dell’affidamento in prova, che si applica ad un residuo pena più breve, e fortemente sostenuto dal legislatore. Insomma, a causa delle nuove norme diventa probabilmente più difficile accedere alle vecchie alternative alla detenzione».
    Nel frattempo la durata media della custodia cautelare è in crescita ed aumenta anche la lunghezza delle pene comminate.

    In realtà l’impatto più significativo lo ha avuto la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che nell’aprile del 2011 ha sancito il dovere dei giudici italiani di disapplicare le norme presenti nella legge Bossi-Fini che prevedevano l’arresto per l’inottemperanza all’obbligo di allontanamento del Questore per l’extracomunitario non in regola coi documenti. Gli stranieri erano 24.954 il 31 dicembre del 2011 e sono diventati 24.123 il 31 marzo 2012. 831 detenuti in meno, quasi la totalità della decrescita dell’ultimo anno.

    Mentre un’altra area su cui sarebbe necessario intervenire per dare respiro alle carceri, è quella relativa ai reclusi per reati legati alla droga. «Il 36% dei detenuti è dentro per aver violato la legge Fini-Giovanardi sulle droghe – ricorda Antigone – Molti tossicodipendenti si trovano in prigione per aver commesso reati contro il patrimonio finalizzati a procurarsi sostanza stupefacenti. Va messa mano a questa legge ideologica, bacchettona, demagogica ed anti-economica».

     

    Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione carceraria, la regione con il più alto tasso di sovraffollamento è la Puglia (188%), seguita da Lombardia (174%) e Liguria (168%).
    La media nazionale si attesta su un preoccupante 145%, ovvero con oltre 145 detenuti ogni 100 posti, l’Italia è il paese più sovraffollato d’Europa.
    Ma secondo Antigone il dato è falsato perché apparentemente la capienza dei nostri istituti in questi anni è cresciuta. «Dal 2007 al 2012 parrebbe che l’Italia abbia aumentato la capienza delle sue carceri di 2.557 posti – spiega l’associazione – I primi effetti del piano carceri del governo? Assolutamente no. In effetti si tratta semplicemente del fatto che, negli stessi istituti, si stipano sempre più detenuti, trasformando in celle tutti gli altri spazi, a scapito di spazi comuni indispensabili per la vivibilità degli istituti. Nelle carceri c’è sempre meno spazio, ma sulla carta la loro capienza aumenta».

     

    Il numero dei decessi negli istituti penitenziari si conferma sostanzialmente analogo rispetto allo stesso periodo del 2011. Nel primo trimestre del 2012 sono morti in carcere 35 detenuti ai quali vanno aggiunti i due decessi all’interno delle camere di sicurezza della questura di Firenze.

    «Di questi 17 si sono suicidati (uno dei quali nella caserma di Firenze), 5 sono morti di malattia e per 15 di loro le cause sono ancora da accertare –precisa Antigone – Il triste primato spetta al carcere di Marassi con i suoi 5 decessi (1 per suicidio, 1 per un “incidente” mentre inalava il gas dal fornelletto, 1 trovato morto nel sonno, 1 per soffocamento mentre mangiava), seguito da Regina Coeli con tre morti (un detenuto del centro clinico deceduto per malattia, uno colpito da infarto e un ultimo stroncato forse da “overdose”). Il più giovane a togliersi la vita aveva 21 anni, era italiano ed è morto a San Vittore, incensurato, era accusato di molestie sessuali ai danni di minorenni e aveva denunciato più volte di aver subito violenze dagli altri detenuti».

    Nel corso del 2011 si sono registrati complessivamente 186 decessi di cui 66 per suicidio, 23 per cause da accertare, 96 per cause naturali e 1 per omicidio. Nel 2010 i numeri erano stati leggermente più contenuti: 170 i decessi, di cui 65 per suicidio.

     

    Un altro fronte sul quale occorre intervenire al più presto è quello del lavoro penitenziario, un elemento fondamentale del trattamento e strumento privilegiato di reinserimento sociale, può essere svolto o alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria o di soggetti terzi, come prescrive il nostro ordinamento.

    «In questi primi mesi del 2012 si confermano i drastici tagli di spesa previsti dall’amministrazione – spiega Antigone – sia per pagare le mercedi dei detenuti alle loro dipendenze, sia per sostenere le imprese o cooperative che li assumono».
    In pratica il budget previsto per il lavoro dei detenuti è calato dai 71.400.000 euro del 2006 ai 49.664.207 euro del 2011.

    Nel medesimo periodo la percentuale di detenuti lavoratori (dipendenti dall’amministrazione carceraria o di imprese/cooperative) rispetto al totale della popolazione carceraria è passata dal 30% del 2006 al desolante 20% del 2011.

    «Questi importi però sono al lordo di euro 4.648.112, ossia il budget annuale di copertura previsto dalla legge 193/2000 – continua Antigone – la cosiddetta legge Smuraglia, varata nel 2000 proprio per incentivare il lavoro dei detenuti in esecuzione penale, prevedeva benefici fiscali e contributivi per quelle cooperative sociali e aziende che avessero assunto persone in esecuzione della pena. Nel 2011 tale budget, ridotto a € 2.065.827 a causa degli esuberi del precedente anno, si è esaurito prima della fine dell’anno e le aziende interessate hanno dovuto rinunciare, in tutto o in parte, agli sgravi e spesso sono state costrette a terminare il rapporto di lavoro con il detenuto/lavoratore».
    Nel 2012 non si è provveduto al rifinanziamento previsto dalla legge e la Direzione generale dei detenuti del Ministero della Giustizia si è limitata a stanziare 2 milioni di euro destinati ai soggetti – imprese e cooperative – rimasti esclusi dal beneficio nel corso del 2011.
    A febbraio 2012 la Commissione Bilancio della Camera, per mancanza di copertura finanziaria, ha bloccato la proposta di legge 937, “Norme per favorire il lavoro dei detenuti”, presentata nell’ottobre 2011 e che puntava all’inserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, in esecuzione della pena o in misura alternativa, attraverso sgravi fiscali alle imprese che li avessero assunti.

    «L’ovvia conseguenza di tutto ciò è che molti saranno i detenuti che continueranno a perdere il lavoro e molte le cooperative sociali che saranno costrette anche a chiudere non potendo più contare su tali sgravi», sottolinea Antigone.
    Lo stesso Ministro della Giustizia, Paola Severino ha affermato «Dopo dieci anni di applicazione della legge e di iniziative di eccellenza, si è costretti a rinunciare all’unico, vero ed efficace incentivo che ha permesso concreti processi di reinserimento sociale».
    «Per molti detenuti il lavoro rappresenta l’unica fonte di reddito, non avendo alle spalle famiglie capaci di sostentarli – conclude Antigone – e quindi l’unico modo per poter acquistare tutto ciò che l’Istituto non offre, come francobolli per scrivere ai familiari, sigarette, sapone, capi di vestiario, ma anche alimenti».

     

    Matteo Quadrone

  • Distributori Gpl, Genova è la città in Italia con meno stazioni di servizio

    Distributori Gpl, Genova è la città in Italia con meno stazioni di servizio

    Recenti stime indicano che sono circa 1.800.000 i veicoli attualmente alimentati a Gpl in Italia, un numero in crescita. La media in percentuale delle auto a Gpl nelle città italiane supera di poco il 5%, a Genova si aggira intorno al 2%. E mentre in Italia sono stati recentemente raggiunti i 3000 distributori Gpl, Genova con i suoi 8 distributori è la provincia meno fornita d’Italia. Di queste stazioni di servizio solo 4 sono in città, situate peraltro in zone periferiche: Via Struppa, Via G. Gastaldi (San Quirico), Via Trensasco, Via Borzoli.

    Il Gpl (Gas Petrolio Liquefatto) viene prodotto principalmente come sottoprodotto della raffinazione del greggio e altro non è che il liquido contenuto ad esempio nei comuni accendini. Da non confondersi con il metano (gas naturale ad alta pressione ad oggi la soluzione più conveniente nel rapporto spesa/consumo), il Gpl è vantaggioso per l’alimentazione dei motori delle auto sia per quanto riguarda il costo al litro che per le emissioni a basso impatto ambientale. Rispetto al gasolio, infatti, Gpl e metano non emettono polveri. E fatto 100 il livello di emissioni di anidride carbonica di un motore a benzina,  in caso di Gpl si scende a 90 (75 nei veicoli a metano), ed è pressoché zero l’inquinamento di suolo, acqua e falde acquifere.

    Sapete quale è una delle principali controindicazioni per chi decide di passare all’auto Gpl? I veicoli non possono essere parcheggiati oltre il primo piano interrato delle autorimesse per prevenire il rischio di pericolose fuoriscite che potrebbero causare incendi. E visto il proliferare a Genova di parcheggi interrati in ogni angolo della città come funghi dopo un violento temporale… Sarà per questo che i genovesi (già di loro mai troppo inclini ad abbandonare il vecchio in favore del nuovo) se ne infischiano di risparmio ed emissioni e rimangono affezionati a benzina e gasolio?

     

  • Crisi: gli italiani chiedono un prestito per avere più liquidità

    Crisi: gli italiani chiedono un prestito per avere più liquidità

    Se il potere d’acquisto degli italiani continua a contrarsi, il ricorso al credito al consumo diventa, giorno dopo giorno, sempre più un’abitudine. Il sito web specializzato “Prestiti.it” (www.prestiti.it) ha ricostruito l’identikit di chi chiede un prestito ai tempi della crisi: è un uomo, ha poco più di 40 anni e vuole un finanziamento da 11.500 euro.

    «L’identificazione del profilo tipico di chi richiede un prestito personale aiuta a definire un fenomeno che non è più di nicchia – dichiara Marco Giorgi di Prestiti.it – Se prima le richieste di un prestito riguardavano soprattutto l’acquisto di beni durevoli, come l’auto o i mobili per la casa, ora il credito al consumo è uno strumento utile per affrontare quella contrazione del potere d’acquisto che, secondo Federconsumatori, è pari al 2,8% rispetto allo scorso anno».

    Prestiti.itha analizzato oltre 30.000 richieste di prestito presentate negli ultimi sei mesi per capire come la crisi economica abbia modificato l’identikit di chi prova a ottenere un finanziamento. I risultati parlano chiaro: nonostante la richiesta media sia ancora elevata (11.500 euro da restituire in 67 mesi) questa è nettamente inferiore a quella di 12 mesi fa (17.500 euro). La maggior parte delle richieste proviene da uomini (il 72% del totale, contro il 28% delle donne), mentre l’età media è di 41 anni.

    Per quanto riguarda le motivazioni che spingono gli italiani a richiedere un prestito, uno su tre dichiara di aver bisogno di liquidità (33%): una scelta che si spiega con la volontà di una maggiore autonomia per l’utilizzo della somma richiesta. Segue, poi, l’acquisto di un’auto usata (17,2%) e la ristrutturazione di casa (12,2%).

    Parliamo di una situazione nettamente diversa, se messa a confronto con i dati dello scorso anno: i prestiti per liquidità attiravano un italiano su cinque (21,6%), mentre la richiesta di prestiti per l’acquisto di auto nuove era doppia rispetto a quella attuale (il 14,3%, contro il 7,8% registrato oggi). In pratica, in tempi di crisi, gli italiani preferiscono le auto usate rispetto a quelle appena uscite dal concessionario.

    Si investe meno anche sull’attività produttiva e la prova risiede nella riduzione di due terzi dei prestiti per l’acquisto di beni strumentali alla propria attività, che nel 2011 rappresentavano l’1,8% del totale e che oggi sono poco più dello 0,6%. Le donne concentrano il proprio interesse sul finanziamento degli studi (arrivando al 47% del totale delle richieste) e delle vacanze (31,8%).

    «Una tale evoluzione della domanda di prestiti personali è sintomatica di un rapido mutamento delle esigenze degli Italiani – conclude Giorgi – i cittadini, insomma, hanno trovato nel credito al consumo uno strumento per affrontare con più serenità la crisi in attesa di tempi migliori».

  • Multe: come vengono spesi dal Comune i ricavi delle sanzioni

    Multe: come vengono spesi dal Comune i ricavi delle sanzioni

    Molti cittadini si domandano in quale maniera vengano utilizzati, da parte dell’amministrazione pubblica, i sostanziosi proventi frutto delle sanzioni amministrative comminate per le trasgressioni al Codice della strada. Parliamo di una cifra di tutto rispetto – quasi 1,9 miliardi di euro all’anno (1500 milioni il ricavo delle contravvenzioni eseguite dalle polizie locali; 400 milioni da quelle nazionali, come Polstrada, Carabinieri, ecc.) – che finisce nelle casse dello Stato e delle amministrazioni locali.

    Soldi pubblici che, secondo l’ex articolo 208 del Codice della strada (modificato dalla legge 120/2010 ma il cui senso originario è rimasto sostanzialmente identico), dovrebbero essere destinati ad incrementare la sicurezza dei cittadini siano essi pedoni, automobilisti, motociclisti o ciclisti.
    Il Codice della strada stabilisce infatti che il 50% degli introiti ricavati dalle multe, spettanti agli enti locali, sia così ripartito: almeno il 12,5% destinato ad interventi di sostituzione, ammodernamento, potenziamento, messa a norma e manutenzione della segnaletica delle strade; almeno il 12,5% al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale anche attraverso l’acquisto di automezzi, mezzi ed attrezzature dei corpi e servizi di polizia provinciale e municipale; almeno il 25% ad altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale: innanzitutto la manutenzione delle strade, la sistemazione del manto stradale, interventi a tutela degli utenti deboli (bambini anziani disabili pedoni e ciclisti), svolgimento nelle scuole di corsi di educazione stradale, ecc.

    Una dettagliata ricerca della Fondazione Luigi Guccione Onlus (Ente morale vittime della strada), presentata meno di un mese fa, basata sui dati relativi ai proventi delle multe forniti da 14 grandi città italiane (tra cui Genova), mette in luce come il problema principale sia la gestione del denaro. Perché se è vero che quasi tutti i Comuni interpellati rispettano la quota riservata – ed anzi la maggioranza di essi riserva una cifra maggiore ai fini stabiliti dall’ex art. 208 – non esiste nessuna trasparenza sulle modalità di spesa e soprattutto sulla qualità della spesa. In altri termini non risulta chiaro l’impiego effettivo dei fondi e sono del tutto assenti dei criteri uniformi per valutare l’efficacia degli interventi.
    Ogni anno le Giunte comunali sono chiamate a determinare con una delibera le quote da destinare alle finalità stabilite dall’ex art. 208 ma non sono tenute a specificare nel dettaglio come sarà utilizzato il denaro.

    L’Italia non ha raggiunto l’obiettivo fissato dall’Unione Europea nel Libro Bianco del 2001, vale a dire la riduzione della mortalità del 50% entro il 2010, ma nell’ultimo decennio si è registrata una diminuzione del 42,4% del numero dei morti sulle strade, valore in linea con la media europea UE a 27, pari al -42,8%. Nell’ultimo quinquennio però il nostro Paese, a fronte delle numerose entrate, ha speso soltanto 30 milioni all’anno per il Piano nazionale per la sicurezza stradale, distanziandosi di gran lunga dagli investimenti effettuati dagli altri Paesi dell’Europa a 15, quelli con cui dobbiamo direttamente confrontarci, dove la mortalità è scesa mediamente del 48%.

    Secondo il rapporto della Fondazione Guccione, le 14 grandi città analizzate (Torino, Milano, Venezia, Trieste, Genova, Bologna, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria, Palermo, Catania, Messina, Cagliari) nel quinquennio 2006-2010 hanno incassato sanzioni per un totale di 3,4 miliardi (il 38% dei proventi sanzionatori complessivi; mentre i proventi medi annui sono stati pari a poco più di 680 milioni).

    Genova (i cui dati si riferiscono al periodo 2007-2010) mediamente ha raccolto ogni anno oltre 33 milioni di euro. Cifre lontane dai 270 milioni di Roma o dai 130 di Milano ma comunque consistenti. La pressione sanzionatoria media nel capoluogo ligure è stata di 55 euro procapite (Roma e Milano hanno raggiunto 100 euro, Bologna 97, Catania 87, Torino e Napoli 67), inferiore alla media delle 14 grandi città (74 euro).

    Ma i dati più sconcertanti riguardano la variazione del livello dei tassi di mortalità. Il rapporto sancisce un calo medio nei 14 Comuni, pari al 20%. Genova invece va in controtendenza (insieme a Palermo, Venezia e Messina) e registra una crescita di oltre il 40%.
    A confermarlo sono i dati Istat che certificano come Genova sia salita dai 27 morti del 2007 ai 46 del 2010 (l’unico calo si è verificato nel 2009 con 31 vittime rispetto alle 39 del 2009).
    La tabella relativa al costo sociale per morti e feriti procapite, vede la nostra città raggiungere quota 800 euro procapite (la media si attesta sotto i 700 euro). Con un conseguente aumento di quasi il 10% rispetto alla media in discesa delle 14 città analizzate(- 15%).

    Come detto in precedenza quasi tutti i Comuni destinano alle finalità dell’ex art. 208 più del 50% dei proventi sanzionatori. A Genova la media 2007-2010 è pari al 52%.
    Guardando invece gli impegni effettivi, ovvero i settori di spesa in cui sono confluiti i fondi delle grandi città, il documento evidenzia come la maggioranza degli introiti delle multe siano destinati alla manutenzione stradale (in media quasi 173 milioni all’anno), seguita dagli investimenti nel trasporto pubblico (oltre 154 milioni); mentre alla generica definizione di “altre finalità connesse con la sicurezza stradale” le maggiori città italiane destinano in media 58 milioni all’anno.
    In totale questi tre settori rappresentano mediamente l’80% della spesa complessiva dei 14 Comuni.

    La singola composizione della spesa del Comune di Genova presenta alcuni aspetti di difficile interpretazione. Quasi il 68% degli introiti infatti sono destinati all’indefinito settore denominato “altro”(la media delle 14 città è del 12%). Di una cosa però siamo sicuri: “altro” non vuol dire manutenzione stradale ma neppure interventi a tutela degli utenti deboli, a favore della ciclo mobilità o dell’educazione stradale, considerando che nel rapporto queste voci rappresentano delle categorie a sé. Quindi è lecito domandarsi a cosa servono concretamente i soldi pubblici ricavati dalle multe e se davvero sono utili per incrementare la sicurezza dei cittadini.
    Per quanto riguarda i settori a cui sarebbe necessario riservare il 12,5% degli introiti, Genova destina all’aumento della segnaletica un rotondo quanto inutile 0% mentre per l’aumento dei controlli solo il 6% (la media è del 9,3%). Alla manutenzione stradale sono invece destinate il 25% delle risorse(la media è del 35,6%) e per il trasporto pubblico anche qui siamo allo 0% (la media sfiora il 32%).

    Secondo il rapporto, a livello nazionale, nonostante il 71% dei proventi venga utilizzato per le finalità dell’ex art. 208, gli impieghi collegati direttamente alla sicurezza stradale rappresentano solo il 10% o poco più.
    In pratica ciò significa che «quote ampiamente maggioritarie dei proventi finiscono per alimentare spese correnti, spese ordinarie, spese di gestione dei servizi ai cittadini, per il funzionamento di uffici, strutture tecniche ed amministrative – sottolinea la Fondazione Guccione – Per contro sono rare ed esigue le voci riconducibili ad investimenti in sicurezza stradale: specifici, aggiuntivi, straordinari (cioè connessi all’individuazione e rimozione di fattori e condizioni di rischio)».
    In questo modo «si verificano due effetti indesiderabili: si crea un’oggettiva convenienza a mantenere stabile nel tempo tale gettito perché indispensabile per alimentare il funzionamento di servizi ed apparati essenziali. Inoltre si disincentiva ogni altro impiego delle risorse finanziarie che fosse dettato dall’esigenza di rimuovere un determinato fattore di rischio e migliorare i livelli di sicurezza».

    L’incapacità della spesa nel determinare sostanziali miglioramenti di sicurezza non deriva dall’esiguità delle risorse perché le 14 città hanno speso 489 milioni in media all’anno per le finalità dell’ex art. 208, dedicandogli ben più del 50% previsto dalla norma.
    «Il problema semmai è da ricercarsi nella bassa qualità della spesa», sottolinea la Fondazione.
    È dunque necessario monitorare gli effettivi risultati raggiunti, valutare l’efficacia dell’intervento e la resa dell’investimento. Il suggerimento della Fondazione Guccione è quello di «creare una struttura tecnica in ogni ente locale dedicata alla sicurezza stradale. In grado di gestire in modo autonomo e separato dalle procedure ordinarie il processo di individuazione degli interventi prioritari e di gestione degli stessi».

     

    Matteo Quadrone

  • Erg chiude il 2011 con un passivo di 49 milioni

    Erg chiude il 2011 con un passivo di 49 milioni

    Una Raffineria di PetrolioErg, il colosso petrolifero genovese della famiglia Garrone, ha comunicato la chiusura dell’esercizio 2011 con un passivo di 49 milioni di euro, una perdita che aumenta rispetto ai 20 milioni del 2010, e con un valore di Borsa di poco inferiore a quanto registrato a inizio anno e in calo di circa il 15 per cento nel confronto anno su anno.

    Ma in casa Erg non si vuole sentir parlare di crisi, anzi. «Prevediamo per l’anno in corso risultati di gruppo in miglioramento – ha comunicato l’amministratore delegato Alessandro Garroneinoltre la struttura finanziaria del gruppo si rafforzerà ulteriormente grazie al corrispettivo della vendita del 20% della Isab, che ci attendiamo verrà finalizzata entro la fine del secondo trimestre.»

    Insomma, Erg si difende. Nonostante il periodo nero che sta attraversando l’industria della raffinazione, gli investitori credono nella ripresa del colosso genovese, il management del gruppo non ha perso nome e reputazione e c’è un moderato ottimismo anche in merito all’ingresso di Erg nel business delle energie rinnovabili insieme a Lukoil. Le due superpotenze del petrolio si sono unite in una joint-venture (Lukerg Renew) per investire nel business dell’eolico in Europa Orientale acquistando un parco eolico in Bulgaria.

    Erg non è certo l’unica compagnia a dare segni di difficoltà nell’ambito della raffinazione del petrolio, un business che, a livello generale, non paga più come nei decenni scorsi. La Saras di Massimo Moratti (unico competitor italiano di Erg nel comparto raffinazione), ad esempio,  a Piazza Affari ha ceduto in un anno oltre il 44%, addirittura il 15,5% solo nell’ultimo mese. Una situazione ben più delicata rispetto a quella della famiglia Garrone, che con maggiore lungimiranza è corsa ai ripari in anticipo stringendo una forte alleanza con la compagnia Lukoil (ora proprietaria all’80% dell’impianto di raffineria di Priolo in Sicilia). E anche a livello europeo il comparto raffinazione non se la passa tanto meglio, stretto fra le potenze americane e quelle asiatiche.

     

  • Rapporto Unicef: i ragazzi genovesi sono malati di solitudine

    Rapporto Unicef: i ragazzi genovesi sono malati di solitudine

    <<Malati di solitudine>>, questa la diagnosi impietosa ma puntuale di Franco Cirio, presidente provinciale dell’Unicef, sui ragazzi genovesi, espressa in occasione della presentazione dei dati del rapporto “Sulla condizione dell’infanzia nel mondo 2012”.
    Il tema di quest’anno sono i “Figli della città”. Oltre il 43% dei bambini al mondo vive nelle aree urbane. In Italia siamo al 68%. Lontano però dalle punte del 92% dell’Argentina o dell’85% della Francia, per restare in Europa.

    A Genova la situazione è particolare, come ha spiegato lo psicologo Marco Ventura <<La contiguità di quartieri borghesi, operai, benestanti, ad alto tasso d’immigrazione rende ancora più problematica una situazione di disagio che è planetaria. La confusione fra bisogni reali e bisogni indotti, facilitata dalla perdita dei valori, mette i ragazzi ancora più a rischio>>.

    Il rischio nascente è il gioco. Le scommesse on-line sono la nuova frontiera del disagio giovanile, in prospettiva ancora più pericolosa dell’abuso degli alcolici, che complice una sottocultura nazionale diffusa, ha scalzato il pericolo droga.
    Ecco che riemerge la solitudine. Internet non è il male, come non è lo è la tv. Lo è l’uso sbagliato e bulimico. Induzione al gioco e alla pornografia sono i pericoli che i ragazzi corrono. Per questo famiglia, scuola, istituzioni devono collaborare.
    <<Eppure a Genova siamo all’avanguardia mondiale – ricorda Cirio – Abbiamo 44 punti di incontro grazie alla collaborazione delle biblioteche provinciali e comunali. Abbiamo attrezzato via Fiasella, come prima strada di spazio liberato, per il gioco creativo. Ma manca la partecipazione. I ragazzi sembrano muti>>.

  • Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa: proviamo a capire perché…

    Stipendi italiani tra i più bassi d’Europa: proviamo a capire perché…

    Soldi e MoneteQuasi tutti i giornali lunedì hanno aperto con la notizia del rapporto Eurostat sul mercato del lavoro. L’Eurostat è una Direzione Generale della Commissione Europea che si occupa di fornire statistiche; e la statistiche in questione ci interessano molto da vicino, anche se sanciscono quello che già si sapeva: vale a dire, che siamo tra i meno pagati di Europa.

    La retribuzione media lorda in Italia è pari a 23.406 euro, mentre in Germania, ad esempio, è praticamente il doppio (41.100 euro). Questa notizia fa il paio con quella di qualche giorno fa relativa alla pubblicazione delle retribuzioni dei ministri e degli alti dirigenti pubblici, voluta dal governo Monti per ragioni di trasparenza della pubblica amministrazione. Di qui sono emerse cifre stratosferiche. Era prevedibile che il ministro Passera e il ministro Severino si rivelassero due “paperoni”, viste le professioni che svolgevano in precedenza (rispettivamente avvocato di successo e AD del gruppo Intesa San Paolo).

    Forse stupisce un po’ di più leggere che il capo della polizia Manganelli ha guadagnato in un anno 621.253,75 euro. La somma appare ancora più spropositata, se confrontata con la retribuzione del capo di Scotland Yard, che prende circa la metà (meno di 300.000 euro), o con quella del capo dell’FBI, che ne prende “solo” circa 116.000.

    Questi dati sanciscono un quadro già ampiamente noto. Nel nostro paese il mercato del lavoro non è omogeneo: una parte minoritaria può accedere a guadagni molto elevati, ma la maggioranza delle persone si deve confrontare con un tenore di vita in netta diminuzione. A tutti i livelli, il semplice fatto di “essere dentro”, cioè di avere già un contratto, competenze, amicizie, parentele o liquidità garantisce il perpetuarsi dello status quo; mentre il fatto di “essere fuori”, cioè di doversi conquistare tutto dall’inizio, esclude dall’accesso a un tenore di vita migliore.

    La mobilità della scala sociale è bloccata e questo spiega la differenza dei massimi e dei minimi di retribuzione che c’è tra noi e la Germania: da noi i poveri restano poveri, mentre i ricchi diventano sempre più ricchi. Come mai? E’ ovvio che, quali che siano gli strumenti per scardinare l’immobilismo sociale, da noi non funzionano. Questi strumenti, che in Italia si rivelano inefficaci, classicamente sono tre.

    Il primo è il sindacato. La redistribuzione della ricchezza parte dalle iniziative sindacali per trattare migliori condizioni e migliori retribuzioni. Ma se abbiamo un costo del lavoro molto alto, che è un peso per le aziende, e un adeguamento salariale bloccato, è evidente che i sindacati funzionino male o che abbiano sbagliato strategia. Ad esempio, salta subito all’occhio che i sindacati italiani sono divisi e si fanno dividere facilmente. Ma è probabile anche che abbiano sbagliato tante volte obiettivo, difendendo chi non andava difeso o lasciando andare chi meritava maggiori tutele.

    Il secondo strumento sono i controlli. Chi occupa posizioni di privilegio o di potere può abusarne per consolidare e prolungare lo status quo. Se esistono enti terzi ed indipendenti con adeguatati strumenti di controllo e poteri di sanzione, il rischio di abusi è limitato e il ricircolo assicurato. Purtroppo in Italia il conflitto di interessi è la costituzione non scritta: controllato e controllore si danno del tu e si nominano a vicenda, garantendosi le poltrone e vanificando intromissioni esterne.

    Il terzo strumento è l’istruzione. Niente più della preparazione culturale e della qualificazione professionale garantiscono l’ascensione sociale. L’impegno e le qualità personali, in un sistema che garantisce a tutti l’accesso all’insegnamento, sono la migliore arma a disposizione del singolo per migliorare il proprio tenore di vita. Ma in Italia l’istruzione poche volte garantisce una qualifica utile da spendere nell’attività lavorativa; e di solito, gli istituti che garantiscono una buona preparazione, sono frequentati per lo più dai figli dei ricchi. L’insegnamento pubblico è stato per anni uno sfogo per assunzioni di massa clientelari; e oggi gli insegnanti sono precari, demotivati e malpagati. Secondo un rapporto dell’Istat del 2009 i giovani laureati italiani sono il 19% contro il 30% della media europea. Inoltre siamo scarsi anche nella formazione di chi già lavora. E’ ovvio che una buona politica industriale e fiscale è una componente essenziale per l’economia; ma una buona riforma del lavoro, per essere presa sul serio, dovrebbe partire da una seria riforma dell’istruzione, che nessun governo ha finora davvero affrontato. Se questi tre strumenti continuano ad essere inefficaci, tutti i discorsi su modernità, flessibilità e articolo 18 resteranno sempre accademia.

     

    Andrea Giannini

  • Benzina: negli ultimi due mesi un aumento di 5,50 euro per un pieno

    Benzina: negli ultimi due mesi un aumento di 5,50 euro per un pieno

    <<Nel corso dell’ultimo anno i costi dei carburanti sono cresciuti in maniera incredibile, il rincaro è stato pari all’equivalente della spesa alimentare di un mese per una famiglia media – scrivono in una nota Federconsumatori e Adusbef – Ma il bilancio degli aumenti risulta impressionante anche guardando semplicemente agli ultimi due mesi. Il costo della benzina, passando da 1,71 di gennaio a 1,82 della media giornaliera, ha determinato un aumento di 5,50 Euro per ogni singolo pieno, pari a 132 Euro in termini annui>>.

    <<In alcune zone, però, la benzina è venduta a ben oltre tale soglia – denunciano i consumatori – In molte regioni, anche a causa dell’aumento delle accise regionali, il prezzo si attesta a 1,90 Euro al litro, comportando aggravi in questo caso di ben 9,50 Euro al litro e 228 Euro in termini annui. Ricadute sempre più pesanti, che incidono fortemente non solo sui costi dei rifornimenti di carburante, ma anche sulla spesa in generale, per l’aumento dei costi di trasporto e di produzione>>.

    Federconsumatori e Adusbef chiedono di <<Intervenire urgentemente sulla tassazione, cresciuta in maniera incredibile nel corso dell’ultimo anno: applicando l’accisa mobile, un meccanismo automatico che prevede una diminuzione dell’accisa quando il costo del petrolio aumenta. Strumento in grado di riequilibrare la tassazione, estremamente importante e necessario soprattutto alla luce delle gravi tensioni a livello internazionale che incidono sull’aumento del petrolio; non facendo scattare l’ulteriore aumento dell’IVA da settembre 2012, che avrebbe effetti micidiali sui carburanti, sui prezzi dei beni e sul potere di acquisto delle famiglie>>.

  • Ikea: prima indagine sugli orientamenti sessuali

    Ikea: prima indagine sugli orientamenti sessuali

    IkeaUn sondaggio tra i collaboratori dell’azienda per comprendere a che livello sia giunta l’inclusione di persone di diverso orientamento sessuale – gay, lesbiche, bisessuali e trans (Glbt) – nell’ambiente di lavoro. In Italia per la prima volta si solleva il velo su un tema delicato che va necessariamente affrontato onde evitare i rischi di nuove discriminazioni. A realizzarla è Ikea nell’ambito della politica di diversity management che da tempo l’azienda svedese porta avanti.
    Ikea è socio fondatore di “Parks-Liberi e Uguali”, un’associazione di imprese nata nel gennaio 2011 – a cui aderiscono Telecom Italia, Johnson&Johnson, Roche, Citi, Lilly, Il Saggiatore, Linklaters, Sixty Group, Gruppo Consoft – che aiuta le aziende a implementare politiche di inclusione per tutti i dipendenti, con un focus particolare verso le persone Glbt.

    Dopo aver affrontato l’argomento delle pari opportunità di genere – in azienda le donne sono il 58,60% e nelle posizioni manageriali superano il 41% – Ikea affronta un tema che qualche mese fa è salito agli onori della cronaca in seguito ad una pubblicità relativa all’apertura del negozio Ikea di Catania, dove campeggiavano due uomini ripresi di spalle e mano nella mano, accompagnati dallo slogan “Siamo aperti a tutte le famiglie”.

    Al questionario, erogato in forma anonima e cartacea ha risposto il 44,11% dei dipendenti dei negozi Ikea di Bologna, Catania e Roma, vale a dire 476 su 1.079.
    71 rispondenti (14%) si sono definiti gay, lesbiche, bisessuali o trans. La percentuale scende al 6,58%, se rapportiamo i 71 Glbtal totale dei 1079 dipendenti.
    L’inclusione dei collaboratori Glbt in IKEA sembra un fatto acquisito e pare non risultino comportamenti discriminanti da parte dell’azienda o degli altri colleghi di lavoro. L’88% è certo che in Ikea tutti hanno pari opportunità di carriera, indipendentemente dalla loro identità di genere o dal loro orientamento sessuale.
    Infine per l’82% la diversità deve divenire una priorità strategica per l’azienda, che deve creare un ambiente rispettoso e inclusivo per tutte le differenze, comprese quelle connesse all’orientamento sessuale e all’identità di genere.

    <<Ci troviamo di fronte ad un risultato molto positivo che dimostra una forte sensibilità sociale da parte dei nostri colleghi – spiega Valerio di Bussolo, responsabile Relazioni Esterne Ikea – I luoghi di lavoro, dove la gente passa otto o più ore al giorno, devono diventare luoghi dove ricostruire un senso di appartenenza e di comunità che negli ultimi anni sì è eroso pericolosamente>>.

    <<Il rispetto e l’inclusione in azienda sono fattori formidabili di motivazione per chi lavora e si riflettono direttamente tanto sulla soddisfazione e sulla produttività delle persone quanto sulla capacità per le imprese di attrarre e trattenere i migliori talenti sul mercato – racconta Ivan Scalfarotto, Direttore esecutivo di Parks – Creare luoghi di lavoro dove le centinaia di migliaia di persone gay, lesbiche, bisessuali e trans possano esprimere le proprie capacità professionali è dunque non soltanto una cosa giusta da fare sul piano etico ma è anche una buona pratica di business, come dimostrano le tante aziende che nel mondo lavorano da anni in questa direzione>>.

     

    Matteo Quadrone

     

     

  • Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Imprese in Liguria: quando le difficoltà si nascondono dietro i dati “positivi”

    Il 25 gennaio Unioncamere e Infocamere hanno diffuso i dati relativi al movimento imprese nel 2011. La Camera di Commercio di Genova ha comunicato che in Provincia di Genova l’anno appena concluso presenta – al netto delle variazioni tra le nuove realtà e quelle che hanno cessato la propria attività lo scorso anno – un saldo positivo di 746 imprese, il migliore dal 2005 ad oggi.

    Per quanto riguarda i diversi settori sono in miglioramento rispetto al 2010 le costruzioni (+338 unità), i servizi  di alloggio e ristoro (+152), i servizi alle imprese ed i servizi alle persone (rispettivamente +102 e +89) ed il commercio (+24). Mentre l’agricoltura perde 84 imprese e l’industria 53.

    E se turismo, professioni del terziario e commercio hanno dimostrato una buona tenuta, il dato che più salta all’occhio è quello relativo al settore edile che registra un sostanzioso aumento di imprese.

    Maurizio Senziani, presidente di Assedil, l’associazione che riunisce i costruttori edili genovesi, in un’intervista al “Corriere mercantile” lamenta una situazione ben diversa per quanto riguarda il comparto dell’edilizia. <<Sono almeno 1200 i posti di lavoro persi negli ultimi due anni – lancia l’allarme Senziani – Hanno chiuso imprese quarantennali, sono diminuiti gli appalti sia privati che pubblici e quelli che si fanno sono sempre affidati con il massimo ribasso. Questo significa che anche le imprese che hanno lavoro lo ottengono a condizioni disperate. Inoltre il rapporto con le banche è sempre più complicato ed i tempi di pagamento da parte della Pubblica Amministrazione sono sempre più lunghi. È la crisi più grave e prolungata che il settore abbia vissuto>>.

    Appare evidente una contraddizione di fondo fra i numeri snocciolati dal Presidente di Assedil e quelli forniti dalla Camera di Commercio. È doveroso cercare di spiegare la realtà che si cela dietro a questi dati, in tutte le sue sfaccettature. Troppo spesso infatti gli stessi organi d’informazione si accontentano di sterili comunicati trasmettendo all’opinione pubblica informazioni che rischiano di essere inevitabilmente fuorvianti, soprattutto se male interpretate.

    “Era Superba” ha chiesto lumi al Presidente dei costruttori edili genovesi. Come si spiega un aumento del numero di imprese ed allo stesso tempo una continua perdita di posti di lavoro?

    <<In realtà non esiste contraddizione fra questi due dati – spiega Maurizio Senziani – In atto c’è una vera e propria polverizzazione del settore, un frazionamento in una miriade di microimprese. Uno dei segni della crisi è proprio l’aumento delle Partite Iva. Parliamo di operai, licenziati, senza altre opportunità d’impiego ma anche persone in cassa integrazione che decidono di mettersi in proprio aprendo una singola posizione artigiana. In pratica i lavoratori espulsi dalla porta principale del mercato del lavoro tentano di rientrare dalla finestra. Questo va a discapito anche della qualità del servizio offerto. È evidente infatti che un conto è un lavoro eseguito a regola d’arte da un’impresa strutturata con una storia alle spalle, un altro, con tutto il rispetto, quello realizzato da un singolo operatore>>.

    <<Alla Camera di Commercio risulta un aumento delle Partite Iva – continua Senziani – Quindi singole persone e non imprese. La tenuta del numero di imprese nel settore costruzioni ed addirittura un loro aumento è esclusivamente dovuta alla presenza di queste piccolissime realtà. Un simile risultato è dunque la diretta conseguenza di un effetto “drogato” a causa delle numerose posizioni singole>>.

    <<La Cassa edile registra invece tutte le imprese che si avvalgono di lavoratori dipendenti – conclude il presidente di Assoedil – L’iscrizione è consentita alle aziende con almeno 1 lavoratore dipendente. La Cassa edile è in grado di fotografare la reale situazione del comparto costruzione. E qui il saldo tra imprese chiuse e quelle aperte è pari a zero. Nel 2011 sono una cinquantina le imprese strutturate costrette a chiudere l’attività. La crisi è insomma fortissima considerando la perdita dei posti di lavoro, complessivamente 1200 nel 2010-2011 ed il consistente calo delle ore lavorate>>.

     

    Tra i settori che invece registrano un saldo negativo spicca l’agricoltura. In  Provincia di Genova nel 2011 hanno cessato l’attività ben 84 aziende. Un dato costante negli ultimi anni – secondo la Camera di Commercio – che sottolinea un’evidente difficoltà del comparto.

    <<Purtroppo si tratta di un trend continuo – spiega Germano Gandina, presidente di Coldiretti Genova – ed in provincia di Savona ed Imperia la situazione è addirittura peggiore. La tendenza è dovuta a due fattori. In primo luogo nel settore registriamo un’età media degli imprenditori molto alta. Nella maggioranza dei casi parliamo di microimprese dove spesso troviamo un solo addetto o poco più. Il secondo fattore ovviamente è la crisi economica. Ma il dato più grave rimane l’età anagrafica così elevata. Un ricambio generazionale c’è ma non risulta sufficiente per invertire lo stato delle cose>>.

    <<A fronte di tutti i giovani che si affacciano al mondo dell’agricoltura abbiamo notato che sono due le motivazioni principali – continua Gandina – Sicuramente c’è un interesse nuovo, una riscoperta dell’agricoltura. Ma una buona parte dei tentativi di ingresso nel settore sono riconducibili anche all’estrema disperazione di questi ragazzi. Fino a qualche anno fa era possibile trovare maggiori opportunità lavorative, oggi è sempre più dura. Assistiamo insomma a dei veri e propri “viaggi della speranza”, persone che non hanno intrapreso un percorso agrario, bensì arrivano da tutt’altre esperienze lavorative>>.

    <<Il problema principale è che un gran numero di questi ragazzi non possiede il bene primario, vale a dire la terra – sottolinea Gandina – Ed è impossibile senza un requisito simile riuscire ad avviare un’impresa agricola. Purtroppo per coloro che non appartengono a famiglie con una consolidata tradizione agricola, già proprietarie di terreni, è davvero arduo riuscire ad aprire un’azienda. Noi ovviamente cerchiamo di offrirgli il massimo supporto possibile perché rappresentano un’importante risorsa>>.

    Ma quali interventi sarebbero necessari per favorire l’ingresso dei giovani in agricoltura?

    <<Abbiamo chiesto alla Giunta regionale, in questa ma anche nella precedente legislatura, di intervenire per riformare la legge regionale sulle terre incolte entrata in vigore nel 1996 – racconta il presidente di Coldiretti Genova – Non ha mai funzionato a dovere perché è troppo farraginosa. Se fosse più veloce, soprattutto a livello di procedure, permetterebbe ai giovani di poter usufruire dei terreni abbandonati. Oggi finalmente sembra che la Regione Liguria sia intenzionata a lavorare alla revisione della legge. Questa è una prima parziale risposta. Una seconda risposta è arrivata dal Governo Monti che ha sbloccato la possibilità di accesso ai terreni agricoli di proprietà del Demanio con il diritto di prelazione a favore dei giovani agricoltori. Infine noi agiamo a livello di sensibilizzazione sugli imprenditori che hanno dismesso l’attività affinché questi terreni possano essere consegnati, il più velocemente possibile, a nuovi imprenditori>>.

    <<Attualmente esistono già alcune opportunità che occorre sfruttare – conclude Gandina – Ad esempio gli sgravi fiscali per l’avvio di imprese nel settore agricolo. Poi non bisogna dimenticare i notevoli passi avanti compiuti grazie al Decreto legislativo 228/2001, la “Legge di orientamento ed ammodernamento in agricoltura”. Una norma che ha allargato lo spettro delle attività possibili nel settore. Oggi gli agricoltori non sono solo produttori di beni ma anche fornitori di servizi. In questi giorni, a causa delle abbondanti nevicate, stiamo assistendo ad attività di sgombero e pulitura delle strade, proprio ad opera di agricoltori. Manca però il bene principale, la terra e su questo versante è necessario intervenire al più presto>>.

     

    Matteo Quadrone

     

  • Via XX Settembre, la rambla: amore e odio dei genovesi

    Via XX Settembre, la rambla: amore e odio dei genovesi

    vasi ramblaIL PRECEDENTE

    L’immagine di una via Venti Settembre senza neanche un’automobile, dove la gente può tranquillamente camminare o pedalare in mezzo alle corsie come in una qualsiasi zona pedonale, è un sogno che la Sindaco di Genova Marta Vincenzi non ha mai tenuto nascosto.

    Per questa ragione ha annunciato, all’inizio di febbraio 2011, l’idea di costruire una rambla in vista di Euroflora: un primo passo per rendere via XX completamente pedonale.

    Questo il progetto, fortemente voluto da Tursi e che il Comune è intenzionato a portare avanti nonostante le diffuse polemiche: Genova nuova Barcellona, con una rambla che percorre l’intera via Venti, gli autobus che la attraversano ai lati nei due sensi di marcia e zona pedonale al centro, con 32 enormi vasi a fare da spartitraffico. In mezzo alla via – in corrispondenza all’incrocio con via Fieschi – una grande isola, con panchine e ulteriori spazi verdi. A seguire, un lungo vialone alberato che arriva fino alla Foce, anch’esso pedonale e con due corsie laterali per i bus. Tutto completamente pagato dagli sponsor.

    Apparentemente risolto anche il problema della viabilità: per chi va a Ponente o Levante ci sono i tragitti Galleria Colombo-via Diaz o di via Fieschi-piazza Verdi, mentre il centro e la sopraelevata restano collegati dal passaggio in via Fieschi e via Ceccardi. Il tutto agevolato da un minore traffico di auto nella zona della stazione Brignole, una volta che sarà operativa la metropolitana.

    In sintesi: piante e fiori a delimitare il tragitto che da piazza De Ferrari porta a piazzale Kennedy. Un progetto in partenza il 10 aprile, che resterà attivo per tutta la durata di Euroflora e rimarrà allestito fino alla Notte Bianca, ossia il secondo fine settimana di settembre. Totale: cinque mesi di rambla sperimentale, nella speranza che nel frattempo si verifichino le condizioni per cui il progetto possa diventare permanente.

    IL PRESENTE

    Conclusa Euroflora, è sparita pure la rambla. Il 9 maggio, a meno di un mese dal suo allestimento, è iniziata la rimozione dell’area fiorita, poco apprezzata dai genovesi ma molto di più (pare) dai loro cani, come a suo tempo qualcuno ha fatto notare nei commenti lasciati sui social network.

    La sorte dei vasi la vedete nella foto qui a fianco: sono stati dislocati in varie zone della città, come via Porta degli Archi.

    In compenso è stato mantenuto il divieto al traffico di auto nella parte di strada che ha ospitato la rambletta.

    Lo scorso novembre è stato lanciato un bando che vede la collaborazione di Comune e Facoltà di Architettura per ridisegnare il volto di via XX:  fino al 9 marzo studenti, insegnanti e architetti sono chiamati a presentare la loro idea per eliminare il traffico di veicoli privati nella via centrale cittadina – possibilmente con tanto di pista ciclabile, almeno nel tratto compreso fra piazza De Ferrari e il Ponte Monumentale – e ridisegnare la viabilità anche nelle strade circostanti.

    Archiviata la rambla, si spera che almeno in questo caso i soldi – che siano degli sponsor o nostri – vengano utilizzati per un progetto che si risolva in modo permanente.

    Marta Traverso

  • Ebook, gratta e vinci e scommesse: le novità del paniere Istat 2012

    Ebook, gratta e vinci e scommesse: le novità del paniere Istat 2012

    ebookEbook e relativi dispositivi di lettura, gratta & vinci, scommesse sportive. Con queste e altre aggiunte all’inizio del 2012 il paniere Istat conta 1.398 voci, ossia 1.398 beni o servizi che sono entrati a far parte a pieno titolo dei consumi quotidiani degli italiani.

    Il gratta e vinci e le scommesse denotano una (tristemente nota) speranza di risollevare tutta e subito la propria situazione economica, un sogno che è sempre esistito a prescindere dalla crisi: un recente sondaggio del Consiglio Nazionale delle Ricerche ha stimato che quattro italiani su dieci giocano d’azzardo.

    Discorso a parte lo merita la lettura digitale: secondo l’agenzia di statistica sono diventate parte integrante delle nostre abitudini quotidiane attività come comprare e scaricare ebook, leggerli su appositi dispositivi (a partire dal Kindle di Amazon, sbarcato nel mercato italiano a dicembre) e utilizzare computer di ultima generazione come gli Ultrabook, i notebook ultrasottili.

    Il fatto che l’Istat abbia ritenuto di aggiungere gli ebook al paniere indica che – complice forse anche la novità rappresentata dagli ebook rispetto alla “poco digitale” mentalità italiana – gli italiani non sono affatto un popolo che non legge. Anzi, la possibilità di avere un lettore che non pesa quanto un libro, può contenere al suo interno centinaia di testi e permette di collegarsi a Internet per approfondire quello che si sta leggendo o condividerlo con altri, è un segnale del fatto che la lettura ha un valore a prescindere dal suo supporto fisico.

    Marta Traverso

  • Canone Rai 2012: la tariffa è aumentata, si potrebbe risparmiare?

    Canone Rai 2012: la tariffa è aumentata, si potrebbe risparmiare?

    Rai cavallinoAlzi la mano chi paga il canone Rai. La tassa più odiata dagli italiani, il cui pagamento scadeva ieri e che secondo le statistiche è evasa da oltre metà della popolazione, è aumentata nel 2012 a 112 Euro: una cifra che fa storcere il naso a chiunque, in particolare a noi genovesi così attaccati al vile denaro.

    In epoca di crisi economica, di spread, di recessione e di tagli, non esiste un modo per abbassare questa spesa e invogliare così i cittadini a contribuire al mantenimento della tv di Stato?

    A quanto pare sì, come si scopre da un’inchiesta pubblicata alcuni giorni fa su Il Fatto quotidiano. Basterebbe che la Rai risparmiasse due voci di spesa che incidono non poco sul contributo finale:

    1) le spese postali. Nell’era della digitalizzazione della pubblica amministrazione e dell’abolizione massiccia delle pratiche su carta, l’invio a casa dei bollettini per il pagamento del canone costa a Viale Mazzini 2,8 milioni di Euro.

    2) gli spot pubblicitari. La Rai ha una divisione interna delegata al realizzare gli spot istituzionali, composta da una ventina di persone fra dipendenti a tempo indeterminato e con contratti a termine (i quali percepiscono comunque lo stipendio, anche quando il lavoro che dovrebbero in teoria svolgere è affidato a esterni). Nonostante ciò, la campagna pubblicitaria che nelle ultime settimane ha martellato in televisione è stata realizzata da una ditta esterna (McCann Eriksson) al costo di 300 mila Euro.

    Uno scandalo nello scandalo, se pensiamo che – a prescindere dalla sua entità – non pochi italiani si battono da tempo per l’abolizione totale del canone. Nei giorni scorsi un gruppo di eurodeputati della Lega Nord ha rilanciato la proposta, ventilando la possibilità di proporre al Parlamento Europeo una petizione a livello comunitario per sostenere questa causa.  La raccolta firme partirà da oggi sul sito web dell’eurodeputata Mara Bizzotto e in gazebo che saranno prossimamente allestiti dal Clirt, il comitato che da tempo si batte per una tv libera e senza canone.

    Marta Traverso