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  • Regione Liguria a scuola di social network: chi paga il conto?

    Regione Liguria a scuola di social network: chi paga il conto?

    Oltre il 70% di Assessori e Consiglieri della Regione Liguria ha un proprio sito o blog personale e un profilo su Facebook, ma ben pochi li aggiornano regolarmente. Il 100% ha un indirizzo mail, ma solo il 20% circa risponde in prima persona. Appena il 15% ha un account su Twitter.

    A partire da questi dati (realizzati dalla società milanese Spindoctoring) viene formalizzato il desiderio della Regione Liguria di aprirsi al web: la prima decisione ufficiale arriva dall’imminente trasmissione in streaming le riunioni della Giunta Regionale, che si tengono ogni venerdì mattina dalle 10 alle 13. Un provvedimento fortemente voluto da Claudio Burlando, uno dei primi politici liguri a crearsi un account su Twitter e utilizzarlo in prima persona. Lo streaming riguarderà l’intera durata delle assemblee, oscurando solo le parti in cui vengono citati dati sensibili o non divulgabili pubblicamente ai sensi della legge.

    C’è però molto di più: se la sfida in vista delle primarie Comunali si sta giocando in larga misura sul web, anche la Regione – che per le elezioni ha ancora tre anni di respiro, visto che saranno nel 2015 – si sta attrezzando per avvicinarsi di più ai cittadini tramite la Rete. L’agenzia informatica regionale Datasiel ha infatti attivato un corso gratuito di alfabetizzazione digitale per Assessori e Consiglieri, allo scopo di istruirli su un uso più corretto e più in prima persona dei social network. Non solo: l’agenzia si impegnerà a creare un profilo sui social network per ciascun Assessore e ciascun Consigliere.

    La prima lezione sarà il 15 febbraio e verterà sul tema: come si naviga su uno smartphone?

    Sulla questione due domande sono d’obbligo: (1) quanti politici si impegneranno a utilizzare veramente in prima persona i social network, senza delegare il lavoro a segretari o portaborse? (2) anche se Datasiel è una società in house della Regione Liguria e fornirà questo servizio a un teorico costo zero per la pubblica amministrazione, chi paga il conto? Bisogna infatti tenere conto di una cosa: esistono molte agenzie specializzate nel social media marketing, ed esistono imprese private, professionisti, artisti e così via che pagano queste agenzie per la gestione dei loro profili social e/o per imparare a usarli. Perché un ente pubblico dovrebbe beneficiare di un servizio simile a costo zero, senza consentire alle realtà genovesi e liguri che operano in questo settore di sottoporre preventivi e dare luogo a un po’ di sana concorrenza?

    Marta Traverso

  • Libertà di stampa: l’Italia scende ancora in classifica

    Libertà di stampa: l’Italia scende ancora in classifica

    Nella  classifica sulla Libertà di stampa, redatta da Reporter sans frontier, l’Italia precipita dal 50° posto dell’anno precedente al 61° posto del 2011.

    Per quanto riguarda gli altri paesi europei, la Francia è al 38°, la Spagna al 39°, mentre ai primi posti troviamo i paesi scandinavi Finlandia, Norvegia e Paesi Bassi. Nelle prime 20 posizioni compaiono anche 2 paesi africani: Capo Verde e Namimbia.

    Gli Stati Uniti, a sorpresa, lasciano la 20esima posizione per la 47esima.

  • Meatless Monday: i lunedì senza carne sostenuti da Paul McCartney

    Meatless Monday: i lunedì senza carne sostenuti da Paul McCartney

    meatless mondayChi è cattolico conosce bene la tradizione secondo cui non bisogna mangiare carne di venerdì. Una tradizione nata soprattutto per combattere la povertà: la carne è un cibo molto costoso, e abolirla dalla propria dieta per un giorno a settimana era un modo per sostenere l’acquisto di pietanzepiù economiche.

    Una dieta in cui si limita il consumo di carne è in realtà molto importante, e non solo per il portafoglio. Mangiare poca carne contribuisce a salvaguardare gli animali, ridurre i gas serra prodotti negli allevamenti – è infatti stimato che  la produzione di 1 kg di manzo comporta la stessa quantità di CO2 emessa da un automobile che ha percorso 250 km – e tutelare la propria salute, in quanto un rapporto del 2007 della World Cancer Research Fund ha stabilito una maggiore incidenza di cancro al colon per chi consuma tanta carne rossa.

    Una dieta senza carne è al tempo stesso impensabile, per chi non ha fatto una scelta alimentare vegetariana o vegan, perché si tratta comunque di un alimento importante per il nostro organismo. I nutrizionisti consigliano di ridurre al minimo il consumo di carne rossa, e più in generale di limitare la carne a non più di tre volte a settimana.

    Ancora meglio, per dare una regola alla propria dieta e sensibilizzare sugli effetti dell’elevato consumo di carne, nel 2003 sono nati i Meatless Monday: una campagna i cui aderenti si impegnano a non mangiare carne il lunedì. Sono molti i siti e blog che hanno aderito all’iniziativa (in Italia c’è Meatless Monday Italy), approfittandone per scambiarsi ogni lunedì ricette curiose per un pasto diverso dal solito.

    La tradizione del Meatless Monday nasce negli Stati Uniti e in questi anni si è diffusa in tutto il mondo vantando anche un testimonial d’eccezione: l’ex Beatle Paul McCartney ha infatti parlato della sua scelta Meat Free Monday nella sua autobiografia, e ha posato insieme alle figlie Stella e Mary in una foto sul sito ufficiale dell’iniziativa.

    Marta Traverso

  • Musei di Genova: la maggior parte è in difficoltà

    Musei di Genova: la maggior parte è in difficoltà

    villa croce“L’esame dei dati relativi ai flussi di visitatori nei Musei civici nel 2011 non può prescindere da una valutazione del risultato veramente eccezionale registrato l’anno precedente, con un incremento del 20% rispetto al 2009”. Con queste parole il Comune di Genova risponde alla nostra richiesta sui dati relativi alle visite nei Musei della città.

    Un’indagine partita alcune settimane fa, con la notizia della possibile chiusura del Museo dell’Accademia di Belle Arti, che pare abbia accolto appena un migliaio di visitatori nell’arco del 2011. Un dato che la direzione del Museo non conferma, perché l’anno si è appena concluso e le statistiche definitive ancora non sono state completate: «Il numero di visitatori è certamente basso e composto soprattutto da turisti stranieri, che si sono rivelati molto entusiasti delle opere contenute nel Museo», ha dichiarato il Direttore Giulio Sommariva.

    Per sanare la situazione, è in corso una trattativa per la vendita di trenta quadri alla Fondazione Carige: «Si tratta di opere attualmente collocate nei magazzini, che quindi non andranno a deprivare la collezione esposta, e che saranno collocate in un palazzo di proprietà della Fondazione, allo scopo di aprirle alla cittadinanza». La cessione di queste tele contribuirà a pareggiare un bilancio in passivo di circa un milione di Euro.

    Un bilancio che, ci tiene a precisare la direzione, riguarda unicamente l’Accademia, perché il Museo non ha un sostentamento autonomo ma vive grazie ai finanziamenti di cui la scuola dispone. Due realtà unite da un punto di vista economico e logistico (in quanto poste nello stesso edificio), ma nei fatti sempre meno legate: «un tempo gli studenti partecipavano in modo attivo alle attività del museo, oggi la collaborazione è più episodica perché è scomparsa la concezione dell’arte come copia, approfondita al liceo artistico ma ormai venuta a mancare nei corsi accademici».

    Cosa si può fare per sostenere questi musei? Ben poco, in quanto la bigliettazione occupa una percentuale minima alla voce “entrate” dei bilanci. Il problema che si riscontra è sempre lo stesso: i finanziamenti agli enti culturali sono sempre più esigui, e quei pochi fondi che ancora pervengono tendono a essere distribuiti fra i cosiddetti fiori all’occhiello del patrimonio museale cittadino. Nel periodo gennaio-ottobre 2011 il Comune ha infatti riscontrato “le buone performance dei Musei di Strada Nuova (+15%), che si stanno affermando sempre più come tappa imprescindibile alla visita della città grazie anche al riconoscimento UNESCO, del Museo d’Arte Orientale Chiossone (+30%) e del Castello D’Albertis (+29%)”.

    La città di Genova ospita – fra civici, statali e privati – trenta musei. Quanti genovesi saprebbero elencarli? Quanti sanno che l’Accademia di Belle Arti non è solo una scuola, ma ospita al suo interno un Museo? Quanti conoscono le strutture presenti in città oltre a Palazzo Ducale, i Musei di Strada Nuova e il Galata Museo del Mare?

    Si spiega così perché i Musei Civici che si trovano nella situazione più preoccupante sono il polo di Nerviin particolare Luxoro e Gam – e il Navale di Pegli, rispettivamente (dati anche in questo caso non definitivi) 4.000 e 1.700 visitatori nell’anno appena trascorso. Musei di prestigio minore e geograficamente penalizzati rispetto alle strutture più vicine al centro città.

    MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA VILLA CROCE

    Un discorso a parte merita il Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce. Collocato in una villa seicentesca nel quartiere di Carignano, il Museo è da un anno senza curatore, figura indispensabile per coordinare tutte le sue attività. Pur avendo una collezione permanente aperta al pubblico, l’attività del Museo si basa quasi esclusivamente sulle mostre temporanee: nel 2011 ne sono state allestite sette, con un totale di circa 16.000 visitatori (i dati definitivi non sono ancora stati formulati). Non solo: «Una recente indagine sulla percezione che i genovesi, in particolare i giovani, hanno del proprio patrimonio museale – contando anche Palazzo Ducale, da molti ritenuto un museo anche se di fatto non lo è – ha posto Villa Croce al quarto posto», ha sottolineato la responsabile Francesca Serrati.

    A metà dicembre il Comune di Genova ha presentato un bando per il nuovo curatore, che avrebbe dovuto essere indetto nei giorni seguenti dalla Fondazione Cultura di Palazzo Ducale (con i recenti tagli imposti dal Patto di Stabilità, il Comune è infatti impossibilitato a indire qualunque concorso, anche per incarichi a termine). Il sito del Comune ha pubblicato la notizia del bando indicando come scadenza per presentare la domanda il prossimo 15 febbraio: in realtà il bando non è stato ancora indetto, e la Fondazione Cultura comunicherà prossimamente modalità e termini per la selezione.

    Marta Traverso

  • Finanza: i gioiellieri dichiarano meno dei venditori ambulanti

    Finanza: i gioiellieri dichiarano meno dei venditori ambulanti

    Il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha pubblicato le tabelle relative agli studi di settore e alle dichiarazioni di redditto delle diverse categorie di lavoratori italiani. Ovviamente si tratta di medie, dati che non fotografano singole situazioni, ma forniscono un quadro generale.

    Era facile attendersi situazioni quantomeno “storpiate” dall’evasione fiscale, ma in realtà ci si trova davanti a incongruenze tremende. Un paese, l’Italia, dove i gioiellieri in media dichiarano allo Stato 16.000 euro annui, udite udite, soltanto 1.800 euro in più rispetto ai venditori ambulanti di bibite e generi alimentari! O ancora i gestori di stabilimenti balneari che con 13.600 euro dichiarano meno di quanto non faccia un edicolante o un barista. I giornalai, infatti, dichiarano in media 18.000 euro annui, i macellai (17.800), i baristi (16.500) e i venditori di generi alimentari (17.100).

    Per non parlare di psicologi (20.800), veterinari (19.200),  tassisti (14.200)… tutte categorie “povere” secondo i dati del Mef. Avvocati e medici arrivano appena a 58.200 e 68.300, gli ingegneri non più di (44.600) e i commercialisti dichiarano meno degli amministratori di condominio… Bisogna andare avanti con la lettura della tabella? Citiamo allora i venditori di elettrodomestici (11.900) e i poveri centri benessere (5.300).

    Farmacisti e notai, rispettivamente 109.000 e 310.800 euro l’anno, sembrano ricchi petrolieri se paragonati alla desolante situazione generale. Che dire, aggiungere parole serve a poco.

    Voi lo avreste mai immaginato che vendere quotidiani conviene di più che commerciare oro? Non si smette mai di imparare.

     

  • Aumento retroattivo IRPEF: non è incostituzionale, ma si può contestare

    Aumento retroattivo IRPEF: non è incostituzionale, ma si può contestare

    Spese e debito pubblicoLe manovre economiche hanno ridotto i trasferimenti agli enti locali e hanno inasprito i limiti del patto di stabilità: per far fronte a questo grave problema, il Governo ha pensato di ridare fiato agli enti locali adottando diverse misure, fra cui la reintroduzione dell’ICI (Imu) sulla prima casa; la previsione di un nuovo tributo comunale sui rifiuti e sui servizi; l’introduzione di un aumento delle accise (anche sulla benzina) per finanziare i trasporti locali e, infine, l’aumento dell’addizionale regionale sull’IRPEF anticipandola sin dal 2011.

    Quest’ultima norma, la retroattività dell’aumento dell’Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche (IRPEF), è stata oggetto di studi da parte degli avvocati di Confconsumatori che ora si apprestano a contestarne l’applicazione innanzi alla Corte Costituzionale.

    IL FATTO – La norma contenuta nel decreto “Salva Italia” consente l’aumento dell’addizionale Irpef regionale dallo 0,9% all’1,23% (ovvero un + 0,33%) con effetto immediato già dal 2011. Questo significa che, nelle Regioni che applicheranno l’aumento, lo 0,33% dovrà essere tolto anche dalle buste paga e dalle pensioni dell’intero 2011 e sarà recuperato durante il 2012 (per cui la decurtazione di stipendi e pensioni sarà raddoppiata (0,66%). I professionisti invece pagheranno in sede di dichiarazione Irpef 2011 questa inattesa nuova tassa.

    LA GIURISPRUDENZA – «La Corte Costituzionale – afferma l’avv. Antonio Pinto di Confconsumatori – fin dalla sentenza n. 43 del 1964 ad oggi, ha infatti costantemente affermato il principio che la prestazione di imposta deve essere sempre effettivamente collegata al presupposto proprio del tributo, e tale collegamento effettivo deve esistere anche sotto il profilo temporale, sicché non deve essere di regola spezzato nella tassazione retroattiva.

    In tema di tassazione retroattiva il ragionamento della Corte Costituzionale è il seguente: quando una legge modifica retroattivamente una disciplina tributaria esistente, il collegamento effettivo fra capacità contributiva e tassazione può risultare spezzato; il venir meno di tale collegamento deve essere verificato di volta in volta dalla Corte. Dunque la legge tributaria retroattiva di per sé non è incostituzionale, ma toccherà allo Stato provare la legittimità della modifica peggiorativa e la crisi non costituirà di certo giustificazione legittima, anzi rafforzerà le ragioni dei consumatori».

  • Lavoro: per i giovani diminuisce e diventa sempre più precario

    Lavoro: per i giovani diminuisce e diventa sempre più precario

    Una ricerca di Datagiovani, un gruppo di studio nato nel 2010, analizza la situazione del mondo del lavoro per chi ha meno di 30 anni. Le analisi sono il frutto di una elaborazione di Datagiovani sulle rilevazioni trimestrali delle forze lavoro dell’Istat. In particolare sono stati considerati i dati medi delle quattro rilevazioni trimestrali del 2007 e del 2010.

    Il raffronto tra i dati sulle attivazioni di lavoro nel 2007 e nel 2010 sottolineano una volta di più, non solo come la crisi abbia avuto gli effetti negativi più ampi sul mercato del lavoro giovanile, ma anche come esso si stia progressivamente deteriorando, svoltando cioè sempre di più dalla flessibilità alla precarizzazione dei rapporti di lavoro – si legge nel documento – Innanzitutto va evidenziato come i nuovi rapporti di lavoro attivati per giovani con meno di trent’anni nel 2010 siano diminuiti di un quarto rispetto a quanto accadeva prima della crisi”. In pratica parliamo di oltre 180 mila possibilità di lavoro in meno per i giovani.

    “A livello contrattuale, il grosso della flessione ha riguardato proprio la forma più stabile di contratto, ovvero quella di dipendenza a tempo indeterminato – continua il rapporto – In questo caso i nuovi contratti stabili si sono praticamente dimezzati rispetto al 2007, passando da poco meno di 256 mila agli attuali 142 mila (-44%)”.
    Mentre per quanto riguarda i nuovi contratti a termine stipulati nel 2010 sono stati il 14% in meno del 2007 (e tra questi i contratti interinali o in somministrazione sono aumentati).

    “Il risultato di queste tendenze è il progressivo deterioramento delle condizioni contrattuali dei giovani: attualmente, secondo l’Istat, solo un nuovo contratto su 4 stipulato con un giovane Under 30 ha la forma subordinata a tempo indeterminato, mentre era 1 su 3 nel 2007. Cresce di conseguenza il peso dei contratti da dipendenti a termine, che salgono al 56% (erano il 34% nel 2007), ed in particolare i contratti individuali a termine e quelli interinali. Aumenta anche se non di molto l’apprendistato, probabilmente unico dato positivo di questa analisi, auspicando che al termine del percorso di inserimento formativo il rapporto si traduca in una assunzione a tempo indeterminato”.

    Ma emerge anche un altro fattore, tutt’altro che secondario: avere delle esperienze lavorative precedenti sembra influire poco o per niente sulla possibilità di accedere al contratto a tempo indeterminato. Infatti mentre nel 2007 gli Under 30 assunti con nuovi contratti stabili erano il 5% in più rispetto alle prime assunzioni, ora tali valori si sono sostanzialmente allineati attorno al 25% dei nuovi rapporti di lavoro.
    “Le tendenze rilevabili ormai da diversi anni ed appesantite dalla crisi al ricorso da parte delle aziende di contratti flessibili fanno si che la dualità del mercato del lavoro italiano estremamente differente tra giovani ed adulti si riflette sullo stock generale degli occupati: gli Under 30 con un lavoro sono diminuiti di circa 560 mila unità, di cui oltre 370 mila solo tra coloro che avevano un contratto a tempo indeterminato. I contratti a termine, ed in particolare quelli a tempo determinato, sono sì diminuiti ma in termini quasi esigui rispetto al lavoro stabile (si registrano infatti circa 36 mila posizioni in meno tra i contratti individuali a termine)”.

    Inoltre non bisogna dimenticare che anche la durata media dei rapporti di lavoro a termine (dipendenza e collaborazione) si sta riducendo, dai 17 mesi del 2007 ai 15 circa del 2010.
    “Una conferma del fatto che il lavoro a termine non è una fase del passaggio ad un contratto stabile, ma rischia di diventare una condizione a lungo termine viene dal fatto che quasi l’83% dei contratti a tempo indeterminato dei giovani nel 2010 era già in essere anche l’anno precedente, un valore di quasi 4 punti percentuali più elevato del 2007”.

  • Ricerca lavoro: la raccomandazione è ancora decisiva

    Ricerca lavoro: la raccomandazione è ancora decisiva

    Oltre 6 aziende su dieci (61%) hanno fatto ricorso a relazioni dirette o a segnalazioni di conoscenti per reclutare personale. La percentuale nel Mezzogiorno si avvicina alla soglia del 70%.

    Sono i dati che emergono dall’indagine Excelsior 2011 realizzata da Unioncamere e Ministero del Lavoro.
    Le altre strade per accedere al mondo del lavoro sono decisamente indietro. Poco più di 2 imprese su 10 (24%) per assumere vanno a controllare i curriculum. Ma ancor più limitato è l’uso delle altre forme dagli annunci sulla stampa, ai centri per l’impiego.

    La conoscenza personale rimane dunque decisiva a dispetto delle numerose tecnologie offerte dal mondo odierno.

    Ma non si tratta di sole raccomandazioni. Il cosiddetto canale informale infatti si basa in primis sui precedenti rapporti professionali ed in secondo luogo su segnalazioni da parte di conoscenti.

    “Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati – spiega il rapporto – la conoscenza diretta, magari avvenuta nell’ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage e il rapporto di fiducia consolidato diventano premianti per l’assunzione”.

  • Usura in Liguria: un reato che cancella aziende e lavoro

    Usura in Liguria: un reato che cancella aziende e lavoro

    L’usura costringe a chiudere cinquanta aziende al giorno e ha bruciato, nel corso del 2010, almeno 130 mila posti di lavoro. Cifre impressionanti emerse dal rapporto curato da Confesercenti, “No usura day” che, giunto alla seconda edizione, torna a fare il punto su un fenomeno circondato da un silenzio assordante nonostante sia in continua crescita.

    La persistente crisi economica ha reso più difficili le condizioni di vita, la qualità, il potere d’acquisto di cittadini e imprenditori, allargando il bacino potenziale del mercato usurario. E per il futuro le previsioni sono assai cupe. Ormai si parla apertamente di recessione, ne è sicura Confindustria che stima per il 2012 un prodotto interno lordo in calo dell’1,6% e lo teme anche l’Abi. L’associazione bancaria fa una previsione meno negativa – segnalando per l’anno prossimo un pil in diminuzione dello 0,7% – ma la sostanza non cambia.
    In un contesto simile aumentano esponenzialmente le fasce di cittadinanza coinvolte nello stato di impoverimento generale. Lo certifica anche la Banca d’Italia che, nel rapporto sulla stabilità finanziaria del novembre 2011, avverte “Le imprese stanno risentendo dell’indebolimento dell’attività economica. I sondaggi presso le aziende segnalano aspettative di un peggioramento dei livelli di attività e delle condizioni di acceso al credito. Qualora queste aspettative si materializzassero, nel 2012 le condizioni finanziarie potrebbero peggiorare per molte imprese”.
    Commercianti e piccoli imprenditori, già gravati dalla crisi potrebbero subire dunque ulteriori contraccolpi dall’accesso al credito. Mentre l’indebitamento delle imprese ha raggiunto i 180 mila euro, raddoppiando nell’ultimo decennio.

    In Liguria, come nel resto d’Italia, c’è stata una diminuzione drastica delle erogazioni da parte degli istituti bancari sia alle imprese che ai privati – spiega Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova – alcuni istituti sono quasi fermi a causa della forte crisi di liquidità. Ovviamente con la crisi è cambiata anche la qualità dell’indebitamento delle imprese, che mentre prima finanziavano investimenti, adesso finanziano ristrutturazioni del debito e soprattutto liquidità”.

    Anche i fallimenti sono cresciuti vorticosamente: +26,6% nel 2009, + 46% secondo i dati del primo trimestre 2010. A pagare il prezzo più alto è il piccolo commercio – si legge nel dossier di Confesercenti – Nell’ultimo triennio sono infatti 242 mila i commercianti al dettaglio che hanno cessato l’attività a cui bisogna aggiungere oltre 300 mila imprese artigiane.

    A Genova – secondo i dati della camera di Commercio – dopo un 2009 disastroso, che aveva visto crescere il valore complessivo dei mancati pagamenti dell’85% e il numero dei fallimenti del 50%, il 2010 vede il crollo del valore dei protesti (-43%) e un forte rallentamento della corsa dei fallimenti (+ 7,9%). Il dato genovese è ancor più incoraggiante se si pensa che a livello nazionale il valore dei protesti è sceso solo del 17,7% mentre i fallimenti continuano a crescere del 20%. Nei primi 5 mesi del 2011 il valore complessivo dei titoli protestati (assegni, cambiali e tratte) è sceso ancora rispetto allo stesso periodo del 2010, del 27,4%.
    Purtroppo i fallimenti sono tornati a crescere in questo terzo trimestre in modo esponenziale. Nei primi 9 mesi del 2011 a Genova sono stati 112 (nello stesso periodo del 2010 erano 86). 33 sono attività commerciali e 23 le imprese artigiane.

    Tornando al quadro nazionale la forte fase di instabilità economica ha determinato una ripresa incontrollabile del fenomeno usurario. “Oggi i gangli del credito illegale strangolano chiunque: non solo i clienti abituali come i giocatori d’azzardo, famiglie a basso reddito o imprenditori incapaci di gestire complicate situazioni economiche ma anche operai, impiegati e professionisti – scrive Confesercenti –Accanto all’usura strettamente intesa sta infatti emergendo una vasta area di sovraindebitamento che colpisce soprattutto le famiglie di medio reddito”.
    Stimare il mercato dell’usura è un’operazione complicata, perché parliamo di un fenomeno sommerso. È possibile però, in base alle informazioni in possesso di Sos impresa e ai diversi sportelli di aiuti presenti in tutta Italia, indicare il numero dei commercianti coinvolti. Si tratta di almeno 200 mila unità e visto che ciascuno si indebita con più strozzini, le posizioni debitorie sono stimate in oltre 600 mila. Di queste almeno 70 mila sono con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all’usura.
    “Alle aziende coinvolte vano aggiunti gli altri piccoli imprenditori, artigiani soprattutto ma anche dipendenti pubblici, operai e pensionati, facendo giungere ad oltre 600 mila le persone invischiate in patti usurari”.
    La cifra media del prestito iniziale è relativamente bassa, nel 40% dei casi non supera i 5 mila euro, e un altro 39% arriva a 20 mila. “I tassi di interesse oscillano mediamente tra il 120% ed il 240% annui (10-20% mensili) e cresce il capitale richiesto e gli interessi restituiti – si legge nel rapporto – nel complesso il tributo pagato dai commercianti ogni anno, a causa di questa lievitazione, si aggira in non meno di 20 miliardi di euro”. La scelta del ricorso al prestito usurario per molti imprenditori e commercianti si rivela fatale “Nel 30% dei casi determina la fine della propria attività”. E tra le cause della cessazione emerge un sostanzioso 12% di espropri da parte degli usurai.

    Ma qual è la situazione in Liguria?
    Nel documento si segnalano 5700 commercianti coinvolti, il 12% di quelli attivi, per un giro d’affari di circa 600 mila euro. “Ma – avverte Dameri – questi dati vanno trattati con estrema cautela. Parliamo di una stima ricavata dall’incrocio di indicatori statistici. Per essere chiari non esiste un riscontro oggettivo rispetto al fatto che in Liguria ci siano 5700 imprese vittime di usura. Personalmente tutte le volte che – anche a seguito di fatti di cronaca eclatanti come le indagini in Valbisagno o a Certosa – siamo intervenuti sui territori interessati ed abbiamo chiesto ai presidenti di Civ o ai nostri soci storici se erano a conoscenza diretta o indiretta di episodi di usura o estorsione, ci è sempre stato risposto con un netto diniego, senza alcuna esitazione. Ovviamente questo non significa che il fenomeno usura non interessi la Liguria, anzi se incrociamo i dati relativi a protesti, fallimenti, cessazioni di attività e li incrociamo per esempio con i dati relativi alle indagini ed ai procedimenti aperti in tema di usura, emerge un forte rischio per il nostro territorio”.

    Per quanto riguarda i privati cittadini, abbiamo chiesto lumi alla Fondazione antiusura S. Maria del soccorso, l’unico ente del genere presente in Liguria, nata 15 anni fa su iniziativa dell’allora Arcivescovo di Genova, Dionigi Tettamanzi.
    “Noi operiamo soprattutto sul versante della prevenzione dell’usura – spiega il dott. Montani, responsabile della Fondazione – cercando di avvicinare tutte le persone a rischio”. Quindi famiglie in difficoltà e cittadini alle prese con problemi economici.
    “Ma a noi si rivolgono anche persone che ammettono di essere cadute nella rete dell’usura – continua Montani – su circa 1200 – 1300 casi all’anno, 20 sono riferibili all’usura. Siamo sotto al 2% del totale”.
    In situazioni simili la fondazione invita sempre a denunciare e fornisce la necessaria consulenza.
    Fra gli usurati c’è una fascia di stranieri in particolare latino – americani – racconta Montani – Si tratta di una comunità in cui l’usura è presente in misura maggiore rispetto ad altre. È un problema culturale e di mentalità. Può capitare ad esempio di indebitarsi per riuscire ad attuare un ricongiungimento famigliare. Parliamo di un’usura con interessi che si attestano sul 10% al mese”.
    Per fortuna in Liguria, rispetto a 10 anni fa, è aumentata la percezione del pericolo. “Fino a qualche anno fa c’era chi finiva nelle braccia dello strozzino per la comunione del figlio – spiega Montani – Oggi, nonostante il periodo di crisi, registriamo un calo di casi grazie alla maggiore consapevolezza del rischio”.

    Chi sono gli usurai? E soprattutto quanti sono?
    Se nel 2000 le stime parlavano di circa 25 mila prestatori illegali in attività, oggi siamo saliti ad oltre 40 mila. Tra questi si inserisce anche una cosiddetta usura di mafia, ovvero gestita dalla criminalità organizzata che, nell’arco di soli 10 anni, ha ampliato e di molto la sua influenza. Secondo i dati di Sos Impresa le operazioni censite che hanno coinvolto esponenti della criminalità organizzata sono aumentate in tre anni del 52,5%.
    A fronte di questi numeri, il numero delle denunce registrate appare davvero risibile: 375 nel 2008 e 369 nel 2009. Particolarmente indicativo risulta invece l’aumento delle persone denunciate che – secondo il Ministero dell’Interno – nel primo semestre 2010, sono state 640.
    “Il dato indica inequivocabilmente un allargamento del giro usuraio e soprattutto il fatto che l’usura diventa un reato sempre più associativo – scrive Confesercenti – Il 65% degli usurai consuma il reato in concorso con altri, un 25% agisce all’interno di un associazione a delinquere (16%) o mafiosa (9%)”.
    “E se al sud l’usura è il frutto dell’evoluzione di una carriera criminale, nell’Italia centro settentrionale presenta caratteristiche più vicine ad un’attività finanziaria degenerata piuttosto che di un’attività criminale vera e propria”. Ciò non vuol dire che sia meno pericolosa, anzi: “la crescita dei reati associativi, maggiore al nord, è un segnale che conferma come il reato di usura stia sempre più evolvendo verso una dimensione associativa”.
    In Liguria tra 2008 e 2010 si sono svolte 23 operazioni antiusura per un totale di 58 indagati. Anche nella nostra regione si conferma un aumento dei soggetti coinvolti (gli indagati erano 9 nel 2009 a fronte di 5 operazioni, sono diventati 32 nelle 7 operazioni censite nel 2010).

    Se il fenomeno è sommerso gli attori criminali sono personaggi pubblici. Nella maggior parte dei casi si tratta di persone già note all’autorità giudiziaria.
    La figura dell’usuraio classico (di strada, di quartiere, sul posto di lavoro) è destinata ad esaurirsi per lasciare spazio ad un usuraio organizzato, ben collegato agli ambienti professionali e che si avvale di connivenze con professionisti di alto livello – scrive Confesercenti – Un usura dalla faccia pulita i cui attori protagonisti, imprenditori, commercialisti, avvocati, notai, bancari, funzionari ministeriali e statali, conoscono bene, per professione, i meccanismi del credito legale e spesso conoscono perfettamente le condizioni economiche delle proprie vittime”.

    Nella tipologia degli usurai dal volto pulito rientrano innanzitutto le Società di intermediazione o di servizi finanziari “in preoccupante espansione negli ultimi anni, rappresenta una delle più insidiose forme d’illegalità economica perché gioca sulla fiducia che può nutrire una persona bisognosa nei confronti di una struttura apparentemente legale ed impersonale, visibilmente pubblicizzata sui mezzi d’informazione”.
    In Liguria – secondo i dati della Camera di Commercio – sono presenti 108 società che svolgono varie attività creditizie e servizi finanziari, 82 solo a Genova.
    “I prestiti non sono mai di grossa entità e i tassi d’interesse iniziale abbastanza tollerabili, il meccanismo di usura o truffa scatta sul tasso d’interesse che non è mai a scalare, ma fisso o sull’obbligo d’acquisto di un servizio tanto inutile quanto oneroso”.

    Ma forse il fronte più pericoloso, in particolare per Genova, è rappresentato da tutti quei mondi borderline – quelli delle aste giudiziarie e dei tribunali delle esecuzioni, dei compro oro, delle agenzie di scommesse – attorno a cui ruotano personaggi ambigui che maneggiano parecchio denaro. Qui prospera l’humus ideale per l’espansione del prestito a nero.
    Preoccupa ad esempio la fortissima impennata relativa all’apertura di Sale scommesse. Sono già 63 fra Genova e Provincia. Ma non solo. È visibile ad occhio nudo anche l’espansione dei Compro oro, difficilmente quantificabili perché rientrano in una più ampia categoria che comprende oreficerie ed altre attività.

    Occorre infine non dimenticare mai che, a fronte di facili guadagni, si è notevolmente abbassato il rischio di essere denunciati. In pratica l’usura è un reato depenalizzato.
    Il primo dato che salta all’occhio riguarda le persone che denunciano potendo contare sull’assistenza legale, il più delle volte fornita dalle stesse associazioni antiusura presenti sul territorio. Ebbene “solo un 10% dei denuncianti può godere di un’assistenza in grado di garantirlo durante tutto l’iter giudiziario”. Un dato che influenza fortemente l’esito finale della denuncia. Solo nel 9% si arriva, entro due anni, alla chiusura dell’inchiesta e al rinvio a giudizio; nella stragrande maggioranza dei casi (91%) l’indagine si trascina per almeno 4 anni. E di queste un buon 70% vengono archiviate.
    Una percentuale così irrisoria di assistiti è un fallimento della legge 108 che prevedeva una capillare informazione per quanto riguarda l’assistenza alle vittime di usura. Ma la realtà è ben diversa. Le vittime ignorano o ricevono informazioni del tutto errate, un atteggiamento negativo che spesso le spinge a recedere dalla denuncia”.
    Dei casi analizzati solo il 9% produce un rinvio a giudizio entro due anni e ancora meno (5%) una sentenza di primo grado. Il 49% ha un’attesa di due o tre anni per il rinvio a giudizio e ben il 36% attende oltre i 4 anni per giungere ad una sentenza di primo grado.
    Quando l’inchiesta non viene archiviata è la lentezza con cui i processi arrivano alla sentenza a provocare una serie di conseguenze: la caduta in prescrizione del reato per decorrenza dei termini (18%), oppure l’archiviazione (11%). Nel 22% dei casi la sentenza finale è di assoluzione e solo nel 49% il processo si è concluso con una condanna che oscilla fra una pena minima di 8 mesi e una pena massima di oltre 7 anni, ma solo nel caso particolare in cui oltre all’usura sono contestate anche associazione a delinquere di stampo mafioso e altri reati gravi quali l’estorsione i danneggiamenti, minacce e violenze.

     

    Matteo Quadrone

  • Scuola in chiaro: operazione trasparenza del ministero dell’Istruzione

    Scuola in chiaro: operazione trasparenza del ministero dell’Istruzione

    A partire da metà gennaio, in vista delle prossime iscrizioni scolastiche, il Ministero dell’Istruzione con il progetto “Scuola in chiaro”, pubblicherà sul proprio sito web le “carte d’identità” degli Istituti Scolastici.

    Schede sintetiche, relative ai singoli istituti, in cui verranno indicate le principali caratteristiche: dal numero dei docenti, di ruolo e non, al numero delle classi e degli studenti, la presenza e il numero di laboratori, palestre, pc, lavagne interattive multimediali e ogni altra informazione per rendere più consapevole la scelta della scuola, da parte di genitori e studenti.

    Il ministero metterà in rete tutti i dati in proprio possesso ma chiederà ai singoli istituti di mettere a disposizione delle famiglie anche anche i dati sugli esiti degli esami e delle verifiche Invalsi, su assenze, abbandoni e naturalmente il Piano dell’offerta formativa.

    “Il progetto “Scuola in chiaro” – spiega il Miur – è un servizio in più per le famiglie, un’evoluzione del “cerca la scuola” che già attualmente consente agli utenti di rintracciare la scuola più vicina alla propria abitazione”.

    “Il Miur renderà disponibili i dati in possesso del sistema informativo – ha sottolineato il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo – e lascerà alle scuole, nella loro autonomia, l’inserimento di tutti quei dati relativi ai risultati delle valutazioni degli apprendimenti e dell’offerta formativa”.

  • Anziani e computer: i dati sono in continua crescita

    Anziani e computer: i dati sono in continua crescita

    Il sostantivo “vecchio”, insieme ai suoi sinonimi, è un termine che si rischia di dover andare a cercare sul vocabolario, come conferma una ricerca condotta dal Prof. Nadio Delai, esperto di socio-economia, per conto di “Navigare Insieme” di Telecom. Come è evidente, le nuove prospettive di vita hanno spostato molto più avanti la barriera degli “anta”, una specie di soglia oltre la quale si guardava come a qualcosa da mettere in naftalina.

    Del resto, nel Medioevo, la vita media era poco al di sopra dei 40 anni mentre, ai nostri giorni, gli over 60 sono una realtà in crescita, un’età, si potrebbe pensare, per andare in pensione, per fare i nonni, per sedersi in poltrona tra qualche acciacco e tanta nostalgia.

    Niente affatto: la “terza età” non vuole più essere etichettata “anziana” ma solo “matura” : lo prova con mille occupazioni che vanno dalla palestra alle attività ludiche, dalla cultura al volontariato nonché all’informazione che non esita ad acquisire attraverso mezzi tecnologici come il computer.

    Questa consapevolezza, di essere una parte della rappresentanza dinamica della collettività, lo dimostrano il fatto che, lungi dal essere un peso, circa l’85% degli anziani fa vita autonoma e come un “welfare” alternativo o una finanziaria “Onlus” trasferiscono, ai figli o ai nipoti, sostegni dell’ordine di 80 miliardi l’anno.

    Non solo: all’orizzonte di questo mondo “vintage” è sempre più presente la tecnologia con un 12% che ritiene irrinunciabili le spese per internet, un 10% che già si collega al web e un 20% che lo vuole conoscere.

    Usare l’e-mail o Skipe, fare acquisti sul web, eseguire il download di musica o film, è una crescente esigenza per la terza età. Franco Bernabé, presidente di Telecom Italia, ha paragonato l’attuale periodo storico con l’avvento della televisione degli anni 50-60, per l’alfabetizzazione di quella grande fetta di popolazione a cui era stata preclusa la scolarizzazione più elementare.

    Questo input è supportato dai dati, relativi agli ultimi 12 mesi, che possono essere sintetizzati con un aumento dal 39.9% al 44.4% di registrazioni in rete da parte di over 60, legate alle più disparate esigenze: mail (il 70.1%), consultazione di articoli (47.7%), controllo di conti bancari (40% circa), salute (27.5%), Skype (17.1%), acquisto di prodotti on-line (12.7%), Facebook o altri social network (10%), download di musica e film (7.9%), radio o tv su Internet (7.4%), creazione di un blog personale (3.5%), partecipazione ad una chat (1.2%).

    Telecom ha anche proposto un piano, realizzato in collaborazione con Informatici Senza Frontiere, Auser e Confagricoltura pensionati, che muoverà i suoi primi passi all’inizio del 2012 e che coinvolgerà 12 città italiane (Genova non è fra le 12), si chiamerà “NavigareInsieme“.

    In quest’anno proclamato dalla Commissione europea  dell’ “Invecchiamento attivo” e in tempi in cui si sente parlare di pensionati solo in termini di “costo”, è un atto dovuto incominciare a guardare nella direzione “risorsa” che già, oggi, fa sentire il suo peso sintetizzabile con un esempio per tutti: la partecipazione ad associazioni di volontariato viene sostenuta per il 36,8% da persone con un’età superiore ai 54 anni.

    Riportiamo uno stralcio della “Lettera agli anziani” di Giovanni Paolo II (1999): “Possa la società valorizzare l’anziano che.. sono stimati biblioteche viventi di saggezza, custodi di un patrimonio inestimabile di testimonianze umane e spirituali”.

    Adriana Morando

  • Liberalizzazioni: secondo la Cgia sono state un flop

    Liberalizzazioni: secondo la Cgia sono state un flop

    Le liberalizzazioni  hanno portato pochi vantaggi nelle tasche dei consumatori italiani”, è l’amaro bilancio del segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, che con il suo Ufficio studi ha preso in esame l’andamento delle tariffe o dei prezzi di 11 beni e servizi che sono stati liberalizzati negli ultimi 20 anni.

    Oggi con il governo Monti si torna a parlare di possibili liberalizzazioni, ma l’associazione degli artigiani di Mestre chiede una profonda riflessione e un attento monitoraggio di quei settori che prossimamente saranno interessati da processi di deregolamentazione.

    Il tentativo di riforma dell’allora governo Prodi nel 2006, il famoso decreto Bersani, carico di aspettative, si è rivelato infatti fallimentare e non ha portato alcun vantaggio per le tasche dei cittadini.

    Anzi  “I prezzi o le tariffe sono cresciute con buona pace di chi sosteneva che un mercato più concorrenziale avrebbe favorito il consumatore finale – aggiunge Bortolussi – Purtroppo, in molti settori si è passati da una situazione di monopolio pubblico a vere e proprie oligarchie controllate dai privati”. In altri termini nessuno ha vigilato affinché le riforme conseguissero davvero i risultati tanto attesi.

    Il settore  delle assicurazioni ha registrato il conto più salato. Dal 1994 ha visto lievitare i prezzi dell’184,1%, contro un incremento dell’inflazione del +43,3% (in pratica le assicurazioni sono cresciute 4,2 volte in più rispetto al costo della vita).

    Pessime notizie anche sul fronte dei servizi bancari e finanziari (costo dei conti correnti, dei bancomat, commissioni varie, etc.). Nonostante uno dei due decreti Bersani avesse introdotto novità come la possibilità di “portare” un mutuo da una banca all’altra – secondo i dati della CGIA di Mestre – nello stesso periodo i costi per i correntisti sono aumentati mediamente del +109,2%, avendo, in questo caso, un aumento maggiore di 2,5 volte rispetto all’inflazione).

    L’unica eccezione è rappresentata da medicinali e tariffe dei servizi telefonici. Grazie alla liberalizzazione, nei rispettivi settori, si è registrato un calo dei prezzi: per i primi è stato dal 1995 ad oggi del 10,9% e per le seconde, tra il 1998 e il 2011, del 15,7%. Forse si tratta dei soli settori in cui davvero si è entrati in un regime di concorrenza.

    “Occorre vigilare perché – conclude il segretario della CGIA – non vorremmo che tra qualche anno molti prezzi e tariffe, che prima dei processi di  liberalizzazione erano controllati o comunque tenuti artificiosamente sotto controllo, registrassero aumenti esponenziali con forti ricadute negative per le tasche dei consumatori italiani”.

     

    Matteo Quadrone

  • Couponing mania: milioni di utenti e milioni di euro

    Couponing mania: milioni di utenti e milioni di euro

    Ecco la notizia emblematica, la notizia che fotografa una civiltà legata visceralmente al consumo e al possesso, una società che ha imparato a vivere acquistando e ad acquistare non rinuncia, in barba alla recessione economica.

    In un anno e mezzo dal lancio in Italia i siti di couponing hanno letteralmente sbancato, un successo clamoroso con milioni e milioni di utenti iscritti e assidui frequentatori. Si tratta di siti web che propongono un nuovo business, fatto di offerte e prezzi stracciati, basta che a presentare l’offerta ci sia un numero minimo di persone… se ciò avviene gli utenti che hanno presentato l’offerta si aggiudicheranno un servizio, un oggetto, una vacanza a metà prezzo rispetto ad un acquisto “normale”.

    Groupon, Groupalia, Letsbonus (in quest’ordine) guidano la pattuglia del couponing seguiti da una ventina di nuovi siti.

    I dati Nielsen degli iscritti alle newsletter parlano chiaro: 3 milioni per Groupalia (dove l’Italia è addirittura indicata come “mercato leader”), 2 milioni per Letsbonus, mentre Groupon, il colosso americano fondato nel 2008, divulga solo dati ‘mondo’ essendo quotato in borsa (142 milioni di utenti).

    Tutti e tre funzionano con agenti di vendita operanti nelle città che offrono ai negozi la possibilità di vendere sul sito di couponing, i siti guadagnano con le commissioni sul venduto – variabili secondo il settore, dal 20 al 40%.

    E il numero di alberghi, i ristoranti e centri servizi che chiedono di entrare nel sistema couponing è in continua crescita.

    Andrea Gualtieri, Country Manager di Groupalia, racconta alcune  curiosità del settore: “Ci sono vere e proprie hit. Oggi abbiamo messo sulla pagina di Milano la Monticello spa, tra le più note: 2500 coupon a 36 euro a coppia sono stati acquistati in mezza giornata, mentre a Torino c’é una pizzeria, Lentinìs, che credo sia record di couponing, 15-16 mila pizze. Seguendo con attenzione questo sistema di acquisto si scoprono molti trend sociali”. Il fatturato previsto di Groupalia? “100 milioni di euro, quest’anno chiudiamo a 40 mila“.

  • Immigrazione ed emigrazione: i dati che non ti aspetti

    Immigrazione ed emigrazione: i dati che non ti aspetti

    EmigrazioneSecondo i dati Istat del gennaio 2011 il numero degli immigrati in Italia è pari a 4.570.317, il 7,5% della popolazione totale. Una cifra sicuramente identificativa del cambiamento epocale  a cui tessuti urbani come il nostro stanno andando incontro.

    In quel filo sottile fra cronaca e propaganda, la parola “immigrazione” oggi assume spesso i contorni del “problema da risolvere” aprendo dibattiti su temi come sicurezza, delinquenza e criminalità.  Nuovi flussi di persone che arrivano nel nostro Paese, uomini e donne in cerca di fortuna che pagano fior di quattrini per attraversare il Mediterraneo e raggiungere le coste italiane su imbarcazioni di fortuna. Ma sarebbe un grave errore “ridurre” il concetto di migrazione solo ed esclusivamente a questo.

    L’enciclopedia Treccani ci aiuta nella nostra riflessione: la migrazione è “spostamento di una porzione di popolazione dal proprio luogo originario verso un altro”. Quindi i fenomeni di migrazione sono vari e multiformi e non identificabili esclusivamente come fuga da luoghi difficili. Facciamo un passo indietro e proviamo allora a considerare il motivo dello spostamento semplicemente come una “ricerca di opportunità”, qualunque siano le condizioni da cui si parte.

    Ed ecco che vien naturale analizzare il fenomeno inverso: ora che sappiamo quante persone hanno raggiunto l’Italia, quanti Italiani sono emigrati e hanno lasciato il Bel Paese per “ricercare opportunità”?

    Ebbene, il numero delle persone emigrate dall’Italia al 2011 si aggira intorno ai 4 milioni… Come? Vuoi dire che il numero di immigrati e il numero di emigrati in Italia praticamente si equivale? Esatto, l’emigrazione è un fenomeno che colpisce l’Italia fin dalla fine dell’Ottocento e, in questi anni di crisi economica, dal 2008 ad oggi, si registra un aumento continuo.

    Se quattro anni fa erano circa 3 milioni gli Italiani residenti all’estero, oggi , secondo i dati Istat, sono più di 4 milioni , esattamente 4.115. 235, circa  il 7%  della popolazione. Secondo il “Rapporto Italiani nel Mondo 2011” realizzato dalla Fondazione Migrantes, il 55, 3% degli emigrati italiani sono rimasti in Europa, il 39,3% si sono spostati in America poi segue l’Oceania con il 3,2%, l’Africa con 1,3% e l’Asia con lo 0,9%.

    Ecco che improvvisamente la parola “immigrazione” sveste i panni del problema per indossare quelli della risorsa imprescindibile per il futuro della nazione. La ricetta per rilanciare l’Italia non può che passare attraverso piani e strategie per attirare immigrati, offrire loro quelle “opportunità” di cui sopra. Se l’offerta è pari a zero, anche il flusso migratorio rispecchierà questo dato, ma non come numero di persone, bensì in termini di “aspettative”. A puntare l’Italia saranno uomini e donne con aspettative di vita basse, allineate all’offerta del paese ospitante. E non si tratta di un giudizio personale, ma di logica.

    Per comprendere meglio perché abbiamo bisogno di forze nuove, analizziamo i dati riguardanti l’indice di natalità nella nostra Genova. Dal 1985 al 2011 gli abitanti liguri registrano un calo di 146.533 unità, pari all’8,3%. A  Genova la percentuale cresce (meno 12,9%) e il tasso naturale di crescita si attesta su un meno 5,9%. Se, poi, prendiamo in esame le fasce di età vediamo come l’ 11.4% della popolazione, con un età compresa tra 0 e 14 anni, strida con il 61.8% di quelli tra i 15 e i 64 anni, il 26.8% di 65enni, il 6.8% degli over 80. Occorre attirare persone straniere, creare le condizioni favorevoli per un’immigrazione diversificata e eterogenea.

    Gabriele Serpe – Elisabetta Cantalini

     

    ITALIA. Cittadini italiani residenti in Italia e all’estero (2006-2011)

                  AIRE              Donne (v.a.)          Donne (%)          Residenti in Italia           Incidenza Aire

    2006      3.106.251          1.435.150                   46,2                        58.711.372                            5,3

    2007      3.568.532          1.678.862                   47,0                        59.131.287                            6,0

    2008      3.734.428          1.774.677                   47,5                        59.619.290                            6,3

    2009      3.915.767          1.864.120                   47,6                        60.045.068                            6,5

    2010      4.028.370          1.919.547                   47,7                        60.340.328                            6,7

    2011      4.115.235          1.967.563                   47,8                        60.626.444                            6,8

    FONTE: Rapporto Italiani nel Mondo. Elaborazioni su dati Aire e Istat

  • Droghe, la cocaina è la sostanza più consumata in Europa

    Droghe, la cocaina è la sostanza più consumata in Europa

    L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (Oedt) di Lisbona, in occasione della presentazione della Relazione annuale 2011, avvenuta il 15 novembre, ha stabilito come la cocaina sia la sostanza stimolante illecita consumata più di frequente in Europa.

    Secondo l’Osservatorio, sono 14,5 milioni gli europei tra i 15-64 anni di eta’ che hanno provato almeno una volta la cocaina.

    Ma su questo fronte emerge anche un dato positivo. Secondo la Relazione infatti, arrivano segnali positivi di riduzione dei consumi da quattro dei cinque paesi con i piu’ alti livelli di consumo (Danimarca, Spagna, Italia e Regno Unito). Secondo il rapporto, in questi paesi si registra “un certo calo nel consumo di cocaina nell’ultimo anno tra i giovani adulti (15-34 anni), che rispecchia la tendenza osservata in Canada e negli Stati Uniti”.

    A dissuadere dal consumo, specifica la relazione, anche “l’onere finanziario associato al consumo regolare” che la rende “meno attraente nei paesi in cui l’austerita’ e’ all’ordine del giorno”, con un prezzo medio al dettaglio che nella maggior parte dei paesi dell’Ue “oscilla tra 50 e 80 euro al grammo”. Sul versante delle dipendenze, invece, circa il 17% dei tossicodipendenti che iniziano un trattamento riferiscono la cocaina quale principale droga problematica, mentre vengono segnalati circa 1.000 decessi all’anno correlati alla cocaina.

    Consumo spesso associato al forte consumo episodico di alcol (“binge drinking”). “Studi recenti – spiega la relazione – hanno riscontrato che piu’ della meta’ dei cocainomani in terapia erano anche dipendenti dall’alcol”.