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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • Notiziario politico, gennaio 2014: quanto conta quel che non accade

    Notiziario politico, gennaio 2014: quanto conta quel che non accade

    Palazzo ChigiIn questo albore di 2014, è doveroso aprire qualunque riflessione politica partendo dalla notizia della Lega Nord che attacca il ministro Kyenge: nella maggioranza è tutto un grido di dolore per il “razzismo strisciante”. Strano, le camicie verdi sembravano così aperte e tolleranti. E proprio non era mai successo in tutta la storia dell’uomo che in tempi di crisi a qualcuno venisse la bella idea di prendersela con gli stranieri.

    Ma veniamo alle questioni che pesano davvero: nei palazzi che contano, tanto per cambiare, si parla di legge elettorale. E tanto per cambiare Renzi pensa di parlarne un po’ con Berlusconi. I primi amori – si sa – non si dimenticano facilmente. Questa volta i due sarebbero già d’accordo sul merito della questione: puntare sul “modello spagnolo”, un proporzionale che in Spagna sembra abbia avuto spesso “esiti maggioritari”. In questo modo si raggiungerebbe lo scopo, da una parte, di “accontentare” la Consulta, che ha bocciato il Porcellum proprio per l’abnorme premio di maggioranza; e si otterrebbe anche, dall’altra parte, la tanto sospirata “governabilità”: una maggioranza di governo che per cinque anni può fare quello che vuole.

    È stato questo l’obiettivo politico di tutta questa gloriosa seconda repubblica, la quale – vivaddio! – ci ha già regalato un’intera legislatura sotto la guida di Berlusconi (2001-2006), ma ha ancora da farsi perdonare il fatto di non aver potuto impedire che il Cavaliere venisse disarcionato anzi tempo per ben due volte (1996 e 2011). E dunque – non v’è dubbio – la strada giusta è quella che stiamo seguendo da più di vent’anni: esecutivi forti, governi lunghi, opposizioni “costruttive”, possibilmente remissive, pochi parlamentari, possibilmente anche poco interessati, e tutto questo per fare più in fretta quello che già facciamo male (in barba al fatto che – guarda un po’… – quando si andava piano, si andava sano ma lontano).

    Restiamo su Renzi, è lui il protagonista di questo gennaio 2014. Il neo-segretario PD è impegnato anche su un altro fronte: quello della riforma del lavoro, con il mitico “jobs act”. Nell’attesa di capire cosa questo dovrebbe essere nelle intenzioni manifeste (ma soprattutto, nel passaggio dal dire al fare, cosa può facilmente diventare in altre intenzioni un po’ meno manifestabili…), mi limito ad osservare quello che insegnava il Manzoni: se per spiegarti una cosa non usano la tua lingua, ma un qualche “latinorum”, sta sicuro che cercano di fregarti.

    Ma in effetti Renzi non è Renzo: il personaggio dei Promessi Sposi era l’oppresso, la cui diffidenza si acuiva per via delle “circostanze” (cioè perché si cercava di sbarrargli la via all’alcova nuziale – segno che talvolta un po’ di sano “desiderio” serve anche ad aguzzare l’ingegno…); Renzi, invece, è quello che gli oppressi li dovrebbe difendere. Il problema è che questi cocciutamente si ostinano a non riconoscere che «l’Italia e l’Europa non sono state distrutte dal liberismo; al contrario il liberismo è un concetto di sinistra» (intervista al Foglio, giugno 2012). Ma adesso tutto cambierà: il liberismo sbarca a sinistra. Capito, la novità? Dopo vent’anni di profitti che calano e salari che crescono all’impazzata (come tutti sanno e come si vede bene, ad esempio, da qui) una rottura ci voleva proprio! Come diceva Guzzanti, il liberismo ha fallito in tutto il mondo, ma in Italia vogliamo dargli un’altra possibilità.

    Cosa mi sto dimenticando? Ah si! Una cosa mai vista: spese pazze nelle regioni! Pare, infatti, che la magistratura abbia accertato un fatto di cui in Italia nessuno sospettava l’esistenza: i consiglieri ragionali farebbero passare come spese di rappresentanza le spese personali. L’indignazione popolare ha colmato la misura quando si è saputo che una consigliera si è fatta rimborsare l’acquisto di un paio di mutandine! Ma ora fortunatamente lo scandalo è venuto a galla, grazie anche all’implacabile lavoro della stampa italiana, che restituisce sempre ai cittadini le notizie di cui davvero essi hanno bisogno! Possiamo sperare così, che messi al gabbio questi proci e fermato il loro gozzoviglio, cessino quegli sperperi che notoriamente sono la sola e inequivocabile causa dell’attuale crisi…

     

    Andrea Giannini

  • Un paese in preda alla frustrazione: l’Italia delle “due destre”

    Un paese in preda alla frustrazione: l’Italia delle “due destre”

    ParlamentoL’ultimo editoriale di Roberto Napoletano, direttore del Il Sole 24 Ore, è la quintessenza di quello a cui si è ridotto il mondo dell’informazione. L’articolo prende spunto da un precedente invito rivolto a Letta di vincolare «in modo automatico le risorse derivanti da una buona spending review e dalla lotta all’evasione a favore della riduzione del cuneo fiscale». Roba già vista, si capisce. Le richieste/appelli alla classe politica sono un genere letterario molto in voga (sempre rigorosamente declinato al congiuntivo: “si faccia”, “si provveda”, “si pensi”) e quasi sempre battono su una nota fissa: ridurre gli sprechi del sistema per alleggerire il peso delle tasse.

    Tuttavia, nel caso in questione, l’attenzione viene catturata dai toni accorati della lamentatio. Ricorrono espressioni come: “coraggio”, “senso di responsabilità”, “segnali forti”, “cuore profondo del paese” (che “non cessa di battere”), “impegno”, “speranza”, “sogno”, “fiducia contagiosa”, “restare inerti” e un “Paese” che deve “respirare aria pulita” per non “morire di smog”. Se questi accenti non vi suonano nuovi, non è un caso:  slanci epico-moralisti come quelli del buon direttore Napoletano ritornano assai di frequente nei discorsi dei commentatori più “qualificati”. E se le analisi economiche, che si suppone debbano essere il più possibile oggettive e circostanziate, finiscono per assumere contorni poetici a metà tra una canzone di Raf e un sonetto del Foscolo,  forse è il segno che c’è qualcosa che non va.

    In realtà questa è la dimostrazione che l’analisi propagandata è fallimentare. Quando i risultati non tornano e non si vuole ammettere che la “cosa giusta” non è poi così giusta, è lì che si comincia a parlare delle persone: si inneggia agli eroi e si demonizzano i cattivi.

    L’idea che dobbiamo fare i compiti a casa, sistemare le inefficienze e tagliare gli sprechi, in modo da recuperare le risorse per ripartire, sembra molto sensata: eppure, da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta, continua a non funzionare. Non si può che pensare, dunque, che la colpa sia tutta di una classe politica marcia e corrotta fin dalle fondamenta. Il che però espone a non pochi problemi: non solo per riparare a una degenerazione di queste proporzioni occorrerebbero riforme profondissime, e soprattutto lunghissime; ma è evidente che queste riforme, che dovrebbero restituirci una classe politica nuova e pulita, non possono essere affidate alla stessa classe politica vecchia e putrefacente.

    Ecco perché il fallimento a cui questa analisi ci consegna è il vero promotore dei fenomeni di protesta. Infatti dal movimento cinque stelle al movimento dei forconi non si fa altro che raccogliere il messaggio, che è negli stessi commentatori politici più ortodossi, per cui la politica non è in grado di fare la cosa giusta: e quindi se ne deduce che bisogna mandare “tutti a casa”. Oppure, se di Grillo non ci si fida perché “è solo protesta” e “sa dire solo no”, allora si finisce per scadere nel pregiudizio mediterraneo-razziale (è il popolo italiano che è geneticamente incapace di esprimere una buona classe dirigente) o nel pessimismo cosmico (è la società corrotta, le risorse che finiscono, il consumismo, eccetera).

    Queste posizioni, però, da quella “autorevole” di Roberto Napoletano a quella meno meditata dell’ultimo manifestante, sono accomunate tutte dal medesimo stato d’animo: una frustrazione assoluta, che lascia impotenti e sconcertati di fronte a una crisi che non presta il fianco a soluzioni. Non c’è redenzione: solo delusione e rabbia; o nel migliore dei casi una lunga attesa, finché la natura non si sarà sfogata e la notte non cederà il passo al giorno.

    Possiamo credere questo, abbandonandoci anche noi alla consolazione letteraria; oppure possiamo credere che la società e l’economia non sono regolate da leggi astrali, ma dipendono dall’uomo e dalle sue scelte: e se non funzionano, forse è perché sono semplicemente male organizzate. Forse  l’assetto distributivo scelto non è quello più efficiente. Forse potrebbe essere utile ripensare la nostra analisi, per vedere se non abbiamo trascurato qualche elemento significativo.

    Spiace tornare sempre sul medesimo punto. Ma nel chiudere quest’anno e nell’augurare a tutti buone feste, vorrei congedarmi dai miei lettori dimostrando che, se nella ricostruzione della crisi accettiamo finalmente di considerare il ruolo della moneta unica, ci accorgiamo che tutto improvvisamente cessa di essere oscuro, pesante e incomprensibile: ogni cosa appare chiara, i pezzi del puzzle si incastrano e anche i problemi politici, anziché essere negati, trovano una spiegazione soddisfacente.

    Nelle discussioni che precedettero l’entrata dell’Italia nello SME (sistema di cambi fissi, ma aggiustabili, antesignano dell’euro) la politica offriva un panorama più variegato. Erano contrari all’adesione, ad esempio, i comunisti, tra i quali militava Napolitano: che non è solo un quasi omonimo del direttore del Il Sole 24 Ore, ma è proprio l’attuale Presidente della Repubblica; e che all’epoca aveva una visione molto lucida di come questa scelta implicasse accodarsi agli interessi dei paesi forti e spostare la redistribuzione dal lavoro al capitale.

    Fallito l’esperimento dello SME, negli anni ’90 una nuova sinistra ormai orfana dell’Unione Sovietica, anziché compiacersi della lungimiranza con cui aveva previsto le cose, decideva (per ragioni che interesseranno gli storici) di sposare il progetto eurista: e in quel momento rinunciava definitivamente alla propria identità politica. Napolitano aveva ragione: difendere un sistema di cambi fissi significa difendere un assetto che salva il potere d’acquisto della moneta contro quello del lavoro; significa che, in caso di shock, non potendo svalutare la moneta, l’onere del raggiustamento si scarica sui salari. Questo contesto penalizzante per i lavoratori evidentemente non permette politiche a favore del lavoro: e una forza di sinistra che non può fare politiche per il lavoro diventa uguale alla destra.

    Così è stato. In Italia non abbiamo più avuto una destra e una sinistra, ma di fatto due destre: due forze politiche che sono sempre state d’accordo su tutto e che si sono divise solo su Berlusconi. E così è nato l’equivoco che destra e sinistra non esistessero più.

    Sotto la ricetta sicura del liberismo europeo e con i funzionari di Bruxelles in fregola per il nostro debito pubblico che calava, la classe politica ha smesso di confrontarsi sui temi e si è data al puro “mestiere”: carrierismo nella migliore delle ipotesi, affarismo nella peggiore. La corruzione evidentemente non è diminuita: al contrario si è alimentata di un sistema in cui politici buoni e politici cattivi, non facendo nulla, sono di fatto indistinguibili. Ed essendo impossibile selezionarli, il potere e il prestigio personale sono diventati l’unica ragione.

    Anche oggi la classe politica nazionale è ridotta a puro orpello: non può alzare le tasse per non deprimere ancor di più i consumi e aizzare il malcontento; non può abbassarle altrimenti arriva Oli Rehn ad ammonire; e non può fare spesa a debito, perché abbiamo preso impegni precisi. Ma se un governo non può fare qualcosa in materia fiscale, che è il senso stesso della sua autorità, allora non può fare niente. L’immobilismo a cui assistiamo, dunque, non è un problema di indolenza: è un problema di sovranità.

    Così è per tutto il resto: declino della produttività, riforme non fatte, problemi che erano e problemi che resteranno. Ogni cosa trova il suo posto, se si accende la luce di una moneta unica che non può funzionare. Anche la difficoltà di accettare una discussione sul tema si spiega con l’egemonia culturale della sinistra, che avendo mischiato “euro” con “Europa” e internazionalismo, ha lasciato passare l’idea che avere una valuta comunitaria sia qualcosa di intrinsecamente buono.

    Ovviamente ciò non significa che prima vivessimo nell’età dell’oro, o che vi finiremmo automaticamente qualora uscissimo. Significa solo che oggi abbiamo due strade: da una parte i lamenti funebri dei giornalisti, l’inattività della politica e proteste sempre più disperate e pericolose; dall’altra la fine di un tabù: accettare di parlare della moneta unica, senza partire dal presupposto che sia intoccabile, per ammettere l’impatto largamente negativo sui mali storici del paese. Può darsi che la politica, vedendo dove si sta muovendo l’opinione pubblica, sia indotta a prendere il coraggio a due mani e a fare una scelta coraggiosa nell’anno che verrà.

     

    Andrea Giannini

  • Matteo Renzi è un equivoco: la sinistra verso il definitivo tracollo?

    Matteo Renzi è un equivoco: la sinistra verso il definitivo tracollo?

    matteo-renziE così finalmente il predestinato è stato scelto. Come Frodo nel Signore degli Anelli o Neo in Matrix anche Matteo Renzi ha compiuto la profezia. Solo un anno fa questo giovane virgulto della politica italiana veniva sonoramente sconfitto alle primarie che incoronavano Bersani segretario: ma poi lo “smacchiatore di giaguari” perdeva le elezioni e usciva di scena. Da allora è stato tutto un coro di prefiche che ripetono all’unisono: “Renzi! matteo-renziRenzi! Renzi! Ah, ci fosse stato Renzi…!”. Niente è apparso più scontato ed evidente, nei discorsi degli intenditori, del potere taumaturgico del giovane Matteo, capace di prendere un partito alla deriva e portarlo a vittoria certa. Non c’è stato talk-show o trasmissione di approfondimento che non si sia interrogato sulle mosse del mitico “rottamatore”: cosa pensa? cosa farà? vuole il voto? Insomma, il nostro ha rubato la scena a tutti, ricevendo anche l’onore di una riuscitissima parodia firmata Maurizio Crozza.

    Matteo Renzi doveva essere il segretario del PD: e così è stato

    Con quasi 3 milioni di votanti (600.000 in più di quelli che andarono ad incoronare Bersani segretario) e il 68% delle preferenze, il sindaco di Firenze ha a dir poco surclassato i più dimessi Cuperlo (18%) e Civati (14%), relegati al ruolo di semplici sparring partner. Non siamo ancora ai fasti di Walter Veltroni, che nel 2007 prese oltre il 75% su 3 milioni e mezzo di votanti, ma è indubbio che l’incessante battage mediatico e il “tormentone Renzi” abbiano alla fine prodotto il risultato di convincere i più ad abbondare ogni perplessità, confermando un’investitura netta e carismatica.

     

    E’ l’inizio della riscossa per il PD? C’è da dubitarne

    L’esito inequivocabile delle primarie deve essere confrontato con un altro risultato non altrettanto plebiscitario: il voto nei circoli del partito, dove qualche settimana fa Renzi aveva strappato “appena” il 46%, contro il 38% di Cuperlo. Il dato è molto significativo, perché dimostra che la “base” non è saltata in massa sul treno del vincitore, nonostante il rischio di rimanere fuori, a livello locale, dalla redistribuzione di incarichi e prebende  di cui beneficeranno i renziani. Ciò dimostra che dentro il partito la linea del sindaco di Firenze  non gode di un appeal assoluto. Il risultato delle primarie dipende dal fatto che esse si rivolgono a un pubblico di simpatizzanti molto più ampio: per cui le ragioni di questo grande consenso vanno ricercate al di là del PD. E il fatto è che Matteo Renzi incarna un grosso equivoco di fondo.

    L’opinione pubblica italiana, nella sua linea mediana, è dominata dal luogo comune che la strategia da seguire sia facile: gente nuova e fresca, cose concrete, niente ideologia, meno tasse, meno politica e “riforme”. Non è questione di destra o di sinistra: l’importante è mandare a casa la vecchia classe dirigente (giusto per dare una scossa, un po’ come le squadre di calcio quando cambiano allenatore); poi bisogna abbassare le imposte su famiglie e imprese e ridurre i costi della politica, senza dimenticare – si capisce – le fantomatiche “riforme strutturali”. Questa semplice ricetta si adatta un po’ a tutto l’arco parlamentare: va bene alla destra di Berlusconi, va bene al centro di Casini e Monti, e va bene persino al M5S. È trasversale anche nell’elettorato, incontrando convinti sostenitori un po’ fra tutte le classi sociali: dai più deboli, che sfogano le loro frustrazioni contro i politicanti, ai poteri forti, che guardano con favore al subliminale messaggio liberista.

    La grande capacità di Renzi è stata quella di preoccuparsi solo di rincorrere questi luoghi comuni, senza cura della tradizione storica del suo partito. Il suo messaggio è stato così sufficientemente vago, ma nel contempo sufficientemente semplice, da riscuotere un consenso pressoché generale: e l’assoluta mancanza di alternative ha fatto il resto. Oggi tutti sono convinti che questo sia il futuro, che il partito possa diventare finalmente concreto, giovane e moderno.

    Purtroppo si tratta di una visione tremendamente anacronistica. L’idea che la sinistra debba liberarsi dell’ideologia e, in sostanza, assomigliare alla destra andava di moda a metà degli anni ’90: ma che qualcuno ne parli ancora oggi come di una visione progressista è un equivoco stupefacente; perché le cose stanno all’esatto contrario.

    A settembre avevo esordito su questa rubrica con un lungo post introduttivo, dove avevo cercato di spiegare che i tempi sono maturi piuttosto per una politica economica espansiva centrata sulla spesa pubblica e sul recupero del potere d’acquisto delle classi lavoratrici. Adesso quell’analisi mi torna utile per dimostrare che affidandosi a Renzi la sinistra italiana non solo si allontana definitivamente dalla sua vocazione naturale, ma, credendo di puntare sul cavallo vincente, rischia di andare incontro al definitivo tracollo.

    Per convincersene non serve un grande sforzo. E’ sufficiente porsi una semplice domanda: in che modo la politica di Renzi è diversa da quella di Letta? I commentatori trovano degno di nota il fatto che il giovane neo-segretario del PD sia estraneo tanto alla tradizione ex-comunista quanto a quella ex-democristiana. Ma a parte le tessere possedute in passato, l’anagrafe e forse una certa spregiudicatezza si fa fatica a trovare una differenza sostanziale. Se, ad esempio, si andasse al voto con una nuova legge elettorale e Renzi cogliesse quel trionfo che tutti pronosticano, dopo cosa cambierebbe? A parte forse la questione IMU oggi Letta e Alfano vanno piuttosto d’accordo: e non è chiaro cosa farebbe di diverso il sindaco di Firenze, se fosse al loro posto.

    La realtà è che Renzi non ha alcuna visione alternativa rispetto a Letta o a Monti. La diagnosi è sempre la stessa, e purtroppo è drammaticamente sbagliata: ragion per cui la terapia non guarirà nessuno, anche se cambierà chi ce la somministra. Il rottamatore è solo un politico ambizioso che ha vinto una guerra di potere intestina grazie all’appoggio decisivo di un certo establishment, sempre pronto a presentare qualcuno di diverso perché nulla cambi.

     

    Andrea Giannini

  • Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Beppe GrilloIl referendum sull’euro riproposto da Grillo nel V-day di domenica sta diventando un tema rilevante per l’opinione pubblica. Ovviamente le analisi che circolano sono ancora drammaticamente campate in aria, senza alcun riferimento scientifico e ostaggio di impressioni soggettive. Basti citare a titolo di esempio l’editoriale del Prof. Sartori sul Corriere della Sera: un mix improbabile di generiche questioni europee (globalizzazione, immigrazione, Economia, finanzefederalismo, lingua) e qualche problema italiano (disoccupazione, debito pubblico e pure “processi lenti”…) da cui viene dedotto che un’uscita “dall’Europa” (che poi sarebbe dall’euro) non è “raccomandabile”.

    Tuttavia è positivo che l’argomento diventi materia di dibattito: e questo è senza dubbio il merito principale della proposta avanzata da Grillo. Che poi una proposta vera e propria non è. L’idea di  una consultazione sull’euro, infatti, è prima di tutto una mossa politica. Osserviamola, dunque, sulla base di un criterio di opportunità.

    Buttando sul piatto il tema di un referendum, piuttosto che la promessa elettorale di un’uscita, Grillo ottiene innanzitutto l’obiettivo di non spaccare la base. Non c’è bisogno di dividersi tra “euro-convinti” ed “euro-scettici”: l’istituto referendario è coerente con il principio ispiratore del M5S secondo cui il cittadino va coinvolto direttamente nel processo decisionale; e questo basta a sopire qualsiasi discussione interna.

    Oltre a ciò abbiamo un secondo risultato: nel panorama politico Grillo si attesta su una posizione alternativa e progressista, ma tutto sommato sicura. Infatti, se le cose per l’euro andranno bene, lui potrà sempre dire di aver solo cercato la legittimazione di un voto democratico; e se le cose invece andranno male, passerà per quello che “lo aveva detto”.

    Terzo punto rilevante: il referendum non si farà mai. Articolo 75 della Costituzione, comma 2: «Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, […] di autorizzazione a ratificare trattati internazionali». E’ dunque pressoché impossibile ipotizzare che la Corte Costituzionale sia indotta a privilegiare un orientamento elastico, tale da giudicare ammissibile un quesito referendario su un tema tanto delicato. Si potrebbe chiedere una deroga per un referendum consultivo (comunque non vincolante e puramente indicativo) sul tipo di quello del 1989: ma serve una modifica costituzionale, che Grillo non ha i voti per ottenere. Il che conferma l’impressione che – in fin dei conti – sia tutto un bluff, una mossa furbesca per gettare le responsabilità addosso agli altri partiti.

     

    Movimento 5 Stelle: cercasi identità

    Morale: siamo alle solite. La strategia imposta da Grillo al movimento non cambia: raccattare voti dove si può. Massimo risultato, minimo sforzo. Non c’è alcun tentativo di imprimere una svolta programmatica basata sulla coerenza ideologica. Il movimento non ha un’anima, non ha una collocazione, non ha una vocazione: è solo una collezione di errori di altri da non ripetere, un manifesto contro il lobbismo e la cementificazione condito in salsa “Casaleggio” (la promessa di una rivoluzione partecipativa delle masse attraverso il web).

    Si dirà che è pur qualcosa, di questi tempi. E può anche darsi che Grillo abbia ragione a fare quello che fa, in un momento in cui i partiti stanno sbagliando tutto. Forse davvero conviene stare sulla sponda ad aspettare il cadavere del nemico, allargando le braccia il più possibile per accogliere tutti i delusi, di qualsiasi estrazione e provenienza. Ma bisogna anche tenere in conto gli effetti collaterali.

    Ho già espresso i miei dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di un progetto politico che rinuncia ad un’identità per prendere più voti e che deve conciliare le molte anime interne. Aggiungo che limitarsi a porre un dibattito o stilare una serie di punti generici può essere anche una strategia per bypassare argomenti delicati: ma solo fintanto che si ha il monopolio sulla discussione. Quando gli altri diventano più progressisti di te, a quel punto c’è il rischio che ti battano al tuo stesso gioco: ed è quello che sta succedendo proprio sul tema della moneta unica.

     

    La nuova schiera di euroscettici arriva dall’opposizione

    Grillo è ancora, nell’immaginario collettivo, l’euro-scettico par excellence: ma nel frattempo anche gli altri partiti si stanno aggiornando. Fratelli d’Italia, con Alemanno e Crosetto, e la Lega Nord, con Salvini, si sono già assestati su posizioni seriamente euro-scettiche. Nell’Italia dei Valori c’è una discussione in atto. E presto potrebbe arrivare anche il pesce grosso.

    Berlusconi non ha più niente da perdere: rispetto agli obblighi di governo ha le mani libere, con le cancellerie europee non ha mai avuto un gran rapporto e quei poteri forti che vogliono continuità guardano per ora ad Alfano. Probabilmente per rompere gli indugi e prendersela definitivamente con l’euro al Cavaliere manca solo il conforto dei sondaggi che, secondo il Fatto Quotidiano, pendono ancora per il 59% dalla parte di chi guarda all’ipotesi di un’uscita con timore. Ma lo scarto è esiguo, se si considera la cappa di disinformazione che unilateralmente ci pronostica catastrofi. E chi mantiene un forte potere mediatico non dovrebbe avere difficoltà a ristabilire un equilibrio informativo.

    Se questo scenario si avverasse, dunque, Grillo potrebbe addirittura essere superato nella crociata contro la tecnocrazia europea da un fronte nazionale di destra (sul modello francese), col rischio di finire schiacciato tra due fuochi. A sinistra potrebbero rinfacciargli la fumosità delle sue critiche alla moneta unica; e a destra, anche se per motivi opposti, potrebbero fare lo stesso: troppo critico per una parte, troppo poco per l’altra.

     

    Il risultato finale non cambia

    In questa ridda di tatticismi politici, però, non dobbiamo tralasciare i fatti, che, in quanto tali, presenteranno il conto indipendentemente dal consenso che riscuotono. E qui il fatto è che – lo sappiamo giàl’euro effettivamente collasserà.

    E’ vero che farsi promotori attivi di questo fallimento storico inevitabile significa comunque pagare un prezzo politico: uscire non sarà quel disastro che raccontano, tutt’altro; ma nel breve periodo è possibile che non sia neppure una passeggiata, e dunque le prime difficoltà potrebbero essere rinfacciate proprio a quelle forze politiche che erano al potere quando si è compiuto il processo. Tuttavia, dall’altra parte, stare a guardare sperando poi di capitalizzare un guadagno elettorale col giochino che “io l’avevo detto” potrebbe non funzionare ugualmente: perché, come abbiamo visto, in tanti lo stanno dicendo già adesso. E sempre di più saranno quelli che lo diranno in futuro.

     

    Andrea Giannini

  • Berlusconi esce dal Parlamento: la lunga agonia del governo senza idee

    Berlusconi esce dal Parlamento: la lunga agonia del governo senza idee

    silvio-berlusconi-2Forza Italia è fuori dal governo. Berlusconi decade. E la maggioranza si assottiglia sempre più: il voto di fiducia sulla legge di stabilità passa al senato con soli 171 voti, rispetto ai 154 che rappresentano la soglia sotto la quale il banco salta. Insomma, niente di nuovo. E’ solo la lunga agonia di un governo destinato fatalmente a cadere senza aver concluso nulla, e che proprio per questo non aveva senso sin dal principio.

    Se si esclude qualche colpo di scena, infatti, stiamo semplicemente assistendo ad una trama già scritta, abbozzata il giorno delle elezioni e poi completata il giorno della riconferma di Napolitano. Solo chi non vuole vedere in faccia la realtà può illudersi che le larghe intese siano qualcosa di più di un respiratore per tenere in vita una classe politica morente. Chi invece non si accontenta dell’informazione mainstream e dei suoi slogan banali e incoerenti è perfettamente in grado, con un minimo di obiettività, di capire cosa sta succedendo.

    C’è una crisi economica che avrebbe bisogno di una banale verità economica: il cambio flessibile è «il peggior regime di cambio, esclusi tutti gli altri» (la citazione, ricalcata sul noto aforisma di Winston Churchill, è di James Meade, premio nobel per l’economia nel 1977). Di contro il cambio fisso serve solo a scaricare il peso degli aggiustamenti sui salari (lo ammettono placidamente anche Fassina e Cuperlo). Presunti effetti positivi: non pervenuti. E non serve essere grandi esperti per capirlo: basta registrare le dichiarazioni del capo economista al Fondo Monetario Internazionale, Olivier Blanchard, che ha recentemente riconosciuto l’utilità del cambio flessibile e rigettato i tradizionali argomenti contrari perché «molto meno rilevanti di quanto non lo siano stati nelle crisi precedenti». C’è poco da fare: le prove in questo senso sono – come direbbe Paul Krugman – “overwhelming”, ossia schiaccianti.

    Nel mondo politico, tuttavia, ancora nessuna forza di peso è disponibile a prendere atto di questa situazione: non è disponibile il PD che ha sempre rivendicato l’entrata nell’euro come un successo personale; non lo è il PDL (o quello che ne è avanzato) per il quale la precedenza spetta ai problemi giudiziari del capo; e, nonostante le apparenze, non lo è nemmeno il M5S che (a differenza del Front National in Francia) ha paura ad assumersi la responsabilità politica delle critiche che rivolge all’Europa.

    Pertanto, in mancanza di una seria autocritica, l’idea di una coalizione tra la vecchia destra e la vecchia sinistra sotto il patrocinio del vecchio Presidente della Repubblica era intrinsecamente fallimentare. Si pretendeva di mettere insieme, infatti, forze che, dopo un anno e cinque mesi di convivenza dentro il governo tecnico, si ritrovavano senza una straccio di strategia contro la crisi, unite unicamente dal comune desiderio di preservare l’assetto esistente. Questa linea conservatrice conduce a predicare la stabilità come unico valore: e inevitabilmente costringe il governo a distinguersi soprattutto per le decisioni non prese e i duri compromessi digeriti pur di tenere in piedi la maggioranza.

    Ma nel frattempo il vero nodo della crisi continua ad essere ignorato. Così la ripresa non arriva e le tensioni dentro al governo aumentano: e mano a mano che appare chiaro che i partiti non stanno portando a casa risultati utili, ha sempre meno senso tenere a freno gli elettori delusi o soprassedere su questioni scottanti come la decadenza di Berlusconi. Presto o tardi, dunque, le contraddizioni esploderanno, segnando la fine del governo Letta.

     

    Andrea Giannini

  • Pdl a pezzi, presente e futuro della destra italiana: l’analisi politica

    Pdl a pezzi, presente e futuro della destra italiana: l’analisi politica

    alfano«IL PDL è morto: lunga vita al PDL!». Si potrebbe sintetizzare così il senso della scissione nel centro-destra tra “alfaniani” e “berlusconiani”. Il partito si divide oggi per avere una speranza di rinascere domani. Si, perché le due forze uscenti, Nuovo Centro Destra (NCD) e Forza Italia (FI), nonostante le inevitabili scaramucce, stanno in realtà lavorando di concerto: e, pur battendo strade diverse, promettono di ritrovarsi non appena si capirà quale via li attende nel futuro.

    silvio-berlusconi-2Ciò non significa che sia stata tutta una messinscena, una farsa recitata da guitti consumati; significa solo che, a fronte della difficilissima fase attraversata dalla politica italiana, il centro-destra ha saputo trovare un suo equilibrio. E’ un equilibrio precario – non c’è dubbio –, ma per il momento serve ad accontentare un po’ tutti.

    Anche ad un primo livello di analisi, infatti, appare chiaro che la scelta di dividersi è stata imposta da due esigenze opposte. Da un lato in buona parte del partito c’è la consapevolezza che, nel momento esatto in cui toglie la fiducia al governo Letta, Berlusconi diventa il capro espiatorio definitivo: ogni male dell’umanità passato, presente e futuro, ogni crisi economica e sociale gli potrà essere agevolmente imputata, e gli altri partiti potranno dedicarsi a un comodo scaricabarile. Pertanto, che piaccia o no, bisogna cedere al mantra della stabilità e, per quanto possibile, bisogna tenere in piedi Letta.

    Dall’altro lato, però, il Cavaliere ha necessità di tenere il fiato sul collo del governo per la questione della sua impunità. Letta e Napolitano sperano che, invocando calma e pazienza, si possa guadagnare un po’ di tempo: ma Berlusconi di tempo non ne ha; il che lo costringe, anzi, ad alzare costantemente il tiro della minaccia. Non solo. I suoi sanno bene che tutta la baracca sta in piedi solo grazie al carisma del leader: e questo carisma, che già ha subito il duro colpo della sconfitta sulla sfiducia solo un paio di mesi fa, rischia di appannarsi ancora di più, se rimane all’ombra della politica suicida del PD e non ascolta i richiami di sofferenza che vengono dall’elettorato.

    Dunque la soluzione ideale, a ben vedere, è proprio quella di lasciare un manipolo di valorosi (NCD) a sostegno della stabilità di governo, richiamando il grosso delle truppe cammellate (FI) a difesa del vecchio condottiero in pericolo. Un domani, con il solito voltafaccia, ci si potrà di nuovo riunire sul fronte che sarà risultato vincente.

    Tuttavia esiste anche un livello più profondo di analisi, che proietta le beghe della politica italiana sullo sfondo di una dinamica globale ben più complessa. In questo senso la frattura in seno al PDL non è più un fenomeno isolato, dovuto unicamente alle meschinità del nostro provincialismo; ma si rivela lo specchio di una rottura storica che sta interessando il fronte liberista internazionale.

    Questa ideologia del “meno Stato, più mercato”, un tempo molto compatta, è oggi attraversata da una faglia che si alimenta dei contrasti tra il mondo industriale-finanziario internazionale e il tessuto produttivo delle economie nazionali. Lungo questa linea di frattura si è spezzato anche il centro-destra italiano, creando così due nuove coalizioni di interessi distinti.

    Il Cavaliere sarà appannato quanto si vuole, ma è sempre stato, per gli ammiratori quanto per i detrattori, il campione di una certa media imprenditoria italiana, operante soprattutto nell’edilizia e nel manifatturiero. Questa parte della società, che a suo tempo aveva avversato la sindacalizzazione, attivamente chiesto l’abbassamento di tasse e salari, e salutato con entusiasmo la “discesa in campo” del suo beniamino, è stata poi colpita con molta durezza dalla crisi economica: e oggi è sempre più insofferente per la lentezza con cui si procede al raggiustamento (ammesso che ce ne sia uno all’orizzonte). Sta quindi emergendo l’idea che serva una drastica inversione di rotta.

    Traversie simili hanno subito anche le grandi aziende ex-statali o a partecipazione statale: velocemente privatizzate a cavallo tra anni ’80 e anni ’90, come imponeva il credo liberista, sono oggi più deboli e esposte alla spietata concorrenza estera. Ma in questo caso i “capitani coraggiosi” che le avevano rilevate si sono consolati con gli ingenti profitti sottratti nel corso degli anni. Ecco perché questa parte, così come tutto il resto della grande imprenditoria italiana, anche “sana”, potendo facilmente delocalizzare ed essendo meno esposta alla crisi dei consumi interni, ha tutto sommato interesse a mantenere questo assetto.

    Per rispondere a questa esigenza si è venuto a creare, attorno ad Alfano e Cicchitto, un fronte vicino alla finanza cattolica e sensibile ai richiami alla stabilità provenienti tanto dai centri bancari quanto dai partner internazionali (tutti ugualmente preoccupati di congelare la situazione nell’attesa di capire quale strategia adottare).

    Berlusconiani e alfaniani, dunque, riflettono il nuovo contrasto tra imprenditoria locale e capitalismo internazionale dopo anni passati a fare fronte comune contro la burocrazia e i sindacati. Questo esito era largamente prevedibile: anzi, si è reso possibile proprio perché il liberalismo aveva vinto,  imponendo la propria ricetta intrinsecamente instabile.

    Come avevo già scritto, infatti, il gioco funziona solo se si rimane a livello di singolo paese, perché quando una certa area esce perdente dalla competizione, i fattori produttivi si possono spostare nell’area vincente (come è successo tra il nostro meridione e il settentrione). Su scala globale invece le cose non vanno così, perché quando a rischiare di fallire sono gli Stati sovrani, allora non è più tanto facile assorbire le tensioni che si creano (i popoli non si spostano in massa da una nazione all’altra: a meno che non sia per andare in guerra…). Quando si entra in questa spirale, dunque, gli interessi delle economie nazionali cominciano irrimediabilmente a divergere da quelli, tipicamente, delle multinazionali e della grande finanza: e il sistema va in crisi.

    Insomma, il liberismo semplicemente non funziona. Ma in fondo lo abbiamo sempre saputo che non serviva per far funzionare le cose: ma serviva a giustificare l’arricchimento di alcuni e l’impoverimento di altri.

     

    Andrea Giannini

  • Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    decrescitaPiù volte su questa rubrica mi sono ritrovato a spiegare che le cose non stanno come generalmente si crede: è capitato a proposito della moneta unica, del problema della stabilità politica, del valore di certe icone liberal dell’informazione, dell’operato del Presidente della Repubblica e dell’infallibile sistema tedesco. C’è un’idea, però, su cui più di altre mi sono concentrato: la pretesa che esista un sapere economico univoco, ben noto ai nostri “policy maker” e padroneggiato con sicurezza dai tecnici.

    Da “non-economista” ho fatto varie incursioni (imposte dalla violenza della crisi) in questo campo impervio: mi hanno restituito un panorama molto più variegato e un dibattito molto più acceso di quello che il grande pubblico normalmente pensa. Ho provato così a richiamare l’attenzione sul fatto che molte voci importanti da noi erano sostanzialmente ignorate, che i termini del dibattito pubblico stavano mutando spacciando una tesi economica relativa per una verità politica assoluta e che, più in generale, esistono visioni alternative.

    Su tutti questi punti sarebbe stato interessante avere un confronto nel merito; cosa che mi avrebbe permesso, tra l’altro, di correggere imprecisioni ed errori che sicuramente non sarò riuscito ad evitare: purtroppo però, salvo rarissimi casi, ciò non è stato possibile. La logica dominante è quella di giudicare un prodotto dalla scatola: pochi si abbassano a leggere l’etichetta, quasi nessuno apre la confezione. Così ci si riduce a discutere con quelli che: “io sono per rimanere nell’euro, perché il mondo va verso l’unificazione” (per inciso, un saluto affettuoso al caro amico autore di questa brillante riflessione).

    Tuttavia rimane un’obiezione che, pur senza entrare nel merito, mantiene un certo peso: se davvero le cose non stanno come crede la maggior parte, come si spiega l’ignoranza nella quale sono tenute le persone?

     

    La politica, l’informazione, la scienza economica: ci possiamo fidare?

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    In effetti è strano. Dopotutto siamo ancora in democrazia! Si possono ascoltare un sacco di voci e pareri diversi; e ciascuno di noi, se vuole, può farsi un’opinione sensata. In politica l’alta conflittualità e l’ambizione personale, se non altro, spingono i vari leader a ricercarsi una nicchia elettorale: è difficile, dunque, che forti interessi rimangano senza alcuna rappresentanza. Anche nel mondo dell’informazione c’è molta offerta: per cui, benché la maggior parte dei giornalisti scrivano quello che vogliono i loro editori, è difficile che non esista neppure un luogo dove si possano raccontare le cose come stanno. Infine la scienza fa volare gli aerei e fa girare le particelle a Ginevra: pertanto dobbiamo avere fiducia che, se la comunità scientifica è in sostanziale accordo su una cosa, quella cosa sia vera.

    Certo, occasionalmente al pubblico potrà essere restituita qualche menzogna, soprattutto laddove s’incontrano ricchi tycoon come Berlusconi che monopolizzano le TV; ma tolto questo, come è possibile che il sistema politico, mediatico e scientifico in blocco e per un periodo prolungato ci propini informazioni false? A meno che non ci sia un complotto.

    E così siamo arrivati al punto: nella testa di molti chi contesta radicalmente l’opinione corrente è in fondo un complottista, perché il sistema ha molti difetti – è vero – ma è plurale e democratico; per cui non ci possono essere verità palesi su cui la maggioranza è tenuta all’oscuro.

    In realtà questa rassicurante immagine di “società del progresso” – in cui la collettività dispone di tutti i mezzi necessari e alla fine prenderemo sempre la decisione democraticamente più giusta… – è come minimo ingenua. Ho fatto cenno alla politica, all’informazione e alla scienza perché sono i veicoli che concorrono alla formazione del nostro sistema di valori (ci sarebbe anche la scuola e il mondo della cultura, ma per non complicare il discorso teniamoli da parte). Le nostre opinioni dipendono, dunque, non solo da noi, ma anche da quello che sentiamo dire ogni giorno da queste categorie di persone: politici, giornalisti e esperti di varie discipline. Ebbene: ci possiamo fidare?

    Dei cosiddetti “rappresentanti del popolo” non occorre discutere molto: stiamo parlando di quello che nell’immaginario collettivo è il principale colpevole della crisi; per cui non mi occorre sprecare fiato per convincervi della scarsa affidabilità di questa classe politica. Un po’ più di fiducia si tende a riporre, invece, nel mondo dell’informazione: ma sono pochi quelli che mantengono ancora un certo credito; e non ci vorrà molto perché tutti si rendano conto che anche i vari Ballarò e Servizio Pubblico non stanno restituendo l’informazione che servirebbe in questo momento.

    Arriviamo così alla scienza; e dal momento che il problema è la crisi economica, parliamo della scienza economica. Ecco, magari non ci fidiamo degli economisti e delle università di casa nostra, ma sicuramente abbiamo fiducia negli economisti internazionali: se questi esperti sono concordi su qualcosa, almeno di questa cosa non avrà senso dubitare… giusto? Purtroppo non è così facile.

    Il Guardian ha raccolto la denuncia di un’associazione studentesca dell’Università di Manchester secondo cui le facoltà di economia del Regno Unito sono tuttora rigorosamente allineate sulle posizioni del pensiero neoclassico, lo stesso che prima non ha saputo prevedere la crisi e poi non ha saputo spiegarla. L’Economist, dal canto suo, ha puntato il dito sulla scarsa qualità della ricerca scientifica internazionale, lamentando sia scarse verifiche sui risultati degli studi pubblicati (ricordate il caso Reinhart e Rogoff?), sia un’esasperata competizione che non premia l’originalità, ma spinge al conformismo. Insomma: ce n’è abbastanza anche qui per non prendere tutto come oro colato.

    Direte voi: ma se non possiamo fidarci di nessuno, che facciamo? Buttiamo a mare tutto il sistema? Assolutamente no. Il rivoluzionario, in fin dei conti, è anch’egli un nostalgico di quel mito della “società del progresso” cui accennavo poco sopra: avendo constatato che non si sta realizzando, ne attribuisce la colpa all’umanità corrotta, al profitto, al denaro, alla proprietà privata, eccetera. La realtà è un’altra, e in fin dei conti è anche più semplice: siamo in fase di transizione.

    Le società e i loro valori di riferimento non permangono sempre identici, ma sono dinamici: mutano, si correggono e auspicabilmente si evolvono; e di solito questo avviene in corrispondenza di grandi crisi come quella che stiamo vivendo. Così la rappresentanza politica è chiamata a ridefinirsi, il mondo dell’informazione a ripensarsi e anche le teorie economiche conosceranno maggiore o minore fortuna, a seconda di quello che l’esperienza via via ci insegnerà.

    Chiaramente questo processo è ancora all’inizio; tuttavia è proprio in fasi come queste, quando tutto si rimette in discussione, che le maggioranze tendono ad arrivare in ritardo sul cambiamento: perché è la parte più restia ad abbandonare quello in cui credeva prima.

     

    Andrea Giannini

    [illustrazione di Valentina Sciutti]

  • Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    economia-soldi-D1Il fatto che questa rubrica non si occupi del caso Cancellieri non significa che si tratti di un episodio minore. Esigere alti standard di imparzialità e moralità, anche formale, da parte dei ministri della Repubblica (soprattutto nel Ministero della Giustizia) è senza dubbio uno snodo vitale per il buon funzionamento di una democrazia. Tuttavia le rivendicazioni attorno alla qualità della classe dirigente sono importanti unicamente in quanto quella stessa classe dirigente, attraverso il voto, riceve il potere di prendere decisioni al posto dei cittadini; quindi bisogna fare attenzione a non invertire la relazione: l’argomento centrale in politica rimane il merito delle decisioni che vengono prese. Ha senso interessarsi ai rilievi penali o alla forma dei comportamenti solo perché si dà per scontato, molto banalmente, che non ci si può fidare di chi non si comporta correttamente.

    Da questa premessa discende che una campagna di stampa per la trasparenza dei comportamenti (nella fattispecie, per le dimissioni del ministro Cancellieri, che sarebbero doverose…) non dovrebbe arrivare al punto di oscurare il merito di altre questioni assolutamente rilevanti: perché non ce ne facciamo nulla di politici apparentemente onesti, se poi ci disinteressiamo delle decisioni che prendono.

    Ed invece la settimana scorsa è passata quasi sotto silenzio la notizia che gli USA stanno attaccando frontalmente la politica economica di Berlino. Il Dipartimento del Tesoro, infatti, ha rilasciato un report dove al primo posto tra i “punti chiave” dell’economia globale viene inserito l’avanzo della bilancia dei pagamenti della Germania, cioè, in buona sostanza, l’ eccessivo export tedesco.

    Possibile? La virtuosa Germania imputata perché vende tanto all’estero? Ma non è un bene che uno Stato esporti? Non siamo noi quelli corrotti e fannulloni che meritano il biasimo generale? E non stiamo facendo le riforme proprio per diventare anche noi produttivi come i Tedeschi?

    Sulla base di questi interrogativi qualcuno ha ipotizzato che gli Stati Uniti stiano solo cercando un diversivo dopo lo scandalo intercettazioni; ma questa speculazione è rigettata categoricamente dal premio Nobel Paul Krugman, secondo il quale, fatte salve le responsabilità americane, confondere le due vicende significa perdere di vista il punto centrale: la politica tedesca provoca realmente squilibri insostenibili per i partner. L’insigne economista rincara la dose stigmatizzando la replica di Berlino: l’alto livello di export della Germania non dipende solo dalla buona qualità dei suoi prodotti, e anzi «gli economisti in tutto il mondo che leggono questo dovrebbero piangere». Come se non bastasse, ci si è messo pure il Fondo Monetario Internazionale, il quale, dopo anni di critiche a noi PIIGS, ha ammesso finalmente che anche il surplus tedesco è un problema.

    Se anche non vi fidate degli “amerikani”, sappiate che non potete eludere la questione così facilmente: purtroppo che i problemi dell’euro-zona dipendano dall’atteggiamento mercantilista della Germania non lo nega più nessuno. Non c’è alcun commentatore qualificato, per quanto interessato alle nostre mazzette e ai nostri debiti, che interrogato sul punto specifico si azzardi a negare le pesanti responsabilità tedesche. Per cui, rassegnatevi: le cose stanno così e lo sanno tutti. Anzi, è proprio perché si tratta di dinamiche semplici e risapute che Era Superba, pur non essendo l’Economic Journal, ha potuto raccontarle in tempi non sospetti: e dunque sapete già quale sia questa visione distorta dello sviluppo economico, come si fa a tenere bassi i salari, e perché questo atteggiamento sia alla base della crisi dell’euro-zona, avvicinando sempre di più la fine dell’euro.

    Si chiama strategia “Beggar-thy-Neighbor” (“arricchisci alle spalle del tuo vicino”). Come ho spiegato più volte, i Tedeschi semplicemente pagano poco i loro lavoratori in proporzione a quanto vendono e si garantiscono così una buona competitività, perché, se diminuiscono i costi, aumenta la quota del profitto. Questo profitto, però, non si traduce in corrispondenti aumenti salariali grazie a precisi accordi sindacali e forme di lavoro poco tutelate: così la domanda interna non sale, l’inflazione resta bassa e il vantaggio competitivo rimane intatto. A questo punto i paesi importatori hanno solo due strade per recuperare terreno rispetto ai forsennati esportatori teutonici (che nel frattempo usano il loro surplus per fare investimenti e produrre merci sempre migliori): o svalutano la moneta o svalutano i salari. Ma noi una moneta nostra non l’abbiamo. Di conseguenza siamo costretti a svalutare i salari; e così distruggiamo la domanda interna (come ammette placidamente l’ex-premier Monti), mandando sul lastrico centinaia di imprese che non hanno più gli acquirenti per i loro prodotti.

    Ecco perché oggi tutti se la prendono con i Tedeschi: perché se non si decidono a spingere i consumi pagando di più i loro lavoratori – e lo possono fare agevolmente, dato che hanno un surplus enorme – in Europa non rimarrà nessuno a sostenere la domanda e il sistema andrà in pezzi. Ed ecco perché esportare non è sempre un bene: perché non c’è un paese che esporti senza che dall’altra parte ci sia un paese che importi; per cui se la Germania, o meglio l’industria tedesca, non vuole rinunciare alla sua bella fetta di export, che per un terzo è diretto verso altri paesi dell’euro-zona, è chiaro che questi ultimi non potranno che continuare ad indebitarsi fino al default o all’uscita dalla moneta unica.

    Ripeto: chi ha un minimo di conoscenza di temi economici, da Monti a Fassina, questa dinamica la conosce benissimo. Ormai non ci si affanna neppure più a smentire che la creazione dell’euro sia stata come minimo “affrettata”. Neppure Milena Gabanelli, i cui “report” sul tema ho criticato aspramente tre settimane fa, nega che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro. Ed è sempre più difficile, a fronte di una situazione che continua a peggiorare, sostenere che restare fuori dalla moneta unica sin dall’inizio ci avrebbe consegnato a scenari ancora più catastrofici. Per questo oggi non rimane che un’ultima frontiera per i “negazionisti”: “entrare è stato un errore, ma tornare indietro non si può più”.

    Questa tesi sarebbe anche interessante, se permettesse un dibattito sui costi dell’uscita; purtroppo si tratta solo di un mantra da ripetere ossessivamente per fermare ogni discussione: “bisognava pensarci prima”, “la scienza economica non è in grado di fare previsioni certe”, “parlare di uscita può rinfocolare populismi ed estremismi”, “non bisogna sbattere i pugni sul tavolo” , “i Tedeschi li possiamo convincere solo rispettando gli impegni”, eccetera. La reale consistenza di queste osservazioni e le flebili speranze a cui si finge di rimanere attaccati non sono il tema di questo articolo; per cui mi limito a una sola osservazione, a proposito di quelle decisioni sbagliate cui facevo accenno all’inizio: se siamo tutti d’accordo che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro, chi paga per questo errore?

    E cosa dire delle politiche di austerità? Del pareggio di bilancio in Costituzione? Di tutte le altre regole assurde che l’UE ci ha imposto, che noi abbiamo ratificato senza alcuna discussione pubblica e che non serviranno a salvarci? Spero sia chiaro, dunque, che anche se le dimissioni della Cancellieri sono importanti, è più importante tenere d’occhio le decisioni che vengono prese: perché una volta imboccata la strada sbagliata il danno è fatto. E quella di metterci di fronte al fatto compiuto è ormai con tutta evidenza una strategia consolidata per bypassare la democrazia.

     

    Andrea Giannini

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio comunale: meno show più dibattito, cambiano le regole

    Consiglio comunale: meno show più dibattito, cambiano le regole

    palazzo-tursi-aula-rossa-d52Ai meno addetti ai lavori l’ennesimo articolo sul funzionamento del Consiglio comunale potrebbe sembrare un’inutile divagazione su tecnicismi poco interessanti e incomprensibili ai più. Eppure siamo piuttosto convinti che non sia, o quanto meno non dovrebbe, essere così. Dalle discussioni che stanno animando la Commissione regolamento e che nelle prossime settimane si concretizzeranno in una proposta di riforma da sottoporre al giudizio del plenum della Sala Rossa, dipende infatti parte del futuro della dialettica politico-amministrativa della nostra città. E, di conseguenza, del funzionamento della democrazia intesa nel suo senso più nobile. La conferma di quanto si tratti di una questione di tutto rilievo, e anche piuttosto delicata, è arrivata dalla convocazione di una riunione di maggioranza martedì scorso, al termine della seduta ordinaria del Consiglio, in cui si è tentato invano di fare quadrato sul tema. D’altronde, non sono più procrastinabili gli interventi che dovrebbero porre un serio freno alle pratiche di filibustering ormai consuetudine a Palazzo Tursi.

    Anche perché il Consiglio sta per affrontare dibattiti che si preannunciano decisamente infuocati, come quelli sul futuro delle società partecipate o sulla Gronda. È necessario che la discussione politica genovese faccia un salto di qualità notevole e la smetta di trincerarsi dietro formalismi o ostruzionismi esclusivamente strumentali al raggiungimento di obiettivi partitici sottraendosi al dialogo democratico perché, come sostiene il capogruppo della Lista Doria, Enrico Pignone, «la dignità del Consiglio comunale è proprio data dalla qualità del dibattito in aula da cui deve scaturire un indirizzo politico per le attività della Giunta».

    Il ruolo del presidente del Consiglio, mozioni, articoli 54 e odg “fuori sacco”

    Tuttavia, la strada con cui raggiungere questo obiettivo è anch’essa fonte di scontro anche all’interno della stessa maggioranza. Secondo quanto circola tra i corridoi di Palazzo Tursi, infatti, sulla riforma del regolamento del Consiglio comunale si starebbero delineando due schieramenti: da un lato il complesso di proposte nate in seno alla Commissione competente che mirano a togliere ogni potere discrezionale al presidente del Consiglio rendendolo un vero e proprio arbitro super partes; dall’altro, i dubbi del Partito democratico, a cui il presidente del Consiglio comunale genovese appartiene da sempre, restio a perdere questo sottile ma spesso fondamentale privilegio, ma comunque consapevole della necessità di una riforma del modus operandi della Sala Rossa.

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    Degli strumenti consiliari dentro l’occhio del ciclone abbiamo già parlato nelle precedenti puntate di “Liberi Tursi” (Art. 54 e Odg “fuori sacco, l’approfondimento). Innanzitutto, gli articoli 54, ovvero le interrogazioni a risposta immediata che precedono di un’ora ogni seduta ordinaria del Consiglio. Da tempo, il presidente Guerello si era lamentato dell’impossibilità di scegliere ogni settimana le questioni da portare in aula tra le centinaia presentate dai consiglieri. Dopo attente riflessioni, la Commissione ha deciso di palazzo-tursi-aula-rossa-d38accettare la proposta di modifica di Alfonso Gioia, capogruppo Udc e già presidente del Consiglio provinciale: «Bisogna eliminare la discrezionalità del presidente nella scelta degli articoli 54 da portare in aula. Per questo motivo proponiamo di limitare la possibilità ai consiglieri di proporre una sola interrogazione a risposta immediata per seduta. Tutti gli articoli 54 pervenuti al presidente verranno poi messi all’ordine del giorno: se, al termine dell’ora a disposizione, non si sarà riusciti a esaurire tutte le questioni, i consiglieri avranno la possibilità di riproporre quelle inevase per la seduta successiva, naturalmente con diritto precedenza».

    A ciò potrebbe aggiungersi anche la possibilità di trasformare l’art. 54 in una risposta scritta da parte dell’assessore competente entro 48 ore dalla presentazione dell’interrogazione, come richiesto dal Movimento 5 Stelle. «Molti consiglieri – spiega De Pietro – usano questo strumento solo per darsi una certa visibilità, ma noi invece siamo interessati alle risposte, non tanto al modo con cui queste vengono date. Tutte le settimane cerchiamo di presentare solo un articolo 54, ovvero quello che riteniamo più urgente tra le tante segnalazioni che ci arrivano dai cittadini. Con la modifica del regolamento tutti i consiglieri a questo punto tornerebbero ad essere sullo stesso piano».

    Altro ritocco riguarderà la presentazione delle mozioni. Sempre nell’ottica di togliere discrezionalità all’operato del presidente del Consiglio comunale, che potrebbe agevolare il compito della Giunta escludendo questioni troppo delicate, la quantità delle mozioni che saranno messe in calendario durante ciascuna seduta sarà decisa dalla Conferenza capigruppo, che dovrà farsi garante di una certa rotazione e di un buon equilibrio tra le istanze di tutti i gruppi consiliari. Toccherà poi al singolo gruppo decidere, tra le varie mozioni possibili, presentare quella che necessiterà della maggior urgenza.

    A cambiare potrebbe essere anche l’articolo 17 nei commi riferiti alla questione pregiudiziale e alla domanda di sospensiva. «Oggi – spiega ancora Gioia – se un particolare documento dà fastidio a una parte politica, basta avere la maggioranza per poterne facilmente rimandare la discussione a data successiva. La proposta, invece, è quella di poter tutt’al più chiedere un’inversione dei lavori all’interno dello stesso ordine del giorno ma non il rinvio a un’altra seduta solo per motivazioni politiche».

    Più delicata, invece, la questione che riguarda gli ordini del giorno fuori sacco, ancora all’esame della commissione. «A differenza di quello che vorrebbe una parte della maggioranza – prosegue Gioia – gli ordini del giorno fuori sacco sono uno strumento utile in determinate situazioni particolarmente urgenti. Certo è che non si può cadere nella deriva di queste settimane in cui proprio i fuori sacco hanno bloccato i lavori del Consiglio. La mia proposta è quella di lasciare sul tema l’impianto attuale del regolamento, limitando la presentazione dei fuori sacco a uno per consigliere e due per gruppo, per ogni seduta».

    Le proposte del Partito Democratico

    palazzo-tursi-malatesta-gianpaolo_Pd-DEd eccoci, dunque, alle proposte del Pd. Il consigliere Gianpaolo Malatesta ha presentato un documento che mira a ritoccare il regolamento sulla presentazione degli emendamenti e a contingentare fortemente i tempi di discussione. Per quanto riguarda gli emendamenti la proposta, che difficilmente verrà accolta dalla maggioranza della Sala Rossa, va nella direzione di un loro concentramento in Commissione: a differenza di quanto accade ora, in cui un emendamento può sostanzialmente essere presentato in qualsiasi momento prima della votazione, Malatesta vorrebbe limitare la possibilità di presentazione in aula a prima dell’appello della seduta in cui il documento viene posto in discussione. E, a proposito di discussione, secondo la proposta Pd, dagli attuali 10 minuti i tempi per l’illustrazione di emendamenti e ordini del giorno dovrebbero scendere a 5, mentre le dichiarazioni di voto addirittura a 3 minuti.  «Non pretendo – dice Malatesta – che si arrivi ai 60” del Parlamento europeo perché capisco che la loquacità e i modi di espressione italiani abbiano necessità di altri tempi, ma dobbiamo arrivare al massimo dell’efficienza e della dinamicità possibile per i lavori del Consiglio comunale, limitando al minimo le possibilità di ostruzionismo. Non dovremmo essere qui per fare da palco a chi protesta ma piuttosto per risolvere i problemi».

    Possibile che il dialogo interno alla maggioranza e le ultime sedute di Commissione possano sbloccare la situazione, ma la sensazione è che il testo del nuovo regolamento arriverà in aula così come già votato a maggioranza dalla Commissione stessa, mentre le proposte del Pd, come d’altronde quelle di altri consiglieri che non sono state recepite nel documento unico, diventeranno oggetto di altrettanti emendamenti che accenderanno ancora una volta la discussione in Sala Rossa.

     La proposta del Movimento 5 Stelle

    palazzo-tursi-putti-paolo-M5S-D2C’è, infine, un’ultima proposta degna di nota, lanciata dal Movimento 5 Stelle, ovvero quella che il Comune pubblichi tutti gli atti che verranno portati all’esame del Consiglio prima della loro discussione. Una proposta che ha sollevato l’obiezione della Segreteria generale, come spiega il consigliere De Pietro: «L’ostacolo sarebbe una fantomatica interferenza con il lavoro del Comune e con le normative sulla privacy. Ma noi vogliamo la trasparenza assoluta e mi sono opposto con vigore a questo diniego. Il compito della Segreteria deve essere quello di evidenziare eventuali problematiche di inammissibilità dei documenti ma non certo di intervenire nel merito di decisioni politiche e regolamentari. Se questa modifica non deve passare, sarà il Consiglio a dirlo, ma dovrà farlo di fronte alle telecamere e ai cittadini genovesi».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Il ruolo del Presidente della Repubblica e quello di Giorgio Napolitano

    Il ruolo del Presidente della Repubblica e quello di Giorgio Napolitano

    NapolitanoDi questi tempi prendersela con il Presidente della Repubblica va molto di moda. Ma bisogna ammettere che non si tratta solo di propaganda politica. Benché a Giorgio Napolitano non si possano imputare grandi strappi, sostanzialmente non c’è alcun dubbio che sia lui la vera guida politica dell’Italia: e questa, a ben vedere, è già una forzatura.

    L’azione politica, fin tanto che è in vigore questa Carta Costituzionale, è promossa dal governo, cioè da chi è stato votato dai cittadini. Invece al Presidente della Repubblica, il quale viene eletto dalle camere, è riservato un ruolo prevalentemente istituzionale: ciò significa che, pur avendo importanti funzioni di rappresentanza, supervisione e ratifica, non ha il compito di intervenire direttamente nel dibattito politico e nell’azione legislativa.

    Tra le sue attribuzioni rientra il potere di nominare «il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri» (art. 92); ma nulla che riguardi nello specifico i provvedimenti legislativi di un governo. E a differenza di quanto avviene negli USA, in Italia il Capo dello Stato non rappresenta il potere esecutivo. Certo, «prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione»; tuttavia «se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata» (art. 74). Di nuovo, dunque, appare chiaro come, da un punto di vista politico, il Presidente della Repubblica abbia facoltà di fare pochi e limitati interventi.

    Tuttavia non pare davvero che l’azione di Napolitano sia improntata a questo spirito. Certo, non ha mai obbligato nessun altro organo costituzionale a fare alcunché (e ci mancherebbe altro, sarebbe un colpo di Stato); né gli si vuole impedire di parlare o lanciare moniti. Resta il fatto che si è avventurato con forza a caldeggiare soluzioni, a fare proposte, a intervenire nel vivo del dibattito politico come nessun altro Presidente si era preso la briga di fare. Per di più la debolezza della classe politica nel mezzo di una crisi economica e le particolari condizioni che hanno portato Napolitano al suo secondo mandato rafforzano il suo ascendente politico, rendendo ogni suo richiamo sempre più forte e ogni possibilità concreta di metterlo in discussione sempre più remota.

    Né si può dire che questo onere sia subito passivamente. Al contrario, appare evidente che il Presidente si è messo in testa di essere l’ultimo baluardo contro la deriva del paese. Basta  ricordare le sferzate che ha riservato al Parlamento in occasione del discorso che sancì la sua rielezione e le precise condizioni dettate allora («Se i partiti saranno di nuovo sordi trarrò le mie conseguenze»; ossia “ora fate come dico io, se no me ne vado e poi vediamo come ve la cavate da soli…”). Ancora l’altro giorno è bastata una brevissima battuta informale per confermare lo sprezzo riservato a questa classe politica e il senso di superiorità morale che Napolitano si attribuisce al confronto.

    Su tanti temi, poi, si permette di indicare indirizzi precisi intollerante ad ogni critica. Ad esempio, non si limita a segnalare l’emergenza carceri, ma suggerisce anche delle soluzioni: «La prima misura su cui intendo richiamare l’attenzione è l’indulto che non incide sul reato e può applicarsi ad un ambito esteso». Affermazioni chiare come queste, nel contesto sopra delineato, sono consapevolmente tese a condizionare il dibattito politico. Lo stesso dicasi per intromissioni di altro tipo, quali la nota vicenda intercettazioni.

    Non basta. Le soluzioni politiche alla crisi recano la chiara impronta del Presidente della Repubblica: è stato Napolitano a volere Monti, a bollare come “populista” chiunque (da Grillo a Berlusconi) abbia osato mettere in discussione questa Europa (i famosi “vincoli ineludibili”), a volere fortemente le larghe intese come unica risposta per traghettare il paese fuori dal pantano. Addirittura si è inventato e ha patrocinato un collegio di “saggi” per le riforme, cui ha chiesto di proporre soluzioni un po’ per tutto: dagli aiuti alle PMI fino alla riforma della Costituzione.

     

    Il presidente e la riforma della Costituzione

    giorgio-napolitanoQuesto ultimo punto è particolarmente rilevante. A proposito dei delicati interrogativi che sollevavo la settimana scorsa, ossia se al nostro sistema istituzionale possa essere imputata qualche colpa nella genesi della crisi attuale, il Presidente Napolitano e gran parte della classe politica non sembrano avere dubbi: senza alcuna discussione pubblica e senza che vengano addotte ragioni specifiche, è stato stabilito che il nostro sistema è troppo pesante e troppo lento, e che pertanto si impone una svolta “decisionista”.

    E’ questo lo scopo delle cosiddette “riforme costituzionali”, facilmente desumibile da quello che è scritto sul sito della Camera. Più potere all’esecutivo e meno controlli è la morale che sta dietro ad espressioni quali: «superamento del bicameralismo perfetto», «introduzione di un procedimento legislativo con una doppia deliberazione conforme solo in casi limitati», «rafforzamento della stabilità di governo», e «accentuazione del primato del Presidente del Consiglio nella compagine di governo». E’ la famosa repubblica presidenziale, che nei fatti Napolitano sta già (impropriamente) anticipando e dei cui benefici effetti tanto si favoleggia, senza che però si sia mai stabilito se davvero la lentezza del vecchio sistema sia l’origine di tutti i nostri mali. Di sicuro c’è solo che la finanza speculativa ne sarebbe molto contenta.

    Da tutto questo discorso segue che gli errori di Napolitano diventano sostanziali, ma nascono formali. Non importa che abbiate fiducia nella persona o meno: quello che è importante è che l’istituzione sta progressivamente travalicando i suoi confini con la scusa dell’emergenza e della crisi. E questo fatto, che è sotto gli occhi di tutti, dovrebbe essere denunciato come un grave pericolo. A nulla vale che il Presidente sia animato dalle migliori intenzioni: sicuramente anche Hitler lo era quando ha portato il mondo in guerra e ha cercato di sterminare un popolo intero. Il fatto è che purtroppo si sbagliava.

    E’ per questo motivo che le costituzioni anti-fasciste prevedono vincoli e contrappesi: non tanto perché bisogna fare l’Europa unita o perché non venga più in mente a nessuno di prendersela con gli Ebrei, ma in primis per evitare gli errori di singoli uomini convinti di sapere ciò che è necessario fare. E ovviamente, soprassedendo al rispetto delle forme repubblicane senza battere ciglio, questo è esattamente quello che ci aspetta. Insomma, lasciare che un politico di 87 anni imprima la sua direzione all’intero paese nel plauso ossequioso della stampa e nell’ammutolita reverenza di tutta la politica può costarci caro: cosa facciamo poi se la direzione è quella sbagliata?

     

    Andrea Giannini

  • Movimento 5 Stelle, analisi politica e considerazioni inattuali

    Movimento 5 Stelle, analisi politica e considerazioni inattuali

    Beppe GrilloLunedì Peter Gomez e Marco Travaglio (rispettivamente direttore dell’edizione on-line e vicedirettore dell’edizione cartacea del Fatto Quotidiano) hanno risposto ad una lettera di Vittorio Bertola, consigliere del M5S di Torino. Argomento del contendere era lo stop di Beppe Grillo rispetto all’ipotesi di votare per l’abolizione del reato di clandestinità. L’episodio è noto, mentre lo scambio di vedute tra il politico e i due giornalisti è passato naturalmente in secondo piano: ma riprenderlo può essere molto istruttivo.

    La critica di Gomez e Travaglio si basa sostanzialmente su tre punti assolutamente condivisibili:

    1. se pure è vero che l’abolizione del reato di clandestinità non era nel programma del M5S, va anche aggiunto che nello stesso programma manca qualsiasi tipo di accenno al tema dell’immigrazione: ed è un errore non aver pensato a delle proposte a riguardo;
    2. Grillo non articola un ragionamento che entri nel merito della questione, ma evoca esclusivamente ragioni di convenienza elettorale (non inimicarsi l’elettorato di centro-destra): ed è proprio questa l’attitudine della vecchia classe politica che Grillo stigmatizza;
    3. l’idea di democrazia diretta «alla prova dei fatti rischia di mostrare dei limiti»: cioè i parlamentari devono pur avere un certo margine di autonomia.

    Questa analisi ha il merito di discutere punti deboli e punti forti rimanendo fuori dal coro degli hooligan pentastellati o dei detrattori a oltranza: ed è rarissimo trovare qualcuno che non sia interessato solo a trattare i nuovi arrivati vuoi come i liberatori della politica italiana, vuoi come dei sovversivi fascisti. Senza nulla togliere a Gomez e Travaglio, però, concedetemi la piccola vanità di far notare che i due arrivano un pelino tardi: tutte queste cose io le avevo scritte tempo fa.

    Già un anno fa avevo scritto che il M5S incarnava l’esigenza di recuperare il senso della rappresentanza politica, ma che si affidava per questo ad un’idea di democrazia diretta “telematica” troppo ingenua per funzionare realisticamente. Avevo avuto modo di ribadire che è una colossale ipocrisia quella di ignorare il confronto ideologico tra destra e sinistra, perché questa distinzione incarna i due interessi di base che dividono al fondo qualsiasi società: quello di una maggioranza che ha la sua forza nella quantità e quello di una minoranza che ha la sua forza nel peso specifico (ne riparleremo meglio in futuro). Avevo spiegato, infine, che da questi e altri nodi irrisolti dipendeva la mancata maturazione ideologica del movimento.

    Dunque era del tutto pacifico che questa necessaria evoluzione fosse frenata proprio dall’incapacità di  Grillo e Caseleggio di coglierne la grande ricaduta positiva, sul lungo periodo, in termini di consenso, e che prevalessero al contrario calcoli elettorali di breve respiro, nella convinzione che nell’immediato futuro occorra limitarsi a strizzare l’occhio ai delusi della vecchia politica, tanto a destra quanto a sinistra. Questa strategia “attendista” può forse tornare utile in questa fase, visto che i partiti tradizionali si stanno distruggendo da soli; ma prima o poi il movimento dovrà capire cosa vuol fare da grande: e l’impressione è che questo i due guru non l’abbiano capito.

    Che ci sia qualcosa che non va, invece, dimostrano di averlo capito Gomez e Travaglio. E chissà, forse si potrebbe anche lasciar perdere un attimo quello che dice la Bonev – anche perché, a naso, chi voleva farsi un’idea su Berlusconi forse se l’è già fatta da anni… – per spingersi un po’ più in là. Ci sarebbero da fare, ad esempio, almeno due importanti considerazioni “inattuali”.

     

    A proposito di immigrazione

    Senza dubbio il reato di immigrazione clandestina è «una grida manzoniana»; di sicuro «il decreto sicurezza Maroni e la Bossi-Fini vanno rivisti in molte parti»; certamente per elaborare un’alternativa è necessario «incontrare esperti, magistrati, volontari, comitati di cittadini e immigrati»: insomma, tutto vero; però forse si potrebbe anche notare che l’ansia di Grillo di marcare una differenza dalla sinistra dipende dal fatto che pure da quelle parti il tema immigrazione non è che sia stato gestito granché bene.

    Forse si potrebbe anche dire che, dietro al supposto “internazionalismo” e ai bei discorsi sulla accoglienza e la fratellanza che piacciono tanto alla borghesia liberal e ben educata, si nasconde l’interesse di una parte dell’imprenditoria italiana di incentivare l’afflusso di manodopera a buon mercato dall’estero per abbassare le pretese dei lavoratori. E questa cosa – pensate un po’ – a questi stessi lavoratori rozzi e ineducati non piace. Ovviamente non intuiscono il fenomeno complessivo, ma certo si rendono conto di vivere in periferie sempre più degradate, di avere sempre meno potere d’acquisto e di contare sempre meno: cosa che nel passato ha segnato la fine dei partiti ex-comunisti, spingendo gli operai a votare Lega Nord; mentre oggi, in un quadro ancora più difficile, dalla Gran Bretagna alla Grecia, gli episodi di razzismo e le tensioni sociali aumentano.

    Dunque sarebbe forse il caso di occuparsi delle storture di questa globalizzazione in cui le potenze industriali sfruttano e impoveriscono il terzo mondo generando flussi migratori che vanno a creare  competizione al ribasso tra le classi lavoratrici di quelle stesse potenze.

     

    Da dove parte la degenerazione politica?

    A voler fare poi un’analisi raffinata, si potrebbe cogliere un grosso problema politico che Grillo indirettamente pone, pur non comprendendolo. Infatti, questo continuo oscillare del M5S tra difesa del sistema che abbiamo ereditato e desiderio di introdurre innovazioni (ad esempio, relativamente alla Costituzione, lo strano rapporto tra le accuse di tradimento lanciate alla vecchia classe politica e certe proposte di modifica) dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che, anche nel “nuovo che avanza”, sulle cause della decadenza politica che stiamo attraversando c’è molta confusione d’analisi: ed è proprio per questo che manca una proposta convincente.

    Posto che non si possono che criticare le ultime manovre per modificare la Costituzione (perché sappiamo già a quali logiche rispondono), resta comunque il fatto che in effetti il sistema è degenerato, perché è evidente che il meccanismo di rappresentanza politica non solo non rispecchia il paese, ma anzi gli si rivolta contro. Si tratterebbe dunque di capire come questo è successo prima di azzardarci a fare modifiche.

    La questione è: è necessario riformare il sistema perché si è rivelato inadatto, oppure, all’opposto, è stato proprio il fatto di non averlo rispettato a creare i problemi? In altri termini, la nostra Repubblica parlamentare e la nostra Costituzione sono datate, oppure siamo noi che le abbiamo tradite?

    Personalmente propenderei per la seconda opzione: che però, a ben vedere, non esclude affatto la prima. In effetti, se il punto è che gli Italiani si sono fatti persuadere da promesse fallaci a percorrere strade sbagliate, tanto da mettere in discussione e poi compromettere il sistema di regole ereditato nel dopoguerra, questo significa pur sempre che alla prova dei fatti il sistema ha una falla. E se c’è modo di scardinarlo, allora bisogna creare delle nuove contromisure.

    La mia ipotesi è che si debba procedere non certo verso lo smantellamento della Costituzione, ma verso un’estensione e un rafforzamento delle tutele che essa già prevedeva, nel rispetto del suo spirito di fondo. Ma è solo un’intuizione personale: sarebbe utile che si confrontassero pubblicamente persone ben più qualificate di me. E visto che la politica latita, sarebbe bello che fosse il mondo dell’informazione ad avviare urgentemente il dibattito, senza relegarlo in terza pagina per far spazio al cagnolino Dudù.

     

    Andrea Giannini

  • Società partecipate, la giunta presenta la delibera che apre ai privati

    Società partecipate, la giunta presenta la delibera che apre ai privati

    palazzo-tursi-D4Di indirizzo doveva essere e di indirizzo sarà. Sempre che riesca a trovare la maggioranza in Consiglio comunale. La delibera sulle società partecipate dal Comune di Genova (di cui in tabella potete osservare nel dettaglio i singoli assetti), che fa discutere da quest’estate e che era stata ritirata dalla stessa giunta nell’ultima seduta utile prima delle vacanze, nel contesto di continue manifestazioni di dissenso da parte delle associazioni sindacali, è stata nuovamente approvata da sindaco e assessori. Con qualche ritocco e precisazione in più rispetto al documento presentato, in fretta e furia, poco meno di tre mesi fa,  la giunta conferma sostanzialmente l’apertura all’ingresso di capitali privati che possano consentire l’ampliamento degli orizzonti industriali delle società e la loro sopravvivenza economica.

    «Dopo il rinvio tecnico – ricorda il vicesindaco Bernini – abbiamo sviluppato un fitto dialogo con tutte le rappresentanze sindacali, comprese quelle di categoria, alla presenza anche degli amministratori delle società partecipate. Un lavoro faticoso ma fruttuoso che, da un lato, ci ha consentito di fare un quadro completo su tutte le ramificazioni che il Comune ha dentro le società, dall’altro, ci ha permesso di apportare correttivi alla delibera, recependo alcune istanze dei lavoratori».

    Ma il lavoro fatto fin qui non sembra sufficiente a placare gli animi. Sia sul fronte sindacale che su quello politico, soprattutto tra le fila di una multisfaccettata maggioranza che mostra ormai da tempo segni di cedimento. Così, la riunione già convocata per lunedì prossimo difficilmente finirà a tarallucci e vino. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, pare che una buona fetta di maggioranza avesse espressamente richiesto di condividere il documento all’interno della mura di Tursi prima di presentarlo ufficialmente alla stampa e, quindi, ai genovesi. Invece, ieri mattina si è passati direttamente dalla seduta di giunta alla conferenza con i giornalisti. A cui, tra l’altro, non ha partecipato il sindaco Marco Doria, la cui motivazione ufficiale di altri impegni istituzionali ha destato più di un sospetto.

    Critiche anche le reazioni da parte dei sindacati di base che affidano la risposta a un comunicato unitario, in cui si definisce la delibera “una scelta che ha il sapore dell’autoreferenzialità, un’accelerazione imposta che rischia di scaricare su lavoratori e cittadini le scelte sbagliate compiute in questi anni dall’amministrazione comunale”. Per Cgil, Cisl e Uil il documento presentato ieri interrompe bruscamente il positivo percorso di confronto “esclusivamente per ragioni di interesse politico, e non in quello dei lavoratori e della città, non accogliendo peraltro le correzioni e le proposte di merito avanzate dalle Organizzazioni sindacali”.

     

     La delibera sulle partecipate: occhi puntati su Amt, Amiu e Aster

    Veniamo alla delibera, che nella struttura e nella sostanza non presenta clamorosi cambiamenti rispetto agli intendimenti già manifestati a fine luglio. «Si tratta di un documento più didascalico e prescrittivo – sostiene Bernini – che si apre anche a importanti riflessioni circa il futuro prossimo della città».

    amt-trasporto-pubblico-d1Naturalmente l’attenzione è puntata sulle tre partecipate più grandi: Amt, Amiu e Aster. Sull’Aziendà Mobilità e Trasporti c’è ben poco da dire, se non che la Giunta aspetta i risultati definitivi della valutazione dell’Advisor per poter presentare al Consiglio comunale, entro la fine dell’anno, una proposta operativa che garantisca la sopravvivenza economica dell’azienda e un livello qualitativamente e quantitativamente accettabile del servizio.

    Rifiuti

    Per quanto riguarda Amiu, invece, la delibera richiede al management l’adozione di un nuovo piano industriale che contempli l’opportunità di aprirsi all’ingresso di capitale privato, con partecipazione non di maggioranza, per uscire dalla condizione di società in-house che altrimenti bloccherebbe ogni prospettiva di sviluppo per l’azienda.

    A differenza della prima stesura della delibera, dunque, non si parla più direttamente di cessione di una quota della società.

    «Ad ogni modo – sottolinea Bernini – non spetta a noi entrare nel merito specifico di come questi obiettivi debbano essere raggiunti. Noi diamo solo delle linee di indirizzo e saranno poi gli amministratori delle società a dover presentare un dettagliato piano industriale».

    Simile, ma molto più urgente per questioni di bilancio, la situazione di Aster, per cui viene richiesto alla società di presentare un nuovo piano industriale, secondo la riorganizzazione illustrata, entro la fine del 2013. «Aster deve diventare meno Comune-dipendente, vista la situazione in cui versano le casse di Tursi», sorride Bernini. Che poi, più seriamente, aggiunge: «Con questa delibera il Comune non vuole fare cassa, quanto piuttosto reperire le risorse necessarie per valorizzare le società dal punto di vista industriale, facendo compiere un salto di qualità che nel futuro potrà consentire l’apertura a orizzonti più ampi». Il riferimento è chiaramente alla nuova legge regionale che, in virtù anche del processo di realizzazione delle Città Metropolitana, obbligherà le società partecipate a svincolarsi dallo status di in-house per poter concorrere all’assegnazione di commesse in ambiti territoriali più estesi. «Ad esempio – incalza Bernini – Aster potrebbe entrare in una gara per la fornitura di bitume per le opere stradali necessarie alla realizzazione del Terzo Valico. Oppure potrebbe avvalersi della collaborazione di partner specifici per interventi di risparmio energetico nel Comune di Genova, con l’investimento di un capitale privato che miri a costituire un know-how da poter esportare poi oltre confine».

    I vertici delle aziende, almeno per il momento, si trincerano dietro il più istituzionale dei “no comment”. Ma nel frattempo sono già al lavoro per studiare le misure necessarie a rispondere alle esigenze del Comune. «È vero che il mandato non è ancora formale – ammette Bernini – ma è anche vero che gli amministratori hanno già ricevuto informalmente queste direttive, dal momento che hanno preso parte alle riunioni in cui sono state via, via costruite». Ora la parola passa alle commissioni competenti, prima di tornare in Aula e sottoporsi al giudizio dei consiglieri, verosimilmente all’inizio di novembre.

    Il termine privatizzazione, dunque, non compare mai nel testo licenziato dalla giunta. Ma le note di indirizzo agli amministratori delle società partecipate sono piuttosto precise e partono tutte da un presupposto fondamentale: il riconoscimento dei settori ritenuti strategici e che, quindi, devono rimanere prevalentemente a gestione pubblica. Da questo riassetto complessivo, la Giunta conta di reperire alcune risorse che la stessa delibera vincola ad essere riutilizzate per l’abbattimento del debito, l’investimento in settori riorganizzati e strategici come i trasporti e l’housing sociale e l’adozione di provvedimenti che garantiscano un maggior controllo pubblico su settori di particolare interesse come quello idrico.

     

    Il caso dei Bagni Marina e di Farmacie Genovesi

    Tra gli ambiti ritenuti non particolarmente strategici, rientra l’operato di Bagni Marina e Farmacie Genovesi. Per queste due società viene predisposta la cessione nel caso in cui il bilancio economico-patrimoniale non dovesse raggiungere l’equilibrio. «Per quanto riguarda i Bagni – spiega Bernini – il Comune deve vigilare affinché vengano resi accessibili tutti i servizi anche alla fasce più deboli. Ma per fare questo possiamo utilizzare strumenti diversi rispetto a una partecipazione economica in perdita». Diversa la situazione per le Farmacie comunali (8 quelle ancora attive rispetto alle 11 iniziali), nate per coprire buchi del settore privato che attualmente non sussistono più. Grazie alla riorganizzazione che ha portato ad esempio a esternalizzare il costo dei magazzinieri, dai 130/140 mila euro di passivo del 2012 si potrebbe arrivare al pareggio nell’anno in corso.

     

    L’ultima disposizione della delibera riguarda il comparto occupazionale. La giunta, infatti, si fa promotrice della definizione di un protocollo di mobilità tra le varie partecipate, coinvolgendo laddove possibile anche il Comune stesso, incentivando il più possibile il turn-over con la conseguente assunzione delle professionalità necessarie a compiere il tanto agognato salto di qualità.

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La fine di Berlusconi e berlusconismo? Una questione di interessi

    La fine di Berlusconi e berlusconismo? Una questione di interessi

    campagna-elettorale-berlusconi-2008E’ davvero la fine di Berlusconi e del berlusconismo? Per rispondere a questa domanda occorre ripercorrere il percorso tortuoso che ha portato il Cavaliere a smentirsi e rismentirsi, fino a capitolare sul tragicomico voto di fiducia a Letta. Diciamo subito che quello che è realmente successo nelle segrete stanze delle politica e nelle menti dei protagonisti di questo psicodramma non si può ovviamente sapere: ma ciò non toglie che si possano fare delle ipotesi anche piuttosto realistiche.

    Innanzitutto pare che la sollevazione interna al PDL ci sia stata davvero, e che sia stata talmente ampia da imporsi, per una volta, sul volere dello stesso Berlusconi. Questo fatto inedito (sul quale francamente non avrei scommesso) comporta un clamoroso ridimensionamento della leadership arcoriana: il Cavaliere non ha più il controllo assoluto. In termini meramente elettorali si tratta di una mossa controproducente per tutto il partito, giustificata dal “senso di responsabilità” e dal “bene del paese”: ma esistono spiegazioni più soddisfacenti.

    Il colpo di testa di Berlusconi, col ritiro dei ministri e la minaccia concreta di far cadere il governo, rischiava di produrre (e stava già producendo) un risultato potenzialmente letale per il centro-destra: mettersi contro un fronte di opposizione compatto e impenetrabile.

    Nel passato molti dei successi politici di Berlusconi sono dipesi dalla sua capacità di trovare sponde tra le fila avversarie: da D’Alema a Violante, sono tanti i nomi dei supposti “nemici” del Cavaliere che nella pratica hanno spesso contribuito a salvarlo. Questa volta però, se il governo fosse caduto sancendo la fine delle larghe intese e sconfessando la linea del Presidente della Repubblica, lo smacco per il PD sarebbe stato troppo grande, col rischio elevatissimo che i democrats finissero per fare causa comune col fronte degli anti-berlusconiani duri e puri (cioè quel vasto movimento di opinione che va dal Fatto Quotidiano al M5S): una prospettiva pericolosissima e senza precedenti, oggettivamente non paragonabile né al contesto che portò alla rimonta su Prodi del 2006, né a quello in cui maturò l’ottimo 22% dell’aprile scorso.

    Resta il fatto, però, che finora Berlusconi aveva sempre, se non vinto, almeno pareggiato le sue scommesse elettorali; per cui, c’è da chiedersi: basta davvero una situazione di accerchiamento politico per giustificare questo attacco alla leadership del Cavaliere, cioè l’unica cosa che aveva garantito voti e poltrone e che per questo era stata seguita fino all’altro ieri con cieca obbedienza?

    In realtà ci stiamo perdendo un pezzo importante del quadro. La politica non è un gioco a sé stante: è espressione di interessi. E quali siano gli interessi in discussione è presto detto. Fatevi questa semplice domanda: fuori dagli schieramenti politici, nell’opinione pubblica nazionale, chi ha espresso un parere non voglio dire “positivo”, ma per lo meno “non catastrofico” a fronte di una eventuale caduta del governo? A parte quelli a libro a paga di Berlusconi (per ovvie ragioni), e a parte pochi commentatori indipendenti (come il sottoscritto), la risposta è facile: nessuno.

    Silvio Berlusconi, elezioni 2013silvio-berlusconi-2

     

     

     

     

     

     

     

    La caduta di Berlusconi: una convergenza assoluta di interessi

    Può sempre essere che, se il governo Letta fosse caduto, gli esiti sarebbero stati davvero catastrofici. lo non lo credo affatto: e per questo ho tentato, quantomeno, di opporre un discorso di buon senso a quella che ritengo essere stata una vera e propria campagna di terrorismo mediatico. Ma anche se mi sbaglio, rimane il fatto che, considerato lo stato dell’informazione in Italia, se ci fosse stato qualcuno di potente ed influente che avesse avuto da guadagnarci da una caduta del governo, non c’è dubbio che il suo parere si sarebbe sentito: avrebbe trovato facilmente un trombettiere pronto a fargli da megafono. Al contrario, il fatto che nessuno si sia espresso in modo diverso ci autorizza a concludere che i principali blocchi di potere nell’attuale establishment siano compatti nel sostenere il governo Letta.

    Ripeto il ragionamento per chi fa finta di non capire. Se ci fossero stati grandi gruppi industriali, banche, centri finanziari, partner in Europa o oltre l’Atlantico che avessero visto favorevolmente nuove elezioni, avrebbero avuto sicuramente mezzi e occasioni per intervenire fuori dal coro nel dibattito scatenatosi sulle conseguenze della crisi politica. Se ciò non è avvenuto, allora bisogna concludere che si è verificata un’assoluta convergenza di interessi da parte di tutte le principali forze che cercano di influenzare l’opinione pubblica, data dal fatto che nessuno voleva ritrovarsi a che fare con un paese senza interlocutori politici “affidabili” (leggi: con i quali contrattare leggi favorevoli) e senza possibili soluzioni di compromesso in vista.

    La rappresentazione unilaterale che i media ci hanno dato non dimostra che quella rappresentazione sia necessariamente vera: dimostra solo che non c’era nessuno di realmente potente che avesse interesse a contraddirla. Altrimenti, se questo forte interesse di parte ci fosse stato, bisognerebbe concludere che non si è fatto sentire perché è rimbalzato sul muro compatto e impenetrabile dell’amore per la verità, dell’integrità e dell’indipendenza culturale del giornalismo italiano: una cosa assurda per i livelli di servilismo che l’esperienza e tutti gli osservatori internazionali ci dimostrano esistere.

    Il distacco fra il Cavaliere e il blocco di interessi che lo ha sempre sostenuto

    Da questo discorso discende per conseguenza che chi era aperto al voto (che abbia valutato bene l’opportunità della cosa oppure o no) ha se non altro dimostrato un certo grado di indipendenza o opposizione rispetto ai suddetti blocchi di potere. E’ questo il caso, per esempio, del M5S, che appare dunque come espressione, a quanto ci è dato vedere, solo dell’iniziativa di un comico e del desiderio di cambiamento di tanti cittadini (magari ingenui e faciloni, ma sempre cittadini come gli altri). Ma è pure il caso di Silvio Berlusconi. Il dato politico più significativo, infatti, è che con il voto della settimana scorsa è giunto a compimento il processo di distacco tra il Cavaliere e il blocco di interessi che lo aveva sostenuto.

    Qualcuno preferirebbe non ricordarlo, ma una volta in tanti erano berlusconiani. E non è che Berlusconi fosse tanto meno “impresentabile” di oggi: si era già preso le sue belle prescrizioni, con sentenze tutt’altro che lusinghiere; si sapeva già che il boss mafioso Vittorio Mangano era stato “stalliere” ad Arcore; erano note queste ed altre cose. Eppure non era certo trattato come un appestato. Ricordo, tra le altre cose, le manifestazioni di stima del simpatico “amico George” (Bush junior), la standing ovation del Congresso americano, gli alleati europei che non facevano sorrisini sprezzanti quando c’erano da concludere certi affari e persino le platee festanti di Confindustria: tutto questo mentre in Parlamento il centro-destra portava avanti egregiamente, a colpi di leggi-vergogna, la sua bella battaglia per l’impunità personale del capo. Da un certo punto in avanti, però, il cammino giudiziario di Berlusconi è diventato incompatibile con la difesa degli interessi costituiti: perché questi interessi hanno preteso continuità proprio quando il Cavaliere ha avuto bisogno di rompere.

    La fine politica?

    Oggi Berlusconi è ormai vecchio, stanco e pensa solo a evitarsi la galera: non può più essere quel paladino del liberismo su cui molti confidarono. Anzi, come si è capito la settimana scorsa, può essere addirittura un ostacolo da eliminare. Eppure non è detto che sia giunta la sua fine politica.

    In primo luogo, se per il momento le strade del Cavaliere e dell’establishment politico-economico divergono, non è detto che non possano ancora tornare a convergere in futuro. E’ difficile, proprio perché è difficile trovare una soluzione ai molti nodi giudiziari: ma non è impossibile.

    Secondariamente a Berlusconi rimane un grande capitale in mano: i voti. Se le cose dovessero andare bene per le larghe intese (periodo ipotetico dell’irrealtà), ne beneficerà elettoralmente soprattutto il PD;  e se dovessero andare male, nessuno voterà mai per Angelino Alfano. La realtà, dunque, è che Berlusconi rimane il catalizzatore elettorale del centro-destra. Per questo nel suo partito tutti continuano a lisciargli il pelo: perché sanno che senza di lui fanno poca strada. E questo comporta non poca influenza in mano al pregiudicato di Arcore.

    Infine, anche volendo sognare un mondo senza Berlusconi (ma non “deberlusconizzato”, perché i piccoli “berluschini” sono tanti e sono fra noi), non è lecito aspettarsi di poter godere dell’unica conseguenza veramente positiva di tutta questa situazione: cioè (almeno fin che il pover’uomo resterà in salute) non è lecito attendersi che “Berlusconi” cessi finalmente di essere l’alibi per tutte le idiozie fatte a Roma e Bruxelles. Al contrario: accanto allo spread, ai mercati e all’instabilità politica, sembra già di vederli, commentatori e politici di ogni risma, impugnare la nuova arma per il terrorismo di massa contro chi osa muovere la più piccola critica: “volete forse che torni lui?”.

     

    Andrea Giannini

  • Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    finanza-borsa-affari-economia-statisticheI due giorni immediatamente precedenti al voto di mercoledì, che ha confermato la fiducia al governo Letta, hanno visto una martellante campagna di stampa tesa ad inchiodare l’opinione pubblica su alcune precise parole chiave: il “responso dei mercati”, il solito “spread” ed infine il mantra della “stabilità”. Di mercato e spread abbiamo già parlato, e magari torneremo a parlarne in futuro; ma il rischio instabilità, invece, è in parte una novità di questi giorni, almeno per le altissime vette di disinformazione che questo spauracchio ha permesso di toccare. Stiamo parlando, è ovvio, solo di un sostantivo (o di un aggettivo, a seconda dei casi): eppure, visto che è stato usato per condizionare un intero paese, occorrerà discuterne come se si trattasse di una faccenda seria.

    Cerchiamo quindi di fare un ragionamento sensato. Se l’instabilità fosse davvero quel male terribile che toglie il sonno ai nostri più autorevoli commentatori, se fosse davvero quella grave minaccia per i nostri partner europei e per tutto il continente, se davvero contasse per quasi un punto di crescita, come sostiene il Centro Studi di Confindustria, in una parola, se tutto il terrore che ci hanno gettato addosso alla sola idea di nuove elezioni fosse giustificato, allora dovremmo aspettarci, quantomeno, che esista una qualche correlazione tra recessione e incertezza politica. Il problema è che questa correlazione non si vede da nessuna parte.

    Intendiamoci: nessuno nega che continui e repentini avvicendamenti di governo, prolungate difficoltà nel formare maggioranze, caos sociali, assassinii di uomini politici e guerre civili siano possibilmente da evitare. Il fatto però è che nei periodi precedenti elezioni democratiche (che siano anticipate o no) un po’ di incertezza è del tutto fisiologica. Si tratta, in fin dei conti, di un piccolo prezzo da pagare (che le dittature non esigono): e ci si può tranquillamente convivere senza compromettere il benessere economico generale. Se ancora non siete convinti, allora mettiamoci pure a fare due conti.

     

    La seconda repubblica: 20 anni di grande stabilità, eppure…

    silvio-berlusconi-2Veniamo da una stagione politica particolarmente stabile. La seconda repubblica, dal primo governo Berlusconi (1994) a oggi, comprende 6 legislature e 12 governi, per un totale di circa 233 mesi: dunque, in media, una legislatura ogni 38,8 mesi e un governo ogni 19,4. Si tratta di una performance molto buona, non accompagnata però da dati sulla crescita altrettanto incoraggianti: la variazione annuale sul PIL è in media inferiore al +1%.

    Nella prima repubblica, al contrario, dal governo Pella del 1953 al governo Ciampi, terminato appunto nel 1994, in circa 369 mesi abbiamo avuto 10 legislature e 44 governi: cioè una legislatura ogni 36,9 mesi e, soprattutto, un governo diverso ogni 8,4 mesi…! Questo significa che i governi della prima repubblica sono durati, in media, meno della metà di quelli della seconda; eppure abbiamo assistito ad una crescita portentosa: più o meno +4% all’anno per trent’anni di fila!

    In parte questo risultato è fisiologico: un paese che deve costruire tutto, se cresce, lo fa di solito a ritmi alti, per poi rallentare progressivamente. Ma fare questo tipo di considerazione significa già riportare la discussione su un percorso di maggiore buon senso, allontanando semplicistiche connessioni tra i termini del vocabolario e i dati dell’economia: altri sono i discorsi che dovremmo fare in tema di crescita. Resta il fatto che – si è dimostrato – essa non è incompatibile con scenari di incertezza politica (e giusto per capire di quale livello di incertezza si discute, ricordo che negli anni ’70 si tentavano colpi di Stato e c’erano le Brigate Rosse).

     

    La situazione di oggi e le promesse di apocalisse

    giorgio-napolitanoDicono, tuttavia, che oggi è tutto più difficile: siamo in recessione e l’instabilità ci costerebbe molto più cara del normale. Faccio notare, allora, che le stime fatte da Confindustria, secondo cui un’eventuale caduta del governo Letta ci avrebbe consegnato una recessione del -1,8% nel 2013, sono esattamente identiche alle stime fatte dal Fondo Monetario Internazionale che pure scontano un clima di incertezza, ma che comunque sono precedenti alla decisione di Berlusconi di aprire la crisi; e sono superiori solo dello 0,1% a quelle fatte a suo tempo dallo stesso governo. Mi pare quindi che siano proprio i numeri portati da quelli che si stracciano le vesti a smentire eventuali catastrofi (catastrofi peggiori – s’intende – di quella in cui già siamo).

    Dicono che c’è l’IVA e l’IMU. Vero, ma qualcosa avremmo pagato comunque. Non dimentichiamoci che la coperta è corta: rinviare l’IVA avrebbe significato trovare la copertura da qualche altra parte. Cioè, avremmo pagato in altro modo, ma avremmo pagato. Quei soldi sono un impegno verso Bruxelles che, nell’ottica di questo esecutivo, andava comunque onorato. Guardate perciò il lato positivo: abbiamo fatto contento Olli Rehn.

    Dicono che ci sono un sacco di temi politici sul tavolo. Vero: peccato solo che il governo Letta non li affronti, ma li rimandi di continuo. Dunque non è solo una battuta dire che molti non avrebbero notato la differenza. Ricordo comunque che un governo dimissionario resta in carica per gli affari correnti: per cui saremmo stati comunque nelle condizioni di affrontare eventuali emergenze.

    Dicono che le elezioni avrebbero ritardato gli investimenti esteri. Vero, ma è anche abbastanza normale. Succede sempre quando ci sono delle elezioni importanti, e non è mai morto nessuno. Ricordo poi che gli investimenti esteri non sono la panacea: anzi, se arrivano in eccesso possono causare degli squilibri significativi, come in effetti è successo proprio nella genesi dell’attuale crisi. Oppure pensiamo al caso Telecom: si tratta di un investimento straniero, ma se ne parla come di un problema; segno che i capitali esteri non sono sempre una buona cosa.

    Dicono, infine, che tutta l’Europa è preoccupata per la nostra instabilità. Vero anche questo. Ma diciamoci la verità. Quello che interessa ai nostri partner europei e al mondo finanziario non è l’incertezza in sé: è il rischio che un nuovo governo smetta di seguire le politiche che piacciono a loro. Le quali sono ben note: l’austerità, ossia la stessa cosa che faceva Monti, la stessa cosa che gli Italiani avevano bocciato alle ultime elezioni, quella politica che fa gli interessi dei paesi creditori come la Germania e quel principio economico che, secondo il premio Nobel Paul Krugman, nel dibattito internazionale tra economisti non trova più sostenitori di rilievo.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale, “fuori sacco” e articoli 54: regolamento da rivedere?

    Consiglio Comunale, “fuori sacco” e articoli 54: regolamento da rivedere?

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DDopo l’ordine del giorno della scorsa settimana sulle modifiche alle linee Amt in Valbisagno – votato favorevolmente dalla maggioranza dei consiglieri, nonostante fosse stato proposto dall’opposizione – un altro documento presentato “fuori sacco” (in genere si definisce fuori sacco tutto ciò che non è iscritto all’ordine del giorno ndr) ha suscitato accese discussioni nel corso dell’ultima seduta in Sala Rossa. Argomento del contendere, la Gronda. O meglio, la richiesta dei consiglieri Anzalone e Baroni (Gruppo Misto) e Musso Enrico, Musso Vittoria e Salemi (Lista Musso) di impegnare sindaco e giunta “ad avviare immediatamente le necessarie azioni per promuovere una Conferenza dei Servizi” al fine di programmare la realizzazione delle opere propedeutiche all’infrastruttura. Una richiesta stoppata direttamente dal presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, che ha dichiarato il documento inammissibile, accogliendo il parere della Segreteria generale, secondo cui le materie toccate esulavano dalla competenza comunale.
    Il dibattito, dunque, si sarebbe dovuto stoppare sul nascere. Invece, apriti cielo. Con il vicesegretario del Comune di Genova, Graziella De Nitto, accusata di ingerenze e parteggiamenti politici dal consigliere Alfonso Gioia (Udc). Probabilmente, tutto sarebbe filato via liscio se la Segreteria generale fosse stata un po’ più attenta alle motivazione dell’inammissibilità dell’ordine del giorno: nel testo, infatti, si dà per scontata la Valutazione di impatto ambientale della Gronda che, nella realtà delle cose, invece, non è ancora stata ufficializzata.

    Ad ogni modo, che la giornata sarebbe stata particolarmente calda lo si era intuito già qualche minuto prima, quando da una stanza limitrofa alla Sala Rossa erano volate parole di fuoco nel corso di una riunione di maggioranza. D’altronde si sa, il Pd vuole la Gronda a tutti i costi, mentre sindaco e giunta non hanno ancora preso una posizione chiara e definitiva.

    Per questa volta lo scontro è stato limitato dalla scaltrezza di Enrico Pignone (capogruppo Lista Doria), che ha richiesto proprio l’intervento della Segreteria generale sulla legittimità dell’ordine del giorno. Ma la questione è semplicemente rinviata e tornerà ciclicamente e sempre con maggior frequenza a caratterizzare le prossime sedute in Sala Rossa.

    “Fuori sacco” e “articoli 54”: regolamento da modificare? Ne abbiamo parlato con il presidente del Consiglio Comunale Giorgio Guerello

    palazzo-tursi-presidente-guerello-DNonostante le dichiarazioni di facciata arrivate da più parti, la maggioranza continua a scricchiolare e la giunta Doria è continuamente nell’occhio del ciclone. In questo senso, bisogna dare atto ai consiglieri delle opposizioni di una buona capacità di utilizzo degli strumenti a loro disposizione per minare il già di per sé fragile legame tra giunta e maggioranza. In alcuni casi, anche forzando un po’ il regolamento o sfruttandone la vacuità. Esattamente quello che sta accadendo con una fioritura di ordini del giorno fuori sacco, come ci spiega il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello: «L’attuale regolamento non lascia spazio al confronto sulle tematiche portate in aula attraverso lo strumento dell’ordine del giorno fuori sacco. Si può solo votare. Ma questo può andar bene, ad esempio, per aderire a iniziative che si fanno promotrici di diritti universali, non certo per questioni che meritano un ampio confronto politico». Come la Gronda.

    Tra l’altro, lo stesso presidente non ha alcun potere di incisione sull’iter procedurale di queste iniziative consiliari: «Il fuori sacco posso solo portarlo al mattino in Conferenza capigruppo per vedere se farlo passare in aula il giorno stesso, in caso di parere unanime dei capigruppo, o farlo slittare alla seduta successiva. Non vi sono possibilità di rifiuto, rinvio in commissione o rimando ad altro tipo di discussione. Ed è per questo che in campagna elettorale, ad esempio, assistiamo a un pullulare di fuori sacco che in realtà altro non sono che marchette elettorali, sostanzialmente interpellanze mascherate perché abbiano un percorso preferenziale in aula».

    Proprio per queste ragioni, lo stesso Guerello all’inizio del nuovo mandato aveva lanciato una proposta di riforma del regolamento: «All’inizio del ciclo amministrativo avevo proposto, in Conferenza capigruppo e alla Commissione regolamentare, di modificare le disposizioni sul funzionamento degli ordini del giorno fuori sacco e degli articoli 54 (interrogazioni a risposta immediata, ndr)».

    Anche le interrogazioni a risposta immediata, altrimenti note come question time, che precedono di un’ora tutte le sedute ordinarie del consiglio comunale, sono infatti diventate uno strumento parecchio inflazionato. Ancora Guerello: «Ogni settimana mi arrivano dalle 150 alle 180 richieste di articoli 54. Nell’ambito di quelle, ne devo scegliere solo 4 o 5. Ma è evidente che tutte le volte non ci possano essere quasi duecento questioni che, da regolamento, dovrebbero essere connotate da urgenza o particolare attualità politica. Tant’è vero che molte richieste vengono reiterate per diverse settimane. Inoltre, sarebbe opportuno inserire una sorta di contingentamento degli interventi per gruppi consigliari: se i firmatari sono dello stesso partito, decide il capogruppo chi illustra l’interrogazione, senza dover dare la parola a tutti».

    Consiglieri particolarmente indisciplinati, dunque, o scarsi conoscitori del regolamento? «Io credo che anche in questo caso il regolamento abbia bisogno di qualche ritocco. Sia i fuori sacco che i 54 sono strumenti molto utili per la democrazia, tant’è vero che cerco di darne di più alle opposizioni che hanno maggiori difficoltà ad avere un dialogo constate con la giunta. Ma hanno bisogno di una revisione che riporti alle caratteristiche originali di queste iniziative consiliari che la prassi ha con il tempo modificato e peggiorato».

    Simone D’Ambrosio