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  • Rinnovabili, al passo della Bocchetta un parco eolico con 5 pale da 150 metri

    Rinnovabili, al passo della Bocchetta un parco eolico con 5 pale da 150 metri

    Un parco eolico da realizzare a pochi metri dal Passo della Bocchetta, in territorio Ligure, comprendente cinque aerogeneratori di ultima generazione alti 150 metri capaci di produrre, sulla carta, 16 megawatt di energia eolica. Questo il progetto depositato nei giorni scorsi presso gli uffici di Regione Liguria in attesa di passare sotto il controllo della valutazione di impatto ambientale.

     A presentarlo la Seva srl, colosso valdostano dell’energia eolica, che ha proposto l’impianto al comune di Mignanego, in provincia di Genova, dove le pale dovrebbero sorgere. Il parco eolico sarebbe ubicato sulla cresta che congiunge il passo della Bocchetta al Monte Calvo, passando per il Monte Poggio, interessando una linea di cresta di circa 1,2 chilometri.

    Il progetto prevede l’installazione di 5 aerogeneratori ad asse orizzontale del tipo Vestas V1121  con un’altezza al mozzo pari a 94 metri e un diametro del rotore pari a 112 metri; stando alle stime presentate con l’energia prodotta, circa 34.000 MWh all’anno, si coprirebbe il fabbisogno di circa 13.600 famiglie. 

    Secondo quanto emerge dalla relazione tecnica, l’impianto ligure segue una progettazione simile redatta quasi dieci anni fa però sul versante piemontese. I progetto però fu stoppato da Regione Piemonte (e sarebbe attualmente sospeso) perchè considerato troppo vicino all’area protetta del Parco Naturale delle Capanne di Marcarolo, e quindi potenzialmente pericoloso per le rotte migratorie di alcune specie di volatili protetti. Oggi il nuovo progetto dista qualche decina di metri rispetto al precedente, ma in territorio totalmente ligure, e prevede due torri in meno rispetto alle sette (ma più piccole) dell’impianto piemontese.Parco eolico Passo della Bocchetta

    Come in tutti gli impianti del genere, l’elemento più complesso è quello relativo alla viabilità di servizio per l’installazione delle torri: in questo caso passando dalla Bocchetta si utilizzerebbero i tracciati utilizzati in precedenza per la posa del gasdotto Gavi-Pietralavezzara della Snam, salvo qualche puntuale intervento per rendere transitabile la strada dai lunghi mezzi speciali dedicati al trasporto delle parti delle pale. In corrispondenza di ciascun aerogeneratore sarà prevista la realizzazione di una piazzola temporanea costituita da una superficie pianeggiante di circa 2300 m2 necessaria per consentire l’installazione della gru e delle macchine operatrici, l’assemblaggio delle torri, l’ubicazione delle fondazioni, la manovra degli automezzi e, in generale, il deposito temporaneo di tutte le componenti. Secondo quanto presentato nella documentazione per realizzare il parco eolico ci vorranno 2 anni di lavori, e l’impianto avrà una vita utile calcolata tra 25 e 30 anni, salvo poi essere “riaggiornato”.

    Nella documentazione è stata allegato anche lo studio dell’impatto visivo, che interessa un’area in realtà molto ampia, visto che i generatori saranno visibili (o tutti o solo alcuni) praticamente in buona parte di un’area compresa entro i 10 chilometri dell’impianto, tra cui, oltre che dal passo della Bocchetta, anche dai Piani di Praglia e dalla Madonna della Guardia, vale a dire due dei più amati punti panoramici della nostra provincia. Ma non solo: dalla cartina allegata alla documentazione le pale si vedranno anche praticamente in tutta la  Valpolcevera fino a Sampierdarena.

     Altro impatto da valutare riguarderà l’acustica. Come è noto, infatti, le pale e i rotori degli impianti eolico producono rumore durante il loro funzionamento, calcolato per questa tipologia di macchine, con il mozzo a 90 metri dal suolo, a 94 decibel con un vento pari a 5 metri al secondo (l’impianto si attiva con 3) fino a 106 decibel con venti a 10 metri al secondo. Gli aerogeneratori potranno funzionare con venti fino a 25 metri al secondo. La percezione al suolo sarà diminuita dall’altezza dell’impianti, ma nelle zone limitrofe, ad altezza uomo, potrà variare dai 55 ai 40 decibel. 
  • Il Nodo Ferroviario fermo al binario tronco di Voltri. La Grande Opera che tiene in scacco Genova

    Il Nodo Ferroviario fermo al binario tronco di Voltri. La Grande Opera che tiene in scacco Genova

    Nodo ferroviario voltriIl binario 2 tronco della stazione di Voltri si può definire un binario fantasma. Inaugurato a inizio 2012 come seconda arteria di quella sorta di “metropolitana di superficie” che avrebbe dovuto collegare Voltri a Brignole entro il dicembre 2017, separando il traffico a lunga percorrenza da quello metropolitano, ad oggi è ancora inutilizzato. E il binario 1 tronco, da cui parte circa un treno ogni mezz’ora, dopo pochi metri torna a incrociarsi con le linee della lunga percorrenza di persone e merci. Generando quegli ingorghi che causano i ritardi a cui i tanti pendolari che dal ponente genovese vanno a lavorare in centro sono tristemente abituati. Eppure, della necessità di separare le linee dedicate ai viaggi metropolitani da quelle per la lunga percorrenza le merci si parla da molto tempo. Addirittura dal millennio scorso, se si considera che la firma del Protocollo di Intesa tra Regione Liguria, Comune di Genova e Ferrovie dello Stato sul nuovo assetto ferroviario del nodo di Genova risale al 22 ottobre 1999. Sindaco era Beppe Pericu, Presidente della Regione Liguria Giancarlo Mori e in radio impazzava Livin’ la Vida Loca di Ricky Martin.

    Il nodo di Genova, un’opera strategica anche a livello nazionale

    Nonostante la calma con cui procedono i lavori, il “potenziamento infrastrutturale della tratta Voltri – Brignole” figura nel sito del SILOS, il “Sistema Informativo Legge Opere Strategiche” che elenca tutti i cantieri sparsi per la penisola la cui importanza è ritenuta appunto “strategica” per lo sviluppo economico del Paese. Il rafforzamento della ferrovia genovese è classificato tra le opere che compongono l’altisonante Corridoio Plurimodale Tirrenico – Nord Europa, una sequenza di autostrade e binari che, dalla Sicilia al Piemonte, si pone l’ambizioso obiettivo di migliorare i collegamenti tra l’Italia e il resto del continente. Il corridoio rientra nel programma fissato dalla cosiddetta “Legge Obiettivo” del 2001 e include opere ben più note a livello nazionale, quali il ponte sullo stretto di Messina o il Terzo Valico dei Giovi, quest’ultimo etichettato come prioritario.

    I binari della discussa linea Tortona – Novi Ligure – Genova e quelli del rinnovato nodo ferroviario sono destinati a incrociarsi. Il prolungamento verso levante di circa 3 chilometri della bretella che parte dalla stazione di Genova Voltri collegherà infatti la stazione del ponente genovese alla linea Succursale dei Govi all’altezza del bivio Polcevera, passando per Borzoli e Fegino. Facendo di Voltri una sorta di hub, snodo cruciale del traffico di merci e passeggeri e vera e propria porta di ponente del nodo ferroviario. Certo, ad oggi è difficile crederlo, se si guarda a quel solitario binario 2 tronco, ai disservizi di una stazione a cui mancano persino i servizi igienici e ai continui slittamenti della data di fine lavori degli ultimi anni, causati anche dalla liquidazione del gruppo Eureca Fergen.

    Nodo ferroviario voltri 3E le denunce dei sindacati di inizio anno sulla situazione di stallo dei cantieri non sono certo un segnale positivo. Ma lo scorso ottobre Rete Ferroviaria Italiana, in coro con Comune e Regione, ha fissato al 2021 la conclusione dei lavori. Lo stesso anno in cui si dovrebbero chiudere i cantieri del Terzo Valico. Roma permettendo. L’aspirante presidente del Consiglio Luigi di Maio, infatti, nella sua recente intervista a Primocanale ha confermato la storica contrarietà del Movimento Cinque Stelle all’opera, dichiarando l’intenzione di “metterla da parte” e di concentrarsi sul rafforzamento della linea Genova – Milano esistente. Anche le politiche del prossimo 4 marzo diranno quindi qualcosa sul destino dei cantieri liguri.

    Inoltre non è chiaro come il collegamento delle due opere possa essere tecnicamente compatibile, visto che le bretelle ipotizzate non si sa se siano AV/AC come il resto dell’infrastruttura transappenninica.

    Il progetto (ridimensionato)

    Il piano per il rafforzamento del nodo ferroviario genovese si concentra su quattro punti nevralgici: Voltri, Sampierdarena, Principe e Brignole. Le prime due in quanto punti di intersezione tra la linea urbana e quelle di valico, le altre per la loro posizione centrale. Se è vero che gli obiettivi e le linee generali del progetto sono sempre le stesse da ormai un decennio abbondante, meno chiari sono alcuni dei suoi aspetti più minuti. Come riportavamo in un nostro articolo di qualche anno fa a ponente, per esempio, si era pensato alla realizzazione di nuove stazioni intermedie a Multedo e Pegli Lido, per cui i contatti tra Comune e Fs sembravano in fase piuttosto avanzata. Oggi, però, si parla solo della nuova stazione di Palmaro, per la quale i lavori, almeno a uno sguardo poco attento, sembrerebbero quantomeno in fase di stallo.

    Nodo ferroviario voltri 4Limitandoci alle linee essenziali, l’ultima versione del piano prevede il quadruplicamento della ferrovia tra Voltri e Sampierdarena (con due binari dedicati alla lunga percorrenza e due al traffico regionale e metropolitano) e il sestuplicamento della tratta tra Principe e Brignole. A Sampierdarena una nuova galleria artificiale dovrebbe evitare l’interferenza tra la linea dei Giovi (la cui parte meridionale si vuole dedicare solo al traffico locale) e il prolungamento della bretella di Voltri. Tra le due stazioni centrali genovesi, l’obiettivo è quello di ottenere tre coppie di binari, tramite il prolungamento delle gallerie Cristoforo Colombo e San Tommaso, il cui nuovo tratto si collegherà alla Galleria delle Grazie Bassa. Ma per adesso, l’unica moltiplicazione certa è quella delle tempistiche.

     

    Luca Lottero

     

     

  • Che fine ha fatto il Terzo Valico? Tra lavori da riaffidare, strategie nazionali e la “Via (adriatica) della Seta” cinese

    Che fine ha fatto il Terzo Valico? Tra lavori da riaffidare, strategie nazionali e la “Via (adriatica) della Seta” cinese

    Fonte: Agi.it
    Fonte: Agi.it

    Uno dei più grandi progetti infrastrutturali del paese sta facendo fatica a trovare spazi di “luce mediatica” sia a livello locale che a livello nazionale. I lavori nei cantieri sono praticamente al palo e la grande economia globale, che invece non si ferma, da qualche settimana ha inserito prepotentemente in agenda la nuova via del commercio cinese, che, tra le altre cose pare non essere interessato al porto genovese, depotenziando indirettamente il senso e l’opportunità del Terzo Valico.

    Terzo Valico, chi l’ha visto?

    Come era ovvio, in tempi di campagna elettorale i temi considerati “grandi classici” per il palcoscenico genovese hanno avuto tutti il loro momento. Il Terzo Valico, argomento in agenda elettorale da almeno vent’anni, è stato un tema dibattuto e discusso, ma sempre sulle barricate delle posizioni contrapposte tra i favorevoli e contrari all’opera. E nemmeno troppo. Durante la corsa alle urne non si è mai presa in considerazione la “prospettiva Paese” né tanto meno quella mondiale. Tanto da chiedersi se esistono veramente queste prospettive. Il primo dubbio a riguardo lo ha sollevato indirettamente lo stesso ministro Graziano Delrio, che il 26 aprile scorso, intervistato da un giornale nazionale, sul tema ha dichiarato che per rilanciare il porto di Genova le priorità sono «tre: Nodo ferroviario, Gronda e nuova diga portuale». E il Terzo Valico? Si potrebbe pensare che sia dato per scontato, ma altre notizie non sembrano confermare questa ipotesi. Come è noto, infatti, il 31 maggio scorso, in audizione informale al Senato, il commissario Cociv Marco Rettighieri, subentrato alla guida del consorzio dopo la “decapitazione” delle dirigenza a seguito delle inchieste per infiltrazioni mafiose, ha detto che la maggior parte dei lavori vanno riaffidati e che si deve lavorare nuovamente sui bandi. In altre parole i lavori oggi sono praticamente fermi, a data da destinarsi. Ma le notizie più esplosive arrivano da lontano.

    La Via della Seta cinese

    cosco nave containerNel 2013 il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping presentava al mondo la visione della “Nuova via della Seta”: un sistema di grandi corridoi merci in grado di unire Pechino con l’Europa, attraverso la sfruttamento di nuovi collegamenti e infrastrutture dedicate. Negli anni, l’idea ha preso forma arrivando ad essere progetto: via terra la costruzione di un “passaggio” attraverso Kazakistan, Uzbekistan, Iran e Turchia (per poi arrivare in Europa attraverso i Balcani) e via mare attraverso nuove rotte in grado di sfruttare l’allargamento di Suez e approdare direttamente in porti europei. Qui sta il punto: la strategia cinese prevede l’attracco delle navi nel porto del Pireo, in Grecia, che in futuro potrebbe essere collegato al cuore del continente grazie a nuove infrastrutture viarie balcaniche. In questa ipotesi, l’Italia sarebbe esclusa da questa progettualità. «L’ho anche detto nel mio recente viaggio in Cina agli operatori asiatici: la soluzione non è il Pireo e l’asse Belgrado-Budapest, ma quella dell’Alto Adriatico – diceva Delrio a fine aprile – Trieste ha sviluppato benissimo la sua vocazione ferroviaria». Genova non pervenuta. La doccia fredda però è arrivata qualche giorno fa: dopo l’acquisto nel 2016 del porto greco da parte di Cosco (China Ocean Shipping Company, la compagnia di bandiera cinese), il 12 giugno scorso è stato siglato un accordo di programma tra l’autorità portuale del Pireo (Ppa), Cosco Shipping (azionista di maggioranza di Ppa) e Sipg (Shanghai International Port Group, che gestisce il 25% del commercio marittimo cinese) per aumentare il flusso commerciale e portare avanti il progetto della via della Seta attraverso Grecia e Balcani.

    L’unica incognita a questo progetto è la tempistica legata al potenziamento delle infrastrutture ferroviarie per collegare il porto greco con l’Ungheria: per questo motivo la carta italiana potrebbe avere ancora speranza. La Cina, infatti, da un paio di anni sta investendo concretamente nell’alto adriatico: il cosiddetto progetto dei “cinque porti” (Venezia, Ravenna, Trieste insieme a Fiume, Croazia e Capo d’Istria, Slovenia), inaugurato e sponsorizzato dal governo italiano nel 2015, sta ricevendo finanziamenti da Roma e dal Silk Road Found, un enorme fondo di investimento che fa capo a Pechino. Si parla di 2,2 miliardi di euro totali per adeguamenti e potenziamenti infrastrutturali, di cui 350 milioni già messi in campo dall’esecutivo italiano. L’Alto Adriatico sarebbe, infatti, particolarmente strategico per via della vicinanza con il Brennero e l’accesso diretto alla Pianura Padana.

    Il 13 giugno scorso, inoltre, il porto di Trieste e la Duisburger Hafen (duisport), la società pubblica che gestisce il porto della città di Duisburg, hanno siglato un accordo di collaborazione strategica per rafforzare i trasporti via ferro che legano le due città. Duisburg è tra i principali hub commerciali europei, essendo sulla congiunzione delle vie fluviali del Reno e della Rurh.

    Genova superata

    In tutti questi disegni strategici, Genova e il suo porto ad oggi non trovano spazio. Non che non ci siano investimenti nella zona tirrenica: lo scorso marzo Cosco ha acqusito il 40% del nuovo terminal container in costruzione a Vado Ligure ed entro il 2018 Maesrk abbandonerà il capoluogo ligure definitivamente, nuovamente per il porto savonese, vicinissimo alla A26 e quindi al nodo ferroviario di Torino. Genova è strategicamente superata.

    In altre parole, a livello nazionale e internazionale, i grandi attori economici stanno evitando il capoluogo ligure, mentre lo stesso governo italiano, per stare nella “partita cinese” sembra voler accomodare la scelta adriatica. Alla luce di tutto ciò, il Terzo Valico diventa un enigma: verrà terminato? Quali e quante merci porterà (forse non è un caso che da qualche mese a questa parte si parli nuovamente di attrezzarlo anche per il trasporto persone)? È ancora l’opera strategica per Genova e il suo porto? Ma soprattutto, Genova è ancora strategica? Forse sarebbe il caso di discuterne.

    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, respinta la richiesta di archiviazione, vicesindaco Bernini a processo per diffamazione

    Terzo Valico, respinta la richiesta di archiviazione, vicesindaco Bernini a processo per diffamazione

    terzo-valico-manifestazioneRespinta la richiesta di archiviazione, nelle prossime settimane incomincerà il processo a carico del vicesindaco Stefano Bernini, querelato per diffamazione qualche mese fa da un interferito del Terzo Valico. Il giudice per le indagini preliminari Massimo Cusatti, infatti, ha respinto la tesi del pubblico ministero Gabriella Dotto, che derubricava la vicenda come una archiviabile “critica politica”: nei prossimi giorni, quindi, sarà depositata l’imputazione.

    Come avevamo anticipato mesi fa, infatti, il vicesindaco di Genova è stato querelato da Simone Amici, cittadino di Pontedecimo, negli ultimi anni divenuto volto noto nella delegazione, e non solo, per la sua “opposizione” alla costruzione del Terzo Valico. La vicenda è nota; una delle opere compensatorie della grande opera è il bypass di Pontedecimo, una bretella che consentirebbe di aggirare le case di via Coni Zugna; un’infrastruttura necessaria anche per i mezzi pesanti diretti ai cantieri. Per iniziare a costruirla però, è stato necessario passare nel giardino dell’Amici, che ha provato ad opporsi, cercando di far valere le proprie ragioni, supportato da centinaia di attivisti contrari all’opera, criticata per molti motivi. Durante una seduta del Consiglio comunale, il vicesindaco definì le iniziative del cittadino come una sorta di occupazione “manu militari”. Il tutto trasmesso in diretta televisiva, come ogni seduta pubblica in Sala Rossa. Una dichiarazione che è stata giudicata diffamatoria dal cittadino, che, attraverso i suoi legali, ha depositato formale querela.

    Le reazioni

    «Sono molto amareggiato perché si tratta di un confronto politico – ha dichiarato Stefano Bernini, intervistato da Genova24.it – e chi mi accusa di diffamazione contesta un’unica espressione la ‘manu militari’, ma io sono un obiettore di coscienza e la utilizzo quando in senso lato rilevo l’utilizzo della forza, anche senza armi, che è una prerogativa dello Stato. Chi mi accusa non è riuscito a dimostrare la proprietà di quel terreno che, da catasto, risulta ‘ente urbano’, classificazione che viene data quando non è possibile dimostrare la proprietà di un terreno».

    Comunque finirà la vicenda, il dato è che sempre più spesso di Terzo Valico si parla, a vario titolo, anche nei tribunali; la cosa sicuramente alimenta e produce un certo “nervosismo” della “politica” che deve porsi da interlocutore e intermediario tra le esigenze e le priorità delle comunità e dei cittadini, e i grandi progetti, e le “visioni”, che ricadono sui territori, e su cui vengono investite ingenti risorse dello stato.

    Nicola Giordanella

     

  • Tutti i soldi del presidente. Siglato il “Patto per Genova” da Renzi e Doria: 110 milioni per infrastrutture, trasporti e cultura

    Tutti i soldi del presidente. Siglato il “Patto per Genova” da Renzi e Doria: 110 milioni per infrastrutture, trasporti e cultura

    renzi-doria-pattoRenzi torna a Genova e porta con sé 110 milioni, previsti dal Fondo Sviluppo e Coesione, destinati a infrastrutture, trasporto pubblico, territorio e cultura. Questa la sostanza che scaturisce dal “Patto per Genova”, siglato questa mattina dal Presidente del Consiglio e il sindaco Doria (qui il testo integrale): un documento che mette nero su bianco il finanziamento già preventivato per aiutare l’amministrazione comunale nel lavoro di messa in sicurezza del territorio e di sviluppo economico e turistico della città. Il premier è arrivato intorno alle 12 a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova per il breve vertice con il primo cittadino genovese, per poi partecipare a Palazzo Ducale a un evento di propaganda elettorale per le ragioni del sì al referendum costituzionale. Tutte le personalità cittadine presenti: oltre al presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, i rappresentanti provinciali di Cigl, Cisl e Uil, il sovrintendente del Teatro Carlo Felice, Maurizio Roi, la direttrice di Palazzo Reale, Serena Bertolucci, il rettore dell’Università di Genova, Paolo Comanducci, il presidente di Porto Antico spa, Ariel Dello Strologo, i vertici delle Forze dell’Ordine e della Capitaneria di Porto, il presidente di Ght (società che ha in carico la realizzazione del Parco Scientifico-Tecnologico di Erzelli), Carlo Castellano, i vertici della Camera di Commercio di Genova. Un evento che per la sua tempistica pre-elettorale lascia non poche perplessità.

    I progetti del Patto

    Gli stanziamenti previsti dall’accordo tra Comune e governo ammontano a 110 milioni: sono i soldi previsti per il periodo 2014-2020 dal Fondo Sviluppo e Coesione, ma che vengono affiancati da una serie di impegni politici di finalità di intervento. Tra le macro voci per i nuovi investimenti, 10 milioni vanno al settore mobilità e infrastrutture, 8,5 milioni per la riqualificazione dei forti e dei beni confiscati alla mafia, 11 milioni per interventi diffusi sulle strade metropolitane, 23,5 milioni per interventi di messa in sicurezza idrogeologica. Ulteriori 30 milioni verranno stanziati dal governo per la realizzazione del Parco scientifico e tecnologico di Erzelli, mentre 13,5 milioni si andranno ad aggiungere al Blueprint per la riqualificazione delle aree ex fieristiche. Identica cifra anche per la cura della città e la cultura che prevede, tra gli altri, interventi alle piscine di Nervi e Voltri, a Villa Gentile, la realizzazione del museo dell’emigrazione, la riqualificazione di Palazzo Reale e di Palazzo Rosso. Come saranno utilizzati è lo stesso Marco Doria a specificarlo durante la conferenza stampa di presentazione del documento di intesa: al primo posto è stato ribadito l’impegno per la lotta al dissesto idrogeologico, con nuovi fondi previsti per opere sui torrenti Chiaravagna, Vernazza e Sturla, non precedentemente finanziate da Italia Sicura. Poi, immancabili, le infrastrutture con «l’essenzialità del collegamento ferroviario ad alta capacità tra Genova e Milano – ha sottolineato il sindaco – e la necessità del recupero dei ritardi nella riqualificazione del nodo ferroviario di Genova, la realizzazione della stazione ferroviaria di Genova Aeroporto, opera chiave in vista del collegamento con gli Erzelli, la prosecuzione della metropolitana verso piazza Martinez, Terralba e, in prospettiva, l’ospedale San Martino». In questa voce rientrano anche finanziamenti per l’acquisto di nuovi autobus. Altro asse chiave del Patto, la riqualificazione urbana con rinnovate risorse per il completamento del Parco scientifico-tecnologico sulla collina di Erzelli, per cui viene ufficializzato l’impegno politico a individuare un commissario come per Expo, e l’avvio della realizzazione del Blueprint. Ulteriore asse riguarda il miglioramento della qualità della vita in città con fondi per riqualificare beni confiscati alle mafie e spazi e strutture, come i forti di Genova, acquisti a titolo non oneroso dal Demanio. A riguardo, il Patto prevede anche la sdemanializzazione non onerosa della fascia rispetto di Pra’ e delle aree di Voltri su cui insistono l’impianto sportivo e la sede del MunicIpio. Ultimo capitolo, la cultura. «Genova- conclude il sindaco- si propone come grande città d’arte, di cultura per cittadini e  per chi viene a visitarla da fuori. Interventi specifici sono previsti nella valorizzazione del patrimonio museale, con la realizzazione del grande museo nazionale dell’emigrazione, e nel potenziamento di istituzioni esistenti come il teatro Carlo Felice». In altre parole, tutti i progetti di cui si discute in città da anni avranno un’iniezione di liquidità più o meno congrua.

    Il dettaglio dei finanziamenti

    Ecco le singole voci degli investimenti strategici, come specificato dal sito web del governo:

    Rinnovo parco autobus: 5 milioni per acquisto mezzi di trasporto pubblico urbano, e 5 milioni per l’acquisto di mezzi di trasporto pubblico extraurbano

    Sostegno a progetti di recupero e valorizzazione dei beni acquisiti dal demanio o confiscati alle mafie: 8,5 milioni per la messa in sicurezza e bonifica dell’ex caserma Gavoglio, messa in sicurezza e accessibilità per alcuni locali dei forti Begato e Sperone, recupero e sistemazione di alloggi del centro storico per realizzare nuove strutture sociali.

    Lotta al dissesto idrogeologico: 16 milioni per la messa in sicurezza del rio Vernazza, 7,5 milioni per la messa in sicurezza dell’ultimo tratto del Chiaravagna, 11 milioni per interventi diffusi in ambito metropolitano

    Sviluppo economico: 30 milioni come contributo per  la realizzazione del polo scientifico, tecnologico e universitario di Erzelli, 13,5 milioni per opere propedeutiche al recupero del Waterfront (Blueprint)

    Impianti sportivi: 2,5 milioni per la piscina comunale “Mario Massa”, 3,6 milioni per la piscina “Nicola Mameli”, un milione per le manutenzioni di piscina e campo da calcio della fascia di rispetto di Pra, 300 mila euro per i lavori di ottenimento della certificazione di impianto inclusivo per attività sportive paralimpiche a Villa Gentile

    Valorizzazione patrimonio Storico e Artistico: 2 milioni per gli affreschi e l’impiantistica del piano nobile di Palazzo Rosso; 1,5 milioni per la messa in sicurezza e il riallestimento del Museo di Sant’Agostino, 2 milioni per l’ampliamento del padiglione “emigrazione” del Galata, 600 mila euro per il recupero del giardino del Canzio e delle grotte di Villa Durazzo Pallavicino.

    I commenti

    «Il governo non inserisce valutazioni di merito sui singoli progetti ma vuole aiutare il Comune di Genova a realizzarli, nel rispetto delle scelte elettorali dei cittadini – afferma Renzi, come riportato dalla agenzia Dire – ma condivido la necessità di interventi sul dissesto e il recupero dei ritardi sugli interventi previsti per infrastrutture e trasporti in una realtà come Genova, il cui protagonismo nel futuro è sotto gli occhi di tutti, e che rischia di essere messa in discussione se non c’è un sistema di infrastrutture degno di questo nome». Il premier ringrazia, poi, il sindaco Marco Doria per «l’attenzione mostrata ai conti pubblici: se non lo fanno i genovesi – scherza Renzi – figuriamoci il resto del paese. E’ una tradizione molto forte che vi fa onore». Il presidente del Consiglio rispedisce al mittente le accuse di centralismo. «Il sindaco Doria – dice – ha vinto le elezioni, come il presidente della Regione Toti, e ciascuno di noi ha le proprie valutazione di natura politica; quando lavoriamo sul piano istituzionale, però, il nostro compito è di collaborare affinchè le singole realtà possano raggiungere gli obiettivi».

    Nel suo intervento, Doria ha specificato come Genova, negli ultimi anni, abbia dato «un notevole contributo al paese sul terreno fondamentale del risanamento dei conti pubblici, avendo da anni bilanci in perfetto ordine ed equilibrio e avendo ridotto, anno dopo anno, l’indebitamento, diminuendo il fardello per le generazioni successive, e senza aver mai fatto un passo indietro rispetto a imprescindibili doveri di solidarietà sociale. In questi anni non abbiamo tagliato un euro a servizi sociali e non ci siamo tirati indietro una sola volta nell’affrontare la drammatica emergenza dei profughi e dei migranti».

    I soldi del presidente?

    Come dicevamo, questi 110 milioni erano già previsti. I soldi del presidente, quindi, sono zero: la novità della giornata è l’aver messo nero su bianco i vincoli e le destinazioni progettuali. La tempistica lascia più di una perplessità, vista l’imminente scadenza elettorale, e la declinazione del “patto” risulta da decodificare, visto che si rifà ad una “visione della città”, come ricordato sia da Doria che da Renzi durante i loro interventi, non proprio chiara e quanto meno discutibile. Dal punto di vista strettamente locale, questi soldi potrebbero essere utili, se non necessari, visti i tempi, ma sicuramente non sufficienti per risolvere le criticità strutturali del territorio. E se li confrontiamo con altre quantità di risorse messe in campo per altri progetti, i soldi del presidente sembrano spiccioli.

  • Terzo Valico, corruzione e appalti truccati. Galleria di Cravasco a rischio? Toti: «Avanti coi lavori»

    Terzo Valico, corruzione e appalti truccati. Galleria di Cravasco a rischio? Toti: «Avanti coi lavori»

    terzo-valico-cantiere-2015-2L’operazione di questa mattina della Guardia di Finanza ha portato all’esecuzione di diverse ordinanze di custodia cautelare su tutto il territorio italiano, a seguito delle indagini su alcune grandi opere in costruzione, come la Salerno-Reggio Calabria e il Terzo Valico dei Giovi. L’indagine nasce da uno stralcio di “Mafia Capitale” e si estende da nord a sud, dimostrando ancora una volta la permeabilità del sistema dei grandi cantieri alla corruzione. Dopo l’inchiesta di questa estate, quindi, i cantieri del Terzo Valico tornano nella bufera, con risvolti inquietanti: dalle prime notizie trapelate, infatti, pare che alcuni lavori siano stati eseguiti fuori dagli standard minimi richiesti, utilizzando cemento “povero” per risparmiare. Tra questi anche quelli relativi alla galleria di Cravasco, la cui realizzazione è stata più volte contestata dalla popolazione locale e non per l’alta percentuale di fibre di amianto presenti nella roccia.

    Arka di Noè

    «E’ stata accertata la turbativa d’asta riguardo ad appalti connessi ad alcuni tronconi, sono stati accertati alcuni episodi corruttivi che riguardano alcuni funzionari del Cociv (general contractor dell’opera, ndr) ed episodi di concussione consistiti nell’imporre una rete di imprese agli appaltatori principali che doveva scalzare altre ditte non gradite anche attraverso intimidazioni tipiche della criminalità organizzata e mafiosa». Queste le prime dichiarazioni, riportate dall’agenzia Dire, del procuratore capo di Genova, Francesco Cozzi, che ha illustrato alla stampa l’operazione “Arka di Noè”, un’operazione che ha portato all’esecuzione da parte della Guardia di Finanza di Genova di 14 ordinanze di custodia cautelare e 55 perquisizioni in diverse regioni d’Italia per presunte irregolarità nella concessione degli appalti nella realizzazione di 5 lotti del Terzo Valico ferroviario dei Giovi, la linea ad alta velocità Genova-Milano.

    terzo-valico-erzelli-borzoli04Le misure cautelari sono state eseguite perché, secondo il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Genova, Cinzia Perrone, sussite il rischio di reiterazione dei reati per i dirigenti del Cociv toccati dall’indagine: «In ragione dell’incarico attualmente ancora rivestito sussiste certamente l’esigenza cautelare correlata al rischio di reiterazione di delitti». Una reiterazione che, secondo il giudice, si sarebbe già concretizzata in diverse gare di appalto. Le misure di arresto domiciliare sono, inoltre, giustificate dal fatto che sono ancora in corso procedure per affidamenti per importi “rilevantissimi”, come quelle per il “lotto 4 Cravasco” e il “lotto 3 Val Lemme” rispettivamente da 295 e 293 milioni di euro. Ecco i nomi dei 14 indagati: l’ex direttore dei lavori Paolo Marcheselli, il responsabile degli appalti Maurizio Dionisi, l’attuale presidente di Cociv Michele Longo, il suo vice Ettore Pagani, i funzionari del Cociv Andrea Ottolin, Giuliano Lorenzi, Giulio Frulloni, Angelo Pelliccia, e gli imprenditori Antonio Parri, Giuseppe Petrellese, Marciano Ricci, Giovanni Giugliano, Antonio Giugliano, Puma Giuliano.

    Cravasco, galleria a rischio

    Tra gli episodi contestati la consegna di una tangente da 10.000 euro da parte di un imprenditore all’ex direttore dei lavori del Cociv, Pietro Marcheselli, e al responsabile degli appalti, Maurizio Dionisi. La bustarella sarebbe stata consegnata all’interno degli uffici del Cociv per l’appalto della galleria finestra di Cravasco, un’opera dall’importo complessivo di 1,7 milioni di euro assegnata all’impresa “Giuliano Costruzioni metalliche”. Secondo i primi accertamenti, la galleria in questione potrebbe anche presentare problemi di stabilità. Contestata anche l’assegnazione del “lotto Libarna” avvenuta attraverso una gara internazionale con base d’asta da oltre 67 milioni di euro e assegnata al massimo ribasso alla ditta “Oberosler” di Trento. L’accusa in questo caso è di collusione per i suggerimenti dati dai funzionari del Cociv all’azienda per correggere alcune anomalie dell’offerta. Per quanto riguarda, invece, il “lotto Serravalle”, appalto da 189 milioni di euro assegnato alla ditta “Grandi Lavori Fincosit”, l’accusa ai funzionari del Cociv è di aver indotto altre imprese a non presentare offerte. Al momento nessun cantiere risulta però bloccato, e la galleria di Cravasco non è stata sottoposta a sequestro.

    Mazzette e escort

    Passaggio di denaro ma non solo: nell’ordinanza del gip, come riporta l’agenzia Dire, sono riportati diversi episodi di incontri con escort utilizzati come pagamento per favori ottenuti nel corso delle assegnazione degli appalti: «Ricci Marciano nella qualità di amministratore di fatto della società ‘Europea 92 Spa’ organizzava e pagava un incontro tra Giulio Frulloni e una escort e successivamente gli prometteva l’organizzazione di un analogo incontro affinché Frulloni, in qualità di coordinatore costruzioni del consorzio Cociv, aiutasse la società Europea e CIPA Spa a vincere la gara ad inviti indetta dal Cociv per l’appalto dei lavori di costruzione della galleria Vecchie Fornaci”». Un sistema oliato, secondo gli inquirenti, che andava avanti da almeno un anno e mezzo. L’episodio della escort riguarderebbe la gara di appalto dei lavori per la galleria Vecchie Fornaci assegnata alle società “Europea 92” e “Cipa”

    La politica tira dritto

    In serata arriva il commento, riportato dall’agenzia Dire,  del presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti che prova a serrare le fila delle istituzioni: «C’è bisogno che la giustizia vada fino in fondo con grande serietà, efficacia, efficienza e soprattutto rapidità. Il nostro primo interesse – ribadisce il governatore – è che il cantiere continui come sta continuando il lavoro in queste ore. Per quanto ci è dato sapere, non ci sono provvedimenti dell’autorità giudiziaria che riguardino il blocco del cantiere né il sequestro parziale dello stesso. Ora il consorzio Cociv deve mettersi nella condizione al più presto, e ritengo possa farlo, di garantire la governance e l’operatività dello stesso per continuare le opere». Per quanto riguarda la richiesta di un commissario straordinario sul Terzo Valico emersa nelle ultime ore, Toti ritiene che «il tema competa ad Anac, di cui ci mettiamo a completa disposizione per qualsiasi interlocuzione ove questa servisse». Il presidente, infine, annuncia di aver già «avviato l’interlocuzione sia con Covic che con il ministro Delrio che ovviamente condivide la valutazione che l’opera debba essere salvaguardata e la giustizia debba essere salvaguardata al tempo stesso».
  • Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Gronda, autostrade sempre meno congestionate. I dati sul traffico smentiscono la Camera di Commercio

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Lo scorso 26 aprile Autostrade S.p.A ha consegnato al ministero delle Infrastrutture il progetto definitivo sulla realizzazione della gronda autostradale di ponente: inizio dei cantieri previsto entro il novembre del 2017. Dalla Genova “che conta”, i favorevoli alla grande opera provano a fare quadrato, e hanno iniziato a farlo con un convegno dal titolo eloquente: “Liberiamo Genova dalla paralisi”, andato in scena lo scorso 9 giugno, e che ha visto risfoderati gli argomenti “cavallo di battaglia” finalizzati a convincere l’opinione pubblica sulla necessarietà dell’opera. Compito senza dubbio arduo visto che “più dell’onor, potè il denaro”, volendo parafrasare, storpiando, qualcuno di noto. Il conto, infatti, lo ha presentato Autostrade s.p.a., con previsioni di spesa importanti. I miliardi di euro necessari sono 3,26, e al momento l’unica soluzione sul piatto per racimolare tale cifra è un aumento dei pedaggi autostradali; due le opzioni: un aumento secco del 15% sulle tariffe di tutta la rete viaria di Autostrade s.p.a., o un allungamento delle concessioni fino al 2045 (ad oggi dovrebbero scadere nel 2038) con “solo” un piccolo ritocco in positivo dei costi al casello del 4%. In altre parole, la Gronda, la pagheranno i soliti cittadini, volenti o nolenti.

    Ma la Gronda “s’ha da fare”. L’appello è stato lanciato dalla Camera di Commercio di Genova e da diverse associazioni di categoria: Ance, Confitarma, Federagenti e Confesercenti. «Tutti quanti parlano della crisi dell’economia ligure, noi lo facciamo mostrando i motivi per cui siamo arrivati a questa fase di stallo e dichiariamo apertamente che il nostro territorio paga da anni il prezzo dell’isolamento stradale, ferroviario e aereo», ha dichiarato Paolo Odone, presidente della Camera di Commercio di Genova.

    I dati sulle autostrade liguri: traffico “negativo” su A7 e A10

    Secondo questa lettura, quindi, la Gronda potrebbe essere l’opera capace di risolvere tutti i problemi della nostra terra; ma i dati sull’utilizzo delle infrastrutture viarie dicono altro. Come Era Superba aveva già evidenziato in un precedente speciale, da anni ormai i tassi di crescita del traffico autostradale sono in forte contenimento: su base nazionale, dal 1970 al 1985, i numeri sono cresciuti per un +140%, mentre nel quindicennio successivo per un +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Una tendenza a decrescere confermata dagli ultimi dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), riferiti al primo semestre 2015. Se guardiamo al dettaglio della rete ligure, inoltre, i numeri in alcuni casi hanno addirittura un segno meno davanti: per la A7, nella tratta da Genova a Serravalle, nel primo trimestre 2015 si è verificato un calo di veicoli medi giornalieri dello 0,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno del 2014, per l’ A10 (Genova – Ventimiglia) un altro calo, dello 0,4%; timidi aumenti per le restanti tratte di casa nostra: +1,6% per l’ A12 (Genova – Livorno), +1,7% per l’ A6 (Savona – Torino) e +1,1% per l’A26 (nel tratto tra Voltri e Alessandria). In definitiva su due delle tre autostrade che saranno direttamente interessate dalla costruzione della Gronda, il traffico sta diminuendo.

    I dubbi dell’amministrazione

    no-gronda-consiglio-comunaleRecentemente, il sindaco di Genova, Marco Doria, ha espresso più di qualche perplessità sull’opera, tornando alle sue posizioni di campagna elettorale, derubricandola a infrastruttura inutile e già “vecchia”, probabilmente con una qualche ragione, visto che la prima idea di Gronda risale al 1984. Le parole di Doria, che si riferiscono direttamente all’opera benché la stessa non sia mai stata esplicitamente citata, ancora una volta rimescolano le carte a Tursi: «Un ulteriore slittamento nell’apertura dei cantieri sarebbe deleterio – precisa però Odone l’allora sindaco Vincenzi aveva firmato il progetto nel 2009. La Liguria ha bisogno di lavoro, le sue aziende devono rilanciarsi e ricominciare a creare occupazione, bisogna rispettare i tempi». Un altro punto su cui i “Sì Gronda” fanno leva è quello del turismo: «La nostra regione registra un aumento del numero di turisti e questo è un dato positivo – sottolinea il presidente della Camera di Commercio – ma il flusso turistico deve essere supportato da infrastrutture adeguate e da collegamenti che funzionano. Oggi la maggior parte dei transiti avvengono su Ponte Morandi, una struttura che comincia a mostrare la corda. Se non si agisce in fretta rischiamo la paralisi». Anche in questo caso, però, sorge un dubbio: probabilmente, il turista che arriverà a Genova in macchina non utilizzerà la Gronda, visto che questa serve proprio a “saltare” il nodo del capoluogo che, nei fatti, è il vero problema.

    Espropri e dintorni

    Al momento la palla è nelle mani del ministero delle Infrastrutture che, se approverà il progetto di questa opera, darà di fatto il via all’iter di inizio lavori con, al primo punto dell’ordine del giorno, la il delicato tema degli espropri, di cui è stato pubblicato l’elenco delle proprietà interessate«In questo periodo di globalizzazione i mercati sono in continua evoluzione, per essere competitivi bisogna dotarsi di infrastrutture adeguate. Non si può guardare esclusivamente al proprio orticello o alla propria casetta» ha detto Marco Novella, rappresentante di Confintarma nonché consigliere e componente di giunta della Camera di Commercio di Genova, rispondendo a chi solleva dubbi sul rapporto costi-benefici della Gronda. Certo, per chi, dalle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della CCIAA, risulta possedere abitazioni in corso Italia e a Bogliasco, è più facile parlare con l’orticello decisamente più al sicuro.


    Andrea Carozzi
    Nicola Giordanella

  • Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    Terzo Valico, amianto e tribunali fermano i cantieri. In arrivo la Primavera dei No Tav

    demolizione-palazzo-pontedecimo-via-pieve-di-cadore-terzo-valicoLa notizia potenzialmente più impattante arriva direttamente da Roma: lo scorso 15 gennaio è stato licenziato il testo del decreto della presidenza del Consiglio dei ministri sulla disciplina del trattamento di terre e materiali rocciosi provenienti dagli scavi che, al fine di evitare una procedura di infrazione da parte della Comunità Europea, ha aggiornato le procedure per lo smaltimento dei rifiuti di scavo, cercando di armonizzare la normativa italiana con quella comunitaria. Tra le novità principali, l’abbassamento da 1000 a 100 millilitri su chilogrammo della soglia riguardante la presenza di fibre di amianto nella roccia, sopra la quale la terra di scavo dovrebbe essere considerata come rifiuto speciale e quindi da trattare come tale, stoccandola in siti dedicati, con procedure particolarmente complesse, finalizzate in primis alla tutela dei lavoratori ma necessarie anche per evitare un pericoloso rilascio ambientale in fase di lavorazione. Questo cambiamento comporterebbe un immediato innalzamento dei costi per le operazioni di estrazione, trasporto e stoccaggio dello smarino nella “grande opera” del Terzo Valico dei Giovi che, secondo alcune stime, potrebbero aumentare anche di 300 milioni di euro, cifra che andrebbe ad aggiungersi ai 6 miliardi e 200 milioni di spesa previsti dal progetto finale. Ma non solo. Oltre ai costi operativi, le tempistiche di cantiere potrebbero triplicare, diventando necessarie procedure più elaborate per mettere in sicurezza il materiale di risulta e il suo trasporto. I cantieri potrebbero quindi fermarsi nuovamente, dopo le diverse sospensioni avvenute nei mesi scorsi, come quella di luglio imposta dall’Asl 3 per quanto riguarda lo scavo della galleria di Cravasco, seguita al ritrovamento di ingenti quantità della temuta fibra cancerogena. Un cambiamento che ha messo in allarme anche il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, il quale, durante la visita a Genova dello scorso 17 febbraio del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti sui cantieri di messa in sicurezza idrogeologica della città, ha fatto pressione per arrivare ad una modifica del testo scatenando la polemica sulla priorità data dalla politica alla realizzazione ad ogni costo del manufatto, a discapito della salute dei cittadini. Il ministro, da parte sua, ha assicurato che il governo proverà a rivedere la norma, ma le direttive europee non lasciano margini a riguardo.

    Il cantiere di via Coni Zugna

    terzo valico3In attesa di notizie da Roma, Cociv, società di Impregilo general contractor di Rfi per i lavori del Terzo Valico, potrebbe essere costretta a fermare un altro cantiere, questa volta a seguito di una decisione del Tar della Liguria: stiamo parlando del sito di via Coni Zugna, a Pontedecimo, dove è in costruzione un by-pass i mezzi pesanti diretti in Val Verde. La vicenda ha inizio il 18 febbraio 2015, quando i tecnici del consorzio depositarono la documentazione dell’avvenuto accesso per l’esproprio di un giardino attiguo all’argine del Polcevera, nonostante le notifiche fossero indirizzate a persona defunta e, quindi, irricevibili. Questo esproprio ha permesso ai lavori di partire: il 9 giugno scorso, gli operai sono entrati nel terreno dell’attuale proprietario, avviando la cantierizzazione. Dopo pochi giorni, ecco arrivare il ricorso al Tar, che il 17 dicembre 2015 ha dichiarato nullo l’atto, con sentenza immediatamente esecutiva. Nonostante ciò, i lavori sono andati avanti a piè sospinto e al danno si è aggiunta anche la beffa. Oltre ai 34 metri quadrati previsti dalle carte, il cantiere ha “sforato” inglobando altri 42 metri quadrati. Per quest’ultimo fatto è stata intrapresa causa civile che dovrebbe arrivare a sentenza il prossimo di aprile e potrebbe essere decisiva per i destini di questo cantiere.

    La querela al vicesindaco Bernini

    Bolzaneto Biacca Terzo Valico 005 smallA questa vicenda è anche legato un ulteriore “fronte” più squisitamente politico: durante il consiglio comunale del 16 giugno 2015, infatti, interrogato sui fatti dal consigliere comunale Paolo Putti, capogruppo del Movimento 5 Stelle e noto attivista No Tav, il vice sindaco di Genova, Stefano Bernini, si espresse in Consiglio comunale definendo la difesa del terreno da parte del legittimo proprietario come un’occupazione “manu militari. La dichiarazione considerata diffamatoria da parte del diretto interessato è stata quindi oggetto di querela, sulla quale adesso il tribunale dovrà esprimersi.

    A riguardo, il vice sindaco risponde a “Era Superba” smorzando i toni e dichiarando di non aver ricevuto nessuna informativa o notifica: «Era evidentemente una battuta, battuta su una questione che vede un interesse privato, anzi, privatissimo, scontrarsi con l’interesse di una intera comunità. L’opera di cui stiamo parlando da anni viene richiesta dai cittadini di Pontedecimo e l’amministrazione l’ha fatta inserire come opera compensatoria, approfittando dei grandi lavori per il valico». Come proseguirà la vicenda è ancora da capire: senza dubbio, un’eventuale sentenza a favore del querelante, pur non cambiando direttamente le sorti della grande opera, potrebbe aggiungere una nota politica importante per saggiare la distanza tra il mondo politico – amministrativo, che appoggia l’opera, e la sempre più numerosa parte di cittadinanza che invece vi si oppone.

    In sintesi, nei prossimi mesi sono attese tre decisioni molto importanti che incideranno in maniera profonda sui già complicati destini del Valico dei Giovi, un’opera che, da anni, sta scavando, e non solo in senso figurato, una voragine sempre più profonda tra modelli diversi di sviluppo, di crescita del territorio e di approccio politico alla risoluzione dei conflitti. Una primavera calda, quindi, che potrebbe essere il preludio per un’estate torrida.


    Nicola Giordanella

  • Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    Auto e grandi opere: la storia delle autostrade genovesi e i dati sul traffico dagli anni ’80 ad oggi

    autostrada-impatto-ambientale-grandi-opereStretta tra mare e appennini, la Liguria ha da sempre sviluppato una rete viaria tanto complessa quanto intricata; una peculiarità, quella orografica, che è stata, ed è tutt’oggi, croce e delizia per gli abitanti e per il suo territorio; inaccessibile o inevitabile, protetta o indifendibile, aspra o suggestiva: diverse sono le facce delle varie medaglie che potrebbero essere poste a descrizione di questa terra, a seconda della prospettiva di chi l’ha guardata e vissuta nel corso dei millenni.

    Già per i Romani la rete stradale in Liguria fu un vero banco di prova: posta sulla direttiva che collegava Gallia e Iberia, senza vie adeguate era difficile portare e manovrare truppe, tenendole rifornite e al sicuro da imboscate. Nel 148 a.C., fu fatta costruire la via Postùmia, che collegava Genova con Aquileia, i due maggiori porti del nord italico; il tracciato vedeva il mare solamente nei pressi della città, seguendo poi la valle del Polcevera, inerpicandosi su per i Giovi, verso Tortona. Nel 109 a.C., visto che la via Aurelia (iniziata nel III secolo a.C.) si interrompeva nei pressi di Pisa, venne fatta costruire dal censore Marco Emilio Scauri la via omonima (AEmilia Scauri), che collegava Luni, appena sottomessa, a Vada Sabatia (Vado Ligure): il tracciato, secondo le ipotesi più accreditate, raggiungeva Piacenza, per poi passare da Tortona, Acqui Terme e Cadibona, aggirando tutto il bacino del Vara, il Tigullio e il genovesato. Sotto Augusto, fu costruita la Via Julia, che collegava Vada Sabatia con la Gallia meridionale. I sentieri, le mulattiere, le creuze e le strade che collegavano i vari villaggi, approdi e borghi costieri furono messi a sistema nei secoli successivi, in maniera sistematica, diventando la Via Aurelia che oggi conosciamo, inaugurata nel 1928.

    Genova – Serravalle: la “Camionale”

    La questione strade diventa pressante con lo sviluppo tecnologico dei mezzi di trasporto; l’avvento del motore a scoppio, e la sua diffusione cambiano il modo di pensare alle comunicazioni terrestri, in tutto il mondo, Italia compresa. Durante il periodo fascista sono realizzate quelle che saranno le prime autostrade del paese; in Liguria la primissima è la “Autocamionale Genova-Valle del Po”, inaugurata nel 1935: strada ad una sola carreggiata che collegava il porto del capoluogo ligure con Serravalle. La peculiarità di quest’opera fu che per la prima volta venne predisposta un’ampia area sosta (al casello di Genova) con bar, parcheggi e servizi. Ma è solo nel dopoguerra, con il “boom” economico degli anni ‘50, che arriva la mobilità di massa, e iniziano a cambiare i parametri per pensare e costruire le strade.

    In quegli anni, Genova e la Liguria, vertici del triangolo industriale che sta trascinando il paese, sono ancora incastonate tra il mare e le montagne, con linee ferroviarie a binario unico per molti chilometri, una via Aurelia sempre più congestionata, e decine di provinciali totalmente inadatte per trasportare persone e merci al ritmo che la modernità va dettando.

    Gli anni ’60, le autostrade: la Liguria cambia volto

    ponte-autostrada-valpolceveraGli anni ’60 sono anni di cantieri e inaugurazioni: con una velocità che oggi sembra impensabile, vengono scavati chilometri di gallerie e innalzati decine di viadotti, con uno sforzo ingegneristico inedito e con un inevitabile ingente impatto ambientale, ammortizzato però dalle ricadute sul indiscutibile benessere collettivo. Nel 1960 viene completata la Milano – Serravalle, mentre il tratto verso Genova è raddoppiato con una nuova carreggiata (che diventerà la carreggiata nord, più corta della storica Camionale); lo stesso anno è inaugurata la Savona – Torino (A6), inizialmente a carreggiata unica; nel 1965 viene tagliato il nastro del primo tratto di quella che sarà l’A12, Recco – Rapallo; anno dopo anno si aggiungeranno gli altri pezzi di questo puzzle: prima Nervi – Recco, poi il raccordo con l’A7, successivamente si allunga fino a Chiavari; nel frattempo è stato completato il tracciato che collega Lavagna con Sestri Levante, che sarà unito al resto nel dicembre del 1969. Si arriverà a Livorno nel 1975, avendo costruito in quindici anni oltre 35 chilometri di tunnel e altrettanti di viadotti. Tutto questo mentre nel 1967 le prime automobili sfrecciavano sulla Genova – Savona, completata fino al confine di Stato di Ventimiglia nel 1971, dopo aver scavato gallerie per 50 chilometri, sospeso asfalto su 43 chilometri di ponti, per un totale di 159 chilometri. Il traffico privato e merci però è in continua crescita, per cui i cantieri non si fermano: nel 1975 incominciano i lavori per il raddoppio della A6, che, visto l’elevatissimo numero di incidenti, spesso mortali, aveva conquistato il soprannome di “autostrada della morte” (il raddoppio totale sarà ultimato solamente nel 2001), mentre nel 1977 è inaugurata l’A26, che, collegando Voltri con Alessandria, e successivamente con Gravellona, assorbirà parte del traffico della A7.

    In poco più di un 25 anni, quindi, la Liguria è collegata al resto del paese, e all’Europa, con 510 chilometri di tracciati autostradali costruiti sul suo territorio.

    La Gronda e i dati sul traffico autostradale

    Se nel 1970 le autostrade del paese registrano la cifra totale di 15 miliardi di veicoli per chilometro, quindici anni più tardi i numeri sono più che raddoppiati, con 28 miliardi di veicoli leggeri e 8 miliardi di mezzi pesanti (nel 1970 questi erano 4); iniziano a evidenziarsi alcuni problemi per le infrastrutture liguri, soprattutto nella zona di interconnessione di Genova, dove in pochi chilometri si intersecano A7, A10 e A12. Nascono, quindi, alcune ipotesi risolutive: nel 1984, per la prima volta, si parla di Gronda di Genova, intendendo con questo termine una ulteriore infrastruttura viaria pensata per bypassare il nodo del capoluogo, grazie a bretelle che aggirano a nord il tracciato urbano delle autostrade. Il primo disegno, che prevedeva il collegamento diretto tra Voltri e Rivarolo, fu prima approvato, poi bocciato dal TAR, poi riammesso dal Consiglio di Stato, ma successivamente scartato. Solo dal 2001 il progetto è tornato al centro del dibattito pubblico e politico, con le alterne vicende che si sono trascinate fino ad oggi e che Era Superba ha documentato.

    Se guardiamo i numeri, però, possiamo focalizzare il contesto odierno in cui eventuali opere del genere andrebbero ad inserirsi.

    Come dicevamo, secondo i dati forniti da Aiscat (Associazione Italiana Società Concessionarie Autostrade e Trafori), per quanto riguarda i volumi di traffico, dagli anni settanta fino agli anni novanta, l’incremento è stato costante, quasi esponenziale. Nell’ultimo quindicennio del XX secolo i numeri aumentano, ma con un trend leggermente più contenuto, soprattutto per quanto riguarda il traffico privato. Dal 1985 al 2000, infatti, i miliardi di veicoli per chilometro passano da 28 a 53, che, aggregati ai dati del traffico pesante, segnano un passaggio da 36 a 70 miliardi. A fine 2014 le cifre parlano di 83 miliardi. Quindi, dal 1970 al 1985 è stato registrato un incremento del +140%, mentre nel quindicennio successivo del +94%, ma dal 2000 al 2014 l’incremento è precipitato ad un +18%. Nel frattempo è cresciuta ulteriormente la rete infrastrutturale, passando da 3369 chilometri di tracciati del 1970, ai 4967 del 1985, ai 5380 del 2000, fino al 5660 del 2014.

    Le autostrade genovesi hanno seguito l’andamento generale, vedendo un aumento di traffico costante fino a metà degli anni ’80, seguito da una leggera flessione fino al 2000, e successivamente un drastico abbassamento del tasso di crescita dei volumi. Anzi, in alcuni casi, la crescita si è quasi azzerata: se prendiamo la A26, nel tratto ligure tra Genova Voltri e Alessandria, nel 2001 la media giornaliera registrata è stata di 54234 veicoli al giorno; questa cifra sale di anno in anno fino al 2007, quando tocca le 64587 unità; ma negli anni successivi decresce fino ad arrivare ai 56507 veicoli al giorno nel 2014, meno del 2002. Uguale situazione per l’A10: nel 2001 sono 207 mila i veicoli giornalieri, che toccano l’apice nel 2007 con 232600 unità, per poi riassestarsi a 207700 nel 2014. Anche sull’A12 abbiamo un andamento simile: si passa dalle 203 mila unità del 2001, alle 241 mila del 2008, mentre nel 2014 la cifra scende 216 mila. Per quanto riguarda l’A7 addirittura abbiamo una diminuzione: nel 2001 le unità giornaliere sono state 131603, cresciute a 141258 nel 2007, mantenendosi costanti fino al 2010, per poi crollare a 128581 nel 2014.

    La crisi economica ed occupazionale, quindi, sta avendo i suoi effetti anche sull’utilizzo delle autostrade liguri, che sono al contempo vie di pendolari e vie di vacanzieri, oltre che strade di trasporto commerciale; ad oggi, quindi, pensare di aggiungere chilometri ad una rete che con le sue infrastrutture occupa circa 5422 chilometri quadrati, cioè lo 0,07% di tutto il territorio, che è il tasso più alto del paese, non sembra economicamente strategico: se la crisi ha avuto il suo effetto, ad oggi, non esistono concreti segnali di ripresa, e comunque, come abbiamo visto, il tasso di crescita del traffico autostradale è strutturalmente in continua diminuzione.

    In passato, quindi, è stato fronteggiato il problema connettivo della Liguria con il resto del paese e del continente costruendo infrastrutture progettate sulla base di uno sviluppo economico fortemente sbilanciato sul consumo privato del trasporto. Oggi quest’ultimo si è assestato, e pensare di risolvere i problemi di oggi con modelli di crescita legati ad un contesto non più in essere, potrebbe non essere la soluzione migliore.

    Mai come oggi Genova e la Liguria sono collegate con il resto del mondo; nei secoli si è affrontato il problema dei collegamenti terrestri attraverso un approccio quantitativo: più traffico, più strade. I numeri però ci dimostrano che questo oggi non basta e non serve più; la categoria qualitativa potrebbe essere una delle risposte, non solo per quanto riguarda chi viaggia, ma anche per chi quel territorio attraversato dalle autostrade lo vive e lo vivrà. Per evitare che le strade costruite non servano alle persone, in un prossimo futuro, solo per fuggire da una terra ormai devastata.

     

    Nicola Giordanella

  • Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    Sicurezza idrogeologica, grandi opere e manutenzione dei torrenti: lo stato dei lavori

    alluvione3-DITorna di nuovo a suonare la campanella per il Consiglio comunale di Genova. Il primo giorno di lavori dopo la pausa estiva non presentava all’ordine del giorno discussioni particolarmente calde, in attesa delle patate ben più bollenti che giungeranno in Sala Rossa con l’arrivo dell’autunno (una su tutte: la ventilata ipotesi di privatizzazione di Amiu). Ma, a proposito di autunno, inizia a crescere l’attenzione su uno dei temi più cruciali per la fragilità del nostro territorio ovvero il suo assetto idrogeologico e la situazione dei grandi e piccoli lavori di manutenzione nelle zone critiche della città e negli alvei dei torrenti. La stagione delle grandi piogge è quasi alle porte e il timore dei genovesi è che, al di là degli annunci politici, ancora poco o nulla sia stato fatto per evitare il tragico ripetersi di eventi a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. La ripresa dei lavori del Consiglio comunale ha così offerto l’opportunità all’assessore alla Protezione Civile, Gianni Crivello, per fare il punto della situazione sui cantieri aperti e i lavori pronti a partire, rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo (PD). «L’amministrazione – ha detto l’assessore – non ha alcun interesse a nascondere informazioni o eventuali criticità che dovessero sorgere rispetto agli interventi previsti. C’è la massima disponibilità, com’è già stato fatto in alcuni casi, a incontrare la cittadinanza per spigare i lavori e, qualora fosse possibile, anche ad accogliere qualche utile suggerimento».

    scolmatore-fereggiano-tracciatoPartiamo dallo Scolmatore del Fereggiano, un intervento di cui a lungo abbiamo parlato sulle pagine di Era Superba, voluto a suo tempo con grande forza dall’amministrazione genovese che temeva di vedere esclusivamente come una chimera l’arrivo dei finanziamenti statali per completare le opere di messa in sicurezza anche del Bisagno. Con il cantiere già allestito qualche settimana prima del previsto, l’area è stata formalmente consegnata nelle mani della ditta appaltatrice il 4 luglio. I lavori, dunque, dovranno terminare contrattualmente entro il 4 agosto 2018. «Sul Fereggiano – assicura Crivello – stiamo procedendo con regolarità: l’area di cantiere è stata approntata e al momento si stanno realizzando le strutture di sostegno per la costruzione dell’armatura dello scolmatore. Entro la prossima settimana inizierà anche lo spostamento della condotta fognaria». Tutti i lavori al momento sono in corso di esecuzione all’interno della galleria che passa sotto Corso Italia.

    Procedono anche i cantieri del secondo lotto/secondo stralcio sulla copertura del Bisagno. L’area era stata consegnata alla ditta appaltatrice lo scorso 14 aprile e i lavori dovrebbero concludersi entro agosto 2017. L’allestimento del cantiere ha creato qualche difficoltà di troppo agli esercizi commerciali, come abbiamo letto nelle scorse settimane. «Abbiamo incontrato alcuni commercianti – spiega l’assessore – e stiamo cercando di mitigare le difficoltà: certo, azzerarle sarà impossibile ma dobbiamo tenere conto che gli interventi che si stanno facendo, una volta portati a termine, azzereranno qualsiasi rischio di alluvione e allegamento nella zona». Attualmente sono in corso di realizzazione i lavori preliminari per lo spostamento di tutte le sottoutenze («Un lavoraccio» commenta Crivello) mentre la demolizione e la ricostruzione della copertura (così come avvenuto per il primo lotto, nella zona più prossima alla Foce) inizieranno nel 2016. In parallelo, è partita lunedì la Conferenza dei servizi per l’approvazione del progetto esecutivo del terzo stralcio del secondo lotto, quello in zona stazione Brignole e che comprenderà, tra le altre cose, anche l’abbattimento del Bruco. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere tutto pronto per lanciare il bando («E sarebbe un gran bel risultato» chiosa Crivello).

    Torrente Bisagno

    Terzo grande intervento è quello che riguarda lo Scolmatore del Bisagno. La Regione sta ultimando le procedure per l’estensione dell’incarico di progettazione in seguito ai necessari adeguamenti per il progetto esecutivo. Intanto, rispondendo alle paure dei cittadini della zona che hanno scritto all’amministrazione di non essere disposti a sopportare il benché minimo disagio, i progettisti hanno mitigato la previsione di impatto dell’area di cantiere che sorgerà nel centro sportivo della Sciorba. Il quartiere generale sarà ospitato in un grande prefabbricato sulla cui copertura verranno ripristinati le attuali area verde e spiaggia con piscina per i bambini. Inoltre, si sta studiando la possibilità di lasciare il prefabbricato a servizio dei cittadini anche una volta terminati i lavori, ad esempio per adibirlo a posteggi o palestra. I progettisti, inoltre, escludono che gli interventi di scavo possano arrecare danni agli edifici limitrofi. Se tutto procede per il verso giusto, la Conferenza dei servizi potrebbe essere convocata tra la fine dell’anno e l’inizio del 2016.

    C’è poi una serie di interventi più periferici ma non per questo meno importanti. A iniziare dalla messa in sicurezza del torrente Chiaravagna. È in corso la gara di appalto per i lavori che riguardano il tratto d’acqua prospiciente lo stabilimento dell’Ilva mentre si attende da Roma l’autorizzazione del Ministero dell’Ambiente per la realizzazione di un passante sotto l’area Piaggio. Intanto, sono stati ultimati i lavori del primo stralcio sul ponte di via Manara e l’allargamento dell’alveo all’altezza dell’Elsag e sono state parzialmente consegnate le aree di cantiere per il secondo stralcio. Infine, l’assessore Crivello assicura che entro la fine del 2015 si riuscirà a lanciare l’appalto per il rifacimento del ponte stradale di via Giotto, dove è stato demolito il palazzo triste simbolo dell’alluvione dell’ottobre 2010.

    Per quanto riguarda Fegino, invece, è in corso la Conferenza dei servizi per il secondo lotto dei lavori, nel tratto tra la cabina dell’Enel e i giardini Montecucco: «Si tratta di un intervento complesso – spiega Crivello – perché il sedime stradale è molto limitato e si sta cercando di capire come mitigare l’impatto del cantiere per la viabilità della zona».

    A Levante, infine, procedono i lavori sullo Sturla. Appaltato ad agosto l’adeguamento idraulico del tratto tra l’edificio universitario e via Franchi, sono in corso le Conferenze di servizi per i lavori tra via Franchi e via Apparizione e per lo scolmatore del rio Chiappeto.

    Ci sono poi altri importanti lavori che l’amministrazione spera di poter iniziare a programmare in un futuro non troppo lontano. «Speriamo che il governo possa dare economicamente seguito anche alle promesse fatte in maniera più diffusa per la messa in sicurezza dell’assetto idrogeologico della città. Non senza difficoltà, stiamo cercando di proseguire un lavoro di mappatura dei tantissimi rivi minori che non vanno assolutamente sottovalutati». Inoltre, l’assessore sta cercando di capire se esita la possibilità di intervenire con denaro pubblico per la messa in sicurezza di zone private ma abbandonate: «Molti frontisti (proprietari di zone limitrofe ai corsi d’acqua, ndr) spesso non sanno neppure che la manutenzione dell’alveo prospiciente alle proprietà è loro compito. Non sono rari i casi in cui mi dicono “faccia lei” magari perché si tratta di terreni abbandonati su cui non esiste alcun interesse: il problema è che se il Comune agisse potrebbe essere citato per danno erariale perché interverrebbe con fondi pubblici in area privata».

    Ad ogni modo, il Comune di Genova quest’anno ha investito 2 milioni di euro solo per la pulizia degli alvei, 1,2 milioni in più rispetto allo scorso anno. E qualcosa potrebbe arrivare anche dalla Regione viste le recenti aperture dell’assessore Giampedrone. Grazie a questi interventi, il rischio alluvione sarà mitigato anche se le grandi opere di messa in sicurezza idrogeologica sono ancora lontano dall’essere terminate. Non c’è forse il timore che i grandi cantieri creino ulteriori difficoltà dal punto di vista della sicurezza, almeno fino alla loro ultimazione? Sul tema l’assessore Crivello non ha esitazioni: «Naturalmente tutti i lavori vengono svolti in assoluta sicurezza e gli stessi progettisti prendono in considerazione queste situazioni limite. Per quanto riguarda l’incolumità dei lavoratori, poi, già oggi con allerta 2 sospendiamo tutti i cantieri e la situazione sarà ancora più restrittiva con il nuovo sistema di allertamento regionale in attesa della definitiva entrata in vigore».

    Simone D’Ambrosio

  • “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    “Genova sicura”, via libera ai fondi da Roma per il dissesto idrogeologico: opere da concludere entro il 2021

    bisagno-adamoliNel giorno in cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, arriva a Genova per benedire la ripartenza dei lavori di rifacimento della copertura del Bisagno, tocca a Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche all’interno del progetto “Italia Sicura”, fare il punto sui lavori che da qui a fine novembre 2021 dovrebbero mitigare definitivamente i rischi da dissesto idrogeologico in città e non solo.

    «Genova – ha detto D’Angelis – si appresta a diventare la città europea in cui si investe di più per la prevenzione e la messa in sicurezza idrogeologica». Un ammontare che viene stimato attorno ai 419 milioni di euro, di cui 379 di risorse statali e 40 di fondi del Comune, per un totale di 15 cantieri che entro la fine dell’anno partiranno in tutta la Città Metropolitana (qui l’elenco di tutti gli interventi e le richieste di finanziamento). «Con Genova – ricorda il coordinatore di Italia Sicura – parte il piano di sicurezza che coinvolgerà tutte le 14 Città Metropolitane, per un importo complessivo di 1,2 miliardi di euro che saranno investiti entro la fine dell’anno. Genova fa la parte del leone perché ha le progettazioni già pronte per andare in cantiere».

    Come abbiamo ampiamente raccontato la scorsa settimana (qui l’approfondimento), due sono i cantieri già partiti (scolmatore del Fereggiano e seconda parte della copertura del Bisagno dalla Questura a corso Buenos Aires), mentre altri 13 saranno avviati entro la fine dell’anno. «Non si tratta più di discorsi e progetti – ha commentato il sindaco Marco Doria – ma di opere e cantieri concretamente partiti. Per Fereggiano e rifacimento della copertura del Bisagno parliamo di oltre 150 milioni di spesa che daranno un contributo significativo per la messa in sicurezza del bacino».
    Con il completamento del rifacimento della copertura del Bisagno (fine del secondo lotto entro maggio 2017, cantieri del terzo lotto aperti entro il 2015 per una durata dei lavori attorno ai 3 anni) si arriverà a una portata di 850 metri cubi al secondo con un metro di spazio tra il pelo dell’acqua e la copertura, e 950/1000 metri cubi in situazione di pressione (l’ultima tragica alluvione ha toccato i 1100 metri cubi al secondo, ndr). Con lo scolmatore del Bisagno (qui l’approfondimento), la cui gara dovrebbe concludersi tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, la portata dovrebbe essere in grado di affrontare anche la piena duecentennale che il piano di bacino prevede in 1300 metri cubi al secondo.

    «Il destino di Genova – sottolinea D’Angelis – non sono le alluvioni ma la prevenzione delle alluvioni. Come ha detto il ministro Delrio, questa per noi è la più grande opera pubblica di cui ha bisogno l’Italia. E Genova ci ha dato una mano con la cosiddetta “norma Bisagno” inserita nello Sblocca Italia che consentirà di non bloccare più i cantieri in caso di ricorso ma portare l’opera a compimento fino al collaudo». Un’importante opera di sburocratizzazione che potrebbe anche accorciare i tempi di consegna di tutti i lavori, che con il completamento dello scolmatore del Bisagno sono fissati entro la fine del 2021.

    Tutti cantieri, assicurano i responsabili di Italia Sicura, saranno trasparenti e legali al 100%: sul sito del governo (e probabilmente anche su quello del Comune) tutti i cittadini potranno seguire il corso dei lavori. E sarà proprio il Bisagno ad essere oggetto di un progetto pilota, sempre a cura della struttura governativa di Italia Sicura, di cura del verde, delle foreste e dei rivi sui versanti montani.

    «Si tratta di interventi straordinari, fatti non parole – commenta l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che assieme al consolidamento di una cultura di Protezione civile (che verrà potenziata anche con la sperimentazione di nuovi sistemi di autodifesa, ndr), contribuiranno in maniera significativa a mitigare il rischio». Un rischio che, soprattutto in una città come Genova con 88 rivi che superano il chilometro di cui 28 tombati e altre centinaia sotto il chilometro, e oltre 90 mila abitanti che vivono in zone esondabili, non potrà mai essere azzerato (qui l’elenco fornito dal Comune degli interventi di adeguamento idraulico realizzati dal 2012 ad oggi).

    Oltre al bacino del Bisagno, saranno interessati da significativi lavori di messa in sicurezza anche il Chiaravagna (per oltre 22 milioni di euro), lo Sturla (10 milioni), il Fegino (3 milioni), il Belvedere (5 milioni). Ma nel piano di Italia Sicura non rientra solo la città di Genova. Il pacchetto di lavori comprende anche interventi importanti a Rapallo, Santa Margherita, Chiavari e Lavagna. «La sicurezza e il contrasto al dissesto idrogeologico – ha commentato Doria in vista di sindaco della Città Metropolitana – sono la priorità di chi governa il Paese e la città e lo sta facendo in modo molto coordinato. Stiamo parlando di un’inversione radicale di rotta politico-culturale perché ribaltiamo un approccio che ha dominato per decenni in cui il problema sicurezza non veniva assolutamente considerato, dato che dopo la copertura del Bisagno nel ’29 e soprattutto dopo l’alluvione del ’70 non è mai stato fatto alcun intervento significativo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

    Scolmatore Fereggiano: via ai lavori, ma la strada per la messa in sicurezza della Val Bisagno è ancora lunga

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    Lo Scolmatore Fereggiano è solo una parte del progetto complessivo per la messa in sicurezza del Bisagno che comprende:  1° lotto, 1° stralcio: scolmatore torrente Fereggiano / 45 milioni, già finanziati, inizio aprile 2015, fine maggio 2018 – 1° lotto, 2° stralcio: prese sui rivi Noce e Rovare / 10 milioni previsti in Sblocca Italia, durata un anno e mezzo – 2° lotto: scolmatore torrente Bisagno e bypass torrente Noce / 184 milioni previsti in Sblocca Italia, durata 9 anni

    Con la consegna del cantiere alla ditta P.A.C. avvenuta martedì 7 aprile, sono ufficialmente partiti i lavori (più precisamente le opere di cantierizzazione mentre per gli scavi si dovrà attendere il progetto esecutivo previsto ai primi di maggio) per la realizzazione dello scolmatore del Fereggiano. L’occasione è stata colta dall’amministrazione comunale per fare il punto su una delle opere più attese riguardo la messa in sicurezza idrogeologica della nostra città.

    «Secondo stime piuttosto accurate – ha ricordato il sindaco Marco Doria – servirebbero 400 milioni di euro per mettere in sicurezza la città dal punto di vista idraulico. Considerato che, pure accentuando la nostra capacità di contrarre mutui, nel 2015 alla voce lavori pubblici verranno spesi 105 milioni, significherebbe che se il Comune dovesse far fronte solo con forze proprie a queste esigenze, per 4 anni non potrebbe spendere un euro per scuole, case comunali, asfaltature, parchi pubblici: una cosa insostenibile». Per questo motivo, come vedremo, è indispensabile fare ricorso ai trasferimenti statali e sperare che le promesse del governo vengano mantenute in tempi rapidi.

    Quello appena avviato tecnicamente è il primo stralcio del primo lotto di un intervento molto più complesso per la realizzazione dello scolmatore sul Bisagno e la messa in sicurezza del torrente e di tutti i suoi affluenti. Ma è molto importante non confondere le due opere, benché l’obiettivo sia sostanzialmente lo stesso, soprattutto per una questione di finanziamenti e quindi di realizzabilità dei lavori.

    Scolmatore Bisagno >> L’approfondimento da Era Superba #57

    Lo scolmatore del Fereggiano

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    Il tracciato dello Scolmatore Fereggiano. In viola la parte di galleria già esistente, in blu le opere di presa e collegamento dei rii Noce e Rovare che non rientrano nel primo stralcio di lavori (clicca sull’immagine per ingrandire)

    Lo scolmatore del Fereggiano, un canale in copertura che consentirà di svuotare direttamente a mare il torrente in caso di piene elevate, è già stato finanziato con risorse sostanzialmente disponibili: si tratta di 45 milioni di euro, provenienti in parte dal Piano nazionale per le città del governo Monti (25 milioni per il finanziamento più alto concesso dal programma su una base nazionale di 250 milioni), in parte da un mutuo contratto ad hoc dal Comune (15 milioni) e dalla Regione (5 milioni). I lavori dureranno nel complesso 3 anni e 1 mese, abbassando decisamente il periodo inizialmente previsto di 5 anni, grazie a tre turni al giorno per 7 giorni su 7, quantomeno nella fase clou che coinvolgerà circa 150 persone. Si inizierà dallo sbocco a mare, in corso Italia nella zona tra i bagni Squash e la Marinetta, per proseguire i 900 metri di galleria (a sezione circolare e diametro di 5,2 metri) iniziati tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, costati circa 20 miliardi di lire e bloccati all’altezza di Villa Cambiaso. Qui, sottoterra, sarà installata la centrale operativa del cantiere, con un’area dedicata alla frantumazione e vaglio dei residui da scavo che per almeno il 50% (circa 70 mila metri cubi) saranno utilizzati per i ripascimenti delle spiagge di corso Italia, Voltri, Vesima e verranno movimentati esclusivamente via mare, attraverso l’approdo di apposite bettoline.

    Gli scavi (tradizionali, non con talpa) daranno vita complessivamente a una galleria di 3,7 chilometri che passerà sotto il forte San Martino, il monoblocco dell’Ospedale, per arrivare alla presa sul Fereggiano nella zona di via Pinetti, salita del Ginestrato «senza attraversare zone particolarmente sensibili e con grande attenzione per la fase critica sottostante la linea ferroviaria del nodo di Brignole-Terralba» come assicurato dal Responsabile unico del procedimento per il Comune, l’ing. Pinasco.

    La portata massima dello scolmatore per il solo Ferreggiano si attesterà sui 111 metri cubi al secondo, ben superiore alla piena duecentennale del piano di bacino prevista a 87 metri cubi al secondo. In caso di piena e di entrata in funzione dello scolmatore dal punto di presa sul Fereggiano, dunque, tutta l’acqua verrebbe convogliata nella galleria, lasciando libero il restante letto del torrente che non creerebbe alcuna criticità al Bisagno.

    Nello stesso progetto già previsti e approvati sono anche i lavori delle prese sui rivi Noce (per cui sarà necessario anche un bypass) e Rovare, che sboccheranno nella galleria principale del Fereggiano. In un primo tempo si era parlato di una realizzazione contestuale, sfruttando gli eventuali ribassi d’asta. In realtà, queste opere sono state stralciate per mancanza di fondi e dovranno attende i finanziamenti dello Sblocca Italia (vedi in seguito). Con il completamento delle due prese, la portata dello scolmatore a valle aumenterà complessivamente di altri 49 metri cubi al secondo (26 per il Rovare, 23 per il Noce).

    La galleria funzionerà a pressione e per questo motivo sono stati pensati 4 aerofori da 70 cm di diametro (che sorgeranno nelle zone di Villa Cambiaso, Forte San Martino, incrocio via Mosso/corso Europa, via Berghini) che avranno la funzione di sfiatatoi, qualora l’impianto dovesse entrare in pressione (statisticamente una volta ogni 35 anni), e spunteranno dal piano strada per un’altezza di circa 2,5 metri.

    A parte la fase di allestimento di cantiere, i lavori via terra saranno quasi invisibili. All’altezza dello sbocco sul mare, infatti, già dal prossimo autunno sarà installato un prefabbricato complanare a corso Italia, allestito con verde, solarium e campo sportivo e attraversato dal canale prima di approdo delle bettoline e poi di sbocco dello scolmatore. Quest’ultimo, che  sarà coperto da una scogliera e vedrà realizzata una nuova spiaggia, sarà sfruttato anche per lo scolmatore del Bisagno, quando e se partiranno mai i lavori, in modo tale che i due cantieri possano eventualmente procedere in maniera contestuale. I disagi per i cittadini, considerata l’importanza dell’opera, dovrebbero dunque essere relativamente limitati e poi, stando a quello che dice il sindaco, «il cantiere che non si vede e non si sente è il cantiere che non esiste».

    Qualche problema in più per le attività che insistono su questa zona di litorale ma non è detto che in futuro non possano rifarsi con la gestione della nuova piattaforma rialzata. Intanto, per tutto il periodo del cantiere, in corso Italia sarà attivato un info-point a disposizione della cittadinanza.

    I rivi Noce e Rovare e lo Scolmatore del Bisagno

    «Al termine di questi lavori, il Fereggiano sarà assolutamente in sicurezza e contribuirà ad attenuare le criticità del bacino del Bisagno». Partiamo dalle parole del sindaco per sottolineare come i restanti interventi di messa in sicurezza del Bisagno (scolmatore e rifacimento della coperatura) siano un altro capitolo ben distinto della storia. La differenza, come anticipato, la fanno in primis i finanziamenti.

    Si tratta sostanzialmente di una cifra attorno ai 300 milioni di euro (destinati non solo al Bisagno ma anche alla messa in sicurezza di altri rivi cittadini come il Chiaravagna e lo Sturla) che rientrano nel cosiddetto programma Italia Sicura. Soldi promessi ma non ancora messi a disposizione. In questa partita rientrano anche i 10 milioni del secondo stralcio del primo lotto, ovvero le prese sui torrenti Noce e Rovare (data inizio lavori, della durata di un anno e mezzo, inizialmente prevista a giugno 2015 ma sicuramente posticipata perché la gara non è ancora stata bandita), e gli altrettanti 10 milioni del bypass per il Noce all’interno dei complessivi 184 milioni del secondo lotto dello scolmatore del Bisagno, comprendente anche la galleria scolmatrice dello stesso torrente.

    Sempre dallo stesso programma governativo dipendono i fondi per completare il rifacimento della copertura sul Bisagno. Ripartiti da poco i lavori del secondo stralcio del secondo lotto, poco dopo la Questura in direzione Brignole, finanziati con poco meno di 36 milioni, è in fase di progettazione il terzo lotto (95 milioni) che da Corte Lambruschini arriverà fino al ponte di Brignole. «Solo terminati tutti questi lavori (stime molto ottimistiche parlano di dicembre 2020 per la copertura e giugno 2023 per lo scolmatore del Bisagno, ndr), la sicurezza del Bisagno potrà risultare soddisfacente» commenta il sindaco Doria. Nel frattempo, però, in bassa Val Bisagno continuerà ad abitare un genovese su 7, con un occhio al cielo e uno al torrente appena vedrà cadere qualche goccia di pioggia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    Terzo Valico, visita ai cantieri: le denunce di abitanti e attivisti e la difesa di Cociv

    terzo-valico-cantiere-2015-2Il finanziamento del terzo lotto costruttivo del Terzo Valico Genova–Alessandria, per 607 milioni di euro, è stato definito il 9 gennaio scorso, con la sottoscrizione dell’atto siglato dal consorzio COCIV (General Contractor incaricato della progettazione e della realizzazione dell’opera, oggi composto da gruppo Salini Impregilo con il 64%, Società Italiana Condotte d’Acqua con il 31%, CIV con il 5%), e da RFI (Rete Ferroviaria Italiana). I relativi interventi – che comprendono il proseguimento dei lavori della Galleria di valico (già iniziati con il finanziamento del secondo lotto) e la realizzazione dell’intera galleria di Serravalle – verranno avviati entro il 30 giugno 2015. Il valore complessivo dell’opera Terzo Valico è di 6.200 milioni di euro, ed è suddiviso in 6 Lotti Costruttivi, si svilupperà per 53 km, di cui 37 km in galleria, coinvolgendo 12 comuni delle province di Genova e di Alessandria.

    Sicurezza del territorio, questa la parola d’ordine che tiene in apprensione le popolazioni delle valli Verde e Polcevera. Le poche informazioni che si leggono sugli organi di stampa in merito ai grandi cantieri della zona non aiutano a creare le condizioni per un clima disteso fra costruttori ed abitanti. Ma aldilà delle opinioni personali sulla bontà della grande opera ferroviaria, rimane il dato di fatto che buona parte delle osservazioni, delle testimonianze e dei dubbi ancora oggi rimangono aperti, senza risposte certe. Ogni accusa viene rispedita al mittente da Cociv.  A destare preoccupazione fra abitanti e attivisti è il pesante impatto ambientale connesso all’apertura di cantieri in aree densamente popolate, con inevitabili rischi per la salute: dall‘inquinamento acustico a quello atmosferico conseguente alla dispersione nell’aria di polveri inquinanti, dalla movimentazione di terre di scavo (“smarino”) potenzialmente pericolose alla regimentazione delle acque e relativi sistemi di scarico.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 58 di Era Superba (dove trovare la rivista). Sostenendo Era Superba puoi ricevere ogni uscita direttamente a casa o sulla tua email (qui maggiori informazioni)

    Abbiamo visitato le zone di cantiere e ascoltato le osservazioni di abitanti e attivisti del Movimento No Tav, successivamente abbiamo interpellato direttamente Cociv per provare a chiarire i punti più critici. Siamo andati a vedere da vicino come procedono i lavori in Val Polcevera e Val Verde, soprattutto nelle zone di Fegino-Trasta, Maglietto, e Cravasco. Il “Cantiere Fegino” in via Castel Morrone è il più importante nell’area di Genova perchè consente l’attivazione degli scavi sia della galleria di Campasso sia della trincea di raccordo con le linee esistenti. Poco distante, in prossimità della fine di via Trasta direzione monte e del primo tratto di via Adda, confluisce la nuova viabilità che porta ai cantieri per la realizzazione degli imbocchi Campasso Nord e Valico Sud. Nel “Cantiere Polcevera” a San Quirico in via Tecci, dove sarà scavata la finestra Polcevera (galleria di servizio rispetto al tunnel principale), allo stato attuale  sono partite le attività di cantierizzazione dei piazzali, come nel “Cantiere Cravasco” (comune di Campomorone), dove sono al via anche le attività di scavo della finestra Cravasco (altra galleria di servizio). Infine, è ormai quasi completato il “Campo base Trasta” in via Polonio, con l’ultimazione di alloggi, mensa, uffici, e lavori di finitura della pavimentazione stradale, mentre il “Campo base Cravasco”, in realtà ubicato in località Maglietto (comune di Campomorone) è tuttora interessato dalla cantierizzazione.

    terzo-valico-cantiere-2015Proprio la costruzione di quest’ultimo, avrebbe peggiorato la già precaria condizione delle strade a causa dell’intenso passaggio di mezzi pesanti, passaggio non previsto almeno in tale misura. «Nel cantiere dovrebbero allestire solo il campo base – raccontano i residenti – in realtà in questi mesi al Maglietto stanno conferendo gran parte dello “smarino” proveniente dallo scavo della galleria di Cravasco. Cosa che riteniamo assolutamente illegittima visto che non compare in alcun progetto. Il transito dei mezzi ha aumentato la criticità di una zona già fragile, inoltre lo sbancamento di terra ha già provocato una piccola frana». I residenti ricordano ancora come nel primo lotto dei lavori fossero compresi gli interventi di adeguamento e miglioramento della viabilità esistente, tra cui il previsto l’allargamento della via di ingresso al campo base e di altri due tornanti attigui, eppure nulla di tutto ciò è finora stato realizzato. «Gli unici lavori avviati sono gli scavi delle gallerie, e le demolizioni di abitazioni alle Ferriere (Comune di Ceranesi) e a Pontedecimo, questo è il loro modo di rendere l’opera irreversibile. Approntando gli scavi, anche per brevi tratti, quando saranno esauriti i finanziamenti comunque nessuno avrà il coraggio di dire l’opera non si conclude, nell’attesa di risorse economiche che magari salteranno fuori dopo qualche anno».

    In merito alla gestione delle terre di scavo, il consigliere di opposizione nel Comune di Campomorone, Valentina Armirotti, aggiunge «Stanno facendo come per la costruzione del campo base, poi divenuto deposito di materiali, della Biacca a Bolzaneto (qui l’approfondimento). Lo smarino passa da un cantiere all’altro, Cociv assicura che le terre di scavo non sono pericolose, ma a noi non risulta alcun controllo su di esse da parte di soggetto esterni».
    I siti attualmente utilizzati per il conferimento dello smarino «Sono quelli autorizzati dal Piano di Utilizzo approvato dal Ministero dell’Ambiente – risponde il COCIV In particolare, per lo scavo di Cravasco il materiale viene inviato, come previsto dal progetto definitivo e dal Piano di Utilizzo approvato, alla ex cava Cementir Vallemme (Voltaggio)».

    In località Cravasco criticità principale è rappresentata dal rischio di impatto con le falde acquifere, in una zona riccha di sorgenti. «Quando ho percorso la galleria – spiega Valentina Armirotti consigliere del Comune di Campomorone – che allora raggiungeva una lunghezza di 150 metri (mentre oggi sarebbe arrivata a quota 300 metri, nda), erano presenti due perdite, una dinanzi all’altra. Poi hanno posizionato delle pompe per intercettare le fuoriuscite. Acqua comunque ne usano tantissima: per abbattere le polveri, lavare i mezzi, ecc. Dopo la prima alluvione di ottobre 2014 in galleria proprio non si poteva entrare, l’acqua fuoriusciva da tutte le parti. Francamente non sono a conoscenza di quante falde siano state intercettate. Il problema è che neanche il Cociv lo sa, e purtroppo neppure il Comune di Campomorone. Infatti, non esiste una mappatura aggiornata delle falde acquifere. Questa è una responsabilità anche dell’amministrazione locale. Comunque, il Cociv non ha approntato alcuno studio a riguardo».
    Il general contractor risponde così alle accuse «Per quanto riguarda Cravasco esisteva un’indicazione del CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) sull’eventuale impatto dello scavo in galleria sulle falde. Sono stati eseguiti i dovuti accertamenti, ed i risultati sono stati inviati al Ministero. Il programma di cantierizzazione, approvato dal Ministero, prevede tutte le necessarie opere di regimentazione delle acque, e la realizzazione viene, di prassi, fatta contestualmente all’apertura del cantiere». Ricostruzione contestata dal movimento No Tav che sottolinea «Il cantiere è tuttora in fase di allestimento. A luglio-agosto 2014 hanno cominciato lo scavo, e soltanto da un mese (novembre 2014, nda) si sono preoccupati di regimentare le acque di scarico e di servizio per le lavorazioni. Liquidi che dovrebbero subire un processo di depurazione e successivamente, una volta ripuliti, finire nel sottostante torrente Verde. Fino ad un mese fa le acque uscivano dall’area di cantiere, attraversavano la strada, si incanalavano a lato della carreggiata, e poi lungo un tombino defluivano nel fiume. Adesso, invece, vengono raccolte da un’apposita tubatura che le indirizza nel torrente. Ultimamente, però, abbiamo visto che il corso d’acqua rilascia un limo strano, pesante, che potrebbe consistere in residui dei lavaggi di cantiere. Domenica 21 dicembre il torrente era di un colore bianco ed emanava un forte odore, di conseguenza qualcuno ha avvisato l’Arpal. I tecnici dell’agenzia regionale hanno eseguito i prelievi nel pozzetto fiscale del cantiere. Ma non si sono recati a fare prelievi nel fiume, perchè a dir loro mancavano le condizioni di sicurezza. Secondo noi si è persa un’occasione per controllare l’impatto ambientale dell’opera».

    Secondo il Cociv «I controlli vengono effettuati in tutti i cantieri in via prioritaria da Arpal Liguria. I dati delle attività richieste da soggetti esterni (Osservatorio, Arpal, ecc.) sono di proprietà di tali enti, pertanto devono essere richiesti a loro».

    Spostandoci via Inferiore Rocca dei Corvi, troviamo una porzione di cantiere in cui verrà installato un impianto di betonaggio che alimenterà i lavori del cantiere “Fegino”. Al termine dell’opera tale spazio rimarrà a servizio di RFI come area di triage con piazzola di atterraggio elicotteri. Curiosamente la strada, che prima della cantierizzazione conduceva direttamente in aperta campagna, è stata chiusa in occasione del deragliamento del treno Freccia Bianca, avvenuto sulla linea Milano-Genova il 9 ottobre 2014, proprio nelle immediate vicinanze di un’altra porzione di cantiere, quella di via Rocca dei Corvi (a neppure un kilometro di distanza in linea d’aria da via Inferiore Rocca dei Corvi).
    Come spiega un abitante «Prima almeno avevamo l’opportunità di accedere ai nostri terreni (in parte espropriati). Superato il voltino (in fondo alla via Inferiore Rocca Dei Corvi) sembrava di entrare in un altro mondo, c’erano soltanto boschi. La frana è venuta giù dal ponte dei martiri di via Rocca dei Corvi. Dopo la frana gli operai del Cociv hanno messo in sicurezza il tutto. Lavorando due giorni e due notti come formiche. In precedenza non avevamo mai visto così tanto movimento. Evidentemente sussiste una loro responsabilità relativa sia allo smottamento che ha causato il deragliamento del Freccia Bianca, sia ai ripetuti allagamenti di via Inferiore Rocca dei Corvi, che ormai si verificano puntualmente da quando, nel settembre 2014, hanno disboscato anche la parte a valle dell’attuale linea ferroviaria».
    Per quanto riguarda l’episodio del 9 ottobre il Cociv sottolinea «Ricordiamo è in corso un’indagine della Procura della Repubblica di Genova. Il deviamento del treno, comunque, non è avvenuto nell’area del cantiere».

    In merito ai ripetuti allagamenti, invece, la causa potrebbe essere da ricercare nell’eventuale deviazione di qualche rivo sotteraneo, evento plausibile considerando la numerosa presenza di rogge e rivi tombinati nell’area di Fegino-Trasta. Anche in questo caso il Cociv, chiamato in causa, nega con fermezza qualsiasi responsabilità.

     

    Matteo Quadrone

    L’inchiesta integrale su Era Superba #58

  • Via libera alla delibera sul progetto Gronda, ma la maggioranza a Tursi è ridotta ai minimi termini

    Via libera alla delibera sul progetto Gronda, ma la maggioranza a Tursi è ridotta ai minimi termini

    Marco Doria, sindaco di GenovaTira dritto il sindaco al termine della seduta di Consiglio comunale in cui è stato dato il via libera al tanto contestato provvedimento sulla Gronda. E ai cronisti che chiedevano un commento a caldo risponde con un secco «No. Ho altro da fare». Sintomo che il momento di fare i conti all’interno della multisfaccettata maggioranza che lo ha fin qui sostenuto non è più procrastinabile. Doria, infatti, ha sì portato a casa la delibera ma non ha certo ottenuto l’esito sperato. La maggioranza uscita dalle urne a metà 2012 si è fermata a quota 19 sì (compatti i 12 consiglieri del PD a cui si aggiungono i 3 consiglieri uomini di Lista Doria, Chessa di Sel, Anzalone e De Benedictis del Gruppo Misto e il sindaco) sui 21 necessari per essere autosufficienti, come richiesto a più riprese dal Partito democratico e augurato anche dallo stesso Doria. Gli altri 11 voti favorevoli sono arrivati dall’opposizione (4 Pdl, 3 Lista Musso, 2 Udc, Rixi di Lega Nord e Baroni del Gruppo Misto).

    A differenza di quanto configurato alla vigilia, l’ago della bilancia non è stata solo la Lista Doria, su cui si sono concentrate le attenzioni politiche e mediatiche. Da giorni si diceva che sarebbero serviti 4 voti favorevoli da parte della lista del sindaco, a cui Doria aveva chiesto una sorta di fiducia: a votare sì sono stati solamente i tre rappresentanti maschili (Pignone – capogruppo, Padovani e Gibelli); 3 no, invece, sono arrivati dalle donne (Bartolini, Pederzolli e Nicolella). Ma un inaspettato (e di troppo) no è arrivato anche da Salvatore Mazzei, Gruppo Misto ex Idv.

    Maggioranza spaccata, gruppi e partiti di sinistra divisi al loro interno, Antonio Bruno che lascia la presidenza della Commissione Territorio e sancisce di fatto la sua uscita ufficiale dalla maggioranza… il caos a Tursi rischia di regnare sovrano.

    «Mi aspettavo che la maggioranza fosse autosufficiente all’interno del perimetro di chi ha sostenuto quest’amministrazione con il mando elettorale. Questo non è successo e la riflessione sulla tenuta dell’amministrazione stessa si fa più difficile. Ma è una riflessione che spetta solo al sindaco che di questa maggioranza è il leader» commenta Simone Farello, capogruppo PD. «Vorrei continuare questa esperienza amministrativa – ammette Farello – ma vorrei sapere con chi la continuo: non posso avere ogni giorno una maggioranza diversa. Non è una situazione sostenibile per la città. È necessario fare una riflessione che tenga conto della tenuta d’aula dell’Udc e della spaccatura di Lista Doria, ripartendo dal sacrificio politico di alcuni suoi consiglieri. Riflessione che aiuteremo cercando di ridare unità alla maggioranza ma riflessione che non è più rimandabile perché bisogna dire chiaramente a Genova se ha ancora un assetto di governo».

    Ancora più diretto il segretario provinciale dei democratici Alessandro Terrile: «Con la maggioranza allargata all’Udc i numeri tengono. Ne prendiamo atto e prossimamente dobbiamo prenderne atto anche formalmente. Stare nella maggioranza non è una questione ideale, ci si sta votando le delibere di giunta: non c’è solo la gronda, c’è da fare molto altro. Ora portiamo a casa il voto comunque favorevole, da domani penseremo alle questioni politiche».

    La parola, dunque, passa alle più o meno segrete stanze di Tursi dove, subito dopo il voto, il sindaco si è riunito con Enrico Pignone. «Il nostro voto differenziato – ha detto in dichiarazione di voto il capogruppo di Lista Doria – rappresenta, da una parte, le ragioni della nostra sensibilità ambientalista, per il risanamento del dissesto idrogeologico, per una mobilità e uno sviluppo economico sostenibili, e dall’altra la fiducia al sindaco». Una fiducia però che sembra non essere incondizionata. «La nostra battaglia non finisce qui – ha proseguito Pignone, nel tentativo di dare una risposta a chi questi giorni lo ha accusato di essere attaccato alla poltrona – perché noi componenti della Lista Doria, tutti, in pieno accordo, siamo fermamente contrari alla Gronda, la consideriamo un’opera tanto inutile quanto sbagliata e pericolosa, destinata non solo a ledere gli interessi diretti della popolazione interessata dal suo tracciato, ma a peggiorare la situazione di un territorio che il nostro sindaco ha definito, con espressione drammaticamente precisa, “fragile e malato”».

    A questo punto, salvo clamorosi e piuttosto improbabili scenari dimissionari, i consiglieri arancioni dichiarano lotta contro l’infrastruttura cercando di recuperare un po’ di quella credibilità perduta agli occhi dell’opinione pubblica. «Assieme all’aggiornamento di Chessa (il consigliere di Sel che ha votato a favore della delibera, NdR) – ha detto il capogruppo di M5S, Paolo Putti, riferendosi ai consiglieri di Lista Doria – state diventando un ossimoro: siete contrari all’opera ma votate sì alle delibere che danno il via libera alla sua costruzione. Ma non potete credere “a Dio e a mammona”, non potete credere cioè al benessere della popolazione e votare sì ai gruppi di potere». Tra questi ossimori viventi, secondo il capogruppo grillino, rientra a pieno titolo anche il sindaco Marco Doria che, fino a qualche tempo fa, era «uno dei più nobili attivisti no gronda, come è possibile ritrovare ad esempio in un intervento video sulla sua pagina YouTube, datato 24 gennaio 2012».

    Detto dell’imprevedibilità del futuro politico, che non dovrebbe comunque dare vite alle nefaste conseguenze adombrate qualche settimana fa, resta da ricordare che cosa succederà al progetto Gronda con l’approvazione di questa delibera, su cui pende la scure di un possibile ricorso al TAR annunciato dal Movimento 5 Stelle per non aver considerato tra le zone interferite dal passaggio dell’opera anche la Val Bisagno.

    La delibera non dà solamente mandato al sindaco di rappresentare il Comune di Genova nella Conferenza dei Servizi del prossimo 23 gennaio per decretare la pubblica utilità dell’opera e dare il via libera agli espropri e ai rimborsi per gli interferiti. La discussione sul progetto esecutivo, il cui tracciato definitivo era già stato approvato nel corso del precedente ciclo amministrativo e che sarà oggetto di una nuova Conferenza dei servizi che dovrà valutare anche tutte le prescrizioni ambientali e non solo contenute nel decreto di VIA, dovrà tenere conto di alcune riflessioni inserite nel documento attraverso un maxi emendamento di maggioranza, presentato e votato durante i quattro giorni di consiglio comunale monstre. Sindaco e giunta, infatti, dovranno farsi garanti affinché il progetto esecutivo sia elaborato dedicando attenzione prioritaria all’assetto idrogeologico del territorio, in risposta alle emergenze emerse nel corso delle ultime alluvioni, considerando anche la criticità dell’attuale rete autostradale genovese. Inoltre, nel documento si sottolinea l’imprescindibilità della presenza del Comune di Genova nel Comitato di controllo sulla realizzazione della Gronda e la necessità di costituire una struttura tecnica di concerto con Città Metropolitana e Regione Liguria che monitori e partecipi alla diverse fasi di studio e realizzazione delle grandi opere infrastrutturali che interessano il territorio genovese.

     

     Simone D’Ambrosio

  • Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    Gronda, delibera in Consiglio comunale: l’ostruzionismo dei detrattori e le crepe nella maggioranza

    palazzo-tursi-aula-dietro-D7843 ordini del giorno, 63 emendamenti e 111 emendamenti a ordini del giorno. Sono questi i numeri dell’ostruzionismo messo in campo dai consiglieri detrattori della Gronda. Numeri che raccontano i documenti presentati soprattutto da M5S, Federazione della Sinistra e parte di Sel per ritoccare, modificare e riorientare la delibera sugli interferenti dal passaggio della nuova infrastruttura autostradale, la cui approvazione darebbe la possibilità di dichiarare la pubblica utilità dell’opera nella Conferenza dei Servizi convocata il prossimo 23 gennaio.

    Un ostruzionismo largamente preannunciato e fortemente limitato dalla Conferenza dei Capigruppo, l’organo del Consiglio comunale sovrano sulla decisione dell’organizzazione dei lavori. «Il nostro obiettivo – ci raccontava il capogruppo M5S, Paolo Putti – è quello di protrarre la votazione finale sulla pratica fino al 23 gennaio. Oltre alla presentazione di ordini del giorno ed emendamenti, abbiamo in serbo qualche altra sorpresa. Siamo pronti a tanti giorni di durissimo lavoro». Un lavoro che ha costretto i consiglieri grillini agli extra fin da subito, dato che la Conferenza capigruppo, a maggioranza e non all’unanimità diversamente dalla consuetudine, ha deciso intorno alle 20 l’applicazione di una sorta di “ghigliottina” alla genovese: un’ora complessiva di interventi per ciascun gruppo consiliare per la presentazione dei documenti e le dichiarazioni di voto ma, soprattutto, la dead line delle 22.30 per la presentazione di ulteriori ordini del giorno ed emendamenti che, di norma, potrebbero essere presentati fino all’inizio delle operazioni di dichiarazione di voto. «Hanno provato a fregarci in questo modo – commenta a caldo Putti – e noi risponderemo con una valanga di documenti perché sul numero di ordini del giorno ed emendamenti presentabili non possono metterci ostacoli».

    Al momento della pubblicazione dell’articolo (pochi minuti dopo la mezzanotte, ndr), difficile immaginare quando si potrà arrivare alla votazione finale. Perché se è vero che i tempi sono stati contingentanti è altrettanto vero che ogni singolo documento sarà votato separatamente con operazioni di voto che, per quanto veloci, potrebbero aggirarsi attorno al minuto e mezzo per ogni documento ammissibile.
    Possibile, allora, che la seduta venga aggiornata e riconvocata nei giorni seguenti (Aggiornamento: la seduta si è chiusa all’1.30 e riprenderà giovedì 15 alle 9.30).

    Come ampiamente raccontato, l’esito della votazione con l’approvazione della delibera è piuttosto scontato dato il sostegno delle cosiddette larghe intese. Non scontata, invece, è la tenuta della maggioranza.
    È nota, infatti, la posizione del Partito democratico che ha minacciato la crisi di “governo” se per far approvare la delibera si dovesse ricorrere ai voti dell’opposizione (che a parte il M5S dovrebbe comunque votare a favore). Il capogruppo PD, Simone Farello, è apparso piuttosto fiducioso: «La maggioranza di centrosinistra ha dimostrato una maturità all’altezza della situazione, lavorando molto seriamente su una delibera tecnica di cui non tutti condividono l’oggetto di fondo. Mi auguro che la volontà di circoscrivere le discussioni sul merito dei documenti, come abbiamo fatto in questo caso, si possa verificare anche per le prossime sfide cruciali che affronteremo come Puc, bilancio e altre situazioni contingenti come il tema rifiuti. Se c’è la stessa volontà di lavorare nel merito dei problemi potremo dare alla città la risposta che merita». Per quanto riguarda la sopravvivenza della giunta, Farello ha commentato: «A volte non è necessaria l’unanimità ma l’autosufficienza è indispensabile».

    Quali sono, allora, questi voti necessari per l’autosufficienza della maggioranza?
    Data per acquisita la spaccatura di Sel, con il consigliere Chessa che dovrebbe votare a favore della delibera e il capogruppo Pastorino che conferma la propria posizione contraria (sconfessando i dirigenti locali del suo partito che gli chiedono quantomeno l’astensione per la buona tenuta della giunta), tutto ruota attorno al comportamento di Lista Doria.

    Ma non tutti i 6 consiglieri della lista civica legata direttamente al sindaco hanno definitivamente deciso che tasto schiacciare. A favore sicuramente il capogruppo Pignone, rischia di verificarsi una spaccatura di genere: alla fine potrebbero votare sì anche Padovani e Gibelli mentre più agguerrite appaiono le tre rappresentanti femminili, Nicolella, Bartolini e Pederzolli. Da non escludere neppure un più clamoroso 1 sì e 5 no. Secondo i nostri conti, comunque, sarebbero almeno 4 i voti favorevoli necessari da Lista Doria per l’autonomia della maggioranza: 12 i consiglieri del Pd, 1 il sindaco, 1 Chessa (Sel), 3 De Benedictis, Anzalone e Mazzei (Gruppo Misto ma eletti nella maggioranza e inizio ciclo) fa 17 e per arrivare ai 21 della maggioranza assoluta mancano, appunto, 4 consiglieri.

    Eppure, secondo quanto circolato nei corridoi di Tursi, il sindaco pare aver chiesto un voto di fiducia a propri consiglieri, minacciando addirittura le dimissioni se la maggioranza non dovesse risultare autosufficiente. Uno scenario, a nostro avviso, che difficilmente diventerà concreto ma che non è comunque possibile escludere a priori. Chi resterà al fianco del primo cittadino? In ballo c’è soprattutto una questione di immagine: se, infatti, è vero che la delibera in oggetto è soprattutto tecnica e non riguarda nel merito il tracciato dell’opera, già approvata dallo scorso ciclo amministrativo e su cui solo la Conferenza dei Servizi può pronunciarsi, è altrettanto vero che si tratta della prima vera votazione sul tema Gronda per questa amministrazione e votare sì alla per chi si è da sempre dichiarato contrario all’opera potrebbe essere alquanto indigesto. La notte porterà consiglio?

     

    Simone D’Ambrosio