Autore: Andrea Giannini

  • Legge elettorale, slogan ipocriti e qualunquisti: verità politica e verità mediatica

    Legge elettorale, slogan ipocriti e qualunquisti: verità politica e verità mediatica

    Matteo RenziQuesta settimana avrei voluto parlare del pessimo andamento dell’economia, con le previsioni del PIL 2014 sempre più in territorio negativo (come, d’altronde, ampiamente previsto). Oppure mi sarebbe piaciuto fare un bel parallelismo tra Monti e Renzi, entrambi spediti in Europa per raccattare qualche cosa di buono, entrambi osannati dalla stampa per le straordinarie doti negoziali e gli indubbi successi, ed entrambi rimpatriati, alla prova dei fatti, con le proverbiali pive nel sacco (anche questo ampiamente previsto). Da ultimo avrei voluto ritornare sull’evoluzione dei negoziati nell’Unione e su come questi dimostrino perché non c’è alternativa, restando dentro l’Europa, a questa strategia economica e a questo modello di leadership fallimentari, anche se cambiano gli interpreti o il semestre di presidenza  (come vado dicendo – scusate se insisto – ormai da più di un anno).

    Non toccherò, però, nessuno di questi temi. Il fatto è che, francamente, mi sono proprio stancato di sentir blaterare le Alessandre Moretti di legge elettorale, questi visi angelici da prime della classe della scuola renziana, istruite a ripetere a pappagallo le parole d’ordine della propaganda governative per imprimerle meglio nella testa di casalinghe distratte e impiegati sapientoni. E’ giunto il momento quindi di fare pulizia, una volta per tutte, di tutti gli slogan ipocriti e qualunquisti con cui Renzi tenta di propinarci un sistema elettorale pessimo.

    Assicurare Governabilità

    Il primo slogan pubblicitario (il più famoso) parte dal termine “governabilità”, che sembra alludere alla mera “possibilità di governare”; quasi il contrario di “anarchia”, quasi che chi non si faccia il segno della croce al solo sentir nominare il sacro mantra  voglia consegnare il paese al caos. Ma la realtà è che parlare di “governabilità” in merito ad una legge elettorale è come parlare di “guidabilità” nei confronti dei divieti del codice della strada: è l’equivalente della famosa “agibilità politica” per quelli che vogliono tenersi la poltrona anche se sono sotto processo. E’ il solito, abile trucco degli spin-doctor: anziché chiamare le cose col loro nome, si trova una formula rassicurante e difficile da negare, perché il suo contrario suona talmente negativo che diventa una passeggiata convincere chi non è preparato e inchiodare gli oppositori politici.

    Nella pratica, quando evoca la “governabilità”, Renzi allude al fatto che la legge elettorale dovrà adempiere il requisito minimo di garantire un governo inequivocabile, immediato e stabile: il giorno dopo il voto si saprà esattamente chi governerà per cinque anni, senza rischio di ribaltoni. Apparentemente stiamo parlando di una cosa buona: cosa ci potrebbe mai essere di male nel permettere che si formi una guida politica stabile?

    Il problema è che vogliamo che un governo sia stabile e duraturo, solo se è onesto, competente e capace: al contrario, se è autoritario, corrotto e incompetente, allora abbiamo tutto l’interesse che il governo sia instabile  e anzi che cada al più presto. E in una repubblica parlamentare spetta al Parlamento decidere se il governo è degno o meno. E’ una risposta banale, mi rendo conto: ma d’altra parte, se vogliamo discutere seriamente di uno slogan banale, non possiamo che aspettarci una replica a tono.

    Se un sistema assicura “governabilità” a prescindere, di fatto si mette le catene ai piedi, rendendo praticamente impossibile far cadere un esecutivo, anche se sta distruggendo il paese: un’eventualità, questa, niente affatto rara. La storia recente, da Berlusconi a Monti, è una storia di governi autoreferenziali in un parlamento cooptato, che hanno dapprima ignorato e poi aggravato i problemi dell’Italia, senza che nessuno si mettesse di mezzo.

    Al contrario, nonostante sia la priorità per Renzi (quasi un’ossessione), l’Italia non ha mai avuto problemi di “governabilità”: magari c’è voluto qualche mese, ma alla fine si è sempre riusciti a dare una guida politica. Niente a che vedere con il caso del Belgio: paese attualmente senza esecutivo, che in passato ha impiegato anche più di 500 giorni (!!) per formare un governo e che pure – ci ricorda Paul Krugman – ha performance nettamente migliori rispetto ai vicini europei da un punto di vista economico (oltre che calcistico).

    Chi arriva primo vince

    elezioniIl premier la settimana scorsa ha dichiarato: «Siamo banali, pensiamo che ci debba essere un vincitore. […] Bersani, in bersanese, lo ha spiegato bene: sono arrivato primo ma non ho vinto. Io voglio un meccanismo in cui chi arriva primo vince».

    Siamo così di fronte ad un altro capolavoro del linguaggio politico renziano, per cui la democrazia è uguale a una corsa campestre: se arrivi primo ti danno la coppetta e puoi fare il bullo al bar con gli amici. Qualcuno dovrebbe spiegare a Renzi che la democrazia non è un metodo di selezione dei governanti: è un metodo di governoUn paese non è democratico solo se si da appuntamento ogni cinque anni per decidere chi governa: è democratico se è governato ogni giorno in modo democratico. Altrimenti, se il problema è solo selezionare il premier, si possono trovare metodi anche più intelligenti di una competizione mediatica a base di promesse irrealizzabili e trovate pubblicitarie: sarebbe molto utile, ad esempio, fare un test delle urine o un quiz di logica; oppure ancora – perché no – una prova di forza, tipo estrarre una spada dalla roccia.

    Scherzi a parte, il punto è che se arrivo primo col 30% dei votanti e divento primo ministro, le decisioni che prenderò (ammesso che siano conformi a quanto detto in campagna elettorale, cosa che raramente succede) saranno le decisioni avvallate dal voto di una minoranza: e questa proprio non si può chiamare “democrazia”. In democrazia si fa quello che vuole la maggioranza, non quello che vuole chi buca meglio lo schermo televisivo.

    Ascolto tutti, ma decido io

    renzi-risataUn’altra perla di saggezza recita che il premier è molto democratico perché “ascolta tutti”, anche se poi alla fine “spetta a lui decidere”. Non ci si rende conto che questa concezione del dialogo è identica a quella dell’udienza medioevale: anche i monarchi ascoltavano i loro sudditi, si sapevano mostrare magnanimi e dispensavano la giustizia. Ma, di nuovo, non basta ascoltare perché ci sia democrazia.

    Per avere un confronto democratico, bisogna che le parti siano in una condizione di sostanziale parità: ma se uno può decidere e l’altro può solo parlare, non c’è alcuna parità. Per farmi ascoltare ho bisogno di avere qualche freccia al mio arco, qualche arma da usare nel caso io venga ignorato. Ma se non ho nessuna arma, allora non ho nessun peso politico: e se non ho nessun peso, sarà agevolissimo ignorarmi.

    Il confronto democratico presuppone dunque poteri e contro-poteri, pesi e contrappesi: ed è altra cosa dalle suppliche, che invece funzionavano nei sistemi feudali.

    Il ricatto dei “partitini”

    Questa è vecchia, ma sempre attuale. Dura almeno dal 1995, quando la Lega Nord fece cadere Berlusconi; ed è poi diventata un cavallo di battaglia bipartisan a partire dal 1998, quando Rifondazione Comunista fece cadere Prodi; il quale sarà poi di nuovo impallinato, dieci anni dopo, dall’UDEUR di Mastella. Questi sono gli orrori politici che non fanno dormire sonni tranquilli ai nostri molto seri riformatori: il governo di un paese può cadere per mano di un partito che conta solo pochi punti percentuale; non è uno scandalo?

    Niente affatto. Anzi, questa logica rivela un’opposizione ideologica ai piccoli partiti, che intende minare il presupposto stesso della loro esistenza. Infatti, il “partitino” è stretto tra due estremi: se toglie l’appoggio al governo, commette un reato di lesa maestà, viene additato da tutta la stampa e fa la fine di Rifondazione Comunista; se al contrario si mostra leale, lo appoggia e abbassa le sue pretese, si condanna all’irrilevanza politica e fa la fine di Scelta Civica. Se questo è il contesto, i piccoli partiti hanno vita breve.

    C’è chi se ne rallegrerebbe, come tutti i fautori del duopolio destra-sinistra. Il problema è che poi la destra e la sinistra diventano quelli degli ultimi vent’anni: e se anche non vi piacciono, le altre opzioni hanno vita dura ad affermarsi. È esattamente il dilemma in cui si dibatte oggi il M5S, che da una parte deve dimostrare di essere alternativo, ma dall’altra deve anche essere costruttivo: eppure non può essere costruttivo stando all’opposizione, così come non può essere alternativo accordandosi con la maggioranza.

    Una soluzione a questo paradosso, che eviterebbe anche il ricatto da parte di una minoranza, c’è già: la repubblica parlamentare con sistema elettorale proporzionale, che è quella da cui venivamo e quella che stanno smantellando pezzo dopo pezzo dagli anni ’90. Funziona così: i partiti prendono tanti seggi nelle camere quanti voti alle elezioni e il governo si costruisce con un accordo in Parlamento (che non è un inciucio alle spalle dei cittadini, ma semplice politica). In questo modo si ha la certezza che i rappresentanti del popolo si dividono secondo la reale composizione del paese; cosicché le leggi votate saranno sempre leggi gradite alla maggioranza degli italiani.

    In questo sistema se un partito si impunta, non si fanno drammi: cade un governo e se ne fa un altro. Spetterà agli elettori premiare o meno la condotta di quel partito, stabilendo se il rifiuto dell’alleanza è coerenza o irresponsabilità. Le maggioranze potranno anche essere variabili, ma – è questo il punto – saranno sempre maggioranze vere: ogni decisione, cioè, avrà alle spalle un sostegno effettivo nel paese, il che assicura minore dissenso e dunque minore conflittualità.

    Verità politica e verità mediatica

    Ma se questo sistema era così buono, per quale motivo andò in crisi? È una domanda difficile, a cui si dovrebbe rispondere in modo molto articolato. Eppure c’è un punto cruciale: a partire dagli anni ’80 si diffonde la televisione commerciale. E già all’epoca i più scaltri capirono una lezione, che poi fu padroneggiata con maestria da Berlusconi: se una cosa non appare in televisione non esiste. E se in TV ti dicono e ti ridicono una bugia (spiegava Goebbels), prima o poi finirai per crederci.

    Per ottenere un assetto vantaggioso, e in particolare proprio per avere un esecutivo forte (la famosa “governabilità”), le classi dominanti non avevano più bisogno di ricorrere a metodi cruenti: bastava influenzare l’informazione e contrastare la verità politica con una verità mediatica. Ed è proprio questo, in definitiva, il lascito raccolto oggi dal vero erede politico di Berlusconi.

     

    Andrea Giannini

  • M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    M5S vs Renzi, l’obiettivo è scaricare sul rivale la responsabilità di un accordo che non ci sarà mai

    renzi-risataNon si mette bene per il M5S. L’idea di incontrare Renzi per discutere della legge elettorale poteva anche essere buona, perché bisognava scrollarsi di dosso l’etichetta di partito che dice solo no. Il problema è che discutere presuppone l’idea di scendere a patti: e la creatura di Grillo ha qualche difficoltà intrinseca a fare compromessi.

    Come avevo scritto addirittura a novembre 2012: Avere un rigido ricambio, spersonalizzare la politica e chiedere coerenza rispetto ad un programma proposto sono tutte cose giuste e desiderabili; e tuttavia non escludono una certa sfera di autonomia per un dato gruppo dirigente, per quanto serrato il controllo e per quanto ristretto il mandato“.

    Il M5S, invece, per sposare l’assurda idea di democrazia telematica teorizzata da Casaleggio, dapprima, in sede di sviluppo delle iniziative politiche, si è vincolato a un processo buono nelle intenzioni, ma lento e farraginoso (come testimonia il lungo parto della legge elettorale proporzionale, arrivata in colpevole ritardo); poi, in sede di discussione con le altre forze politiche, ha limitato fortemente l’azione dei suoi rappresentanti – cosa che, l’altro giorno, ha messo Renzi in una posizione fin troppo comoda.

    Il premier, infatti, presentatosi a sorpresa all’incontro, ha avuto buon gioco nell’inchiodare gli interlocutori su due punti in particolare: il mantra della “governabilità” e le 5 domande per proseguire la “strada del dialogo”. E in questo modo ha potuto chiudere in attacco. Ciò non significa certo che abbia vinto la partita: ma si può ben dire che Renzi abbia chiuso il primo tempo in vantaggio.

    Quello che avrebbero dovuto fare Di Maio & co. era proprio cercare di spostare la palla sul campo del premier, mettendolo nella posizione di dover rifiutare una richiesta di collaborazione. Perché ovviamente che l’accordo non ci sarà mai è cosa nota. Non se lo può permettere Renzi, che sarebbe costretto a mettere in discussione l’intesa col centro-destra; né se lo può permettere Grillo, che dovrebbe rinnegare completamente tutto quello che aveva cercato di essere fino all’altro giorno. La manfrina dell’incontro in streaming serve ovviamente ad una cosa sola: scaricare sul rivale la responsabilità del mancato accordo. Renzi deve dimostrare che i 5 stelle dicono solo no; i quali, a loro volta, devono dimostrare che Renzi è un piccolo dittatore simile a Berlusconi.

    Su questa battaglia, come era logico, il premier sta avendo la meglio. La mossa di lasciare gli interlocutori con delle domande a cui rispondere è stata azzeccata, perché comporta aver avuto il privilegio di porre delle condizioni: ora i 5 stelle possono rispondere, rischiando così di fare delle concessioni a Renzi (e di venire meno, di fatto, alle loro idee); oppure si possono rifiutare, dando però ragione, in questo modo, a chi li accusa di fare solo protesta. Esattamente la posizione scomoda nella quale avrebbero dovuto infilare il premier.

    Se questo scivolone si può spiegare con la poca scaltrezza e l’inesperienza, diverso è il discorso per l’altro punto su cui il premier ha costruito il suo attacco. Quando Renzi asseriva che bisogna assicurare la governabilità, si doveva evitare di annuire o acconsentire, ma occorreva rispondere pacatamente come il ragionier Fantozzi. Bisognava cioè ricordare a Renzi che l’Italia ha avuto moltissima “governabilità” dal 1928 al 1943: ma le cose non sono andate bene lo stesso.

    Il fatto è che, avendo detto no di principio ad ogni alleanza, avendo escluso a priori la possibilità che un gruppo dirigente abbia l’autonomia per fare accordi e concessioni, i 5 stelle non possono difendere agevolmente il valore di un sistema proporzionale rispetto ad uno maggioritario senza rischiare di contraddirsi da soli. Esattamente il lato debole su cui Renzi ha potuto colpire.

    C’è ancora tempo per rimediare agli errori; e ci si può ancora liberare da questi condizionamenti ideologici. Ma, in attesa di vedere come andrà a finire, bisogna ammettere che le premesse non sono affatto buone.

     

    Andrea Giannini

  • Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    economia-soldi-D1È talmente raro che le trasmissioni di approfondimento facciano davvero “approfondimento” che, quando capita l’occasione di citarne una, non c’è altra notizia che tenga: bisogna dare spazio a chi compie l’atto rivoluzionario, per questi tempi, di un minimo riequilibrio informativo. È accaduto infatti questa settimana che venisse affrontata, anche se solo a livello divulgativo, la grande questione della politica economica: quali tipi di intervento o quale tipo di atteggiamento deve tenere il governo nei confronti dell’economia? In che modo si può operare per creare più occupazione, più sviluppo e più benessere?

    Si tratta, come è evidente, di un tema assolutamente prioritario, tanto più nel corso di una crisi economica ancora molto dura. Eppure non se ne sentiva parlare affatto. Anzi, nel corso dell’ultimo ventennio si è come rimosso l’argomento dal dibattito pubblico; quasi che la risposta fosse scontata, quasi che alla gente non dovesse interessare avere diversi punti di vista sul modo di incentivare l’economia o di individuare i settori settori strategici per lo sviluppo del paese. Infine tre anni fa, come è ormai noto, lo Stato italiano abdicava formalmente a questo ruolo, rimettendolo nelle mani sapienti della Commissione Europea e della BCE che da allora lo interpretano predicando incontrastate rigore contabile e liberalizzazioni.

    Questo muro dell’ortodossia è stato timidamente graffiato per la prima volta un paio di sere fa, nel corso di una puntata di Otto e Mezzo dal titolo: «Renzi, liberista o socialdemocratico?». Ospiti di Lilli Gruber erano, da una parte, il professor Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere della Sera e vecchia “conoscenza” di questa rubrica (per via di alcuni fondi su euro e stato sociale scritti insieme ad Alberto Alesina) e, dall’altra, la professoressa Mariana Mazzucato, economista dell’Università del Sussex.

    I due ospiti rappresentavano ovviamente, come è nello stile del giornalismo italiano, i due diversi punti di vista sul modo di intendere la politica economica. Da qui – immagino – la prima sorpresa dello spettatore, che per la prima volta dopo anni viene posto a conoscenza del fatto che non esiste una sola verità sull’argomento: cioè le “ricette” a cui da anni ci stiamo sottoponendo, senza alcuna discussione pubblica, non sono le uniche possibili. Non solo. Scopriamo addirittura che non un nazionalista di estrema destra o un teorico delle scie chimiche, ma proprio una di quelle figure che piacciono tanti ai “liberals”, una donna che insegna economia in Inghilterra (cosa che fa tanto “minoranze” e tanto “successo italiano all’estero”) sostiene tranquillamente una tesi del tutto opposta a quella della “Europa”, dei partiti “moderati” e dei giornali “seri”.

    E chi lo avrebbe mai detto che era possibile una visione economica alternativa? Beh, ad esempio il sottoscritto. Già a settembre del 2013, infatti, avevo provato a spiegare, entrando in temi che non mi competono come un elefante in cristalleria, che nel dibattito economico attuale più che in passato si danno almeno due visioni contrapposte: visioni che però non trovano corrispondenza nell’offerta politica, dato che i partiti, da destra a sinistra, in Italia come in Europa, sono tutti sbilanciati verso un solo polo del dibattito.

    Questo polo è incarnato discretamente dalle idee del professor Giavazzi, il quale, interrogato dalla collega su quali fossero i problemi delle imprese italiane (visto che si parla sempre dei problemi dello Stato, ma mai di quelle delle imprese…), rispondeva eloquentemente: “i problemi delle imprese sono le tasse alte e le rigidità del mercato del lavoro”. Al che la professoressa Mazzucato aveva buon gioco a dimostrare come questi siano in realtà problemi dello Stato, essendo quel soggetto che solo può elevare la pressione fiscale e stabilire le regole nei rapporti di lavoro: e dunque dare questo tipo di risposta equivale a dire che il privato non ha colpe.

    Nel corso del dibattito tra i due economisti questa differenza di vedute emergeva in modo sempre più evidente, anche per il profano: da una parte la Mazzucato vuole definire compiti e punti di forza sia del pubblico che del privato; dall’altra invece Giavazzi propende nettamente per il privato. Questa contrapposizione ha evidentemente radici ideologiche, o comunque risponde a un orientamento generale del pensiero: perché naturalmente non può esistere una rigorosa dimostrazione empirica che stabilisca, una volta e per sempre, chi abbia ragione in questa diatriba tra pubblico e privato. Ciò detto, però, se guardiamo a chi offre la risposta più radicale, allora non c’è partita.

    Secondo Giavazzi la politica economica si fa solo con l’antitrust e le detrazioni fiscali: compito dello Stato è dunque quello di fare il “guardiano dell’economia”, evitando che si instaurino regimi di monopolio e premiando con sempre minori tasse quelle imprese che investono; per il resto deve assistere da spettatore al magnifico dispiegamento del libero mercato e all’operare chirurgico della famosa “mano invisibile” di Adam Smith, la quale, mentre ognuno è impegnato ad arricchirsi privatamente, dispone le cose perché si realizzi magicamente la società migliore possibile.

    Secondo la Mazzucato, invece, lo Stato può esercitare un ruolo positivo: la spesa pubblica non è sempre e solo “improduttiva”. Di qui evidentemente l’ennesima sorpresa dello spettatore: c’è ancora qualcuno oggi che va in giro a dire che lo Stato non dovrebbe tagliare la spesa, bensì spendere? Questo Stato italiano “corrotto” e “sprecone”? Non solo.

    Mentre Giavazzi con grave sprezzo del ridicolo vagheggiava di un’austerità “buona”, con tagli di spesa, e un’austerità “cattiva”, con aumenti di tasse, la Mazzucato spiegava che internet è il risultato di investimenti strategici del governo americano nel settore della difesa; sosteneva che la FIAT in Italia avesse smesso di fare investimenti perché lasciata libera dal governo (mentre negli Stati Uniti Obama sta mettendo sotto pressione Marchionne perché la Chrysler sviluppi nuovi motori ecologici); argomentava che la corruzione di questi giorni non va usata per demonizzare il pubblico, perché “la corruzione c’è in tutti i paesi”; e addirittura ricordava il ruolo importante di aziende statali come l’IRI, al cui solo sentir pronunciare il nome, mancava poco che Giavazzi non cadesse dalla sedia.

    Ovviamente la discussione non si è risolta: la Mazzucato ha testimoniato con la sua persona che  un orientamento keynesiano o “socialdemocratico”, dato per spacciato tra gli anni ’90 e gli anni 2000, sta prendendo di nuovo piede tra gli economisti, per chiedere allo Stato di intervenire direttamente nell’economia e farsi carico di grossi progetti di investimento; Giavazzi, dal canto suo, ha probabilmente continuato a pensare che queste sono cose più adatte a Stalin e ai suoi piani quinquennali e che l’economia la fanno i bravi imprenditori, che poi sono “quelli che esportano” (e vai di mercantilismo).

    P.S.

    E Renzi? Alla fine il premier è liberista o socialdemocratico? La Mazzucato sospendeva il giudizio, in attesa di capire se dal Presidente del Consiglio potesse venir fuori qualcosa di più concreto degli 80 euro. Per Giavazzi, invece, Renzi merita un bel 7+, perché ha cambiato qualche burocrate, ha tolto qualche tassa e ha rimosso qualche funzionario pubblico in odore di corruzione: è poco, ma è partito con il piede giusto. Dunque Renzi, un premier “di sinistra”, piace tanto ai liberisti: e chi l’avrebbe mai detto?

    Andrea Giannini

     

  • Retorica del fare: la propaganda renziana e le difese immunitarie degli italiani

    Retorica del fare: la propaganda renziana e le difese immunitarie degli italiani

    renziLa propaganda renziana a base di “rinnovamento”, “fare”, “compattezza” e altre rassicuranti formulette suggerite dagli spin doctor è ormai diventata il basso continuo della pagina politica e non costituisce più una novità; nemmeno quando viene utilizzata per cacciare gli oppositori interni o per costringere i dipendenti pubblici a trasferirsi a 100 km di distanza. Eppure, proprio per via della facilità con cui ci stiamo assuefacendo a queste argomentazioni, è giunto il momento di spendervi due parole.

    Innanzitutto occorre notare come le difese immunitarie degli italiani si siano molto abbassate negli ultimi vent’anni, a causa evidentemente di una martellante propaganda bipartisan, dello sfilacciamento di valori, ideologie e paradigmi culturali, della stanchezza e dello stordimento causati dalla crisi economica: tutte cose che nell’insieme ci hanno resi molto più vulnerabili ai condizionamenti della pubblicistica governativa e meno preparati a filtrarli con autonomia e senso critico.

    Questo spiegherebbe – senza ricorrere a quella sorta di “auto-razzismo” che va molto di moda tra i nostri commentatori – come mai un premier privo di qualsivoglia distinzione qualitativa e dal linguaggio politico insulso possa riuscire a esercitare un fascino reale in una parte comunque troppo vasta dell’elettorato; una parte, per giunta, che aveva costruito l’opposizione a Berlusconi proprio rivendicando – almeno in teoria – una differente concezione della dirigenza di partito e dell’apertura al dibattito pubblico.

    È difficile capire, altrimenti, come quelle stesse persone oggi possano giustificare il decisionismo estremo di Matteo Renzi, che arriva al punto di dichiarare: «Contano più i voti degli italiani che il diritto di veto di qualche politico». La frase è talmente grave che, seppure con toni blandi, è stata stigmatizzata persino da Stefano Folli sulla radio di Confindustria (che certamente non può essere sospettata di essere contro le mitiche “riforme”). Il fatto è che il motivo è sempre lo stesso: se i sindacati obbiettano qualcosa, allora “fanno resistenza corporativa”; se Minneo suggerisce qualche cambiamento alla riforma del Senato, allora “mina la compattezza” e “impedisce di fare squadra”; se chiunque richiede semplicemente un po’ più di riflessione, allora “sono vent’anni che si discute, ora bisogna fare” perché: «Le riforme non si annunciano, si fanno». Ma chiunque può rendersi conto che questa retorica del fare ha almeno due punti pericolosi: inibisce la discussione sul che cosa fare e elimina il confronto democratico, rendendo pleonastica ogni istituzione politica.

    Sul primo punto non facciamoci ingannare. Certo, il paese richiede molti aggiustamenti – altrimenti, banalmente, andrebbe già bene così com’è – ed è vero che da vent’anni sentiamo parlare di un certo tipo di ricetta (maggiore potere agli esecutivi, diminuzione delle tutele, snellimento della burocrazia, liberalizzazioni, eccetera): ma questo basta a dare per scontato che stiamo parlando della ricetta giusta? Joseph Goebbels disse: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diverrà una verità». E il fatto che non siamo nella Germania degli anni ’30 non basta certo a rendere inattuabile la strategia del Ministro della Propaganda del Terzo Reich: è sufficiente anzi una minima influenza su giornali e televisioni per rendere convincente un’ideologia piuttosto che un’altra.

    D’altra parte – e veniamo al secondo punto – che razza d’idea della democrazia è quella dove il Parlamento è chiamato a ratificare quello che “si sa già” essere giusto? Ognuno può avere legittimamente la sua opinione, esserne profondamente convinto e difenderla con vigore: ma deve sapere che la decisione finale va presa passando per le istituzioni, che sono fatte apposta per rappresentare e comporre i diversi punti di vista, non solo per starli ad ascoltare come sembra credere Renzi quando sentenzia: «Ascoltiamo tutti, ma poi decidiamo noi». In quale parte della Costituzione sta scritto che è il governo a “decidere”? A meno che Renzi non si ritenga “investito dal popolo” per via del 40% preso alle Europee: ma è un argomento talmente berlusconiano che mi rifiuto di prenderlo in considerazione.

    Il fatto che le critiche al premier comincino ad arrivare anche da una parte dell’establishment non è casuale. Le forzature vanno bene fintanto che servono a disinnescare l’opposizione. Ma non bisogna dimenticare che siamo sempre in democrazia; e se vogliamo che il gioco continui, Renzi non deve tirare troppo la corda: perché cosa ne sarà poi del “cammino delle riforme”, se la corda si spezza?

     

    Andrea Giannini

  • Farage-Grillo, le ragioni di un’alleanza che fa discutere. Tema europeo e sovranità nazionale

    Farage-Grillo, le ragioni di un’alleanza che fa discutere. Tema europeo e sovranità nazionale

    nigel-farageLo spettacolo dei giornalisti impegnati a commentare la politica ignorando sistematicamente il ruolo centrale del tema dell’euro e quello dell’integrazione delle politiche comunitarie (il famoso «più Europa») è a tratti esilarante. Questa ostinata sottovalutazione, che consente di non sporcarsi troppo le mani con temi scomodi, restituisce naturalmente una visione della realtà distorta, in cui i conti non tornano mai: e l’effetto è equivalente a quello di un professore di storia che voglia trattare della Francia tra ‘700 e ‘800 limitandosi a riportare solo per dovere di cronaca alcune vittorie militari conseguite da un certo generale corso di bassa statura.

    Rientra a pieno titolo in questa categoria l’analisi che fa Marco Travaglio. Il vicedirettore del Fatto Quotidiano, infatti, critica l’ipotesi di un’alleanza tra Grillo e Farage scrivendo in un editoriale del 31 maggio («Il Grillotalpa») che il programma del M5S non avrebbe nemmeno una virgola in comune con quello dell’Ukip, che vuole cacciare dal Regno Unito tutti i cittadini nati altrove (Italia compresa). In compenso [ha] moltissimi punti in comune con i Verdi”. Il 3 giugno in un secondo editoriale («Il Grillotalpa-2 la vendetta») rincara la dose. Pur ammettendo che sì, Farage è xenofobo […] ma non razzista; che sì, è vera la malafede dei doppiopesisti che guardano solo i compagni di strada imbarazzanti di Grillo e non quelli di Renzi;  ritorna però il fatto dei punti in comune tra Verdi e M5S. Un esempio? La riduzione delle spese militari, le fonti di energia alternative, il taglio alle pensioni d’oro, il reddito di cittadinanza e l’accoglienza verso gli immigrati. Secondo Travaglio questi sarebbero ottimi motivi per scartare l’ipotesi Nigel Farage e impegnarsi in un’alleanza con la giovane leader ambientalista Ska Keller.

    E i temi europei? Scrive il fondatore del Fatto: La battaglia dei 5Stelle per cambiare le regole dell’euro o uscirne non interessa nulla a Farage, che si tiene ben stretta la sua sterlina. Problema chiuso. Ma davvero Farage non garantisce più affidabilità sul fronte euro-scettico di Ska Keller? Ovviamente non è così: e l’ingenuità di Travaglio in materia fa davvero sorridere – considerato anche che non si tratta di concetti complessi destinati a pochi iniziati con una laurea in economia e un dottorato ad Harvard, ma di un evidentissimo, macroscopico, gigantesco, enorme problema di sovranità; ossia, per definizione, la prima di tutte le questioni politiche. Il punto che sfugge a Travaglio è che il M5S è irrimediabilmente una forza anti-sistema: e oggi si può essere contro il sistema solo alleandosi con Farage; non con la Keller.

    Beppe GrilloIntendiamoci: la creatura di Grillo si trova in una posizione decisamente scomoda. Dapprima ha fatto la solita campagna elettorale contro i vecchi partiti, rifiutando però di unirsi con Marine Le Pen e Matteo Salvini, evitando accuratamente di definire qualsiasi linea ideologica e glissando su ogni ipotesi di alleanza. Oggi, surclassato dal PD di Renzi, si ritrova tra le mani un manipolo di europarlamentari che, a causa delle particolari regole dell’europarlamento, per avere un minimo margine d’azione come minoranza deve per forza infilarsi in un qualche gruppo con altre forze politiche.

    Le opzioni rimaste sono due: Verdi e UKIP. È ovvio che qualsiasi scelta comporterà fare degli scontenti e accentuerà quell’emorragia di voti già cominciata sull’onda psicologica della batosta elettorale (qui l’approfondimento). Per giunta, ha ragione Travaglio quando scrive che un’alleanza con Farage sarebbe ancora più difficile da giustificare per chi ha rifiutato ogni condivisione di responsabilità con Bersani e ogni dialogo con Renzi. Eppure, ciononostante, oggi l’unica scelta sensata per il M5S è allearsi con l’UKIP. Che piaccia o no, se la base dovesse costringere il fondatore a dire addio a Farage per mettersi con la Keller, il movimento nel complesso si condannerebbe all’irrilevanza politica.

    Questa conclusione è fuori dalla portata di quelli come Travaglio, che commettono l’errore macroscopico di trattare il tema di una possibile uscita dall’euro (se va bene) come se si trattasse di un punto qualsiasi su un programma, un di più svincolato da ogni contesto; come se adottare l’una o l’altra moneta equivalesse a cambiarsi d’abito. Al contrario oggi è noto che la semplice adozione di una valuta comune europea ha reso il continente instabile, e che per stabilizzarlo occorre completare il processo d’integrazione politica: occorre cioè dare uno stato alla moneta. In altre parole, siamo di fronte al mantra del «più Europa», eletto a slogan da quelli del Partito Democratico (“sono stati fatti degli errori, ma oggi si può rimediare solo con più integrazione, non tornando indietro”).

    Dunque moneta unica e sovranità politica sono i due lati della stessa medaglia: e i risultati di questa strategia sono già evidenti. Se da un lato, infatti, la perdita del controllo sulla moneta ha ridotto fortemente il margine d’azione dei vecchi stati europei, dall’altro lato questo margine è destinato a ridursi ulteriormente attraverso un’esautorazione della sovranità nazionale che vada a beneficio delle istituzioni comunitarie. Che ci fosse questo prezzo da pagare, d’altra parte, non è un segreto per nessuno. Lo hanno detto tutti gli architetti del progetto europeo, tutti i cosiddetti “padri nobili”. Basti citare a titolo d’esempio le famose parole di Mario Monti: «I passi avanti dell’Europa sono per definizione “cessioni” di parti di sovranità nazionali a un livello comunitario».

    Insomma, inutile girarci intorno: tutti i protagonisti confermano che, se questo processo andrà a compimento, l’Italia smetterà di essere una nazione sovrana. Il destino che le spetta sarà quello di diventare come il Kansas, l’Aquitania o la Liguria: una parte ad autonomia limitata di un’entità sovrana gerarchicamente preminente.

    A questo disegno politico si può dire solo o sì o no. Non ci si può prendere il lusso di fare le demi-vierges. Non ci può essere una capitale a Roma e una a Bruxelles. O siamo per gli Stati Uniti d’Europa o per un’Italia sovrana e indipendente. Non c’è una terza opzione (se non lasciare le cose come stanno, nell’attesa che l’euro si distrugga da solo). Chi s’illude di battagliare per un’Europa che rispetti certe condizioni sociali (come i Verdi o Tsipras) di fatto avvalla il processo d’integrazione: e dunque si condanna ad un ruolo subalterno rispetto ai partiti maggiori, con percentuali di gradimento da prefisso telefonico. Allo stesso modo una corretta analisi del voto di maggio conferma che il consenso si sta polarizzando tra chi vuole l’integrazione europea e chi la critica nel nome della difesa di interessi locali o nazionali.

    Mentre dunque Lega Nord, Front National e UKIP hanno imparato la lezione e si oppongono decisamente all’integrazione europea in nome delle loro (diverse) sensibilità nazionali, il M5S invece continua a cincischiare senza prendere posizione. Eppure non c’è alcun dubbio che il grande risultato delle politiche del 2012 sia dovuto al fatto di aver incarnato l’opposizione alle larghe intese di PDL e “PD-meno-elle”, i quali invece avevano sostenuto Monti e la sua agenda di austerità voluta dall’Europa. E Grillo non è così stupido da non capire che il M5S ha senso solo se si ricava uno spazio come forza alternativa. Per cui, se c’è una cosa che davvero non può permettersi in questo momento, è quella di confondersi con le forze del “più Europa”.

    Travaglio ignora quello che Grillo ha capito: ossia che se il M5S si schiera con i Verdi, perderà qualsiasi cosa accada. Se infatti l’Europa superasse la crisi, i veri vincitori sarebbero i partiti di maggioranza del PPE e PSE (in Italia, il Partito Democratico); mentre se la crisi dell’euro deflagrasse, Grillo non potrebbe raccoglierne i frutti, perché verrebbe facilmente definito “collaborazionista” dalle forze realmente critiche, come la Lega Nord. Ecco perché il comico ha pubblicato sul suo blog il video di Nigel Farage che attacca i burocrati europei: perché ha un disperato bisogno di accreditare il suo M5S come la forza italiana davvero critica verso l’Europa.

    Come potrebbe al contrario schierarsi con la tedesca Ska Keller, dopo che questa ha esplicitamente dichiarato in prima serata: «Se la Germania lasciasse l’euro, perderemmo moltissimi posti di lavoro nel settore delle esportazioni, perché nessuno comprerebbe più i carissimi prodotti tedeschi»? Come potrebbe il M5S essere considerato una forza di opposizione credibile al rigore tedesco? È chiaro che per fare l’amico della Merkel c’è già Renzi: ed è anche molto più bravo.

    Dunque, a fronte di un fatto così rilevante da un punto di vista elettorale, politico e storico, importa poco quello che Nigel Farage vuole fare a casa sua; se vuole alimentare le sue fabbriche a carbone o a energia solare; se vuole regolare gli accessi di immigrati o liberalizzarli. È evidente che per andare tutti nello stesso posto dobbiamo necessariamente essere d’accordo, ma per tornare a casa propria basta deciderlo: poi ognuno potrà seguire la strada che preferisce.

     

    Andrea Giannini

  • Elezioni europee, analisi del voto. Cosa c’entra Mario Monti con la vittoria di Renzi e del Pd?

    Elezioni europee, analisi del voto. Cosa c’entra Mario Monti con la vittoria di Renzi e del Pd?

    Matteo RenziNé i più autorevoli commentatori, né gli stessi protagonisti sono stati in grado di prevedere l’esito del voto di domenica scorsa. Neppure io ho dimostrato particolari doti di preveggenza, prestando fede incautamente alle paure e alle speranze dei contendenti. Ciò detto, il fatto che il responso delle urne sia stato imprevisto non comporta che ora sia inspiegabile. 

    Uno sguardo ai numeri

    Il vero vincitore delle Europee è, come sempre, l’astensione. L’affluenza definitiva è stata pari al 58,96% degli aventi diritto, contro il 66,43% dell’ultimo precedente (2009) e contro il 75% abbondante delle politiche dell’anno scorso. Il trend è dunque quello di un calo progressivo ma inesorabile, che certifica la disaffezione degli elettori.

    Benché la scarsa affluenza sembri scoraggiare l’idea di fare paragoni tra europee e politiche, pure se vogliamo capire chi sale e chi scende siamo costretti a prendere un punto di riferimento: e le politiche del 2013 sono l’unico metro di paragone possibile. D’altronde, nonostante il forte divario di votanti, alla fine per spartire il potere ciò che conta è come la torta si divide: non quanto grande essa sia. Allo stesso modo, se vogliamo trarre un dato politico, dobbiamo per forza dare a queste elezioni europee una minima valenza politica. Ecco dunque un raffronto[1].

    image


    [1] = Il risultato è la differenza di ogni partito tra la percentuale sul totale nel voto di domenica e la media aritmetica tra Camera e Senato nelle politiche del 2013. Es. Fratelli D’Italia: 3,66% – (1,96% + 1,93%) / 2 = 3,66% – 1,945% = + 1,175% (arrotondato +1,72%). La media aritmetica è ovviamente una scelta grossolana: ma è il modo più facile e veloce per tenere in conto il voto disgiunto delle politiche per via della diversa soglia di sbarramento (il margine di errore è comunque esiguo).
    Il valore espresso non va confuso con l’incremento relativo: se dal 1,945% passo al 3,66% del totale, ho aumentato la mia parte di voti dell’88%. Qui invece bisogna guardare al totale: fatta 100 ogni “torta” elettorale, se la mia fetta alle politiche era pari 5 e la mia fetta alle europee è stata pari a 10, allora nel secondo caso sono stato in grado di accaparrarmi un 5% in più, mentre gli altri complessivamente hanno perso il 5% del disponibile.

    Mi aspetto che alcune di queste cifre sorprendano il lettore. Salta subito agli occhi, ad esempio, che il calo del M5S (-3,5% sul totale) c’è, ma non è affatto drammatico: fatta la tara dell’astensione, spostamenti di qualche punto percentuale si potrebbero spiegare in molti modi, o essere considerati addirittura fisiologici. Il problema di queste elezioni non è dunque quanto ha perso Grillo: il problema è quanto ha guadagnato Renzi.

    Il balzo del Partito Democratico (+14,4% sul totale) è senza precedenti. Nonostante l’affluenza più bassa rispetto al 2013, il partito del premier è riuscito addirittura ad aumentare il numero assoluto di elettori, passando da 8,6 a 11 milioni di voti. È del tutto evidente che il “normale” declino di Grillo non basta a spiegare il del tutto “abnorme” successo di Renzi. Ci deve essere di più.

    Il centro adesso si chiama Pd

    elezioniL’area politica che ha sostenuto Tsipras (identificabile con la sinistra più o meno “critica” che sostenne SEL e Rivoluzione Civile di Ingroia) sembra aver perso qualcosa nel confronto con il 2013: ma considerata la stima un po’ grezza, conviene concludere che siamo tutto sommato in linea. Diverso il caso di Berlusconi, che nel passaggio da PDL a Forza Italia ha perso il 5,11% del totale. Una parte di questo elettorato è andato via con Alfano: quanto esattamente, è impossibile dirlo, dato che i voti dell’NCD si sono sommati con quelli degli alleati dell’UDC. Possiamo però tentare di stimare (assumendo per il centro cristiano-democratico lo stesso peso elettorale del 2013) che al vicepremier sia andato un 2,4-2,5% (e dunque che il restante 2,6% sia la misura dell’appeal perso, nel complesso, da quel PDL che una volta era di Berlusconi e Alfano insieme).

    Ma il vero sconfitto, anzi il vero assente di questa tornata elettorale è il centro di Scelta Europa. Parliamo di un gruppo di partiti che è passato dai 3,4 milioni di voti del 2013 ai 196 mila della settimana scorsa: un -94% abbondante che l’astensione non può minimamente giustificare. Artefice di questa disfatta è ovviamente la scomparsa di Mario Monti e del suo Scelta Civica, propaggine ormai indistinguibile del Partito Democratico. Il che rende lecito concludere – complice anche l’avversione per l’austerità dell’ex-commissario europeo – che quest’area politica è stata completamente “cannibalizzata” dal PD.

    Interpretare i numeri

    Questa considerazione già rivela la mia interpretazione generale. L’idea del cosiddetto “elettorato liquido”, ossia la rappresentazione di un caos magmatico nelle intenzioni dei cittadini, dove colate di voti si spostano all’ultimo momento utile sfuggendo a qualsiasi rilevamento statistico, temo sia in gran parte un mito. In realtà non sono gli elettori a essersi spostati: sono i partiti.

    Guardiamo di nuovo al rapporto PD-centro. Se nel 2013 (per ipotesi) ho votato Scelta Civica, evidentemente ho voluto dare un segnale di stabilità di governo, rigore e rispetto dei patti europei, nell’ottica di un’alleanza col PD e fuori dal “populismo” grillino o berlusconiano. L’anno dopo, volendo lanciare un identico messaggio, non ho più bisogno di andarmi a cercare Mario Monti (manco si sentisse il bisogno di “più austerità”): mi basta confermare la fiducia al governo in carica.

    È illogico pensare che i centro-montiani siano spariti, siano rimasti tutti a casa o si siano spostati verso il fronte anti-euro. È praticamente certo, anzi, che abbiano votato PD, obbedendo alla chiamata alle armi contro il “populismo” e difendendo quello che, tutto sommato, è anche il loro governo. Allo stesso modo, è possibile che alcuni delusi del M5S siano finiti nelle braccia dei democratici (i due hanno molti punti in contatto): ma che questa sia la dinamica dominante è contro-intuitivo ed è contraddetto dai numeri (dato che Grillo ha perso molto meno di quanto Renzi abbia guadagnato).

    Le idee contano

    Tutto questo sembra incoraggiare un’interpretazione per “aree di appartenenza”. Proviamo cioè a considerare l‘ipotesi che non sia tanto il carisma del leader, quanto i contenuti politici percepiti a orientare le preferenze dell’elettorato: ossia, in altri termini, che il voto non si sposti troppo distante da dove si origina. Per questo occorre evidentemente un’interpretazione dell’offerta politica, come quella che ho delineato la settimana scorsa.

    voto-elezioni-europee-2014Partendo da questa proposta il risultato del voto (ripartito qui accanto) assume una connotazione molto più chiara. L’elettorato ha premiato le forze anti-euro – Lega Nord e Fratelli D’Italia – oltre naturalmente al partito di governo che più concretamente rappresenta la stabilità interna e il «più Europa» (al punto tale da penalizzare persino gli stessi alleati). Ha punito invece tutti quelli che sono rimasti nel mezzo e si sono barcamenati tra critica e accondiscendenza, tra responsabilità e opposizione.

    Se raggruppiamo ulteriormente le varie forze sulla base dell’atteggiamento rispetto alla continuità di governo e alla responsabilità verso l’Europa, otteniamo:

    euro-convinti, 45,9% dei consensi, conquistano 8,3 punti percentuale;
    anti-euro, 9,8% dei consensi, conquistano 3,6 punti;
    euro-indecisi, 42% dei consensi, perdono 9,7 punti.

    Un’altra interpretazione può essere quella di raggruppare quelle forze che amano chiamarsi “moderate”, secondo una distinzione che va molto di moda, per vedere quale alternativa critica ha avuto successo. Destra, sinistra e centro, da Forza Italia al PD, sommano insieme il 62,7% dei voti: solo 3,2% in più dell’anno scorso. Grillo, che vede in queste forze la vecchia politica da abbattere, e Tsipras, che rimprovera loro di essersi alleate in nome dell’austerità, tradendo la solidarietà europea, arrivano insieme al 25,2%: il 4,6% in meno del 2013. Gli anti-euro, come già detto, sono invece promossi.

    Conclusione

    Questa analisi rimette in discussione tutto quello che credete di sapere sul voto. È stato premiato non tanto Renzi a scapito di Grillo, né il “fare” a scapito del “disfare” o la “speranza” a scapito della “paura”; bensì chi ha saputo mettersi nettamente con o contro questa Europa, dicendo con chiarezza se la nostra politica interna dipenda da quello che si decide con i partner, oppure se possiamo fare da soli.

    La linea del rispetto dei patti ha vinto insieme con il Partito Democratico. Ormai esso è definitivamente trasfigurato in “partito dell’Europa”: l’elettorato lo riconosce come l’unico portatore dell’ortodossia economico-politica e così facendo gli lega al collo la pietra delle politiche comunitarie, di cui sarà d’ora in poi l’unico responsabile. La sua ascesa, d’altronde, è tutta interna, a scapito delle altre forze “moderate” (le vere vittime di Renzi): e questo incorona il PD ultimo vero campione dell’ordoliberismo.

    Dall’altra parte esce fortemente ridimensionata la pretesa del M5S di campare intercettando il malcontento: non solo per l’indecisione in materia di Europa che avevo stigmatizzato, ma anche e soprattutto per i limiti strutturali che pure denuncio pressoché in solitaria da ormai più di due anni. Finora il M5S è servito solo a incanalare il dissenso disperdendolo, senza permettergli di trovare una direzione costruttiva, facendo il gioco dell’ordoliberismo. Ed è soprattutto questo che spiega la difformità tra il voto italiano e il resto d’Europa: da noi l’ortodossia è compatta, mentre la critica è dispersa e sprecata.

    Si ridimensiona anche l’epopea di Renzi “trascinatore della masse”. Certo, da domenica sera non si può più negare al premier la piena legittimità democratica: eppure – a costo di sembrare irriducibilmente testardo – davvero non trovo un appiglio per riconoscergli anche la paternità diretta della vittoria.

    Al contrario si rivaluta (almeno per quel che mi riguarda) il reale impatto di una certa propaganda, che nelle vicinanze del voto era in effetti diventata martellante: “gli anni ’30”, le “frontiere di morte”, il “razzismo”, il “nazifascismo” e altri messaggi populisti, a cui sono andate a sommarsi le sparate di Grillo, hanno generato evidentemente un quadro coerente nella testa della gente. Tutto deve essere sembrato chiaro: da una parte l’Europa dei Popoli, delle forze moderate, del rispetto reciproco e della responsabilità; dall’altra i lepenisti, i populisti, gli xenofobi e tutti quelli che nel corso della Storia, nei momenti difficili predicano male e portano i popoli alle guerre fratricide. Un quadretto assurdo, in senso assoluto: ma possibile. Certo più probabile che pensare che gli italiani abbiano visto il messia entrare a Firenze in groppa ad un asino o che, all’opposto, si siano venduti per 80 denari.

     

    Andrea Giannini

  • Polis, speciale Elezioni Europee. Guida al voto, cosa dobbiamo fare in Europa? Le risposte dei partiti

    Polis, speciale Elezioni Europee. Guida al voto, cosa dobbiamo fare in Europa? Le risposte dei partiti

    parlamento-europeo-europaDomenica si voterà per eleggere i membri del Parlamento Europeo. Tralasciando tutti i dettagli e le modalità di voto (che trovate qui) e le mie preferenze personali (che dovrebbero essere ormai più che note ai miei lettori), tentiamo di fare una sintesi dell’offerta politica e proviamo ad azzardare un pronostico.

    Elezioni Europee: i partiti e l’Europa

    Registriamo innanzitutto che per la prima volta da quando si vota per il Parlamento europeo le tematiche comunitarie hanno avuto una rilevanza nel dibattito pre-elettorale. Certo, molti andranno a votare semplicemente per dar un segno di discontinuità rispetto all’operato del governo in carica, oppure all’opposto per esprimere apprezzamento; ma molti altri si preoccuperanno davvero di lanciare un messaggio a Bruxelles o al modo in cui da Roma si è gestito il rapporto con l’Europa. Cerchiamo dunque, più che di dare un giudizio sull’operato di Renzi, di rintracciare all’interno del programma dei vari partiti la risposta a questa precisa domanda: cosa dobbiamo fare in Europa?

    Gli ANTI-EURO – Qui non ci sono dubbi: la risposta è uscire dall’euro e rifare un’alleanza europea su basi nuove. Si trovano su questo versante molte forze minori, tra cui sono teoricamente in condizione di superare lo sbarramento del 4% almeno due partiti: Fratelli d’Italia e Lega Nord. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, infatti, si sono ritrovati su una battaglia all’insegna della sovranità nazionale; la Lega Nord arrivando persino a togliere dal simbolo il riferimento alla tanto agognata Padania, candidando in primo piano un economista simbolo della critica all’euro (Claudio Borghi Aquilini) e entrando a far parte dell’Alleanza Europea per la Libertà (una piattaforma di destra dove si ritrovano anche il Front National francese e l’UKIP inglese).  Completano il profilo i soliti cavalli di battaglia, dalla valorizzazione delle rispettive economie nazionali o locali fino alla lotta contro l’immigrazione indiscriminata. Duri e puri.

    Gli EURO-CRITICIQui qualche dubbio c’è. Alla domanda “cosa dobbiamo fare in Europa?” rispondono che bisogna dare battaglia: ma non è chiaro fin dove vogliano spingersi. Il Movimento 5 Stelle propone 7 punti a prima vista molto duri con l’attuale gestione comunitaria; ma a un livello più approfondito molti di questi punti si rivelano piuttosto evanescenti. Per esempio è chiaro che il referendum sull’euro non si può fare; continuare a riproporlo non fa che mettere in luce l’indecisione del movimento ed è in contraddizione, tra l’altro, con l’idea degli eurobond, che ovviamente implica il mantenimento dell’euro. È probabile pertanto (in attesa che venga sciolto il nodo alleanze) che il comportamento degli europarlamentari pentastellati rimanga legato alle dinamiche che già conosciamo, tra votazioni on-line e sparate di Grillo. Sindrome di Peter Pan.

    Gli EURO-BOH?L’altro partito che generalmente si tende a considerare euro-critico è Forza Italia. Si tratta però di un’investitura ad honorem, dovuta ai vecchi contrasti tra l’Europa e Berlusconi, che sono tornati di moda grazie alle rivelazioni dell’ex-membro della BCE Bini-Smaghi e poi a quelle più recenti dell’ex-segretario al tesoro USA Tim Geithner. Nei fatti, tuttavia, l’euro-scetticismo del Cavaliere è rimasto tiepido, probabilmente per debolezza politica e spirito di conservazione: affrontare i servizi sociali da pregiudicato, tenere d’occhio l’estradizione di Dell’Utri e in più mettersi contro buona parte dell’establishment italiano ed europeo (dopo che già gli alleati europei del PPE già si defilano come di fronte ad un appestato) non è certo nelle mire di un uomo di quasi ottant’anni. Non si completa, così, la transizione del partito a forza di destra nazionale opposta al capitalismo globale, non rimanendo altro che il feticcio del carisma mediatico berlusconiano per garantire voti (e dunque qualche poltrona a qualche fedelissimo). Nostalgico. 

    Gli EURO-CONVINTI “CRITICI” È la lista L’Altra Europa per Tsipras, che in Italia ha fatto strage di cuori tra gli intellettuali “di sinistra”, da Barbara Spinelli a Roberto Saviano, da Stefano Rodotà ad Andrea Camilleri. In effetti avere un greco come candidato alla Presidenza della Commissione fa molto esotico; rappresenta il popolo che più ha sofferto per la crisi, dunque fa anche molto gli ultimi saranno i primi; e poi ci fa sentire sicuri di essere noi “i buoni”, perché coniuga l’internazionalismo europeo con una critica “da sinistra” a quel rigore tecnocratico che sta mandando in pezzi lo stato sociale. Tutto molto bello: ma pare non siano in tanti a volersi permettere il lusso di una questione di principio. Il problema è capire se questa posizione possa essere qualcosa di più che il sogno ad occhi aperti di un gruppo di eletti. Ma se siete di sinistra, se pensate quest’Europa debba cambiare pur senza uscire dall’euro, se ritenete che, per quanto flebile, questa sia l’unica speranza; allora non c’è dubbio: Tsipras è il vostro candidato. Non duri, ma puri.

    Gli EURO-CONVINTI È il gruppo più affollato. Vi rientrano a buon diritto (da destra verso sinistra):

    1. Nuovo Centro Destra (fronte PPE, candidato presidente Jean Claude Junker);
    2. Centro Democratico di Tabacci, Scelta Civica di Monti, e Fare per Fermare il Declino di Boldrin, uniti nella piattaforma Scelta Europea (fronte ALDE, candidato presidente Guy Verhofstadt);
    3. Partito Democratico (fronte PSE,  candidato presidente Martin Schulz).

    Queste formazioni si dividono sul tipo e sulla quantità di interventi da fare in un contesto continentale che certo così com’è non va. Ma una volta pagato pegno allo scontento generale, alla domanda “cosa dobbiamo fare in Europa?” la risposta è presto detta: proseguire su questa strada. Votando Scelta Europea si va “avanti tutta”, votando l’NCD di Alfano si chiede qualche ritocco “da destra” e votando il PD di Renzi si chiede qualche ritocco da… qualche altra parte. In ogni caso l’affermazione di queste compagini sarebbe un chiaro segnale di sostegno verso l’attuale establishment, dato che il PPE e il PSE erano fino a ieri i due blocchi che si spartivano il parlamento europeo. Usato garantito.

    Cosa sucederà?

    Innanzitutto bisogna considerare che ci saranno almeno due diversi esiti: c’è un esito nazionale, tutto interno al gioco politico italiano, e c’è un esito europeo, dove le singole sfide nazionali si sommano, con un diverso peso specifico.

    In Italia il voto è stato presentato come una sfida tra PD e M5S, complice anche la propaganda elettorale, condotta tutta contro l’avversario allo scopo di galvanizzare e compattare l’elettorato di riferimento. In questa dialettica, il PD è il polo “conservatore”, il M5S il polo “progressista”: la vittoria dell’uno o dell’altro determinerebbe, in teoria, se occorra rafforzare la strategia attuale o cambiare rotta. Tuttavia è lecito dubitare che da questo duello emerga qualche verdetto inappellabile. L’unica possibilità sarebbe un’affermazione netta, oppure un clamoroso tracollo, di uno dei due contendenti: all’opposto qualche punto percentuale sopra o sotto, nel testa a testa che si prospetta, non servirà a nulla, se non a sprecare parole.

    Allo stesso modo a niente servirà fare la conta dei critici o dei sostenitori di questa Europa, che è pur sempre l’orizzonte di riferimento politico del duo Renzi-Napolitano. Il Presidente è già stato chiaro; per di più il M5S si presenta da solo, e dunque difficilmente ci sarebbero prospettive per fare un nuovo governo con nuove elezioni; infine sappiamo che il parere degli elettori può essere tranquillamente messo da parte, anche in modo molto sfacciato. Morale: a meno di eventi clamorosi, i rischi per la tenuta dell’esecutivo sono minimi. Ciò detto, si possono attendere indicazioni importanti su altre questioni, quali ad esempio: il peso elettorale della battaglia anti-euro (soprattutto nel caso “plastico” dato dalla Lega Nord, e nonostante un’informazione  compattamente pro-euro), l’appeal di Renzi, le potenzialità della critica dissacrante di Grillo, la rilevanza residua di Forza Italia, eccetera.

    Queste dinamiche, che hanno valore a livello nazionale, potrebbero però essere completamente ribaltate sul piano europeo. Visto da lontano, infatti, il voto italiano sarà giudicato in modo molto sommario: tutti quelli che non appartengono al gruppo degli euro-convinti saranno buttati nel calderone dell’euro-scetticismo e trattati di conseguenza. Questo approccio, nonostante tutto, ha un suo senso: serve a valutare se la visione dell’attuale leadership europea sia sostenibile politicamente. E in quest’ottica è probabile che il voto italiano si rivelerà una vittoria complessiva dell’euro-scetticismo, e dunque una sconfitta per questo modello di Europa.

    Se poi il responso delle urne dovesse andare in questa direzione anche negli altri paesi, si aprono scenari imprevedibili. Una frattura insanabile potrebbe venire da una netta affermazione dell’euro-scetticismo in quei paesi (per esempio Francia e Inghilterra) dove il fronte non è diviso in vari partiti rivali (come avviene da noi). Ma se anche ciò non dovesse accadere, i rischi non sono per questo scongiurati. Un europarlamento con una forte minoranza euro-scettica (che è lo scenario più probabile), per quanto eterogenea questa minoranza possa essere, sarà comunque una novità destabilizzatrice. Bisognerà valutare, allora, il reale livello di stress delle istituzioni europee, già indebolite da una ripresa che non si vede, dall’incapacità di rinvenire una strategia alternativa, dalla pessima gestione della questione ucraina e dalle pressioni degli Stati Uniti; i quali, dopo aver fatto la loro parte con una politica economica espansiva, appaiono oggi sempre più innervositi dal peso morto per l’economia globale dato dal nostro autolesionismo.

    Pertanto, anche se probabilmente ci sarà la maggioranza per continuare su questa strada, la contezza della sua inevitabile insostenibilità politica sul lungo termine potrebbe suggerire una ritirata anticipata. Restano ovviamente possibili entrambi gli scenari: l’incrinatura potrebbe bastare per rompere il bicchiere, oppure all’opposto potrebbe rafforzare la determinazione di chi crede nel progetto e non intende darsi per vinto. In ogni caso l’ampiezza della marea euro-scettica servirà a testare la resilienza del sistema.

    Su queste basi possiamo azzardare un pronostico. La mia impressione è che Grillo sconterà certe sparate e il fatto di aver perso il voto degli anti-euro; ma chi sta davvero rischiando è il PD di Renzi, il quale, dal canto suo, ha solo da perdere e si presenta alle urne con molti handicap. Tra questi: la debolezza degli alleati, l’alta astensione, lo scandalo expo, le minori motivazioni degli euro-convinti, la recondita convinzione di alcuni di questi che una scossa euro-scettica farà comunque bene, le performance economiche non esaltanti e via dicendo. Il premier probabilmente se la caverà lo stesso, ma dovrà poi vedersela coll’esito del voto nel resto d’Europa e con i cambiamenti che ne seguiranno. La mia scommessa è che, a differenza di quello che succede da noi, negli altri paesi si terrà in maggior conto (o sarà più difficile occultare) un responso che minaccia di terremotare il continente.

     

    Andrea Giannini

  • Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    Sovranità limitata, ormai ci siamo abituati: “la democrazia richiede troppo tempo”

    elezioniQuello che davvero dovrebbe farci riflettere non è tanto la rivelazione dell’ex segretario al Tesoro USA Tim Geithner, secondo il quale nel 2011 alcuni funzionari europei lo avrebbero contattato per coinvolgere gli Stai Uniti in un ricatto finanziario ai danni del governo Berlusconi; quello che davvero dovrebbe preoccuparci, e indurci a meditare su noi stessi, è l’atteggiamento di supponente indifferenza con cui una buona parte dell’opinione pubblica reagisce alla notizia. Il problema non è un complotto che si presume sia stato tentato: perché si sa per certo che, nel caso, non riuscì. Il problema è che ci stiamo abituando a vivere in un contesto a sovranità limitata; dove quello che decidiamo attraverso le elezioni, i referendum, l’attività parlamentare e, più in generale, la vita politica, non conta più nulla, essendo ormai superato da dinamiche e decisioni che vengono prese sopra le nostre teste in contesti elitari extra-nazionali.

    L’assuefazione a questo stato di cose si percepisce nelle placide ammissioni di molti illustri commentatori, da Stefano Folli del Sole 24 Ore a Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano. Scrive ad esempio quest’ultimo: “L’unica certezza è che di sicuro Washington, Berlino, Londra, Parigi e Bruxelles volevano Berlusconi lontano dal potere. E quando volontà così forti vanno tutte nella stessa direzione non c’è bisogno di un complotto di incappucciati perché certe cose succedano”. Non si accorge Feltri che un conto è ammettere la verità, ossia che dietro le quinte le ingerenze straniere, soprattutto da parte di nazioni potenti, ci sono sempre state; un altro conto è accettarle con una scrollata di spalle, come se non fosse un fatto allarmante che i nostri leader politici vengono scelti dall’esterno (come nei paesi del terzo mondo). Per fare un paragone sarebbe un po’ come filosofeggiare sulla propensione all’omicidio dell’animo umano mentre si viene accoltellati. E c’è di peggio.

    C’è David Parenzo, che addirittura “brama” un’invasione tedesca; e poi c’è Stefano Menichini, che non è molto conosciuto, ma è il direttore di Europa, quotidiano del Partito Democratico. Questo illustre esponente della carta stampata, alla notizia delle rivelazioni di Geithner, ha twittato giulivo: “Dunque c’è stata un’operazione internazionale per far fuori Berlusconi dal governo? Lo davo per scontato e hanno fatto benissimo“. E aggiunge: “Hanno risolto a modo loro un problema che noi (tutti) non riuscivamo a risolvere da soli“.

    Sono convinto che molti, in fondo in fondo, la pensano come questi insigni giornalisti: “La democrazia andrebbe rispettata, non c’è dubbio. Ma tutto sommato non si può sempre essere formalmente corretti: non si può andare sempre per il sottile. A volte ci sono delle emergenze e la democrazia richiede troppo tempo…. Sulla base di questo ragionamento, dunque, tutto sommato ci è andata bene, se nell’UE, nel G20 o nel G7 qualcuno è riuscito a cacciare via Berlusconi. Il Cavaliere non era forse inaffidabile, in rotta di collisione col ministro dell’economia Tremonti, incapace di presentare un piano serio di riforme e azzoppato dagli scandali sessuali? E non è forse vero che il suo successore, Monti, era ben più competente, sobrio e apprezzato da tutti?

    È tutto vero. Anzi, andiamo oltre: ammettiamo pure che Berlusconi sia stato un leader populista interessato esclusivamente ai propri interessi; e che abbia conquistato il potere solo sfruttando la crisi della classe dirigente italiana e avvalendosi di una concentrazione di potere mediatico abnorme. Ciononostante, pur con tutti i suoi difetti, non ho alcuna difficoltà a dire che se dovessi scegliere tra Silvio Berlusconi e Mario Monti, sceglierei il primo; e questo solo per una qualità essenziale che l’ex-commissario europeo non aveva: quella di essere stato eletto.

    Esiste una correlazione diretta tra il modo antidemocratico con cui Monti è andato al potere e i problemi in cui ci troviamo. Il punto è che la democrazia non ha a che fare con la Verità: la democrazia ha a che fare con gli interessi. Chiediamoci: perché in democrazia votano tutti? Non certo perché occorre fare un calcolo statistico; bensì perché si riconosce che ognuno è il miglior giudice di ciò che gli conviene. In altri termini, nessuno può arrogarsi il diritto di dire al posto nostro quello che è nel nostro interesse. E perché è meglio non delegare questa scelta? Perché l’esperienza suggerisce che quando facciamo decidere agli altri, questi tendono a sottovalutare i costi e a sopravvalutare i benefici: ossia, come ci ricorda Enrique Balbontin, “son tutti bulicci col culo degli altri”.

    Da questo punto di vista non c’è molta differenza tra le teocrazie dell’antichità, dove per governare occorreva accreditarsi come autorità religiosa, e la tecnocrazia europea, dove per governare  occorre accreditarsi come autorità tecnico-economica: in entrambi i casi il potere si giustifica col possesso di un sapere e non, come dovrebbe essere, a partire dal riconoscimento reciproco di interessi specifici. Non importa quanto sia “avanzato” o “progredito” un certo sapere: chi ha il potere politico finirà frequentemente per usare ogni sapere a proprio vantaggio; e anzi farà tanti più danni quanto più questo sapere gli riconoscerà un vantaggio oggettivo. Ecco perché il potere, da Montesquieu in avanti, si divide; ed ecco perché al sapere tecnico-scientifico, almeno da Platone in avanti, si demanda al più una funzione di consulenza, ma non la decisione politica.

    Monti, non essendo stato eletto da nessun italiano, e dovendo anzi la sua carica al consenso ottenuto nei palazzi di Bruxelles, ha fatto ovviamente quello che era nell’interesse di Bruxelles (ossia della Germania) e non nel nostro. Berlusconi, che invece era stato eletto, e che dunque per farsi gli affari suoi aveva bisogno di voti, non avrebbe mai potuto presentarsi ai suoi elettori con una lista di tagli e sacrifici che gli italiani non avrebbero capito. E oggi i dati ci dimostrano che gli italiani avrebbero avuto ragione: l’austerità è in effetti incomprensibile e controproducente, tanto che tutti i partiti politici in questo momento la rinnegano.

    Oggi sappiamo anche che il fatto che il Parlamento abbia appoggiato il governo Monti non valse a conferirgli legittimità democratica. Quel Parlamento, infatti, fu eletto con il porcellum, poi bocciato dalla Consulta perché anticostituzionale. E anche questa non è una questione formale: se devo la mia elezione ai vertici del partito che mi hanno inserito in liste bloccate, starò attento a non scontentare questi vertici; mentre se mi avessero eletto i cittadini con le preferenze, mi preoccuperei di più del parere degli elettori.

    Insomma, tout se tient. È l’anti-democraticità del sistema che ha prodotto i danni attuali, non il metodo parlamentare e la concertazione. Ricordiamoci dunque, quando sentiamo trattare la questione democratica con sufficienza, che non si tratta affatto di un problema formale: se c’è scarsa democrazia, vuole dire che qualcuno ci sta facendo fare quello che viene comodo a lui e non a noi.

    P.S.

    Il Partito Democratico, visto che difende metodi antidemocratici, vuole farci almeno la cortesia, in vista delle prossime elezioni, di cambiare il suo nome in quello di “Partito Eurocratico”? Grazie.

     

    Andrea Giannini

  • La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    economia-soldi-finanza-banche-DIUna volta avevamo una politica certo litigiosa e inconcludente, ma che almeno adempiva il compito minimo di alternarsi. Non che io sia un fan della logica del bipolarismo – sia chiaro. Tuttavia l’esistenza di forze di destra, da un parte, e forze di sinistra, dall’altra, salvaguardava almeno l’apparenza che esistesse una competizione per il potere e che questa competizione si misurasse alle elezioni, nei confronti dei cittadini. Poi tutto è cambiato.

    Vi ricordate che giorno era? Era il 5 agosto del 2011. Il giorno prima lo spread tra i nostri titoli di stato a 10 anni e quelli tedeschi aveva toccato quota 400; la BCE aveva cominciato a preoccuparsi e così ci recapitava la famosa letterina a firma Trichet e Draghi (rispettivamente governatore uscente e governatore entrante), con cui informava il premier Berlusconi che si rendeva «necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori». Insomma, era il momento che cominciassimo a svegliarci, perché l’eurotower, purtroppo, non poteva far nulla; se non (bontà sua) indicarci le priorità da seguire (possibilmente per decreto legge, ossia scavalcando il Parlamento):

    1. Misure per la “crescita”: privatizzazioni a tutto spiano, abolizione della contrattazione salariale collettiva, assunzioni precarie e licenziamenti facili;

    2. Misure per i conti pubblici: riduzione automatica del deficit, pareggio di bilancio (meglio se in Costituzione), alzamento dell’età pensionabile e spesa pubblica sotto stretto controllo;

    3. Misure generali: maggiore efficienza della pubblica amministrazione (introduzione di rigidi parametri di performance in tutti i settori) e abolizione delle provincie.

    Da allora è sempre stata questa la vera agenda di tutti i governi italiani. Berlusconi, che non aveva la forza per imporla, fu sostituito da lì a breve (complice un’impennata clamorosa dello spread fino a quota 575). Dopo di lui Monti varò tutte le misure per ridurre i conti pubblici (dal fiscal compact, al pareggio di bilancio, fino alla riforma Fornero), salvo poi ritrovarsi bocciato alle elezioni insieme con tutta la politica di austerità. Nessun problema, naturalmente: quello che era stato fatto era stato fatto. I nuovi governi avrebbero dovuto solo evitare di smantellare le riforme dell’ex-commissario europeo e dedicarsi al resto del programma. In questo Letta ebbe qualche oggettiva difficoltà; per cui fu necessario passare il testimone a Renzi. Ed in effetti oggi il premier è tutto dedito a fare “riforme” del lavoro, a battagliare con i sindacati, ad annunciare privatizzazioni e abolizioni delle provincie: tutto rigorosamente all’interno del solco tracciato dai governatori di Francoforte.

    Fin qui niente di strano: tutto sommato ci siamo legati mani e piedi all’Europa proprio perché avevamo bisogno di una “tutela” esterna, essendo noi così pigri, dissoluti e inaffidabili. Resta il fatto, tuttavia, che il segno tangibile della nostra inadeguatezza, con l’aggravante dell’emergenza (che rendeva impossibile discutere ulteriormente), fu proprio la febbre dello spread. L’Europa non ci stava imponendo nulla: stava solo giungendo in nostro soccorso, per aiutarci a fare quello che noi non avevamo saputo fare, mandando in fibrillazione i mercati. Gli investitori non si fidavano più, non compravano il nostro debito e lo spread saliva alle stelle, minacciando la bancarotta dello Stato: era la dimostrazione che eravamo incapaci di gestirci e non avevamo altra scelta se non farci guidare dalla mano severa, ma giusta, della BCE.

    Qualcuno, però, fece notare che l’impennata dello spread era solo speculazione finanziaria, determinata dall’ambigua politica monetaria della BCE, priva di un preciso mandato per l’acquisto di titoli di Stato (per cui gli investitori potevano scommettere sulla bancarotta di un paese membro). In questo contesto – proseguivano i critici – le politiche di austerità chieste dalla BCE non potevano essere realmente efficaci; mentre le misure proposte per la crescita (liberalizzazioni, privatizzazioni e abbattimento delle tutele al lavoro) non avevano alcuna relazione con il problema dello spread. Dunque – concludevano costoro – la governance europea stava usando la crisi del debito solo per imporre assetti penalizzanti per i lavoratori.

    Queste critiche venivano rigettate parlando di “complottismo” e sostenendo che la speculazione avesse un’origine reale: la nostra inaffidabilità, la crescita negativa e l’alto debito pubblico. Bisognava dunque rispettare gli impegni, ridurre il debito e favorire lo sviluppo senza fare ulteriore spesa: in ultima battuta sarebbe arrivata anche l’occupazione. Il successivo calo dello spread, coerentemente, fu attribuito al risanamento intrapreso da Monti; e non alle tre parole dette da Mario Draghi il 26 luglio 2012, quando, lanciando il programma OMT, promise di fare tutto il possibile («whatever it takes») per tenere in piedi l’euro (cioè quello che fanno tutte le banche del mondo senza dettare condizioni). Tutte queste spiegazioni, però, appaiono totalmente smentite.

    Già a fine 2011 il governo Monti prevedeva per l’anno successivo una lieve recesisione pari a un -0,4%: andò a finire che  crollammo al -2,4%. A metà 2012 sempre Monti prevedeva di nuovo un -0,4% per il 2013: finì con un pesante -1,9%. L’anno scorso il governo Letta prevedeva un +1% per quest’anno, subito contrastato dall’ISTAT che si limitava a un più blando +0,7%. L’altro giorno le previsioni dell’OCSE ci hanno dato al +0,5%, in ulteriore calo rispetto al +0,6% delle stime già aggiornate: qualcuno offre di meno? Se a questo quadro aggiungiamo anche il recente rinvio del pareggio di bilancio, si può ben dire che in termini sia di crescita che di affidabilità stiamo facendo pessime figure.

    Pure il debito pubblico non è in migliori condizioni. Le recenti stime della Commissione UE lo danno prossimo al 135,2% del PIL, mentre nel 2011 eravamo “solo” al 120,1%. Le stesse stime danno anche la disoccupazione a livelli mai raggiunti: 12,8%. In tutto questo bel contesto, che teoricamente dovrebbe essere il terreno ideale per la speculazione, cosa combina lo spread? Schizza alle stelle minacciando di riportarci alla bancarotta? Au contraire, mes amis. Lo spread segna il minimo storico degli ultimi tre anni: 150 punti base.

    Ora, nel 2011 io non ero tra quelli che avevano capito. Io avevo appena cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. Ma oggi c’è ancora qualcuno disposto a negare che lo spread è stato un imbroglio?

    Andrea Giannini

  • “Il reddito prima del lavoro”? Curare i sintomi per non affrontare le cause, una pessima idea

    “Il reddito prima del lavoro”? Curare i sintomi per non affrontare le cause, una pessima idea

    cercare-lavoroIl premio per il peggior modo di onorare la festa del lavoro va quest’anno a Giuseppe Piero Grillo, detto “Beppe”. Il nostro concittadino conquista l’ambito riconoscimento sbaragliando un’agguerrita concorrenza fatta di politici di tutta Europa, ministri dell’economia e premier in carica, grazie all’epico discorso pronunciato sabato scorso a Piombino«Il lavoro si può anche perdere, ma non si può perdere il reddito».

    Storditi dalla crisi e intontiti da una girandola di dichiarazioni-shock che solo dieci anni fa avrebbero mobilitato le piazze, non ci siamo accorti di questo perfetto, elegantissimo epitaffio per secoli di lotte e rivendicazioni sindacali: eppure la portata dell’affermazione non andrebbe sottovalutata, perché in essa è contenuto il nucleo più profondo del pensiero pop-modernista di Grillo, ed è insieme la conferma della sua sudditanza rispetto alle logiche del capitalismo globale. Per dirla in termini più comprensibili il comico vorrebbe essere portavoce di una forza dal basso, ma dimostra di fare nei fatti gli interessi di chi sta in alto.

    Vediamo di capire perché, cominciando a contestualizzare la frase incriminata.

    Beppe GrilloIl M5S da tempo si batte per il reddito di cittadinanza, ossia una serie di “misure volte al sostegno al reddito per tutti i soggetti residenti sul territorio nazionale che hanno un reddito inferiore alla soglia di povertà”. Il principio è molto simile a quello del reddito minimo garantito e risponde indubbiamente ad una logica sensata: garantire a tutti dignità sociale, attutendo l’impatto negativo di un’eventuale perdita del lavoro. Dunque, all’interno di una discussione sugli ammortizzatori sociali e sul senso complessivo del nostro mercato del lavoro, è una posizione che merita certamente di essere considerata e discussa.

    Tuttavia questa volta Grillo fa un passo ulteriore in una direzione che forse non era mai stata esplicitata così bene: non solo difende il principio del sostegno al reddito, ma lo pone in contrapposizione al principio del diritto al lavoro. In questo modo va a interfacciarsi direttamente, in chiave polemica, con i principi fondanti della nostra Costituzione. Dire infatti che: “il lavoro si può anche perdere, ma non si può perdere il reddito” significa porsi in contraddizione con l’articolo 1, per cui “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Grillo, insomma, ci sta chiedendo espressamente di ripensare i nostri principi, collocando il reddito prima del lavoro.

    Che non si tratti di una interpretazione fantasiosa o di una frase estrapolata dal contesto è confermato dai fatti. Il comizio ha avuto luogo a Piombino, dove le storiche acciaierie Lucchini stanno ormai per chiudere, certificando il declino della siderurgia italiana. Parlando a una folla colma di (ormai prossimi) disoccupati, Grillo ha attaccato non solo, come era logico attendersi, l’amministrazione di sinistra che ha gestito questa transizione; ma si è scagliato anche contro i sindacati, sancendone la presunta inutilità (“sono morti”) e confermando così il desiderio più volte esplicitato di eliminarli dalla scena, senza che sia ben chiaro a chi affidare la tutela dei lavoratori.

    Il “megafono del movimento”, poi, ha negato ogni possibile soluzione: ha consigliato alla piazza di rinunciare a coltivare illusioni («si sapeva benissimo che era un altoforno a fine carriera»), di rassegnarsi all’inevitabile declino industriale della zona (al massimo «se si fosse creato un forno elettrico, forse 700-800 persone avrebbero mantenuto il posto di lavoro» – e questo su un totale di circa 1500 addetti…) e ha parlato del reddito di cittadinanza come, sostanzialmente, l’unico rimedio contro la povertà della disoccupazione.

    Tutto ciò dimostra che Grillo avalla la versione standard sulle dinamiche della crisi. Cioè, il declino industriale italiano non sarebbe un fatto contingente, dettato da scelte contingenti; non sarebbe un trend da invertire facendo le scelte giuste (e sapete già qual’è la più importante): al contrario, al declino sarebbe necessario rassegnarsi. Il motivo è nella globalizzazione, nella deindustrializzazione in salsa “green”, nella decrescita felice, nella Cina o in quello che volete: resta il fatto che il mondo gira così e che non staremo più come stavamo un tempo. Perciò gli operai di Piombino si rassegnino e votino M5S, che almeno butta lì 600 euro al mese.

    E’ evidente, pertanto, che Grillo non sta semplicemente sollevando doverose questioni sociali: la sua analisi, piuttosto, rivela una clamorosa sottovalutazione del tema del lavoro. E questo era in qualche modo inevitabile, dato che preoccuparsi del reddito in un momento di crisi economica significa curare i sintomi evitando di affrontare la causa. Con una metafora si potrebbe dire che è come consigliare a una donna che viene presa a schiaffi dal compagno di tenere in casa il Lasonil. Ed è la miglior prova che è un bene, all’opposto, che la nostra Costituzione sia fondata sul lavoro e non sul reddito.

    Lo Stato come costruzione ideale dipende da esigenze molto concrete, come garantire benessere e sicurezza a tutti cittadini. Per i padri costituenti il modo migliore per garantire a tutti questo benessere e questa sicurezza, per consentire pace e ordine sociale, è evidentemente proprio il lavoro, che viene per questo incastonato all’inizio della Costituzione. L’obiettivo della piena occupazione è il senso stesso dello Stato, ciò che conferisce a una costruzione altrimenti retorica e evanescente una funzione pratica e un consenso spontaneo e democratico.

    Certamente con questo non si intende dire che un sito improduttivo debba essere mantenuto in piedi indefinitamente a spese pubbliche: se Piombino fosse davvero alla fine del suo ciclo, bisognerebbe prenderne atto. Tuttavia si può dire che se i cittadini non lavorano, questo è un problema di chi governa; il quale può e deve preoccuparsi di rimuovere gli ostacoli all’impresa, promuovere l’educazione, garantire le infrastrutture, incentivare la ricerca e via dicendo. Perciò la famosa frase per cui “se il lavoro non c’è, non può essere creato” è falsa: se il lavoro non c’è, è preciso compito dello Stato attivarsi per incentivarlo, ricorrendo anche, se necessario, alla tanto vituperata spesa pubblica.

    Siamo al 13% di disoccupazione non certo perché abbiamo fatto spesa pubblica, ma perché, al contrario, “non potendo svalutare la moneta, si svaluta il lavoro” (Fassina dixit); e per svalutare il lavoro occorre aumentare la disoccupazione, con lo sgradevole effetto di “distruggere la domanda interna” (Monti dixit), creare ulteriore disoccupazione e aumentare il debito. Il che dimostra che aver dato retta a chi ci diceva di mettere in secondo piano il lavoro è stata una pessima idea (piuttosto chi ci ha mal consigliato evidentemente rispondeva ad altre logiche).

    E’ preoccupante, dunque, non tanto (o non solo) il fatto che Grillo ammetta con tanta distrazione le deindustrializzazione in atto e la svendita dei nostri settori produttivi; quanto il fatto che chi ha l’ambizione di guidare il paese non si preoccupi di come garantire a tutti i cittadini un lavoro qualificante e dignitoso; che non si renda conto di condividere la stessa diagnosi di quelli che vorrebbe mandare a casa; e che arrivi a mettere in discussione il principio fondamentale della nostra Costituzione, che mai come in questi tempi avrebbe bisogno di essere ribadito e sostenuto.

    Il lavoro è l’anticamera per l’autonomia, il sostentamento, la creazione di un’identità e una realizzazione personale. Seicento euro senza far nulla, invece, sono solo un’elemosina per evitare disordini sociali. Sono panem et circenses, con cui distrarre la gente e riempirgli la pancia. Persino gli schiavi vengono mantenuti: ma occorre il lavoro per avere gente libera.

     

    Andrea Giannini

  • Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    joseph-stiglitzIn questi giorni circola la notizia che i premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, tradizionalmente critici verso il progetto di unificazione monetaria, si sono espressi a favore di quella che per comodità chiamiamo la posizione del «più Europa»: ossia maggiore integrazione fiscale, bancaria e legislativa in risposta ai difetti dell’attuale assetto. La notizia è vera. In particolare ci sono pochi dubbi che i due, quando parlano di «manipolazione che sta avvenendo in alcuni discorsi in Francia e in altri paesi europei», stiano pensando proprio a Marine Le Pen e Beppe Grillo.

    Naturalmente la citazione è stata subito ripresa sul web da chi aveva bisogno di un modo per zittire gli euro-scettici e le loro velleità. Ma forse prima di dare pareri affrettati occorre attendere. Per esempio potremmo lasciare parlare lo stesso Joseph Stiglitz, al quale, qualche mese fa, durante un incontro organizzato da UBS a Basilea, è stata rivolta questa esplicita domanda:

    «Lei sembra suggerire che non c’è nulla che non possa essere risolto con più solidarietà europea: e a livello speculativo sono d’accordo con lei. Tuttavia, a voler essere politicamente realisti, non penso che questa soluzione sia imminente. Non vedo grandi assegni firmati da politici tedeschi per finanziare, ad esempio, i disoccupati spagnoli o greci. Per cui, se pensiamo in questa prospettiva e ci caliamo nei panni di un capofamiglia trentenne spagnolo o greco senza prospettive di occupazione, non sarebbe meglio se tutti i paesi insieme lasciassero l’eurozona?».

    Ecco la risposta di Stiglitz:

    «Come ho detto nel corso del mio discorso, la realtà è che, se le riforme che ho descritto fossero realizzate, la Germania non avrebbe bisogno di firmare grossi assegni. È più probabile, anzi, che debba pagare un costo maggiore non facendole, queste riforme. Tuttavia penso che la descrizione della realtà che lei ha fatto, a proposito del modo in cui il dialogo è portato avanti in Germania, sia assolutamente corretta: ed è una delle ragioni per cui sono un po’ pessimista, se penso al futuro dell’Europa. Sarà una faticaccia persuadere la Germania a fare queste riforme, anche se le costerebbero di meno. E questo conduce la Spagna e la Grecia ad affrontare un dibattito cruciale, una questione politica: cosa fare se la realtà è che queste riforme non ci saranno mai?

    L’Europa rimarrà appesa alla speranza che Spagna, Grecia e gli altri paesi periferici continuino a pensare: “Stanno per arrivare ad aiutarci!”. Rimarrà appesa alla speranza che la gente non voglia lasciare l’euro; ma in pratica ci saranno così poche riforme che non accadrà mai nel breve periodo che i paesi emergano dalla depressione. Dunque il mio consiglio si dovrebbe muovere lungo le linee cui lei accennava. Probabilmente dovrebbero affrontare la realtà: non ci saranno riforme politiche che rendano l’euro percorribile per la periferia; la svalutazione interna non funzionerà; lasciare l’euro sarà doloroso, ma restarci sarebbe ancora più doloroso. Tra gli economisti circola una soluzione più facile, ipotizzata da molte persone: è la Germania che dovrebbe uscire. Se la Germania uscisse, il valore dell’euro andrebbe giù e la competitività dei paesi del sud sarebbe salirebbe sostanzialmente». [Il video e la trascrizione inglese li trovate qui].

    Il pensiero di Stiglitz non è equivocabile: la crisi è colpa dell’euro, perché crea squilibri di competitività dai quali si può uscire solo o con riforme che portino a trasferimenti di finanziamenti dai paesi più competitivi (soluzione preferibile, ma non probabile) o con una uscita dall’unione (soluzione non preferibile, ma probabile), meglio se attuata attraverso l’adozione di un nuovo marco da parte della Germania (un’ipotesi, questa, di cui si è discusso giorni fa anche al convegno dell’associazione «Asimmetrie» e in cui per ora non occorre addentrarci).

    L’analisi è assolutamente condivisibile. C’è solo un punto da chiarire: per quale motivo sarebbe preferibile un’unione di trasferimento, rispetto alla dissoluzione dell’eurozona? A questo riguardo bisogna notare che è evidente lo scetticismo dello stesso Stiglitz circa le reali possibilità di una maggiore integrazione, visti i pochissimi progressi che si sono registrati: e già questo basterebbe per concludere che la questione è puramente accademica o d’immagine. Tuttavia per amore di discussione chiediamoci pure: perché dovremmo desiderare «più Europa»?

    Un primo motivo è che certamente, in astratto, sarebbe la soluzione più semplice. In fin dei conti l’eurozona potrebbe funzionare già così com’è, senza nemmeno bisogno di modificare i trattati, se solo esistesse un po’ di solidarietà reciproca: e questa sarebbe indubbiamente una via molto più agevole che mettersi a studiare soluzioni per reintrodurre monete nazionali. Ciò non implica, tuttavia, che una dissoluzione ordinata sia impraticabile. Al contrario, secondo Stiglitz dividersi potrà anche essere doloroso; ma non più doloroso di quello che stiamo patendo ora, restando dentro l’euro a queste condizioni. Pertanto, anche se è comprensibile il fastidio di un mite economista per il fatto di essere sempre tirato in ballo dal leader della destra francese, dall’altra parte non si può nemmeno criticare Marine Le Pen perché non cita Checco Zelone quando risponde a quei giornalisti convinti che uscire sia “impossibile”.

    Altre motivazioni per auspicare «più Europa» se ne possono trovare: ma non potranno che essere motivazioni politiche. Il buon senso economico, infatti, ha già indicato chiaramente quale è la strada che oggi dobbiamo seguire: unirsi, altrimenti uscire. Da questo punto in poi, però, ogni decisione per stabilire se vogliamo davvero stare insieme o meno, se e quanto credito concedere ancora al progetto di unificazione, se dobbiamo desiderare una grande realtà federale europea; ebbene questa decisione dipenderà esclusivamente da ragionamenti politici: e questo Stiglitz lo riconosce molto onestamente. Dunque, in definitiva, il processo di integrazione non è una strada imposta dalle inoppugnabili ragioni della scienza economica: è un cammino che ha senso percorrere solo se si condivide una visione e una precisa volontà politica.

    Ora, quanto alla visione politica, non c’è dubbio che Stiglitz, come tanti altri, sia favorevole a una maggiore integrazione. Tuttavia il suo parere in questo senso è molto meno rilevante, perché è evidente che un conto sono le convinzioni scientifiche degli economisti, un altro conto i loro giudizi politici. Oltretutto a un’analisi più approfondita rischiano di venire a galla condizionamenti e pregiudizi radicati. In particolare è difficile sfuggire all’impressione che da quella sponda dell’Atlantico guardino ai nascenti Stati Uniti d’Europa come se fossero gli Stati Uniti d’America con 200 anni di ritardo: e dunque, per definizione, un progetto intrinsecamente buono. Se così fosse, però, sarebbe una visione politica a dir poco naif. Per quel che mi riguarda la realtà è un’altra, ben più complessa e con pesanti ombre sulla presunta “bontà” complessiva del progetto e sulla sua sostenibilità. Non nego a priori che possano esistere alti ragionamenti geopolitici in merito all’idea di fare un’Europa federale: ma registro il fatto che fino ad oggi non se sono sentiti molti. Quanto invece alla volontà politica, parlando con il dovuto il rispetto, non è una questione che possa essere appaltata a Stiglitz o altri: quando bisogna stabilire cosa fare, infatti, è ancora e sempre una questione di democrazia.

    L’Europa unita si può fare: il problema è che bisogna volerlo. E per sapere se lo vogliamo davvero non c’è bisogno di un referendum. Basta porsi una banale domanda: perché non si dice che è solo una scelta politica e non si chiamano i popoli a esprimersi? Perché nei giornali o in televisione non si ammette che fuori dall’euro non ci sono le sette piaghe d’Egitto e che possiamo tranquillamente commerciare con la Cina anche rimanendo nei vecchi confini nazionali? Perché non si dice ai popoli che sono liberi di scegliere quello che vogliono? La risposta è facile: e la conoscete già. È lo stesso motivo per il quale grandi economisti come Alesina e Giavazzi fanno terrorismo sulle pagine del Corriere delle Sera. È lo stesso motivo per cui Stiglitz può piccarsi per essere stato tirato in ballo a sproposito da Marine Le Pen; ma non può vantarsi – guarda un po’ – di essere stato chiamato a testimone dai sostenitori dell’euro. Perché questa unificazione europea è un progetto elitario che sopravvive grazie alla menzogna.

    Solo raccontando ai popoli che non hanno altra scelta, solo minacciando il terzo conflitto mondiale, solo spacciando liberi pareri personali per verità inoppugnabili, solo sopprimendo le più banali conquiste scientifiche, solo confondendo e spaventando questo progetto può restare in piedi. Ma in un contesto realmente democratico, dove alla gente non venisse nascosto sistematicamente quello che Stiglitz tranquillamente ammette, ossia che l’attuale disastro economico è colpa è dell’euro e che è possibile tornare indietro, questo sistema non sarebbe mai esistito.

     

    Andrea Giannini

  • “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    europa-bceOvviamente si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto; per cui c’è poco da stupirsi, se oggi in tema di Europa ci ritroviamo a commentare, anziché critiche e proposte, uno stucchevole spot elettorale.

    È infatti in onda in questi giorni sulle reti RAI, realizzata dalla stessa azienda di Stato (non si capisce bene a che titolo), una vera e propria pubblicità commerciale in stile “Mulino Bianco”, la cui “trama” è la seguente: all’inizio, mentre scorrono scene di guerra, rovine e distruzione, vengono ricordati i morti di due guerre mondiali; poi, a un certo punto, come per magia, immagini in bianco e nero di firme e strette di mano; la musica cambia, la voce fuori campo ripercorre le epiche tappe dell’integrazione, manifestanti di varie nazionalità reggono cartelli a favore dell’Europa e infine si affaccia un tripudio di mamme e bambini sorridenti, anziani sicuri, abbracci affettuosi, sicurezza, pace e prosperità. Non manca la morale della favola: Bruxelles a volte ci delude, ma non dobbiamo dimenticarci a cosa ci serve l’Unione Europea.

    Purtroppo, nonostante il motto riportato nella schermata finale sia “per informare, non influenzare”, è evidente che la realtà sta esattamente all’opposto. Excusatio non petita, accusatio manifesta: proprio perché è evidente che si tratta di propaganda di bassa lega, devono scrivere che è “informazione”, altrimenti non se ne sarebbe accorto nessuno.

     L’argomento sostenuto è sempre lo stesso e l’abbiamo già smontato: l’Europa si è autoproclamata “antidoto contro la guerra”, ma ascrivere il merito degli ultimi settant’anni di pace al processo di integrazione non solo comporta avallare un falso storico: più banalmente comporta anche credere a un’idea davvero stupida. E spiace constatare che il nostro Presidente della Repubblica non sia più in grado di ravvedersi da questo clamoroso abbaglio, per cui in generale si continua a confondere “euro”, “Unione Europea” ed “Europa”, che sono tre concetti diversi; e si pretende di definire le dinamiche globali a partire da una banale questione terminologica (semplicemente perché “unirsi” è un termine con valenza positiva e “dividersi” ha valenza negativa).

    La costanza di queste bugie mi costringe a ripetermi. Nessuno nega che i padri fondatori avessero intenzioni nobili; ma resta il fatto che è difficile sostenere che i loro sforzi nel dopoguerra abbiano pesato di più dell’equilibrio nucleare tra USA e URSS. La realtà è che la Germania era occupata militarmente e divisa in due blocchi; la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna erano subordinate agli Stati Uniti; l’est Europa era in mano sovietica: impossibile che potesse muoversi anche un solo carrarmatino del Risiko senza che le due superpotenze lo volessero. Allo stesso modo è del tutto priva di fondamento l’idea che due guerre mondiali siano da attribuirsi essenzialmente a non meglio precisati “egoismi nazionali”, la cui logica sarebbe insita anche nel principio stesso del ripristino di valute nazionali (evidentemente per via dell’aggettivo comune). Questa propaganda fatta di “iper-inflazione”, “carriole” da Repubblica di Weimer e “nazifascismo” è però chiaramente smentita da Giorgio Gattei, docente di Storia del Pensiero Economico a Bologna, che scrive:

    “La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!)”.

    Questo passo ha il merito di riportare la discussione su binari di minimo buon senso. I popoli non si fanno la guerra solo perché non condividono lo stesso Stato: altrimenti non esisterebbero le guerre civili. Al contrario, si può restare in pace anche senza unirsi dentro entità più grandi, come dimostra il caso della Svizzera, che è neutrale dal 1515 (e difatti si è ben guardata dall’adottare l’euro o dall’entrare nell’Unione Europea).

    Inoltre si finge di non vedere che all’inizio delle due guerre mondiali c’erano sì fermenti nazionalisti, ma a dettare l’invasione militare come strumento di politica estera furono piuttosto le ragioni dall’espansionismo: Austria-Ungheria, Germania e Giappone condividevano infatti una visione politica tardo-imperialista, per la quale la forza di uno Stato è data dalla vastità dei territori controllati, che a loro volta si traducono in uomini in armi e campi da coltivare (il “Lebensraum” hitleriano). Oggi questo retaggio non esiste più: a parte – s’intende – tra i sostenitori del «più Europa», per i quali – guarda un po’ – dobbiamo diventare più grandi proprio per rivaleggiare con la Cina (come ci suggerisce quest’altro bello spot dai toni molto “pacifici”). Tra le persone normali, tuttavia, nessuno si azzarderebbe a sostenere che nel mondo di oggi per scambiarsi merci e servizi si debba essere per forza “grandi”; né si può sostenere che senza l’Unione Europea a qualcuno verrebbe in mente di invadere i partner commerciali per diventare più ricco!

    In realtà, come suggerisce il passo di Gattai, le guerre non dipendono dal fatto che ci sono i nazionalisti cattivoni: più verosimilmente guerre e nazionalismi aggressivi dipendono dalle idee stupide. E se c’è un’idea stupida, anzi addirittura «orribile» secondo il premio nobel Amartya Sen, questa idea è proprio l’euro.

    La “propaganda” a favore dell’euro, perciò, non può che essere definita tale anche se viene da insigni economisti. Il problema è che – al netto dei mistificatori di professione – siamo stati tutti vittime di questo gigantesco luogo comune, che si è trasformato in una sorta di ricatto morale implicito. “Essere contro l’Europa è essere contro la pace”, perché è tecnicamente innegabile che, se tutti accettassero di vivere sotto un unico stato, non ci sarebbero più stati separati che si fanno la guerra tra loro (peccato solo che frustare la gente a colpi di deflazioni salariali non sia esattamente la migliore idea per entusiasmarla).

    È tale, ad esempio, la posizione di un critico dell’euro come Paul Krugman, che in questo articolo si chiede perché non lasciare che la moneta unica si rompa: “La risposta, credo, è soprattutto politica. Non del tutto così – una rottura dell’euro sarebbe estremamente dirompente, con costi puntualmente alti di “transizione”. Inoltre, il costo duraturo di una rottura dell’euro equivarrebbe a una sconfitta enorme per il progetto europeo più ampio che ho descritto all’inizio di questo discorso – un progetto che ha reso al mondo un gran bene, e che nessuno che non sia cittadino del mondo vorrebbe vedere fallire”.

    Dunque, a parte gli alti costi di transizione (che però con gli anni stanno diventando irrisori, a fronte della devastazione che stiamo subendo, e che comunque avrebbero evidentemente una fine, una volta compiuta la transizione stessa), è chiaro che per Krugman il problema è politico: e con questo anch’egli mostra di cadere preda del mito “Unione Europea = bene”, benché nessuno riesca a esemplificare in concreto come questi benefici abbiano superato le privazioni economiche patite.

    C’è poi un ricatto ancora più grosso: “chi è contro l’euro non vuole che l’Europa funzioni”. Con questo argomento implicito si accolgono con freddezza e fastidio tutti i critici, che ovviamente, non potendo sostenere di prevedere il futuro, sono costretti a dare una chance al progetto. Curiosamente, però, se parliamo dell’Italia questa indulgenza non vale: cioè, bisogna dire che l’Europa funzionerà anche se non ha mai funzionato, mentre bisogna dire che l’Italia non funzionerà, anche se ha funzionato.

    È l’argomento usato, tra gli altri, da Luigi Zingales: “Avere la flessibilità di usare il cambio solo in alcuni momenti, è un grande vantaggio; è un grande vantaggio che noi abbiamo dato via, ma abbiamo dato via a ragione perché l’abbiamo usato male, e non avevamo la credibilità di usarlo solo bene”.

    Insomma: siamo inferiori e l’euro ce lo meritiamo, anche se è la cosa sbagliata. Il fatto che questa idea sia insultante per gli italiani, al punto di non ammettere nemmeno la più piccola possibilità di un ravvedimento, non fa sorgere in nessuno il sospetto che in realtà gli Zingales non vogliano che l’Italia abbia successo e lavorino perché diventi preda di potentati economici stranieri: cosa che io non credo – sia chiaro –, ma che è esattamente quello che si fa con chi critica la moneta unica quando lo si definisce “nazionalista”. Alla prova dei fatti, dunque, chi davvero mette a repentaglio il contributo positivo dell’Unione Europea è solo chi si rifiuta di separarlo da quello negativo dell’euro.

     

    Andrea Giannini

  • Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Economia, finanzeAlla discussione sull’euro sta partecipando anche il Corriere della Sera (o quello che ne resta), ospitando interventi assolutamente autorevoli: la lettera di Bini Smaghi, Saccomanni, Fitoussi & Co, collaboratori della Luiss School of European Political Economy, i quali sostanzialmente rigettano l’idea che uscire sia una soluzione; e l’editoriale del duo Alesina & Giavazzi, che al solito invitano a battere con più lena la strada su cui già siamo.

    Si tratta di contributi che vale la pena prendere in esame, perché danno una buona idea di quali siano le argomentazioni dei sostenitori della moneta unica e del perché il dibattito non si possa definire, al fondo, un “dibattito economico”. Basta uno sguardo un po’ più attento, infatti, per accorgersi che spesso, accanto a motivazioni tecniche [a proposito delle quali, se proprio ci tenete, vi invito a leggere contributi come questo o questo], vengono addotte anche motivazioni che non dipendono da valutazione scientifiche “oggettive”, ma da considerazioni soggettive astratte, spesso di natura politica o morale, sulle quali si potrebbe e (si dovrebbe) discutere in modo laico.

    La lettera al Corriere della Sera

    Partiamo dalla lettera al direttore De Bortoli dei Bini Smaghi e dei Fitoussi, i quali scrivono: “Chi propone l’uscita dall’euro vuole in realtà tornare a quel modo di governare l’economia che la storia ha già condannato come fallimentare. I vantaggi dell’autonomia monetaria si rivelerebbero illusori. Al fine di contenere brusche fluttuazioni del cambio e di evitare fughe precipitose dei capitali, i responsabili delle politiche economiche italiane sarebbero infatti costretti a inseguire le politiche scelte dalle aree dell’euro e del dollaro”. È un autorevole parere, non c’è dubbio: ma non è un parere tecnico. C’è scritto, infatti, che fuori dalla moneta unica troveremmo solo l’instabilità finanziaria e che non ci sarebbe soluzione, se non quella di ancorarsi a una moneta forte. Ora, è impossibile che esperti tanto accorti vadano in giro a predicare, in generale, una simile idiozia. Tutti sappiamo che il mondo è pieno di paesi felicemente industrializzati che hanno la loro bella valuta pur senza poter vantare il peso economico degli Stati Uniti o della Cina. Un esempio? Corea del Sud, Turchia, Gran Bretagna, Svizzera, Nuova Zelanda, Canada, eccetera. Bisogna pensare, dunque, che i firmatari si stiano riferendo nello specifico all’Italia: noi italiani non saremmo in grado di fare quello che altri popoli fanno con successo.

    Naturalmente è possibile; ma per sostenere questo punto di vista gli esperti della Luiss non evocano ragioni economiche. E questo per un motivo molto semplice: che non ce ne sono e non ce ne possono essere. Quale ragione scientifica, infatti, potrebbe spiegare perché una soluzione praticabile e già praticata non si può praticare? Evidentemente lo si può sostenere solo a patto che – è questo il punto – si evochino considerazioni politiche, morali o addirittura razziali, che dunque per loro natura sono opinabili. Neppure – benché i firmatari evochino una fantomatica “condanna della storia” – si può dire che esistano particolari ragioni desumibili dal nostro passato: al contrario, il fatto è che l’Italia repubblicana, fuori dallo SME e dall’euro, è stata praticamente sempre in crescita sostenuta (tradotto: avevamo dei problemi, ma meno di oggi).

    Un altro giudizio ricorrente: “Il passaggio dall’euro alla lira non risolverebbe i problemi strutturali che da anni attanagliano l’economia italiana“. Anche in questo caso non siamo difronte tanto ad un’affermazione tecnica, quanto piuttosto a una banale tautologia. Quali economie non hanno problemi che si potrebbero definire “strutturali”? In linea di principio tutti hanno dei difetti da migliorare. E ancora: come si può pensare che ogni problema si risolva uscendo dall’euro? Ovviamente non si può: ad esempio, se il mio problema fosse lo scarso successo con le donne, evidentemente le cose non cambierebbero, se avessi la lira in tasca. Ma questo discorso non dice nulla su quale delle due soluzioni (restare o uscire) sia in effetti più conveniente.

    Altro esempio: “Ritenere che si possa uscire dall’euro e al contempo rimanere a far parte a pieno titolo dell’Unione è una pura illusione. […] L’Italia verrebbe emarginata e isolata”. Pure questa è una valutazione politica; una valutazione che, tra l’altro, esprime una logica contraria al diritto internazionale (per cui ogni Stato ha diritto di scegliersi la propria moneta) e sembra particolarmente supportata da precedenti storici.

    L’editoriale che ti aspetti

    Anche i fondi di Alesina e Giavazzi sono un esempio cristallino di come persone molto esperte possano fare confusione tra le loro personali convinzioni e le conquiste della scienza. Dopo aver ammesso placidamente che nella fulgida era dell’euro pure la Germania ha già sforato la soglia del 3% del deficit, i due spiegano quale è il vero senso di questa imposizione proveniente dall’Europa: “Il 3% sarà anche una regola stupida, ma è l’unica forza che si oppone all’aumento delle spese, vista la nostra incapacità a contenerle”. Cioè, dobbiamo incatenarci a un parametro che ci strozza, non perché abbia un senso economico, ma perché siamo “incapaci” (naturalmente in relazione al fare quello che, nella visione dei due economisti, è indubbiamente un bene).

    Siamo così di fronte all’ennesimo giudizio morale, sempre che – si capisce – gli autori non abbiano voluto sintetizzare in questo modo una loro analisi politica (sicuramente interessante, ma di cui si potrebbe discutere) o un’evidente risultanza storica. Tuttavia questa “evidenza” è tutta da dimostrare, dato che – lo ribadisco – in generale l’Italia con l’autonomia monetaria ha avuto performance nettamente migliori dell’Italia vincolata da accordi di cambio. Per cui si fatica a capire il punto del ragionamento: cosa c’è che non va in noi italiani? È il cibo che mangiamo? L’aria che respiriamo? Il troppo sole e il troppo mare? O forse i baffi neri e il mandolino?

    Il fatto è che Alesina e Giavazzi hanno occhi solo per un fattore: l’abbassamento della spesa pubblica. Per i due economisti in questo momento sarebbe giustificata addirittura una dose da cavallo di tagli per 50 miliardi, perché: “l’Italia non si riprende senza uno choc”.

    Ora, a parte il fatto che qui è ricalcata la solita idea che all’asino serva la cura del bastone (cosa che ricorda molto da vicino il metodo di governo descritto da Naomi Klein), e a parte il fatto che mi sembrava si fosse stabilito che di austerità ne avessimo avuta abbastanza, faccio notare che sono gli stessi Alesina e Giavazzi nel loro articolo a ricordare che ci siamo affacciati alla crisi del 2007 con un debito in discesa (al 100% del PIL, contro il 113% del 1998): dunque è dura scorgere la correlazione tra spesa pubblica e crisi economica. A smentire questo accostamento, poi, è già intervenuto lo stesso vice-Presidente della BCE Vítor Constâncio, il quale ha affermato che: «Gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori». Per cui si ha un bel da fare a cercare di dimostrare che tutti i mali si concentrano sulla nostra spesa: al contrario, è in tutti i dati, oltre che sulla pelle della maggioranza della gente (esclusi i super-ricchi, naturalmente), che non siamo mai stati così male come da quando abbiamo cominciato a dare retta agli Alesina e ai Giavazzi!

    Forse giova citare, a questo punto, la ricostruzione fatta dal Prof. Claudio Borghi (ad esempio in questo video) a proposito del dibattito precedente lo sganciamento dell’Italia dallo SME. Borghi dimostra che anche allora le stesse persone (un esempio su tutti: Mario Monti) con le stesse identiche considerazioni di oggi profetizzavano sventure che puntualmente, quando poi effettivamente uscimmo nel settembre del ’92, non solo non si verificarono, ma furono anzi rimpiazzate da considerevoli effetti benefici che dovettero essere ammessi (anche dallo stesso Monti).

     Non farsi smetire per avere sempre ragione

    Il problema vero – e qui ritorniamo al punto – è che certe tesi apparentemente rispettabili hanno in realtà davvero poco di scientifico, perché non possono essere smentite. Per tanto che si tagli la spesa pubblica, essendo fisicamente impossibile ridurla a zero, essa sarà sempre troppo alta per chi ha una fede incrollabile nel principio che il peccato originale stia tutto lì. E quando un domani, abbandonato questo approccio, andremo a stare meglio, diranno che è stato merito loro; oppure diranno che, se avessimo continuato ancora per poco sulla strada che ci indicavano, saremmo andati a stare ancora meglio.

    Ecco perché nonostante tutto, certi esperti, che pure hanno portato e portano considerevoli contributi scientifici, non cambieranno mai idea: perché al fondo sono ancorati a teorie generali indimostrabili o a visioni politiche e morali del tutto personali. È insomma quell’atteggiamento che Paul Krugman ha definito: “Ti continuerò a picchiare finché non mi dirai che stai bene”.

     

     Andrea Giannini

  • Rodotà & Zagrebelsky vs Matteo Renzi: luci e ombre della società civile di sinistra

    Rodotà & Zagrebelsky vs Matteo Renzi: luci e ombre della società civile di sinistra

    Matteo RenziA sinistra qualcosa si muove. È un passo del tutto insufficiente perché possa significare qualcosa: ma la notizia è che la piega che hanno preso gli eventi deve essere ormai innegabile, se Libertà e Giustizia ha deciso finalmente di prendere posizione contro il “riformismo” renziano in un appello che ne denuncia la svolta autoritaria.

    La denuncia

    Attraverso illustri firmatari come Rodotà e Zagrebelsky, lo stesso fronte che aveva ispirato la manifestazione in difesa della Costituzione dello scorso ottobre mette nero su bianco alcuni punti assolutamente condivisibili:

    1. le “riforme” di Renzi hanno una chiara impronta presidenzialista e autoritaria;
    2. un Parlamento delegittimato dalla sentenza della Consulta non può arrogarsi il diritto di stravolgere in questo senso la Costituzione;
    3. si tratta di una svolta già tentata in passato da Berlusconi;
    4. le responsabilità del Partito Democratico sono cruciali.

    Su questi ultimi due punti il giudizio è netto: «Non è l’appartenenza a un partito che vale a rendere giusto ciò che è sbagliato». I firmatari fanno notare che il PD sta commettendo un crimine forse peggiore di quello tentato da Berlusconi, perché all’epoca almeno l'(ormai ex) Cavaliere aveva contro un’opposizione che gli rompeva le uova nel paniere, mentre oggi quella stessa opposizione è passata dall’altra parte, instillando subdolamente il pensiero unico e dando un contributo – purtroppo – decisivo al probabile successo di tutta l’operazione.

    Ovviamente non posso che sottoscrivere l’appello, visto che tutte queste cose le avevo scritte nelle mia “lettera” al mondo della sinistra del mese scorso (dove tra l’altro menzionavo proprio Libertà e Giustizia, che dunque, in qualche modo, mi ha “risposto”). E va benissimo che si faccia notare che ci sono punti in comune tra Renzi e Berlusconi: ma si potrebbe andare anche oltre. Si potrebbe notare, ad esempio, che le ragioni avanzate dal “futurismo” renziano hanno molti punti in comune con il Manifesto del Futurismo, quello, per intenderci, di Marinetti e degli altri “geni” che impazzivano di gioia quando l’Italia entrò in guerra nel 1915. Si potrebbe anche aggiungere (senza per questo dare del “fascista” a nessuno) che non sono troppo dissimili neppure le ragioni dei “Me ne frego!” di Mussolini, l’altro brillante stratega che, prima di schierarsi al fianco di Hitler, aspettò di essere sicuro che la Germania stesse per vincere la guerra…

    I paragoni storici possono lasciare il tempo che trovano: ma non è questo il caso. Anzi, è esattamente per evitare i colpi di testa degli esecutivi forti, responsabili nel passato di tanti disgrazie, che i padri costituenti concepirono una Repubblica parlamentare bicamerale. È per questo che c’è un Senato oltre a una Camera: per impedire che un Renzi qualsiasi, per il solo fatto di essere riuscito a convincere qualcuno di incarnare lo “Spirito della Storia” (o, nella vulgata corrente, “il nuovo che avanza”), possa portare il paese al disastro in un battito di ciglia. Per parafrasare Rodotà e Zagrebelsky, non è il fatto di non essere fascisti che vale a scongiurare enormi danni.

    Quello che però manca nell’appello di Libertà e Giustizia è il contesto nel quale si collocano queste vicende politiche: e senza questa collocazione l’analisi rimane monca. Se infatti nel caso di Berlusconi poteva (forse) bastare denunciare il suo interesse per la concentrazione personale del potere, non altrettanto si può fare nel caso di Renzi. Non che l’attuale premier non sia molto ambizioso: ma certo non è così ambizioso da puntare a diventare il Kim Jong-un “de noantri”. È evidente, dunque, che non basta il protagonismo personale a sostenere politicamente questa svolta autoritaria. Se ci si limita a trattare Berlusconi e Renzi come due “ducetti”, si rischia di tornare ai frustranti paragoni col fascismo (“ma Renzi non è Mussolini!”) e di buttare la gente dritta dritta nelle fauci degli editorialisti alla Galli Della Loggia.

    Perché la critica all’autoritarismo di oggi sia compresa, bisogna partire dal contesto internazionale: e per farlo occorre rimettere in discussione certi paradigmi sedimentati nel pensiero di sinistra. In particolar modo occorre ammettere che alcune convinzioni che abbiamo sostenuto fino all’altro giorno erano state in realtà condizionate dall’affermarsi a livello globale di una narrazione politica di destra.

    L’ordoliberismo

    Politica ItalianaÈ da molto che batto su questo tasto (ad esempio qui, articolo dell’anno scorso) perché senza aver chiaro questo concetto non si è in grado di offrire un quadro coerente; un quadro che è poi, in realtà, piuttosto semplice: tutti siamo convinti che le cose succedono perché “il mondo va in quella direzione”, mentre in realtà stiamo andiamo in quella direzione perché negli ultimi trent’anni si è affermato, fino a risultare egemone, un pensiero politico-economico liberista, che è riuscito ad accreditarsi come l’inarrestabile «Verità» della globalizzazione. Non c’è bisogno di pensare a chissà quale complotto: stiamo parlando semplicemente di una battaglia culturale, che il liberismo internazionale ha vinto.

    Questa ideologia viene chiamata da Luciano Barra Caracciolo, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato e curatore del blog Orizzonte48, “ordoliberismo”: esso consiste nella riformulazione, attuata per via legale e (appunto) “ordinamentale”, del quadro giuridico uscito dal dopoguerra in modo da renderlo compatibile al pieno sviluppo del libero mercato globale. L’ordoliberismo vuole legittimare e favorire, attraverso le istituzioni nazionali e internazionali, una circolazione di merci e capitali senza freni e vincoli: ed è quindi naturalmente abbracciato da tutte quelle realtà economico-sociali (pensiamo al famoso report di JP Morgan) che vedono in questo assetto un’occasione di vantaggio.

    È quasi superfluo aggiungere che è questa l’ideologia a cui si è piegata l’Unione Europea al momento della sua creazione (indipendentemente dai nobili intenti che sicuramente animavano i “padri fondatori”). È grazie a questa ideologia se abbiamo avuto l’euro e se ora stiamo “negoziando” la creazione di un’area di libero scambio con gli Stati Uniti (TAFTA). Ed è ovviamente a causa di questa ideologia che l’inconsapevole Renzi si è impegnato a creare un processo decisionale con meno vincoli e meno controlli.

    In definitiva l’ordoliberismo è una naturale visione di destra, perché tende a favorire quelle forze sociali che sono normalmente favorite proprio dalle politiche di destra. E se questa correlazione non sembra rispecchiarsi nel nostro panorama politico, è perché bisogna fare lo sforzo di introdurre una variante: la frattura tra “nazionale” e “transnazionale”.

    Interessi nazionali e interessi transnazionali

    L’ordo-liberismo non incarna una destra locale e nazionalista, ma una destra globale e  “internazionalista”. È ordo-liberista il capitalista esportatore che può permettersi di mettere la sede legale a Londra e delocalizzare la produzione in Polonia; mentre non lo è il capitalista che magari importa le materie prime per produrre e vendere nel proprio paese. Può farsi attirare dall’ordo-liberismo anche il professionista stipendiato, purché abbia un’alta istruzione e una buona conoscenza delle lingue che gli permettano di trovare lavoro un po’ ovunque; mentre le stesse possibilità non sono offerte, ad esempio, ad un barista di Atene (che però può essere facilmente vittima della propaganda ordo-liberista, a base di “corruzione!”, “sprechi!” e  “Stato ladro!”).

    Il confronto politico va ripensato in quest’ottica. Non bastano più semplicemente una destra e una sinistra: dovremmo aspettarci, a rigor di logica, due destre e due sinistre, una orientata localmente e una globalmente. Questa frattura, in effetti, a destra si sta già consumando, come ho dimostrato quando ho raccontato la scissione del NCD di Alfano in Italia e l’affermazione del FN della Le Pen in Francia: in entrambi i casi a una destra “responsabile” si oppone una destra “nazionalista” che ha riscoperto l’interesse nazionale separato dal capitalismo globale.

    La destra e la sinistra “responsabili” si mescolano al centro in nome dell’ideologia ordo-liberista (l’ammucchiata PD, NCD e Scelta Civica); e le forze di protesta più o meno spontanee (M5S) sono ancora troppo confuse per capire dove andare. Sarebbe logico a questo punto attendersi una frattura anche a sinistra. Ci si aspetterebbe, in altri termini, l’emergere di una sinistra “critica” in grado di riscoprire il valore della Costituzione anti-fascista separato dal finto internazionalismo ordoliberista. Ma questo non è successo. E forse non succederà mai in tempo.

    Conclusioni: i limiti dell’azione civile di sinistra

    rodotaL’amara verità è che semplicemente una sinistra “critica” non c’è (SEL è completamente fagocitato dal PD, e i piccoli partiti, comunisti e non, contano poco o nulla). Per sperare in un riscatto rimarrebbe ancora la società civile, cui appartiene anche Libertà e Giustizia. Sarebbero le forze migliori di cui disponiamo, animate da autentico senso civico, da un forte sentimento di giustizia sociale e da personalità che dispongono di un indiscusso prestigio e autorità: ma evidentemente più che denunciare chi assomiglia a Berlusconi non sono in grado di fare.

    I problemi di questa costola civile della sinistra nel comprendere la realtà in cui siamo calati dipendono da due fattori: in primo luogo probabilmente troppo capitale umano è stato investito per poter fare agevolmente marcia indietro e ammettere semplicemente l’errore; in secondo luogo, non va sottovalutata una certa tendenza a ragionare per ideali, anche quando questi ideali sono sconnessi dalla realtà.

    In effetti, nella pratica i vari Rodotà e Zagrebelsky, oltre a criticare giustamente Renzi, dovrebbero:

    1. prendere atto dei limiti dell’integrazione europea, denunciando il carattere liberista di uno strumento monetario come l’euro;
    2. prendere le distanze da “padri nobili” come Prodi e Ciampi, ammettendo i loro errori (sicuramente in buona fede);
    3. denunciare la sudditanza della dirigenza del Partito Democratico verso il liberismo globale;
    4. riaffermare il valore della Costituzione cominciando dall’articolo 1: governa il popolo (non la BCE) e l’obiettivo dello Stato è la piena occupazione (non la liberalizzazione di merci e capitali);
    5. ripensare l’internazionalismo acritico: la tolleranza e l’apertura verso le altre culture non va usata per introdurre assetti economici penalizzanti per i lavoratori e mascherare aggressioni commerciali;
    6. ammettere che della denuncia di corruzione, evasione e inefficienze burocratico-amministrative è stato fatto un uso strumentale al solo fine di attaccare lo Stato: questi problemi esistono e vanno combattuti; ma proprio perché ci sono sempre stati (e in varia misura ci sono ovunque) è evidente che da essi non dipende la grave crisi attuale.

    Tutto questo è forse troppo. Probabilmente il “popolo di sinistra” non è preparato per una simile autocritica. Non è preparato a buttare a mare, sostanzialmente, tutta la storia recente del PD, compresi quelli che ancora oggi sono considerati i suoi massimi esponenti. Non è preparato a toccare tabù come l’immigrazione, che è sempre per forza un bene, senza tenere in conto il fatto che, se c’è qualcuno che emigra, vuol dire che c’è un posto in cui si sta male: cioè l’immigrazione presuppone l’impoverimento di lavoratori stranieri, che non dovrebbe essere proprio un’idea “di sinistra”.

    Sarebbe richiesta, in altri termini, un’attenzione per gli effetti pratici dell’idealismo politico che forse da quelle parti non c’è mai stata. D’altronde siamo passati direttamente dall’URSS all’«EURSS», dal «catto-comunismo» all’internazionalismo europeo: sempre sostituendo un’ideologia con un’altra. Ed è forse questa abitudine ad adattare le realtà ai principi che sta alla base dell’attuale tragicomica opera di rimozione della verità: un’ostinazione che ha costi sociali enormi e serve solo a giustificare vecchie prese di posizione.

     

    Andrea Giannini

  • Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Il boom di Marine Le Pen e del Front National in Francia: xenofobia o euroscetticismo?

    Marine Le PenNon sarà passato inosservato che la scorsa settimana Marine Le Pen ha suonato la sveglia. Di sicuro questa volta “il boom” l’ha sentito anche il nostro Presidente della Repubblica, dato che nel commemorare l’eccidio delle Fosse Ardeatine si è messo a declamare: «La pace è una conquista dovuta precisamente a quella unità europea che oggi troppo superficialmente da varie parti si cerca di screditare e attaccare». Questa visione non è affatto minoritaria. Anzi, si può dire che  essa rappresenti la “dichiarazione standard” con cui, sia in Italia che all’estero, si è risposto al clamoroso avanzamento del Front National; una serie molto varia di commenti, che però sostanzialmente poggiano tutti su un semplice assunto: nazionalismi e populismi sono la risposta sbagliata ai problemi di un sistema giusto.

    La diagnosi sarebbe la seguente: “l’Europa” è per la pace e il bene dei popoli, mentre i nazionalismi sono l’anticamera della guerra; la gente normalmente lo sa, ma in tempo di crisi tende a dimenticarsene e a farsi distrarre da chi fa vuote promesse (populismo) o individua facili capri espiatori (razzismo, antisemitismo, xenofobia in genere). Pertanto, seppure con l’attenuante delle circostanze, è evidente che gli elettori si sbagliano: perché – appunto – sappiamo già a priori cosa è bene e cosa è male (“Europa” bene; chi è contro male). Tuttavia, nonostante l’evidente errore, il verdetto delle urne deve comunque essere “ascoltato”: e indirettamente esso ci sta dicendo che il sistema ha dei difetti e va riformato. Morale: siccome il popolo sta diventando razzista, dobbiamo fare “più Europa”.

    È un’ipotesi di lettura del voto. Ma io ve ne suggerisco un’altra, basata su un assunto di segno opposto: il voto anti-euro è la risposta giusta a un sistema sbagliato.

    Questa seconda lettura ovviamente considera la possibilità che gli elettori non necessariamente sbaglino. Ma prima di parlare delle differenze, parliamo dei punti in comune. Entrambe le interpretazioni ammettono che il voto è l’espressione di un disagio reale; e in entrambi i casi si riconosce che le forze politiche premiate dagli elettori hanno in comune spesso e volentieri una sgradevole matrice tradizionalmente ostile all’immigrazione. Ma le analogie si fermano qui.

    Le differenze cominciano proprio dalla valutazione che si fa del peso della componente xenofoba. Questa componente indubbiamente è presente nella tradizione – per fare un esempio – del Front National: ma è davvero da qui che è partita la volata elettorale della Le Pen? Ovviamente no: al contrario tutti ammettono piuttosto tranquillamente che è stata decisiva la critica radicale alla moneta unica e la battaglia per il ripristino della sovranità monetaria. Ovviamente per i critici questo non fa molta differenza: essere xenofobi, essere nazionalisti o essere contro l’euro è sostanzialmente la stessa cosa: stiamo sempre parlando di soluzioni troppo comode e nel contempo troppo pericolose (che difatti provengono dalle solite persone). Ma questa interpretazione è contraddetta da almeno due dati di fatto.

    Innanzitutto da un punto di vista scientifico è risaputo che l’euro è una pessima soluzione. Fu addirittura il Sole 24 Ore l’anno scorso a fare la conta dei premi nobel per l’economia che si sono dichiarati contrari all’euro: e di questi, nel frattempo, già due hanno rinunciato all’idea di riformare l’eurozona per consigliare apertamente agli Stati di ritornare alle valute nazionali. Pertanto è evidente che chi riduce la questione dell’euro a semplice propaganda populista o è male informato o è in mala fede. Secondariamente, da un punto di vista politico, è altrettanto innegabile che i partiti che si sono espressi contro la moneta unica hanno migliorato la coerenza e la serietà della loro proposta.

    Marine Le Pen fa una campagna elettorale molto diversa da quella che faceva il padre Jean-Marie. Già da anni ha intrapreso un’intelligente opera di dédiabolisation, tesa a riportare il Front National su posizioni più sostenibili e maggiormente in sintonia con l’elettorato moderato. Al confronto la Lega Nord di Matteo Salvini è indietro; ma è anche vero che, da quando ha intuito le potenzialità di una campagna contro l’euro, il neo-segretario leghista ha messo tra parentesi propositi secessionisti e toni anti-meridionali cari alla base per concentrarsi su un insistente batage elettorale che probabilmente gli darà qualche punto percentuale in più (magari a scapito dell’indecisione di Beppe Grillo). Dunque è corretto dire che la critica alla moneta unica, offrendo un spazio di consenso elettorale potenzialmente molto vasto, sta giocando un ruolo importante nell’oscurare i vecchi cavalli di battaglia, al confronto meno redditizi, delle forze estremiste.

    Per contro chi insiste ad accomunare le due cose sta facendo il gioco rischioso di alzare sfrontatamente la posta. Ostinarsi a non volere concepire la possibilità di un’alternativa a “l’Europa”, continuare a confondere “euro” con “Unione Europea”, e dare esplicitamente o implicitamente del nemico della pace e dello xenofobo a chiunque voglia supporre altre forme di cooperazione fuori dalla moneta unica, significa non solo regalare alle destre una comoda battaglia per la verità: significa anche – come ricorda sempre Alberto Bagnai – prendersi la responsabilità di un messaggio estremamente pericoloso. Significa instillare nella gente l’idea che, se l’euro crollerà (periodo ipotetico della realtà), automaticamente saremo costretti ad un futuro di odio reciproco e di guerre civili: un’idea che a quel punto potrebbe tornare utile a forze ben più pericolose e sovversive del Front National.

    A scardinare la lettura semplicistica dell’avanzata di generici populismi dovrebbe contribuire anche un giudizio più equilibrato e meno encomiastico sul ruolo acriticamente positivo dell’Unione Europea. Dire che “la pace è una conquista dell’unità europea” significa dare un giudizio storico francamente poco condivisibile: la pace è stata la condizione grazie alla quale abbiamo costruito la cooperazione europea, e non il contrario. I ricordi del Presidente Napolitano devono essere ormai appannati, se è davvero convinto che la pace sia da attribuire a una fantomatica “unità” e non, più prosaicamente, all’equilibrio militare tra USA e URSS seguito alla seconda guerra mondiale. Questa rivalità tra superpotenze, e il relativo scontro ideologico tra sistemi economici, aveva portato occasionalmente rivolte e disordini in Europa: ma dopo il ’45 non si era più visto un odio fra popoli come quello che si è manifestato quando Angela Merkel ha visitato Atene; a dimostrazione del fatto che un processo di integrazione sbagliato (come questo basato sulla moneta unica) porta dritti verso quelle tensioni che a parole si vorrebbero evitare.

    Allo stesso modo limitarsi a denunciare la minaccia dei “nazionalismi” significa sottintendere la solita subdola reductio ad Hitlerum. Anziché accomunare ogni forza euro-scettica a Alba Dorata, occorrerebbe ammettere che il “nazionalismo” del Front National non è concepito come una contrapposizione tra Stati: è concepito come contrapposizione tra lo Stato, da una parte, e chi è contro lo Stato, dall’altra. La Le Pen, pur ambendo dichiaratamente a riportare la Francia al rango di potenza globale (la mai sopita grandeur dei cugini), ha per lo meno il merito di non porsi in un’ottica imperialista e aggressiva: anzi, si muove accortamente lungo un solco internazionalista, quando chiama a raccolta i vicini europei in un’alleanza contro lo scardinamento delle sovranità nazionali, vista come anticamera allo scardinamento dei diritti civili. Dimostra quindi di aver capito che il nemico è chi ci dice che occorre “superare” i vecchi Stati, perché in realtà ci vuole togliere la tutela delle Costituzioni, che in Europa – guarda un po’ – sono state una conquista della lotta antifascista. Il fatto che a difendere questa preziosa eredità sia oggi una donna che proviene dalla tradizione del governo di Vichy non è solo un paradosso: è la colpa storica delle sinistre europee. E ben presto dovranno renderne conto.

     

    Andrea Giannini