Autore: Gabriele Serpe

  • American, British… le lingue inglesi sono tante e diverse fra loro

    American, British… le lingue inglesi sono tante e diverse fra loro

    Quando si parla della lingua inglese, che si studia a scuola, all’università o per lavoro, si dà per scontato che si tratti di una materia ben definita e unica. Eppure, mi capita spesso di sentire questa affermazione: “Non riesco a guardare i film in inglese americano, perché non capisco nulla. Meglio quelli in inglese britannico. Capisco molto di più.” E viceversa.  Ma come? American English? British English? Inglese americano? Inglese britannico? Ma noi non studiamo l’inglese e quindi una materia? Già facciamo fatica con una, figuriamoci se il numero aumenta!

    Esiste tra chi si avvicina all’inglese o già lo studia da qualche tempo molta confusione riguardo alla domanda: che cosa è l’inglese? Se appunto da un lato per semplicità possiamo vederlo come una materia monolitica, dall’altro il nostro English presenta notevoli complessità date dal fatto di essere una lingua di diffusione globale. La confusione non affligge solo i laymen, i non addetti ai lavori. Anche i massimi linguisti mondiali, tra cui David Crystal, forse il più grande esperto di lingua inglese vivente, lavorano da anni per cercare di “mettere ordine” nel caos dell’English dei giorni nostri.

    Prima di parlare del nostro inglese nello specifico, è opportuno fare qualche premessa di carattere più ampio e cercare di capire perché e come le lingue in generale e non solo l’inglese cambiano nel tempo.
    Non serve andare a Londra o a New York per capire questo concetto, ma basta leggere un giornale italiano di quaranta o cinquanta anni fa per verificare quanto la nostra stessa lingua si sia modificata. Ma come mai le lingue sono soggette ai cambiamenti? Perché cambiano i tempi e con essi si hanno nuove e diverse le dinamiche sociali, economiche, politiche e ambientali. Coniamo nuove parole ed espressioni o rielaboriamo quelle vecchie per stare al passo con i tempi e per interpretare la realtà che ci circonda.
    Non bisogna mai dimenticare che la storia di una lingua è la storia delle persone che la parlano: ognuno di noi contribuisce con il proprio tocco personale all’evoluzione della società e della lingua.nLa linguistica definisce con il termine idioletto l’uso linguistico individuale e unico di ogni parlante, che potremmo definire come forza centrifuga di una lingua.

    Dato però che a ogni forza ne corrisponde un’altra che va nella direzione opposta, esiste anche una forza centripeta, che nel caso delle lingue è un modello – standard in inglese – al quale tutti si sforzano di uniformarsi. Nel caso dell’italiano, per esempio, il nostro modello di riferimento prevede che usiamo il modo indicativo per esprimere certezza e il congiuntivo per dare una sfumatura di incertezza. Oppure a scuola studiamo che il comparativo di maggioranza dell’aggettivo “buono” è “migliore” e non “più buono”. In inglese, a seconda del soggetto della frase si usano gli ausiliari do e does per le forme interrogativa e negativa del presente semplice e analogamente all’italiano l’aggettivo “good” presenta il comparativo irregolare “better“.

    Tuttavia, accade per esempio che in Italia anche “grandi intellettuali” come per esempio il giornalista sportivo Enrico Varriale non conoscano l’uso del congiuntivo (“Penso che è vero” è un suo cavallo di battaglia) e che altrettanto in inglese molti parlanti si dimentichino delle differenze tra do e does (“She don’t know me” cantava Bon Jovi ), per cui chissà, se queste due tendenze prendessero campo arriveremmo forse un giorno a non avere più il congiuntivo in italiano e a non dover studiare la differenza tra do e does in inglese.

    Torniamo ora all’argomento iniziale. Se in ogni lingua si confrontano continuamente queste tendenze centrifughe e centripete, potete immaginare la complessità dell’inglese, allo sviluppo del quale contribuiscono ormai oltre due miliardi di persone. Sicuramente l’inglese non può essere rappresentato come un monolite e tra l’altro è molto riduttivo pensare di poterlo semplicemente suddividere in British English e American English, seppure queste due macro-categorie abbiano un senso, come vedremo in seguito. Esistono molteplici varietà di inglese, non solo a livello geografico, ma anche sociale, come testimoniato dai titoli di volumi pubblicati da grandi linguisti negli ultimi anni, quali: The English Languages (“Le lingue inglesi”) di Tom McArthur e English – One Tongue, Many Voices (“L’inglese. Una lingua, molte voci”) di Jan Svartvik e Geoffrey Leech.
    Proprio come Tony Servillo alias Giulio Andreotti nel film Il Divo, che consiglio a tutti di vedere, d’ora in poi se vi dicono che l’inglese è una materia ben definita, voi risponderete: “La situazione è un po’ più complessa…”

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Via dei Giustiniani, casa occupata: lo sgombero della polizia

    Via dei Giustiniani, casa occupata: lo sgombero della polizia

    Via dei Giustiniani casa occupataQuesta mattina le forze dell’ordine si sono presentate all’ingresso della casa occupata di via dei Giustiniani nel centro storico di Genova per dare il via alle operazioni di sgombero, concluse intorno alle 11:30.

    La storia del civico 19 non è nota a tutti. Si tratta di uno stabile di sette piani di proprietà del Demanio e vincolato dalla Sovrintendenza, abbandonato nella più totale incuria dal 2006, quando i proprietari dichiararono inagibile il palazzo allontanando gli inquilini (al piano terra e al primo piano avevano sede le attività della Comunità di Sant’Egidio rivolte ai poveri con la distribuzione di vestiario e generi di sussistenza, al secondo piano l’associazione onlus il Ce.Sto che svolgeva attività ludiche e sociali con bambini e ragazzi del quartiere).

    Sul finire di ottobre 2011 un gruppo di ragazzi aveva deciso di occupare l’edificio per restituire gli spazi al quartiere. Il primo passo fu quello di ospitare in via dei Giustiniani architetti e tecnici solidali, i quali non individuarono elementi di criticità tali da comportare una situazione di grave pericolo. Anzi, spiegarono, i problemi strutturali riscontrati nel civico 19 sarebbero i medesimi che affliggono almeno un quarto dei palazzi dei vicoli del centro storico.

    Se la situazione di via dei Giustiniani era così preoccupante perché i soldi pubblici non sono stati spesi per altri interventi piuttosto che per il rifacimento della facciata in occasione del G8 del 2001? Forse era più stimolante svuotare il palazzo per cercare di venderlo”. Così recitava il manifesto dei ragazzi il giorno dell’occupazione. E che lo sgombero delle associazioni di volontoriato del 2006 e quello di questa mattina siano finalizzati alla vendita del palazzo storico più che al rischio imminente di crollo è cosa assai probabile, anche perché stando a indiscrezioni sarebbe stata proprio una delibera sbloccata riguardante l’assegnazione dello stabile la causa del blitz di oggi da parte della polizia.

    Difficile quindi immaginare che questo spazio venga ristrutturato e restituito alle associazioni del quartiere. Vedremo come si evolverà la situazione nei prossimi giorni.

     

  • Alla Fiera dell’Est: tanto cibo, ma la nostra ospite polacca storce il naso…

    Alla Fiera dell’Est: tanto cibo, ma la nostra ospite polacca storce il naso…

    Devo ammettere che quando ho deciso di seguire questo evento scimmiottando giornalisti di spessore ai quali non oso paragonarmi quali Paolo Rumiz, mi aspettavo qualcosa di più, anzi di diverso. La serata di apertura si è rivelata soprattutto una sagra e con questo non intendo sminuire il suo valore ma solo declinarla in modo più preciso. Ciò che predomina è il cibo mentre poco spazio viene dato alla cultura di questi paesi anche se è presto per dare un giudizio definitivo visto che si protrarrà fino al 12 agosto.

    L’invito a fare un salto è confermato ma non aspettatevi un tuffo in un mondo lontano, che per quanto mi riguarda resta ancora avvolto nella sua fredda cortina. Entrando ci sono diversi stand: il primo, sulla destra è quello dell’associazione Annaviva di cui abbiamo parlato nel precedente articolo e del quale c’è ben poco da dire. Solo alcuni libri, disposti in modo un po’ improvvisato, qualche T-shirt e alcune simpatiche signore vestite in modo caratteristico (o eccentrico, a seconda dei punti di vista).

    Aleksandra Nowak, di Varsavia, colei che mi accompagna in questo “viaggio”, non sembra molto colpita e si lascia scappare una frecciata. “Quei vestiti caratteristici sono divertenti ma spero che le persone capiscano che nessuno si veste in quel modo” ironizza. Naturalmente la rassicuro anche perché non ho una stima così bassa dei miei concittadini.

    Lo stand adiacente a quello di Annaviva vorrebbe essere un assaggio della cultura polacca. Se così fosse ci permettiamo di osservare che non ha molto senso esporre libri scritti in polacco (o russo?, in effetti non ho indagato) se poi tra questi libri c’è Il piccolo principe o autori come Calvino.

    Sul cibo, come dicevo, c’è invece molta scelta: lo spazio più convincente è quello del Pasto di Varsavia, che offre un menu tipico (non abbiamo assaggiato, mi dispiace, ma la redazione non mi ha passato i ticket!) e diverse bevande come il kubus, un succo di carota e pesca davvero buono. Il marchio, tanto per vostra cultura in ambito marketing, è un orsacchiotto sorridente molto conosciuto in Polonia e presente in numerose pubblicità. Proseguendo, al centro dello spazio della Fiera c’è uno stand rumeno con specialità gastronomiche (in realtà essenzialmente salsiccia ma essendo un perfetto ignorante in materia non mi permetto di giudicare). Sull’altro lato la vodkeria, molto frequentata, e con una vasta scelta. Alcuni marchi sono polacchi e quindi li citiamo con alcune spiegazioni a margine fornite da Aleksandra: Pan Tadeusz (è il titolo di un poema polacco del XIX secolo che viene studiato a scuola un po’ come da noi I Promessi Sposi), Soplica (è un personaggio del poema appena citato), Zubrowka e Zoladkowa Gorzka. Ecco, ci duole ammetterlo, questo è l’unico assaggio di cultura che ci è stato concesso e solo perché fortunati nella compagnia.

    Un punto forte della manifestazione è la musica almeno da quanto abbiamo potuto vedere: Il Tina Omerzio Trio che si è esibito ieri ha dimostrato grande valore, sebbene orfano dell’autrice dei testi. Progetto sloveno, delicato e allo stesso tempo capace di farsi “sentire” in un contesto un po’ distratto e rumoroso. Ma credo che questo non sia un aspetto negativo: restituire alla musica una dimensione autentica e meno compassata da auditorium è giusto, a mio avviso, anche se richiede uno sforzo di concentrazione notevole ai musicisti. In ogni caso, prova superata.

    Ultima osservazione: la matrioska è un simbolo russo e non di tutto l’est quindi perché riempire l’entrata di riproduzioni di queste bamboline, peraltro ben fatte? Resto comunque fiducioso e so che una prima edizione, senza fondi e con le proprie forze richiede un fisiologico periodo di assestamento. Mi auguro che alcuni di questi miei vaneggiamenti vengano presi in considerazione per dare un valore aggiunto a manifestazioni come queste o anche solo per porsi delle domande. Noi, io e Aleksandra, ci torneremo già nei prossimi giorni anche con il desiderio di essere smentiti.

    Michele Archinà

  • Erzelli: incontro a Tursi fra il Rettore, il Sindaco e le commissioni consiliari

    Erzelli: incontro a Tursi fra il Rettore, il Sindaco e le commissioni consiliari

    Ieri a Tursi c’è stato l’incontro tra il Rettore dell’Università Prof. Deferrari e le commissioni Promozione della città e Sviluppo economico del Comune di Genova.

    Il primo ad intervenire è stato il sindaco Marco Doria, che ha ribadito il suo personale favore al trasferimento della Facoltà di Ingegneria agli Erzelli. Tuttavia, ha detto anche di comprendere la posizione dell’Università, il cui spazio di manovra è limitato da parametri fissi di indebitamento (non superiori al 15%) che non le consentono di sostenere finanziariamente l’operazione.

    «Sarebbe comunque un’occasione sprecata per l’intera città», ha detto il Sindaco, il quale ha anche aggiunto che se dovesse immaginarsi la città nel 2022 vorrebbe figurarsela con Ingegneria agli Erzelli e che portare a termine la creazione del Parco Tecnologico e Scientifico sarebbe il segno di una città che sa pianificare il suo futuro.

    Il Comune vuole collaborare con l’Università per cercare di raggiungere questo traguardo, ma senza alcun tentativo di forzatura e di messa in discussione della sua autonomia decisionale. Questa in parole povere la notizia emersa dall’incontro.

    Il successivo intervento del Rettore Deferrari, infatti, è servito ad esporre, una volta di più, le ragioni che hanno portato alla decisione di non dare il via libera al trasferimento.  Inoltre ha voluto evidenziare che attualmente la Facoltà di Ingegneria di Genova è tra le migliori d’Italia (3° posto), la soddisfazione degli studenti è molto elevata e le collaborazioni con le aziende sono numerose.

    Il Rettore ha approfittato dell’occasione anche per rispondere a tono alle critiche che in questi giorni erano state fatte sulla decisione dell’Ateneo, ad esempio ricordando che una delle ragioni per cui non si sono ottenute le risorse sufficienti è per il fallito accordo con Banca Carige per l’acquisto dei laboratori del nuovo Parco Tecnologico destinati alla Facoltà di Ingegneria.  «A questo proposito il Presidente di Leonardo Technology Spa ha parlato di “accattonaggio” – continua Deferrari – ma si sarebbe trattato di 26 milioni di euro molto utili ai fini del trasferimento».

    Infine il Rettore ha puntualizzato anche sulla proposta di Ght di non vendere, ma di affittare, all’Università i parcheggi per le auto a canoni ridotti sarebbe stata svantaggiosa. Sarebbe stato più conveniente comprarli accendendo un mutuo.

    Fra Ght e Università i rapporti rimangono in sospeso, le due parti sono pronte a sfidarsi in una battaglia legale, la tensione è fortissima e sicuramente non favorisce la ricerca in extremis di una soluzione. Eppure il Rettore ha voluto concludere continuando a sostenere che il sogno degli Erzelli è ancora perseguibile…

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Cantautori genovesi e musica live a Genova: Antonio Clemente

    Cantautori genovesi e musica live a Genova: Antonio Clemente

    Antonio Clemente, nato il 28 Aprile 1982 a Castelvetrano (TP), in Sicilia. Si definisce “pittautore”… Fin da bambino mostra inclinazioni artistiche, disegnando personaggi e storie a fumetti. Verso i 16 anni comincia a interessarsi alla poesia e alla pittura.

    A 18 anni, ricevuta in regalo una chitarra, inizia l’amore per la musica, per i cantautori italiani… «ideale via di mezzo tra musica, poesia e concretezza, fondamentali per la formazione del mio gusto musicale e la mia personalità».

    A 24 anni pubblica una raccolta di poesie adolescenziali dal titolo “Fiori di strada” per una casa editrice fiorentina, la “Maremmi Editore”. Nello stesso periodo entra a far parte di una band, “La Combriccola”, cover band di pop e rock italiano, con cui per circa 4 anni si esibisce in lungo e largo per tutta la Sicilia Occidentale, eseguendo anche qualche brano inedito.

    Nel 2006 arriva la laurea all’Accademia di Belle Arti di Palermo con una tesi sulla pittura italiana degli anni ’20 che molto ha influenzato anche il mio personale stile pittorico. Trascorsi 2 anni sabbatici, la partenza per Genova, per avere nuovi stimoli e conoscere nuovi spazi dove poter coltivare le ambizioni artistiche. A Genova si iscrive all’Accademia Ligustica di Belle Arti, biennio specialistico nel corso di scenografia e nel febbraio 2011 la laurea e la pubblicazione sulla rivista mensile genovese “Era Superba” del fumetto a episodi “I viaggi di Jude” (ispirato alla canzone “Hey Jude”dei Beatles).

    Nell’estate del 2011 esce il primo EP autoprodotto,”Infinito”, nell’inverno 2011 il quadro della copertina del disco “La barca” viene scelto per essere esposto alla mostra nazionale d’Arte contemporanea “Saturarte” svoltasi alla galleria d’arte “Satura” di Genova, e una sua poesia dal titolo “Mal d’Africa” viene inserita nell’antologia dei poeti italiani contemporanei “Haber Artem”, edito dalla Aletti Editore

    Antonio ClementeAntonio  Clemente: voce, chitarra acustica
    Manuel Perasso: chitarra elettrica (chitarra acustica o tastiera)
    Mario Vasa: Batteria (cajon e maracas)
    Giovanni Sanguineti: basso
    Alice Nappi: violino

  • Alla Fiera dell’Est, un assaggio di Europa orientale al Porto Antico

    Alla Fiera dell’Est, un assaggio di Europa orientale al Porto Antico

    Venerdì tre agosto in Piazza delle Feste presso il Porto Antico di Genova avrà inizio la prima edizione di “Alla fiera dell’Est”, un evento tutto a base di cibo, cultura e intrattenimento direttamente dall’oltre cortina. L’intento è quello di far conoscere più a fondo al popolo genovese la cultura eterogenea e affascinante dell’Europa dell’Est.

    Ogni giorno, dal 3 al 12 agosto,  con apertura fissata alle ore 18.30, sarà possibile concedersi un assaggio di Polonia, Ucraina, Russia e Romania. Presenti stand gastronomici con piatti tipici, birre esclusive alla spina e in bottiglia nonché un piccolo mercatino dove poter acquistare non meglio precisati souvenir (che andremo a vagliare con solerzia maniacale…).
    Inoltre ogni sera saranno proposti concerti (rigorosamente con ritmi dall’est Europa), proiezioni di film e personali fotografiche.

    Per fare qualche esempio, nelle varie serate si alterneranno il Tina Omerzo Trio, il Renzo Luise Quartet con il loro Gipsy Swing, la musica klezer degli Octavo Richter, il coro ucraino e gli Arancia balcanika (che dell’est non sono, a dire il vero, senza nulla togliere alla loro indiscussa bravura e alla loro attitudine ad aprirsi al fascino della cultura musicale di quei paesi). Verrà proiettato il film “Il coltello nell’acqua” di Roman Polanski e molte fotografie realizzate da artisti polacchi che purtroppo però non saranno presenti.

    Insomma, un viaggio nella gastronomia e nella musica di un mondo ancora poco noto alla maggior parte di noi e che pure incuriosisce forse anche per la cortina di mistero che sembra avvolgerlo. Che poi questo mistero derivi più da una nostra pigrizia e svogliatezza nel ricercare e conoscere piuttosto che in un’effettiva chiusura di quel mondo (il Muro di Berlino non è crollato l’altro ieri) forse importa poco se commercialmente ha la possibilità di rivelarsi un’idea vincente.

    O almeno questo è ciò che sperano gli organizzatori dell’evento, Pier Paolo Cozzolino e Agnieska Zareba, già impegnati nella gestione del ristorante Il Pasto di Varsavia, responsabile della parte gastronomica della fiera. Ad animarli è innanzitutto la passione per questa cultura e ci piace sottolineare che Agnieska nonostante il nome tipicamente italico, è ahinoi polacca. «Essendo una prima edizione – dice Pier Paolo – non possiamo contare su alcun contributo da parte del Comune. La nostra speranza è quella di iniziare un percorso che acquisisca credibilità nel tempo e conseguentemente si meriti anche un aiuto economico».

    Tra le altre attrattive non può mancare la wodkeria ma ci sarà posto anche per una gastronomia rumena. Val la pena di sottolineare la presenza di uno stand dell’associazione Annaviva, che  promuove la tutela dei diritti umani nell’Est Europa e il cui nome si ispira alla grande giornalista russa Anna Stepanovna Politkovskaja, assassinata a Mosca il 7 ottobre 2006.

    Di carne al fuoco ce n’è molta ma potrebbero esserci delle sorprese: il programma è ancora in divenire e non è detto che non subisca delle variazioni (anche se a onor del vero gli eventi che abbiamo citato sono dati per certi dagli stessi organizzatori). Noi abbiamo la fortuna di conoscere una bellissima ragazza polacca… perché non togliersi lo sfizio di fare qualche incursione con spirito critico e un tocco di sano sarcasmo? Sempre nel rispetto del lavoro altrui, ovviamente, noi lo faremo e vi terremo aggiornati…

    Michele Archinà

  • Satura cerca stagisti nel campo dell’arte e della letteratura

    Satura cerca stagisti nel campo dell’arte e della letteratura

    Riceviamo e riportiamo di seguito la segnalazione.

    Nell’ambito di un  progetto in continuo sviluppo, l’Associazione Culturale  Satura cerca candidati che desiderino avvicinarsi al mondo delle arti e della cultura. La ricerca è rivolta a giovani universitari e non che vogliono offrire un periodo di stage a fine formativo nel campo dell’arte, della letteratura e della comunicazione culturale.

    Lo stage potrà essere riconosciuto dalle principali università italiane e straniere al fine del conseguimento di crediti formativi, potrà essere previsto un contributo forfettario qualora le competenze siano attinenti alla figura professionale ricercata. La selezione prenderà in esame anche quanti, non più giovani, vogliono offrire un loro ruolo partecipativo all’interno dell’organizzazione.

    La ricerca ha carattere di urgenza, il candidato/a dovrà possedere buone doti di comunicazione, conoscere i principali pacchetti informatici, conoscenza dell’inglese parlato e scritto. Aver avuto modo di svolgere un’attività di ufficio stampa, critico e/o curatore avrà titolo preferenziale insieme alla capacità di dialogare con i più moderni sistemi di comunicazione.

    Tra le facoltà interessate: Accademia e Istituti d’Arte, Architettura, Beni e Conservazione Museale, Dams, Grafica, Economia e Manegement rivolto alla programmazione culturale,  Lettere Moderne e Scienza della Comunicazione.

    I candidati sono pregati di inviare un loro curriculum vitae corredato di fotografia indirizzato a: Mario Napoli presidente@satura.it

    [foto di Constanza Rojas]

  • L’angolo di Gianni Martini, un viaggio alla ricerca della “novità musicale”

    L’angolo di Gianni Martini, un viaggio alla ricerca della “novità musicale”

    A partire da domani, fa il suo esordio online la “storica” rubrica di Era Superba curata dal chitarrista genovese Gianni Martini. Un viaggio nella storia recente del nostro Paese, indagando sul concetto di “nuovo” applicato alla musica e al nostro tempo.

    Partendo dal dopoguerra e dall’ondata di “musica nuova” proveniente dall’America, il rock’n roll, si passa attraverso l’esigenza di cambiamento degli anni 60/70 dettata dalle nuove generazioni, “i giovani” come identità sociale e non solo per età anagrafica. In quegli anni la musica divenne diretta espressione di quel clima, testimone del tempo, situazione che determinò la spinta verso il “nuovo”.

    Dal sonno, al sogno, sino al brusco risveglio… Un cammino che riguarda un po’ tutti noi.

  • PFM all’Arena del Mare, un concerto memorabile

    PFM all’Arena del Mare, un concerto memorabile

    Genova ha risposto presente. Un’Arena del Mare gremita ha accolto la Premiata Forneria Marconi, pubblico di ogni età che per le ultime canzoni si è riversato sotto il palco a cantare con i “mostri sacri” del rock. Una notte speciale per Genova, coronata dai testi di un Fabrizio De Andrè sempre più seguito e amato da i suoi concittadini, un amore che aumenta con il passare degli anni e che non sembra aver nessuna intenzione di arrestarsi.

    Bocca di Rosa, La Guerra di Piero, Un Giudice, Rimini, Andrea, Via del Campo, Giugno ’73, Il testamento di Tito e Volta la Carta tra i brani di Fabrizio De Andrè eseguiti da Di Cioccio e compagni, ma anche i brani de “La Buona Novella” come Universo e Terra, L’infanzia di Maria e Maria nella Bottega d’un Falegname…

    L’energia che riesce a sprigionare la PFM è da pelle d’oca. La chitarra di Franco Mussida e la carica di Franz Di Cioccio sul palco sembrano non avere nulla a che fare con il naturale scorrere del tempo. L’apoteosi durante i dieci minuti di assolo di batteria dell’indomabile Roberto Gualdi.

    Tra i brani storici della Premiata Forneria Marconi eseguiti all’ombra della Lanterna l’incantevole Impressioni di Settembre, La Carrozza di Hans e Celebration.

  • Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Spread alle stelle, l’effetto Monti non è bastato: ma guai a nominare Silvio…

    Come era prevedibile, è ritornata l’emergenza spread e il crack dell’euro è sempre più vicino. Ma non c’è niente di nuovo sotto il sole. Dei fattori che determinano in larga parte questa situazione se ne è già parlato ampiamente (anche in questa rubrica ne ho scritto e riscritto). Per questo sentire di nuovo il ritornello dei giornali di centro-destra, secondo i quali uno spread a 537 punti dimostrerebbe che Berlusconi non era un problema, farebbe sorridere, se non ci fosse da piangere. E’ ovvio invece che Berlusconi è stato un problema e lo è tuttora: lo è stato perché ha rivestito il ruolo di principale attore politico della seconda repubblica, e quindi di principale responsabile per gli errori e le mancate riforme di quegli anni; lo è stato perché a fine 2011 nelle cancellerie di tutta Europa nessuno lo considerava più un interlocutore affidabile; e lo è tuttora perché tiene in ostaggio con i suoi desiderata la maggioranza di Monti, avendo contribuito, per esempio, ad azzoppare la legge anti-corruzione (che è diventata una legge pro-corruzione) e ad impedire la messa all’asta delle frequenze digitali. Il fatto che queste ed altre responsabilità possano essere condivise (anche se in misura minore) con vari governi e politici di centro-sinistra non significa – se esiste un minimo di logica a questo mondo – che Berlusconi ridiventi per magia un candidato premier serio ed affidabile: se mai, significa che questa sinistra ha bisogno di una classe dirigente totalmente nuova, sempre che sia ancora in tempo per questa ristrutturazione. Ma dovrebbe restare fermo un banalissimo principio di alternanza per cui, se qualche grossa responsabilità spetta anche a chi ci ha governato per il fatto che oggi siamo sull’orlo del precipizio, allora forse conviene puntare su un altro cavallo. Il che è più o meno quello che ha scritto recentemente anche il Financial Times.

    Eppure, detto questo, è innegabile che l’effetto Monti non ci sia stato. Il livello di spread a cui ha chiuso la borsa ieri sera è superiore a quello del giorno delle dimissioni di Berlusconi nel novembre del 2011. E, sebbene in valore assoluto (quello che più conta) i tassi a cui ci indebitiamo restino in realtà inferiori, perché lo spread è indicatore che non evidenzia la diminuzione dei tassi tedeschi che nel frattempo sono scesi ulteriormente facendo quindi salire il differenziale con i nostri BTP, ciononostante non si può negare che l’effetto psicologico sia forte: e anche sostanziale, perché certo ci si aspettava di più dall’approdo a Palazzo Chigi di una persona seria e competente come Mario Monti.

    E’ accaduto però quello che era logico prevedere che accadesse, a meno di non avere gli occhi foderati di prosciutto. Monti ha pure cercato di applicare le indicazioni contenute nella lettera della BCE: ma la maggioranza che lo sostiene non ha per questo smesso di fare i calcoli elettorali e di convenienza che era solita fare. Come avevo scritto, mi sarebbe piaciuto che Monti cogliesse l’eccezionalità dell’occasione per una sferzata contro i partiti, per costringerli, con la forza dell’urgenza, a misure che riducessero il loro potere e li costringessero a un processo di rinnovamento interno. Avevo ammesso che la cosa era difficile e rischiosa. Ma l’alternativa ce l’abbiamo ora davanti. Monti ha preferito porsi come il garante dell’establishment partitico, facendo sperare alle forze politiche che, dopo un breve interregno di misure impopolari coordinate da lui, destra e sinistra sarebbero potute ritornare a spartirsi il paese come prima e più di prima.

    E’ per questo motivo che i partiti si sono sentiti autorizzati a continuare a pensare al dopo, ai loro elettori e a quello che veniva comodo ai loro dirigenti. Di conseguenza molte ciambelle non sono venute col buco. E se rileggiamo oggi la famosa lettera che la BCE ci mandò l’anno scorso, dobbiamo ammettere che è stato in effetti raggiunto un numero relativamente basso di obiettivi. Infatti dopo quasi nove mesi scopriamo che il debito pubblico italiano, considerato la madre di tutti i problemi, non solo non è diminuito, ma è aumentato. L’Eurostat certifica che la percentuale tra il nostro debito e il PIL  ha raggiunto il 123,3%. In realtà è ipotizzabile che nemmeno una velocissima ed integrale realizzazione di tutti i punti della lettera della BCE ci avrebbe salvato dai problemi dello spread: per l’ovvio motivo che questi problemi sono di tutt’altra natura. Mentre in Europa ci suggerivano cosa fare per aggiustare i fondamentali della nostra economia, i mercati attaccavano l’euro e nessuno pensava di porvi rimedio. I fondamentali dell’economia italiana, d’altronde, non sono granché cambiati negli ultimi anni.

    Cosa giustifica dunque la fuga da (e la speculazione su) i titoli di Stato dei paesi periferici della zona euro? Il fatto che da un certo punto in avanti (quando la crisi dei mutui subprime si è estesa in Europa, svelando bolle e trucchi contabili che stavano dietro alle economie di alcuni paesi) i mercati hanno realizzato che essere dentro l’euro non era una garanzia eterna di solvibilità. E hanno cominciato una scommessa contro la moneta unica, che si è rivelata finora vincente. Senza una misura europea per ristabilire la fiducia, vale a dire una qualche forma di condivisione del debito, non si risolverà nulla. La triste realtà è che siamo appesi non solo all’Europa, nel senso delle istituzioni europee, ma anche agli altri paesi europei, nel senso delle politiche adottate dai governi dei nostri vicini. La Spagna, ad esempio, è in condizioni disastrose: a breve sarà costretta a un sostanziale default, chiedendo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale. E non è un mistero che nella testa dei mercati il destino della Spagna è strettamente legato al nostro, perché si pensa: “se cade un paese grande come la Spagna, allora può cadere anche l’Italia”.

    In queste condizioni c’è veramente poco che si possa fare: andare alle elezioni anticipate, magari per rivotare un nuovo governo Monti, difficilmente impressionerà gli operatori finanziari. Ecco perché dico che la fine dell’euro è ormai vicina. Certo, resta sempre la solita opzione aperta: basterebbe un si della Germania agli Eurobond, almeno per invertire la tendenza. Ma cosa ne pensino a proposto i Tedeschi lo sappiamo già. Tobias Piller, un giornalista del Frankfurter Allgemeine Zeitung, ieri sera ospite ad “In Onda” su LA7, è stato piuttosto esplicito: se alla Germania venisse chiesto di scegliere tra inflazione o uscita dall’euro, sceglierebbe senza dubbio la seconda ipotesi. I Tedeschi pensano che, affinché l’UE funzioni economicamente, ogni paese debba reggersi solo su sé stesso ed avviare una ristrutturazione profonda della propria economia, come innegabilmente ha fatto la Germania dal 1999 al 2010.

    Peccato solo che noi non abbiamo mai avuto tutto questo tempo. Ammesso e non concesso che sarebbe bastato, è chiaro che non si può pretendere dagli Italiani, che non hanno né la classe politica, né la coesione sociale, né l’organizzazione dei Tedeschi, di fare in pochi mesi quello per cui gli stessi Tedeschi hanno impiegato anni (anni, tra l’altro, in cui l’economia mondiale cresceva bene). Gli Italiani possono essere biasimati per non aver fatto nulla prima: ma non si può neanche chiedere ad un fumatore di 170 kg. di correre la maratona di New York. E comunque è opinabile che la ricetta tedesca (la deflazione salariale) funzioni per tutti, come giustamente faceva notare Vladimiro Giacché. Invece si è continuato a tagliare la spesa, deprimendo l’economia e contribuendo a tenere alto, in percentuale sul PIL, il debito. Quindi, riassumendo, stanti gli errori passati nostri e dei nostri politici, da quando è arrivato, Monti si è mosso poco e nella direzione sbagliata: tutto per fare colpo sulla Merkel, purtroppo senza successo.

    Morale: è sempre più probabile che quando chiuderemo gli ombrelloni toneremo a lavorare in lire. Con tutti i problemi che questo comporterà.

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Ecco a voi l’Italenglish, l’uso improprio delle parole inglesi

    Ecco a voi l’Italenglish, l’uso improprio delle parole inglesi

    “It’s a game of give and take,” è un gioco di dare e prendere: così recita il testo di una canzone di grande successo degli anni Sessanta.

    L’inglese ha preso, assorbendo parole da diverse lingue , ma ha anche dato: termini come weekend e jeans (derivante da “Genova”) sono ormai entrati nel lessico quotidiano in modo evidente.

    L’invasione English fagociterà quindi l’italiano? Uno studente qualche giorno fa mi sollevava proprio questo dubbio, sostenendo che dato che a scuola i bambini imparano l’inglese in prima elementare, il rischio è che la nostra lingua sia cancellata. E’ vero, si inizia a studiare inglese in età più giovane rispetto al passato, ma basta questo per mettere in pericolo l’italiano? La realtà dice che – purtroppo – dal punto di vista della conoscenza dell’inglese i nostri studenti che terminano la formazione secondaria sono indietro rispetto ai pari età olandesi e scandinavi, trovando così in alcuni casi preclusa la possibilità di studiare in atenei stranieri.

    Non deve nemmeno spaventare più di tanto,  specialmente nel settore tecnologico, una presenza di vocaboli inglesi attestata a volte su valori superiori al 10%. In campo informatico, per esempio, è naturale che vi sia riverenza nei confronti della terminologia specifica inglese. Se con aziende come Apple, Google e Microsoft gli USA sono i leader in campo di innovazione e produzione, è normale che in italiano siano stati assorbiti prestiti quali software, hardware, mouse, ecc. A questi si aggiungono peraltro i più recenti smart phone e social network.  D’altra parte, in campo musicale l’inglese stesso ha assorbito parole italiane come opera o libretto, a dimostrare la grande considerazione nei confronti della nostra cultura.

    Tuttavia, una lingua non ha solo una componente lessicale, ma anche sintattica e fonologica e per il momento l’afflusso nell’italiano di nuovi fonemi o strutture grammaticali e sintattiche inglesi è irrilevante.

    Un’analisi a parte merita invece l’uso di parole inglesi come status symbol, da mostrare come un SUV fiammante per  fare la spesa a cento metri da casa. Questo abuso, più che uso, è tipico specialmente degli yuppie de’ noantri, ovvero quei business men  – o presunti tali – i quali, rimpiangendo di non essere nati a Manhattan  in epoca Reagan, provano a scimmiottarne il linguaggio, parlando di fee e customer anziché usare i corrispettivi “parcella” o “provvigione”e “cliente”. Si arriva poi a paradossi, con espressioni che in inglese, quello vero, risultano inesistenti o insolite. Tempo fa al telefono un fornitore parlava di un delta cash, espressione astrusa per indicare – credo – che oltre a uno scambio merce voleva anche una differenza in denaro.

    Una vera chicca è la parola management, pronunciata – erroneamente – ponendo l’accento sulla seconda sillaba, che le dà un suono terribilmente simile a: “Mannaggia!” Onde evitare queste figure, si consiglia ai nostri aspiranti yuppie di dimenticare il Michael Douglas investitore-squalo di Wall Street e andare sul sicuro con le italianissime “gestione” e “dirigenza”.

    Scherzi a parte, in un’economia globalizzata è preoccupante che, salvo poche parole da sfoggiare come un Rolex, buona parte della nostra classe dirigente non sia in realtà in grado di sostenere una conversazione in inglese di una durata superiore ai tre nanosecondi.

    Se tuttavia i nostri Gianni Agnelli in erba fanno anche tenerezza, più odioso è l’uso fuorviante di parole inglesi per confondere le persone più indifese.

    Parlare di “tagli” o anche della formula già di per sé attenuata “revisione delle spese” sarebbe stato un messaggio troppo chiaro per la gente comune: ecco quindi per annebbiare la comprensione la formula della “spending review”. Emblematico è anche il caso del beauty contest (“concorso di bellezza”), ovvero la “gara” che avrebbe dovuto assegnare gratis le frequenze generate dal passaggio al digitale terrestre. Dove stiano sfilando le miss partecipanti ancora ce lo stiamo chiedendo…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • L’Università dice no agli Erzelli: le riflessioni sul futuro del progetto

    L’Università dice no agli Erzelli: le riflessioni sul futuro del progetto

    «Non bastano i finanziamenti pubblici e le cessioni del patrimonio immobiliare, servirebbero altri 42 milioni e non li abbiamo», il Rettore Giacomo Deferrari è stato chiaro durante la conferenza stampa che ha confermato il no del Cda dell’Università al trasferimento della Facoltà di Ingegneria al Parco Tecnologico degli Erzelli.

    E mentre la Facoltà torna alla ricerca di una nuova collocazione, a margine della seduta del Consiglio comunale il sindaco Marco Doria (che ha partecipato alla riunione del massimo organo di governo dell’Università di Genova insieme al presidente della Regione Burlando) ha mantenuto un certo ottimismo, ribadendo la propria convinzione sull’importanza della costruzione del Polo degli Erzelli definendo il progetto un’operazione fondamentale per la creazione della “Genova del Futuro” e ha aggiunto che in tale contesto l’Università dovrà essere presente.

    «Il documento votato dal Cda ribadisce l’importanza strategica della presenza di Ingegneria agli Erzelli, però allega anche una serie di rilevazioni sul bilancio dell’Ateneo – dice il sindaco – Allo stato attuale l’Università non dispone delle risorse necessarie per potersi trasferire a meno di non indebitarsi». Sarebbe quindi necessario un ulteriore finanziamento pubblico o un intervento di un investitore privato, ipotesi oggi quantomeno difficili da immaginare. Il sindaco tuttavia osserva che non sarebbero risorse sprecate anche perché «si consegnerebbe alla Facoltà di Ingegneria una sede moderna che arricchirebbe il valore patrimoniale dell’Università stessa».

    Dunque, nonostante l’esito negativo della riunione, Doria è convinto che il discorso non sia chiuso e afferma anzi che il suo principale obiettivo sarà quello di creare le condizioni per favorire la buona riuscita del progetto. Infine, pur riconoscendo che l’indebitamento sarebbe oggettivamente un grosso problema per l’Università e che spesso quest’ultima è stata oggetto di critiche ingenerose, Doria ha rimproverato all’Ateneo un atteggiamento non sempre attivo nella ricerca di possibili soluzioni.

    D’altronde che l’Università non fosse accanita sostenitrice del progetto lo si era intuito già da diverso tempo, lo stesso Rettore in occasione della conferenza stampa citata in apertura di articolo non lo ha nascosto: «Riconosco che si tratta di un progetto positivo, ma non sono un fanatico degli Erzelli, per me non è Lourdes… Stiamo riducendo le spese in ogni settore, abbiamo ridotto da oltre 1700 a circa 1300 il numero dei docenti. Il rischio è di avere agli Erzelli palazzi belli e nuovi, però vuoti… il che non servirebbe a nessuno».

    E se da un lato c’è la ritrosia di una parte non minoritaria della città al progetto, dall’altra c’è da registrare, allo stato attuale, l’incapacità/impossibilità delle istituzioni di mettere in campo una strategia sufficientemente valida per portare Università e privati sulle alture di Sestri.

    Ora probabilmente si potrebbe anche storcere il naso davanti ai cospicui finanziamenti pubblici concessi a Siemens ed Ericsson per il trasferimento… anche se è facile farlo adesso. Eppure, se si aggiunge lo schiaffo di neanche 15 giorni fa, quando Ericsson ha dichiarato 94 esuberi fra i dipendenti della sede genovese, più che facile diventa quasi automatico. Perché probabilmente qualche errore di valutazione nella strategia “Polo degli Erzelli” è stato commesso, visto che ancora oggi non è così chiaro quanto le due società abbiano effettivamente intenzione di puntare su Genova come sede strategica per il futuro.

    Per fortuna è ancora presto per trarre conclusioni definitive, la partita non è definitivamente chiusa. Una cosa è certa, il no dell’Università non porta entusiasmo sul futuro degli Erzelli.

     

    [foto di Andrea Vagni]

  • Musei fuori orario: eventi e percorsi alla scoperta dei Musei di Strada Nuova

    Musei fuori orario: eventi e percorsi alla scoperta dei Musei di Strada Nuova

    Via Garibaldi opening collettivo, le luci sui palazziIn questa estate 2012 ormai entrata nel vivo, alcuni musei genovesi hanno annunciato l’apertura straordinaria il venerdì sino alle 23. L’iniziativa si chiama “Musei fuori orario” e coinvolge i musei di Strada Nuova di via Garibaldi, la Galleria d’Arte Moderna di Nervi e il Castello D’Albertis.

    Palazzo Rosso, Palazzo Bianco e il piano nobile di Palazzo Tursi sono aperti al pubblico fino al 19 ottobre con biglietto ridotto a 6 euro. Da martedì a giovedì dalle 9 alle 19, il venerdì dalle 9 alle 23, il sabato e domenica dalle 10 alle 19 (lunedì chiuso). Per l’occasione,  il venerdì sera sono organizzati eventi e percorsi tematici per scoprire le opere, le storie, il passato dei musei e della città. Il costo del biglietto (evento/percorso + ingresso al museo è di 13 euro – gratuito per bambini inferiori ai 10 anni). Ecco gli appuntamenti in via Garibaldi (ore 21, davanti al Bookshop):

    Gossip d’autore tra tele e pennelli (3 e 31 agosto, 28 settembre): un viaggio attraverso la vita di grandi pittori, fra misteriose iconografie e irriverenti pettegolezzi dell’epoca.

    – Vizi privati, pubbliche virtù (10 agosto e 7 settembre): un percorso guidato, in cui si svelano gli aspetti impensati e curiosi dei nobili che abitavano i palazzi… attraverso i quadri e gli arredi si rivive la quotidianità di quello che fu chiamato il secolo d’oro dei Genovesi.

    – Voci dal passato (17 agosto e 14 settembre): la storia della città ricostruita attraverso le voci di chi vi ha vissuto, dogi e streghe ci parlano attraverso i secoli, facendoci ridere, commuovere e sognare. Un itinerario che parte dai palazzi e prosegue nelle strade della città vecchia, per trovare altre storie, altri protagonisti, noti o dimenticati.

    Serenata genovese (27 luglio, 24 agosto e 21 settembre): dal violino di Paganini alla chitarra di De Andrè, la città viene raccontata attraverso storie e luoghi seguendo il filo conduttore della musica.

    Ecco l’orario estivo degli altri musei che aderiscono all’iniziativa:

    GAM di Nervi: mart 12-19; merc, giov, ven e dom 10-19; sab 10-21; lunedì chiuso
    Castello D’Albertis: mart, merc e ven 10-18; giov 13-22; sab e dom 10-19; lunedì chiuso

  • Veryschool, il progetto europeo per la gestione dell’energia nelle scuole

    Veryschool, il progetto europeo per la gestione dell’energia nelle scuole

    Energia del SoleVeryschool è una delle vie percorribili per il miglioramento della scuola. Che è, prima di tutto, un edificio. Veryschool è il progetto europeo che ha lo scopo ambizioso e nobile di realizzare un sistema di gestione efficiente dell’energia all’interno degli edifici scolastici. Tale progetto rientra nell’ambito del Programma per la Competitività e l’Innovazione che s’inscrive a sua volta nel processo più ampio di Smart City. E’ coordinato dall’Agenzia per l’Energia e lo Sviluppo Sostenibile di Modena e prevede il coinvolgimento di dodici partner in rappresentanza di otto paesi dell’Unione Europea.

    Genova è riuscita ad aggiudicarsi il finanziamento per il Veryschool e ospiterà uno dei quattro esperimenti pilota nei locali dell’Asilo Nido Nuvola, appartenente al Complesso Scolastico di Via Calamandrei a Voltri. L’intervento vedrà la luce il prossimo autunno.

    Le altre sperimentazioni saranno attuate nella città italiana di Lesa (NO), nella città di Plovdiv in Bulgaria, e a Lisbona. Questa fase pilota servirà a verificare l’efficacia del c.d. Energy Action Navigator, la piattaforma articolata che integra luci LED, simulazioni di energia e software di gestione dell’energia. Parafrasando, si tratta di uno strumento informatico che gestisce e controlla gli impianti di climatizzazione e illuminazione e la gestione energetica secondo lo standard internazionale ISO 50001. L’aspetto innovativo consiste nella capacità di suggerire azioni mirate per migliorare l’efficienza energetica di breve, medio e lungo periodo e di guidare gli utenti nella selezione dei prodotti ICT disponibili sul mercato e sui relativi costi.

    Il vantaggio è duplice: in primo luogo il risparmio energetico per gli edifici scolastici, che è previsto nell’ordine del 33% per quanto riguarda la termica e il 20% per quanto riguarda l’elettrica. In secondo luogo, come un effetto a cascata, il beneficio per la collettività e la possibilità, per esempio, di destinare le risorse risparmiate al miglioramento delle iniziative educative e delle infrastrutture a esse dedicate.

    Da notare che, nel caso dei progetti pilota, gli utilizzatori finali saranno gli unici proprietari della piattaforma: questo vuol dire che il mantenimento durante la vita del progetto viene affidato ai partner tecnologici (veri e propri fornitori in questa fase) mentre a esperimento concluso ogni responsabilità ricadrà sull’utilizzatore che nel nostro caso, trattandosi di scuola pubblica, sarà probabilmente il Comune.

    E allora bisogna porsi due propositi per il futuro prossimo: andare a toccare con mano la validità e l’efficacia di questo progetto, prima, e dopo “vegliare” sul buon utilizzo dell’innovazione introdotta. Il tutto, si spera, senza dover “scomodare” Striscia la Notizia.

     

    ​​​​​​​​​​Michele Archinà
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Piante cactaceae ed euphorbiaceae nel proprio giardino

    Piante cactaceae ed euphorbiaceae nel proprio giardino

    Nell’ambito delle succulente, le Cactaceae rappresentano una delle famiglie più numerose. Esse provengono in gran parte dal Messico o dagli Stati Uniti meridionali. In linea generale, si può dire che esse non richiedano particolari esigenze colturali. I Cactus prediligono un terreno ben drenato (in caso vengano coltivati in vaso, esiste un terreno apposito, venduto nei garden center), vanno bagnati poco e tendenzialmente solo nei periodi di grande siccità. Purché ben asciutte, alcune varietà possono sopportare, stante la loro provenienza da aree a forte escursione termica, temperature anche piuttosto rigide.

    Il Cactus senza dubbio più conosciuto e diffuso è l’Echinocactus Grusonii. Esso è caratterizzato da una forma rotondeggiante, costolata, raggiunge, molto lentamente, dimensioni considerevoli. Le spine sono riunite in gruppi e di colore giallo intenso.

    Questa Cactacea risalta soprattutto da sola o in gruppi di piante di varie dimensioni, possibilmente tutte appartenenti al medesimo genere. Se collocate in ordine sfalsato e secondo schemi geometrici, ben studiati, in porzioni di terreno limitate o a bordo fascia, esse garantiscono davvero un notevole impatto estetico (vedi nostri due articoli precedenti, per le foto quello sul giardino di Giorgio Armani). Come per tutte le succulente, il loro impiego richiede una attenta valutazione del contesto e dell’area del giardino in cui andranno ad inserirsi. Il rischio è infatti sempre quello di realizzare insiemi un po’ rigidi, poco armonici e “slegati” dal resto dell’insieme a verde. Data l’indubbia valenza scultorea e geometrica di questa famiglia di succulente è altresì possibile l’impiego in vasi ed in terrazze. Soprattutto in Riviera e nelle seconde case, spesso si opta per l’utilizzo di varie tipologie di succulente, ottenendo talvolta risultati molto soddisfacenti. La scelta di tali varietà, in luogo di cespugli, erbacee e piante non succulente, è principalmente dettato dalle minori necessità colturali e dalle limitate esigenze manutentive (concimazioni, potature, travasi….) rispetto alle altre piante.

    Nell’ambito di una valutazione complessiva del progetto, va però indubbiamente menzionato e considerato l’aspetto economico. Le Cactaceae, soprattutto se di grandi dimensioni, hanno infatti generalmente costi di acquisto piuttosto elevati, correlati anche al lungo lasso di tempo necessario perché esse raggiungano un adeguato sviluppo vegetativo.

    Tra le succulente meritano poi una particolare menzione anche le Euphorbiacae. Esse sono suddivise in numerosissime specie, caratterizzate da portamenti molto diversi tra loro. In particolare, ci soffermeremo qui sull’Euphorbia candelabrum. Questa varietà raggiunge notevoli dimensioni, si presenta come un intricato insieme di rami, verde scuro, dalle costolature spinose. La conformazione e l’impianto architettonico di tale pianta garantiscono, per l’osservatore, un impatto notevolissimo. La crescita non è rapida e per ottenere subito un risultato sarà, il più delle volte, necessario ricorrere a piante già formate e sviluppatesi negli anni. Per questo motivo nei vivai esse sono tenute in vasi di grandi dimensioni e ciò permette (tralasciando l’aspetto economico dato dai costi di acquisto, di trasferimento e di impianto!) un rapido e non traumatico loro posizionamento nel luogo prescelto.

    Siano esse ubicate ai lati di un cancello di accesso, dislocate in prossimità di edifici in pietra o in, ben individuati, angoli del giardino, l’area in cui saranno inserite assumerà subito un aspetto completamente differente. In particolare nelle giornate estive, le dimensioni della pianta, la sua particolare conformazione, i colori e la peculiarità della forma, unite all’ombra che i numerosi rami proiettano sul terreno, contribuiscono ad attirare l’attenzione dell’osservatore, persino di quello meno attento. Specialmente le persone abituate alle piccole Cactaceae in vaso, rimangono infatti veramente colpite da questa incredibile e prodigiosa, nel suo lento ma articolato accrescersi, varietà di Euphorbia.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com