Autore: Gabriele Serpe

  • Attentato Borsellino, oltre le celebrazioni un’eredità ignorata

    Attentato Borsellino, oltre le celebrazioni un’eredità ignorata

    Venti anni fa in Via D’Amelio, a Palermo, un’autobomba uccideva il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. La  ricorrenza che oggi ci troviamo a vivere, per la sua bruciante attualità, è tutto fuorché serena. Non solo a causa delle indagini giudiziarie su quella travagliata stagione, che le procure di Firenze, Palermo e Caltanissetta stanno portando faticosamente a termine; non solo perché la difficile situazione finanziaria costringerebbe il paese ad affrontare con ancora maggiore intensità, se è possibile, il problema delle risorse sottratte all’economia legale dalla criminalità organizzata; ma soprattutto perché lo Stato e la politica, dopo tanti anni, si accostano a questa commemorazione nella più totale impreparazione a farsi interpreti della sua profonda eredità morale.

    Ciò significa constatare con rammarico che, al di là del prevedibile teatrino di celebrazioni, corone di fiori, riconoscimenti, attestazioni di stima postume e discorsi commemorativi, a pochi, tra i rappresentanti delle istituzioni e quelli del popolo, viene spontaneamente riconosciuta l’autorità per esprimersi nel ricordo di Paolo Borsellino. A questa incombenza saranno certamente chiamati familiari, amici ed ex-colleghi di lavoro, alcuni dei quali, in effetti, sono oggi impegnati in politica oppure svolgono funzioni pubbliche nella magistratura. Ma al di là di questa cerchia c’è da dubitare che si possa dare per acquisita e metabolizzata la lezione storica di Falcone e del suo più caro amico. Anzi, sia tra gli attuali vertici dei partiti, sia tra le più alte cariche dello Stato, molti l’hanno colpevolmente, se non volutamente, ignorata.

    Certo in momenti come questi non c’è niente di più sgradevole che pretendere di farsi portavoce del vero pensiero e delle autentiche volontà dei morti, che chiamati in causa non possono più replicare. Ma è anche vero che sono state pronunciate parole talmente forti che oggi solo chi è in mala fede può far finta di non intendere. E sono state pronunciate con questa forza – in barba a chi dice che la magistratura dovrebbe fare il proprio lavoro in assoluto silenzio – proprio perché fossero udite anche da quelli che erano più distanti geograficamente, culturalmente o temporalmente; perché anche chi era troppo giovane per capire o troppo distante per compatire comprendesse che era richiesto anche a lui di non mettere la testa sotto la sabbia e di raccogliere il testimone.

    Ecco perché tutti abbiamo non solo il diritto, ma addirittura il dovere di confrontarci con l’esperienza di questi uomini; non di ripetere stancamente, ma di proseguire, rivedere, ampliare il senso del loro messaggio e della loro eredità storica. E questo – se necessario – anche contro l’inerzia dei governi e delle istituzioni.

    Nel 1989 Borsellino ebbe occasione di affrontare in pubblico il rapporto tra magistratura e politica e lo fece in un tono colloquiale ma non fraintendibile: «Ora, l’equivoco su cui spesso si gioca è questo. Si dice: “Quel politico era vicino a un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con l’organizzazione mafiosa, però la magistratura non l’ha condannato: quindi quel politico è un uomo onesto”. Eh no. Questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale. Vuol dire: beh, ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire: “quest’uomo è mafioso”. PERO’ siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, ALTRI organi, ALTRI poteri, cioè i politici, cioè le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, cioè i consigli comunali o quello che sia, dovevano già trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi. Che non  costituivano reato, ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Questi giudizi non sono stati tratti, perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza. […] Però c’è il grosso sospetto, che dovrebbe quantomeno indurre soprattutto i partiti politici a fare grossa pulizia. Non soltanto essere onesti; ma APPARIRE onesti, facendo pulizia al loro interno da tutti coloro che sono raggiunti comunque da episodi o da fatti inquietanti».

    Questo commento, che si adatta con una attualità straordinaria, ad esempio, alla recente assoluzione dell’ex-ministro Romano da imputazioni di mafia, non ha lo scopo di scaricare nella metà campo della politica la palla delle responsabilità: piuttosto ha lo scopo di svegliare l’opinione pubblica. Borsellino qui sta dicendo che la gente, gli intellettuali, i giornalisti, la società civile, la politica, in una parola tutte le forze attive del paese non si devono accontentare di un ruolo passivo di fronte allo svolgimento dei procedimenti giudiziari: al contrario devono assumere un ruolo attivo attraverso la diffusione di un’esigente cultura della legalità e del sospetto che filtri e valuti le vicende che emergono nel corso dell’azione intrapresa dalla magistratura inquirente.

    In particolare, anche di fronte ad un’assoluzione possono comunque essere riscontrati:

    1. fatti non penalmente rilevanti ma passibili di altro tipo di condanna (sociale, morale, deontologica, ecc.);
    2. condotte sospette, opache, inquietanti o comunque non chiarite, che invitano alla diffidenza e a un più prudente distacco da chi le ha messe in essere.

    Il primo caso è quello della vicenda giudiziaria di Andreotti, riconosciuto colpevole di partecipazione mafiosa sino al 1980, ma prescritto per decorrenza dei termini. Il senatore a vita non ha fatto un solo giorno di carcere, né gli è stato comminato un solo euro di multa: ma la società civile doveva e poteva reagire molto tempo prima censurando compatta un fatto tanto grave, mettendo in discussione la permanenza di Andreotti in senato, esigendo l’allontanamento dall’ex-presidente del consiglio dalla vita attiva e soprattutto non invitandolo a partecipare a dibatti e talk-show come si fa con qualunque altro rispettabile cittadino.

    Il secondo caso esprime un punto di vista ancora più dirompente: per esigere dimissioni o sanzioni in alcuni casi basta un grosso sospetto. Prendiamo il caso di Dell’Utri, altro senatore in forte odore di mafia. Quando si venne a sapere che partecipò alle nozze di un mafioso (Jimmy Fauci) tenutesi a Londra con invitati legati al mondo della malavita e che il diretto interessato aveva spiegato di essersi ritrovato lì in mezzo perché invitato il giorno prima da un amico (Salvatore Cinà, anch’egli mafioso) che aveva incontrato casualmente ad una mostra dei Vichinghi nella capitale inglese, tutto questo sarebbe dovuto bastare per esigere provvedimenti: come minimo le dimissioni dalla carica di senatore in via cautelativa. Non perché non potrebbe darsi la circostanza che Dell’Utri abbia detto la verità: ma perché tale eventualità è troppo labile e il rischio di ritrovarsi un amico dei mafiosi tra i rappresentanti del popolo troppo grosso. Meglio un Dell’Utri che ritorna ad essere un privato cittadino, che correre il rischio di far perdere credibilità all’intero Parlamento.

    Invece, proprio perché non si è avuta questa attenzione, oggi la fiducia della gente verso il supremo organo di rappresentanza è ridotta al lumicino. Eppure le parole di Borsellino erano chiare: non basta essere onesti, occorre apparire onesti. Ciò significa che sarebbe necessario rivalutare quella che con termine spregiativo viene chiamata “cultura del sospetto”: non un clima di sfiducia reciproca, ma un’abitudine, costantemente esercitata, a mettere sotto esame le persone a cui sono affidate responsabilità e poteri nell’interesse pubblico. Non si tratta di assumere per principio che tutte le persone debbano essere disoneste: si tratta piuttosto di non farsi prendere in giro.

    Per questo Borsellino chiedeva l’aiuto della gente e della società civile, cercando di risvegliare l’attenzione sulla condotta degli amministratori pubblici, ben conscio del fatto che un magistrato lavora più facilmente laddove i cittadini sono più attenti ed esigenti, mentre avanza con difficoltà ed è destinato a non produrre effetti apprezzabili, se il suo operato è percepito come un’intrusione.

    Purtroppo, lungi dall’aver messo a frutto questa eredità, l’abbiamo costantemente ignorata. E oggi le mafie possono vantare un fatturato enorme. E le celebrazioni per il ventennale di Via D’Amelio sono affidate ad un Presidente della Repubblica, che mentre i magistrati cercavano la verità sulle stragi, si adoperava per evitare guai a un testimone poi indagato: e quando qualcuno ha chiesto spiegazioni, non solo Napolitano non si è preoccupato di rendere conto all’opinione pubblica del suo operato, ma ha sollevato addirittura un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta per ottenere che nessuno ascolti le sue telefonate. Il contrario esatto di quell’esigenza di trasparenza che Borsellino auspicava. E un pessimo modo per onorarne il sacrifico.

    Andrea Giannini

  • L’inglese prende in prestito e non restituisce

    L’inglese prende in prestito e non restituisce

    In ambito economico, la parola inglese loan definisce una somma di denaro che la banca presta a un cliente per poi farsela restituire – con gli interessi.
    In linguistica, il concetto di prestito è invece diverso. Con loanword – si può anche scrivere staccato, loan word – si indica una parola che proviene da una lingua di origine ed entra a far parte in pianta stabile della lingua che la riceve.

    Essendo venuto nel corso della sua storia a contatto con un grande numero di lingue e culture, l’inglese ha accolto una notevole quantità di loanwords.
    In campo giuridico e amministrativo, il francese, lingua del potere in Inghilterra tra il 1066 e la fine del XIV secolo, ha contribuito largamente con parole come court, “tribunale”, bailiff , “ufficiale giudiziario”, jury, “giuria”, marquis, “marchese”, ecc.

    Il contatto con l’India, ex-colonia imperiale, ha portato termini quali guru, usato anche in italiano e derivante dal sanscrito, oppure “catamaran”, parola di origine tamil, mentre taboo è una parola polinesiana.

    Le scoperte del Nuovo e Nuovissimo Mondo e di ambienti sconosciuti agli occhi degli europei hanno reso necessario affidarsi, in alcuni casi, alle lingue delle popolazioni locali per dare un nome ad animali, come kangaroo oppure koala, derivanti da lingue aborigene australiane, o piante, come nel caso di potato, dallo spagnolo patata, proveniente a sua volta da lingue di popolazioni centroamericane.

    Non necessariamente l’inglese ha accolto loanwords soltanto dalle ex-colonie.  Non tutti lo sanno, ma la parola robot è stata introdotta dallo scrittore ceco Čapek. Saffron, “zafferano”, è una parola di origine araba, mentre tycoon, “magnate”, deriva dal giapponese.

    Anche l’italiano ha contribuito all’arricchimento lessicale della lingua franca globale. La musica, l’arte e la cucina italiane hanno sempre suscitato fascino e ammirazione nei paesi di cultura anglosassone e una parte considerevole della terminologia specifica è penetrata nella lingua inglese.
    Non vi suonano forse familiari parole inglesi quali opera, maestro, tempo, andante, adagio? Non preoccupatevi, invece, se la vostra conoscenza dell’inglese è scarsa. Basterà invocare pizza, spaghetti o pasta e sarete in grado di ordinare del cibo scongiurando il pericolo di morire di fame!
    Purtroppo, oltre a queste gemme culinarie e culturali abbiamo esportato nella lingua inglese anche parole odiose, quali Mafia, Camorra,’Ndrangheta, fenomeni che ogni anno, come predetto da Leonardo Sciascia si spostano sempre più verso nord. In Liguria, basta leggere i giornali per vedere come il fenomeno mafioso sia ormai parte integrante della nostra realtà. Roberto Saviano, in “Gomorra”, illustra in realtà come la Camorra si sia già spinta molto più a nord, fino ad Aberdeen, porto importante della Scozia e quindi nel cuore dello United Kingdom.

    Tornando ad aspetti prettamente linguistici, è curioso notare come talvolta la stessa parola indichi in italiano e in inglese due cose diverse. E’ il caso di confetti. In italiano indica un tipo di dolce, mentre in inglese significa “coriandoli”… Non propriamente il massimo per la digestione.
    Attenzione poi alla parola stanza: in inglese si usa soltanto in ambito letterario, indicando una “strofa”. Se quindi vi trovate in un albergo a New York o a Londra, ricordate quindi di chiedere se hanno a disposizione una room (“stanza”, “camera”), a meno che non vogliate dormire avvolti nell’opera omnia di Shakespeare.

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Spianata Castelletto: ecco la mappa tattile per non vedenti

    Spianata Castelletto: ecco la mappa tattile per non vedenti

    GenovaDa domani (mercoledì 18 luglio) il Belvedere Montaldo, noto a tutti i genovesi come “spianata Castelletto“, sarà dotato di una mappa modellata a rilievo per le persone non vedenti. L’intento è quello di far si che anche chi non può utilizzare la vista possa “guardare” il panorama più caratteristico di Genova.

    Le colline del plastico sono state create grazie allo studio preciso delle altimetrie e sono segnati tutti i principali monumenti, i campanili di San Lorenzo e delle Vigne, la collina di Sarzano sino alla Lanterna e ai grattacieli di San Benigno.

    Questa mappa si aggiunge alle altre tre già presenti a Genova – due al Porto Antico, sul piazzale e nei pressi dei chioschi informativi, e una sul Mirador del Galata Museo del Mare –, nasce da un’idea di Lidia Schichter ed è stata realizzata per il Comune di Genova da Happy Vision, azienda leader in ambito accessibilità per non vedenti ma non solo.

    L’iniziativa, che fa parte del progetto “Cultura oltre i limiti” promosso dal Settore Musei del Comune di Genova, si inserisce in un più articolato programma di attenzione che il Comune sta riservando ai cittadini non vedenti. Da ricordare i percorsi tattili del Museo di Sant’Agostino e della Galleria d’Arte Moderna di Nervi, il “tavolo girevole” di Palazzo Bianco e la descrizione in caratteri braille sui calchi in ceramica esposti.inoltre, a supporto di alcune riproduzioni di vasi delle Collezioni civiche, è stato posizionato un tavolo girevole, appositamente pensato per i non vedenti e gli ipovedenti. I calchi in ceramica esposti hanno la descrizione in caratteri braille.

  • Alpette Rock Free Festival, ecco l’alternativa al Balla coi Cinghiali

    Alpette Rock Free Festival, ecco l’alternativa al Balla coi Cinghiali

    Il 26-27-28-29 luglio, ad Alpette (TO), ha luogo ARFF 2012, ovvero l’Alpette Rock Free Festival, festival musicale – gemello del noto Balla Coi Cinghiali di Bardineto – che arriva quest’anno alla nona edizione; l’Associazione Culturale ToLocals, insieme al laboratorio di comunicazione Dunter, propone un evento culturale a 360 gradi, con quattro giorni di attività artistiche, performance e musica per uno spettacolo rigorosamente gratuito voluto con grande forza dagli organizzatori e dal pubblico, nonostante le crescenti difficoltà organizzative.

    Quest’anno ARFF si candida ad accogliere molti orfani – liguri e non – di Balla coi Cinghiali, che è stato annullato per quest’estate. Ne abbiamo parlato con Salvatore Perri, direttore artistico del festival: «In primis ci dispiace molto aver ricevuto la notizia della dipartita di BCC per questo 2012 – dice Salvatore – BCC è diventato ormai un punto di riferimento per gli amanti della musica live italiana e la voragine che ha creato non può destare che un grande dispiacere. Molte persone facenti parte dello staff di ARFF, ogni anno, immancabilmente, si dirigono tra gli Appennini di Bardineto a metà AgostoAlpette Rock Free Festival e Balla Coi Cinghiali sono gemellati da uno stile che ha caratterizzato gli ultimi anni della fruizione musicale italiana. Una fruizione ritornata alle origini, basata non esclusivamente sul contenuto musicale, ma sulla voglia di voler vivere un festival in tutte le sue sfaccettature. Dal campeggio, al sole, alle montagne e una voglia di giocare a fare Woodstock senza però essere troppo nostalgici. Ci siamo conosciuti proprio per questa attitudine comune e ormai da anni ci supportiamo per mantenere alta questa tipologia di progettazione artistico-musicale. Siamo certi che Balla tornerà e il suo Cinghiale sarà più testardo che mai. Noi li aspettiamo a braccia aperte».

    Oggi realtà consolidata, ARFF è nato nel 2004 con dimensioni molto più piccole, come evento organizzato tra amici, crescendo anno dopo anno: «Tutto è cominciato una domenica settembrina di ormai 9 anni fa in un piazzale, sull’asfalto, senza un palco. Suonavano gruppi di amici davanti a qualche decina di persone. Negli anni la voglia di mettersi in gioco e provare a professionalizzarci ci ha portato a costruire un evento su più giorni che avesse come spirito imprescindibile la gratuità. Oggi, nel 2012, lo spirito è rimasto intatto e il pubblico è aumentato a dismisura. Ormai i passaggi sono di 2000 persone per ogni serata. E se pensiamo che Alpette è un comune di 200 abitanti a 1000 metri s.l.m. per noi questi sono risultati sensazionali. Per quanto riguarda il numero degli artisti coinvolti, quest’anno ci aggiriamo intorno ai 30, ai quali bisogna aggiungere ancora gli scrittori e i registi che, per la prima volta, avranno a disposizione un proprio spazio per esprimersi e aumentare l’offerta culturale». Andare avanti e offrire uno spettacolo di più giorni in una situazione economica critica che penalizza in primis la cultura è a un tempo ammirevole e arduo, e le difficoltà non mancano; per una volta però si può registrare la presenza positiva delle istituzioni. Racconta Salvatore: «Sai, lo scorso anno abbiamo avuto enormi problemi di progettazione dovuti a mancanze di tipo economico. Abbiamo quindi chiesto alle nostre community una cosa chiara e semplice: “Ma tu ci credi in ARFF?”. La risposta è stata strabiliante. Il pubblico si è mosso, ha reagito e ha supportato il Festival organizzando iniziative culturali, serate benefit, donazioni online e molto altro ancora», dimostrazione di quanto positivamente la gente risponda alle iniziative culturali e artistiche, soprattutto quando si tratti di eventi ricorrenti che entrano nel cuore degli appassionati e diventano appuntamenti irrinunciabili.

    «Il vero motivo che ci spinge ad andare ancora avanti è proprio quello di voler ringraziare, più che mai, chi ci ha dimostrato questo grande affetto. Senza di loro, Alpette Rock Free Festival non esisterebbe più. Per quanto riguarda il supporto dalle istituzioni invece, è doveroso ringraziare la Camera di Commercio di Torino, il Comune di Alpette e la Fondazione CRT che hanno creduto nell’idea di progetto culturale permettendoci ancora una volta di esserci».           

    L’edizione di quest’anno prevede, oltre ai concerti, una serie di attività durante l’arco di tutte le 4 giornate: «Attività di yoga e meditazione al mattino, sonorizzazioni elettroniche all’interno del Planetario, l’apertura straordinaria dell’Osservatorio Astronomico per la visione del Sole, presentazioni di libri (Mao, Fabrizio Vespa, Marco Peroni, Rocco Sciarrone), salotti con gli artisti a cura di Rockerilla, proiezioni di videodocumentari e moltissimo altro ancora. Vi aspettiamo dal 26 al 29 Luglio. Sarete i benvenuti. L’unica regola qui è quella di rispettare il paese e i suoi abitanti. Di darsi una mano vicendevolmente per mantenere “pulito” il Festival. Ci piace pensare che (e questo è il motto di ARFF, n.d.r.): “Qualcosa Accadrà. E sarà incredibile”».

    Per tutti gli aggiornamenti si possono consultare la pagina Fb dell’evento e il sito dell’Associazione Culturale tolocals.com.

     

    Claudia Baghino
    [foto di Constanza Rojas]

  • Piergiorgio Colombara, a tu per tu con il celebre scultore genovese

    Piergiorgio Colombara, a tu per tu con il celebre scultore genovese

    Piergiorgio Colombara, artista genovese, è in attività dalla fine degli anni settanta; ha al suo attivo numerose personali e collettive sia in Italia sia all’estero, e una recente partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2009. A Genova ha esposto l’ultima volta nel 2011 presso il Palazzo della Borsa con una mostra intitolata “La sala delle grida”. L’abbiamo incontrato nel suo studio dove abbiamo parlato del suo lavoro, circondati dalle sue opere, disegni, collages, e sculture leggere e dorate.

    Come è emersa in te l’esigenza di fare scultura?
    Io ho studiato architettura quindi c’è sempre stato in me un interesse per la forma e lo spazio. Non mi interessava fare l’architetto, ma lo studio dell’architettura, e questo studio me lo sono portato dietro poi nella mia ricerca e nel mio lavoro. Anche nelle mie prime sculture lo spazio è sempre molto importante.

    Come si è evoluta negli anni la tua ricerca? E inoltre, è una ricerca interiore che prende forma visibile nell’opera, o il primo spunto viene dall’esterno?
    Io cerco di dare forma all’interno, a ciò che vivo internamente; è una scultura che – così come i miei disegni e i collages – parte da elementi come il tempo, la memoria. Sto attento alla poetica delle forme e dei contenuti.

    Scultura, disegni, collages sono binari paralleli?
    Sono binari paralleli da sempre; i grandi disegni poi possono sfociare in sculture, ma nascono autonomamente.

    Quando un’opera è sottoposta al pubblico, a meno che l’artista non sia lì ad illustrarla a ogni singolo spettatore, la fruizione avviene attraverso la sensibilità personale e l’individualità di ognuno, quindi possono esserci tante interpretazioni quante sono le persone che guardano l’opera. Tu credi che l’arte vada spiegata? E se qualcuno vedesse in un tuo lavoro qualcosa di lontano o opposto a ciò che volevi esprimere?
    Libertà assoluta. Si possono mettere certi paletti, ma molto generali, e io tendenzialmente non spiego mai… tecnicamente sì, ma sul significato no, non l’ho mai fatto.

    Che materiali prediligi e come li lavori?
    In scultura ho lavorato, fino al 2000, materiali come ottone, rame, ferro, piombo, cera. Io faccio il modello e poi lo porto in fonderia, dove il lavoro va avanti insieme al fabbro. Da questo vanno escluse le cose piccole che invece faccio qui in studio. Fino al 2000-2001 avevo già fatto opere in bronzo ma in maniera sporadica (una molto grande per esempio quando avevo vinto un concorso a Venezia): da allora invece ho cominciato a lavorarlo in modo più sistematico, utilizzando prevalentemente questo materiale.

    La suggestione di certe superfici dorate mi ricorda le “cascate d’oro brunito” di Baudelaire… c’è qualche eco di letteratura, poesia o musica nei tuoi lavori?
    Sì, da sempre. Io amo molto anche cinema e teatro, quindi grande attenzione alle sceneggiature, tant’è vero che quando faccio delle installazioni sono sempre molto teatrali. Mi interessa come viene fuori l’opera, ma soprattutto come dialoga con lo spazio; non si può fare sempre un’installazione perché ci vogliono determinate condizioni, ma quando è possibile a me interessa stravolgere lo spazio. Per esempio in occasione di una mostra che avevo fatto alla Permanente a Milano avevo trasformato il grande spazio espositivo bianco, asettico, di 500 metri quadrati, in una grande quinta teatrale nera, dove ho collocato tutte le opere. Anche lì la cosa più importante per me è stato stravolgere lo spazio e farlo diventare un’altra cosa.

    A tal proposito, due tematiche che tratti sono la “assenza-silenzio” e la “memoria-spazio”. Puoi spiegarle?
    La memoria-spazio è una memoria atemporale, non solo mia. Entrano dentro il mio lavoro le fascinazioni delle architetture medievali per esempio. Il silenzio invece è per esempio in queste sculture degli ultimi dieci anni in cui non c’è corpo: il corpo se ne è andato, rimane solo l’involucro, la veste, quindi il silenzio. E c’è la memoria di quello che poteva esserci dentro. La vita, l’assenza della vita. Tutti questi elementi sono presenti nella mia ricerca fin dall’inizio.

    Dalle opere di piccolo formato alle installazioni ambientali: in quale dimensione ti trovi più a tuo agio?
    Per me non ci sono differenze: se l’opera piccola è felicemente realizzata, si può realizzare anche quella grande. Le uniche differenze sono di tipo tecnico, nei materiali, ma l’equilibrio che c’è nel piccolo c’è anche nel grande. E poi dietro ogni opera c’è una riflessione, un lungo percorso che dura a volte mesi, dal progetto all’opera finita.

     

     

     

     

     

     

    Secondo te cosa manca a Genova per favorire gli artisti contemporanei?
    Intanto mancano grosse gallerie e grossi mercati; negli anni sessanta e settanta ci sono state gallerie importanti a livello nazionale e non solo. Realtà di quel tipo sono trainanti per l’interno e per l’esterno, ma se non ci sono questi punti fermi in una città, ecco che viene meno tutto il giro. Poi c’è un problema di mentalità, non c’è mentalità del rischio, quindi quando va bene l’autore in questa città sopravvive, oppure se ne deve andare. O altrimenti sta qui ma lavora fuori; io lavoro molto con gallerie di Milano. Ho lavorato molti anni con gallerie di qui ma il risultato è stato sempre piccolo. Le istituzioni adesso fanno quello che possono, ma in passato non hanno mai brillato. Chi ha fatto il lavoro sono sempre state le gallerie private. Adesso che non ci sono soldi poi è ancora più difficile. Per come è oggi a livello mondiale, il contemporaneo diventa remunerativo solo se si fanno grosse strutture, con grandi impegni e collaborazioni tra pubblico e privato; ci sono anche dei pericoli, perché ciò a cui stiamo assistendo è che l’arte contemporanea di alto mercato è solo mercato. Sono operazioni commerciali internazionali in cui si fanno alzare le quotazioni di un artista, ma l’arte non è quello.

    L’annosa questione su cui si interrogava già Duchamp… 
    Duchamp in questo è stato eccezionale, il negativo è stato decenni di piccoli “duchampini”… comunque scrittori e critici ultimamente stanno scrivendo su giornali e libri circa le cose che non vanno nell’arte contemporanea, del fatto che il mercato è diventato preponderante e che siamo vicini alla moda, al lancio di un autore come fosse il lancio di un prodotto.

    Parlando di pubblico invece, forse qui ha pochi strumenti critici per capire l’arte contemporanea.
    Qui a Genova sì, però ci sono molte realtà in Italia che manifestano un enorme interesse per il contemporaneo, dove ci sono collezionisti che fanno a gara per comprare… mi vengono in mente Torino, Reggio Emilia, ma ci sono tante altre realtà, anche piccole.
    Purtroppo spesso l’arte contemporanea si è ridotta a un territorio d’elite, e questo è un errore; certo che i collezionisti e i critici capiscono, ma la massa con cui entrare in contatto è più grande.

    Claudia Baghino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Prima Luce, Sala Dogana: alla scoperta degli artisti selezionati

    Prima Luce, Sala Dogana: alla scoperta degli artisti selezionati

    Undici sono i lavori premiati nell’ambito della rassegna Prima Luce e presentati presso gli spazi di Sala Dogana durante l’inaugurazione di ieri; undici invece che quindici, quanti dovevano originariamente essere i vincitori scelti tra i numerosi artisti partecipanti, perché «è stato applicato come criterio imprescindibile per la scelta la qualità delle proposte, e inoltre sono stati privilegiati quei lavori che presentassero una caratteristica di progettualità» dice l’organizzatrice del concorso Angela Ferrari; «lo scopo di questa iniziativa è dare risalto e possibilità di esporre a giovani artisti che da soli incontrerebbero maggiori difficoltà ad emergere».

    «È stata davvero una scelta difficile – così Elisabetta Papone, direttrice del Centro di Documentazione per la Storia, l’Arte e l’Immagine, docente di Storia della Fotografia presso l’Università di Genova e facente parte della commissione che ha decretato i vincitori (insieme a lei Paola Valenti, ricercatrice della stessa Università, e Federica De Angeli, fotografa) –  principalmente per due motivi: l’estrema libertà concessa ai concorrenti (il tema era libero) che ha reso complicato il giudizio perché lo si è dovuto dare su opere completamente differenti sia a livello concettuale sia a livello tecnico; e il fatto di dover giudicare avendo a disposizione il concept, il bozzetto, ma non l’opera allestita nella sua veste finita. Abbiamo premiato l’immediatezza espressiva, l’efficacia emotiva delle opere».

    Sette artisti selezionati per la sezione Foto, tre per la sezione Audiovisivi, una artista per la sezione Installazioni. Di seguito, le loro opere nelle parole scambiate con chi, tra loro, era presente all’inaugurazione.

    Christian Devincenzi presenta un’elaborazione digitale (still da video su fotografia analogica) cui dà il titolo di un’isola del nord dell’Inghilterra, Lindisfarne: «È un’isola che non ho mai visitato ma la cui storia mi ha colpito molto. È un’isola tidale, cioè raggiungibile solo in certi momenti della giornata a seconda della marea, e rappresenta quello che è per me un contrasto interiore, che consiste nel non riuscire a vivere con tanta tranquillità una modernità che si scontra con il mio vissuto: l’essere nato in un paesino di poche anime votato all’agricoltura, e l’essermi poi trasferito a vivere in città, cosa che rende difficile il ritorno a casa…sento questa cosa andare e venire come l’onda di una marea, non ho ben chiaro quale sarà la mia dimensione». Le immagini che compongono il collage sono foto fatte in Danimarca e frame tratti da video presi dal web, e rappresentano il contrasto protagonista dell’opera e caratterizzante anche la storia dell’isola, i cui monaci fuggirono cacciati dai Vichinghi per tornare solo duecento anni dopo: «È un po’ quello che prevedo per me, vivere la modernità difficile cui ci stiamo abituando e lentamente poi tornare alla modernità come la vorrei vivere io, fatta di una dimensione molto più familiare e rurale».

    Federica Tana presenta Stesi e Sospesi, sequenza di fotografie digitali in cui, appesi a un filo per stendere, appaiono gli oggetti più insoliti ordinatamente sistemate in brevi file colorate: «È iniziato tutto quando ho guardato fuori dal terrazzo di casa e i panni stesi, con i loro colori, facevano molto contrasto col cielo nuvoloso. Sono molto attratta dai dettagli, dalle cose colorate e da ciò che sfugge alla gente, perciò li ho subito fotografati. Poi ho pensato che le file di mollette sembravano uccellini col becco aperto rivolto al cielo, e ho continuato a scattare sul tema degli oggetti stesi, però sono oggetti strani: scarpe, asparagi….mi piace anche inventare quello che fotografo. Ho sistemato io gli oggetti per le foto, tranne nella prima, che è quella che mi ha dato il via e ha ispirato la serie».

    Emmanuele Panzarini porta in mostra Blue Sky Project, una serie fotografica realizzata tutta tramite smartphone, che ben si presta per approfondire il tema della diatriba, in atto ormai da alcuni anni, sul valore fotografico di immagini realizzate col cellulare o con fotocamere che – impostate in automatico – riducono il lavoro dell’autore al semplice clic e permettono buoni scatti anche al più inesperto amatore: «Ovviamente con l’avanzata delle nuove tecnologie la possibilità che le persone hanno di avvicinarsi alla fotografia è maggiore, e se da un lato questo crea più concorrenza, dall’altro giustamente si può dire che tutti si credono fotografi perché hanno la reflex digitale. Io la vedo diversamente: come fotografo e come artista mi interessa provare a utilizzare tutte le tecnologie che mi permettono di eliminare fisicamente la macchina fotografica, come l’Ipad o lo smartphone. Mi pongo una sfida, limitando moltissimo le possibilità esecutive perché non posso cambiare obiettivo e impostazioni come nella normale macchina, ma d’altro canto questo approccio mi fa avvicinare alle cose, agli oggetti, guardandoli in maniera diversa per poterli fotografare ugualmente anche senza fotocamera; inoltre se tutti possono più facilmente fotografare, spiccare è più difficile e bisogna avere davvero una buona idea. Non basta che lo scatto sia bello, deve emozionare, e questo aspetto oggi è fondamentale, molto più che in passato».

    Laura Baldo è presente con Voci del Quotidiano, un’installazione fatta di un parallelepipedo sui cui lati sono applicate quattro fotografie coloratissime in cui, immortalati sui vetri di negozi, si confondono riflessi della città: arredi urbani, fiori, autobus, tavolini, e persone, una moltitudine in perenne movimento. «Sono riflessi veri, solamente contrastati in postproduzione per accentuarne i colori e rendere più visibili l’interno e l’esterno, che rappresentano il duplice aspetto di una quotidianità in cui si incontrano spesso le stesse persone nei tragitti di ogni giorno senza però mai parlare con loro, quindi queste persone sono a un tempo sconosciute e conosciute».

    Antonio Buttitta espone J. Prévert – Per te Amore Mio/Pour Toi Mon Amour, installazione audiovisiva in cui alla voce di un attore che recita la celebre poesia di Prévert si accompagna una sequenza di immagini in un bianco e nero leggermente sporcato, a conferir loro un sapore antico: «Ho scelto Prévert perché è un poeta che mi piace molto, l’ho conosciuto da piccolo in uno tra i libri che erano in casa, e perché secondo me si presta ad essere “fotografato”, nel senso che i versi di questa poesia sono facilmente traducibili in immagini: quindi ho cominciato una ricerca, e ho elaborato l’opera con Federico Giani, voce narrante e attore diplomato allo Stabile di Genova, che mi ha suggerito attenzione per la componente “metallica” della poesia, che quindi ritorna in tutte le immagini attraverso la statua, gli anelli, la catena, le gabbie. Infine Prévert è molto conosciuto e amato da tanti, perciò mi sembrava che potesse essere di facile comprensione: lui cerca l’amore, facendoci capire che non si può contrattarlo, negoziarlo, comprarlo. L’amore avviene e basta».

    Giulia Flavia Baczynski presenta Limes/Limen, un lavoro sul concetto di limite come frontiera ma anche come soglia, e una riflessione sulla periferia-ghetto, separata dal resto della città proprio da una linea di confine: «Ho scelto la ferrovia della mia città, Mantova, per esprimere questo concetto di limite, perché Mantova già di per sé ha tanti limiti: nella parte superiore c’è l’acqua, che separa parte della città dal resto che sta oltre i laghi, e nella parte inferiore c’è la ferrovia, che se da un lato crea il collegamento est-ovest, dall’altro traccia una separazione netta nord-sud e il quartiere che sta sotto la ferrovia è completamente staccato dal resto della città, pur facendone parte, e ha dinamiche interne tutte sue: c’è la classica corte di campagna della pianura padana accanto all’edificio da dieci piani in costruzione, presenta problemi di tipo sociale essendo un quartiere da sempre malfamato proprio per il fatto di essere al di là della ferrovia, usato per mandarci tutte le persone che erano state sfrattate dalle loro case; mandandole oltre quel limite le si allontanava dalla vista e dal vissuto cittadino. Adesso si è un po’ ripreso ma resta un quartiere sul limite, con tanti immigrati e nessun locale o negozio, nemmeno uno. L’unica realtà viva è un circolo Arci». Tale fisionomia è facilmente applicabile ad almeno un quartiere in ogni città, cosa che rende quindi universale il racconto di Giulia: «Guardando le foto può sembrare una qualsiasi periferia di una qualsiasi città».

    Nuvola Ravera, con l’installazione audiovisiva Erbario Familiare, mette su schermo una profonda riflessione su spunti offerti dalla sua stessa vita: partendo dal suo vissuto, ragiona sui concetti di famiglia e di casa, sul fatto che tradizionalmente le due cose coincidano e come siano invece cambiate – nella società attuale – nella forma e nella sostanza, e cerca di spostarsi dall’esperienza soggettiva a quella collettiva: “L’anatomia della famiglia nella società attuale viene messa continuamente in discussione. […] In uno scenario di reiterato riposizionamento in risposta a condizioni ambientali date nascono nuove forme di occupazione dell’esistenza e dello spazio” così recita il testo che accompagna l’opera, medium fondamentale per comprenderne il significato, che l’artista vuole sia chiaro per il fruitore, al quale racconta, tramite le parole scritte, la storia della sua infanzia nomade, e come “ogni persona incontrata durante la mia crescita ha assunto la posizione di un nuovo familiare, ogni luogo è stato casa e nessuno al tempo stesso lo è stato davvero. […] Una tale posizione […] mi ha portato a interrogarmi parecchio sulla portata che hanno le scelte relazionali e abitative di una famiglia”. Dice: «Il titolo rimanda a questo archivio che mia nonna aveva quand’ero piccola, in cui collezionava erbe, piante e fiori che trovava nei campi; la connessione con l’opera è l’intento di ricostruire questa sorta di tassonomia, una presentazione di diverse “specie” che sono la mia famiglia. Questo è un progetto molto ampio che va avanti da anni ed è fatto di materiale fotografico, testi e oggetti. In questa occasione ho voluto unire il materiale fotografico in una specie di nostalgico slideshow di vecchie diapositive, che rappresentano il ricordo».

    Claudia Baghino

  • Piante succulente: la famiglia delle agavacae

    Piante succulente: la famiglia delle agavacae

    Dopo l’introduzione generale alle succulente, nelle prossime tre settimane ci dedicheremo ad alcune tipologie di queste particolari piante. Cercheremo di sottolinearne le principali caratteristiche botaniche, prediligendo quelle più diffuse, le più spettacolari da un punto di vista estetico e le meno note al grande pubblico.

    Nello specifico, oggi parleremo dalla famiglia delle agavacae, soffermandoci in particolare sul genere delle agavi. Queste ultime sono piante molto diffuse in Italia ed anche in Liguria. Non presentano esigenze colturali particolari, danno ottimi risultati e raggiungono, nel tempo, dimensioni piuttosto ragguardevoli (anche più di un metro di diametro del cespo).

    Da un punto di vista estetico, si presentano come un insieme di foglie lanceolate, dure, molto fibrose e generalmente dotate di una spina all’apice.

    Le agavi sono originarie dell’America meridionale, molte vengono dal Messico. Tale provenienza ha evidentemente permesso la loro facile adattabilità al clima mediterraneo. In Europa, in origine erano quindi presenti solo nei giardini privati ma, successivamente, la loro grande versatilità ne ha consentito la naturalizzazione e la colonizzazione di gran parte delle regioni affacciate sul Mare Mediterraneo.

    Al di là delle varietà più diffuse e note, di solito a foglia grigio-verde (Agave Americana), ricordiamo l’Agave Victoriae Reginae. Tale pianta è particolate in quanto non raggiunge grandi dimensioni e presenta delle foglie bianco-verdi screziate, caratteristica questa non molto diffusa nell’ambito delle succulente. Tale agave veniva originariamente impiegata, non per motivi estetici, bensì per la produzione di cibo, fibre vegetali e persino liquori.

    Una delle principali peculiarità delle agavacee consiste nel produrre, nel corso del proprio ciclo vitale (di media di 25-30 anni), una sola infiorescenza: un lungo scapo floreale (persino di 6-8 metri) da cui dipartono ramificazioni recanti un enorme numero di piccoli fiori (circa 20.000) di colore giallognolo ed intensamente profumati. Essa consiste in un vero e proprio ramo fiorifero di grandi dimensioni che si staglia, ben evidente, nel paesaggio circostante. Dato lo sforzo e l’impiego di sostanze nutritive necessario a produrre una simile fioritura, la pianta madre generalmente muore a seguito di tale ultimo atto estremo. Spesso però accade che gli stoloni, prodottisi nel tempo alla base della pianta, diano vita ad altre piccole agavi, identiche alla genitrice.

    Dal punto di vista dell’utilizzo pratico delle agavacee, ci limitiamo a fornire tre esempi di suo possibile impiego.

    Le agavi (quella americana ma anche altre varietà) possono, ad esempio, essere fatte crescere, in esemplare singolo in vaso, in contenitori lineari per inserirsi in un contesto moderno. Ben si adattano peraltro anche a contenitori in cotto, adeguandosi così a realtà più classiche. In entrambi gli impieghi, alla base potranno essere collocate altre varietà di succulente a sviluppo strisciante e dalle fioriture vivaci. L’impatto estetico ottenuto sarà comunque sempre di tipo rigoroso, scultoreo e notevole, specie quando più vasi, identici tra loro, si ripeteranno nella loro collocazione spaziale o verranno posizionati ai lati di un cancello o di una porta di accesso.

    Le agavi possono poi anche essere impiegate nelle fasce di terreno dei giardini, sul limitare esterno delle stesse o collocate a ridosso dei muri. In questo caso si suggerisce il loro abbinamento con la Bougainvillea Spectabilis del colore tradizionale viola-rosa, da fare crescere lungo i muri in pietra. Il colore verde-grigio dell’Agave Americana contrasta infatti perfettamente con il brillante sfondo vermiglio e richiama i colori delle strutture in muratura e dei muretti in pietra. Per completare l’insieme, peraltro di semplicissima manutenzione ma di notevole impatto estetico e di grande soddisfazione anche per il neo giardiniere, si potrà suggerire l’inserimento di altre varietà tipicamente mediterranee, di cui abbiamo già parlato in altro nostro precedente articolo.

    Da ultimo, suggeriamo di utilizzare le agavi, in gruppi preferibilmente dispari di tre, cinque o sette esemplari, disposti sfalsati in diagonale e lungo la linea di bordo delle fasce dei giardini mediterranei. Il risultato che si consegue è molto scenografico e quasi nessuna manutenzione sarà poi necessaria.

    L’effetto risulterà infine massimo se, come spesso accade, lo sfondo su cui si stagliano le lineari foglie grigio-azzurre delle agavi sarà il variegato e mutevole, a seconda delle stagioni e del differente impatto della luce del sole, blu-grigio del Mare Mediterraneo.

     

     

     

     

     

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’inglese come lingua globale, diamo i numeri

    L’inglese come lingua globale, diamo i numeri

    L’inglese è la lingua franca globale, ma questo non significa che tutti gli abitanti del pianeta lo sappiano parlare. Non è necessario andare lontano per rendersene conto: nelle nostre famiglie, per esempio, i meno giovani non sono normalmente in grado di parlare inglese perché a scuola hanno studiato altre lingue. Se ne accorgono subito anche i tanti visitatori che vengono in Italia per constatare, loro malgrado, che un gran numero di operatori in campo turistico non sanno andare oltre a “What’s your name?”

    A tale proposito, apro una parentesi con una considerazione personale. Credo che gli investimenti nella formazione linguistica – e non solo – degli italiani dovrebbero diventare una priorità in ambito pubblico e privato. La nostra classe dirigente, fatta non solo di politici, ma anche di imprenditori e manager, parla sovente della necessità di riguadagnare competitività, ma come si possono presentare le qualità dei nostri prodotti o del nostro paesaggio sul mercato internazionale se non si è in grado nemmeno di scrivere un’email in inglese? Sarebbe bene partire da queste problematiche concrete, invece che dalle discussioni sui massimi sistemi, e agire di conseguenza. Chiusa parentesi.

    Su una popolazione mondiale di sette miliardi di persone, possiamo stimare un numero di circa due miliardi di English speakers. La cifra è destinata a crescere, visto che ogni anno milioni di nuovi studenti si avvicinano all’inglese.

    Questi due miliardi di parlanti non costituiscono una massa omogenea: normalmente gli studiosi li dividono in tre macro-categorie a secondo del paese di provenienza.

    Da un lato, abbiamo territori dove l’inglese è la lingua madre, English as a Native Language (ENL) , come per esempio l’Inghilterra, gli Stati Uniti o l’Australia. Curiosamente, né in Inghilterra né negli USA il ruolo dell’inglese è stabilito de jure, probabilmente perché è stato sempre dato per scontato. Tuttavia, si registrano forti spinte verso un’istituzionalizzazione del ruolo dell’inglese specialmente negli Stati Uniti, dove la presenza di altre lingue – spagnolo in testa – è in costante aumento.

    Dall’altro lato, troviamo territori in cui l’inglese, seppur non parlato dalla totalità della popolazione, è la seconda lingua, English as a Second Language (ESL), o comunque ha un ruolo ufficiale e viene usato in contesti specifici quali quello accademico o amministrativo: è il caso di grandi paesi come l’India, la Nigeria o il Pakistan.

    Infine, abbiamo paesi dove l’inglese è una lingua straniera, English as a Foreign Language (EFL). Questo blocco può essere a sua volta suddiviso in due sottogruppi: nel primo inseriamo la Svezia, l’Olanda, la Danimarca e altri paesi in cui l’inglese è quasi una seconda lingua, sebbene non abbia un ruolo ufficiale. Esempi del secondo sottogruppo sono invece l’Italia, la Russia, il Giappone e la Cina: in questo caso, l’importanza dell’inglese è percepita per il suo ruolo di lingua internazionale e per le opportunità di carriera che può offrire.

    Ovviamente, se il grado di conoscenza della lingua e di scorrevolezza – in inglese fluency – è generalmente alto e uniforme tra gli speakers del gruppo ENL, il quadro diventa più eterogeneo nei paesi ESL e EFL, dove si passa da parlanti che padroneggiano l’inglese allo stesso livello dei madrelingua a casi di conoscenza molto più superficiale.

    Cerchiamo di dare ancora qualche numero, in particolare riguardo alla proporzione tra il numero dei native e quello dei restanti due gruppi. Il gruppo ENL conta all’incirca mezzo miliardo di persone: ciò significa che dei due miliardi di speakers of English soltanto una persona su quattro è madrelingua. In altre parole, avete molte più probabilità di parlare inglese con qualcuno che come voi non lo ha appreso dalla nascita, ma ha iniziato a studiarlo in età più avanzata.

    Dal punto di vista didattico, credo che a questo aspetto non sia stata ancora data la rilevanza necessaria, ma questo è un tema sul quale torneremo prossimamente… See you soon!

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Intercettazioni e politica: ecco lo show di Francesco Belsito

    Intercettazioni e politica: ecco lo show di Francesco Belsito

    Francesco Belsito, Lega NordE’ una vera fortuna che ancora non esista una legge contro le intercettazioni. Non solo perché sarebbe perfettamente inutile, e anzi dannosa; ma anche perché ci toglierebbe tutto il divertimento. Ieri in particolare sono uscite le intercettazioni dell’ex-tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, già indagato per appropriazione indebita e truffa ai danni dello Stato per la gestione clientelare e privatistica di quei rimborsi elettorali che noi stessi paghiamo ai partiti con le nostre tasse.

    Benché questi documenti aggiungano poco a quello che già si sapeva, sono comunque molto interessanti, perché ci aiutano a ricordare per quale motivo la politica in grande maggioranza, compreso il ministro Severino e persino il Quirinale, desideri così fortemente una limitazione alle intercettazioni. E viceversa per quale motivo a noi convenga che non vi sia posto limite alcuno. Ma oltre a questo, diciamoci la verità: sono anche uno spasso unico e impagabile.

    Lo stesso Belsito è una figura che è già tutta un programma. Basso, rotondetto e dalla vocina stridula, il nostro vanta già da giovane un curriculum di tutto rispetto: è infatti lo storico animatore e p.r. (addetto alle public reletions) delle serate genovesi del Cézanne. Di qui balza (non si sa bene come) al ruolo di autista del ministro berlusconiano della giustizia Alfredo Biondi. E per questo incarico di alta responsabilità viene premiato con ben due nomine a sottosegretario (l’ultima al fianco di Calderoli alla semplificazione normativa nell’ultimo governo Berlusconi) e  messo a capo della tesoreria della Lega Nord. Quindi riesce a farsi nominare addirittura vicepresidente (una carica che fino ad allora non esisteva) di una delle più grandi aziende di Stato: Fincantieri.

    Anche se non si sa bene quali esperienze nel campo della cantieristica navale potesse vantare, oggi sappiamo che fu lo stesso amministratore delegato Giuseppe Bono ad annunciargli la lieta novella: «Allora, la tua nomina è stata sbloccata». «Grazie mille!» risponde Belsito.

    A quel punto Belsito, uno sconosciuto partito dal nulla, è definitivamente dentro al giro che conta, dalla politica all’industria. E può manovrare in prima persona. E’ lui stesso infatti a muoversi, coinvolgendo lo stesso Bono, per far ottenere un posto d’oro in Fincantieri, in piena crisi, a Maurizio Barcella, autista e body-guard di Umberto Bossi. Se ne vanta al telefono proprio con la moglie del senataùr, Manuela Marrone: «Il direttore (Scarrone, ndr) mi ha detto: Franci, già che siamo in confidenza, guarda che noi a un diplomato di scuola professionale non l’abbiamo mai fatto firmare un contratto del genere. E’ la prima volta nella storia della Fincantieri».

    Troppo ottimismo: a quanto pare, alla fine la cosa non andò in porto. Ma è proprio con la moglie di Bossi che Belsito parla senza peli sulla lingua, e si lascia andare alle invettive più gustose. Quando la Marrone avanza il dubbio che il marito abbia lasciato un po’ andare il partito, l’ex-autista non si trattiene: «Ma troppo! Fanno tutti i loro comodi. Non c’è un settore che funziona. Le associazioni padane non funzionano… non funziona niente. Niente, niente (…) Io mi vergogno! Ma mi vergogno veramente. È tutto lo staff attorno! È una cosa impressionante (…) è composto da gente ignorante e da imbecilli». La risposta della Marrone merita di essere riportata: «Essendo lui un genio, ha potuto essere sempre contornato da imbecilli. Tanto faceva lui. È quello il problema!». Belsito non è convinto: due o tre sarebbe un conto, ma qui sono «tutti imbecilli!». Ma il suo bersaglio preferito è Calderoli, il ministro sotto il quale lui stesso stava lavorando: «Quello è un asino bardato da generale, il mio ministro. Quello è veramente un asino. Devo togliermi la soddisfazione di dirglielo, che è un asino, veramente. (…)  Se quello è diventato ministro, io un giorno posso pensare di fare il presidente. (…) Il Papa! (…) Io lo guardo e dico: che cosa ha fatto alla semplificazione normativa?». Impossibile non andare con la mente all’ormai celeberrimo rogo delle 375.000 “leggi inutili” che mise in piedi due anni fa lo stesso Calderoli, noncurante del ridicolo, noncurante del fatto che il suo collega Tremonti stimasse il totale delle leggi italiane in un massimo di 150.000 e noncurante dell’obiezione, avanzata da Gian Antonio Stella, secondo cui per approvarle, queste leggi inutili, il Parlamento Italiano in 150 anni di storia avrebbe dovuto lavorare al ritmo di una legge inutile all’ora (!), trovando poi anche il tempo di approvare quelle utili “risparmiate” dal ministro piromane.

    Altre telefonate memorabili sono intercorse con Renzo Bossi, che come tutti i giovanissimi ha bisogno della ricarica del cellulare (da venticinque euro al giorno, però) e anche della Viacard per l’autostrada. Insomma, nel suo complesso il quadro che emerge da questa folkloristica vicenda illustra al meglio il vero motivo per cui, al di là dei rilievi penali, si sta cercando di limitare le intercettazioni: perché rischiano inevitabilmente di lasciar intravvedere, tra i vari illeciti, anche il vero volto di questa classe politica decadente.

    La casta è già abituata a difendersi in vario modo dalle accuse penali: tra successi e insuccessi, ci ha fatto il callo. Ma dalla divulgazione di certe registrazioni troppo “genuine” teme di subire colpi d’immagine durissimi: teme insomma che la gente capisca. Eppure non avrebbero motivo di essere così preoccupati: cosa valessero davvero certi ministri, sottosegretari e consiglieri regionali i più lo avevano già capito da soli, anche senza intercettazioni.

    Andrea Giannini

  • Fiera internazionale del disco a Genova, ospiti J-Ax e Freak Antoni

    Fiera internazionale del disco a Genova, ospiti J-Ax e Freak Antoni

    Torna la kermesse genovese dedicata ai collezionisti di dischi. I migliori espositori a livello europeo si danno appuntamento questo fine settimana al Porto Antico di Genova per dare vita alla seconda edizione della Fiera internazionale del Disco.

    Saranno presenti tutti i generi musicali, i dischi introvabili e i grandi classici, inoltre, quest’anno, l’organizzazione propone anche due contest fotografici: “I love my record” e “I love your records”. Nel primo caso si dovranno inviare fotografie riguardanti “la rarità discografica fra quelle in tuo possesso di cui vai maggiormente fiero”, nel secondo, invece, ci si potrà improvvisare reporter inviando foto scattate durante i tre giorni di fiera. Le foto partecipanti saranno postate sulla bacheca facebook della Fiera, quella che otterrà il numero maggiore di “mi piace” riceverà una sorpresa… È possibile inviare le foto all’indirizzo mail: scatti.fieradeldiscogenova@gmail.com

    Il piatto forte di questa seconda edizione è l’incontro in programma venerdì 13 alle 16,30 organizzato da Scaramantico Records: lo storico leader degli Skiantos Freak Antoni e l’ex Articolo 31 J-Ax saranno a disposizione del pubblico presente per un momento di scambio e confronto.

    Orari di Apertura
    Venerdì 13 Luglio : 14.00 – 23.00
    Sabato 14 Luglio : 10.00 – 23.00
    Domenica 15 Luglio : 10.00 – 19.00

    Contatti: 3477655538 – fieradeldiscogenova@gmail.com
    http://www.facebook.com/ernyaldisko.eventi

  • Mass Camera: presentazione dell’iniziativa di Laboratorio Genova

    Mass Camera: presentazione dell’iniziativa di Laboratorio Genova

    mass-camera“Basta un buco…”, questo lo slogan di Mass Camera, l’iniziativa di Laboratorio Genova che sarà presentata giovedì alle ore 18,30 nel locale di Spazio Cernaia 10r alla Maddalena. Per l’occasione aperitivo, musica e… Mass Camera a distribuzione gratuita.

    Che cos’è la Mass Camera? E’ una fotocamera tascabile da attaccare ovunque. Negli scorsi incontri i ragazzi di Laboratorio Genova ci avevano infatti dimostrato che è sufficiente una qualsiasi scatola e un supporto fotosensibile per fare una macchina fotografica (tecnica fotografica del foro stenopeico).

    Giovedì saranno distribuite le Mass Camera alle persone che la richiederanno, le quali dovranno poi posizionarla a piacere in un angolo della città per immortalare i ritratti più inaspettati di Genova. Tutti gli scatti saranno pubblicati su massgenova.com e raccolti in una mostra.

  • Smart Cities, il bando del Miur: idee al servizio della città

    Smart Cities, il bando del Miur: idee al servizio della città

    Da pochi giorni è stato pubblicato sul sito del Ministero Università e Ricerca (MIUR) il bando Smart Cities & Communities and Social Innovation, un’occasione interessante per tutti coloro che vogliono agire da protagonisti nello sviluppo dell’ambiente cittadino dando un contributo concreto al fine di accrescerne la vivibilità.

    Il MIUR assegna 655,5 milioni di euro (di cui 170 mln di contributo nella spesa e 485,5 mln per il credito agevolato) a imprese, centri di ricerca, consorzi e società consortili, organismi di ricerca con sedi operative su tutto il territorio nazionale.

    E’ ammessa la presentazione di due differenti proposte: le Idee Progettuali e i Progetti di Innovazione sociale.

    Idee progettuali (scadenza bando 9 novembre 2012): devono costituire veri e propri interventi e sviluppare modelli per risolvere problemi di scala urbana e metropolitana negli ambiti individuati dal MIUR: sicurezza del territorio; invecchiamento della società; tecnologie welfare e inclusione; domotica; giustizia; scuola; waste management; tecnologie del mare; salute; trasporti e mobilità terrestre; logistica last-mile; smart grids; architettura sostenibile e materiali; cultura heritage; gestione risorse idriche; cloud computing technologies per smart government.
    La partecipazione di università e del sistema pubblico di ricerca deve essere pari almeno al 20%. Possono presentare un progetto al massimo otto proponenti e il costo complessivo deve essere compreso tra i 12 e i 22 milioni di euro. Il termine per il completamento delle attività è il 30 dicembre 2015.

    Progetti di Innovazione sociale (scadenza bando 7 dicembre 2012): idee per risolvere problematiche del territorio urbano, con riferimento alle aree individuate nel bando (vedi sopra). Rivolto ai giovani, saranno destinati ai progetti un totale di 25 milioni(costo massimo singolo progetto 1 milione di euro).

    L’augurio è quello di vedere dei risultati concreti e naturalmente di assistere a una partecipazione numerosa: può essere l’occasione di una vera collaborazione tra soggetti diversi; in particolare, sarebbe incoraggiante veder avviarsi il dialogo e lo scambio reciproco di idee e punti di vista tra mondo delle imprese e mondo dell’Università che un po’ ovunque in Italia tendono a indebolirsi giorno dopo giorno. Salvo poi lamentarsi dello status quo.
     
    ​​​​​​​​​​​Michele Archinà
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Trenino di Casella: il rischio chiusura e la vocazione turistica inespressa

    Trenino di Casella: il rischio chiusura e la vocazione turistica inespressa

    La vicenda che riguarda la linea ferroviaria Genova-Casella è fatta di luci e ombre e di aspetti controversi. A.M.T non riesce a far fronte ai costi di manutenzione e gestione del servizio e, nonostante gli sporadici annunci che gridano al rischio chiusura, da ormai troppo tempo non viene presa nessuna decisione in merito. La motivazione che sta alla base di questo nostro excursus è duplice: in primo luogo vogliamo capire se di questo problema complesso esiste una soluzione ottimale o almeno capace di scontentare il meno possibile le parti in gioco. La seconda, più realistica, è quella di parlare e far parlare di un tema che nel nostro Paese è attualissimo e più che mai urgente: gli sprechi e i tagli alla spesa pubblica.

    Per cominciare siamo andati a parlare con chi alla sopravvivenza dello storico trenino ci tiene e lo sta dimostrando con una serie di azioni concrete: Silvia Bevegni è la promotrice del comitato Salviamo il trenino di Casella, una realtà che esiste già da qualche anno e che l’aprile scorso ha dato il via a una raccolta firme per sensibilizzare cittadini e politici sul tema. «Lo scopo è quello di sollecitare in particolar modo le Amministrazioni Comunali dei territori attraversati dal trenino (Sant’Olcese, Casella e Serra Riccò, ndr) affinché si facciano reali interlocutori di A.M.T. S.p.a. e della Regione Liguria in merito alla tutela, alla salvaguardia e alla promozione del servizio ferroviario F.G.C. (Ferrovia Genova-Casella, ndr)».

    A Silvia non va giù l’ambiguità della situazione attuale nella quale tutto sembra immobile ma tendente verso un progressivo degrado e un’irrimediabile incuria: «L’iniziativa del 23 Giugno (Stazioni pulite sulla Ferrovia Genova Casella, ndr) ci ha permesso di toccare con mano quale sia lo stato di abbandono di alcune stazioni attraversate dal trenino. Sembra che A.M.T. abbia dimenticato completamente i suoi doveri». Già. Perché A.M.T. ha un Contratto di servizio con la Regione Liguria che scadrà nel 2019 e che fino a quel momento vincola l’azienda alla manutenzione e alla gestione del servizio.

    «A.M.T. riceve un milione e seicento mila euro all’incirca ogni anno e questo denaro copre il cento per cento dei costi di manutenzione ordinaria dell’infrastruttura», ci racconta Andrea Martinelli, membro del comitato, appassionato di treni ma anche molto informato sulle questioni più strettamente economiche. «Se pensiamo a quanto erogato dalla Regione Liguria a Trenitalia (80.148.182 €) e che tale sussidio garantisce solo una minima parte dei costi derivanti dal mantenimento dell’infrastruttura (la parte restante è coperta direttamente dal Ministero dell’Economia e delle Finanze attraverso trasferimenti diretti di denaro) i costi per la collettività della FGC sono molto bassi, anche confrontando i costi unitari (parametro più corretto essendo i volumi di traffico assai differenti)».

    Come? Le alternative sono molte ma tutte basate su un principio: della linea Genova-Casella va valorizzata soprattutto la vocazione al turismo, che può contribuire in modo significativo a rimettere in sesto i conti. «Secondo un’autorevole studio inglese – ci spiega Andrea –  per ogni euro investito in una ferrovia turistica se ne generano tre a beneficio dell’economia locale». Valorizzare anche in questo caso non significa affidarsi solo al passaparola ma a investimenti più consistenti e mirati nella pubblicità ad esempio con campagne di promozione sistematiche. C’è il caso virtuoso dello spettacolo di teatro a bordo del treno, Donne in guerra di Laura Sicignano e del Teatro Cargo che ha riscosso un certo successo, ma il punto è che si può fare di più e con maggiore regolarità: motivare lo scarso spirito d’iniziativa con i rischi legati alla sicurezza è un po’ come nascondersi dietro un dito, visto che a un problema del genere si può facilmente ovviare stipulando un’apposita assicurazione.

    Addentrandoci nei dati gentilmente messi a disposizione da Andrea notiamo alcuni aspetti interessanti: in base al D.Lgs 422/1997, art.19, comma 5 (Disciplina dei contratti di servizio pubblico), si dice chiaramente che il rapporto tra ricavi di traffico e costi operativi deve essere considerato al netto dei costi di infrastruttura. E il medesimo concetto è reso esplicito nel Contratto di servizio sottoscritto da AMT con la Regione Liguria. Il problema è che mentre nel caso delle Ferrovie dello Stato è facile isolare i costi di infrastruttura dal momento che sono in capo a un’altra società (RFI), nel caso della Genova-Casella tutto è gestito dal medesimo soggetto. Pertanto, un primo punto importante è stabilire quale sia il vero (leggasi rispondente a quanto previsto dalla norma) peso dei ricavi da traffico sui costi di esercizio. Il dato ufficiale del 10%, se calcolato senza tenere conto di questo fatto, è una stima decisamente imprecisa e fuorviante.

    Inoltre, il Contratto tra AMT e Regione Liguria prevede che, sebbene il rapporto ricavi/costi sia previsto nell’ordine del 35%, “in considerazione della particolare valenza turistica e sociale  della ferrovia Genova-Casella, il medesimo potrà essere inferiore”. Scripta manent.

    Ma è giusto precisare un altro aspetto: l’art.19 del DLgs 422/1997 sopraccitato dice che la percentuale  del 35% deve essere il risultato di “un progressivo incremento”. La domanda che sorge spontanea è abbastanza ovvia: si è fatto e si sta facendo il massimo per raggiungere tale obiettivo? Alla luce delle condizioni in cui si trovano certe stazioni come quella di Campi lo scetticismo è legittimo.

    Questa primavera la Regione Piemonte ha annunciato la chiusura di tutte le linee che non raggiungono la percentuale dell’8% in termini di rapporto introiti da traffico/costi di esercizio, fissando in concreto un altro limite, più realistico, al di sotto del quale gestione diventa insostenibile. Una percentuale pur sempre inferiore a quella della FGC (calcolata, lo ripetiamo, con un metodo che potrebbe essere errato).

    Insomma, alla luce di quanto fin qui detto potrebbe non essere così utopistico guardare alla linea ferroviaria Genova-Casella come a una reale fonte di ricchezza. Anche economica.

    Le questioni aperte sono molte e gli sviluppi incerti. Di sicuro, occorrerà un dialogo onesto tra le parti e la concreta volontà di perseguire il bene comune. E’ buffo ma nel dire o scrivere frasi del genere in Italia ci si sente sempre irrimediabilmente retorici.

     

    Michele Archinà
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Strada sotto il porto: la Tunnel di Genova s.p.a. non ha intenzione di arrendersi

    Strada sotto il porto: la Tunnel di Genova s.p.a. non ha intenzione di arrendersi

    Lo scorso febbraio il Consiglio Comunale (giunta Vincenzi) con 26 voti a favore aveva liquidato la Tunnel di Genova S.p.A (formata da Comune di Genova, Autorità Portuale di Genova e Cassa e Depositi e Prestiti), la società incaricata (sempre dal Comune, dieci anni fa) della progettazione della strada sottomarina di collegamento fra la Foce e San Benigno, il cosiddetto “tunnel sotto il porto“.

    In quell’occasione l’assessore al bilancio Francesco Miceli, confermato nella nuova giunta, dichiarò:  «Il progetto del tunnel resta valido, ma in questo momento non ci sono risorse per finanziare l’opera». Un’opera faraonica il cui costo complessivo nel 2008 arrivò a superare i 500 milioni di euro. Un primo tratto da piazzale Kennedy a Calata Gadda (a raso, sotto l’attuale sopraelevata) e un secondo tratto da Calata Gadda a San Benigno, un tunnel sottomarino a largo del Porto Antico di Genova. Il primo progetto, datato 2003, prevedeva anche la realizzazione di un parcheggio sotterraneo di 3 piani per 3.000 auto e 60 bus all’altezza del Mercato del Pesce.

    Un’opera che, così pensata, andrebbe a sostituire in toto la sopraelevata; un’ipotesi confermata nel 2006 da Antonio Di Pietro, ai tempi Ministro delle Infrastrutture, che in una lettera indirizzata ad Anas fece riferimento alla «demolizione della Sopraelevata che rappresenta una reale, pesante cesura tra il centro storico della città e il suo porto».

    La notizia è che il progetto è stato inserito nel Programma infrastrutture strategiche 2012 varato dal ministero e che, in questi giorni, il presidente della società liquidata, Giancarlo Bonifai, il quale sembra non avere alcuna intenzione di arrendersi, ha presentato la proposta progettuale del tunnel alla nuova Amministrazione.

    Si tratterebbe, dunque, di un vero e proprio ritorno di fiamma. L’assessore all’urbanistica Stefano Bernini ha ammesso di credere nella fattibilità del progetto facendo riferimento al programma del neo sindaco Marco Doria in cui, nel paragrafo Le infrastrutture per una nuova Genova, si legge: “Decisione in merito alla realizzazione del Tunnel Portuale, già progettato, in relazione alle note criticità della strada sopraelevata.”

    Certo, con il completamento della strada a mare di Cornigliano e la realizzazione del nodo di San Benigno, il tunnel sottomarino andrebbe a completare un’unica arteria capace di collegare la Foce a Cornigliano, una vera e propria svolta epocale per la città di Genova. Ma chi si accollerebbe una simile spesa?

    Il Comune, dal basso dei “pochi spiccioli” di cui dispone,  potrebbe tornare a pensare veramente al progetto solo attraverso la formula del project financing, ovvero senza spendere un euro. In parole povere, l’unica via ipotizzabile sarebbe quella della concessione del tunnel per tot anni (non meno di 50) alla società finanziatrice, la quale attraverso una tassa di pedaggio potrebbe così recuperare i denari investiti e avere buoni margini di guadagno. Detta così sembra facile… ma siamo proprio sicuri che in un mondo schiaffeggiato dalla crisi economica esistano soggetti privati disposti a investire 500 milioni sulla città di Genova? Forse sarebbe meglio tornare con i piedi per terra, o meglio, con le ruote in sopraelevata.

     

  • Finanziamenti alla cultura del Comune di Genova: meno di 500.000 euro nel 2012

    Finanziamenti alla cultura del Comune di Genova: meno di 500.000 euro nel 2012

    Il Comune di Genova la scorsa primavera ha pubblicato cinque bandi per i finanziamenti alla cultura: il primo a favore di festival e rassegne, il secondo dedicato ai progetti culturali e tre dedicati al teatro (prosa, dialettale e ragazzi). I risultati dei primi due bandi sono già stati pubblicati (vedi link), oggi pubblichiamo i risultati relativi ai teatri. Il Comune ha investito in totale 58.250 euro, così suddivisi:

    Teatro di prosa:

    Teatro Garage: 19.000 euro – Teatro Cargo: 18.000 – Teatro dell’Ortica: 5.500 – Associazione culturale Rina e Gilberto Govi: 4.500 – Lunaria Teatro: 3.000

    Teatro ragazzi:

    Compagnia del Banco Volante: 2.000 euro – Associazione Culturale Teatro del Piccione: 2.000 euro

    Teatro dialettale:

    Associazione culturale Rina e Gilberto Govi: 1.250 euro –  Associazione Amici del Teatro Govi: 1.000 – Circolo “Mario Cappello”:  1.000 euro – Genoa Club Davagna, compagnia i Villezzanti: 500 – Compagnia teatrale San Fruttuoso: 500

    Considerando invece tutti e cinque i bandi, l’investimento del Comune di Genova sulla cultura per il 2012 è di 494.242,5 euro.