Autore: Gabriele Serpe

  • Le piante grasse: caratteristiche botaniche e di coltivazione

    Le piante grasse: caratteristiche botaniche e di coltivazione

    Negli articoli delle prossime settimane ci soffermeremo sulle piante succulente (spesso indicate, erroneamente, col termine generico di “Cactus”, che in realtà si riferisce invece soltanto ad una determinata famiglia di tali vegetali) e delineeremo le principali caratteristiche botaniche e di coltivazione di alcuni dei numerosissimi tipi esistenti.

    Il tema in questione risulta per me, da appassionato della materia, più problematico degli altri in quanto il mio rapporto con questo genere botanico si è evoluto nel tempo, passando da una sorta di antipatia nei suoi confronti fino ad una stupita ammirazione. In generale, le cactacee o si amano o si odiano. E’ difficile che si possano trovare mezze misure. Per quanto mi riguarda, non riuscivo a capirle fino in fondo e, ad esse, preferivo decisamente gli alberi e gli arbusti. Solo questi ultimi mi sembravano davvero vivi e il loro profondo mutare di colori, forme, dimensioni ed aspetto mi permetteva, da sempre, di cogliere con prospettive diverse e nuove, il continuo mutare delle stagioni. Alberi ed arbusti passano infatti, con un ritmo infinito, dal verde cangiante della primavera, alle fioriture estive dai colori brillanti, ai variegati toni del giallo-marrone del fogliame d’autunno, fino a trasformarsi in scarne “impalcature” di rami scuri contro il tenue e ceruleo cielo invernale.

    Per contrasto ed ad un primo sguardo, le “piante grasse” mi apparivano invece rigide, quasi immutabili, un po’ cerose ed apparentemente immobili e soprattutto sempre uguali nel paesaggio in cui sono inserite. Più di recente mi sono però accorto che, per capire questo particolare genere di piante, serve utilizzare una visuale diversa e soprattutto osservarle e “leggerle” ad un livello differente. Solo così esse si possono davvero apprezzare e soltanto così è possibile cogliere l’intrinseca natura che le caratterizza: le succulente sono infatti, nel mondo vegetale, il più chiaro esempio della vittoria della natura sul territorio.

    In fondo, esse dimostrano che, anche nel luogo apparentemente più inospitale, può esistere una rigogliosa forma di vita. Le “piante grasse” sopravvivono in aree in cui nessun’altra pianta vive: popolano le sabbie dei deserti, gli scoscesi ed irti pendi rocciosi, le rocce vulcaniche assolate delle isole perse in mezzo al mare e molte delle saline e ventose coste del Mediterraneo. Non soccombono di fronte ai climi estremi, al sole più cocente ed al terreno più arido ed apparentemente inospitale. Se le si guarda con occhio attento, ci si rende poi conto che esse, in realtà, non sono affatto statiche: crescono ed evolvono lentamente ma mutano profondamente nel tempo, fioriscono e si sviluppano, raggiungendo anche dimensioni ragguardevoli.

    Da un punto di vista estetico, le cactacee si stagliano poi scultoree, nelle loro forme spesso innatamente architettoniche, nel paesaggio. I loro profili sono poi esaltati e sottolineati dal verticale sole estivo, proiettando così ombre, dalle forme più diverse, sul terreno, con effetti talvolta sorprendenti. Inoltre, sotto il profilo dell’adattabilità al contesto in cui sono inserite, resistano impassibili a tutto ed affrontano tutti gli agenti atmosferici senza apparente sforzo. Sono spesso longeve tanto da sembrare che quasi nulla possa abbatterle. Basta però talvolta un forte colpo di vento per distruggere in un attimo, similmente a quanto può accadere con le palme, anni di lento accrescimento, con profondo impatto ed evidenti conseguenze grafiche sul paesaggio in cui sono inserite.

    Sotto il profilo pratico, gli utilizzi di queste piante sono poi, date le molteplici forme presenti in natura, estremamente diversificati. Si potrà ad esempio utilizzarle, isolate ed opportunamente scelte, in vasi dalle forme moderne per sottolineare le linee minimaliste dei moderni edifici in cristallo e cemento. Le succulente potranno trovare anche impiego in giardini loro esclusivamente dedicati, come nella ricca collezione di cactacee del Duca di Aosta a Pantelleria. Potranno ancora essere anche frammiste ad altre essenze vegetali (quali palme e numerose varietà di Yucca e di Cycas), sempre dalle forme essenziali, come nello splendido giardino dei Ferragamo – di San Giuliano nella Sicilia orientale (inserito nel circuito dei Grandi Giardini Italiani). Qui il verde scuro della vegetazione, proveniente dalle più disparate regioni del mondo, unito alle particolari forme delle cactacee, il tutto contrapposto ai colori accesi delle fioritura estive, crea infatti una inaspettata tipologia di giardino storico.

    Alcune particolari varietà di succulente (differenti tipi di Sedum e di Talinum) potranno invece trovare un loro utilissimo ed inusuale impiego in contesti completamente diversi ed apparentemente inaspettati, come nel moderno e biologico green roofing del Chelsea Office di New York. Le loro limitate esigenze colturali, le ridotte richieste manutentive e di potature, la quasi assenza di necessità di irrigazione, unite alla possibilità (per talune famiglie) di crescere su suoli di scarsa profondità, rendono queste e similari varietà di succulente perfette per realizzare incredibili tappeti verdi sui tetti dei grattacieli e persino degli edifici industriali.

    La loro apparente rigidità non deve poi indurre in errore. Alcune varietà di succulente sono capaci di produrre, grazie alle loro fioriture, incredibili spettacoli naturali: basti pensare alle distese di succulente che fioriscono in primavera in Sardegna, agli sfolgoranti colori dei prati di Crassula spp., Adromischus spp., Stapeliads e Cotyledon spp. del Namaqualand in Sud Africa o anche, più semplicemente, ai fiori frammisti ai frutti dei filari di fichi d’India siciliani che si perdono nell’orizzonte.

    Da ultimo va però anche riconosciuto che l’impiego delle succulente non è sempre agevole e l’effetto, se la scelta e la disposizione non sono ben studiate ed armonizzate al contesto, può risultare esteticamente insoddisfacente per la rigidità finale dell’insieme. Per ovviare a ciò, ci si potrà limitare ad una regola generale: assecondare, nell’impossibile tentativo di emularla, la natura.

    Così facendo si sono talvolta raggiunti sulle coste italiane, nei giardini fronte Mediterraneo o in quelli che si perdono, superata una ripida scogliera, nel mare, risultati sorprendenti e tali da permettere appena di distinguere l’opera dell’uomo dalla contigua area naturale. In particolare, se si riuscirà ad ottenere il risultato sperato, soprattutto le porzioni di terreno meno vicine alla casa si perderanno letteralmente, confondendosi via via con esso, nel paesaggio circostante. La natura infatti non sbaglia mai: gli insiemi di vegetali, succulente, cespugli di piante autoctone ed aromatiche, da cui si può attingere, sono spesso più riusciti, per colori, forme e disposizioni, di quelli immaginati dal più brillante dei progettisti. Nel dubbio, basterà quindi, nel realizzare la trama base del giardino, copiare dal paesaggio circostante, eventualmente inserendo poi pochi elementi caratterizzanti (a seconda delle preferenze del proprietario) l’area a verde per forme e colori. L’insieme così ottenuto risulterà naturalmente armonico, spontaneo e il giardino progettato non rischierà di turbare artificiosamente il paesaggio costiero o non correrà mai il rischio di assomigliare ad una asettica “collezione “di vegetali.

    In certi casi fortunati, il risultato potrà arrivare addirittura ad essere tale che l’osservatore non colga neppure più il muro divisorio che separa il dentro dal fuori, il giardino dal paesaggio circostante ma soprattutto il “progettato e costruito” dall’uomo dal perfetto equilibrio e dalla spontaneità delle infinite combinazioni vegetali, fornite della natura.

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Villa Serra, AcustiSanto: festival acustico fra liutai, strumenti e musicisti

    Villa Serra, AcustiSanto: festival acustico fra liutai, strumenti e musicisti

    ChitarraIl 7 e l’8 luglio Villa Serra di Comago ospita, per il secondo anno consecutivo, AcustiSanto, festival dedicato interamente al mondo della musica acustica, con particolare attenzione alle varie fasi che scandiscono la vita dello strumento acustico, dal momento della creazione artigiana al suono vibrante sul palco: saranno infatti presenti liutai e musicisti professionisti che suoneranno sul palco gli strumenti nati dalle mani degli stessi liutai.

    Simone Barani, tra gli organizzatori del festival, spiega: «AcustiSanto nasce con l’idea di rendere per due giorni il parco di Villa Serra luogo di incontro tra pubblico e musicisti di estrazione acustica (o votati per l’occasione all’Acustico come Paolo Bonfanti quest’anno), avvicinando nel contempo il pubblico anche a generi diversi, sempre caratterizzati dall’uso di strumenti acustici. In questo senso nella scorsa edizione abbiamo ospitato musicisti classici e anche quest’anno avremo ospite il Circolo Mandolinistico il Risveglio. Naturale completamento di questo “avvicinamento” è la presenza dei liutai, appunto».
    AcustiSanto vive grazie al contributo di diverse realtà: il Consorzio Villa Serra, l’Associazione Amici di Villa Serra, da quest’anno Arci Liguria. Continua Simone: «Le menti e le braccia che hanno ideato l’evento e lo organizzano sono quelle di tre ragazzi di Sant’Olcese, organizzatori “freelance”, musicisti per passione che investono tale passione nel portare avanti tutta la macchina organizzativa e nello stressare gli amici per farsi dare un aiuto. Anche perché AcustiSanto vive di pochissime risorse economiche e tanto volontariato, e degli organizzatori, e dei tanti artisti, liutai e performer che ci vengono a trovare nel corso di questo lungo fine settimana».

    Per quanto riguarda il nome AcustiSanto, aggiunge, si tratta di una fusione tra la parola “acustico”, matrice culturale dell’evento, e Sant’Olcese, comune dove ha sede il parco di Villa Serra, «territorio che da decenni ormai è fucina di tanti giovani musicisti, anche noti a livello regionale se non nazionale e che, pur avendo preso magari strade musicali differenti, sono partiti dal medesimo fecondo sottobosco».

    Ma il vero punto di forza di quest’iniziativa è proprio la presenza dei liutai, il cui mondo è pochissimo conosciuto al di fuori del campo degli addetti ai lavori, e che invece per una volta è mostrato al pubblico nei suoi dettagli: «Una delle idee che animano AcustiSanto è fare in modo che con i liutai vengano in contatto non solo i classici appassionati o professionisti, come succede di solito negli eventi di genere, ma la maggior parte di persone possibile, in una prospettiva che vuole essere anche, nel suo piccolo, educativa. I liutai esporranno le proprie opere nella splendida cornice del parco, alcuni lavoreranno in diretta e saranno comunque a disposizione del pubblico anche per dare qualche spiegazione sulle tecniche di costruzione». Costituendo i liutai una parte imprescindibile del mondo della musica acustica, il loro coinvolgimento è pensato anche nell’ottica «di supportare un settore che è fatto di artigiani e professionisti che poi sfociano naturalmente nell’artista. Non mancano anche i semplici appassionati, che si dedicano alla liuteria nel tempo libero. Di sicuro il loro coinvolgimento è funzionale anche a permettere al meglio l’incontro tra chi produce e chi suona». AcustiSanto si configura così anche quale spazio di incontro tra domanda e offerta.

    Tra i presenti ci saranno i celebri liutai Federico Lowemberger e Bruno Traverso, nomi di riferimento per i musicisti genovesi: «Federico Lowemberger è già stato nostro ospite lo scorso anno – dice Simone – ed entusiasta della location e dello splendido clima che si è creato nella manifestazione, ha deciso di tornare anche quest’anno. Bruno Traverso è una vecchia conoscenza degli organizzatori di AcustiSanto ed è stato ben contento di accettare il nostro invito. Ci sarà inoltre lo Spazio Endorser: un palco sul quale alcuni musicisti di fiducia dei liutai suoneranno i loro strumenti. L’endorser, tecnicamente, è un musicista che si occupa di suonare in esclusiva gli strumenti di un particolare fornitore, utilizzandolo sul palco e realizzando magari prove per gli organi di stampa specializzata: il nostro Spazio è un po’ più rilassato ed è soprattutto un modo per permettere di far ascoltare – oltre che vedere – gli strumenti al pubblico. Si tratta comunque di un aspetto non secondario di AcustiSanto: i liutai ospiti ci regalano sempre qualche sorpresa, come la performance del 2011 (annuciata a noi organizzatori il giorno prima) di Giangi Sainato e Dado Sezzi che entusiasmò il pubblico (e gli organizzatori). Quest’ anno, un nome per tutti, Roberto Diana che presenterà il suo ultimo lavoro discografico».

    E per le edizioni future i ragazzi stanno già pensando ad arricchire il programma con workshop di liuteria o di esecuzione. Per adesso, ecco il programma completo di sabato e domenica, ingresso libero

     

    Sabato 7 luglio:
    • dalle ore 15.00, esposizione di liuteria con: Gianmaria Assandri, Davide Castellaro di The Utopia Custom Shop (AL), Danilo Gosti de La Liuteria, Marcello Norero di MN Guitars, Federico Olia, Galileo Pietro Paolo e Kujtim Kola.
    • ore 21.00 – Concerto: Pianoforti (concerto benefico sulle musiche di Franco Salaris) Paolo Bonfanti trio con David James e Alessandro Pelle Cake Walkin’Babies (New Orleans Jazz)

    Domenica 8 Luglio:
    • dalle ore 11.00, prosegue l’esposizione di liuteria con apertura contestuale dello Spazio Endorser con l’ulteriore presenza di Federico Lowemberger e Bruno Traverso.
    • ore 15.00, inizio passeggiata musicale negli scenari del parco con Circolo Mandolinistico Il Risveglio e Gruppo Canterini Valbisagno
    • Ore 18.00: aperitivo musicale con la soul band Sciaffolazzi         
    Durante la manifestazione saranno attivi bar e stand gastronomici.
    Per tutte le info: 328/6330718 e 328/3145208 oppure si può consultare la pagina Facebook dell’evento.

  • L’inglese è la lingua del presente… e anche del futuro?

    L’inglese è la lingua del presente… e anche del futuro?

    Luca Rossi è un settantenne italiano del 2050. Guardandosi indietro, ricorda come negli anni Novanta i suoi genitori abbiano speso fior di quattrini per fargli imparare l’inglese. La stessa cosa ha poi fatto lui con i suoi figli, investendo soldi – tanti – ed energie.

    Nel 2050, però, all’ONU si parla il cinese, dato che la Cina è ormai la superpotenza mondiale. L’India è il top in campo tecnologico e l’hindi è diventato la lingua della ricerca e dell’hi-tech.  “Che spreco di tempo e di denaro per me e per i miei figli,” pensa il sig. Rossi: “Se solo avessi saputo che l’inglese sarebbe passato di moda…”

    L’inglese è la global lingua franca del 2012, ma lo sarà anche nel 2050? La domanda preoccupa chi intende investire tempo e risorse nello studio di una lingua che al momento attuale offre concrete opportunità di carriera e di esperienze di vita – ma nel futuro chissà. Ovviamente una risposta certa non è possibile. Tuttavia, possiamo formulare qualche educated guess, ovvero ipotesi plausibili.

    Se analizziamo ciò che è successo al latino, lingua franca dell’antichità e del Medioevo, lo scenario che si prospetta per l’inglese sembra essere quello di un inevitabile declino sooner or later, prima o poi. Un senatore di Roma non avrebbe mai pensato che il latino potesse recedere fino a sopravvivere soltanto nelle scuole e in alcune funzioni religiose.

    Ma il caso dell’inglese è così simile a quello del latino? Osservando bene, le differenze sono molte. Prima di tutto, per quanto molto diffuso per i parametri del passato, il latino non è mai stato una lingua globale: in Australia o nell’attuale Canada la sua stessa esistenza era totalmente sconosciuta. In Cina e in Giappone nessuno parlava il latino. L’inglese, invece, a partire dal XVI secolo ha gradualmente stabilito la sua presenza in tutti i continenti, dove oggi è presente in molti paesi come lingua ufficiale o come seconda lingua; nella peggiore delle ipotesi è percepito – vedi Italia o Russia – come lingua fondamentale per la comunicazione internazionale.

    Ma oltre alla diffusione geografica, la differenza principale è che sono cambiati tempi e mezzi, con una novità su tutte: Internet. L’email e i programmi di instant messaging permettono a dipendenti e manager di aziende di comunicare in tempo reale con clienti e colleghi di altri paesi: quasi sempre lo fanno in inglese. Gli aggiornamenti e le ricerche in campo scientifico e tecnologico sono pubblicati nella maggioranza dei casi in lingua inglese.

    E poi, quali sono i possibili concorrenti dell’inglese? Certamente lo spagnolo è molto diffuso e negli USA la comunità latina è forte, ma non sembra per ora in grado di impensierire l’inglese. In Occidente molti ragazzi iniziano a studiare il cinese, ma non dimentichiamo che in Cina è l’inglese stesso che è diventato una vera mania, con piazze traboccanti di giovani che si danno appuntamento  per lezioni di massa al grido di: “I want to learn English”.

    Come teacher, la domanda sul futuro dell’inglese mi ha sempre creato un’ansia da possibile futuro disoccupato… Per questo motivo, circa 5 anni fa, mentre lavoravo in una scuola in Inghilterra chiesi qualche career advice, tradotto colloquialmente “dritte per la mia carriera”,  al fondatore della scuola stessa, Mr. Richard D. Lewis.

    Il signor Lewis è uno che di lingue straniere qualcosa sa: ne parla perfettamente più di 10 e ha fondato un centro di formazione linguistica di eccellenza mondiale. Quando gli chiesi che cosa pensava del futuro dell’inglese e se magari dovessi mettermi a studiare cinese per assicurare il mio di futuro, mi rispose così: “Vedi, sono 40 anni che si dice che l’inglese verrà soppiantato. Prima si parlava del russo, poi del giapponese, ora del cinese. Eppure l’inglese è in una posizione ancora più forte rispetto al passato.  Detto questo, ovviamente più lingue conosci e meglio è.”

    Le sue parole mi tranquillizzarono e decisi di continuare con la mia professione sperando, nel 2050, di non avere gli stessi rimpianti del signor Luca Rossi…

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • Scozia: indipendenza dalla Gran Bretagna? Ma, forse meglio di no…

    Scozia: indipendenza dalla Gran Bretagna? Ma, forse meglio di no…

    Nel 1314 il trionfo scozzese nella battaglia di Bannockburn fu totale e la Scozia poté finalmente proclamare la sua indipendenza dal Regno Inglese dei Plantageneti. Settecento anni dopo gli scenari sono certamente meno cruenti e al posto delle spade si combatte a suon di schede elettorali ma la posta in palio è esattamente la stessa: la sovranità dell’estremo nord della Gran Bretagna, il trionfo di uno spirito nazionalista che va al di là di laghi, castelli e cornamuse.

    Il 2014 potrebbe infatti essere una nuova data storica per la Scozia, l’anno del referendum per il distacco della regione, ora semi autonoma, dal Regno di Sua Maestà Elisabetta II. Tentativi di referendum non sono mancati nel corso degli ultimi decenni, specialmente da quando il Partito Nazionalista Scozzese (SNP) è diventato il primo partito di maggioranza relativa del Parlamento di Edimburgo, l’Holyrood. Ma come si è arrivati fin qui?

    La Scozia rimane un paese sovrano dal XIV secolo sino all’inizio del XVIII secolo. La dinastia Tudor, la famosa e allargata famiglia di Enrico VIII (e le sue sei mogli!) termina con Elisabetta I, la Regina Vergine, si mormorava all’epoca, dato che non ebbe eredi durante il suo lungo regno. Il trono d’Inghilterra passò allora sotto la corona di Giacomo VI di Scozia, lontano parente di Elisabetta da parte di nonna; Giacomo I d’Inghilterra fu dunque il primo sovrano che unificò le Isole Britanniche sotto un unico casato, senza tuttavia rinunciare alla sovranità scozzese che rimase un paese indipendente. Una testa, due corone, in sostanza. Solo un secolo dopo, nel 1707, la Scozia fu formalmente annessa al Regno Unito tramite gli Atti di Unione: il Parlamento scozzese e il Parlamento inglese si riunirono in un’unica assemblea con sede a Westminster e si creò un nuovo stato, la Gran Bretagna. Una mera questione economica fu alla base di questa scelta: l’infruttuosa spedizione della Company of Scotland con lo scopo di colonizzare l’istmo di Panama aveva prosciugato le casse dello Stato. Londra acconsentì a ripianare il debito di Edimburgo in cambio dell’assenso scozzese all’Unione.

    Da allora nessun nuovo Parlamento scozzese si è riunito fino al 12 maggio 1999: in seguito ad un referendum sul decentramento dei poteri nel 1997, vinto a maggioranza, è stata ripristinata un’assemblea monocamerale che può esprimersi sulle materie devolute e non esclusive detenute da Westminster. Edimburgo legifera su sanità, istruzione, tasse locali, trasporti, ambiente, agricoltura e carceri; Londra mantiene per sé le prerogative della politica estera e della difesa, oltre a decidere la politica economica e fiscale nazionale.

    Questa è storia. Le cronache recenti hanno riportato la possibile indipendenza scozzese alla ribalta, dopo che, a gennaio di quest’anno, il premier scozzese Alex Salmond ha presentato una proposta legislativa di referendum costituzionale per il 2014. A maggio è partita la campagna per dire Yes alla consultazione e una raccolta firme che vorrebbe raggiungere quota 1 milione di sostenitori. La scorsa settimana invece si sono fatti sentire i sostenitori del No all’indipendenza, primo fra tutti l’ex Cancelliere dello Scacchiere (Ministro delle finanze) laburista del governo Brown, Alistair Darling. La campagna Better Together riunisce in un sol colpo i principali partiti del Regno, i Tory di Cameron, i Lib-Dem di Clegg e i Labour di Milliband: «Questa non è una questione vitale per l’Unione in sé, c’è in gioco il miglior futuro possibile per le generazioni di Scozzesi che ci seguiranno. Siamo in un momento complicato e difficile della storia mondiale e l’indipendenza è una risposta inadeguata alle sfide globali. La scelta che faremo sarà irrevocabile: se decidiamo di abbandonare il Regno Unito, non si potrà tornare indietro. E noi non daremo ai nostri figli un biglietto di sola andata per un futuro profondamente incerto…» ha affermato Mr Darling. Un quadro fosco, quello tratteggiato da Darling, come ancora oscuro è il contenuto del referendum voluto dal SNP.

    Il Premier Salmond sarebbe infatti orientato a proporre un multi-option referendum con più quesiti: chiedere cioè agli scozzesi di esprimersi a favore o contro la netta separazione della regione dal Regno Unito e se siano favorevoli ad un’estensione dei poteri del Parlamento di Edimburgo, nel caso si optasse per il mantenimento dell’integrità territoriale. In sostanza Mr Salmond, anche alla luce dei sondaggi che circolano nei media nazionali, intende riabilitare una “soft indipendence”, la cosiddetta devo max o decentramento totale, la completa autonomia fiscale della Scozia da Londra e la possibilità di legiferare in qualsiasi materia tranne la politica estera e la difesa.

    La maggioranza degli scozzesi non sembra infatti appoggiare l’idea di una separazione totale e sono più propensi ad una maggiore autonomia: i vari sondaggi diffusi in queste settimane mostrano che i peones dell’indipendenza oscillano tra il 25 % e il 35%, troppo pochi per far dormire sonni tranquilli a Mr. Salmond. Tanto che vorrebbe abbassare l’età minima del diritto al voto a 16 anni. Cameron si è detto assolutamente contrario a queste proposte e preme per un referendum a risposta secca, che quasi sicuramente sarebbe rigettato: questo scenario avrebbe effetti politici destabilizzanti sul SNP e Cameron lo sa.

    Insomma i prossimi due anni potremmo vedere risorgere un moderno William Wallace (quello di Braveheart, per intenderci) o archiviare per altri tre secoli la questione scozzese. Ultimamente anche l’ex agente di Sua Maestà, Sean Connery, da sempre ardente sostenitore della causa nazionalista, non si è più fatto vedere alle manifestazione del SNP. Con buona pace di Elisabetta, la vera Lady di Ferro d’Oltremanica. God save the Queen, and the Kingdom too.  

     

    Antonino Ferrara 

  • La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    La forza della banalità: non dare al calcio quel che non è del calcio…

    Questa rubrica non si è mai occupata di calcio. Eppure anche lo sport, quando è fenomeno di massa, ha una sua forte rilevanza sociale. In questi giorni, in particolare, la coincidenza tra il torneo europeo e il vertice politico dell’Unione ha reso evidente che il calcio può ispirare un paese, ma che più spesso rischia di trasformarsi in un polverone mediatico che inghiotte tutto e impedisce di distinguere le cose.

    Complice, ancora una volta, il quarto potere: i mass-media rappresentati da giornalisti che, per un verso o per l’altro, non sempre fanno una bella figura. La maggior parte di questi ha trasformato il meeting europeo in un clamoroso successo per la diplomazia italiana, mentre contemporaneamente, sul versante sportivo, affastellava considerazioni e analogie di ogni tipo sulla vittoria della nostra nazionale contro la Germania nella “partita dello spread”. Clamoroso il “commento tecnico” (le virgolette sono d’obbligo) degli inviati RAI: ditirambi patriottici di stampo dannunziano, peana sulle gesta degli indomiti guerrieri italici, un romanzo epico a tinte azzurre. E’ evidente che ormai è nata una scuola. Mentre nel 1982 Nando Martellini si era accontentato di un semplice «Campioni del mondo!», già nel 2006 Marco Civoli estrasse dal cilindro la celebre frase «Il cielo è azzurro sopra Berlino!», tanto spontanea quanto la folta chioma corvina del noto giornalista milanese.

    Tutto il resto della stampa si è allineata come un cinegiornale del ventennio fascista; ma anche politici, dirigenti e esponenti dell’economia non sono stati da meno. Memorabile rimarrà la dichiarazione del presidente del Coni, Sandro Petrucci, che al fischio finale sentenziava convinto: «lo spread lo dettano gli azzurri, le chiacchiere stanno a zero». Quali chiacchiere non si è capito, visto che di spread se n’è parlato solo in campo economico e politico, ed è sempre, la settimana scorsa come oggi, concretamente e pericolosamente alto.

    Come non citare, poi, la lettera di incoraggiamento di Napolitano a Prandelli, neanche partisse per la guerra di Etiopia! Altre chicche sono riepilogate da Marco Travaglio in un articolo di lunedì, e sono involontariamente ma irresistibilmente comiche. Eppure neanche Travaglio dimostra particolare acume nell’aver tifato contro l’Italia. Non perché così facendo abbia leso l’onore della patria, ma perché evidentemente si era convinto che il paese avesse più da guadagnarci, in termini di serietà e concentrazione interna sui suoi problemi, da una sconfitta anziché da una vittoria. E questa è una stupidaggine. In realtà, al di là del sano e normalissimo tifo sportivo, non c’era alcun bisogno di desiderare né che l’Italia vincesse, né che perdesse.

    Anche se gli interessi sono tanti e gli intrecci con piani diversi, come quello economico, politico, psicologico e sociale, non si possono negare, non dobbiamo tuttavia dimenticare una piccola banalità: che il calcio è e resta un gioco. Un gioco la cui finalità dovrebbe essere il divertimento di chi lo pratica (nel caso dei dilettanti) e di chi lo guarda (nel caso del calcio professionistico). Insomma, una cosa che certo può appassionare o annoiare, ma che comunque andrebbe valutata per quello che è: uno sport. E quando si vince o si perde,  di solito contano i meriti o i demeriti sportivi (per lo meno al netto di “moggiopoli” e “scommessopoli” varie…).

    Che lezione possiamo trarre, ad esempio, dalla sconfitta contro la Spagna? Al massimo che gli Iberici sono molto più bravi di noi a giocare palla a terra (onore a Prandelli per averci staccato dal “catenaccio”, ma forse c’è stato anche un pizzico di presunzione di troppo), e probabilmente che i loro settori giovanili sono molto più organizzati dei nostri a sfornare talenti. Ma di certo non si può concludere che gli Spagnoli siano in ogni cosa più bravi di noi, più organizzati, più seri o più talentuosi. Così come non c’è ragione di affermare che noi siamo meglio dei Tedeschi. Forse converrebbe tornare a queste piccole ovvietà: che hanno la forza della banalità.

    Non dubito che sotto sotto, a causa del nervosismo derivato dalla crisi economica e dai “nein” poco simpatici con cui Angela Merkel ci aveva risposto fino al giorno prima, la vittoria contro la nazionale tedesca sia stata per molti una valvola di sfogo per frustrazioni a lungo sopite. Non dubito che la coincidenza temporale avesse creato un’aspettativa esasperata tanto nella missione di super-Mario (Monti) a Bruxelles, quanto in quella di super-Mario (Balotelli) a Kiev. E non dubito nemmeno che molti sperassero in una vittoria della nazionale per far passare in secondo piano grandi e piccole magagne nostrane: magari una nuova legge elettorale “porcellum-bis”, un’amnistia sullo scandalo del calcio scommesse o le torbide vicende della trattativa Stato-mafia.

    Ma forse basterebbe cominciare a dire che stiamo attribuendo al “mondo del calcio” valenze che non ha o che non dovrebbe avere. Oggi sembra quasi che il mestiere del “giornalista sportivo” sia soprattutto quello di trovare il modo di attaccare ad un fatto per sua natura agonistico e tecnico tutta una serie di significati che non gli appartengono; a vantaggio dello show-business – è chiaro –, ma a danno dello sport. E’ così che certi “cronisti” passano la loro giornata cercando di capire per quale curioso fenomeno della natura i calciatori non vengano allevati in qualche collegio inglese, tipo Eton, ma siano anzi inclini ad utilizzare un linguaggio poco ortodosso, a guidare belle macchine senza osservare scrupolosamente il codice stradale e a cambiare spesso partner per fugaci accoppiamenti amorosi. Ma forse basterebbe dire che un calciatore si giudica per come calcia un pallone: anziché elevarlo a modello di virtù positiva o negativa, lo si potrebbe lasciare a gestire fatti privi di interesse pubblico, le sbronze in discoteca, le fidanzate gelose o le multe della polizia stradale nell’ambito della sua vita privata. Forse varrebbe la pena ricordare che vincere un europeo non ci rende migliori o peggiori, non ci fa stare meglio o peggio. Forse dobbiamo imparare che non possiamo affidare il riscatto del paese a un pugno di uomini, sia esso un governo tecnico o una squadra di calcio.

    Forse gli spettacoli sportivi hanno di bello che regalano semplici gioie e sofferenze; ma forse la nostra felicità ce la dobbiamo sudare e costruire da un’altra parte.

    Andrea Giannini

  • Serge Van de Put, l’artista del “Rumentosauro” di piazza Cavour

    Serge Van de Put, l’artista del “Rumentosauro” di piazza Cavour

    Serge Van de Put è un artista belga, nato ad Anversa nel ’58. Grande viaggiatore, attualmente vive in Liguria e, dopo aver esposto alla Biennale di Venezia nel 2009, ha realizzato un’opera per Genova, una grande scultura alta 4 metri e lunga 8, visibile all’ingresso del Porto Antico in Piazza Cavour. Talento poliedrico, realizza quadri, disegni, oggetti, ma è noto soprattutto per le sue sculture di piccole, grandi e grandissime dimensioni, queste ultime pensate per essere esposte all’aperto. La peculiarità del suo lavoro sta tutta nel materiale utilizzato: la gomma di vecchi pneumatici dismessi. Materiale flessibile (relativamente!) ma duraturo, conferisce alle sue creazioni un aspetto particolarissimo. L’abbiamo incontrato e ci ha raccontato il suo lavoro.

    Può raccontare in breve il suo percorso artistico e come è arrivato a scegliere pneumatici per realizzare le sue opere? 
    Dieci anni fa mi trovavo in Marocco e lavoravo a Marrakech. Lì ho incontrato un ragazzo che lavorava la gomma: ho pensato subito che fosse un materiale molto interessante da usare per le mie sculture. Successivamente sono stato a Martinique e lì ho realizzato alcune sculture. Nel 2009 ho avuto l’opportunità, attraverso un contatto italiano, di esporre una mia opera di grandi dimensioni, L’Elefante, alla Biennale di Venezia. Dopodiché ho fatto diverse mostre in Italia, per esempio a Biella, Bergamo, Torino. Di recente ho comprato una casa a Savona e ho stabilito il mio studio ad Albissola Marina.
    Per quanto riguarda i materiali, io procedo realizzando prima una struttura in metallo che poi ricopro completamente con gomme di moto e biciclette. Adesso le gallerie richiedono specialmente le mie creazioni in gomma, ma ho fatto anche quadri, sono un artista interessato a diverse possibilità.

     

     

     

     

     

    Quali sono i suoi soggetti preferiti e perché?
    Ho realizzato opere raffiguranti persone, ma le mie sculture rappresentano per la maggior parte animali, che sono anche i più richiesti; il cane è un animale che amo molto rappresentare.

    Lei crea opere d’arte riciclando materiali molto inquinanti come le gomme usate. Spesso il suo lavoro viene interpretato come stimolo alla riflessione sul tema dei rifiuti e degli effetti catastrofici che questi hanno sull’ambiente. Lei ha sempre operato in questo senso, o è qualcosa che ha sviluppato col tempo?
    Sono molto contento che il mio lavoro abbia assunto questa valenza; non ho cominciato precisamente con questo scopo, ma la gente guardando le mie opere ha visto questo, e io ora sono felice di contribuire in qualche modo al tema del riciclo.

    Abita a Savona e ha lo studio ad Albissola. Ha esposto molte volte in Liguria, e per Genova ha realizzato di recente il “Rumentosauro Hugo”….come mai ha scelto la nostra riviera per la sua attività?
    Semplicemente è capitato. Ho avuto l’opportunità di prendere casa a Savona e lavorare vicino a Genova, e mi sono detto perché no?
    Venendo al mio dinosauro, nella sua pancia si vede un cumulo di metalli accartocciati: il loro peso corrisponde al peso medio dei rifiuti che ciascuno di noi produce in un anno. Ho fatto il Rumentosauro nell’estate 2011 e adesso è circa un anno che l’installazione si trova qui. Purtroppo non ha esattamente il contorno che avevo pensato: le transenne da lavori in corso tutto intorno e la mancanza di un’illuminazione serale sulla scultura la penalizzano un po’. È pensata in realtà per essere avvicinata, toccata e perfino scalata dalle persone; ho fatto la struttura solidissima proprio per questo.

    Una curiosità: la gomma da pneumatico è un materiale anomalo in scultura. È molto difficile da lavorare?
    Le gomme delle auto hanno un telaio in metallo che sarebbe troppo difficile da tagliare e lavorare nella forma che mi serve. Per questo io utilizzo esclusivamente gomme di moto e biciclette, che hanno al loro interno un telaio in nylon, molto più flessibile.

    A cosa sta lavorando attualmente?
    Ora ho appena finito di lavorare a una serie sui supereroi, con protagonisti cani vestiti come Batman, Zorro, ma anche Elvis Presley. La prossima mostra si terrà al Casinò di Venezia a metà giugno.

     

    Claudia Baghino
    [Foto e video Daniele Orlandi]

  • Museo Sant’Agostino, ecco “Cena in Emmaus”, l’affresco restaurato

    Museo Sant’Agostino, ecco “Cena in Emmaus”, l’affresco restaurato

    Cena in EmmausÈ stato di recente esposto al pubblico un affresco – salvato dalle ingiurie del tempo e riportato a nuovo splendore – di Domenico Piola, celebre pittore genovese seicentesco (1627-1703). L’affresco in questione (191 x 125 cm), un monocromo raffigurante l’episodio descritto nel Vangelo di Luca, ha una storia piuttosto travagliata: in origine si trovava a decorare la chiesa di Santa Maria in Passione in Sarzano, gravemente mutilata dai bombardamenti della seconda guerra e successivamente colpita da crolli strutturali. Del patrimonio di affreschi di tale luogo il più andò quindi perso; la Cena in Emmaus fu salvata dalla soprintendenza del tempo, nel 1947.

    «L’affresco – dice Adelmo Taddei, conservatore del museo – venne strappato (purtroppo, poiché è una tecnica più distruttiva della superficie pittorica rispetto allo stacco) quando, a seguito di forti piogge, nel 1947, tutto il muro di destra della chiesa di Santa Maria in Passione crollò e questa monocroma subì un forte dilavamento. Dopodiché venne portata nella chiesa di Sant’Agostino. L’opera, intelaiata con una cornice e una struttura posteriore a croce, venne sommariamente pulita ed integrata, probabilmente nel 1959».

    L’affresco, di un originario color porpora, si presentava, prima del restauro, completamente ingrigito: ciò fa supporre che «dopo il 1959 l’opera non abbia più conosciuto restauro». Per quanto riguarda invece il particolare colore scelto per questo monocromo (solitamente i monocromi sono grigi) Taddei spiega: «E’ mia opinione che il porpora sia stato scelto in ragione della stessa titolazione della chiesa, dedicata alla Passione di Cristo. In particolare, ad esempio, la zona della chiesa nella quale si trovavano i quattro affreschi monocromi dei quali faceva parte questo in oggetto mostrava: nella volta, la Vergine addolorata, in controfacciata e nelle parete laterali le scene a monocroma con l’Apparizione del Cristo alla Madre, Le pie donne al Sepolcro e l’Ascensione, oltre alla Cena in Emmaus».

    Il restauro – affidato a una ditta privata – è stato sostenuto dall’associazione Amitié Gênes-Monaco e diretto dalla Soprintendenza ai Beni Artistici, Storici ed Etnoantropologici, e ha permesso di risarcire i danni consistenti nei già citati dilavamento e ingrigimento del colore superficiale; l’opera così restaurata è ora visibile al secondo piano del museo, dove è stata inizialmente ordinata una piccola mostra didattica e le sono state affiancate due tele (sul medesimo soggetto) del contemporaneo Roberto Altmann. Al proposito dell’accostamento antico-moderno Taddei spiega: «Roberto Altmann presenterà nei prossimi mesi una propria mostra personale in Museo, probabilmente negli ampi spazi della ex chiesa di Sant’Agostino. Ci è parso che il suo tipo di fare artistico potesse presentare suggestioni reciproche e sul sentimento dell’opera antica – se ne veda la riproduzione fatta da Altmann – e sulla base comune di fattualità che ogni artista presenta. In questo ultimo senso è importante ricordare che Altmann si cimenta spesso con l’affresco. Inoltre, e più in generale, il Museo di Sant’Agostino ospita spessissimo lavori d’arte contemporanea, poiché ci pare che lo spazio moderno del Museo, ma basato sul sedime antico del chiostro triangolare e del chiostro quadrangolare presenti una vitale tensione irrisolta fra antico e moderno, amplificata dal percorso dedicato alle opere ‘classiche’. In questo spazio concettuale, in questo dialogo continuo si inseriscono sempre adeguatamente le opere degli artisti che vengono ospitati, ed abbiamo notato, oltre al gradimento del pubblico (il Museo ha aumentato di circa diecimila unità le visite negli ultimi cinque anni), che effettivamente il sommesso colloquio fra opere d’arte antica e opere ed installazioni contemporanee frutta una moltiplicazione delle possibilità di fruizione e comprensione per entrambe le parti».

    Il Museo di Sant’Agostino è aperto tutti i giorni tranne il lunedì, con orario 9-19 nei feriali e 10-19 sabato e domenica. Per info si può contattare il numero 010/2511263.

    Claudia Baghino

  • Genova Film Festival, si parte da Medianeras di Gustavo Tarretto

    Genova Film Festival, si parte da Medianeras di Gustavo Tarretto

    Due vite che scorrono in parallelo e che s’incrociano inconsapevolmente in una Buenos Aires caotica e frastornata da un’architettura soffocante; una metropoli per certi aspetti opprimente ma che nasconde emozioni e storie degne di essere raccontate. E’ iniziata così la quindicesima edizione del Genova Film Festival, nella sala 7 dello Space Cinema- Porto Antico.

    Medianeras, regia di Gustavo Tarretto (italiano solo di origine, argentino di nazionalità) è una storia d’amore in un mondo di paranoie e nevrosi che non sfocia mai nel melenso ma che resta fedele a uno stile lineare, semplice. Ricorda in alcuni momenti, mi si consenta di dire, come una fotografia sbiadita, un film di Inarritu mentre altrove ammicca al cinema francese più recente (penso soprattutto ad Amelie).  Non è esattamente l’apoteosi del cinema indipendente che rifugge il mainstream a tutti i costi: quel cinema americano che a molti fa storcere il naso ma che resta sempre la principale fonte di ispirazione per chi è nel settore. E francamente, questo è un punto a favore di Medianeras. Lo stesso produttore, Lluis Minarro, presente in sala e pronto a rispondere alle domande del pubblico con la mediazione di Cristiano Palozzi e Antonella Sica, i direttori artistici del Festival, sembra prendere le distanze dalla sua creatura. Usa in particolare l’espressione “troppo parlato” ma naturalmente non ne rinnega il valore. E perché mai dovrebbe farlo? Il film è piacevole e romantico e il romanticismo attira anche chi lo disprezza con ostentazione.

    In sala le poltrone sono quasi tutte occupate e il pubblico è variegato: ci sono più giovani che anziani e a dire il vero non è banale nella nostra amata Genova. Si applaude e per fortuna con decoro vale a dire a film concluso (anche questa è civilta!). Una serata gradevole che forse avrebbe attirato ancora più pubblico se si fosse affidata a una pubblicità più massiva. Ma sono gli stessi organizzatori a sottolineare quanto sia difficile realizzare un Festival del genere, garantire l’ingresso libero e trovare i soldi per un marketing degno di definirsi tale. Niente da dire, anzi. Le premesse sono incoraggianti e l’invito a non mancare alle prossime serate è assolutamente disinteressato. Se poi vi piace osservare le reazioni delle persone in un contesto di questo tipo vi toglierete delle soddisfazioni: il giovane intellettuale che trova il film non abbastanza pesante (chi ci ha inculcato l’equazione intrattenimento=male assoluto? Ah già, il pensiero marxista distorto a partire dalla morte di Marx) e l’uomo di mezza età (ma avrebbe potuto essere chiunque, io per primo) che all’uscita dalla sala non resiste alla tentazione di bucare il video e rilascia pareri pieni di foga sul perché e il per come del film appena visto. Chicche che ti allietano il lunedì sera!

     Il Genova Film Festival si pone in un’ideale linea di continuità con altri eventi cittadini così come dichiarato in apertura dai due direttori artistici. Primo fra tutti anche per prossimità temporale il Suq Festival che ha tra l’altro una collaborazione in uno dei cortometraggi presentati in questi giorni, La straniera di Marco Turco. Sono previsti numerosi workshop e il Concorso Nazionale di cortometraggi e documentari mentre Lluis Minarro sarà presente in più occasioni per parlare del suo lavoro (oggi, per esempio, alle 16.00 spiegherà come si produce un film indipendente).

    Non c’è motivo per disertare una manifestazione come questa: alimenta il dibattito e il confronto, apre la mente e va incontro alla ligustica virtù del risparmio. Prima di tutto, però, sfruttiamo questa e altre occasioni per divertirci, senza troppe sovrastrutture se possibile. Come ha detto la mia amica a cui ho chiesto che cosa ne pensasse del film appena visto (mentre nella mia testa rimbombavano ancora recensioni altisonanti e di difficile comprensione): “Molto bello!” “E nient’altro?” “ No, nient’altro”.

    Michele Archinà

  • Bruxelles, 28 e 29 giugno 2012: scongiurata una seconda crisi del ’29?

    Bruxelles, 28 e 29 giugno 2012: scongiurata una seconda crisi del ’29?

    Il premier Mario Monti torna da una due giorni a Bruxelles con una serie di ipotesi di soluzione della crisi che se verranno realmente poste in essere confermeranno la sua autorevolezza e competenza, spesso ultimamente messa in discussione da  parlamentari e commentatori vari.

    Gli accordi di Bruxelles tra i 27 membri sono stati i seguenti :

    a) Unione bancaria, che comporterebbe una sorveglianza unica su tutti gli Istituti di credito da parte della BCE

    b) Scudo anti spread, i fondi salva stati EFSL e ESM potranno acquistare titoli di stato dei Paesi virtuosi, cioè quelli che avranno dimostrato di fare i compiti a casa

    c) Patto per la crescita, un pacchetto di aiuti da meglio definire il prossimo 9 Luglio nella prevista riunione dell’Eurogruppo per stimolare la crescita economica nell’area euro da 120 miliardi

    d) Tobin Tax, tassa sulle transazioni finanziarie, da attuarsi entro fine anno ma condizionata alla cooperazione rafforzata di almeno 9 Paesi

    e) Aiuto diretto alle banche spagnole in crisi di liquidità a causa della loro forte esposizione verso il settore immobiliare in grave crisi

    f)  Impegno per varare a breve una Road Map per arrivare all’Unione monetaria ed economica

    Le misure più rilevanti sono senza dubbio dovute all’opera progettuale del Prof. Monti a cui hanno aderito la Spagna , la Francia e alla fine anche la cancelliera Angela Merkel.

    L’effetto annuncio delle suddette misure è stato molto rilevante e le borse europee dopo un lungo periodo negativo hanno preso un grande sprint. Un buon summit e un grande successo personale del nostro premier, che ha dimostrato una volta di più come il prestigio e la competenza personale specifica valgano tanto nel mondo vero e reale e confermato che il precedente capo del governo, patrocinando solo una visione onirica e autoreferenziale della realtà, abbia fatto danni gravissimi alla credibilità internazionale di questo Paese.

    Ma il passato, anche se non va dimenticato, oggi non serve per spiegare il presente e ipotizzare il futuro, che sono strettamente legati alle soluzioni discusse e imbastite nel vertice appena concluso.

    Tutto bene? Possiamo metterci in macchina e farci qualche centinaio di km per andare a crogiolarci su qualche spiaggia assolata in santa pace? Il peggio è passato e il futuro sarà roseo come quello dipinto per oltre vent’anni dal Cavaliere?

    Non è facile dirlo oggi , ma dobbiamo imparare dal passato pesantemente condizionato dalla propaganda dell’ottimismo oltre ogni logica, che non basta dire, come Mary Poppins, supercalifragilistichespiralidoso  e la pillola andrà giù; bisogna avere cognizione che è già importante avere una buona idea ma poi occorre  saperla condividere e mettere in pratica nei tempi giusti.

    Per ora siamo solo alla prima fase, il parto della buona idea, ma a breve il compito dei grandi leader europei sarà quello di dare corpo e sostanza al pensiero e programmare tutti i passi necessari per attuarlo.

     

    I RISCHI DELLA MANCATA ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA

    Senza voler peccare di pessimismo, ritengo utile in questa fase evidenziare che la reazione positiva dei mercati all’annuncio delle ipotesi di lavoro potrebbe diventare un boomerang ancora più negativo della situazione precedente qualora i premier europei non riuscissero in tempi brevi a dare sostanza al pensiero e porre in essere le azioni conseguenti.

    In questo caso infatti il fallimento suonerebbe come un vero de profundis per tutta l’Eurozona, proprio perché  dopo l’illusione della soluzione la constatazione dell’impossibilità di realizzarla proprio da parte di persone di qualità e competenza specifica come l’attuale premier avrebbe un effetto sui mercati non più controllabile.

    E’ paradossale ma del tutto logico da un punto di vista psicologico:  il fallimento di un mediocre sarebbe ancora gestibile, ma quello di una persona di grande autorevolezza  a questo punto della crisi causerebbe  un effetto domino di proporzioni non ipotizzabili, inclusa la già demonizzata uscita incontrollata dall’euro.

     

    I NEMICI DELLA MANOVRA PER RISOLVERE LA CRISI

    Ognuna delle misure ipotizzate nel summit  ha piccoli e grandi nemici, che potrebbero ostacolare o ritardare la loro attuazione. Vediamo di farne una veloce lista, partendo da quelli più definiti.

    a) Scudo anti spread, l’idea sembra  un po’ il fratello minore dei tanto discussi Eurobond.

    E’ un modo diverso di attuare il progetto di ridurre il divario dei tassi all’interno dell’Eurozona tra i Paesi buoni e quelli indisciplinati. A prima vista mi fa venire in mente  il mitico scudo spaziale di Reagan, che diede inizio all’escalation di spese militari che condusse la Russia comunista, unitamente ad altre concause, alla resa.

    L’idea è senza dubbio molto intelligente e soprattutto sottile ed offre alla cancelliera Merkel una resa onorevole, consentendole di non sconfessare la sua sbandierata avversione agli Eurobond di fronte al suo elettorato; chapeau al Prof. Monti e al suo ingegno italico.

    Bisogna vedere se nella fase attuativa sarà possibile per il suo mentore far digerire ai  tedeschi, in primis,  il meccanismo automatico di applicazione senza il preventivo intervento della Troika ( FMI, UE e BCE) e  dotare lo strumento di un plafond di risorse sufficienti a contenere le pressioni speculative che inevitabilmente lo metteranno alla prova.

    Sul fronte interno il premier avrà sicuramente un maggior potere per far attuare le riforme strutturali che permetteranno di stare nel novero dei Paesi virtuosi e poter, se del caso, attivare lo scudo.

    b) L’Unione bancaria

    La misura e’ senza dubbio suggerita dal secondo Supermario dell’Italia, ossia da Mario Draghi che dopo aver molto opportunamente fatto fare alla Banca d’Italia un deciso, ancorché  discreto, passo in avanti rispetto all’ Era Fazio nella vigilanza sugli intermediari finanziari nel nostro paese (soprattutto sul fronte della compliance e dell’antiriciclaggio), ha ben chiaro che il rilancio dell’Europa passa da un controllo molto più  ferreo e uniforme dell’operatività degli intermediari finanziari, soprattutto in quei Paesi che hanno molta economia illegale o che sono stati il refugio peccatorum  degli operatori fuorilegge.

    L’illegalità e l’evasione fiscale hanno bisogno di complici nel sistema finanziario per poter prosperare e senza il supporto di intermediari, dolosamente o colposamente collusi, si troveranno con le polveri bagnate.

    La lotta ai paradisi fiscali attuata negli ultimi anni e la riforma degli intermediari finanziari in corso in Italia sono due capisaldi essenziali, ma devono essere resi ancora più efficaci per far fronte ad una massa di economia illegale che in Italia fattura ogni anno 150 mld di euro; il punto essenziale diventa l’attuazione di  un cordone sanitario formato dalle altre istituzioni finanziarie dell’UE.

    I premier saranno d’accordo, ma senza dubbio l’Unione Bancaria darà alla BCE un potere molto importante e costringerà tutti gli intermediari finanziari all’adozione di procedure molto strette per evitare la revoca della licenza bancaria.

    In un Paese come il nostro, tradizionalmente afflitto da alta evasione fiscale, forte presenza di economia direttamente o indirettamente illegale e alta propensione alla corruzione, il ruolo degli intermediari finanziari è cruciale per realizzare il riciclaggio di proventi illeciti, per cui rafforzare la vigilanza su questo specifico punto e in generale sull’operatività delle banche alzando il livello e la competenza dei controllori e soprattutto coordinando le azioni a livello europeo , e’ un passo importante ma a livello politico sarà fortemente avversata su base locale dalle lobby che vivono e prosperano su un sistema finanziario opaco e permissivo e che già in passato sono riusciti a convincere i partiti al governo a far innalzare le soglie per il pagamento in contanti o a ritardare misure rigide sul riciclaggio.

    c) Patto per la crescita

    In questo caso è difficile dire quali siano gli avversari perché si tratta poco più di un titolo e non ha ancora alcuna coniugazione pratica. Dall’esame dei suoi contenuti si potrà valutare sia la sua fattibilità che i suoi effetti nel tempo; è chiaro che l’avversario in questo frangente è sempre il tempo, stante l’evidente deterioramento del tessuto economico di questi  mesi.

    Speriamo solo che non sia come  lo stimulus plan di Obama, che è rimasto in gran parte, come del resto la legge Dodd-Franck sulla riforma del sistema finanziario, un bel libro dei sogni, con poche ricadute reali.

    d) Tobin Tax

    E’ strettamente collegata al progetto dell’Unione Bancaria, che ne è in qualche misura anche un presupposto e ha un solo reale nemico e si chiama U.K., che vive di economia finanziaria e quindi ritiene molto pericolosa una tassa sulla principale attività svolta dalle sue imprese. Senza dubbio anche i cugini americani non sono molto propensi e quindi l’iter sarà lungo e complesso; del resto se ne parla da decenni.

    e) Aiuto diretto alle banche spagnole

    E’ una misura dettata dall’emergenza ed è probabilmente lo zuccherino concesso a Rajoy per il suo placet senza riserve al progetto più ampio del Prof. Monti, appoggiato anche da Hollande e quindi destinato a fronteggiare la Germania.

    f) Impegno per l’Unione monetaria ed economica

    E’ la logica conclusione di questo processo e porterà necessariamente ad una parziale perdita di sovranità dei singoli paesi a favore delle istituzioni europee.

    Adenauer,  Schuman e De Gasperi dall’alto del cielo stanno applaudendo il Prof. Monti, per noi italiani è l’unica speranza di un futuro diverso dal caos politico-economico-istituzionale, da cui si salva solo il Presidente della Repubblica,  in cui ci hanno sprofondato questi politici di serie C,  a cui abbiamo delegato per decenni il destino del  nostro Paese e delle nostre vite… proprio per questo penso che loro non molleranno  l’osso tanto facilmente e che il prof. Monti avrà da sudare per riportare la nostra nazione nel posto che le compete.

    Non siamo una mera espressione geografica ed è venuto il momento di dimostrarlo con i fatti. Viva l’Italia, ma solo se capirà di essere uno dei cardini dell’Europa.

    Maurizio Astuni
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Fiera Mercato ArteGenova, al via le selezioni per il 2013

    Fiera Mercato ArteGenova, al via le selezioni per il 2013

    Sono aperte le selezioni per la prossima edizione della fiera mercato Artegenova dedicata all’arte contemporanea che  si svolgerà dal 22 al 25 febbraio 2013. Il bando (a breve online sul sito www.satura.it) scadrà il 30 luglio ed è rivolto ad artisti interessati a promuovere la propria immagine in una prospettiva di crescita professionale e di mercato.

    Lo staff di Satura è disponibile a dare informazioni agli artisti dal martedì al sabato dalle ore 15:00 alle ore 19:00 ai numeri di telefono 010.24.68.284 – 010.66.29.17.

    Nella scorsa edizione di ArteGenova sono state più di 90 le gallerie ospitate nel complesso fieristico, opere dei movimenti artistici del secolo scorso e contemporanei, dando ampio spazio agli artisti emergenti e alle manifestazioni innovative come l’arte digitale e la videoarte.

    Autori del calibro di Balla, Carrà, De Chirico, De Pisis, Sironi, Severini, Morandi, Schifano accanto ai più noti protagonisti della Storia dell’Arte Moderna come Picasso, Utrillo, Chagall, Dalì, Hartung, Warhol ma anche opere contemporanee come quelle della Transavanguardia Italiana, dell’arte concettuale di Agnetti, Castellani, Bonalumi, dell’Informale di Burri, Capogrossi e Vedova, dello Spazialismo di Lucio Fontana fino all’arte povera di Boetti, Calzolari, Pistoletto.

    [foto di Constanza Rojas]

  • Oltre il giardino: l’impatto e gli effetti sul paesaggio circostante

    Oltre il giardino: l’impatto e gli effetti sul paesaggio circostante

    Qualsiasi giardino, anche il più semplice ed il meglio inserito nell’ambiente circostante, incide sul paesaggio in cui è stato realizzato. Tale effetto è inevitabile e spesso viene sottovalutato, tanto dai proprietari che, in alcuni casi, dagli stessi autori dell’area verde. Se ciò accade, si assiste talvolta all’improbabile inserimento di giardini di stile iper moderno e minimalista nel mezzo della campagna rurale e senza tempo, di giardini di impianto nipponico in aree cittadine prettamente occidentali o, a poco probabili, insiemi di cactacee in Lombardia!

    Anche però il giardino meglio contestualizzato produce, anche talvolta in positivo, i suoi inevitabili effetti sul paesaggio circostante. In certi casi questi sono immediatamente intellegibili per qualsiasi osservatore esterno, a volte invece lo sono solo per uno attento o, al contrario, risultano chiaramente evincibili solo da una certa distanza, per esempio dall’alto.

    Il giardino di Giorgio Armani, di cui ci siamo occupati la scorsa settimana, è un esempio evidente di quanto appena detto. Pur essendo molto inserito nel contesto e nell’ambiente isolano, da quest’ultimo si discosta in modo evidente. A livello verticale, per effetto dell’alto muro a secco di cinta che lo circonda su molti lati e soprattutto per lo svettare delle citate palme secolari.

    Esse, secondo la definizione di un noto paesaggista, si presentano come veri e propri punti esclamativi nell’orditura del paesaggio circostante. Quanto appena detto potrebbe sembrare, per chi non sia mai stato sull’isola, cosa eccessiva. Così non è, Pantelleria è spesso brulla, la vegetazione prostrata, talvolta strisciante, gli alberi sono rari e non superano mai una certa altezza. Le palme di Armani svettano invece, le più alte di tutta l’isola, in mezzo a tutto il resto, si notano a distanza e non stonano nell’insieme, pur essendone indubbiamente elemento di rottura, solo grazie alla loro attenta collocazione.

    Analogamente a quanto appena detto, incredibili possono essere gli effetti sul paesaggio derivanti dall’impiego di una sola essenza vegetale, ripetuto sistematicamente nello spazio. Un semplice muretto con poco terreno ed un dato numero di Echinocactus Grusonii (una cactacea molto nota, diffusa e dalla forma sferica, si veda la fotografia dell’articolo precedente), su di esso disposti secondo un preciso schema geometrico, possono creare, inaspettati ma ben armonizzati nel contesto circostante, effetti scultorei. Nel giardino in questione, un muretto divisorio è stato infatti destinato a queste cactacee. Esse si susseguono, in modo ritmico, studiato ma al tempo stesso spontaneo, fornendo il migliore esempio di cosa sia possibile ottenere coordinando le varietà di forme, colori e libertà della natura con precise scelte progettuali dell’uomo.

    Infine, a nostro avviso, merita anche un accenno il palmento che si estende a nord dei dammusi (tipiche costruzioni abitative di Pantelleria) di Armani. Qui vi è una zona di collegamento tra le aree a verde semi spontanee ed il giardino vero e proprio.

    Il terreno in questione è stato dedicato  esclusivamente alla coltivazione di una stessa varietà di palma. La terra non è qui ricoperta da alcuna vegetazione, è lasciata spoglia, di un particolare colore bruciato. In questa zona sono poi collocate, secondo un preciso schema geometrico, moltissime palme ancora piuttosto giovani, tutte uguali tra loro per genere, dimensioni e sviluppo vegetativo. L’insieme è, pur nella sua semplicità, assolutamente stupefacente, sia da vicino che da lontano, sia dall’alto che dal basso. Le foglie verdi scure svettano su fusti ovaliformi marroni che rimandano vagamente a grandi ananas, alcuni rami reggono i datteri.

    Le piante ricordano quindi, quasi, nella loro rigorosa e regolare disposizione progettuale, un esercito di vegetali disposto su un campo di battaglia! Un simile effetto è un esempio di controllo dell´uomo sulla natura.

    L’impianto generale del palmeto è, data la sua collocazione, l’insieme complessivo del giardino e la delimitazione con muretti a secco, estremamente soddisfacente e riuscito. Simili risultati non sono però mai scontati e possono essere raggiunti solo grazie ad un’esperienza, una sensibilità e soprattutto ad un profondo rispetto (anche nel piegarla ai propri desideri) della Natura!

    di Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Perché l’inglese è la lingua franca globale?

    Perché l’inglese è la lingua franca globale?

    “In the right place at the right time”. Nel posto giusto al momento giusto. Si trovano qui, racchiuse nella sintesi di una frase, le diverse risposte alla domanda sul perché proprio l’inglese sia diventato la lingua franca internazionale, ovvero il codice usato per comunicare tra persone di lingua diversa.

    Per capire meglio, facciamo un passo indietro partendo da un uomo vissuto tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo, sir Walter Raleigh. Se oggi l’inglese è diffuso globalmente, un po’ di merito va attribuito a questo navigatore e poeta, appoggiato da Elizabeth I, le cui spedizioni verso l’America portarono allo stabilimento del primo settlement (“insediamento”) inglese sul suolo poi divenuto statunitense.

    Fu la prima bandiera piantata overseas, parola che indica ciò che è “oltremare”, “straniero”, e il primo tassello di un Impero che nel XX secolo era presente in tutti i continenti, seppure in forme diverse: dall’India, all’Australia, al Sudafrica e al Canada. L’inglese è entrato nelle ex-colonie come lingua dell’amministrazione, del commercio e dell’istruzione, specialmente tra i ceti più abbienti, affiancandosi e/o sovrapponendosi alle lingue locali. D’altra parte, abbiamo già visto come l’affermazione di una lingua non sia un processo molto democratico: il più forte vince e impone come lingua del potere la propria.

    “The sun never sets on the British Empire,” si diceva. Siccome però nulla è permanente, il sole tramontò eccome sull’Impero britannico, sgretolatosi nel giro di pochi anni dopo l’indipendenza dell’India di Gandhi nel 1947. La posizione dell’inglese non era però in pericolo. Infatti, negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, se la Gran Bretagna – comunque uscita vincitrice dal conflitto – era in declino, gli Stati Uniti emergevano come superpotenza.

    Chi vince le guerre impone la propria lingua, dicevamo. Fu così che l’idioma di due paesi vincitori si stabilì come lingua ufficiale – o perlomeno come una delle lingue ufficiali – di organizzazioni internazionali, quali ONU, NATO e in seguito UE. Piccola nota didattica: fate attenzione alle sigle quando passate dall’italiano all’inglese. Le Nazioni Unite diventano infatti in inglese UN, United Nations, così come l’Unione Europea è EU, European Union.

    La diffusione globale dell’inglese non è stata solo un fatto politico, ma anche economico e culturale. L’American way of life, lo stile di vita americano, è stato un modello per decenni per il mondo occidentale, pubblicizzato peraltro dai film di Hollywood e dalle tv series americane, o comunque provenienti proprio dal mondo anglofono.

    Da decenni le canzoni in testa alle hit parade internazionali provengono normalmente da paesi anglofoni. Che vi piacciano i Beatles, gli Iron Maiden o Rihanna, avrete probabilmente già familiarizzato con parole e frasi comuni nei testi delle canzoni, quali love, “amore”, I want you, “ti voglio” e I need you, “ho bisogno di te”. (http://www.youtube.com/watch?v=zLGWyfGk_LU)

    Il boom dell’informatica e di Internet  ha poi contribuito in modo fondamentale all’affermazione dell’inglese. I software di aziende – americane – leader di questi settori, come Google, Microsoft e  Apple, sono in inglese, anche se normalmente vengono poi tradotti in altre lingue.

    Nel mondo accademico l’eccellenza è rappresentata da università americane e britanniche come il MIT, Harvard, Yale, Oxford e Cambridge. Sempre nel campo della conoscenza, le pubblicazioni scientifiche e mediche di rilevanza internazionale sono scritte in inglese.

    Ecco quindi le radici del “right place” – una presenza radicata in tutti i continenti – e del “right time” –  l’era della comunicazione in tempo reale da e verso ogni angolo del mondo grazie a Internet e ai mass media – che hanno permesso all’inglese di assumere il ruolo di lingua franca globale.

    Per quanto riguarda il futuro la domanda è: l’inglese riuscirà a mantenere questo ruolo? Pur non avendo la sfera di cristallo, cercherò di fornirvi delle ipotesi plausibili … See you!

     

    Daniele Canepa
    [foto di Diego Arbore]

  • “Si scrive Arte e si legge Pittura”: ciclo di incontri sui pittori liguri

    “Si scrive Arte e si legge Pittura”: ciclo di incontri sui pittori liguri

    Incontrare dal vivo chi fa arte, avere davanti agli occhi l’opera e l’artista che ha creato l’opera stessa è cosa abbastanza rara e sicuramente una delle situazioni di maggior interesse per chi ama l’arte; ma è uno spunto e un motivo di approccio anche per chi se ne sente più distante: quale occasione migliore, infatti, per capire le opere, per avvicinarsi a questa realtà o semplicemente soddisfare le proprie curiosità a riguardo, se non quella in cui è possibile porre le proprie domande direttamente all’artista, senza il filtro del critico d’arte, del curatore o del catalogo di mostra?

    Genova Cultura Associazione, in collaborazione con la Fondazione Lorenzo Garaventa, organizza a tal proposito un ciclo di incontri dedicati ai pittori liguri contemporanei, dal titolo “Si Scrive Arte e si legge Pittura”.

    «Gli incontri saranno sei e ad ognuno di essi parteciperà un artista: tre pittori e tre pittrici racconteranno la propria storia e ricerca artistica, e risponderanno alle domande del pubblico – dice Lucia Marcello, membro dell’associazione – inoltre ciascun incontro sarà corredato dall’esposizione di opere dell’artista protagonista di quella data, compresi alcuni inediti». I presenti avranno quindi la possibilità di osservare lavori mai esposti prima.

    Quadro di Luiso Sturla

    Il primo della serie di incontri si svolgerà domani (giovedì 28 giugno) dalle 16 alle 20 presso la sede dell’associazione in Via Roma 8b/9, ospite il pittore chiavarese Luiso Sturla: classe 1930, esponente dell’arte informale e membro del MAC di Milano, ha vissuto in Spagna e a New York dove ha visto nascere la Pop Art. Conosciuto in Italia e all’estero, continua tuttora la sua attività dividendosi tra lo studio di Milano e quello di Chiavari. Modererà il dibattito l’Arch. Rossella Soro, curatrice della recente mostra di Sturla presso Palazzo Reale.

    L’ingresso è gratuito fino ad esaurimento posti e non è prevista prenotazione; sarà inoltre servito un rinfresco. Il secondo e il terzo incontro si terranno rispettivamente a settembre e a dicembre, i restanti tre nel 2013. Per tutte le info si può contattare l’associazione al numero 010/3014333.

     

    Claudia Baghino

  • Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    Napolitano e la trattativa “Stato-Mafia”: questione di credibilità

    NapolitanoChe c’entra Napolitano con la mafia? Come mai l’attuale Presidente della Repubblica si mette a parlare di “interpretazioni arbitrarie e tendenziose” della stampa, che proverebbero ad accostarlo, in qualche modo, a una vecchia trattativa tra parti dello Stato e la mafia siciliana? Come mai alcuni giornali (anzi un solo giornale: Il Fatto Quotidiano) si sono messi di punto in bianco ad attaccare il Capo dello Stato in un periodo così difficile per il nostro paese? Ha forse ragione Eugenio Scalfari, che su Repubblica insinua il sospetto di un tentativo di destabilizzazione ai danni del governo Monti, che ha avuto proprio in Napolitano il massimo sponsor istituzionale?

    Diciamo la verità: gli Italiani non ci stanno capendo niente. Forse non sono nemmeno così interessati all’argomento, e magari sono preoccupati per altre cose, come la crisi economica o gli Europei di calcio. Quindi bisogna riepilogare i fatti. Le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta stanno indagando a vario titolo sulle stragi di mafia del 1992-93, che fecero vittime tra politici di fama nazionale (Lima e Salvo), giudici di primo piano (Falcone e Borsellino) e poi anche cittadini comuni: uomini, donne e anche bambini piccolissimi, rimasti uccisi in veri e propri attentati terroristici finalizzati a destabilizzare il paese. La mafia dei Corleonesi faceva la guerra allo Stato per fare la pace: cioè ottenere un accordo sul carcere duro (41-bis), revisione dei processi e altre questioni. Ed è stato accertato che pezzi dello Stato si mossero per avviare una trattativa con Cosa Nostra allo scopo di fermare le stragi; oppure, più prosaicamente, allo scopo di salvare la pelle a certi politici che temevano per la propria vita.

    Un canale di contatto fu trovato tramite i carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS), che agganciarono, attraverso il figlio Massimo, l’ex- sindaco mafioso Vito Ciancimino, amico di Riina e soprattutto di Provenzano. Questo canale venne poi soppiantato da altri che, a quanto si sa finora, non risultano bene identificati. E’ un fatto però che a un certo punto le stragi cessarono; ed è un fatto che Giovanni Conso, allora Ministro di Giustizia, revocò il carcere duro a circa 300 mafiosi. Persino le catture di Riina (prima) e Provenzano (poi) presentano punti oscuri, che sarebbe però troppo lungo riepilogare qui.

    Per quel che ci riguarda basti dire che in queste torbide vicende, su cui sarebbe bene fare luce, Napolitano non è mai entrato, e nessuno sospetta che l’attuale inquilino del Quirinale possa avervi avuto un ruolo. Senonché la magistratura, nel corso delle sue indagini, mette a confronto due ex-politici, oggi privati cittadini, che avevano occupato in quella stagione posizioni di primo piano: Claudio Martelli, socialista già Ministro di Grazia e Giustizia, e Nicola Mancino, democristiano e Ministro dell’Interno dal ’92 al ’94. Mancino, già celebre per aver negato (e poi in parte ritrattato) un avvenuto incontro col giudice Borsellino pochi giorni prima della bomba in Via D’Amelio che lo uccise, viene chiamato a ricostruire gli avvenimenti: ed entra in contraddizione con la testimonianza resa da Martelli. Non occorre un genio per capire che, se due testimoni forniscono due versioni opposte, significa per forza che uno dei due mente. Pertanto la magistratura convoca un confronto faccia a faccia tra i due e indaga Mancino per falsa testimonianza. A questo punto l’ex-ministro si spaventa e, ignorando di avere il telefono sotto controllo, comincia a chiamare D’Ambrosio, collaboratore di Napolitano. Le intercettazioni pubblicate non lasciano dubbi: Mancino vorrebbe che il Quirinale in qualche modo facesse pressione sulla magistratura.

    Incredibilmente D’Ambrosio non respinge la richiesta di Mancino: anzi, fa capire che il Presidente Napolitano si starebbe interessando della questione. Viene addirittura messo in mezzo il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che però si defila con eleganza ed intelligenza. Non basta. Secondo quanto dice D’Ambrosio al telefono, Napolitano suggerirebbe a Mancino di parlare con Martelli – pare di capire – per concordare una versione comune: in pratica, una falsa testimonianza.

    Le manovre alla fine non sortiscono alcun effetto: ma che ci siano state è un dato di fatto. A questo punto bisognerebbe capire se D’Ambrosio abbia millantato tutto, oppure se Napolitano sia stato davvero a conoscenza della cosa. Non sarebbe facile per il Presidente dimostrare la seconda ipotesi: agli atti si scoprono due telefonate intercorse proprio tra Mancino e Napolitano, che la magistratura correttamente distrugge perché non penalmente rilevanti. In ogni caso il problema non si pone nemmeno, perché il Quirinale non si degna di rispondere.

    Dal Colle si susseguono dichiarazioni di disgusto contro il solito “fango mediatico”, si deplora l’atteggiamento di certi organi di stampa e si invoca addirittura una legge contro le intercettazioni. Ma di risposte nel merito nemmeno l’ombra. Insomma, al di là della sostanza, nella forma Napolitano si comporta come un Berlusconi qualsiasi, addirittura minacciando quella stessa “legge bavaglio” contro cui la stampa italiana si era mossa compatta. Solo che i mass-media questa volta si prestano al gioco. Anziché incalzare Napolitano chiedendogli trasparenza verso l’opinione pubblica e risposte nel merito, tirano su un bel polverone con il preciso obiettivo di rendere difficile capire cosa stia effettivamente succedendo.

    Invece di raccontare i fatti, giornali e televisioni stanno cercando di annacquarli. Purtroppo questa è la realtà. Ed è anche una vecchia storia. L’informazione in Italia dipende da partiti e da gruppi industriali. Per questo motivo, quando una notizia risulta sgradita tanto alla classe politica quanto a quei settori dell’economia che controllano l’editoria, ecco che diventa difficile per il cittadino ottenere un’informazione completa; perché automaticamente quasi tutti i direttori e i responsabili si preoccupano più di non scontentare chi gli paga lo stipendio, che di fare quello che sarebbe il loro mestiere: cioè dare le notizie. Questo non significa censurarle. Non ce n’è bisogno: basta dare ampio risalto ai commenti e poco spazio ai contenuti. I TG si aprono con titoli fuorvianti e poi si mettono prima le smentite e le dichiarazioni dei protagonisti (che raccontano le cose a modo loro), poi succintamente un riassuntino dei fatti (da cui si capisce poco o nulla). Nei giornali è ancora più semplice: titoloni a prima pagina tipo “L’ira del Colle – Trattativa Stato-mafia, Napolitano attacca: io trasparente” (Repubblica), oppure “Napolitano interviene «Campagna di sospetti costruita sul nulla»” (Corriere della Sera); poi si aggiungono commenti di editorialisti e politici, ed infine si seppellisce da qualche parte nelle pagine interne l’ottimo lavoro dei cronisti, che riportano tutto, intercettazioni comprese.

    Così il cittadino che si intestardisce e perde tempo ad approfondire l’argomento può riuscire a farsi un’idea sufficientemente chiara; ma tutti gli altri, cioè la maggioranza delle persone, che non hanno o la possibilità o la voglia di sviscerare la questione, si faranno inevitabilmente un’idea confusa e approssimativa. Ed era proprio questo l’obiettivo.

    Verrebbe da chiedersi come mai tutti si adoperino per evitare che Napolitano finisca invischiato in faccende opache. La risposta è semplice: è in gioco la credibilità del paese. Il momento è difficile, l’Italia sta negoziando a livello europeo per sistemare i problemi del debito e non deve perdere quel poco credito d’immagine che ancora le viene concesso. La classe politica, già abbastanza compromessa e sfiancata dall’impegno a sostenere un governo scomodo, è priva di certezze e non può permettersi di perdere l’unico punto fermo. Ve lo immaginate cosa succederebbe se Napolitano si dimettesse? Cosa farebbe Monti rimasto solo a dialogare con il peggior Parlamento della storia repubblicana, che deve approvargli le leggi e che per di più dovrebbe mettersi a tentare un difficilissimo accordo per eleggere un nuovo Presidente della Repubblica? Sarebbe un bel problema.

    Tuttavia la mancata trasparenza che ha sempre avvolto tutte le più inquietanti vicende italiane, soprattutto in tema di mafia, è un problema ben più grosso. Per questo dico che non c’è malintesa ragione di Stato che tenga: Napolitano farebbe bene a prendere le distanze dal suo collaboratore ed ex-magistrato D’Ambrosio, costringendolo alle dimissioni per aver speso il suo nome in manovre torbide e in tentativi di pressione sulla magistratura inquirente. L’alternativa sarebbe dimettersi personalmente. Capisco che si tratti di un’affermazione pesante, ma anche se non ci sono rilievi penali, da un punto di vista politico ce n’è abbastanza per rovinare la carriera di chiunque. Si è mai visto un Presidente della Repubblica che si muova nei confronti della magistratura su richiesta di un privato cittadino, che da quella stessa magistratura è indagato per falsa testimonianza, per giunta su vicende di mafia?

    Inutile dire che, se fossimo in Inghilterra, Germania o Stati Uniti il Presidente sarebbe in grossi guai e rischierebbe di doversi dimettere. L’opinione pubblica avanzerebbe domande fin troppo ovvie: perché Mancino, per problemi suoi personali, ottiene udienza e appoggio presso il Quirinale? Avrà forse qualche potere di ricatto su Napolitano o su amici di Napolitano? Sono solo sospetti, è ovvio: per quello che ne sappiamo, il Presidente potrebbe aver peccato solo di ingenuità. Ma nelle vere democrazie non si tollera nemmeno l’ingenuità: proprio perché da adito a dubbi. Napolitano avrà agito con le migliori intenzioni: ma noi come facciamo a esserne sicuri?

    Negli altri paesi funziona così: o chiarisci o ti dimetti. Il giustizialismo non c’entra un bel niente. Quello che importa è la pretesa del cittadino di dormire sonni tranquilli confidando nell’onestà della sua classe politica: per questo i politici fanno di tutto per dissipare anche i minimi sospetti. La difficile situazione economica del nostro paese non può essere una scusa. Anzi: se i giornalisti si fossero sempre occupati di dare le notizie, gli imprenditori di realizzare profitto creando posti di lavoro, le forze dell’ordine di combattere la criminalità e i politici di risultare limpidi e trasparenti, non saremmo ai punti in cui siamo adesso. Le mafie sono soprattutto un problema economico: secondo alcune stime pesano per il 10% del PIL. Dunque è proprio in questa fase che ci dovremmo preoccupare di non commettere gli errori del passato. Ed è proprio in questa fase che ci sarebbe bisogno di non fare sconti a nessuno.

    Andrea Giannini

  • Progetti culturali: ecco i risultati dei bandi comunali per la cultura

    Progetti culturali: ecco i risultati dei bandi comunali per la cultura

    I cinque bandi promossi dal Comune di Genova per i finanziamenti alla cultura sono stati lanciati in primavera: tre dedicati al teatro (prosa, dialettale e ragazzi), uno ai progetti culturali e il quinto a favore di festival e rassegne. I risultati di quest’ultimo sono già stati pubblicati un mese fa (vedi link), oggi 25 giugno tocca ai progetti culturali, mercoledì 27 conosceremo i risultati relativi ai teatri.

    Per quanto riguarda i progetti culturali il Comune ha stanziato un totale di 40.000 euro. Ecco tutti i progetti che hanno ottenuto il finanziamento pubblico:

    -Cooperativa Sociale onlus “La Casa della Musica” – Musica L’orchestra della Darsena  € 4.900,00

    -Teatro Necessario onlus – Romeo e Giulietta ovvero Shakespeare nostro contemporaneo € 5.000,00

    -Museo Internazionale Luzzati onlus – Pinocchio. Biennale 2012 € 5.000,00

    -TILT – Teatro Indipendente Ligure – Teatro in Tilt. Vetrina Expò di Teatro Indipendente € 5.000,00

    -Associazione Once – Tornare a casa / Coming Back Home – La ricerca della propria natura attraverso l’Eredità € 3.000,00

    -Associazione Silfreed Production – Eventi per la promozione di un approccio slow-tech alla produzione, distribuzione e fruizione di prodotti musicali multimediali € 5.000,00

    -Laboratorio Probabile Bellamy – Spaziocinema alla Maddalena € 3.025,00

    -Associazione Alma Musica – Sestri Guitar Festival € 3.025,00

    -Lilith Associazione Culturale Lilith 2012 – Festival della musica d’autrice € 3.025,00

    -Associazione Culturale Forevergreen FM – Electro Park: Make your sound! € 3.025,00

     

    [foto di Daniele Orlandi]