Autore: Simone D’Ambrosio

  • Cultura, eventi e spettacoli: ecco le linee guida del Comune di Genova per il 2014-2015

    Cultura, eventi e spettacoli: ecco le linee guida del Comune di Genova per il 2014-2015

    palazzo-tursi-D5Con una delibera di giunta rimasta finora un po’ in ombra, il mese scorso il Comune di Genova ha predisposto un aggiornamento e un’integrazione delle priorità strategiche in ambito di cultura, eventi e promozione della città con un particolare indicazione operativa per quanto riguarda il biennio 2014-2015. Il provvedimento si era reso necessario per una serie di concause, prima tra tutte la necessità di porre fine alle polemiche degli scorsi anni che puntavano il dito contro l’amministrazione rea di dare “soldi” sempre ai soliti noti privati, ostacolando iniziative ed eventi culturali nuovi ed emergenti.

    «Gli anni scorsi – ammette l’assessore alla Cultura, Carla Sibillaun organizzatore di un Festival veniva dal Comune o partecipava a un bando e chiedeva un contributo, poi andava ad esempio da Palazzo Ducale e ne chiedeva un secondo, e magari pure a Società per Cornigliano… Così, non necessariamente in base alla qualità, c’era chi riusciva a ottenere più risorse degli altri». Per mettere fine a questo circolo vizioso è stata rivista la convezione quadro in atto tra Comune, Palazzo Ducale, Porto Antico e Società per Cornigliano per lo sviluppo di sinergie utili alla promozione e al sostentamento di attività culturali. «Con queste modifiche – spiega Sibilla – cerchiamo di dare vita a una sorta di coordinamento tra tutti i grandi soggetti che si occupano di cultura nella nostra città: adesso ci si dovrà per forza confrontare e mettere d’accordo sui sostegni che i vari soggetti possono fornire alle singole iniziative. Lo scopo della convenzione, infatti, non è tanto quello di versare contributi a Palazzo Ducale, piuttosto che al Carlo Felice, quanto di rafforzare e distribuire al meglio il calendario degli eventi della città perché questi stessi soggetti partecipano attivamente mettendo a disposizione spazi e servizi».

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    Questo, naturalmente, non vuol dire che le istituzioni della cultura e degli eventi genovesi resteranno a bocca asciutta. Sono, infatti, previsti i consueti contributi per la Fondazione per la Cultura di Palazzo Ducale, il Teatro Carlo Felice, il Teatro Stabile di Genova ma, naturalmente, per conoscerne l’ammontare bisogna attendere il nuovo bilancio augurandosi che le risorse a disposizione possano quantomeno restare sullo stesso livello del 2013. Senza dimenticare la sempre più difficile ma parimenti indispensabile ricerca di sponsorizzazioni legate agli eventi culturali, «su cui – assicura l’assessore – lavoriamo alacremente e con costanza. Il miglior modo per valorizzare e difendere la cultura è quello di dare qualità e di considerare come obiettivo la sostenibilità economica, fermo restando che ci sono realtà che per la struttura del proprio conto economico necessitano di finanziamenti. Ma questo non vuol dire che poi si possono avere inefficienze strutturali. E a Genova abbiamo tanti esempi di chi riesce a sfruttare in maniera intelligente e innovativa i fondi erogati, uno su tutti lo Stabile».

    Possiamo, quindi, dire addio ai vecchi baronaggi tanto cari in città, anche e soprattutto nel mondo della cultura? «Vedrei tutto più sotto una luce positiva   – ci risponde l’assessore Sibilla – nel senso che difendiamo al massimo la cultura, puntando molto sull’attenzione alla qualità e alla sostenibilità economica. Perché in realtà gli sprechi nel nostro settore non sono poi così sostanziosi rispetto ad altri ambiti. Negli anni, mentre su altri fronti economici, ahimé, abbiamo avuto delle involuzioni con la chiusura di numerose aziende, i visitatori e i partecipanti agli eventi culturali sono sempre in crescita grazie anche a un’offerta molto vivace. Sei anni fa Palazzo Ducale aveva i conti rosso, adesso sì che riceve il contributo comunale ma riesce a fare tanto di più autoalimentandosi trovando sponsorizzazioni e partner disposti a investire su Genova». Quindi è vero che, almeno a Genova, la cultura continua a dare da mangiare.

    C’è anche un altro aspetto da non sottovalutare tra le pieghe del fermento culturale genovese, ossia l’opportunità di collaborare strettamente con la città di Milano, peraltro di colore politico-amministrativo molto vicino a quello di Palazzo Tursi, in ottica di Expo 2015: Genova, insomma, si vorrebbe candidare a diventare non solo il più naturale sbocco di servizio sul mare per la città meneghina ma punta a valorizzarsi come riferimento anche in ambito turistico.

    Vi è, poi, tutta una serie di principi generali a cui le nuove linee guida devono tendere, come previsto anche dallo stesso Statuto della città. Si tratta, in sostanza, di valorizzare la dimensione nazionale e internazionale del patrimonio cittadino, dell’immagine e dell’appeal turistico della città, delle attività e degli eventi che ne sottolineano la multiculturalità mediterranea e, naturalmente, di tutte quelle iniziative che possano rappresentare un trampolino di lancio per i talenti locali puntando a stimolare un ricambio generazionale, che in questi giorni va parecchio di moda (ministro Madia docet). Insomma, si tratta di tradurre nella concretezza il nuovo, felice slogan che ricorda come Genova nei fatti sia, o forse sarebbe il caso di dire voglia essere, “more than this”. (A proposito di nuovo logo, il Comune ha dato via libera all’utilizzo commerciale per la produzione di merchandising, fino al 28 febbraio 2015, con il versamento di una royalty pari al 7% del fatturato; resta, invece, gratuito l’uso promozionale a fini non commerciali, da parte di soggetti pubblici o privati).

    Le quattro linee guida del Comune di Genova

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    foto di Roberto Manzoli

    Per fare questo vengono, dunque, evidenziate quattro linee guida, che dovrebbero diventare il nuovo catechismo della cultura e degli eventi genovesi per i prossimi due anni.

    Come già accennato, si parte dalla tutela delle grande istituzioni culturali cittadine, fondamentali nella promozione del patrimonio materiale e immateriale di Genova. Non si tratta, comunque, solo di Palazzo Ducale, Carlo Felice e Stabile ma anche di tenere vivi appuntamenti ormai consolidati che coinvolgono i Palazzi dei Rolli e i Musei civici. Inoltre, particolare attenzione si vuole porre alla valorizzazione del Cimitero Monumentale di Staglieno, tra i più importanti d’Europa. E poi tutti gli eventi sempre presenti nel calendario della nostra città in ambito musicale (premio Paganini e sostegno alla musica d’autore) e tradizionali – folkloristici (cortei storici, Confuego e conservazione del dialetto e del teatro genovese).

    Il secondo “comandamento” è, invece, interamente dedicato al sostegno, valorizzazione e promozione degli spettacoli, dalla multisfaccettata offerta teatrale alla sempre crescente offerta musicale; ma si parla anche di Accademia Ligustica di Belle Arti, Museo dell’Attore, cinema, poesia, danza, artisti di strada e chi più ne ha più ne metta.

    La terza linea guida sottolinea la necessità di promuovere l’avvio di progetti innovativi, di imprese culturali locali e di talenti genovesi. In particolare, si fa riferimento ai progetti Sala Dogana e Cre.Sta come esperienza virtuosa nel far emergere le migliori proposte della creatività artistica cittadina.

    Strettamente connesso a ciò è anche il quarto e ultimo aspetto, interamente dedicato alla relazione con il territorio. In questo capitolo, la delibera proposta dall’assessore Sibilla indica tre obiettivi considerati virtuosi e di conseguenza da raggiungere: programmare iniziative con i Municipi e con Civ, valorizzare percorsi cittadini turistico-culturali con particolare riferimento al Centro Storico (vi ricordate il nostro tour alla scoperta delle Botteghe storiche della settimana scorsa?) e dare vita a iniziative specifiche di valorizzazione e rigenerazione urbana attraverso la promozione e fruizione culturale.

    «L’obiettivo di promuovere progetti “stanziali” e innovativi, imprese culturali e produzioni indipendenti  che emerge da questi due ultimi punti – commenta Maddalena Bartolini, consigliere comunale di Lista Doriacredo sia il risultato di un percorso di confronto che vede la cultura uscire dalla sola ottica dei grandi eventi per puntare sulla creatività cittadina come processo permanente invece che momento occasionale. Ne consegue necessariamente un coinvolgimento dei territori (attraverso Municipi, associazioni, Civ e gruppi informali) per rendere la città “abitata” in tutta la sua lunghezza e complessità. Credo che si inizi finalmente a guardare a Genova da altri punti di vista in cui l’arte pubblica, l’apertura di spazi chiusi e la rivitalizzazione di spazi urbani rendono dinamica una città che speriamo diventi sempre più “diffusa”».

    A dimostrazione di ciò è in previsione l’emanazione di un bando per l’assegnazione di contributi da erogare durante il 2014 a sostegno di progetti imprenditoriali innovativi e di industria creativa. La cifra, come tutti gli altri contributi previsti (in previsione ce ne sono anche altri destinati ai teatri più o meno stabili, ai teatri per bambini e alle rassegne musicali) naturalmente è ancora assolutamente incerta e dovrà attendere l’approvazione definitiva il Sala Rossa del Bilancio previsionale 2014. Ma, ad esempio, è già possibile sapere che i contributi richiesti, che dovranno servire a finanziare lo sviluppo di prodotti, servizi e attività creative e culturali che presentino caratteristiche di commerciabilità e capacità di inserimento nel mercato di settore, non potranno superare gli 8 mila euro a progetto. Oltre ai parziali finanziamenti, comunque, l’amministrazione si dichiara assolutamente disponibile a coadiuvare tutti i progetti attraverso l’apporto dei servizi degli Uffici comunali coinvolti nella realizzazione dei vari eventi, in particolare per le questioni burocratiche in materia di rilascio dei permessi e delle autorizzazioni necessarie.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, messa in sicurezza rio Penego e nuova strada da corso Europa ad Apparizione

    Via Shelley, QuartoDovrebbe finalmente essere arrivata a una svolta decisiva l’ormai ultratrentennale vicenda che riguarda la realizzazione di alcuni nuovi edifici residenziali in via Shelley. Rispondendo, infatti, ad alcuni obblighi imposti da sentenze della giustizia amministrativa e da un’operazione di polizia idraulica della Provincia di Genova, la Giunta comunale ha dato il via libera a un processo a catena che potrebbe portare all’avvio definitivo dei lavori entro la fine dell’anno. Ma la situazione è piuttosto intricata perché unisce, da un lato, la necessità di ammodernare la canalizzazione del rio Penego per una definitiva messa in sicurezza in caso di forte piogge, dall’altro, il completamento del nuovo collegamento stradale tra via Monaco Simone e corso Europa.

    La situazione è spiegata meglio dalle parole del vicesindaco, Stefano Bernini: «Abbiamo l’obbligo – dice l’assessore all’Urbanistica – di realizzare una modifica alla tombinatura del rio Penego perché quella fatta dagli abitanti di via Shelley negli anni ‘60-‘70 è piccola e ha creato diversi disagi in seguito a forti piogge. A monte, invece, il lavoro è stato fatto correttamente ma, nel tratto di congiungimento tra le due tubature, l’acqua che arriva non riesce a essere recepita dal vecchio scolmatore, che fa tappo e provoca i conseguenti allagamenti».

    L’intervento, però, viene anche considerato tra le opere propedeutiche alla realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e Apparizione (qui l’approfondimento), che il Comune aveva inserito negli oneri di urbanizzazione per la costruzione di un centro residenziale in via Shelley. In questo contesto, è inevitabile che le due situazioni si siano intrecciate indissolubilmente. Da un lato, gli abitanti della valle del Penego sono soddisfatti perché finalmente si realizzano la tombinatura e, soprattutto, la nuova strada che decongestiona il traffico di via Tanini e via Posalunga a Borgoratti; dall’altro, gli attuali abitanti di via Shelley si oppongono a nuovi insediamenti residenziali, facendosi forti della bandiera del no alla cementificazione scriteriata e sollevando diversi dubbi sulla necessità di revisione alla tombinatura del rio Penego, grazie anche all’appoggio di alcuni ambientalisti.

    «È un conflitto che si sana solo facendo una scelta o un’altra» ammette Bernini, dalle cui parole ben si intuisce come l’amministrazione la propria scelta l’abbia già fatta. «I residenti di via Shelley hanno comunque il peso di aver fatto male, a suo tempo, la tombinatura del Penego a cui dovrebbero rimediare a proprie spese. Quanto alla nuova urbanizzazione, bisogna sfatare alcuni falsi miti: innanzitutto non è vero che si fa fuori dalla linea verde ma è un intervento che ricade dentro l’area urbana. Naturalmente l’opera, ben ponderata, impone a chi si fa carico dei nuovi palazzi anche il mantenimento del verde circostante». Non si tratta, dunque, di una vera e propria speculazione da parte di qualche imprenditore edile ma piuttosto dello sviluppo di un progetto che esiste da decadi e che è stato realizzato da una cooperativa di abitanti futuri. «Non siamo di fronte al classico “mettere le mani sulla città” – assicura il vicesindaco – da parte di imprenditori che vogliono costruire sulle colline. Ma si tratta di un progetto per cui tra l’altro il Comune ha già incassato gli oneri di urbanizzazione ma non ha ancora fatto nulla».

    Rio Penego a Genova QuartoChe cosa c’entri il Comune con la realizzazione del nuovo centro residenziale è presto detto. «Nell’accordo con il Consorzio cooperative Rio Penego (il soggetto interessato alla costruzione del nuovo centro residenziale, NdR) – spiega Bernini – è previsto che i lavori possano iniziare una volta realizzata la strada necessaria all’insediamento del cantiere. È, dunque, ragionevole che mentre il Comune mette in sicurezza il rio, possa allargare leggermente la strada soprastante che servirà come base per dar via ai lavori dei tre blocchi di edifici previsti dal piano regolatore e della strada di collegamento come onere di urbanizzazione. Da lì, infatti, il Consorzio potrà fare la cantierizzazione e utilizzare il movimento terra per completare il collegamento tra corso Europa e Apparizione». Una strada che dovrebbe costare circa 5 milioni di euro che però il Comune non ha a direttamente disposizione, tanto da averla appunto “addebitata” al Consorzio.

    In realtà su questo progetto insisterebbe anche un veto del Tar. Ma, come ci racconta il vicesindaco, la sentenza del Tribunale amministrativo fa riferimento esclusivamente a una sorta di vizio di forma: «Il progetto del nuovo alveo tombinato del Rio Penego e della base su cui realizzare le altre opere è stato chiuso dalla Conferenza dei servizi quando il commissario nominato dal governo era già scaduto. È su questo aspetto che la giustizia amministrativa ha imposto di iniziare nuovamente il percorso: la Conferenza dei servizi, dunque, dovrebbe ripartire perché è stata chiusa in sede deliberante quando non aveva più il commissario. Ma il progetto nel suo contenuto non ha avuto nessuna eccezione: la colpa è dei tempi burocratici che, come spesso accade in queste situazioni, si sono dilatati a dismisura provocando un avvicendamento di diversi commissari per una piccola questione. Ad ogni modo, se il ricorso al Consiglio di Stato non dovesse avere successo, si tratterebbe solo di riacquisire i pareri già acquisiti e riformalizzare la deliberazione».

    Il Comune, dunque, interverrà con urgenza sulla tombinatura del rio Penego. La messa in sicurezza riguarda, tuttavia, un tratto limitato di 120 metri a partire dall’impianto di via Monaco Simone che risponde alle misure stabilite dal piano di bacino. La canalizzazione, però, non sarà completata: restano ancora 370 metri insistenti su aree demaniali e private, tra cui quelle del Consorzio stesso, che potranno essere messi in sicurezza solo nel corso dei lavori di completamento della nuova viabilità tra corso Europa e Apparizione.

    Insomma, l’obiettivo è quello di prendere tre piccioni con una fava: mettere in sicurezza il rio Penego, completare il collegamento tra via Monaco Simone e corso Europa e iniziare i lavori per il nuovo insediamento residenziale che attende il via libera dal 1981. E tutto sembra muoversi in questa direzione visto che anche il consiglio di Municipio IX – Levante ha recentemente approvato all’unanimità un ordine del giorno che sprona l’amministrazione comunale a proseguire definitivamente il percorso.

    Simone D’Ambrosio

  • Acquario di Genova: oltre due milioni di debito con Porto Antico s.p.a., pronto il piano di rientro

    Acquario di Genova: oltre due milioni di debito con Porto Antico s.p.a., pronto il piano di rientro

    acquario2,4 milioni di euro. A tanto ammonta il debito che Costa Edutainment, proprietaria dell’Acquario di Genova, ha maturato nei confronti della società Porto Antico spa per l’affitto dell’area. Una cifra importante che, tuttavia, rappresenta solo una tranche degli oneri annuali che fino ad oggi erano sempre stati versati puntualmente. Un piccolo campanello di allarme che ha stuzzicato l’attenzione del Movimento 5 Stelle, tanto da portare il capogruppo Paolo Putti a presentare sul tema un articolo 54 (da ieri strutturato secondo la nuova versione del regolamento del Consiglio comunale, vedi approfondimento) all’assessore Sibilla.

    «La zona del Porto Antico così come la pedonalizzazione di via San Lorenzo – ricorda Putti nella premessa alla sua interrogazione a risposta immediata – ha costituito il volano per una nuova dimensione di Genova come città in cui Turismo e Cultura possano rappresentare, da un lato, un’importante opportunità economica, dall’altro, un’occasione di confronto e crescita sociale per la popolazione residente. In questo sistema, l’Acquario rappresenta sicuramente un fiore all’occhiello dal punto di vista dell’attrattività nazionale e internazionale per cui vorremmo sapere quanto sono vere queste voci che parlano di una difficoltà economica da parte dei gestori».

    L’assessore a Cultura e Turismo, Carla Sibilla, ha ammesso che nell’ambito del controllo sulle società partecipate, Porto Antico spa ha evidenziato la settimana scorsa il ritardo da parte di Costa Edutainment del pagamento dell’ultima tranche di affitto. «Costa – ha spiegato Sibilla – riconosce alla Porto Antico una serie di affitti non solo per l’Acquario e per la nuova vasca dei delfini ma anche per altre strutture che insistono sulla zona come la Nave Italia, il Bigo, la galleria commerciale Atlantide e una porzione del parcheggio di calata Rotonda. Il contratto prevede un canone variabile pari al 13% dei proventi della bigliettazione a cui va aggiunto il 5% degli incassi commerciali». Costa è poi impegnata economicamente anche su altri fronti. «Innanzitutto – prosegue l’assessore – alla società gestrice dell’Acquario viene riaddebitata una quota parte delle spese che Porto Antico sostiene per l’amministrazione dell’area. A questa vanno aggiunte le uscite per la manutenzione ordinaria e una parte di quella straordinaria, sulla base di piani pluriennali di accordo: ad esempio, dal 2006 al 2010 in questo capitolo sono stati spesi 5,6 milioni di euro, di cui più di 3 per la cura degli impianti acquariologici. Infine, ci sono gli investimenti in promozione e comunicazione che ogni anno superano la soglia dei 600 mila euro».

    Insomma, il contratto d’affitto, se così lo si può chiamare, è piuttosto variegato per cui è abbastanza complicato dire con precisione a che cosa siano addebitabili gli attuali ammanchi. Certo è che, per sua stessa natura dato che chiama spesso in causa valori percentuali sul fatturato, il legame tra Porto Antico e Acquario è determinante per le performance economiche di quest’ultimo. O quantomeno c’è da sperare che sia così perché, come ricorda Paolo Putti, «sviluppi non postivi di questa situazione potrebbero avere ricadute rilevanti su tutto il settore turistico culturale genovese». Per il capogruppo 5 stelle, dunque, «è necessario monitorare la reale voglia di investimento di Costa nella nostra città, alla luce degli interessamenti fuori Genova che sono stati recentemente annunciati. Non vorremmo, infatti, che come spesso succede, da Genova si prende lo slancio ma i frutti vengono fatti maturare e sfruttati altrove».

    Una situazione che l’assessore Sibilla tende a smentire: «È indubbio che la società stia diversificando i propri investimenti ma è altrettanto vero che l’Acquario rimane il vero e proprio fiore all’occhiello del gruppo. Sono sicura che gli ottimi rapporti di collaborazione che il Comune ha sia con Costa sia con Porto Antico ci consentiranno di essere attivi in tempi stretti per spronare a ripianare la situazione».

    Non si è fatta attendere la replica di Costa Edutainment affidata alle pagine del Corriere Mercantile: «Abbiamo pagato religiosamente per 20 anni, ora se per qualche mese siamo in ritardo non facciamone un dramma». Costa sottolinea inoltre che non ci sarebbero danni per la Porto Antico in quanto vi sarebbero garanzie bancarie per circa due milioni. «Ricordiamo che abbiamo fatto molti investimenti nelle strutture e abbiamo presentato un piano di rientro che ci permetterà di essere in pari a fine giugno ma spero ciò possa avvenire anche prima».

    Una situazione, comunque, che resta sotto vigile osservazione, dal momento che l’interesse del Comune non riguarda solo le materie turistiche e di promozione della città. La società Porto Antico spa è, infatti, partecipata al 51% da Tursi. Qualche rassicurazione, allora, arriva anche dall’assessore al Bilancio, Francesco Miceli: «A memoria, si tratta della prima volta che ci troviamo di fronte a questo tipo di ritardo. Confido che, seppure in tempi non brevissimi, la situazione venga ripianata perché ho in calendario un incontro con i vertici di Costa che mi hanno preannunciato la predisposizione di un piano di rientro». Parole che, a dirla proprio tutta, nel contesto economico attuale non suonano proprio così rassicuranti ma, per una volta, proviamo a essere tutti ottimisti.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Il Consiglio comunale dura il tempo di un caffè, i lavori procedono a singhiozzo

    Il Consiglio comunale dura il tempo di un caffè, i lavori procedono a singhiozzo

    palazzo-tursi-rixi-edoardo-lega-D2Che sarebbe stato un Consiglio comunale rapido lo si poteva presupporre già dallo stringato ordine del giorno che metteva in calendario solamente una delibera, peraltro non da discutere ma esclusivamente da votare, e tre mozioni dell’opposizione. Ma di certo non si poteva immaginare che alle 15.09 il presidente Guerello dichiarasse già conclusi i lavori per mancanza del numero legale. Un numero legale (21 consiglieri, pari alla maggioranza più uno) che pochi istanti prima era, invece, stato ampiamente superato nel consueto appello fatto dalla segreteria generale. Che cos’è successo, dunque, tra le 15 e le 15.09? Semplice la risposta. Le opposizioni, avendo fatto due abili conti, hanno deciso di abbandonare l’aula disertando così la votazione delle modifiche al piano comunale per le attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande, retaggio dell’ultima seduta quando la minoranza aveva già provocato la conclusione prematura dei lavori facendo mancare il numero legale proprio sulle votazioni delle stessa delibera. I conti, invece, non è riuscita a farli la maggioranza che neppure questa volta ha avuto i numeri per reggere da sola, 18 voti a favore e 2 presenti non votanti: questo è, infatti, stato l’esito che ha costretto al rinvio alla prossima settimana.

    Decisa la presa di posizione dell’assessore Oddone, che della delibera è il proponente: «Con la prosecuzione di questo atteggiamento irresponsabile si rischia di andare a penalizzare fortemente un settore, quello dei bar e dei ristoranti, che su questa regolamentazione conta moltissimo e ha bisogno di certezze in un momento così difficile dal punto di vista economico. Credo che i consiglieri che sono usciti con una manovra da politica politicante della peggior specie si debbano solo vergognare di fronte alla cittadinanza genovese».

    Non nasconde, invece, la propria soddisfazione il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, tra le principali fautrici dell’uscita dall’aula a cui si sono uniti M5S, Lega Nord, Udc, Lista Musso e Gruppo misto: «Abbiamo mostrato ancora una volta come questa maggioranza non abbia i numeri per essere tale. Sono dei fannulloni. Se non fosse per la responsabilità delle opposizioni questa situazione si verificherebbe quasi ogni settimana».

    palazzo-tursi-assessore-oddone-francesco-D4Troppo facile parlare di fratture interne alla maggioranza o di ripicche verso un assessore che sicuramente non è tra più amati neppure nella sua area politica di riferimento. «Data la situazione che si era verificata la settimana scorsa – replica Oddone – mi era stato detto che questa volta non ci sarebbero stati problemi. Io, poi, devo puntare sulla buona fede e sull’intelligenza politica delle persone».

    Casualità o chiaro avvertimento politico dei consiglieri di maggioranza alla giunta? Anche se due indizi (ovvero due rinvii) fanno una prova, come commenta qualcuno in Sala Rossa, il capogruppo del Pd, Simone Farello, è di diverso avviso: «Non è l’assenza di un numero legale, che tra l’altro non è ascrivibile solo al Partito democratico, che crea un problema di natura politica o di spaccatura della maggioranza. Siamo piuttosto di fronte a un’incuria di alcuni consiglieri di maggioranza, sicuramente grave e di cui mi assumo la responsabilità come capogruppo, perché l’incuria nell’amministrazione pubblica è altrettanto grave che la cattiva volontà». Un’incuria che, come richiesto a gran voce anche dal sindaco, costerà ai consiglieri del Pd il gettone di presenza: «Non sarà né la prima né l’ultima volta che lo faremo. In questo ciclo amministrativo tutti i gruppi consigliari hanno dato un segnale di grande correttezza dal punto di vista dell’etica pubblica. Proprio per questo abbiamo messo una serie di regole che impediscono di fare i furbetti del gettone e fregare sulle presenze in aula. Mi sembra che si tratti di un Consiglio comunale che sia in grado di capire che se non ha fatto bene il suo lavoro non è giusto che venga retribuito per un lavoro fatto male».

    Certo, sarebbe bastato fare un po’ meglio i conti e sfruttare magari qualche astuzia politica per attendere l’arrivo dei consiglieri ritardatari, Veardo e Canepa (entrambi Pd), giunti in Sala Rossa alle 15.07. «Ma speravo a quarant’anni di non dover fare il cane da pastore invece del capogruppo. Se, a quanto pare, devo ancora fare il cane da pastore me ne farò una ragione» chiosa Farello.

    Nulla, invece, si poteva fare per i consiglieri Brasesco (Lista Doria), malato, e Vassallo. Certo, l’assenza di quest’ultimo potrebbe far drizzare le antenne ma l’ex assessore della giunta Vincenzi, all’estero per questioni famigliari, condivide pienamente nel merito la delibera in questione come assicura il suo capogruppo: «Tra i provvedimenti che ha portato Oddone – ammette Farello – questo è uno dei pochi su cui è d’accordo anche Vassallo, che peraltro era l’unico ad aver preannunciato la sua assenza. Non esiste un problema politico su questo tema: si tratta di una delibera che abbiamo già approvato ma che dobbiamo integrare secondo alcune indicazioni nazionali, con un percorso in Commissione che è stato ancor più sereno di quello fatto dal testo iniziale».

    Non resta che aspettare le imminenti e molto più calde discussioni su bilancio e puc per capire se davvero si è trattato “di incuria amministrativa” da parte di che dovrebbe poter contare su numeri più o meno forti o se i mal di pancia nei confronti della giunta Doria stiano effettivamente montando.

    Quanto alla delibera di ieri, è del tutto probabile che la terza votazione in calendario martedì prossimo sia quella buona. Ma che cosa potrebbe accadere se il via libera della Sala Rossa dovesse ancora slittare? «Nel frattempo – spiega l’assessore Oddone – continua a valere il regolamento approvato a luglio che però necessita di importanti modifiche concordate con l’autorità garante della concorrenza. Il continuo procrastinare questi ritocchi potrebbe comportare il rischio che la stessa autorità garante vada a contestare la legittimità dell’intero regolamento perché non stiamo dando seguito a quanto concordato». Questo stop inatteso, inoltre, manda in stand-by anche altri importanti regolamenti cittadini perché, sulla scorta di quanto già successo per il regolamento sulle slot, la risposta dell’antitrust serve all’amministrazione per ricalibrare i limiti di natura normativa amministrativa entro i quali si può muovere e dove deve necessariamente porre paletti invalicabili.

    Simone D’Ambrosio

  • #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    #EraOnTheRoad alla scoperta delle botteghe storiche genovesi: lo storify del tour

    botteghe-storiche-genovaNon solo Rolli Days nel weekend genovese. Oltre alle visite guidate ai palazzi che hanno fatto la storia della nostra città e all’ormai consueto appuntamento con il campionato mondiale di pesto al mortaio, un gustoso antipasto delle tipicità della nostra tradizione è stato servito questa mattina con un tour guidato alla scoperta delle botteghe storiche di Genova. Si è trattato di un evento di per sé riservato alla stampa nazionale, pensato soprattutto per far conoscere Genova fuori dai confini liguri, all’interno di una tre giorni “promozionale” molto articolata, ma è un’occasione che Era Superba non si è voluta far scappare per conoscere più da vicino alcune delle piccole, grandi eccellenze della nostra tradizione, che magari incrociamo tutti i giorni sul nostro cammino ma di cui non siamo pienamente consapevoli.

    botteghe-storiche-genova-barbiere-caprettariParliamo di botteghe che hanno sede in edifici antichi, inseriti nel tessuto del centro storico, con architetture, arredi, attrezzature e documenti d’epoca, che testimoniano attività dal sapore antico ma sempre apprezzate.
    A Genova, per preservare questo autentico patrimonio, è stato istituito un “Albo regionale delle botteghe storiche” nel quale vengono inseriti gli esercizi che sono in attività da almeno 70 anni e che soddisfano tutta una serie di requisiti richiesti dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici. «Grazie a un rinnovato accordo con Sovrintendenza e Camera di commercio – ci ha spiegato l’assessore a Cultura e Turismo del Comune di Genova, Carla Sibilla – il numero delle Botteghe storiche genovesi è potuto salire negli ultimi mesi da 14 a oltre una ventina. Le botteghe fanno domanda e si sottopongono alla valutazione della Sovrintendenza. Solo dopo un riscontro effettivo di tutti i requisiti possono entrare a far parte di un circuito di valorizzazione importante per la città e sostanzialmente unico a livello nazionale».

    L’elenco, dunque, è sempre aperto. Certo, l’aggiornamento non è così rapido dal momento che oltre una cinquantina di altre botteghe sono in attesa di valutazione: ma la Sovrintendenza si prende il suo tempo e il fatto di non poter limitarsi a certificazioni sulla carta ma di dover verificare con studi e approfondimenti sul posto l’esistenza dei requisiti necessari, di certo non velocizza le procedure. «Si tratta di uno dei numerosi patrimoni che può promuovere il turismo della nostra città facendo leva su una delle sue eccellenze – sottolinea l’assessore Sibilla – per questo vogliamo valorizzare al massimo la rete delle botteghe storiche e renderla nota sia all’esterno che agli stessi genovesi, che non sempre la conoscono nel dettaglio».

    Ecco lo storify della puntata speciale di #EraOnTheRoad. Siamo partiti dalla storica Farmacia Alvigini, in via Petrarca, a pochi passi da De Ferrari per poi risalire via Roma fino alla camiceria e cravatteria Finollo. A quel punto abbiamo fatto qualche passo indietro per scendere nell’imperdibile tripperia di vico Casana per raggiungere poi la Confetteria Romanengo in piazza Soziglia. Dopodiché siamo risaliti verso via Garibaldi, passando per la polleria Aresu in vico del Ferro per poi raggiungere in via di Fossatello la Pasticceria Cavo Marescotti. Ma non ci siamo fermato al programma ristretto del tour guidato. Ci siamo spinti nei vicoli e vi abbiamo fatto conoscere tante altre botteghe antiche della nostra città.

    Simone D’Ambrosio

     

     

  • Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    Scuole dell’infanzia, a Genova sempre meno bambini: avanzano posti nelle materne

    asiloIl giorno della verità. Poco meno di 2 mila famiglie genovesi stanno aspettando di capire quale sarà il destino dei propri figli per i prossimi tre anni. È, infatti, arrivato tanto atteso momento della pubblicazione delle graduatorie definitive per le iscrizioni alle scuole dell’infanzia (i vecchi asili o scuole materne che riguardano sostanzialmente i bimbi dai 3 ai 6 anni) comunali. Sono 1964 le domande ricevute quest’anno dal sistema comunale, a fronte delle 2163 dello scorso anno (mentre la popolazione tra i 3 e 6 anni è calata da 14187 a 13674 bambini). Ogni anno, il sistema integrato comunale-statale-privato offre una disponibilità maggiore rispetto all’intera popolazione in età: per fare un esempio, per l’anno scolastico in corso i posti offerti sono stati 14253 a fronte di una popolazione di 14187 individui, mentre nel 2011/2012 per 14078 bambini tra i 3 e i 6 anni, i posti disponibili erano 14584. Un’offerta più alta della domanda consente ai genitori di scegliere abbastanza liberamente dove mandare a scuola i propri figli ma il sistema di preiscrizione e successiva conferma è alquanto complicato e lascerà famiglie e istituti col fiato sospeso ancora per diverse settimane.

    Proviamo a vedere che cosa succede. Ogni anno i genitori possono richiedere l’iscrizione a una sola scuola dell’infanzia statale mentre possono esprimere una preferenza plurima per le scuole comunali e per le private convenzionate, quello cioè per cui è prevista un’almeno parziale copertura della retta da parte del Comune per le famiglie con Isee basso. Chiuse le preiscrizioni, che potremmo anche definire manifestazioni di interesse, ogni scuola statale stila la propria graduatoria in base ai criteri decisi dal Consiglio d’istituto, che tengono in considerazione il reddito e la condizione socio-economica famigliare, il numero dei figli, lo stato di occupazione dei genitori, eventuali disabilità famigliari o altre particolari criticità. A questo punto, in base ai posti disposizione e alla graduatoria, le segreterie fanno partire le prime telefonate in cerca di conferma delle iscrizioni. Spesso, però, la risposta ricevuta è del tipo: “Grazie, ma preferisco aspettare la pubblicazione della graduatoria delle scuole comunali”. Ciò avviene perché le scuole comunali, che dal punto di vista normativo vengono considerate paritarie, generalmente rappresentano i posti più ambiti grazie soprattutto ad orari più estesi nel corso della giornata e a servizi più ampi lungo tutto il corso dell’anno (venendo, ad esempio, incontro a chi non può occuparsi dei figli per tutti i tre mesi di pausa estiva).

    Ecco, dunque, che il meccanismo si inceppa sostanzialmente fino a oggi, ovvero al giorno di pubblicazione delle graduatorie comunali.

    Queste, naturalmente, vengono stilate con gli stessi criteri su tutto il territorio genovese ma il posizionamento di ogni famiglia varia da scuola a scuola, a seconda di chi ha inoltrato la propria manifestazione di interesse. Una volta ricevute le eventuali disponibilità da scuole comunali e dalla scuola statale prescelta, la famiglia potrà finalmente decidere dove confermare l’iscrizione del bambino. Ecco perché sarebbe auspicabile che le graduatorie statali e comunali diventassero un tutt’uno. Una promessa che circola nell’aria già da qualche anno ma che, nei fatti, non si è ancora concretizzata. In questo bailamme diventa allora molto difficile avere un quadro completo fino a ridosso delle vacanze estive. Senza dimenticare l’opzione delle scuole private, spesso scelte per maggiore vicinanza alla propria abitazione o a quelle dei nonni e per i servizi aggiuntivi.

    Ma anche le scuole pubbliche hanno all’interno della propria offerta formativa peculiarità che meritano di essere quantomeno prese in considerazione dai genitori al momento della fatidica scelta, tenendo ben presente il grado di coinvolgimento della famiglia stessa e la qualità e l’importanza affidata agli spazi e agli ambienti in cui cresceranno i bambini.

    L’asilo, il punto di partenza

    Tra i progetti pedagogici più noti, spicca il cosiddetto metodo Montessori che punta molto sulla libertà del bambino nel suo percorso di apprendimento e sull’importanza della qualità dell’ambiente che lo accompagna nel suo cammino di crescita, rivoluzionando i tradizionali tempi di apprendimento scolastici.  Ci sono poi, naturalmente, le sperimentazioni interculturali, sempre più cruciali per formare i piccoli a ben integrarsi in una realtà così umanamente ricca come quella genovese, e quelle informatiche che introducono l’utilizzo dei computer fin dalle prime basi del cammino didattico. Per chi avesse il pallino della matematica esiste il cosiddetto “Laboratorio zero” che punta a evidenziare l’importanza dei codici naturali da cui siamo circondati, unendo lo stupore della conoscenza del mondo alla razionalità dell’approccio scientifico. C’è anche la possibilità di puntare sulla filosofia fin dai primi passi nel mondo dell’istruzione, attraverso una metodologia didattica che valorizza il dialogo, la partecipazione democratica e lo sviluppo di un pensiero critico all’interno di un contesto relazionale. Non possono naturalmente mancare le sperimentazioni psicomotorie che danno grande importanza al gioco, al movimento, alla relazione e al rispetto interpersonale. Infine, l’educazione ambientale e alimentare con il progetto “Orto in condotta”, promosso a livello nazionale da Slow Food, che stimola i bambini a osservare, conoscere e prendersi cura della natura.

    Asili nido, tutt’altra storia: pochi posti a disposizione

    Questi progetti in alcuni casi propongono sperimentazioni già a partire dagli asili nido. Qui, se possibile, la situazione che riguarda le iscrizioni è ancora più complicata perché le preferenze esprimibili sono pressoché infinite ma i posti a disposizione nel sistema comunale sono assai limitati. La copertura dell’intero servizio, infatti, è di circa il 33% della popolazione in età. Ciò significa che per ogni bambino da 0 a 3 anni che ha la possibilità di andare al nido (comunale o privato che sia) ce ne sono altri due che restano a casa con i genitori, i nonni o i baby-sitter.

    Anche in questo caso, si parla di sistema integrato, come ci spiega il direttore del settore Scuola, Sport e Politiche giovanili del Comune di Genova, Tiziana Carpanelli: «Da anni il Comune di Genova persegue una politica di integrazione tra tutti i soggetti che offrono questo tipo di servizio. I nidi, in particolare, possono essere comunali, accreditati, convenzionati o strettamente privati.  La differenza tra accreditati, il cui rispetto di standard strutturali e pedagogici viene costantemente monitorato dai nostri uffici, e convenzionati sta nel fatto che con questi ultimi il Comune si accorda per un certo numero di posti per cui mette a disposizione una cifra massima a copertura totale o parziale delle rette per agevolare le famiglie con Isee basso».

    A proposito, la retta massima per i nidi comunali è stata finora sempre sotto i 400 euro (398,34 l’anno scorso) per l’orario base 8.30-16.30. Nell’anno scolastico in corso, confermando una quota ormai stabile da diversi anni, i posti a disposizione negli asili nido comunali erano 1901, che salivano a 2287 considerato anche i convenzionati. L’intero sistema integrato, invece, ha messo a disposizione solo 4485 posti a fronte di una popolazione residente tra gli 0 e 3 anni pari a circa 13300 unità. Cifre non particolarmente diverse da quanto accaduto nel passato recente: nell’anno scolastico 2011/2012, ad esempio, i posti a disposizione nel sistema integrato erano 4574, di cui 2469 comunali e convenzionati con una retta massima di 386,36 euro, a fronte di un popolazione di 13910 bambini.

    Volete fare un affare e offrire un servizio alla vostra comunità? Potreste pensare ad aprire un asilo nido a cifre abbordabili e con tanti servizi che possano aiutare i neo-genitori nei loro compiti educativi.

    Simone D’Ambrosio

  • Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Genova città “amica” degli artisti di strada, il regolamento è fra i meno restrittivi d’Italia

    Arte di Strada teatro attoriLi incontriamo tutti giorni, con il sole ma spesso anche sotto la pioggia, andando al lavoro, facendo la spesa, in coda al semaforo o più semplicemente passeggiando tra i caruggi. Ma spesso non ci facciamo più neppure caso. Siano essi eccellenti musicisti, pittori brontoloni, giocolieri colorati, acrobati illusionisti, artigiani creativi, writer “naturalisti” o suonatori fantasiosi e magari un po’ fastidiosi. Non ci facciamo quasi più caso perché, ormai, fanno parte del nostro dna o, almeno, di quello della nostra città. C’è chi qualche anno fa voleva dar loro una sorta di carta d’identità professionale, chi voleva istituire un vero e proprio Registro… stiamo parlando degli artisti di strada, quelli che lo stesso regolamento approvato nel 2004 dal Consiglio comunale di Genova (qui il pdf), definisce “fenomeno culturale” e ne valorizza “le varie forme espressive”.

    Insomma, Genova capitale europea della cultura sapeva bene che cultura non vuol dire solo musei, teatri ed eventi istituzionali. Genova, città creativa e dai mille fermenti, sa ancora oggi che per far nascere i fior dal letame bisogna lasciare che il terreno cresca libero e fertile. È probabilmente per questo che il nostro regolamento per l’arte in strada è uno dei meno restrittivi d’Italia e punta a valorizzare la libertà di espressione artistica piuttosto che imbrigliarla dietro norme burocratiche e soffocanti. O almeno questo vorrebbe provare a fare.

    Certo, le stesse norme comunali fanno rifermento a una fantomatica istituzione di un albo professionale, ma non è così chiaro a che cosa possa servire visto che, per potersi esibire, basta una semplice autocertificazione “attestante lo svolgimento di attività di tipo artistico o, in alternativa, il tesserino di appartenenza alle associazioni di categoria”. A parte gli annunci, dunque, del registro degli artisti di strada non pare che se ne sia mai sentito effettivamente il bisogno. Ed è probabilmente per questo che dal 2009 è sparito sostanzialmente dalla circolazione, complice anche l’avvicendamento amministrativo a Palazzo Tursi.  Ma l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla, assicura che si tratta di un percorso non del tutto abbandonato: «Stiamo lavorando anche assieme a chi si fa in qualche modo portavoce degli artisti di strada per vedere se c’è la possibilità di apportare aggiornamenti e miglioramenti al regolamento che ben si addicano al nostro territorio».

    In quest’ottica, grande attenzione è stata posta anche ad altre realtà nazionali per cercare di capire se fosse stato possibile cogliere qualche suggerimento utile per la normazione delle esibizioni dei cosiddetti artisti “a cappello”: «I tecnici – spiega ancora Sibilla – si sono soffermati soprattutto su Milano ma hanno trovato una modalità onerosa e burocratica, sia per l’amministrazione che per gli artisti stessi. Noi, invece, vorremmo andare nella direzione di apportare eventuali miglioramenti allo status quo».

    Ecco allora un possibile allargamento del raggio d’azione a tutti gli artisti indipendenti, con particolare attenzione ai più giovani che non trovano spazio nei luoghi più istituzionalizzati della Genova artistica e culturale: «Abbiamo ripreso in mano il regolamento, che nel 2004 era stato seguito soprattutto dal settore Commercio del Comune piuttosto che dall’area culturale – prosegue l’assessore – perché vorremmo far rientrare in questo discorso anche la valorizzazione di tutto il mondo dei creativi genovesi e degli artisti indipendenti. Per cui, il regolamento e anche il tema del registro degli artisti di strada, che non aveva avuto più alcun seguito, può diventare un’opportunità per valorizzare l’arte indipendente, come già cerchiamo di fare con il progetto Cresta, e rispondere a un’esigenza piuttosto sentita dal territorio».

    Se anche queste siano destinate a rimanere soltanto promesse sarà il tempo a dirlo. Resta comunque il fatto che Genova vuole, o quantomeno vorrebbe, prestare continuamente attenzione a chi nasce con una particolare abilità artistica e non ha paura di offrirla agli altri, pur non riuscendo magari a farne fonte di reddito primario.

    Ma chi è, in fin dei conti, l’artista di strada? Trovare una definizione non è così semplice. Ci ha provato il già citato regolamento comunale che all’articolo 2 enuncia: “Sono considerati artisti di strada coloro che svolgono attività di tipo artistico, culturale o ludico in forma spontanea, non finalizzata a lucro”.
    Già da questi passaggi si capisce come non siamo di fronte a prescrizioni bacchettone. Ma qualche norma, com’è giusto che sia, c’è. Intanto, l’occupazione del suolo, che viene concessa a titolo gratuito, non può superare nel complesso i 2 metri quadrati e, naturalmente, può essere effettuata solo con strutture facilmente rimuovibili. Le performance, poi, non devono costituire intralcio al traffico veicolare, ai pedoni e all’accesso agli esercizi commerciali e devono ovviamente rispettare il decoro urbano.

    Nelle more del regolamento sono individuati alcuni spazi in città ritenuti idonei per le manifestazioni degli artisti di strada. Ce n’è per tutti i gusti: da un generico Centro storico al Porto Antico, da corso Italia e Boccadasse alla Passeggiata di Nervi e al Lungomare di Pegli, dai parchi e giardini pubblici alle isole pedonali. Il tutto, naturalmente, con la possibilità di ampliamenti o restrizioni temporanee stabilite direttamente dai Municipi (in realtà, l’ormai datato regolamento parla ancora di Circoscrizioni…).

    Inoltre, se è vero che l’artista di strada non può chiedere il pagamento di un biglietto, è invece assolutamente consentito il cosiddetto “passaggio a cappello” con l’invito a una “libera elargizione” da parte del pubblico.

    Soprattutto per quanto riguarda il Centro Storico, non sono mancate negli anni le lamentele di chi vorrebbe vietate le esibizioni canore e musicali. Ma il regolamento non prevede nulla di tutto ciò. Anzi, all’articolo 9 recita: “Le esibizioni musicali e/o canore sono consentite purché non venga arrecato disturbo a terzi e venga osservata la normativa vigente sull’inquinamento acustico. Il suono degli strumenti musicali potrà essere diffuso anche da piccoli impianti di amplificazione purché le emissioni sonore non superino i decibel consentiti dalla normativa vigente”. Un limite, invece, viene imposto alla durata della performance, non solo musicale, che non può superare i 60 minuti continuativi nella stessa postazione, se ci si trova nei pressi di edifici residenziali o esercizi commerciali.

    L’unico divieto perentorio, invece, è riferito all’utilizzo di “uno o più animali di qualsiasi specie”. Niente circhi improvvisati, dunque, salvo concessioni ad hoc. Hanno, invece, via libera i cosiddetti “madonnari”, che devono però avere l’accortezza di utilizzare per i propri quadri su strada materiali non danneggianti i selciati. I ritratti, comunque, non possono essere realizzati sul sagrato di una chiesa, di un luogo di culto o in altre zone cittadine considerate di alto pregio, oltre naturalmente a tutti i muri verticali.

    Simone D’Ambrosio

  • Genova vs Forte dei Marmi. Gli ambulanti genovesi al Comune: cacciate i colleghi foresti

    Genova vs Forte dei Marmi. Gli ambulanti genovesi al Comune: cacciate i colleghi foresti

    marina-aeroporto-d3Genova contro Forte dei Marmi. Lo scontro tra gli operatori mercatali ambulanti per l’occupazione delle aree del Porto Antico e della Marina di Sestri ponente è andato in scena anche in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 un po’ sui generis che ha dato spazio per gli interventi non solo ai numerosi consiglieri proponenti l’interrogazione a risposta immediata ma anche a un rappresentate per ogni gruppo consigliare. Il tutto, con una massiccia presenza sugli spalti della Sala Rossa di operatori genovesi chiamati alle armi dall’Aval (Associazione venditori ambulanti liguri), solo una delle rappresentanze sindacali del settore (le altre sono Confesercenti e Ascom), ma sicuramente la più numerosa.

    La richiesta degli ambulanti genovesi è sostanzialmente quella di non concedere più al cosiddetto mercato Forte dei Marmi, gli spazi della Marina di Sestri ponente e del Porto Antico di Genova che periodicamente ospitano i banchetti provenienti da fuori città, e di favorire in cambio appositi appuntamenti riservati agli operatori mercatali residenti tra le mura amiche.

    «A parte il fatto che di operatore di Forte dei Marmi ce n’è realmente uno solo – sostiene Giuseppe Occhiuto, da sempre in prima linea nelle rivendicazioni degli ambulanti genovesi – ci troviamo di fronte a una situazione che doveva essere una tantum e, invece, è diventata una semper. E ogni volta in cui vengono ospitati questi mercatini, il nostro fatturato nel corso degli altri appuntamenti nei giorni antecedenti e successivi cala mediamente del 40/50%».

    «Gli operatori dei mercati merci varie – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Gianni Vassallo, consigliere Pd ed ex assessore al Commercio del Comune di Genova – pongono un problema vero e lo fanno in maniera seria. La nostra risposta deve essere altrettanto certa e seria, cioè da amministratori. Stiamo parlando di una categoria che non può mettersi sotto mutua, che deve aprire la propria attività con la pioggia o con il sole. Non basta dire che li dobbiamo sostenere e poi dimenticarcene. Non hanno bisogno di solidarietà ma di sentirsi dire “questo si può fare e lo faccio, questo non si può fare”. Pongono un problema che va al cuore della nostra capacità amministrativa. Se è vero che tutti i detentori di licenza possono svolgere attività in tutti i Comuni di Italia, è anche vero che noi come amministratori del Comune di Genova abbiamo doveri diversi nei confronti di chi abita e paga le tasse qui».

    foto porto antico dall'altoQuestione delicata, che secondo le stime circolate oggi potrebbe in qualche modo ripercuotersi su circa 700 ambulanti che normalmente operano sui 36 mercati settimanali o bisettimanali organizzati in città. Da un lato, dunque, l’opportunità di valorizzare il lavoro dei genovesi, dall’altro però la necessità di non chiudere le frontiere seguendo logiche autarchiche medievali. Difficile trovare il giusto mezzo, soprattutto quando è necessario fare i conti anche con contrasti sindacali interni che, ad esempio, non hanno consentito agli operatori che oggi rivendicano gli stessi spazi di rispondere alla disponibilità che in questo senso l’assessore Oddone aveva già mostrato prima di Natale.

    «Porto Antico è sempre stata disponibile a trovare una soluzione – assicura l’assessore allo Sviluppo economico – tanto che a dicembre avevo l’ok per la sostituzione del mercatino di Forte dei Marmi con i banchi degli operatori locali, per 8 domeniche all’anno, a partire già dal 15 dicembre. Sono gli ambulanti genovesi che non sono riusciti a mettersi d’accordo».

    «Ma ora – assicura Occhiuto – siamo pronti a sostituirci al mercatino di Forte dei Marmi in qualsiasi momento».

    A complicare la situazione, il fatto che le aree contese non sono direttamente nella disponibilità del Comune di Genova. Marina di Sestri Ponente è, infatti, proprietà del Demanio marittimo e gestita da Autorità portuale che ha rilasciato le opportune autorizzazioni per iniziative commerciali: i soggetti organizzatori devono solo comunicare i nomi dei partecipanti che, naturalmente, devono essere in possesso di permesso per il commercio in aree pubbliche.  Diversa la situazione per il Porto Antico, che è di Autorità portuale data in concessione alla Società Porto Antico spa, con il Comune come azionista di maggioranza. «In questo caso – sottolinea Guido Grllo, Pdl – non possiamo allargare le braccia ma dobbiamo dare indicazioni dure a Porto Antico per privilegiare l’imprenditorialità genovese. Il problema non è tanto che al Porto Antico non ci vada il mercato di Forte dei Marmi – anche se la richiesta di Asal è proprio questa – quanto che ci possano andare anche i nostri venditori».

    Gli ambulanti genovesi contestano all’amministrazione di non far seguire fatti concreti alla disponibilità mostrata solo a parole: «Non è vero che il Comune non può fare nulla. Per quanto riguarda Sestri – spiega Mauro Lazio, presidente Aval – la legge regionale vieta la realizzazione di mercati in aree di proprietà demaniale salvo specifica autorizzazione del Comune. Per le zone del Porto Antico, invece, il Comune può sfruttare il fatto di essere azionista di maggioranza per favorire da subito il nostro subentro ai banchetti che vengono da fuori Regione».

    Ma la legge dice anche che chiunque sia in possesso di regolare permesso per attività ambulante nella Comunità europea, possa esercitare la professione su tutto il territorio nazionale.

    L’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, che assieme al sindaco ha incontrato i rappresentanti di Asal a margine dei lavori del Consiglio comunale, è parso comunque assolutamente possibilista per il futuro. «Come andiamo proponendo dall’autunno scorso – sottolinea l’assessore – abbiamo nuovamente convenuto che in un futuro prossimo queste attività vengano effettivamente svolte da operatori genovesi. Speriamo che si possano organizzare adeguatamente per sostituire, a livello quantitativo e qualitativo, chi adesso viene da fuori. Porto Antico ha l’esigenza di organizzare eventi che fungano da volano per la propria area ma è sempre stata disponibile ad accogliere le istanze degli operatori locali. Per cui bisogna fare in modo che i nostri operatori siano più bravi e più propositivi rispetto a chi al momento occupa l’area. Questo significa anche organizzarsi in modo unitario e non dare sponda a quelle divisioni che all’interno delle categorie di settore troppo spesso si vedono in questa città».

    A ribadire la disponibilità dell’amministrazione a trovare una soluzione è stato anche il sindaco Marco Doria, costretto a intervenire per sedare gli animi durante la discussione in Sala Rossa: «Non sono in campagna elettorale e non vi racconto delle balle perché voglio prendere l’applauso» ha detto il primo cittadino, perdendo per un istante il suo impeccabile aplomb. «Rispetto alla situazione del Porto Antico siamo disponibili a confrontarci e continueremo a farlo, come d’altronde ha fatto finora l’assessore Oddone che ha tutto il titolo a parlare a nome della Giunta perché le cose che dice sono condivise e concordate. E questa amministrazione non è certo favorevole alla concorrenza selvaggia tra gli operatori».

    Difficile, in ogni caso, che la situazione venga sbloccata già entro domenica prossima, quando è in programma proprio nell’area di Porto Antico un nuovo appuntamento con il mercatino di Forte dei Marmi: «Noi dovremmo fare uno sforzo per sostituirci agli operatori che vengono da fuori – ha dichiarato Mauro Lazio – ma se entro sabato prossimo non cambia la situazione, abbiamo già le autorizzazioni per scendere in piazza domenica mattina a manifestare in modo civile ma determinato». Come dimostra anche un cartello esposto dagli stessi operatori sulle tribune dell’aula consigliare: “O vanno via o scateniamo un conflitto sociale”.

    «È una situazione paradossale – chiosa Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria – perché chi si lamenta degli operatori che arrivano da fuori non dovrebbe allora neppure andare a fare il mercatino ad Arenzano. L’eccesso di leghismo ti porta ad avere paradossi di questo genere, legati comunque alla crisi e alla paura di perdere quei potenziali clienti che in realtà sia al Porto Antico sia alla Marina di Sestri non avresti perché, almeno finora, in quelle zone alla domenica non era stato organizzato nessun altro mercatino. Nessuno mette in discussione che ci siano delle difficoltà ma non credo che sia il caso di mettersi a fare una guerra tra poveri».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    Petrolchimico, trasferimento di Carmagnani e Superba sotto la Lanterna. Il vicesindaco in versione “sparatutto”

    carmagnaniLa notizia era circolata come un uragano per tutta la città a partire, come spesso accade, da un’indiscrezione pubblicata dalla stampa. Le aziende petrolchimiche di Multedo, Carmagnani e Superba, avrebbero l’intenzione di spostare la propria sede in una zona molto più centrale del porto di Genova: più precisamente, nei pressi della centrale a carbone dell’Enel, sotto la Lanterna, in aree di proprietà di Autorità portuale. Notizia accolta con grande soddisfazione dagli abitanti di Multedo, un po’ meno da quelli dei Municipi Centro Est e Centro Ovest su cui si sposterebbero i fumi delle lavorazioni (aree che già soffrono problemi di inquinamento, ndr).

    La questione è stata risollevata ieri in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 (per l’ultima seduta secondo la vecchia formulazione, dato che martedì prossimo entrerà in vigore il nuovo regolamento) da numerosi consiglieri di maggioranza, a cui si è aggiunto il decano del Pdl, Guido Grillo, che puntava a chiedere chiarimenti al vicesindaco su quanto ci fosse di vero circa le notizia trapelate dai giornali. «Siamo tornati a 20 anni fa – ha sottolineato Antonio Bruno, capogruppo Fds – se queste aziende sono incompatibili con il tessuto abitato si deve avviare un processo di dismissione e riconversione produttiva pulita».

    «Il cambio di destinazione del petrolchimico – prosegue Pastorino, capogruppo Sel – non ci troverebbe d’accordo perché incompatibile da anni con la città. Da tempo sono state chieste nuove aree adatte per il petrolchimico all’Autorità portuale che non ha mai risposto ma è invece solerte a lasciare spazi liberi per container vuoti, ad amici di amici che non pagano neppure il canone. Pensare di ricollocare il petrolchimico dove c’era già una servitù di centrale a carbone, che finalmente si dismette, è pura follia». Un concetto ripreso anche da Clizia Nicolella, Lista Doria: «Nell’analisi della collocazione delle attività produttive non possiamo non considerare che questa zona ha già subito l’azione della centrale a carbone. Su Sampierdarena, inoltre, insisteranno molte delle nuove infrastrutture della città: quale risarcimento viene pensato per il territorio? La vicenda evidenzia come il rapporto stretto tra la città e il porto non possa prescindere da una programmazione condivisa degli spazi».

    L’attacco del vicesindaco al presidente Luigi Merlo

    enel-DISul tema della programmazione delle aree portuali è intervenuta anche Monica Russo (Pd) che, ribadendo l’esigenza di spostare Carmagnani e Superba, ha sottolineato come resti il dubbio su che cosa intenda fare Autorità portuale di queste aree, dal momento che manca ancora un piano regolatore. La risposta a quello che lui stesso ha definito «fuoco amico da parte della maggioranza che addita alla giunta responsabilità che in realtà riguardano la pianificazione portuale, che non si vede perché non esiste» è affidata al vicesindaco Stefano Bernini che ha puntato il dito senza mezzi termini contro il presidente dell’Autorità portuale, Luigi Merlo. «Di fronte alla provocazione di Autorità portuale che dice un’assurdità del tipo “quelle cose erano sul territorio di Genova e quindi deve essere la città che se le becca” – ha evidenziato con forza Bernini – deve emergere dal Comune l’esigenza di un dialogo sul piano di sviluppo portuale che per ora non c’è. Perché allora, per fare un esempio, non avremmo dovuto farci carico dei sacrifici che i cittadini di Fegino hanno dovuto compiere per porre una soluzione alla situazione Derrick che riguardava interamente un’attività del Porto. Noi non ci siamo mai tirati indietro di fronte a responsabilità complessive della città per l’insieme delle sue attività economiche. Ma non è possibile pensare solo al proprio microcosmo, perché se un presidente di Municipio che guadagna poco può anche qualche volta pensare solo al proprio territorio, un presidente di Autorità portuale che guadagna come tutti i boiardi di Stato deve decidere di pensare a tutta la città e quindi entrare in relazione con noi, magari scegliendo insieme se qualche attività non deve più stare a Genova come il petrolchimico. Solo in questo modo si può pensare alle soluzioni alternative da mettere in campo, che riguardano ad esempio la ricollocazione dei 75 lavoratori del settore che guadagnano molto di più di chi movimenta container vuoti».

    Genova e il porto petrolchimico, quale futuro?

    porto-traghetti-san-teodoroIl vicesindaco, dunque, prende anche in considerazione l’opzione di eliminare definitivamente da Genova le lavorazioni petrolchimiche: «Questo è un percorso antico che risale a oltre vent’anni fa – ha ricordato Bernini in Sala Rossa – e che dice che non possono più esistere depositi costieri (legati quindi alla portualità e non ad attività produttive o manifatturiere) di materiale petrolchimico in mezzo alla città. Si tratta, dunque, di capire come Genova possa restare un porto che movimenti materiale petrolchimico. Possiamo anche decidere come città che non siamo più porto petrolchimico e dirottare tutto su Ravenna o Rotterdam, ma adesso questa funzione esiste ancora».

    E per coniugare le necessità della città con quelle dei lavoratori del settore, sembrava che la proposta di Carmagnani e Superba fosse meritevole quantomeno di essere presa in considerazione: «È successo – ha spiegato il vicesindaco – che di fronte alla proposta di Carmagnani e Superba di un possibile trasferimento della propria attività, la civica amministrazione ha ritenuto opportuno comunicarla in primis al municipio interessato all’eventuale ricezione. Sembrerebbe un passaggio naturale e che è giusto fare ma che ha scatenato stizzite e isteriche reazioni che non capisco. Anche perché il Comune di Genova è ben consapevole di non poter decidere sugli spazi della portualità ma può, semmai, entrare nell’ambito di una discussione e agevolarne lo sviluppo».

    In aggiunta a quanto circolato finora, la proposta però non riguarda esclusivamente il trasferimento del polo petrolchimico di Multedo nelle aree dove attualmente si trovano in depositi del carbone che alimentava la centrale Enel. «Nello specifico – ha aggiunto Bernini – il progetto comprendeva anche la rifunzionalizzazione della centrale per dare vita a un nuovo centro di commercializzazione (deposito, stoccaggio e ridistribuzione) di cementi provenienti via nave, che andrebbe a incrementare la biodiversità del commercio portuale. Una proposta anch’essa interessante perché la possibilità di trasferire l’attracco di “chimichiere” dentro il porto, secondo il codice della navigazione, si può fare solo dove esiste una Darsena protetta per far sì che chi scarica non sia a contatto con altri navi di passaggio, per motivi di sicurezza».

    «La scelta che come città abbiamo fatto da sempre – ha ricordato il vicesindaco – era quella di mettere insediamenti industriali di questo tipo alla maggiore distanza possibile rispetto alla parte abitata. Per cui, anche altre possibile collocazioni ritenute migliori dall’Autorità portuale andrebbero vagliate con attenzione: ad esempio, per quanto riguarda la zona Ilva bisognerebbe vedere quanto questa andrebbe a intersecare l’area abitativa della Fiumara. Non è che un Municipio si può sentire tranquillo perché una cosa viene collocata al di là del proprio confine: bisogna vedere quanto questo tipo di scelta vada a influenzare l’interno del territorio. Ma spesso si sposano convinzioni indipendentemente dalla ragione».

    Ma le polemiche non si fermano all’Autorità e al Municipio Centro Ovest. «Che poi un sedicente responsabile internazionale dell’ordine degli architetti – prosegue Bernini come un fiume in piena – mi venga a dire che quella zona deve essere riservata a spazio portuale mi fa solo venire da piangere: non stiamo parlando di aree da utilizzare per il circo equestre o di sfruttare la centrale Enel per altre attività utili alla città, ma stiamo parlando di traffici portuali di cemento e petrolchimico. Poi siamo perfettamente coscienti che non abbiamo voce in capitolo rispetto a quanto succede tra le banchine ma ci piacerebbe che la scelta venisse presa in modo trasparente, con gara e mettendo a confronto tra loro posizioni diverse, il peso economico, occupazionale e l’eventuale pericolosità».

    Quindi il Comune non può fare sostanzialmente nulla di fronte al muro innalzato da Autorità portuale? «Il nostro ruolo – sostiene Bernini –  per ora è solo di stimolo e di controllo che la situazione venga presa in considerazione nel suo complesso, nell’ambito di una programmazione portuale che deve tenere presente il dialogo magari anche in altre situazioni». L’ovvio riferimento è alla gestione delle aree della Fiera, la cui programmazione studiata dal Comune nell’ambito del Puc ha trovato una ferma contrarietà da parte di Autorità portuale e Regione: «Questi enti – sottolinea il vicesindaco – lo stesso giorno in cui hanno sollevato la polemica sulla questione del petrolchimico, hanno anche discusso sulle nostre scelte urbanistiche nella città che, tra l’altro, erano state comunicate un mese prima per iscritto, in modo da poter raccogliere eventuali osservazioni. Queste isterie vanno lasciate da parte anche se i periodi elettorali portano gli amministratori ad essere un pochino più sensibili: ma se fai un lavoro di questo genere, anche sotto elezioni devi farlo con la correttezza che è dovuta».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    Terzo Valico, espropri a Trasta. Il caso: «Rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata»

    terzo valico trasta4Non è stato il primo e non sarà nemmeno l’ultimo. L’esproprio dei terreni del signor Vittorio Calvini per far spazio ai lavori del Terzo Valico in via Ceresole, a Trasta, ha occupato le pagine dei quotidiani locali la scorsa settimana ma è tornato a far parlare di sé ieri pomeriggio in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 del Movimento 5 Stelle che mirava a fare chiarezza sulle modalità con cui il Cociv si è introdotto con i propri mezzi su quello che fino alla sera prima era un terreno coltivato.

    «Ci sono quantomeno dei dubbi sulle modalità e la tempistica della consegna dell’atto espropriativo» ha detto il capogruppo grillino in Sala Rossa, Paolo Putti. «Non è possibile che l’esproprio avvenga il giorno successivo al recepimento della notifica, facendo sbaraccare i contadini senza neppure avvertirli. Immaginatevi un uomo di 70/75 anni con la moglie che si vede arrivare ruspe e quant’altro in un terreno in cui il giorno prima era lì a zappare. Sapete che cosa ha detto? “Potevate almeno lasciarmi raccogliere le fave”. Questa è la distanza che c’è tra la vita degli uomini e quella di chi sta nelle posizioni di comando e se ne frega».

    Dura la replica del vicesindaco Bernini che ha ricordato come dopo una prima fase non proprio ortodossa degli espropri, l’amministrazione comunale abbia avviato un percorso fruttuoso tra gli interferiti e il Cociv offrendo compensi per gli espropri di molto superiori al valore di mercato dei terreni. «Il Cociv– sostiene il vicensindaco – pagherebbe anche un indennizzo all’affittuario, come nel caso del signor Calvini e dell’usufruttuario del suo terreno, se il rapporto fosse dimostrato almeno da un comodato gratuito. Ma il signor Calvini – prosegue Bernini – ci ha scritto che non aveva nessuna intenzione di essere aiutato nel rapporto con Cociv e che avremmo dovuto cambiare mestiere perché il Terzo Valico è un’opera inutile. Invece, avrebbe forse avuto il tempo utile per avvisare l’affittuario di non piantare le fave»

    «La colpa è del Cociv è che non mi ha dato i dieci giorni di tempo prima dell’esproprio come previsto dalla legge» risponde indirettamente il proprietario del terreno. «Certo forse il giorno stesso avrei potuto avvertire il contadino ma per me, in quel momento, l’esproprio era un’operazione illegittima. Quello del Cociv è stato un atteggiamento molto arrogante: se uno si oppone non deve per forza essere trattato male».

    «La parte terribile di questa storia – prosegue il signor Calvini – è che loro si fanno forti di poter comprare la disperazione della gente sfruttando le enormi disponibilità economiche che queste grandi opere hanno dietro. Ma in realtà non esiste una cifra che potete darmi per ripagarmi di quello che vado a perdere».

    Il signor Calvini sembra avere ragione anche dal punto di vista legale, come ci spiega l’avvocato Alessandro Gorla che, seppur penalista, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per il movimento no Tav, grazie a quella che lui stesso definisce “vicinanza politica e affettiva e anche perché se no non se ne sarebbe occupato nessuno”: «Formalmente – spiega l’avvocato – l’avviso è stato inviato da Cociv a febbraio, quindi nei termini corretti. Il problema riguarda però la notifica che è avvenuta il giorno prima della presa in possesso quando di legge dovrebbe esserci una settimana di tempo. L’altra mattina avevamo una rivendicazione giusta e legale. Tra l’altro il giorno prima avevamo diffidato il Cociv via fax dicendo che non c’erano i termini legali per l’esproprio ma non siamo stati ascoltati. Quando mi sono rivolto alle forze dell’ordine chiedendo spiegazioni, mi sarei aspettato che dicessero : “ok, impacchettiamo tutto e andiamo a casa”.  Invece, hanno risposto che non avevano competenza per decidere e che se mai avremmo potuto fare ricorso. Piccolo particolare: il ricorso costa solo che di bolli 2 mila euro. Avrebbero potuto sospendere in attesa di chiarimenti. Per carità uno il ricorso lo fa anche ma il terreno ormai è stato dissodato».

    Nei giorni scorsi lo stesso Calvini ci racconta di aver scritto una mail alle caselle istituzionali di sindaco e vicesindaco ma di non aver ricevuto ancora nessuna risposta: «Nel messaggio – spiega il proprietario del terreno espropriato – chiedevo al vicesindaco una spiegazione concreta sul perché si debba realizzare un’opera che consenta di potare su un treno dei camion che a loro volta trasportano container.  Non voglio una risposta generica tipo “l’ha deciso l’Europa” o “quando ci sarà l’opera senz’altro servirà”.  Voglio una valutazione costi benefici. Al sindaco, poi, ricordavo come lo stesso don Gallo  – che ha sostenuto la sua candidatura – avesse esplicitamente richiesto la presenza della No Tav sulla sua bara».

    Alla valutazione costi benefici fa riferimento anche il capogruppo del Movimento 5 stelle in Consiglio comunale, Paolo Putti: «È chiaro che più vanno avanti i giochi più è difficile che accada qualcosa di clamoroso, anche se siamo in Italia e abbiamo visto che tanti lavori partono giusto per far avviare i cantieri. Il problema è che nel frattempo il contesto è completamente mutato, con lo stesso Moretti (a.d. di Trenitalia, n.d.r.)  che ha più volte  ribadito come quest’opera non sia rilevante e che ci si renderà conto solo dopo di quanto in realtà non serva. Una situazione, peraltro, che si sta verificando a Genova su tutte le grandi opere che si vogliono “fare tanto per fare”. Ma questo “fare” non porta neppure lavoro in città, salvo qualche pasto in trattoria nelle zone di cantiere».

    È vero che probabilmente lo stesso Calvini, pur non avendo aderito alla trattativa privata con il Cociv attraverso la mediazione del Comune, riceverà l’indennizzo base previsto per la realizzazione dell’infrastruttura, ma la sua è più che altro un’opposizione all’opera in sé. «Io non sono di per sé contrario agli espropri per opere pubbliche che sono una cosa legale e sacrosanta. Ma sacrosanta è anche l’opposizione a scelte politiche sbagliate. Se mi viene dimostrato che l’opera è indispensabili allora non dovrebbe neanche esserci bisogno della mediazione del Comune per avere più soldi, a meno che non si presupponga che quelli del Cociv vogliano fregare la gente. Io rivendico il diritto di oppormi a una scelta politica sbagliata».

    C’è un altro elemento che nelle ultime ore va ad intricare la situazione di questo terreno espropriato e conteso. Secondo alcune testimonianze provenienti direttamente da Trasta, ma non confermate dal Cociv che nella serata di ieri si è negato al telefono, i cantieri sarebbero stati bloccati per il ritrovamento di un tubo dell’Iplom. «Il progettista della Cociv lo sapeva benissimo» sostiene Calvini. «Tra l’altro ce n’è pure un altro dell’Eni».

    «Non mi è ancora giunta questa notizia – diceva ieri pomeriggio in aula il vicesindaco Bernini – ma posso dire che la presenza di oleodotti o gasdotti nel sottosuolo deve essere appositamente segnalata da paletti. Se ciò non è avvenuto, la responsabilità è del proprietario della tubatura».

    Fin qui il problema degli espropriati. Ma c’è anche chi, durante i lavori e ad opera realizzata, resterà a vivere in queste zone interferite dal Terzo Valico. «Di fatto – spiega il proprietario dei terreni di Trasta – chi cede la proprietà esce da questa situazione. Alcuni vicini sono stati anche ben contenti di dare il terreno perché hanno case senza accesso diretto alla strada e hanno ottenuto in cambio la promessa di poter sfruttare in futuro quella costruita per il cantiere. Vedremo, per ora restano solo promesse».

    «D’altronde – chiosa l’avvocato Gorla – questi hanno pagato fantastiliardi per case diroccate solo per non avere problemi di opposizione e quant’altro». Ma c’è chi, come il signor Calvini, non è disposto ad ammainare la propria bandiera, seppure qualche euro in più farebbe molto comodo.

    Simone D’Ambrosio

  • Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    Porticciolo turistico di Pegli, un iter lungo 12 anni. Da Tursi il via libera al nuovo progetto

    PegliSarebbe dovuta passare in Consiglio comunale martedì scorso ma per il protrarsi dei lavori inseriti all’ordine del giorno è slittata alla prossima settimana la delibera che dovrebbe dare il via libera definito alla realizzazione del nuovo porto di Pegli, letteralmente “una struttura dedicata alla nautica di diporto nell’area compresa fra il Castelluccio e il Risveglio”. Ma il progetto è più ampio e, come lo definisce Mauro Avvenente, presidente del Municipio Ponente, riguarda l’allestimento di un vero e proprio porticciolo turistico nella delegazione ponentina.

    «Stiamo per entrare nel Guinness dei primati – ci spiega lo stesso Avvenente – perché stiamo parlando di una pratica che è in Conferenza dei servizi da 12 anni scoccati il 31 dicembre scorso: record assoluto per un’opera che può essere considerata residuale rispetto a quelle veramente invasive che sono state realizzate nel nostro territorio». Le lungaggini sono dovute principalmente a cinque ricorsi al Tar inoltrati dalla società Bagni Castelluccio, partecipante alla selezione pubblica per l’assegnazione dei lavori, già insediata nella zona marina di Pegli e quindi intenzionata a mantenere lo status quo, contro Porto Pegli srl, vincitrice del bando e composta dai soggetti che hanno già realizzato la Marina di Sestri Ponente. «Quattro di questi ricorsi – spiega il presidente del Municipio – sono stati respinti mentre il quinto è stato accolto ma solo per una carenza di motivazioni da parte della Soprintendenza circa la scelta del progetto vincitore. Motivazioni che sono state dettagliate successivamente con la presentazione di un dossier ad hoc che il Comune ha ritenuto sufficiente per esaurire la pratica».

    Ma nel processo di rallentamento dell’opera è intervenuta anche la Regione che ha modificato il Piano Territoriale della Costa, adottato ma non ancora approvato, istituendo alcuni importanti paletti alla realizzazione di nuovi porticcioli nello spirito di preservare aree della Liguria non ancora antropizzate. «Nella nostra situazione però – specifica Avvenente – si tratta di un intervento che va a migliorare la condizione generale di degrado della zona: stiamo, infatti, parlando di un’area interna alla diga foranea che protegge il porto di Pegli Lido – Prà – Voltri. Qui un porticciolo di fatto esiste già ma non ha accessi carrabili, non ha possibilità di far intervenire mezzi di soccorso e, comunque, non ha mai impiegato la spesa di un centesimo di risorse pubbliche». Una risposta indirizzata soprattutto a un gruppo di residenti di via Zaccaria, che lo stesso presidente definisce «sparuto», che si è scagliato contro il progetto innalzando la bandiera del “no alla cementificazione scriteriata”. «In realtà – sostiene Avvenente – non vedono di buon occhio la realizzazione di una piazza pubblica con due piccoli locali e giochi per i bambini che sono previsti nel progetto per riqualificare e rivitalizzare il territorio. Naturalmente chi è abituato a vivere in una via sostanzialmente chiusa, pur nel degrado, non ha nessun interesse a rendere accessibile la propria zona. Ma chi fa l’amministratore pubblico deve far prevalere l’interesse pubblico collettivo diffuso».

    Pegli-riviera-ponente-DEppure il progetto, dopo le modifiche imposte dalla Regione e da altri enti aventi diritto a partecipare alla Conferenza dei servizi, è davvero molto meno invasivo tanto che Antonio Bruno, capogruppo Fds in Consiglio comunale, dopo aver votato contro la delibera nelle amministrazioni precedenti ha assicurato il proprio sostegno alla nuova opera.
    «Stiamo parlando di una zona che prima della Guerra aveva un’enorme spiaggia – ricorda il consigliere – che è stata ristretta con l’avvento di Italsider, riallargata con il porto Multedo e definitivamente sparita con gli interventi nel porto di Voltri. Inizialmente il progetto, approvato nel passato ciclo amministrativo con il mio voto contrario, era molto più invasivo e prevedeva un pesante accesso carrabile con la costruzione di un’apposita piastra per realizzare box auto nella zona delle “Focassette” e la conseguente generazione di traffico legato non solo all’accesso alle nuove banchine. Alla fine, anche grazie alle nuove norme regionali che vanno proprio a salvaguardare la zona delle “Focassette” e del “Castelluccio”, il progetto si è notevolmente ridotto e voterò a favore anche io».

    «Tutta l’aera del Castelluccio, che è ancora naturale, e la scogliera a ponente del porticciolo – specifica il vicesindaco Stefano Bernininon possono essere toccate. Il progetto ha dovuto per forze di cosa ridurre il proprio campo di intervento a uno spazio più ristretto. Questo ha consentito di andare incontro a molte richieste dei comitati locali, minor cementificazione e non costruzione della piastra per i posteggi su tutte. Per cui è stato presentato un nuovo progetto su cui ripartirà la Conferenza dei servizi già in atto prima, con minori dimensioni del porto in termini di lunghezza delle banchine, minor volumetria, diminuzione elevatissima dei posteggi ora solo a raso, e una viabilità pedonale interferita solo dal passaggio delle auto per andare in banchina. Effettivamente è cambiato il mondo: si salvano le parti naturali e si fa un porticciolo dove comunque sono già presenti alcune strutture».

    Tutto, dunque, parrebbe orientato al via libera per la realizzazione del progetto definitivo e, conseguentemente, di quello esecutivo. Ma in Sala Rossa ci sono ancora posizioni piuttosto critiche. Su tutte, quelle del M5S che dovrebbe presentare un sostanzioso emendamento che tuttavia il vicensindaco non sembra intenzionato ad accogliere, e del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, peraltro residente in zona.
    «Da quello che ho captato – commenta il presidente del Municipio, Mauro Avvenente – in Consiglio comunale ci sono soggetti che, vuoi per scarsa conoscenza del territorio o per prese di posizione di carattere ideologico, come quelle dei professionisti dei no a tutto, anche in questo caso esercitano la loro nefanda azione cercando di bloccare qualsiasi iniziativa che potrebbe creare anche posti di lavoro nel porticciolo e creare un volano molto positivo per tutto il tessuto commerciale nella zona di Pegli Lido. In questo contesto – prosegue Avvenente facendo chiaro riferimento a Pastorino – c’è anche chi si dice favorevole a parole al progetto ma vuole inserire nella delibera elementi accessori che rischiano di far saltare l’equilibrio economico dell’opera. Se chiedo di realizzare anche la fermata delle ferrovie, il sottopasso per collegare Pegli lido con il nuovo porticciolo (passaggio che in realtà esiste già ma è stato privatizzato) di fatto mi schiero contro l’opera. Se, infatti, fossi imprenditore e mi vedessi già dimezzato lo spazio per realizzare il posteggio e la superficie utile per attività commerciale, di fronte a queste ulteriori richieste mollerei tutto. Non far andare avanti il progetto vincitore, però, non è una scelta neutra ma significa voler agevolare lo status quo e chi già opera nella zona».

    pegli-ponente-riviera-panoramica-d6Una scelta ancora meno neutra se si tiene presente che, come previsto nelle richieste originarie dell’allora Circoscrizione ponentina, insieme con il nuovo porticciolo turistico di Pegli dovrebbe essere realizzata anche la passeggiata che ricongiunge fisicamente l’intero litorale del Ponente, da Multedo alla Fascia di Rispetto di Prà fino alla sponda sinistra del Branega, per poi tornare indietro sulla pista ciclabile a sud del canale di Calma. Non ultimo, seppure in un futuro probabilmente non proprio prossimo, potrebbe essere realizzato anche il ricongiungimento di Palmaro con Voltri che, a quel punto, darebbe vita alla passeggiata sul mare più lunga d’Europa, che consentirebbe di arrivare fino a Varazze senza soluzione di continuità. «Un obiettivo – conclude Avvenente – di straordinaria importanza che merita di essere sopravanzato rispetto agli interessi privati di chi pensa, pur legittimamente, a mantenere il proprio business o di chi non vuole essere disturbato sotto casa».

    Insomma, per capire realmente che cosa succederà dovremo aspettare quantomeno martedì prossimo perché le istanze dei consiglieri sono molteplici e riguardano anche questioni tra loro molto diverse. «Un problema sollevato dal Consiglio comunale – spiega Bernini – è che il porto ora come ora è in concessione non corretta a un privato che ha partecipato e perso la gara (Bagni Castelluccio, ndr) mentre la nuova opera va a un altro imprenditore. La gara, però, non è stata bandita dal Comune ma da Autorità portuale e, comunque, chi l’ha vinta ha tutto il diritto di realizzare le proprie opere. C’è poi – conclude Bernini – una discussione aperta sui pescatori professionistici che non sono stati presi in considerazione dal nuovo progetto: ma io, Comune, non posso certo far saltare per questo motivo la gara di Autorità portuale; tuttavia, posso impegnarmi ad agire con le altre istituzioni per trovare una collocazione idonea sempre nell’ambito portuale del Ponente».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Puc, Piano Urbanistico comunale: la “Genova del futuro” punta al pareggio fra nuovi edifici e demolizioni

    Puc, Piano Urbanistico comunale: la “Genova del futuro” punta al pareggio fra nuovi edifici e demolizioni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaUn po’ sottotono è passata la scorsa settimana l’approvazione da parte del Consiglio comunale delle controdeduzioni del Comune di Genova alla Vas, la Valutazione ambientale strategica licenziata da Regione Liguria per fare le pulci al Puc. Eppure, con il via libera a questo documento, il nuovo Piano urbanistico comunale, profondamente rivisitato, sembra aver imboccato il rush finale che potrebbe portare alla sua adozione definitiva entro la fine del 2014, secondo le stime del vicesindaco Bernini.

    La partita che aveva contrapposto la Regione al Comune sembrerebbe avere, almeno per il momento, un solo, giusto vincitore: i cittadini. L’obiettivo comune è la definitiva approvazione di un nuovo Puc che, grazie alle pressioni delle associazioni e alle prese di posizioni di Lista Doria e delle sinistre in Consiglio comunale, punti molto più sul rispetto dell’ambiente, sul godimento da parte dei genovesi del verde e dei luoghi naturali e su una mobilità sostenibile a discapito della cementificazione. “Stop al consumo del suolo”, una parola d’ordine che dovrà concretizzerà con la rincorsa a un bilancio di assoluto pareggio tra nuovi edifici da costruire e demolizioni. Grande attenzione verrà naturalmente posta alle zone a forte rischio idrogeologico in cui dovrà drasticamente diminuire il peso delle strutture abitative. Particolare importanza, inoltre, rivestono le disposizioni sull’edilizia residenziale pubblica: anche in questo caso viene posto un notevole freno alle nuove costruzioni mentre si incentiva la riqualificazione e la ristrutturazione delle innumerevoli abitazioni esistenti ma attualmente non utilizzate e spesso fatiscenti.

    Il vicesindaco Stefano Bernini: Puc definitivo entro fine anno

    genova-panorama-villetta-di-negroAbbiamo chiesto al vicesindaco e assessore all’Urbanistica del Comune di Genova, Stefano Bernini, di aiutarci a fare il punto della situazione sull’iter procedurale e quanto ancora potranno essere ascoltati i cittadini nel cammino verso l’approvazione definitiva del documento che delinea la Genova del futuro.

    «Finalmente – sospira Bernini – il Consiglio comunale ha approvato le controdeduzioni alle osservazioni regionali sulla Valutazione ambientale strategica. Ciò significa che, essendo queste da noi considerate le linee guida per gli uffici di urbanistica e pianificazione territoriale, possiamo ora lavorare sulle singole controdeduzioni a tutte le altre osservazioni sollevate al Comune di Genova sul Puc».

    Quali sono i prossimi passaggi formali? «Entro due mesi dovremmo avere sia la risposta della Regione, mi auguro positiva, rispetto a come abbiamo controargomentato le osservazioni contenute nella Vas, sia il percorso di riproposizione al Consiglio comunale delle controdeduzioni per arrivare al Puc definitivo».

    Dopo le pressioni di questi mesi e alcuni emendamenti che hanno accolto alcune delle numerose segnalazioni, i cittadini avranno ancora modo di esprimere le proprie valutazioni? «Dato che stiamo parlando di questioni delicate di filosofia urbanistica e visione più generale della città, cercheremo di studiare un cronoprogramma che riproponga sia il passaggio attraverso i Municipi, soprattutto per le controdeduzioni che riguardano i Municipi stessi, sia percorsi partecipati sull’informazione ai cittadini circa le scelte che abbiamo fatto, in particolar modo per le questioni di maggior respiro. Il punto di arrivo dovrà comunque essere la discussione nelle competenti Commissioni di Consiglio comunale in modo che, suddividendo i singoli argomenti, si possa arrivare al giusto grado di approfondimento perché si tratterà dell’ultimo atto che dovremo compiere dal punto di vista amministrativo. Dovremo dunque fare in modo che il nuovo Puc diventi uno strumento reale di azione chiaro a tutti».

    Sembra, dunque, che ci sia ancora molto lavoro da fare. È possibile fare una previsione su quando Genova potrà adottare il nuovo Piano urbanistico? «Ci auguriamo che il percorso che stiamo intraprendendo possa accompagnarci ad un voto del Piano urbanistico in modo definitivo entro la pausa estiva. Da quel momento dovranno passare 90 giorni necessari per eventuali altre osservazioni solo sui punti già modificati. Dopodiché potremo chiudere il percorso passando il tutto in Regione. Se tutto va bene, dunque, potremmo arrivare alla fine dell’anno con il nuovo Puc».

    Il punto di vista della rete IF, l’impegno dei cittadini

    quarto-levante-genova-A2L’approvazione della delibera e, soprattutto, il mutato orientamento del Puc sono stati accolti favorevolmente, pur sempre con riserva, anche dalla rete di cittadini che da mesi ormai sta combattendo per mettere un serio freno alla cementificazione sconsiderata in città. «Riconosciamo il valore del percorso che è stato fatto dalla società civile, di cui facciamo parte e che abbiamo un po’ rappresentato con la nostra raccolta di istanze che abbiamo portato nelle sedi democratiche deputate – dichiara Deborah Lucchetti, portavoce della rete IF – riconosciamo cioè che la delibera approvata ha dato il via a un cambiamento di tono e a una maggiore consapevolezza verso tutta una serie di tematiche che prima erano assolutamente assenti dal dibattito politico. Anche i consiglieri più lontani, che non hanno mai riflettuto su temi dello sviluppo del territorio nei termini in cui lo facciamo noi, hanno capito che oggi è urgente e importante parlare di queste cose. E ciò è sintomatico di un nuovo orientamento che, seppure non in maniera totale e chiarissima, pare sia stato colto. Per questo siamo cautamente positivi nei confronti di questa delibera perché vediamo comunque un primo riconoscimento del nostro lavoro».

    Ma non basta. Il coordinamento dei cittadini promette di vigilare costantemente su tutte le tappe che porteranno all’adozione formale del nuovo Puc: «Dal nostro punto di vista – prosegue Lucchetti – avremmo voluto delle indicazioni più coraggiose, capaci di porre limiti più immediati e restrittivi a uno sviluppo che ha fatto il suo tempo come ci dimostra il territorio ferito che non manca di lanciarci chiari allarmi ogni giorno. Ma siamo comunque solo a un punto di partenza perché la nostra campagna continuerà a presidiare il percorso del Puc sia nelle sue tappe regionali che nel suo ritorno in Comune. Vigileremo su una declinazione coerente nel concreto delle scelte che cerchiamo di orientare il più possibile alla salvaguardia del territorio e alla tutela dei cittadini».

    «Non so dirti se i tempi siano realistici o meno ma noi faremo il possibile per coinvolgere il territorio e i comitati che abbiamo raccolto intorno alla petizione. Non so risponderti sul piano tecnico ma posso farlo su quello politico, dal basso, dal punto di vista di cittadini che passano le notti a studiare questi aspetti essendo tutto basato sul volontariato: il nostro è un percorso di costante negoziazione tra tutti i soggetti della società, c’è bisogno di tempo anche perché c’è sempre più gente comune che vuole capire questo procedimento e vuole allinearsi a questo percorso. Speriamo, dunque, che non si tratti solo di fumo ma che l’arrosto ci sia e vada davvero nella direzione di restringere le possibilità di uno sviluppo dissennato e apra le possibilità per una nuova idea di città. Se non lo facciamo adesso, non lo faremo mai più perché questa città rischia di morire sotto il vecchiume, sotto il conservatorismo dei vecchi poteri».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex ospedale psichiatrico di Quarto, il futuro delle aree di proprietà comunale

    Ex ospedale psichiatrico di Quarto, il futuro delle aree di proprietà comunale

    manicomio-quarto-D3Prosegue a piccoli passi il cammino verso la riqualificazione dell’ex manicomio di Quarto. Il 5 marzo scorso si è riunito il Comitato di vigilanza sull’accordo di programma sottoscritto nel dicembre 2013 da Comune, Asl e Arte per determinare la spartizione dell’area (qui l’approfondimento di Era Superba) in tre porzioni affidate ai rispettivi enti firmatari.

    A parlare dell’incontro è stato ieri pomeriggio il sindaco Marco Doria che, rispondendo a un’art. 54 proposto dalle consigliere della Lista Doria Bartolini e Nicolella, ha colto l’occasione per fare il punto della situazione in Consiglio comunale. «L’obiettivo dell’accordo di programma nonché primo tema che è stato discusso nel corso della riunione del Comitato di vigilanza – ha detto il primo cittadino – è la sistemazione dell’assetto urbanistico: da questo punto di vista i tre soggetti titolari sono concordi nel trattare l’area in modo unitario per poter giungere a spazi accessibili e in grado di gestire un notevole flusso di persone».

    Tutti d’accordo, dunque, per quanto riguarda l’accessibilità, la viabilità, i parcheggi e l’utilizzo degli spazi comuni. Ma un percorso unitario verrà ricercato anche sul tema dell’approvvigionamento energetico dei diversi edifici che risiedono nell’area, non fosse altro che per una questione di economie di scala.

    Il sindaco ha anche ricordato come il Consiglio comunale sia stato fondamentale nel cambiamento in positivo di una situazione che sembrava ormai avesse imboccato un’altra strada: «Ci siamo trovati di fronte a una situazione in cui tutte le aree ancora da cedere erano state alienate ad Arte che avrebbe realizzato un’operazione mirata esclusivamente ai ricavi economici. Noi abbiamo contestato questo tipo di approccio perché siamo sempre stati convinti della necessità della permanenza di questi spazi a funzione pubblica e dell’errore a cui si sarebbe andati incontro sradicando da queste aree gli importantissimi servizi sanitari in ambito psichiatrico. Ed è anche grazie alla partecipazione del Consiglio comunale a una mobilitazione diffusa del territorio che siamo riusciti a cambiare la situazione».

    L’autonomia decisionale di Comune, Asl e Arte riguarderà invece le finalità con cui i tre diversi soggetti occuperanno gli spazi. Su questo punto il sindaco ha sgombrato il campo da molti dubbi per quanto riguarda la porzione di proprietà comunale: «Innanzitutto – ha dichiarato Doria – come concordato con il direttore generale di Asl 3, Corrado Bedogni, l’attività di formazione che veniva svolta da Asl e Università per corsi di laurea triennale potrà continuare a svolgersi negli spazi affidati al Comune. È una decisione necessaria anche per le difficoltà di trasferimento che le attività di formazione avrebbero: il discorso però potrebbe cambiare qualora l’Università decidesse di trasferire a San Martino anche le attività che attualmente vengono svolte a Quarto. In tal caso dovremmo semplicemente prendere atto della diversa volontà di un soggetto esterno ma la disponibilità nostra è assolutamente garantita come dimostra il continuo dialogo con Asl 3». Sempre a livello di servizio pubblico ci sono anche importanti funzioni culturali che verranno mantenute negli edifici di proprietà di Tursi: «Si tratta del Museo delle forme inconsapevoli e della Biblioteca/Archivio dell’ex ospedale psichiatrico Centro Basaglia – ha specificato Doria – che ricordano una pagina della nostra storia e non ne fanno perdere memoria».

    Resta, invece, ancora da discutere il futuro delle rimanenti aree di proprietà comunale, ma su questo il sindaco ha assicurato la piena disponibilità a prendere in considerazione le proposte avanzate dal Municipio e dai cittadini che si sono organizzati autonomamente (su tutti, il Coordinamento per Quarto).

    «In ultimo – ha concluso Doria – con tutto il rispetto delle competenze e sovranità decisionali altrui, stiamo imbastendo un ragionamento con Asl 3 su come gestire gli spazi di loro competenza, ad esempio parlando della famosa piastra sanitaria del Levante. Inoltre – ha concluso Doria – sarà mia cura affrontare anche il tema del rapporto con Fintecna, proprietaria di una porzione di terreno contigua a quella di cui stiamo parlando».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Genova Città metropolitana: a che punto siamo? Intervista al sindaco Marco Doria

    Genova Città metropolitana: a che punto siamo? Intervista al sindaco Marco Doria

    Marco DoriaLa riforma del titolo V della Costituzione entrata in vigore nell’ormai lontano 2001 introdusse all’articolo 114 una nuova figura istituzionale denominata Città metropolitana, per la verità già prevista dalla legge n. 142/1990 sull’ordinamento degli enti locali e richiamata dall’art. 23 del Testo unico degli enti locali (d. lgs. n. 267/2000). Ma dopo 24 anni dalla loro prima menzione di Città metropolitane si continua a parlare solo sulla carta, nonostante l’attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio già ministro per gli Affari regionali con Enrico Letta, Graziano Delrio, ne abbia fatto un proprio cavallo di battaglia. L’obiettivo dell’ex sindaco di Reggio Emilia, sostanzialmente appoggiato dal premier Matteo Renzi, è chiaro: accelerare al massimo la legge che sancisca l’addio alle Province, altrimenti 60 su 86 a statuto ordinario dovrebbero andare al voto la prossima primavera, e dia ufficialmente il benvenuto alle Città Metropolitane (oltre a Genova, i capoluoghi interessati sono Bari, Bologna, Firenze, Napoli, Torino, Venezia, con un capitolo a parte per Roma Capitale e in attesa di definire meglio la situazione amministrativa di Reggio Calabria). Mentre la legge – approvata dalla Camera – è sotto esame al Senato (che eventualmente può apportare modifiche e rimandare il testo a Montecitorio), abbiamo chiesto al sindaco Marco Doria di aiutarci a fare il punto della situazione per capire che cosa potrebbe cambiare per Genova, e non solo (le città metropolitane coprono il 17% del territorio italiano per circa 20 milioni di abitanti – dati Anci), nei prossimi mesi.

    Sindaco, a che punto siamo nel cammino che porterà Genova a trasformarsi ufficialmente in Città metropolitana?

    «Quello della Città metropolitana è un grande tema e direi anche una grande sfida. Per certi aspetti, quantomeno dal punto di vista normativo, siamo ancora prima dell’inizio nel senso che è in discussione in Parlamento la legge che deve formalmente istituire le Città metropolitane, previste dalla nostra Costituzione. L’approvazione della legge è un primo passaggio ineludibile che mi auguro possa avvenire in tempi rapidi. Vorrei che il nuovo governo desse una spinta forte e decisiva in questa direzione, anche se la sfida si sta giocando in Parlamento».

    In che senso parla di grande sfida?

    «È una sfida importante perché le Città metropolitane sono una struttura dello Stato assolutamente fondamentale per il futuro. Le grandi città hanno un’interazione col territorio circostante talmente forte da creare naturalmente un’area metropolitana che deve essere dotata di specifiche forme di governo unitario. Non basta la somma dei Comuni che la compongono né la semplice assunzione da parte di questi delle competenze prima in carico alla Provincia. Bisogna aggiungere qualcosa di più nel senso che il nuovo ente non potrà essere solo una formale e magari anche fittizia unione di territori confinanti dove manca una grande realtà urbana. Torino, Milano, Genova, Firenze, Bologna, Roma, Napoli… sto facendo nomi di grandi città proprio perché la Città metropolitana dovrà essere costituita dall’interazione tra una grande realtà urbana e il territorio che la circonda. Tutti i singoli Comuni che la comporranno dovranno avere relazioni forti e strette con la città di riferimento che già ora funziona come polo di attrazione, calamita per la mobilità delle persone e i servizi che vengono erogati».

    Ma, allora, a livello concreto cambierà poco o nulla, soprattutto per città come Genova che ha già di per sé una vocazione metropolitana, non foss’altro che per la sua particolare conformazione geofisica e urbanistica.

    «Nel caso di Genova non dobbiamo pensare alla nuova Città metropolitana come il Comune di Genova che diventa più grande o che si somma ad altri Comuni, ma è qualcosa di radicalmente diverso. Cambia che questo ente nuovo rappresenterà un’aggregazione territoriale che avrà organi di governo specifici, che assumerà le funzioni della Provincia ma avrà soprattutto compiti di programmazione dello sviluppo del territorio e di pianificazione urbanistica territoriale allargata e condivisa. Insomma, si avrà una programmazione sui punti chiave per l’amministrazione del territorio non più a livello di singoli comuni, grandi o piccoli che siano, ma in un’ottica unitaria e comunitaria».

    Quindi servizi più efficienti che riescano a superare la crisi economica potendo potenziarsi su un territorio più ampio? Un po’ come si sta cercando di fare con il trasporto pubblico regionale?

    «È corretto osservare questo perché significa evidenziare quanto cammino abbiamo ancora da fare. Per restare sull’esempio del trasporto pubblico locale, abbiamo ormai dimensioni ed esigenze di comunicazione che non possono più essere affrontate a livello di singoli Comuni e nemmeno soltanto di area provinciale. Nel nostro caso, abbiamo oggi due aziende, una comunale e una provinciale, entrambe in grande difficoltà. È stata approvata una legge regionale che prevede la costituzione di un’agenzia unica per il trasporto locale a livello regionale, una sorta di authority regionale che deve dare una disciplina unitaria. E questa è la strada giusta, all’interno della quale possono avere una funzione molto più incisiva le nuove Città metropolitane e, nel caso specifico della Liguria, la Città metropolitana genovese».

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Ce l’abbiamo fatta. Anzi, ce l’hanno fatta. Dopo 25 sedute di commissione, 4 consigli comunali, liti furibonde e porte sbattute in faccia, come era facilmente presumibile, tutto finisce a tarallucci e vino. Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità (32 presenti) il suo nuovo regolamento che, in ogni caso, non entrerà in vigore prima di un mese.

    Dopo l’ennesima sospensione della settimana scorsa sul delicato tema della riforma degli articoli 54, la quadra era stata raggiunta già lunedì nel corso della Conferenza dei capigruppo convocata ad hoc. La questione era ben nota: da un lato i fautori del documento prodotto dalla Commissione pensato nel corso delle 25 sedute tematiche, dall’altro un sostanzioso emendamento Pd-Pdl che sembrava non volerne tenere conto. Nel mezzo, tutta un’altra serie di emendamenti degli altri gruppi consigliari, disposti comunque a ritirarli qualora fosse stata accettata anche dal Pd la riforma che mirava ad annullare la discrezionalità da parte del presidente nella scelta delle interrogazioni a risposta immediata da portare in aula.

    Segnali positivi erano arrivati fin dall’apertura dei lavori con Paolo Putti, capogruppo del M5S, che annunciava il ritiro di tutti gli emendamenti del suo gruppo all’articolo 54 «dato che in Conferenza capigruppo c’è stato un ampio dibattito che ha portato a una soluzione soddisfacente».

    Il testo finalmente concordato introduce sostanzialmente il limite per ogni consigliere della presentazione di una sola interrogazione a risposta immediata per ciascuna seduta. “Il presidente valuta la sussistenza dei requisiti richiesti (attualità e urgenza, NdR) e provvede a disporre la trattazione delle interrogazioni, sentiti i Capigruppo circa l’ordine di priorità ed urgenza che ciascun Gruppo attribuisce alle interrogazioni presentate dai propri consiglieri”.

    La montagna ha partorito il topolino. Non è dato sapere, infatti, quali siano le modalità con cui il presidente sarà chiamato a “sentire i Capigruppo”: la sensazione è che l’unica cosa che cambierà realmente sarà il numero degli articoli 54 che ogni settimana arriveranno sul banco del Presidente, che nelle realtà dei fatti avrà comunque sempre l’ultima parola sull’ordine dei lavori.

    Da segnalare, comunque, che il nuovo regolamento prevede anche la “facoltà del Consigliere proponente di chiedere, qualora l’interrogazione proposta non sia inserita all’ordine del giorno della seduta consigliare, una risposta scritta. In difetto di risposta da parte degli assessori competenti entro 5 giorni dalla seduta consigliare, l’interrogazione viene inserita automaticamente all’ordine del giorno della seduta successiva”.

    Anche oggi, comunque, non tutti si sono trovati d’accordo: nonostante il voto unanime conclusivo sull’intera riforma del regolamento, la modifica all’art. 54, infatti, è passata con l’astensione del Pdl. Radio Tursi nelle scorse settimane aveva parlato di un accordo tra Pd e Pdl proprio su questo tema. Accordo che evidentemente deve essere saltato nella Conferenza capigruppo straordinaria di lunedì: «Più che un accordo – spiega Stefano Balleari, vicepresidente del Consiglio comunale e oggi portavoce del Pdl data l’assenza del capogruppo Lilli Lauro – diciamo che avevamo un documento concordato su cui convergevamo, con la debita premessa che sia Pdl che Pd non ravvisavano l’esigenza di modificare l’articolo 54 perché il presidente del Consiglio svolge la sua funzione in maniera equilibrata. Il documento concordato interveniva solo con la limitazione della quantità di 54 da presentare. Oggi, invece, si è approvato un sistema sbagliatissimo perché il presidente del Consiglio deve sottoporsi alla volontà del Capogruppo: se si tratta di una persona equilibrata non c’è problema, altrimenti c’è la possibilità che presenti solo le proprie interrogazioni o quelle della sua corrente. Il rischio, dunque, è che un consigliere comunale diventi ostaggio del proprio Capogruppo. Non ho votato contro solo per un senso di responsabilità istituzionale in funzione anche del mio ruolo da vicepresidente».

    Tra gli altri articoli modificati, sorprende positivamente l’approvazione di un emendamento presentato dal Movimento 5 Stelle che stabilisce che il Consiglio comunale adotti il formato digitale come sistema standard di comunicazione e abbandoni il fax, invitando assessorati e uffici a fare lo stesso. Viene, inoltre, richiesta la pubblicazione sul sito del Comune di tutti i documenti preparatori e conclusivi delle sedute di Commissione e Consiglio, non attraverso scannerizzazione ma con standard di accessibilità che favoriscano la lettura da parte di persone con deficit visivi.

    Soddisfatto il presidente Guerello che, come aveva anticipato, per evitare conflitti di interessi si è astenuto sulle votazioni di ogni singola modifica al regolamento, non è intervenuto nel merito nella decisiva Conferenza capigruppo convocata ad hoc lunedì ma ha votato favorevolmente la riforma complessiva: «I lavori di oggi (ieri, NdR) si sono svolti finalmente in un clima piuttosto sereno. È molto importante che la delibera sia stata votata all’unanimità, come mi auguravo, perché al di là dell’asprezza del dibattito è fondamentale che le regole siano condivise perché la democrazia si esercita nel rispetto delle regole». Regole che vanno incontro al lavoro del presidente in una delle questioni più complicate, la scelta degli articoli 54: «Vedremo poi come procederemo nel concreto – ha concluso Guerello – certo che finora è sempre stato molto complicato scegliere 4 o 5 argomenti tra i 300 che mediamente ogni settimana mi vengono proposti. La scelta resa ancor più difficile dal fatto che le emergenze sono tante, i consiglieri spesso propongono argomenti di pregio e sono costretto a scontentare molte istanze che provengono dal territorio».

    Simone D’Ambrosio