Autore: Simone D’Ambrosio

  • Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Patti d’area, lo strumento del Comune di Genova per l’apertura di nuove attività commerciali

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSi chiamano “Patti d’area” e sono un nuovo strumento messo a disposizione di tutti i Comuni liguri dall’ultima programmazione regionale sul commercio che dovrebbe favorire l’insediamento su uno specifico territorio di nuove imprese al fine di fornire allo stesso territorio una precisa identità dal punto di vista del mix merceologico offerto. Una proposta innovativa, soprattutto perché praticamente mai utilizzata prima, che tenta in qualche modo di porre un freno all’eccesso di liberalizzazione nell’universo commerciale.

    Questo specifico territorio commerciale a Genova ha un nome preciso e si chiama Civ, Centro integrato di via, già formalmente riconosciuto e perimetrato in maniera ben definita. E il Comune di Genova ha già in progetto di dare vita a tre Patti d’area che riguarderanno altrettanti Civ.

    Il primo, questione di settimane secondo le previsioni e le speranze strappate all’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, si concentrerà nella zona di Prè. Insieme con il nuovo regolamento della sicurezza che riguarderà il centro storico e che l’assessore Fiorini sta ultimando, dovrebbe rappresentare un efficace e produttivo strumento di riqualificazione. «Da un lato – spiega l’assessore Oddone – cercheremo di favorire l’insediamento di nuove imprese introducendo un calmiere sui canoni d’affitto che non potranno superare il valore di mercato dei locali; dall’altro, stileremo una lista di mix merceologico che andrà a definire e identificare una particolare area della città dal punto di vista commerciale e artigianale. Il tutto in stretta collaborazione non solo con le associazioni di categoria, la Camera di commercio, i Municipi e la Regione, ma anche con la questura, i carabinieri e la guardia di finanza per limitare quelle attività che rappresentano una servitù e un peso eccessivo, soprattutto in termini di sicurezza, per determinati quartieri».

    Inoltre, l’amministrazione conta su un altro strumento che funga da richiamo per l’apertura di nuove attività, sostituendosi in parte al ruolo che dovrebbero interpretare le banche ma che ormai non svolgono più da tempo: l’introduzione di un prestito a tassi molto vantaggiosi per aiutare imprese commerciali e artigiane a tirare su nuove saracinesche. «L’obiettivo – ci racconta Oddone – è quello di innescare un circolo virtuoso per cui nuove attività portino un maggior flusso di persone e un interesse rinnovato per alcune zone della città. Per fare questo utilizzeremo quel poco di risorse residuate da vecchi bandi e difese con le unghie e con i denti da richieste improprie da Roma che, oltre a non dare soldi nuovi, vorrebbe indietro anche gli spiccioli che sono stati risparmiati nel passato con azioni virtuose».

    Lo schema di base, naturalmente, sarà lo stesso per tutti i Patti d’area e per tutti Civ che intendessero muoversi in quest’ambito. Per questo motivo è necessario che il progetto pilota sia disegnato precisamente in tutti i suoi dettagli, in modo che gli altri possano poi seguirne la strada e muoversi in un percorso più agevole e già tracciato. «Anche perché – aggiunge Oddone – il rischio di ricorsi al Tar da parte di chi non vede di buon occhio il Patto e si vede respingere l’autorizzazione per l’apertura di una nuova attività è molto alto. Per cui dobbiamo avere la piena consapevolezza di quello che stiamo facendo per sbaragliare qualsiasi opposizione, un po’ come successo per il regolamento anti slot contro il gioco d’azzardo». Già perché, una volta siglato, il Patto d’area sarà vincolante per tutti i locali del territorio e non basterà più una Scia (Segnalazione certificata di inizio attività) per dare via a un nuovo esercizio commerciale ma si tornerà al sistema delle concessioni di autorizzazione. «All’interno di tutto il perimetro del Civ si dovrà sottostare a quello che si deciderà nel Patto – sottolinea l’assessore allo Sviluppo economico – per cui se decidiamo che alcune attività sono troppo impattanti per un quartiere, certe merci non vi potranno più entrare». O, meglio, non potranno diffondersi più di quanto non lo siano già. «È evidente – prosegue Oddone – che se il proprietario di un locale ricevesse un’offerta sostanziosa da un nuovo possibile esercente, farà di tutto per vendere o affittare i propri muri e guadagnare il più possibile anche se l’attività economica che si andrebbe a insediare fosse nella “lista nera” del Patto d’area».

    Senza alcuna valutazione di merito, un esempio concreto però potrebbe aiutare a comprendere meglio. Se si decidesse che a Pré ci fosse una concentrazione eccessiva di “kebabbari”, nel Patto d’area ci sarebbe scritto che non potrebbero essere aperti altri esercizi di questo tenore. E l’imposizione non varrebbe solo per un determinato locale piuttosto che per un altro ma per tutto il territorio del Civ.

    «L’avvio dei Patti d’area assieme alle nuove norme di sicurezza per il centro che sono in via di definizione rappresentano due importanti tasselli nel processo di contenimento di una serie di fenomeni poco virtuosi che riguardano da vicino il nostro territorio» commenta Maria Carla Italia, assessore allo Sviluppo economico e alla Coesione sociale del Municipio I – Centro Est.

    La scelta di partire da Pré non è casuale. C’è sicuramente la necessità di riqualificare un quartiere lasciato andare un po’ troppo a se stesso ma non è il solo elemento che ha portato l’amministrazione a propendere per questa porzione del centro storico. In zona, infatti, il Comune è proprietario di diversi locali che potrà mettere a disposizione fin da subito per creare un po’ di massa critica insieme con altri spazi che la Sovrintendenza si è già resa disponibile a impiegare per le finalità del patto. Così, le istituzioni potranno fungere da esempio virtuoso per tutti i privati che vorranno aderire al patto mettendo a disposizione i propri possedimenti, alle condizioni condivise.

    «Avevamo individuato l’utilità dei Patti d’area fin da subito – prosegue Maria Carla Italia – probabilmente ancora prima del Comune, dato che in tempi non sospetti avevamo audito i dirigenti della Regione in un’apposita Commissione municipale. Crediamo siano uno strumento molto utile per individuare una tipologia di attività commerciali meritevoli di essere sfruttate. Attraverso i Patti d’area possiamo, infatti, dare respiro a un vero e proprio progetto di quartiere che ci consenta di puntare su alcune tipologie commerciali e artigianali che riteniamo più funzionali al raggiungimento delle finalità che ci siamo posti per quel particolare territorio».

    Dopo Pré ci si sposterà di pochi metri per lanciare il secondo Patto d’area alla Maddalena: qui è più difficile avere previsioni ufficiali ma il grande attivismo di cittadini e commercianti che vivono il Sestiere aiuterà certamente a bruciare le ultime tappe. La partecipazione di tutti i cittadini, in questo caso, assume un ruolo ancor più fondamentale per coinvolgere fin da subito i privati dal momento che il Comune, a differenza di Pré, non può contare su grandi proprietà. Terzo e, per il momento, ultimo patto dovrebbe riguardare i “voltini” di via Buranello, ovvero gli spazi sottostanti la ferrovia in zona Sampierdarena: il condizionale, però, è ancora d’obbligo perché Rfi, proprietaria degli spazi, non sembra essere particolarmente interessata a una collaborazione.

    Se dovesse funzionare, comunque, lo strumento del Patto d’area potrebbe essere esteso un po’ a qualunque area della città da levante a ponente, dalla costa alle valli. «Ad esempio – conclude Oddone – nulla vieta che nasca un Patto d’area in via XX settembre per salvaguardarne l’identità di centro commerciale urbano di qualità attraverso un progetto ben disegnato che vada incontro alle diverse istanze spesso sollevate dai negozianti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Accademia Ligustica di Belle Arti verso la statizzazione. L’intervista al presidente Giuseppe Pericu

    Piazza de Ferrari accademia di belle artiDopo la visita di qualche settimana fa documentata in diretta con #EraOnTheRoad e il focus con Giorgio Devoto (responsabile dei corsi di studio) e Giulio Sommariva (direttore del museo), mancava ancora un tassello per completare il nostro approfondimento sull’Accademia Ligustica di Belle Arti, l’’istituzione cittadina che dal lontano 1751 si occupa della formazione artistica nella nostra regione. Abbiamo intervistato il neo presidente Giuseppe Pericu (sindaco di Genova dal 1997 al 2007, eletto il 25 novembre scorso presidente dell’Accademia e già membro dell’Assemblea), per capire quale sarà il futuro della “Ligustica” soffermandoci sul processo di statizzazione, vera e propria chiave di volta.

    Presidente, innanzitutto come sta l’Accademia?

    «Nonostante la sua semplicità, questa è una domanda complessa. Adesso l’Accademia sta bene perché è organizzata in modo da poter rilasciare titoli di studio di livello universitario legalmente riconosciuti, sia per la laurea breve che per la magistrale. Quindi, da questo punto di vista, siamo perfettamente allineati con le accademie statali. Tra le note positive, poi, c’è il museo che è una struttura fondamentale dell’Accademia ed è stato molto vivacizzato grazie alle attività dell’Associazione Amici dell’Accademia che è molto presente. Contemporaneamente, però, ci sono difficoltà legate al flusso di finanziamenti sempre minore rispetto alle esigenze dell’istituzione».

    Siamo sempre alle solite: i finanziamenti scarseggiano, figurarsi per l’arte e la cultura.

    «Pur essendo ristrette al minimo, il Consiglio d’amministrazione e l’Assemblea dei soci svolgono il proprio ruolo a titolo assolutamente gratuito, le spese di gestione sono sempre superiori ai fondi che abbiamo a disposizione. Questi ultimi arrivano soprattutto dal Comune e, poi, in quantità minore da Regione e Provincia. Ci sono poi le rette degli studenti, del tutto simili a quelle dell’Università degli Studi di Genova, il cui numero negli ultimi anni è andato sensibilmente aumentando, soprattutto grazie al riconoscimento del valore legale dei titoli a livello nazione ed europeo, a dimostrazione del fatto che siamo appetibili. Ma il saldo economico è sempre negativo».

    Da questo punto di vista, le difficoltà potrebbero essere definitivamente risolte con il pieno compimento del processo di statizzazione dell’Accademia.

    «Sono stato eletto proprio per portare a termine questo processo. Esiste, infatti, una legge che prevede che le Accademie private, come siamo noi, che siano le soli presenti in una Regione, possano essere statizzate ovvero inserite nel sistema delle Accademie statali non soltanto attraverso il riconoscimento del titolo di studio ma attraverso un processo di aggregazione più complessiva al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Il raggiungimento di questo obiettivo darebbe sicurezza nel tempo all’Accademia».

    Lo Stato, dunque, garantirebbe una maggiore copertura economica?

    «Diciamo, più che altro, che non ci sarebbe più un problema di introiti perché il personale docente e amministrativo sarebbe pagato direttamente dal Ministero».

    E questo accorpamento riguarderebbe solo l’Accademia o comprenderebbe anche il museo?

    «Non possiamo ancora dirlo con certezza perché bisogna aprire il confronto con gli organi statali. Comunque, rispetto al dettato normativa, sembrerebbe che la statalizzazione comprenda solo i profili legati alla parte formativa e non quelli museali. Il museo comunque, che ha una dotazione molto forte che nasce sia come strumento per coadiuvare la formazione che come entità autonoma, ha solo un conservatore e un addetto alla struttura.

    Non resta che capire a che punto siamo all’interno di questo percorso.

    «Abbiamo inoltrato formalmente un’istanza al Ministero e sto seguendo attivamente gli sviluppi ma certamente il confronto con il governo in questo periodo di spending review non è facile. In Italia, nella nostra situazione, c’è solo un’altra realtà che è quella dell’Accademia di Perugia, unica accademia in Umbria che da statale può diventare privata: tutte le altre regioni, invece, hanno già una o più accademie statali».

    E nel frattempo, qualche progetto nel cassetto da realizzare durante il suo mandato?

    «Diciamo che il vero obiettivo è la statizzazione. Per il resto sto ancora prendendo le misure. Cercheremo di fare qualche bella esposizione e di valorizzare al massimo il museo ma i progetti più ambiziosi devono per forza di cose attendere gli sviluppi del rapporto con il Ministero. Ho certamente qualche idea, suggestione più che altro ma non sono ancora comunicabile neppure come ipotesi di progetto».

    Per chiudere, una domanda più personale. Qual è il rapporto di Giuseppe Pericu con l’arte? Sappiamo che da amministratore ha portato Genova alla ribalta internazionale come Capitale europea della cultura nel 2004, e nel privato?

    «Come amministratore pubblico della città di Genova, ho sempre ritenuto la cultura l’unica scommessa possibile da vincere. Per questo, dopo tutta la lotta sostenuta per ottenere nel 2004 il riconoscimento a Capitale europea della cultura, assunsi direttamente io come sindaco il ruolo di assessore alla cultura per preparare al meglio lo svolgersi dell’evento. Come privato cittadino, non può esserci una grande differenza perché la persona resta unica, inscindibile: io sono sempre stato appassionato di fenomeni culturali, fin dalla mia formazione tradizionale fatta al liceo classico. Quindi, l’arte e la cultura fanno parte del mio modo di essere».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino, discarica di GenovaAnticipato da un quotidiano locale, confermato dalla Regione: Scarpino rischia davvero la chiusura se entro 20 giorni Amiu non darà risposte concrete sul rischio frane e, soprattutto, su alcuni dati anomali riguardanti la quantità d’acqua presente in discarica, quello che tecnicamente si definisce “battente idraulico”. L’ultimatum arriva dalla Provincia che ha già provveduto a sospendere l’autorizzazione al conferimento di rifiuti a Scarpino 2, la parte di discarica attualmente in funzione: un provvedimento che diventerà operativo, appunto, nel giro di meno di tre settimane.

    Nel frattempo, la partecipata del Comune dovrà portare a compimento tutti gli studi e le verifiche tecniche per evitare che la “rumenta” di Genova e provincia debba essere smaltita fuori regione, con costi esorbitanti che non potrebbero far altro che ricadere sui cittadini attraverso un aumento delle bollette della spazzatura a partire dal 2015.

    L’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta, è apparsa comunque piuttosto tranquilla: «Amiu sta valutando con l’ausilio di tecnici esperti la stabilità della discarica sotto tanti gli aspetti che devono essere presi in considerazione. Gli strumenti topografici che monitorano gli eventuali spostamenti di terreno in discarica danno tutte le rassicurazioni del caso, nel senso che non ci sono spostamenti del corpo dei rifiuti neppure di un millimetro».

    Ma su questo punto ci aveva già rassicurato la scorsa settimana il presidente di Amiu (qui l’approfondimento), affermando che «anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro».

    Lo stesso Castagna, però, aveva ammesso che le verifiche di stabilità chieste dalla Provincia in merito alla quantità di acqua contenuta all’interno della discarica fossero ancora incomplete: «Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione – ricordava Castagna – non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     A questo punto, però, settembre è troppo tardi. Il futuro di Scarpino deve giocarsi su questo campo entro i prossimi 20 giorni. «Gli strumenti che rilevano il livello idrico della falda all’interno della discarica – spiega l’assessore Garotta – dicono che la situazione al piede di Scarpino è nella norma mentre sembra esserci un punto della discarica in cui il livello della falda è più elevato probabilmente a causa della presenza d’acqua. È qui che Amiu sta concentrando le proprie verifiche per capire che origine abbia quest’acqua. Siamo i primi ad essere interessati che la discarica sia sicura e stabile, per cui contiamo in questi giorni di avere tutti gli elementi necessari per capire se i rifiuti non solo del Comune ma anche della provincia di Genova potranno continuare ad essere abbancati a Scarpino».

    Intanto, però, una nota della Regione fa sapere che sono stati avviati i primi contatti informali con altre Regioni per la stipula di eventuali accordi di programma che consentano di trovare una soluzione immediata nel caso in cui dovesse essere confermata la chiusura del sito genovese.

    Simone D’Ambrosio

  • Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino

    Finite le grandi piogge, con l’approssimarsi della bella stagione è terminato anche l’allarme percolato a Scarpino che nei mesi scorsi aveva attirato l’attenzione e la preoccupazione di tutta la città. Mentre gli esperti chiamati in causa da Amiu stanno continuando il lavoro che porterà alla messa sicurezza definitiva di Scarpino 1, la parte vecchia della discarica chiusa da una ventina di anni, la partecipata del Comune ha presentato una prima bozza del piano strategico di messa in sicurezza dell’emergenza, sempre relativa a Scarpino 1, e di nuova gestione dei rifiuti per quanto riguarda Scarpino 2, che la stessa Regione ha definito discarica strategica all’interno del piano dei rifiuti liguri.

    «Non si tratta di un vero e proprio piano industriale – precisa il presidente di Amiu, Marco Castagna – che abbiamo temporaneamente congelato e che vedrà la luce nel mese di giugno, quanto piuttosto di una road map per la messa in sicurezza di Scarpino che lunedì pomeriggio presenteremo in sede di conferenza di servizi preliminare». Controllo del percolato, potenziamento della raccolta dell’umido e nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti, oltre naturalmente alla definitiva messa in sicurezza delle discariche di Scarpino 1 e 2, sono i punti cardinali di questo percorso di uscita delle emergenze di cui il sindaco Marco Doria è già stato messo a conoscenza.

    Messa in sicurezza definitiva di Scarpino 1

    «Il presupposto del nostro piano – spiega Castagna – è che Scarpino 1, ovvero la vecchia discarica che ci sta dando i maggiori problemi, venga trattata definitivamente come sito dismesso e segua il percorso sulla messa in sicurezza permanente dei siti industriali dismessi». Di conseguenza, anche i flussi di percolato dovranno essere distinti e dovrà essere potenziata la capacità di convogliamento di percolato. «Per quanto riguarda il percolato – aveva detto martedì l’assessore Garotta in Consiglio comunale,  rispondendo a un articolo 54 posto dal capogruppo di Lista Doria nonché membro storico degli Amici del Chiaravanga, Enrico Pignone – va ricordato che l’emergenza sversamenti è cessata lo scorso 11 aprile e attualmente, la vasca di accumulo presenta un livello inferiore di 3 metri a quello di massimo contenimento».

    Nel breve periodo, per evitare che il prossimo autunno si verifichino nuove situazioni allarmanti, prosegue il lavoro di regimentazione della acque piovane, attraverso la realizzazione di appositi pozzi, e l’impermeabilizzazione delle coperture per evitare la contaminazione del percolato. Ma le novità più importanti riguardano il noleggio di due impianti mobili di trattamento del percolato, che consentiranno di gestire eventuali esuberi di liquami per circa 100 metri cubi l’ora, e la “prenotazione” di una quantità di percolato smaltibile in altri impianti. «Dal momento che le aziende che smaltiscono percolato vendono in anticipo le quote di materiale che possono trattare – specifica il presidente di Amiu – ci siamo dovuti muovere tempestivamente con un’apposita gara che ha fissato la cifra massima intorno ai 7 milioni di euro spendibile nei prossimi due anni. Ma naturalmente pagheremo solo per la quantità di percolato che smaltiremo effettivamente: la speranza è che possa essere pressoché nulla». E se tutto ciò non dovesse ancora bastare sono pronte altre due vasche di accumulo temporaneo in grado di aggiungere ai 15 mila metri cubi già contenibili un’ulteriore capacità complessiva di quasi 3 mila metri cubi.

    In parallelo, sempre per quanto riguarda Scarpino 1, dovrà essere predisposto un piano più articolato di messa in sicurezza definitiva che tenga conto degli studi del pool di esperti che sta prendendo in esame l’opportunità di realizzare un impianto di trattamento di percolato direttamente nella discarica o in una zona più a valle.

    Potenziamento della raccolta dell’umido e nuova gestione di Scarpino 2

    Il secondo punto fondamentale del piano di uscita di Amiu dall’emergenza riguarda, invece, un nuovo sistema di gestione di  Scarpino 2, che dovrà sostanzialmente annullare la produzione di percolato e punterà sul potenziamento spinto della raccolta e del trattamento della frazione organica, indispensabile per ottenere il via libera della Regione all’autorizzazione per continuare a operare a Scarpino ampliando i volumi della superficie utilizzabile.

    «Dobbiamo raccogliere l’umido e smaltirlo separatamente» spiega ancora Castagna. «Partiremo quindi con una campagna intensiva di potenziamento della raccolta dell’organico presso le grandi utenze commerciali (alberghi, ristoranti, fruttivendoli…NdR) passando entro la fine dell’anno dalle attuali 600 a circa 2600. Poi, potenzieremo la raccolta nei quartieri già raggiunti dai cassonetti marroni mentre nel corso del 2015 la estenderemo a tutta la città». L’umido così prelevato verrà conferito a impianti fuori regione, in attesa che a fine 2017 entri in funzione il nuovo biodigestore. Nel frattempo, a luglio 2015 arriveranno due nuovi impianti di separazione secco/umido per quanto riguarda la raccolta indifferenziata che verranno posizionati nella aree Volpara e Rialzo per un importo complessivo di circa 4,5 milioni di euro.

    Il rischio frane

    C’è, tuttavia, ancora un elemento, sollevato dall’edizione genovese di Repubblica, che potrebbe preoccupare e riguarda il pericolo frane del terreno di Scarpino impregnato d’acqua. La questione si riferisce in particolare a due specifiche richieste inoltrate dalla Provincia ad Amiu un paio di mesi fa. La prima riguardava un nuovo piano di gestione dell’emergenza dal punto di vista dei livelli di criticità e relative informazioni agli enti a cui l’azienda ha già ottemperato. La seconda, invece, impegnava la partecipata a una verifica della quantità di acqua contenuta all’interno del corpo della discarica ai fini di una valutazione di stabilità della stessa.

    «Premesso che la discarica è costantemente monitorata sotto questo punto di vista e che anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro – specifica il presidente Castagna – abbiamo consegnato alla Provincia uno studio che noi stessi abbiamo ritenuto parziale. Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione, infatti, non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati in discarica che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     Simone D’Ambrosio

  • Mercati comunali, la riqualificazione passa dai privati: Tursi promuove il nuovo modello di gestione

    Mercati comunali, la riqualificazione passa dai privati: Tursi promuove il nuovo modello di gestione

    mercato-frutta-verdura-sarzanoC’era una volta un mercato comunale alla Foce, all’incrocio tra corso Torino, via Ruspoli e via della Libertà, che contava 28 banchi al coperto. Dopo la mannaia della crisi economica, gli operatori rimasero 4, in una struttura alquanto vetusta e decadente, e decisero di riunirsi in Consorzio e chiedere al Comune di Genova la concessione del diritto di superficie per poter riqualificare e rilanciare l’area. Fu così che il Consiglio comunale, dopo un dibattito piuttosto acceso, si è trovato ieri ad approvare la delibera che ha stabilito la costituzione del diritto di superficie per l’area del Mercato comunale della Foce all’omonimo neo-costituito consorzio. Un provvedimento – passato con 20 voti favorevoli, 10 contrari (Lista Musso, Pdl, Lega e Udc) e 5 astenuti (M5S e Anzalone del Gruppo misto) – che ha suscitato polemiche in aula, soprattutto dal capogruppo Pdl Lilli Lauro che ha puntato il dito sulla mancanza di una gara per l’assegnazione dell’area pubblica oltre ad avanzare dubbi sulla buona fede del progetto: «In secondo luogo, 4 operatori avranno a disposizione 28 banchi: mi sembra chiaro che si tratta di un’operazione speculativa per guadagnare dalla vendita dei posti liberi. Mi stupisco che una giunta di sinistra tuteli il capitale piuttosto che il lavoro».

    «Se non ci fosse stata l’iniziativa di questi operatori, il destino del mercato sarebbe stato la chiusura» ha risposto Gianni Vassallo, consigliere Pd ed ex assessore al Commercio. «Se non sosteniamo queste iniziative imprenditoriali di riqualificazione a costo zero per il Comune, cos’altro dovremmo sostenere?».

    L’operazione, comunque, sembra avere tutti i crismi della regolarità, come confermato in aula dal segretario generale del Comune e come ribadito dall’assessore allo Sviluppo economico, Francesco Oddone: «Una delibera di indirizzo del 2009 circa la gestione dei mercati comunali rionali prevede che se almeno il 50% degli operatori si riunisce in consorzio, l’amministrazione possa concedere il diritto di superficie agli stessi». In realtà, il procedimento è un po’ più complesso. La delibera n. 87 del 24/11/2009 prevede, infatti, che il 51% degli esercenti attivi sul mercato possano formulare una comunicazione d’interesse per l’acquisizione del diritto di superficie della struttura; ottenuta dagli uffici comunali la stima per l’operazione, l’amministrazione può vagliare la richiesta secondo l’interesse pubblico qualora la stessa venisse formalizzata dal 75% degli operatori mercatali previa costituzione di un organismo consortile.

    Nessun problema, dunque, per il Consorzio Mercato Foce a cui ha aderito la totalità dei commercianti sopravvissuti. Per cui i 4 operatori, più altri soggetti che prima non operavano nell’area ma hanno aderito al Consorzio in previsione dell’apertura di nuove attività, investiranno complessivamente quasi 1,5 milioni di euro per far rinascere il mercato: 420 mila euro rappresentano il corrispettivo da riconoscere al Comune per l’alienazione del bene e il diritto di superficie di durata venticinquennale, poco meno di un milione di euro invece è la cifra preventivata per la riqualificazione dell’area sia dal punto di vista igienico-sanitario sia da quello strutturale e degli spazi esterni. Una cifra che le casse di Tursi non avrebbero assolutamente potuto sostenere nel breve periodo. «E comunque – prosegue Oddone –  il mercato non viene certo regalato ma ceduto in gestione a privati per 25 anni, con paletti molto precisi. Alla scadenza il bene ritorna al Comune che nel frattempo ha incassato i diritti di superficie e si dovrebbe ritrovare una struttura ristrutturata e riqualificata».

    C’è, poi, un ulteriore aspetto che non va dimenticato, ovvero la tutela del territorio e del commercio di prossimità. «Se si facesse una gara aperta con il trionfo del liberismo selvaggio – sostiene l’assessore – si dovrebbe puntare per forza di cose al massimo ricavo e con tutta probabilità vincerebbe qualcuno che avrebbe poco interesse al mantenimento del mercato quanto piuttosto alla realizzazione di qualcosa di più ampio, come un supermercato». Con questa operazione, invece, si va a “premiare” chi ha mantenuto vivo il mercato in questi anni e ha manifestato la disponibilità a sobbarcarsi un intervento economico non irrilevante per far ripartire la struttura. Una sorta di “second best”, come lo definisce lo stesso Oddone: «Non è il meglio in assoluto ma è un buon secondo perché riteniamo che il commercio di prossimità, contrariamente ai grandi centri commerciali, sia una risorsa che mantiene vivi i nostri quartieri, con un presidio importante per il territorio e la socialità. Certo, se avessimo le risorse pubbliche sufficienti, la nostra scelta prevalente potrebbe essere il modello di Barcellona con mercati pubblici che restano tali grazie all’investimento diretto dell’amministrazione ma all’interno hanno fiorenti operatori privati. Purtroppo, il mondo reale oggi non ci consente questa opzione. Possiamo parlare a lungo del perché non sia stato fatto in passato con una scelta che ritengo colpevole e scellerata ma sta di fatto che non siamo in grado di investire tutti i milioni di euro che servirebbero per i mercati genovesi». Da qui la necessità di affidarsi a strade alternative per evitare quella che altrimenti sarebbe stata inevitabilmente la chiusura di una struttura che ha perso l’85% dei suoi esercenti.

    Una strada non vista di buon occhio da Enrico Musso: «Siamo certamente favorevoli a promuovere l’iniziativa privata in questo settore – ha detto l’ex senatore – ma c’è un neo gigantesco in questa operazione. Bisogna, infatti, verificare con una procedura a evidenza pubblica che quella scelta dall’amministrazione sia per il Comune la migliore offerta possibile ricevuta, altrimenti si vanifica il valore dell’iniziativa stessa».

    Di diverso avviso Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Non è detto che il patrimonio pubblico debba necessariamente essere assegnato con un appalto. Qualora il soggetto proponente persegua finalità pubbliche condivise dall’amministrazione si possono configurare rapporti di tipo concessorio. In questo caso particolare, con una gara pubblica si rischierebbe di non garantire il commercio di prossimità ma di finire col favorire i grandi gruppi commerciali».

    mercato-comunaleSi delinea così sempre più una mappa cittadina di mercati di tipo nuovo, diversificato nella tipologia di gestione e interessante anche dal punto di vista dell’attrattività turistica. «Abbiamo il Mercato del Carmine – ricorda l’assessore Oddone – quello di piazza Sarzano, avremo questo della Foce e quello di Di Negro vorrebbe seguire lo stesso modello: mi piacerebbe che altri mercati entrassero in questo circolo virtuoso. Certo bisogna tenere presente le specificità di tutti: l’Orientale, ad esempio, che è un vero e proprio spettacolo anche dal punto di vista architettonico, ha molte risorse ma anche molti vincoli, vive bene, ha tanti turisti ma potrebbe anche vivere meglio». L’assessore guarda anche verso il futuro, puntando modelli virtuosi non così lontani dal punto di vista territoriale ma distanti anni luce dalle nostre concezioni imprenditoriali. «Dobbiamo superare certe resistenze culturali. A Barcellona, dentro ogni mercato rionale c’è un piccolo supermercato che si integra perfettamente con gli altri prodotti venduti dai banchi più tradizionali». Un sistema che funzionerebbe benissimo anche da noi. «In piazza Sarzano, ad esempio, di fronte al nuovo mercato c’è un supermercato che si aiuta vicendevolmente con gli operatori dei banchi. Se noi riuscissimo ad applicare questo modello, sollecitando gli operatori a riunirsi in consorzio che è la base giuridica da cui tutto deve necessariamente partire, avremmo risolto una buona parte dei problemi di riqualificazione e sostentamento di questo settore».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Piscine genovesi, il caso di Nervi e il punto sugli impianti cittadini. Genova non investe sullo sport

    Piscine genovesi, il caso di Nervi e il punto sugli impianti cittadini. Genova non investe sullo sport

    NerviLa piscina Massa di Nervi aprirà i battenti il primo di giugno. Lo ha assicurato l’assessore allo Sport Pino Boero a margine del Consiglio comunale di martedì scorso spiegando che la gara per la concessione dell’impianto ha subito una piccola proroga perché i termini del bando sono stati ritenuti troppo stretti e perché si era resa necessaria una revisione dei punteggi per le graduatorie in conformità a quanto previsto dalla legge regionale. Gli interessati, dunque, avranno tempo fino al 15 maggio per far pervenire la propria candidatura. Stando a quanto sostenuto dall’assessore dovrebbe essere scongiurata una replica di quanto accaduto lo scorso anno con il bando andato deserto e la necessità di procedere a un affido diretto alla società My Sport che ha fatto un vero e proprio favore all’amministrazione rimettendoci 5 mila euro e aprendo i battenti solo ad agosto. Ma le diverse manifestazioni di interesse già pervenute, anche in virtù del fatto che il Comune si farà carico della coperture delle utenze per un massimo di 36 mila euro a fronte di un canone praticamente nullo pari a 400 euro iva compresa per la durata di tutta la concessione fino all’11 ottobre, fanno ben sperare per i prossimi mesi. A queste condizioni, che i consiglieri Caratozzolo (Pd) e Gioia (Udc) promotori di un art. 54 sul tema ritengono assolutamente antieconomiche e non eque rispetto al restante panorama dell’impiantistica sportiva genovese, sembra infatti impossibile non raggiungere quantomeno il pareggio di bilancio seppure per un periodo di attività molto conciso.

    Il futuro a lungo termine, invece, resta ancora incerto. «Il municipio sta lavorando a un progetto a più ampio respiro che comprenda anche una parte di spiaggia, posti barca e spazi per i pescatori oltre alla piscina Groppallo attualmente in capo ad Amiu e Bagni Marina» spiega Andrea Mariani dell’assessorato allo Sport del Comune di Genova. «Resta comunque evidente che non sarà più economicamente sostenibile pensare a un pallone che copra la Massa per renderla fruibile anche nei mesi freddi. La struttura – prosegue Mariani – deve essere considerata una vasca da 7-8 mesi all’anno mentre per il periodo invernale sarebbe opportuno dirottare tutti gli sforzi verso le piscine di Albaro, dove la copertura di una vasca da 33 metri va sostenuta anche economicamente». Già perché una piscina invernale di tali dimensioni richiede dai 15 ai 20 mila euro al mese per funzionare al meglio. «Benché le piscine di Albero facciano parte di un project financing trentennale un po’ sui generis rispetto alle altre concessioni comunali e più simile nella gestione a un impianto privato – spiega ancora Mariani – gli investimenti infrastrutturali per un’operazione di copertura devono essere appoggiati dalle società sportive, dalle federazioni ma anche dall’amministrazione, se non direttamente dal punto di vista economico quantomeno con una serie di agevolazioni».

    Un esempio potrebbe essere dato dalla riduzione degli “obblighi sociali” a cui ogni concessionario deve sottostare riservando alcune vasche o corsie a scuole, disabili o fasce di popolazione più sfortunate: «Il Comune – commenta l’assessore Boero – nella storia ha saputo tutelare molto bene gli obblighi sociali ma è chiaro che se ho corsie impegnate non posso metterle a reddito. È giusto difendere la socialità ma dobbiamo anche cercare di non soffocare eccessivamente gli imprenditori».

     Non solo Nervi: il punto sugli impianti cittadini

    Piscina SciorbaMa è l’intero sistema piscine che necessita di una sistemazione e di una ricalibratura su tutto il territorio cittadino. «Non possiamo certo dire che le piscine, come tutti i nostri impianti sportivi (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), siano in piena salute – confessa Boero – sia per l’aumento dei costi di gestione sia per il fatto che a molte società il Comune ha tolto i corrispettivi diretti». Nei fatti, a godere dei contributi pubblici sono solo 5 piscine: su tutte, Lago Figoi e Sciorba che possono contare sui contratti stipulati ancora con Sportingenova e ricevono globalmente 770 mila euro all’anno. La Sciorba, in particolare, può essere considerata una vera e propria “Ferrari” degli impianti natatori genovesi, con una vasca sempre riservata all’agonismo, a prezzi relativamente modici; ma anche in questo caso saranno necessari importanti interventi di manutenzione perché i beni sono stati parecchio “consumati” dai genovesi. A questi due impianti si aggiungono la Mameli di Voltri e la Massa di Nervi che vedranno la copertura dei costi delle utenze da parte delle casse comunali, oltre alla piscina di Pontedecimo che almeno fino all’anno prossimo potrà contare sull’annullamento delle spese per il gas.

    «Genova – sostiene con forza l’assessore Boero, riprendendo i concetti già esposti nella Commissione comunale dedicata – è una della poche se non l’unica grande città in cui tutti gli impianti sportivi sono stati dati in concessione. Questo ha comportato indubbiamente grossi risparmi negli anni per l’amministrazione: basti pensare a quanto costerebbe oggi al Comune gestire una piscina, personale compreso. Ma non possiamo pensare che le strutture sportive siano solo da mettere a risparmio, in quanto la manutenzione ordinaria e straordinaria viene ricaricata sui concessionari, e a reddito, in quanto seppure in forme diverse chiediamo la corresponsione di un canone. La differenza tra entrate e uscite è un rosso di 300 mila euro all’anno: questo è tutto ciò che il Comune spende per lo sport, all’incirca 50 centesimi a cittadino. Quale altro comune spende così poco?».

    piscina-sciorba

    Benché i numeri riportati dall’assessore siano leggermente diversi dai conti riportati su Era Superba in un articolo precedente, la sostanza non cambia: Genova non investe sullo sport. E i risultati, purtroppo, si vedono anche dalle sempre più rare eccellenze agonistiche nel panorama nazionale e internazionale. Secondo Mariani, Genova e la Liguria «non sfornano più giovani, o quantomeno non in proporzione agli impianti che hanno, perché i giovani lo sport non lo fanno più. Le attività agonistiche dei ragazzi vengono relegate a orari impossibili perché negli orari più appetibili i gestori devono pensare agli ingressi dei privati che consentono di mantenere l’impianto in equilibrio economico. Ma non è possibile che, ad esempio, i ragazzini che giocano pallanuoto entrino in vasca alle 10 di sera e siano costretti a cenare a mezzanotte quando il giorno devono andare a scuola».

    La soluzione? Troppo ovvio parlare solo di stanziamento di risorse. «Dobbiamo fare un ragionamento politico più ampio – spiega Boero – andando a rivedere il regolamento degli impianti sportivi del 2010 e soprattutto prevedendo una serie di investimenti strutturali sullo sport a partire dal bilancio preventivo del 2014: non significa buttare milioni di euro e tornare a una situazione anarchica che fino al 2008 vedeva diversi sperperi fuori controllo. Bisogna piuttosto ritracciare una linea politica che non pensi agi impianti sportivi solo come un costo arrembato a qualcuno. Dobbiamo, insomma, essere almeno in grado di partecipare a bandi regionali ed europei che ci chiedono di impegnarci economicamente per il 30% dei finanziamenti a disposizione. Questa è la scommessa politica che la Giunta deve fare propria: potrò anche perdere ma spero che si riesca a vincere tutti insieme perché piscine e impianti sportivi a Genova ne abbiamo e ne abbiamo tanti».

    Addio alla Nico Sapio di Multedo?

    multedo-giardini-lennon-degrado-piscine-sapio-2A fare le spese di questa necessaria razionalizzazione delle risorse e del conseguente riordino degli impianti sul territorio genovese potrebbe essere, ad esempio, la piscina Nico Sapio di Multedo, di cui tanto abbiamo parlato in passato. La struttura, che attualmente vede aperti solo i campetti circostanti in dotazione al Municipio, potrebbe infatti essere trasformata in una palestra: «Sappiamo che si tratterebbe di una scelta dolorosa per i cittadini della zona – ammette l’assessore Boero – ma va anche detto che il Ponente non è né sprovvisto né in carenza di piscine. Anzi, con i tempi di crisi che corrono non tutti hanno la possibilità di andare a fare sport e più impianti apriamo più abbiamo difficoltà a mantenerne perché è più probabile che il pubblico si divida piuttosto che aumenti».
    D’altronde in zona ci sono altre due strutture con un futuro decisamente più roseo. Una è l’Acquacenter di Prà, sede del gruppo sportivo Aragno e all’intero del consorzio “Utri Mare” che raggiunge un suo equilibrio economico grazie ai diversi spazi su cui può contare nello stesso Municipio. L’altra è la Mameli di Voltri che, dopo lunghe tribolazioni, è stata anch’essa assegnata al medesimo consorzio insieme con una porzione di spiaggia demaniale: non si tratta di una vera e propria concessione ma di un affido del bene a “Utri Mare” che opera come una sorta di partecipata anomala del Comune di Genova. Come già detto, anche per questa piscina Tursi coprirà i costi delle utenze e metterà un piccolo contributo di avvio: terminati gli ultimi passaggi in giunta, l’amministrazione conta di mettere in condizione i gestori di aprire piscina e spiaggia attrezzata con l’arrivo della bella stagione.

    Le altre piscine: da Sampierdarena alla Foltzer di Rivarolo

    Spostandoci verso il centro cittadino, troviamo la “Tea Benedetti” di Sestri Ponente, una vasca da 25 metri che gode di uno suo equilibrio economico, come succede anche per altri impianti di dimensioni contenute e più facili da mantenere come l’Andrea Doria e la piscina di San Fruttuoso.
    Qualche piccolo problema di forza lavoro, invece, per la Foltzer di Rivarolo: qui la questione è tutta economica dopo che la società ha deciso di non utilizzare più i cosiddetti “contratti sportivi” per i propri dipendenti che consentivano una gestione molto più agevole dal punto di vista contributivo e di affidarsi a un rapporto più tradizionale e corretto.

    Già accennata, invece, la situazione di Pontedecimo, una piscina da 25 metri ma molto profonda, che ha pesanti oneri di socialità a causa della vicinanza con l’istituto comprensivo scolastico della delegazione: grazie a un project financing in via di ottimizzazione che consentirà un’importante riqualificazione dell’impianto, i gestori vedranno ridotto l’obbligo di riservare mezza vasca alla scuola ma non riceveranno più i contributi del Comune per il pagamento del gas.

    Resta da citare ancora un grosso impianto, l’unico di queste dimensioni a non usufruire di contributi pubblici diretti, e che nell’immediato futuro potrebbe avere parecchi problemi di sopravvivenza, nonostante la solidità del gruppo sportivo che ha alle spalle. Stiamo parlando della Crocera, in via Eridania a Sampierdarena, gestita dal Don Bosco. L’impianto è costituito da due palestre, un palazzetto dello sport e una piscina di 33×25 metri profonda 2,5 metri. «Gli ultimi due bilanci – spiega Mariani – sono stati disastrosi perché nonostante si tratti di impianti ordinati e ben tenuti, la società non riceve mezzo centesimo di contributo pubblico per una spesa che si aggira intorno ai 300 mila euro all’anno. Così il passivo ha raggiunto i 40 mila euro due anni fa e i 100 mila l’anno scorso. Se non interveniamo in qualche modo, ad esempio con una riduzione dei 15 mila euro annui di canone o con il riconoscimento di investimenti per il futuro, il rischio è che presto siano costretti a chiudere soprattutto ora che la concorrenza del Lago Figoi non è più limitata al settore agonistico ma anche al pubblico dei semplici appassionati». E il Lago Figoi contributi pubblici ne prende e neppure pochi.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    Maddalena, nuovo asilo pronto a settembre. Iscrizioni dal 2015, locali vuoti per un anno?

    asilo-nido-maddalena-2Entro fine estate gli infiniti cantieri del nuovo asilo nido all’incrocio tra vico Rosa e via della Maddalena dovrebbero essere conclusi. Lo ha assicurato ieri pomeriggio l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello, rispondendo un’interrogazione a risposta immediata della consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella.

    Va ricordato che i lavori sarebbero dovuti terminare a dicembre 2012 ma il ritrovamento di una cisterna prima, le infiltrazioni della rete fognaria e la scarso dimensionamento delle fondamenta perimetrali poi, hanno allungato a dismisura i tempi e aumentato i costi di realizzazione di questa nuova struttura che dovrebbe ospitare una trentina di persone tra bambini e personale di servizio. Gli ultimi intoppi riguardano il tema della prevenzione incendi e dell’abbattimento delle barriere architettoniche in un contesto territoriale assolutamente «compresso e complesso» come lo stesso assessore Crivello ha definito quello di vico Rosa.

    Per questo motivo resta ancora da completare la messa a punto della piattaforma elevativa e della via di esodo di sicurezza, ovvero la scala di collegamento tra il primo e il secondo piano della struttura. «Mi prendo l’impegno assoluto – ha assicurato Crivello – che sul nido della Maddalena in questi ultimi mesi opereremo come abbiamo fatto per la scuola di piazza delle Erbe (tra l’altro la ditta appaltatrice è la stessa, come anche per quanto riguarda l’asilo del Campasso e la riqualificazione di Palazzo Senarega, ndr), staremo sempre sul pezzo con frequenti controlli al cantiere affinché almeno questi tempi siano rispettati».

    Entro settembre la fine dei lavori. Poi un anno senza bambini?

    Ma la sensazione è che, nonostante il fiato sul collo che l’amministrazione metterà alla ditta appaltatrice, il rischio che l’asilo non apra effettivamente i battenti prima dell’anno scolastico 2015-2016 sia molto alto. A confermarlo è lo stesso assessore alla Scuola, Pino Boero: «Andando verso l’estate e visti i precedenti ritardi di questo cantiere non possiamo assumerci la responsabilità di aprire le iscrizioni per il prossimo anno, innanzitutto perché se la consegna dovesse slittare ancora rischieremmo di dover poi rimandare a casa dei bambini e, secondariamente, perché difficilmente ci sarebbero i tempi per poter indire la gara per l’affidamento dei servizi». Una situazione deprecabile dal momento che si avrebbe la nuova struttura finalmente agibile ma inutilizzata per diversi mesi, senza considerare gli inutili costi di manutenzione. E un’apertura ad anno in corso è ipotesi da scartare a priori? «Sarebbe una situazione da studiare con molta attenzione – ci risponde l’assessore Boero – perché, posto che si trovi qualcuno disposto ad aprirlo a metà anno scolastico, bisognerebbe capire quali bambini sarebbero coinvolti: si potrebbe forse pensare a quelli esclusi dalle altre strutture ma non potremmo prendere in considerazione trasferimenti in corso d’opera perché altrimenti si aprirebbe un problema per gli istituti di provenienza che andrebbero a perdere utenti».

    Asilo nido Maddalena. La gara per l’affidamento dei servizi

    palazzo-tursi-aula-rossa-d27A proposito di affidamento dei servizi, secondo quanto sostenuto da Nicolella, la concessione a una cooperativa del nuovo asilo andrebbe contro gli accordi presi dall’amministrazione precedente con i cittadini della Maddalena: «L’asilo non ha solo la funzione ovvia di riqualificare il quartiere – ha sottolineato la consigliera di Lista Doria – ma l’idea che stava a monte era quella di installare una presenza costante, viva e fattiva dell’istituzione comunale attraverso una funzione pubblica che affiancasse i cittadini nella quotidiana lotta alle infiltrazioni malavitose. D’accordo che ci sono questioni economiche da preservare, ma il primo obiettivo deve rimanere la promozione della presenza del Comune accanto ai cittadini».

    Fabio Caocci dei “Liberi cittadini della Maddalena” prova a spiegarci meglio come stanno le cose: «Nel progetto iniziale – parlo di oltre cinque anni fa – sarebbe dovuto sorgere uno spazio gioco indefinito, ma come cittadini abbiamo portato avanti l’idea che se si fosse voluto rilanciare il territorio lo si sarebbe dovuto fare in modo che chi lo frequenta avesse il maggior interesse possibile a tutelarlo. E quale interesse è più grande dei nostri bambini? Così ci siamo impegnati direttamente affinché fosse trasformato in un asilo nido, tanto caratterizzato dal punto di vista edile che nel futuro non potesse essere piegato ad altri interessi economici».

    Con una serie di incontri progettuali all’allora Hop Altrove nacque così un accordo con gli assessori Margini e Corda che prendesse anche in considerazione un efficiente sistema di gestione. «Pensavamo a un sistema simile a quello che è stato adottato per piazza delle Erbe – prosegue Caocci – trasferendo nella nuova struttura asili già esistenti ma in edifici fatiscenti, limitando così al minimo l’aumento di costi di gestione e del personale. Questa amministrazione, però, si è subito lanciata sul bando perché questa è la cultura della giunta attuale: ma allora perché anche i ruoli di assessori non vengono assegnati con bando?».

    «La scritta “asilo comunale” che troviamo sul muro dell’edificio – replica l’assessore Boero – non ha nessuna pertinenza con la legislazione odierna. Le complesse problematiche economiche e di gestione di queste strutture di proprietà comunale fanno sì che in molti casi ci si affidi alla concessione a cooperative che hanno sempre dato garanzie di qualità, soprattutto se il Comune è costantemente presente con i propri controlli».

    E in questa direzione l’amministrazione si sta muovendo anche per il nido del Campasso in via Pellegrini che, a differenza di quello della Maddalena, dovrebbe riuscire ad aprire i battenti già per il prossimo anno scolastico. «Trovo molto positivo – commenta l’assessore Boero – che dopo l’apertura delle Erbe sia in via di consegna anche il nido di via Pellegrini e che, comunque, abbiamo finalmente un tempo definito per vico Rosa. Si tratta di tre strutture molto belle su cui l’amministrazione precedente aveva puntato attraverso investimenti molto oculati per creare importi presi sul territorio, in un contesto nazionale di edilizia scolastica tutt’altro che solido».

    «Noi non ce l’abbiamo con il privato sociale o convenzionato – conclude Caocci – ci mancherebbe altro. Ma in un territorio come il nostro abbiamo bisogno di qualcuno che essendo istituzione rimanga aperto sempre e comunque. Se il privato parte e dopo un anno non riesce a reggersi sulle proprie gambe ci troviamo con un asilo non aperto, un’azienda fallita e un’enorme soddisfazione per chi ha sempre ostacolato il progetto».

    Quindi, ben vengano anche i privati purché solidi? «Non ci interessa la polemica sterile, non abbiamo preconcetti ideologici ma naturalmente abbiamo delle preferenze. Il pubblico avrebbe avuto una garanzia assoluta, ancor di più se si fosse trattato del trasferimento di qualcosa di esistente. Lo fa il privato? Bene ma deve essere garantito e accompagnato dal Comune che non può affidare l’asilo e poi abbandonarlo sul modello “va avanti tu che mi scappa da ridere” che troppo spesso abbiamo visto alla Maddalena».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Impianti sportivi comunali, canoni troppo bassi rispetto alle spese. Così si va a bagno

    Impianti sportivi comunali, canoni troppo bassi rispetto alle spese. Così si va a bagno

    bassa-valbisagno-marassi-stadio-ferrarisOltre 540 mila euro di perdita, ogni anno. A tanto ammonta il fardello degli impianti sportivi comunali sulle tasche dei cittadini genovesi secondo i dati illustrati un paio di settimane fa dall’assessore Boero in una seduta di commissione che aveva l’obiettivo di fare luce sulla situazione delle strutture rientrate nella gestione di Tursi a seguito della liquidazione di Sportingenova. Ma, naturalmente, l’occasione è stata ghiotta per fare il quadro su tutto il panorama cittadino: salvo alcune rarissime eccezioni, dal 2008 il Comune ha deciso di non dare più contributi diretti ai suoi 96 impianti, secondo quanto previsto anche dal Regolamento dello sport licenziato nel 2010 dal Consiglio comunale. Tra queste rarissime eccezioni, però, vi sono i 5 cinque grandi impianti che fino a pochi mesi fa erano gestiti dalla partecipata creata ad hoc e miseramente fallita per bilanci costantemente in rosso. Villa Gentile, Lago Figoi, Luigi Ferraris, Sciorba e Carlini.

    Per queste strutture, ereditando concessioni stipulate nel passato e difficilmente rivedibili fino a naturale scadenza, Palazzo Tursi versa ogni anno 1,33 milioni di euro e incassa 790 mila euro di canone. La differenza tra le due cifre rappresenta, appunto, la perdita strutturale per le casse pubbliche. «Ma si tratta anche sostanzialmente dell’unico “investimento” che il Comune sostiene nel settore dello Sport – ha spiegato in Sala Rossa l’assessore Boero – visto che dal bilancio dell’anno scorso ho ottenuto solo 86 mila euro per i disabili e 100 mila euro a dicembre come manovra di assestamento». Una situazione che, se si dovesse riverificare nelle prossime settimane per quanto riguarda le previsioni di spesa per il 2014, potrebbe mettere a serio rischio la possibilità di partecipazione a diversi bandi regionali dedicati alla manutenzione degli impianti sportivi per cui è richiesta una compartecipazione economica del Comune per il 30% del totale delle somme erogate.

    Tra questi finanziamenti rientrerebbero anche quelli per l’efficientamento energetico, quantomai indispensabili dato che buona parte del debito degli impianti è causato da utenze non pagate. «Una previsione disastrosa – sostiene Boero – perché non possiamo ricaricare ai gestori anche le manutenzioni straordinarie per cui sarebbero necessari mutui pluridecennali. Ma nel bilancio triennale 2014-2017 il Comune di Genova ha previsto di investire per lo sport solo 150 mila euro». Un quadro ancora più nefasto se si considera che il personale della direzione sport che dovrebbe controllare il rispetto di tutte le concessioni in essere può contare su un organico ridotto all’osso: «L’ufficio – ha detto ancora Boero – ha solo tre impiegati e un tecnico semi esterno a fronte di un lavoro che non riguarda direttamente solo le funzioni sportive ma anche quelle patrimoniali perché si tratta di salvaguardare beni pubblici per diverse centinaia di milioni di euro».

    A queste cifre piuttosto critiche se ne deve aggiungere ancora una. Non va dimenticato, infatti, che i cinque impianti rientrati dalla liquidazione di Sportingenova, fissata definitivamente il 31 marzo scorso, si portano in dote un debito di 8,3 milioni di euro che sarà ammortizzato entro il 2017 con un ripianamento di circa 2 milioni di euro all’anno. La cifra deriva principalmente da utenze non pagate relative agli impianti di Lago Figoi, Sciorba e Ferraris dato che i debiti di Villa Gentile e Carlini erano già stati estinti attraverso la permuta dell’ex palazzo delle poste a Borgo Incrociati.

    Ma vediamo, nel dettaglio, come sono gestite le cinque “grandi” strutture e che rapporto economico hanno con Palazzo Tursi.

    Villa Gentile

    Partiamo dalla situazione più critica ovvero Villa Gentile, in concessione fino a metà 2029 alla società “Quadrifoglio” che dovrebbe realizzare una serie di investimenti per migliorare gli impianti. Il canone di concessione è di 2240 euro all’anno: una cifra assolutamente irrisoria se si considera che per la pista di atletica e le strutture annesse, compreso il giardino pubblico presente tra via dei Mille e via Era, il Comune versa ogni anno fino a 40 mila euro, ad eccezione del primo per cui sono stati impegnati 27 mila e 500 euro. Ma riguardo al giardino pubblico sono sorte alcune problematiche che potrebbero addirittura portare a una revoca della concessione. Trattandosi di uno spazio libero per i cittadini, infatti, l’accesso dovrebbe essere privo di ostacoli ma non è stato agevolato dalla società concessionaria secondo quanto previsto dal contratto stipulato con Sportingenova. «La società concessionaria – spiega la consigliera di Lista Doria, Clizia Nicolella – ha abbattuto una barriera che separava il campo dal giardino pubblico e ne ha sostanzialmente interdetto l’accessibilità ai cittadini per questioni di sicurezza a causa dell’adiacenza all’impianto sportivo. Ma nel nostro piano urbanistico la superficie degli impianti sportivi viene calcolata nel novero delle aree verdi attrezzate per cui il libero ingresso a tutti cittadini deve assolutamente essere garantito».

     «Abbiamo fatto partire una lettera che intima la pacificazione della situazione secondo quanto richiesto giustamente anche da un comitato di cittadini» ha replicato l’assessore Boero, che ha anche aggiunto: «Nella stessa lettera chiederemo alla società una verifica degli impegni presi per l’ammodernamento della struttura: io ho l’impressione che sia stato fatto pochino e a quel punto potremmo capire se ci sarà la possibilità di intervenire revocando la concessione, come già successo per la piscina Sapio di Multedo».

    Stadio Carlini

    Radicalmente diversa la situazione dello stadio Carlini, affidato direttamente al Cus anche grazie all’intercessione del rettore dell’Università di Genova che si è fatto garante degli impegni di socialità e tariffazione previsti dalla concessione. Inoltre, la società si è impegnata a non sfrattare le polisportive che gestivano i diversi impianti ai tempi dei precedenti accordi siglati con Sportingenova e a non aumentarne i subcanoni. Lo stadio con velodromo, la palestra di scherma, il poligono di tiro, il campo sintetico di calcio a 5 e quello per il baseball resteranno al ramo sportivo dell’Ateneo fino a metà 2029, previo canone annuale di 10 mila euro e contributo comunale complessivo di 300 mila euro da erogare lungo i primi 5 anni. L’Università per ora ci mette nulla di tasca propria: solo circa 1 euro a studente, derivante però dalle tasse pagate dagli stessi iscritti.

    Lago Figoi

    Il Lago Figoi, invece, è stato affidato a “My Sport 2” attraverso una gara europea con una concessione decennale che scadrà a metà 2022: 5 mila euro di canone per una piscina da 33 metri, un palazzetto dello sport, una palestra di arrampicata su corda e il parco circostante. Esorbitante il contributo della Civica Amministrazione anche se i lavori di manutenzione straordinaria erano particolarmente ingenti: quasi 229 mila euro per il primo anno e 248 mila a partire dal secondo.

    Luigi Ferraris

    Ben nota la situazione del Luigi Ferraris: lo stadio di Marassi a fine 2012 è stato affidato per dieci anni al consorzio Stadium che versa un canone di 310 mila euro. Gli introiti dovrebbero essere assicurati principalmente dagli affitti di Genoa e Sampdoria, anche se non sempre i pagamenti sembrano essere puntuali, in particolare per quanto riguarda il club di Villa Rostan.

    La Sciorba

    Infine, la struttura più variegata, l’impianto polisportivo della Sciorba, composto da diverse strutture e oggetto di quattro differenti affidi. Le piscine per nuoto e pallanuoto con due vasche olimpioniche e una terza da 25 metri, una per attività neonatali e un’ultima più ludica sono state affidate con gara europea al consorzio “My Sport” con concessione decennale a partire da febbraio 2013. 10 mila euro il microscopico canone annuo, controbilanciato da un sostanzioso contributo pubblico: 463 mila euro per il primo anno, 522 mila a partire dal secondo.

    L’attiguo stadio, che comprende anche un campo sintetico di calcio a 5 e una pista di atletica, è stato affidato in trattativa privata a seguito del fallimento di due bandi: 30 mila euro il canone richiesto per la concessione che scadrà a fine aprile 2023 e che si scontra con la cifra decisamente più modesta delle piscine anche in virtù delle strutture a disposizione.

    Scadrà, invece, a fine agosto 2021 la concessione per la palestra di arrampicata per cui l’associazione sportiva dilettantistica Kadoinkatena versa al Comune poco più di 2 mila euro all’anno. Stesso canone ma scadenza a fine del 2015 per la meno conosciuta palestra indoor dedicata al salto con l’asta, affidata all’ASD “The Tube”.

    football«Il nostro obiettivo – commenta l’assessore Boero – è quello di intensificare i controlli per verificare il rispetto di tutti i punti delle concessioni: dalle clausole sociali a quelle che prevedono sostanziosi impegni manutentivi. Non bisogna dimenticare poi gli aspetti economici perché si devono salvaguardare i beni e il patrimonio del Comune, garantendo le funzioni pubbliche previste dai contratti».

    Ma questi non sono gli unici contratti con cui il Comune deve avere a che fare.

    Come molti consiglieri di tutti i colori politici hanno avuto gioco facile a sottolineare, c’è un’estrema necessità di chiarezza ed equità. «Nel momento in cui l’amministrazione civica ha strutture sportive e deve darle in gestione esterna perché non è più in grado di farsene carico – ha tuonato il consigliere Salvatore Caratozzolo, PD – deve farlo con un criterio uguale per tutti. Non ci possono essere trattamenti difformi che vedono, da un lato, concessioni per 16, 20 anni accompagnate da contribuzioni economiche a diversi zeri a fronte di canoni di poche migliaia di euro e, dall’altro, impianti molto più piccoli assegnati senza nessun sostegno economico, con necessità di importanti opere di manutenzione e previo pagamento di canoni molto più onerosi». Per il consigliere democratico bisogna, inoltre, evitare che poche holding si accaparrino diversi impianti in città senza mantenere gli impegni economici e sociali pattuiti con il Comune: «Ci sono società – ha proseguito Caratozzolo – che non hanno speso un centesimo mentre altre si indebitano in proprio per valorizzare il patrimonio comune, magari tenendosi in piedi solo grazie al volontariato. Ora basta, bisogna intervenire».

    «Il sistema – rincara la dose Enrico Musso – di per sé sarebbe anche sano nel principio ma non può tenere se una società che prende denari dal mercato restituisce di norma al Comune in termini di concessione meno di quanto riceve come contributo soprattutto perché, oltre allo sbilancio, spesso il cittadino si trova di fronte a servizi e pagamenti non molto dissimili dall’offerta di impianti interamente privati».

    «Le società sportive non dovrebbero arricchirsi in maniera spropositata – prosegue il capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino – ma ciò succede perché esistono veri e propri rapporti clientelari consolidati nel tempo tra alcune di queste società e la civica amministrazione».

    Ma è lo stesso assessore Boero che, per primo, vorrebbe fare ordine in questa giungla: «Al di là dei cinque grossi impianti, la situazione è molto complessa perché il regolamento del 2010 non consente grandi manovre in fase di rinegoziazione delle concessioni. Per questo ho chiesto che nella Consulta dello sport fossero inseriti anche 3 rappresentanti dei consiglieri comunali e altrettanti dei consiglieri municipali affinché si possa capire come rimettere mano al regolamento stesso. Non si tratta di andare verso una liberalizzazione assoluta ma non si possono neppure avere vincoli eccessivi che blocchino ogni trattativa. L’obiettivo è, infatti, quello di giungere a pochi format di contratti precisi e uguali per tutti, cercando anche di andare incontro alle società virtuose perché se e vero che dal 2008 abbiamo tolto buona parte dei contributi diretti e anche vero che a carico dei gestori restano gli obblighi di manutenzione».

    Un esempio? Lo storico campo da calcio del Branega che sta lentamente tornando alla luce: come previsto dal regolamento non riceverà alcun contributo ma la società che si è aggiudicata la concessione decennale, oltre a 5 mila euro di canone annuo, dovrà farsi carico di circa 300 mila euro di lavori di manutenzione per disseppellire il terreno da anni di incuria. Non basta? Diamo uno sguardo allora alla piscina Massa di Nervi: per riaprire i battenti nella prossima stagione estiva il Comune ha messo a disposizione 36 mila euro per la copertura delle utenze a fronte di un canone complessivo di 400 euro. Ma di questo tema e delle piscine più in generale parleremo in maniera approfondita prossimamente.

     

    Simone D’Ambrosio

  • La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    La Regione sorprende tutti e dà il via libera al nuovo Ospedale Galliera: dubbi a palazzo Tursi

    ospedale-galliera-pronto-soccorsoSta circolando la notizia che la giunta regionale, in una parte di seduta non coperta dalla consueta diretta streaming, la scorsa settimana abbia dato il via libera al progetto per la realizzazione del nuovo ospedale Galliera seppure in maniera non ancora del tutto ufficiale. Il progetto, ridimensionato rispetto a una prima stesura che avrebbe richiesto 180 milioni di investimenti, prevede il mantenimento della funzione sanitaria per buona parte dell’attuale ospedale che verrà completato da una nuova struttura con un profondo radicamento nel sottosuolo. I posti letto saranno nell’ordine di grandezza di 400, anziché i 500 inizialmente previsti, ma dovrà essere liberata un’area di circa 20 mila metri quadrati da destinare a nuove funzioni abitative. Un passaggio imprescindibile per cofinanziare gli investimenti necessari.

    La situazione, naturalmente, è monitorata con grande attenzione anche dalle parti di Palazzo Tursi, ove iniziano a registrarsi le prime reazioni. Su tutte, quella di Lista Doria che, oltre alle questioni edilizie, vorrebbe porre l’attenzione su alcune urgenti problematiche di carattere sanitario. «In mancanza di un Piano Sanitario Regionale – sostiene la consigliera Clizia Nicolella, dirigente medico presso Villa Scassi – e stanti le attuali direttive nazionali che mirano al superamento dell’assistenza ospedaliera tramite l’articolazione di un sistema territoriale che preveda anche l’installazione di costruzioni dedicate alla salute (si veda ad esempio la piastra sanitaria in Valpolcevera, ndr), pensare a un intervento spot su un ospedale, senza un’analisi del bisogno del territorio, getta sull’opera quantomeno il dubbio che possa essere realizzata per interessi che esulano dalla salute pubblica».

    In parole più semplici, che servizi vorrebbe inserire il Galliera nel nuovo padiglione? «I soldi vanno investiti dove c’è bisogno – sostiene in maniera sensata ma anche un po’ lapalissiana Nicolella nel suo intervento sul sito di Lista Doria – e il Galliera deve specificare gli obiettivi che vuole raggiungere attraverso un ingente investimento economico». Se le attività previste potessero essere svolte nella struttura esistente con adeguati interventi di ristrutturazione o se si trattasse di servizi già offerti ad esempio dall’IRCCS San Martino – è la sintesi di quanto sostenuto da Nicolella – il progetto di un nuovo ospedale non avrebbe senso e non dovrebbe essere finanziato.

    A proposito di finanziamenti, la cifra necessaria dovrebbe aggirarsi attorno ai 135 milioni di euro: 48 milioni dovranno provenire dalla già citata parziale vendita degli spazi attualmente occupati dall’ospedale; 53 milioni, invece, arriveranno da fondi nazionali e regionali, in funzione anche di un debito pregresso che via Fieschi ha contratto con l’ente ospedaliero; al Galliera, infine, toccherà accendere un mutuo trentennale per i restanti 34 milioni.

    Ma è sulla compartecipazione alle spese da parte delle Regione che a Tursi si storce il naso. Il timore, infatti, è che la cifra destinata a finanziare l’ente presieduto dall’arcivescovo Angelo Bagnasco venga sottratta dalle risorse per la realizzazione dell’ospedale di ponente, ritenuto decisamente più urgente e strategico del Galliera bis.

    Le questioni aperte o, meglio, da aprire sembrano ancora molte e parecchio sostanziose. C’è, ad esempio, il capitolo che riguarda l’iter urbanistico di un progetto presentato nel 2009 e non sottoposto a procedura di valutazione ambientale, all’epoca non ancora introdotta dalla Regione Liguria. Ma siccome le pietre devono ancora essere posate, il nuovo Galliera è comunque soggetto a Vas? E ancora: verrà inserito nel nuovo Puc? Per questo motivo pare che gli stessi consiglieri di Lista Doria siano intenzionati a presentare un’interrogazione a risposta immediata al vicesindaco Bernini nella prossima seduta ordinaria di Consiglio comunale, prevista per martedì 29 aprile. Se ciò non bastasse è anche pronta la richiesta di un’interrogazione a risposta scritta sempre indirizzata al vicesindaco per mettere nero su bianco quali siano le competenze e le intenzioni dell’amministrazione genovese a riguardo. In ballo, infatti, c’è la necessità di una variante urbanistica che preveda il cambio di destinazione d’uso per i padiglioni del Galliera attualmente per servizi sanitari ma che diventerebbero a funzione abitativa. «Tale variante – dicono ancora i consiglieri di Lista Doria – è stata bocciata dal Tar e riabilitata dal Consiglio di stato: il Comune intende mantenerla o modificarla? La modifica a tale variante urbanistica deve passare in Consiglio comunale?».

    Insomma, come sempre accade con l’avvicinarsi delle elezioni (non solo europee ma anche quelle per il rinnovo di via Fieschi, previste il prossimo anno) le notizie sull’accelerazione di opere grandi, medie e piccole rimaste al palo per anni si moltiplicano tanto quanto i campi di confronto e scontro politico. Solo il tempo potrà dire quante delle molte parole che stanno iniziando a circolare si tramuteranno in fatti, cantieri e opere compiute.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    Presidio sanitario in Valpolcevera: ultimatum del Consiglio comunale, ma regna ancora l’incertezza

    ponte-autostrada-valpolceveraPiastra, palazzo o casa della salute che sia, il Consiglio comunale ha espresso ieri la sua ferma volontà affinché il presidio sanitario della Valpolcevera possa diventare realtà il prima possibile. Ieri, infatti, è stata approvata una mozione che impegna sindaco e giunta a definire entro un mese un accordo con Asl 3 circa i servizi da allocare nei nuovi spazi che saranno finanziati dalla Regione. Dopo un lungo dibattito, il documento ha avuto il via libera con 32 voti favorevoli, nessun contrario e 7 astenuti (M5S e Udc) per questioni di metodo più che di merito e qualche rivendicazione politica.

    Come molti consiglieri di opposizione, e non solo, hanno avuto modo di sottolineare, sul progetto vige ancora molta incertezza. «Sarà un caso – ha detto Mauro Muscarà (M5S) – ma nel 2010 si era tagliato il nastro dell’ospedale di Pontedecimo, oggi con l’approssimarsi delle elezioni europee torniamo a parlare della piastra in Valpocevera e, magari, la posa della prima pietra avverrà in piena campagna elettorale per le regionali». A rincarare la dose il suo capogruppo, Paolo Putti: «Figuriamoci se posso essere contrario a un provvedimento che riguarda direttamente il miglioramento di un’area in cui vivo e in cui vivono le mie figlie, ma mi sembra che ci stiamo impegnando a fare cose che non sono di nostra competenza. Si parla già di progetto esecutivo e di realizzazione dell’opera a partire dal 2015 ma non sappiamo ancora che cosa vogliamo metterci, dove vogliamo farla, quanto ci costerà l’area, a fronte di quali oneri di urbanizzazione per realizzare che cosa e che tipo di bonifica sarà necessaria».

    Per lungo tempo si è parlato dell’area ex Mira Lanza come luogo destinato a ospitare il nuovo presidio sanitario ma gli eccessivi oneri di urbanizzazione che avrebbero previsto la concessione ai privati di circa 12/13 mila metri quadrati di terreno da sfruttare dal punto di vista commerciale sono stati ritenuti irricevibili per il territorio da parte del Municipio Valpolcevera. In mancanza di aree pubbliche da poter sfruttare, la scelta sembra allora essersi orientata su un’area di circa 3500 metri quadrati, sempre in zona Teglia, in via Fratelli Bronzetti, di proprietà Houghton ma attualmente dismessa e che comporterebbe oneri di urbanizzazione decisamente minori.

    «Si tratta di un’area ex industriale in cui veniva effettuato trattamento di olii esausti – ha spiegato il vicesindaco, Stefano Bernini – e che è proprietà attuale di una compagnia indiana che ha dismesso l’attività ed è interessata a nuove realizzazioni. Bisogna, dunque, capire se, fatti i lavori di bonifica a carico dei proprietari, sia possibile ritagliare una porzione da utilizzare, cambio oneri, per la realizzazione della nuova piastra sanitaria». Destinazione che sembrerebbe gradita anche ad Asl che, stando a quanto riportato dal vicesindaco, avrebbe espresso la propria preferenza per aree edificabili ex novo che consentano la realizzazione di economie di scala e maggiori libertà di movimento più difficilmente ottenibili rispetto a uno spazio già costruito e sottoposto a vincoli della Sovrintendenza com’è quello dell’ex Mira Lanza.

    La mozione approvata in Consiglio comunale

    La mozione di ieri, in ogni caso, ha soprattutto lo scopo di fissare alcuni paletti imprescindibili per un iter procedurale che non può più subire rallentamenti dal momento che la Regione deve fissare entro giugno gli investimenti in edilizia sanitaria da inserire nei fondi Fas 2014-2020. «Il documento – spiega la prima firmataria Cristina Lodi (Pd) – è frutto di un lavoro complesso portato avanti da Municipio, Comune e Regione e scandisce un tempo utile e necessario entro cui dovrà muoversi la Asl per non perdere i finanziamenti che la Regione stessa è disponibile a dare. Non si può più perdere tempo in Commissione, nel senso che i lavori preliminari rispetto alla piastra della salute in Valpolcevera erano già stati ampiamente affrontati in quella sede, anche dalla giunta precedente».

    Anche il sindaco Doria ha espresso il proprio sostegno alla mozione: «La giunta – ha detto il primo cittadino nel suo intervento in aula consiliare – è favorevole perché questo documento dà l’indicazione all’amministrazione di occuparsi attivamente, entro i propri limiti, alla soluzione dei problemi che riguardano la realizzazione della piastra sanitaria in Valpolcevera. Condivido l’indicazione politica che ne scaturisce di definire, in tempi utili, che cosa si debba fare».

    Ma chi è chiamato a decidere e a non perdere ulteriore tempo prezioso? «La programmazione deve essere congiunta tra le istituzioni e la Asl» spiega la consigliera Lodi, presidente della commissione Welfare. «La definizione dell’area spetta al Municipio e al Comune, tenendo presente quanto previsto dal Puc e senza dimenticare le necessità del contesto in cui la nuova realtà andrebbe inserita. La Asl, invece, deve entrare nel merito della progettazione della piastra decidendo cosa metterci e la Regione deve investire economicamente, dov’è possibile anche con un cofinanziamento comunale. Si tratta, dunque, di un sistema intricato ma la mozione di oggi ha proprio lo scopo di porre alcuni vincoli a un processo di programmazione che è alle porte».

    Una mozione appoggiata anche dall’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi: «Apprezzo la mozione perché tenta di far coincidere percorsi che per natura non hanno coincidenza. Lo sforzo è mettere insieme la riqualificazione di uno spazio cittadino come previsto dal Puc con l’utilizzo di fondi Fas della Regione ai fini del miglioramento delle strutture per l’assistenza socio-sanitaria dei cittadini».

    Accanto alla mozione sono anche stati votati all’unanimità due ordini il giorno. Il primo, presentato dal Movimento 5 Stelle, richiede un approfondimento in Commissione sulla scelta della nuova area e sulla tipologia degli oneri di urbanizzazione da concedere alla proprietà. Il secondo, proposto dalla Lista Doria, mira ad ampliare lo sguardo all’intero sistema socio-sanitario genovese per garantire il principio di equità di accesso alle cure. «Voglio sottolineare – ha detto il consigliere Pierclaudio Brasesco – che è necessario che il Comune consolidi l’interlocuzione con la Asl nell’ottica di una più efficace integrazione socio-sanitaria».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    “Bocche tassate”, di che cosa si tratta? Uno spreco di oltre 7 miliardi di litri ogni anno di acqua pulita

    rubinettoLo ammettiamo: fino a ieri non avevamo mai sentito parlare di “bocche tassate o tarate”. E, mossi da questa nostra ignoranza di fondo, con curiosità abbiamo deciso di soffermarci sull’articolo 54, interrogazione a risposta immediata, con cui il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia, ha chiesto chiarimenti all’assessore Garotta in merito a questa particolare tipologia di fornitura di acqua ai condomini della città, che crediamo sia noti a pochi non addetti ai lavori.

    Per chi, come noi, si fosse avvicinato per la prima volta al termine, dunque, specifichiamo che si sta parlando di un sistema di tariffazione flat, un po’ come quello dei cellulari, che non tiene in considerazione il consumo effettivo del bene pubblico ma prevede un pagamento forfettario a fonte di una fornitura giornaliera in misura fissa. Questa tipologia di impianto veniva installata a Genova fino agli Settanta e prevede una vasca di accumulo condominiale che vada ad alimentare i serbatoi dei singoli appartamenti. L’acqua erogata ma non consumata confluisce in una vasca di riserva e, da qui, direttamente alle fogne anche se si tratta di acqua ancora pulita. Con uno spreco immane. «Secondo i dati forniti dalle associazioni condominiali – ha detto Gioia – a un condominio a bocca tarata vengono erogati mediamente 5200 metri cubi di acqua all’anno mentre uno con il contatore ne consuma circa 2300». Ne deriva che ogni bocca tassata spreca ogni anno 2 milioni e 900 mila litri di acqua. Ma quanti sono i condomini che utilizzano questo sistema sprecone?

    «Sulle 47 mila utenze di tutto il Comune di Genova – ha specificato l’assessore Garotta – solo 2500 sono interessate da questa tipologia di fornitura». Proseguendo i nostri calcoli, le “bocche tassate” comporterebbero per tutto il territorio comunale uno spreco pari a 7 miliardi e 250 milioni di litri di acqua pulita ogni anno! Un vero e proprio disastro ambientale, senza considerare la ricaduta economica. «Siamo di fronte a uno spreco non più tollerabile – aggiunge Gioia – se pensiamo anche che a Genova l’acqua è tra le più care d’Italia, con una differenza che oscilla tra il 10 e il 20 per cento rispetto al costo medio italiano. Ma a questa diversità di costi non corrisponde né una qualità elevata di servizi né tantomeno una quantità importante di investimenti».

    Possibile, dunque, che non si possa fare nulla per eliminare definitivamente tutti gli impianti di questo genere? «Il problema di questi impianti – spiega Garotta – è che non possono essere riconvertiti perché non sarebbero in grado di sopportare le pressioni normali dal momento che sono stati concepiti per un flusso costante a pressione ridotta». Negli anni passati alcuni condomini hanno superato questo sistema ma i lavori, di norma, vengono fatti nel quadro di una più complessiva ristrutturazione che consente una più facile ammortizzazione per gli inquilini. «Sono d’accordo che questo sistema vada superato – ha ammesso l’assessore – e la precedente amministrazione aveva anche approvato una mozione che consentiva l’abbattimento del canone di occupazione suolo in carico al condominio che si fosse adoperato per il superamento della “bocca tassata”. Tuttavia, si tratta spesso di costi che i condòmini non sono disposti a sostenere, neppure di fronte agli incentivi proposti dalla Regione qualche tempo fa».

    «Non basta essere d’accordo – ha replicato il consigliere Gioia – ma mi aspetterei che l’amministrazione prendesse un’iniziativa concreta per risolvere queste problematiche. Anche perché, se capisco l’aspetto dal punto di vista del privato che può essere spinto a intervenire solo attraverso una cospicua incentivazione, non capisco come si possa continuare a fare nulla per le 800 utenze a bocca tassata (1/3 del totale, ndr) che risultano in capo al Comune». Insomma, proviamo a parafrasare Gioia, com’è possibile che una giunta che si è sempre schierata a tutela dei beni comuni fin dalla campagna elettorale, si renda partecipe dello spreco annuale di miliardi di litri di “oro blu”?

    Sarà probabilmente per colpa dei tempi ristretti imposti dal regolamento alla trattazione degli articoli 54, ma su questo punto l’assessore Garotta non si è espressa. Qualche parola, invece, è stata spesa sulla questione delle tariffe salate. «Dopo decenni di attività – ricorda l’assessore – a partire dai primi anni 2000 Genova sta sostenendo investimenti fondamentali e da sostenere quasi esclusivamente con le tariffe del servizio idrico in assenza di fondi europei o altre forme di finanziamento a fondo perduto. E molto terreno abbiamo ancora da recuperare se si pensa, ad esempio, al depuratore in previsione per la nuova area centrale genovese (qui l’approfondimento di Era Superba)».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Prà, skate park e area sportiva: 20 mila mq da restituire alla cittadinanza

    Prà, skate park e area sportiva: 20 mila mq da restituire alla cittadinanza

    street-art-skater-D1Ancora una volta il Consiglio comunale torna a parlare del Por di Prà (qui l’approfondimento di Era Superba). Dopo aver analizzato nel dettaglio la situazione del “Parco Lungo” a inizio anno, ieri è stata la volta del progetto Prà-to-sport, che coinvolgerà la zona più a levante della delegazione.

    Lo spunto è stato fornito dai consiglieri del Movimento 5 Stelle, Boccaccio e Burlando, che riportando le istanze raccolte sabato scorso durante una manifestazione sul territorio, hanno chiesto all’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, di fare chiarezza su come verranno spesi i 2,180 milioni di euro messi a bilancio per questo intervento. «All’interno del Piano triennale dei lavori pubblici, che potremmo anche definire desaparecido visto che ha fatto un passaggio “a manetta” nei municipi perché arrivasse subito in Consiglio ma non se n’è saputo più nulla, ci sono una trentina di voci che riguardano il Por di Prà – ha detto in Sala Rossa Andrea Boccaccio – e in particolare una che si riferisce a interventi relativi a un’area pubblica per sport all’aperto. Vorremmo sapere nel dettaglio di che tipo di interventi si tratta e come si fa ad arrivare a una cifra tale».

    Nella sua risposta, Crivello ha ricordato che si tratta di un’area di circa 20 mila metri quadrati che, come previsto dalla Conferenza dei servizi ambientali, necessita di bonifica e di un ricarico del fondo esistente per circa un metro di terra su tutta la sua estensione. «Inoltre – ha proseguito Crivello – si dovrà provvedere alla regimentazione delle acque, alla recinzione e all’illuminazione dell’area. Restano poi ancora 150 mila euro per restituire lo spazio pubblico ai cittadini il prima possibile».

    Ma non è tutto. Per l’allestimento sportivo è, infatti, previsto l’impiego di altre risorse provenienti dal ribasso d’asta dell’intero Por, un’economia che ammonta a circa 1 milione e 250 mila euro, con cui verrà realizzato quasi sicuramente uno skate park. Sul tema, si era espresso anche il sindaco Marco Doria, proprio in Consiglio comunale lo scorso gennaio: «I ribassi d’asta del Por – aveva detto il primo cittadino – verranno utilizzati per realizzare interventi che siano apprezzati, che rispondano alle esigenze di risistemazione dell’area e che possano essere funzionali anche a implementazioni future ma che nell’immediato consentano un primo utilizzo dell’area». Niente più palazzetto dello sport, dunque, che sarebbe di gran lunga più oneroso rispetto ai fondi a disposizione. «Lo skate park – ci aveva spiegato il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – è una promessa presa dall’amministrazione già tre anni fa a fronte di una richiesta di alcuni giovani praesi. Con i soldi restanti valuteremo le altre proposte di campetto polivalente e pista di atletica».

    Nel suo complesso, il Por di Prà è stato finanziato con 17 milioni e 324 mila euro, di cui 11,5 milioni provenienti da fondi regionali ed europei e 5,8 milioni dalle casse di Tursi. «Parte degli interventi – ha ricordato l’assessore Crivello – è già stata effettuata: nel 2010 è stato messo a punto l’accesso al parco di Ponente, nel 2012 è stata terminata piazza Sciesa e l’anno scorso abbiamo completato il riassetto idrogeologico del rio Sampietro. Ma c’è ancora molto da fare. Come il Parco Lungo, i cui lavori dovrebbero partire a settembre/ottobre di quest’anno e concludersi nell’ottobre del 2015. Per dare un’accelerata definitiva (e non perdere i finanziamenti del Por che vanno rendicontati entro la fine del 2015, ndr) la giornata lavorativa sarà di un turno e mezzo, dalle 7 alle 20».

    Insomma, dopo 7 tavoli ufficiali, 5 assemblee pubbliche, un consiglio monotematico trasformato in assemblea pubblica con la presenza di Crivello e del sindaco, 15 incontri tra consigli e commissioni municipali e comunali solo negli ultimi mesi, oltre agli innumerevoli sopralluoghi e a due ipotesi di progetto presentate e dibattute pubblicamente, i praesi possono finalmente intravedere la luce in fondo al tunnel.

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele orlandi]

  • Riqualificazione Parchi di Nervi: cantieri da aprile a dicembre, ecco i lavori nel dettaglio

    Riqualificazione Parchi di Nervi: cantieri da aprile a dicembre, ecco i lavori nel dettaglio

    Musei di NerviTutto pronto per l’avvio dei lavori del secondo lotto di riqualificazione dei parchi di Nervi. I cantieri dovrebbero partire martedì prossimo, 15 aprile, e durare fino alla fine del 2014. Un peccato rovinare la stagione migliore per la fruizione di questi spazi verdi ma gli interventi di messa a punto di strade, prati e alberi non potevano davvero attendere oltre.

    Della riqualificazione si è parlato martedì in Consiglio comunale con un art. 54 di Mario Baroni (Gruppo Misto) che ha chiesto chiarimenti all’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, sul perché l’appalto sia stato assegnato a una ditta cesenate e non a un’azienda locale. «Non credo che a Genova non ci siano delle competenze valide per lavorare in questo campo – ha detto l’assessore nella sua risposta – ma quando si fa un appalto bisogna rispettare delle regole per la scelta dell’offerta migliore. In questo caso ha vinto la Cooperativa Lavoratori Agricolo Forestale Cesenate che non è specializzata in edilizia come hanno raccontato erroneamente alcuni giornali ma nasce proprio come operatrice forestale e ha in gestione tutto il verde della città di Arezzo». Per quanto riguarda le imprese genovesi, l’assessore ha tenuto a sottolineare che è in atto un percorso voluto dall’assessore Crivello, insieme con le associazioni di categoria e le rappresentanze sindacali, per trovare un sistema che nel rispetto delle norme consenta di dare lavoro al territorio soprattutto nel campo della gestione delle somme urgenze.

    I lavori nei Parchi di Nervi

    alberi-parchi-DITornando al tema centrale, l’appalto per il secondo lotto della riqualificazione dei parchi di Nervi è stato aggiudicato per un importo di circa 1,4 milioni di euro iva esclusa. Di questi, 580 mila euro saranno tutti destinati al ripristino del verde. Ma alla sistemazione dei prati e al ripristino di alcune specie arboree verranno assegnati ulteriori 350 mila euro che rappresentano il ribasso d’asta: il bando, infatti, partiva da una quota di 1,77 milioni di euro.

    Entrando più nel dettaglio, gli interventi avranno carattere piuttosto diffuso e riguarderanno: la regimazione delle acque con il ripristino di oltre 21 mila metri quadrati di superfici drenanti e la pulizia di 5 chilometri di canalette di raccolta delle acque meteoriche; il rinfoltimento di alberi ormai scomparsi nel corso del tempo, come il boschetto dei lecci di parco Groppallo con una ventina di nuove piante tra lecci e cipressi; il rifacimento completo o la rigenerazione di tutti i tappeti erbosi; il riordino del sistema di siepi secondo i criteri di restauro dei giardini storici; e, naturalmente, l’arricchimento delle collezioni botaniche di pregio delle tre aree verdi, parco Groppallo, parco Serra e parco Grimaldi rispettando la tradizione collezionistica di metà Ottocento.

    Musei di NerviCosì, a parco Groppallo, oltre ai 16 mila metri quadrati di manto erboso e al bosco dei lecci, torneranno palme, querce, eucalipti e le storiche camelie; a parco Serra, più di 8 mila metri quadrati di prato verranno affiancati nuovamente da palme ma anche da conifere “esotiche”, felci e altre siepi caratteristiche; a parco Grimaldi, infine, a fianco ai 5 mila metri quadrati di manto erboso, si punterà sul completamento del roseto e sulla collezione di altre piante mediterranee.

    Regolamenti comunali di uso dei parchi storici e degli orti urbani

    Sempre a proposito di verde, prosegue il cammino di revisione dei Regolamenti comunali di uso dei parchi storici e degli orti urbani. «La Consulta del Verde – spiega l’assessore Garotta – aveva elaborato una prima proposta di regolamento che è stata revisionata dagli uffici. Il prossimo mese ripresenteremo il risultato alla Consulta del Verde che dovrà votare il nuovo regolamento, insieme con quello degli orti urbani, per poi farli passare al vaglio della Giunta e del Consiglio comunale». Ma non basta avere un regolamento, bisogna anche conoscerlo. A questo scopo, l’assessore ha annunciato che, in sinergia con il collega Boero, è allo studio un progetto di offerta formativa da presentare alle scuole elementari e medie affinché dal prossimo anno si possa avviare un programma di educazione ambientale rivolto ai ragazzi, primi fruitori di questi spazi. «Dobbiamo ancora ragionare sulle modalità concrete – specifica Valeria Garotta – ma l’idea è puntare su tutti i livelli di istruzione scolastica, con attività all’aperto e non necessariamente lezioni frontali in aula, per catturare al meglio l’attenzione e la curiosità di bambini e ragazzi». Per rendere fruttuosa la diffusione e la conoscenza del regolamento, inoltre, l’assessore ha manifestato l’intenzione di avvalersi della collaborazione delle numerose associazioni che presidiano e hanno a cuore tutti i parchi storici genovesi, oltre naturalmente a Italia Nostra e Legambiente da sempre attive nella tutela del verde.

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Continuano le polemiche in Consiglio comunale: l’attacco al sindaco Marco Doria

    Continuano le polemiche in Consiglio comunale: l’attacco al sindaco Marco Doria

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Come era prevedibile, in Consiglio comunale è tornata di prepotenza la discussione sugli avvenimenti della settimana scorsa che avevano portato alla chiusura anticipata dei lavori, dopo neppure dieci minuti dall’inizio effettivo, a causa della mancanza del numero minimo legale di consiglieri in aula al momento della votazione sulla delibera, già rinviata la settimana precedente per lo stesso motivo, di modifica al piano comunale per le attività di vendita di alimenti e bevande.

    Il sindaco, infatti, non aveva avuto mezze misure nei giorni scorsi nel definire «indecente» il comportamento dei consiglieri di opposizione, che avevano abbandonato l’aula al momento del voto facendo così mancare i numeri alla maggioranza, e nel chiedere a gran voce la rinuncia al gettone di presenza.

    Se quello del gettone di presenza risulta essere, nei fatti, un falso problema perché molti consiglieri superano costantemente il limite di 18 presenze mensili tra consigli e commissioni oltre le quali non si riceve più alcun rimborso, più scalpore hanno fatto le dichiarazioni del primo cittadino che sul tema sembrava aver perso il suo tradizionale aplomb. E la discussione, seppur quasi sempre educata a parte qualche interiezione non proprio adeguata alla Sala Rossa, si è fatta piuttosto pesante nei contenuti durante un articolo 55 che ha aperto i lavori della seduta ordinaria del Consiglio comunale.

    «Ho avuto la sensazione che, come talvolta avviene alle famiglie ricche, il sindaco sia stato ossessionato dalla questione del denaro e del rimborso e abbia perso il senso della realtà» è l’attacco di Enrico Musso. «Lei – ha detto lo sfidante di Marco Doria alle scorse amministrative – ha preferito concentrarsi su aspetti secondari definendo indecente un comportamento dell’opposizione assolutamente legittimo, proponendo di rinunciare al gettone di presenza quando in realtà i consiglieri erano presenti ma hanno deciso di non partecipare al voto uscendo dall’aula. I consiglieri hanno spesso rinunciato al gettone di presenza per motivi seri, quindi la sua mossa di dipingere i consiglieri comunali come una casta politica presente solo per quei 50/60 euro netti per sedute che durano in media 5 ore, credo sia ingiusta, scorretta e offensiva e vada a solleticare gli umori dell’antipolitca imperante come se noi fossimo qui per arricchirci a fronte di cifre che sono all’incirca pari alla retribuzione del suo personale di servizio o alla rendita che nello stesso intervallo di tempo le sue proprietà immobiliari producono senza che lei muova un dito».

    Contro il primo cittadino è intervenuto anche il consigliere Anzalone, in maggioranza come Idv all’inizio del ciclo amministrativo e ora passato al Gruppo misto: «Capisco che dopo due rinvii si sia trovato di fronte a un motivo di imbarazzo ma non trovo corretto addebitare la mancanza del numero legale all’opposizione anche perché dovrebbe avere una maggioranza piuttosto ampia. Sarebbe stato opportuno prendersela con i propri consiglieri». Un concetto ripreso anche dal capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia: «Le ricordo, sindaco, che non è solo questione di ritardo di un paio dei suoi consiglieri perché la settimana prima la stessa delibera non aveva raggiunto il numero legale al termine della seduta. Non crediamo di essere mai stati indecenti nei nostri comportamenti istituzionali sia in aula sia attraverso dichiarazioni alla stampa circa il lavoro della sua amministrazione. Il nostro comportamento è sempre rientrato nella dialettica politica delle forze di opposizione, visto che l’ostruzionismo rientra tra i principi democratici dei valori assembleari. Se uno non condivide un regolamento può ritenere non sufficiente esprimere il proprio dissenso solo con il voto contrario».

    L’ultima parola dell’accusa è di Edoardo Rixi, Lega Nord: «Chi c’era non può avere la colpa di esserci stato, a meno che non vogliamo fare del benaltrismo con un altro tipo di discorsi. È legittimo che l’opposizione faccia saltare il numero legale alla maggioranza e succede spesso anche in Commissione regionale: è un segnale che la Giunta ha qualche problema».

    A difendere a spada tratta il sindaco, fatto piuttosto raro di questi tempi a Palazzo Tursi, è stato il capogruppo del Partito democratico, Simone Farello attraverso un deciso “mea culpa”: «Vogliamo porre in maniera politica e formale le nostre scuse alla città perché indipendentemente dal gettone lo spettacolo di un consiglio comunale che non è in grado di esercitare la propria funzione istituzionale per mancanza del numero legale è uno spettacolo che i cittadini genovesi non meritano. E la responsabilità va attribuita principalmente alla maggioranza e dentro alla maggioranza al gruppo di maggioranza relativa che è il nostro e principalmente al suo capogruppo, che sono io. Ci sono molte cose di cui è responsabile un sindaco anche all’interno dell’aula consigliare, ma tra queste non c’è il mantenimento del numero legale. Noi abbiamo mancato di rispetto a questa istituzione e, naturalmente, abbiamo rinunciato all’emolumento che viene corrisposto per l’esercizio della nostra funzione». Ma la responsabilità dell’accaduto, secondo Farello, non è solo del Pd: «Il sindaco forse avrà sbagliato i toni, ma una cosa condivisibile l’ha detta: la responsabilità del funzionamento di un’istituzione è condivisa da tutta l’istituzione, maggioranza e minoranza. E farsi vanto di aver fatto fallire un consiglio comunale è titolo d’onere ben misero, ben più significativo sarebbe mettere la maggioranza in minoranza con i voti e con i numeri».

    «Dietro il discorso di Farello – ribatte il capogruppo Pdl, Lilli Laurosembra leggersi un “caro sindaco, per ora ci siamo ma non sappiamo fino a quanto. Capisco che il suo sia stato un attacco politico e non personale – dichiara la consigliera, lanciando una vera e propria ode accusatoria rivolta direttamente al sindaco – ma se dice che sono indecente, allora lei è inconsistente e ha una fiacchezza disarmante nell’operare. La sua amministrazione ha una svogliatezza dimostrata anche dagli assessori che spesso leggono fogli di carta degli uffici senza capirne il contenuto. La sua maggioranza è pigra perché spesso non riesce a garantire il numero legale. Tutto questo è inutilità dell’essere, ignavia. E non vorrei che questa ignavia mandasse all’inferno la città perché andando avanti di questo passo tutti noi siamo nel baratro».

    Paolo Putti, capogruppo del Movimento 5 Stelle, ha provato a riportare la discussione sui temi della delibera: «Anche io sono uno di quelli indecenti, inopportuni, inadeguati che devono vergognarsi. Io però non mi offendo e anzi mi viene il dubbio che finalmente abbiamo fatto qualcosa di importante viste le reazioni. In realtà scopro che, tempo fa, abbiamo appoggiato una delibera fatta perché era coraggiosa e l’abbiamo approvata quando la maggioranza non l’avrebbe sostenuta. Poi la delibera è stata rivista, privata di elementi importanti su pressioni della grande distribuzione. Ma le modifiche non passano una volta perché i consiglieri di maggioranza sono usciti in anticipo e una seconda volta perché sono arrivati in ritardo. E allora, sindaco, siamo veramente noi che dobbiamo vergognarci?».

    A differenza di quanto molti si sarebbero aspettati, nella sua risposta il sindaco non chiede scusa ma corregge solo leggermente il tiro ribadendo una ferma condanna a quanto accaduto la scorsa settimana. Dopo aver ripreso le parole affidate alle agenzie la scorsa settimana, in cui viene sottolineata le responsabilità dei consiglieri di maggioranza e minoranza, Marco Doria sostiene che «la sospensione del funzionamento di organismi democraticamente eletti è una forma prevista nei casi in cui si ledono diritti fondamentali delle persone, dei singoli consiglieri. Ritengo però che in condizioni di normalità, quando si votano delibere e regolamenti, sia corretto restare in aula e votare a favore o contro». Il primo cittadino torna, dunque, a puntare il dito contro i consiglieri di opposizione: «Approfittare del ritardo di pochi minuti di alcuni consiglieri di maggioranza è un atteggiamento da “giochino”, assolutamente illegittimo». Nel suo intervento, il sindaco riprende anche il concetto dell’antipolitica sollevato da alcuni interventi di chi l’aveva preceduto: «Non sono io che fomento l’antipolitica. L’antipolitica esiste nel nostro Paese ed è stata alimentata da comportamenti diffusi e generalizzati di persone che siedono in assemblee elettive o che sono comunque legate al modo della politica. Anche noi facciamo parte di questo mondo e dobbiamo distinguere i nostri comportamenti da questo clima pericoloso per la democrazia. Abbiamo perso un’occasione perché lo spettacolo di un consiglio comunale che si chiude dopo 8 minuti è un cattivo servizio alle istituzioni e alla democrazia e favorisce un clima di antipolitica, al di là delle intenzioni che possano esserci state a monte».

    Infine, una battuta sul gettone presenza: «Rinunciare al gettone di presenza per 8 minuti di Consiglio, come mi ha fatto sapere con una nota ufficiale il consigliere Gioia per quanto riguarda il suo gruppo, è un modo per rispondere a una possibile critica per quella che considero una scenata durata 8 minuti».

    Anche se, come ricorda Enrico Pignone capogruppo Lista Doria non intervenuto direttamente nel dibattito in Sala Rossa, il lavoro dei consiglieri spesso va oltre le sedute di consiglio e di commissione ed è fatto di contatti con i cittadini e di mediazioni politiche per cui non è prevista alcuna retribuzione.

    Per la cronaca, ieri la votazione sulle modifiche al “Regolamento comunale per le attività di somministrazione al pubblico di alimenti e bevande” ha finalmente avuto luogo con esito positivo: 38 i consiglieri presenti al momento del voto, 22 i sì della maggioranza a cui si è aggiunto De Benedictis (Gruppo misto), 10 i no di Udc, M5S e Lista Musso, 6 gli astenuti (Pdl, Lega Nord e Anzalone del Gruppo misto).

    Simone D’Ambrosio

  • Gronda, i passi indietro di Autostrade e le incongruenze fra Regione e Ministero. Impasse operativa?

    Gronda, i passi indietro di Autostrade e le incongruenze fra Regione e Ministero. Impasse operativa?

    Voltri, progetto Gronda di Ponente
    Simulazione progetto: nuovi viadotti Cerusa est e ovest

    Il Consiglio comunale torna a parlare di Gronda. Lo spunto è fornito da un articolo 54 del capogruppo di Sel, Gian Piero Pastorino, che ha interrogato il vicesindaco Bernini in merito al ricorso al Tar della Liguria inoltrato da Società autostrade per dirimere i conflitti in essere tra le prescrizioni del Ministero (qui l’approfondimento) e le valutazioni di Regione Liguria.

    In realtà la domanda posta dal consigliere sembra non centrare pienamente i termini della questione: «Siamo di fronte a un paradosso – dice Pastoino – perché Autostrade facendo ricorso al Tar non intende rispettare le prescrizioni previste per la realizzazione dell’opera. Siamo di fronte a un monopolista che si rifiuta di adeguare il progetto ma si dimentica di essere un concessionario e non un padrone».

    «Probabilmente – spiega Bernini – il consigliere Pastorino non ha letto il testo del ricorso al Tar o non l’ha capito pienamente. Autostrade, infatti, non rifiuta le prescrizioni ma sottolinea che gli uffici della Regione e poi la Giunta hanno prodotto un testo che porta alcune incoerenze rispetto ai 43 punti previsti dal Ministero dell’Ambiente. Il problema nasce dal fatto che il documento licenziato dalla Regione viene acquisito e fatto proprio dal Ministero all’interno della stessa Valutazione di impatto ambientale».

    autostrada-cemento-impatto-ambientaleLe incongruenze riguardano soprattutto questioni verbali e temporali, che rischiano però di tradursi in una vera e propria impasse operativa. Entrando nel merito, una prima discordanza viene fornita riguardo le modalità di trattamento delle pietre: la Regione sostanzialmente vuole garanzie da parte di Autostrade prima della presentazione del progetto definitivo, mentre Autostrade, facendosi forza di quanto previsto dal Ministero, vorrebbe aspettare di entrare in possesso dell’area per poter fare analisi più attente e coerenti. In discussione c’è anche la questione del declassamento del tratto autostradale esistente: da un lato la Regione prevede una decisione immediata, dall’altro il Ministero ha dettagliato un percorso più complesso che prevede anche l’approvazione di Anas. «È la Regione che sbaglia – sostiene il vicesindacoperché solo il progetto definitivo consente di fare gli espropri e passare formalmente i terreni ad Autostrade. Ma il problema nasce perché le valutazioni regionali sono state fatte da tecnici ambientali che non conosco nulla della parte giuridica».

    Valutazioni che parrebbero errate, dunque, e che tuttavia il presidente Burlando e gli assessori hanno approvato. «La questione poteva essere risolta direttamente in Conferenza dei servizi – dice Bernini – facendo prevalere le prescrizioni del Ministero che sono di maggior buon senso. Tra l’altro, avevo già evidenziato queste incongruenze all’assessore Paita durante la redazione dei documenti regionali che avevo avuto modo di vedere: peccato che siano andati a modificare solo il dispositivo della relativa delibera e non l’impegnativa da cui nascono tutte le incoerenze».

    Incoerenze di cui Società Autostrade si fa forte per cercare di procrastinare il più possibile l’avvio dei lavori. Ancora Bernini: «È normale che il concessionario nicchi. Non dimentichiamoci che siamo di fronte a un soggetto che ha l’obbligo del potenziamento dell’impianto industriale a cui deve ottemperare attraverso i soldi incassati dai pedaggi. È naturale che gli convenga ritardare i lavori perché nel frattempo può investire la stessa liquidità come meglio crede, ovvero soprattutto all’estero e in America latina in particolare.  Inoltre, se si deve scegliere tra un lavoro o un altro, è altrettanto ovvio che si prediliga quello che va ad aumentare il tratto autostradale con pagamento di pedaggio perché, se si tratta solo di un’opera sostitutiva, non ha alcun guadagno né interesse a far partire i lavori. Però, questo adeguamento infrastrutturale fa parte del prezzo che il concessionario deve pagare per avere la concessione: non può fare giochini per tirarsi indietro, se no la concessione la diamo a un altro».

    E il “giochino” in questo caso si chiama ricorso al Tar, con cui Società autostrade chiede la sospensiva della Via o il rimando al Ministero per fare chiarezza sulle contraddizioni. Sembra, dunque, che si sia creata un’alleanza, apparentemente involontaria, tra chi non vede di buon occhio l’infrastruttura e chi dovrebbe realizzarla. «Temo che la Gronda non sia l’unica situazione in cui la Regione abbia fatto passi falsi per danneggiare il Comune di Genova, o meglio, i cittadini genovesi» commenta Bernini con sorriso sibillino, facendo ovvio riferimento alle diatribe sollevate dalla Vas sul Puc. «A ciò dobbiamo aggiungere che, mentre cerca di rallentare il percorso, Autostrade non vuole assumersi la responsabilità di scelte clamorose per cui sta andando avanti nella produzione dei materiali per la Conferenza dei servizi, che dovrebbero essere pronti nel giro di una settimana».

    Ma che cosa succede finché il Tar non si pronuncerà? Fermi tutti? «Assolutamente no. Sto continuando a vedermi con Autostrade e ancora stamattina (ieri, ndr) abbiamo portato avanti le questioni che riguardano quantomeno gli interferiti» assicura il vicesindaco.

    [quote]«La Regione ha titolo per presentare le prescrizioni e non vedo perché il Comune non possa mettersi dalla parte della Regione e dei cittadini e non da quella del più forte, come spesso accade in queste situazioni. Il Comune deve impedire che Autostrade se la canti e se la suoni da sola». Gian Piero Pastorino non ci sta e replica così alla risposta del vicesindaco.  [/quote]

    Quindi, la posizione del Comune, resta “avanti tutta, senza alcuna esitazione”?

    «Noi non entriamo nel tecnico – risponde Bernini – altrimenti c’è il rischio di perdersi per strada. Semplicemente, il Comune ritiene opportuno che non venga concessa alcuna sospensiva ma che si convochi la Conferenza dei servizi e si faccia chiarezza in quella sede. E ho ragione di ritenere che il ricorso possa essere risolto proprio in questi termini. Nel dibattimento che ne scaturirà, toccherà poi al ministro Lupi far capire che prevalgono le prescrizioni ministeriali rispetto alle decisioni delle Regione».

     

    Simone D’Ambrosio