Come raccontato già qualche mese (qui l’approfondimento), il percorso che trasformerà via Cornigliano in un boulevard che nulla avrà da invidiare al centro storico della vicina Sestri Ponente vivrà un suo momento cruciale nel concorso di idee coordinato dal Municipio Medio Ponente e al quale già diversi gruppi di architetti hanno manifestato il proprio interesse: 16 mila metri quadrati per cui non potranno essere spesi più 5,5 milioni di euro e che dovranno rispondere a precise richieste inoltrate da commercianti e abitanti della zona nel corso di un incontro pubblico.
Rispondendo a un articolo 54 in Consiglio comunale, proposto da Guido Grillo (Pdl), il vicesindaco Stefano Bernini ha fatto il punto della situazione: «L’assemblea pubblica, che ha fornito precise indicazioni sul restyling per chi vorrà partecipare al concorso, è la naturale prosecuzione di un precorso di progettazione partecipata, concordato con il Municipio e mirato a restituire ampio spazio di vivibilità al quartiere di Cornigliano».
Nel corso dell’assemblea sono state affrontate alcune tematiche cruciali per la Cornigliano del futuro: dalla riduzione della carreggiata a una corsia per senso di marcia al conseguente allargamento dei marciapiedi; dalla presenza di due piste ciclabili alla chiusura dei sottopassaggi; dalla distribuzione dell’alberatura e delle aree verdi alla limitazione delle zone di sosta per le vetture. Tutti questi elementi sono diventati parte integrante del bando di concorso che si sviluppa in due tornate: solo le cinque idee più convincenti, infatti, saranno chiamate a redigere il progetto preliminare e a competere per l’aggiudicazione definitiva.
«Va specificato – aggiunge Bernini – che il concorso di idee non riguarda tutto il quartiere ma un’area ben definita. È, infatti, esclusa dalla progettazione piazzetta Massena perché sarà oggetto di un approfondimento successivo essendo nodo di collegamento delicato con corso Perrone e il ponte sul Polcevera. Sull’area che va da via Dufour a piazza Savio, invece, si chiede di sviluppare una progettazione che tenga conto della particolare presenza di attività produttive e di servizio alla circolazione che incidono sugli accessi al marciapiede lato monte».
Altro punto interessante riguarda i tempi di avvio e realizzazione delle opere. Qui il vicesindaco ricalibra il tiro rispetto a quanto affermato, ormai mesi fa, dal direttore di Società per Cornigliano, Enrico Da Molo: «È un po’ avventato parlare del 2015 per l’avvio dei lavori – sostiene Bernini – perché bisogna quantomeno attendere l’apertura della Strada a mare per decongestionare il cuore di Cornigliano da quel 94% di traffico che attualmente non si ferma nel quartiere ma lo usa solo come passaggio per tornare in centro o andare a Ponente». Ma non basterà neppure la nuova infrastruttura a scorrimento veloce. «Prima di poter dar via ai cantieri che probabilmente verranno suddivisi in due lotti – prosegue Bernini – dovremo anche sistemare, almeno temporaneamente, il collegamento con la viabilità delle due sponde della Valpolcevera che ora deve per forza passare per Cornigliano. Un’ipotesi allo studio è quella di sfruttare salita Granara».
Nel frattempo, comunque, non si resta a guardare. L’operazione di restyling di Cornigliano, infatti, sta riguardando e riguarderà tutte le vie perpendicolari all’arteria principale, come via Verona e via Vetrano che hanno progetti già approvati: una sorta di piacevole antipasto, giusto per iniziare a farsi la bocca.
«Ponte Parodi è uno di quei tanti, classici lavori che nella nostra città vengono molto annunciati, molto discussi, molto progettati e mai realizzati». Le parole con cui Simone Farello, capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, ha iniziato la sua interrogazione a risposta immediata rivolta al vicensindaco Bernini, sono quanto mai emblematiche nel riassumere l’ormai quasi ventennale (non) storia della riqualificazione di questa porzione di waterfront (qui l’approfondimento di Era Superba).
La questione, riproposta in Sala Rossa anche dai consiglieri Campora e Grillo (Pdl), è nota a tutti. Con un investimento tra i 150 e 200 milioni di euro, nell’area di circa 40 mila metri quadrati che affianca la Darsena dovrebbe sorgere un cosiddetto “fun-shopping center” che darebbe vita a una “grande piazza sul Mediterraneo”. Ma di grande per ora c’è soltanto l’ambizione: il progetto, presentato nel 2000 e approvato definitivamente nel 2002, sarebbe dovuto terminare già nel 2010. Invece, siamo arrivati ai primi mesi del 2014 e tutto continua a tacere. Per cui anche la nuova deadline che auspicava la fine dei lavori prevista tra 2015 e 2016 è destinata a essere ampiamente superata.
Negli ultimi mesi, si è fatta largo l’ipotesi che il progetto potesse essere ormai desueto e non rispondesse più, da un lato, ai bisogni della città, dall’altro, all’interesse del Gruppo Altarea che si è aggiudicato l’area. Da cui potrebbero essere motivate le infinite lunghezze. Come stanno veramente le cose? «A noi – assicura Bernini – nessuno è mai venuto a manifestare un diminuito interesse per l’area. Anzi, ancora fine dicembre abbiamo incontrato Altarea per proseguire il lungo lavoro di predisposizione della convenzione che dovrà essere siglata per lo sviluppo delle attività».
Appunto, lo sviluppo delle attività. Anzi, l’avvio: una chimera?
[quote]Inutile negare che ci siano state delle inadempienze e dei ritardi epocali ma le colpe del Comune sono davvero poche»[/quote]
«Per quanto ci riguarda – prosegue Bernini – dovevamo garantire gli accessi da via Buozzi i cui lavori di riqualificazione, legati anche al nuovo deposito della Metropolitana, sicuramente saranno terminati molto prima delle strutture di Ponte Parodi (anche se le ultime notizie su via Buozzi non sono proprio rassicuranti, ndr). Il grave ritardo, invece, è da ascrivere soprattutto ad Autorità portuale che non ha ancora terminato le opere idrauliche alla radice del Ponte. Finché non vengono completati questi lavori non è possibile procedere alla cinturazione del molo che darebbe poi la possibilità di avviare la cantierizzazione».
A dire il vero, al Comune spettava anche la soluzione di un’altra questione, seppur di minore impatto, rimasta a lungo in sospeso: la ricollocazione della Pubblica Assistenza. «Per quanto riguarda la Croce Verde – assicura Bernini – con un investimento di circa 20 mila euro siamo riusciti a trovare una nuova sistemazione al Tabarca». Ci sarebbe poi il definitivo trasloco della ditta Santoro srl, che si occupa di gestione di rifiuti portuali e navali, ma anche su questo il vicesindaco rimbalza la palla ad Autorità portuale.
«Ponte Parodi è un’opera grandissima, e altrettanto complicata – racconta ad Era Superba il direttore di Porto Antico Alberto Cappato – la nostra società ha partecipato al progetto in prima persona, facendosene promotore e investendo molto, in termini sia di denaro che di aspettative, per un ulteriore ampliamento del waterfront portuale. Il nostro ruolo consisteva semplicemente nel favorire l’avvio dei lavori, tramite investimento monetario, e di farci da parte all’indomani dell’inizio del progetto vero e proprio, lasciando le redini in mano a un privato, la ditta francese Altarea»
A fare le spese di tutti questi ritardi, finora, è stata soprattutto Porto Antico spa, società partecipata per il 51% dal Comune di Genova, che ha anticipato i costi per l’abbattimento del silos granario, che saranno coperti da Altarea (attraverso un passaggio intermedio via Tursi) solo in seguito alla ratifica della convezione. Convezione che il gruppo non ha alcuna intenzione di firmare finché non potrà effettivamente mettersi al lavoro.
Ma le luci all’orizzonte sono ancora molto, molto distanti e più passa il tempo, più la situazione si fa intricata. «C’è un problema di carattere urbanistico – spiega Bernini – perché l’area comprende anche lo storico edificio Hennebique, il cui bando per la concessione è andato deserto (qui l’approfondimento, ndr). La discussione che si aperta successivamente ha chiamato in causa una modifica dei pesi degli spazi vincolati all’uso pubblico che inizialmente erano fissati al 51% con la possibilità di scendere ulteriormente in caso di realizzazione di un polo alberghiero».
«È chiaro che per rendere l’investimento appetibile, data la complessità dell’intervento di manutenzione anche a seguito dei vincoli imposti dalla Sovrintendenza, è necessario diminuire la quota destinata a uso pubblico. Ma nel momento in cui le proporzioni dovessero diventare molto vantaggiose per quanto riguarda la percentuale a uso privato, che non significa per forza commerciale, è naturale che anche Altarea potrebbe chiedere una rivisitazione delle proprie condizioni (61% pubblico, 39% privato)». La questione è perciò delicata e, con tutta probabilità, sarà risolta contestualmente, senza dimenticare che la decisione finale sull’eventuale modifica delle destinazioni d’uso dovrà passare attraverso le forche caudine del Consiglio comunale.
«Non credo – conclude il vicesindaco, tornando alla domanda che aveva dato inizialmente il la alla questione – che Altarea abbia alcun interesse a far saltare il banco prima di essere giunti alla conclusione di questo percorso, anche perché fino ad oggi ci sono state mutue accettazioni dei ritardi tali per cui si è tutelato lo status quo. Se, terminato questo percorso, dovessero esserci ulteriori ritardi da parte di Autorità portuale, allora potrebbe effettivamente verificarsi un ritiro della società: in tal caso dovremmo occuparci – e preoccuparci data la difficoltà – di trovare situazioni alternative di utilizzo che sappiano remunerare gli investimenti anticipati dalla Porto Antico».
Dopo le proteste dei cittadini era inevitabile che l’annosa questione del cantiere di via Montezovetto, in Albaro, fosse nuovamente affrontata in Consiglio comunale. Da cinque anni ormai sono iniziati i lavori per la costruzione di 140 box sotterranei privati in un’area di circa 4 mila metri quadrati. Ma, al di là del fatto che i posti auto mai realizzati e già venduti si contano sulle dita delle mani, il grosso ostacolo al completamento dell’opera è giunto in seguito alle difficoltà economiche che hanno colpito la ditta Carena sottoposta a processo di concordato in continuità (procedura attraverso la quale viene cercato un accordo con i creditori per evitare il fallimento e tentare il superamento della crisi).
L’interrogazione in Consiglio
«Nella commissione di dicembre – ricorda il capogruppo Pdl, Lilli Lauro – i cittadini chiedevano di aprire alcuni varchi per poter raggiungere più agevolmente i condomini ma la sensazione è che ci sia sempre un completo immobilismo».
«Amministrare – ricorda Alfonso Gioia, capogruppo Udc – significa fornire servizi e curare la salvaguardia dei diritti dei cittadini. Qui, invece, siamo di fronte a una situazione in cui viene lesa persino la tutela della salute dei cittadini visto che pure le ambulanze hanno difficoltà di accesso in caso di necessità».
«Gli abitanti della zona – prosegue Edoardo Rixi, capogruppo Lega Nord – sono talmente chiusi in gabbia che nelle scorse settimane una salma è stata portata via in carriola perché il carro funebre non riusciva a passare. Neppure i vigili del fuoco riuscirebbero a fare il proprio lavoro in caso di emergenza. Dato che le decisioni sul futuro di Carena andranno per le lunghe mi chiedo che cosa si stia facendo per mettere in sicurezza i cantieri almeno dal punto di vista dell’incolumità pubblica».
La risposta arriva dal vicesindaco con delega all’Urbanistica, Stefano Bernini: «Dopo un secondo sopralluogo effettuato dei tecnici per verificare la sicurezza dei cantieri, come richiesto da un ordine del giorno del Consiglio comunale (in data 12 novembre 2013, NdR), gli uffici hanno richiesto a Carena che venissero realizzati alcuni interventi voluti dai cittadini per la propria incolumità. La ditta ha risposto che si trovava in situazione di concordato in continuità presso il Tribunale e che per 60 giorni non avrebbe potuto svolgere alcuna attività. Gli uffici, a quel punto, hanno stilato una lista dettagliata dei miglioramenti inderogabili e il 14 febbraio ne hanno intimato la realizzazione per il rispetto della sicurezza degli abitanti. Si tratta di richieste con impatto economico assolutamente non rilevante come lo spostamento di alcune protezioni e barriere new jersey. Nei giorni scorsi, il responsabile di Carena mi ha assicurato la disponibilità per la messa in pratica di questi interventi urgenti, compresa la creazione di un passaggio pedonale al centro del cantiere per limitare le difficoltà di accesso alle abitazioni».
Il futuro: cosa ne sarà del cantiere di via Montezovetto?
Fin qui la gestione dell’emergenza. Ma che ne sarà del cantiere in futuro? Fino a giugno la situazione è destinata a rimanere pressoché immobile, come spiega ancora il vicesindaco: «A giugno scade la possibilità di Carena di avere a disposizione gli spazi di quel cantiere. Personalmente mi auguro che la ditta possa uscire bene dalla situazione economica deficitaria per i tanti lavoratori che impiega ma se ciò non dovesse avvenire e se il cantiere non fosse rilevato da altre aziende nell’ambito della procedura legale in corso, allora il Comune potrà discutere la fidejussione lasciata da Carena e compiere a spese della ditta gli atti necessari per il ripristino di via Montezovetto». Fino ad allora, però, bocce ferme perché un intervento dell’amministrazione potrebbe essere sanzionabile come danno erariale da parte della corte dei conti poiché Tursi dovrebbe spendere soldi pubblici (che comunque non ci sono) a favore di un privato. Il tutto senza considerare le difficoltà di intervento in un cantiere aperto.
Oggi le comiche, atto terzo. Dopo 25 sedute di Commissione e 3 Consigli (qui l’approfondimento), l’approvazione del nuovo Regolamento del Consiglio comunale di Genova subisce l’ennesimo rinvio alla prossima settimana. Ci sarebbe veramente da ridere se nel frattempo non venissero sprecate risorse pubbliche e sottratto tempo ad altre questioni ben più cruciali che sono costrette a rimanere in coda, come la Valutazione ambientale strategica sul Puc in seguito alle eccezioni sollevate dalla Regione o la formalizzazione dell’acquisizione delle aree per il nuovo depuratore di Cornigliano, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana.
Questa volta, com’era ampiamente prevedibile, la discussione dei consiglieri si è arenata sulla rimodulazione degli art. 54, il question time o interrogazione a risposta immediata che, almeno finora, precede di un’ora ogni seduta ordinaria del Consiglio. In passato avevamo già dato conto delle varie anime che si sarebbero scontrate in proposito (qui l’approfondimento): la volontà emersa a larghissima maggioranza dalla Commissione era quella di procedere verso una diminuzione di discrezionalità attualmente in capo al presidente del Consiglio comunale circa gli argomenti da porre o meno in discussione. Ma il rischio sarebbe stato un po’ troppo elevato per la maggioranza e il Pd in particolare, che ha presentato in aula un emendamento alle modifiche approvate in Commissione, pur sottolineando come la tutela dell’art. 54 sia una questione fondamentale per garantire il diritto di espressione dell’opposizione.
«Premesso che anche qualora venisse bocciato l’emendamento voteremmo a favore dell’intera delibera sul regolamento – ha detto il capogruppo dei democratici, Simone Farello – la nostra modifica va nella direzione di lasciare al presidente il giudizio sull’ammissibilità e l’urgenza degli articoli 54, consentendo una gestione flessibile che offra più spazio a disposizione per le minoranze e che elimini la discrezionalità della giunta nel rispondere o meno alle varie interrogazioni».
D’altronde, è assolutamente legittimo riportare in discussione in aula quanto discusso in Commissione. Tuttavia, in casi come questo in cui i documenti prodotti avevano ricevuto un consenso quasi unanime, voler rimettere tutto in gioco rischia di essere, o quantomeno apparire, come la volontà di sfruttare i numeri forti del plenum dell’assemblea per far passare a tutti i costi la propria linea.
«Di fatto – sostiene Enrico Musso – il presidente del Consiglio comunale è espressione della maggioranza che, dunque, più o meno indirettamente può decidere essa stessa di quali argomenti si possa o meno parlare. È evidente che quando c’è una questione scomoda, dietro la scusa che vi sono infinite richieste di articoli 54, il presidente può decidere tranquillamente che di una determinata cosa non si parlerà mai. Ma attenzione a risolvere la questione a colpi di maggioranza perché cercherete e troverete uno scontro».
Risulta, dunque, difficile capire come si possa arrivare a una quadra condivisa da tutti. Eppure i consiglieri hanno chiuso i lavori di ieri sera convocando una Conferenza straordinaria dei Capigruppo per lunedì prossimo allo scopo di pervenire a una versione dell’art. 54 da approvare all’unanimità. Ma proprio nel corso della Conferenza capigruppo che ha maturato questa decisione, Alfonso Gioia (Udc) ha abbandonato i colleghi sbattendo la porta, con parole non propriamente dolci verso chi ha favorito questa evitabilissima deriva.
Ordini del giorno “fuori sacco”: cosa cambierà
Tra i deliri dell’ennesimo martedì gettato al vento, va segnalato comunque che dovrebbe essere definitivamente calato il sipario su un altro aspetto molto caldo: la modifica delle norme riguardanti la presentazione degli ordini del giorno fuori sacco. Sul tema ha avuto la meglio ancora una volta l’emendamento voluto dal Partito democratico e riscritto alla nausea per cercare di recepire la maggior parte delle istanze emerse dal dibattito di queste tre settimane di lavori. Il vecchio testo, al comma 8 dell’articolo 22, prevedeva che il presidente, sentita la Conferenza dei Capigruppo, potesse mettere in votazione ordini del giorno su questioni di interesse cittadino o generale non attinenti agli argomenti previsti dal calendario della seduta. Se, un solo consigliere si fosse opposto, con motivazione, l’ordine del giorno sarebbe stato posto in votazione nella seduta successiva. Inoltre, era consentita una breve dichiarazione di voto in dissenso ai Consiglieri e alle Consigliere che avessero voluto astenersi o votare contro tale ordine del giorno. Una disposizione sostanzialmente lasciata invariata dai lavori della Commissione e che, invece, ha subito una sostanziale modifica per iniziativa del Pd che ha limitato la possibilità di presentare i “fuori sacco” a un documento per ogni consigliere, per porre un freno alle pratiche ostruzionistiche.
Decade la possibilità di opporsi alla presentazione del documento per farlo slittare alla seduta successiva e, di conseguenza, resta in capo al presidente la facoltà di non inserire mai in discussione determinati documenti, dal momento che nel dettato regolamentare non è previsto alcun vincolo in proposito. Inoltre, viene abrogata tutta la parte relativa alla dichiarazione di voto in dissenso, facendo così sorgere un dubbio: gli ordini del giorno fuori sacco dovranno solamente essere presentati e votati o potrà esserci una discussione, normata dagli articoli che regolamentano il dibattito tradizionale in aula? La parola spetterà a questo punto all’interpretazione della Segreteria generale e del Presidente del Consiglio comunale di turno: un’incertezza assurda, dopo le innumerevoli ore spese dietro a questa discussione.
«È chiaro – commenta il capogruppo del M5S, Paolo Putti – che è stato chirurgicamente individuato ed eliminato un metodo di lavoro adottato da un gruppo consigliare (lo stesso M5S, ndr) che, evidentemente, dava molto fastidio ad altri ma è inaccettabile che si tolga il potere di iniziativa ad alcuni consiglieri. Tutto ciò è avvenuto per iniziativa del Pd ma su richiesta del Pdl che, in cambio, è disponibile a offrire il proprio appoggio alla modifica degli articoli 54 voluti dalla maggioranza». Vero endorsement da larghe intese o malignità politica? Lo scopriremo la prossima settimana… forse.
Manca ancora la formalizzazione dell’accordo, che dovrà per forza di cosa essere ratificato dal Consiglio comunale, ma il futuro della Valletta Carbonara sarà ancora verde. Risale al 25 giugno 2013 la mozione presentata in Consiglio comunale da Marianna Pederzolli (Lista Doria) e approvata a larghissima maggioranza (qui l’approfondimento) che impegnava sindaco e giunta a modificare la destinazione d’uso di questi terreni all’interno del nuovo Piano urbanistico cittadino, per vincolarli alle funzioni di area pubblica a uso florovivaistico, come previsto dalla Soprintendenza ai Beni architettonici e dalla volontà testamentaria del primo proprietario, Emanuele Brignole. Da allora in Sala Rossa non se n’era più parlato. Fino a ieri, quando rispondendo a un articolo 54, il vicesindaco Stefano Bernini ha illustrato gli ultimi passi del percorso che punta al mantenimento della destinazione agricola dei circa 27 mila metri quadrati a San Nicola, eliminando il parcheggio interrato e altri progetti di natura edilizia previsti in un primo tempo dal progetto preliminare del nuovo Puc.
«È attualmente al vaglio dell’avvocatura – ha spiegato Bernini – il testo dell’accordo tra Comune, Istituto Brignole, Università e Regione che definisce la sistemazione dei rapporti tra i vari enti sull’area. Nel testo è prevista la conferma della permanenza delle felci storiche nella Valletta in un’area in capo al Comune e si manifesta l’interesse da parte dell’Università ad acquisire alcuni spazi verdi per il futuro Campus. La restante parte del terreno rimarrà di proprietà dell’Istituto Brignole che dovrà gestirla in coordinamento con il Municipio Centro Est».
[quote]Una volta sottoscritto l’accordo, l’intervento dell’amministrazione sarà duplice: da un lato l’assessorato all’Ambiente dovrà mettere a sistema la regimazione delle aree dal punto di vista del loro inserimento nel piano del Verde della città; dall’altro, il Municipio dovrà cercare di far coincidere le esigenze istituzionali con le aspirazioni dei cittadini». [/quote]
Ma che cosa ne sarà in concreto di queste aree? Marianna Pederzolli ha evidenziato la necessità di allargare i tavoli di discussione tra i privati e le istituzioni anche alle associazioni che stanno spendendo molte energie per il futuro della Valletta.
«Il 5 aprile 2013 – aggiunge Guido Grillo (Pdl) – la Commissione competente effettuò un sopralluogo su sollecitazione dei cittadini per ascoltare l’illustrazione dell’interessante progetto studiato dal comitato Le Serre. Ora, veniamo a sapere che potrebbero essere sfruttati alcuni finanziamenti europei per mettere in pratica questi contenuti: sarebbe perciò auspicabile che l’amministrazione si attivasse in questo senso».
In sintesi, la proposta del comitato Le Serre (qui l’approfondimento) prevede la realizzazione di uno spazio per attività ricreative, didattiche e produttive attraverso l’insediamento di un polo botanico per la produzione orticola, di un polo vivaistico-produttivo, di alcune serre didattiche e di uno spazio per l’aggregazione sociale. Sarebbe, dunque, importante poter sfruttare un po’ di risorse europee per dare slancio al progetto. «Innanzitutto – precisa Bernini – si dovrebbe trovare un co-finanziatore sia dal punto di vista del personale da impiegare sia dal punto di vista delle risorse meramente economiche. L’Istituto Brignole ha avanzato una proposta che deve necessariamente essere vagliata con attenzione da un apposito tavolo territoriale che, sotto la regia del Municipio, coinvolga tutte le associazioni e i cittadini che hanno a cuore la Valletta».
Sul coinvolgimento dei cittadini punta molto anche Leonardo Chessa (Sel), presidente della Commissione IV – Promozione della Città: «Questo “buco verde”, insieme con la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto, potrebbe diventare un simbolo della tutela del territorio da parte dell’amministrazione. Per fare ciò è necessario però ascoltare – e ho intenzione di farlo in un’apposita seduta di Commissione – i progetti di tutte le associazioni che vivono o vorrebbero vivere quel territorio, iniziando fin da ora un percorso condiviso e partecipativo che possa spianare la strada non appena avremo il via libera formale».
Quindicimila metri quadrati nelle aree ex Ilva per far sorgere il nuovo depuratore di Cornigliano. Il delicato accordo che sancirà il passaggio di diritto di superficie da Autorità portuale a Mediterranea dell’Acque, verrà discusso questa mattina dalle Commissioni V – Territorio e VI – Sviluppo economico del Consiglio comunale convocate in seduta congiunta. Piuttosto singolare il fatto che Stefano Bernini, vicesindaco con delega all’urbanistica nonché presidente della Società per Cornigliano che ha effettuato la bonifica delle aree, non dovrebbe essere della partita. L’amministrazione sarà invece rappresentata dall’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, cofirmataria della delibera assieme al vicesindaco.
Formalmente il provvedimento dà il via libera all’approvazione dello schema di contratto che coinvolge tutti gli attori interessati all’area che ospiterà il nuovo depuratore per il trattamento dei fanghi e delle acque e che consentirà la dismissione degli impianti di via Rolla (attuale depuratore di Cornigliano) e Volpara (Valbisagno).
Innanzitutto – si legge nel documento – “Autorità portuale rinuncia, a fronte di un indennizzo da parte di Società per Cornigliano, alla costituzione in proprio favore del diritto di superficie relativamente alla porzione di area interessata alla realizzazione del predetto impianto di depurazione e accetta che vengano costituite alcune servitù in sottosuolo relativamente alle condotte a servizio dell’impianto medesimo”.
Un primo passaggio fondamentale dato che i 15 mila metri quadrati appartengono alla molto più vasta area ex Ilva (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale per dare il là alla riconversione ad opera di Autorità portuale mediante costituzione di diritto di superficie per 60 anni. Data la strategicità della zona anche per incrementare la capacità di trattamento di percolato della discarica di Scarpino – e non è certo un caso che la delibera arrivi in Commissione proprio in seguito alle emergenze delle scorse settimane, in realtà mai terminate – Autorità portuale si è detta disponibile a rinunciare ai propri diritti sull’area a fronte di 1 milione e 320 mila euro più iva, ovvero 1 milione 610 mila e 400 euro. Ma questo indennizzo, sarà pagato da Mediterranea delle Acque ed arriverà nelle mani di Società per Cornigliano e, successivamente, in quelle dell’Autorità portuale tramite il Comune, entro 30 giorni dalla data di formalizzazione dell’accordo. Entro tre mesi sempre da tale data, invece, Tursi dovrà farsi carico di trasferire il diritto di superficie a Mediterranea delle Acque, attraverso un atto pubblico, per i previsti 60 anni.
Nelle more dell’accordo che abbiamo visto interessare una molteplicità di soggetti, istituzionali e non, è anche previsto l’impegno da parte di Società per Cornigliano a costituire il diritto di passaggio sulle aree circostanti a quelli in cui sorgerà il depuratore, attraverso la strada che realizzerà la stessa Società per Cornigliano, “nonché il diritto di posa e mantenimento delle condotte di collettamento delle acque reflue e, in generale, di collegamento dell’impianto di depurazione con la viabilità e con la rete fognaria esistente” fino a che il depuratore sarà in funzione.
Da parte sua, invece, il Comune definirà la destinazione d’uso delle aree attualmente occupate dal depuratore di via Rolla per riqualificare il quartiere di Cornigliano – che già solamente dalla dismissione dell’attuale impianto trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria – attraverso l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.
Entrando più nel dettaglio, 8 mila metri quadrati serviranno per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi che gestirà anche il materiale proveniente da Punta Vagno non rendendo così più necessario il depuratore di Volpara (qui l’approfondimento di Era Superba sui depuratori genovesi). Ma questa sarà solo la prima e più immediata fase di realizzazione ed entrata in funzionamento del nuovo depuratore. Più complicata, invece, la questione che riguarda i restanti 7 mila metri quadrati su cui sorgerà l’impianto di trattamento delle acque e che potranno essere richiesti dal Comune a Società per Cornigliano soltanto tra i 3 e i 6 anni successivi alla data di stipula dell’accordo (successivamente, in caso di mancata richiesta di Tursi, potrebbe intervenire direttamente Mediterranea delle Acque).
«Questa zona – ci spiega il vicesindaco e presidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini – era occupata dal Gruppo Spinelli che, a suo tempo, ottenne tutte le sue aree attraverso una figura giuridica inesistente: una sorta di comodato a pagamento. In virtù di questo canone, Spinelli ha cercato di far valere il contratto come vera e propria locazione, il ché avrebbe impedito la richiesta di liberazione dell’area prima di 12 anni dalla stipula del contratto. Per farla breve, in fase di accordo si è giunti, da un lato, alla consegna da parte di Spinelli dei 7 mila metri quadrati indispensabili per il depuratore e, dall’altro, al riconoscimento del contratto di locazione a Spinelli fino al 31 dicembre 2017 nelle zone restanti, che alla scadenza torneranno nella disponibilità dell’Autorità portuale».
Ex Ilva, area Sot ancora da bonificare
Uscendo dalla questione depuratore ma rimanendo sempre in zona ex Ilva, resta ancora da definire il futuro della cosiddetta area Sot (Sottoprodotti), l’unica su cui non è stata portata a termine la bonifica da parte di Società per Cornigliano. «La ragione – spiega Bernini – è dovuta al fatto che il terreno è pregno di benzoapirene e benzene, che riaffiorano ogni volta che si va a dissodare il suolo e hanno già causato diversi malori a chi si è trovato a lavorare nelle circostanze. Si è detto che il terreno andrebbe rimosso perché inquina le falde. Non è vero perché sotto c’è il mare. L’unica soluzione è quella di impermeabilizzare e tombare l’area, lasciando lì il terreno ed evitando di rinverdirne gli effetti nocivi con la sua movimentazione». Terminata la messa in sicurezza anche di quest’ultima porzione, Bernini è convinto dell’opportunità di dare vita a un nuovo parco urbano. Ma l’ultima parola spetta alla Regione che ha manifestato l’interesse a valutare l’opportunità di far sorgere qui il nuovo ospedale di Ponente piuttosto che nell’area Erzelli, soprattutto qualora permanessero gli ostacoli al trasferimento dell’Università in collina. Una partita, questa, ben lontana dal triplice fischio.
Il 5 novembre, rispondendo a un articolo 54 allora sollevato dal consigliere Mario Baroni, l’assessore al Demanio e al Patrimonio, Francesco Miceli, aveva annunciato che la “Marinella” di Nervi avrebbe presto conosciuto il nome dei suoi nuovi gestori. A tre mesi da allora, lo stesso Baroni è tornato a porre la questione all’attenzione del Consiglio comunale dato che nel frattempo non è stato riscontrato alcun progresso: «È impensabile – ha detto l’esponente del Gruppo Misto – che in uno dei luoghi più affascinanti della nostra città permanga ancora questo spettacolo indegno. Proprio poche ore fa ho avuto conferma che continuano gli ingressi abusivi nella struttura da parte di persone senza fissa dimora, come già segnalato in passato». Il consigliere ha anche aggiunto che la struttura è sempre più fatiscente e lo stato di abbandono la espone costantemente all’erosione degli elementi naturali, come hanno ampiamente dimostrato le mareggiate dello scorso weekend.
«Abbiamo bisogno che la passeggiata porti un indotto turistico – ha tuonato il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – e non capisco perché la giunta abbia il freno a mano tirato su questa situazione. È vero che l’edificio sorge su terreno demaniale ma è anche vero che la struttura è abbandonata da due anni».
«Non c’è nessun freno a mano tirato da parte del Comune – ha risposto Miceli – dato che il Tribunale di Genova ha dichiarato il fallimento della società che gestiva l’impianto solamente il 15 novembre 2012. Da quel momento l’amministrazione si è mossa per ottenere gli interessi dei privati, anche se il bene era ed è ancora sotto la custodia del curatore fallimentare. Nel frattempo, sono anche stati fatti diversi sopralluoghi con successivi interventi della polizia per allontanare alcune presenze abusive».
Come già anticipato tre mesi or sono, l’assessore ha confermato il recepimento di 6 manifestazioni di interesse da parte di privati per subentrare nella riqualificazione e gestione dell’immobile. Tuttavia, prima di procedere alla scelta dell’offerta migliore e quindi alla nuova concessione della Marinella, è necessario superare un ultimo ostacolo: la formalizzazione della procedura, infatti, è subordinata alla rimozione della “storica” veranda sul mare, costruita dal precedente gestore in violazione delle norme urbanistiche e paesaggistiche. In sostanza, la veranda è un abuso edilizio perché è stata realizzata senza le necessarie autorizzazioni e va, dunque, eliminata.
Perché questa “bonifica” dell’immobile non è ancora stata effettuata? La ragione va ricercata nel fatto che attualmente la Marinella, di proprietà del Demanio marittimo e gestita per convenzione dal Comune, è in custodia del curatore fallimentare della società che gestiva l’impianto nel passato: il 6 febbraio la direzione Patrimonio e Demanio del Comune di Genova ha intimato al curatore di procedere alla rimozione della struttura per poter concludere la gara di assegnazione della nuova concessione. Il curatore avrà ora 20 giorni di tempo per provvedere, altrimenti la veranda verrà eliminata direttamente dal Comune addebitando i costi al curatore, il quale tuttavia ha già risposto che entro la fine del mese sistemerà la situazione.
«Eliminato l’abuso – assicura Miceli – si potrà finalmente procedere con l’assegnazione dell’immobile che manterrà la destinazione d’uso precedente di stazione balneare e albergo-ristorante. La speranza è dunque di vedere la struttura riaperta già entro l’estate». Non facilissimo, dato che dopo la formalizzazione della nuova concessione, i privati dovranno innanzitutto provvedere alla ristrutturazione del bene. Senza dimenticare che l’eliminazione della veranda rischia di togliere grande appeal dal punto di vista turistico-commerciale.
«Non rendendo più agibile la parte prospiciente al mare – sottolinea il consigliere Baroni – la Marinella perderebbe molto del suo fascino. Tra l’altro non mi spiego come non sia stato possibile intervenire nel passato: fare delle sanzioni a un’azienda fallita mi sembra tempo perso».
«Senza la balconata – fa eco Lilli Lauro – l’immobile rischia di diventare un pacco commerciale e non so se i sei privati sarebbero sempre interessati. Perché, invece di eliminarla, non la rendiamo sicura dal punto di vista strutturale e paesaggistico? Rimuoviamo solo lo stretto necessario e provvediamo alle necessarie autorizzazioni, naturalmente facendo pagare i nuovi concessionari per poter utilizzare lo spazio sul mare».
La sensazione è che l’iter per la rimozione sia ormai definitivamente partito. Ma non è detto che i nuovi gestori, appena ottenute le chiavi della struttura, non possano muoversi per restituire alla Marinella il suo sguardo sul mare di Nervi, in piena legalità. D’altronde, ne avrebbero tutti gli interessi.
Un grande museo all’aperto lungo tutti i 19 chilometri di mura che raccolgono manufatti del XVI-XVII secolo. È questo il fulcro del nuovo, ambizioso progetto del Settore Progetti Speciali del Comune di Genova che punta alla riqualificazione di tutti i Forti di Genova che erano parte del sistema difensivo cittadino. Un programma di valorizzazione che passa necessariamente dal trasferimento a titolo gratuito della proprietà dal Demanio storico-artistico, appunto, al Comune. E non si tratta solo dello Sperone, del Diamante o del Puin: il sistema comprende, infatti, una ricchissima serie di polveriere, trincee, torri e altri manufatti magari più sconosciuti a molti genovesi ma studiati con grande attenzione a livello europeo.
«In passato la città aveva innanzitutto puntato sul mare e sul recupero del Porto Antico – spiega l’architetto Anna Iole Corsi, dirigente del settore Progetti speciali della Direzione Patrimonio e Demanio – poi si è passati ai palazzi dei Rolli e al centro storico, ora è venuto il momento di pensare ai nostri monti». L’obiettivo, dunque, è quello di programmare nel dettaglio una serie di interventi di trasformazione per ogni bene, rendendolo accessibile alla cittadinanza e mettendo a frutto le proprie peculiarità. Per questo motivo, ad esempio, a Forte Begato potrebbe sorgere una sorta di albergo storico con attività di catering (ricevimento per matrimoni, battesimi, feste e anniversari…), mentre lo Sperone dovrebbe diventare il punto di accoglienza principale per chi vuole addentrarsi nel Parco Urbano della Mura. Man mano che ci si addentra lungo i percorsi sulle colline genovesi, invece, sono previste altre attività di rifugio per escursionisti, scout e associazioni.
Il Comune, naturalmente, non ha un euro quindi tutto il programma di valorizzazione deve essere pensato con un forte concorso di soggetti privati che possano essere interessati a riqualificare e prendere in gestione gli immobili, attraverso concessioni a canoni ragionevoli. «È impensabile – ammette Corsi – che il Comune gestisca direttamente questi spazi ma dovrà farsi garante affinché tutti i beni vengano presidiati efficacemente. Dovremo quindi redigere un attento bilancio gestionale ed economico in modo che gli interventi più attrattivi si portino a ruota anche quelli più di servizio, in cui è necessariamente prioritario una partecipazione del settore pubblico».
Il progetto di riqualificazione dei Forti di Genova e del Parco urbano delle Mura
A livello operativo, gli uffici stanno predisponendo un programma generale che riguarda l’intero sistema fortificato, dall’altro sono già in fase di elaborazione alcuni zoom di dettaglio sui singoli beni. «Il trasferimento della proprietà – spiega l’architetto Corsi – avverrà per fasi perché è impossibile pensare che il Demanio ceda in un blocco solo 19 chilometri di percorsi con tutti i rispettivi manufatti. E meno male perché, altrimenti, la situazione sarebbe difficilissima da gestire. È necessario, dunque, lavorare in parallelo sul progetto d’insieme e sui particolari delle fortificazioni che ci auguriamo entreranno per prime in nostro possesso».
Il primo focus, con un programma sostanzialmente già pronto e illustrato in Consiglio comunale alla Commissione competente, si concentra sul Parco urbano delle Mura e sui forti Begato e Sperone, «un po’ per posizione, un po’ per le funzionalità, un po’ perché Begato è già stato restaurato» commenta Corsi.
Partiamo, dunque, dal Forte Begato, caserma del XIX secolo già sistemata negli anni ’90 ma mai data in concessione e lasciata all’abbandono e al degrado. Data la sua facile accessibilità carrabile e pedonale, potrebbe diventare un polo di richiamo sia di servizi cittadini sia di opportunità turistiche. Al piano terra è stato pensato l’insediamento di attività artigianali e creative, con laboratori legati al tema della sostenibilità. Ci sarebbero poi gli spazi per dare vita a un piccolo centro museale sulla storia delle mura e dei forti, ma il fiore all’occhiello di tutta la struttura dovrebbe diventare la parte dedicata a funzioni alberghiere e ricettive con attività di catering come già avviene in altri luoghi di interesse storico (ricevimenti di matrimoni, feste, convegni). Nell’area esterna, invece, esiste già lo spazio per ospitare una trattoria e piccole fiere periodiche. Inoltre, si pensa anche all’insediamento di qualche attività sportiva compatibile con il manufatto storico, come pedane per la scherma e arti marziali. Insomma, un polo fortemente multifunzionale, con tanti servizi integrati e un presidio continuativo garantito probabilmente anche da un apposito guardianaggio.
Per quanto riguarda il Forte Sperone, invece, si punterà di più sulla promozione turistica di quello che potrebbe diventare un vero e proprio museo all’aperto. Oltre al classico info point per le attività escursionistiche, è previsto l’insediamento di un noleggio mountain bike e cavalli per godersi al meglio il Parco Urbano delle Mura. Anche in questo caso vi sono gli spazi interni per attività artigianali, laboratoriali e di commercio a chilometro zero ma anche la possibilità di ospitare mostre temporanee e spettacoli che già periodicamente hanno trovato spazio al forte. Infine, nel programma di rivalutazione è prevista anche la creazione di un percorso interno allo Sperone che culmini sul terrapieno con un affascinante punto di osservazione su tutta la Superba.
Difficile, se non impossibile, parlare di tempistiche. Mentre per quanto riguarda il trasferimento sempre a titolo gratuito di beni attualmente di proprietà del Demanio civile e militare la legge prevedeva scadenze precise (in realtà del tutto disattese dato che entro la fine di gennaio sarebbero dovute arrivare tutte le risposte, ma al momento ci si ferma a 4 e neppure formalizzate sulle circa 120 domande inviate, qui l’approfondimento), qui siamo di fronte a una assoluta assenza di vincoli. La legge, infatti, prevede che il passaggio di proprietà si possa configurare solo in seguito all’approvazione di programma dettagliato di valorizzazione da parte del tavolo operativo a cui, oltre al Comune, si siederanno il direttore regionale della Sovrintendenza dei beni culturali e il Demanio storico-artistico attuale proprietario dei forti. «Tenuto conto dello stato di avanzamento dei lavori – si augura l’architetto Corsi – è possibile che un primo incontro di questo tavolo operativo avvenga in estate per valutare la fattibilità del progetto di massima. Se così fosse, entro fine anno potremmo avere l’assenso al trasferimento della prima fase, quella dei forti Begato e Sperone».
Perché questo nuovo progetto di riqualificazione dovrebbe avere successo a differenza dei diversi tentativi già fatti in passato?
A risponderci è ancora Anna Iole Corsi: «Innanzitutto la novità più importante è che si è sempre parlato di immobili di proprietà demaniale mentre adesso entriamo in una ottica di passaggio di proprietà al Comune che, al momento, non ha neppure le chiavi per entrare ai forti. Una situazione che certamente ci responsabilizza maggiormente ma ci dà anche un respiro molto più ampio per quanto riguarda la gestione: certo, dovremmo sempre tenere presente il coordinamento con la Sovrintendenza, ma i padroni di casa saremo noi». Senza dimenticare che l’acquisizione è praticamente a costo zero per le casse di Tursi, fatto salvo il lavoro degli uffici che devono presiedere alle operazioni. Ulteriore elemento che dovrebbe far presupporre una buona riuscita del progetto è proprio la sua globalità. «Il sistema – sottolinea Corsi – ha senso solo se viene considerato nel suo complesso di programma unitario perché tutte le parti devono differenziarsi ma funzionare tra loro in maniera perfettamente integrata».
Le linee guida per gli altri forti
In questo senso allora, ecco che a fianco al primo “blocco” Begato-Sperone, si possono identificare già altre linee guida: «L’importante – sostiene l’architetto – è differenziare le attività il più possibile, tenendo conto delle peculiarità di ogni struttura. Senza pensare a cose faraoniche ma prevedendo interventi che consentano un presidio costante e la reale partecipazione della gente». Come dire, inutile fare un albergo al Puin visto che ci si può arrivare solo a piedi. Così, questo approvvigionamento del XIX secolo è destinato a diventare “luogo di sosta e alloggio temporaneo per itinerari escursionistici” e per “attività didattiche e formative per associazioni”. Viene, inoltre, confermata la nobile destinazione sociale del Forte Tenaglia (forte difensivo e batteria antiaerea con elementi risalanti al XVI e al XIX secolo), già attualmente in concessione all’associazione “La Piuma” (qui l’approfondimento) che vuole farne la sede di una casa famiglia con attività didattiche legate al campo agricolo e dell’allevamento.
Al Forte Belvedere (qualitativamente simile al Tenaglia), invece, è previsto un polo di servizi pubblici a carattere sportivo che non può prescindere, però, dal ripristino dell’accessibilità pedonale. Lo stesso dicasi per il Crocetta che potrebbe essere direttamente collegato al Tenaglia. Tra i manufatti che insistono sul Parco urbano delle Mura, c’è anche il forte Castellaccio, porta di accesso al Peralto con la sua Torre Specola utilizzata in parte come magazzino dell’Istituto Idrografico della Marina e parte occupata da una nota osteria.
Venticinque sedute di commissione e 70.000 euro impiegati per valutare nel dettaglio tutte le modifiche da apporre al Regolamento del Consiglio comunale di Genova. Un lavoro certosino che va avanti da mesi e che Era Superba vi ha raccontato dettagliatamente nei mesi scorsi (qui l’approfondimento). Ieri, finalmente, questo lavoro è arrivato in aula dove avrebbe dovuto essere definitivamente ratificato da tutti i consiglieri con una conferma degli orientamenti già espressi in Commissione. E, invece, sono stati presentati oltre 70 emendamenti, come se la materia non fosse mai stata discussa. Così, la giornata si è conclusa con molte polemiche e nessun nuovo regolamento.
Un epilogo già previsto dalla Lista Doria che nel corso del pomeriggio commentava ironicamente su Facebook:
[quote]Evidentemente i commissari non hanno lavorato né bene né abbastanza! Ci domandiamo cosa ne possono pensare i cittadini; noi pensiamo che l’obiettivo doveva essere quello di migliorare il funzionamento del consiglio comunale, viceversa siamo di fronte ad un braccio di ferro che non porterà ad alcun cambiamento.[/quote]
Una posizione che non trova d’accordo i compagni di maggioranza del Partito democratico: «Il lavoro della commissione è certamente meritevole – ha detto in Sala Rossa il capogruppo, Simone Farello – ma faccio presente che su alcune modifiche ci eravamo espressi contrariamente anche in quella sede. Non c’è nulla di strano nel fatto che i documenti passati in commissione possano essere rimessi in discussione in aula, dove magari hanno la possibilità di intervenire consiglieri che non fanno parte di quella determinata commissione».
Critico il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro: «Per noi il regolamento andava bene così. Abbiamo sempre detto che si trattava di commissioni inutili perché, anche se in maniera difficile, siamo sempre riusciti a parlare sull’argomento che dovevamo discutere anche grazie al presidente che si è fatto unico garante».
Voci di corridoio, però, dicono che dietro a questo nuovo sparigliamento di carte ci sarebbe un accordo politico tra Pd e Centrodestra per non far passare la modifica del regolamento sugli articoli 54, voluta da Alfonso Gioia e approvata dalla Commissione, che toglierebbe qualsiasi discrezionalità di scelta al presidente del Consiglio comunale (qui l’approfondimento con il presidente Guerello) sugli argomenti da inserire tra le interrogazioni a risposta immediata.
Ecco allora il via libera alle modifiche anche nel plenum dell’assemblea, con il M5S in prima fila, persino attraverso un apposito appello ai propri attivisti per proporre emendamenti attraverso le pagine del proprio sito.
A che cosa sono servite 25 sedute di commissione?
La bagarre politica si è, dunque, concentrata sul valore dei lavori della commissione. « La commissione ha votato su tutti gli articoli cercando la condivisione più piena, dando luogo a maggioranze eterogenee che hanno modificato gli articoli. Adesso ci troviamo a ribaltare ciò che la commissione ha deciso a maggioranza. È corretto?» ha chiesto Gian Piero Pastorino, capogruppo di Sel. «Dopo che la commissione si è riunita per 25 volte e per un costo di decine di migliaia di euro per i contribuenti – ha detto Enrico Musso – arrivare in aula con emendamenti mai preannunciati è un grave colpo di mano. Ancor più grave se la maggioranza lo fa per modificare la tutela delle opposizioni prevista dal regolamento».
Ma il più agguerrito è stato naturalmente il consigliere Gioia che, in qualità di ex presidente del Consiglio provinciale, in tema di Regolamento si sente colto nel vivo: «Le questioni più delicate riguardano proprio la riforma degli articoli 54 e degli ordini del giorno fuori sacco – ha ricordato il capogruppo dell’Udc – aspetti che avevano presentato in aula situazioni che non rispettavano i principi di democrazia e di autonomia di ogni singolo consigliere. Più volte il presidente è stato redarguito da vari gruppi consigliari per non averli tenuti in considerazione nella calendarizzazione degli articoli 54. Più volte sono stati portati ordini del giorno fuori sacco in maniera strumentale per bloccare i lavori del consiglio. Se ci siamo riuniti per limare questi due articoli e dopo lunghe discussioni siamo arrivati a una quadra, ma poi arriviamo in aula e cambiamo di nuovo tutto, allora le commissioni sono inutili». Secondo Gioia, la discussione in Sala Rossa avrebbe semplicemente dovuto prendere atto del lavoro svolto in commissione, accompagnarlo con una considerazione politica e portare all’approvazione unanime del nuovo regolamento. «Un nuovo regolamento è assolutamente necessario – ha proseguito il capogruppo Udc, rispondendo alla collega Lauro – secondo quanto previsto oggi si potrebbe anche configurare la situazione in cui a un consigliere non venga garantita la possibilità di intervenire di propria iniziativa durante tutti i 5 anni di mandato. Questo va fuori da qualsiasi convenzione democratica perché il Regolamento, che non parla di maggioranza o minoranza, deve avere l’unico scopo di garantire l’espletamento del mandato di ciascun consigliere».
Su questo tema è sembrato concordare anche Guido Grillo, il decano del Consiglio comunale in quota Pdl, da sempre molto attento al lavoro delle commissioni: «Se non vogliamo vanificare il lavoro della Commissione, sarebbe corretto limitare la presentazione degli emendamenti su questo tema. Noi, ad esempio, ne abbiamo solo tre relativi a una delle questioni più delicate, quella degli articoli 54».
A dire il vero, i grillini sarebbero stati disposti a fare un bel passo indietro, rinunciando alla presentazione di tutti gli emendamenti qualora fossero stati seguiti in quest’azione anche dalle altre forze politiche. «Non li avremmo mai presentati se tutto si fosse svolto come inizialmente previsto – ha spiegato il capogruppo del M5S, Paolo Putti – ma come a Roma c’è chi si mette d’accordo per regalare miliardi alle banche, qui a Genova abbiamo chi si mette d’accordo per un articolo 54».
L’accordo tentato più volte nella giornata di ieri, a lavori già in corso, non è mai giunto a buon fine. Non restava, dunque, che iniziare la discussione con l’analisi di tutti gli emendamenti, in ordine di articolo di regolamento interessato. Peccato che buona parte di questi emendamenti al nuovo testo siano stati presentati all’ultimo minuto senza dare la possibilità alla Segreteria generale di valutarne l’ammissibilità. Così, i lavori del Consiglio sono stati interrotti più volte finché, intono alle 19.30, il presidente Guerello in accordo con i Capigruppo, ha bloccato il confronto all’articolo 6 del regolamento (in totale gli articoli sono 69), passando agli altri punti all’ordine del giorno, con la speranza che nella settimana che ci separa dalla prossima seduta gli animi si plachino e qualche emendamento cada naturalmente.
Un errore grossolano
Per onor di cronaca va segnalato che la giornata non era iniziata bene fin dalle prime battute. Che ci fosse aria di contrasto lo si presumeva dalle parole del presidente Guerello che, a inizio discussione, aveva anticipato la propria astensione sulle singole votazioni ma l’appoggio al testo definitivo, qualunque esso fosse. Ma la pratica ha rischiato di essere rimandata ancor prima di passare al vaglio delle valutazioni dell’aula per un vizio di forma sottolineato dai consiglieri Anzalone e Gioia: il Regolamento, infatti, richiama alcuni articoli dello Statuto del Comune di Genova che non corrispondono alle questioni normative di cui si parla.
Errore materiale dovuto a una versione errata dello Statuto presa a riferimento? Fatto sta che, con la mediazione della Segreteria generale, il presidente Guerello ci ha messo una pezza, inserendo nella delibera di Consiglio che prevedeva la modifica del Regolamento una sorta di clausola di garanzia e salvaguardia per tutti i richiami eventualmente da correggere ad opera degli uffici. Un provvedimento che non ha suscitato grande scompiglio tra i consiglieri ma che ci lascia piuttosto perplessi se consideriamo da quanto tempo si parla di questa delibera senza che nessuno si sia accorto degli errori macroscopici.
Dopo la presentazione avvenuta nelle scorse settimane da parte del ministro dei Trasporti Maurizio Lupi del Piano nazionale degli aeroporti e l’assegnazione all’ aeroporto di Genova del grado di scalo “di intersse nazionale” (per quanto riguarda il nord ovest insieme a Milano Linate, Torino, Bergamo, Brescia e Cuneo – Milano Malpensa l’unico definito “strategico”), il tema aeroporto è tornato oggi in Consiglio comunale. I consiglieri Rixi (Lega Nord) e Gioia (Udc) hanno infatti presentato un articolo 54 (interrogazione a risposta immediata) all’assessore al Turismo Carla Sibilla per fare il punto sulle azioni messe in campo dal Comune per il rilancio del Cristoforo Colombo anche e soprattutto in ottica della nuova gara dopo quella andata deserta per l’acquisizione da parte di privati della quote (60%) di Proprietà dell’Autorità Portuale.
In attesa della nuova gara per la privatizzazione e il rilancio dello scalo, che lo stesso Doria nei giorni scorsi ha definito “da non sbagliare”, il consigliere comunale Alfonso Gioia si è concentrato sul mancato “status” di aeroporto strategico: «Qualche anno fa al Colombo venne attribuito lo status di scalo strategico con possibilità di sviluppo, anche grazie al porto. Ora da Roma arriva una valutazione diversa: il Colombo non è più tra gli aeroporti a carattere strategico, è stato declassato a carattere nazionale. Ma Lupi ha anche detto che questa dicitura bisogna guadagnarsela, acquisendo una caratterizzazione e integrazione con gli aeroporti vicini».
Per quanto riguarda il Piano presentato dal ministro Lupi (il cui iter di approvazione è ancora lungo), sono stati individuati 11 aeroporti “strategici” e 26 “di interesse nazionale” dopo aver suddiviso lo stivale in dieci bacini di traffico e aver quindi assegnato per ognuno di essi un solo aeroporto strategico (ad eccezione del bacino centro-nord a cui ne sono stati assegnati due). Concentrandoci sull’area che riguarda Genova, leggiamo sul Piano alla voce Criteri per l’individuazione degli aeroporti strategici: “Per l’identificazione degli aeroporti strategici di ciascun bacino sono stati presi in considerazione, innanzitutto, gli aeroporti inseriti nella core network europea, tra i quali, in primis, i gate intercontinentali (Milano Malpensa, Venezia, Roma Fiumicino). Pertanto, laddove, come nel bacino Nord-Ovest, sono risultati inseriti più aeroporti rientranti nella core network, si è individuato quale aeroporto strategico del bacino quello rivestente il ruolo di gate intercontinentale, ossia Milano Malpensa.” Diverso dunque il criterio di base del nuovo documento rispetto all’atto di indirizzo presentato dall’ex ministro Passera un anno fa, che individuava 31 scali (fra cui Genova) di interesse nazionale e i restanti sotto diretta gestione delle regioni che a loro volta avrebbero anche potuto deciderne la chiusura.
L’assessore Carla Sibilla ha risposto così ai consiglieri Rixi e Gioia sulle azioni intraprese da Tursi: «Abbiamo firmato un accordo con numerosi soggetti per realizzare la progettazione della fermata ferroviaria e il posteggio di interscambio in aeroporto (qui approfondimento di Era Superba, ndr). Nel frattempo lavoriamo per mantenere e implementare le rotte già avviate, per aumentare i voli, insieme a Regione e Unioncamere che investiranno in nuovi voli selezionati di comune accordo con gli operatori turistici della città. Sulle rotte esistenti, in particolare, l’obiettivo è quello di renderle maggiormente stabili, oltre che puntare a crescere come frequenza o, nel caso di tratte più lunghe, capienza».
Accompagnare i cittadini immigrati in un percorso individuale di riappropriazione, riconoscimento e valorizzazione delle proprie competenze formative e professionali, finalizzato a una certificazione formale cruciale per il potenziamento della propria collocazione all’interno del mercato del lavoro. È questo il cuore di “Rivaluta”, il progetto realizzato dai Comuni di Genova e Savona, con la partnership di Arci Liguria, la cooperativa La Comunità e il Job Centre, grazie a un finanziamento del Ministero deli Interni attraverso il Fondo Europeo Immigrazioni pari a 170 mila euro.
«Rivaluta – spiega Walter Massa, presidente regionale di Arci Liguria – si rivolge a immigrati con una buona, se non ottima conoscenza della lingua italiana, con una situazione lavorativa discreta e quindi non direttamente in cerca di occupazione ma con la volontà di dedicare un po’ di tempo alla valorizzazione delle proprie competenze, continuando nel frattempo a portare avanti il proprio lavoro». Il progetto, che lo stesso Massa sottolinea ricalcare la falsa riga di quanto già pensato da Arci negli ’90, non va considerato alla stessa stregua di un job placement: il fine ultimo, infatti, non è quello di offrire un posto di lavoro agli immigrati coinvolti, quanto di valorizzare e certificare le competenze pregresse, secondo diversi percorsi personali. Gli interessati possono inviare una mail all’indirizzo istituzionale rivaluta@comune.genova.it e, prima di aderire formalmente al progetto, verranno contattati per partecipare a un incontro collettivo di presentazione dettagliata. A chi deciderà di iniziare il cammino, verrà proposto un percorso individuale volto a ricostruire il proprio passato per cercare di mettere a frutto professionalità acquisite nella propria terra.
«Il vero obiettivo – prosegue Massa – è quelli di poter dare, ad esempio, a un cittadino indiano qualche possibilità in più invece di fargli pascolare le mucche perché nell’immaginario collettivo deve fare il pastore, quando invece non si tiene conto che l’India ogni anno produce un milione e mezzo di ingegneri elettronici».
«Parliamo spesso di fuga di cervelli perché in Italia abbiamo percorsi bloccati da baronati vari o rigidità complessive del sistema – commenta l’assessore allo Sviluppo economico, Francesco Oddone – ma abbiamo risorse che arrivano nel nostro paese e sembra che non vogliamo utilizzare per una sorta di amnesia a livello politico. Nel momento in cui riuscissimo ad abbattere queste barriere, potremmo dare il via a progetti virtuosi che aumentino la produttività del sistema, dando ai cittadini immigrati una dimensione diversa. Molti cittadini italiani con competenze manuali – prosegue Oddone – hanno paura di una competenza impetuosa da parte degli immigrati, con questo progetto invece cerchiamo di dare ossigeno e creare spazi all’inserimento verso l’alto. Tra gli immigrati, infatti, ci sono dottorati in biologia che fanno i facchini e noi, invece, ci lamentiamo sempre che non abbiamo inserimenti di qualità. Non utilizzare queste competenze è un errore, peggio di un crimine».
La parole di Oddone sono confermate dai numeri. Nel terzo trimestre del 2013, nel nord ovest italiano, infatti, a parità di livello di istruzione (“laurea e post lauream”), la quota di lavoratori comunitari ed extracomunitari impiegati con mansioni di basso livello è pari al 25,5% del totale di lavoratori stranieri impiegati, mentre per gli italiani ci si ferma allo 0,5%. Per contro, gli italiani svolgono per l’83,8% mansioni dirigenziali, professioni intellettuali e tecniche, a fronte di appena il 32,6% tra i lavoratori stranieri.
«Naturalmente – spiega l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini, prevenendo una delle più plausibili obiezioni – la questione della valorizzazione delle competenze riguarda anche i cittadini italiani. Ma, prima di tutto, i cittadini stranieri sono quelli che hanno maggiori problemi formali e culturali per il riconoscimento dei loro titoli e delle loro professionalità e, secondariamente, siamo di fronte a un finanziamento del Fondo europeo per l’immigrazione per cui era necessario impiegare queste risorse in questo senso».
«Dobbiamo entrare nell’ottica – ribadisce Fiorini – che cervelli e braccia si spostano in Europa e sulla faccia della terra. Come abbiamo persone che hanno lasciato Genova, ne abbiamo altre che sono arrivate e che non vanno considerate solo come braccia ma anche come cervello. Questo vuol dire puntare sulle pari opportunità e valorizzare Genova in ottica internazionale, potendo contare su linfa fresca e giovane».
Al progetto “Rivaluta” possono partecipare tutti i cittadini non comunitari, con regolare permesso di soggiorno, buona conoscenza della lingua italiana e residenza nei comuni di Genova e Savona. «Si tratta di fare un inventario delle competenze che ognuno ha nel proprio bagaglio – dice Claudio Oliva di Job Centre – cercando di capire che cosa si può mettere nuovamente a frutto. Si lavora anche sulla storia passata della persona per rivedere e rilegittimare il proprio progetto di vita». Insomma, si cerca di ricostruire un curriculum non tanto per etichette quanto per esperienze concrete. Dopodiché parte il lavoro per la validazione e la certificazione dei titoli ottenuti e della professionalità maturata. Per quanto riguarda gli studi, Rivaluta svolge il ruolo di facilitatore nel processo di validazione in capo all’Università e al ministero dell’Istruzione. Dal punto di vista professionale, invece, la strada più semplice è quella dell’attivazione di un tirocinio presso una delle oltre 500 aziende che già collaborano a vario titolo con il Comune nel settore delle politiche del lavoro, in ottica di inserimento lavorativo, per cui tra l’altro sono a disposizione altri fondi specificamente dedicati all’avvio di stage.
Partito a fine dicembre, “Rivaluta” coinvolge attualmente 4 operatori nel Comune di Genova e 3 in quello di Savona, non a tempo pieno. Per ora, i contatti sono stati 35, (59% donne, 41% uomini), sfociati in 31 colloqui e 20 adesioni formali al progetto, che ha già prodotto la stipula di 7 nuovi contratti di lavoro. Le 20 persone attualmente coinvolte, 7 uomini e 13 donne di cui più della metà ha meno di 40 anni, provengono da 11 nazionalità diverse (6 Marocco, 2 Cuba, Perù, Tunisia e Ucraina, 1 Argentina, Bahamas, Benin, Cile, Congo, Iran): di queste il 70% è occupato ma solo il 20% a tempo indeterminato e il 10% a tempo determinato; il 35%, invece, svolge lavoro in modo discontinuo mentre il 5% ha un’occupazione in nero.
«Tutto il progetto – sottolinea Oliva – non ha alcun senso se non c’è una collaborazione fattiva di chi decide di partecipare: il cittadino immigrato, insomma, deve diventare protagonista della propria valorizzazione professionale in prima persona». «A fine anni ’90 – ribadisce Massa – si parlava di ricerca attiva del lavoro, oggi potremmo dire che siamo di fronte a una ricerca attiva di un lavoro più confacente alle proprie competenze». Capita così che durante i colloqui personali venga fuori una particolare predisposizione alla sartoria e poco dopo si venga assunti dalla sartoria del Teatro Carlo Felice, oppure che si manifestino delle particolari abilità di segreteria e si diventi segretaria amministrativa dell’Arci.
«Finalmente – chiosa l’assessore alle Politiche Socio Sanitarie, Emanuela Fracassi – abbiamo un progetto che parla di sviluppo e prospettiva anche nell’ambito delle politiche sociali. Ora anche i servizi sociali degli ambiti territoriali hanno uno strumento diverso per proporre un percorso di sviluppo e investimento per le competenze. Se vogliamo che le politiche sociali non siano interpretate solo come strumento di contrasto al disagio, questa integrazione tra sociale, lavoro e diritti deve essere un circolo virtuoso che ci permette di cambiare prospettiva».
Rivaluta, per il momento, ha vita garantita fino al prossimo giugno: «Ma abbiamo già avviato il cammino per ottenere un sostegno economico dalla Regione Liguria – assicura Massa – al fine di proseguire anche in futuro questo progetto virtuoso che ha già dato risultati importati rispetto al reinserimento nel mondo del lavoro».
La Gronda per il Pd non è più un tema politico. «Il percorso è già tracciato: la decisione è stata presa già da tempo ed è frutto di un dibattito condiviso, sul modello francese, a cui hanno avuto modo di partecipare tutti i cittadini. Ora che si hanno le necessarie autorizzazioni ministeriali, si tratta di convocare la Conferenza dei servizi, azione che spetta al Ministero delle Infrastrutture e a Società Autostrade». Chiaro e sintetico il messaggio lanciato ieri da Alessandro Terrile, segretario provinciale del Partito democratico.
Destinatario ancora una volta, anche se mai direttamente esplicitato, il sindaco Marco Doria accusato di eccessivi tentennamenti e di una mancata presa di posizione chiara e definitiva su un’opera che al primo cittadino, e non solo, solleva in realtà grandi perplessità (qui l’inchiesta di Era Superba che precedeva la VIA del Ministero, ndr).
«In Conferenza dei servizi – ha proseguito Terrile – Regione e Comune dovranno arrivare con una posizione unitaria che è quella di far partire i cantieri il prima possibile. Il problema allora non è più politico ma, tutt’al più tecnico: si dovrà, cioè, far capire al territorio quali saranno i disagi necessari e inevitabili e come contenerli al minimo negli anni di costruzione della Gronda».
Secondo il Pd, dunque, i giochi sarebbero sostanzialmente fatti. Ma la realtà non è poi così semplice. Innanzitutto, bisognerebbe capire chi saranno i rappresentati del Comune che prenderanno attivamente parte alla Conferenza dei servizi. Se si trattasse di un’anima democratica, allora l’unità di intenti con la Regione, fortemente caldeggiata dai fautori dell’opera, potrebbe essere cosa semplice. Diverso, invece, il panorama che potrebbe aprirsi se i dubbi del sindaco Doria dovessero farsi “ufficiali”. In questo caso, al primo cittadino non mancherebbe il sostengo di tutte quelle associazioni e movimenti che, per buona parte, hanno contribuito al suo successo elettorale.
Le autorizzazioni ministeriali, VIA (Valutazione Impatto Ambientale): facciamo chiarezza
È proprio sulle prescrizioni del Ministero inserite all’interno della VIA che punta chi la Gronda non la vede proprio così di buon occhio: «Le prescrizioni sono osservazioni in gran parte già emerse nel corso del dibattito pubblico – dice Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria – e il tempo che è intercorso da allora non fatto altro che produrre un peggioramento di queste situazioni dal punto di vista idrogeologico. Insomma, se il Ministero dell’Ambiente ha imposto 43 prescrizioni, comprese alcune che riguardano la tutela monumentale e archeologica del paesaggio, non è vero che non c’è impatto ambientale, anzi. Poi – conclude Pignone – dal punto di vista ingegneristico, come gli ingegneri insegnano, tutto è possibile: infatti, è talmente tutto possibile che crollano ferrovie, vengono giù i monti e le persone perdono la vita a seguito delle alluvioni».
Pignone è anche uno dei più noti “Amici del Chiaravagna” che sulle pagine del proprio sito sottolineano un aspetto per nulla secondario proprio rispetto alla Valutazione di Impatto Ambientale:
[quote]A causa della “Legge Obiettivo” la VIA non può che concludersi positivamente, ovvero con un assenso eventualmente corredato da prescrizioni. Questo succede perché, sempre per legge, la commissione VIA non può valutare l’utilità di una opera quando questa è stata dichiarata strategica dal Governo, come nel caso della Gronda.[/quote]
In sintesi, il fatto che la VIA sia stata positiva non va salutato come un grande successo né tantomeno vuole dire che l’opera sia utile quanto, tutt’al più, fattibile nel rispetto di una lunga serie di prescrizioni. Che, se davvero rispettate alla lettera, sembrerebbero poter mettere seriamente a rischio la realizzabilità dell’opera. Un esempio? «Ne citiamo solo una – si legge in una nota stampa rilasciata dal Coordinamento Comitati No Gronda che punta il dito contro lo spreco di risorse da investire piuttosto per la messa in sicurezza del territorio – viene richiesto che la velocità del vento non debba superare i 5 m/s, pena il blocco del cantiere. Per carità, ci dicono, sarà tutto a tenuta stagna, non esisterà nessun rischio “amianto” per la popolazione e per la verdura del mercato ortofrutticolo, vicino al quale sarà stoccato il materiale di scavo, ma allora perché il Ministero ha ritenuto necessaria questa gravosa condizione? Osservando i dati della stazione meteo di Genova-Rivarolo, nel 2013, la misurazione della velocità dei picchi del vento è rimasta al di sotto della soglia indicata dal Ministero solo per 45 giorni dell’intero anno».
Verso la Conferenza dei servizi, il Pd vuole l’unione di intenti
Secondo quanto spiegato dal capogruppo del Pd Simone Farello, in Consiglio comunale la partita Gronda potrebbe tornare solo per due motivi, ovvero qualora dalla Conferenza dei servizi uscissero modifiche sostanziali all’accordo di programma sottoscritto da tutti gli enti interessati o che incidessero sugli strumenti della pianificazione urbanistica del Comune di Genova. «La Gronda – ha proseguito Farello – è un’opera di interesse nazionale per cui ci aspettiamo che in Conferenza dei servizi ci sia un ruolo attivo e forte non solo di Regione Liguria e Comune di Genova ma anche di Società autostrade perché deve mettere in pratica alcune richieste del territorio votate dal Consiglio comunale il 18 settembre 2012, come il declassamento dell’attuale tratto autostradale A10».
La chiave di tutto, secondo Farello, sta nella necessità di far tornare centrale il tema degli investimenti: «Poi Possiamo avere la legge elettorale più bella di questo mondo ma se la gente non ha il salario non andrà a votare, sosterrà i movimenti dei forconi o tutt’al più continuerà a votare M5S. Per questo spero che si concluda velocemente la discussione della legge elettorale perché il Parlamento deve dedicarsi all’obiettivo primario del governo Letta ovvero investire nella crescita di questo Paese». Come si collega questo alla questione Gronda? «Se non si fanno gli investimenti – ancora Farello – non esiste la possibilità dello sviluppo né tantomeno di uno sviluppo sostenibile. La linea del Partito democratico che alcuni con disprezzo chiamano “sviluppista” è in realtà puramente realista. Se un Paese non investe, chi avrà investito a un certo punto ti sostituirà: prima o poi tutti i nodi vengono al pettine e, in questo caso, i nodi sono quelli delle non scelte. Oggi, a fronte delle certezze della Valutazione d’Impatto Ambientale sarebbe sciagurato rimandare ulteriormente un investimento che poi saremmo costretti a rimpiangere».
Piombino o Genova. E visto che Piombino molto probabilmente non riuscirà a raggiungere in tempo i requisiti tecnici richiesti, la scelta non potrà che ricadere su Genova. È questa, in sostanza, la posizione del Partito democratico sulla città che dovrà “ospitare” la demolizione del relitto della Costa Concordia, su cui la compagnia è chiamata a decidere entro il prossimo marzo. I democratici hanno presentato ieri pomeriggio in Consiglio comunale una mozione passata a larga maggioranza. Nel testo si impegnano sindaco e giunta ad “attivare di concerto con l’Autorità portuale ogni utile iniziativa nei confronti dei diretti interessati, affinché le attività di demolizione del relitto della Costa Concordia vengano effettuate nel porto di Genova”.
«Nulla di campanilistico e nessun egoismo territoriale – ha spiegato il capogruppo Pd, Simone Farello – in quanto siamo i primi a sostenere che Piombino sia la scelta naturale per la vicinanza territoriale e come forma di risarcimento per gli effetti negativi del tragico evento. Se però non ci fossero le condizioni oggettive per far ricadere la scelta sul porto toscano, a questo punto si dovrebbero abbandonare tutte le valutazioni politiche e puntare esclusivamente sul porto industriale che presenta le condizioni tecniche migliori per la realizzazione del lavoro».
Di quale porto stiamo parlando? Ovviamente di Genova. Secondo i promotori della mozione, infatti, il nostro sistema portuale presenta già le infrastrutture adeguate per accogliere quello che dalla normativa viene definito un vero e proprio rifiuto speciale e il cui trasporto dovrà essere autorizzato dalla Provincia di Grosseto e dalla Regione Toscana. «Non si tratta solo di un’operazione economica – ha aggiunto Farello – ma si tratta di verificare che il territorio che si aggiudicherà i lavori presenti un sistema produttivo efficace. E Genova può puntare su una serie di piccole e medie imprese che, assieme alla spinta del settore pubblico, possono creare un sistema vincente».
Ma quali sono i parametri che verranno presi in considerazione da Costa? Sicuramente l’aspetto economico ma anche la vicinanza perché la compagnia si è già fatta carico di un investimento di 30 milioni per affittare una nave in grado di trasportare il relitto nel porto prescelto. Benché sicuramente più economici, i porti esteri sembrano quindi svantaggiati da questo punto di vista, come anche alcune destinazioni italiane. Va tenuta presente anche la rapidità, non tanto di esecuzione dei lavori quanto di disponibilità ad accogliere il relitto perché l’Isola del Giglio vuole le acque libere per la prossima stagione balneare. E, in questo senso, allora Piombino partirebbe svantaggiata per la necessità di alcuni adeguamenti strutturali al porto, per cui tra l’altro il governo avrebbe previsto uno stanziamento ad hoc. Ma probabilmente i soldi non arriveranno per far partire i lavori in tempo utile.
«Se la scelta non potrà essere Piombino per ragioni tecniche – ha chiosato Farello – è chiaro che interverrà il mercato, ma allora toccherà alle istituzioni fare pressione affinché il sistema territoriale agisca nel suo complesso». Sperando magari che un po’ di quel sentimento territoriale che lega Costa alla nostra città alla fine possa dare la spinta decisiva.
Una linea in tutto e per tutto condivisa anche dal sindaco, Marco Doria: «Costa si era assunta una sorta di impegno morale per svolgere i lavori a Piombino a titolo di risarcimento. Ma probabilmente quell’area non riuscirà a dimostrare nei tempi necessari di essere attrezzata per queste lavorazioni. Le Autorità portuale e marittima hanno realizzato le condizioni di accessibilità dello spazio acqueo di competenza del settore di riparazioni navali per inoltrare un’offerta adeguata. L’amministrazione non può far altro che dare pieno sostegno e sottolineare la qualità industriale della nostra città in questo settore, che deve essere valorizzato a prescindere dall’esito sul relitto della Concordia».
C’è, inoltre, un aspetto più politico messo in campo da Farello: «Qualche anno fa in molti non avrebbero scommesso un “citto” sulla cantieristica navale e il tema delle riparazioni era considerato desueto. Ma il mantenimento a Genova di tutta la filiera marittima, compresa quella industriale, è tata una scelta vincente: la dimostrazione che se non investi oggi per fare le cose che servono, prima o poi ne paghi le conseguenze». Frecciatina neanche troppo mascherata su altre tematiche all’ordine del giorno, come la gronda e l’emergenza Scarpino.
Tornando alla Concordia, certamente una commessa di tal genere, che coinvolgerebbe soprattutto i grandi privati del settore (Mariotti e San Giorgio), avrebbe comunque un impatto positivo su tutto l’indotto navalmeccanico genovese: «Stiamo parlando di 1700 addetti ai lavori, un’opportunità enorme per il tessuto economico della nostra città» sostiene il consigliere democratico Alberto Pandolfo.
Più basse le stime di Enrico Pignone, secondo cui i lavoratori coinvolti direttamente sarebbero circa 200 ma per almeno 2 anni di opere. Ma anche il capogruppo di Lista Doria è convinto che un’eventuale assegnazione della demolizione a Genova rappresenterebbe «un riconoscimento dell’adeguamento del nostro distretto industriale non solo a livello italiano ma anche mondiale. È necessario, infatti, che Costa nella sua scelta non tenga solo conto dei costi di manodopera ma anche della sicurezza e dei diritti dei lavoratori che verrebbero impegnati».
Come detto, il sostegno alla mozione è arrivato anche dalle opposizioni. «Anche se ci si è mossi tardi – ha detto il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – è giusto sostenere quest’enorme opportunità per la nostra città. E mi appello anche al ministro dell’Ambiente Orlando perché mi sembra assurdo dare 150 milioni di euro a Piombino quando a Genova abbiamo già tutto il necessario per riuscire a lavorare su questa nave».
Da registrare una spaccatura all’interno del M5S. A favore della mozione hanno votato i consiglieri Boccaccio e De Pietro, mentre si sono astenuti i colleghi Burlando e Muscarà. Contrario, unico in Sala Rossa, il capogruppo Paolo Putti, che ha motivato così la sua scelta: «Avrei voluto che nel testo fosse esplicitato un richiamo alla richiesta di assegnazione a Genova in quanto città più brava e più competente e non perché ha la lobby più potente. Inoltre, vorrei evitare di prestarmi a eventuali marchette di qualche gruppo politico».
Ma, oltre Piombino, Genova avrà di fronte fior fior di contendenti, 7 estere e 4 italiane (Civitavecchia, Napoli, Taranto e Palermo), che hanno giocato con largo anticipo. A livello nazionale ci sono stati alcuni atti parlamentari di deputati del Pd di Civitavecchia e del Movimento 5 Stelle di Palermo, mentre il Sole 24 Ore ha riportato come il relitto della Concordia sia stato motivo di diatriba tra il sottosegretario alle Infrastrutture e Trasporti, Erasmo d’Angelis, sostenitore della candidatura di Piombino, e Simona Vicari, sottosegretario al ministero dello Sviluppo Economico, sostenitrice di Palermo, sua città natale. Sul fronte ligure, invece, per il momento tutto tace. Tuttavia, come sostiene il consigliere democratico Vassallo «anche Napoli e Palermo non hanno le condizioni impiantistiche necessarie e neppure quell’indispensabile mix di professionalità e rapporti tra forniture e sub forniture che a Genova, invece, è già consolidato».
«È bene che l’iniziativa parta dal Consiglio comunale – ha dichiarato il segretario provinciale del Pd, Alessandro Terrile – perché è un segnale che il porto di Genova è, in generale, pronto a gestire la demolizione di navi, settore in cui la normativa europea ci impone di investire e che, invece, ultimamente era stato snobbato dall’Occidente».
L’unica difficoltà che potrebbe riscontrare Genova è quella della necessità di alcuni dragaggi per consentire al relitto della Concordia di essere ospitato nello specchio acqueo destinato alle riparazioni navali. «Ma – assicura Vassallo – si tratta di un lavoro realizzabile in pochissimi giorni». «D’altronde – prosegue il collega Alberto Pandolfo – navi dalle dimensioni simili a quelle della Concordia entrano già nel porto di Genova, seppure non destinate alla zona delle riparazioni navali».
Finalmente i primi dati. Richiesti a gran voce dai consiglieri già nelle scorse settimane e anticipati ieri mattina dall’edizione genovese di Repubblica, ecco arrivare i risultati ufficiali delle prime analisi di Arpal sul percolato di Scarpino. Purtroppo, però, mancano gli elementi più importanti, quelli che riguardano gli eventuali metalli pesanti – insolubili nell’acqua, cancerogeni e mutageni, cioè che possono intervenire a livello di mutamenti genetici – presenti nel liquido sversato nel rio Cassinelle e, di conseguenza, nel Chiaravagna.
«Il Comune di Genova – commenta Andrea Agostini di Legambiente – è nelle condizioni che se un matto versa del cianuro in un fiume, dopo una settimana non è in grado di sapere che cosa sia stato sversato mentre la gente nel frattempo si ammala». Fuor di metafora, di fronte a un disastro ambientale come quello di Scarpino, il problema non è più tanto la capacità delle vasche di raccolta del percolato ma piuttosto quello di capire da che cosa sia realmente composto questo percolato. «Finora – prosegue Agostini – si sta parlando solo di acqua sporca e puzzolente, con un po’ di ammoniaca che comunque si diluisce. Ma noi vorremmo anche che si cercasse di capire se ci sono dei veleni. D’altronde, Pericu era già stato indagato per la presenza di pcb e idrocarburi policiclici aromatici provenienti da Scarpino 1. Ci sono ancora? Se così fosse il percolato non potrebbe andare al depuratore né tantomeno nel rio Secco o nel Cassinelle, ma le acque velenose andrebbero smaltite in zone sicure. Perciò abbiamo fatto un esposto alla procura affinché si faccia luce rapidamente su questi elementi e su quella che definirei “innocenza criminale” dell’amministrazione». Nel frattempo, sono arrivati anche i primi tre indagati: si tratta del direttore degli impianti di smaltimento di Scarpino, del responsabile della qualità e dei laboratori di analisi e di un tecnico, tutti dipendenti di Amiu.
Oltre ai dati sui metalli pesanti, mancano anche le analisi sulle percentuali di BOD (domanda biologica di ossigeno) che indica la potenziale riduzione di ossigeno disciolto nell’acqua con conseguenti possibili effetti ambientali negativi.
«Arpal – ha detto l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – mi ha anticipato che le analisi mancanti dovrebbero arrivare entro fine settimana. A quel punto indiremo una conferenza stampa congiunta per spiegare nel dettaglio quanto sarà trovato perché il Comune in questo caso è l’anello debole. Oggi, infatti, posso solo fornire i dati così come mi sono stati inviati, ovvero senza nessun supporto tecnico esaustivo a commento».
«Arpal e Asl3 – attacca Enrico Pignone, capogruppo della Lista Doria e storico membro dell’associazione “Amici del Chiaravagna” – si sono nascoste dietro un ipotetico e inesistente veto della Procura alla diffusione dei dati. Forse perché Asl si è accorta di non essere intervenuta finora ma che lo avrebbe dovuto fare già da tempo? Perché, se non c’è pericolo per l’incolumità delle persone, questi dati non sono stati resi pubblici subito? Che cosa vogliono nascondere?». Da qui i sospetti anche sui ritardi riguardo le analisi più importanti. Che sia stato trovato qualcosa di non proprio “regolare”? O che Arpal non sia in grado di fare direttamente queste analisi? «D’altronde – spiega Agostini – si tratta di studi piuttosto complessi e costosi per cui Arpal non riceve finanziamenti dalla Regione Liguria, limitati alle sole analisi biologiche che non nulla hanno a che vedere con quelle chimiche necessarie in questo caso».
I dati del disastro ambientale
A proposito di dati, eccone alcuni. Innanzitutto la quantità di percolato. Dal 16 gennaio, secondo quanto riportato in aula consigliare dall’assessore Garotta, mediamente da Scarpino 1 arrivano 4600 metri cubi di percolato al giorno. Nel 2011 la media era di 1800 mentre, negli ultimi due anni, dopo gli interventi di messa a regime del percolatodotto, erano scesi a 1500 mq al giorno. Ma la capacità attuale del percolatodotto si attesta sui 3000 mq/giorno: dunque, finché non si riuscirà a riportare il livello di liquami sotto questa soglia, continueranno gli sversamenti dal momento che non sono state evidenziate soluzioni tecniche (autobotti, teli impermeabilizzanti) utili e sufficienti a fronteggiare l’emergenza.
A questo punto è indispensabile analizzare i dati – almeno quelli finora disponibili – riguardanti i corsi d’acqua che subiscono questi sversamenti. Partiamo dalla presenza di azoto ammoniacale, l’elemento più fastidioso all’olfatto. La legge n. 152/2006 anche nota come “Testo unico ambientale” prevede un limite di 15 mg/l, ma alla confluenza tra il rio Cassinelle e il rio Bianchetta i dati di Arpal parlano di valori altalenanti tra i 2 e gli 83 mg/l. In particolare, nell’ultimo rilevamento compiuto, la quota registrata è stata di 53 mg/l: ben oltre i limiti di legge.
Gli altri numeri riguardano la COD (domanda chimica di ossigeno) che misura la quantità di ossigeno utilizzata per l’ossidazione di sostanze organiche e inorganiche contenute: un valore alto comporta una ridotta capacità di autodepurazione dell’acque e quindi la difficoltà a sostenere forme di vita. Il limite per la vita dei pesci sarebbe di 1 mg/l, ma in questo caso i valori registrati oscillano tra i 10 e 365 mg/l, con l’ultimo rilevamento assestato a 110 mg/l. Siamo, dunque, rientrati nei parametri di legge che fissano il limite a 160 mg/l ma… poveri pesci.
Su queste analisi, Asl3 sostiene che non ci sia alcun pericolo per la salute dei genovesi e che non sia dunque necessario prendere ulteriori misure precauzionali da parte dell’amministrazione. Pur senza voler creare inutili allarmismi, va sottolineato però che siamo di fronte a una valutazione incompleta finché non verranno resi pubblici tutti i dati, metalli pesanti compresi.
C’è un ulteriore elemento su cui sarebbe necessario fare chiarezza. L’assessore Garotta, riferendosi alle comunicazioni di Asl, ha parlato di «valutazioni su rilevamenti Arpal fino al 22 gennaio». Ma il 22 gennaio è passato da una settimana: che cosa è successo nel frattempo? E perché si è aspettato così tanto per rendere pubblica questa informazione?
Il lungo dibattito in Consiglio comunale
Sulla stessa linea anche gli interrogativi di diversi consiglieri che, in sala Rossa, hanno dato vita a un dibattito piuttosto infuocato, sfociato nella richiesta da parte delle opposizioni delle dimissioni dei vertici Amiu e dell’assessore Garotta (e c’è stato persino chi – Alfonso Gioia, Udc – ha suggerito il possibile sostituto: Raphael Rossi).
«Da preoccupazione che il territorio ha sempre manifestato verso la discarica di Scarpino – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Enrico Pignone – la situazione si sta trasformando in un vero e proprio incubo. Ed è ancora più preoccupante che i dati sulle analisi, che sembra parlino di valori di veleni 50 volte superiori rispetto alla norma, arrivino prima ai giornalisti che ai consiglieri».
Antonio Bruno, capogruppo della Federazione della Sinistra, porta invece la sua esperienza personale: «Amiu ha continuato a negare lo sversamento che io stesso avevo visto con i miei occhi finché non abbiamo pubblicato le foto sul web. Solo allora è arrivata la conferma ufficiale. Ma se non c’è nulla da nascondere perché i cittadini non sono stati informati?».
Molto articolato l’intervento del Movimento 5 Stelle a cura del consigliere Stefano De Pietro. I grillini, dopo una dettagliata ricostruzione delle situazioni che hanno portato all’emergenza di oggi, chiedono: «Che fine ha fatto il progetto Amiu di “strippare” l’ammoniaca a Scarpino per distillazione, usando il biogas prodotto dalla discarica? Forse è meglio, per Amiu, potersi fregiare di produrre energia elettrica dallo stesso gas, invece che pensare ad un problema di salute pubblica. E dove finisce adesso tutto questo? In mezzo alle barche del porto turistico di Sestri, tra le case di recente costruzione, in un’area che si chiude su se stessa per la presenza di dighe e moli, quindi con il pericoloso effetto di una possibile concentrazione in zona di metalli pesanti sul fondo e di miasmi in aria».
Salemi (Lista Musso) fa, invece, un salto nel passato e ricorda come già 17 anni fa, l’allora assessore regionale all’Ambiente, sostenesse che la situazione di Scarpino fosse «precaria perché sono necessari interventi di risanamento e perché si tratta di una discarica che non potrà avere una lunga vita».
Più politica la polemica sollevata da Lilli Lauro, capogruppo PdL: «L’ex sindaco Vincenzi è nelle grane per non avere dimostrato responsabilità nella gestione della salute dei cittadini, io chiedo a lei, sindaco Doria, che responsabilità abbia in questo caso, visto che nelle sue linee programmatiche non si fa cenno alcuno a Scarpino».
L’argomento, affrontato nelle more di un articolo 55, ha visto un intervento per ogni gruppo politico e ha messo sul piatto tante domande che restano ancora senza risposta. A queste, il legambientino Agostini ne aggiunge un’altra: «Possibile che quest’acqua di falda incontrollata che causa un aumento a dismisura del percolato sia venuta fuori solo oggi, quando dal 2010 Arpal ha tra i suoi consulenti il professor Renzo Rosso, ordinario di ingegneria idraulica del Politecnico di Milano? Possibile che Rosso, che si è occupato dei lavori di regimentazione delle acque di Scarpino 2, non si sia mai accorto di nulla in quattro anni?».
Il capogruppo del Pd, Simone Farello, dopo aver sottolineato come tutti debbano prendersi le proprie responsabilità, «perché l’unico modello del ciclo dei rifiuti a Genova è sempre stato basato sulla discarica in proroga e in continua deroga e non è mai stato ottenuto alcun risultato su questo piano perché si è assistito a un continuo cambiamento di linee programmatiche», ha evidenziato come spetti alla giunta indicare una soluzione strutturale del problema, al di là dell’emergenza. «Non possiamo continuare a tenerci la discarica perché non siamo d’accordo con i piani industriali presentati da Amiu» ha concluso l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi.
Gli sversamenti inquinanti proseguono: e adesso?
È davvero difficile, al momento, capire come uscirne. Anche perché lo stesso sindaco Marco Doria ha ricordato che «se fosse ipoteticamente chiusa Scarpino 2, gli sversamenti continuerebbero in quanto provenienti dalla discarica di Scarpino 1, chiusa da anni. È, dunque, indispensabile come prima cosa intercettare i flussi d’acqua sotterranei che arrivano da Scarpino 1». E in questa direzione sta intervenendo Amiu, come ha spiegato l’assessore Garotta: «Sono in corso gli studi idrogeologici per valutare come intercettare l’acqua a monte delle vasche di raccolta del percolato. Abbiamo poi chiesto ad Amiu di migliorare l’impermeabilizzazione superficiale di Scarpino 1 e studiare la realizzazione di nuove vasche, dal momento che non è strutturalmente possibile alzare quelle vecchie. Inoltre, il nuovo depuratore (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), che avrà sede nell’area ex Ilva, dovrà essere in grado di trattare una quantità maggiore di percolato rispetto a quella attuale, con l’eventualità della realizzazione di un piccolo depuratore per il trattamento del percolato direttamente nel polo impiantistico di Scarpino. Infine, abbiamo chiesto ad Amiu di avviare la progettazione definitiva per la realizzazione dell’impianto di trattamento dell’umido con biodigestione e compostaggio nella nuova parte a freddo di Scarpino: solo così potremmo concretamente potenziare anche la raccolta differenziata dell’umido».
Per raggiungere tutti questi obiettivi il più rapidamente possibile, l’assessore sottolinea che «tutti dovremo fare la nostra parte: cittadini, Comune, Amiu ma anche la Regione affinché una parte dei fondi europei strutturali siano dedicati alla realizzazione dell’impianto dell’umido».
La riqualificazione di Prà è tornata ad essere un argomento centrale, i tempi stringono e i cittadini insorgono (qui il nostro sopralluogo e le azioni di protesta dei cittadini). I lavori del Por e le polemiche sollevate richiedono il rispetto degli impegni presi sette anni or sono dalle istituzioni e una maggiore presenza del sindaco sul territorio hanno spinto lo stesso Marco Doria a fare il punto della situazione di fronte alla stampa.
Per prima cosa, il sindaco ha voluto rispondere direttamente a chi lo accusa di essere distante: «Prà non è certamente una delle parti di Genova a cui ho dedicato poca attenzione e, come me, anche tutti gli assessori e la struttura comunale. Personalmente sono già stato diverse volte a Prà e altre volte naturalmente ci andrò. Pochi giorni prima della manifestazione, per la precisione giovedì scorso, ho ricevuto con l’assessore Crivello un gruppo di cittadini di questo territorio, a dimostrazione del fatto che siamo sempre disposti a parlare con tutti. Ma non accetto che si delegittimi il livello municipale che è un interlocutore istituzionale di assoluta dignità».
Veniamo allo stato dell’arte. Come già sostenuto dall’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello, un paio di settimane fa (qui l’articolo), il primo cittadino ha ribadito di non aver mai preso in considerazione la possibilità di dirottare i circa 7 milioni (sui 14,5 complessivi) non ancora impiegati per la realizzazione del Por su altri capitoli del bilancio comunale che necessitano di ossigeno altrettanto vitale (su tutti, Amt). «Certo – ha ammesso Marco Doria – per tutti i Por ho verificato che ci fossero i margini per completare e rendicontare i lavori entro la fine del 2015, altrimenti oltre ai fondi avanzanti dovremmo restituire anche i soldi già investiti. E sarebbe una mazzata pazzesca per le casse del Comune. Ma da mesi ormai ricevo report periodici sui tempi delle procedure e ho costanti rassicurazioni sul fatto che le scadenze possono essere rispettate. E l’amministrazione ha intenzione di spendere fino all’ultimo euro dei finanziamenti previsti per realizzare il Por di Prà».
Prà, Parco Lungo e Aurelia a 4 corsie
Ad esempio, quelli per realizzazione del cosiddetto “Parco Lungo” e la riqualificazione dell’Aurelia, una fascia lunga circa 1,5 chilometri che rappresenta l’intervento più sostanzioso dal punto di vista economico e di invasività dei lavori. Crivello in merito aveva già confermato che «i lavori per il “Parco Lungo” sono stati approvati il 19 e 20 dicembre scorsi. Tra il 15 e il 20 gennaio verranno pubblicati i bandi che scadranno il 15 marzo. Entro il 31 maggio verrà aggiudicato l’appalto alla società vincitrice che avrà un mese di tempo per presentare il progetto esecutivo. Consegneremo i lavori entro il 31 luglio, in tempo per essere conclusi entro la fine del 2015».
Di che lavori si tratta, lo ho spiegato più nel dettaglio ieri il sindaco. «Nel Por – ha detto Doria – era prevista la realizzazione di una strada, non meno di quattro corsie fin dal progetto iniziale, che doveva sfruttare lo spostamento della linea ferroviaria con la possibilità di occupare la vecchia linea con due nuove corsie. Il progetto iniziale prevedeva la complanarizzazione tra l’attuale Aurelia e il tracciato ferroviario ma l’operazione di asportazione del materiale per azzerare il dislivello, che varia tra i 30 cm e 1 m, avrebbe comportato costi tali da rendere impossibile il completamento dell’opera». Gli uffici e i tecnici comunali hanno, dunque, lavorato a un nuovo progetto di strada, con molto verde, rotatorie e impianti semaforici efficienti, ma soprattutto tale da consentire un allargamento dei marciapiedi significativo sul lato abitato, ovvero quello a monte. «Ciò – ha proseguito il sindaco – consentirà la realizzazione di un’ampia zona pedonale in corrispondenza della vecchia stazione ferroviaria, ma anche un buon flusso pedonale nelle zone di marciapiede attualmente più strette». Inoltre, nell’area della vecchia stazione citata dal primo cittadino troverà sede il mercatino a chilometro zero, gestito dalla Coldiretti, che oggi viene sacrificato nei pressi della piscina dei Delfini.
Tornando alla conformazione della strada carrabile, invece, è stata scelta l’opzione delle quattro corsie (due a mare, a traffico promiscuo in direzione centro, e due a monte in direzione ponente, con quella più vicina all’abitato riservata ai mezzi pubblici), che ha sollevato qualche polemica. «Da parte nostra – ha spiegato il primo cittadino – non c’è stato alcun pregiudizio verso il progetto, poi scartato, delle tre corsie (una funzionale alla penetrazione nel tessuto interno di Prà e altre due, una per senso di marcia, per il traffico più rapido senza percorsi riservati agli autobus, ndr). Abbiamo valutato entrambe le possibilità e un Consiglio municipale si espresso a larga maggioranza per il progetto a quattro corsie». Il sindaco ha aggiunto che il problema della nuova strada vista come una “ferita che taglia Prà” non si pone perché già in altre zone della città (corso Italia, via Gramsci) è necessario attraversare quattro corsie per giungere da una parte all’altra e che il progetto scelto, con molto verde, è comunque fortemente migliorativo della realtà esistente.
Il punto sui lavori con il Municipio
«Chi dice che non è stato coinvolto nella progettazione della nuova Aurelia – aggiunge Mauro Avvenente, presidente del Municipio VII Ponente – non racconta la verità. Perché sono stati fatti ben 6 Consigli municipali a Prà proprio per consentire ai cittadini di partecipare, 4 assemblee pubbliche, 3 mesi di progettazione partecipata al cui tavolo si sono seduti anche il Comitato per Prà e il Comitato dei genitori che oggi si lamentano».
Il “Parco Lungo” e la nuova Aurelia si innesteranno nelle opere di riqualificazione e pedonalizzazione che stanno coinvolgendo l’interno di Prà. Tra i lavori già portati a termine si possono citare piazza Sciesa e via Fusinato, ma presto verrà coinvolta anche via Sapello e l’istituzione del limite dei 30 km/h in via Arrighi. «E a proposito di piazza Sciesa, sarò un campanilista ma è diventata una delle piazze più belle di Genova» ha commentato Avvenente.
Ma il Por non è solo restyling di strade e marciapiedi. Tra le opere già completate, per cui complessivamente è stata spesa circa la metà dei finanziamenti a disposizione per l’intera riqualificazione di Prà Marina, c’è la messa in sicurezza della foce del Rio San Pietro, che nell’alluvione del 1993 aveva causato la morte del dottor Dapelo, con situazioni analoghe a quelle che abbiamo tristemente vissuto nei giorni scorsi (senza però che il corpo sia mai stato ritrovato). «Si tratta di un intervento che restituisce tranquillità agli abitanti della zona» ha detto con soddisfazione Avvenente. Per quanto riguarda la viabilità dell’area, l’assessore Dagnino aveva specificato un paio di settimane fa che è stata predisposta una situazione temporanea in attesa dei lavori sull’Aurelia.
Tra le opere già portate a termine vanno citati ancora la passeggiata che unisce il campo di calcio della Praese con la piscina, riqualificata da un paio di anni, e il posteggio di interscambio della Navebus. «Quest’ultimo – spiega Avvenente – è propedeutico al nuovo approdo ancora da realizzare ma previsto all’interno del Por. Se è vero che in questo momento la Regione ha difficoltà economiche a sostenere il servizio (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), un domani sarà possibile potenziare questo sistema di trasporto, molto gradito dalla popolazione del Ponente, allungando la tratta fino a Prà».
Il Parco Dapelo e la zona a Levante di Prà: arriva lo skate park
Tra i lavori ancora da realizzare c’è anche la ristrutturazione del “Parco di Ponente” o “Parco Dapelo”, in cui verranno abbassate alcune collinette e che sarà oggetto soprattutto di una ripiantumazione perché gli alberi messi a dimora precedentemente non offrono alcun riparo d’ombra a chi, nelle stagioni più calde, frequenta il parco urbano (per maggiori informazioni rimandiamo al nostro sopralluogo di #EraOnTheRoad, ndr).
Il progetto integrato di riqualificazione inizialmente sembrava aver un po’ dimenticato la zona più a Levante di Prà. Nel corso del tempo si è, dunque, pensato di ridimensionare alcuni interventi – come quello ritenuto superfluo in fase di progettazione partecipata delle aree per il bird watching alla foce del rio San Pietro – per recuperare alcune risorse da dedicare a questa zona e dare vita al progetto “Prà-to Sport”. I risparmi ottenuti anche tramite i ribassi d’asta ammontano a poco più di due milioni di euro che il sindaco ha dichiarato di voler impiegare per «interventi che siano apprezzati, che rispondano alle esigenze di risistemazione dell’area e che possano essere funzionali anche a implementazioni future ma che nell’immediato consentano un primo utilizzo dell’area». Dato però che il Comune non ha altri soldi da destinare a Prà se non quelli del Por, bisogna abbandonare quantomeno temporaneamente progetti faraonici come la realizzazione di un palazzetto dello Sport, ben più oneroso dei fondi a disposizione. «Ma fatti salvi i vincoli della disponibilità finanziaria e dei tempi rapidi di realizzazione – ha assicurato Doria – non ho preferenze per la pista di skateboard piuttosto che per quella di atletica leggera. Il nostro impegno è quello di vagliare la fattibilità di tutte le proposte che perverranno dai cittadini e di scegliere, a breve, con il Municipio quella più funzionale».
In realtà, qualche preferenza sembra averla il Municipio, come ci spiega il suo presidente Avvenente: «Quest’area in origine doveva solo essere bonificata. Poi, giustamente, il Comitato dei genitori ha chiesto degli interventi più significativi, la maggior parte dei quali è stata accolta dall’amministrazione. Si deve fare tutto ciò che è possibile nella situazione economica attuale». L’area, infatti, deve essere bonificata con tanto di regimentazione della raccolta delle acque meteoriche, cintata e illuminata, ostacolando l’insorgere di future situazioni di degrado già vissute nel passato. «Per garantire ciò – riprende il presidente del Municipio – è necessario dare vita a funzioni pubbliche di interesse collettivo diffuso, come gli impianti sportivi. Quindi, tutti i ribassi d’asta del Por saranno impegnati per costruire più impianti possibili in questa zona, a cominciare dallo skate park che è una promessa presa dall’amministrazione già tre anni fa a fronte di una richiesta di alcuni giovani praesi. Con i soldi restanti valuteremo le altre proposte di campetto polivalente e pista di atletica».
Non solo Por: il sindaco ricorda il “Branega”
Nella conferenza stampa di ieri, il sindaco ha anche sottolineato che gli interventi del Comune a Prà non si sono limitati ai soli lavori previsti dal Por. Il primo cittadino ha, infatti, citato la riqualificazione dello storico campo sportivo “Branega” che sarà suddiviso tra le attività di calcio a 7 e di rugby per bambini, grazie a un impegno economico di 400 mila euro (solo 1/3 a carico del Comune) che ha consentito di affidare la nuova struttura alla gestione di due società sportive locali, Olimpic Prà Calcio e Province dell’Ovest Rugby. Sempre in ambito sportivo, Doria ha ricordato che la Fascia di Rispetto sarà il nuovo quartier generale per la Regata storica delle Repubbliche marinare e ospiterà tutti gli allenamenti dell’armo genovese e degli ospiti nei giorni immediatamente precedenti la competizione (che, invece, avrà luogo in uno specchio d’acqua più ampio). Ma non c’è solo lo sport. Tra gli interventi di riqualificazione, infatti, è stato citato anche lo sgombero della baraccopoli (proprio nell’area dove sorgerà il nuovo skate park), intervento progettato da tempo e che ha necessitato anche dell’adozione delle necessarie forme di assistenza per le fasce deboli (minori e donne con bambini) nonché del monitoraggio dell’area per evitare che la situazione venga ripristinata.
«Anche se veniamo dipinti a tinte fosche – conclude Avvenente – tutti abbiamo interesse a fare il bene della popolazione. Lo scopo finale è quello di restituire la Fascia di Rispetto alla sua vocazione primaria di cuscinetto tra città e porto, arricchendola di funzioni sportive e per il tempo libero perché sia fruibile a un numero sempre crescente di cittadini».