Autore: Simone D’Ambrosio

  • Scuola piazza delle Erbe: slitta la consegna, ok per apertura a gennaio

    Scuola piazza delle Erbe: slitta la consegna, ok per apertura a gennaio

    piazza-delle-erbe-genova-centro-storico-cantiereCi siamo quasi. Con l’ultimo, ma questa volta breve, ritardo la nuova scuola di piazza delle Erbe è praticamente pronta alla consegna, confermando sostanzialmente il cronoprogramma già annunciato dagli assessori Crivello e Boero a settembre. La fatidica data era stata fissata per il 31 ottobre: sicuramente si sforerà a novembre, ma la nuova posticipazione non dovrebbe creare particolari problemi alla prevista apertura delle porte agli alunni degli istituti Garaventa e Baliano dopo le vacanze natalizie.

    «I tre piani più alti dell’edificio sono pronti per la consegna – conferma l’assessore Boero – e a breve si potrà procedere con il trasloco dei primi arredamenti. Bisogna invece attendere ancora qualche giorno per ultimare il primo piano e il piano terra, ma sicuramente anche questi verranno consegnati entro il mese di novembre». A quel punto inizierà la fase delle verifiche sull’agibilità e dei controlli sulla sicurezza. «Sperando che non insorgano intoppi e che ci siano effettivamente i tempi tecnici per tutti i collaudi, durante le vacanze di Natale si potrà procedere con il trasloco effettivo. Non ci saranno molti giorni lavorativi a disposizione, ma sulle tempistiche siamo in pieno accordo con il dirigente scolastico e con il comitato dei genitori. Tra l’altro la scuola ha già attivato il contratto telefonico per poter essere operativa fin da subito anche su questo versante».

    Nessuna necessità, dunque, di ricorrere alle penali contrattuali eventualmente previste per la ditta costruttrice qualora non rispettasse i tempi. I sopralluoghi dei due assessori, particolarmente intensificati nelle ultime settimane, dovrebbero aver impresso l’accelerazione decisiva ai lavori.

    «Cerchiamo di vedere il bicchiere mezzo pieno», invita l’assessore ai Lavori pubblici, Gianni Crivello. «Siamo di fronte a un quadro, se non unico, quantomeno rarissimo a livello nazionale, di una scuola costruita ex novo nel cuore della città e sulle macerie di una realtà che viveva una situazione di abbandono. Ma il merito è di chi mi ha preceduto nell’amministrazione, noi ci siamo limitati a far proseguire quanto di buono già impostato».

    Poco meno di 2500 metri quadrati (2425, per la precisione) in cui troveranno spazio i 418 alunni delle scuole Garaventa e Baliano: due sezioni da cinque classi ciascuna per i 250 bambini della scuola elementare e altrettante da tre classi per i 168 ragazzi della scuola media. Saranno allestite 16 aule tradizionali, a cui se ne aggiungeranno tre speciali, con laboratori condivisi da tutti gli studenti. Costo complessivo di poco inferiore ai 4 milioni di euro: ai 3 milioni e 724 mila euro di investimento iniziale, infatti, sono stati aggiunti altri 223 mila euro in corso d’opera. «La variante suppletiva – ricorda Crivello – si è resa necessaria perché nella prima fase del cantiere sono emerse una serie di problematiche assolutamente non previste, come spesso accade quando si tratta di andare a scavare nel centro storico. Presenza di cisterne, locali interrati, manufatti in calcestruzzo armato e opere di consolidamento alle pareti dell’ex Oratorio hanno anche costretto ad allungare di 200 giorni il tempo previsto per l’esecuzione dei lavori».

    Terminate le opere murarie della scuola dopo oltre tre anni, proseguiranno ancora i cantieri dell’ex oratorio. Ma, nel frattempo, il vecchio angolo dimenticato di piazza delle Erbe avrà finalmente una nuova vita.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Emergenza casa: i dati del Comune si scontrano con la realtà dei fatti

    Emergenza casa: i dati del Comune si scontrano con la realtà dei fatti

    centro-storico-vicoliDifficile capire come, di fronte a cifre di tale portata, l’assessore alle Politiche della casa del Comune di Genova, Paola Dameri, possa ritenere «positivo» il bilancio dell’attività svolta nell’ultimo anno di amministrazione. Nella nostra città, infatti, sono circa 4 mila le persone in lista di attesa per l’assegnazione di un alloggio pubblico, ma nel 2013 Tursi ne ha assegnati solo 240, a fronte dei 180 dell’anno precedente. E il prossimo bando arriverà a novembre, ancora con le vecchie norme perché centro-storico-vicoli-finestra-d4non è arrivata la nuova legislazione regionale in merito.

    «Per quanto riguarda l’edilizia residenziale  pubblica – spiega l’assessore Dameri – in quest’ultimo anno abbiamo recuperato 180 alloggi e altri 70 sono attualmente in corso di ristrutturazione per poter poi essere assegnati. In totale abbiamo investito 6 milioni e 300 mila euro, con fondi per lo più regionali. Inoltre, c’è in previsione un ulteriore investimento di 1 milione e 200 mila euro per altri 40 alloggi che dovremmo recuperare attraverso un bando regionale. L’obiettivo è quello di raggiungere, nel corso del 2014, un tasso di alloggi pubblici sfitti del 3% che può essere considerato strutturale». A livello concreto, si tratta nel brevissimo periodo di scendere da 280 alloggi sfitti (circa il 6% dell’attuale patrimonio pubblico) a 160-170.

    «Certo – ammette l’assessore Dameri – è negativo avere un numero elevato di alloggi sfitti di fronte a una richiesta di case consistente. Ma, almeno per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica, il problema riguarda la disponibilità finanziaria per rimettere in sesto gli alloggi e poterli assegnare come previsto dalla legge». E in questo senso la totale latitanza dello Stato non aiuta. «Nella legge di stabilità 2012 – prosegue Dameri – si accennava a un fondo per il sostegno alle locazioni che però non è mai stato finanziato. E questa per i Comuni, in un momento di grave crisi economica, è stata una pugnalata alla schiena fortissima».

    Tursi ha dunque provato a rimboccarsi le maniche e a recuperare parte dei fondi attraverso un’attenta lotta alla morosità. «Avevamo circa 700 pratiche di morosità inevase da parecchio tempo» racconta l’assessore. «Per questo è stata predisposta un’apposita task force che nei primi 9 mesi del 2013 ha recuperato 1 milione e 200 mila euro su un totale di poco inferiore ai 3 milioni. Quest’azione ha prodotto anche un positivo effetto psicologico su alcuni cittadini che si sono rivolti spontaneamente ad Arte per saldare il dovuto». Nell’opera di recupero crediti, il Comune ha distinto tra morosità colpevole e incolpevole, quella cioè di chi non paga perché non ha reale disponibilità economica. Per ragioni di «equità sociale» ci si è rivolti solo a coloro che non pagano pur avendone la possibilità, mentre per gli altri è stato utilizzato un fondo regionale di circa 300 mila euro, non sufficiente ad azzerare i debiti ma in grado almeno di ridurne l’importo. Resta ancora da affrontare lo zoccolo duro dei morosi pluriennali, una ventina di famiglie che comporta un mancato gettito alle casse comunali di circa 650 mila euro complessivi. «Su questo settore stiamo ancora approfondendo – dice Dameri – ma sembra che solo due situazioni siano seguite dai servizi sociali. La morosità cronica è assolutamente da evitare perché si fa presto a raggiungere cifre sempre più ingenti e di conseguenza insolvibili. Su cifre basse, invece, si può ricorrere a una rateizzazione del debito, tenendo anche presente che l’affitto di un alloggio di edilizia residenziale pubblica è commisurato alla capacità reddituale degli affittuari».

     

    La piaga degli alloggi vuoti, sarebbero circa 15000 solo a Genova

    casa-abitazione-citofonoAmmesso, e non concesso, che le cifre riguardanti l’edilizia residenziale pubblica possano essere ritenute accettabili, lo stesso non si può certo dire se si dà uno sguardo più complessivo alla piaga dell’emergenza abitativa. Cosa che, quantomeno a livello istituzionale, non sembra avvenire. Le stime parlano, infatti, di circa 15 mila alloggi vuoti a Genova, a fronte di un totale di alloggi costruiti in città intorno ai 220/230 mila.

    «Di per sé – ci spiega Bruno Pastorino, già assessore all’housing sociale della giunta Vincenzi e attuale delegato regionale Anci per le politiche per la casa – i numeri parlerebbero addirittura di 30 mila alloggi vuoti, ma facendo un confronto con le grandi utenze realmente consumate questa cifra viene sostanzialmente dimezzata». Da quest’analisi emerge, dunque, un altro dato: ben 15 mila alloggi a Genova sono affittati “in nero”. «Al di là del problema del “nero” che in qualche modo deve essere affrontato, anche solo i 14-15 mila alloggi realmente disponibili – riprende Pastorino – sarebbero di gran lunga sufficienti a soddisfare il fabbisogno genovese che si attesta intorno ai 4 mila richiedenti. Una cifra in parte sottostimata perché, ogni anno, di fronte a un ente pubblico che non riesce sostanzialmente a venire incontro alla tua domanda, un 10-15% di cittadini rinuncia pure a spendere i 12 euro di bollo per rinnovare la richiesta perché tanto si ritroverebbe in fondo alla lista e non riceverebbe mai la casa».

     

    Il fallimento dell’Agenzia per la casa e del canone calmierato

    «Il nostro obiettivo – afferma Dameri, in una dichiarazione che ha molto di politico e troppo poco di concretoè quello di fare in modo che nessuno resti per strada». Per questo motivo, la direzione delle Politche per la casa del Comune di Genova ha predisposto una sorta di piano emergenziale per chi si ritrova senza un tetto a causa di uno sfratto esecutivo da alloggio privato. «Abbiamo arredato 13 alloggi di proprietà pubblica, che entro l’anno dovrebbero arrivare a 20, in cui abbiamo accolto famiglie che, non avendo rete amicale o parentale a sostegno, si sarebbero ritrovate per strada. Abbiamo già seguito 47 casi, per lo più riguardanti nuclei famigliari con minori». Si tratta di un primo passo di assistenza che prosegue con l’assegnazione provvisoria di alloggio popolare, qualora vi fossero i requisiti, o con la concessione di un affitto a canone concordato. «Ci siamo dati due anni come limite temporale per risolvere definitivamente i casi da quando iniziamo a seguirli – spiega l’assessore – ma al momento siamo riusciti a sanare tutte le situazioni entro l’anno. Sul tema degli sfratti da privati ci stiamo muovendo molto sul territorio, cercando di capire se è possibile intercettare i singoli casi con il giusto anticipo, che ci consenta di intervenire in modo più efficace con il programma di emergenza abitativa».

    Tra le soluzioni possibili all’emergenza abitativa ci sarebbe anche l’Agenzia per la casa che, tuttavia, per ammissione della stessa Dameri, non ha un grande seguito. Si tratta sostanzialmente dei tanto famosi affitti di alloggi privati a canone calmierato, ma la disponibilità da parte dei proprietari a “concedere” i propri immobili è risultata al momento parecchio limitata. «Tra le 4 mila domande di alloggio residenziale pubblico ci sono molti cittadini con un reddito tale da consentire il pagamento di un affitto calmierato» sostiene l’assessore. «Il problema è che l’offerta è quasi inesistente nei confronti di una domanda, invece, molto ingente. Per provare a rilanciare questa opportunità, a breve inaugureremo in via Balbi una sorta di sportello–agenzia immobiliare proprio per gli affitti privati calmierati».

     

    Le occupazioni abusive e l’appello dell’assessore

    casa-occupataIn questo quadro già di per sé piuttosto tragico, resta ancora da affrontare il delicato tema delle occupazioni. «Per quanto riguarda l’edilizia residenziale pubblica – afferma Dameri – nell’ultimo anno sono state esaminate 120 pratiche ed eseguiti 40 sgomberi, solo nei casi in cui non vi fossero soggetti fragili (anziani, bambini, disabili). Ma in molti casi è socialmente difficile poter intervenire». L’assessore, poi, si aggrappa alla stampa per lanciare un appello: «Vorrei ricordare a tutte le famiglie che l’occupazione abusiva di un alloggio pubblico è un reato perseguibile d’ufficio. La questura, su nostra indicazione, sta lavorando molto per intercettare tutte le persone che utilizzano questo strumento illegale anche attraverso il consiglio e l’aiuto di altri soggetti. Bisogna far sapere che, quando una famiglia occupa un alloggio pubblico, viene automaticamente esclusa dalla lista di assegnazione di case comunali. Capisco che la situazione sia grave ma a quel punto noi non abbiamo più strumenti per poter intervenire in aiuto. E per me è un grande dispiacere».

    Tutto vero. Ma è opportuno precisare ancora una volta che la questione riguarda solo le occupazioni di alloggi pubblici. Per quanto riguarda l’occupazione di un alloggio privato, invece, prima che si configuri un reato è necessaria la denuncia della parte lesa. E, secondo le informazioni in nostro possesso, non si verrebbe comunque esclusi dalla graduatoria per l’assegnazione di un alloggio popolare pubblico. Ma, incalzata sulla questione, l’assessore Dameri non ha saputo rispondere. Ad ogni modo, è proprio per questa sottile ma assolutamente non lieve differenza che le occupazioni che tentano di arginare in modo “artigianale” la piaga dell’emergenza casa si stanno sempre più rivolgendo verso alloggi abbandonati di proprietà private. Esattamente come accaduto nella storia raccontata qualche tempo fa di Simone e sua mamma Barbara che, dopo essere stati sfrattati dal loro alloggio di Certosa, hanno occupano un’abitazione delle Opere Pie in piazza Cernaia, anche grazie al sostegno dello Sportello per il diritto alla casa.

     

    «Sull’emergenza casa – chiosa Bruno Pastorino – esiste un deficit di rappresentanza da parte delle istituzioni. E di fronte a una rete pubblica che non è in grado di recuperarti, se non riesci a stare dentro al mercato risulti automaticamente espulso. Gli unici che sembrano veramente interessarsi a questi bisogni sono i movimenti per la casa che stanno nascendo in molte città italiane, Genova compresa, anche se sono ancora un po’ deboli rispetto a quanto succede in altri Stati come Francia, Spagna, Portogallo e persino Israele. Il loro obiettivo dovrebbe essere quello di diventare più larghi e inclusivi possibili e soprattutto di intrecciare fattive collaborazioni tra le diverse realtà esistenti sul campo».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mercato Corso Sardegna, soluzione provvisoria in attesa del Tar

    Mercato Corso Sardegna, soluzione provvisoria in attesa del Tar

    mercato-corso-sardegna-3Si muovono le acque attorno all’ex mercato di corso Sardegna ma la situazione resta ancora ingarbugliata. Comune, Municipio e Civ hanno tutta l’intenzione di restituire lo spazio alla cittadinanza nel più breve tempo possibile ma gli ostacoli non sono pochi. Innanzitutto, il ricorso al Tar della società Rizzani de Eccher, appaltatrice a fine 2009 dell’originario progetto di restyling, che ha chiesto un indennizzo di 11 milioni di euro al Comune di Genova per l’inattività imposta dal piano di bacino del Bisagno. Dopo mercato-corso-sardegna-7l’alluvione del novembre 2011, infatti, il colosso edilizio friulano si è visto bloccare i lavori per la realizzazione dei posteggi sotterranei, fonte primaria di guadagno dell’intero progetto, perché la struttura si trova in area soggetta a esondazioni e allegamenti. Sempre a causa della collocazione del complesso in “zona rossa”, il piano di Bacino impedisce anche il cambio di destinazione d’uso dell’area che, dunque, dovrà restare commerciale almeno fino alla definitiva messa in sicurezza del Bisagno (rimane da valutare se sarà sufficiente, in questo senso, la realizzazione del mini-scolmatore del Fereggiano).

    Come si spiegano allora le voci circolate nei giorni scorsi che annunciavano l’imminente realizzazione di una piazza a cielo aperto, con giochi per bambini e aree verdi? La risposta arriva da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno. «Fin dal nostro insediamento abbiamo iniziato a lavorare a un piano B per l’ex mercato di corso Sardegna, in accordo con Comune e Civ, perché era evidente che qualcosa sarebbe necessariamente cambiato dopo l’alluvione del novembre 2011. Abbiamo intenzione di creare un piccolo mercato a chilometro zero gestito direttamente dagli operatori commerciali che già lavorano in corso Sardegna». Un polo di eccellenza agroalimentare, sulla falsariga di quanto successo per il mercato del Carmine, che dovrebbe trovare collocazione nei locali prima occupati dal bar del mercato. «Dopodiché – prosegue Ferrante – sarà mio compito come Municpio cercare di far vivere la piazza con arredi, panchine, verde e attività che dovranno comunque essere spostabili e removibili. Non possiamo parlare di strutture fisse perché a causa dei vincoli imposti dal piano di Bacino non possiamo creare alternative all’attività commerciale. Cercheremo, dunque, di dotare il quartiere di un nuovo punto di aggregazione all’interno di un’area che mantenga in qualche modo la sua vocazione iniziale».

     

     Il punto di vista del Civ Corso Sardegna

    «Si tratta di una prima fase di intervento del tutto provvisoria – specifica Umberto Solferino, presidente del Civ di corso Sardegna bassa – in cui potranno trovare spazio anche attività ricreative e giochi, una piccola pista di pattinaggio e una pista ciclabile, tutte strutture facilmente removibili per eventuali emergenze sicurezza. D’altronde, si tratta di un intervento temporaneo che deve rimanere tale. In questa prima fase non vi sarà l’insediamento di nuove attività commerciali ma penseremo piuttosto a una serie di eventi e manifestazioni che possano sfruttare gli spazi per dare visibilità agli esercizi già presenti nel quartiere, in attesa che si possa sviluppare il progetto definitivo. Per questo però ci vuole tempo e dovremmo attendere gli studi di fattibilità di Provincia e Regione».

     

    Dunque, addio definitivo al progetto De Eccher?

    mercato-corso-sardegna-2008-d1A rispondere è l’assessore comunale ai Lavori pubblici, Gianni Crivello: «Dal punto di vista economico, è improbabile, se non quasi del tutto certo, che quell’impianto possa reggere ancora senza la realizzazione dei box auto da cedere ai privati. Per cui, senza volerci per forza di cose scontarci con qualcuno, sarà necessaria una rivisitazione complessiva del progetto iniziale». Secondo fonti ben informate, inoltre, ci sarebbe un altro ostacolo da non sottovalutare nella realizzazione del piano della società di Udine, ovvero la disponibilità data per scontata da parte di Asl di insediarsi nell’area dell’ex mercato con un nuovo presidio. Disponibilità, nei fatti, tutt’altro che certa.

    Fatte salve clamorose evoluzioni che potrebbe imporre la sentenza del tribunale amministrativo, perciò la struttura tornerà nelle disponibilità del Comune. «In questa fase di stallo – spiega Crivello – abbiamo anche cercato, invano, di studiare una possibile collaborazione con la De Eccher per trovare una soluzione ponte che garantisse a entrambe le parti un minimo di solidità, in attesa che la giustizia si pronunci. Ma non abbiamo riscontrato alcuna disponibilità».

    L’amministrazione, allora, ha deciso di muoversi in autonomia. Nell’ultimo bilancio, alla voce mutuo, compaiono infatti 500 mila euro da destinare proprio all’area ex mercatale, innanzitutto per la bonifica del tetto in amianto. Una volta tolta la copertura, con i lavori che dovrebbero iniziare nei primi mesi del 2014, abbattuti alcuni edifici della zona centrale e ripulita e bonificata l’area, ecco che la piazza a cielo aperto si troverebbe disponibile in maniera quasi del tutto naturale. «Insomma – chiosa Crivello – dovevamo comunque togliere l’amianto. Abbiamo fatto uno sforzo economico aggiuntivo per dare al quartiere una sorta di agorà, sì con parcheggi al piano strada, ma anche con spazi sufficienti per far nascere un nuovo luogo di incontro in attesa di poter riprendere in mano il progetto complessivo dopo la sentenza».

    «Questa doppia fase – conclude con un po’ di polemica il presidente del Civ, Umberto Solferino – si è resa necessaria perché negli anni sono stati perpetrati diversi errori tecnici da parte delle amministrazione che hanno fatto sì che si arrivasse a questo punto. Ora è necessario intervenire, seppur provvisoriamente, perché non è possibile che l’ex mercato resti un mausoleo della disgrazia».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ponte Carrega, demolizione o riqualificazione? Futuro ancora incerto

    Ponte Carrega, demolizione o riqualificazione? Futuro ancora incerto

    Ponte CarregaDemoliamo Ponte Carrega. Anzi no, riqualifichiamolo. Il futuro del viadotto costruito nel 1788 è approdato ieri in Consiglio comunale, attraverso un articolo 54 promosso dai consiglieri di opposizione Grillo (Pdl) e Rixi (Lega). Da un lato, la volontà dei cittadini di tenere in vita un pezzo di storia della nostra città, dall’altro la necessità dell’amministrazione di mettere in sicurezza il bacino del Bisagno e riqualificare l’intera valle.

    «L’associazione Amici di Ponte Carrega – ha ricordato il decano del Consiglio comunale, Guido Grillo – ha partecipato al concorso indetto dal Fai per il finanziamento a fondo perduto dei lavori di riqualificazione dei cosiddetti “luoghi del cuore”. Per partecipare al bando era necessario acquisire il nulla osta dell’amministrazione comunale, che è arrivato ma con una puntualizzazione che dà luogo a incertezze. Viene, infatti, specificato che il Comune non si assume nessun impegno in ordine al mantenimento del ponte, in quanto il piano di bacino per la messa in sicurezza del Bisagno ne imporrebbe l’abbattimento. Tuttavia – conclude Grillo – il valore storico del ponte è stato riconosciuto anche dalla Soprintendenza e una legge del 2004 impedisce la demolizione di questi beni e impone l’obbligo di garantirne la sicurezza e la conservazione». Come si risolve questa dicotomia legislativa?

    Questione delicata, tanto che la risposta arriva direttamente dal sindaco che non ha sgomberato definitivamente il campo dai tanti dubbi. «Nel nulla osta che ci è stato richiesto e abbiamo concesso in tempi rapidissimi – spiega Marco Doria – non potevamo non far presenti alcuni dati di fatto derivanti da atti amministrativi che in qualche modo riguardano il bene». Il sindaco ha, poi, ripercorso le tappe che hanno portato alla realizzazione del piano di bacino che si occupa della sicurezza complessiva del Bisagno per evitare il rischio esondazione e alla redazione del progetto preliminare per la realizzazione del nuovo asse infrastrutturale per il trasporto pubblico nella valle. «La demolizione dei ponti Feritore, Guglielmetti, Carrega, Veronelli e Bezzecca e la loro sostituzione con due nuovi viadotti – ha sottolineato il primo cittadino – è indispensabile per la messa in sicurezza idraulica del torrente. In particolare, Ponte Carrega rappresenta il maggior rigurgito di acqua e conseguentemente è causa del maggior flusso potenziale di esondazione del Bisagno».

    Certo, l’opera di messa in sicurezza del torrente è iniziata con i lavori sullo “scolmatorino” del Fereggiano, in cui sono stati assorbiti i 25 milioni di finanziamento statale, pari a un decimo di quanto sarebbe necessario per la sistemazione idrogeologica dell’intero bacino. «Il problema della messa in sicurezza di tutto il Bisagno resta vivo – riconosce il primo cittadino – e nella zona più a monte rispetto agli interventi programmati, cioè quella in cui insiste ponte Carrega, dobbiamo fare riferimento alle indicazioni provenienti dagli studi effettuati nel 2010 e 2011 che vanno in direzione di una demolizione del ponte. Naturalmente, se nel futuro emergessero valutazioni tecniche di diverso avviso ne terremo conto».

    In sintesi: non ci sono i soldi per discutere di tutto il Bisagno, ma qualora dovessero essere stanziate le opportune risorse dal governo dovremo sottostare agli studi tecnici effettuati fino al momento che prevedono l’abbattimento di Ponte Carrega.

    ponte-carrega-valbisagno-lavori-volontariE la tutela del bene imposta dalla Soprintendenza? Ancora Doria: «Siamo in presenza di processi che riguardano la messa in sicurezza idraulica, da un lato, e la tutela dei beni culturali, dall’altro. Questi ultimi potrebbero entrare in conflitto con le prime. In tal caso l’amministrazione rispetterà le valutazioni fatte dagli organi dello Stato superiori in ordine all’interesse generale». Decide lo Stato, dunque, che a rigor di logica dovrebbe far prevalere le norme sulla sicurezza idrogeologica con il definitivo addio al viadotto.

    Ma secondo l’Associazione Amici di Ponte Carrega le cose non stanno proprio così, come ci spiega Fabrizio Spiniello: «La messa in sicurezza del Bisagno non comporta necessariamente l’abbattimento dei cinque ponti e, in particolare, di Ponte Carrega. Certo, bisognerà mettere in sicurezza l’area e intervenire con alcune migliorie comunque non strutturali sul ponte. Ma se davvero si vuole fare lo scolmatore sul Bisagno, Ponte Carrega potrà continuare ad esistere. A meno che non vi siano altre logiche speculative dietro». A dirlo non sono solo i cittadini che hanno preso a cuore il futuro di un pezzo di storia di Genova, ma soprattutto alcuni esperti del Politecnico di Milano chiamati in causa dalla stessa associazione. «Sappiamo che ci sono molte possibilità di sopravvivenza di Ponte Carrega e riteniamo che sia grave che l’amministrazione comunale si sia barricata su questa sua convinzione. Tra l’altro, l’abbattimento del ponte di per sé non risolverebbe la situazione perché il restringimento del Bisagno in questo punto, a cui si andrebbe in contro con la realizzazione della nuova viabilità nella valle, sposterebbe semplicemente i problemi di esondabilità più a valle».

    Per discutere di queste problematiche e, più in generale, dell’assetto idrogeologico e del futuro della Valbisagno, gli Amici di Ponte Carrega organizzeranno due giorni di workshop venerdì 8 e sabato 9 novembre, culminanti nella seconda giornata con un seminario a Palazzo Ducale.

    Intanto, il progetto di conservazione e riqualificazione di Ponte Carrega è stato accolto dal Fai, che ora valuterà la copertura economica richiesta (circa 10mila euro) a fronte di tutte le altre proposte giunte dal territorio nazionale. Già a luglio, i cittadini della zona erano intervenuti con alcune operazioni di manutenzione come la riverniciatura della storica ringhiera in ferro battuto e la pulizia della struttura dalle piante infestanti, grazie all’intervento di sponsor privati. Ora, il progetto prevedrebbe una risistemazione dell’illuminazione, la ricollocazione dell’edicola votiva della Madonnina del ponte nella sua posizioni originaria e la realizzazione di spazi verdi per dar vita a nuovi centri di aggregazione e orti urbani. L’obiettivo è quello di evitare che il quartiere assuma un aspetto «eccessivamente commerciale o industriale» in seguito agli ultimi interventi edilizi approvati.

    «Naturalmente – chiosa Spiniello – non sarà semplice ottenere i finanziamenti, anche perché oltre al nulla osta del Comune sarebbe stata opportuna una manifestazione di interesse da parte dall’amministrazione. Invece, le specificazioni del sindaco rischiano di metterci i bastoni tra le ruote. Ma, in ogni caso, non ci fermeremo qui. Abbiamo raccontato la nostra storia a Marco Paolini la settimana scorsa e lo faremo ad Ascanio Celestini quando anche lui sarà allo Stabile. E poi abbiamo già 11 realtà associative disposte a darci una mano e una serie di ditte private che potrebbero procedere alle opere di riqualificazione».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Società partecipate, la giunta presenta la delibera che apre ai privati

    Società partecipate, la giunta presenta la delibera che apre ai privati

    palazzo-tursi-D4Di indirizzo doveva essere e di indirizzo sarà. Sempre che riesca a trovare la maggioranza in Consiglio comunale. La delibera sulle società partecipate dal Comune di Genova (di cui in tabella potete osservare nel dettaglio i singoli assetti), che fa discutere da quest’estate e che era stata ritirata dalla stessa giunta nell’ultima seduta utile prima delle vacanze, nel contesto di continue manifestazioni di dissenso da parte delle associazioni sindacali, è stata nuovamente approvata da sindaco e assessori. Con qualche ritocco e precisazione in più rispetto al documento presentato, in fretta e furia, poco meno di tre mesi fa,  la giunta conferma sostanzialmente l’apertura all’ingresso di capitali privati che possano consentire l’ampliamento degli orizzonti industriali delle società e la loro sopravvivenza economica.

    «Dopo il rinvio tecnico – ricorda il vicesindaco Bernini – abbiamo sviluppato un fitto dialogo con tutte le rappresentanze sindacali, comprese quelle di categoria, alla presenza anche degli amministratori delle società partecipate. Un lavoro faticoso ma fruttuoso che, da un lato, ci ha consentito di fare un quadro completo su tutte le ramificazioni che il Comune ha dentro le società, dall’altro, ci ha permesso di apportare correttivi alla delibera, recependo alcune istanze dei lavoratori».

    Ma il lavoro fatto fin qui non sembra sufficiente a placare gli animi. Sia sul fronte sindacale che su quello politico, soprattutto tra le fila di una multisfaccettata maggioranza che mostra ormai da tempo segni di cedimento. Così, la riunione già convocata per lunedì prossimo difficilmente finirà a tarallucci e vino. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, pare che una buona fetta di maggioranza avesse espressamente richiesto di condividere il documento all’interno della mura di Tursi prima di presentarlo ufficialmente alla stampa e, quindi, ai genovesi. Invece, ieri mattina si è passati direttamente dalla seduta di giunta alla conferenza con i giornalisti. A cui, tra l’altro, non ha partecipato il sindaco Marco Doria, la cui motivazione ufficiale di altri impegni istituzionali ha destato più di un sospetto.

    Critiche anche le reazioni da parte dei sindacati di base che affidano la risposta a un comunicato unitario, in cui si definisce la delibera “una scelta che ha il sapore dell’autoreferenzialità, un’accelerazione imposta che rischia di scaricare su lavoratori e cittadini le scelte sbagliate compiute in questi anni dall’amministrazione comunale”. Per Cgil, Cisl e Uil il documento presentato ieri interrompe bruscamente il positivo percorso di confronto “esclusivamente per ragioni di interesse politico, e non in quello dei lavoratori e della città, non accogliendo peraltro le correzioni e le proposte di merito avanzate dalle Organizzazioni sindacali”.

     

     La delibera sulle partecipate: occhi puntati su Amt, Amiu e Aster

    Veniamo alla delibera, che nella struttura e nella sostanza non presenta clamorosi cambiamenti rispetto agli intendimenti già manifestati a fine luglio. «Si tratta di un documento più didascalico e prescrittivo – sostiene Bernini – che si apre anche a importanti riflessioni circa il futuro prossimo della città».

    amt-trasporto-pubblico-d1Naturalmente l’attenzione è puntata sulle tre partecipate più grandi: Amt, Amiu e Aster. Sull’Aziendà Mobilità e Trasporti c’è ben poco da dire, se non che la Giunta aspetta i risultati definitivi della valutazione dell’Advisor per poter presentare al Consiglio comunale, entro la fine dell’anno, una proposta operativa che garantisca la sopravvivenza economica dell’azienda e un livello qualitativamente e quantitativamente accettabile del servizio.

    Rifiuti

    Per quanto riguarda Amiu, invece, la delibera richiede al management l’adozione di un nuovo piano industriale che contempli l’opportunità di aprirsi all’ingresso di capitale privato, con partecipazione non di maggioranza, per uscire dalla condizione di società in-house che altrimenti bloccherebbe ogni prospettiva di sviluppo per l’azienda.

    A differenza della prima stesura della delibera, dunque, non si parla più direttamente di cessione di una quota della società.

    «Ad ogni modo – sottolinea Bernini – non spetta a noi entrare nel merito specifico di come questi obiettivi debbano essere raggiunti. Noi diamo solo delle linee di indirizzo e saranno poi gli amministratori delle società a dover presentare un dettagliato piano industriale».

    Simile, ma molto più urgente per questioni di bilancio, la situazione di Aster, per cui viene richiesto alla società di presentare un nuovo piano industriale, secondo la riorganizzazione illustrata, entro la fine del 2013. «Aster deve diventare meno Comune-dipendente, vista la situazione in cui versano le casse di Tursi», sorride Bernini. Che poi, più seriamente, aggiunge: «Con questa delibera il Comune non vuole fare cassa, quanto piuttosto reperire le risorse necessarie per valorizzare le società dal punto di vista industriale, facendo compiere un salto di qualità che nel futuro potrà consentire l’apertura a orizzonti più ampi». Il riferimento è chiaramente alla nuova legge regionale che, in virtù anche del processo di realizzazione delle Città Metropolitana, obbligherà le società partecipate a svincolarsi dallo status di in-house per poter concorrere all’assegnazione di commesse in ambiti territoriali più estesi. «Ad esempio – incalza Bernini – Aster potrebbe entrare in una gara per la fornitura di bitume per le opere stradali necessarie alla realizzazione del Terzo Valico. Oppure potrebbe avvalersi della collaborazione di partner specifici per interventi di risparmio energetico nel Comune di Genova, con l’investimento di un capitale privato che miri a costituire un know-how da poter esportare poi oltre confine».

    I vertici delle aziende, almeno per il momento, si trincerano dietro il più istituzionale dei “no comment”. Ma nel frattempo sono già al lavoro per studiare le misure necessarie a rispondere alle esigenze del Comune. «È vero che il mandato non è ancora formale – ammette Bernini – ma è anche vero che gli amministratori hanno già ricevuto informalmente queste direttive, dal momento che hanno preso parte alle riunioni in cui sono state via, via costruite». Ora la parola passa alle commissioni competenti, prima di tornare in Aula e sottoporsi al giudizio dei consiglieri, verosimilmente all’inizio di novembre.

    Il termine privatizzazione, dunque, non compare mai nel testo licenziato dalla giunta. Ma le note di indirizzo agli amministratori delle società partecipate sono piuttosto precise e partono tutte da un presupposto fondamentale: il riconoscimento dei settori ritenuti strategici e che, quindi, devono rimanere prevalentemente a gestione pubblica. Da questo riassetto complessivo, la Giunta conta di reperire alcune risorse che la stessa delibera vincola ad essere riutilizzate per l’abbattimento del debito, l’investimento in settori riorganizzati e strategici come i trasporti e l’housing sociale e l’adozione di provvedimenti che garantiscano un maggior controllo pubblico su settori di particolare interesse come quello idrico.

     

    Il caso dei Bagni Marina e di Farmacie Genovesi

    Tra gli ambiti ritenuti non particolarmente strategici, rientra l’operato di Bagni Marina e Farmacie Genovesi. Per queste due società viene predisposta la cessione nel caso in cui il bilancio economico-patrimoniale non dovesse raggiungere l’equilibrio. «Per quanto riguarda i Bagni – spiega Bernini – il Comune deve vigilare affinché vengano resi accessibili tutti i servizi anche alla fasce più deboli. Ma per fare questo possiamo utilizzare strumenti diversi rispetto a una partecipazione economica in perdita». Diversa la situazione per le Farmacie comunali (8 quelle ancora attive rispetto alle 11 iniziali), nate per coprire buchi del settore privato che attualmente non sussistono più. Grazie alla riorganizzazione che ha portato ad esempio a esternalizzare il costo dei magazzinieri, dai 130/140 mila euro di passivo del 2012 si potrebbe arrivare al pareggio nell’anno in corso.

     

    L’ultima disposizione della delibera riguarda il comparto occupazionale. La giunta, infatti, si fa promotrice della definizione di un protocollo di mobilità tra le varie partecipate, coinvolgendo laddove possibile anche il Comune stesso, incentivando il più possibile il turn-over con la conseguente assunzione delle professionalità necessarie a compiere il tanto agognato salto di qualità.

     

    Simone D’Ambrosio
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Via Cornigliano 2015, concorso di idee: un viale con area pedonale e verde

    Via Cornigliano 2015, concorso di idee: un viale con area pedonale e verde

    Via Cornigliano

    Strada di scorrimento a mare, da una parte, boulevard alla parigina con negozi, panchine, alberi e aree verdi, dall’altra. Dopo il progetto di riqualificazione dell’area mercatale di piazza Monteverdi, Cornigliano pensa in grande per il proprio futuro. Se il traffico a lunga percorrenza dovrebbe usufruire dei vantaggi offerti dalla nuova infrastruttura a partire dalla fine estate – inizio autunno 2014, anche il cuore pulsante del Medio Ponente cittadino potrebbe trarre importanti benefici dalla drastica diminuzione di traffico. E il progetto ambizioso, che punta a rendere via Cornigliano una seria concorrente allo shopping e alle passeggiate sestresi, verrà presentato ai cittadini domani, venerdì 18 ottobre, alle 17.30 nel corso di un’assemblea pubblica presso il Centro civico di viale Narisano, a cui prenderanno parte il presidente del Municipio VI Medio Ponente, Giuseppe Spatola, il vicesindaco, Stefano Bernini, e il direttore di Società per Cornigliano, Enrico Da Molo.

    Cornigliano cambia faccia”. Emblematico il titolo della riunione durante la quale saranno illustrate le modalità di partecipazione al concorso di idee per la riqualificazione complessiva dell’arteria principale del Medio Ponente. Ma ampio spazio sarà dato anche alle proposte dei residenti. «La nostra volontà – spiega Da Molo – è quella di andare incontro a eventuali esigenze particolari manifestate dai cittadini, seguendo il progetto in parte già delineato in accordo con il Municipio, con cui abbiamo sempre collaborato in questi anni».

    Per questo motivo, i professionisti che vorranno prendere parte al concorso dovranno sottostare a una serie di vincoli piuttosto rigidi nella redazione dei propri elaborati. Si parte da una riduzione della carreggiata dalle attuali cinque a sole due corsie, una per senso di marcia. Di conseguenza, si potrà procedere a un sostanziale allargamento dei marciapiedi e delle zone pedonali e alla predisposizione di alcune aree verdi con panchine e penisole per la sosta delle vetture. Tutte operazioni che dovrebbero dare vita a una sorta di lungo viale, con ampio spazio per i pedoni. Verranno chiusi gli attuali sottopassaggi e saranno previste due piste ciclabili, una per senso di marcia. Insomma, una riqualificazione significativa che permetterebbe un ricompattamento dell’attuale frattura che divide la zona nord di Cornigliano da quella più a sud, vicina alla stazione.

    Due le fasi del concorso. Nella prima, tutti i partecipanti saranno chiamati a presentare elaborati molto semplici, in modo da poter garantire la massima partecipazione ai professionisti del settore. Le cinque idee più convincenti accederanno alla seconda fase, in cui si dovrà redigere il progetto preliminare. «La speranza – anticipa il direttore di Società per Cornigliano – è quella di avere il vincitore entro l’estate e potergli poi affidare la progettazione definitiva e magari anche la direzione lavori, passando così alla fase operativa a fine del prossimo anno».

    Progetto Strada a mare di Cornigliano

    A proposito. Naturalmente, i cantieri non potranno partire prima del definitivo completamento della strada a mare. Quantomeno per il suo tratto principale che, nella più rosea delle ipotesi, dovrebbe essere concluso entro la fine di luglio 2014. Anche perché chiudere via Cornigliano adesso, significherebbe bloccare il traffico di buona parte della città. «In realtà – spiega ancora Da Molo – sarebbe necessario attendere anche il completamento delle strade di sponda, di raccordo. Ma non è detto che non si possa procedere con due lotti separati, uno precedente e uno successivo a questo intervento sull’infrastruttura a mare».

    Stimati anche i costi complessivi per il restyling di via Cornigliano. Il progetto, infatti, dovrà avere un limite di spesa complessivo non superiore ai 5,5 milioni di euro. La cifra deriva da un dato parametrico elaborato da Società per Cornigliano sulla base di alcuni interventi appena affidati per il rifacimento di Vetrano e via Verona, e altri lavori simili svolti dal comune in via Buranello e via D’Aste. Il valore ottenuto è stato poi rapportato ai 16 mila metri quadrati di via Cornigliano, aggiungendo una serie di paracadute per gli imprevisti, la sicurezza e la direzione lavori. Un limite di cui naturalmente dovranno tenere conto tutti i professionisti che intenderanno prendere parte al concorso.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Cornigliano, ex mercato comunale: un nuovo spazio per il quartiere

    Cornigliano, ex mercato comunale: un nuovo spazio per il quartiere

    Mercato Comunale CorniglianoL’ex mercato al coperto di Cornigliano è uno dei tanti luoghi “dimenticati” nel tessuto urbano della nostra città. Chiuso nel 2011 a causa della crisi, che aveva portato alla sopravvivenza di sole tre attività mercatali, l’edificio giace semi-abbandonato in piazza Monteverdi. Il progetto di riqualificazione dello stabile, di cui si parla già da due anni, è entrato ieri in Consiglio comunale attraverso un articolo 54 del consigliere Matteo Campora, che ha interrogato l’assessore Francesco Miceli, con delega al patrimonio, circa il futuro della struttura.

    Secondo Campora, infatti, esiste una rete di associazioni cittadine che si starebbe da tempo muovendo per rilevare l’area, cambiandone la destinazione e rendendola un nuovo punto di ritrovo per il quartiere, non proprio ricco di servizi in questo senso. Non più esercizi commerciali, ma un nuovo luogo di aggregazione, con tanto di bar e ludoteca, grazie all’azione, tra gli altri, del comitato residenti, del Circolo Lucani e del neonato civ.

    L’amministrazione, dal canto suo, sembra vedere di buon occhio il progetto. «Gli uffici – spiega l’assessore Miceli – hanno già verificato la fattibilità economica dell’operazione. I canoni pagati dai soggetti interessati, infatti, sarebbero sufficienti a coprire le spese di manutenzione straordinaria (principalmente svuotamento degli interni e derattizzazione) e ordinaria (canone di concessione e pagamento delle utenze) della struttura, che si estende per 750 mq. Inoltre, le richieste giunte in questo senso dal Municipio, riguardano un progetto organico di riqualificazione che ben si sposa con le intenzioni politiche di questa amministrazione». A questo punto, si tratta di capire quale sia l’iter migliore per l’assegnazione degli spazi. Da un lato il percorso tradizionale, ma più lungo, di una riprogettazione della destinazione d’uso dell’immobile da parte del Comune che poi passerebbe alla concessione tramite bando ad evidenza pubblica; dall’altro, l’affidamento diretto alle associazioni interessate, secondo le modalità di utilizzo e gestione concordate.

    «La seconda strada sarebbe sicuramente la migliore – commenta Campora – perché garantirebbe la gestione dell’area da parte di soggetti radicati nel territorio già da anni».

    Mercato Comunale Cornigliano

    Mercato Comunale Cornigliano

     

     

     

     

     

     

     

     

    Di diverso avviso il presidente del Municipio VI Medio Ponente, Giuseppe Spatola, che punta forte sulla trasparenza degli atti pubblici: «Se il Comune dovesse decidere la nuova destinazione d’uso associativa dell’area e spettasse al Municipio scegliere gli affidatari, allora noi ci affideremmo a un bando con evidenza pubblica. La manifestazione spontanea di interesse da parte di alcune associazioni, infatti, ci ha confermato la nostra convinzione sul futuro dell’ex mercato. Ma la scelta su chi gestirà gli spazi non deve essere condizionata da chi ha suscitato la proposta: ogni soggetto interessato deve avere le stesse possibilità di partecipazione. Naturalmente, altre strade potrebbero aprirsi qualora il Comune deceidesse di agire in autonomia».

    Mercato Comunale CorniglianoÈ lo stesso Spatola a ricostruire in maniera più puntuale il percorso che potrebbe condurre alla riqualificazione dell’ex mercato. «Fin dal nostro insediamento ci è stato chiesto, da Comune e Società per Cornigliano, un parere sulla destinazione d’uso dell’area. Dopo aver vagliato una pluralità di ipotesi, compresa quella di un mercato di dimensioni più ridotte con prodotti a chilometro zero – sullo stile, ad esempio, di quanto accaduto al Carmine, ndr – scartate per diverse difficoltà di realizzazione, ci siamo convinti che l’ideale sarebbe destinare la struttura a uso sociale, anche per rispondere a una forte richiesta della cittadinanza in questa direzione. Sarebbe, dunque, necessario che l’ex mercato diventasse formalmente una sede associativa, per garantire ad esempio la copertura della manutenzione ordinaria, ma che mettesse anche disposizione di tutti una serie di spazi da destinare a diversi eventi».

    A questo punto interviene la questione economica, come già anticipato dall’assessore Miceli. «I costi più difficili da sostenere – spiega Spatola – non sono tanto quelli riferiti ai canoni comunali, calmierati e non del tutto rispondenti a logiche di mercato, quanto quelli delle utenze e, soprattutto, del riscaldamento. Ma gli studi di fattibilità che abbiamo eseguito finora ci hanno confermato la sostenibilità economica del cambiamento di destinazione d’uso. Se poi la Soprintendenza, al cui benestare sono vincolati alcuni interventi sulla struttura, consentisse una ristrutturazione anche in ottica di risparmio energetico, a lungo termine gli esborsi per i concessionari sarebbero ancora più contenuti».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Salute in città, mancano dati e statistiche: come stanno i genovesi?

    Salute in città, mancano dati e statistiche: come stanno i genovesi?

    Ospedale San Martino, GenovaPochi dati o informazioni nascoste. A Genova sembra che nessuno sia interessato a conoscere a che punto stia la qualità della vita degli abitanti. La sensazione è che manchino le informazioni o che, chi ne è in possesso, non abbia particolare interesse a renderle pubbliche e, soprattutto, a sfruttarle per fini utili ai cittadini.

    «Diamo retta solo alle lobby che premono per le grandi opere e pensano solo al contesto economico. Ma il vero dato utile sarebbe sapere come stanno i genovesi e individuare se sul territorio esistono particolari criticità» sostiene il dottor Valerio Gennaro, epidemiologo dell’Ist di San Martino.

    E come stanno i genovesi? «Mi sembra che il genovese stia male», continua Gennaro. «Stanno male anziani, disabili e bambini. E in più, noi che misuriamo queste cose, non siamo messi in grado di fare il nostro lavoro. Ma se vuoi risolvere un problema, devi conoscerne le dimensioni, la diffusione. Se no, fai prevenzione un tanto al chilo, senza prove, senza evidenze scientifiche. Finisci per legarti al mercato ma non alle esigenze della gente».

    Che cosa intende? «Ad esempio, il quartiere di Cornigliano continua ad avere una mortalità più alta della media anche dopo anni dalla chiusura della cocheria dell’Ilva. Questa è una criticità che genera non solo problemi di salute, ma anche economici ed etici. Che cosa facciamo per affrontarla? A Genova sembra che ci sia un disinteresse verso questo tipo di dati. Forse anche perché noi, come tecnici, parliamo poco; parlano soprattutto gli economisti, ma gli epidemiologi, i sociologi e gli antropologi difficilmente trovano spazio. Manca una visione d’insieme della città e delle sue criticità».

    La solita colpa dell’amministrazione? «È vero che il Comune da solo non può risolvere tutti i problemi ma deve attrezzarsi quantomeno per conoscere le esigenze del territorio e della sua popolazione, sapere quali sono i quartieri che hanno la maggiore mortalità, dove vivono meglio e peggio i bambini. E su queste informazioni calibrare un certo tipo di servizi. Ad esempio, se ci fossero zone con una particolare concentrazione di disabili, si potrebbe pensare a servizi di mobilità ad hoc. Mi preoccupa che nessuno parta mai dai bisogni reali della gente».

    SanitàLa risposta arriva dal direttore dell’Ufficio Statistica del Comune di Genova, Maria Pia Verdona: «Bisogna distinguere tra la statistica e gli studi epidemiologici che devono partire dall’ambito sanitario, dalle Asl, dall’università, ovvero i soggetti che hanno le competenze per organizzare un’indagine, gestirla e valutarne i dati. L’attività della statistica può intervenire in un secondo momento, monitorando l’andamento di questi dati, una volta raccolti. Se mancano informazioni sullo stato di salute dei cittadini, il problema è di chi gestisce si occupa della salute, cioè dei medici a tutti i livelli. Stiamo parlando di dati clinici, spesso riservati. L’unica cosa che possiamo sapere noi sono i tassi di mortalità; ma il Comune non ha il diritto di accesso alle informazioni né le competenze per scorporare i dati che vengono inviati da ospedali e medici a Istat e Asl, e ritornano a noi solo in modo aggregato».

    E, in effetti, i dati forniti dal notiziario statistico comunale in tema sanitario sono veramente esigui. Si riesce giusto a sapere che nel primo semestre del 2013 a Genova sono morte 4759 persone, di cui 4038 residenti e che i nati vivi nello stesso periodo sono stati 2798. Più interessante, anche se di utilità limitata, il dato dei 49309 ricoveri negli ospedali cittadini, day ospital esclusi, da gennaio a giugno: circa 1 ogni 12 abitanti. Ma le cifre si fermano qui. Possibile che non si possa fare altro?

    «Certo, sarebbe molto interessante cercare di correlare i dati sulla salute dei cittadini al contesto ambientale e sociale in cui vivono e alle loro esigenze», prosegue Verdona. «E, in effetti, come Ufficio Statistico del Comune di Genova stiamo proprio facendo uno studio di fattibilità per lanciare un progetto futuro in questa direzione. Ma si tratta di una cosa molto delicata, che richiede l’acquisizione di una notevole mole di dati. Bisogna mettere intorno a un tavolo teste pensanti ad alto livello e competenze istituzionali diverse per trovare indici e correlazioni interessanti e veritieri tra lo stato di salute e altri aspetti della vita privata e sociale».

    sanita-ospedaleSi spieghi meglio. «Che cosa significa dire che in un Municipio c’è un’alta frequenza di patologie, se non conosco le cause territoriali o personali che le possono avere provocate? Io posso vivere a Sampierdarena e avere determinate patologie, ma magari lavoro a Vado da trent’anni e sono sottoposto quotidianamente a certi fattori inquinanti e, quindi, che abiti a Sampierdarena non c’entra nulla. Oppure posso vivere a Sestri da cinque anni, ma aver trascorso metà della mia vita a Taranto, sotto i fumi dell’Ilva. Voglio dire che raccogliere dati sulla salute dei cittadini, con una percentuale di attendibilità elevata, è un processo molto delicato: le variabili sono talmente tante che il rischio di fare valutazioni non corrette è molto forte. Mentre è semplice fare un’indagine epidemiologica sullo stato di salute dei lavoratori all’interno di uno specifico ambiente produttivo – perché posso sapere da quanto tempo lavorano in quel reparto, quanto ore al giorno, a che tipo di sostanze sono esposti…, insomma ho tanti elementi che mi consentono di fare opportune valutazioni – sulla popolazione, tra l’altro fortemente soggetta a mobilità, il compito si fa estremamente difficile. Si tratta, comunque, di studi molto utili ma per nulla banali e non possono prescindere dai dati in possesso delle istituzioni mediche. Il problema è capire quanto tempo e quante risorse ci vogliono per imbastire questi studi. E, soprattutto, le energie impiegate devono poi ripagarti degli sforzi».

    Forse, più semplice potrebbe essere approntare una serie di servizi per accompagnare e sostenere le determinate patologie riscontrate piuttosto che tentare di prevenirle. Certo, non sarebbe la soluzione del problema alla sua radice ma potrebbe aiutare a migliore la qualità della vita. Anche in questo caso, però, è necessario prestare molta attenzione alla mutevolezza delle esigenze, dovute ai cambiamenti, ai tassi di immigrazione e di emigrazione, nonché all’indice di mortalità da non sottovalutare in una città anziana come Genova. Insomma, una programmazione a lungo termine in questa direzione non è un elemento che possa essere studiato con semplicità a tavolino. D’altronde, con una continua diminuzione delle risorse economiche a disposizione, non si può neppure pensare di continuare a lavorare solo per tamponare le emergenze. Il cuore del problema, dunque, è capire se esiste, e dove sta, un giusto mezzo.

    C’è una soluzione? «Partire dalla qualità della vita come indicatore – sostiene l’epidemiologo Valerio Gennaro – dall’aspettativa di vita sana, che è informazione complementare rispetto all’aspettativa di vita complessiva. Cioè a che età ci si ammala, quando non si è più autosufficienti? In Italia, nell’ultimo decennio, questo indice è crollato. E credo anche a Genova. Sarebbe interessante capire come stanno i genovesi collettivamente, quartiere per quartiere, quali sono le fasce più deboli. Altro dato importante potrebbe essere quello che riguarda la mortalità evitabile. Tutte informazioni che dovrebbero essere stimate, anno per anno, zona per zona. Siamo una città ricca di cervelli e c’è gente disposta a mettersi in gioco. Si potrebbero conciliare i problemi della gente con le risorse che si hanno in casa. Ma prima bisogna capire che la vera grande opera è la salute della gente perché solo da lì si può arrivare al miglioramento della qualità della vita come indice di progresso».

     

     Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Beni del Demanio, acquisto gratuito: il Comune di Genova prepara la lista

    Beni del Demanio, acquisto gratuito: il Comune di Genova prepara la lista

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaCon il parere unanime favorevole del Consiglio comunale – e già qui ci sarebbe la notizia, considerate le scintille delle ultime seduteè iniziato ufficialmente il percorso per l’acquisizione a titolo gratuito dal Demanio di una lunga serie di strutture che potrebbero modificare sensibilmente la viabilità e l’aspetto di Genova nel prossimo futuro, di pari passo con il nuovo Piano Urbanistico. Un elenco di dodici pagine sciorina i beni che entro il 30 novembre potrebbero passare dal Demanio a Palazzo Tursi. Una lista di aree, terreni, immobili, gallerie e forti che non è assolutamente esaustiva e potrà essere implementata a seconda delle segnalazioni, delle esigenze e delle proposte dei municipi e del territorio.

    Si preannuncia, dunque, un tour de force per gli uffici comunali che in una cinquantina di giorni dovranno predisporre un’istruttoria per ciascuno dei beni che Tursi intende acquistare, specificandone la descrizione, le finalità di utilizzo futuro e le risorse finanziarie previste per lo stesso. Toccherà, poi, alla Giunta dare il via libera alla presentazione formale della richiesta, prestando particolare riguardo agli aspetti ambientali, geomorfologici e idrogeologici del territorio, nonché alla fattibilità tecnico-economica degli interventi di ripristino. Dopodiché la palla passerà definitivamente al Demanio che valuterà la bontà delle richieste pervenute dagli Enti Locali.

    Quello di oggi rappresenta certamente un passo importante per la Genova del futuro. Non va dimenticato, però, che in un contesto alquanto tragico per quanto riguarda le casse comunali, non sarà facile reperire le risorse necessarie per la bonifica dei beni acquistati e per la loro riconversione d’uso. Diverso il ragionamento se buona parte di queste aree e strutture venissero rivendute ai privati, dal momento che la legge statale non pone vincoli in merito. Un comportamento, d’altronde, che ben si sposerebbe con la volontà che più volte il premier Letta ha annunciato di dismissione parziale del patrimonio pubblico per risanare le casse dello Stato. «Ma il nostro obiettivo principale non è questo», risponde a precisa domanda l’assessore al Bilancio, Francesco Miceli. «I beni e le aree che richiederemo saranno soprattutto utili per il patrimonio immobiliare della città. Ogni elemento avrà una sua specifica funzionalità nell’ottica del miglioramento di servizi e viabilità. Questo non è tanto il momento di pensare alle “coperture” economiche, quanto quello di capire quali sono i beni che ci possono essere più utili e in quale prospettiva».

    Un lungo elenco: immobili, terreni, greti dei torrenti, gallerie antiaree, forti…

    righi-forti-DIL’attenzione di tutti si rivolge immediatamente all’ex Caserma Gavoglio, al Lagaccio, per la quale la delibera approvata prevede una norma specifica. Viene, infatti, dato mandato agli uffici competenti di procedere con urgenza su questa pratica e verificare l’eventuale disponibilità del Demanio a consegnare anticipatamente l’area. Se non nella sua interezza, quantomeno per quanto riguarda la zona tra i due cancelli d’ingresso, dove dovrebbe sorgere il nuovo parcheggio per i residenti di Via Ventotene, e i tratti  necessari alla messa in sicurezza del territorio circostante.

    Ma già in questa prima versione dell’elenco compaiono altri beni piuttosto interessanti. Come le Mura di Malapaga nel quartiere del Molo, l’ospedale militare di Sturla, che potrebbe essere oggetto di una significativa trasformazione urbana del quartiere, e le cliniche universitarie di San Martino, che garantirebbero la ricomposizione della proprietà nell’ottica dell’introduzione di una nuova funzione urbana privata della zona, affianco naturalmente a quella universitaria.

    Oltre ad aree, immobili e terreni che potrebbero rivestire in futuro nuove funzioni urbane, ad esempio con la realizzazione di spazi verdi o di servizio; oltre al miglioramento della viabilità cittadina, attraverso l’acquisizione di sedimi stradali come la rampa di accesso alla Sopraelevata o la strada che conduce al forte di San Martino; oltre ai vecchi greti di torrenti che potrebbero consentire la realizzazione di opere funzionali alla messa in sicurezza degli alvei o alla loro riqualificazione anche in ottica della mobilità veicolare e pedonale; vi sono due categorie particolari di immobili che meritano assolutamente di essere citate. Stiamo parlando dei Forti e delle ex gallerie anti-aree. Per quanto riguarda i primi, più volte l’amministrazione ha accennato alla volontà di pensare a nuovi sistemi di attrazione turistica, sperando di non ripetere errori e sprechi economici del passato (su tutti, Forte Begato). Le seconde, invece, sono una risorsa molto preziosa sia nell’ottica della realizzazione di nuovi parcheggi o depositi di mezzi aziendali, che andrebbero così a liberare le strade, sia per l’attuazione di nuovi collegamenti interni alla città.
    A questo proposito, risultano di particolare interesse: la galleria di via Cantore – corso Scassi, per l’accesso tramite ascensore all’area ospedaliera e alle zone collinari di Sampierdarena (un collegamento di questo tipo è già previsto nel piano di riqualificazione di Sampierdarena da 12 milioni di euro ma non ancora realizzato, ndr); la galleria Brignole – Sturla, che potrebbe rappresentare un’eccezionale opportunità per i collegamenti tra centro e Levante, ma soprattutto tra la stazione e l’ospedale Gaslini; la galleria sottostante le Mura di Carignano, che necessita ancora di qualche approfondimento circa le proprie potenzialità in ottica di mobilità.

    Insomma, il parco delle disponibilità e delle opportunità è molto ampio e variegato. Proprio per questo, chiediamo anche a voi lettori di Era Superba: su quali di queste strutture dovrebbe ricadere la scelta del Comune? Dite la vostra, dateci il vostro parere (qui riproponiamo l’elenco completo). Scorrendo l’elenco potreste individuare luoghi e strutture che per voi hanno un significato particolare, raccontateci le vostre idee. Utilizzate le nostre pagine sui social network o la mail di redazione: chissà che qualche rappresentante istituzionale non possa prendere ispirazione dalle proposte dei cittadini.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto Daniele Orlandi]

  • Difensore civico comunale, addio al servizio: in quanti lo conoscevano?

    Difensore civico comunale, addio al servizio: in quanti lo conoscevano?

    palazzo-tursi-D4Il Difensore civico comunale chiude i battenti. Con la presentazione alla stampa dell’attività (qui la documentazione) svolta negli ultimi cinque anni e la relazione, in corso in queste ore, in Consiglio comunale, Bruno Orsini, già senatore e illustre psichiatra tra i promotori delle legge Basaglia, ha compiuto gli ultimi atti ufficiali del suo mandato a Tursi. «Ma la notizia di oggi – esordisce lo stesso Orsini – non sono tanto i dati e le cifre di questi anni di servizio, quanto il fatto che non avrò un successore». Già, perché secondo quanto previsto da una norma inserita nella legge finanziaria del 2010, la figura dei Difensori civici comunali viene sacrificata sull’altare dei risparmi della spesa pubblica.
    Circa 39 mila euro all’anno messi a bilancio dal Comune di Genova, oltre agli stipendi per un dirigente e tre impiegati dell’ufficio. Non una cifra esorbitante che, tuttavia, va raffrontata alla reale efficienza del servizio e alla conoscenza dello stesso tra i cittadini. Appunto. Che cos’è, o meglio, cos’è stato il Difensore civico? Secondo quanto previsto dallo Statuto del Comune di Genova, si tratta di una figura a cui possono rivolgersi tutti i cittadini, un garante dell’imparzialità e del buon andamento dell’amministrazione cittadina che si attiva per eliminare abusi, disfunzioni e carenze dovuti a una cattiva gestione della cosa pubblica.

    Dal 7 ottobre 2008, data ufficiale di insediamento di Orsini, ad oggi il Difensore civico ha aperto 1723 fascicoli, a cui vanno aggiunte migliaia di altre audizioni che non sono sfociate in azioni formalizzate.

    «Si tratta di uno strumento indubbiamente piccolo ma assolutamente prezioso per la partecipazione dei cittadini all’amministrazione della cosa pubblica», spiega Orsini. «Un legame tra la gente e le istituzioni, che spesso sono vissute con un alone di ostilità. Con il dialogo, l’ascolto e la mediazione abbiamo cercato di ridurre le distanze tra i genovesi e l’Amministrazione. Con l’eliminazione di questa figura, adesso, viene meno un importante strumento di ascolto e selezione dei bisogni della gente; una figura che spesso è intervenuta per risolvere le strette maglie della burocrazia, per aiutare a comprendere il significato di determinate norme e ha cercato di attenuare il malcontento di chi non vede accolte le proprie richieste e rischia di reagire in maniera tumultuosa».

    Due le aree principali in cui si sono concentrate le attività del Difensore civico comunale. La prima non poteva che riguardare l’operato della Polizia Municipale, con ben 455 interventi da parte della Civica Difesa. In questo settore, le sanzioni sono passate dalle 686 mila del 2010 alle 427 mila dell’anno scorso, proseguendo con questo trend di diminuzione anche nel 2013. «Sarei eccessivamente presuntuoso se pensassi che ciò è avvenuto solo per merito delle nostre azioni, ma sicuramente il nostro intervento ha aiutato i cittadini a non essere colti in fallo in maniera inconsapevole». Discorso valido, soprattutto, per le contravvenzioni da telecontrolli, scese dalle 289 mila del 2010 alle 180 mila dell’anno scorso (e quest’anno sono “solo” 88 mila fino a metà settembre).

    Il secondo capitolo interessa, invece, le politiche tributarie. In questo campo, gli interventi formali sono stati 218, dovuti principalmente alla continua evoluzione dell’impianto normativo e alla diversità di linguaggi utilizzati, da un lato, dagli amministratori e, dall’altro, dai cittadini. In particolar modo ci si è occupati di fiscalità sulla casa (Ici-Imu), tributi e tariffe su rifiuti e ambiente (Tarsu-Tia-Tares) e, naturalmente, i rapporti con Equitalia e l’Agenzia delle Entrate.

    Al di là della casistica puntuale, vi sono state anche altre iniziative intraprese di proprio pugno dal Difensore civico, allo scopo di garantire i cittadini dalle incongruità amministrative. Sempre sul tema della Polizia Municipale, si possono citare: l’abbreviazione dei tempi massimi per le notifiche delle sanzioni da 150 a 90 giorni, con una drastica flessione delle infrazioni seriali; il miglioramento delle segnalazioni dei divieti e dell’ubicazione delle telecamere, non ché la possibilità di verificare i fotogrammi delle eventuali infrazioni; l’estensione della facoltà da parte dell’amministrazione di applicare l’autoannullamento di sanzioni palesemente errate. Inoltre, non va dimenticato l’impegno per la riaffermazione del principio secondo cui l’identificazione di un contravvenente deve essere verificata attraverso l’esibizione di un documento e non semplicemente a voce, evitando la perpetuazione di furti di identità.

    In campo tributario, invece, è stata sanata un’importante incongruenza sulla mancata restituzione dell’addizionale comunale Irpef, versata a titolo di acconto, nei casi di decessi o di cessata attività del contribuente.

    Infine, uscendo da queste due linee principali di intervento, c’è ancora un’iniziativa che merita di essere citata. Si tratta dell’individuazione di un indirizzo convenzionale per i senza fissa dimora che possa consentire il godimento dei diritti politici e l’accesso al servizio sanitario nazionale e a tutti i servizi legati all’anagrafica.

    E adesso, che cosa succederà? «Il rapporto tra cittadini e istituzioni ha sempre meno facilitatori», sostiene Orsini. «Un tempo, forse, era un ruolo svolto dai partiti; oggi, invece, è confinato alla protesta dei comitati che nascono in continuazione. Ma questi sono naturalmente portatori di bisogni corporativi e difficilmente tengono conto dell’interesse generale, nella cui direzione ha cercato di muoversi l’operato del Difensore civico. Sono, dunque, necessarie nuove forme di confronto e partecipazione per i cittadini che ne favoriscano l’ascolto all’interno dell’amministrazione».

    Così, mentre in Europa si punta sempre più sulla figura dell’ombudsman di scandinava memoria, in Italia questo servizio viene tagliato. Certo, resta in carica la figura regionale ma viene meno il requisito fondamentale della prossimità, che complica notevolmente la possibilità di autodifesa da parte dei cittadini.

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Consiglio Comunale, “fuori sacco” e articoli 54: regolamento da rivedere?

    Consiglio Comunale, “fuori sacco” e articoli 54: regolamento da rivedere?

    palazzo-tursi-bernini-doria-guerello-DDopo l’ordine del giorno della scorsa settimana sulle modifiche alle linee Amt in Valbisagno – votato favorevolmente dalla maggioranza dei consiglieri, nonostante fosse stato proposto dall’opposizione – un altro documento presentato “fuori sacco” (in genere si definisce fuori sacco tutto ciò che non è iscritto all’ordine del giorno ndr) ha suscitato accese discussioni nel corso dell’ultima seduta in Sala Rossa. Argomento del contendere, la Gronda. O meglio, la richiesta dei consiglieri Anzalone e Baroni (Gruppo Misto) e Musso Enrico, Musso Vittoria e Salemi (Lista Musso) di impegnare sindaco e giunta “ad avviare immediatamente le necessarie azioni per promuovere una Conferenza dei Servizi” al fine di programmare la realizzazione delle opere propedeutiche all’infrastruttura. Una richiesta stoppata direttamente dal presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, che ha dichiarato il documento inammissibile, accogliendo il parere della Segreteria generale, secondo cui le materie toccate esulavano dalla competenza comunale.
    Il dibattito, dunque, si sarebbe dovuto stoppare sul nascere. Invece, apriti cielo. Con il vicesegretario del Comune di Genova, Graziella De Nitto, accusata di ingerenze e parteggiamenti politici dal consigliere Alfonso Gioia (Udc). Probabilmente, tutto sarebbe filato via liscio se la Segreteria generale fosse stata un po’ più attenta alle motivazione dell’inammissibilità dell’ordine del giorno: nel testo, infatti, si dà per scontata la Valutazione di impatto ambientale della Gronda che, nella realtà delle cose, invece, non è ancora stata ufficializzata.

    Ad ogni modo, che la giornata sarebbe stata particolarmente calda lo si era intuito già qualche minuto prima, quando da una stanza limitrofa alla Sala Rossa erano volate parole di fuoco nel corso di una riunione di maggioranza. D’altronde si sa, il Pd vuole la Gronda a tutti i costi, mentre sindaco e giunta non hanno ancora preso una posizione chiara e definitiva.

    Per questa volta lo scontro è stato limitato dalla scaltrezza di Enrico Pignone (capogruppo Lista Doria), che ha richiesto proprio l’intervento della Segreteria generale sulla legittimità dell’ordine del giorno. Ma la questione è semplicemente rinviata e tornerà ciclicamente e sempre con maggior frequenza a caratterizzare le prossime sedute in Sala Rossa.

    “Fuori sacco” e “articoli 54”: regolamento da modificare? Ne abbiamo parlato con il presidente del Consiglio Comunale Giorgio Guerello

    palazzo-tursi-presidente-guerello-DNonostante le dichiarazioni di facciata arrivate da più parti, la maggioranza continua a scricchiolare e la giunta Doria è continuamente nell’occhio del ciclone. In questo senso, bisogna dare atto ai consiglieri delle opposizioni di una buona capacità di utilizzo degli strumenti a loro disposizione per minare il già di per sé fragile legame tra giunta e maggioranza. In alcuni casi, anche forzando un po’ il regolamento o sfruttandone la vacuità. Esattamente quello che sta accadendo con una fioritura di ordini del giorno fuori sacco, come ci spiega il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello: «L’attuale regolamento non lascia spazio al confronto sulle tematiche portate in aula attraverso lo strumento dell’ordine del giorno fuori sacco. Si può solo votare. Ma questo può andar bene, ad esempio, per aderire a iniziative che si fanno promotrici di diritti universali, non certo per questioni che meritano un ampio confronto politico». Come la Gronda.

    Tra l’altro, lo stesso presidente non ha alcun potere di incisione sull’iter procedurale di queste iniziative consiliari: «Il fuori sacco posso solo portarlo al mattino in Conferenza capigruppo per vedere se farlo passare in aula il giorno stesso, in caso di parere unanime dei capigruppo, o farlo slittare alla seduta successiva. Non vi sono possibilità di rifiuto, rinvio in commissione o rimando ad altro tipo di discussione. Ed è per questo che in campagna elettorale, ad esempio, assistiamo a un pullulare di fuori sacco che in realtà altro non sono che marchette elettorali, sostanzialmente interpellanze mascherate perché abbiano un percorso preferenziale in aula».

    Proprio per queste ragioni, lo stesso Guerello all’inizio del nuovo mandato aveva lanciato una proposta di riforma del regolamento: «All’inizio del ciclo amministrativo avevo proposto, in Conferenza capigruppo e alla Commissione regolamentare, di modificare le disposizioni sul funzionamento degli ordini del giorno fuori sacco e degli articoli 54 (interrogazioni a risposta immediata, ndr)».

    Anche le interrogazioni a risposta immediata, altrimenti note come question time, che precedono di un’ora tutte le sedute ordinarie del consiglio comunale, sono infatti diventate uno strumento parecchio inflazionato. Ancora Guerello: «Ogni settimana mi arrivano dalle 150 alle 180 richieste di articoli 54. Nell’ambito di quelle, ne devo scegliere solo 4 o 5. Ma è evidente che tutte le volte non ci possano essere quasi duecento questioni che, da regolamento, dovrebbero essere connotate da urgenza o particolare attualità politica. Tant’è vero che molte richieste vengono reiterate per diverse settimane. Inoltre, sarebbe opportuno inserire una sorta di contingentamento degli interventi per gruppi consigliari: se i firmatari sono dello stesso partito, decide il capogruppo chi illustra l’interrogazione, senza dover dare la parola a tutti».

    Consiglieri particolarmente indisciplinati, dunque, o scarsi conoscitori del regolamento? «Io credo che anche in questo caso il regolamento abbia bisogno di qualche ritocco. Sia i fuori sacco che i 54 sono strumenti molto utili per la democrazia, tant’è vero che cerco di darne di più alle opposizioni che hanno maggiori difficoltà ad avere un dialogo constate con la giunta. Ma hanno bisogno di una revisione che riporti alle caratteristiche originali di queste iniziative consiliari che la prassi ha con il tempo modificato e peggiorato».

    Simone D’Ambrosio

  • Ex Centrale del Latte di Genova, spunta il progetto di Confindustria

    Ex Centrale del Latte di Genova, spunta il progetto di Confindustria

    centrale-latte-genova-feginoUn pool di aziende top secret del settore manifatturiero, coordinate da Confindustria, potrebbe rilevare l’area di Fegino dove un tempo sorgeva la Centrale del Latte di Genova. L’assessore allo sviluppo economico, Francesco Oddone, ha annunciato la novità ieri in Consiglio comunale, rispondendo a un articolo 54 del consigliere Gianpaolo Malatesta, che chiedeva informazioni sul futuro dei lavoratori attualmente in cassa integrazione.

    «Per risolvere la questione dell’ex Centrale del Latte – ha detto Oddone – il Comune ha chiesto la collaborazione di Confindustria Genova, che si è mossa molto attivamente e ha costituito un gruppo di imprese interessate all’acquisizione dell’area. Ne è nato un progetto, presentato venerdì scorso a Parma ai rappresentati italiani di Lactalis – Parmalat, che consentirebbe il mantenimento della destinazione produttiva dell’area, per di più con una vocazione non inquinante».

    «Neppure il presidente Zampini conosce il nome delle aziende coinvolte» fanno sapere da Torre San Vincenzo. La segretezza, dunque, al momento è d’obbligo. Anche perché la trattativa è ancora in una fase preliminare. Dopo l’incontro di Parma, infatti, la palla è passata ai proprietari francesi di Lactalis, che dovranno decidere se intavolare o meno la trattativa con le aziende legate a Confindustria. Per il momento, comunque, niente nomi e niente cifre. L’unica indiscrezione che filtra riguarda la vocazione manifatturiera degli interessati che andrebbero a creare un nuovo sito produttivo diversificato, anche se non nel campo del latte.

    Il passaggio di proprietà dell’area di Fegino potrebbe finalmente mettere tutti d’accordo. In primis, i lavoratori di cui si farebbero carico le nuove società; poi il Comune, che tiene ferma la volontà di non cambiare la destinazione d’uso dell’area da produttiva a commerciale. Su questo punto il Comune non è disposto a cedere, come ha dimostrato ancora una volta il confronto, a tratti anche molto acceso, andato in scena giovedì scorso in Regione, tra i rappresentati delle istituzioni genovesi e gli emissari di Lactalis.

    Infine, anche l’attuale proprietà dei terreni potrebbe trarre diversi vantaggi dalla vendita, ponendo fine al continuo scontro con le istituzioni genovesi che hanno già negato più volte la disponibilità a far costruire in quella zona un nuovo centro commerciale. Inoltre, la società francese non dovrebbe farsi carico della manutenzione delle attuali strutture e dei costi di reintegro dei lavoratori, e potrebbe trarre i benefici economici della vendita a prezzo di mercato di un’area a destinazione industriale.

    Le sensazioni, per una volta, sembrano positive. Dopo la repentina uscita di scena di un’azienda del settore della logista portuale e aeroportuale, scapatta in seguito alla richiesta economica presentata da Lactalis e all’impossibilità di reimpiegare tutti i lavoratori fuoriusciti da Parmalat, e dopo il muro contro muro tra Comune e il gruppo francese, finalmente è stata messa sul tavolo una proposta potenzialmente soddisfacente per tutte le parti in causa.

    Intanto, gli ex dipendenti della Centrale del Latte proseguono la cassa integrazione. Il piano sociale sottoscritto in seguito alla chiusura dello stabilimento genovese, infatti, prevedeva un anno di cassa, rinnovabile nel caso in cui l’azienda fosse riuscita a reimpiegare almeno il 30% dei lavoratori fuoriusciti. Situazione che, nei fatti, si è verificata.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Meglio a Casa: assistenza sociale a domicilio per ridurre i ricoveri

    Meglio a Casa: assistenza sociale a domicilio per ridurre i ricoveri

    sanita-ambulanzeRidurre i ricoveri ospedalieri impropri, offrendo un mese di assistenza domiciliare gratuita per tutti gli anziani che hanno reali necessità di ricovero. Questo è il fulcro del progetto “Meglio a casa” – presentato dagli assessori alle politiche sociali della Regione Liguria, Lorena Rambaudi, e socio-sanitarie del Comune di Genova, Paola Dameri – e già attivo da fine giugno per i pazienti dell’ospedale Villa Scassi di Sampierdarena.

    «Con questa sperimentazione – spiega l’assessore Dameri – cerchiamo di evitare lo spiacevole fenomeno del “tornello” per cui un paziente anziano, dimesso magari per patologie non particolarmente gravi, se privo di assistenza domestica, rischia di tornare in ospedale dopo pochi giorni. Una situazione inefficiente sia per la struttura sanitaria che deve sostenerne i costi, sia per il paziente che non riceve le cure adeguate».

    E proprio su questa duplice traiettoria, si muove il progetto lanciato da Regione Liguria e Comune di Genova. Due gli obiettivi principali: il primo, di natura principalmente economica, mira a evitare i ricoveri inappropriati dal momento che ogni giorno di degenza costa all’ospedale mediamente tra i 650 e gli 800 euro a paziente. Il secondo, prettamente sociale, ha lo scopo di migliorare la qualità di vita dei pazienti, che spesso hanno un rifiuto psicologico alle cure quando si trovano all’interno delle strutture di ricovero.

    «Le prestazioni sanitarie e di assistenza sociale – ha detto l’assessore Rambaudi – non possono essere considerate come due compartimenti stagni. È giunto il momento di ridisegnare le regole socio-sanitarie nazionali. Attualmente il sistema sanitario nazionale riconosce solo le prestazioni domiciliari prestate da figure sanitarie e non l’assistenza fornita dalle badanti, che a fronte dei costi di pochi giorni di ricovero ospedaliero potrebbero fornire un’assistenza molto più prolungata nel tempo, con benefici maggiori per i pazienti». A testimonianza del valore di questo ragionamento, l’assessore cita alcune cifra di forte impatto. «Pensate che a livello nazionale la spesa complessiva per il sociale ammonta a 7,5 miliardi di euro mentre per le badanti si arriva a 9,4 miliardi, senza considerare il nero».

    Ospedale Villa ScassiLa conferma arriva dal direttore medico di Villa Scassi, dottor Mario Fisci: «Ogni anno dei 10 mila pazienti che accedono alla nostra struttura, circa il 30% non ha necessità di trattamenti sanitari quanto piuttosto di assistenza sociale. Molti pazienti arrivano da noi solo perché non hanno nessuno che gli ha ricordato di prendere la pastiglia alla giusta ora o gli ha preparato un pranzo nutriente. La continuità assistenziale che si cerca di raggiungere con questo progetto è certamente un uovo di Colombo. Ma è essenziale per migliorare la qualità della vita dei pazienti e l’efficienza degli ospedali».

    Il progetto “Meglio a casa”, che durerà sperimentalmente fino al 23 giugno 2014, coinvolge tutti i pazienti dei distretti socio sanitari 9 e 10 che fanno riferimento al nosocomio sampierdarenese e risiedono non solo nel Comune di Genova (capofila dell’iniziativa), ma anche in paesi limitrofi della Valpolcevera e della Vallescrivia.

    La segnalazione dei pazienti che potrebbero essere interessati al percorso di assistenza domiciliare, spetta agli stessi infermieri del triage sulla base dei seguenti parametri: almeno un precedente ricovero o accesso al pronto soccorso nei due mesi precedenti; sospetta malnutrizione o disidratazione; stato confusionale; ulcere trofiche o lesioni da pressione; igiene personale scadente; paziente non accompagnato.

    A questo punto, il cosiddetto Nucleo di Assistenza Tutelare Temporanea, composto da un’assistente sanitaria, un’assistente sociale e un infermiere, valuta il regime assistenziale necessario, sulla base di tre fasce disponibili: 6 ore (la più richiesta), 12 ore o regime di convivenza. La segnalazione passa poi alla cooperativa Agorà, che tramite bando pubblico si è aggiudicata la regia del servizio assistenziale a domicilio, la quale si occuperà di presentare alla famiglia una serie di badanti tra cui poter scegliere quella più adatta alle proprie esigenze. Il tutto nell’arco di una settimana.

    Per i primi 30 giorni le prestazioni saranno coperte dai finanziamenti del progetto (nel complesso, poco più di 300 mila euro, mentre ammontano a 1,2 milioni gli stanziamenti su tutto il territorio regionale per iniziative simili), dopodiché la famiglia potrà decidere se proseguire privatamente il contratto con l’assistente familiare, sempre rispettando i canoni minimi previsti dal contratto nazionale del settore. Delle 58 persone che per il momento hanno aderito al progetto (7 fuori Genova), oltre la metà ha proseguito il percorso assistenziale oltre il primo mese.

    ospedaleLe circa cento badanti attualmente inserite nel progetto sono tutte in possesso del titolo di assistente familiare rilasciato da Agorà, in seguito a specifica formazione. A tale scopo, la cooperativa ha dato vita a un vero e proprio “registro delle badanti” che lo stesso assessore Dameri non esclude possa essere “aperto” in un immediato futuro anche per altri servizi cittadini, nonché alla semplice utenza privata.

    «Che a casa ci si curi meglio è un dato di fatto incontrovertibile – chiosa il dottor Lorenzo Sampietro, direttore della S.C. Assistenza Geriatrica dell’ASL3 Genovese – e si risparmia anche. Basti pensare che il costo medio giornaliero di una struttura residenziale di assistenza supera, ormai, i 100 euro ed è coperto dallo Stato solo per i primi 60 giorni».

    Al momento, dunque, i numeri sono dalla parte di “Meglio a casa”. D’altronde anche una simile sperimentazione lanciata per i pazienti di San Martino 9 mesi fa sta dando riscontri molto positivi, con poco meno di 400 pazienti coinvolti e una riscontrabile diminuzione dei tempi medi di degenza ospedaliera. A questo punto, mancherebbe il Galliera

     

    Simone D’Ambrosio

  • Parco della Lanterna: estate 2013 con polemica e senza spettacoli

    Parco della Lanterna: estate 2013 con polemica e senza spettacoli

    LanternaAlzi la mano chi, quest’estate, ha sentito la mancanza dell’ormai consueta programmazione teatrale all’ombra della Lanterna? Certo, lo scorso fine settimana è stato allestito lo spettacolo “100% portuali” a cura della compagnia “La pozzanghera”, ma si trattava più che altro di un’anticipazione della prossima stagione estiva, quella del 2014, quando nel parco che sorge attorno al faro genovese verrà ospitato il “Festival del Porto”. Che fine ha fatto, invece, quest’anno quel ricco cartellone di spettacoli che era ormai solito Lanterna, di Daniele Orlandivedere impegnati anche gli storici protagonisti della rassegna “Luci sui forti”? Insomma, perché la stagione estiva 2013 è sostanzialmente saltata? Le ragioni, che Era Superba è in grado di spiegarvi in maniera piuttosto dettagliata, vanno ricercate soprattutto in un sottile intreccio burocratico e nell’ormai consueta mancanza di fondi da investire sulla cultura.

    «Mi ci sono ammalata dietro a questa storia. Non dormivo più. Non facevo altro che fumare. Mi sono sentita tradita, beffata». Inizia così il suo racconto, Giovanna Vitagliano, storica organizzatrice della kermesse “Luci sui forti”, che ci ha voluto spiegare che cosa, a suo dire, sia successo. «Dopo 24 anni che facevo “Luci sui forti”, gli ultimi due proprio nel parco della Lanterna, dove la Provincia mi aveva pregato di allestire una lunga stagione per questa estate, mi sono ritrovata a dover lasciare a casa una trentina di compagnie teatrali a pochi giorni dalla messa in scena. Hanno fatto tutto ad arte perché non volevano investire un euro». Sorseggiando il suo caffè, la signora Giovanna ci spiega che la scorsa primavera, mentre stava già lavorando al cartellone da un paio di mesi, Provincia di Genova e Muvita (società al 100% di proprietà dell’istituzione a cui, tra l’altro, è affidata la gestione della Lanterna), la informano che l’unico modo per poter accedere agli spazi sarebbe stata la partecipazione a regolare gara pubblica. «Nonostante le mie preoccupazioni di veder saltare un lavoro già in corso di realizzazione, decidiamo di partecipare al bando, non prima di aver ricevuto diverse rassicurazioni sul buon esito».

    «Abbiamo fatto un bando perché la Lanterna è un’area pubblica – risponde il direttore della Fondazione Muvita, Marco Castagnala cui assegnazione deve sottostare a delle regole e delle procedure ben precise. A maggior ragione, visto che l’area veniva concessa sostanzialmente a titolo gratuito e che la signora Vitagliano avrebbe fatto spettacoli a pagamento, ci sembrava corretto muoverci attraverso un bando pubblico. Non sarebbe stato giusto se alla signora Vitagliano, a cui avrei dato lo spazio per 15 serate a pagamento, avessi regalato il personale che per la Provincia ha un costo. Sarebbe stato l’equivalente di una sponsorizzazione che io, però, non posso fare».

    Tuttavia, la domanda della signora Vitagliano, a suo dire unica partecipante al bando, viene respinta due volte per mancanza di requisiti formali. «Nessuno voleva impedire nulla a chicchessia», spiega Castagna. «Lei ha pensato che si trattasse di una questione di antipatie nei suoi confronti ma non è così. È tutto trasparente. Si tratta di questioni formali e oggettive che per una società pubblica sono sostanziali».

    Intoppi e ritardi, a cui si sarebbe potuti tranquillamente soprassedere dal momento che non essendoci stato alcun vincitore del bando, si decise di proseguire a trattativa privata. Una trattativa che si arena ben presto, non appena entra in ballo l’aspetto economico.

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    «Sapevamo fin dall’inizio che non ci sarebbe stata alcuna disponibilità economica da parte degli organizzatori – riprende Giovanna Vitagliano – se non per la copertura delle utenze e per i costi i costi di allestimento dei palchi. Ma ci siamo trovati spiazzati di fronte alla richiesta di pagamento del servizio di sorveglianza, nonostante potessimo disporre in autonomia di un servizio gratuito, e di una fidejussione da 50 mila euro a garanzia degli spazi occupati. Tra l’altro, verbalmente ci era stato fatto intendere che ci sarebbero potuti essere anche dei problemi sulla copertura dei costi per palchi, sedie e trasporti del materiale».

    «Chiedevamo semplicemente la copertura dei costi del servizio di presidio – ribatte Castagna – peraltro effettuato da una cooperativa sociale. Stiamo parlando di 160 euro a serata, solo per le ore di spettacolo dalle 19 a mezzanotte; per allestimenti e altro non avremmo chiesto nulla. È una questione di sicurezza: nel contratto che la fondazione Muvita ha con la Provincia, c’è l’obbligo di presidio e controllo da parte della Fondazione per qualunque evento che venga fatto in quell’area. La signora Vitagliano sta facendo una polemica che a mio modo di vedere non ha ragione d’essere. Gli anni precedenti avevamo (poche) risorse della Provincia – 5 mila euro con cui è stata coperta circa una quindicina di spettacoli – che ci consentivano di sostenere anche i costi di guardianaggio. Quest’anno, invece, la Provincia ci ha dato lo spazio senza budget ma con l’obbligo di copertura del personale».

    E per quanto riguarda la richiesta di fidejussione? «Per la concessione della Lanterna, come previsto dal regolamento, la Provincia chiede da tre anni la sottoscrizione di un contratto disciplinare in cui è prevista una fidejussione o un’assicurazione a tutela del bene monumentale. Questione su cui nessuno ha mai storto il naso. Ad esempio, il 7 settembre i “Fedelissimi” della Sampdoria hanno fatto la loro festa e si sono pagati la loro assicurazione».

    Comunque intenzionata a non mollare la presa, Vitagliano decide di chiedere una partecipazione economica alle stesse compagnie coinvolte negli spettacoli. «Tra assicurazione e spese varie eravamo arrivati a superare i 10 mila euro di costi. Naturalmente metà delle compagnie si sono tirate indietro ma abbiamo chiesto a Muvita di procedere con il contratto. Peccato che questo ci sia arrivato solo tre giorni prima del debutto, previsto per il 3 luglio. Impossibile pensare di organizzare tutto, promozione e conferenza stampa compresa in così poco tempo. Era stato tutto realizzato ad arte perché Provincia e Muvita, che continuavano a passarsi la palla, non volevano spendere neanche i soldi per l’allestimento del palco. A quel punto siamo stati costretti a tirarci indietro. Certo, avrei potuto fare ricorso ma non mi sono sentita di mettermi contro le istituzioni. E mi arrabbio con me stessa perché sono scesa a compromessi. Ma a costo di andare sul pennone di non so cosa o di farlo per strada, può stare pur certo che “Luci sui forti” non morirà. Lo scriva, mi raccomando».

    «Sono il primo a rammaricarmi che alla Lanterna quest’anno non ci siano stati spettacoli – dice molto sinceramente il direttore di Muvita – però gli spettacoli costano. Nessuno vuole impedire che Lanterna diventi un luogo aperto alla città. Figuriamoci. È da più di dieci anni che ci siamo e cerchiamo di gestirlo in quell’ottica. E lo vorremmo molto più attivo che adesso. Ma la situazione economica della Provincia, e degli enti pubblici in generale, è sotto gli occhi di tutti. Io devo muovermi tra esigenze di budget ed esigenze di trasparenza. Non vorrei che sembrasse che siamo quelli che non vogliono fare le cose per non lavorare. La Provincia mi ha dato un bene in gestione che è Lanterna: è ovvio che per coprire i costi devo lanciare delle iniziative. La dimostrazione che abbiamo voglia di fare è data dal fatto che sono andato a cercami dei fondi europei per organizzare il Festival del porto per il prossimo anno».

    Una telenovela senza fine, che ha ancora un’ultima puntata. «Per provare a spostare la rassegna quantomeno a settembre – racconta la signora Vitagliano, avviandosi verso la conclusione – chiediamo un ultimo incontro a Provincia e Fondazione, al quale partecipano anche le nostre due compagnie storiche. Per salvare capra e cavoli, Castagna ci illustra il progetto del “Festival del Porto” per il 2014 e propone già per quest’anno un’anteprima, senza spese, alla compagnia “La pozzanghera”, che aveva in programma proprio uno spettacolo a tema portuale. Avrei preferito che non avessero accettato, ma almeno siamo riusciti a dare un minimo di continuità a “Luci su forti”. Non senza litigi anche per la presenza del nostro logo sui manifesti dello spettacolo che è andato in scena lo scorso weekend».

    Il bilancio, dunque, è quello di una partita senza vincitori. E di una situazione sempre più tragica per le finanze pubbliche da investire sulla cultura. La partita, però, potrà essere nuovamente giocata la prossima estate, quando all’ombra della Lanterna troverà spazio il Festival del Porto, finanziato con circa 9 mila euro da un bando europeo. Tolti i costi interni, rimarranno 5 mila euro che Muvita metterà a disposizione per una decina di compagnie teatrali. Le selezioni avverranno nel corso dell’anno attraverso uno specifico bando. Insomma, il 2013 ormai è andato, adesso tocca rimboccarsi le maniche per la prossima estate.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Consiglio Comunale, la maggioranza va sotto sui tagli Amt in Val Bisagno

    Consiglio Comunale, la maggioranza va sotto sui tagli Amt in Val Bisagno

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Nulla di clamoroso, per carità. In fondo, si tratta solo di un ordine del giorno “fuori sacco”. Ma il fatto che la maggioranza vada sotto e il consiglio comunale approvi un documento presentato dal Pdl, è già di per sé una notizia. Se il tutto avviene con il voto favorevole di un Consigliere del PD (Claudio Villa), la questione si fa interessante. E se, ancora, il tema in oggetto sono i tagli alle linee Amt in Val Bisagno, viene da sé che il dibattito si faccia piuttosto acceso.

    I fatti, prima di tutto. Nella seduta di ieri pomeriggio, il Consiglio comunale di Genova ha approvato – con 15 voti a favore, 13 contro, 5 astenuti e 1 presente non votante – un ordine del giorno presentato dal capogruppo del Pdl, Lilli Lauro, che impegna sindaco e giunta a ripristinare le corse della linea 13 Prato – Caricamento durante tutto il giorno e il capolinea della linea 14 in via Dante. Di per sé un atto che dovrebbe essere sostenuto dalle -ormai tanto di moda – larghe intese, visto l’appoggio pressoché universale incassato nei giorni scorsi dalle proteste dei cittadini. Ma la questione è più sottile. Vediamo perché.

    Innanzitutto, il documento presentato in Sala Rossa questa settimana era già stato proposto alla Conferenza dei capigruppo martedì scorso, vista anche la mozione sul tema passata all’unanimità il 16 settembre in Municipio IV Media Val Bisagno. Il Pd, per voce del suo capogruppo, Simone Farello, aveva chiesto il rinvio di sette giorni con l’intenzione di approfondire le questioni in un’apposita commissione, in attesa di avere anche qualche riscontro più preciso da Amt circa gli esiti dell’ennesima riorganizzazione delle rete. Una commissione che, tuttavia, non mai è stata convocata e che, secondo voci di corridoio, avrebbe probabilmente trovato spazio alla fine di questa settimana. L’ordine del giorno, dunque, è stato riproposto ieri mattina, trovando questa volta un netto rifiuto da parte della proponente Lilli Lauro a un nuovo rinvio e giungendo, nel pomeriggio, al voto in aula. Un voto a sorpresa, che ha mostrato ancora una volta una certa fragilità della maggioranza a Palazzo Tursi.

    La corona di franco tiratore del giorno spetta a Claudio Villa, consigliere Pd che ci spiega così il suo voto a favore del documento e contro “la linea di partito” (che, pur condividendo il merito della questione si opponeva al metodo auspicando un preventivo passaggio in Commissione): «Al di là delle appartenenze politiche, condivido questo ordine del giorno perché sono ormai quasi due settimane che sosteniamo i cittadini della Val Bisagno in questa battaglia. È un documento coerente con quanto votato dal Municipio che vuole ripristinare la situazione precedente. L’ordine del giorno si fa semplicemente portavoce della richiesta dei cittadini, era impossibile votare contro. Se poi la questione deve essere affrontata in commissione, ben venga. Ma era un passaggio che andava fatto prima che Amt attuasse questo provvedimento, dando vita a un tavolo di lavoro che potesse portare a una decisione condivisa. Tra l’altro noi dovremmo far di tutto per incentivare le persone all’utilizzo del trasporto pubblico e questo non si fa andando a tagliare gli autobus in zone in cui l’unico trasporto pubblico è quello su gomma».

    I più maligni dicono che il suo comportamento sia motivato soprattutto dalla volontà di ampliare la propria visibilità, addirittura per crearsi un bacino fertile in Val Bisagno in vista delle prossime elezioni regionali. Illazione che lo stesso interessato smentisce seccamente: «Assolutamente no. Credo che ogni qualvolta ci siano dei temi così sentiti dai cittadini si debba andare incontro alle loro istanze. E in questo momento la gente ci chiede di tornare indietro».

    Ma Villa non è l’unica pecora nera. Come tiene a sottolineare Farello, anche gli ingressi ritardati delle consigliere Nicolella e Bartolini (Lista Doria), guarda caso comparse in aula proprio al termine del voto, hanno tanto il profumo di assenza strategica. Senza contare altri voti “persi” dalla maggioranza, come quelli di Pastorino (Sel) e Bruno (FdS), o il presente non votante Chessa (Sel). Astenuto, invece, il Movimento 5 Stelle.

    «Non ci sono grossi drammi politici se la maggioranza non tiene su un documento prettamente amministrativo – sostiene il capogruppo del Pd, Simone Farello – e poi è una tradizione genovese che sulle riorganizzazioni del trasporto pubblico si vada sotto. Credo che il vero problema sia piuttosto un altro: non vorrei che ci stessimo concentrando troppo sul dito invece di guardare la luna. Se interveniamo puntualmente sulle singole linee, rischiamo di perdere di vista l’intera rete Amt. Io ho sempre votato e sempre voterò contro a ordini del giorno che vogliono intervenire su modifiche puntuali, intanto perché spettano all’azienda e poi perché non consentono di tenere presente l’intero assetto della rete pubblica e rischiano di comprometterne l’efficienza».

    L’ex assessore a Mobilità e Traffico del Comune di Genova si dice, comunque, d’accordo con chi sostiene che sia necessario che Amt fornisca dati puntuali circa i cambiamenti che la nuova riorganizzazione ha portato: «Proprio per questo motivo le decisioni vanno prese in commissione, dopo un’attenta analisi complessiva del sistema. Ad esempio, e so di dire una cosa impopolare, con l’arrivo della metropolitana a Brignole era inevitabile l’accorciamento di alcune linee: dovremmo però ragionare sulla frequenza delle corse lungo la valle e sulle colline».

    A sostenere la necessità di un preventivo passaggio in commissione anche Gianpaolo Malatesta, presidente della Commissione Sviluppo Economico e da sempre attivo proprio in Val Bisagno: «Se sei un amministratore come si deve, prima approfondisci la questione in commissione e poi presenti un documento in aula. Persino il Consiglio di Municipio, prima di licenziare la mozione all’unanimità, ha sentito l’assessore e Amt. Anche io voglio sapere quanti chilometri sono stati tagliati in Val Bisagno perché l’unico strumento di trasporto pubblico è la mobilità su gomma, sia a breve che a lunga percorrenza. Il punto però è che affrontando il problema nel modo in cui abbiamo fatto oggi non si riesce a far cogliere l’entità complessiva del taglio fatto da Amt, che è molto grave».

    Raggiante, e non poteva essere altrimenti, Lilli Lauro: «Villa e Malatesta hanno sostenuto la folla su queste richieste. Villa è stato coerente e ha votato a favore, Malatesta si è astenuto. La commissione è doverosa ma prima votiamo e blindiamo questo orientamento, poi vediamo in maniera pratica come riorganizzare le cose. Ora ripristiniamo le linee come hanno chiesto 7 mila cittadini, visto che non c’è uno studio che ne abbia motivato la riduzione. Poi, in commissione, potremo rivalutare le cose in base agli eventuali dati che ci verranno proposti».

    autobus-amt-3Ora la palla passa all’assessore Dagnino e all’azienda che, intanto, da lunedì prossimo dovrebbe rendere operativo il ripristino del capolinea davanti all’uscita della Stazione Brignole, precedentemente interessato dai mezzi Atp. Nel frattempo, non è escluso che venga comunque convocata una Commissione sul tema. Anche perché non è assolutamente detto che l’ordine del giorno si traduca nei fatti in pedisseque disposizioni concrete. Più probabile che aiuti ad accelerare qualche ripensamento, magari partendo proprio dalle tre richieste scritte nero su bianco dal Municipio: l’estensione a tutta la giornata della linea 13 Prato – Caricamento, il ripristino della linea 14 Prato – Via Dante e una verifica sulle modifiche della linea 12 per facilitare l’interscambio con gli altri mezzi e non giungere comunque a una riduzione delle corse. Affianco a ciò, i cittadini, tramite i propri rappresentanti municipali, hanno proposto ad amministratori e azienda di valutare molto attentamente una serie puntale di miglioramenti del trasporto pubblico che potete leggere nel testo della mozione (clicca qui).

     

    Simone D’Ambrosio