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  • Tutti i soldi del presidente. Siglato il “Patto per Genova” da Renzi e Doria: 110 milioni per infrastrutture, trasporti e cultura

    Tutti i soldi del presidente. Siglato il “Patto per Genova” da Renzi e Doria: 110 milioni per infrastrutture, trasporti e cultura

    renzi-doria-pattoRenzi torna a Genova e porta con sé 110 milioni, previsti dal Fondo Sviluppo e Coesione, destinati a infrastrutture, trasporto pubblico, territorio e cultura. Questa la sostanza che scaturisce dal “Patto per Genova”, siglato questa mattina dal Presidente del Consiglio e il sindaco Doria (qui il testo integrale): un documento che mette nero su bianco il finanziamento già preventivato per aiutare l’amministrazione comunale nel lavoro di messa in sicurezza del territorio e di sviluppo economico e turistico della città. Il premier è arrivato intorno alle 12 a Palazzo Tursi, sede del Comune di Genova per il breve vertice con il primo cittadino genovese, per poi partecipare a Palazzo Ducale a un evento di propaganda elettorale per le ragioni del sì al referendum costituzionale. Tutte le personalità cittadine presenti: oltre al presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, i rappresentanti provinciali di Cigl, Cisl e Uil, il sovrintendente del Teatro Carlo Felice, Maurizio Roi, la direttrice di Palazzo Reale, Serena Bertolucci, il rettore dell’Università di Genova, Paolo Comanducci, il presidente di Porto Antico spa, Ariel Dello Strologo, i vertici delle Forze dell’Ordine e della Capitaneria di Porto, il presidente di Ght (società che ha in carico la realizzazione del Parco Scientifico-Tecnologico di Erzelli), Carlo Castellano, i vertici della Camera di Commercio di Genova. Un evento che per la sua tempistica pre-elettorale lascia non poche perplessità.

    I progetti del Patto

    Gli stanziamenti previsti dall’accordo tra Comune e governo ammontano a 110 milioni: sono i soldi previsti per il periodo 2014-2020 dal Fondo Sviluppo e Coesione, ma che vengono affiancati da una serie di impegni politici di finalità di intervento. Tra le macro voci per i nuovi investimenti, 10 milioni vanno al settore mobilità e infrastrutture, 8,5 milioni per la riqualificazione dei forti e dei beni confiscati alla mafia, 11 milioni per interventi diffusi sulle strade metropolitane, 23,5 milioni per interventi di messa in sicurezza idrogeologica. Ulteriori 30 milioni verranno stanziati dal governo per la realizzazione del Parco scientifico e tecnologico di Erzelli, mentre 13,5 milioni si andranno ad aggiungere al Blueprint per la riqualificazione delle aree ex fieristiche. Identica cifra anche per la cura della città e la cultura che prevede, tra gli altri, interventi alle piscine di Nervi e Voltri, a Villa Gentile, la realizzazione del museo dell’emigrazione, la riqualificazione di Palazzo Reale e di Palazzo Rosso. Come saranno utilizzati è lo stesso Marco Doria a specificarlo durante la conferenza stampa di presentazione del documento di intesa: al primo posto è stato ribadito l’impegno per la lotta al dissesto idrogeologico, con nuovi fondi previsti per opere sui torrenti Chiaravagna, Vernazza e Sturla, non precedentemente finanziate da Italia Sicura. Poi, immancabili, le infrastrutture con «l’essenzialità del collegamento ferroviario ad alta capacità tra Genova e Milano – ha sottolineato il sindaco – e la necessità del recupero dei ritardi nella riqualificazione del nodo ferroviario di Genova, la realizzazione della stazione ferroviaria di Genova Aeroporto, opera chiave in vista del collegamento con gli Erzelli, la prosecuzione della metropolitana verso piazza Martinez, Terralba e, in prospettiva, l’ospedale San Martino». In questa voce rientrano anche finanziamenti per l’acquisto di nuovi autobus. Altro asse chiave del Patto, la riqualificazione urbana con rinnovate risorse per il completamento del Parco scientifico-tecnologico sulla collina di Erzelli, per cui viene ufficializzato l’impegno politico a individuare un commissario come per Expo, e l’avvio della realizzazione del Blueprint. Ulteriore asse riguarda il miglioramento della qualità della vita in città con fondi per riqualificare beni confiscati alle mafie e spazi e strutture, come i forti di Genova, acquisti a titolo non oneroso dal Demanio. A riguardo, il Patto prevede anche la sdemanializzazione non onerosa della fascia rispetto di Pra’ e delle aree di Voltri su cui insistono l’impianto sportivo e la sede del MunicIpio. Ultimo capitolo, la cultura. «Genova- conclude il sindaco- si propone come grande città d’arte, di cultura per cittadini e  per chi viene a visitarla da fuori. Interventi specifici sono previsti nella valorizzazione del patrimonio museale, con la realizzazione del grande museo nazionale dell’emigrazione, e nel potenziamento di istituzioni esistenti come il teatro Carlo Felice». In altre parole, tutti i progetti di cui si discute in città da anni avranno un’iniezione di liquidità più o meno congrua.

    Il dettaglio dei finanziamenti

    Ecco le singole voci degli investimenti strategici, come specificato dal sito web del governo:

    Rinnovo parco autobus: 5 milioni per acquisto mezzi di trasporto pubblico urbano, e 5 milioni per l’acquisto di mezzi di trasporto pubblico extraurbano

    Sostegno a progetti di recupero e valorizzazione dei beni acquisiti dal demanio o confiscati alle mafie: 8,5 milioni per la messa in sicurezza e bonifica dell’ex caserma Gavoglio, messa in sicurezza e accessibilità per alcuni locali dei forti Begato e Sperone, recupero e sistemazione di alloggi del centro storico per realizzare nuove strutture sociali.

    Lotta al dissesto idrogeologico: 16 milioni per la messa in sicurezza del rio Vernazza, 7,5 milioni per la messa in sicurezza dell’ultimo tratto del Chiaravagna, 11 milioni per interventi diffusi in ambito metropolitano

    Sviluppo economico: 30 milioni come contributo per  la realizzazione del polo scientifico, tecnologico e universitario di Erzelli, 13,5 milioni per opere propedeutiche al recupero del Waterfront (Blueprint)

    Impianti sportivi: 2,5 milioni per la piscina comunale “Mario Massa”, 3,6 milioni per la piscina “Nicola Mameli”, un milione per le manutenzioni di piscina e campo da calcio della fascia di rispetto di Pra, 300 mila euro per i lavori di ottenimento della certificazione di impianto inclusivo per attività sportive paralimpiche a Villa Gentile

    Valorizzazione patrimonio Storico e Artistico: 2 milioni per gli affreschi e l’impiantistica del piano nobile di Palazzo Rosso; 1,5 milioni per la messa in sicurezza e il riallestimento del Museo di Sant’Agostino, 2 milioni per l’ampliamento del padiglione “emigrazione” del Galata, 600 mila euro per il recupero del giardino del Canzio e delle grotte di Villa Durazzo Pallavicino.

    I commenti

    «Il governo non inserisce valutazioni di merito sui singoli progetti ma vuole aiutare il Comune di Genova a realizzarli, nel rispetto delle scelte elettorali dei cittadini – afferma Renzi, come riportato dalla agenzia Dire – ma condivido la necessità di interventi sul dissesto e il recupero dei ritardi sugli interventi previsti per infrastrutture e trasporti in una realtà come Genova, il cui protagonismo nel futuro è sotto gli occhi di tutti, e che rischia di essere messa in discussione se non c’è un sistema di infrastrutture degno di questo nome». Il premier ringrazia, poi, il sindaco Marco Doria per «l’attenzione mostrata ai conti pubblici: se non lo fanno i genovesi – scherza Renzi – figuriamoci il resto del paese. E’ una tradizione molto forte che vi fa onore». Il presidente del Consiglio rispedisce al mittente le accuse di centralismo. «Il sindaco Doria – dice – ha vinto le elezioni, come il presidente della Regione Toti, e ciascuno di noi ha le proprie valutazione di natura politica; quando lavoriamo sul piano istituzionale, però, il nostro compito è di collaborare affinchè le singole realtà possano raggiungere gli obiettivi».

    Nel suo intervento, Doria ha specificato come Genova, negli ultimi anni, abbia dato «un notevole contributo al paese sul terreno fondamentale del risanamento dei conti pubblici, avendo da anni bilanci in perfetto ordine ed equilibrio e avendo ridotto, anno dopo anno, l’indebitamento, diminuendo il fardello per le generazioni successive, e senza aver mai fatto un passo indietro rispetto a imprescindibili doveri di solidarietà sociale. In questi anni non abbiamo tagliato un euro a servizi sociali e non ci siamo tirati indietro una sola volta nell’affrontare la drammatica emergenza dei profughi e dei migranti».

    I soldi del presidente?

    Come dicevamo, questi 110 milioni erano già previsti. I soldi del presidente, quindi, sono zero: la novità della giornata è l’aver messo nero su bianco i vincoli e le destinazioni progettuali. La tempistica lascia più di una perplessità, vista l’imminente scadenza elettorale, e la declinazione del “patto” risulta da decodificare, visto che si rifà ad una “visione della città”, come ricordato sia da Doria che da Renzi durante i loro interventi, non proprio chiara e quanto meno discutibile. Dal punto di vista strettamente locale, questi soldi potrebbero essere utili, se non necessari, visti i tempi, ma sicuramente non sufficienti per risolvere le criticità strutturali del territorio. E se li confrontiamo con altre quantità di risorse messe in campo per altri progetti, i soldi del presidente sembrano spiccioli.

  • «Territorio fragile, forti pendenze e prevenzione insufficiente», ecco i perchè dietro all’allarme Liguria

    «Territorio fragile, forti pendenze e prevenzione insufficiente», ecco i perchè dietro all’allarme Liguria

    rivi_critici_liguria_abaMentre la Liguria sembra mettersi alle spalle l’ennesima emergenza maltempo, e i danni dei giorni scorsi vengono quantificati in almeno 100 milioni di euro, l’agenzia Aba News ha chiesto all’ingegnere Vincenzo Beneventano come mai la regione si ritrovi sempre sott’acqua quando ci sono forti piogge. La morfologia del territorio gioca la sua parte, ma anche una scarsa prevenzione, una distribuzione non ottimale dei fondi e alcune sciagurate scelte urbanistiche del passato.

    Laureato in Ingegneria Civile all’Università degli Studi di Genova nel 1991, Beneventano è stato Funzionario Direttivo dell’Ufficio Lavori Pubblici della Difesa del Suolo della Provincia di Genova dal 1994 al 2003 ed ha seguito la realizzazione di importanti opere di sistemazione idraulica dei corsi d’acqua e di consolidamento di versanti in frana, a seguito dei danni alluvionali che hanno colpito la Liguria dopo il 1992. Dal 2003 esercita la libera professione. Esegue progettazione e direzione lavori di strutture in zona sismica nel settore civile ed industriale. Ha seguito e segue inoltre per Comunità Montane e per Comuni dell’entroterra la progettazione e direzione lavori di opere geotecniche ed idrauliche.

    Ingegnere Beneventano, potrebbe riassumere i punti di maggior criticità nella regione e spiegare quali caratteristiche li rendono tali?
    «I punti di criticità purtroppo non sono identificabili a priori. In linea di massima sono tutte le zone limitrofe ai grandi corsi d’acqua ma non soltanto perché, come spesso avviene, anche i ruscelletti minori che magari vengono dimenticati durante l’anno possono diventare vere bombe se il centro di scroscio, durante un fenomeno intenso, magari è concentrato sopra la testa di quel ruscelletto. Possiamo dire che le criticità sono ovunque, in tutta la Liguria. In questi giorni ad esempio, la geomorfologia del territorio, essendo così ripida e ormai fragile per quello che è già successo, rende potenzialmente vulnerabile qualsiasi minima superficie. I grossi corsi d’acqua poi fanno da collettori di tutti questi mini fenomeni, diventando dei problemi a loro volta. Possiamo parlare della foce del Polcevera così come di quella del tratto terminale del Bisagno o di qualsiasi altro corso d’acqua a seconda di dove avviene la massima precipitazione».

    Ci sono differenze tra i corsi d’acqua sulla costa e quelli nell’entroterra?
    «È soprattutto una questione di pendenza. L’Appennino in Liguria in certe zone dista dai 5 ai 10 chilometri dal mare con punte d’altezza anche oltre ai mille metri: pensiamo al Faiallo. Nel giro di 5 chilometri dal versante si abbassa di un chilometro, quindi parliamo di pendenze molto forti. Nel versante padano le pendenze sono minori anche se la geomorfologia localmente presenta versanti ripidi anche li, più in ombra e fragili dal punto di vista geologico. Per una banale questione di geometria, il versante che va a finire nel Mar Ligure è comunque più ripido e vulnerabile, perché con maggiori pendenze si generano maggiori velocità di scorrimento dell’acqua e di conseguenza maggiori capacità di erosione».

    Differenze che riguardano anche i problemi generati dall’attività umana…
    «Non è necessario essere ingegneri per vedere che i corsi d’acqua che sfociano nel mare si restringono molto man mano che scendono dai monti: magari partono larghi 20 metri e arrivano larghi 10, o addirittura tombati, chiusi o sacrificati in poco spazio, e quando vengono chiamati dalla natura a fare il loro dovere si riprendono violentemente quello che è stato loro tolto. Nei versanti padani, invece, si fa più notare l’abbandono delle campagne, soprattutto nei rivi minori delle fasce alte, che ormai ha portato a un degrado del letto dei ruscelletti. L’assenza di manutenzione, anche quella piccola del vecchio contadino che ogni giorno andava a lavorare la terra con la zappa, quando capitano eventi del genere si fa sentire».

    L’esempio più famoso a Genova è forse il Bisagno, ma si può dire sia un problema comune per tutta la regione…
    «Si, il Bisagno ha un bacino enorme, che nel tratto finale è fortemente urbanizzato. Tutti i suoi affluenti più importanti sono stati sacrificati con l’urbanizzazione dagli anni ’50 in poi».

    Dalle ultime due alluvioni in Liguria, nel 2011 e 2014, è cambiato qualcosa dal punto di vista idrogeologico sul territorio? Sono stati eseguiti interventi sostanziali?
    «Guardi, il numero di dicembre 2014 di “A&B”, il mensile della Federazione degli Ordini degli ingegneri della Liguria, nell’ambito di un’inchiesta proprio sul dissesto idrogeologico nella regione subito dopo l’alluvione di ottobre, mi ha chiesto di realizzare uno studio sull’argomento, che ha pubblicato in un supplemento, un “Block Notes”, il n. 4, ancora scaricabile dal sito della Federazione, dal titolo “Dissesto del territorio e criticità idrauliche dei corsi d’acqua in Liguria”, con una mappa che evidenziava i rivi a rischio in tutta la Liguria. Si tratta di un riassunto di strumenti di pianificazione molto più rigorosi e autorevoli. Senza volerla sminuire, proprio quella mappa la definirei appunto un riassunto, perché nello spazio di un foglio a3 mi era stato chiesto di disegnare tutte le criticità della Liguria. Ebbene, noi abbiamo un rapporto di scala elevato e l’impossibilità di descrivere nel dettaglio tutte le numerose criticità».

    beneventano3Ma a due anni di distanza, quella mappa è ancora attuale o è cambiato qualcosa?
    «Detto questo, le grosse criticità che sono disegnate nella mappa direi che ci sono ancora tutte, ma non perché le amministrazioni non stiano facendo nulla. Il Comune di Genova sta facendo moltissimo e si spera che tra qualche anno la macchia disegnata sul Bisagno-Ferregiano si rimpicciolisca, perché la direzione dell’ing. Pinasco del Comune di Genova sta facendo lavori importanti, con risultati daranno i loro frutti durante le future alluvioni. Certo, alle prossime forse sarà ancora presto, perché ci vorranno ancora degli anni per finire i lavori. Il Comune sta risagomando il tratto terminale del Bisagno, ma finché non sarà ultimato lo scolmatore verrà tolta solo una parte del pericolo. Ci sarà quindi una riduzione del rischio almeno per il centro di Genova. La Regione sta facendo dei bandi per risolvere problemi di rischio localizzati nell’entroterra, quindi qualcosa si sta facendo. Resta il fatto che su questo versante abbiamo problemi enormi, maggiori di tutte le altre regioni d’Italia».

    Ormai abbiamo imparato che il “rischio zero” non esiste, ma al termine di questi lavori possiamo dire che Genova sarà più sicura?
    «Certamente si. Non lo sarà al 100%, perché come giustamente ricordato il la sicurezza assoluta non può garantirla nessuno, per questo noi ingegneri parliamo di “riduzione del rischio”, dal momento che le opere si fanno sempre ragionando su tempi di ritorno in questo caso fissati per legge a 200 anni. Può succedere che nei due anni successivi alla realizzazione di un’opera vengano fuori portate duecentennali o che non succeda nulla per 400 anni. Mi sembra d’aver capito che l’alluvione del 2014 sia stata un po’ più potente di quella duecentennale. Inoltre, il problema non è soltanto l’acqua, ma anche il trasporto di materiale solido, in particolare dai terreni a monte. L’abbandono dei territori fa sì che si lascino degli oggetti, dei rami o della spazzatura che vengono trascinati dai corsi d’acqua e quando devono passare sotto un ponte diventano pericolosi. Anche se stiamo facendo molto dobbiamo fare qualcosa in più per sensibilizzare le persone quantomeno a non abbandonare rifiuti intorno ai corsi d’acqua. Per non parlare poi dei classici orti recintati con la rete del letto, o le vecchie baracche abbandonate 40 anni fa dei contadini che possono essere distrutte e trasportate dall’alluvione, per cui servirebbe un’opera di pulizia, oltre ai soliti motorini o automobili abbandonati. Il rischio si riduce anche con questi piccoli interventi».

    Quale tra i vari enti pubblici ha un peso specifico o una responsabilità maggiore?
    «I sindaci, in particolare quelli dell’entroterra, si trovano spesso con bilanci risicati con poche risorse da destinare alla difesa del suolo. Quelli dei grandi comuni magari hanno più possibilità di stipulare dei mutui, ma anche loro hanno grosse spese, mentre la Regione gira dei soldi che arrivano dallo Stato. Purtroppo è lo Stato che stanzia pochi soldi nella difesa preventiva del suolo, limitandosi a spenderli dopo che avvengono determinati fenomeni, come l’esondazione del Bisagno. Quasi mai vengono stanziati dei soldi per la prevenzione, purtroppo la politica è fatta così: lo Stato va dietro ad altre cose più urgenti, come magari i terremoti che hanno rischi maggiori. Va anche detto che la prevenzione nella difesa del suolo è materia particolarmente difficile, per cui servirebbe una bacchetta magica».

    Certo, la distribuzione dei fondi statali tra le Regioni potrebbe seguire criteri diversi…
    «La Liguria è una regione con tanta popolazione, poca superficie e tantissime criticità dovute alla sua ripidità. Altre regioni d’Italia sono più estese, magari con una popolazione simile a quella ligure ed elementi a rischio in posizioni più tranquille. I nostri elementi a rischio (scuole, chiese ecc.) sono quasi sempre in punti vulnerabili quando viene un’alluvione, ai piedi di un monte. Nonostante questo, i finanziamenti statali vengono elargiti in rapporto superficie/popolazione. Va da sé che la Lombardia riceverà più finanziamenti della Liguria nonostante gli elementi a rischio della Lombardia non siano vulnerabili come quelli liguri».

    Quindi non cambierà mai nulla?
    «Dipende anche dai politici regionali, purtroppo, se sono benvisti o malvisti dal Governo e se hanno voce in capitolo per portare i soldi in Liguria piuttosto che farseli sottrarre da altre regioni con meno problemi di noi».

    Quindi anche l’orientamento politico delle regioni influisce sulla distribuzione dei fondi?
    «Non si sa, io sono un ingegnere e di politica me ne intendo veramente pochissimo. È possibile, ma non vuol dire che un Governatore di sinistra sia più bravo di una di destra o viceversa. Credo che per essere un buon amministratore si debba essere prima di tutto in grado di farsi sentire per portare qualcosa a casa, indipendentemente dal fatto che sia dello stesso colore del governo o meno. Non credo che, di fronte a un Governatore di destra, un Governo di sinistra non riconosca le problematiche che ci sono nella Liguria, come quelle del Bisagno, del Roja o di qualunque altro corso d’acqua del territorio».

    Un’ultima cosa. Erasmo D’Angelis, responsabile di #italiasicura, ha detto che ci sono risorse del governo per 9,8 miliardi nei prossimi 7 anni, però mancano molte progettazioni…
    «Non mi stupisce che manchino le progettazioni. Ma quanti sono i piccoli Comuni che hanno uffici tecnici retti da geometri magari che dividono con altre amministrazioni e non hanno nemmeno il tempo di coprire il lavoro ordinario. E quanti non hanno le risorse per pagare un consulente per elaborare un progetto perché hanno le casse vuote? Questo non vuol dire che questi Comuni non abbiano problemi di natura idrogeologica, fiumi o torrenti da tenere puliti, lavori urgenti da far eseguire, situazioni di potenziale pericolo da affrontare… Penso che questo problema della progettazione vada affrontato e discusso con i diretti interessati in un quadro più complessivo».

  • Amiu, spesi 28 milioni per smaltire i rifiuti fuori regione. L’azienda risponde alla denuncia di Camera di Commercio

    Amiu, spesi 28 milioni per smaltire i rifiuti fuori regione. L’azienda risponde alla denuncia di Camera di Commercio

    rifiuti boccadasseNel 2015 Amiu ha raccolto oltre 326.000 tonnellate di rifiuti, 200.000 delle quali sono state smaltite fuori regione a causa della chiusura della discarica di Scarpino, per un costo di circa 28 milioni di euro. Il dato emerge dal primo Bilancio di sostenibilità della partecipata del Comune di Genova per la gestione del ciclo dei rifiuti, presentato oggi pomeriggio a Palazzo Tursi. Il documento si affianca al bilancio di esercizio e punta sugli aspetti sociali e ambientali e sul valore aggiunto prodotto e distribuito sul territorio dall’azienda. «è il primo bilancio di sostenibilità della storia di Amiu – spiega il presidente Marco Castagna alla agenzia Dire – e riguarda il 2015, probabilmente l’anno più difficile per la vita di questa società, ma anche l’anno della svolta. Questo bilancio è un primo approccio di trasparenza verso i cittadini che contiamo di tenere i prossimi anni». Il documento da gennaio 2017 diventerà obbligatorio per le grandi organizzazioni italiane, come previsto dalla riforma Madia. Dal bilancio emergono le criticità di Amiu sia dal punto di vista degli impianti, con l’emergenza percolato e la chiusura della discarica di Scarpino, sia dal punto di vista delle indagini giudiziarie che hanno portato a una profonda trasformazione del management nel corso degli ultimi anni.

    All’orizzonte, l’attuazione del nuovo piano industriale alla ricerca di un partner privato per un futuro basato non più sulla discarica ma sul recupero di valore e di materia. Secondo il documento presentato oggi, a fine 2015 la raccolta differenziata a Genova aveva raggiunto il 39%, dato consolidato nel 2016 anche attraverso il nuovo piano di raccolta sempre più orientato alla domiciliazione. L’azienda nel complesso conta 5 società partecipate, 173 milioni di euro di fatturato, oltre 1.700 dipendenti, 902 mezzi di cui 524 dedicata alla raccolta dei rifiuti. Nell’area metropolitana di Genova vengono serviti circa 700.00 cittadini con la pulizia nel solo capoluogo di 3 milioni di metri quadrati di strade e marciapiedi. Oltre allo spazzamento, lavaggio e diserbo delle strade, il servizio di Amiu prevede lo svuotamento di 17.646 cassonetti della raccolta differenziata, 10.452 di quella indifferenziata e 7.000 cestini gettacarte. A ciò va aggiunta la pulizia di circa 70.000 caditoie. Dal punto di vista economico, la capogruppo Amiu spa, che conta 1.578 dipendenti, ha fatturato 168 milioni di euro e ne ha distribuiti 85 attraverso gli stipendi ai dipendenti e le attività esternalizzate. Nel 2015, la raccolta differenziata ha garantito ricavi per 4,4 milioni di euro mentre l”impianto di captazione di biogas a Scarpino a prodotto 70 milioni di chilowatt all’ora di energia che corrispondo al fabbisogno di una città di 120.000 abitanti e permettono un risparmio di 320.000 tonnellate di anidride carbonica.

    La risposta a Camera di Commercio

    Non è vero che Genova è una della città più care per la tariffa sui rifiuti. Il problema del carico per le piccole e medie imprese va ricercato soprattutto nella distribuzione del costo complessivo della tariffa, tra quota domestica e non, e sulla quantità relativamente modesta di esercenti che devono sobbarcarsi la copertura di questo onere. Questa, in estrema sintesi, la risposta di Amiu alla denuncia lanciata dalla Camera di Commercio di Genova nel corso dell”illustrazione del rapporto 2016 sui rifiuti urbani e l’acqua potabile a cura dell’Osservatorio tariffe per la Liguria. «Nel bilancio di sostenibilità di Amiu che presentiamo oggi – sottolinea all’agenzia Dire il presidente Marco Castagna – si danno tante risposte ai quesiti tipici dei genovesi: dove va la spazzatura? Andava tutta a Scarpino? è vero che la Tari di Genova è la più cara d’Italia?“. Tra le risposte, si scopre, ad esempio, che «il costo medio per abitante spalmato indifferentemente tra cittadini ed esercizi – spiega Castagna – colloca la Tari pagata a Genova assolutamente nella norma rispetto al resto del Paese; è chiaro che se riusciamo a realizzare un ciclo virtuoso, sono costi che nel futuro posso progressivamente scendere”. Facendo riferimento ai dati 2013 relativi ai conti consuntivi dei Comuni sopra i 200.000 abitanti, Genova si colloca al 9° posto su 16 nella classifica delle città più care con un costo medio per abitante di 203,2 euro: la classifica è guidata da Venezia con 366,8 euro all”anno per abitante e chiusa da Trieste con 165,1 euro per abitante all”anno. Nel 2015, il gettito complessivo della Tari per il Comune di Genova (che per legge deve coprire tutti i costi del servizio Amiu) ammontava a poco più di 126,5 milioni di euro, con un carico ripartito per il 56% sull”utenza domestica e per il restante 44% sull”utenza non domestica, ovvero rispettivamente poco piu” di 70,8 milioni e poco meno di 55,7 milioni, secondo quanto stabilito da una delibera comunale del 9 luglio 2015. Il costo pro capite per la sola quota domestica risulta quindi di circa 0,33 euro al giorno per abitante.

    L’attacco di Antonio Bruno

    Dopo l’uscita dei dati, arriva l’attacco di Antonio Bruno, consigliere comunale della Federazione della Sinistra. Analizzando i numeri, infatti, oltre la metà dei rifiuti Indifferenziati raccolti a Genova (2015: 223.981, dati assesorato Ambiente Comune Genova) a Genova vengono inceneriti. Le quantità rimanenti sono così distribuite: 45.850 all’inceneritore di Parola (Pavia), 38.684 in quello Iren di Torino, 22.037 da A2A Ambiente. «E’ il frutto delle politiche di questi decenni, compresi quelli dalle giunta di centro sinistra che in 4 anni non è riuscita a trovare il posto per fare un impianto di compostaggio», commenta il consigliere comunale FdS Antonio Bruno.
    «La maggioranza di Comune e città Metropolitana dovrebbero spiegare perché non hanno preteso che la bonifica e la messa in sicurezza della discarica di Scarpino non venga finanziata dallo Stato come emergenza ambientale e sanitaria – continua il consigliere – con la conseguenza che i 60 milioni di euro che servono verranno pagati dai genovesi, essendo molto improbabile che i privati di Iren – a cui la Giunta si accinge a cedere la gestione dei rifiuti – si accollino questa spesa». Nel frattempo nei prossimi giorni arriverà in città il premier Matteo Renzi, con in tasca un accordo strategico di finanziamenti straordinari: sarà previsto qualcosa per la gestione dei rifiuti?

     

  • Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    Rifiuti e acqua, i commercianti di Genova pagano il 50% in più rispetto al resto d’Italia

    AmiuA Genova le piccole e medie imprese spendono per acqua pubblica e tariffa dei rifiuti in media il 50% in più del resto d’Italia. Il dato, riporta l’agenzia Dire, emerge dal rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile a cura dell’Osservatorio tariffe per la Liguria, realizzato da Ref Ricerche e presentato questa mattina alla Camera di Commercio del capoluogo ligure. Il caro tariffe conferma una tendenza storica: dal 2010 al 2016, a fronte di una crescita dell’inflazione regionale del 9%, il costo dei servizi locali è aumentato in Liguria del 29% per i rifiuti e del 39% per l’acqua; aumenti percentualmente più contenuti rispetto alla media nazionale che, negli ultimi 6 anni, a fronte di un +8,6% di inflazione, ha visto crescere del 55% il costo per il servizio idrico integrato e del 26,3% quello per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.

    Nei primi 9 mesi del 2016, Genova risulta il quarto capoluogo di Regione per aumento delle tariffe (pari merito con l’Aquila e dietro solo ad Aosta, Ancona e Bari): la media complessiva è di +1,9%, pari a 0,6 punti percentuali in più rispetto al dato nazionale; in particolare, la tariffa sui rifiuti è cresciuta dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno (+0,8% della media italiana) e quella dell’acqua potabile del 5,8% (+1,6% del resto del paese). Uno dei dati più eclatanti emersi dalla ricerca riguarda la tariffa dei rifiuti a carico dei ristoranti: anche in questo caso, Genova è il quarto capoluogo più caro d’Italia con un conto annuale di 7.390 euro contro i 5.200 euro della media nazionale, dietro solo a Venezia, Roma e Napoli.
    A livello regionale, inoltre, va registrata la grande variabilità di costi tra le diverse tipologie di impresa e tra Comune e Comune: a parità di consumi, un alberto paga 5.049 euro a Imperia e 10.291 euro alla Spezia, mentre un esercizio alimentare varia dai 25.940 nello spezzino agli 11.246 euro nell’imperiese.

    Secondo la ricerca presentata alla Camera di Commercio di Genova, bollette così alte non sono giustificate dalla qualità del servizio: la raccolta differenziata, infatti, raggiunge una media regionale del 35%, la più bassa del Nord Italia, 10 punti sotto il dato nazionale e ben 30 rispetto alle eccellenze di Veneto e Trentino Alto Adige.

    Sul fronte dell’acqua potabile, infine, la bolletta delle famiglie genovesi e spezzine resta più alta rispetto alla media italiana (più bassa invece quella nelle province di Savona e Imperia) ma va considerato l’avvio del processo di ammodernamento della rete che, tuttavia, risulta ancora insufficiente: l’analisi, infatti, ribadisce la necessità di un piano di interventi con una spesa procapite almeno di 90 euro, ma le previsioni tra il 2016 e il 2019 parlano di una quota non superiore ai 50 euro.

    Primo dicembre incontro sindaco-esercenti su Tari 2017

     

    «Il primo dicembre ci sarà un incontro importante delle associazioni di categoria con il sindaco e gli assessori perché le prospettive rispetto al 2017 per la tassa sui rifiuti degli esercizi commerciali sono particolarmente pesanti, con bollette ancora più salate per le attività economiche». Lo annuncia Andrea Dameri, direttore Confesercenti Genova, a margine della presentazione del rapporto 2016 sui rifiuti urbani urbani e l’acqua potabile, questa mattina nella sede della Camera di Commercio del capoluogo ligure, come riporta l’agenzia Dire. «Ci sono alcuni problemi strutturali che vanno affrontati – ricorda Dameri – il primo ovviamente è quello relativo agli impianti sia per quanto riguarda il futuro della discarica di Scarpino che per la raccolta differenziata. Poi c’è il tema dell’operazione Iren-Amiu perché questo capitolo pesa enormemente sui costi delle imprese e dobbiamo trovare una soluzione definitiva e non elemosinare ogni anno cercando di far quadrare conti che non tornano più».

    Il problema non riguarda però solo la tariffa sui rifiuti: «A questa – ricorda il direttore di Confesercenti Genova – si aggiungono i costi per le altre utenze, come il servizio idrico: c’è un gap fortissimo tra il costo di fare impresa in Liguria e la media italiana, un fardello che i nostri imprenditori si devono portare dietro e che, in una situazione di crisi e grande competizione, è un elemento di grande criticità che va assolutamente affrontato. L’unico tessuto che regge è quello legato ai flussi turistici ma non basta per portare avanti una città di queste dimensioni».

    Un concetto rafforzato anche dal segretario generale della Camera di Commercio di Genova, Maurizio Caviglia: «Il vero problema – ribadisce – è che noi da parecchi anni tentiamo di svolgere un’attività di moral suasion ma non abbiamo ottenuto grandi risultati perché tutti gli anni continuiamo a vedere che i nostri imprenditori stanno pagando più degli altri. Questo vuol dire penalizzare le nostre imprese e metterle in condizione di avere maggiori costi rispetto ai loro concorrenti di altri territori».

  • Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Conservazione del Patrimonio Storico: «I restauri sono le grandi opere di cui abbiamo bisogno»

    Paolo-ceccarelliNei giorni scorsi Genova ha ospitato i lavori di “Heritage”, un convegno internazionale focalizzato sui percorsi in atto, o in progetto, finalizzati alla conservazione del patrimonio storico e culturale; il passato, infatti, ci ha lasciato una enorme eredità, preziosa quanto ingombrante, che oggi dobbiamo curare e mantenere, anche in un contesto economico depresso come quello congiunturale. In mancanza di risorse, il pubblico cerca l’aiuto del privato, sponsorizzando progetti, collaborazioni o, purtroppo, svendite. Sull’argomento è intervenuto Paolo Ceccarelli, architetto urbanista, coordinatore Unesco per le cattedre universitarie: secondo il professore, sempre più spesso lo stato o comunque la cosa pubblica si limita ad accudire il patrimonio, come fosse una badante, sperando di poter sfruttarne il valore economico.

    Professore, partiamo proprio da questo concetto: qual è lo stato dell’arte della conservazione del patrimonio culturale e storico del nostro paese e di Genova?
    «Oggi penso che ci sia un problema di fondo che dobbiamo affrontare ed è il modo in cui ci poniamo rispetto alla conservazione del patrimonio: noi un poco alla volta, per motivi diversi, d’ istruzione, di trasformazione della nostra società, di estraneità rispetto a tutta una serie di processi, abbiamo assunto una atteggiamento che ricorda il comportamento delle badanti piuttosto che quello di un figlio, di un congiunto, di un parente stretto nei confronti di una persona anziana. Intendiamoci, la badante è una persona civilissima, premurosa, attenta alle necessità di una persona che ha dei problemi legati alla vecchiaia e in qualche modo alla sua conservazione della dignità; ma è anche una persona del tutto estranea, che lo fa professionalmente, con attenzione e garbo, e spesso in modo felice, rimanendo estranea alla persona di cui si occupa, con un rapporto limitato nel tempo, a cui segue un altro e così via. Questo è un po’ l’atteggiamento che noi abbiamo nei confronti del nostro patrimonio storico: ce ne occupiamo, facciamo una serie di cose civili per mantenerlo, ma tutto sommato non siamo interessati ad andare più a fondo, a capire il suo reale significato, soprattutto il suo significato rispetto all’oggi, ai noi stessi, al contemporaneo».

    Questa tendenza a cosa può portare?
    «A ricercare un significato di tipo puramente ed esclusivamente economico, cioè conservare un bene solamente perché può produrre reddito attraendo il turismo, oppure valorizzandone solamente il lato estetico: è bello da vedere e quindi ci riempie l’animo di gioia e orgoglio. Il significato di un manufatto, però va oltre: non bisogna perdere di vista l’importanza che ha avuto in un certo momento per la storia e perché e come ha significato idee nuove, affermazioni di valori, o anche cose reazionarie, elementi bigotti, ma comunque svolgendo un ruolo, una funzione molto precisa. Se noi non entriamo in sintonia con queste cose, e non riusciamo a farle riemergere, non riusciremo ad istituire un rapporto corretto con il nostro patrimonio, tenderemo ad allargare la nostra capacità di conservarlo, di mantenerlo in buone condizioni, ma in modo del tutto indifferente al suo reale significato, e questa è una perdita gravissima perché in realtà la storia e la memoria servono per produrre nuove idee non per contemplare delle cose morte».

    Spesso però le risorse non si trovano, o per lo meno, la politica non riesce a trovarle…
    «Penso che sia un problema politico e culturale al tempo stesso, cioè i soldi si trovano per delle cose che sono appariscenti, ma anche i restauri dovrebbero essere considerati grandi opere, come le conservazioni. Spesso alcune opere sono lasciate a se stesse perché sono meno attraenti, suscitano meno curiosità, non sono la grande cosa da ammirare o far ammirare al turista: la storia italiana, però, è stata fatta spesso di cose poco vistose che hanno avuto un grandissimo significato culturale in quel determinato momento; ci sono pezzi nell’architettura di ricerca, ci sono state delle aperture di nuove linee di lavoro che hanno reso la cultura italiana particolarmente importante in certi momenti della storia recente ma per questi non si trovano i soldi. Le risorse si trovano per il monumento appunto che da prestigio: non è solo il Ponte di Messina, ma anche in parte il restauro del Colosseo, fatto esclusivamente per attirare masse di turisti, e per farne un elemento di invidia per tutto il resto del mondo. Questo è un atteggiamento che credo sia sbagliato: la trasformazione del bene culturale di una sorta di merce, rendendolo un bene da far fruttare piuttosto che un bene da conservare perché insegna delle cose. Credo che sia un discorso di tipo politico e culturale perché i soldi probabilmente in certi casi si potrebbe trovare o ci si potrebbe limitare a forme di manutenzione più leggera, ma che tengano in piedi queste le opere, senza poi dover ricorrere a grandi interventi strutturali».

    Scelte politiche che sono prese da una classe dirigente che spesso si trova in difficoltà sulle scelte che riguardano lo sterminato patrimonio a disposizione. Come potrebbero muoversi diversamente?
    «Secondo me, la politica dovrebbe iniziare a pensare di utilizzare il patrimonio non solo come una risorsa da bilancio, ma anche come uno stimolo, un incentivo fortissimo ad andare avanti nel creare altre cose. Sembra preoccupante il fatto che l’Italia scopra come alternativa a quella che è stata in altri momenti la industrializzazione, le trasformazioni economiche sociali ed economiche, l’utilizzazione del patrimonio solamente a fini turistici».

    Perché questa cosa è preoccupante? Forse finalmente in molte realtà post industriali, come Genova, stanno cambiando parametri culturali…
    «Perché questa è una cosa che non produce nulla. Certo, porta un po’ di soldi, che sono utili anche quelli, ma non serve ad andare più avanti, a inventare altre cose. Voglio dire, noi abbiamo un brodo di cultura che potrebbe permettere veramente di avere degli stimoli fortissimi ad immaginare il futuro, perché siamo, e lo siamo da secoli, in una sorta di grande laboratorio di trasformazioni, contaminazioni e anche di “pasticci” che hanno prodotto cose importanti. Credo che il punto sia questo: i politici dovrebbero più attentamente considerare la questione, perché la materia c’è, ma si tratta di utilizzarla nel modo intelligente».

    Intende per arrivare a nuovi “monumenti”?
    «Si e no. Nel senso che alle volte ci sono alcune architetture contemporanee che sono soprattutto vistose, non belle ma appariscenti, mentre ce ne sono altre che lo sono meno ma che diventano estremamente significative. Non dobbiamo dimenticarci che l’Italia ha dato alcuni dei maggiori contribuiti all’arte contemporanea, al design, che sono diventate delle assolute eccellenze. Oggi, credo che ci sia un’idea un po’ diversa rispetto al passato di che cosa possa essere il monumentale: oggi l’architettura monumentale sta nel recupero degli spazi pubblici, cosa che ha un significato equivalente alla costruzione del un grande palazzo di un tempo. La società richiede rapporti di tipo differente e quindi, da questo punto di vista, l’architettura celebrativa, quella che in qualche modo ricorderebbe il monumento del passato, spesso è la meno interessante, fatta ormai per questioni di puro marchio; tanti brand da vendere rapidamente per poi essere dimenticati e persi».

    Nicola Giordanella

  • Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    Banca Carige, diminuiscono i ricavi ma aumentano i dirigenti. Tra Bce e lo spettro della fusione

    carige-panoramaL’ultimo resoconto intermedio di gestione, riferito al 30 settembre 2016 e pubblicato pochi giorni fa sul sito web di Carige non porta belle notizie: la banca registra un passivo di 244 milioni e rispetto allo stesso periodo del 2015, una ulteriore flessione delle attività finanziarie intermediate, con una mancata raccolta pari a 2,9 miliardi di euro, condizionata soprattutto dal restringimento di quella diretta pari a oltre due miliardi di euro (-9,8% ). La lettura dei dati restituisce quindi una banca che si sta ridimensionando e impoverendo: una minor copertura nazionale e riduzione del personale (in un anno una diminuzione di 141 unità, per un risparmi di 33 milioni) finalizzata alla riduzione dei costi, ma che non sembra toccare il comparto dirigenziale, che registra un aumento di 4 unità.

    Tra l’incudine della borsa e il martello della Bce

    Nei giorni che hanno preceduto la pubblicazione della relazione, come è noto, ha avuto luogo un fitto carteggio tra la banca genovese e la Bce: secondo Francoforte, infatti, il piano dell’istituito per mettersi al riparo dalle criticità non è ancora sufficientemente efficace e rapido ed entro il 31 gennaio 2017 è necessario un nuovo piano industriale aggiornato e focalizzato sulla dismissione del Npl, (Non performing loans, i debiti deteriorati), sull’accrescimento della loro copertura, il contenimento dei costi e l’aumento della liquidità; la risposta di Carige non si è fatta attendere, e ha messo nero su bianco quanto già è stato fatto e quanto si sta per fare: innalzamento della copertura complessiva sui crediti deteriorati al 45,9% (cioè + 3,5% rispetto al 2015), già in linea con quanto richiesto dalla banca centrale (45%), e una riduzione delle spese di gestione accompagnato da un aumento della liquidità in cassa. Le criticità, però, riguardano soprattutto gli anni successivi: i dubbi sollevati dalla Bce hanno depresso il titolo in borsa, che in queste ore è tornato a sfiorare il minimo storico registrato nel luglio scorso (0,277 euro a titolo); un ribasso guidato dall’incertezza sul capitale dell’istituto, rimasta la grande incognita che appesantisce le previsioni di medio termine. L’ipotesi della necessità di un nuovo aumento di capitale è sempre incombente: come riporta Milano Finanza, secondo gli esperti di Ubs, le debolezze dei ricavi condizionano un taglio delle stime di utile per azione per il triennio 2016-2016 del -10%, ed una riduzione delle stime dei ricavi derivanti dai margini di interesse e commissioni (cioè il guadagno dal prestar denaro attraverso mutui o prodotti a debito) del -4%.

    Meno dipendenti, più dirigenti

    Come dicevamo la raccolta diretta è in calo e di fronte alle pressanti richieste che arrivano da Francoforte e allo stress borsistico, i vertici di Carige sembrano temporeggiare: il piano di consolidamento dell’istituto, per ora, passa da un contenimento dei costi incentrato sul risparmio di gestione, con una contrazione della presenza sul territorio e una dismissione di personale dipendente: a fine settembre 2016, il personale del Gruppo è pari a 4.893 unità (5.034 a dicembre 2015), con un risparmio di poco più di 30 milioni di euro; non molto, quindi. I sindacati da mesi sono sul piede di guerra in attesa che siano chiariti i tagli delle filiali e dei dipendenti; un dato che tarda ad arrivare, la cui latenza è appesantita dal fatto che, invece, negli ultimi 12 mesi il numero di dirigenti è aumentato da 63 a 67 unità. La banca, inoltre, per far fronte alle richieste di copertura del debito, sta rispondendo alla «necessità di presidiare in primis la liquidità», che per il territorio vuol dire meno accesso al credito, cioè meno soldi per eventuali investimenti. Austerità, in altre parole.

    In queste ore le vicende giudiziarie degli ex vertici della banca riempiono le pagine dei giornali, ma al di là di eventuali sentenze, rimarrà difficile capire la reale ricaduta territoriale del danno fatto. La nuova amministrazione di Carige sta tergiversando, ed è probabilmente l’unica cosa che può fare in questo momento: sulla carta la strategia studiata per ridurre la quota di Npl può funzionare, ma sarà il mercato a dare il verdetto finale. In alternativa rimane un nuovo aumento di capitale, che però potrebbe far crollare ulteriormente il titolo, creando una corsa alla vendita da “colpo di grazia”; questa eventualità spalancherebbe le porte alla fusione bancaria, con conseguenti tagli di personale e filiali: l’ultimo atto della secolare “Banca di Genova”.

    Nicola Giordanella

  • Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    Impianti sportivi, approvato il nuovo regolamento. Concessioni più lunghe e canone “politico”

    villa-gentile (9)Approvato in Consiglio comunale il nuovo “Regolamento per l’affidamento della gestione e della concessione di impianti sportivi di proprietà del Comune di Genova”, un testo che andrà a sostituire integralmente il dispositivo attualmente in vigore, approvato nel 2010. Alla base di questo operazione, la necessità di avere un nuovo testo adattato al mutato contesto economico che impone una maggior flessibilità, ma non solo: nel regolamento sono presenti importanti novità che potenzialmente potranno “aiutare” a far sopravvivere le società concessionarie, permettendo agli impianti di restare aperti. Saltano alcuni paletti che determinavano regole fisse per i canoni, e mentre vengono aumentati, anche se di pochissimo, i controlli e le verifiche da parte dell’ente pubblico.

    Tempi più lunghi e canone politico

    Nel nuovo regolamento i termini massimi della concessione vengono innalzati di dieci anni, passando da dieci a vent’anni. Il concessionario, inoltre, se presentasse la necessità di maggior tempo per ammortizzare eventuali costi sostenuti per migliorie dell’impianto stesso o di gestione, potrà richiedere un prolungamento della concessione congrua, ma in ogni caso che non faccia superare il totale di 30 anni. Cade invece il vincolo che legava il canone al mercato: fino ad oggi la scelta del canone base era stabilita dagli uffici tecnici, in base alle quotazioni di mercato; con il nuovo regolamento, il canone base sarà sempre scelto dagli uffici tecnici del Comune, ma potrà essere “suggerito” dalla giunta, in base alla rilevanza dell’impianto e al suo utilizzo sociale. In altre parole, il prezzo sarà oggetto di scelta politica, in base alle contingenze o ad eventuali equilibri di contesto: un dettaglio che lascia qualche dubbio, visto che, certamente potrebbe aiutare a snellire le procedure e permettere agevolazioni ove necessarie per non “abbandonare” strutture e impianti, ma anche può prestare il fianco a eventuali favoritismi o preferenze politiche.

    Attività commerciali e pubblicità

    Nel nuovo regolamento è prevista la possibilità di affiancare all’attività sportiva, esercizi commerciali, come bar o vendita di accessori sportivi (fatta esclusione per articoli connessi al gioco di azzardo, come inserito attraverso un emendamento presentato in aula dalla consigliera di Lista Doria Clizia Nicolella); la ragione di questa novità è quella di dare una chance in più per il sostentamento delle attività in essere, permettendo una offerta di servizi più ampia. Per gli stessi motivi è stata variata la quota massima di spazi pubblicitari utilizzabili dal comune stesso: se nel vecchio regolamento l’ente pubblico poteva utilizzare fino al 100% dei suddetti spazi, con il nuovo regolamento è fissato un tetto massimo del 70%. Anche in questo caso, quindi, il concessionario avrà qualche possibilità in più di ammortizzare la gestione e fare cassa, a discapito dell’ente pubblico.

    Pochi controlli e decadenza per morosità non specificata

    I contratti di concessione, come previsto dal regolamento comunale, avranno dei vincoli a carico del concessionario soprattutto riguardo la manutenzione degli impianti e eventuali adeguamenti strutturali inseriti in fase di contrattualizzazione: nel vecchio regolamento il controllo da parte di Comune di Genova era calendarizzato dopo il terzo, quinto e ottavo anno, mentre con il nuovo testo i controlli saranno fissati almeno ogni due anni, mentre ogni anno dovrà essere predisposta una relazione sullo stato delle strutture, in base ai dati forniti dai concessionari stessi. Sicuramente si poteva fare di più. Anche in questo nuovo dispositivo è prevista la decadenza della concessione dovuta a morosità: il problema è che oggi non è definito il termine, mentre in precedenza bastavano sforare più di tre mensilità; una indeterminatezza che potrebbe generare qualche problema in futuro.

    Norme transitorie retroattive

    Un punto che ha fatto particolarmente discutere in Sala Rossa è la norma transitoria che fa rientrare le concessioni oggi in essere nei nuovi termini temporali: il consigliere De Pietro, M5S, ha provato a modificare la norma, introducendo la valutazione del rispetto dei termini dei contratti di concessione ad oggi in essere. L’emendamento, però, non è stato approvato dall’aula. In questo modo praticamente tutte le concessioni ad oggi in vigore, potranno chiedere la proroga, senza dover ridiscutere il contratto, fino al tetto massimo di concessione dei 30 anni. Una altro punto portato avanti dal gruppo consiliare pentastellato è stato quello di escludere dalle concessioni aree ad uso pubblico esterne agli impianti, come successo a Villa Gentile: l’emendamento, però, dopo aver ricevuto il parere negativo della giunta, è stato respinto.

    Il nuovo regolamento, redatto grazie alla Consulta dello Sport, è senza dubbio più moderno e maggiormente partecipato da municipi e Consiglio comunale. Le società che andranno a gestire avranno delle facilitazioni evidenti: come maggior tempo a disposizione e manutenzioni straordinarie divenute necessarie in corso di concessione a carico del Comune di Genova. Restano alcuni dubbi, come la definizione del canone demandata alle scelte della giunta di turno, e la retroattività di questo nuovo testo, che non premia chi in questi anni ha rispettato i contratti, “scudando” in qualche modo anche chi ha sgarrato o chi è in ritardo. I controlli, inoltre, potevano essere sicuramente aumentati e resi più certi e vincolanti, per evitare le brutture del passato, rimanendo a carico di un ufficio non specifico e troppo saltuari. Con questo nuovo testo Comune di Genova cerca di rilanciare le attività sportive della città, cosa di cui c’è certamente bisogno: lo sport è un grande elemento formativo, che può veicolare tanti valori importanti per la collettività come tenacia, gioco di squadra, fair play; e rispetto delle regole.

    Nicola Giordanella

  • Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    Dipendenti comunali, sempre meno e sempre più anziani. I dati della giunta Doria

    palazzo-tursi-D3Meno dipendenti e sempre più anziani. Questa è l’estrema sintesi del documento, presentato in Sala Rossa da Isabella Lanzone, assessore per le politiche di sviluppo e gestione del personale del Comune di Genova: negli anni della giunta Doria si è mantenuta la tendenza di riduzione del personale dell’ente, con un numero di pensionamenti più alto rispetto alle nuove assunzioni. Il dato che però allarma è la mancanza di turn-over: l’età media si alza, e molti uffici si svuotano, creando inefficienze e blocco di servizi.

    Riduzione del personale e dei costi

    Questi trend abbracciano tutte le varie categorie e i livelli: dai dirigenti, che passano dai 95 del 2011 ai 76 del 2016, ai funzionari, passati da 1332 a 1181, fino a insegnanti, operatori, collaboratori e operai, che nel 2011 erano 4648 ed oggi sono 4017. «In questi anni abbiamo dovuto cercare di bilanciare le esigenze tecniche con le normative sul personale sempre più stingenti – ha sottolineato Lanzone – In questi anni, però, abbiamo razionalizzato la macchina comunale, cercando di fare fronte a tutte le esigenze operative». I numeri parlano chiaro: la dotazione organica del Comune di Genova è passata dalle 6121 unità del 2011 alle 5297 del 2016. Ne è conseguita anche una riduzione della spesa sostenuta per gli stipendi del personale: da 250 milioni di euro lordi a 214. Entrando nel dettaglio, lo stipendio lordo dei dirigenti è stato contenuto, passando da 105 mila euro su base annua a 92 mila, con riduzione anche del fondo generale per le risorse accessorie dei dirigenti per circa 5 milioni di euro; il lordo dei dipendenti, invece, è in leggero aumento dopo le contrazioni del 2012: in media, il valore lordo delle retribuzioni mensili delle diverse categorie è aumentato di 359 euro. «Un piccolo aumento, che sicuramente non inciderà in maniera consistente sul reddito – spiega l’assessore – ma che vuole essere un segnale di vicinanza a chi porta avanti la macchina comunale, che da anni è in attesa del rinnova del contratto di lavoro nazionale». I lavoratori di categoria D, i funzionari comunali, sono la categoria che forse sta sentendo meno questa tendenza: lo stipendio mensile lordo è aumentato di oltre 400 euro dal 2011, e i numeri di unità di personale sono diminuiti in maniera più contenuta. I funzionari direttivi dei musei sono l’unica voce che non presenta una contrazione numerica.

    Sempre più vecchi

    Il dato però più allarmante è la crescita dell’età media dei dipendenti comunali: ad inizio del presente ciclo amministrativo l’età media era di 50 anni e 4 mesi, oggi è salita a 53 anni e 10 mesi. Questa tendenza evidenzia la mancanza di turn-over all’interno della macchina comunale, che sta invecchiando più velocemente della media cittadina, e che rischia di non riuscire più a sostenere il carico di lavoro. Sempre in meno, sempre più vecchi. Durante il dibattito in commissione consiliare proprio questo dato ha scatenato forti polemiche; in molti tra i consiglieri hanno ricordato le montanti lamentele dei cittadini raccolte, che denunciano soprattutto l’inefficienza di sportelli e uffici, dove sempre più spesso si trova poco personale alle prese con montagne di lavoro. Sotto accusa anche gli accorpamenti, dettati da esigenze di risparmio più che da necessità di servizio. «In questi anni – spiega Isabella Lanzone – abbiamo dovuto far fronte al blocco delle assunzioni deciso da Roma e al riassorbimento di parte del personale proveniente dalla cancellata Provincia di Genova: due fattori che hanno complicato la gestione del turn-over». Secondo l’assessore, inoltre, le competenze in arrivo dall’ente cancellato dal governo, non erano del tutto compatibili con le esigenze comunali, e quindi si è dovuto trovare spesso soluzioni temporanee. Un’altra problematica è legata alla formazione del personale, che sempre più si deve confrontare con strumenti e funzioni nuove per stare al passo con i tempi: «La formazione è stata gestita utilizzando le risorse interne all’ente – ha dichiarato l’assessore – cercando di “sfruttare” al meglio le diverse eccellenze che già fanno parte dell’organico».

    Diritti del lavoro e di lavoro

    «Non uno snellimento ma un “inscheletrimento”»; questa la reazione da parte dei sindacati di categoria, sul piede di guerra riguardo le politiche nazionali sul lavoro degli enti pubblici: la principale accusa rivolta alla attuale giunta è quella di non aver saputo contrastare neanche politicamente questo andazzo, adagiandosi sulle necessità contabili, impedendo una normalizzazione contrattuale dei molti precari comunali. L’inefficienza del turn-over, secondo i sindacati, si ripercuote sulla efficienza del lavoro e sulla salute del lavoratore stesso, visto che certe mansioni sono poco adatte e sopportabili per chi è avanti con gli anni.

    Questa relazione, quindi, a prescindere dalle responsabilità politiche di contesto e di contingenza, disegna un incubo perfetto: una macchina comunale invecchiata e impoverita, che arranca dietro alla rapidità dei cambiamenti sociali della collettività; una collettività che è sempre più frantumata nella precarietà e nella disoccupazione, e per cui, quindi, certe questioni sindacali risultano essere molto distanti. Non bisogna però cadere nella facile trappola della guerra tra più o meno poveri: da un lato la difesa dei diritti acquisiti deve essere causa comune, ricordandosi però che le “battaglie” per l’acquisizione di diritti per chi non li ha dovrebbero essere battaglie di tutti.

    Nicola Giordanella

  • Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    Genova, e i muri che cadono. Centinaia di zone a rischio frana e il futuro dell’edilizia sicura in Liguria

    La crepa nel muro di via BocciardoIl muro è un concetto chiave per la nostra civiltà: quello più famoso è stato abbattuto nel 1989, e meno di trent’anni dopo già c’è chi si chiede se non sia stato tutto un clamoroso errore. Di altri, in realtà, non vorremmo più sentir parlare: fra quelli buttati giù dalle infinite scosse di un terremoto che non esaurisce mai la propria energia ai muri costruiti o agognati da chi si sente sempre a rischio invasione. Qui però vogliamo parlare di muri ai quali, nonostante tutto, siamo parecchio affezionati: sono quelli che ci permettono di abitare la Liguria, che sono parte dell’immagine della nostra regione e che, se pure spesso instabili, rendono affascinante questa terra che ai foresti sembra sempre in salita.

    A Marzo, infatti, proprio uno di questi muri ha improvvisamente, ma forse non inaspettatamente, fatto parlare di sé: nel giorno in cui la Milano Sanremo doveva mostrare la nostra Riviera al meglio, una frana ha costretto i ciclisti a 9 km di autostrada, sfiorando la tragedia poiché due passanti rimasero colpiti gravemente. Ci sono voluti cinque mesi per riaprire un senso unico alternato, e solo a dicembre avremo forse la viabilità ordinaria. Ma non è un caso isolato, e da La Spezia a Ventimiglia sono numerose le aree di criticità che la Regione Liguria, attraverso il Settore Assetto del Territorio ha il compito di mappare e classificare a seconda del grado di rischio. Si parlerà indifferentemente di frane, trattando sia i distacchi da muri naturali che da quelli artificiali poiché, in un territorio come il nostro, il risultato è comunque quasi sempre invasivo e costoso per la collettività al pari di qualsiasi altra calamità naturale.

    Ne abbiamo parlato con Alessandro Gennai, geologo ed esperto esecuzione prove PMI (positive material investigation), collaboratore, fra altri, della Regione Emilia Romagna e della Regione Liguria e capo delegazione per il Tigullio e Portofino del Fai (Fondo Ambiente Italiano). «La percezione che abbiamo del governo del territorio è che vi sia un sostanziale disinteresse da parte delle istituzioni, viste anche le tragiche esperienze che hanno interessato il Comune di Genova, soprattutto dal punto di vista idrogeologico: ma se analizziamo il quadro normativo vigente – sottolinea Gennai – vediamo come la realtà non sia adeguatamente conosciuta, forse perché è mancata la valorizzazione di quanto fin qui è stato fatto. Non sto ad elencare tutte le leggi che si sono susseguite, ma si può dire che il 1989 sia stato l’anno della svolta, e poi nel 1998 (con l’emanazione del cosiddetto decreto Sarno) si sono poste le basi legislative per la redazione dei Piani di bacino. Questi sono gli strumenti principali di governo del territorio dal punto di vista idraulico ed idrogeologico».

    I dati sono pubblici e consultabili sul sito dedicato di Regione Liguria, ma per interpretarli occorre una valutazione specialistica: «La carta della suscettività al dissesto riporta ben visibili delle zone rosse che indicano la presenza di aree in cui sono presenti movimenti di massa in atto ossia di frana attiva – spiega il geologo – delle zone di color ocra rappresentanti le zone a suscettività al dissesto elevata ossia aree in cui sono presenti frane quiescenti o segni precursori o premonitori di movimenti gravitativi quindi in sostanza zone che non stanno franando per ora, ma che potrebbero farlo a breve. Basta quindi un colpo d’occhio, una volta avuta questa informazione, per vedere sulla carta che di fatto sono centinaia le zone a rischio frana, e riguardano ampie parti di territorio urbano con strade, case, uffici e torrenti» conclude.

    «A Genova – aggiunge – siamo tutti concentrati sui fondi valle per i noti eventi alluvionali, ma bisogna guardare in che condizioni si trovano i versanti che, come dice il nome stesso, versano l’acqua piovana nei ricettori principali che affluiscono nell’asse drenante maggiore che è l’alveo del fiume, che sia il Bisagno, il Polcevera o il Chiaravagna».

    Le zone rosse

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    Nella cartografia vediamo numerose zone rosse, chiamate Pg4: per queste aree leggiamo sul Piano di bacino che molte attività ormai non sono più consentite, ad esempio sbancamenti, nuove edificazioni, ampliamenti; per quelle classificate Pg3 i divieti sono meno stringenti ma le nuove attività e le nuove costruzioni, sempre limitate, devono essere espressamente autorizzate con parere vincolante dell’Ufficio regionale competente. Oltre agli ovvi divieti in queste zone sono state predisposte sia opere per ridurre la vulnerabilità del suolo, sia per ridurre gli elementi esposti al rischio: in altri termini, l’evacuazione ed il trasferimento di abitati instabili o strutture di valore socio-economico che si trovassero in chiaro pericolo.

    Si tratta, tra l’altro, di un pericolo non certo teorico; nel 2013 è stata annunciata una nuova conta dei muri effettivamente a rischio frana, quelli deformi, spanciati, eccetera: purtroppo, censimento o no, non è stato effettuato alcun intervento e, a turno, ci si ritrova con circolazione a senso unico alternato, traffico in tilt, quartieri isolati. Tutto questo non è ovviamente un caso: certo ci sono manufatti vecchi che hanno bisogno di essere irrobustiti e che, creati per contenere orti e giardini, si trovano oggi ad essere, di fatto, la base di insediamenti abitativi anche molto estesi, con l’aggiunta di traffico di mezzi e di rifacimenti che magari appesantiscono ulteriormente il carico.

    Ricapitolando solo gli episodi che negli ultimi anni hanno avuto un’eco maggiore, possiamo ricordare la notte dell’aprile 2013, quando il muro di sostegno di Via Dassori alto 10 metri franò rovinosamente per fortuna senza conseguenze su persone; dopo meno di una settimana crollò un’ulteriore porzione del medesimo muraglione. Pochi giorni prima nel quartiere del Lagaccio, in Via Ventotene, un crollo aveva coinvolto due auto parcheggiate; si trattava di una strada privata quindi, a parte il supporto logistico, il Comune decise di non intervenire. Solo un anno dopo gli abitanti hanno potuto fare ritorno a casa. Ma siccome a Genova le frane non sono classiste, nel gennaio 2014, a Capolungo, praticamente al confine fra Genova e Bogliasco venne giù il costone di muro fronte mare sul quale dal ‘700 sorgono cinque palazzine; la pioggia violenta di quei giorni innescò la frana ma, ad oggi, le abitazioni non sono ancora agibili. Un residente era anche disposto a farsi carico dei lavori necessari, ma non si ha notizia che l’autorizzazione sia finora arrivata.

    A febbraio dello stesso anno un grosso masso si è staccato dal muro di Via Digione, quartiere San Teodoro, investendo lo stesso palazzo che nel 1969 fu teatro del maggiore disastro idrogeologico genovese: 19 morti a causa del crollo del muraglione stesso. Sempre nel 2014, a novembre, Via Riboli ad Albaro è letteralmente crollata sopra ad un palazzo di Via Trento. Questa rapida sequenza di episodi solo per ricordare che la città è stata costruita a ridosso di muri che cedono e sopra frane che si muovono. Purtroppo.

    Certificazione sismologica

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    Quindi, oltre a quanto messo in evidenza dai Piani di bacino, è chiaro che occorre anche la partecipazione dell’Ente comunale con la redazione del Piano Urbano Comunale con il quale si disciplina l’uso del territorio; ciò significa che ogni intervento privato e pubblico richiede il parere del geologo che verifica a livello puntuale quali problematiche possano esserci in caso di cantiere edilizio. Queste misure trovano il dottor Gennai favorevole, ed in un certo senso persino ottimista: «Così come ad oggi abbiamo la certificazione energetica, un domani avremo quella sismologica e certamente occorre lavorare per far sì che non venga percepita come l’ennesimo balzello inutile ma come qualche cosa di nuovo e di indispensabile per una programmazione seria del territorio. Gli urbanisti purtroppo ancora non hanno interiorizzato le nuove esperienze, continuano a partire dal Puc del suolo mentre è con il sottosuolo che noi d’ora in avanti dovremo fare i conti prima di costruire».

    «Certamente si tratta di una rivoluzione copernicana dal forte impatto emotivo oltre che economico; la legge sul contenimento del consumo di suolo, che si è data l’obiettivo di portare questo a zero entro il 2050, prevede che, salvo casi straordinari, si costruisca solo sul già costruito e finanzia in maniera estesa chi intende trasferire unità produttive e case da un territorio ad alto rischio ad un altro con una rischiosità inferiore. Ma alcuni immobili, forse la maggior parte, potrebbero perdere gran parte del proprio valore, altri diventare quasi inutilizzabili per via della mancata certificazione, ed essere costretti alla demolizione. Purtroppo questo è il conto, piuttosto salato, di una cementificazione sfrenata che dagli anni 60 fino quasi ad oggi è continuata indisturbata, nonostante le “disgrazie” iniziassero ad essere sempre più numerose e, purtroppo, prevedibili».

    Sono stati evocati gli urbanisti, e allora sentiamo un architetto, il dottor Saverio Giardino, tecnico urbanista che si occupa prevalentemente, ma non solo, della zona del Tigullio: «Posso condividere in qualche misura il parere del geologo, perché comunque per noi architetti occuparci del sottosuolo è ovvio, ma dobbiamo farlo con le carte che ci hanno fornito appunto i geologi, gli ingegneri, insomma gli esperti. E se vediamo una frana attiva inutile dire che non si costruisce. Però deve esserci, questa segnalazione. Il Piano Casa, cioè la Legge Regionale n. 49 finanzia i trasferimenti di abitazioni e di aziende: certamente una cosa è spostare la singola unità abitativa posta su di una frana, altra cosa è muovere interi condomini prevedendo nuovi locali dove alloggiarli».

    Rinaturalizzazione del territorio

    Ascoltate le voci piuttosto concordanti dei due tecnici, non poteva però mancare il parere di chi va ricercando costantemente il punto di equilibrio fra l’offerta di beni e servizi e la vivibilità che una città dovrebbe offrire. Andrea Agostini portavoce di Legambiente Liguria, va dritto al punto: «Non sono d’accordo con questo concetto di far spostare le persone, intanto perché ci sono frane e frane, e voler mettere tutto nello stesso calderone è il modo migliore per trovare soluzioni inefficaci. Se parliamo di frane causate dagli stessi spostamenti tettonici che provocano le scosse sismiche, è chiaro che possiamo solo prevenire i danni causati dagli eventi stessi, costruendo e ricostruendo in maniera più sicura possibile rispetto a questi eventi»

    «Certo – prosegue – in questo caso occorre valutare il rapporto costi benefici, che ovviamente non sarà il medesimo per il condominio anni ’70 e per la chiesa antica del ‘300. Se decido di non poter proteggere il condominio, allora devo far spostare le persone, senza dubbi e senza aspettare.La frana spesso però dipende invece da infiltrazioni di acque disperse, che si potrebbero imbrigliare seguendo un principio che in tutta Europa ormai è una prassi: la ri-naturalizzazione dei corsi d’acqua. Seguendo questo metodo si cerca di eliminare per quanto possibile il cemento attorno a fiumi e torrenti, in modo da lasciare vie di fuga alla piena che scava i propri percorsi in un terreno fatto di terra, mentre se incontra il cemento non può che gonfiarsi ed accelerare, diventando un vero pericolo».

    Agostini sembra avere le idee chiare in materia, ed aggiunge: «Intanto non si smette di vedere costruzioni che nascono in zone evidentemente pericolose, e questo capita perché si può sempre presentare un bellissimo progetto completo di tutti gli accorgimenti utili ad evitare il rischio, ma poi si può costruire senza rispettare diciamo così, alla lettera il progetto. A questo punto, se e quando il sinistro si realizzerà, cercare il colpevole sarà il solito, inutile esercizio di stile per pochi idealisti. La verità è che, nella migliore delle ipotesi, mancano le competenze in chi ricopre incarichi di responsabilità; poi a volte c’è malafede, e questo è davvero un mix micidiale per il nostro paese».

    A questo punto è evidente che, mentre il processo di governo del territorio si sta sviluppando sempre più ed è parte integrante delle attività proprie degli amministratori locali, tanto lavoro deve essere ancora svolto e tocca a tutti farne una parte. Deve sicuramente essere migliorata la comunicazione, sia affinché l’importanza di quanto realizzato possa essere trasmessa, sia per incoraggiare i cittadini a tenere un comportamento razionale rispetto alle situazioni critiche in cui potrebbero trovarsi. Comunicazione efficace, quindi, e comportamenti coerenti con quanto dichiarato; le conoscenze tecniche e culturali sembrano non mancare, la vera questione sta nell’incaricare le persone veramente competenti affinché possano occuparsi di affrontare e possibilmente risolvere questi problemi.

    Bruna Taravello

  • Torre Piloti, Comune di Genova e Autorità Portuale ritrovano l’intesa ma Piano Regolatore del porto resta in alto mare

    Torre Piloti, Comune di Genova e Autorità Portuale ritrovano l’intesa ma Piano Regolatore del porto resta in alto mare

    torre-piloti-renderingI lavori per la nuova Torre Piloti del porto di Genova potrebbe sbloccarsi a breve: pochi ancora i passaggi necessari per rendere esecutivo il disegno “donato” alla città dall’architetto Renzo Piano, inserito nel più grande progetto del Blueprint. In Consiglio comunale, infatti, è arrivata la delibera che sblocca la modifica ad hoc del Piano Urbanistico Comunale, già recepito nel progetto unitario della Darsena Nautica approvato dalla Autorità Portuale di Genova nei mesi scorsi. Dopo questo passaggio, mancherà soltanto l’accordo Stato-Regione che decreti la “pubblica utilità” dell’opera per far “andare in porto”, è il caso di dirlo, la costruzione della nuova torre.

    Il progetto di Renzo Piano

    Stando al progetto, il complesso dedicato al piloti del Porto di Genova sarà ubicato nel gomito della diga frangi flutti che oggi delimita la nuova darsena proprio di fronte alla foce del Bisagno: un edificio di due piani, con uffici, stanze, archivio e parcheggi pertinenziali, sormontato dalla torre, alta 66 metri, con una ampia sala di controllo posizionata in modo tale da controllare a vista il bacino vecchio del porto e tutto il canale portuale fino alle banchine di Sampierdarena. All’interno della banchina della Nuova Darsena, saranno predisposti dei pontili galleggianti per assicurare l’attracco di cinque pilotine. L’operatività dei piloti deve essere garantita sempre: per questo motivo lo spazio dedicato anche al passaggio in sicurezza e rapidità sarà mantenuto anche durante gli eventi fieristici come il Salone Nautico. Questa ubicazione ha modificato il tracciato pedonale e pubblico previsto per questo settore della darsena, che comunque sarà mantenuto. Questo progetto è stato inserito all’interno del disegno del Blueprint di Renzo Piano, la cui “donazione” è stata accettata dal Comune di Genova il 30 luglio del 2015: nei fatti, quindi, non è stato preso in considerazione nessun altro progetto specifico per la torre piloti; un particolare non di poco conto visto l’importanza dell’investimento. Il dubbio che si sarebbe potuto pensare qualcosa di meglio, quindi, non troverà risposta.

    torre-piloti-progetto-01Separati in casa

    Dopo mesi di sordità reciproche, quindi, Comune di Genova e Autorità Portuale tornano a collaborare nel concreto. Sono mesi, infatti, che l’amministrazione genovese, soprattutto attraverso il Consiglio comunale, chiede a gran voce la definizione certa del nuovo Piano Regolatore Portuale, visto che quello vigente risale al 2001. Una serie di lentezze, infatti, ne hanno rallentato l’iter: incertezze interne prima, cambiamenti di obiettivi in corso d’opera poi, il cambio del presidente, il commissariamento, e, in ultimo, le previsione della riforma in materia voluta dal governo. Il Blueprint, però, sembra mettere tutti d’accordo, e la costruzione della nuova infrastruttura dedicata al Corpo Piloti del Porto di Genova sarà, forse, il primo passo a concretizzarsi. Per le altre risposte richieste dalla città, come gli adeguamenti delle banchine per ridurre l’inquinamento, invece c’è tempo.

    La burocrazia ha i suoi tempi: al passaggio in Sala Rossa, di cui l’esito sembra scontato, viste le intese in sede di commissione, dovrà seguire la dichiarazione di “pubblica utilità” da parte di Stato e Regione Liguria, requisito fondamentale per sbloccare i fondi necessari per la costruzione e velocizzare le pratiche di passaggio di destinazione d’uso dell’area interessata. Seguiranno gli appalti e i cantieri: difficile prevedere una tempistica certa, è probabile che passeranno ancora diversi mesi; sicuramente si scavallerà il ciclo amministrativo in corso.

    Da più di tre anni il Corpo Piloti del Porto di Genova sta aspettando una nuova sede che ne garantisca il lavoro, ma non solo: con il tragico incidente del maggio 2013, in cui persero la vita 9 piloti, furono distrutti archivi, ricordi e spazi simbolici. Oggi gli enti pubblici provano ad accelerare, trovando nell’importanza operativa e simbolica della Torre Piloti il terreno d’intesa: un progetto parte di un disegno più grande, forse troppo calato dall’alto. Fatta salva la Torre Piloti, le priorità per Genova sarebbero altre, e le conosciamo tutti: ma per le emergenze, si sa, c’è sempre tempo.

    Nicola Giordanella

    foto: www.porto.genova.it

  • Dall’Europa 40 milioni per migliorare i servizi urbani. C’è anche il percorso ciclopedonale in Val Bisagno

    Dall’Europa 40 milioni per migliorare i servizi urbani. C’è anche il percorso ciclopedonale in Val Bisagno

    valbisagno-staglienoIn arrivo entro il 2020 a Genova 37,7 milioni di euro di fondi strutturali europei Pon Metro, destinati a migliorare i servizi urbani e la qualità della vita nelle 14 città metropolitane italiane grazie a un importo complessivo per l’Italia di 893 milioni di euro, con maggiore riguardo alle realtà del Sud. E’ quanto emerge dalla presentazione ufficiale del progetto svoltasi questa mattina nel Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi, a cui hanno presto parte tra gli altri, il sindaco Marco Doria, gli assessori comunali Anna Maria Dagnino, Emanuela Fracassi, Isabella Lanzone, Emanuele Piazza e Giorgio Martini, dirigente dell’Agenzia per la Coesione Territoriale. «Non si tratta di interventi hard ma soft – spiega il sindaco, come riportato dall’agenzia “Dire”- le infrastrutture pesanti vengono finanziate in altro modo, qui si punta sui servizi».

    Quattro gli assi di intervento individuati per la realtà genovese: agenda digitale, mobilità, efficientamento energetico e inclusione sociale.
    «Nel settore dell’agenda digitale – spiega il sindaco – rientra il potenziamento dei servizi informatici delle amministrazioni pubbliche di tutti i Comuni dell’area metropolitana che condividono il progetto, in parte per la predisposizione di piani urbanistici, in parte per progetti di resilienza, ovvero capacità di reagire al dissesto idrogeologico». Per questo capitolo sono previsti 10 milioni di euro con cui si svilupperanno anche piattaforme digitali dedicate a tributi locali, una banca dati dell’energia per la pianificazione e il monitoraggio dei consumi, la digitalizzazione dell’iter amministrativo per lo Sportello unico dell’edilizia, un sistema informativo integrato delle opere pubbliche, una piattaforma informatica di raccordo tra impresa, istituzioni e ricerca.

    Cifra simile verrà investita nell’efficientamento energetico: 2,4 milioni per la sostituzione degli impianti di riscaldamento degli edifici di edilizia residenziale pubblica, 3,8 milioni per l’efficientamento termico di Palazzo Tursi e del Teatro Carlo Felice, 3,8 milioni sul miglioramento dell’illuminazione pubblica cittadina.

    Saranno, invece, 4,8 milioni i fondi destinati alla mobilità che si concentreranno tutti nella viabilità della Valbisagno per «interventi diffusi su nodi di traffico e impianti semaforici che renderanno più fluida la circolazione in quella direttrice, con impatto positivo sui Comuni limitrofi», come spiega Doria. In particolare, 2,4 milioni di euro saranno impegnati per la realizzazione dell’itinerario ciclopedonale in sponda sinistra con contestuale messa in sicurezza del tratto tra via Adamoli e Lungobisagno d’Istria; inoltre, verrà migliorata la viabilità in sponda destra con l’ottimizzazione del trasporto pubblico, l’ottimizzazione delle paline informative e il miglioramento degli impianti semaforici.

    Infine, attenzione particolare verrà dedicata all’inclusione sociale con circa 11,5 milioni che verranno utilizzati sia nel campo dei servizi che in quello delle infrastrutture: nel primo capitolo rientrano politiche di sostengo all’abitare, all’inclusione, all’accompagnamento socioeducativo, percorsi di autonomia e avvicinamento al lavoro, con interventi rivolti a famiglie con fragilità economica e in condizioni di disagio abitativo, a cittadini senza dimora e a comunità emarginate e giovani che risiedono in aree svantaggiate; il secondo capitolo riguarda, invece, manutenzione e recupero di alloggi di edilizia residenziale pubblica.

    Anche se buona parte di questi interventi andranno a beneficio del prossimo ciclo amministrativo, il sindaco Marco Doria sottolinea come l’importante sia «avviare al più presto i processi, in modo che i soldi comincino a spendersi e mettano in moto gli investimenti perché stiamo parlando di procedure un po’ lente avviate nel 2013. Dopo 3 anni di progettazione mi sento di poter dire che questi soldi verranno spesi bene, ora però bisogna anche vengano spesi presto». Possibile anche una premialità del 6% dell’importo complessivo se il Comune di Genova dovesse superare una prima verifica della messa in opera dei lavori a fine 2018.

  • Digital Tree, a Sturla nasce il primo innovation hub genovese. Nuove tecnologie nel segno di Microsoft

    Digital Tree, a Sturla nasce il primo innovation hub genovese. Nuove tecnologie nel segno di Microsoft

    digital-treeSi chiama Digital Tree il primo innovation hub di start up genovese che ha piantato le radici proprio nel capoluogo ligure. Un incubatore d’impresa che ha come obiettivo quello di far nascere nel territorio regionale nuove realtà imprenditoriali nel settore tecnologico d’avanguardia. Le menti brillanti, gli imprenditori e gli investitori nell’ambito della digital trasformation, potranno dunque ritrovarsi  per costruire insieme nuovi progetti. Un modello aperto e partecipato che punta a favorire la contaminazione di idee, la condivisione di competenze e la sinergia di mezzi per produrre valore sul territorio.

    «Moltissime città americane si sono riprese da una forte crisi puntando sulla digital trasformation e il cloud computing, siamo sicuri che Digital Tree porti effetti positivi sul territorio», sostiene Andrea Pescino, amministratore delegato di Soft Jam, azienda madre del progetto. «L’innovation hub vuole essere uno spazio per favorire lo sviluppo di scenari di innovazione e un progetto per portare valore sul territorio».

    Il servizi di Digital Tree si rivolgono alle aziende che possono affrontare percorsi di open innovation, alle start up che trovano servizi, strumenti e formazione, ai professionisti che vogliono vivere l’ambiente del co-working, al territorio che può partecipare a tutte le iniziative dell’hub.

    Collaborazione pubblico-privato

    Un progetto nato dalla collaborazione tra pubblico e privato, un modello potenzialmente virtuoso e sostenibile, in grado di coniugare l’erogazione di servizi di pubblica utilità e attività imprenditoriali e private. «Imprenditorialità, innovazione e territorialità è lo slogan che rappresenta l’iniziativa – dice il sindaco di Genva, Marco Doria – Genova è sicuramente un territorio potenzialmente attrattivo, una città dove l’imprenditorialità può esprimersi e l’innovazione può essere visibile». Grazie alla sinergia tra Palazzo Tursi e Soft Jam è stato infatti possibile abbinare gli obiettivi di sviluppo economico del territorio in termini di innovazione tecnologica e professionale, le esigenze di riqualificazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare con le attività e esigenze del settore privato.

    Il percorso è iniziato con il bando indetto dall’amministrazione comunale per la riqualificazione e la valorizzazione dell’edificio di viale Cembrano, 2 a Sturla, di proprietà del Comune di Genova, un palazzo storicamente già inserito nel tessuto cittadino e che in passato ha ospitato operatori nel settore delle tecnologie.

    Grazie al bando, all’interno del quale è stata richiesta la realizzazione di un incubatore certificato e l’erogazione di servizi dedicati alle startup, l’edificio è stato affidato in concessione a Softjam che sta creando al suo interno l’Innovation Hub, un incubatore destinato esso stesso a diventare smart. I lavori termineranno entro la metà 2017 e vedranno la realizzazione della nuova sede di Soft Jam, la nascita della nuova “dimora” di Digital Tree, uno spazio di co-working e una parte dedicata per la formazione, workshop ed eventi.

    Digital Tree

    Il progetto è nato da SoftJam S.p.A., azienda genovese operante nel settore dell’information & communication technology, nota a livello nazionale e riconosciuta da Microsoft quale partner di spicco, con l’obiettivo di attrarre nel nostro territorio menti brillanti, accogliere e mettere assieme i migliori talenti nel campo tecnologico d’avanguardia, creare e favorire le condizioni per la nascita e lo sviluppo di nuove realtà imprenditoriali.

    E.C.

  • Gioco d’azzardo e ludopatia, “offensiva” del Comune di Genova contro Stato e Regione Liguria

    Gioco d’azzardo e ludopatia, “offensiva” del Comune di Genova contro Stato e Regione Liguria

    new_slot_doubleTutti contro il gioco d’azzardo. Il Consiglio comunale del Comune di Genova ha votato all’unanimità un ordine del giorno che impegna Sindaco e giunta a trovare nuove soluzioni per arginare un fenomeno, come quello della ludopatia, che, nonostante i regolamenti già vigenti, si sta allargando in maniera sempre più preoccupante. Il dispositivo è stato deciso e redatto in conferenza capigruppo, e presentato “fuori sacco”, cioè in aggiunta a quanto programmato per la seduta.

    Ludopatia: è allarme sociale

    Secondo gli ultimi dati raccolti dal ministero e riportati oggi in aula, l’Italia rappresenta il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo, e, a fronte dell’uno per cento della popolazione di tutta la terra, rappresenta il 4,4% del mercato mondiale. Cifre da copogiro che danno l’idea del fenomeno: nel nostro paese, nel 2015 esiste ed è attiva una slot machine ogni 150 abitanti, e la spesa media annuale per ogni italiano è di 1000 euro. Il risultato è che si calcola che i cittadini affetti da ludopatia siano circa un milione. I numeri, purtroppo, sono in aumento.

    Da questi dati le esigenze di continuare la lotta al gioco d’azzardo: il Comune di Genova è stato tra i primi a cercare di arginare il fenomeno, votando un regolamento molto stringente per evitare l’allargarsi del fenomeno. Nel 2013 le slot machine in città erano 5400: nel 2017 scadranno la concessioni, e con la nuova legislazione comunale sarà molto più difficile aprire nuovi locali dedicati all’azzardo. Quanto fatto però non basta: il gioco spesso naviga on line, e la sua fruibilità si è allargata in maniera quasi incontrollabile per gli enti locali. Da qui l’esigenza di una nuova normativa centrale, che ponga dei paletti veri e che sappia arginare un fenomeno che potrebbe “costare” molto in termini di assistenza e cura. Lo Stato, però, in questo vive un evidente conflitto di interessi: il mercato frutta circa 84 miliardi di euro l’anno, che in periodo di crisi sono una risorsa non da poco. Una risorsa, però, macchiata di sangue: sempre più frequenti, infatti, sono i tragici episodi di cronaca nera, le cui cause scatenanti sono la disperazione e la solitudine legata alla dipendenza dal gioco d’azzardo e tutto i disastri che provoca.

    Il Consiglio comunale sulle barricate

    La richiesta, quindi, del Consiglio comunale è quella di fare pressione come Comune a Stato e Regione Liguria per trovare nuove soluzioni per arginare questo fenomeno, cercando di limitarne il mercato. Nel mirino anche il cosiddetto “ticket redemption”, il sistema pensato per aggirare le norme a tutela dei minori che non prevede il pagamento della vincita in denaro ma con biglietti che permettono di riscuotere in seguito i premi in palio. Un meccanismo che comunque “premia” la sorte, muovendo gli stessi “ingranaggi” che portano alla dipendenza classica, e che quindi, secondo gli esperti, rappresentano il portone di ingresso per la ludopatia del futuro. Su questa specifica materia, la legge regionale 30 del 2 maggio 2012 da facoltà al Sindaco di intervenire direttamente: l’ordine del giorno votato in Sala Rossa, quindi, coinvolge direttamente la giunta, che prossimamente dovrà misurarsi, nuovamente, con questa materia.

    La ludopatia è una delle dipendenze maggiormente in ascesa, e visto il continuo disinvestimento nelle politiche sociali di prevenzione e i ripetuti tagli ai relativi reparti del sistema sanitario da parte di stato e regioni, ogni ritardo o tentennamento potrebbe essere tragico: in gioco c’è la salute e la sopravvivenza dignitosa di milioni di persone che sono coinvolte direttamente o indirettamente con questa piaga sociale. Far finta di nulla sarebbe la mossa più sbagliata.

    Nicola Giordanella

     

  • Tubi dell’acqua, l’Università controllerà le rotture. Via alle prime sostituzioni a Sestri e Borzoli

    Tubi dell’acqua, l’Università controllerà le rotture. Via alle prime sostituzioni a Sestri e Borzoli

    Ponte di Cornigliano, lavori in corsoDopo l’incredibile sequenza di guasti che ha”massacrato” la rete idrica di genovese (19 solo da giugno), le istituzioni corrono ai ripari: sarà l’Università di Genova, e in particolare il Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti, a decretare lo stato delle tubazioni idriche genovesi in seguito al nuovo boom di rotture degli ultimi giorni. E, in base ai risultati, la Città metropolitana deciderà come ripartire i fondi per le manutenzioni da programmare per i prossimi anni. Come riportato dall’agenzia Dire, questo è l’esito del tavolo di confronto convocato dal consigliere delegato Enrico Pignone ieri pomeriggio nella sede della Città metropolitana, a cui hanno preso parte anche il Comune di Genova, con l’assessore Italo Porcile, e Iren-Mediterranea delle Acque, gestore del servizio.

    1200 chilometri di tubi

    Lo studio servirà a capire quanto i 1200 chilometri dei tubi dell’acqua genovesi siano vetusti e se sia effettivamente l’anzianità di servizio la causa delle continue rotture. In base alle risultanze che dovrebbero essere consegnate entro fine mese, toccherà poi alla Città metropolitana fare le opportune valutazioni, di comune accordo con Iren, su un piano decennale di investimenti per la sostituzione delle condutture obsolete, eventualmente spostando risorse economiche dal capitolo di spesa che oggi ne assorbe di più, quello della depurazione delle acque. «Ogni anno – spiega alla “Dire” il consigliere Enrico Pignone – abbiamo complessivamente circa 50 milioni di euro da investire sul settore acque ma la gran parte dei soldi viene utilizzata per i depuratori. Tuttavia, la legge impone di recuperare qualsiasi risorsa economica necessaria dalle tariffe: per cui, se voglio fare di più per la manutenzione delle tubature, o ridistribuisco i fondi o aumento le bollette». Un’ipotesi, quest’ultima, che Comune di Genova e Città metropolitana vorrebbero scongiurare. «Per uscire da questa impasse – spiega ancora Pignone – bisognerebbe fare una battaglia nazionale per consentire agli azionisti di obbligare Iren a reinvestire una parte degli utili ad esempio nell’ammodernamento delle infrastrutture e non solo per coprire i propri debiti. Solo toccando i profitti, infatti, si può incidere veramente sulla qualità».

    Richiesta danni

    Sembra scemare, invece, almeno al momento, l’ipotesi di una richiesta di danni da parte del Comune di Genova a Iren per i continui disagi, come accennato nei giorni scorsi dal sindaco Marco Doria. Il Comune, infatti, è il diretto proprietario degli impianti idrici di cui Iren è responsabile solo per la gestione. Inoltre, non va dimenticato che Palazzo Tursi è anche azionista della multiutility per cui, estremizzando, sarebbe un po’ come se facesse causa a se stesso.
    Dal canto suo, intanto, Iren ha annunciato la costituzione di una task force di 8 persone dedicata in modo permanente all’ispezione della rete idrica per individuare conduttore obsolete che necessitino di sostituzione e ha confermato che la prossima settimana inizieranno i lavori di sostituzione delle tubature della zona Borzoli-Sestri ponente per cui sono stati investiti 800.000 euro. Città metropolitana, invece, è al lavoro per la standardizzazione del monitoraggio della rete: «Su Genova ci sono 71 misuratori di pressione a cui al momento accede direttamente solo il gestore – spiega Pignone – io, invece, vorrei che questi dati fossero resi il prima possibile trasparenti e leggibili da parte di tutti». Anche perché, altrimenti, si ricadrebbe nel consueto cul de sac del controllore che coincide con il controllato.

  • Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    monumento-mutilatoCancellare Cadorna dalla toponomastica genovese, per dedicare la stessa via ai “Disertori per la Pace”, coloro i quali, cioè, disertarono dal regio esercito, finendo davanti al plotone di esecuzione, per opporsi o sfuggire al macello della Grande Guerra, Questa la proposta che sarà presentata martedì prossimo in Consiglio Comunale da Antonio Bruno, consigliere di Federazione della Sinistra, che, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre, ha lanciato l’idea sul proprio profilo facebook. Un’iniziativa che segue quanto fatto dal Municipio VIII – Medio Levante, che tempo fa propose di sostituire il nome del generale con quello del primo soldato morto sul fronte, Riccardo Giusto; una deliberazione che però oggi giace in qualche cassetto degli uffici competenti del Comune di Genova

    Secondo il consigliere, questa potrebbe essere «l’occasione per non celebrare più il generale, famoso per una lunga lista di nefandezze tra cui aver portato, insieme al collega Badoglio, i soldati italiani alla disfatta di Caporetto – spiega Bruno – ma soprattutto per la fucilazione di migliaia di soldati che non volevano attaccare postazioni austriache inattaccabili, andando incontro a morte certa». Ma non solo: «Un’occasione per rendere omaggio a chi fu ingiustamente ucciso da un volontario “fuoco amico”». L’attuale intitolazione della via fu scelta, infatti, durante il ventennio fascista, quando fu risistemata tutta la zona intorno al monumento della Vittoria (al centro dell’omonima piazza), per celebrare il successo della giovane monarchia italiana nella Grande Guerra. Un “trionfo” costato la vita a circa 650 mila uomini, che, volenti o nolenti, furono trasformati in soldati dalla legge.

    La discutibile carriera di Cadorna

    Luigi Cadorna, legato a Genova per aver sposato Maria Giovanna Balbi, nel primo dopo guerra fu celebrato per la resistenza, sulla estrema linea del Pasubio, alla Strafexpedition austriaca, scaturita nel 1916 come risposta all’aggressione italica dell’anno precedente. Suoi anche i “meriti” della presa di Gorizia per la cui conquista morirono 50 mila soldati tra il 9 e il 10 agosto 1916 (Sesta battaglia dell’Isonzo). Ma dietro a questi “successi” si nasconde un vero e proprio fiume di sangue; Cadorna, dal 1915 al 1917, incentrò la sua strategia sulle cosiddette “Spallate dell’Isonzo”: il ripetuto tentativo di sfondamento sul fronte isontino, che macinò circa 400 mila morti. Tutto questo per arrivare alla rotta di Caporetto (oggi Kobadir, Slovenia), quando l’esercito austriaco, approfittando della nebbia e della pessima organizzazione tattica e comunicativa della gerarchia militare italiana (di cui fu responsabile anche Badoglio), sfondò il fronte italiano, arrivando, come è noto, fino al Piave. Questo episodio spinse gli Alleati a vincolare l’invio di aiuti alla rimozione stessa del generale. Cadorna, però, lega il suo nome anche alla durissima disciplina interna: fu sua l’idea dei battaglioni di disciplina da utilizzare in operazioni suicide e dell’utilizzo di squadroni di bersaglieri e carabinieri per costringere con la forza del fucile i fanti all’attacco. Tristemente famoso l’utilizzo del metodo della decimazione di romana memoria, che mirava a punire eventuali diserzioni, semplici insubordinazioni o sbandamenti di interi reparti attraverso il sorteggio casuale dei “colpevoli”, destinati al plotone di esecuzione. Le condanne a morte di soldati italiani furono le più numerose tra i paesi coinvolti nel conflitto. Ampia è la letteratura, anche recente, che quantifica e qualifica l’operato di questo generale, che nella sconfitta scaricò le colpe sulla presunta codardia dei fanti, non riconoscendo le colpe di una dirigenza militare arretrata, anacronistica e ferocemente sanguinaria nei confronti dei soldati considerati alla stregua più di schiavi che di cittadini.

    Un’occasione storica

    La proposta di dedicare la via ai “Disertori per la Pace” non è solo una provocazione: potrebbe essere un’occasione per incominciare a ragionare onestamente su una pagina della nostra storia ancora appesantita dalla retorica degli anni che la seguirono. Nel centenario della Grande Guerra, è necessario e doveroso lavorare sulla memoria di quello che accadde, senza dimenticare nulla. Iniziare dai simboli è senza dubbio prassi storica, e Cadorna è sicuramente figura totemica di una lunga, e mai tramontata, tradizione di disprezzo della vita e della libertà delle persone.

    Nicola Giordanella