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  • Sistema maggioritario e fallimento della seconda Repubblica: spiragli di dibattito

    Sistema maggioritario e fallimento della seconda Repubblica: spiragli di dibattito

    italia-europa-politicaQuando si è cominciato a parlare di dialogo tra Renzi e Berlusconi per una legge elettorale che andasse nella direzione di una maggiore governabilità ero molto scettico sulla possibilità che nell’opinione pubblica si sviluppasse un dibattito. Quando c’è di mezzo il Cavaliere, infatti, le polemiche non si sprecano mai, e il polverone che si alza, di solito, impedisce all’opinione pubblica di distinguere cosa stia succedendo davvero: ossia, nel caso in questione, che dentro al PD è in corso una guerra per bande e che per l’ennesima volta, da vent’anni a questa parte, destra e sinistra insieme cercano di forzare la Costituzione in senso maggioritario, spacciando una decisione politica discutibile per una scontata evidenza oggettiva. Questa volta, però, qualcosa si è mosso.

    Un discreto numero di giuristi si sono ricordati della sentenza della Consulta (che bocciò il porcellum proprio per l’abnorme premio di maggioranza); e qualcuno, come ad esempio il professor Sartori, si è spinto persino a dire che attribuire il 55% dei seggi a un partito che prenda solo il 35% dei voti significa trasformare una minoranza in maggioranza. Anche il M5S ha fatto la sua parte. Dapprima è stata promossa una discussione sul web con un video dello storico Aldo Giannuli, che ha parlato di maggioritario e proporzionale; poi è stato chiesto agli iscritti di esprimersi con il solito voto telematico: e piuttosto inaspettatamente (almeno per quel che mi riguarda) il maggioritario è stato sconfitto, collocando così il movimento in favore del sistema proporzionale in una netta e chiara opposizione politica rispetto alla proposta di PD e Forza Italia.

    Tuttavia, se in Italia oggi si mette in discussione il dogma dell’infallibilità del maggioritario, lo dobbiamo forse, più che a Grillo, al decisionismo di Renzi; il quale, ponendo il tema senza alcuna riserva, ha fatto emergere le contraddizioni all’interno del suo stesso partito, ha scosso dal torpore un’opinione pubblica inebetita e ha costretto il M5S a spingersi verso una posizione alternativa. Ciò significa che, nonostante il sindaco di Firenze conduca una battaglia che personalmente non condivido, in questo momento di immobilismo qualsiasi proposta è comunque positiva, perché riattiva la circolazione in un paese che ha la tentazione di lasciarsi andare; a riprova del fatto che, se persino il Wall Street Journal paragonava la stabilità italiana a quella di un cimitero, allora non c’è niente di più sbagliato che adagiarsi sulla linea del “troncare e sopire, sopire e troncare” patrocinata direttamente dal Presidente della Repubblica, per cui, tanto in Europa quando nelle questioni interne, dovremmo solo lasciarci guidare docilmente e con arrendevolezza da una politica che sa cosa è giusto per noi.

    Con questo non voglio tanto affermare la necessità di tornare al sistema proporzionale (anche se – non lo nascondo – in effetti sarei favorevole), quanto ribadire che dare per scontato quello che passa il convento spegnendo il cervello non è una trovata geniale: al contrario al paese giova mantenere un pensiero critico.

     

    La seconda Repubblica nasce con il Mattarellum

    L’idea che si debba rispondere alla grave crisi economica con un sistema maggioritario, dove un solo partito governa per cinque anni, sulla base della teoria che “in Italia non si sono fatte le riforme a causa del ricatto dei partitini”, è un gigantesco, colossale, stratosferico luogo comune. La realtà è che la seconda repubblica, che nasce con il Mattarellum e dunque proprio dalla fregola per il maggioritario, ha pur allungato la durata media dei governi, ma non per questo ci ha regalato performance esaltanti.

    I miei lettori si ricorderanno che il calcolo l’avevo già fatto: dal 1953 al 1994 abbiamo cambiato governo ogni 8,4 mesi, con una crescita annuale media del 4%; all’opposto dal 1994 a oggi abbiamo avuto un governo ogni 19,4 mesi (cioè una stabilità più che doppia) crescendo però solo di uno stentato 1% all’anno. Dov’è in questi numeri la connessione tra governi più lunghi e crescita economica?

    È pur vero che nella seconda Repubblica il rapporto debito/PIL ha cominciato finalmente a scendere; ma i lettori dovrebbero essere vaccinati anche contro questo argomento, perché ho più volte spiegato che il debito pubblico non c’entra nulla con la crisi. Anzi, la dinamica del debito pubblico dall’entrata nell’euro riflette in modo inversamente proporzionale la dinamica del debito privato. Tradotto: lo Stato non s’indebitava più solo perché s’indebitavano i privati (mutui, auto e televisori comprati a rate, eccetera) e sono proprio gli squilibri di questo indebitamento, emersi con lo scoppio della crisi globale, che ci impediscono di uscire dalla crisi. Pertanto non sono direttamente responsabili i pur noti problemi strutturali del paese: si dovrebbe guardare, invece, al solito famoso argomento, di cui però la politica proprio non vuol sentir parlare.

    Se lasciamo da parte l’economia il quadro non cambia. Forse che in questi vent’anni sia stato approvato qualcosa di buono, qualcosa che vale la pena ricordare? E quanto alla società, all’educazione e alla cultura, l’impressione è che le cose siano peggiorate o migliorate? Mentre nei primi decenni del dopoguerra si creava il ministero delle partecipazioni statali, si aderiva al mercato comune europeo, nascevano gloriose aziende pubbliche come l’ENI, si approvava lo statuto dei lavoratori, si faceva la legge per abolire i finanziamenti illeciti, il referendum sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la legge sull’aborto e la riforma sanitaria, cosa è stato fatto dopo il ’94 che valga la pena citare? La patente a punti? Dove bisogna cercare, allora, i presunti vantaggi di questi governi che, come le pile della pubblicità, “durano di più”?

     

    Doverosa precisazione…

    Attenzione: non sto dicendo che non importa se la politica è instabile; sto solo dicendo che, se quello che abbiamo visto in questi vent’anni è un’anticipazione dei vantaggi di un  maggioritario puro, allora prima torniamo indietro meglio è. Non sto rimpiangendo la prima Repubblica; ma la seconda è stata, se possibile, anche peggiore: e dunque bisogna cercare un’altra cura, e sicuramente anche un’altra diagnosi. Pertanto, se vogliamo parlare di legge elettorale, il dibattito dovrebbe essere più sereno e dovrebbe volare molto più in alto, allontanandosi da luoghi comuni che servono solo a confondere le idee alla gente.

    Purtroppo, nonostante i piccoli miglioramenti registrati, siamo ancora molto indietro. Il blocco politico-mediatico più corposo è ancora dominato da “fondamentalisti maggioritari”: e dunque il pericolo di irregimentare il paese sotto la guida di un governo mono-partitico, che per cinque anni potrà condurci testardamente lungo la china dei principi più assurdi e pericolosi, rimane concreto.

    Anche la soluzione di Grillo, a ben vedere, presenta lacune vertiginose. Un dibattito su temi così complessi non si può improvvisare. I 16 minuti con cui Giannuli ha tentato di introdurre il tema sono stati utili piuttosto, per stessa ammissione dello storico, a dimostrare quanto l’argomento sia complesso e delicato: e pertanto una frettolosa votazione sul web è stato un salto nel buio. Il M5S dovrebbe preparare con più largo anticipo una risposta ai temi politici più scottanti, e possibilmente dar vita ad un dibattito più ampio. Continuando così anche i nuovi arrivati non vanno da nessuna parte.

     

    Andrea Giannini

  • Notiziario politico, gennaio 2014: quanto conta quel che non accade

    Notiziario politico, gennaio 2014: quanto conta quel che non accade

    Palazzo ChigiIn questo albore di 2014, è doveroso aprire qualunque riflessione politica partendo dalla notizia della Lega Nord che attacca il ministro Kyenge: nella maggioranza è tutto un grido di dolore per il “razzismo strisciante”. Strano, le camicie verdi sembravano così aperte e tolleranti. E proprio non era mai successo in tutta la storia dell’uomo che in tempi di crisi a qualcuno venisse la bella idea di prendersela con gli stranieri.

    Ma veniamo alle questioni che pesano davvero: nei palazzi che contano, tanto per cambiare, si parla di legge elettorale. E tanto per cambiare Renzi pensa di parlarne un po’ con Berlusconi. I primi amori – si sa – non si dimenticano facilmente. Questa volta i due sarebbero già d’accordo sul merito della questione: puntare sul “modello spagnolo”, un proporzionale che in Spagna sembra abbia avuto spesso “esiti maggioritari”. In questo modo si raggiungerebbe lo scopo, da una parte, di “accontentare” la Consulta, che ha bocciato il Porcellum proprio per l’abnorme premio di maggioranza; e si otterrebbe anche, dall’altra parte, la tanto sospirata “governabilità”: una maggioranza di governo che per cinque anni può fare quello che vuole.

    È stato questo l’obiettivo politico di tutta questa gloriosa seconda repubblica, la quale – vivaddio! – ci ha già regalato un’intera legislatura sotto la guida di Berlusconi (2001-2006), ma ha ancora da farsi perdonare il fatto di non aver potuto impedire che il Cavaliere venisse disarcionato anzi tempo per ben due volte (1996 e 2011). E dunque – non v’è dubbio – la strada giusta è quella che stiamo seguendo da più di vent’anni: esecutivi forti, governi lunghi, opposizioni “costruttive”, possibilmente remissive, pochi parlamentari, possibilmente anche poco interessati, e tutto questo per fare più in fretta quello che già facciamo male (in barba al fatto che – guarda un po’… – quando si andava piano, si andava sano ma lontano).

    Restiamo su Renzi, è lui il protagonista di questo gennaio 2014. Il neo-segretario PD è impegnato anche su un altro fronte: quello della riforma del lavoro, con il mitico “jobs act”. Nell’attesa di capire cosa questo dovrebbe essere nelle intenzioni manifeste (ma soprattutto, nel passaggio dal dire al fare, cosa può facilmente diventare in altre intenzioni un po’ meno manifestabili…), mi limito ad osservare quello che insegnava il Manzoni: se per spiegarti una cosa non usano la tua lingua, ma un qualche “latinorum”, sta sicuro che cercano di fregarti.

    Ma in effetti Renzi non è Renzo: il personaggio dei Promessi Sposi era l’oppresso, la cui diffidenza si acuiva per via delle “circostanze” (cioè perché si cercava di sbarrargli la via all’alcova nuziale – segno che talvolta un po’ di sano “desiderio” serve anche ad aguzzare l’ingegno…); Renzi, invece, è quello che gli oppressi li dovrebbe difendere. Il problema è che questi cocciutamente si ostinano a non riconoscere che «l’Italia e l’Europa non sono state distrutte dal liberismo; al contrario il liberismo è un concetto di sinistra» (intervista al Foglio, giugno 2012). Ma adesso tutto cambierà: il liberismo sbarca a sinistra. Capito, la novità? Dopo vent’anni di profitti che calano e salari che crescono all’impazzata (come tutti sanno e come si vede bene, ad esempio, da qui) una rottura ci voleva proprio! Come diceva Guzzanti, il liberismo ha fallito in tutto il mondo, ma in Italia vogliamo dargli un’altra possibilità.

    Cosa mi sto dimenticando? Ah si! Una cosa mai vista: spese pazze nelle regioni! Pare, infatti, che la magistratura abbia accertato un fatto di cui in Italia nessuno sospettava l’esistenza: i consiglieri ragionali farebbero passare come spese di rappresentanza le spese personali. L’indignazione popolare ha colmato la misura quando si è saputo che una consigliera si è fatta rimborsare l’acquisto di un paio di mutandine! Ma ora fortunatamente lo scandalo è venuto a galla, grazie anche all’implacabile lavoro della stampa italiana, che restituisce sempre ai cittadini le notizie di cui davvero essi hanno bisogno! Possiamo sperare così, che messi al gabbio questi proci e fermato il loro gozzoviglio, cessino quegli sperperi che notoriamente sono la sola e inequivocabile causa dell’attuale crisi…

     

    Andrea Giannini

  • Consigli per realizzare un giardino nella casa in montagna

    Consigli per realizzare un giardino nella casa in montagna

    1Questa settimana accenneremo ad alcuni aspetti relativi all’ampio tema della realizzazione di un giardino in montagna. Qui le condizioni ambientali sono infatti spesso “estreme”, con forti sbalzi di temperatura, estati piuttosto calde ed assolate, autunni ventosi ed inverni molto rigidi.

    Per tutti questi motivi, tanto l’impianto progettuale che la collocazione e la scelta delle essenze vegetali dovrà essere attentamente valutata. Va inoltre tenuto conto del fatto che, in simili condizioni ambientali, sia l’attecchimento che il successivo sviluppo delle piante richiedono sforzi molto maggiori.

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    I cespugli e gli alberi raggiungono quindi i migliori risultati negli anni, richiedendo tempo e pazienza. In generale e per le obiettive difficoltà di cui abbiamo accennato, non è frequente vedere, intorno alle case in montagna, giardini ben curati o che completino l’edificio, inserendolo adeguatamente nell’ambiente circostante. Basta però un po’ di attenzione nella scelta delle essenze più adatte, specie di quelle rustiche, spontanee o autoctone, per potere ottenere ottimi risultati.

    Da un punto di vista progettuale, sarebbe preferibile, a mio avviso, intervenire in modo lieve sul terreno: meglio fasce o bassi terrazzamenti che seguano il naturale andamento della montagna invece di alti muraglioni che interrompono il paesaggio. Meglio optare per alberi locali che non “stonino” e che non si staglino nel verde circostante che per essenze non autoctone, magari costose, e poco contestualizzate. Inutile poi accanirsi a tutti i costi per avere un prato “all’inglese”: per quanto sforzo si impieghi le varie tipologie di erbe locali spunteranno sempre.

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    In fondo meglio poi che il giardino risulti solo una variazione ed articolazione della montagna circostante piuttosto che risalti per innaturale, nel contesto alpino, perfezione o troppo artificiosa progettazione. Come accennato, in questo articolo ci limiteremo necessariamente, data l’estensione del tema ed i suoi molteplici profili, a fornire qualche consiglio generale. Parlando di montagna medio-alta ed in merito all’impianto arboreo, si suggerisce ad esempio di impiegare preferibilmente essenze locali: larici, abeti rossi o neri, pini mughi e, se vi sono già in natura, betulle, frassini, saliconi (Salix caprea) e sorbi.

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    Per realizzare l’“ossatura” delle aiuole, si potranno utilizzare siepi di ontano (spesso presente, spontaneo, anche fuori dai giardini), potentille, rose rugose o canine, la Weigelia, la Lavatera, la Buddleia, la Spirea, il Cornus (anche nelle sue varietà a foglia variegata), nonché eventualmente anche la Syringa (Lillà) o la Forsythia. Quest’ultima, in particolare, crea velocemente grandi macchie verdi di sfondo e colma gli spazi vuoti, persino ad alta quota. Ovviamente le piante dovranno essere utilizzate secondo un preciso piano cromatico, da adeguare al contesto e dovranno armonizzare, tra loro, in base alle scelte complessive operate.

    Per quanto concerne, invece, le erbacee perenni, in montagna crescono particolarmente bene la Rudbeckia purpurea o Goldusturm, la Gaillardia, l’Astilbe, l’Aconito, il Delphinium (speronella), le settembrine (Aster), alcune varietà di malva ed i lupini. Anche molte rizomatose e bulbose danno ottimi risultati: in particolare i frugali Iris, i narcisi, i crochi, alcune varietà di gigli (ad esempio il Martagone) e le peonie bulbose.

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    Il progetto complessivo del giardino dovrà poi, evidentemente, variare da luogo a luogo, adattandosi alla realtà specifica. In generale, si suggerisce di collocare sempre, quale elemento caratterizzante, qualche arbusto o alberello in prossimità degli edifici. Alcuni tipi di prugno, di ciliegio o il Sorbo dell’Uccellatore, che produce vistose bacche rosso-arancio, risaltano infatti molto sul legno scuro e sulla pietra grigia. La base delle staccionate o le aiuole potranno essere, invece, disegnate mescolando le diverse essenze vegetali nel modo meno rigoroso e più naturale possibile.

    Se si desidera poi unire, all’aspetto estetico, quello pratico, si potrà infine optare per bordure o gruppi di piante di lamponi, di more, di mirtilli, di Ribes ed eventualmente felci e rampicanti (usati anche come semi striscianti) quali il Caprifoglio. L’insieme, semplice ed un po’ disordinato, si armonizza infatti benissimo al contesto montano ed agli edifici rustici. Il giardino sarà così elemento di completamento e valorizzazione della casa, quasi una porzione di bosco appena “addomesticato” dall’uomo.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano
    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • La musica nuova morta per eccesso di novità: la colpa non è solo del mercato

    La musica nuova morta per eccesso di novità: la colpa non è solo del mercato

    musica-concerti-pianoforteLa riflessione sviluppata in questa serie di articoli, partiva dalla constatazione della “scomparsa della novità”. Il concetto stesso di “novità” è stato progressivamente banalizzato, svuotato. Qualsiasi prodotto industriale, in uscita sul mercato viene presentato come “novità” che renderà superate le precedenti edizioni, ormai declassate a scarto/rifiuto/riciclo. È come se si vivesse in una continua “ansia da novità”: tutto deve sempre cambiare in continuazione senza fermarsi, con il risultato di una sorta di “crisi da eccesso”: la “novità” è uccisa dall’eccesso stesso di novità (o pseudo tali) gonfiata fino a scoppiare.

    I prodotti tecnologici (telefonia in testa) rappresentano al meglio i dettami consumistici suggeriti dalle strategie persuasive delle case produttrici. In ambito artistico, credetemi, le cose non sono poi così diverse. Certo, i messaggi e le strategie di vendita forse non presentano toni così grossolani e di cattivo gusto, ma la sostanza non cambia. Tutto il sistema produttivo contemporaneo può essere visto come un’immensa “fabbrica di novità”.

    Certamente, personalmente, non riconosco alcuna autorevolezza agli apparati promozional-pubblicitari dell’industria culturale che, subdolamente, cercano di stabilire che cosa sia da ritenersi “novità”. Ma la “novità” è scomparsa anche per altri motivi. È come se la tecnologia l’avesse erosa, mangiata dall’interno. Intendo dire che la velocità di comunicazione/diffusione e riproduzione di qualsiasi “originale”, rendendo subito alla portata di tutti – supponiamo – l’esito di una certa ricerca musicale, inevitabilmente lo esporrà al rischio di banalizzazione: ciò che si presenta come nuovo in pochi giorni verrà sezionato in tutti i particolari, commentato, raffrontato, copiato. Idealmente potremmo allineare mille cloni di un originale, in una sorta di continuum dove ciascun elemento manterrà tratti più o meno simili (= copiati) all’originale. Il fatto è che questo trand comportamentale caratterizza tutti gli aspetti della quotidianità.

    Spesso, quindi, si può provare la stancante sensazione di vivere in un appiattimento generalizzato, dove i grandi riferimenti culturali sono venuti meno; la fede nel progresso crollata, il futuro appare con il volto della minaccia; i rapporti sociali – di qualsiasi tipo- assumono sempre più lo statuto di provvisorietà. Certo, questi aspetti sono solo tendenziali, ma ciò non ne rende meno avvertibile la presenza.

    E poi c’è l’argomento centrale del discorso: la mancanza di ciò che ho definito “sentore comune, un qualcosa fatto di consapevolezza sociale, pensiero critico, espressione di idee, ma anche speranza e fiducia che le cose si possano – si potessero – cambiare (Bob Dylan nei primi anni ’60 cantava “ The times they are a changin’”). Oggi questa fiducia non c’è più e in questo scenario di incertezza e sbando globalizzati, diventa rassicurante e sedativo “guardare indietro”. Riproporre stili musicali, canoni estetici, mode e stili di vita già sperimentati, soddisfa quel crescente (e sempre più isterico) bisogno di sicurezza che tanto oggi si insegue: gli anni “mitici” si trasformano in una specie di caverna protettiva dove ci nascondiamo consumando la nostra incapacità di affrontare lo scuro e incerto futuro.

    Viviamo quindi nell’orizzonte di tante “poetiche solitarie”, che rispecchiandosi in mille altri simili, proprio nel gioco degli specchi e della rifrazione, sviliscono la loro portata innovativa. Indubbiamente si corre il rischio che così l’arte (intendo la parte più viva di essa) perda la sua carica eversiva e di rottura e venga meno alla sua peculiarità: quella di testimoniare il presente, prefigurando altri mondi possibili.

    Che dire? Bisogna rassegnarsi? Indubbiamente occorre avere la consapevolezza che il cupo periodo che stiamo vivendo potrebbe durare a lungo. Ma allora si impone di resistere, continuando ad affilare le armi (culturali s’intende…) in attesa di tornare ad usarle, laddove il suono si fa parola e la parola diventa suono. A proposito… mi sembra di vedere qualche crepa nel muro… mah, speriamo!

     

    Gianni Martini

  • La novità in musica? Una continua ricapitolazione degli anni 70

    La novità in musica? Una continua ricapitolazione degli anni 70

    woodstockNel confrontare i nostri giorni con la grande esplosione creativa degli anni ’60 e ’70, emerge l’assenza di condizioni di vita, simboli, accadimenti, contesti diffusi in tutto il mondo occidentale (e non solo) che riescano ad attivare processi identitari in grado di far maturare quel “sentore comune” da cui possano nascere nuove interpretazioni del mondo, espresse da nuovi linguaggi. Ed è proprio in questa assenza di “nuovo” che risiede il tema centrale di questa rubrica.

    Concerto musica liveLe esperienze innovative che, come in un tracciato, troviamo disseminate in questi ultimi 30 anni, sono tutte fortemente debitrici della grande “avventura creativa”, costituita dagli anni ’60 e ’70. Certo – lo si è già affermato – ciò che è diventato il “suono della storia” non è stato solo il frutto della creatività di tanti singoli individui isolati, ma un fermentò che animò parte della società (soprattutto le giovani generazioni) e che, dopo una prima fase sotterranea di incubazione, esplose successivamente, dilagando e travolgendo le vecchie concezioni del mondo.

    Ciò che oggi mi incuriosisce e mi stupisce è il contesto di grande criticità economica sociale in cui versa oggi il mondo intero, in particolare l’occidente (l’enorme area denominata “Cindia” è economicamente in ascesa, per quanto non sia fuori da problemi più di quanto il suo devastante sviluppo esponenziale non ne crei): da una simile situazione di disagio ci si aspetterebbero nuovi segnali di rivolta. Oltretutto la rete, permettendo una diffusione delle informazioni con una densità inimmaginabile fino a 15 anni fa, si pensava potesse facilitare enormemente la crescita dei movimenti. Intendiamoci: in parte è avvenuto e sta avvenendo (gli indignados in Spagna, i fatti della Grecia, la “Primavera araba”, anche qui in Italia c’è abbastanza trambusto…), ma tutti questi segnali tangibili di malcontento non sono – per ora – riusciti a determinare una svolta radicale, un nuovo ’68.

    Come dire… non riescono a configurarsi momenti unificanti da cui potrebbero scaturire nuove aperture sociali e svilupparsi inedite modalità e linguaggi espressivi. Nell’epoca della globalizzazione dove ad una vicinanza, ad una “amicizia” solo virtuale, come quella di facebook, si contrappone una reale dislocazione/ smembramento/ allontanamento/ nascondimento dei grandi processi economici e finanziari, il potere riesce sempre a circoscrivere e gestire ciò che succede a livello locale.

    Per quanto riguarda specificamente la musica va osservato che i circuiti ufficiali internazionali continuano sostanzialmente a promuovere la stessa musica, con varianti che suonano di maniera e che non rimettono in discussione alcunché. È come se vivessimo in una continua e unica ricapitolazione degli anni ’60 e ’70 ma, come canta Gian Piero Alloisio: “…anni ’60 senza boom“!!!

    Se poi prendiamo in considerazione un paese come l’Italia non si può non rilevare il devastante ruolo esercitato dal mastodontico apparato socio-culturale (oltre che economico, chiaramente) che fa capo a Berlusconi. Vent’anni di berlusconismo hanno prodotto un livello di idiozia di massa sconcertante, oltre ad un preoccupante imbarbarimento della vita civile. Ma, Italia a parte, ciò che mi sembra manchi – appunto – sono contesti, accadimenti, simboli, condizioni esistenziali che possano dar vita a processi identitari in grado di veicolare un “sentore comune”. Proprio questo penso sia il punto.

    La ribellione esplosa alla fine degli anni ’60, come già si è analizzato, ha incubato per oltre 50 anni, con ideali di giustizia e libertà risalenti addirittura alla rivoluzione francese, ma ben presenti nella testa e nel cuore di tante persone, come patrimonio di “memoria storica”. Tuttavia, ciò che ha reso possibile una diffusione così rapida in tutto il pianeta dei fermenti rivoluzionari e innovativi, penso sia dovuto ad una inedita condizione di relativa omogeneità che tutto il mondo avanzato si trovò a vivere. I principali fattori uniformanti mi sembrerebbero questi:

    1) condizione di prostrazione post bellica generalizzata sia tra i vinti che tra i vincitori

    2) conseguente imponente azione di ricostruzione industriale e sociale

    3) connesso sviluppo industriale con nuovi assetti tecnologici che determinarono il raggiungimento di un certo livello di benessere

    4) programmi di istruzione obbligatoria allargati a tutti i ceti popolari

    5) diffusione della tecnologia mass-mediatica a livello internazionale (tv, radio, telefonia ecc…)

    6) prime generazioni di giovani cresciute in condizioni esistenziali totalmente diverse rispetto alle generazioni precedenti

    7) abnorme sviluppo delle città

    8) partiti politici e sindacati (soprattutto di sinistra) in pieno sviluppo con apparati ideologici e organizzativi di grande rilievo

    9) progressiva presa di coscienza dei livelli di sfruttamento capitalistico

    10) critica e rifiuto del mondo diviso in due blocchi.

    Ecco questi mi sembrano i più importanti fattori che, diffusi in maniera relativamente omogenea in tutto il mondo, abbiano fatto da “contesto vitale” per ciò che sarebbe esploso nel ’68.

     

    Gianni Martini

  • La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    La creatività messa al bando: ecco gli anni ’80 e la musica commerciale

    musica-live-concertoLa fine degli anni ’70, caratterizzata dal “riflusso”, vedrà nuovamente il mercato vittorioso. La musica non commerciale sopravviverà con difficoltà ai margini del mercato. Ogni tanto qualche improvvisa “graffiata creativa” sveglierà dal torpore una scena musicale molto addomesticata. Ma si tratterà sempre di una rivisitazione di linguaggi già praticati e non di una nuova era.

    Dunque nell’arco di tempo che va dall’inizio degli anni ’60 alla seconda metà degli anni ’70 – come più volte si è affermato- la creatività musicale esplose investendo il mercato discografico, addirittura facendo nascere un diverso modo di gestire la discografia. Il dato sociale peculiare e inedito fu che si trattò di una spinta creativa spontanea, proveniente dal basso (e comunque relativamente trasversale rispetto ai ceti sociali di provenienza). Come dire… il presente, il “suono della storia”, partiva dalle inquietudini, dalla rabbia dei contesti quotidiani e si esprimeva, conseguentemente, in maniera diretta, grezza, acerba, senza mediazioni, come d’altronde sempre crudi e diretti sono i fatti storici.

    L’espressività nel rock, blues, jazz e ancor più nella canzone non era frutto, nella maggioranza dei casi, di compiuti studi accademici. Questo da un lato. Dall’altro una tale forza espressiva così dissacrante, necessitava di interlocutori – sulla sponda discografica – in grado di sapere in modo lungimirante cogliere/intuire l’impatto enorme che questa diversità comunicativa, grezza, rabbiosa avrebbe potuto avere soprattutto sulle masse giovanili delle metropoli.

    Per tutti questi aspetti prendiamo come esempio i Beatles. Ragazzini di estrazione popolare, inquieti figli di una città industriale (Liverpool), i Beatles iniziarono a suonare da autodidatti ancora in età scolare. Giovanissimi, fecero gavetta in Germania, ad Amburgo, dove suonarono nei locali del quartiere a luci rosse. Il loro primo provino presentato alla “Decca” non venne giudicato interessante. Tornarono all’attacco con la casa discografica “La voce del padrone” che invece li mise sotto contratto: nel 1962 (50 anni fa) uscì “Love me do”. Il resto è storia nota.
    Ma se il suono, le parole, l’urlo che si forgiava nella scansione temporale degli eventi stessi, componevano l’immagine visionaria di milioni di voci che parlavano e cantavano di un cambiamento possibile, aspettandolo e prefigurandolo come in un sogno, quelle stesse voci, diventate coscienza, si resero conto di quanto poco le cose stessero cambiando, se non addirittura peggiorando.

    Allora, il mercato, neutro ai sommovimenti emotivi dovuti alle delusioni politico-sociali, tornò a dettare  le sue leggi. Si, il mercato che silenziosamente aveva piano piano riconquistato le posizioni perdute, ed anzi, adeguando velocemente i propri mezzi alla nuova realtà, era nuovamente pronto, più temprato e aggressivo che mai. Gli spazi di relativa libertà creativa che si erano aperti in seno alle grandi case discografiche (…se la rivoluzione fa vendere i dischi, che problema c’è? Viva la rivoluzione: il mercato è onnivoro!!!) si richiusero ai primi segni evidenti di riflusso.

    Ancora una volta, risulta istruttiva l’analisi di ciò che è successo, soprattutto in ambito pop e rock. Trattandosi di settori in cui si muove molto denaro, meglio si riescono a cogliere gli orientamenti del mercato. Con l’inizio degli anni ’80 tutte le etichette discografiche – anche quelle piccole ed escludendo solo una piccola parte di quelle indipendenti – imporranno lo standard secondo il quale la durata media di un brano deve stare tra i 2’50 e i 4’10. Questo, appunto, mediamente. Aboliti sviluppi e divagazioni strumentali, aperture armoniche azzardate, introduzioni in crescendo ecc… Le eccezioni a questo imperativo saranno ben poche. Ovviamente non stiamo parlando dell’Italia, ma – purtroppo- del mercato internazionale.

    La creatività messa al bando, esiliata, sopravviverà in anfratti sconosciuti ai più. Ogni tanto qualche vampata squarcerà la staticità della scena musicale. Una prima energica scossa – prendendo sempre come esempio l’ambito rock- fu data dal punk, fenomeno che rifiutò nettamente di integrarsi negli orizzonti del “vivere borghese”. Poi, negli ’80, ci fu la meteora “Metal” e, negli anni ’90, il “Grunge”. Bagliori, brevi falò il cui impatto, fu comunque sempre al di sotto delle speranze che alimentò: la bocca che urlava si era ormai richiusa (a volte accennava un movimento, emettendo un suono indecifrabile: un urletto? uno sbadiglio? Più probabilmente un lamento di dolore) e questi suoni coraggiosi non riusciranno ad imporsi ed essere riconosciuti come suoni epocali.

     

    Gianni Martini

  • Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Anni 60/70, etichette indipendenti: linea rossa, linea gialla, linea verde

    Foto  archiviomovimenti.org
    Foto archiviomovimenti.org

    La canzone, lo si è detto, fu uno strumento straordinario per la diffusione delle idee. Nacque così una “linea rossa” ossia una canzone dichiaratamente politica e militante, antagonista della canzone commerciale; una “linea verde” composta da cantautori che, sulla linea dei provos olandesi e dei pacifisti americani manteneva posizioni politicamente più aperte e una “linea gialla”, termine inventato dai discografici per indicare una canzone giovanile ma sostanzialmente di un anticonformismo di maniera e finto.

    Il ruolo esercitato da queste etichette di frontiera (successivamente sarebbero state chiamate “etichette indipendenti”) rivestì, anche in Italia, un’importanza fondamentale. Le già citate Toast Records, L’Orchestra, Ultima Spiaggia, I Dischi del Sole, I Dischi dello Zodiaco, ecc… permisero a gruppi, jazzisti e cantautori minori (o inizialmente tali) di pubblicare e far conoscere i loro lavori. Spesso i titolari avevano una conoscenza diretta degli artisti che producevano e sovente condividevano le motivazioni sociali ed espressive che stavano alla base della loro musica.

    E, indubbiamente, questo lavoro di testimonianza le piccole etichette lo svolgono – con estrema fatica – ancora oggi: è solo la passione e l’intendimento di non mollare che li fa andare avanti, non certo i riscontri di vendite. Anzi, ciò che balza in evidenza rispetto agli anni ’70 è proprio la differenza notevole nei livelli di vendite e, conseguentemente, nello spazio economico, operativo e di diffusione delle idee.

    Prendiamo come esempio due etichette per molti aspetti complementari: I Dischi del Sole e I Dischi dello Zodiaco. Già alla fine degli anni ’60 il catalogo de I Dischi del Sole comprendeva collettivi politicamente schierati come il gruppo del Nuovo Canzoniere Italiano e lavori di jazzisti “colti” come G. Gaslini oltre a compositori contemporanei come B. Maderna, L. Nono, G. Manzoni. L’ambiente che gravitava intorno a questa etichetta comprendeva alcuni intellettuali e operatori culturali di primo piano. Parliamo di – limitandoci a pochi nomi – M. Ovadia, G. Marini, S. Liberovici, R. Leydi, U. Eco, F. Fortini, M. L. Straniero, E. Jona, P. Ciampi, I. Della Mea. Tutti sostenevano apertamente il rifiuto della canzone/musica commerciale e promuovevano una canzone di dichiarato impegno politico. Diversi fra loro provenivano dall’esperienza del collettivo torinese Cantacronache e, certamente, vedevano nel libro “Le canzoni della cattiva coscienza” (1964) un punto fermo da cui partire. La scelta di una canzone militante portò alla costituzione di una “Linea Rossa” (uscì anche un manifesto che ne esplicitava la progettualità politico-culturale).

    Questo aspetto della “linea” mi sembra molto interessante perché contribuisce a far comprendere quale fosse l’attenzione, in quel periodo (siamo alle porte del ’68), rivolta alla “canzone”, intesa come strumento di propagazione (e per alcuni di propaganda) delle idee. Nacque infatti una “linea verde” che comprendeva cantautori – in alcuni casi con contratti stipulati con grosse case discografiche – impegnati ma su posizioni politiche più aperte (F. De Gregori, i Nomadi, F.Guccini ecc…) e una “linea gialla” che, invece, faceva capo a quella canzone finto-impegnata e, sostanzialmente, sganciata da tematiche e ambienti politicizzati.

    Quando nel 1970, in Cile, ci fu la vittoria elettorale del socialista Allende (primo esempio di accesso al governo di un paese da parte di un partito di sinistra, per via elettorale), le due etichette in questione iniziarono a pubblicare la “nueva cancion cilena” (Inti Illimani, Victor Jara, Violeta e Angel Parra ecc…) con riscontri in vendite notevolissimi, aumentati ancora dopo l’11 settembre 1973 a causa dell’orrore internazionale suscitato dal feroce colpo di stato fascista – diretto dagli americani – del generale A. Pinochet. Il grosso riscontro di vendite di quel tipo di etichetta era, sostanzialmente, dovuto al fatto che buona parte del loro catalogo rispecchiava ciò in cui il “movimento” si riconosceva: che si trattasse di gruppi rock o progressive, jazz o canzone, quello era il “suono della storia”, il suono di quella parte di persone che, in Italia come in molte parti del mondo, si dichiarava contro il perbenismo ipocrita, le ingiustizie, il moralismo, gli atti criminali del capitalismo.

    Ciò che si intende sostenere è  che la vitalità politico-sociale di quegli anni (e la progettualità politica che ne scaturiva), fecero fiorire una protuberanza anomala nella fisiologia del mercato; una zona, in espansione, di relativa libertà, non controllata dai grandi gruppi di potere. E questa apertura si verificò non solo nella discografia ma anche nell’editoria, nella produzione cinematografica, come nel mondo dell’arte, della moda, del costume. Per un breve – e illusorio momento – si ridisegnarono nuovi equilibri.

     

    Gianni Martini

  • Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    Tallinn, Estonia: una notte a spasso per la capitale

    tallin-piazza-vittoria-DIQuell’aria densa e gelida picchiava sulla barba incolta lasciandomi il sapore del salino sulle labbra screpolate dal vento, due gabbiani scortavano la nave ormai avvolta da un tetro grigiore di nubi e nebbia e in lontananza si distingueva una striscia nera di terra, era l’Estonia.

    Un mozzo mi passa accanto e mi osserva curioso, sostavo in una zona della nave non consentita ma il richiamo del mare era troppo forte e avevo scavalcato cancello per accedere nella zona di prua. Ascoltavo la bellissima voce di Gary Brooker dei Procol Harum seguendo il sinuoso ondeggiare della nave avvicendare il mare al cielo e il cielo al mare. Un lembo di terra popolato da cormorani e aironi cenerini emergeva dall’acqua come la lingua sottile di un rettile nascosto sul pelo dell’acqua, il nostro passaggio ne fece volare alcuni, altri si tuffarono scomparendo in mare come aghi sottili. Un peschereccio ci passa a fianco lasciando la sua firma in cielo con il fumo nero della ciminiera, l’equipaggio era teso e impegnato e sembrava partire per una battaglia, li ho osservati allontanarsi fino a sparire dietro la linea dell’orizzonte. Navigare nei mari più freddi del pianeta mi permette di tornare bambino e giocare con la fantasia e immedesimarmi nel mio mito d’infanzia, il capitano Shackleton.

    Ero circondato da iceberg incagliato nella penisola antartica a bordo dell’Endurance stretta nella morsa del ghiaccio. Partiti con l’intenzione di attraversare il polo sud a piedi e fermati da una sorte avversa, i miei uomini attendevano ordini, scendere dalla nave o resistere? Sentivo abbaiare i cani e il legno crepitare quando, bruscamente svegliato da una voce, sono ritornato alla realtà, si trattava solo dello scalpiccio degli stivali di un marinaio che mi ordinava di allontanarmi dalla zona vietata, potevo solo ubbidire.

    La terra era ormai vicina ma ciò che vedevo aveva tutto meno che l’aspetto di un porto, sulla banchina di cemento decine di pescatori apparivano come statuine di un presepe nella nebbia del mattino. L’aria profumava di aghi di pino misto a salsedine e spezie, il mare era freddo solo a guardarlo e la temperatura non superava i cinque gradi, mi sono incamminato per scaldarmi e curiosare li intorno. Decido di prendere una via alternativa e incamminarmi lungo una strada ai cui lati si trovavano case abbandonate e diroccate, automobili d’altri tempi probabilmente ancora in uso e tizi poco raccomandabili che mi guardavano con sospetto. Ho preferito non prendere la macchina fotografica per motivi di sicurezza e sono salito sul primo taxi disponibile in direzione del mio hotel che distava cinque minuti a piedi dal centro di Tallinn.

    Una doccia , una tazza calda di bergamotto e una scatola di cioccolatini per ricaricare le pile e mi sono incamminato. Un manifesto del concerto di Alice Cooper attirava la mia attenzione, com’era invecchiato, il suo viso era tracciato da solchi di vita sregolata e make-up come nei migliori film horror, manteneva però il fascino inossidabile della rock star.
    Il cielo cominciava a raccogliere le nubi più scure e lacrimare fredde gocce di pioggia, tiro su il bavero del cappotto e accendo una Chesterfield, mi trovavo al centro di piazza Vabaduse dove decine di operai montavano il palco per un concerto che sarebbe andato in scena la sera stessa.

    La piazza, originariamente chiamata Piazza della Vittoria durante il periodo di occupazione russa, è stata restaurata nel 2008 quasi a cancellare il ricordo di un passato di occupazione e imposizioni. Passeggiando nei giardini della chiesa di San Giovanni la mia attenzione è stata rapita da due ragazzi con la chitarra acustica che suonavano Stairway to heaven dei Led Zeppelin, osservavo il loro abbigliamento semplice e l’aria di chi inizia a scoprire i grandi della musica.

    I sanpietrini bagnati dalla pioggia donavano un fascino antico alla città vecchia, in alcuni angoli più caratteristici si torna indietro nel tempo, si osservano carrozze e locandieri in costume attirare l’attenzione dei turisti con stuzzichini e battute illustrando il menu del giorno in tutte le lingue… non è stato difficile dire di si ad uno stinco di maiale con patate e una birra bionda.

    La pioggia fece un nuovo tentativo di rovinare la giornata, purtroppo per lei mi sono riparato dentro un negozio di vinili usati passando un’ora a sfogliare album di tutti generi di musica, quando sono uscito, ormai arresa alla mia ostinazione, aveva già lasciato il posto al sole. Musicisti, artisti e saltimbanchi si alternavano nella salita che conduce alla collina della cattedrale, uno in particolare mi affascinava, le sue bolle di sapone lunghe dei metri volavano liberamente come figure eteree per poi esplodere e dissolversi in aria, le cose semplici sono sempre le più belle ed emozionanti.

    Dopo la visita alla cattedrale sono sceso dal colle per ristorarmi al Depeche Mode Baar, uno splendido locale dove ascoltare i pezzi di David Gahan e bere uno dei tanti drink che prendono il nome dalle loro canzoni, ho ordinato un Personal Jesus curiosando tra foto, video e cimeli della band britannica, una vera chicca da non perdere. Il mio amico Massimo si trovava a Tallinn per lavoro, approfittando di questa coincidenza ci siamo dati appuntamento al mercato dei fiori situato dall’antica porta per un aperitivo prima di cenare. Sua moglie è originaria del luogo e lui conosce bene i migliori locali, abbiamo brindato con un bicchiere di vodka e ci siamo incamminati attraverso le piccole viuzze sempre più traboccanti di persone.

    In piazza Raekoja, sede del municipio medioevale, Massimo mi fa conoscere la più antica farmacia d’europa in funzione ininterrottamente dal XV secolo, essa sempre mantiene gli stessi arredamenti composti da piccoli cassettini in legno incastrati nelle splendide credenze intarsiate. La sera cominciava a calare il suo velo e la mano gelida del vento passava ad accendere i primi lampioni come le luci di un presepe, un uomo di strada cerca la sua coperta di lana color ocra adagiandola sulle gambe deformate dalla malattia e dai sedentari giorni passati davanti a quel muro sgretolato.

    Abbiamo atteso l’ora di cena seduti a parlare su una poltrona del pub with no name dedicato agli U2, un’altra dimostrazione di come la cultura musicale allontana Tallinn dall’immagine che la lega al regime sovietico, questo si evince anche dal comportamento dei suoi abitanti e dalla voglia di rinascere presente nell’entusiasmo che sgorga da ogni dove. Nel frattempo, davanti a noi, sgorgava vodka, il locale era colmo di tifosi che seguivano la nazionale di basket impegnata con la Grecia, alla sesta vodka il match era concluso con la vittoria dell’Estonia, un’orda di vichinghi ubriachi mi ha offerto il settimo bicchiere e mi trascina in piazza a festeggiare, siamo sgattaiolati nel primo vicolo allontanandoci senza farci notare, forse erano più ubriachi di noi.

    Ci siamo rifugiati da Vapiano, la nota catena di ristoranti italiani presenti in tutta Europa ma non in Italia e abbiamo ordinato fusilli gorgonzola e noci ridendo come bambini ancora brilli dei bicchieri di troppo. Ci siamo fatti largo attraverso la movida, gruppi di ragazzi avanzavano come bufali infuriati noncuranti di ciò che si trovava sul loro percorso, una ragazza dai capelli rossi camminava scalza con la camicetta di jeans leggermente aperta, alcuni uomini la osservavano passare con lo sguardo delle iene affamate, quando salì sul taxi, il branco si era già sciolto.

    Conclusa la serata in un piano bar degno di un quadro di Edward Hopper, ho salutato Massimo e sono tornato in albergo a piedi, la mattina seguente dovevo alzarmi presto per tornare ad Helsinki, la nave salpava alle otto e non avevo ancora riposato. La strada bagnata si disperdeva come un quadro a tempera ancora fresco, un uomo dormiva alla fermata del bus coperto da una giacca scolorita poggiando la testa su una vecchia valigia. Frugando nelle tasche tirai fuori una barretta di cioccolato al latte, mi sono chinato per posarla al suo fianco quando si volse verso di me aprendo un occhio guardandomi, lo chiuse subito e pensò fosse un sogno.

     

    Diego Arbore

  • Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    Cinque Terre, Manarola e il suo presepe: una giornata indimenticabile

    manarola-cinque-terre-diEnzo ha 85 anni, le sue mani sono radici appena estratte dalla terra, nei suoi occhi semichiusi dal vento si legge una vita passata ad ascoltare il soffio del mare riecheggiare ancora come l’eco di una conchiglia appena raccolta. È seduto su una sedia in vimini nella penombra di una tersa mattina di dicembre con la coperta di lana sulle gambe ad osservare il solito paesaggio, sopra di lui una fotografia di Papa Luciani distorta dagli effluvi della caffettiera che dispensa in aria il suo inconfondibile aroma.

    La moglie gli lancia un occhiata riguardosa, poi si volta a versare il caffè, il silenzio è rotto solo dal gorgoglio del liquido che riempie la tazzina in ceramica di maiolica. Fernanda è una donna di poche parole, si dice non sia mai uscita dal paese, ma in quella giornata di festa i suoi capelli sono cotonati e colorati, la sua tinta ricorda le cortecce degli alberi spogli in autunno, le dita affusolate disegnano un’antica e inespressa eleganza adornate della sola fede nuziale e un anello di bigiotteria calzato per l’occasione con incastonata una pietra verde.

    Un gabbiano che levitava davanti alla finestra attirava l’attenzione di Enzo, lui si volta, mi guarda e sorseggia le ultime gocce di caffè, posa la tazzina e rivolge lo sguardo a cercare quel gabbiano ormai volato lontano. «Manarola? bella per i turisti, per me è diventata solo un saliscendi faticoso». Con queste parole cela l’amore profondo per la sua terra, quasi un rimprovero per tutte quelle scale,  un tempo leali e oggi così tortuose che ne impediscono la quotidianità.

    Tuttavia esiste una forza misteriosa che lo spinge ogni giorno nel suo orto in cima al paese, dove i limoni abbracciano la vite e il mare si sposa alla terra intrisa di sale.

    manarola5-DILo scoppiettio delle foglie che ardono e il profumo del pesce appena pescato, il tuono delle mareggiate e il silenzio ovattato delle rare nevicate sono linfa vitale di un uomo che conosce il suo destino e che non rimpiange nulla se non qualche viaggio e la rinuncia a qualche bicchiere in più del suo amato limoncino. Fernanda lo ascolta come fosse la prima volta e con rispetto sorride fiera alla sua richiesta, si alza per dovere dalla sedia e prende una bottiglia dalla credenza. «Questo è fatto da noi, con i nostri limoni, tutta roba naturale», dice versando nei calici il liquido dal colore ingannevole ma dal gusto inconfondibile del limoncino fatto in casa.

    Arianna intanto ascoltava con quel luccichio agli occhi le parole che le riportano alla mente i ricordi indelebili di quando era bambina, di quel luogo rimasto tale nel tempo, come una fotografia in bianco e nero restaurata di colori accesi, il verde delle colline, l’azzurro del cielo e il blu del mare, il giallo delle foglie e il nero della terra si distribuiscono nei suoi pensieri come la tavolozza di un pittore a olio. Giunti ai saluti Fernanda, scrollatasi di dosso la timidezza tipica ligure, mi stringe la mano e mi bacia inaspettatamente sulle guance, Enzo ci augura di tornare presto, lui ci aspetta, non per vecchiaia e tantomeno per stanchezza, ma perché quello è il suo posto.

    Il sole si sa scalda gli animi, ma non solo, nonostante la leggera brezza invernale ci siamo seduti su uno scoglio ad assorbire quei piacevoli raggi penetrare fino alle ossa per poi sopire in un onirico e breve sogno. Arianna mi svegliò con cautela, Morfeo cullava il mio sonno seguendo il sinuoso scrosciare delle onde e il marinaio del vaporetto suonò la sveglia con la sirena, mi sono destato da quel torpore stropicciando gli occhi e sbadigliando con educazione il mio sguardo si rivolse in alto.

    manarola-cimitero-cardarelli-DIStavo leggendo una scritta sulla parete esterna del cimitero a picco sul mare, erano i versi finali della poesia “Liguria” di Vincenzo Cardarelli, la maestra delle elementari me l’aveva fatta recitare davanti a tutta la classe, ricordo che sarei sprofondato in quel momento ma ne uscii a testa alta. Quelle cinque righe mi hanno riportato nel passato tra i profumi della gomma da cancellare e degli autunni umidi che non ci sono più, il moccio al naso dei miei compagni, la lancetta dei minuti che sembrava ferma e quel ramo d’albero fuori dalla finestra dove si posavano colombi e piccioni che della pur loro breve vita ho sempre invidiato la libertà assoluta che la rende infinita.

    A ridosso del cimitero si trova un piccolo parco circondato dal mare che sfocia nella parte finale della passeggiata nascosta tra i monti, da li si può vedere Corniglia inerpicata come una fortezza e le luci di Vernazza e Monterosso brillare come diamanti all’imbrunire.

    Rientrati in paese ci sediamo al bar del famoso ristorante Aristide per una bevanda calda, il sole era sceso e la temperatura con lui, nonostante l’aspetto primaverile eravamo pur sempre sotto le grinfie del generale inverno. Nell’istante in cui il cameriere adagia sul tavolo le tazze per il thè, uno scampanellio annuncia l’apertura della porta varcata da un uomo anziano, con fare ossequioso si toglie il cappello, salutato con affetto dai tutti i presenti.

    I suoi occhi erano visibilmente eccitati dal calore e dalla tensione di una giornata per lui importante, nel tardo pomeriggio, quando il sole sarebbe calato  come un arancia dietro la linea dell’orizzonte, i fuochi d’artificio avrebbero  annunciato l’accensione del famoso presepe di Manarola da lui ideato.

    Mario Andreoli ha superato gli ottant’anni da un pezzo e dal 1976 dedica anima e corpo a questa unica e spettacolare opera che si estende sulla collina a ovest del paese, oltre trecento personaggi illuminati con oltre 8 km di cavi elettrici sostituiti nel tempo da un ecologico impianto fotovoltaico.

    Con il passare degli anni è riuscito a coprire tutto il monte realizzando il suo sogno di creare uno dei presepi più grandi e belli del mondo. La sua vigorosa stretta di mano è stata per me un monito da seguire, non esiste età se si è dotati di voglia e determinazione. Mario saluta tutti “Ora devo andare”, con un gesto degno di un attore di Hollywood prende il cappello e si avvia su per la salita, la più dura dell’anno.

    manarola-finestra-mare-DISi inizia a respirare aria di festa a Manarola, la banda suona “When the saints go marching in” camminando lungo la via principale profumata di frittelle e polenta , tra la folla un bambino piangeva con un occhio rivolto al palloncino volato via e una signora troppo truccata si specchiava con indosso uno degli orpelli in vendita nelle bancarelle, alcuni turisti acquistavano miele e prodotti tipici mentre dalla stazione un’orda di persone entrava in paese muovendosi come una mandria di bufali.

    Ci facciamo largo tra la gente assiepata sulle irregolari stradine in ardesia, il nostro appartamento sorge su un punto privilegiato per ammirare il presepe, abbiamo approfittato seduti comodamente sul terrazzino dal quale potevamo godere una vista meravigliosa come dal balcone di un teatro. Le luci del paese si sono spente senza preavviso lasciando illuminate le sole statuine sovrastate dai fuochi d’artificio rimbombanti, il mio cuore accelerava con loro fino ad eccitarsi come in poche altre occasioni in vita mia.

    La sera passeggiando tra le barche e le reti dei pescatori per smaltire gli spaghetti ai frutti di mare del ristorante Billy, sentiamo le corde di una chitarra provenire da un locale lungo la via che conduce al mare ormai priva di turisti, era la cantina dello zio bramante dove tre musicisti deliziavano i clienti con splendide cover. Il bassista di colore giocava con le dita come i migliori bluesman americani, il cantante  dalla voce un po’ roca ma grintosa ricordava vagamente Lou Reed, era affiancato da un ragazzo che suonava l’armonica divinamente, ad ogni brano prendeva un’armonica diversa dalla sua valigetta.

    Si dice che le persone care siano presenti anche quando non ci sono più lasciando lungo la tua strada  segnali anche oltre il cammino della vita oppure ti hanno insegnato in vita così tante cose da sentire la loro presenza attraverso i dettagli quotidiani. Nell’istante in cui il Re minore si è succeduto al Do ho capito che si trattava di  “I dont’ want to talk about it” tanto cara a mio padre, camuffando con un sorso di birra l’emozione, mi sono accorto che una lacrima era fuggita, aggrappandosi su una piega del mio sorriso.

     

    Diego Arbore

     

  • Un paese in preda alla frustrazione: l’Italia delle “due destre”

    Un paese in preda alla frustrazione: l’Italia delle “due destre”

    ParlamentoL’ultimo editoriale di Roberto Napoletano, direttore del Il Sole 24 Ore, è la quintessenza di quello a cui si è ridotto il mondo dell’informazione. L’articolo prende spunto da un precedente invito rivolto a Letta di vincolare «in modo automatico le risorse derivanti da una buona spending review e dalla lotta all’evasione a favore della riduzione del cuneo fiscale». Roba già vista, si capisce. Le richieste/appelli alla classe politica sono un genere letterario molto in voga (sempre rigorosamente declinato al congiuntivo: “si faccia”, “si provveda”, “si pensi”) e quasi sempre battono su una nota fissa: ridurre gli sprechi del sistema per alleggerire il peso delle tasse.

    Tuttavia, nel caso in questione, l’attenzione viene catturata dai toni accorati della lamentatio. Ricorrono espressioni come: “coraggio”, “senso di responsabilità”, “segnali forti”, “cuore profondo del paese” (che “non cessa di battere”), “impegno”, “speranza”, “sogno”, “fiducia contagiosa”, “restare inerti” e un “Paese” che deve “respirare aria pulita” per non “morire di smog”. Se questi accenti non vi suonano nuovi, non è un caso:  slanci epico-moralisti come quelli del buon direttore Napoletano ritornano assai di frequente nei discorsi dei commentatori più “qualificati”. E se le analisi economiche, che si suppone debbano essere il più possibile oggettive e circostanziate, finiscono per assumere contorni poetici a metà tra una canzone di Raf e un sonetto del Foscolo,  forse è il segno che c’è qualcosa che non va.

    In realtà questa è la dimostrazione che l’analisi propagandata è fallimentare. Quando i risultati non tornano e non si vuole ammettere che la “cosa giusta” non è poi così giusta, è lì che si comincia a parlare delle persone: si inneggia agli eroi e si demonizzano i cattivi.

    L’idea che dobbiamo fare i compiti a casa, sistemare le inefficienze e tagliare gli sprechi, in modo da recuperare le risorse per ripartire, sembra molto sensata: eppure, da Prodi a Berlusconi, da Monti a Letta, continua a non funzionare. Non si può che pensare, dunque, che la colpa sia tutta di una classe politica marcia e corrotta fin dalle fondamenta. Il che però espone a non pochi problemi: non solo per riparare a una degenerazione di queste proporzioni occorrerebbero riforme profondissime, e soprattutto lunghissime; ma è evidente che queste riforme, che dovrebbero restituirci una classe politica nuova e pulita, non possono essere affidate alla stessa classe politica vecchia e putrefacente.

    Ecco perché il fallimento a cui questa analisi ci consegna è il vero promotore dei fenomeni di protesta. Infatti dal movimento cinque stelle al movimento dei forconi non si fa altro che raccogliere il messaggio, che è negli stessi commentatori politici più ortodossi, per cui la politica non è in grado di fare la cosa giusta: e quindi se ne deduce che bisogna mandare “tutti a casa”. Oppure, se di Grillo non ci si fida perché “è solo protesta” e “sa dire solo no”, allora si finisce per scadere nel pregiudizio mediterraneo-razziale (è il popolo italiano che è geneticamente incapace di esprimere una buona classe dirigente) o nel pessimismo cosmico (è la società corrotta, le risorse che finiscono, il consumismo, eccetera).

    Queste posizioni, però, da quella “autorevole” di Roberto Napoletano a quella meno meditata dell’ultimo manifestante, sono accomunate tutte dal medesimo stato d’animo: una frustrazione assoluta, che lascia impotenti e sconcertati di fronte a una crisi che non presta il fianco a soluzioni. Non c’è redenzione: solo delusione e rabbia; o nel migliore dei casi una lunga attesa, finché la natura non si sarà sfogata e la notte non cederà il passo al giorno.

    Possiamo credere questo, abbandonandoci anche noi alla consolazione letteraria; oppure possiamo credere che la società e l’economia non sono regolate da leggi astrali, ma dipendono dall’uomo e dalle sue scelte: e se non funzionano, forse è perché sono semplicemente male organizzate. Forse  l’assetto distributivo scelto non è quello più efficiente. Forse potrebbe essere utile ripensare la nostra analisi, per vedere se non abbiamo trascurato qualche elemento significativo.

    Spiace tornare sempre sul medesimo punto. Ma nel chiudere quest’anno e nell’augurare a tutti buone feste, vorrei congedarmi dai miei lettori dimostrando che, se nella ricostruzione della crisi accettiamo finalmente di considerare il ruolo della moneta unica, ci accorgiamo che tutto improvvisamente cessa di essere oscuro, pesante e incomprensibile: ogni cosa appare chiara, i pezzi del puzzle si incastrano e anche i problemi politici, anziché essere negati, trovano una spiegazione soddisfacente.

    Nelle discussioni che precedettero l’entrata dell’Italia nello SME (sistema di cambi fissi, ma aggiustabili, antesignano dell’euro) la politica offriva un panorama più variegato. Erano contrari all’adesione, ad esempio, i comunisti, tra i quali militava Napolitano: che non è solo un quasi omonimo del direttore del Il Sole 24 Ore, ma è proprio l’attuale Presidente della Repubblica; e che all’epoca aveva una visione molto lucida di come questa scelta implicasse accodarsi agli interessi dei paesi forti e spostare la redistribuzione dal lavoro al capitale.

    Fallito l’esperimento dello SME, negli anni ’90 una nuova sinistra ormai orfana dell’Unione Sovietica, anziché compiacersi della lungimiranza con cui aveva previsto le cose, decideva (per ragioni che interesseranno gli storici) di sposare il progetto eurista: e in quel momento rinunciava definitivamente alla propria identità politica. Napolitano aveva ragione: difendere un sistema di cambi fissi significa difendere un assetto che salva il potere d’acquisto della moneta contro quello del lavoro; significa che, in caso di shock, non potendo svalutare la moneta, l’onere del raggiustamento si scarica sui salari. Questo contesto penalizzante per i lavoratori evidentemente non permette politiche a favore del lavoro: e una forza di sinistra che non può fare politiche per il lavoro diventa uguale alla destra.

    Così è stato. In Italia non abbiamo più avuto una destra e una sinistra, ma di fatto due destre: due forze politiche che sono sempre state d’accordo su tutto e che si sono divise solo su Berlusconi. E così è nato l’equivoco che destra e sinistra non esistessero più.

    Sotto la ricetta sicura del liberismo europeo e con i funzionari di Bruxelles in fregola per il nostro debito pubblico che calava, la classe politica ha smesso di confrontarsi sui temi e si è data al puro “mestiere”: carrierismo nella migliore delle ipotesi, affarismo nella peggiore. La corruzione evidentemente non è diminuita: al contrario si è alimentata di un sistema in cui politici buoni e politici cattivi, non facendo nulla, sono di fatto indistinguibili. Ed essendo impossibile selezionarli, il potere e il prestigio personale sono diventati l’unica ragione.

    Anche oggi la classe politica nazionale è ridotta a puro orpello: non può alzare le tasse per non deprimere ancor di più i consumi e aizzare il malcontento; non può abbassarle altrimenti arriva Oli Rehn ad ammonire; e non può fare spesa a debito, perché abbiamo preso impegni precisi. Ma se un governo non può fare qualcosa in materia fiscale, che è il senso stesso della sua autorità, allora non può fare niente. L’immobilismo a cui assistiamo, dunque, non è un problema di indolenza: è un problema di sovranità.

    Così è per tutto il resto: declino della produttività, riforme non fatte, problemi che erano e problemi che resteranno. Ogni cosa trova il suo posto, se si accende la luce di una moneta unica che non può funzionare. Anche la difficoltà di accettare una discussione sul tema si spiega con l’egemonia culturale della sinistra, che avendo mischiato “euro” con “Europa” e internazionalismo, ha lasciato passare l’idea che avere una valuta comunitaria sia qualcosa di intrinsecamente buono.

    Ovviamente ciò non significa che prima vivessimo nell’età dell’oro, o che vi finiremmo automaticamente qualora uscissimo. Significa solo che oggi abbiamo due strade: da una parte i lamenti funebri dei giornalisti, l’inattività della politica e proteste sempre più disperate e pericolose; dall’altra la fine di un tabù: accettare di parlare della moneta unica, senza partire dal presupposto che sia intoccabile, per ammettere l’impatto largamente negativo sui mali storici del paese. Può darsi che la politica, vedendo dove si sta muovendo l’opinione pubblica, sia indotta a prendere il coraggio a due mani e a fare una scelta coraggiosa nell’anno che verrà.

     

    Andrea Giannini

  • Lingua inglese, differenze fra pronuncia e grafia: la storia dell’alfabeto

    Lingua inglese, differenze fra pronuncia e grafia: la storia dell’alfabeto

    Bus di LondraLa corrispondenza tra pronuncia e grafia in inglese è un problema che affligge non solo coloro che studiano l’inglese come lingua straniera ma anche i native speaker stessi.

    David Crystal, uno dei più grandi o forse il più grande studioso vivente della lingua inglese, sostiene che se il problema della mancata corrispondenza tra “come si scrive” e “come si legge” non è drammatico come a volte viene descritto, è altrettanto vero che non può essere sottovalutato. Infatti, le parole che non sembrano seguire gli schemi si attestano su una percentuale pari a circa il 20%.

    Le discrepanze tra spelling e pronuncia inglese hanno ragioni storiche e alla base di tali differenze un ruolo importante è giocato dal fatto che la lingua inglese ha tre diverse “anime”: germanica, greco-latina e francese. La difficile armonizzazione dei tre sistemi di corrispondenza tra grafia e pronuncia ha contribuito a generare parte della confusione nella quale ci troviamo oggi.

    Tra l’altro, un discorso interessante andrebbe fatto in merito alla storia dell’alfabeto della lingua inglese. Gli Angli, i Sassoni e gli Iuti che migrarono a ondate verso l’Inghilterra nel corso del V secolo d.C. utilizzavano l’alfabeto runico, del quale abbiamo traccia di soltanto una trentina di iscrizioni runiche in Inglese Antico (Old English), alcune delle quali, peraltro, contengono solamente un nome.

    Fu soltanto con la cristianizzazione dell’Inghilterra a opera di Agostino di Canterbury che verso la fine del VI secolo d.C l’alfabeto latino venne introdotto sull’isola. Alle ventitré lettere latine applicate all’Old English vennero affiancati quattro simboli di derivazione runica (chiamati ash, thorn, wynn e yogh) che fossero in grado di rappresentare la pronuncia di suoni poco familiari.

    Con la conquista normanna del 1066 e l’avvento di una nuova classe dominante di lingua francese le quattro lettere legate al retaggio anglosassone scomparvero però definitivamente: ash venne sostituito da a, thorn da th, yogh da gh e wynn dalla lettera w.

    Il risultato definitivo al quale siamo giunti oggi è di un alfabeto a ventisei lettere; tra l’altro, sempre secondo il monumentale lavoro di Crystal, The Cambridge Encyclopedia of the English Language, la lettera più frequente all’interno delle parole inglesi è la e seguita dalla a, mentre all’ultimo posto della lista figurano due consonanti, z e qSee you!

     

    Daniele Canepa

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    [foto di Diego Arbore]

     

  • Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Il boom della discografia e l’affievolirsi della creatività musicale

    Muse concerto liveNelle scorse uscite abbiamo confrontato il rifluire dei movimenti sociali e rivoluzionari degli anni ’70 con l’affievolirsi degli spunti creativi di gruppi e solisti, sottolineando l’emergere di una tendenza: il grosso successo commerciale e di pubblico, riducendo il “progetto artistico” a “prodotto di mercato” come tutti gli altri, tende a eroderne la credibilità, in termini di autenticità espressiva. E questo è quello che accadde dopo i primi anni di slancio del Movimento.

    L’allargarsi dei tentacoli delle grosse case discografiche determinò, almeno nelle linee generali, quanto segue:

    1) successo internazionale di tutti i gruppi rock, progressive ecc… più significativi, in una scena musicale quasi esclusivamente dominata dalle band anglo-americane, fonte d’ispirazione per migliaia e migliaia di gruppi e musicisti in tutto il mondo. Successo dai riscontri economici, in alcuni casi vertiginosi (partendo dai Beatles e dai Rolling Stones, occorre citare almeno: Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Police e altri, ovviamente; considerevoli, anche in ambiti più vicini al jazz, Miles Davis, Keith Jarret, ad esempio).

    2) progressivo inquadramento delle produzioni musicali in strategie di mercato, a loro volta animate da strategie promozionali, tramite poderosi uffici-stampa, apparati di merchandising, trovate pubblicitarie, finalizzate alla vendita di un prodotto che, soprattutto in ambito rock, cominciava ad avere costi di realizzazione piuttosto elevati.

    3) questo “inquadramento” portò ad uno svilimento della portata creativa dei progetti musicali e, quando non ne fu il principale responsabile, certamente non aiutò la creatività.

    È un discorso piuttosto complesso che implica quindi una giusta digressione, al fine di ben comprendere, e forse far cadere, qualche luogo comune un po’ ingenuo. Da un lato, infatti, dobbiamo considerare la relativa caduta d’ispirazione – fatto probabilmente fisiologico – che a volte poteva iniziare a farsi sentire già dopo i primi album (sembrerebbe praticabile una messa in relazione tra il rifluire dei movimenti sociali e l’affievolirsi della spinta creativa di rottura sul piano dei linguaggi espressivi. Ne parleremo…), da un altro lato non dobbiamo pensare che i musicisti e i gruppi di quel periodo fossero dei martiri pronti ad immolarsi sull’altare della purezza musicale, almeno non tutti. Certo, tenevano all’originalità dei loro progetti, ma la possibilità di avere un buon contratto con un’importante casa discografica (e con l’indotto che questo avrebbe comportato: stampa, tournèe, nuove registrazioni, popolarità, royalties ecc…), magari dopo anni di prove in cantina… insomma, se uno fa il musicista di professione si augura di poter vivere con la propria musica, no?

    Ma il contratto con una grossa casa discografica, come dire… aveva dei vincoli. Nel senso che quasi sempre occorreva rapportarsi con “figure professionali di mediazione” come il “produttore artistico” e/o il “produttore esecutivo”. Spesso queste figure, appartenenti allo staff della casa discografica, seguivano il gruppo molto da vicino, spingendo nella direzione di accontentare i gusti di un pubblico più vasto, rispondendo quindi a “ciò che vuole la gente” (quante volte ho sentito questa frase…). Se il gruppo aveva un forte potere contrattuale, oppure, semplicemente si aveva la certezza di un certo riscontro di vendite, queste spinte potevano esercitare un’influenza solo marginale; in altri casi, invece i produttori artistici e le case discografiche potevano intervenire pesantemente, avendo sempre come obbiettivo la realizzazione di un prodotto il più vendibile possibile.

    Va comunque ribadito che non è vero che tutti i produttori artistici o esecutivi delle case discografiche non capivano (o non capiscono) nulla. Questo mi sembra, francamente, un atteggiamento contrappositivo un po’ sterile. Certo, molti sono incompetenti, altri rimangono vittime della logica spicciola del mercato, ma esistono (ed esistevano) anche produttori seri e competenti. Ed è ovvio che nel dire questo, mi baso sulla mia modesta esperienza personale, svoltasi in Italia, ma non credo che in Inghilterra e in America fosse (sia tuttora) molto diverso. Parallelamente a tutto questo, rivendicando un modo diverso di fare discografia, più rispettoso dell’autonomia creativa di ogni singolo artista, nacquero delle nuove etichette, spesso fondate da musicisti. Basti pensare alla Island e alla Vertigo, etichette inizialmente piccole che misero sotto contratto gruppi come i King Crimson, Emerson Lake & Palmer, Jethro Tull, Jentle Jiant, Traffic e altri, ovviamente.

     

    Gianni Martini

    [foto di Claudia Baghino]

  • “Amore, lucidità, ingenuità, calma, pazienza. Alla fine si chiama semplicemente forza…”

    “Amore, lucidità, ingenuità, calma, pazienza. Alla fine si chiama semplicemente forza…”

    letteredallaluna-testo-sfocatoCome la fiamma della candela che si fa piccolissima, prima di virare al celeste e spegnersi, lasciando a chi la sta guardando una sinuosa bava di fumo. Io la vedo che se ne va, sento che se ne sta andando.

    Lo chiamo amore, lo sto perdendo. Quell’essere famelico a prescindere, impregnato e rapito in mezzo alle altrui vite che accadono, scorrono, comunque, intorno; o al cospetto del più bel paesaggio, quell’insensata gioia che soffoca, all’improvviso. Posso chiamarla lucidità, la sto perdendo. Davanti ai birilli della vita, che sia slalom che sia bowling, davanti alle cose da fare, coscienti, volute, indotte, imposte.

    La chiamo ingenuità, l’ho perduta. Quel presupporre il meglio, in fin dei conti, per il tempo che rimane. La chiamo calma, io la vedo che se ne va, era il vapore all’imbrunire sul lago, le nuvole basse; o ancora meglio pazienza, quella per i puzzle e i modellini, giornate intere di applicazione, incondizionata, passionale, creativa, genuina. L’ho perduta.

    Amore, lucidità, ingenuità, calma, pazienza… Alla fine si chiama semplicemente forza, quella che serve per reagire.

    Gabriele Serpe

  • Andare a lavorare a Londra per imparare l’inglese

    Andare a lavorare a Londra per imparare l’inglese

    big.ben.londra-DI“L’unico modo per imparare bene l’inglese è fare la valigia (o il trolley) e andarsene a Londra, Los Angeles, Dublino o Melbourne a lavorare!” Più volte ho sentito pronunciare questa frase in modo assolutamente convinto da diversi studenti: la realtà, però, non sta esattamente in questi termini.

    Se è vero che una full immersion in un paese anglosassone può velocizzare l’apprendimento in quanto per esigenze di pura sopravvivenza ci si sente fortemente motivati a imparare per riuscire a comunicare, è altrettanto illusorio credere che sia sufficiente la sola permanenza in suolo britannico o americano per migliorare il proprio livello di conoscenza della lingua.

    Non basta andare a lavorare in Inghilterra per imparare “magicamente” nuove parole, correggere la pronuncia e approfondire la conoscenza grammaticale e sintattica dell’inglese: sono necessari anche uno studio costante e un sincero desiderio di imparare.

    Un’esperienza fuori dall’Italia, quindi, va pianificata con anticipo – e non parlo soltanto dell’acquisto del biglietto aereo qualche mese prima per spendere meno – soprattutto dal punto di vista degli obiettivi che tramite un periodo all’estero, sia esso di lavoro o di studio, si desidera conseguire.

    Il rischio, diversamente, è quello di andare incontro a una forte delusione, anche perché se alla partenza la conoscenza della lingua non è adeguata è impossibile pensare di trovare lavori lautamente retribuiti in paesi come quelli anglosassoni, il cui costo della vita è peraltro di per sé molto elevato. La crisi del 2008 – spesso definita in inglese recession per attenuare i toni – ha poi colpito fortemente tutto il settore occupazionale e paesi che avevano registrato grandi crescite prima del fatidico e famigerato fallimento di Lehman Brothers, come per esempio l’Irlanda, si trovano da cinque anni in una situazione stagnante o perlomeno meno florida rispetto a qualche tempo fa e del periodo d’oro.

    Un altro aspetto da tenere in considerazione che viene invece di norma ampiamente sottovalutato è il cosiddetto culture shock, o shock culturale, ovvero quel sentimento che mescola estraniamento, difficoltà ad adattarsi a nuove abitudini culturali, alimentari e sociali e tristezza causata dalla lontananza da casa. Se un po’ di saudade – come la chiamano i brasiliani – è inevitabile, è tuttavia vero che per attutire gli effetti del culture shock ci si può attivare prima della partenza.

    Il primo stratagemma, che più da vicino tocca questa rubrica, è quello di studiare la lingua del paese ospitante già prima di partire. Il secondo consiste nell’approfondire la conoscenza non solo linguistica, ma anche storica e culturale del paese nel quale ci si vuole trasferire. Conoscere la storia di una nazione e comprendere le ragioni che l’hanno portata a essere quello che è ha un’importanza fondamentale per capire più velocemente le dinamiche sociali e comportamentali e ambientarsi più in fretta… See you!

     

    Daniele Canepa

    Twitter: @DanieleCanepa1
    www.comeimpararelinglese.com

    [foto di Diego Arbore]

  • Lavori pubblici, segnaletica: dal 2014 il servizio passa ai Municipi

    Lavori pubblici, segnaletica: dal 2014 il servizio passa ai Municipi

    via-buozzi-san-teodoro-di-negro-attraversamento-pedonaleAlzi la mano chi non ha mai “mugugnato” contro le zebre scolorite, il cartello di divieto di sosta nascosto tra le fronde degli alberi o lo specchietto frantumato da qualche bontempone che impedisce di avere una buona visuale su qualche incrocio stradale particolarmente insidioso. Manutenzioni e segnaletica sono state chiamate più volte in causa nel corso del Consiglio comunale flash di ieri pomeriggio (50’ di seduta ordinaria preceduta da non più di tre quarti d’ora dedicati agli articoli 54). In particolare, in Sala Rossa si è parlato degli attraversamenti pedonali di viale Canepa (Sestri Ponente), via Bolzaneto e della proposta dei Consiglieri De Benedictis e Mazzei (Gruppo Misto) di realizzare una mappatura dello stato della segnaletica sul territorio cittadino.

    Se, da un lato, l’assessore Dagnino ha escluso la fattibilità della stessa per la sostanziale impossibilità di monitorare con precisione tutto il territorio cittadino, dall’altro ha anche annunciato una piacevole novità. A partire dal prossimo anno, infatti, i tempi di intervento e ripristino delle situazioni degradate da parte di Aster potrebbero essere notevolmente velocizzati. Il servizio, attualmente in mano alla direzione centrale della Mobilità del Comune di Genova e al rispettivo assessorato, sarà delegato ai Municipi che tratteranno le urgenze gestendo direttamente i rapporti con la partecipata, naturalmente previa copertura economica ad hoc di Tursi che dovrebbe attestarsi sull’ordine di grandezza di 20/25 mila euro.

    Si inizierà con una sperimentazione di 6 mesi in due delegazioni chiave della nostra città, la Bassa Val Bisagno e il Ponente, come ci racconta l’assessore Dagnino: «Il degrado delle strisce pedonali, la cui durata media di integrità è di circa un anno, e della segnaletica stradale è un tema che sta molto a cuore ai cittadini. Ma monitorare tutto il territorio per il Comune e per Aster è complicato. Per questo, con l’assessore Crivello abbiamo pensato di accorciare il percorso amministrativo e delegare la funzione del rifacimento ai Municipi. La segnalazione del cittadino arriverà al Municipio che la girerà direttamente ad Aster, senza passare dagli uffici centrali del Comune. È evidente che la fase di sperimentazione è necessaria per testare se i Municipi avranno le forze per garantire l’efficienza del servizio, ad esempio dal punto di vista del personale». Ecco perché si è deciso di procedere per gradi, partendo dai Municipi III e VII. «Mi auguro – ha aggiunto Dagnino – di poter presentare la delibera nelle prossime settimane e partire con la sperimentazione già dal 1° gennaio. È chiaro che se il servizio funzionasse come previsto, dovremmo estenderlo successivamente a tutto il territorio genovese».

    E magari, aggiungiamo noi, non fermarsi solo al rifacimento degli attraversamenti pedonali, degli stop, delle linee di arresto e al ripristino di paletti di specchi e segnali verticali, ma estenderlo anche ad altre tipologie di segnalazioni come le buche sull’asfalto, i marciapiedi dissestati o la rimozione di barriere architettoniche. Non però all’introduzione di segnaletica ex novo: per quella c’è bisogno di autorizzazioni e ordinanze che devono partire per forza dagli uffici centrali e dall’assessorato.

    «Il progetto – ci spiega Mauro Avvenente, presidente del Municipio VII Ponente – chiama in causa la segnaletica orizzontale e verticale non strategica per la città. Quella, insomma, delle vie interne. Ma non si tratta di un’elargizione di Tursi perché questa competenza fu prevista dallo stesso Statuto del Comune di Genova nel momento in cui si diede vita ai Municipi. Con qualche anno di ritardo, ma ci stiamo lavorando. È fondamentale, infatti, che i Municipi acquisiscano una forza maggiore soprattutto in ottica della costituzione della Città Metropolitana».

    Siamo, dunque, di fronte a una delle prime tessere del puzzle di un parziale trasferimento di competenze dal Comune ai Municipi, che si inerisce nell’ambito di un tavolo di lavoro dedicato al decentramento, di cui fanno parte i presidenti Avvenente e Marenco (Centro – Ovest), l’assessore Crivello, due rappresentanti dei segretari municipali e un dirigente comunale. Le prossime tessere dovrebbero riguardare alcuni aspetti di politiche sociali, particolarmente per quanto riguarda minori e anziani.

    Sempre a proposito di manutenzioni e lavori pubblici sul territorio, il Consiglio comunale di ieri ha anche approvato una delibera di giunta che stanzia 92 mila euro per la messa in sicurezza di via Moretti, in seguito alla frana del 22 ottobre scorso, che ha messo in crisi la viabilità delle alture di Voltri, in zona Fabbriche – Val Cerusa.

     

     Simone D’Ambrosio