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  • Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    Nervi, Marinella: sopralluogo nello storico hotel-ristorante. Nuovo bando deserto?

    marinella-degrado-6Scade domenica 22 febbraio il secondo bando pubblico per la concessione dell’ex Marinella, la storica struttura alberghiera e ristorativa sulla passeggiata di Nervi. E anche questa volta ci sarebbero tutti gli indizi che porterebbero al secondo nulla di fatto, aprendo la strada a possibili assegnazioni dirette o sensibili rivisitazioni delle richieste economiche da parte del Demanio Marittimo che è il proprietario del bene.

    «Visto l’esito della gara precedente – spiega l’architetto Roberto Tedeschi, direttore dell’ufficio Patrimonio e Demanio, nel corso del sopralluogo delle commissioni consiliari competenti – avevamo chiesto di ribassare il canone di concessione e di non parametrarlo al mero valore immobiliare bensì alle tariffe applicate alle opere di difficile rimozione, tenendo conto dello stato della struttura. Ma la nostra richiesta non è stata accolta». D’altronde, anche se andasse deserto questo secondo bando, il Comune non avrebbe alcun potere decisionale diretto.

    Eppure la direzione regionale del Demanio e la stessa Regione Liguria avevano dato il proprio parere favorevole a una riduzione del canone di concessione già a partire da questa nuova gara. Da Roma, invece, è arrivato il niet e si è dovuta reiterare la stessa strada già percorsa infruttuosamente lo scorso anno. Per i 616 mq di superficie complessiva coperta (sale, invece, a 897 mq la volumetria che comprende anche il terrazzo e altre superfici pertinenziali) vengono chiesti 55908,78 euro oltre imposta regionale, per arrivare dunque a un totale di circa 5 mila euro al mese per tutta la durata della concessione che non potrà essere superiore ai 20 anni.

    Immutata la destinazione d’uso rispetto all’ultima attività svolta all’interno del compendio: la concessione, infatti, verrà aggiudicata “a favore del soggetto che garantisce il miglior standard qualitativo, la migliore organizzazione dei servizi, il miglior piano di investimenti e la più proficua gestione del compendio demaniale nonché in base al maggior rialzo sul canone, per un uso che risponde ad un più rilevante interesse pubblico” relativa ad attività “alberghiera, bar ristorante, cure salsoiodiche e attività connesse”. Certo, qualora anche il secondo bando andasse deserto, potrebbe intervenire qualche modifica sulle destinazioni d’uso ma sono difficili da prevedere grandi stravolgimenti, quantomeno dal punto di vista urbanistico e della struttura esterna, visto che si parla di un edificio che sorge a picco sul mare e vincolato dalla Soprintendenza.

    Benché la proprietà dell’edificio sia demaniale, la gestione della gara e il presidio del bene dopo la procedura fallimentare sono stati affidati al Comune di Genova. Eppure per Tursi non è previsto alcun guadagno, mentre il 10% dell’importo fissato per il canone concessorio dovrebbe andare a rimpinguare le casse della Regione. «Noi siamo meri esecutori del regolamento del Demanio Marittimo – accusa Tedeschi – con tutti gli oneri a carico del Comune: quando è stata trasferita la competenza non ci è stata passata neppure una matita. E lo stesso avviene per le altre 350 concessioni del Demanio Marittimo che abbiamo lungo tutta la città, ad eccezione della parte di competenza portuale da San Giuliano a Vesima».

    Gli investitori dovrebbero farsi carico anche dei lavori di risanamento e ristrutturazione dello stabile entro 3 anni e secondo i dettami previsti dal bando e nel rispetto dei vincoli posti dalla Soprintendenza: si parla, tra le altre cose, di consolidamento dei piloni che si fondano sulla scogliera, consolidamento strutturale della soletta fronte mare a cui si accede dal seminterrato, abbattimento di tutte le barriere architettoniche e tutti gli adeguamenti alle prescrizioni di sicurezza vigenti.

    Ad eccezione del piano a livello del mare, la struttura, non appare in condizioni di conservazione così tremende. Al piano passeggiata si trovano gli spazi (e alcuni rimasugli dei vecchi arredi) della vecchia sala ristorante, la cucina, due camere sul lato di ponente e, all’esterno, la terrazza scoperta (la copertura abusiva di cui avevamo parlato in passato è stata finalmente rimossa). Salendo le scale di questo particolare edificio che richiama in tutto e per tutto una nave ancorata, si trovano 10 camere, un locale per la guardiania e una terrazza vista mare.

    I dolori arrivano quando si scende a livello del mare: si tratta di locali con funzione deposito e servizio per il ristorante soprastante, oltre all’accesso alla scogliera. Ma la sorpresa, negativa, è arrivata nel corso del sopralluogo della commissione consiliare: i tecnici comunali, infatti, hanno ammesso contestualmente di aver avuto per la prima volta accesso al seminterrato dove è stato possibile verificare un parziale allagamento, dovuto a una non meglio definita perdita d’acqua tuttora in corso.

    Gli interventi per riqualificare l’intero bene, dunque, risultano ingenti e il canone elevato, parametrato a una durata massima della concessione relativamente breve, rendono difficile l’appetibilità ai capitali privati. Tanto che qualche consigliere di maggioranza ha provato a lanciare sul banco l’ipotesi di un investimento pubblico, addirittura comunale: un azzardo che potrebbe risultare alquanto eccessivo in tempi di bilanci strappalacrime.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    Beni confiscati alle mafie a Genova, servono investimenti pubblici per il riutilizzo. L’approfondimento

    centro-storico-vicoli-finestra-d4Come tutti i cantieri che si rispettino, anche quello per la legalità responsabile, che ha mosso i suoi primi passi sabato 7 febbraio, è un vero e proprio work in progress. Nata con l’obiettivo di rendere concreta la restituzione alla città di beni confiscati alla mafia e alla criminalità organizzata, questa rete conta sul supporto di una dozzina di associazioni che gravitano attorno alla Città Vecchia (da A.Ma al Civ, dall’Arci alla Comunità di San Benedetto, da Libera a Y.E.A.S.T. passando per la Caritas e diverse cooperative che vivono quotidianamente il territorio).

    «L’obiettivo di fondo – spiega Chiara Cifatte, operatore socio-educativo attiva nella rete – è quello di promuovere iniziative culturali e sociali per una positiva vivibilità del quartiere in risposta alle varie forme di illegalità che lo attraversano. Vogliamo raccogliere idee per il riutilizzo di questi beni da proporre al Comune che ne diverrà proprietario. Per questo, al Cantiere potranno unirsi tutti i cittadini che condividono il nostro impegno e i nostri principi». Principi che sono stati sintetizzati in una “Carta degli intenti”: rispetto delle persone, delle decisioni prese insieme e cura degli spazi collettivi; responsabilità delle proprie azioni e dei propri comportamenti di fronte agli altri; collegialità intesa come resa operativa delle decisioni prese collettivamente, nei modi e nelle forme condivise; trasparenza in particolare considerazione del contesto pubblico in cui ci si muove; legalità responsabile attraverso il rispetto e la pratica delle leggi che contribuiscono alla costruzione di una società più giusta ed equa a partire dal nostro territorio.

    Come abbiamo avuto modo di raccontare sull’ultimo numero (#58) della rivista bimestrale di Era Superba (dove trovare la rivista), quest’iniziativa muove i passi dalla più grande confisca di beni sottratti alla mafia avvenuta nel nord Italia: si tratta dell’operazione “Terra di Nessuno”, balzata agli onori delle cronache nell’estate 2009, che ha portato al sequestro e alla confisca (confermata dalla Suprema Corte di Cassazione un anno fa) di un centinaio di immobili appartenenti alla famiglia Canfarotta, sostanzialmente destinati alla prostituzione e per la maggior parte concentrati alla Maddalena (ma qualche immobile si trova anche a Sampierdarena, Coronata, Valle Sturla e, naturalmente, altre zone del centro storico).

    Immobili confiscati alla mafia: servono investimenti pubblici

    Centro Storico di Genova, negozi chiusiSecondo la legge 109/96, i beni sequestrati alle mafie e alla criminalità organizzata possono essere restituiti alla collettività per finalità istituzionali o sociali, in via prioritaria, attraverso il conferimento al patrimonio del Comune in cui sono collocati. Gli enti territoriali possono, poi, decidere di amministrare direttamente i beni o assegnarli in concessione, a titolo gratuito e nel rispetto dei principi di trasparenza, adeguata pubblicità e parità di trattamento, a comunità, enti, associazioni, organizzazioni di volontariato, cooperative sociali, comunità terapeutiche e centri di recupero e cura di tossicodipendenti.

    «I beni confiscati alla famiglia Canfarotta e collocati in territorio genovese – spiega Umberto Torre, l’amministratore della confisca nominato dall’Agenzia nazionale dei sequestrati e confiscati – dovrebbero essere 95 ma il numero non è ancora confermato a seguito di errori tecnici presenti nei decreti di sequestro». Non tutti gli immobili, dunque, sono stati ispezionati per valutarne lo stato: della settantina analizzata si può dire che solo una dozzina si trova in situazioni decenti da consentirne l’abitabilità. «Nella maggior parte dei casi – riprende Torre – il termine migliore per definire questi immobili è “grotte”, con muri che cadono a pezzi, muffa ovunque e situazioni di inabitabilità diffusa. E pensare che in alcuni casi siamo a meno di 100 metri da Palazzo Tursi». A complicare ulteriormente il quadro è arrivato il nulla osta da parte del Tribunale all’affitto di alcuni immobili: «Eppure – avverte l’amministratore – la legge antimafia prevede che i contratti si estinguano al momento della confisca definitiva (che per i beni provenienti dalla famiglia Canfarotta è arrivata un anno fa, ndr). Quindi, a questo punto, sono anche costretto a sfrattare persone, nella maggior parte indigenti, che hanno stipulato un contratto regolare e che in molti casi non hanno alternative. Mi chiedo: come pensiamo di promuovere la legalità se, poi, nei fatti a molte persone in difficoltà l’illegalità comporta più benefici?».

    I beni attualmente sono di proprietà dello Stato, attraverso l’Agenzia nazionale appositamente creata. Secondo quanto previsto dalla legge, potranno passare nella disponibilità degli enti locali solo attraverso la risposta a un bando pubblico di manifestazione di interesse che, al momento, è ancora lungi dall’essere pubblicato. «Ma una volta pubblicato il bando, il Comune avrà solo 30 giorni di tempo per rispondere – spiega Torre – per cui sarebbe meglio studiare preventivamente un piano d’azione. Solo allora potrò sollecitare l’Agenzia a emettere il bando». E lo stesso amministratore prova a tracciare una rotta: «L’ideale sarebbe far sì che alcune associazioni si accordassero con il Comune in modo che sia Tursi ad accollarsi formalmente gli immobili ma che, non appena ottenuti dall’Agenzia, li girasse direttamente alle onlus per mettere in pratica il progetto di valorizzazione. Bisogna però tirare fuori idee ben precise, accompagnate da un quadro di fattibilità economica per evitare di dar via al solito “mungificio” delle casse pubbliche». E soprattutto bisogna muoversi con intelligenza: «Innanzitutto, si possono studiare alcuni strategici spostamenti tra proprietà pubbliche, in modo da accorpare i beni attraverso permute interne e creare una sorta di economia di scala condominiale per la ristrutturazione. Poi, si può puntare all’Europa, magari cercando finanziamenti per l’edilizia residenziale pubblica».

    centro-storico-vicoli-murales-piazza-erbed1È evidente che il problema sia sempre il solito: la mancanza di risorse. «Qualunque siano i progetti per rimettere a disposizione della collettività questi beni – commenta l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – servono grandi investimenti. Questi immobili sono dei veri e propri buchi neri, con strutture pregiudicate, tetti lesionati, amministrazioni non pagate per anni. Per questo abbiamo chiesto l’intervento dell’unità di supporto della Prefettura, così come previsto dalla legge, perché dati gli altissimi costi prevedibili abbiamo necessità di fare squadra». Ma l’assessore non dispera: «Le possibilità ci sono: parlo dei fondi Fesr, dei Por e di un’apposita legge regionale (la n. 7 del 2012) per la prevenzione del crimine organizzato e mafioso e per la promozione della cultura della legalità che esiste ma non è stata ancora finanziata da Piazza De Ferrari. Il punto è far diventare la riqualificazione di questi immobili una priorità per le istituzioni, che devono lavorare assieme, altrimenti non andremo da nessuna parte».

    Ecco, dunque, la necessità di fare quadrato sul futuro di questi spazi (e non solo di questi, dato che, secondo la mappatura realizzata da Libera, in Liguria su 140 immobili confiscati alle mafie solo una decina è riutilizzata a scopi sociali).

    «In questo momento gli immobili sono patrimonio dello Stato e non ancora assegnati – tiene a precisare l’assessore a Legalità e Diritti del Comune di Genova, Elena Fiorini – per cui il Comune non può metterci mano e non ci può fare nulla. Non siamo, comunque, stati fermi in questo periodo ma abbiamo iniziato ad analizzare i beni, anche attraverso sopralluoghi dedicati. L’idea è quella di ragionare spacchettando gli immobili in gruppi indipendenti: dobbiamo sì avere una visione complessiva ma per trovare i finanziamenti è necessario realizzare una progettualità che vada a interessare immobili mirati». Ad esempio, si potrebbe partire dalle abitazioni disponibili attorno all’asilo della Maddalena che presto sarà consegnato alla città. «Solo partendo da una progettualità per parti – sentenzia Fiorini – possiamo pensare di iniziare da qualcosa».
    Una tesi confermata anche da Umberto Torre: «Se cerchiamo di fare un ragionamento complessivo su tutta la confisca, portiamo a termine la procedura tra 10 anni. L’unica strada è quella di ridurre un problema complesso in tanti problemi più semplici».

    Via San Lorenzo, Genova«Programmare un futuro per i beni confiscati – sostiene Marco Baruzzo, referente regionale di Libera per questo settore – non vuol dire semplicemente immaginare di riempire delle caselle vuote su una cartina. Non stiamo parlando di spazi qualsiasi, neutrali dal punto di vista politico e simbolico. Il loro recupero rappresenterebbe un successo della riaffermazione dello stato sull’antistato, della legalità sull’illegalità». Per questo motivo, secondo Baruzzo, istituzioni e cittadini devono collaborare fianco a fianco: «Il riutilizzo dei beni confiscati è un modo nobile, difficile ma necessario, di mettere in pratica una nuova strada di governo del nostro territorio. Attraverso il Cantiere della legalità responsabile cercheremo di mettere in rete idee e progetti ma non possiamo diventare dei surrogati dell’impegno, anche economico, che deve arrivare dallo Stato e dagli enti locali: da troppo tempo si rinnovano promesse senza che vi faccia seguito una realizzazione concreta».

    Il problema, secondo Simone Leoncini, presidente del Municipio I Centro Est, va ricercato nell’immobilismo che caratterizza storicamente la nostra città: «Dobbiamo metterci un po’ di progettualità complessiva, guardando ad altre esperienze virtuose in giro per l’Italia, come il social housing, il co-housing e il co-working. Esistono esperienze in cui le associazioni che ricevono gratuitamente gli spazi si fanno carico della loro ristrutturazione a costo quasi zero. A Genova, invece, non ci muoviamo perché siamo fermi ad un approccio amministrativo antico e aspettiamo che il Patrimonio faccia la valutazione dei canoni di concessione da applicare».

    È, dunque, arrivato il momento che le istituzioni facciano la propria parte: «Aggrapparsi esclusivamente alle idee sparse che arrivano dal basso – riprende Baruzzo – segnala la latitanza delle istituzioni che invece di governare un processo, lo subiscono. Perché non facciamo lo sforzo di metterci tutti intorno a un tavolo istituzionale, Comune, Regione, Agenzia Nazionale e Prefettura?».

    La risposta, un po’ piccata per la verità, arriva nuovamente da Leoncini: «È errato pensare che solo le istituzioni possano lottare contro le mafie ma serve un cambiamento di pensiero diffuso. Dobbiamo smetterla di pensare al centro storico come una periferia del centro di Genova, l’angiporto, il bagasciaio per antonomasia. Il centro storico deve diventare, invece, il nuovo centro industriale della città». Non è impazzito Leoncini perché l’industria di cui parla è piuttosto sui generis: «Parlo dell’industria culturale e del turismo, l’industria che non porta tumori ma che non promuoviamo neanche come cittadini. Questo non vuol dire che il centro storico deve trasformarsi in una vetrina: deve essere vissuto, anche con un po’ di casino (il giusto, oggi ce n’è troppo) ma deve diventare una priorità dello sviluppo della città, un mantra come per anni lo è stato, e lo è ancora, quello dello sviluppo delle infrastrutture».

     

    Simone D’Ambrosio

    [foto di Daniele Orlandi]

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  • Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    Quarto, ex manicomio: riqualificazione ferma al palo, al via il rimbalzo delle responsabilità

    manicomio-quarto

    Una conferenza stampa per far sapere alla città che se la riqualificazione dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto è sostanzialmente ferma all’accordo di programma siglato oltre un anno fa la colpa è tutta di Arte (e, di conseguenza, della Regione). «Nel novembre 2013 – ricorda il sindaco Marco Doria – abbiamo ribaltato una decisione precedentemente assunta da Regione e Asl di alienazione del complesso, condividendo la necessità che le aree dell’ex ospedale psichiatrico restassero, almeno in parte, di fruibilità pubblica». Da allora Tursi ha recepito il disegno dell’area all’interno dei propri strumenti urbanistici e ha avviato un processo di interlocuzione con Regione, Asl e Arte, ma soprattutto con il Municipio, le associazioni e cittadini riuniti nel Coordinamento per Quarto, per decidere che cosa fare delle aree di propria competenza.

    Nell’accordo risalente a più di un anno fa, infatti, il Comune aveva ottenuto come onere di urbanizzazione alcuni spazi dell’ex Op per un totale di circa 3500 metri quadrati. Aree che formalmente non sono ancora di proprietà di Tursi ma in cui, in questi anni, sono già state organizzate alcune iniziative di coinvolgimento della cittadinanza e altre troveranno spazio nei prossimi mesi. «L’idea generale – prosegue il primo cittadino – è quella di muoversi affinché questo luogo diventi il baricentro pubblico del levante cittadino, conservandone la memoria storica».

    All’interno del nuovo Puc, l’area viene trattata come ambito speciale di riqualificazione urbana. Certamente, vi troverà spazio la nuova piastra sanitaria del levante per dare vita a una sorta di “cittadella della salute”: «L’ex Op non dovrà essere visto dal cittadino esclusivamente come un luogo dove poter fare le analisi del sangue – spiega l’assessore alle Politiche socio-sanitarie, Emanuela Fracassi – ma vi saranno percorsi specifici per che riguardano la salute mentale, le dipendenze, l’accompagnamento alle famiglie con bambini problematici». E siccome i problemi di salute, e di salute mentale in particolare, non possono essere affrontati solo attraverso uno sportello socio-sanitario, molta attenzione sarà posta ad altri servizi di accoglienza e integrazione. Per questo motivo grande spazio verrà dato agli eventi culturali: «Vogliamo partire dalla valorizzazione dell’esistente, dalla Biblioteca storica, dal Museo delle forme inconsapevoli, dall’archivio dei documenti dell’ex Op e del centro Basaglia – spiega l’assessore Carla Sibilla – dando vita a una vera e propria rigenerazione della memoria, attraverso la nascita di una nuova biblioteca multimediale e un centro museale multidisciplinare (quARToteca) affiancati da un’attività ristorativa». Spazio anche alla creatività giovanile con un bando nazionale e internazionale che nei prossimi mesi darà l’opportunità di arricchire gli spunti progettuali individuati da Comune e Municipio.

    Manicomio Quarto, mappa
    Clicca per ingrandire – Le proprietà del Comune di Genova riguardano parte del settore 1, ove troverà spazio la piastra sanitaria del levante.
    La proprietà di Cassa Depositi e Prestiti, invece, riguarda gli edifici compresi tra la linea nera grassettata e corso Europa

    Com’è noto, all’interno del progetto di riqualificazione dell’intera area, che supera i 23 mila metri quadrati, troveranno spazio anche nuovi insediamenti residenziali e turistico alberghieri, controbilanciati da verde urbano attrezzato e altri spazi a disposizione dei servizi pubblici.

    «Stiamo cercando di mettere una pezza a un errore in termini di scelte e uso del territorio commesso in passato: la più classica delle cartolarizzazioni di beni pubblici, messa in piedi solo per cercare di fare cassa» commenta il vicesindaco, Stefano Bernini. «Siamo di fronte  a una situazione simile a quella che, su piano più privatistico, si vive anche a Sestri nell’area ex Marconi. Cerchiamo di aprire una nuova porta ma, per fare ciò, non possiamo seguire la logica del singolo proprietario che pensa esclusivamente al proprio utile. Dobbiamo gestire l’area in modo unitario, scegliendo insieme che cosa fare, ragionando come se avessimo di fronte un complesso unico che vuole dialogare con il contesto circostante».

    Per poter giungere alla sistematizzazione di tutto ciò, tuttavia, manca un tassello urbanistico fondamentale: il Puo, piano urbanistico operativo, che deve essere redatto da Arte, l’azienda regionale territoriale per l’edilizia, e riguarda sia la parte destinata alla vendita sia gli spazi pubblici superstiti. Una sorta di documento equivalente a quanto il Comune sta chiedendo alla Regione per la realizzazione del Nuovo Galliera.

    Al Puo, su cui dovrà pronunciarsi anche la Soprintendenza, si affiancherà il piano già presentato da Cassa Depositi e Prestiti con cui il Comune ha riattivato i rapporti per far rientrare nella riqualificazione anche la confinante area novecentesca (un tassello piuttosto strategico soprattutto dal punto di vista dell’accessibilità all’area e della mobilità interna) che non era compresa nell’accordo di programma in quanto venduta a Fintecna nel corso di una precedente cartolarizzazione.

    «Arte è il punto debole della vicenda – accusa il presidente del Municipio IX Levante, Nerio Farinelli – la nostra maggioranza a fine dicembre ha inviato una lettera a Burlando lamentando l’inattività dell’ente e chiedendone il commissariamento. Mercoledì prossimo, insieme con il sindaco, siamo stati convocati dal presidente delle Regione: vedremo che cosa succederà».

    Anche Doria conferma che «Arte è un po’ in ritardo. All’inizio avevano messo in vendita con bando pubblico un insieme piuttosto consistente di beni, compresi gli edifici dell’ex ospedale psichiatrico. Poi è intervento il Comune con la volontà di mantenere pubblici alcuni spazi e l’apertura di quel percorso che ci ha portato all’accordo di programma. Nel frattempo, però, a gara in corso (che si è conclusa con un nulla di fatto, ndr) Arte non poteva intervenire con un Puo che riguardasse una porzione delle aree a bando». Ora però, riaperti anche i rapporti con Cassa Depositi e Prestiti e idealmente riunificato tutto il compendio, non si può indugiare oltre, anche perché Asl ha assoluta necessità di entrare rapidamente in questi spazi per abbandonare via Bainsizza e riorganizzare i propri servizi nel levante cittadino.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    Ex mercato corso Sardegna: avanti con il progetto del Municipio per il riutilizzo temporaneo

    ex-mercato-corso-sardegna-rimozione-tettoEntro la fine del 2015 l’ex mercato di corso Sardegna potrebbe tornare a rivivere. Quantomeno nella sua parte riqualificata secondo il percorso che il Comune e soprattutto il Municipio Bassa Val Bisagno hanno delineato già da tempo (qui l’approfondimento). La conferma arriva direttamente da Massimo Ferrante, presidente del Municipio III – Bassa Val Bisagno che prova a mettere definitivamente a tacere le svariate voci che nelle ultime settimane sono tornate a circolare sul futuro della struttura.

    «La nostra posizione sul futuro dell’area è chiara» ricorda Ferrante. Il Comune ha messo a disposizione 200 mila euro per bonificare l’amianto: 9 mila metri quadrati terminati alla vigilia di Natale per i lavori di rimozione e incapsulamento dei fabbricati (circa il 10% del tetto) che, altrimenti, sarebbero rimasti senza copertura. Altri 500 mila euro sono pronti per la demolizione di due edifici affacciati su via Varese, non vincolati, che darà via libera alla restituzione al Municipio di un importante spazio libero.

    «Ho sempre detto – sottolinea il presidente – che il Municipio avrebbe deciso come gestire lo spazio con i cittadini e il Civ. Abbiamo investito 100 mila euro per la riqualificazione o, più precisamente, risanamento conservativo della facciata, il cui appalto gestiremo in maniera autonoma: verranno rimossi i ponteggi trentennali, tolti gli elementi secondari non originali, sistemati i cancelli e riqualificata la facciata, tutto nel rispetto dei vincoli della Sovrintendenza». Tempi previsti: primo semestre del 2015, nella versione ottimistica ma, sicuramente, entro la fine dell’anno. Periodo in cui Ferrante spera potranno essere completati anche i lavori di competenza comunale.

    La riqualificazione dell’ex mercato ortofrutticolo è tornata di grande moda. Due sono i progetti di riqualificazione alternativa a quelli del Municipio che si sono fatti largo sulle pagine dei quotidiani locali.
    Il più noto è sponsorizzato da Andrea Agostini e dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente. In aperto contrasto con la riqualificazione temporanea scelta dal Municipio, questo progetto, che ha raccolto il consenso di quasi 3 mila cittadini, prevede la conservazione totale del perimetro esterno e l’apertura all’uso pubblico dell’area interna attraverso la realizzazione di un’ampia zona verde, con fonti d’acqua e un polo ludico aggregativo per il quartiere.
    «Sono firme raccolte con l’inganno – tuona Ferrante – perché se vado a dire che l’amministrazione vuole costruire un piazza asfaltata, un parcheggio e nuovo cemento è chiaro che anche io andrei a firmare. Ma noi non vogliamo fare nulla di tutto questo. A noi viene data dal Comune un’area libera per il cui arredamento ho appositamente stanziato 50 mila euro. Saranno i cittadini e il Civ a chiederci che cosa farne. Tra l’altro, con queste associazioni non c’è mai stato un incontro e gli stessi vertici di Legambiente mi hanno chiesto scusa per le sparate di alcuni loro singoli elementi».

    Secondo progetto quello dell’architetto Andrea Martinuzzi, che vorrebbe trasformare l’ex mercato in un centro commerciale del made in Italy di qualità, sull’ambizioso modello londinese di Covent Garden. Anche in questo caso, il niet arriva da Ferrante che, questa volta, non nega di aver incontrato gli ideatori del progetto ma, sostanzialmente, annuncia di averlo già ampiamente scartato. «Finché non si farà lo scolmatore del Fereggiano – ricorda il Presidente – i fabbricati all’interno sono vincolati e non si possono toccare perché sorgono in area esondabile, per cui non è possibile fare alcuna edificazione né cambiamento di destinazione d’uso. Qui, invece, si stanno mettendo già le mani avanti su cosa si potrà fare tra cinque, sei anni. Ma le speculazioni future, nel momento in cui tutta l’area dell’ex mercato tornerà pubblica, sono proprio ciò che vorrei evitare. E poi, secondo lei, vado a realizzare una catena del lusso con i commercianti fuori che faticano a portare avanti le proprie attività?».

    Insomma, Ferrante ha le idee chiare. E non c’erano grossi dubbi: «L’unico spazio utilizzabile è quello del vecchio bar, in posizione rialzata, che sarà dato al Civ è sarà circondato dalla nuova piazza di 4500 metri quadrati che creeremo con le demolizioni previste».

    «È tutto in mano al Municipio – ha assicurato l’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello – che ha le idee chiare e naturalmente sceglierà interagendo con il Civ. L’obiettivo è quello di ricostruire una piazza, magari con zone verdi. Noi siamo aperti a ogni possibilità ma, ripeto, sono le realtà territoriali che devono decidere che cosa fare e non certi cittadini magari molto in vista (il riferimento piuttosto esplicito è ad Andrea Agostini, ndr)».

    E il Municipio, allora, che cosa fa? Tira dritto per la sua strada, e organizza un grande evento per il prossimo mese di marzo: «Si tratta di un appuntamento che avverrà proprio dentro l’area che verrà liberata – annuncia Ferrante – un’occasione perfetta per far capire ai cittadini quale vocazione daremo a questa nuova area pubblica e ragionare con loro su come poterla attrezzare».

     

    Simone D’Ambrosio

     

    NOTA

    Pubblichiamo il contenuto della lettera – datata 19 marzo – firmata dal presidente del Municipio Bassa Val Bisagno Massimo Ferrante, in seguito alla richiesta di chiarimenti da parte di Legambiente e del Circolo Nuova Ecologia in merito alle dichiarazioni rilasciate dallo stesso Ferrante in questo articolo.

    «Intendo specificare che la raccolta firme effettuata dal Circolo Nuova Ecologia e da altre associazioni è stata assolutamente corretta e legittima ma ritenevo non fosse esatta in alcuni contenuti proposti ai cittadini. Tali incomprensioni sui contenuti ritengo siano il frutto di un mancato dialogo con i proponenti la raccolta stessa. Come Municipio abbiamo intenzione di dialogare con tutti e per questo crediamo sia un utile momento di partecipazione l’incontro organizzato con tutta la società civile il prossimo 29 marzo all’interno dell’ex mercato e dove, come già dichiarato, chiunque vorrà confrontarsi con il Municipio avrà il suo spazio. Ritengo assolutamente che Legambiente e il Circolo Nuova Ecologia rappresentino una importante realtà cittadina, con cui dialogare è importante in particolare in questa fase di crisi per la città e in un Municipio esposto al dissesto idrogeologico come il nostro. Questo è l’unico argomento che abbiamo condiviso con i vertici di Legambiente, che non hanno chiesto scusa per l’atteggiamento di alcuni loro membri, ma condiviso la necessità che vi sia sempre un dialogo e un canale di comunicazione e scambio aperto fra istituzioni e cittadini».

  • Pra’, la proposta dei cittadini per il “nuovo” VTE. Colline alberate davanti ai container

    Pra’, la proposta dei cittadini per il “nuovo” VTE. Colline alberate davanti ai container

    progetto-vte-fondazione-primavera-3Passare dalla protesta alla proposta. È quello che stanno cercando di fare i cittadini di Pra’, grazie anche al nuovo catalizzatore di istanze locali rappresentato dalla Fondazione PRimA’vera, per sfruttare la messa a punto del nuovo piano regolatore portuale al fine di ottenere benefici per tutto il territorio della delegazione.

    «Pra’ si porta dietro ormai da decenni una ferita sanguinante – ricorda Guido Barbazza, presidente della Fondazione PRimA’vera – rappresentata dalla costruzione scriteriata del porto commerciale che non ha mai preso in considerazione le necessità della popolazione. Negli anni sono state fatte scelte urbanistiche scriteriate, ancora ben presenti nella mente di chi vive il quartiere e ricorda che fino a pochi decenni fa poteva fare il bagno a due passi da casa, sfruttando una spiaggia bellissima».

    Pra’ e il porto, la situazione attuale

    Vte, Porto Container«C’è stata una fase storica – ricorda il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – in cui sembrava ci fosse la disponibilità a restituire alla città una porzione di territorio, il cosiddetto “raviolo”. Un progetto saltato in seguito al rifacimento del nodo ferroviario di Genova che, tuttavia, spostando i binari più a mare, libera una fascia larga tra i 20 e i 30 metri». Che cosa fare, allora, per restituire questa porzione di territorio ai cittadini?
    Nel primo quaderno di Urban Lab, che ha segnato il lento e macchinoso cammino per la definizione del nuovo Puc, era previsto uno spostamento a mare dell’Aurelia con la realizzazione sul lato opposto di un lungo viale pedonale e ciclabile che riconnettesse fisicamente la parte abitativa della delegazione con la Fascia di Rispetto, dalla sponda destra del Branega fino a quella sinistra del rio San Giuliano.
    In questo contesto, tuttavia, si è inserito il nuovo piano regolatore portuale in via di definizione: com’è noto (qui l’approfondimento), Palazzo San Giorgio ha presentato tre possibili scenari per lo sviluppo del nuovo porto di ponente (Avanzamento, Isola, Porto Lungo) tutti bocciati dai residenti di Pegli, Pra’ e Voltri. Quando la tensione tra cittadini e istituzioni era arrivata ormai ai massimi storici, con un dialogo praticamente inesistente, la Fondazione PRimA’vera ha provato a sparigliare le carte con la presentazione di un nuovo disegno che potesse mettere d’accordo le esigenze del porto da un lato e le necessità degli abitanti dall’altro.

    «Devo rendere merito alla Fondazione di essersi saputa porre in maniera propositiva e costruttiva nei confronti delle istituzioni – ammette Avvenente – proponendo un percorso che potrebbe dare frutti molto importanti. Nel frattempo, anche il Municipio non è stato con le mani in mano e ha lanciato un contest in collaborazione con la Facoltà di Architettura per capire come potrebbero essere ridisegnate le aree che potrebbero tornare alla città. E proprio in questi giorni stiamo facendo vedere i disegni ai cittadini e ci incontreremo anche per un dibattito pubblico sul futuro della zona». Autorità portuale, che sta affinando le bozze del piano regolatore, non sembra essere pregiudizialmente contraria alle richieste dei cittadini e lo stesso presidente Merlo pare aver assicurato che le istanze del territorio saranno tenute in forte considerazione.

    «La bella cosa – commenta Barbazza – è che dopo 50 anni di urla inconcludenti, le istituzioni hanno ricominciato a dialogare con i cittadini. Fino ad oggi c’è sempre stato qualcuno che dentro gli uffici tirava delle righe sulla schiena dei residenti che si sarebbero poi dovuti sobbarcare tutti gli oneri. Ora, invece, pare che le nostre idee siano piaciute e speriamo che venga davvero colta l’occasione per inserire tra i lavori di miglioramento dell’attività portuale anche una serie di opere che mitighi non solo gli interventi futuri ma anche le servitù devastanti che Pra’ ha dovuto pagare fino ad oggi».

    Il progetto dei cittadini: restituire il mare a Palmaro

    progetto-vte-fondazione-primaveraDal momento che il porto non può certamente essere cancellato con una bacchetta magica, l’obiettivo dei cittadini e della Fondazione PRimA’vera è quello di separare definitivamente, visivamente e spazialmente, le attività portuali e industriali dalla vita quotidiana della delegazione ponentina attraverso la realizzazione di colline alberate (innalzando le attuali dune) che nascondano i container e ne assorbano i rumori. Per quanto riguarda l’inquinamento acustico, notevoli vantaggi potrebbero arrivare anche dall’elettrificazione delle banchine, a lungo promessa ma non ancora realizzata, che consentirebbe finalmente alle navi ancorate di spegnere i gruppi elettrogeni, oggi spesso in azione anche nelle ore notturne.

    «Sarebbe anacronistico opporsi allo sviluppo del porto – sostiene il presidente del Municipio, Mauro Avvenente – ma la fase storica dello sviluppo invasivo è inevitabilmente finita. I cittadini hanno acquisito una sensibilità ambientale tale da pretendere giustamente che lo sviluppo sia equilibrato, ragionevole e rispettoso di chi risiede nelle vicinanze. Anche perché dobbiamo metterci in testa che Genova non è e non potrà essere Rotterdam: là il porto sorge a 40 chilometri dalla città, qui a Palmaro siamo a 40 metri dalle case».

    progetto-vte-fondazione-primavera-2In estrema sintesi, il progetto avanzato dalla Fondazione prevede una nuova conformazione del porto di Pra’ come una vera e propria isola, staccata da terra e collegata al centro abitato solo attraverso una serie di ponti: un intervento non eccessivamente problematico dal momento che è da tempo già in cantiere il rifacimento dello svincolo autostradale, noto come Genova Voltri ma nei fatti inferente il territorio di Pra’. Lungo tutto il litorale da Pra’ a Voltri, e quindi in particolare nella zona di Palmaro, dovrebbe invece tornare il naturale affaccio al mare. «Tutto ciò – dice con speranza Barbazza – cambierebbe completamente il contesto: siamo convinti che, nonostante tutto quello che abbiamo subito negli anni – con questo tipo di opere, fattibili sia dal punto di vista tecnico che economico, Pra’ potrebbe tornare a essere la delegazione attraente, ricca di servizi e comodità, quale era in passato».

    Due sono i traguardi che si vorrebbero raggiungere: la nascita di una nuova cittadella dello sport, ottimizzando al massimo le già esistenti piste ciclabili e podistiche, campi di regata, piscina, campo da calcio in continuità con gli interventi previsti dal Por, e la realizzazione del cosiddetto “Porto Amico”, con l’infrastruttura che diventi reale portatrice di benessere al tessuto economico e civile della delegazione.

    «La realizzazione di questo intervento – spiega Avvenente, convinto della bontà del progetto – porterà alla costituzione di una sorta di porto-isola, con l’eliminazione dell’istmo che oggi unisce la sponda destra del Branega con quella sinistra del rio san Giuliano, riaprendo un canale navigabile nella zona prospiciente Palmaro e riconnettendosi al canale di calma della Fascia di Rispetto. Per rendere tutto ciò realmente concreto stiamo lavorando in sinergia con Ferrovie dello Stato per capire come si possa garantire la navigabilità del nuovo canale in parallelo alla realizzazione della nuova tratta ferroviaria metropolitana».

    Oltre i lavori del Por (qui l’approfondimento | qui l’ultimo aggiornamento)

    Insomma, una riqualificazione del porto di Pra’ (e non di Voltri come si è soliti dire, suscitando le ire dei cittadini come nel caso del casello autostradale) renderebbe giustizia a una parte di territorio rimasta fuori dal Por che sta investendo nel territorio ponentino ben 15 milioni di euro. «Quando si decise la perimetrazione degli interventi – chiarisce il presidente del Municipio – non so per quale ragione si decise di tagliare fuori tutta la zona di Palmaro dove fino a non troppi anni fa c’erano i bagni, la spiaggia e un entroterra interessante caratterizzato da ville storiche come quella del barone Podestà, villa Sauli e villa De Mari. Tolto questo, il resto è stato solo cementificazione, quartieri collinari, autostrada, ferrovia e soprattutto porto. La realizzazione del progetto portato avanti dalla Fondazione PRimA’vera rappresenterebbe proprio un importante e doveroso risarcimento dei fardelli pagati dai cittadini a causa dello sviluppo delle attività commerciali del Porto di Genova verso ponente».

    Se, dunque, il Por realizzerà (o, forse, per il momento sarebbe meglio un più cautelativo “realizzerebbe”) la riqualificazione di tutta quella parte di città che si affaccia sulla piattaforma portuale, con questo intervento si potrebbe completare una sorta di ricomposizione fisica di tutto il territorio del Municipio, su cui il presidente Avvenente punta da sempre: «Il sogno di dare vita a un unico percorso pedonale da Multedo a Vesima potrebbe essere un po’ più vicino. Ad oggi, infatti, le cesure vere e proprie sono due: una è rappresentata dal porticciolo turistico di Pegli, l’altra è proprio la zona di Palmaro. Risolte queste criticità, da Multedo si potrebbe sostanzialmente arrivare fino a Varazze lungo un unico litorale, con quella che sarebbe senza dubbio la passeggiata sul mare più lunga d’Europa».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    Sturla, sopralluogo nel quartiere genovese. Dalla Casa del Soldato a Villa Gentile, facciamo il punto

    sturla-3Il sopralluogo di #EraOnTheRoad di questa settimana ci ha portato a visitare in diretta Twitter il quartiere di Sturla, in compagnia di Francesco , residente ed attivista del “Comitato in Difesa di Sturla”.
    La nostra visita inizia da Piazza Cadevilla, nelle immediate vicinanze di Piazza Sturla, dove ha sede il deposito e stoccaggio di materiali da costruzione della ditta Viziano, oltre che di “zetto”, che viene scaricato ed ammucchiato nel piazzale: «Nei giorni secchi e ventosi – racconta Francesco – si alza una gran quantità di polvere. Sembra assurdo concepire un’attività di questo genere nel cuore di un bel quartiere come Sturla. Da segnalare anche la vicinanza con il liceo M.L. King, dove i ragazzi sono costretti a stare ore in un ambiente insalubre. Inoltre nell’area attorno alla piazza c’è una situazione non decorosa, anche quella rischiosa da un punto di vista sanitario, a causa di topi e sporcizia».

    Effettivamente la piazza è puntellata di costruzioni fatiscenti, divenute evidentemente ricettacolo di immondizia ed abbandonate a sé stesse «Quella di Piazza Cadevilla è una problematica che permane da più di vent’anni, quando il Comune cedette l’area a Viziano Costruzioni».

    Altrettanto vicina a Piazza Sturla, ma dalla parte opposta della strada, sorge invece l’ex-Casa Littoria o Casa del Soldato, che costituisce la seconda tappa della nostra visita. Era Superba si è già occupata di questo edificio nel marzo 2013, sarà cambiata la situazione? Purtroppo no, lo stabile è ancora in disuso, e non ci sono elementi che facciano presagire una veloce presa in carico da parte delle amministrazioni e del demanio (proprietario dell’immobile) del destino di uno spazio che potrebbe diventare una risorsa per Sturla, anzi che costituire un problema: anche in questo caso la prossimità con edifici scolastici pone la questione dell’igiene a causa di topi ed animali che hanno colonizzato la zona.

    «La Casa del Soldato fino a qualche anno fa era abitata almeno nella sua parte superiore da ufficiali dell’esercito. Da quando se ne sono andati lo stabile è nel più completo abbandono. Pensare che potrebbe, con un piccolo investimento, essere utilizzato con finalità pubbliche, come richiesto dal nostro Comitato circa 5 anni fa. L’abbandono è completo, l’edificio è diventato il regno dei roditori, tanto da rendere praticamente inutili le disinfestazioni nelle scuole vicine». Dunque il problema, oltre a riguardare la pulizia e la salubrità della zona, riguarda il mancato sfruttamento di uno stabile pubblico che non avrebbe bisogno di ristrutturazioni straordinarie, ma semplicemente di un pochino di ordinaria manutenzione, come dimostrano le finestre, spesso aperte ed a volte rotte, dal vento o da qualche vandalo. Prima di procedere con la prossima tappa del sopralluogo, gli impianti sportivi ed il giardino pubblico di Villa Gentile, ci soffermiamo a vedere come l’ingresso posteriore ai giardini di Via Chighizola sia stato reso impossibile da una frana frutto delle recenti ondate di straordinario maltempo.

    Con un breve spostamento ci rechiamo dunque, sempre in compagnia di Francesco, nell’area di Villa Gentile. Anche di quest’area Era Superba si è occupata recentemente. L’impianto sportivo di Vila Gentile è al centro di una vertenza che vede contrapposti il Comitato per la Difesa di Sturla e la società Quadrifoglio, affidataria degli sopazi comunali. La principale accusa mossa a Quadrifoglio è quella di non aver dato seguito all’impegno di mantenere aperti e fruibili alla cittadinanza i giardinetti pubblici limitrofi alla pista per l’atletica, ma di tenere anzi chiusi tre dei quattro accessi, rendendo di fatto possibile accedere all’area verde se non attraversando il campo di atletica. Dal canto suo la società che ha in gestione l’impianto replica che i cancelli sono tenuti chiusi per motivi di sicurezza, a causa di lavori in corso, oltre che per la difficoltà nel gestire economicamente anche la manutenzione degli spazi verdi. «L’unico lavoro sul giardino che abbiamo visto –spiega Francesco- è la rimozione di una transenna che divideva la pista ed il giardino, che pare sia stata effettuata senza i permessi necessari. Il risultato è di fatto quello dell’annessione dello spazio che dovrebbe essere di uso libero e pubblico al campo sportivo».

    Recandoci sul posto lo stato di abbandono del giardino pare evidente: rifiuti, vegetazione incontrollata e cancelli chiusi. «Un problema aggiuntivo – incalza Francesco – sempre derivante dalla chiusura degli accessi al campo, è costituito dal fatto che uno di questi varchi era previsto come via di fuga dalla vicina materna in caso di emergenza. Si è dovuto programmare un piano di evacuazione temporaneo, che prevede il deflusso delle scolaresche in un’area molto meno funzionale, compiendo un tragitto che prevede anche l’attraversamento di una strada percorsa dalle macchine: una soluzione sicuramente meno felice della precedentemente che sfruttava il campo di atletica come via di fuga».

    Ultima questione legata a Villa Gentile è quella del parcheggio annesso, una volta ad uso degli spettatori delle gare, ed attualmente adibito a parcheggio privato. Recandoci sul posto abbiamo notato come sia anche esposto un cartello che annuncia la possibilità di affittare dei posti macchina, una situazione che a prima vista sembrerebbe normale, ma Francesco tuona: «Ci sembra assurdo, non è certo facile venire in macchina ad assistere a delle gare; personalmente ho dei dubbi sulla legittimità di un uso simile del parcheggio». Per quanto riguarda Villa Gentile, in buona sostanza, abbiamo potuto constatare come la situazione sia sostanzialmente tale e quale a quella che avevamo raccontato a Giugno.

    Francesco ci accompagna infine alla ex-Casa del Dazio, un piccolo edificio in Via dei Mille, dismesso da una trentina d’anni. Lo stabile è chiuso e transennato, come inaccessibile è anche il parcheggio retrostante. «Originariamente la struttura sarebbe dovuta andare alla Polizia, ma nel 2004 – racconta Francesco – è stato compiuto un doppio attentato dinamitardo ai danni della vicino commissariato: da allora sono stati chiusi e transennati sia la casa de Dazio, che il parcheggio, e tutto è rimasto immutato fio ad oggi».

    «A mio parere – conclude Francesco – la situazione del nostro quartiere non è certo ottimale. Sturla è una zona molto bella, con angoli e scorci meravigliosi, ed è un vero peccato che sia così mal gestita. Con interventi poco onerosi e volontà politica si potrebbero restituire alla cittadinanza aree verdi e spazi pubblici. A parole specialmente dal Municipio abbiamo ricevuto promesse e rassicurazioni, vedremo in cosa si tradurranno concretamente».

     

    Carlo Ramoino

  • Borgoratti, a tre anni dalla frana nulla è cambiato. Un palazzo a rischio e sei famiglie fuori casa

    Borgoratti, a tre anni dalla frana nulla è cambiato. Un palazzo a rischio e sei famiglie fuori casa

    box via bocciardoEra il 4 dicembre del 2011 quando una frana nell’area di cantiere per la costruzione di un centinaio di box interrati in via Tanini a Borgoratti provocò lo stop ai lavori e l’immediato sgombero del civico 1 di via Bocciardo, un palazzo che si trova proprio sopra gli scavi. Inizialmente le famiglie vengono rassicurate circa un rapido rientro a casa. Poi capita che passano tre anni e 7 giorni e le famiglie a casa non sono ancora rientrate.

    Non è la prima volta che scriviamo di questa vicenda (qui l’inchiesta del 2012 | qui l’ultimo aggiornamento): un’operazione immobiliare invasiva in un’area sottoposta a vincoli, un permesso a costruire che non sarebbe mai dovuto arrivare, la pubblica incolumità a rischio, un’area che non è mai più stata messa in sicurezza e un dolore, quello di sei famiglie sfollate da tre anni, silenzioso, discreto e inascoltato. «Al fine di non ostacolare equilibri già difficili siamo rimasti in silenzio per tanto tempo – racconta Enrico Ciani, inquilino e amministratore del condominio – con la speranza che si riuscisse ad ottenere qualche risultato, confidando nel buon senso, nella legittimità delle nostre richieste, nella giustizia e in chi ci amministra, ma ormai ci sentiamo completamente abbandonati, in questi anni solo litigi e discorsi privi di seguito».

    Tre anni di sentenze, ricorsi, rimbalzi di responsabilità, fallimenti, monitoraggi (intervallati da un incontro degli inquilini con il sindaco Marco Doria e da diversi colloqui con rappresentanti delle istituzioni) e il civico 1 di via Bocciardo rimane inagibile, a rischio, con le crepe ben visibili sulle pareti e le famiglie fuori casa.

    via-bocciardo-borgoratti (4)«Nessuna istituzione ha fatto nulla – continua Ciani – Il Comune, che è organo vigile per quanto riguarda il vincolo idrogeologico che in questo cantiere è stato palesemente disatteso, ci ha ricevuto dopo mesi di telefonate e mail con la promessa di aggiornarci dopo un mese. Non solo non ci ha più incontrato, parliamo di più di sei mesi fa, ma non ci ha nemmeno più risposto anche alla banalissima richiesta del verbale dell’incontro che c’è stato. Ha continuamente ripetuto che il problema è tra privati, ma ora, stranamente, ha preso in carico il monitoraggio del sito. Non ufficialmente, ci è stata anche proposta la possibilità di un intervento di messa in sicurezza relativa al solo condominio; fare quindi un intervento mirato a rendere nuovamente agibile le abitazioni per contenere i costi. Il condominio avrebbe partecipato con il Comune per sostenere economicamente l’intervento, ma ad oggi nonostante la nostra disponibilità (ricordo che non abbiamo percepito nessun indennizzo da nessuna assicurazione da nessun ente e siamo oberati di spese) non si riesce a concretizzare nulla».

    Dapprima confinata a esclusiva diatriba fra ditta e condominio, la situazione è degenerata in seguito alla palese impossibilità da parte della stessa ditta di ovviare alla messa in sicurezza come da sentenza del Tribunale Civile. A quel punto sono arrivati i monitoraggi commissionati dal Comune al dipartimento universitario DICCA per controllare i movimenti del terreno sotto al civico 1, attività che nei prossimi giorni dovrebbe essere incrementata con l’intervento di una ditta esterna, la Edilcontrol srl di Arenzano.
    All’orizzonte non sembrano dunque esserci novità sostanziali, fino a qui evidentemente i risultati delle rilevazioni hanno fatto  dormire sonni tranquilli a Tursi. Lo stesso, certo, non si può dire per gli ormai ex inquilini.

    Gabriele Serpe

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  • Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    Caserma Gavoglio, entro un anno il Comune deve presentare il progetto di riqualificazione. A che punto siamo?

    gavoglio-lagaccioIeri, in occasione del consueto sopralluogo in diretta Twitter di #EraOnTheRoad, siamo andati a far visita alla Caserma Gavoglio, il gigante di oltre sessantamila metri quadrati ubicato nel cuore del Lagaccio. L’area, come è noto sostanzialmente dismessa da diversi decenni, potrebbe costituire un mezzo di sviluppo e maggiore vivibilità per il quartiere che la ospita, afflitto come è dalla carenza di spazi e dall’eccessiva quantità di edifici.
    Era Superba si è occupata a lungo del futuro della Gavoglio (qui l’approfondimento): la Caserma è ancora quasi totalmente sotto la responsabilità del Ministero della Difesa, che si è tuttavia impegnato a cedere gratuitamente l’area al Comune di Genova a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo. La scadenza di questo processo è stata fissata esattamente fra un anno, nel dicembre del 2015.

    Nel frattempo, come primo passo del passaggio di proprietà della Caserma, al Comune è stato ceduto piazzale Italia, la piazza antistante la struttura: per questa porzione dell’area è stato approvato un progetto di ristrutturazione minimale, che sarebbe servito a rendere almeno la piazza immediatamente fruibile per il quartiere.

    Abbiamo contattato Enrico Testino, attivista del comitato Voglio la Gavoglio, che ci ha spiegato come questi lavori dovessero essere pronti per giugno dell’anno corrente, quando in realtà si è ancora lontani dalla loro positiva conclusione. Come si può facilmente vedere appena giunti al cospetto della struttura, gli interventi fino ad oggi realizzati sono transennamenti e impianto di reti per tutelare la sicurezza immediata delle persone, ma ancora manca quella parte della ristrutturazione volta a rendere pienamente fruibile lo spazio alla cittadinanza. Ancora attesa, infatti, la nuova asfaltatura del piazzale e il ripristino, preventivato dal progetto iniziale, di una stanza all’interno delle costruzioni della Caserma destinata ad associazioni e comitati del quartiere: «A quanto ci risulta sono stati anche stanziati diciannovemila euro per questi lavori – ci spiega Testino – non capiamo quindi il motivo che ci ha portato ad oggi in questa situazione».

    Per il resto dell’area, come accennato, il processo di  trasferimento di proprietà al Comune è in atto, ed è subordinato alla presentazione di un progetto complessivo di recupero che dovrà anche essere concertato con la Soprintendenza, visto che parte degli stabili sono vincolati per il loro valore storico. Abbiamo incontrato l’Assessore all’urbanistica Stefano Bernini che ci ha fatto il punto della situazione circa lo stato della procedura e del futuro della Caserma Gavoglio.

    Con la Giunta Vincenzi era stato ipotizzato un percorso per il recupero dell’area che faceva perno sulla edificazione di nuova cubatura a destinazione residenziale, infatti ci spiega l’assessore: «Fino a poco temo fa la Caserma era considerata un bene dello Stato che  se il Comune voleva avere a disposizione doveva pagare ben quattro milioni e mezzo di euro, fatto che rese necessario trovare il modo per recuperare quei soldi. La Giunta Vincenzi pensò di affidare ad una immobiliare il compito di effettuare una stima ed un progetto che prevedeva appunto il finanziamento attraverso le nuove abitazioni, sollevando numerose proteste. Noi, anche grazie all’accordo con la Difesa, abbiamo cambiato il piano regolatore, e abbiamo stabilito che lì non si possono realizzare nuovi volumi, al massimo si può abbattere qualcosa di quello che non è protetto dalla Soprintendenza, bisogna salvaguardare lo spazio pubblico, con particolare attenzione al verde. Il Patrimonio e la Soprintendenza devono ora, sulla base di queste direttive, elaborare un progetto».

    È stato affidato a Ri.Genova, la società a responsabilità limitata partecipata dal Comune e specializzata in operazioni immobiliari e di riqualificazione urbana attraverso il mercato finanziario ordinario, il compito di presentare nei prossimi giorni un piano di intervento relativo ad un primo lotto, sicuramente entro fine anno. «Stiamo parlando della parte bassa della Caserma. Sicuramente una parte degli stabili esistenti, nel rispetto delle caratteristiche architettoniche che gli sono proprie, andrà recuperato ad un uso residenziale, così da poter finanziare la realizzazione del parco, degli spazi pubblici e di quelli destinati all’associazionismo. Si tratta per altro di una parte dalla Caserma che già originariamente era destinata a questo tipo di utilizzo. Poi gli edifici di minore pregio secondo me potrebbero essere abbattuti per dare maggiore respiro al quartiere, già densamente cementificato. Bisogna procedere a pianificare per lotti il lavoro, individuando un cronoprogramma sicuro, almeno per la fase di progettazione, al fine di rientrare el termine della fine dell’anno prossimo, obiettivo che credo proprio riusciremo a raggiungere».

    Per quanto riguarda i tempi della conclusione vera e propria dei lavori non è ancora possibile fare previsioni realistiche. «Ora la priorità è trovare chi è in grado di portare il progetto avanti e finanziarlo, considerato che le casse del Comune sono in crisi anche a causa delle alluvioni, avremo a breve un incontro con il Patrimonio per stabilire queste questioni, unitamente ad un cronoprogramma preciso. Io ho consigliato di appoggiarsi a Ri.Genova per la realizzazione degli altri lotti (così come è avvenuto per il lotto più a mare, senza dimenticare che in tutto questo processo dobbiamo coinvolgere e condividere progetti ed idee con la cittadinanza e con la Soprintendenza): l’azienda potrebbe trovare risorse sul mercato».

    Chiediamo a Bernini se immagina necessarie altre fonti di finanziamento dell’opera, o se ritiene sufficiente la ricerca di capitali di investimento esterni a Tursi: “Il Patrimonio potrebbe decidere di destinare delle risorse a questo lavoro, e credo che comunque sarà necessario, almeno per quanto riguarda la progettazione iniziale».

    Un ulteriore problema per il quale abbiamo chiesto lumi all’assessore è la presenza di amianto nelle coperture dei capannoni della Caserma: «La Difesa ci ha assicurato di avere compiuto tutti gli adempimenti atti a mettere il materiale in sicurezza. Certamente con i lavori andrà rimosso, e sarà uno dei costi grossi dell’operazione».

    Non rimane che augurarsi che l’Amministrazione nel suo complesso riesca a non perdere l’occasione di recuperare questo grande spazio, che potrebbe diventare un importante polmone verde  per il Lagaccio, un quartiere piuttosto congestionato, sia da un punto di vista della viabilità , sia dal punto di vista della densità abitativa.

    Carlo Ramoino

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  • Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    Pra’, al via i lavori per il Parco Lungo. La corsa contro il tempo del Comune dopo anni di immobilismo

    cantiere-stazione-praL’onda lunga dell’alluvione rischia di estendersi fino a Pra’. Secondo alcune notizie circolate nei giorni scorsi, l’assessore regionale allo Sviluppo economico, Renzo Guccinelli, starebbe pensando di recuperare alcune risorse per le imprese, disastrate dalle ultime catastrofi ambientali, dai lavori non ancora conclusi dei Por. Tra questi, appunto, gli interventi più sostanziosi della riqualificazione di Pra’ marina. Un rischio che ha subito messo in allarme i consiglieri comunali Caratozzolo (Pd), Repetto (Udc) e Pastorino (Sel) che hanno chiesto all’assessore ai Lavori Pubblici, Gianni Crivello, quali siano le azioni che l’amministrazione ha intenzione di mettere in campo per scongiurare quella che sarebbe «una vera e propria iattura per tutta la città».

    «Non vogliamo porci in contrapposizione con la Regione – ha esordito l’assessore Crivello – perché siamo ben consapevoli di quanto sia importante tutelare le imprese in questo momento ma i fondi vanno individuati altrove, non si possono cercare nella realtà dei Por». In sintesi, i soldi di Pra’ restino a Pra’. Per passare dalle parole ai fatti, tuttavia, c’è bisogno di una concreta velocizzazione dell’apertura dei cantieri. Anche su questo punto Crivello vede positivo e annuncia la richiesta all’Europa di una proroga sul termine inflessibile di fine 2015: «È indubbio che stiamo continuando a lavorare sul filo e che dovremmo proseguire ventre a terra ma, per non rischiare di andare lunghi, proprio oggi (ieri per chi legge, NdR) abbiamo scritto con il sindaco una lettera a Burlando e Guccinelli chiedendo che si facciano intermediari con l’Europa per una richiesta di proroga, in virtù della situazione di emergenza che stiamo vivendo sul territorio. E per questo chiediamo una mano anche ai parlamentari liguri nazionali ed europei».

    pra-canale-calma-fascia-rispetto-3Il rischio, però, è che quella dell’alluvione diventi una coperta per nascondere altre responsabilità. Se, infatti, è vero che il Por di Pra’ ha subito una serie di rallentamenti non imputabili all’amministrazione (ritrovamento di amianto, richieste di variante al progetto iniziale, ostacoli burocratici da Regione e Provincia) è altrettanto vero che il progetto è in ballo ormai da sei anni: «Rischiamo di perdere 15 milioni di euro per un territorio che ha patito tutto il patibile – commenta con rabbia il presidente del Municipio Ponente, Mauro Avvenente – e adesso andiamo a dire ai cittadini “scusate, ci siamo sbagliati”? Sinceramente non credo che si possa realmente tornare indietro perché per alcuni lavori siamo arrivati alla firma dei contratti, ci sono gare ormai aggiudicate e si dovrebbero pagare penali salatissime in caso di revoche. Qualche preoccupazione in più c’è sicuramente per quei lavori che devono ancora essere assegnati. Ma non è possibile arrivare sempre all’ultimo secondo: non credo sia normale dover ancora far partire i lavori a un anno dalla scadenza. Non è più possibile andare avanti così: siamo un Paese troppo contorto, bisogna semplificare le procedure, nel rispetto della legge, perché la gente non le capisce e non le accetta più».

    «Non credo – ha replicato Crivello, di cui tutti hanno sottolineato la determinatezza a portare a compimento questi lavori – che la richiesta di proroga oggi possa essere considerata una giustificazione non realistica e non concreta: basta spostarsi pochi chilometri da Pra’ per capire come sia critica la situazione in Val Cerusa. Gli uffici tecnici che si stanno occupando dell’emergenza frane sono gli stessi che dovrebbero seguire le pratiche dei Por. Sarebbe un paradosso perdere quei soldi in una situazione in cui abbiamo visto riconosciuto uno stato di calamità per l’alluvione dei primi di ottobre e ne abbiamo chiesto altri per le successive. Non credo che l’Europa possa, da un lato, riconoscere la tragedia e, dall’altro, non considerare l’evento come straordinario negando una proroga di alcuni mesi».

    In attesa dell’eventuale proroga, la prima parte dei lavori del Parco Lungo dovrebbe essere contrattualizzata con la ditta Unieco entro dicembre: l’amministrazione sembra essere intenzionata a chiedere la calendarizzazione dei lavori sul doppio turno giornaliero, con una serie di premialità in corso d’opera per la riduzione dei tempi di consegna. Entro fine gennaio dovrebbero partire anche la seconda parte di lavori per il Parco lungo e i cantieri del Parco di Ponente, la cui gara verrà pubblicata la prossima settimana. In questo caso, come per il nuovo approdo Navebus (gara in partenza entro la metà di dicembre, apertura offerte a metà febbraio, inizio lavori a marzo), i tempi di realizzazione sono più brevi e la consegna dovrebbe arrivare entro settembre/ottobre 2015. L’obiettivo, almeno per il momento, resta fissato a fine dicembre 2015 come per tutti gli altri Por, pena restituzione all’Europa dei fondi non utilizzati e di quelli già investiti.

    Simone D’Ambrosio

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  • Carmine, fra vicoli dissestati e progetti fermi al palo. Il piccolo borgo riparte da Freak Antoni

    Carmine, fra vicoli dissestati e progetti fermi al palo. Il piccolo borgo riparte da Freak Antoni

    Borgo del Carmine, GenovaAd un anno dal nostro ultimo sopralluogo, #EraOnTheRoad torna al Carmine per documentare non solo lo stato di avanzamento degli ambiziosi progetti di abitanti ed associazioni per rivitalizzare questo bellissimo e prezioso angolo di Genova, ma anche la gravità del dissesto delle creuze, che negli ultimi mesi ha raggiunto dimensioni e velocità molto preoccupanti, una vera e propria emergenza.

    Arrivati in Piazza del Carmine ci dirigiamo in Piazza della Giuggiola dove abbiamo appuntamento con Marta Nadile, abitante del quartiere e titolare della “Giuggiola”, un laboratorio-negozio di abbigliamento; Marta è anche membro del Cantiere Idee per il Carmine, un attivo gruppo di residenti che si è da tempo distinto per le proposte e le attività poste in essere al fine di riqualificare la vita del quartiere. Già in Salita San Bernardino possiamo notare un certo dissesto della mattonata e delle pietre di fiume che costituiscono la pavimentazione storica di questi vicoli, oltre a vistose riparazioni realizzate alla meglio con asfalto e cemento.
    Ma è solo arrivando in Vico della Giuggiola che si può notare tutta la gravità della situazione: avvallamenti, buchi e piccole voragini rosicchiano la creuza, rendendo necessario muoversi con una certa attenzione per evitare storte o cadute.

    Purtroppo non va meglio in piazza, dove trovo Marta nel suo laboratorio; si tratta di uno spazio articolato in due ambienti, in uno dei quali spesso vengono ospitate mostre ed eventi culturali. Attualmente si può apprezzare una mostra di oggetti, dischi e foto dedicata allo scomparso cantante Freak Antoni, ma scopriremo più avanti qual è il legame fra questo personaggio e la zona della Giuggiola.

    Dissesto pavimentazione al CarmineMarta ci spiega che la situazione è piuttosto grave, va avanti da anni, ma negli ultimi sei mesi l’accelerazione del processo si è fatta veramente preoccupante. «Il problema– spiega –ha una doppia natura: da una parte, come in tutte le zone collinari del centro storico, ci sono dei rivi sotterranei che scorrono in dei canali costruiti centinaia di anni fa dei quali sostanzialmente non sappiamo lo stato di conservazione, ma il problema più grande sono i lavori avvenuti nel 2010 per un intervento sul sistema fognario. Questo intervento, realizzato dalla COSME Srl, è stato fatto in maniera non adeguata, e ci siamo subito resi conto di questa situazione. Il problema è stato il ripristino della pavimentazione che non è avvenuto assolutamente a regola d’arte, come abbiamo documentato fotograficamente e segnalato in Comune già allora inviando mail ripetute quando i lavori erano ancora in corso: non abbiamo mai ricevuto risposta. In molti punti sono sparite le originali pietre di fiume che componevano l’acciottolato, sono stati fatti rattoppi di cemento e asfalto che in breve si sono sgretolati, determinando un progressivo susseguirsi di crolli e piccole voragini».
    Marta mi fa notare, come esempio dello stile con cui sono stati condotti questi lavori del 2010, come la mattonata ad un certo punto sia stata interrotta da una gettata di cemento: «Nelle condizioni attuali l’accesso alla piazza rischia di essere proibitivo per persone con ridotte capacità motorie; recentemente è scomparso un anziano residente che negli ultimi tempi era costretto a spostarsi con una stampella, se fosse ancora qua non so come avrebbe fatto».

    Oltre al degrado grave della strada la cosa che preoccupa i residenti sono anche le lunghe crepe sul muro di Vico della Giuggiola: «Terranno questi muraglioni?», si chiede preoccupata Marta. «Oggi – continua – grazie all’interessamento dei media al problema e all’intervento della signora Valentina del sindacato dei piccoli proprietari che ha tempestato l’assessore Crivello di messaggi, abbiamo ottenuto un incontro con preventivo sopralluogo di tecnici comunali: ci hanno garantito che i lavori sarebbero iniziati in una decina di giorni. Non è la prima volta che ci dicono cose simili, e abbiamo paura che passino i mesi senza che accada nulla, come è già successo in passato; non è un problema di soldi, perché pare che i fondi ci siano effettivamente. La nostra preoccupazione è poi non solo che i lavori vengano fatti in fretta, ma soprattutto che vengano fatti in maniera adeguata, è un vero peccato trattare così una piazza di questo valore estetico e storico». Abbiamo poi raggiunto telefonicamente Stefano Bruzzone, responsabile dell’associazione Cantiere Idee per il Carmine, al quale abbiamo chiesto quale sia dal suo punto di vista la situazione, e a che punto sono i progetti di riutilizzo delle aree al centro dei loro progetti: «Attualmente gli sforzi del Cantiere sono rivolti prima di tutto all’emergenza Giuggiola, che per fortuna non è estesa con la stessa gravità ad altre zone del quartiere, che rispetto a tanti anni fa ha comunque un’altra faccia. Il mercato è stato rifatto, la piazza pedonalizzata, benché ci si trovino spesso macchine che non dovrebbero esserci, moltissimi palazzi hanno rifatto le facciate che una volta erano cadenti, insomma non ci sono solo novità negative; trovare un posto in affitto qua non è facile, la gente vuole venire a vivere qua. Un’altra direzione nella quale sono incanalate le residue forze dell’associazione è la realizzazione di “I love Freak: piazza della Giuggiola, un piccolo mondo da salvare”, un evento dedicato alla scomparsa voce degli Skiantos, che durante la Notte Bianca del 2008 fece uno storico concerto in piazza della Giuggiola».

    «Freak – spiega Stefano- era un mio caro amico e tornò spesso in Piazza della Giuggiola, ad esempio quando era di passaggio per un concerto in zona spesso si fermava a dormire da me, che abito proprio lì. L’idea è quella di attirare l’attenzione sul quartiere grazie alla memoria di personaggi che lo hanno amato per preservarlo e, se possibile, migliorarlo. Cerchiamo di creare una reazione ed un coinvolgimento simile a quella che si creò con i primi “Mi hanno rubato il prete”, la manifestazione che da tanti anni testimonia l’affetto del quartiere per Don Gallo, che come è noto fu l’amato parroco del Carmine fino al 1970».

    «Per quanto concerne gli altri progetti del Cantiere, come quelli che riguardano la Chiesa sconsacrata di San Bartolomeo in Piazza dell’Olivella o l’Abbazia di San Bernardino in cima all’omonima salita, purtroppo al momento sono destinati a rimanere tali per carenza di tempo e forze. Il Cantiere Idee è un piccolo gruppo, e poi purtroppo sono recentemente scomparsi due storici soci ormai in là con gli anni, sottraendo altre preziose energie al gruppo. Al momento dunque abbiamo accantonato quelle idee, ma non è detto che lo rimangano per sempre».
    Nel frattempo ci auguriamo che il Comune, pur in una fase in cui Genova vive la generalizzata emergenza dell’alluvione, non trascuri la manutenzione di un gioiello nascosto del cuore della città come è Piazza della Giuggiola.

    Carlo Ramoino

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  • Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    Case popolari, fra alloggi sfitti e abusivismo si rischia una guerra fra poveri

    arizona-molassana-edilizia-popolare-caseNelle periferie italiane sale la tensione, e tra insicurezza e abusivismo il risultato è una guerra tra poveri. I casi di Roma e Milano sono sulle pagine di tutti i giornali, simbolo di una disperazione alle stelle nei quartieri popolari delle grandi città, dove anno dopo anno si è accumulato un disagio sociale crescente, in zone già prive di servizi essenziali. Anche Genova non è esente da questo processo, ma qui per fortuna la conflittualità non ha ancora raggiunto il livello di guardia. Tuttavia, alcuni segnali indicano un pericolo concreto, se come sembra, l’intervento delle istituzioni si limiterà soltanto al fattore repressivo. Ci riferiamo in particolare al nuovo piano sgomberi del Comune di Genova, volto a stroncare il fenomeno delle occupazioni abusive delle case popolari. Parliamo ufficialmente di una trentina di occupanti abusivi segnalati al Comune e all’Azienda regionale territoriale per l’edilizia (Arte), anche se le occupazioni effettive sarebbero un numero più elevato – circa un centinaio – e presumibilmente in aumento.

    Sportello pe ril Diritto alla Casa, GenovaI comitati di residenti, infatti, denunciano il dilagare di tale pratica, mentre il movimento di lotta per il diritto alla casa – che a Genova, va detto, si è concentrato soprattutto sull’occupazione di appartamenti sfitti proprietà di enti pubblici e privati, ad esempio talune fondazioni religiose – rivendica la legittimità di ogni azione finalizzata a dare risposta alla cosiddetta emergenza abitativa. Onde evitare manifestazioni di protesta «Il Comune, a partire da novembre, non darà più alcuna comunicazione agli occupanti abusivi in merito alla data e all’ora dello sgombero, il quale potrà avvenire in qualsiasi momento», hanno recentemente annunciato in commissione consiliare Welfare i responsabili dell’Ufficio Casa. «Appena la Polizia Municipale accerta l’occupazione abusiva gli occupanti vengono denunciati. In seguito del verbale dei vigili l’Ufficio Casa emette un provvedimento di rilascio dando 30 giorni per la riconsegna bonaria, ma spesso gli occupanti abusivi presentano ricorso. Dopo 30 giorni scatta lo sgombero. Fino a poche settimane fa veniva data comunicazione dello sgombero agli occupanti, adesso non più perchè sovente i nostri addetti si sono ritrovati di fronte a trenta persone dei centri sociali, rischiando anche per la propria incolumità fisica».

    Da qualsiasi punto si guarda la questione, però, sono dati di fatto l’aumento dell‘insicurezza generalizzata nei quartieri popolari, la cronica carenza di risorse destinate alla manutenzione dell’edilizia residenziale pubblica, il numero insufficiente di case rispetto ad una domanda sempre maggiore. Dunque, oltre al ripristino della legalità, occorre la messa in atto di strumenti concreti, in primis per velocizzare l’assegnazione agli aventi diritto di centinaia di alloggi popolari che tuttora rimagano sfitti per lunghi mesi, come ha spiegato a Era Superba l’amministratore unico di Arte Genova, Vladimiro Augusti «Ogni anno si sfittano circa 350 alloggi del patrimonio complessivo Erp (Comune e Arte); solo l’8% viene messo subito a reddito per consegnarlo al Comune che procederà con l’assegnazione; l’80% di questi appartamenti viene mandato in manutenzione perché necessita di importanti interventi di ristrutturazione che ne impediscono l’assegnazione in tempi brevi».

    Il percorso di confronto comitati – sindacati inquilini – istituzioni: sicurezza e vivibilità le prime preoccupazioni

    [quote]Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo[/quote]

    finestre-cemento-palazzi-casa-d1«Le condizioni di vivibilità dei nostri quartieri continuano a peggiorare – spiega Peppino Miletta presidente del coordinamento comitati quartieri collinari – Stiamo facendo diverse assemblee sul territorio, a Cà Nova (Prà) il 19 ottobre, a San Piero (Prà) il 12 novembre, al Diamante (Begato) il prossimo 23 novembre, per promuovere un percorso di confronto tra cittadini, sindacati inquilini (Sunia-Cgil, Sicet-Cisl, Uniat-Uil) e rappresentanti istituzionali di Comune e Regione. Oggi all’ordine del giorno c’è la questione sicurezza e l’aumento dell’abusivismo, conseguenza dei troppi appartamenti sfitti che, in assenza di una rapida assegnazione, vengono occupati abusivamente. A Genova non abbiamo raggiunto livelli preoccupanti come a Milano, dove le persone hanno paura di uscire perchè temono di ritrovare la loro abitazione occupata. Tuttavia, bisogna intervenire prima che anche qui la situazione degeneri. Il piano sgomberi, però, risolve solo il problema contingente, che subito dopo si ripresenterà puntualmente».

    In città, infatti, gli alloggi sfitti sono circa 800 «E nei quartieri stanno entrando personaggi, per così dire, preoccupanti aggiunge Francesco Corso, portavoce del coordinamento comitati quartiere Diamante – Non mi riferisco a famiglie disperate, bensì ad individui che nulla hanno a che vedere con le regolari assegnazioni degli alloggi popolari. Detto ciò, sappiamo benissimo che il bisogno abitativo è fortissimo. Il problema è che di questo passo rischiamo di innescare una guerra tra poveri».
    Stefano Salvetti, segretario del sindacato inquilini Sicet, da trentanni attivo sul fronte del disagio abitativo, sottolinea «Il fenomeno delle occupazioni abusive nei quartieri popolari genovesi non ha ancora assunto una rilevanza emergenziale. Parliamo di circa 120 alloggi occupati, numeri decisamente inferiori rispetto a realtà metropolitane come Milano e Roma, in cui è palese l’esistenza di un sistema malavitoso che lucra sull’organizzazione delle occupazioni abusive. Ma i segnali non sono incoraggianti, quindi occorre agire per tempo. In audizione presso la commissione consiliare Welfare del Comune io l’ho affermato chiaramente: la situazione non si risolve solo con un sistema repressivo. Il rispetto della legalità è un aspetto importante, ma insieme ci vogliono politiche abitative degne di questo nome, assenti da lungo tempo sia sul piano nazionale che locale».

    Il consigliere comunale di maggioranza Cristina Lodi (Pd), presidente della commissione Welfare, spiega «Quello che davvero esaspera gli abitanti, come è emerso nelle assemblee a cui ho partecipato, sono i fenomeni delinquenziali che si sviluppano intorno alle sacche di abusivismo. Mi riferisco a gruppi di persone, ben circoscritti e definiti, che presidiano il territorio con sopraffazioni e minacce. Gli anziani residenti, insomma, percepiscono un clima di insicurezza generalizzata e crescente, anche a causa dell’abusivismo. Il Comune ha risposto con il nuovo Piano sgomberi, ma il problema è più ampio, e richiede l’intervento congiunto di istituzioni e forze dell’ordine. Per questo a breve faremo una commissione sul tema con l’assessore alla Legalità, Elena Fiorini».

    Velocizzare l’assegnazione di alloggi sfitti tramite un sistema di monitoraggio e pre-affidamento

    castelletto-oregina-circonvallazione-monteI comitati di quartiere rivendicano l’efficace azione svolta per convincere la Regione Liguria a modificare la Legge 10 (Legge Regionale 29 giugno 2004, n. 10. “Norme per l’assegnazione e la gestione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica”, modificata con la Legge Regionale 11 marzo 2014, n. 3 “Modifiche ed integrazioni alla L.R. 29 giugno 2004, n. 10”), e adesso chiedono al Comune di Genova di fare la sua parte, modificando i criteri di assegnazione degli alloggi comunali e di Arte. «Gli appartamenti prima di essere assegnati devono essere messi a posto – spiega Peppino Miletta – Ma, vista la carenza di risorse, sarebbe ragionevole ipotizzare un affidamento agli aventi diritto che potrebbero intervenire con la messa in opera, a spese loro, successivamente scalabili dall’affitto. Così l’assegnazione sarebbe più rapida, eliminando nel contempo il motivo dell’abusivismo. Noi abbiamo proposto la creazione di una commissione ad hoc, comprendente oltre alle istituzioni anche il sindacato inquilini e i comitati, deputata ad esaminare periodicamente la situazione, individuando in tempo reale gli alloggi vuoti da ristrutturare e/o affidare. Queste cose le abbiamo ripetute in tutte le salse, presso tutti gli ambiti istituzionali, registriamo una disponibilità all’ascolto ma finora nulla di più». Francesco Corso, del coordinamento comitati Diamante, aggiunge «La Regione ha dato ai Comuni le linee guida per la redazione dei regolamenti di assegnazione, ora l’amministrazione ci lavorerà sopra. Fatto sta che le case non si possono tenere vuote per 10 mesi, bensì vanno assegnate immediatamente. Si tratta di circa 800 alloggi sfitti sul territorio. Bisogna trovare il modo di finanziare gli interventi di ristrutturazione. Attendiamo delle risposte, sennò non escludiamo di mettere in pratica iniziative di protesta eclatanti, come non pagare più gli affitti fin quando le cose non cambieranno».

    Secondo Stefano Salvetti, sindacato inquilini Sicet, pure l’Azienda regionale territoriale per l’edilizia ha delle precise responsabilità nella mal gestione degli alloggi pubblici (leggi la nostra inchiesta sugli enti case popolari) «Arte dovrebbe essere più presente e prendere subito in carico gli appartamenti che si liberano, è questo il suo ruolo, invece dispone soltantanto di due ispettori che, evidentemente, non possono tenere sotto controllo l’intero patrimonio immobiliare. La vigilanza potrebbe essere esercitata tramite un monitoraggio che si avvalga delle conoscenze dirette dei comitati e del sindacato, in modo tale da sapere quartiere per quartiere dove sono gli appartamenti sfitti. Oggi esiste già una mappa informale, ma il monitoraggio va reso organico e costante, magari sfruttando le potenzialità dei mezzi informatici».

    Per quanto concerne i meccanismi di assegnazione «Una proposta è quella dei pre-affidamenti – continua Salvetti – Quando un appartamento si libera, anche se è da ristrutturare, va subito pre-affidato al soggetto che ne ha diritto in base alla graduatoria. Intanto l’assegnatario diventa una sorta di angelo custode della casa: può andare a vederla, può controllarla, avendola ricevuta in pre-affido. E volendo, come stabiliscono le linee guida regionali, può anticipare le spese per la ristrutturazione, che poi saranno scalate dal calcolo dell’affitto. Questo sistema, però, deve essere affiancato da un sistema di fidi bancari che garantisca comunque una copertura economica, anche rispetto all’eventualità di incidenti nell’esecuzione dei lavori. Sarebbe già una buona cosa se l’amministrazione comunale di Genova si muovesse in questa direzione».
    «Allo stato attuale norma vuole che gli alloggi siano assegnati una volta ultimati i lavori – risponde il presidente della commissione Welfare Cristina Lodi – Ora stiamo avviando una procedura Comune-Arte per fare sì che, già in fase di chiusura dei lavori, l’alloggio venga affidato a chi ne ha diritto. In prospettiva futura si potrebbe parlare di pre-affidi, ovvero di assegnazione prima dell’esecuzione degli interventi, con possibilità di ridurre il canone all’assegnatario in base al riconoscimento dei lavori eseguiti. Il Comune adesso deve lavorarci. Inoltre, stiamo pensando di portare avanti un progetto che prevede un processo di analisi su alcuni condomini afflitti da problematiche di vario genere, scelti in base alle segnalazioni di criticità provenienti dai quartieri, e la sperimentazione di modalità operative che potranno essere replicate in altri contesti».

     

    Matteo Quadrone

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  • Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Rio Penego, al Comune l’onere della messa in sicurezza. E si riapre la storia infinita di via Shelley

    Via Shelley«È un anno è mezzo ormai che non seguo più costantemente le questioni di via Shelley, in attesa che venga approvato il nuovo piano regolatore» ci racconta, quasi sconsolato Lucio Parodi, geometra in pensione e già consigliere comunale a metà degli anni ’70. Una sconsolatezza piuttosto motivata, se si tiene presente che la realizzazione della nuova viabilità pubblica di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone, legata a doppia mandata con un significativo intervento edilizio proposto dal Consorzio cooperative Rio Penego 2 e la messa in sicurezza idrogeologica del medesimo corso d’acqua, va avanti dal 1981.

    Ricorsi, controricorsi, intervenuti della magistratura, conferenze dei servizi chiuse da commissari con mandato scaduto, quella che da sempre viene sintetizzata come “la storia via Shelley”, che a più riprese abbiamo raccontato sulle pagine di Era Superba, è uno dei più fulgidi esempi dell’assurdità della burocrazia italiana. Ma, adesso, finalmente qualche tassello sembra poter andare a posto. Il tutto per “merito” di un’emergenza idrogeologica che riguarda il rio Penego.

    Come dimostrato anche dagli allagamenti nell’autunno/inverno 2013-2014, con l’acqua che defluiva lungo via Shelley provocando anche la rottura del manto stradale, la tombinatura del rio Penego non risulta funzionale: accertamenti disposti dalla Provincia hanno dimostrato che l’unico tratto di tombinatura adeguato dal punto di vista idraulico è quello che riguarda i primi 120 metri del corso d’acqua, fatta eccezione per la necessità di un intervento di messa a norma del fondo. La seconda parte di tombinatura, invece, realizzata tra gli anni ’60 e ’70 dagli abitanti di via Shelley, presenta inadeguatezze tali da aver spinto il sindaco Marco Doria a emanare un’ordinanza di divieto di sosta dei veicoli nel tratto compreso tra il civico 11 e il civico 79 di via Shelley in caso di allerta meteorologica ,trasformabile all’occorrenza in interdizione al traffico veicolare e al transito pedonale.

    Via Shelley, Quarto

    Per eliminare in maniera definitiva l’emergenza, nel mese di marzo, il Comune di Genova aveva dato il via libera ai lavori per la messa in sicurezza della tombinatura dei primi 120 metri del rio Penego, su sollecitazione della Provincia. Ai restanti 370 metri avrebbero dovuto provvedere principalmente i residenti di via Shelley in maniera “urgente e imprescindibile in vista delle prevedibili piogge autunnali ai fini di tutela della pubblica/privata incolumità”, presentando un progetto di messa in sicurezza entro i primi di ottobre. Una scadenza non rispettata che ha portato la Provincia a commissionare al Comune anche la realizzazione di questa seconda parte di lavori accollandone i costi agli inadempienti: si parla di 650 mila euro per l’adeguamento del secondo tratto del rio Penego alla piena duecentennale secondo le norme previste dal piano di bacino.

    Sistemato il rio Penego, potranno partire anche i lavori per la realizzazione della nuova viabilità pubblica e per il progetto edilizio che, nel corso degli anni, è stato sensibilmente ridimensionato e dovrebbe limitarsi alla costruzione di quattro palazzine accoppiate alla base più una quinta distaccata. «D’altronde – ricorda il geometra Parodi – sono passati oltre 40 anni da quando il Consiglio comunale stava valutando l’opportunità di creare un collegamento più facile tra Apparizione e Corso Europa e si era bloccato proprio per approfondire le proposta del prolungamento di via Monaco Simone».

    Gli accordi iniziali tra Comune e Consorzio Penego 2 prevedevano, come oneri di urbanizzazione per l’operazione edilizia, l’adeguamento idraulico della tombinatura del primo tratto del rio Penego in carico a Tursi e la realizzazione della strada di collegamento tra corso Europa e via Monaco Simone in carico ai privati.  Un intervento dal costo complessivo di poco superiore ai 5 milioni di euro, già previsto nel piano triennale dei lavori pubblici 2014-2016. Oggi si dovrebbe sostanzialmente ripartire da qui, con l’aggiunta, come detto, dei lavori di messa in sicurezza della seconda parte del rio.

    Il progetto negli ultimi anni è stato bloccato per un ricorso al Tar vinto dagli abitanti di via Shelley, contrari a nuovi insediamenti nella zona. Ma il tribunale amministrativo ha sostanzialmente confermato la validità dell’istruttoria realizzata dalla Conferenza dei Servizi che, tuttavia, aveva approvato definitivamente il progetto quando il commissario ad acta era ormai stato formalmente rimosso dal suo incarico. Si tratta, dunque, di convocare una nuova Conferenza dei Servizi che non dovrà far altro che deliberare nuovamente i documenti già approvati. A quel punto potrà finalmente partire la gara per l’assegnazione dei lavori.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    Ex piombifera Molassana, rischio impasse. Il confonto fra Comune e privati

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-2Addio parcheggio degli autospurghi in via Lodi. Ricupoil, società che si occupa principalmente di stoccaggio di oli esausti e che ha sede sulla sponda opposta del Bisagno, dovrà rinunciare a quella che ultimamente era diventata una sorta di rimessa abusiva di mezzi pesanti. La ditta ha acquisito gli spazi ex Moltini dal curatore fallimentare della Piombifera, il quale nel 2010 aveva chiesto l’avvio della conferenza dei servizi per approvare un progetto di conversione dell’ormai ex area industriale in funzione residenziale. La nuova proprietà, tuttavia, prima dell’estate ha formalizzato la propria rinuncia a portare avanti questa riqualificazione, probabilmente a causa degli eccessivi oneri urbanistici richiesti dal Comune e che riguardavano soprattutto la messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli e l’allargamento della sede stradale.

    «Il ritiro del progetto edilizio – spiega il vicesindaco e assessore all’Urbanistica, Stefano Bernini – farebbe venire meno la variante al Puc vigente che era stata approvata dal Consiglio comunale per dare via alla riqualificazione dell’area. Erroneamente qualcuno potrebbe pensare al ritorno in vigore dell’originaria destinazione produttiva, in realtà non è così: a fare fede è il preliminare del nuovo Puc approvato nel 2011 in cui è confermata la nuova destinazione prevalentemente residenziale. Per evitare qualsiasi equivoco, comunque, abbiamo pensato a una delibera ad hoc in cui ribadiamo con forza che nell’area dell’ex Piombifera non potrà essere riattivata la funzione produttiva dismessa nel 2005».

    Tirano un sospiro di sollievo gli abitanti della zona, molto preoccupati dal continuo passaggio di mezzi pesanti nei pressi della vicina scuola e in concomitanza con una strada piuttosto stretta, per di più con lunghi tratti di marciapiede inadeguato o addirittura assente.

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana«Il proprietario – riprende Bernini – pensava di poter fare una furbizia utilizzando l’area come parcheggio dei propri mezzi pesanti: ma si tratterebbe di utilizzare l’attività produttiva di un’azienda che in realtà ha cessato di esistere nel 2005 e che non si può riesumare dopo 9 anni pretendendo di far valere una norma generale che vorrebbe la possibilità di portare avanti l’attività nella stessa area solo con l’adeguamento delle norme di sicurezza».

    Il testo della delibera, ancora al vaglio della Commissione ma che entro fine mese dovrebbe con tutta probabilità approdare in Consiglio, prescrive per l’area di via Lodi la “riconversione per realizzare un nuovo insediamento con funzione principalmente residenziale e contestuale recupero di spazi per servizi pubblici di quartiere, mediante interventi di demolizione e ricostruzione degli edifici esistenti a parità di superficie agibile (circa 6 mila metri quadrati, ndr)”. Nell’area sono ammesse anche attività di artigianato minuto e non inquinante, servizi privati, connettivo urbano, esercizi di vicinato, servizi e parcheggi pubblici e anche parcheggi privati pertinenziali non interrati.

    «L’intervento di riconversione dell’area – ha spiegato l’architetto De Fornari della direzione Urbanistica – comporterebbe comunque la necessità di tenere presente gli obblighi di riassetto idrogeologico del rio Preli, con una riqualificazione del corso d’acqua attraverso interventi di rinaturalizzazione, il miglioramento dell’efficienza idraulica del sito anche attraverso il recupero di spazi verdi in piena terra e l’utilizzo di verde pensile sulle coperture. Il tutto potrebbe comportare anche la necessità di una riduzione sostanziosa della superficie edificabile».

    Nei prossimi giorni, nel corso di una nuova seduta della Commissione, dovrebbero essere ricevuti i lavoratori della Ricupoil preoccupati per il proprio futuro (anche se qualche voce vede la cosa più come una missione voluta dal datore di lavoro, dal momento che i dipendenti non sembrano essere sindacalizzati e quindi legati a doppia mandata al proprietario dell’azienda). L’intenzione dell’amministrazione, comunque, sembra piuttosto chiara: «Non siamo di fronte alla riduzione della capacità di lavoro di Ricupoil – sostiene il vicesindaco – perché le attività potranno tranquillamente continuare a essere svolte nella sponda opposta del Bisagno dove la ditta ha la propria sede. Il Comune non può farsi carico del rischio d’impresa di Alberti (proprietario della Ricupoil, ndr) che deve spostare il rimessaggio degli autospurghi attualmente a Fegino in un’area ormai venduta: starà a lui trovare altri spazi che non potranno essere quelli di via Lodi».

    piombifera-moltini-via-lodi-molassana-3Passate le forche caudine della Sala Rossa, il provvedimento potrebbe prestare il fianco a qualche ricorso da parte degli interessati, anche se gli uffici comunali hanno lavorato in modo certosino per garantire la maggior inattaccabilità possibile ai provvedimenti.
    A fianco alle questioni urbanistiche, infatti, potrebbero arrivare anche due ordinanze del settore Mobilità: «Abbiamo pensato a un provvedimento che interdica in maniera perpetua su tutta via Lodi il transito degli autocarri che superano le 7,5 tonnellate – spiega l’assessore alla Mobilità, Anna Maria Dagnino – e una disposizione più restrittiva a 3,5 tonnellate negli orari di entrata e uscita dalla scuola». Si tratta di strumenti che garantirebbero maggiori possibilità di intervento al Comune qualora Ricupoil non dovesse attenersi alle confermate disposizioni urbanistiche, magari impendendo l’accesso alla civica amministrazione nelle aree ex Moltini.
    Secondo alcuni, tuttavia, le due disposizioni di mobilità potrebbero non essere sufficienti a evitare il parcheggio dei mezzi della Ricupoil in via Lodi. Per provvedimenti più restrittivi come l’interdizione totale ai mezzi superiori alle 3,5 tonnellate, però, sarebbe necessario un intervento più complicato di sicurezza stradale (tra l’altro di competenza dell’assessore Fiorini) e non di stretta mobilità che, invece, è subordinata ai parametri necessari per consentire il transito dei bus da 8 metri che servono la zona.

    Seguendo la via della legalità, alla società che ha da poco acquisito le aree non resterebbe che presentare al Comune un nuovo progetto di riqualificazione residenziale o tentare di rivendere a sua volta le aree. Ricupoil avrebbe potuto intraprendere il cammino della mediazione con Tursi: il parcheggio degli autospurghi sarebbe, infatti, probabilmente stato accettato a fronte di alcuni oneri di urbanizzazione come l’allargamento della sede stradale nei pressi della scuola e, naturalmente, la messa in sicurezza del rio Preli. Adesso, invece, la società rischia anche di non poter sfruttare le strutture acquistate neppure per trasferire i propri uffici dal momento che si ricadrebbe in una destinazione d’uso direzionale, non prevista dal nuovo Puc e dalla delibera in via di approvazione.

    Concretamente, gli scenari che potrebbero realizzarsi rischiano di ridursi a due: il sorgere di un infinito contenzioso tra pubblico e privato o la nascita dell’ennesima grande area dismessa e dimenticata in città. Anzi, a ben pensarci, le due situazioni sarebbero pure compatibili anche se, per una volta, forse ai cittadini potrebbe andare bene così, a patto che qualcun altro si occupi della messa in sicurezza idrogeologica del rio Preli.

     

    Simone D’Ambrosio

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  • San Fruttuoso, dalla ricostruzione post alluvione al sogno di un grande polmone verde nelle aree FS

    San Fruttuoso, dalla ricostruzione post alluvione al sogno di un grande polmone verde nelle aree FS

    terralba-area-fs-treni-ferrovia

    La scorsa puntata di #EraOnTheRoad ci ha portato a San Fruttuoso, precisamente da Borgo Incrociati a piazza Terralba, un tragitto breve ma al centro di almeno tre questioni aperte di assoluto rilievo: la situazione concreta e gli umori della popolazione dopo gli eventi alluvionali, la nuova fermata della metropolitana in piazza Martinez e la riqualificazione urbana dei parchi ferroviari dismessi di Terralba.

    Il nostro percorso è partito proprio da Via Borgo degli Incrociati, dove purtroppo sono ancora evidenti i segni del passaggio dell’acqua fuoriuscita dal Bisagno. I danni causati dall’alluvione sono stati così gravi che, nonostante l’indefesso lavoro di proprietari e volontari, molti esercizi commerciali non hanno ancora potuto riaprire i battenti.

    «La parola d’ordine che riassume in pieno la situazione è disastro – ci spiega il presidente del CIV locale Stefano di Bert – Chi si sta riorganizzando per riaprire lo fa con le proprie forze e senza alcuna garanzia, singolarmente o in gruppo con altri cittadini. Stiamo seguendo passo passo le attività poste in essere dal Comune, ma non siamo soddisfatti. Sembra che non riusciamo a trovare nessuno in grado di ascoltarci ed aiutarci veramente”.
    Infatti, accanto a chi è al lavoro per riaprire la propria attività nel Borgo, c’è anche chi ha deciso di trasferirsi altrove, o semplicemente non se la sente di investire nuovamente, come testimoniano gli avvisi affissi sui muri: troppa la paura di nuove alluvioni, visto che quei “grandi lavori di ingegneria civile idraulica”, come li ha definiti il sindaco Marco Doria, sono ancora una prospettiva lontana nel tempo.

    In via Canevari purtroppo la situazione è analoga, tanta rabbia e un sacco di lavori in corso. «Ci sentiamo abbandonati – spiega una commerciante – le istituzioni non ci stanno aiutando abbastanza, abbiamo chiesto una dilazione del pagameneto delle imposte comunali maggiore di quella che il sindaco ha già garantito, ma la risposta è stata negativa. In queste condizioni io non sono in grado di tenere aperto, qua non si vede bene– dice indicando il mobilio del suo negozio – ma fra le altre cose io avrei da cambiare tutto in negozio, il legno è fradicio, ammuffito, e tende a rompersi, ma chi ce li ha i soldi? Gli unici che veramente si sono resi utili in questo periodo sono i volontari, ai quali deve andare un grande ringraziamento».

    Fra gli operatori c’è chi esprime la sua rabbia esponendo uno striscione che ricorda il rapido succedersi dal 2011 ad oggi di due alluvioni, sottolineando la paura per il futuro, così come chi esercita la sua professione in un locale privo di porta d’ingresso, sperando che arrivino finanziamenti in grado di risolvere il problema. Si rischia la fuga di molte attività dall’area con la prospettiva infelice di una rapida desertificazione della zona.
    Abbiamo poi percorso Via Canevari fino a raggiungere la metropolitana di Brignole, ancora danneggiata dall’alluvione: corse ridotte con una frequenza di un viaggio ogni otto minuti a causa dell’allagamento di alcuni treni, ed un ingresso alla stazione ancora inagibile.

    piazza-martinezE proprio il tema della metropolitana ha portato la diretta fino a piazza Martinez, dove, alle spalle della scuola, dovrebbe sorgere una nuova stazione della metropolitana.
    Giunti sul posto abbiamo cercato di capire quale fosse l’opinione dei residenti sul progetto: «I miei timori sono sul fonte dell’ordine pubblico –spiega una signora – la situazione di Piazza Martinez, specialmente di notte, è pericolosa, non vorremmo un peggioramento. Temo poi che i lavori possano mettere a rischio la stabilità del nostro palazzo che è particolarmente vicino all’area destinata alla nuova stazione e ha già dei problemi alle fondamenta».
    Un’altra residente dichiara con amara ironia: «Una fermata della metropolitana qua sarebbe meravigliosa! Basta che dal Comune ci mandino tutti a fare dei corsi di nuoto e poi può funzionare! Qua sottoterra è pieno di rivi e falde acquifere, pensino bene prima di mettersi a scavare». In realtà bisogna sottolineare che i lavori previsti per la realizzazione di questa tratta della metropolitana dovrebbero essere compiuti in superfice, senza scavi di sorta, anche per quanto riguarda la stazione (qui l’approfondimento).

    L’area destinata alla nuova stazione si trova all’interno del parco ferroviario che separa San Fruttuoso da corso Gastaldi e si estende dalla zona di piazza Giusti fino a Terralba. Ed è proprio questa grande porzione di terreno, di proprietà di Ferrovie dello Stato, ad essere al centro dell’ultima tappa del nostro sopralluogo.

    Il parco ferroviario, attualmente ancora in parte operativo nelle sue funzioni di rimessa per motrici e convogli, è destinato per decisione della proprietà alla dismissione, in parte per la realizzazione della nuova stazione della metropolitana (con la speranza di poter poi arrivare sino a Terralba con ascensore di collegamento all’ospedale San Martino).
    Per quanto riguarda il futuro utilizzo del grosso degli spazi rimane ancora il punto interrogativo; con il nuovo PUC in approvazione il grado di incertezza sul futuro di questo grande lenzuolo di terra incastrato tra San Martino e San Fruttuoso rimane alto.
    Il dibattito pubblico sul parco ferroviario conosce tuttavia un momento di grande crescita, grazie all’attività del Comitato NO Cementificazione Terralba e della sponda offerta dall’Università e dal Municipio Bassa Val Bisagno.
    «Abbiamo paura– spiega Sabina Leale del comitato cittadino – che le ferrovie vogliano fare un’operazione che preveda nuova cubatura e nuovo cemento. La zona, da sempre giudicata a rischio idrogeologico, è addirittura passata con l’ultimo piano di bacino nella fascia di rischio massima. Non si può pensare di rendere impermeabile all’acqua anche questa porzione di territorio. Secondo noi l’area andrebbe restituita alla città, magari con la realizzazione di uno spazio verde, adatto alla socialità, che unirebbe San Fruttuoso, San Martino e il centro città».
    Il 14 ottobre scorso il comitato ha presentato, presso il circolo ARCI Zenzero, una mostra che riunisce dieci progetti di riqualificazione dell’area, realizzati in collaborazione con l’Università di Architettura. Si tratta di lavori prodotti da studenti del corso di architettura del paesaggio sotto il coordinamento della professoressa Adriana Ghersi.
    Questa mostra verrà a breve nuovamente esposta, dal 3 al 7 novembre, nei locali del Municipio Bassa Val Bisagno presso la Sala del Consiglio in Via Manzoni 1. «Sono progetti realizzati tenendo conto della normativa vigente e di quella in corso di approvazione – tiene a precisare il presidente del Municipio Massimo Ferrante – Non si tratta di progetti virtuali, ma di piani di riqualificazione operativi e realistici. Gli studenti sono intervenuti su tutta l’area da Terralba a piazza Giusti, anche se al momento non è chiaro quali siano le intenzioni della proprietà. Certamente per legge qualunque intervento deve essere immaginato senza l’aumento della cubatura, ed anche per quanto riguarda la destinazione d’uso la normativa pone forti vincoli, resi ancora più stringenti dall’intervento della giunta Doria sul PUC ereditato dall’amministrazione Vincenzi».
    «Per l’area – conclude Ferrante – immaginiamo spazi verdi, servizi, attività produttive, non certo hotel o nuovi lotti residenziali, ed in quest’ottica ci sembra importante partecipare in sinergia con altre istituzioni e cittadini ad un vero e proprio dibattito sulla questione. Si tratta di dinamiche che in altri paesi sono la norma, ma spesso nel nostro paese sembriamo ignorare il valore di queste buone pratiche di collaborazione e sinergia”.

    Effettivamente l’ipotesi di creare un parco che unisca i quartieri di San Fruttuoso e San Martino è molto suggestiva, e potrebbe forse dare respiro e qualità della vita ad una zona di Genova densamente popolata, costretta in spazi relativamente stretti e scollegati. Non rimane che attendere l’approvazione del nuovo PUC, attesa non prima di dicembre, per capire meglio i margini di manovre che avranno FS e Comune; nel frattempo invitiamo tutti ad andare a vedere dal 3 novembre i progetti per il parco ferroviario nella Sala del Consiglio del Municipio in via Manzoni.

     

    Carlo Ramoino

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  • Ecco il nuovo depuratore di Genova, sostituirà gli attuali impianti di Cornigliano e Volpara

    Ecco il nuovo depuratore di Genova, sostituirà gli attuali impianti di Cornigliano e Volpara

    Cornigliano

    Tra il 2017  e il 2020 Cornigliano e Genova, più in generale, avranno il nuovo depuratore in grado di sostituire l’attuale impianto di via Rolla nonché la struttura di trattamento fanghi della Volpara grazie al collettamento di tutti i fanghi provenienti dai depuratori di Punta Vagno, Centro Storico, Valpolcevera e Sestri Ponente. Il 23 settembre scorso è stato sottoscritto il contratto tra Comune, Mediterranea delle Acque e Società per Cornigliano per la cessione del diritto di superficie delle aree ex Ilva in cui sorgerà l’impianto di trattamento di fanghi e acque (qui l’approfondimento).

    «Il nuovo impianto – ha detto questa mattina l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta – permetterà di dare risposta a due importanti problemi di convivenza con l’abitato generati dalle attuali strutture di trattamento dei fanghi della Volpara e di via Rolla. Va, comunque, sottolineato che i due impianti attuali non presentano problematiche ambientali e rispettano pienamente i parametri di legge per cui l’intervento è necessario esclusivamente per garantire una migliore vivibilità dei quartieri».

    «Genova – conferma l’amministratore delegato di Mediterranea delle Acque, Gianluigi Devoto – è tra le città messe meglio dal punto di vista della depurazione perché le amministrazioni che si sono succedute hanno investito parecchio su questo settore come dimostrato anche dal progressivo miglioramento della qualità delle acque di balneazione. È vero che in alcuni casi si tratta di impianti vecchi, realizzati negli anni ’80 con tecnologie superate, ma sono assolutamente efficienti e rispettano pienamente i parametri di legge a differenza di quanto accade in comuni limitrofi (Recco e Rapallo, ad esempio)».

    Come già anticipato lo scorso inverno sulle pagine di Era Superba, il nuovo depuratore sorgerà su 15 mila metri quadrati di aree ex Ilva e di proprietà di Autorità portuale, all’interno di un terreno molto più vasto (circa 114.100 mq) su cui Società per Cornigliano ha svolto opere di bonifica pubblica e risanamento ambientale e di cui ha ottenuto da Palazzo San Giorgio il diritto di superficie per 60 anni (qui l’approfondimento). Un diritto che, per una cifra di poco superiore al milione e mezzo di euro, è stato girato al Comune di Genova e quindi a Mediterranea delle Acque con la formalizzazione dell’accordo di fine settembre.

    trattamento-fanghi-genova-2020Il costo totale dell’intervento è attualmente stimato attorno 104 milioni di euro, già previsti nei piani presentati al governo e all’Autorità per l’energia elettrica e il gas e coperti dal servizio idrico integrato del territorio genovese. Nella prima fase, per la realizzazione dell’impianto di trattamento dei fanghi con una portata di 16500 tonnellate di fango essiccato all’anno, è previsto un investimento per circa 40 milioni. Questa parte di depuratore, il più grande in città per quanto riguarda il trattamento fanghi, occuperà un’area di circa 8 mila metri quadrati e dovrebbe utilizzare tecnologie avanzate e “salvaspazio” che i tecnici di Mediterranea delle Acque hanno potuto vedere alla prova in Belgio. Inoltre, con tutta probabilità, dal fango trattato sarà possibile recuperare un buon quantitativo di biogas da sfruttare per il funzionamento dello stesso depuratore, ottimizzando così il bilancio energetico della struttura.

    Questo primo lotto di lavori potrebbe concludersi entro il 2017, consentendo la dismissione dell’impianto di Valpolcevera limitatamente al trattamento fanghi e quella complessiva della struttura alla Volpara che, attualmente, lavora i fanghi provenienti dal depuratore di Punta Vagno in cui si effettua esclusivamente il trattamento delle acque.

    Per la dismissione totale dell’impianto sito in Valpolcevera si dovrà attendere il completamento della seconda fase dei lavori, dedicata alla realizzazione della struttura per il trattamento delle acque, con tecnologie a “membrane bio” che serviranno un potenziale di 240 mila abitanti per una portata giornaliera di 48 mila metri cubi e per cui sono stati predisposti 36 milioni di euro. La struttura sorgerà nei restanti 7 mila quadrati, occupati in passato dal Gruppo Spinelli e che entreranno formalmente nella disponibilità di Mediterranea delle Acque solo tra 3 anni. Ecco perché questo secondo lotto non potrà vedere la conclusione verosimilmente prima del 2020.

    Infine, gli ultimi 28 milioni di euro sono necessari per la realizzazione delle opere di collettamento, per la messa a sistema dei fangodotti e delle fognature nonché per la bonifica delle aree di Volpara e Valpolcevera interessate dagli attuali impianti.

    «Siamo grati all’amministrazione per aver voluto sbloccare una situazione impantanata ormai da anni – commenta il presidente del Municipio Medio Ponente, Giuseppe Spatola – ma non posso non lamentare che la situazione delle immissioni olfattive a Campi e Cornigliano è, seppure con frequenza ridotta rispetto al passato, talvolta ancora insostenibile. I tempi che vengono prospettati sono, ahimè, ancora un po’ lunghi per un territorio che vorrebbe rilanciarsi anche dal punto di vista commerciale e della ristorazione: spero che in questa fase intermedia non ci si dimentichi dei nostri problemi».

    Sulla stessa lunghezza d’onda Agostino Gianelli, presidente del Municipio Media Val Bisagno: «La Val Bisagno aspetta da anni che vengano risolte le problematiche dell’impianto della Volpara: quando vedo cartine e progetti che parlano di dismissione non posso far altro che dirmi felice. Spero però che si possa raggiungere qualche obiettivo ben prima del 2020 perché si tratta di dare risposte concrete alle lotte dei cittadini, esattamente quello che dovrebbero fare le amministrazioni».

    dac-depuratore-area-centralePrima del via ufficiale ai cantieri bisognerà capire quali siano le necessarie autorizzazioni ambientali richieste dalle normative regionali, nazionali e comunitarie per poter procedere. Anche se i lavori, in realtà, sono già parzialmente partiti. Ad oggi, infatti, è stato posato il 30% dei quasi 9 chilometri di tubazioni necessari a collegare l’area di Punta Vagno con la nuova area ponentina ed è stata completata la progettazione esecutiva del relativo fangodotto. Avviata è anche la posa in opera dei collegamenti tra la nuova area e l’attuale impianto di Valpolcevera a margine dei lavori per la realizzazione della Strada a Mare.

    Intanto, proseguono i lavori per il completamento dello scarico a mare del depuratore della Darsena, un’opera resa particolarmente complicata dal contesto portuale in cui sorge l’impianto (alle spalle del Museo del Mare): le tubazioni di circa 1 metro di diametro sono giunte oggi all’incirca all’altezza della Diga foranea. I lavori, per un importo complessivo di circa 20 milioni suddiviso in lotti annuali da 4/5 milioni ciascuno, dovrebbero proseguire ancora per un paio di anni. Dopodiché anche i fanghi di questa zona potrebbero confluire nel nuovo depuratore di Cornigliano ma su questo non c’è stata ancora molta chiarezza da parte dei vertici di Mediterranea delle Acque.

    Quale futuro per le aree dismesse a Cornigliano e Volpara?

    A proposito delle aree in via di dismissione, come confermato dall’a.d. Devoto, negli accordi tra gli enti è previsto che dopo la chiusura degli attuali impianti di depurazione, queste rientrino nella piena disponibilità dell’amministrazione. Per il momento, però, non sembrano esserci particolari progetti all’orizzonte. Non resta che tenere per valido quanto ci aveva comunicato ormai circa un anno fa il vicesindaco nonché presidente di Società per Cornigliano, Stefano Bernini: posto il fatto che già soltanto dalla dismissione dell’impianto attuale, Cornigliano trarrebbe grande beneficio in termini di vivibilità e respirabilità dell’aria, toccherà al Comune definire la destinazione d’uso delle aree liberate. E Tursi sembra essere orientato a concederle per l’insediamento di attività produttive e artigianali, fatte salve le necessità tecniche per la realizzazione di opere complementari al nuovo impianto.

    Simone D’Ambrosio