Autore: Simone D’Ambrosio

  • Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    Sversamento Iplom, a Fegino piano di emergenza esterno scaduto. E anche Busalla non se la passa meglio

    iplom-petrolio-arpal-genovaEmergenza ambientale a Genova, per la rottura di un tubo dell’oleodotto Iplom. Tutti ne parlano da domenica sera. Mentre la magistratura indaga, l’azienda e le istituzioni cercano di accelerare al massimo i tempi di messa definitiva in sicurezza con l’ansia piogge e sversamento in mare, Era Superba ha scovato un elemento che al grave danno aggiungerebbe una altrettanto grave beffa.

    L’intervento per arginare i danni causati dalla rottura della tubatura di Fegino, è stato condotto sulla base di un Piano di Emergenza Esterno che risulta non essere aggiornato dal 2012 e, quindi, secondo quanto previsto dalla legge, “scaduto” nel 2015. Un caso non isolato: la situazione è ancora più grave ed inquietante se si guarda all’altro impianto petrolifero presente sul territorio metropolitano genovese, cioè la raffineria Iplom di Busalla, dove l’ultimo piano risale al 2006. La responsabilità di questo documento è della Prefettura di Genova che, come tutte le prefetture, ha il compito previsto dal legislatore di redigere questo documento, verificarlo e tenerlo aggiornato secondo criteri e scadenze precise.

    Il quadro normativo

    La legge parla chiaro: per ogni impianto industriale considerato a rischio rilevante, la Prefettura di competenza ha l’obbligo di redigere il Piano di Emergenza Esterno (PEE), renderlo di evidenza pubblica e aggiornarlo al massimo ogni tre anni. Il quadro normativo di riferimento è il Decreto Legislativo 105, del 26 giugno 2015, che recepisce (sforando di un mese sulla scadenza ultima) l’aggiornamento apportato dalla direttiva comunitaria del 4 luglio 2012 alla precedente “Direttiva Seveso” del 1982 (recepita dal legislatore italiano nel 1988), già aggiornata in precedenza durante lo stesso 1982 (in Italia solo nel 1999) e poi nel 2003 (nel nostro ordinamento dal 2005). Una storia, quindi, costellata di ritardi.

    La norma prevede tutta una serie di obblighi atti a prevenire gravi incidenti industriali, con le relative conseguenze su persone e ambiente, come appunto accadde il 10 luglio del 1976 a Seveso, quando un’enorme nube tossica fuoriuscì dagli impianti chimici della ICMESA, investendo terreni e abitazioni.
    Da quel disastro, quindi, nacque l’esigenza a livello europeo di avere regole precise e rigorose per evitare nuove sciagure. Tra gli elementi chiave della direttiva, l’obbligo di studiare e rendere operativi piani di emergenza esterni: organizzare, cioè, strategie di azione in tutte quelle ipotetiche situazioni di crisi che coinvolgono l’ambiente esterno all’impianto in questione.

    Che cos’è il Piano di Emergenza Esterno

    iplom-petrolio-genova-polceveraNel dettaglio, il PEE elenca tutte le sostanze pericolose presenti nel sito e i luoghi dove sono stoccate, prevede una casistica di incidenti potenziali secondo i diversi livelli di gravità, cataloga le aree attigue differenziandole in zone di danno potenziale, e stila una serie di interventi possibili, mappando criticità, l’assetto idrogeologico, ulteriori aree a rischio limitrofe, gli accessi agli impianti e le vie di fuga per la popolazione, e coordinando Vigili del Fuoco, Protezione Civile, Polizia ed enti territoriali.

    In altre parole, con il PEE, in caso di incidente, si sa cosa c’è, si sa dove è, si sa cosa può succedere, e soprattutto si sa subito come intervenire il più efficacemente possibile.

    Proprio per questo, il suo aggiornamento è fondamentale. Ogni modifica sostanziale degli impianti, infatti, deve essere catalogata e verificata, ma non solo: anche semplici cambiamenti viari e delle infrastrutture limitrofe a un determinato impianto possono costituire un fattore di novità importante, che è meglio non appurare ad emergenza in corso.

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Fegino

    Foto da profilo Facebook EnpaRitardi, dicevamo. Per quanto riguarda gli impianti di Fegino, sul sito web della Prefettura è pubblicato integralmente un PEE, datato 2012. Sullo stesso documento, però, viene predisposto un aggiornamento su base triennale, la cui prima scadenza, quindi risulta essere il 2015. In altre parole, quello vigente è un piano scaduto, non aggiornato, vecchio. L’intervento che ha seguito lo sversamento di petrolio nel rio Fegino, e poi nel Polcevera, quindi, potrebbe essere stato inficiato da questo dato.

    Abbiamo chiesto chiarimenti alla Prefettura, le cui uniche risposte sono state una serie di rimbalzi interni, unita a un «non possiamo rispondere né in senso né nell’altro».

    Il PEE scaduto dell’Iplom di Busalla

    Torniamo a Busalla. Il PEE relativo alla raffineria Iplom non si trova sul sito della Prefettura e, in base alle nostre ricerche, non ne esiste copia pubblica. Abbiamo contattato, quindi, il sindaco di Busalla, Loris Maieron, che ci ha confermato che l’ultima versione disponibile risale al 2006, quindi scaduta dal 2009: «Appena mi sono insediato, nel 2014, ho appurato questa situazione – precisa il primo cittadino – e ho fatto diverse richieste al Prefetto in merito, l’ultima volta ufficialmente l’agosto scorso».

    iplom-petrolio-mareAnche Iplom, da parte sua, ci ha confermato questo dato, mettendo la propria copia a disposizione per una consultazione in quanto «documento pubblico», come ha specificato l’ufficio stampa dell’azienda.
    Anche in questo caso abbiamo chiesto chiarimenti ai funzionari degli uffici prefettizi di Genova che, dopo una serie di ricerche interne, hanno confermato la situazione: il PEE relativo alla raffineria di Busalla risale al 2006 e non è pubblico perché in fase di aggiornamento. Alla domanda sul perché di un tale ritardo la risposta è stata un secco «no comment».

    Alla luce di questi dati, quindi, è legittimo pensare che l’emergenza successiva all’incidente di domenica 17 aprile, che in queste ore sta tenendo con il fiato sospeso tutta la città, e non solo, potesse essere affrontata in maniera più efficace se il PEE fosse stato aggiornato, come prescritto dalla legge. Un dubbio che rimarrà tale. Per quanto riguarda Busalla, invece, la speranza è quella di non doversi porre mai questa domanda.


    Nicola Giordanella

  • Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    Movida, arrivano le ordinanze anti-alcol per Centro storico e Sampierdarena. Minimarket chiusi alle 21

    alcoliciPresentate oggi ed entreranno in vigore nei prossimi giorni le tanto attese ordinanze sindacali per la limitazione della vendita di bevande alcoliche nel centro storico di Genova e in buona parte del quartiere di Sampierdarena. Due provvedimenti distinti ma in realtà quasi identici che, come spiega il sindaco Marco Doria e riporta l’agenzia Dire, fanno seguito a «un regolamento che abbiamo già approvato e, sull’esempio di quanto fatto da altre città come Parma, fissano il principio che in città c’è spazio per il divertimento ma ci deve essere spazio anche per la tutela dei diritti, il riposo e la convivenza tra locali e cittadinanza che abita, vive e lavora nei quartieri. C’è un filo che lega questo provvedimento a quello sulle sale da gioco: il Comune non vuole assistere passivamente al dilagare di fenomeni che oggettivamente impoveriscono la qualità della vita in città». Il messaggio che arriva dall’amministrazione non ha vocazione prettamente proibizionista ma si rivolge con fermezza soprattutto nei confronti dei cosiddetti minimarket che, se vendono bevande alcoliche, saranno costretti a chiudere alle ore 21 nei quartieri oggetto delle ordinanze. «In realtà – sostiene il sindaco – questi esercizi sono bar camuffati che somministrano alcol a tutte le ore del giorno e della notte e che, anzi, in alcuni casi aprono alle 18 per poter andare avanti fino al mattino». Secondo i dati riportati dall’assessore a Legalità e diritti, Elena Fiorini, nel centro storico di Genova esiste una concentrazione di 8,5 esercizi per ettaro che smerciano bevande alcoliche, a fronte di una media cittadina di 0,1 per ettaro. Un dato che va confrontato con la densità abitativa che nel centro storico è di 488 residenti per ettaro a fronte di una media complessiva di 25. «Nel corso dei monitoraggi per verificare il rispetto del limiti acustici – spiega Fiorini – in 10 punti collocati nei quartieri oggetto delle ordinanze abbiamo osservato sforamenti praticamente tutti i giorni della settimana».

    Diversa la disciplina per i bar veri e propri che potranno rimanere aperti fino all’1 del giorno successivo dalla domenica al giovedì e fino alle 2 il venerdì, sabato e in tutti i giorni prefestivi. Inoltre, a partire dalle 22, tutti i giorni sono vietate vendita e consumo di bevande alcoliche in vetro e lattina. Infine, regolamentazione dedicata per i numerosi circoli associativi di Sampierdarena: l’impatto acustico dovrà essere fortemente contenuto a partire dalle 24 mentre la somministrazione di bevande alcoliche dovrà terminare all’1. «Nel caso dei circoli – specifica l’assessore – bisogna fare molta attenzione perché l’attività è tutelata costituzionalmente dalla libertà di associazione: a differenza dei locali commerciali, possano solo vietare la somministrazione di bevande alcoliche ma non imporre la chiusura a orari prestabiliti».

    «Non sono orari da tramonto – chiosa il sindaco – ma cercano di trovare il giusto equilibrio tra le possibilità di svago e diritti inalienabili dei cittadini residenti, senza essere proibizionisti ma ponendosi anche il problema del fenomeno dell’abuso di bevande alcoliche. Non è solo una questione di vivibilità ma anche di diritto alla salute, inteso sia come necessità di riposare e dormire di notte sia come tentativo di arginare il fenomeno di abuso di bevande alcoliche. Non vogliamo essere proibizionisti ma il problema ce lo poniamo». Il rispetto delle ordinanze sarà verificato dalla Polizia Municipale che, da fine febbraio, data di entrata in vigore del nuovo regolamento che ha posto le basi per le ordinanze, su tutto il territorio comunale ha prodotto 42 sanzioni e 8 ordini di chiusura anticipata alle 20 per esercizi che non rispettavano le norme di vendita ai minori, di pubblicità e gli orari previsti, tanto che alcuni locali hanno deciso di non vendere più bevande alcoliche.

    «Cerchiamo di dare regole corrette a un qualcosa che è molto complicato – ragiona l’assessore Fiorini – perché su questo tema si scontrano la gran parte delle città europee. Non pensiamo di fornire soluzioni miracolistiche ma è un work in progress che necessità della collaborazione di tutti gli attori in campo».

    Confesercenti non ci sta: possibile ricorso al Tar

    Vicoli, Centro Storico di GenovaI provvedimenti hanno scatenato immediatamente la reazione degli esercenti. «Con le due ordinanze sulla movida annunciate questa mattina senza previo coinvolgimento delle associazioni – sostiene  Cesare Groppi, segretario di Fiepet Confesercenti Genova  ancora una volta, il Comune non solo dimostra di non avere capito come risolvere i problemi del centro storico e delle altre zone critiche della città, ma arreca un danno economico enorme agli esercenti in regola, molti dei quali a questo punto rischiano di dover chiudere i battenti». Per le categorie, infatti, quella proposta da Tursi è una drastica sforbiciata rispetto a quanto consentito dal Codice della Strada, che prevede anche l’apertura h24 e fissa come orario limite alla somministrazione di alcolici le 3 del mattino in ogni giorno della settimana e il divieto di vendita per asporto dalle 22 alle 6.

    Per porre un freno al crescente degrado della città e al crescere di fenomeni di violazione legati alla “movida alcolica” pochi mesi fa erano state le stesse associazioni di categoria a chiedere all’amministrazione un giro di vite contro l’abusivismo e a tutela delle attività regolari. «Ma un provvedimento che fissa lo stesso orario di chiusura per tutti – commenta Groppi – è penalizzante per la stragrande maggioranza dei bar che si attengono scrupolosamente al regolamento. Le leggi ci sono e basterebbe farle rispettare, punendo i trasgressori con le adeguate sanzioni, fra le quali già oggi è prevista la chiusura anticipata alle ore 20 per chi non si attiene alle disposizioni sulla vendita e somministrazione di alcolici. Se poi all’una le serrande dovranno già essere abbassate, questo significa che l’effettiva interruzione del servizio di somministrazione dovrà avvenire ancor prima, con evidenti danni economici che, per molte attività, rischiano di essere insostenibili».

    Per questi motivi, le associazioni di categoria stanno valutando la possibilità di ricorrere alle vie legali contro un provvedimento definito «iniquo e penalizzante, che il Comune peraltro ha annunciato cogliendoci di sorpresa e interrompendo unilaterlamente un percorso che, invece, fino a poche settimane fa era stato condiviso».

    Soddisfatti, invece, i presidenti dei due Municipi interessati dalle ordinanze. «Il centro storico di Genova – spiega Simone Leoncini, presidente del Municipio I – Centro Est – è densamente urbanizzato. A differenza di altre realtà europee, qui i cittadini non solo si divertono ma ci vivono anche e hanno un vivace tessuto di realtà associative. Il problema cruciale che questi provvedimenti cercano di contrastare sono i minimarket che per paga parte si configurano come soggetti predatori e distruttivi e delle relazioni sul territorio. Invece, è importante che si crei un’alleanza sociale tra i cittadini residenti, la movida, i pubblici esercizi e l’amministrazione».

    «Avevamo una certa impazienza di vedere queste ordinanze arrivare alla firma del sindaco – prosegue Franco Marenco, presidente del Municipio II – Centro Ovest – ampiamente giustificata dai fatti di cronaca anche recenti. L’obiettivo è tutelare l’interesse dei cittadini rispetto a quello, deviato, di alcuni singoli. A Sampierdarena, infatti, i problemi oltre al rumore si trasformano spesso in questioni di ordine pubblico, senza dimenticare quanto l’alcol rappresenti una piaga sociale sempre più tristemente diffusa».

    Le vie interessate dalle ordinanze

    Per quanto riguarda il centro storico, l’ordinanza esclude l’area interna del Porto Antico e include invece piazza De Ferrari. L’area interessata è compresa nel perimetro delimitato dalle seguenti vie: via Bersaglieri d’Italia, Piazza della Commenda, Piazza Scalo, via Gramsci, piazza Caricamento, piazza Raibetta, via Turati, corso Quadrio, via della Marina, via Madre di Dio, via Ravasco, via del Colle, via di Porta Soprana, via Petrarca, piazza De Ferrari, via XXV Aprile, piazza Fontane Marose, via Garibaldi, piazza della Meridiana, via Cairoli, largo della Zecca, via Bensa, piazza della Annunziata, via Balbi, piazza Acquaverde, via A. Doria.

    Per Sampierdarena, l’ordinanza comprende il seguente perimetro (incluse le vie del perimetro): via Chiusone, via Argine Polcevera sino a via Capello, Via Capello, via Fillak , via del Campasso sino al voltino lapide Caduti del Campasso compresa via Anguissola (chiusa), via Vicenza,via Caveri sino a incr. via Bazzi, via Bazzi, piazza Ghiglione, via Currò (tra piazza Ghiglione e via C.Rolando), via C. Rolando, via G.B.Monti sino a via Alfieri, via Alfieri, via Cantore (tratto a monte tra via G.B. Monti e via Alfieri e a mare tra piazza Montano e via U. Rela), via Cantore da via U. Rela a via Pedemonte (tratto di confine esterno non rientrante nell’ordinanza), via Pedemonte sino a via Dottesio, Via Dottesio sino a via di Francia, via di Francia (proiezione su via Scarsellini), via Scarsellini, Lungomare Canepa, via Operai, via Pacinotti, via Pieragostini sino a Largo Jursè, Largo Jursè,via Spataro, via Orgiero, via Bezzecca, via Miani (chiusa).

  • Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    Rifiuti, raccolta domiciliare solo per 1/5 dei genovesi. Per gli altri, cassonetti intelligenti per indifferenziata e organico

    differenziata-mappa-genova-rifiutiLa notizia ormai è nota. Entro la fine dell’anno o, più probabilmente, dall’inizio del 2017 prenderà finalmente via il tanto attesto nuovo sistema di raccolta differenziata nel Comune di Genova. Non si tratta di una vera e propria e rivoluzione, come in molti si aspettavano, ma è comunque un cambio di passo notevole per riuscire a raggiungere le percentuali di differenziata imposte per legge regionale al 40% entro il 2016 e al 65% entro il 2020. Il nuovo piano di raccolta è stato presentato dal Conai, su commissione di Amiu e di Palazzo Tursi, e, seppure in modalità tra loro molto diverse, riguarderà tutti i genovesi. «Abbiamo suddiviso la città in quattro categorie per colore a seconda della predisposizione alla raccolta domiciliare – spiega Luca Piatto del Conai, come riportato dall’agenzia Dire – dalle verdi più adatte, alle rosse in cui è assolutamente sconsigliata la raccolta porta a porta. Ci sarebbero anche delle micro aree verdi e felici all’interno delle zone più difficoltose ma ci siamo organizzati per macro aree, cercando barriere naturali, per evitare fenomeni di migrazioni dei rifiuti da un quartiere all’altro».

    Come cambierà la raccolta differenziata, quartiere per quartiere

    differenziata-percentuali-genova-rifiutiI cambiamenti inizieranno con l’avvio della raccolta domiciliare nelle aree verdi e gialle, che interessano poco meno di 122 mila residenti (circa il 20% del totale), pari a quasi 59 mila utenze domestiche e 4500 utente non domestiche. Le zone interessate sono prevalentemente quelle collinari dei municipi di Ponente (a cui si aggiungono le abitazioni più vicini al mare dei quartieri più “esterni”), Medio Ponente, Valpolcevera, Media Val Bisagno, Levante (compresi ampi sconfinamenti “sul mare”), più qualche piccola enclave felice di Medio Levante e Bassa Val Bisagno.
    «Il quadro lascia un po’ l’amaro in bocca – ammette Piatto – e possiamo dire di aver scoperto un po’ l’acqua calda evidenziando che la raccolta domiciliare differenziata a Genova è complicata». 

    Per i restanti 470 mila genovesi, residenti nelle zone rosse e arancioni che corrispondono ai quartieri a più alta densità abitativa, la raccolta rimarrà stradale ma diventerà tracciabile attraverso i cosiddetti cassonetti intelligenti. Il sistema elettronico riguarderà solo l’indifferenziato e l’organico e consentirà di arrivare a una tariffazione Tari “puntuale”, basata sul principio “pago quanto produco”. I cambiamenti in questo caso inizieranno dalle zone arancioni (52% dei genovesi), che interessano oltre 306 mila cittadini per 148 mila utenze domestiche e 22 mila non domestiche, e saranno avviate progressivamente a partire dal 2017.

    Il processo dovrebbe terminare tra il 2019 e il 2020 con le zone rosse della città (28% degli abitanti), che riguardano 165 mila residenti, più di 77 mila utenze domestiche e oltre 5500 non domestiche, e sono prevalentemente concentrate nei municipi Centro Ovest, Centro Est e Bassa Val Bisagno, ovvero il cuore della città.

    Nuovi bidoncini per tutti

    RACCOLTA-DIFFERENZIATAPer tutti i genovesi, invece, è prevista la fornitura gratuita di un nuovo kit che aiuterà a differenziare i rifiuti a casa e consisterà in bidoncini dedicati per carta, vetro, organico e indifferenziato e sacchetti etichettati e tracciati per il multimateriale plastica-alluminio. La consegna avverrà progressivamente a seconda dell’avvio del nuovo piano di raccolta. Il costo dell’intera operazione di rinnovo dei contenitori con il sistema di tracciabilità si aggira attorno ai 15 milioni di euro per tutta la città, con un piano di ammortamento di almeno 5 anni. Mentre la cifra complessiva degli investimenti necessari per il radicale cambiamento di tutto il sistema sarà quantificata solo dopo l’estate, una volta terminata la redazione del piano di dettaglio che dovrebbe definire meglio anche in quali quartieri la raccolta domiciliare avverrà col sistema porta a porta e in quali attraverso cassonetti condominiali.

     «E’ stato fatto un ottimo lavoro – commenta l’assessore al Ciclo dei rifiuti, Italo Porcile – e dal momento che alla raccolta a domicilio non è interessata una fascia altissima della popolazione, ho chiesto un cronoprogramma molto ambizioso che ci consenta di essere operativi già negli ultimi mesi di quest’anno. La città è culturalmente pronta, con questo piano ora lo è un po’ di più anche l’amministrazione». L’assessore non si sottrae alle domande su chi si accollerà il finanziamento di questo piano e bussa alla porta della Regione: «Gli obiettivi così ambiziosi di riciclo – ricorda – sono stati imposti da una norma regionale. Sarebbe coerente che la stessa regione accompagnasse le richieste con risorse significative e non il grottesco milione di euro stanziato finora per tutto il territorio regionale».

    Intanto, il sistema di raccolta porta a porta inizierà in via sperimentale nei mesi di giugno e luglio nei quartieri collinari di Colle degli Ometti (1121 abitanti) e Quarto alta (3367 abitanti), mentre è in corso di studio una riprogettazione della raccolta dell’organico nelle utenze non domestiche e della carta e cartone per gli uffici pubblici.

  • Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    Sostegno a distanza, quasi mille genovesi aiutano bambini a crescere in tutto il mondo

    adozioni-africa-bambiniNon è solo una questione di termini. Quelle che per semplificazione sono conosciute come “adozioni a distanza” in realtà adozioni vere e proprie non sono. Certo, l’obiettivo è sempre aiutare uno o più bambini in difficoltà ma, in questo caso, a differenza di quanto abbiamo visto finora nel nostro speciale dedicato alle adozioni e agli affidi, cambiano decisamente i contesti e le procedure che rendono questa modalità di aiuto sociale molto più semplice e alla portata di tutti.

    Partiamo proprio dalle parole: il termine più adatto, come vedremo, è “sostegno a distanza”. Di questo, nei fatti, si tratta: sostenere economicamente il progetto di una comunità e dei suoi bambini, direttamente nel paese in cui vivono. L’uso del termine adozione è entrato nel linguaggio comune perché più facile da comprendere e più empatico. Un termine che “funziona” bene per far sentire i donatori più vicini ai destinatari del loro contributo. I progetti possono essere di diverso tipo: l’aiuto per garantire un ciclo scolastico, vaccinazioni o pasti. A svolgere un ruolo cruciale in questo contesto, sono le molte associazioni che si comportano sostanzialmente da intermediari: seguono dall’Italia i progetti, gestiscono le elargizioni economiche e affiancando direttamente le comunità in loco. Ed è proprio qui la chiave di tutto: benché il legame che finisce per instaurarsi tra chi sostiene un progetto e il bambino che ne beneficia sia molto simile a quello che si può facilmente sintetizzare con il concetto di “adozione a distanza”, nella forma è molto più corretto parlare di sostegno perché ad essere sostenuto concretamente non è un singolo bambino ma, appunto, un progetto.

    Sottigliezze formali a parti, abbiamo cercato di entrare più dentro a questo sistema, parlando con associazioni e realtà, più o meno conosciute, che si occupano da tempo di “sostegno a distanza” a a partire da Genova. Dalla nostra città, ad esempio, è partita l’avventura di CCS Italia che opera su tutto il territorio italiano; poi c’è AfricaOn che opera dall’Italia ma che in realtà ha sostenitori in tutto il mondo, non solo in Liguria. Da segnalare anche che, purtroppo, anche in questo caso, soprattutto fra le associazioni più piccole, ci sono state realtà costrette a cedere il passo perché basate sull’impegno dei volontari che non sempre riescono a dare continuità ai progetti.

    Il sostegno a distanza in Liguria

    Tra il grande numero di realtà a ispirazione cattolica e associazioni prettamente “laiche” che si occupano del sostegno a distanza, non è facile riuscire ad avere un numero complessivo di quanti genovesi e liguri si rendano ogni anno disponibili a questo tipo di aiuto né per quale somma.

    Tuttavia, per avere un’idea di quanto possa essere incisivo il fenomeno di cui stiamo parlando, ci possono venire incontro le cifre di Save the children: i sostegni liguri sono circa il 3% del totale nazionale e ammontano a circa 1650, di cui solo 880 nella provincia di Genova. Il dato, va precisato, si riferisce ai sostegni avviati e in corso prima del 2015; nell’ultimo anno, invece, si sono aggiunti 310 sostenitori liguri, di cui 160 genovesi.

    Al di là dei numeri, comunque, il sostegno a distanza è una formula di aiuto destinata ad avere sempre un discreto successo. Vista la specifica programmazione dei progetti, coordinati spesso in remoto dall’Italia, l’obiettivo spesso viene portato a fondo anche se non tutti i bambini che aderiscono al progetto riescono ad avere un sostenitore specifico, ovvero un genitore a distanza.

    Sia le piccole associazioni, sia le maggiormente strutturate, infatti, confermano che il periodo di crisi economica ancora in atto non sembra aver influenzato in maniera eccessiva il settore: sicuramente il contesto attuale porta ad una maggior riflessione dei privati alla base di un impegno del genere ma si può affermare che “l’adozione a distanza” venga apprezzata stabilmente negli anni. Se, infatti, dal lato di chi lo riceve, l’aiuto economico è più visto in funzione globale dell’utilità del progetto complessivo, dal lato dell’erogatore risulta più facile avvicinarsi a questo tipo di sostengo che non a quello di un progetto generico perché, nei fatti, si sente come un “genitore a distanza” potendo creare progressivamente un rapporto personale e diretto con il destinatario del finanziamento, ricevendo informazioni, disegni e fotografie del bambino assistito.

    Si può concludere, quindi, che il sostegno a distanza funziona anche perché direttamente si può vedere con occhi e toccare con mano dove vanno a finire i propri soldi, a fronte di un impegno economico che in media è di circa 70/80 centesimi al giorno.

    Le regole delle associazioni

    Altro aspetto che aiuta non poco la durata nel tempo di questo aiuto sociale è il fatto che le associazioni che curano la regia dei sostegni a distanza non devono sottostare ad alcun particolare obbligo di legge. Grandi o piccole che siano, nella stragrande maggioranza dei casi si danno un’autoregolamentazione, scegliendo di aderire, ad esempio, alle linee guida dell’Agenzia per le onlus (benché la stessa non esista più, ndr) per la redazione del bilancio o iscrivendosi al registro nazionale delle onlus o, ancora, aderendo a network di associazioni che hanno uno scopo comune. Ecco, dunque, perché risulta pressoché impossibile tracciare un bilancio complessivo accurato ed esaustivo di questo settore in virtù dell’elevata diversificazione dei progetti, delle modalità di intervento e dei contesti geopolitici in cui si inseriscono.

    Claudia Dani

  • Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    Adozioni nazionali e internazionali, tutto passa per il lungo vaglio del Tribunale dei minori

    famiglia-adozioniNell’ampio approfondimento che Era Superba sta dedicando al tema degli affidi e delle adozioni, abbiamo già cercato di raccontare quali siano le procedure e i contesti che possono portare alla creazione di una nuova famiglia. Ma in tutti questi percorsi, nulla può iniziare senza il vaglio della Procura e del Tribunale per i minorenni (in gergo, tribunale dei minori), a cui spetta il ruolo centrale di valutare e stabilire chi deve essere adottato e chi può adottare. Un lavoro delicato, svolto in coordinamento con altri attori, che ha come obiettivo quello del “superiore interesse del bambino”, frase citata oltre 20 volte nel testo della legge di riferimento la n°184 del 1983, e successive integrazioni.

    La sentenza di adottabilità

    Il requisito fondamentale di partenza è lo stato di abbandono morale e materiale del bambino o del ragazzo all’interno della famiglia, che deve essere accertato attraverso un percorso che tuteli il soggetto interessato, e che possa verificare eventuali strade alternative all’adozione. In altre parole, prima di arrivare a una sentenza così impattante sia per la famiglia ma soprattutto per la vita del minore, vengono valutate tutte le strade possibili di recupero.
    Le segnalazioni di un potenziale stato di abbandono possono essere fatte da chiunque, attraverso denuncia presso la procura per i minorenni. Esistono, tuttavia, dei soggetti che sono tenuti obbligatoriamente a segnalare i casi a rischio: la scuola, i servizi sociali, le forze dell’ordine e gli enti locali. La segnalazione è seguita da accertamenti svolti dalla procura, attraverso i servizi sociali e il personale di pubblica sicurezza, che può chiedere al tribunale di attivare la procedura di adottabilità. Viene quindi creato un fascicolo, affidato ad un giudice delegato (scelto secondo una previsione tabellare), il quale presenta il caso alla camera di consiglio, un organo collegiale composto dal presidente del tribunale, il giudice delegato, a cui è affidato il fascicolo, e due giudici onorari, un uomo e una donna. In questa sede, vengono presi i primi provvedimenti a tutela del minore, come l’affido al Comune o la collocazione del ragazzo in comunità se il caso presenta estremi di gravità e urgenza, oppure la nomina di un tutore e la convocazione dei genitori (cui viene affidato un difensore d’ufficio). Dopo questo passaggio, fondamentale per eventualmente mettere in sicurezza il bambino, partono le indagini, svolte dai servizi sociali e sanitari: si indaga fino al quarto grado di parentela, per verificare eventuali “risorse vicariali” che possono essere attivate all’interno della stessa famiglia. Durante questa fase istruttoria sono ascoltate le parti, compresi ovviamente i genitori (o chi ha tutela legale), secondo quanto stabilito dalla legge 173 del 2015; una volta terminate le indagini, gli atti vengono depositati alle parti, per eventuali osservazioni e conclusioni. In questa fase il pubblico ministero che ha attivato la pratica può esprimere il suo parere, anche se non vincolante: dopo una successiva camera di consiglio, il tribunale, sempre collegialmente, arriva a sentenza, che ovviamente può essere impugnabile in Corte d’Appello e eventualmente ricorribile in Cassazione. Nel fare le sue valutazioni, il collegio valuta in base all’interesse presente e futuro del minore e in base all’eventuale danno che determinate condizioni possono arrecargli; se le condizioni di pregiudizio (come la trascuratezza prolungata, l’incuria, il maltrattamento e l’abuso) sono accertate, ed è accertato che non siano recuperabili in tempo utile e compatibile per la salvaguardia della crescita e dello sviluppo del minore, e si ci trova in un contesto famigliare privo di risorse alternative, si arriva alla sentenza di adottabilità.

    In attesa che si esauriscano i tre eventuali gradi di giudizio, il tribunale può decidere per una “adozione a rischio giuridico”: il minore è affidato a una coppia avente i requisiti e che sia dichiarata disponibile anche per questo particolare tipo di collocamento famigliare, potenzialmente temporaneo, in attesa della sentenza definitiva. Questo istituto è stato pensato per garantire ancora una volta l’interesse del minore, non compatibile con i tempi lunghi della giustizia.

    L’abbinamento con la nuova famiglia

    adozioni-famiglia-bimboLe coppie che scelgono la via dell’adozione possono presentare domanda presso il Tribunale per i minorenni competente che, nei fatti, è una “dichiarazione di disponibilità” all’adozione; oltre ai requisiti che abbiamo già visto, da parte del tribunale e dei servizi sociali vengono valutate, attraverso diversi colloqui, alcune “predisposizioni”: il singolo, come la coppia, infatti, possono non avere elaborato differenti tipi di lutto, compresa l’impossibilità della filiazione biologica, oppure avere difficoltà ad accettare i potenziali cambiamenti e le novità, anche di dolore, che il minore adottato può portare con sé all’interno del nuovo nucleo famigliare; anche riuscire ad assimilare come simili la genitorialità adottiva e quella biologica viene presa in considerazione, il tutto sempre nella prospettiva di poter tutelare in primis il benessere del minore adottato. La mancata approvazione, stabilita con sentenza da parte del tribunale, può essere impugnata.

    Nel caso in cui ci sia una sentenza di adottabilità, e quindi ci sia un bambino da adottare, il tribunale convoca tutte le coppie disponibili: il giudice delegato illustra a tutti il quadro famigliare e la situazione sanitaria (ovviamente omettendo i dati sensibili), successivamente ogni coppia viene chiamata singolarmente a colloquio con la commissione, per parlare del caso, e dare la propria disponibilità per quella adozione; spetterà poi al tribunale, sempre attraverso decisione collegiale presa in camera di consiglio, decretare l’abbinamento. Il rifiuto da parte di una coppia sul singolo caso non preclude le future riconvocazioni.
    Nel caso di adozione internazionale, una volta accertata la presenza dei requisiti attraverso apposita sentenza, la coppia deve rivolgersi entro un anno ad una delle numerose onlus accreditate che l’accompagneranno nel percorso.

    I numeri liguri

    Come abbiamo visto, quindi, il lavoro del tribunale accompagna ogni passaggio che può portare a compimento l’adozione. Era Superba, grazie alla disponibilità del Tribunale per i Minorenni di Genova, nella persona della dottoressa Marina Besio e del giudice onorario Agostino Barletta, ha avuto accesso ai numeri relativi alla procura territoriale (che ha giurisdizione territoriale sulle quattro provincie liguri più quella di Massa).

    Nel 2015 sono state 308 le domande di adozione nazionale, mentre 88 quelle internazionale. I dati (che non concordano con quanto comunicato dagli uffici della Regione Liguria) sono in diminuzione rispetto al 2014 (rispettivamente 355 e 136): alla base di questo trend, che conferma quello degli ultimi anni, «probabilmente il miglioramento delle tecniche di fecondazione assistita – ci spiega la dottoressa Besio – e tutte quelle terapie che facilitano e favoriscono la genitorialità biologica». L’impatto della crisi economica degli ultimi anni non è verificabile, ma potrebbe essere un ulteriore fattore. La decrescita si riscontra anche nei numeri relativi alle sentenze di adottabilità, che sono passate da 25 nel 2014 a 17 nel 2015. «Questo può essere considerato un dato estremamente positivo – continua il presidente del tribunale – che è senza dubbio il risultato degli sforzi sia del tribunale sia dei servizi sociali per recuperare altrimenti situazioni di disagio, senza dover ricorre all’adozione».
    Per la cronaca nel 2015 sono stati registrati 7 casi di sentenze di adottabilità di figli di genitori ignoti (cioè che non riconoscono il figlio alla nascita), in leggero aumento rispetto all’anno precedente, quando ci furono 5 casi.

    Ma tutte le adozioni vanno a buon fine? Non tutte: in alcuni casi, infatti, il collocamento nella nuova famiglia deve essere interrotto, per diverse ragioni, sia relative alla coppia, sia alla specifica situazione del minore. L’incidenza di fallimento si assesta al 3%, in linea con quella nazionale: «Il giudice minorile lavora pensando al futuro, cioè pensando a quali modifiche siano necessarie rispetto alla situazione attuale. Va da sé che essendo molti i soggetti coinvolti, non sempre la decisione adottata è quella più funzionale a ottenere i cambiamenti sperati».

    La spada di Damocle della riforma

    tribunale-minoriIl 9 marzo scorso la Camera dei Deputati ha approvato un testo di legge delega che riforma il processo civile, intervenendo anche sui procedimenti della giustizia minorile, prevedendo la soppressione dei Tribunali peri Minorenni e dei relativi uffici di Procura. Le conseguenze, ovviamente, ricadranno su tutte le competenze del tribunale, e quindi anche sulla questione adozioni, e hanno provocato forti perplessità e preoccupazioni per gli addetti ai lavori e non solo. «Non è stata ascoltata la proposta di creare un Tribunale, con relativa procura, unico e autonomo per i minorenni e la famiglia – sottolinea Marina Besio – la materia minorile non può essere trattata alla stregua dei comuni affari civili o privati, il rischio è quello di far scomparire uffici altamente specializzati, impoverendo tutta la cultura della giurisdizione minorile». Decenni di lavoro ed esperienza, infatti, potrebbero finire schiacciati nel calderone dei grandi tribunali ordinari, notoriamente in affanno: «Stupisce che il legislatore abbia voluto intervenire in un settore che dà buoni risultati, tanto da essere preso a modello per istituti come la mediazione, la messa alla prova e l’irrilevanza del fatto». La grande differenza sta nella prospettiva: «Se per gli adulti prevale l’aspetto repressivo, in ambito minorile l’approccio è quello della riparazione e della rieducazione». Tutti quei passaggi necessari per fare la scelta migliore per il ragazzo o il bambino, anche in ambito di adozioni, quindi potrebbero essere a rischio.

    Un’ultima battuta sulla questione stepchild adoption e la relativa vorticosa polemica delle settimane scorse: «Noi ci basiamo sull’ordinamento giuridico, che è di competenza del legislatore; il nostro interesse rimane e rimarrà l’interesse supremo del minore». In qualsiasi caso.


    Nicola Giordanella

  • Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Affido, una poesia per raccontare un mondo di sentimenti. Il Comune lancia un concorso

    Logo concorso poesia sull'affidoIn queste settimane, su Era Superba vi stiamo parlando di adozione e affido. E lo stiamo facendo cercando di soppesare ogni termine, di misurare ogni parola perché quando si parla di sentimenti, leggi e istituzioni è molto facile perdere il filo portando il discorso da tutt’altra parte rispetto all’intenzione iniziale. Per questo motivo, certi argomenti sono più difficili di altri, perché il rischio di essere fraintesi o di giungere a conclusioni affrettate è più concreto e realistico quando in ballo ci sono emozioni e paure che tutti ci portiamo dentro.

    E mentre noi fatichiamo un po’ raccontarvi tutto questo…coincidenze. Il Comune di Genova lancia l’iniziativa “Versi d’incontro – Poesia dell’Affido” per dare voce a chi vive la realtà dell’affido, in occasione del 22° Festival Internazionale di Poesia “Parole Spalancate”. L’iniziativa è organizzata dal Servizio Affido del Comune di Genova, in collaborazione con ASL3 Genovese, Affidamento.net e con le Associazioni Comunità Papa Giovanni XXIII, ALPIM, Batya, Famiglie per l’accoglienza e il Circolo dei Viaggiatori nel Tempo. Ed è un’iniziativa coraggiosa, oltre che bella, perché se è probabile che una poesia parli di sentimenti, non è scontato che tratti un argomento che è comunque delicato, se non spinoso.

    Potranno partecipare i ragazzi dai 10 ai 21 anni e gli adulti. E potranno presentare, entro il 1° maggio, una poesia, un’opera di prosa poetica o un disegno attorno al tema dell’affido familiare. Tutti i soggetti a qualche titolo coinvolti nell’affido, dai ragazzi affidati ai figli delle famiglie affidatarie, dagli operatori dei servizi ai volontari delle associazioni potranno partecipare, mettendo in versi un loro vissuto, un’esperienza, un ricordo. E assieme al concorso di poesia è stato anche lanciato il concorso internazionale di disegni sullo stesso tema per bambini e ragazzi dai 3 ai 16 anni.

    Un bel modo, originale e intelligente, di uscire dall’imbarazzo che è quasi sempre presente quando si trattano i sentimenti ed anche un’occasione per discutere, conoscere ed avvicinarsi ad un mondo che forse ancora non ha ottenuto i riconoscimenti e lo sviluppo che sarebbe giusto attendersi. A volte, rivolgendosi direttamente al cuore, si riesce a dire di più.

    Le modalità di partecipazione e selezione delle opere sono indicate nel bando-regolamento, che si trova sul sito ufficiale del concorso www.versidincontro.it. I partecipanti dovranno inviare l’opera via e-mail all’indirizzo concorso@versidincontro.it, indicando dati anagrafici e recapiti, entro e non oltre le ore 24 di domenica 1 maggio 2016.

    La premiazione si svolgerà domenica 12 giugno a Palazzo Ducale. Ai vincitori della categoria ragazzi e della categoria adulti sarà offerta da Costa Crociere una crociera nel Mediterraneo.

    Bruna Taravello

  • Nuovo Piano Regolatore Portuale, a Ponente nessuno lo vuole. A rischio spiaggia libera e qualità dell’aria

    Nuovo Piano Regolatore Portuale, a Ponente nessuno lo vuole. A rischio spiaggia libera e qualità dell’aria

    Vte, Porto ContainerUn Piano Regolatore Portuale dannoso o, quantomeno, inutile. Che si parli con i comitati dei cittadini, con i lavoratori del Vte o con un esponente del Municipio, poco cambia. Nel Ponente genovese nessuno sembra avere una buona parola per il progetto che prevede un prolungamento della diga del porto di Voltri-Prà e un avvicinamento della stessa diga verso Voltri. «In questo modo – spiega Matteo Frulio, presidente della Commissione Urbanistica del Municipio 7 Ponente, in quota Pd – si rischia di buttare all’aria qualcosa per cui abbiamo lottato molto: la balneabilità del nostro mare, ottenuta 2 anni fa. Se si sbagliano i calcoli per le manovre di ingresso al porto, si rischia che le navi arrivino troppo vicino alla costa, fattore che contribuisce in maniera decisiva al riconoscimento o meno della balneabilità».

    Voltri si è conquistata la balneabilità grazie all’installazione di depuratori che puliscono l’acqua proveniente dalle fogne e controlli più capillari sui fiumi che sfociano in mare. La possibilità di fare il bagno in sicurezza sta particolarmente a cuore ai cittadini della delegazione, che lo scorso agosto hanno organizzato una manifestazione al grido di “Il nostro mare non si tocca”. La bozza di progetto era stata presentata da pochi giorni. «Ci tengo a ricordare – aggiunge Frulio – che quella di Voltri è l’unica spiaggia libera con acqua balneabile di tutto il Comune di Genova». Due chilometri di spiaggia che nella bella stagione si affollano di bagnanti e diventano una risorsa per il quartiere. Una risorsa che andrebbe almeno in parte perduta, qualora la possibilità di balneazione venisse revocata.

    Dal piano Galanti al piano Merlo

    Il lungomare di Pegli | Foto di Simone D'AmbrosioDel Piano Regolatore Portuale si è tornato a parlare lo scorso 11 marzo, in occasione di un’assemblea pubblica svoltasi nelle sale del Municipio di Ponente che ha visto la partecipazione di esponenti della Regione (la capogruppo del Movimento Cinque Stelle Alice Salvatore e Walter Ferrando del Pd), di rappresentanti del Vte e dell’assessore alla mobilità del Comune di Genova, la voltrese Anna Maria Dagnino. Ad animare il dibattito sono stati però soprattutto i comitati dei cittadini del Ponente. In un comunicato stampa diffuso all’inizio dell’assemblea, hanno definito il nuovo piano molto simile al vecchio “piano Galanti”: si tratta del progetto dell’ex presidente dell’Autorità Portuale, di cui si discuteva tra la fine degli anni ’90 e i primissimi anni del nuovo millennio. Il piano prevedeva un intervento molto pesante sul mare voltrese e segnò forse il momento di massima tensione nella lotta dei comitati di quartiere. Erano anche gli anni in cui venivano stilati i “9 paletti”, ovvero i punti che i comitati di quartiere ritengono indispensabile rispettare per qualsiasi nuovo progetto sul porto di Voltri-Prà. I paletti impongono il limite per l’espansione della struttura portuale al rio S. Giuliano e insistono sulla compatibilità ambientale il con tessuto abitativo voltrese.

    Quando il piano Galanti venne ritirato e si passò al progetto di Renzo Piano, i “9 paletti” vennero tenuti in considerazione. Tra il 2002 e il 2004 si sviluppò il cosiddetto Urban Lab, ovvero un visionario piano per la città di Genova nel suo complesso. Per il porto di Voltri-Prà, il piano firmato dall’archistar oggi senatore a vita prevedeva una zona cuscinetto pedonabile tra l’area portuale e l’abitato e un porticciolo per i pescherecci. Nonostante sembrasse mettere d’accordo tutti (comitati compresi), il piano rimase solo su carta ma sembrò indicare la via maestra per la partecipazione dal basso dei cittadini nei progetti che li coinvolgono più direttamente. «Il progetto di Renzo Piano – ricorda, infatti, Frulio, che allora militava nei comitati – venne fuori da un bellissimo percorso partecipato». Cosa che i cittadini lamentano non essere avvenuta oggi. Il Piano Regolatore Portuale (lascito dell’ex presidente dell’Autorità Portuale Luigi Merlo e del valore complessivo di 2 miliardi) è stato presentato al ministero dell’Ambiente per la Valutazione Ambientale Strategica (il passo che precede la Valutazione d’Impatto Ambientale) all’inizio dell’anno scorso, senza il parere del Municipio interessato. Le autorità locali si sono così sentite scavalcate: «Realizzare un progetto di così larga scala come il Piano Regolatore Portuale, coinvolge direttamente non solo Voltri, ma anche Pegli e Prà – sottolinea Frulio – le autorità locali, e soprattutto il Municipio, devono essere ascoltate in prima istanza. I cittadini hanno il diritto di sapere che cosa succede sul loro territorio, non devono scoprirlo dai giornali».

    L’opinione dei Comitati

    Porto, Vte | Foto di Simone D'AmbrosioLa pensa allo stesso modo Maria Rosa Boggio, che oltre a essere membro del Coordinamento dei Comitati del Ponente, è anche consigliera municipale, in quota Sel: «Questa proposta ha seguito un iter strano – spiega – in genere, le proposte partono dal Municipio, per poi passare al Comune, alla Regione e così via. In questo caso si è andati direttamente alla VAS, e non va bene, perché a essere coinvolti sono i cittadini».

    Le preoccupazioni dei comitati riguardo il progetto sono soprattutto di carattere ambientale. Non solo la balneabilità delle acque voltresi, ma anche la qualità dell’aria respirata dai cittadini di Prà verrebbe compromessa, in particolare nella zona di Palmaro, quella al confine con Voltri. «Se aumentasse il traffico portuale – riflette Boggio – sarebbe un problema per i cittadini di Palmaro, soprattutto per l’inquinamento acustico e le polveri che verrebbero sollevate».

    Un allargamento del porto di Voltri-Prà non avrebbe, a detta degli oppositori, alcun impatto positivo dal punto di vista economico. Secondo i comitati, sarebbe sufficiente un miglior utilizzo della risorse attualmente disponibili: «Si andrebbe a creare un porto pieno di container vuoti – afferma la Boggio – e si creerebbe un’inutile concorrenza con altre piattaforme come quella di Calata Bettolo. È uno scempio, non so che altra parola usare».

    Il punto di vista del Vte

    porto-ferrovia-binari-containerLa posizione dei comitati coincide sostanzialmente con quella del Vte, sigla che vuol dire Voltri Terminal Europe, l’azienda privata che ha in concessione la gestione del porto di Voltri-Prà. Certo, le sfumature sono diverse. Più che dannoso, il Piano Regolatore Portuale viene definito inutile. È quanto è emerso da una riunione interna tra membri del Vte e del Municipio la scorsa settimana. A breve, alle 4 gru attualmente in dotazione al porto se ne aggiungeranno altre 4 e le esigenze del porto verrebbero così completamente soddisfatte. Con le 8 gru complessive si raggiungerebbe infatti una capacità di carico di 20 mila teu (unità di misura che coincide con un container della lunghezza di poco più di 6 metri). Numeri più che sufficienti per i traffici del Ponente, che hanno recentemente raggiunto il record di 15 mila teu mensili. La vera priorità per gli operatori del Vte sarebbe il raddoppio del binario ferroviario in uscita dal porto per implementare il traffico su rotaie.

    La posizione della politica locale e l’incongruenza di Sel

    In questo clima in cui tutti sembrano essere contrari al nuovo Piano Regolatore Portuale, una riunione dei capigruppo di maggioranza del Municipio ha prodotto un documento in cui si espone la posizione di contrarietà della delegazione. «Questo non vuol dire essere contrari al consolidamento dei traffici portuali – chiarisce Matteo Frulio – ma se persino il Vte dice che le loro esigenze sono soddisfatte dalle nuove strutture che si stanno realizzando ora, non vedo a cosa possa servire una piattaforma portuale nuova e così estesa come quella prevista nell’ultimo Piano Regolatore Portuale. Per fortuna è poco più di una bozza. Ma meglio far sentire, da subito, cosa ne pensa il territorio coinvolto».

    Il documento è stato approvato con il voto favorevole di tutte le forze politiche, a eccezione, paradossalmente, di Sel. Maria Rosa Boggio è stata infatti l’unica tra i capigruppo di maggioranza a non firmare il comunicato: «Si tratta di prudenza politica – spiega – dire che siamo contro a qualsiasi futuro riempimento significa mettersi anche contro il vecchio progetto di Renzo Piano, che seppure in forma minore qualche riempimento di cemento lo prevedeva. Non vorremo essere in futuro indicati come quelli che hanno detto no a Piano, visto che il suo progetto aveva convinto tutti».


    Luca Lottero

  • La banalità della mafia e l’assopimento delle coscienze

    La banalità della mafia e l’assopimento delle coscienze

    La mafia è una montagna di merda | Foto di Simone D'AmbrosioIl 6 aprile nel suo programma “Porta a porta” Bruno Vespa ha intervistato Giuseppe Salvatore Riina. Trentanove anni, attualmente impiegato in una onlus, Giuseppe Salvatore è il terzogenito di Totò Riina, il capo dei capi, boss mafioso condannato a 19 ergastoli. Totò Riina ha la responsabilità, diretta o indiretta, della morte non solo di mafiosi e collusi vittime del gioco spietato al quale hanno deciso di dedicarsi, ma anche di magistrati come Falcone e Borsellino, giornalisti, politici, imprenditori, membri delle forze dell’ordine e tanti altri cittadini la cui colpa fu quella di opporsi ai soprusi di chi si impone con la violenza. Riina Jr. è stato intervistato in occasione della pubblicazione di un suo libro biografico nel quale racconta soprattutto il proprio rapporto con quest’uomo, suo padre.

    L’intervista di Vespa ha suscitato scalpore. Guardandola effettivamente (come, a onor del vero, anche il giornalista fa notare a Giuseppe Salvatore) non si riscontra nemmeno una volta un “j’accuse” del figlio a carico del padre, una condanna delle sue atrocità o un rifiuto del suo stile di vita; d’altra parte, anche Giuseppe Salvatore ha scontato una pena di 8 anni e 10 mesi in carcere per associazione mafiosa. Il giovane Riina descrive la sua giovinezza priva di scuola, i suoi contatti con questa figura ingombrante che viveva nella latitanza, con serenità. Parla del padre con affetto e senza alcun accenno di rabbia o rigetto. Parla della mafia come qualcosa che «può essere tutto e niente».

    In questo senso, ha ragione Rosy Bindi che ha evidenziato, preoccupata, il tenore negazionista delle dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Salvatore Riina, che non parla mai espressamente di una struttura organizzata o di un’associazione tesa a delinquere e tende a minimizzare ogni volta che gli viene posta una domanda diretta sulla mafia. Ha ragione Pietro Grasso, che ha twittato: “Non mi interessa se le mani di Riina accarezzavano i figli, sono le stesse macchiate di sangue innocente. Non guarderò Porta a Porta”. L’affetto con cui Giuseppe Salvatore parla di suo padre è quello naturale di un figlio ma è inaccettabile che non abbia riconosciuto nemmeno lontanamente la ferocia dell’uomo chiamato anche La Belva nel suo già duro ambiente. Forse ha ragione anche Enrico Mentana che, durante un’edizione del tg La7, ha affermato che ospitare e intervistare qualcuno perché ha scritto un libro non è giornalismo. L’intervista di Vespa è stata, in effetti, dai toni molto bassi e abbastanza accondiscendente nei confronti di Giuseppe Salvatore; non un’intervista in grado di porre alla luce nuove rivelazioni o aspetti oscuri. Fatta eccezione per alcuni momenti, Vespa ha stentato a mettere all’angolo il rampollo del capo dei capi quando si trincerava dietro risposte decisamente evasive: ad esempio, quando gli è stato chiesto di esprimere un giudizio sulla condotta di suo padre, ha replicato che non era compito suo ma dello Stato; parole che possono “essere tutto e niente”, specialmente se si tiene conto che vengono da chi ha scontato otto anni di carcere perché affiliato a chi sceglie di condurre una vita in aperto antagonismo ai valori di quello Stato.

    Abbasso la mafia | Foto di Simone D'AmbrosioEppure, nonostante tutto, forse quei venti minuti di intervista possono dare frutti positivi. La generazione di chi ha sempre sentito parlare delle grandi stragi e dei maxi processi ma non ha vissuto il periodo delle dirette dalle aule in cui si scriveva la storia dell’antimafia, ha bisogno di vedere interviste come queste per conoscere i propri nemici. Viene in mente Hannah Arendt e la sua lucidissima visione riguardante la banalità del male. Giuseppe Salvatore Riina, stando all’immagine che ha voluto dare di sé in quell’intervista, non ha mai considerato particolarmente assurdo lo stile di vita del padre. Lui stesso l’ha definito un uomo con dei valori che gli ha trasmesso, come il rispetto e l’importanza della famiglia. A noi una simile affermazione può sembrare assurda, la tragica pantomima di frasi da film hollywoodiani, ma a Giuseppe Salvatore e a chi, come lui, è cresciuto in quegli ambienti, no. Queste persone non sono grandi antagonisti da film, che bramano il male per il male, consapevoli dell’enormità delle loro azioni e sadicamente entusiasti di esse; sono uomini, donne, ragazzini nati e cresciuti in un ambiente in cui la mafia è la norma, dove bisogna essere più forti dei forti e più furbi dei furbi per emergere, tenendo fermi forse due o tre paletti “etici” (il rispetto per la famiglia, ad esempio) ma, fuori da essi, liberi tutti. Un mondo in cui se parli, meriti di essere ammazzato e poco importa se vengono uccisi anche innocenti nell’esplosione della bomba a te destinata: danni collaterali. Dove non puoi sgarrare, non puoi uscire, e anche se non sei dentro non puoi vedere o sentire, nemmeno casualmente, pena la morte. Un mondo che per noi è molto noir e a tinte fosche, che sa di pioggia e polvere da sparo. Ma non c’è traccia nelle parole di Giuseppe Salvatore di quest’immagine. Perché per lui è la banale normalità, che non stupisce né sconvolge. Perché forse davvero il male, la mafia, è prima di tutto l’assopimento della coscienza.

    Come si risvegliano le coscienze? Come si combattono le mafie? Non bastano le leggi, né i fucili. I sacrifici di uomini eroici sono martirii in grado di ispirare intere generazioni, ma nemmeno quelli sono sufficienti. La formula, forse, è quella che aveva intuito don Pino Puglisi, un prete in grado di spaventare così tanto la mafia da venire ucciso: l’educazione. Un’educazione che deve partire dallo Stato e da noi tutti, in ogni momento della nostra vita. Perché se il più forte, il più furbo, è considerato quello che non paga il biglietto dell’autobus, poi quello che si mette in mutua per guardarsi la partita, poi quello che assume facendo contestualmente firmare la lettera di dimissioni, poi quello che evade di più…ecco, ben presto, in questa escalation, che appartiene in fondo a tutti noi, il più furbo diventa quello che riesce a minacciare, estorcere, finanche ammazzare per il proprio interesse, senza farsi scoprire. E, questo, non è più “arrangiarsi”, questo è mafia.


    Alessandro Magrassi
    foto di Simone D’Ambrosio

  • Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Ogm, ne mangiamo tanti e non lo sappiamo. E spendiamo un sacco di soldi per farlo

    Spighe di granoL’argomento è di quelli che fa discutere da una vita: ogm sì, ogm no. O meglio, veleno o risorsa? Sul tema non c’è mai stata molta chiarezza soprattutto se ci si chiede che cosa realmente arrivi sulle nostre tavole. Conosciamo il processo che porta dal seme al piatto, abbastanza da poter dare un giudizio? Forse non molto dato che neppure la filiera di produzione del Parmigiano Reggiano, del Grana Padano o del prosciutto di Parma, del San Daniele sarebbero esenti da “contatti” con sostanze geneticamente modificate, come i mangimi degli animi da cui sono prodotti.

    E’ su questo che si è provato a fare chiarezza nella sede genovese della Camera di commercio. E quello che è emerso dalle diverse opinioni è qualcosa che forse non immaginiamo neppure, e su diversi fronti, a partire da quello economico.

    Le incognite del mais e della soia importati

    «Ogni anno sborsiamo circa 800 milioni di per importare mais – spiega Roberto Defez, direttore del laboratorio Biotecnologie microbiche del Cnr di Napoli – questo perché l’Italia non ha scelto di migliorare le proprie piante. Nel 2004 eravamo autosufficienti, poi le piante sono diventate di così scarsa qualità che abbiamo dovuto iniziare a importare. Tutto perché abbiamo scelto di non puntare sull’innovazione». Non si sa quanto del mais importato sia geneticamente modificato, ma nel mondo almeno un terzo di quello prodotto ha questa caratteristica. «Finisce tutto insieme – prosegue Defez – e basta lo 0,9% nel mangime perché il prodotto sia etichettato come geneticamente modificato e sicuramente almeno l’1% lo raggiungiamo».

    Il discorso per quanto riguarda la soia non è molto diverso. Alcuni numeri: l’Europa produce circa il 5% della soia che consuma, ne importa il 95% e di questa percentuale l’85% è geneticamente modificata. Significa che per 365 giorni all’anno l’Italia consuma ben 10 tonnellate di soia ogm.

    Una spesa geneticamente modificata (a nostra insaputa)

    Salumi e formaggiSe sommiamo la spesa per importare soia e mais, nel 2015 sono usciti dalle tasche degli italiani circa 2,7 miliardi di euro: ovvero, solamente per questi due prodotti “bruciamo” tutto il guadagno delle esportazioni di Dop e Igp. E, finita questa partita, bisogna ancora importare metà del grano, metà delle carni, pomodori, olio e così via. Facile capire che così i conti vanno decisamente in rosso.

    «Ognuno può bruciare i propri soldi come meglio crede – continua Defez – ma sarebbe il caso di informare i cittadini che se avessimo coltivato lo stesso numero di ettari di mais dell’anno scorso con mais che rende di più, che non ha bisogno di insetticidi e più sicuro per la salute umana, non ci sarebbe tutta questa tensione, ma si tornerebbe a una banale questione economica».

    Tra gli scaffali dei supermercati la quasi totalità dei prodotti deriva da animali nutriti con mangimi ogm, a meno che non ci sia un’etichetta che indichi il contrario, e neppure i prodotti Dop e Igp sono esenti. Nella “lista dei cattivi” anche il Parmigiano Reggiano, il Grana Padano o il prosciutto di Parma e il San Daniele.

    C’è chi pensa che gli ogm possano essere una speranza per sconfiggere la fame nel mondo, ma il fronte del “no” ribatte che l’argomentazione è decisamente debole. Di certo, non può bastare la genetica a risollevare la povertà. Intanto, non ci sono riforme agrarie. E poi, la gente non ha accesso al mercato, non ha soldi e deve comprare il cibo se non ha terra per coltivarlo. Chi introduce gli ogm non li regala, questo è sicuro: alla fine si tratta di merci e nulla più. Le terre fertili sono negate alle popolazioni perché occupate dalle multinazionali o affittate dai loro governi. Oltre a tutto questo, c’è una confusione normativa che non fornisce messaggi trasparenti. L’ultimo atto è andato in scena lo scorso 3 febbraio, quando il Parlamento europeo ha approvato un documento che chiede alla Commissione Ue di non autorizzare l’immissione in commercio di alimenti e mangimi contenenti tre nuovi tipi di soia geneticamente modificata. Insomma, il dibattito è aperto più che mai, tra scienziati, nutrizionisti e agricoltori. In mezzo a tutti questi fuochi però ci sono i consumatori, che meriterebbero di sapere che cosa portano a tavola tutti i giorni.


    Michela Serra

  • Povertà, a Genova una lieve diminuzione nel 2015. Ma la mensa di Sant’Egidio ha servito 25 mila cene

    Povertà, a Genova una lieve diminuzione nel 2015. Ma la mensa di Sant’Egidio ha servito 25 mila cene

    I pacchi alimenti per i poveri di Sant'EgidioSono 3143 (2518 stranieri e 625 italiani) le persone che nel 2015 si sono rivolte ai due Centri Genti di Pace della Comunità di Sant’Egidio, nelle storiche sedi di via Vallechiaria e di Sampierdarena a Genova. Nella nuova mensa, inaugurata a febbraio 2015 e attualmente aperta 3 giorni alla settimana in piazza Santa Sabina, sempre nel centro genovese, hanno mangiato 2386 persone (1654 stranieri e 732 italiani) con una media di 400 pasti al giorno. I dati, riportati dall’agenzia Dire, sono stati illustrati questa mattina dalla Comunità di Sant’Egidio, che da sempre si occupa del servizio e dell’assistenza volontaria ai più bisognosi, in occasione della presentazione dell’edizione 2016 della guida “Dove mangiare, dormire, lavarsi”, giunta alla sua ventesima edizione, vademecum per “vivere nella povertà a Genova” pubblicato in 4 mila copie distribuite gratuitamente a persone senza dimora, stranieri, famiglie in difficoltà e operatori del settore. In 135 pagine tascabili e 14 sezioni sono contenuti oltre 500 indirizzi di luoghi d’accoglienza in città, tra cui 18 mense, 17 dormitori, 15 ambulatori privati, 4 presidi diurni con servizi di doccia e lavanderia, 110 centri di ascolto parrocchiali e non a cui affidarsi per vestiario e altre necessità.

    «Tra gli acessi alle distribuzioni di alimenti e di vestiti – dicono i responsabili del Centro Genti di Pace – abbiamo registrato nel 2015 una lieve diminuzione, prima volta dopo l’inizio della crisi nel 2008». Mentre il calo degli stranieri si era già verificato nel 2014, quest’anno il dato consolidato beneficia anche di una riduzione di accessi italiani.
    I pensionati italiani restano il gruppo che, pur rappresentando solo il 5% del totale di chi si affida al centro, ha il numero medio di accessi più elevato, circa 9 all’anno contro una media di 5. In calo anche le persone che si sono rivolte per la prima volta al centro, con un -37% di stranieri rispetto al 2013 e -13% degli italiani. Per la prima volta, gli italiani sono il primo gruppo nazionale per presenza, seguiti da ecuadoriani, romeni, marocchini, ucraini e albanesi. «Per gli italiani – commentano i responsabili del centro – la continuità degli accessi è più elevata per chi è arrivato al centro negli anni più duri della crisi, tra il 2011 e il 2012: il 38% di queste persone dopo quattro anni continua a frequentare i nostri servizi, mentre chi si è iscritto nel 2013 e 2014 raggiunge questa percentuale dopo soli due anni». Stabili invece i tempi di permanenza degli stranieri: dopo quattro anni, meno di uno straniero su quattro continua a rivolgersi a Sant’Egidio.

    I dati della nuova mensa di Sant’Egidio

    La novità più importante del 2015 è rappresentata dall’apertura della nuova mensa pomeridiana (100 posti a sedere a turno, dalle 17 alle 19) di piazza Santa Sabina, inizialmente aperta un giorno alla settimana, poi due e ora tre. «In poco più di un anno – dicono i volontari – oltre 2386 persone hanno mangiato qui, ovvero un genovese su 245. Di questi il 31% degli iscritti è italiano ma se consideriamo il totale di circa 37 mila pasti serviti fino ad oggi, l’incidenza degli italiani, che quindi vengono più spesso, sale al 44%». Alla mensa sono state fin qui rappresentate 87 nazionalità diverse ma stupisce la presenza di un solo iracheno e di un solo siriano: «Questo dato – commentano i volontari di Sant’Egido – oltre a dirla lunga sulla globalità della crisi, dimostra che a differenza di quanto si dice, Genova, come gran parte dell’Italia, non è stata per nulla toccata dalla più grande emergenza di rifugiati che ha interessato l’aera mediterranea negli ultimi anni».

    Con una media attuale di circa 5 mila pasti al mese, nel 2015 sono stati serviti circa 25 mila cene mentre per il 2016 si conta di arrivare a 60 mila con un costo medio di circa 1500 euro per giorno di apertura. «Tra gli italiani – analizzano i responsabili del servizio – il gruppo più cospicuo è rappresentato da persone senza dimora tra i 50 e i 60 anni, che trascorrono le notti nei dormitori cittadini. Sebbene non numericamente, è significativa anche la presenza di anziani che arrivano alla mensa da quartieri semiperiferici: una trentina di persone tra settanta e ottanta anni, di cui solo una decina straniera, alla ricerca non solo di cibo ma anche e soprattutto di socialità anche perché spesso fanno chilometri per venire a prendere pacchi aiuto dal valore commerciale molto esiguo». Sulla mensa fanno affidamento anche persone con problematiche di tipo psichiatrico, che dispongono di insufficienti pensioni di invalidità e non sono in grado di rispondere autonomamente alle proprie necessità. Per quanto riguarda gli stranieri, le tendenze confermano anche in questo caso gli ecuadoriani come gruppo più rappresentato, sebbene in percentuali inferiori rispetto alla massiccia penetrazione in città, seguiti da maghrebini e popolazione est europea (diminuiscono i romeni, aumentano bulgari e ucraini, soprattutto donne che lavorano irregolarmente come badanti e si trovano in difficoltà nel passaggio da un anziano da accudire all’altro). Infine, da segnalare la presenza di una ventina di minori albanesi non accompagnati che si ritrovano in Italia privi di assistenza e si affidano a Sant’Egidio per recuperare un pasto.

    Benché non sia prevista alcuna verifica di reale povertà, la prima volta che si arriva alla mensa di Sant’Egidio è necessario fare una tessera: «Non vogliamo certo schedare le persone – precisano subito i volontari – questo è soltanto un modo per dire a chi viene che ci interessa lui, la sua storia, il suo nome. Per alcuni il tesserino è persino l’unico documento che hanno, l’unica traccia che li identifica».

    L’interesse alla persona è mostrato anche dal fatto che non si tratta di una mensa self service ma che i commensali, per quei pochi minuti in cui si trovano seduti a tavola, possono dimenticare i problemi della povertà quotidiana e lasciarsi servire dai volontari. «Spesso – spiegano gli addetti – molte persone offrono anche il loro aiuto, un po’ perché hanno molto tempo libero e hanno bisogno di sentirsi utili e un po’ perché siamo una grande famiglia in cui tutti cercano di dare una mano».

    Ma non c’è il rischio che, senza controlli, si annidi tra i tavoli ben più di qualche furbetto? «Non possiamo certo avere la sicurezza assoluta – ammettono – ma c’è un dato che in questo senso è molto indicativo di quanto le persone appena possono non vengono alla mensa anche per un fatto di dignità personale. Nelle vacanze di Natale le presenze, dalle 400 ordinarie, si sono quasi dimezzate a 250-220. Questo perché durante le festività ci sono parrocchie che organizzazioni pranzi o eventi estemporanei, la gente per la strada è più disponibile a lasciare qualche offerta, gli anziani hanno più facilità ad essere invitati dai parenti. Insomma, se non c’è realmente bisogno, è difficile che qualcuno si approfitti della nostra mensa o dei nostri pacchi».

    L’obiettivo ora è trovare i fondi, rigorosamente privati e in parte derivanti dall’8 per mille, per tenere la mense aperta un quarto giorno alla settimana perché «mentre una volta il primo punto di incontro con nuovi poveri era il centro di via Vallechiara o di Sampierdarena, ora sono sempre più le persone che innanzitutto vengono alla mensa. Insomma, la mensa è la prima porta a cui bussano e che trovano aperta».

    Sostegno materiale e sostegno sociale

    «Tra i servizi della mensa e quelli di distribuzione pacchi del Centro Genti di Pace – concludono i volontari di Sant’Egidio – c’è poi la grande massa di persone che si appoggiano a noi non solo per ricevere un aiuto materiale ma anche per essere sostenuti in un difficile percorso di integrazione sociale, inserimento lavorativo e superamento della povertà. Nell’ultimo anno abbiamo contribuito reinserire nel mercato del lavoro circa una ventina di persone». Ma il bisogno di socialità, spiegano gli addetti, è testimoniato anche dal fatto che spesso le persone che vanno alla mensa si siedono agli stessi tavoli perché scambiare qualche parola con le persone che hanno incontrato qualche giorno prima.

    «Non siamo qui solo per fotografare la realtà dei poveri a Genova ma per fornire il nostro contributo nel tentativo di creare un percorso comune a tutta la città per uscire insieme dalla crisi. Vorremmo dare segnali utili alle istituzioni, ad altre associazioni, a chiunque voglia pensare politicamente al futuro della città per realizzare processi di inclusione». Un concetto che Doriano Saracino della Comunità di Sant’Egidio coniuga anche in “termini cattolici” ricordando la vocazione della comunità stessa: «Gli anziani e i poveri vanno cercati, non possiamo aspettare che vengano tutti da noi. Spesso vivono in tuguri e in situazioni di abbandono di cui ben pochi sono a conoscenza. Questi sono i sepolcri di oggi e la Pasqua per noi è aprire questi sepolcri». 

  • Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Adozione internazionale? “Costosa ma la miglior spesa della mia vita”

    Foto adozione internazionaleTutto è iniziato nel 2003: quando ci siamo sposati avevamo già l’idea di aspettare i due anni necessari per poter chiedere l’adozione, ma proprio quell’anno, le norme sono cambiate e si è iniziato a considerare come periodo valido anche la convivenza.

    Il nostro percorso, quindi, è iniziato subito. Davanti a noi due possibilità: adozione nazionale, ti iscrivi nel registro del Tribunale e stai 5 anni e più in lista di attesa, oppure l’adozione internazionale, attraverso associazioni dedicate, religiose o “laiche”. Questa scelta, più rapida, è decisamente più onerosa e bisogna essere disposti a spendere parecchio tra viaggi, permessi, visite, tasse varie. Noi abbiamo fatto questa seconda scelta perché, comunque, un bambino lo avremmo voluto subito. E’ una strada molto onerosa, bisogna essere disposti a spendere parecchio: tra viaggi, permessi e tasse varie, avremo speso almeno tra i 15 e i 20 mila euro. Oggi ritengo che sia stata la miglior spesa della mia vita.

    Ci siamo indirizzati sulla Russia, dove sappiamo che i minori adottabili solitamente sono ospiti di strutture adeguate, in cui ricevono, oltre al normale accudimento, anche l’affetto e la socialità necessarie per saper dare e ricevere amore.

    Inizialmente avevamo dato disponibilità per un bambino, due al massimo, ma, dopo aver superato i vari colloqui psicologici, sia singoli che in coppia, il controllo di casa nostra e dell’ambiente familiare, ci hanno avvisati che i bimbi per cui potevamo essere adatti erano tre, due femmine ed un maschietto di San Pietroburgo.
    Tutti gli interlocutori che per qualche motivo sono entrati in questa vicenda, dal personale del Tribunale ai servizi sociali, si sono rivelati affidabili e disponibili; tutti quanti sembravano credere nel nostro progetto, nessuno si è mai mostrato dubbioso o ha provato a scoraggiarci, anzi ci hanno spesso dato delle dritte per superare le difficoltà facendoci sempre sentire seguiti e protetti.

    Quando abbiamo saputo che i nostri bambini erano là e che sarebbero entrati nella nostra vita, abbiamo vissuto una fase frenetica e meravigliosa; abbiamo fatto un primo viaggio per farci conoscere dall’ente russo preposto alle adozioni per portare i nostri documenti e sottoporci alle visite psicologiche. Solo dopo aver superato questo passaggio, ci hanno richiamato per incontrare i bambini, che nel frattempo erano stati informati e preparati al grande cambiamento che stavano per vivere. Erano ospiti di strutture diverse perché la bimba più piccola non aveva ancora l’età per la casa famiglia in cui vivevano i due fratellini e si trovava in un istituto – nido assieme a un altro centinaio di bimbi come lei.
    L’incontro, il primo, è stato emozionante e coinvolgente, ma breve purtroppo.

    Dopo un mese però siamo tornati, abbiamo passato lì le nostre vacanze, in una casa che l’ente russo ci ha assegnato: abbiamo incontrato i bambini ogni giorno, cercando di comunicare e di conoscerci un po’ meglio; non abbiamo mai avuto problemi, loro erano felicissimi di noi, di venire in Italia, di essere di nuovo tutti e tre insieme; hanno iniziato prestissimo a dire le prime parole in italiano e dopo poco non hanno avuto più problemi. Visitavamo San Pietroburgo, ci incontravamo con gli educatori e con gli assistenti, anche loro sempre disponibili, gentili e collaborativi. E ci tengo a precisare che nessuno mai ha chiesto mazzette, bustarelle o “regalini”.

    So che non sempre va così e so che forse ora anche la Russia ha allungato i tempi per le adozioni: esistono stati che non hanno un sistema educativo adeguato, che non trattano bene i bimbi, che li traumatizzano chiudendoli in istituti lager con educatori totalmente inadatti, tutte realtà che non devono essere assolutamente incoraggiate. L’argomento è molto spinoso, ovviamente, in realtà chi è disposto ad occuparsi di bambini con gravi deficit psicofisici ha tutta la mia ammirazione ma occorre essere davvero preparati e motivati per farlo con successo. (Pur in mancanza di una Banca Dati Nazionale, si calcola che i fallimenti adottivi siano stati un centinaio ogni anno, negli ultimi 10 anni, fonte ARAI, ndr).

    Il momento più bello è stato quando sono venuti con noi a Genova. Il più difficile, invece, quando gli altri bimbi dell’istituto dove viveva la piccolina ci sono venuti a chiedere perché non avessimo scelto loro: avevamo portato un regalino per tutti, per lasciare un ricordo di loro tre che se ne andavano, ma non avevamo nessuna buona risposta per questa domanda.

    Noi ora siamo una famiglia affiatata e felice, i ragazzi “vengono su” bene e i problemi che possono avere sono gli stessi di qualunque altro ragazzo loro coetaneo.

    Personalmente, sentendo tutte le polemiche di questi giorni sulle adozioni da parte di single o coppie omogenitoriali, penso che una visita a questi istituti pieni di bimbi soli potrebbe far cadere parecchie certezze: è evidente che questi bimbi starebbero meglio con una qualunque famiglia che fosse in grado di garantire affetto e accudimento. Tutti partono da prese di posizione pregresse ma dell’interesse vero dei bambini importa sempre poco o niente.

    Paolo, professionista genovese, 42 anni
    *la storia di Paolo è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Affido d’appoggio, quella telefonata del Comune che ha cambiato e arricchito la mia vita

    Foto adozione internazionaleSono una ragazza single e, quasi sempre, penso che mi va benissimo così. L’idea, però, che per motivi di età, ad un certo punto, dovrò rinunciare al desiderio di avere un figlio, non è piacevole. Durante una serata in cui con le amiche ci si lamentava delle sempre più scarse probabilità di diventare mamme, una di loro mi parlò di una signora, ligure, mamma di 5 figli, tutti adottati o in affido; una figura che mi colpì molto e che decisi di conoscere.
    Incontrandola ho scoperto una persona molto speciale, per la quale non esistono rinunce ma scelte, e che mi ha parlato di tanti modi diversi di essere madre, incoraggiandomi ad iscrivermi ai seminari che periodicamente vengono organizzati per spiegare, sotto i vari aspetti, l’istituto dell’affido.

    Partecipando a questa serie di incontri, ho conosciuto casi concreti di persone affidatarie, e avuto informazioni e notizie di cui ero completamente all’oscuro. Ho imparato, ad esempio, che esiste l’affido near limitato al tempo in cui ci si prende cura di un minore in stato di abbandono mentre i servizi sociali completano le formalità per renderlo adottabile. C’è l’affido omoculturale quando una famiglia straniera, con figli che non riescono ad integrarsi, viene affidata ad altra famiglia culturalmente omogenea ma già inserita nel nostro contesto. L’affido può essere “d’appoggio” , in aiuto a un minore che ha almeno un genitore e una casa, oppure residenziale, quando il bambino entra per un periodo anche molto lungo in una famiglia; quest’ultima tipologia è concessa a nuclei in cui preferibilmente ci siano già dei figli naturali.
    Va detto, comunque, che lo strumento dell’affido è molto elastico, può essere adattato alle varie situazioni che via via si presentano, sempre ovviamente con l’obiettivo di tutelare il minore, mentre l’adozione è un istituto molto più rigido, definito e circoscritto nei tempi e nelle formalità.

    Passato qualche mese, sono andata in vacanza, senza pensare molto a questa possibile scelta e sarebbe forse rimasto tutto così se non avessi ricevuto una chiamata dai servizi sociali del Comune: avevano capito che ero interessata, non ero in lista ma sembravo adatta per dare il mio aiuto a una situazione di difficoltà che si era venuta a creare. Davvero non volevo saperne di più? Mi hanno spiegato che, con l’aiuto della mia famiglia, avrei potuto partecipare ad un affido “di appoggio”: sarebbe arrivato un minore, la cui situazione del momento richiedeva un sostegno, anche pratico, abitativo, ma forse limitato nel tempo.
    Senza rifletterci troppo sopra, lo devo ammettere, mi sono buttata in questa avventura che mi ha cambiato profondamente la vita; mi sono sottoposta ai controlli, colloqui e visite domiciliari (anche i “nonni”, i miei genitori, sono stati ovviamente coinvolti) e alla fine è arrivata questa bimba con la sua mamma. Non dimenticherò mai il nostro primo incontro: la mamma seduta sulla scalinata di San Lorenzo con la testolina di lei, della “mia” bimba allora piccolissima, che faceva capolino dietro la sua spalla. E’ stato amore a prima vista.

    Il mio è un affido consensuale, ottenuto cioè con il consenso del papà e della mamma, in questo caso non si passa attraverso il Tribunale perché c’è appunto questa doppia approvazione. Inizialmente, la mia disponibilità era di due weekend al mese, per aiutare la madre quando lavora nel fine settimana, ma ora ,dopo due anni, i rapporti sono molto più semplici, le diamo una mano ogni volta che serve: ora per esempio sono 10 giorni che la bimba è da me perché la madre aveva problemi. Siamo come due nuclei familiari fusi in uno solo: passiamo le feste assieme, guardiamo le partite in tv e ci organizziamo insieme per le vacanze. Le differenze culturali ci sono, a volte bisogna stare attenti a non urtare sensibilità che a noi sono estranee ma, con l’affetto e la voglia di stare insieme, le differenze si riescono sempre a superare.
    Ci sono stati anche momenti difficili: inutile negare che, a volte, mi sono trovata in mezzo a questioni che forse non mi competevano strettamente, ma ho cercato di affrontarle con i mezzi che avevo a disposizione, sempre con l’obiettivo di proteggere la bambina. Qualche volta certamente mi sono esposta troppo, ho rischiato ma per fortuna è andata bene; ho imparato a non sottovalutare le differenze di formazione e di cultura perché mi sono resa conto che il negarle ne evidenzia la profondità. Certo, a volte il pensiero che la mamma potrebbe tornare nel suo paese con la bimba (che non sarà cittadina italiana fino ai 18 anni, perché da noi vale lo ius sanguinis e non lo ius soli) mi procura un’ansia che però devo controllare, sapendo che si tratta di una persona che in ogni caso mette in primo piano il bene della figlia.

    La mia vita è cambiata molto ed ora è molto più impegnativa ma più ricca. Vedere la bambina che cresce bene, la sua mamma che è serena perché sa di poter contare anche sul nostro appoggio e tutto il surplus di affetto che questa situazione nuova ha creato è il miglior regalo che potevo farmi.


    Francesca, funzionario pubblico, 39 anni, single
    *la storia di Francesca è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    Affido familiare, un’istituzione per aiutare i minori a non perdere la propria strada

    IMG_3542La nostra esperienza di affido familiare è iniziata con un pizzico di spavalderia e parecchia improvvisazione. Siamo in quattro in famiglia, abbiamo due ragazzi ormai grandi: una volta, parlando dell’argomento a tavola, ci siamo detti che avremmo, perché no, potuto farcela, eccome.
    Ho continuato a pensarci su e alla fine ho deciso di provarci: andando in Comune e consegnando la domanda, sono scattate tutte le incombenze burocratiche necessarie; ho dato la disponibilità per l’accoglienza in casa. A questo punto eravamo coinvolti tutti e quattro: abbiamo sostenuto dei colloqui psicologici, noi adulti prima singolarmente poi come coppia, e i ragazzi sia da soli, sia assieme a noi.
    Una volta superati i colloqui, ci sono stati gli incontri a domicilio: gli assistenti sociali, visitando l’abitazione, hanno visto che non avevamo ancora una cameretta pronta per il nuovo arrivato. Fermi tutti, come mai non avete previsto una camera? Semplice, credevamo di essere noi l’offerta, non la cameretta. Ci guardano colpiti e…«ok, un bambino arriverà da voi, siete idonei».

    Felicità, stupore, ansia: sono passati solo 5 mesi dalla domanda e ci comunicano che il bimbo è già stato individuato. Ha qualche problema e ci convocano nell’ufficio competente per darci le istruzioni del caso. In quel momento ci invitano a ripensarci, a prenderci del tempo se ne abbiamo bisogno, ma noi siamo ormai decisi e ansiosi di averlo con noi.

    Quando ci avvisano della data in cui lo avremmo conosciuto, ci comunicano anche che verrà direttamente a vivere con noi senza passare dalla Casa Famiglia e per questo siamo felici. Non sappiamo però nulla se non l’età, approssimativamente, nessuna foto, niente. Prepariamo un corredino di varie taglie, pappe ciucciotti e biberon, prendiamo tutti vacanza per essere presenti in questa giornata fatidica.
    Non dimenticheremo mai il momento in cui hanno suonato alla porta ed è entrato l’educatore con lui in braccio: piccino, piccino, silenzioso e tranquillo, tutto “mangiare e dormire”. Solo più tardi mi avrebbero spiegato che i bambini provenienti da storie di disagio, non reagiscono al distacco con pianti e urla, ma imparano a stare in silenzio.

    Oggi, i suoi problemi di salute ci impegnano molto, ma vediamo anche dei rapidi progressi: i primi passi, le prime parole, gli abbracci infiniti, che non sono scontati come quelli dei figli biologici, ma conquiste da meritarsi giorno dopo giorno.
    Sono passati ormai cinque anni da quel giorno, che sembra ieri e un secolo fa nello stesso momento; cinque anni, fatti di passeggini, biciclette, braccioli e piscina, pappe asilo e cartoni animati. Sia io che mio marito ci siamo tuffati nuovamente in questo mondo che pensavamo superato e, anche se a volte faticosamente, non abbiamo mai nemmeno immaginato di poterci risparmiare in qualche modo. I nostri figli più grandi hanno messo in campo un entusiasmo e una partecipazione che, lo ammetto, neanche io avrei creduto.

    Una volta al mese ci incontriamo con l’educatore, nello spazio famiglia, con i suoi genitori. Noi non ne siamo gelosi, non abbiamo nessun timore e il bambino percepisce questa tranquillità, non gli diamo “istruzioni” su che cosa dire o fare, né interrogatori su quello che è stato fatto o detto. Dopo qualche mese che il piccolo era con noi abbiamo anche conosciuto la nonna, una bella signora, molto gentile e dignitosa, ovviamente ferita da quello che era successo nella vita del bambino, ma sempre gentile ed estremamente disponibile con noi. Tuttora ha un bel rapporto con il nipote, si vogliono bene, si vedono e si sentono spesso, lei ha sempre cercato di colmare il vuoto affettivo che il bimbo ha provato; ricordo quando mi chiese se sentirmi chiamare mamma da lui mi emozionava, le risposi che io mi sento la sua mamma e ciò mi sembra normale.

    Ci siamo commossi molto la prima volta che, arrivando sotto casa, ha detto «finalmente a casa mia!», e quando all’asilo ha preparato il regalino di Natale per i suoi genitori, pensavo lo portasse all’incontro nello spazio famiglia e, invece, lo ha portato in casa nostra e ha detto «questo l’ho fatto per voi!».

    Quando abbiamo annunciato a parenti e amici che saremmo diventati nuovamente genitori, tutti hanno reagito ricordandoci l’età non proprio giovanissima, il rischio insito nel mettersi in gioco nuovamente e il dolore che ci avrebbe causato il rientro del bambino in famiglia. Oggi, invece, con l’affetto così palese che viceversa intercorre tra noi, più nessuno si mette a discutere sull’opportunità di quello che è stato, e quando ci viene prospettata la possibilità che il bambino un domani ci lasci per tornare dai genitori, rispondiamo sempre dicendo che anche lui, come tutti i figli, percorrerà la sua vita, perché l’amore è un legame ma non una catena. Il fatto di averlo aiutato a crescere, ad andare avanti con le sue gambe sarà stato, proprio come con i figli biologici, un grande successo.

    In questi giorni di grandi polemiche sulle adozioni, personalmente penso che si dovrebbe spingere di più sugli affidi: nessun figlio, neanche quello adottato, diventa nostro e a diciotto anni andrà dove la sua storia lo porterà. Stiamo comunque parlando di bambini con vissuti difficili, che, altrimenti sarebbero con la propria famiglia, per cui in realtà il ritorno a casa è spesso improbabile, talvolta escluso.
    La burocrazia degli affidi, molto più semplice e rapida rispetto all’adozione, la sua accuratezza e l’assistenza post affido, rendono questo istituto uno strumento molto valido e tempestivo, che può intervenire prima che i minori abbiano subito danni importanti.

    Noi possiamo solo dire di essere felici di aver fatto questa scelta, non tanto o non solo per quello che abbiamo potuto fare per lui, ma per quello che lui, senza saperlo, ogni giorno ci regala.

    Elisabetta, casalinga genovese, 48 anni, mamma di 3 figli
    *la storia di Elisabetta è stata raccolta da Bruna Taravello

  • Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Affidi e adozioni, perché vi stiamo raccontando solo belle storie e il dramma di parlare di fallimenti

    Foto affido d'appoggioPrima tutti ti vogliono raccontare, presentare, far conoscere. Poi è più difficile. Per raccogliere queste testimonianze su affidi e adozioni non siamo volutamente passati attraverso le organizzazioni e le associazioni che di questo si occupano proprio per timore di ascoltare solo belle storie. Abbiamo invece raccolto comunque solo quelle perché parlare dei successi è molto più facile che raccontare i fallimenti. Di questi, sono mancati gli interlocutori perché certi insuccessi fanno molto più male di altri.

    Così, abbiamo perso i racconti di chi, nel corso di un’adozione internazionale, si è sentito talmente solo da aver concretamente paura di non farcela, di dover lasciare il proprio bimbo lì dove era stato chiamato a conoscerlo. Non abbiamo potuto parlare di come si arrivi a riportare indietro un bambino, disperati e con la sensazione di essere intimamente falliti come individui, né di come ci si possa trovare, a vent’anni da un’adozione “felicemente” arrivata, costretti ad ammettere che averla testardamente proseguita sia stato rovinoso per la vita di tutta la famiglia.

    Nessuno ne ha voluto parlare davvero. Eppure è un dramma che capita e coinvolge tutti, i servizi sociali che non hanno capito, i genitori che non si sono resi conto dei propri limiti, le organizzazioni di appoggio a volte distratte da altri obiettivi.

    Noi vi raccontiamo invece tre storie felici, come nella maggioranza capita che siano, e come quasi sempre avviene, se tutti sono onesti rispetto alle proprie capacità, possibilità, limiti.

    Leggetele con noi:

    > Il racconto di Paolo e della sua adozione internazionale

    > Il racconto di Francesca e del suo affido di appoggio

    > La storia di Elisabetta e del suo affido familiare


    Bruna Taravello

  • Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    Autismo, la lunga strada verso l’integrazione e il superamento dei pregiudizi

    La fontana di Piazza De Ferrari blu per la giornata dell'autismoNel 2007 l’assemblea delle Nazioni Unite decretava che il 2 aprile di ogni anno si sarebbe celebrata la “Giornata Mondiale per la Consapevolezza dell’Autismo”, al fine di sensibilizzare la popolazione sul tema e promuovere le politiche necessarie per superare le innumerevoli problematiche che ogni giorno milioni di persone in tutto il mondo devono affrontare.
    Milioni, esattamente. Recenti studi, infatti, stimano che un bambino ogni 100, in media, nasce all’interno del cosiddetto “Spettro Autistico”. Dobbiamo subito fare chiarezza, per chi non fosse avvezzo all’argomento: quando si parla di autismo, non si parla di una “malattia”, bensì di un disturbo neuro-psichiatrico che interessa lo sviluppo delle funzioni cerebrali. Non ci si ammala di autismo e, quindi, non si guarisce. Questa condizione presenta una tale varietà di sintomatologie, che rende difficile fornire una definizione clinica coerente e generalizzabile. Da qui la necessità di introdurre la locuzione più corretta di Disturbi dello Spettro Autistico (DSA), che comprende un’ampia gamma di patologie e sindromi, aventi come denominatore comune caratteristiche comportamentali tipiche: problematiche legate al linguaggio e al suo sviluppo, isolamento sociale, azioni e comportamenti stereotipati e fuori contesto, comportamenti ossessivi. Il tutto declinato in diverse misure e livelli: ogni persona autistica è una combinazione unica, con il suo mix di queste caratteristiche.
    L’aumento del tasso di incidenza registrato negli ultimi anni è legato all’aggiornamento delle diagnosi che sono diventate maggiormente precoci ma al momento non trovano riscontro nel supporto di una struttura sociale adeguata, e adeguatamente informata, che possa seguire e valorizzare questo percorso. Il senso di questa giornata risiede anche qui: portare avanti il discorso, allargarlo, sensibilizzando persone, enti e istituzioni, al fine di creare quella rete diffusa che sappia accogliere, potenziare e includere una parte così grande della popolazione.

    Diverse le iniziative a Genova, organizzate da Angsa Liguria (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) e dal Gruppo Asperger Liguria, assieme a Comune di Genova e Università degli Studi, e con il patrocinio di Regione Liguria. Il convegno dal titolo “Autismi e integrazione scolastica: formazione, buone pratiche e prospettive verso un protocollo di intesa” è l’occasione per fare il punto sulla situazione nelle scuole della regione: proprio nelle classi, infatti, l’integrazione e la socialità dei ragazzi può essere messa a dura prova da pregiudizi e mancanza di preparazione specifica del corpo docenti: «Le buone pratiche – ci spiega Maria Teresa Borra, presidente di Gruppo Asperger Liguria – sono per prima cosa la formazione specifica degli insegnanti, in particolare quelli di sostegno, ma non solo: consapevolezza da parte delle famiglie, che devono essere informate e formate sul problema per poter garantire la continuità dell’intervento una volta fuori dalle aule». Il percorso riabilitativo, infatti, deve essere condiviso da una rete di soggetti (scuola, famiglia, operatori) che permettano al ragazzo autistico di portare aventi il suo percorso verso le autonomie in maniera costante, senza fare passi indietro. «Il ministero ha attivato per il 2016 il primo ciclo di formazione specifica degli insegnanti – continua Borra – mentre già da anni associazioni come la nostra portano avanti percorsi simili per le famiglie perché è fondamentale fin dalla prima diagnosi sapere su cosa lavorare e come».

    Una volta terminati gli studi, quando il bambino autistico diventa adulto, che cosa succede? «Iniziano altri problemi – ci spiega Anna Milvio, presidente di Angsa Liguria – perché non esistono percorsi strutturati che possano continuare il lavoro fatto e spesso i nostri ragazzi rimangono a casa o “parcheggiati” in qualche struttura». In questo modo, quanto fatto faticosamente negli anni precedenti rischia di andare perduto: «Il percorso deve ricevere una costante “manutenzione” – sottolinea Milvio – altrimenti il rischio è quello di tornare indietro, irrimediabilmente».

    Il primo passo che le istituzioni potrebbero fare è quello di misurare il problema. Ad oggi, infatti, in Italia, non esiste uno studio numerico del fenomeno: si procede a stime su statistiche calcolate su base mondiale (seguendo le quali si potrebbe ipotizzare per la Liguria circa 6000 soggetti, con o senza diagnosi). Un metodo sicuramente non adeguato alla tipologia fenomenologica dei DSA, per la loro variabilità, la loro complessità e l’unicità di ogni singolo caso. Per questo motivo la notizia, datata dicembre 2015, dell’attivazione da parte di Regione Liguria del “Tavolo sull’Autismo” è stata ben accolta dalle associazioni di settore. Un primo passo, che non deve rimanere l’unico. «Anche nel programma elettorale di Hilary Clinton esiste un progetto molto dettagliato per l’autismo – segnala Anna Milvio – e noi oggi vogliamo rinnovare il percorso insieme alle istituzioni, alle scuole, all’università e agli operatori di settore: se oggi è un costo, l’efficienza di domani sarà comunque un risparmio per tutta la società».

    Oltre al convegno, sono tanti gli appuntamenti oggi in città: la mostra fotografica, allestita nei locali di Palazzo Ducale (fino al 3 aprile) e i concerti in piazza De Ferrari. «Questa giornata è una festa per noi e per tutti – precisa Maria Teresa Borra – la cui base deve essere l’integrazione e il supermento dei pregiudizi. In questi giorni gira in televisione e in rete uno spot che pubblicizza questa ricorrenza utilizzando l’immagine di un bambino dentro una bolla, su un pianeta solitario. L’animazione si risolve, in apparenza positivamente, con il bambino non più solo ma insieme a una figura materna, seduti di spalle, però ancora su quel pianeta isolato: ecco, questo è il contrario di quello che vorremmo, perché le famiglie devono poter essere integrate nella società, senza rimanere isolate dal mondo. Questo è il livello di pregiudizio e informazione contro cui stiamo lottando».

    Non è un caso, quindi, se per simboleggiare questa giornata sia stato scelto il blu (lo stesso blu che ha colorato, infatti, la fontana in piazza De Ferrari): fin dai tempi antichi questo è il colore dell’introspezione e dell’infinito ma anche della sicurezza e della conoscenza. E, se alziamo lo sguardo, capiamo che il blu è anche il colore del cielo, sotto il quale noi tutti, insieme, viviamo.

    Nicola Giordanella