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  • La parabola del Movimento 5 Stelle: intuizioni, errori politici e problemi strutturali

    La parabola del Movimento 5 Stelle: intuizioni, errori politici e problemi strutturali

    Beppe GrilloDalle colonne di questa rubrica ho avuto la possibilità di seguire tutta la parabola del Movimento 5 Stelle. Ho cominciato a occuparmi dei nuovi venuti già a maggio 2012, quando il Parlamento sembrava ancora lontanissimo, Grillo era visto come l’incarnazione dell’antipolitica e i sondaggisti più generosi non attribuivano più dell’8% a questi pericolosi eversivi. Ciononostante fu subito evidente – a me come ad altri commentatori – che Grillo fosse portatore di istanze politicamente vincenti: intercettava il malcontento diretto verso tutta la classe politica, vista come ugualmente corrotta da destra a sinistra; portava una sventagliata di idee da altri paesi, dimostrando così ad un tempo l’arretratezza del dibattito italiano e la reale possibilità di un’alternativa; faceva leva sulla partecipazione attiva degli iscritti, recuperando un principio di democrazia contro la disaffezione alla politica (soprattutto tra i più giovani).

    Il vero segreto del successo del M5S, tuttavia, – e penso di essere stato uno dei pochi ad averlo notato – andava ricercato in una formula completamente nuova: quella del “leader non eleggibile”. Il fatto che Grillo non ambisse a nessuna carica politica, e potesse quindi utilizzare la sua verve comica per fondare un nuovo linguaggio, lontano dai logori dibattiti dei talk-show, è stato l’elemento decisivo per conferire al suo movimento un’aura di alternativa, compensata dalla rassicurante faccia pulita dei ragazzi che correvano per le amministrazioni locali.

    I principali commentatori in parte non capivano questa novità e in parte erano spaventati dalla possibilità che Grillo facesse perdere consensi ai loro referenti politici. Per questo motivo dalle colonne dei grandi giornali, e persino dal colle più alto, piombavano sul comico genovese attacchi pretestuosi variamente ricamati sul solito tema della reductio ad Hitlerum: i problemi del paese erano congiunturali e presto sarebbero stati risolti, se solo Grillo non avesse cavalcato il malcontento in modo populistico, rischiando così – lui sì! – di far perdere la rotta al paese e di portarlo alla rovina come aveva fatto Mussolini.

    Naturalmente questa giustificazione non era forte come l’esasperazione che il paese stava attraversando. La proposta di Grillo era l’unica ad offrire sia una diagnosi che una terapia; e dunque non mi fu difficile prevedere il clamoroso successo politico del 2013. In seguito l’operazione di restaurazione compiuta con la riedizione delle “larghe intese” e la seconda elezione di Napolitano non faceva che spianare la strada ai nuovi venuti, che da quel momento, con le altre forze politiche chiuse a riccio nella conservazione dell’esistente, restavano i soli interpreti del necessario rinnovamento. Paradossalmente, però, proprio quando le cose sembravano essere in discesa, per il M5S sono cominciati i dolori.

    I problemi strutturali del Movimento 5 Stelle

    Sin dal mio primo intervento avevo rilevato come in questa nuova realtà politica i punti di forza convivessero con alcuni problemi strutturali. Convinto di essere il nuovo che avanza, Grillo trascurava con troppa disinvoltura vecchie lezioni. Ad esempio, era ovvio che il “megafono del movimento”, che all’inizio poteva svolgere un’utile funzione di propaganda, alla lunga sarebbe diventato un peso; perché non si può guidare un partito senza farsi eleggere. La forza di imporre una linea dipende dai voti che si riesce a raccogliere (o – ça va sans dire – dai soldi che si mettono sul piatto): e naturalmente non si può sfuggire a questa banale realtà semplicemente chiamando un partito “movimento”. Dal che deducevo che Grillo si sarebbe fatto da parte: oppure che la sua creatura si sarebbe persa per strada.

    Allo stesso modo era chiaro che anche la democrazia diretta sul web non potesse funzionare. Il fatto che una piattaforma virtuale sia teoricamente accessibile a centinaia di migliaia o anche milioni di utenti contemporaneamente (cosa che non è possibile in una qualsiasi piazza fisica delle nostre città), non comporta certo che così tante persone possano realmente dialogare tutte insieme. Questo dialogo, per mettersi in atto, necessita comunque della mediazione di un gruppo ristretto di persone che “rappresenti” le diverse anime, si faccia portavoce dei bisogni e delle istanze della collettività, moderi il confronto e faccia rispettare alcune norme di civile comportamento. Insomma, servono dei rappresentanti: che poi è proprio quel ruolo che dovrebbero ricoprire i nostri tanto vituperati politici nel nostro ormai sorpassatissimo Parlamento; proprio quella forma di democrazia indiretta che Casaleggio dava per superata grazie all’avvento della rete. Di qui l’insanabile contraddizione di una discussione via web che dovrebbe essere teoricamente libera e “anarchica”, ma che pure Grillo è costretto a controllare e indirizzare.

    Gli errori politici del Movimento 5 Stelle

    Oltre a non fare i conti con questi problemi di fondo – anzi, forse proprio per questo motivo – il M5S ha cominciato ad inanellare una lunga serie di errori politici. Convinti che i voti fossero dipesi dalle fedine penali pulite e che la conquista della maggioranza assoluta fosse scritta nel destino, i parlamentari pentastellati si limitarono a ripetere la lezione imparata sul blog. Peccato solo che non fosse più sufficiente.

    L’idea di non fare accordi per non intaccare la purezza del pensiero non è di per sé scandalosa: il fatto è che ci sono delle conseguenze da tenere in conto. Tanto per cominciare, se non si fa un accordo per governare e si rimane all’opposizione, bisogna sapere che sarà frequente l’accusa di “fare disfattismo”. Naturalmente è pretestuosa: chi è in minoranza non ha i numeri per tradurre in leggi le proprie idee. Tuttavia rimane nell’elettorato il dubbio che chi critica il governo non abbia a sua volta una strategia realmente percorribile. Per questo motivo il M5S avrebbe dovuto cercare di scaricare sul PD la responsabilità per i mancati accordi: ed invece nessun attenzione fu prestata a questo aspetto quando saltò l‘alleanza con Bersani, che pure nessuno voleva; e non si fece abbastanza quando andarono a monte gli altrettanto ridicoli colloqui con Renzi.

    Il punto più importante, però, è che per stare all’opposizione occorre avere una visione opposta. La fortuna del movimento non l’aveva fatta il messianismo telematico di Casaleggio, ma il fatto di essere percepito come alternativo proprio quando si sentiva il bisogno di un’alternativa. Occorreva dunque che la principale forza di opposizione continuasse a porsi come alternativa al sistema. E invece Grillo, dopo aver lasciato che Renzi copiasse le sue idee più ortodosse, si è fatto battere anche da Salvini sul fronte dell’opposizione. Così il M5S si è condannato all’irrilevanza: troppo poco “partito di lotta” senza essere partito “di governo”.

    Il dramma è che di questo Grillo è perfettamente consapevole. Lo dimostra il fatto che ha avuto il fiuto di intuire praticamente tutti i “temi caldi” che un partito all’opposizione dovrebbe inseguire: ha rilevato per primo le criticità dell’euro, ha battuto sul tasto dell’immigrazione e ha persino messo in discussione la complessa questione nazionale. Non basta. Ha anche capito la necessità stessa di mantenersi sul “fronte critico” quando si è alleato con Farage. Di recente ha puntato con decisione sull’uscita dall’euro, avendo capito che la battaglia porta voti e che conviene superare una posizione iniziale irrealistica e ambigua.

    Conclusioni

    Non sarà sfuggito che la posizione del M5S non è troppo distante, almeno sui temi più importanti, da quella dell’altro grande partito di opposizione: la Lega Nord. Ciononostante Grillo ha rifiutato categoricamente ogni proposta di incontro che sia venuta da Salvini. È evidente che il comico genovese vuole mantenere un’alterità e sta cercando di recuperare il terreno perduto. Tuttavia il fatto che insista su questioni del tutto fuorvianti, come il referendum sull’euro, non potrà garantirgli molta fortuna.

    Inoltre, se ci imponiamo di giudicare dai fatti e non dalle intenzioni, non possiamo che concludere che il M5S ha lavorato per la vecchia politica, rendendo inutili, di fatto, i voti ottenuti: dapprima ha fatto l’indispensabile opposizione al governo di Letta e Berlusconi; ora, che si potrebbe costruire un’alternativa con Salvini, impedisce l’affermazione di una maggioranza euro-scettica intestardendosi su assurdi punti di principio.

    È giunta l’ora di rendersi conto che siamo quello che facciamo. E che, come tutti sanno, il motto del potere è divide et impera. Pertanto, se il movimento e i suoi iscritti non stanno con nessuno e da soli non riescono a fare niente, forse dovrebbero chiedersi di chi stanno facendo il gioco: se di chi vuole rinnovare o di chi vuole che tutto cambi perché niente cambi.

     

    Andrea Giannini

  • Alberi millenari, la top ten in Gran Bretagna

    Alberi millenari, la top ten in Gran Bretagna

    1La passione per il Verde di un Paese si può misurare in vari modi, il Regno Unito si differenzia però sempre, rispetto agli altri stati, sia per la frequenza che per l’originalità delle iniziative intraprese sul tema.
    Recentemente è stato infatti indetto un sondaggio pubblico per scegliere l’”albero dell’anno“. Gli esperti del Woodland Trust, la Fondazione che si occupa della tutela e della salvaguardia del patrimonio arboricolo britannico, ed altri gruppi dediti alla protezione della natura hanno redatto una lista di dieci alberi millenari tra i quali i cittadini potranno, con votazione pubblica, scegliere la pianta più amata del Regno.

    2Tra i “candidati”, vi sono l’enorme Tasso sotto il quale si ritiene che sia stata firmata, nel lontano 1215, la Magna Carta Libertatum, il Melo che avrebbe ispirato la teoria di Newton sulla gravità ed una famosa Quercia, di almeno ottocento anni di età, che si tramanda avrebbe fornito protezione a Robin Hood durante le sue avventurose peripezie. Nell’elenco vi sono poi anche l’albero sotto il quale si riunirono, oltre cinquecento anni fa, i contadini che intrapresero, nella Norfolk Rebellion, la loro celebre lotta contro i baroni corrotti. Vi è infine anche l’Allerton Tree di Liverpool, che è assai particolare in quanto rappresenta l’ultimo scorcio di natura inglese visibile da parte dei numerosi migranti che lasciavano, per sempre, le banchine britanniche, in partenza per le Americhe.

    3Gli alberi presi in considerazione prosperano, da centinaia e centinaia di anni, in ogni parte del Regno Unito, senza esclusione alcuna. Si trovano nelle campagne del Galles, nelle brughiere scozzesi o nelle ricche e prosperose colline delle Cotswolds… Molti sono poi, da sempre, famosi e ben noti per la loro collocazione in prossimità di villaggi oppure sono molto amati dalle comunità locali, le cui popolazioni hanno in essi stessi un preciso punto di riferimento ed in cui si identificano da generazioni.

    SONY DSCIn un Paese profondamente legato al Verde ed al suo patrimonio boschivo, la competizione nasce proprio per rafforzare la consapevolezza dell’unicità degli alberi inglesi e della loro storicità. Il concorso è inoltre finalizzato allo specifico obiettivo di istituire un registro nazionale degli alberi storici, unitario e completo. Quest’ultimo avrà il preciso scopo di inventariare tutte gli alberi “monumentali” o millenari esistenti, di elencarli e di proteggerli ora ed in futuro.

    5Si ritiene infatti che la Gran Bretagna sia uno dei Paesi del Nord Europa più ricchi di piante di specie particolari, importanti, storiche ed antiche. E’ fondamentale pertanto, sia nell’interesse degli organizzatori della competizione che di tutta la Nazione, valorizzare questo rarissimo patrimonio naturale millenario, sopravvissuto alle guerre, alle intemperie, alle malattie ed a tutte le avversità succedutesi nei secoli e che tanto, da sempre ed ancora oggi, caratterizza il paesaggio della campagna inglese.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Blocco neo-democristiano in Italia, la soluzione del governo come equilibrio fra i poteri

    Blocco neo-democristiano in Italia, la soluzione del governo come equilibrio fra i poteri

    italia-europa-politicaHa ragione Massimo Cacciari. Nel futuro prossimo la politica italiana si dividerà in tre parti: una destra, una sinistra e in mezzo un bel centro. Si riproporrà, insomma, una ripartizione da prima repubblica, dove accanto ai comunisti, da una parte, e agli ex-fascisti, dall’altra, dominava un blocco (molto) cristiano-democratico e (un po’) socialista. Andrà invece definitivamente in soffitta il fantomatico “bipolarismo”, che rispettabili commentatori di ogni provenienza hanno indicato per vent’anni come l’agognato traguardo della nostra maturazione politica.

    Le cose andranno a finire così perché tutto sommato fa comodo a tutti. Prendiamo ad esempio l’attuale premier. Renzi ha già mostrato più volte di non disdegnare lo scontro sia a destra che a sinistra; e soprattutto ha impresso una netta direzione politica al suo governo, lungo il solco tracciato da Monti e dalle “larghe intese”. La ragion d’essere dell’attuale coalizione di maggioranza, infatti, risiede in quella via politica data dalla “necessità del governare”, dalla “responsabilità”, dalle “scelte obbligate” e da “le-cose-da-fare-si-sanno-ci-vuole-solo-coraggio”. È la soluzione del governo come equilibrio tra i poteri che fu proprio della Democrazia Cristiana, e in cui finiscono sempre per confluire, un po’ per inerzia, un po’ per convenienza e un po’ per rassegnazione, i voti moderati di tutta la penisola.

    Formalmente Renzi e Alfano fingono ancora di ricordarsi di avere una diversa storia e una diversa astrazione politica, alle quali, in teoria, aspirerebbero a ritornare una volta terminata questa difficile fase: in sostanza, però, le differenze sono minime, mentre è forte l’attitudine comune a porsi come la chiave di volta per la tenuta del paese. Dunque ha senso non guardare a questa unione come ad un accordo momentaneo tra “destra” e “sinistra”, ma come ad un vero e proprio blocco neo-democristiano, che si fa carico dell’onere di governo cercando di mediare, soprattutto, tra l’Europa, gli industriali e il mondo della finanza.

    È ovvio che questa formazione, insieme con il declino di Berlusconi, ha liberato un grosso spazio a destra: ed era logico che non si dovesse attendere molto perché spuntasse un qualche politico abbastanza abile da occupare il campo. Matteo Salvini, però, non si vuole limitare a campare sul malcontento popolare, come sostengono i detrattori, ma punta decisamente a sfidare Renzi, essendosi convinto, dopo aver metabolizzato la lezione di Marine Le Pen, che, puntando al fronte moderato, anziché ai militanti storici, si possa trasformare il volgare populismo di oggi nella posizione maggioritaria di domani.

    Questa speranza dovrebbe finire delusa. Come infatti Salvini riempe il vuoto creatosi a destra, si dà anche la possibilità che qualcuno riempa il vuoto a sinistra; o per lo meno che la coscienza smarrita di militanti SEL e delusi PD (Fassina, Cuperlo & Co.) ritrovi improvvisamente se stessa. Tutto sommato, da quelle parti, non serve un leader e non serve nemmeno particolare unità. Per risollevarsi basta semplicemente tornare a fare quello che si faceva prima.

    Tre cose riuscivano bene alla sinistra di un tempo: criticare chi governa, criticare i “compagni che sbagliano” e criticare i fascisti. Ebbene, tutto questo, finalmente, si può fare. Si può attaccare Renzi, perché è troppo morbido con l’Europa; ma anche Salvini, perché è troppo duro. Si possono criticare gli ex-compagni di partito, perché si sono messi a fare gli interessi degli industriali; ma anche questa nuova destra, troppo razzista e troppo amica di Casa Pound. Tra non molto si potrà persino criticare l’euro, perché non è stato quello che avrebbe dovuto essere. Ma soprattutto si potrà smettere di ricercare una posizione politicamente sostenibile, per ritornare a concentrarsi su ciò che è rilevante esteticamente: ossia, dire la cosa giusta.

    In fondo è questa la massima aspirazione degli orfani del PCI: fare i bravi ragazzi, dimostrarsi istruiti, far vedere in giro di saper muovere un po’ la materia cerebrale. Altro non conta, perché è scontato che tanto la gente non capisce, che in questo mondo marcio le cose belle non sono realizzabili. E allora contentiamoci di esserci lavati la coscienza, di aver fatto un bel gesto. È la politica come atto di purificazione interiore, come intima soddisfazione morale.

    E poi, forse, almeno un effetto concreto lo si potrebbe ottenere: mandare in aria il piano diabolico di Salvini. Basta mettere a frutto il monopolio del politically correct tramite gli intellettuali organici (cioè quasi tutti), dipingendo il leader leghista come il lupo travestito da agnello, come colui che specula sui problemi del paese, accennando un po’ a Mussolini e un po’ alla Repubblica di Weimer, per spaventare gli elettori moderati e lasciarli ben comodi tra le braccia dell’attuale premier. Nell’insieme è un quadretto perfetto: Salvini è promosso ad antagonista, Renzi governa e la “sinistra critica”… critica. Tutti sono felici e contenti. Tutti, naturalmente, a parte due.

    Berlusconi sta lasciando che il suo partito si sfasci: e la cosa un po’ gli da fastidio, perché l’istinto lo porta a voler primeggiare in tutto. Ma in fondo Forza Italia e il PDL erano solo un mezzo: l’obiettivo era non finire in galera, e finora è stato centrato. Per Grillo, invece, è tutto un altro discorso: ma sarebbe troppo lungo affrontarlo qui. Resta il fatto che entrambi non hanno capito in che modo la politica stesse cambiando, nonostante fosse del tutto palese (almeno per quel che mi riguarda). Si sono intestarditi sulle loro idee, e ora ne pagano il prezzo in termini di consensi.

    Con questo si chiude la nostra analisi del quadro verso cui la politica italiana sembra davvero destinata ad avviarsi… se non fosse per un piccolo particolare: l’unico ad essere in anticipo sulla Storia è Matteo Salvini. E non lo dico io: lo certifica Wolfgang Münchau su Der Spiegel. Per cui, forse, conviene non scartare l’eventualità che l’opposizione riesca a scompaginare le carte, capitalizzando un clamoroso successo politico.

     

    Andrea Giannini

  • Il Bosco Verticale: il primo grattacielo “verde” nella metropoli milanese

    Il Bosco Verticale: il primo grattacielo “verde” nella metropoli milanese

    1Questa settimana parleremo di un progetto, recentemente realizzato a Milano, in occasione dell’insieme dei lavori per l’Expo del 2015. Il grattacielo, appena terminato, a tutti noto con il nome di “Bosco Verticale” è firmato dall’architetto milanese Stefano Boeri e ha recentemente vinto il premio di edificio “più bello del mondo”. L’innovativo palazzo, situato nel quartiere meneghino di Porta Nuova, si è infatti aggiudicato, a Francoforte, l’International Highrise Award 2014, prevalendo su altri quattro finalisti: l’edificio ”De Rotterdam” disegnato da Rem Koolhaas, il ”One Central Park” di Sydney, il ”Renaissance Barcelona Fiera Hotel” entrambi progettati da Jean Nouvel ed il complesso cinese ”Sliced Porosity Block” di Chengdu, progettato da Steven Holl.

    2Il complesso milanese, entrato nella rosa dei finalisti insieme allo Shard di Renzo Piano, è composto da due torri residenziali alte, rispettivamente, 112 e 80 metri. La peculiarità principale dello stabile consiste proprio nella sua particolare struttura che ospita un grandissimo numero di terrazze e ben un centinaio di differenti specie vegetali: 800 alberi fra i 3 e i 9 metri di altezza, undicimila piante perenni e tappezzanti, cinquemila arbusti di varie dimensioni e migliaia di erbacee perenni. L’estensione complessiva dell’area a verde ammonta a ben 20.000 metri quadrati di bosco e sottobosco.

    3Questo grattacielo rappresenta il primo esempio in Italia, ed uno dei primi al mondo, di effettiva integrazione tra l’elemento naturale e quello umano. L’edificio si compone di numerosissimi piani e di un grande numero di terrazze, aggettanti verso l’esterno e profonde tanto da poter consentire il proliferare di arbusti ed alberi di medie dimensioni. Nell’idea del progettista, la natura avrebbe dovuto prevalere sul costruito, il verde delle piante sul grigio del cemento e dell’acciaio.

    4Nel corso di un’interessante conferenza sul progetto, cui ho potuto assistere, si è spesso sottolineata l’importanza del progetto come chiave di volta nel futuro edificare in modo ecologico. Tutto è stato infatti qui attentamente studiato e ponderato: la profondità e l’estensione dei vasconi, il tipo di terreno, il numero, la conformazione e la varietà delle piante scelte…

    5Queste ultime sono state infatti attentamente selezionate tra migliaia presenti in vivaio, tenute sotto osservazione (e persino talvolta testate nella galleria del vento!) per verificarne l’adattabilità al contesto ed alla crescita in verticale. Questi alberi saranno, negli anni a venire, curati e potati da tecnici specializzati in modo da potersi sviluppare al meglio. Ovviamente tutte le varietà impiegate devono essere molto resistenti, adattabili agli sbalzi di temperature, al sole, al forte vento ed al freddo invernale. La superficie a verde garantirà così una migliore protezione dello stabile dagli agenti atmosferici, con beneficio in termini di minore dispersione del calore in inverno e di maggiore refrigerio in estate.

    6Il progetto è assai avveniristico e pensato in modo tale da fare sì che l’area a verde “invecchi”, migliorando nel tempo ed modificandosi, come avrebbero fatto l’intonaco o altri materiali, con il passare degli anni. Proprio per garantire i migliori risultati manutentivi ed evitare che il progetto complessivo possa venire snaturato dai singoli comproprietari, la proprietà delle piante e la loro manutenzione restano condominiali.
    Solo nei prossimi decenni si potrà sapere se l’esperimento abbia dato effettivamente i risultati sperati e rappresenti una efficace fusione tra uomo e natura, tra costruito ed aria a verde. Per il momento, il Bosco Verticale costituisce una novità nel panorama internazionale ed è il primo significativo passo in avanti, in Italia, nella valorizzazione del verde nelle metropoli del nord del Paese.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • La High Line di New York: un parco di piante spontanee, sospeso tra i grattacieli

    La High Line di New York: un parco di piante spontanee, sospeso tra i grattacieli

    1Questa settimana e la prossima parleremo di due progetti, uno realizzato e l’altro ancora solo in fase progettuale, legati al “verde” ed alla metropoli per eccellenza, New York.
    Come noto, qualche anno fa è stato qui intrapreso un vasto ed innovativo progetto di riutilizzo di un troncone della rete ferroviaria dismessa, la West Side Line. In passato si erano formate diverse posizioni in merito a tale strada sopraelevata: molti erano favorevoli al suo abbattimento mentre altri pensavano invece che essa costituisse parte integrante del panorama metropolitano. Dopo aver più volte rischiato di essere abbattuta, essa è stata recentemente trasformata in un parco cittadino, sul modello di un simile progetto parigino, la Promenade plantée.

    2Lo schema progettuale si deve allo Studio Field Operations di James Corner ed agli architetti Diller Scofidio + Renfro, la parte più prettamente di design botanico è invece opera dell’olandese Piet Oudolf. Altri numerosi collaboratori si sono poi occupati dell’illuminotecnica e di correlati aspetti tecnici. Il parco è attualmente accessibile attraverso nove diversi ingressi e comprende un grandissimo numero di piante, ben 210.

    3Vi sono, infatti, tanto varietà di succulente quanto numerose erbacee perenni, arbusti e ciuffi di erbe (sul sito della High Line vi è l’elenco completo, suddiviso per i periodi di fioritura). E’ interessante notare che molte di queste sono state scelte tra quelle che spontaneamente avevano colonizzato la railway durante i suoi anni di abbandono. Tale scelta conferisce all’insieme un’aria naturale, prettamente “urbana” e permette, al tempo stesso, una gestione semplificata del progetto: poche potature, limitate esigenze colturali e soprattutto idriche.

    4Lo schema progettuale della High Line si ispira ad un paesaggio che si auto propaga per seme e che si è naturalizzato da solo nei venticinque anni di disuso della linea ferroviaria. Tutte le specie sono state specificamente scelte per la loro resistenza, oltre che per il loro variegato impatto cromatico e volumetrico. Si tratta quindi di un progetto avveniristico, a basso impatto ambientale e che permette di cogliere, dall’alto e quindi da una prospettiva inusuale, splendidi scorci sulla città circostante e sul vicino fiume Hudson.

    5In questo caso il “verde”, oltre alla funzione estetica e di miglioramento delle condizioni abitative, è divenuto importante motore di sviluppo dell’intera area urbana. La High Line è, infatti, passata da desolato troncone in cemento armato a frequentata attrazione turistica, sistematicamente percorsa tanto da turisti che dagli stessi newyorkesi. La valorizzazione del tracciato in disuso ha garantito una rivalutazione (soprattutto in termini di vivibilità, oltre che economici) dei quartieri che attraversa e degli immobili che su di essa si affacciano.

    E’, al tempo stesso, luogo per passeggiate, per esposizioni e polo turistico, tanto che numerose altre città americane, tra cui Philadelphia, St Louis e Chicago, stanno progettando analoghi riutilizzi di similari infrastrutture stradali. Tale è il successo di questa realizzazione “verde” che persino le fondazioni dei più noti musei cittadini sono ora interessate a collocare loro nuove sedi affianco di questa arteria sopraelevata, popolata di alberi, piante e cespugli. In particolare il Whitney Museum ha recentemente affidato il progetto dell’edificio, destinato all’esposizione dell’arte americana, a Renzo Piano, che dovrebbe essere pronto già per il 2015.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • I “cacciatori di piante”: dopo il furto della rarissima ninfea a Londra, un excursus fra i ladri più celebri di sempre

    I “cacciatori di piante”: dopo il furto della rarissima ninfea a Londra, un excursus fra i ladri più celebri di sempre

    JY0C3858.jpgGiovedì 09 gennaio 2014 è una data qualsiasi, tranne nel mondo della botanica e nei più famosi giardini e centri di ricerca internazionali. Ai celeberrimi Kew Gardens di Londra è stata infatti rubata, nonostante la grandissima attenzione riservatale e le notevoli misure di sicurezza, la più rara ninfea esistente sul Pianeta. La Nymphea Thermarum è una pianta minuscola, particolarissima, rarissima, completamente estinta in natura, dove è stata vista in vita ed allo stato spontaneo, per l’ultima volta, in Rwanda nel 2008. La sua riproduzione in cattività ha richiesto enormi sforzi, grandi investimenti economici ed è riuscita, dopo un lungo processo, partendo da alcuni suoi semi, faticosamente recuperati dopo rocambolesche avventure.

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    Il mondo delle piante rare è una realtà a sé, fatta di collezionisti disposti a sborsare cifre inimmaginabili pur di possedere varietà esclusive o uniche, di scambi tra appassionati di semi e talee, di viaggi ai confini del Pianeta, sulle vette Hmalayane, nei deserti e nelle foreste tropicali, di corruzione e di amicizie altolocate.

    3Tra competizioni dissennate e grandi rischi personali, il celebre “cacciatore di piante” Hooker importò, ad esempio, clandestinamente in Gran Bretagna ben 7.000 specie rarissime, tra cui 25 spettacolari rododendri giganti. Tutto questo dopo una spedizione di due anni sulle vette tibetane e dopo essere stato imprigionato, per questi reati, dal Re del Sikkim. Alcuni appassionati ed avventurosi esploratori vennero addirittura uccisi a colpi di rivoltella, altri espulsi da alcuni Paesi come spie con il divieto assoluto di rientrarvi in futuro. La stessa smodata passione per i tulipani si basò, nel Seicento, sul furto reiterato (e quasi “autorizzato”) di rarissimi, e allora semi ignoti, bulbi dal giardino di Leida del famoso botanico di nome Carolus Clusius. Essi erano stati, a loro volta, generosamente concessi, nell’ambito di delicate trattative internazionali, a diplomatici stranieri da altolocati membri della Corte Ottomana.

    Nymphaea thermarum water lilyGli stessi Kew Gardens pagarono, nel 1876, la favolosa somma di ben settecento sterline a Henry Wickham per migliaia di semi dell’albero della gomma che egli aveva sottratto nelle foreste amazzoniche. In Brasile, per questi reati, egli venne ribattezzato il “Principe dei Ladri” e persino il “Carnefice dell’Amazzonia”. Pochi anni dopo, lo stesso Wicham venne però poi investito di un Cavalierato dal Re Giorgio V per “i servizi resi all’industria della gomma”…

    Il paradosso è che certe specie rarissime, quasi estinte in natura e di immenso valore sul mercato (gli esperti hanno valutato che se si vendessero le piantine della Ninfea rubata a sole 5 sterline l’una, a fronte di richieste di svariate migliaia e migliaia di domande, si ricaverebbero profitti milionari), queste stesse non hanno quasi tutela nei loro Paesi di origine. Ad esempio, vi sono sulle Ande Peruviane orchidee rarissime e quasi scomparse nel loro habitat naturale, a tutt’oggi prive di ogni salvaguardia. Se qualcuno provasse a toccarle per riprodurle e salvarle dall’estinzione certa ed imminente sarebbe subito incarcerato, tuttavia i coltivatori locali possono, bruciando i loro campi, distruggere, rimanendo completamente impuniti, gli ultimi preziosi esemplari esistenti.

    JY0C4048.jpgUn appassionato scienziato dei Kew Gardens, tanto dedito da aver coltivato una Zanthoxylum Paniculatum delle Mauritius, unico esemplare rimasto su tutto il Pianeta, per ben ventotto anni senza che producesse mai un solo frutto, trae, di fronte all’interlocutore incredulo e che non comprende fino in fondo il problema, queste conclusioni.
    Per poter capire, egli precisa, servono attenzione e grande sensibilità: ciascun cromosoma è una lettera, ciascun gene una parola, ciascun organismo vivente è un libro. Ogni pianta che si estingue contiene parole che sono riportate solo in quel dato “libro vegetale”. La maggior parte delle scienze mediche, di grandi scoperte tecnologiche e farmacologiche derivano proprio dalle piante. Ogni varietà che muore, ogni “libro” che si perde ed ogni linguaggio che viene meno implica perciò il perdersi di un senso delle cose che non sarà mai compreso. Stiamo quindi “bruciando”, con la dissennata distruzione di molte specie vegetali (ed animali), intere biblioteche di volumi sulla Natura che nessuno potrà mai più scrivere. Ed infine e più prosaicamente come avrebbero potuto esistere i testi di Shakespeare senza le rose o i quadri di Monet senza le ninfee?

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    Isole Shetland, Scozia: viaggio fra natura incontaminata e borghi marinari

    shetland-DiIl traghetto per le Shetland partiva a mezzanotte, mancavano ancora cinque ore, dovevo passare il tempo e con me avevo solo una copia di Moby Dick rubata due giorni prima in una impolverata biblioteca di Inverness, un pacchetto di sigarette, il taccuino di viaggio e nulla che potesse calmare la mia fame. La locanda dei marinai nel porto di Kirkwall brillava nel buio come la stella cometa avvolta nel paesaggio delle Orcadi e, dalle nubi cariche d’acqua che lentamente avanzavano, a breve sarebbe scesa una pioggia incessante.
    Sembrava il pub interstellare di Star Wars, ho fatto un sorriso ebete indicando un tavolo libero e mi sono seduto con leggero imbarazzo ordinando una pinta di Guinnes, uova e patatine fritte con bacon. La tv era in bilico su una mensola di fianco ad una volpe imbalsamata, sembrava dovesse cadere da un momento all’altro. Quella sera andava in onda il derby di Liverpool in diretta dal Goodison Park, non molti mostravano particolare interesse per l’incontro ma quei pochi sembravano pronti a scagliare bottiglie sui muri in caso di sconfitta. Davanti al caminetto acceso un uomo dalle basette folte fumava la pipa, indossava una blusa della marina che gli donava un aspetto austero e malinconico, di sicuro aveva navigato per tutta la vita ed ora faceva i conti con la nostalgia. Guardava in alto, sembrava osservare la nuvoletta dei ricordi mentre lo scoppiettio del legno si fondeva con lo sciabordio del mare ormai perennemente presente nelle sue orecchie grandi come conchiglie. La cameriera, una donna sui quarant’anni mal portati, mi ha servito la cena usando poca delicatezza ma sorridendo in maniera accomodante, una gentile concessione per un forestiero.

    shetland-tramonto-DIImprovvisamente un lampo squarciò il cielo che tuonò in maniera così forte da far tremare i bicchieri, solo la volpe imbalsamata rimase impassibile. La luce era andata via e potevo solo sentire il profumo del bacon salire dal piatto, vedevo a fatica l’ammiraglio illuminato dal fuoco del camino mentre un ubriacone faceva il verso dei fantasmi e il barman finiva di riempire una pinta di birra con una torcia in mano.
    Dopo aver indossato una cerata modello guardiano del faro, l’ammiraglio uscì nella bufera, nessuno sembrava preoccupato per lui ma quando la luce tornò fu accolta da un boato da stadio. Dopo aver spalancato la porta si tolse il cappuccio e con sguardo orgoglioso disse qualcosa interpretabile come “E luce fu…”, nel frattempo il Liverpool era passato in vantaggio e qualcuno bestemmiò per essersi perso il gol.
    Finito di mangiare mi sono avvicinato al bancone per pagare, vicino avevo un tipo che non si era accorto di nulla, beveva e mi guardava con aria inespressiva. Non conoscendo le sue intenzioni ho cercato gentilmente di entrare nelle sue grazie chiedendo se la navigazione sarebbe stata sicura con questo tempo infame. Il vento ululava come un branco di lupi affamati e l’acqua schiaffeggiava i vetri quasi a volerli rompere, lo sconosciuto diresse l’occhio verso la finestra dicendo “questo ti sembra un tempo infame ragazzo?”
    Altre domande sarebbero state superflue, ho pagato il conto e sono uscito nel buio indossando il K-way e mi sono riparato sotto la tettoia del pub. Le luci della nave immerse nel buio ricordavano un film di fantascienza, le ombre dell’equipaggio in controluce sembravano gli alieni di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, tuttavia mi sono armato di coraggio e ho cominciato a correre con lo zaino sotto braccio entrando con il biglietto ridotto a un pezzo di carta bagnato.

    Quella sera ero uno dei pochi intrepidi passeggeri a cavalcare le onde del mare, a mezzanotte e cinque minuti siamo salpati verso le Isole Shetland, le acque erano increspate e il vento portava con se pioggia e salsedine.
    Ho sempre amato sentire sulla pelle il sapore del mare ma avevo le scarpe zuppe e il freddo entrava nelle ossa, così sono rientrato sotto coperta, non avendo la cabina mi sono dovuto cambiare gli indumenti in bagno.
    Non è stato difficile trovare posto per la notte, mi sono steso nella sala tv sotto un tavolino, il sacco a pelo umido scaldava a malapena ma ero così stanco che sono crollato sotto le note di “I shall be released” di Bob Dylan. Sognavo di essere Ismaele sulla baleniera Pequod, la voce del capitano Achab impartiva ordini sul cassero e io ero terrorizzato dal mare in tempesta, poi tutto si calmò e alle prime luci del mattino sono stato svegliato dal canto delle sirene (in realtà era Enya con “Carribean blue“, avevo ancora le cuffie nelle orecchie ma nel dormiveglia la sua voce sembrava quasi eterea).

    scozia-shetland5-DIDopo aver preso i miei effetti sono uscito sul ponte, il cielo era limpido e l’acqua di colore argenteo, brillava come cosparsa di piccoli brillanti. Fiancheggiavamo dei grossi faraglioni popolati da gabbiani e pulcinelle di mare, una balenottera saltava sul pelo dell’acqua mentre un’imbarcazione tornava dalla notte di pesca carica di pesci e grossi crostacei.
    Il paesaggio delle Shetland sembrava un dipinto a olio quella mattina, la brina risaltava il verde smeraldo dell’erba e il blu del cielo era macchiato di nuvole color perla.

    Dopo una colazione nel pub del porto di Lerwick sono salito sul bus che mi avrebbe portato dall’altra parte dell’isola, mi sembrava la maniera migliore per visitarla.
    Case costruite su isolotti di trecento metri quadri, muri a secco che separavano i giardini e viuzze sterrate dove le macchine non servivano, solo biciclette, asini e buone gambe.
    Ero seduto di fronte ad un anziano signore, aveva lo sguardo felice, mi chiese “dove vai, ragazzo?”, ho risposto “non lo so”. Il bus era arrivato al capolinea, “vieni ragazzo, se non sai dove andare, ti faccio vedere dove vivo.”
    L’ho seguito lungo una strada sterrata colorata dai fiori gialli, bianchi e puntigliosi, siamo arrivati di fronte a un piccolo cancello di legno. L’uomo mi ha invitato a bere una birra a casa sua, aveva i lineamenti di una buona persona, poteva anche essere un serial killer e la sua casa era immersa nel nulla dell’oceano, mi avrebbe potuto far sparire senza lasciare traccia, tuttavia mi sentivo tranquillo e sono entrato guardandomi attorno.

    shetland-foca-DIL’abitazione era disadorna ma accogliente, non aveva bisogno di molte cose se non della foto della moglie prematuramente scomparsa e dei tre figli ormai accasati tra Londra ed Edimburgo.
    Mi ha raccontato la sua vita come non lo faceva da molto tempo, io ho ascoltato affascinato e con sincero interesse ma allo stesso tempo distratto da quel luogo così solitario. Attraverso la finestra della sala potevo osservare il mare, una foca sembrava spiare i nostri discorsi con la testa a pelo d’acqua, lui la osserva un attimo senza dargli troppa importanza, era la routine di tutti i giorni.
    Si sa, quando sei spensierato il tempo vola, il sole freddo stava lasciando il posto alla sera pronta al suo turno quotidiano. Ci siamo salutati con un’energica stretta di mano e abbiamo scambiato gli indirizzi, una volta salito sul bus mi sono voltato, lui era sul pianerottolo di casa, con un cenno della mano mi ha fatto intendere che mi augurava buon viaggio per il mio rientro a Genova.
    Un mese più tardi ho trovato una sua lettera nella posta, era francobollata dalla Isole Shetland, mi ringraziava per averlo ascoltato e confessava che era rimasto colpito da quel ragazzo che “non sapeva dove andare”. Ci siamo scritti ancora per i tre anni successivi fino a che non ho più ricevuto risposta, lui era partito per il viaggio più lungo.

     

    Diego Arbore

  • Torta di Mazzini, la ricetta del dolce a base di mandorle

    Torta di Mazzini, la ricetta del dolce a base di mandorle

    Torta di MazziniUna torta alle mandorle, la preferita dal grande genovese padre degli ideali e dei movimenti repubblicani del Risorgimento che nel 1835, che dall’esilio svizzero, ne inviò la ricetta, con un’affettuosa lettera, alla madre Maria Drago.

    ” … Eccovi la ricetta di quel dolce che vorrei faceste e provaste, perché a me piace assai .. .” si legge nel brano citato dal volume ‘Provincia Risorgimentale’ che pubblica anche il passo relativo agli ingredienti. Mazzini lo scrive traducendo “alla meglio, perché di cose di cucina non m’intendo, ciò che mi dice una delle ragazze in cattivo francese. Pestate tre once di mandorle, altrettante di zucchero. Sbattete il succo d’un limone e due tuorli d’uovo, montate a neve gli albumi e mescolate il tutto. Unta di burro una tortiera, mettete sul fondo pasta sfoglia. sulla quale verserete il miscuglio suddetto. Zuccherare e mettere in forno”.

    Riassunto ingredienti:

    pasta sfoglia, 3 once (circa 100 gr.) di mandorle spellate, 3 once di zucchero, 1 limone, 2 uova, burro. Cottura 35-40 minuti.

  • Viaggio nella Francia del sud e a Parigi: muri di piante e pareti verdi

    Viaggio nella Francia del sud e a Parigi: muri di piante e pareti verdi

    1Abbiamo già parlato, in un nostro precedente articolo, della tecnica di realizzazione dei tetti e dei muri verdi. Questa “tendenza” si è diffusa moltissimo negli ultimi anni, specie nelle grandi metropoli, tanto in Europa che negli Stati Uniti d’America e persino nei Paesi asiatici emergenti. In generale, queste progettazioni vengono utilizzate principalmente all’esterno, in luoghi spesso impensati. Quest’estate ad esempio ho molto apprezzato una particolare applicazione progettuale nel sud della Francia.

    In prossimità del porto di imbarco per le isole Porquerolles, vi è un lunghissimo muro divisorio, alto un paio di metri. Posto tra la strada e le proprietà private, è stato ricoperto di una fitta rete metallica, di un substrato di terriccio ed è ora popolato di migliaia di piantine, principalmente autoctone e mediterranee. D’estate l’insieme è davvero suggestivo, colorato ed inusuale. Anche uno spazio pubblico può quindi essere destinatario di questa tecnica di impianto che, una volta realizzata, sembra garantire risultati sorprendenti ed una bassa (data l’estensione del muro!) manutenzione.

    2

    Sempre in tema, ho letto di recente un articolo che mi ha incuriosito. Non avevo, infatti, ancora visto realizzare simili opere a “verde” in un contesto privato. In Francia, per la precisione a Parigi, un progettista ha voluto sottolineare l’interazione tra interno ed esterno tramite un inusuale impiego della tecnica delle pareti verdi.

    Il risultato finale lascia l’osservatore davvero colpito e quasi basito. In un edificio di fine Settecento il proprietario ha ricavato la propria abitazione che si affaccia su di un cortile interno. Quest’ultimo è stato arredato come un salotto ottocentesco, con tanto di camino, specchiera e classico orologio. Il tutto contrasta però con una rigogliosa parete verde che ad esso fa da sfondo, in cui crescono Heuchere, Bergenie, Felci, Edere e molte altre varietà di erbacee perenni.

    3Queste piante sono state scelte, secondo precisi criteri progettuali, per la loro adattabilità e per il loro cromatismo. Sono tra loro frammiste, mescolate secondo uno schema preciso. Creano contrasti di colori e di forme, sfruttando non solo le colorazioni ma anche le diverse fogge e le estensioni variabili delle foglie (strette, lunghe, larghe, aghiformi…). Il cortile è poi visibile da varie angolazioni e da molti punti di vista, un po’ come nelle “ville” romane e nei monasteri medioevali diventa il centro della casa.

    4Le vetrate in cristallo permettono infatti di valorizzare l’elemento vegetale, rendendo la Natura presente anche nel cuore di un appartamento cittadino. Il progetto stupisce lo spettatore con un fantasioso contrasto tra disegnato e costruito ed elemento vegetale spontaneo e naturale: l’istallazione non passa di certo inosservata. È la dimostrazione (forse estrema) che, anche grazie alle moderne tecniche progettuali ed agli attuali terreni di coltura, il “verde” si può adattare a tutto, crescere (e fiorire!) davvero dappertutto, persino nel pieno centro di una metropoli, nel buio di un cortile interno.

     

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • “Land Art”alla Torre di Londra: papaveri in ceramica per i caduti della Grande Guerra

    “Land Art”alla Torre di Londra: papaveri in ceramica per i caduti della Grande Guerra

    papaveri-torre-londra-1Ho recentemente letto un interessante articolo, relativo ad una opera che potremmo definire di Land Art, progettata ed installata in un famoso parco storico del Regno Unito. L’intervento, realizzato per celebrare in giorno in cui la Gran Bretagna è entrata nel Primo Conflitto Mondiale, non impiega piante vere e proprie. Si tratta invece di una particolare e grandiosa installazione composta di elementi artificiali e sita nel giardino della Torre di Londra. Qui è stata infatti collocata, per le commemorazioni del centenario della Prima Guerra Mondiale, una infinita moltitudine di fiori di papavero in ceramica.

    papaveri-torre-londra-2Perfetti nella loro rustica semplicità per un maniero medioevale. In particolare, sono stati posizionati, su disegno del designer teatrale Tom Piper, l’incredibile numero di ben 888.246 fiori del ceramista britannico Paul Cummins. Essi rimarranno in loco per un po’ di tempo per essere poi venduti in beneficienza. Tutti i membri della Famiglia Reale hanno personalmente partecipato all’evento e provveduto a collocare i loro papaveri tra quelli già in loco.

    papaveri-torre-londra-3

    Come si può vedere dalle fotografie, l’effetto è assolutamente spettacolare, le migliaia e migliaia di fiori spiccano, a contrasto con le mura grigie del maniero medioevale e sul verde intenso e piatto dei prati circostanti i torrioni del castello. Osservando dall’alto della cinta muraria, le onde scarlatte appaiono ancora più evidenti e lasciano la spettatore incredulo di fronte alla peculiarità ed originalità della realizzazione. L’effetto è ancora amplificato se si pensa che ciascun papavero, dalle effimere corolle increspate, rappresenta un soldato britannico o del Commonwealth, ucciso in azione tra il 1914 ed il 1918.

    papaveri-torre-londra-4Questa installazione, seppure solo temporanea, dimostra come l’elemento vegetale, vivo o riprodotto nei più diversi materiali ed inserito nei vari contesti, possa modificare completamente, nel visitatore, l’usuale percezione dei luoghi conosciuti. La Torre di Londra, inserita nel cuore di una moderna metropoli internazionale, appare infatti, per effetto del progetto, in una luce totalmente diversa. Spunta, solitaria nel costruito, grigia ed altera nel bel mezzo di un prato scarlatto, su di un irreale fondo verde smeraldo. Su di essa volano, cupi e teatrali, gli enormi corvi imperiali neri, alla cui sopravvivenza sarebbero legate, in base ad una antica leggenda, le sorti della Monarchia Inglese e di tutto il Regno.

    Più che di fronte ad un celeberrimo monumento od ad un semplice maniero medioevale, l’osservatore ha così, per il breve periodo di durata dell’istallazione, l’effimera percezione di trovarsi di fronte ad un castello immaginario, fuori del tempo e sbucato di colpo da un mondo fiabesco.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Quando in nome della tolleranza non si tollera il dissenso: il fondamentalismo progressista

    Quando in nome della tolleranza non si tollera il dissenso: il fondamentalismo progressista

    partito-democratico-pdDi solito si tende a raggruppare gli elettori del Partito Democratico, quelli di SEL, i movimenti per i diritti civili, gli ecologisti e quella parte corrispondente dell’informazione e della satira, insomma tutto il mondo della sinistra non massimalista, nel cosiddetto fronte “progressista”. Cosa s’intenda con questo termine, che avrete sentito spesso sulla bocca di politici e commentatori, ce lo spiega Wikipedia: I progressisti mirano a modificare gli assetti politici, economici e sociali tramite riforme graduali, progressive; il minimo comune denominatore è rappresentato oltre che dall’illuminismo, dal positivismo, dall’evoluzionismo e da una visione razionale in ambito politico, sociale ed economico». L’ideale progressista, insomma, dovrebbe riunire tutti coloro che vogliono modificare la società in senso razionale e liberale, senza rotture violente e traumatiche. Eppure al giorno d’oggi di questa “razionalità” e di questa “liberalità” esiste solo un vago ricordo; tanto che viene da chiedersi se la stessa parola progressista abbia ancora un senso.

    Faccio questa considerazione perché a volte rimango costernato dalla superficialità e insieme dalla tracotanza con cui difendono le loro idee, convinti irrimediabilmente di essere nel giusto, non solo commentatori e giornalisti famosi, ma anche amici carissimi, in qualche modo, più o meno consapevolmente, affascinati dai bei principi di quello che fu il magico mondo di sinistra del decennio passato. Da allora, però, le cose sono cambiate parecchio. Quella che era cominciata come una battaglia di civiltà contro il razzismo e lo sciovinismo, in nome della tolleranza reciproca e della difesa dei diritti delle minoranze, si è trasformata oggi in una crociata fanatica che non ammette dissenzienti. Il conformismo degli anni ’10 ci obbliga ad essere solidali con qualsiasi rivendicazione si presume arrivi da minoranze o categorie considerate (in un modo che è già di per sé discriminatorio) “da tutelare”: omosessuali, immigrati, donne, animali, l’ambiente, eccetera. Su tutti questi temi non si dà più una libera discussione, in cui è lecito avere anche più di una posizione, ma si sono ormai stabiliti dogmi inappellabili: chi li mette in discussione viene automaticamente espulso dal regno delle “persone civili” e scaraventato nel calderone degli oscurantisti, dei retrogradi e dei conservatori, nei confronti dei quali ogni insulto è lecito. Il paradosso è che in nome della tolleranza non si tollera il dissenso.

    Attenzione: non sto dicendo che una discriminazione sia una posizione legittima. Al contrario: le discriminazioni sono certamente da combattere. Mi meraviglia però la sicurezza di quelli che sanno distinguere con facilità dove sta il confine tra discriminazione e differenza specifica: perché io non riesco proprio ad avere tutte queste certezze.

    L’impressione è che tale sicurezza derivi da un’interpretazione grossolanamente semplificata (indotta in realtà dai mass-media) di cosa sarebbero la scienza, il progresso e la modernità. Talvolta sono gli stessi “scienziati” (magari ottimi specialisti, a digiuno però delle complesse problematiche legate al loro ruolo) a percepirsi ingenuamente come i portatori del verbo della razionalità contro l’oscurantismo della superstizione religiosa, come se la società fosse ferma all’epoca di Galileo. Il risultato finale è che non si fa altro che sostituire alla morale cattolica una morale laica che ne condivide tutti i difetti; perché non poggia su basi ricostruibili razionalmente, ma su un “sentito dire” acriticamente assunto come “razionalità assodata”.

    “Sentinelle in piedi”: omofobia o libero pensiero?

    A questo riguardo è istruttivo il caso delle cosiddette “sentinelle in piedi”, un’associazione cattolica nata per protestare contro il DDL Scalfarotto anti-omofobia. Contrariamente a quello che si sente dire in giro, lo scopo di tale associazione non è negare i diritti degli omosessuali, ma difendere il proprio diritto a una libera opinione. Il punto qui è se possa considerarsi reato (come è scritto sul sito dell’associazione) il semplicefare rifermento ad un modello di famiglia fondato sull’unione tra un uomo ed una donna, o essere contrari all’adozione di bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso“.

    Questo aspetto non è così scontato. Quale scienza o quale “principio di modernità” ha stabilito in modo razionale e inoppugnabile come stiano le cose a proposito di una materia tanto delicata? E anche se siamo in disaccordo con il punto di vista delle “sentinelle”, davvero è necessario arrivare al punto di configurare una fattispecie di reato per la semplice promozione della famiglia tradizionalmente intesa?

    Inoltre non è paradossale che vengano proposte forme di limitazione del pensiero proprio da quel fronte progressista che, richiamandosi all’illuminismo e al liberalismo, dovrebbe considerare il libero pensiero quale valore supremo da preservare? Non è contraddittorio che si discuta se garantire libertà di parola a chi nega l’olocausto (tema delicatissimo, tant’è che il reato di negazionismo in Italia non esiste ancora) e poi si mettano nel mirino le famiglie cattoliche che vogliono solo educare i figli secondo i propri valori?

    Ancora: non è strano che la terzietà della “libera” stampa – quella vera e propria anticamera del paraculismo, che impone al giornalista di non schierarsi mai, trattando ogni parere, anche il più bislacco o il più eversivo (contro la magistratura, contro la Costituzione, ecc.), come “opinione da rispettare” – venga improvvisamente meno, proprio tra i commentatori più liberal, quando c’è da dare un parere (non richiesto) sulle sentinelle in piedi vittime di aggressione (come ha fatto Mentana nel suo telegiornale qualche settimana fa)? E insultare persone magari retrograde e oscurantiste, che però non fanno altro che stare ferme a leggere un libro, non è forse un atteggiamento altrettanto retrogrado e oscurantista?

    Qual’è poi l’utilità di inserire l’aggravante dell’omofobia? Se commetto un atto di violenza contro una persona perché è omosessuale, oppure perché è grassa, o solo per un mio sadico divertimento (i classici “futili motivi”), cambia davvero così tanto? Non sono forse tutte azioni spregevoli che meritano di essere represse allo stesso modo? Fare distinzione tra il marcio e la muffa è così rilevante da obbligarci a sindacare sulle liceità delle opinioni che non condividiamo?

    Il principio politico di cui i commentatori si riempono la bocca, in questi casi, è l’idea liberale dell’insindacabilità delle scelte private. È lo stato confessionale o totalitario – sostengono costoro – quello che pretende di entrare nell’intimità delle persone, obbligandole a conformarsi: al contrario in uno stato liberale ciascuno a casa propria fa come gli pare. Un principio condivisibile, certo: ma che non si può applicare un tanto al chilo.

    Innanzitutto non è sempre agevole distinguere tra sfera privata e sfera pubblica: ci sono comportamenti privati che hanno un’indubbia rilevanza pubblica. Possiamo forse tenere saldo il principio nel caso dei diritti individuali: ma la famiglia non è un diritto individuale, è un’istituzione. E quando si definisce un’istituzione non è facile esimersi da valutazioni morali. Per esempio, in Italia la poligamia è illegale: eppure, se valesse il principio di cui sopra, a rigor di logica una donna adulta e consenziente, che desiderasse sposarsi contemporaneamente con tre uomini, anche loro perfettamente liberi e nel pieno delle facoltà mentali, non dovrebbe trovarsi lo Stato di traverso.

    Insomma, la faccenda, anche ad una prima e sommaria analisi, risulta estremamente delicata e densa di implicazioni. Ma allora è difficile credere che la sicurezza mostrata dai commentatori progressisti nel giudicare su queste questioni dipenda da chissà quale implicita evidenza razionale: più probabilmente siamo di fronte a nuove forme del vecchio caro conformismo, così poco “moderno” e per nulla “scientifico”.

    Euro, immigrazione e “becero populismo”

    Questo sospetto diventa una certezza, se passiamo ad argomenti decisamente meno controversi, o controversi solo in apparenza. È il caso del problema dell’immigrazione. Le destre da sempre cavalcano il tema a fini elettorali, soffiando sul fuoco del disagio sociale e alimentando pulsioni xenofobe; i progressisti, dal canto loro, hanno deciso che qualsiasi implicazione scomoda sull’argomento deve essere rimossa. La versione ufficiale è: l’immigrazione fa bene, e chi dice il contrario cerca solo un capro espiatorio.

    Da quando poi Salvini e Grillo, che pure sono in continua lotta tra loro per la palma di “migliore forza d’opposizione”, hanno scoperto di pensarla allo stesso modo tanto sulla questione dell’euro, quanto, appunto, sul tema immigrazione, nel fronte progressista è tutto un darsi di gomito, un gigioneggiare di sospiri compiaciuti, uno scuotere di capo, un denunciare con costernazione la cattiva piega presa dal dibattito pubblico, che non si intona più col bon ton dei salotti televisivi del martedì sera: Visto?! Lo avevamo detto, noi, che Lega e 5 Stelle rappresentano i soliti populismi razzisti, che nei momenti bui della storia campano sul malcontento popolare!”.

    Gad Lerner pubblica un commento che non è nemmeno un commento; è un titolo: Grillo insegue Salvini nella corsa a chi è più becero“. Fa ancora meglio Achille Saletti sul Fatto Quotidiano: ‘No euro’ e ‘no negro’: Grillo cerca il ventre molle del paese?. Scrive Saletti: Siamo tornati all’evergreen. Il motivo buono in tutte le stagioni, quello orecchiabile ai più e godibile nella sua monotematicità. […] Il movimento oscilla, fluttua, idealizza, teorizza ma poi crolla sulle solite piccine vigliaccherie della politica. E così tutti gli uomini di buona volontà sono avvisati: non arrischiatevi a parlare di euro e immigrazione, perché abbiamo già stabilito che è solo becero populismo. Punto.

    Poi però una sera giri su Otto e Mezzo, senti due campioni del progressimo del calibro di Federico Rampini (Repubblica) e Chiara Saraceno mentre si confrontano con Matteo Salvini; e quando vedi quest’ultimo svettare sopra gli altri due come fosse il Conte di Cavour per la lucidità e la chiarezza di analisi, allora capisci che nel fronte progressista c’è davvero qualcosa che non va.

    Il segretario leghista, reduce dal successo oceanico della manifestazione in Piazza Duomo, dapprima prende le distanze dal razzismo biologicoIo non mi sento superiore a nessuno»), poi molto puntualmente spiega perché l’immigrazione selvaggia (benché non sia la prima causa) ha contribuito a impoverire la classe media: perché (come ho già spiegato anch’io) molto semplicemente gli immigrati poveri sono disposti a lavorare ad un prezzo più basso degli italiani, e questo aiuta ad abbattere i salari.

    Debito - Quota SalariChe questo intento sia stato perseguito con successo negli ultimi trent’anni si nota chiaramente nel grafico a fianco, ripreso dal blog di Alberto Bagnai, dove l’esplosione del debito (linea verde) – prima pubblico (linea rossa) e poi privato (linea blu) – si muove di pari passo con il crollo della quota salari: una dinamica che inizia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

    In quel periodo, esattamente nel 1979, come ho già ricordato la lira si aggancia allo SME. E naturalmente il cambio forte – dice sempre Bagnai –  fa quello che i manuali prevedono che faccia: ossia disciplinare i sindacati. È l’inizio della finanziarizzazione dell’economia: il capitale si apre alla mobilità e i lavoratori moderano le loro pretese. E naturalmente cominciano a perdere potere d’acquisto, che viene compensato dal debito pubblico.

    ISTAT Popolazione ImmigratiCol crollo dell’Unione Sovietica il fronte sindacale perde ulteriore slancio: nel 1992 viene abolita la scala mobile (i salari non sono più indicizzati all’inflazione) e nel 1997, col cosiddetto “pacchetto Treu”, si introducono contratti flessibili. In questo contesto aumenta anche l’immigrazione: lo certifica il grafico dell’ISTAT qui a fianco.

     Da principio questa dinamica aiuta a trainare l’economia, grazie proprio alla manodopera a buon mercato e alla disponibilità dei nuovi venuti a fare lavori che gli altri non vogliono fare. Ma la realtà è che il vero motore negli anni pre-crisi è il debito privato: mutui e rateizzazioni elargite con facilità danno l’illusione, per un certo periodo, che l’economia stia tirando; finché il fallimento di Lehman Brothers non scatena il ritorno alla realtà. Posta in questo contesto, tuttavia, l’immigrazione appare per quello che realmente è: non una questione umanitaria, bensì l’ennesimo tentativo di breve respiro di competere al ribasso sul salario del lavoratore.

    Un’evidenza che Rampini prova a contestare, con grave sprezzo del ridicolo, citando l’esempio degli Stati Uniti per la capacità di attirare ricercatori qualificati: come se questo fosse il problema – fa notare Salvini – che porta il degrado delle nostre periferie (si pensi, qui da noi, alla sorte di un quartiere storico come Sampierdarena). Naturalmente il problema non è l’emigrazione dei ricchi specializzati, ma dei poveri disperati. Proprio negli USA, infatti, si progetta di costruire 700 miglia di recinzione, spendendo 30 miliardi di dollari, per contrastare l’esodo dei 450.000 messicani che ogni anno tentano di passare il confine.

    La professoressa Saraceno concorda che il problema, in effetti, sia il tipo di immigrazione che si attira. E forse – si potrebbe anche aggiungere – se non abbiamo poli di eccellenza che attirano ricercatori qualificati è anche perché, dall’euro all’immigrato nordafricano, la nostra illuminata classe dirigente, industriale e politica, si è coalizzata per trovare la strada più comoda, prosperando alle spalle dei lavoratori.

    Ma questo il fondamentalismo progressista non lo può ammettere. Non importa quanto presumano di essere colti e razionali questi pensatori liberali: di fatto preferiscono non confrontarsi con la realtà. Perché dovrebbero fare la fatica di mettere in discussione le proprie idee, quando basta individuare un “becero razzista” con cui prendersela?

     

    Andrea Giannini

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  • #Vitefuoriporta, il mestiere dell’apicoltore: dal miele alla propoli sulle alture di Prà

    #Vitefuoriporta, il mestiere dell’apicoltore: dal miele alla propoli sulle alture di Prà

    marina-consiglieri-apicoltriceDoverosa premessa personale: fin da bambina avrei voluto avere le api. Da un paio d’anni ho realizzato questo sogno con due arnie, tanti sbagli ma anche tanta soddisfazione. Per cui vi lascio immaginare l’entusiasmo con cui mi sono arrampicata sulle alture di Prà per incontrare Marina Consiglieri, Presidente Liguria Biologica, tecnico apistico Alpa Miele e apicoltrice di professione.

    La strada che porta all’azienda agricola di Marina è tanto sorprendente quanto disagevole. Si sale tra serre, muretti a secco e fasce e laggiù in fondo si intravvedono i container del porto, le gru, il mare. Incredibilmente, dopo le piogge e il dolore, la città si è svegliata in questa domenica di ottobre sotto un sole caldissimo. Salgo lungo una strada sterrata piena di sassi, buche, dossi, radici: cose da esperti navigatori dell’entroterra. Quando arrivo a destinazione la vista ripaga del viaggio. Ci troviamo in una conca disseminata qua e là di querce e ulivi, dominata da una vecchia casa con alle spalle un monte ricoperto di erica. Un’oasi, una destinazione degna di un viandante da fiaba. Nell’erba e tra gli alberi riconosciamo subito le arnie circondate da coltivazioni di ortaggi che Marina Consiglieri commercializza attraverso la rete dei GAS locali. Il mare e il porto sbucano lontani all’orizzonte e anche la sagoma triste della Concordia fa capolino tra gli alberi.

    Con Marina prendiamo il caffè sotto il pergolato e iniziamo a parlare. Ci raggiunge Antonio, suo fratello, che in questa storia ha un ruolo centrale. «Ha iniziato lui con le api. Faceva il servizio civile, era la fine degli anni 70…» Antonio che oggi è un agronomo interviene «Ti ricordi? Le prime arnie le abbiamo costruite con del legno che avevo preso da un falegname iraniano a Campomorone. Le abbiamo ancora da qualche parte». Da allora Marina, che prima faceva l’impiegata, le api non le ha più lasciate. Oggi ha 50 arnie a Moconesi in Val Fontanabuona e 30 sulle alture di Prà. Dell’apicoltura ne ha fatto una professione e quando le chiedo un bilancio mi guarda tranquilla e senza tanti giri di parole mi dice «Positivo. Bello». Parole schiette e dirette, come lei.

    La nostra chiacchierata con Marina avviene in un anno decisamente difficile per l’apicoltura «Nel 2011 siamo arrivati a produrre tra i 60 e gli 80 kg di miele per arnia. Oggi va già bene se riusciamo ad averne dai 10 ai 20 kg». Le ragioni? Primo fra tutti il clima. Dopodiché sugli avversari delle api potremmo parlare a lungo citando i pesticidi ma anche antagonisti più specifici come l’acaro della varroa o la famigerata vespa vellutina avvistata per la prima volta in Italia proprio nella nostra Regione.

    Marina lavora in regime biologico e ci soffermiamo sull’argomento per capire che cosa significa essere bio in apicoltura «Innanzitutto è fondamentale la dislocazione degli apiari: devono essere lontani da industrie, discariche, coltivazioni intensive. In Liguria abbiamo poco spazio ma queste condizioni si trovano più facilmente che altrove. Il nostro è infatti un territorio particolarmente adatto all’apicoltura biologica considerando anche l’assenza di colture intensive spesso letali per le api. Comunque, in generale, in Italia la legislazione è rigida ma va riconosciuto il fatto che il miele italiano ha mediamente un livello qualitativo molto alto».

    Ma fare l’apicoltore non vuol dire solo produrre miele. «Anche la propoli e il polline sono prodotti sui cui oggi c’è un buon mercato. La propoli è un antibiotico naturale che si ottiene da una sostanza resinosa che le api raccolgono dalle gemme di alcuni alberi. È un prodotto estremamente interessante che viene raccolto dall’apicoltore e dato in trasformazione ai laboratori autorizzati». Diverso è il discorso della pappa reale «In questo caso ci troviamo di fronte a un lavoro più complesso e più specifico ma sicuramente le prospettive di mercato per la pappa reale italiana sono buone. Alcuni dicono che l’estrazione della pappa reale sia un lavoro prettamente femminile, è un’attività meno fisica e richiede pazienza e precisione – a questo punto Marina sorride – Io preferisco spostare arnie e melari».

    Oggi Marina deve prelevare gli ultimi melari della stagione. Vado con lei. È una donna di 59 anni, piccola e minuta ma la sua energia la si coglie appieno nella velocità con cui sposta i melari che, anche se in questa stagione sono soltanto pieni per metà, sono comunque molto pesanti. Si mette la tuta con la maschera e apre alcune arnie per controllare le famiglie che sono popolosissime. Lavorando Marina mi indica la montagna alle nostre spalle «È ricoperta di erica. Alle api piace, ne fanno un miele profumatissimo».

     

    Mi avvicino alle arnie, faccio foto, osservo le api che ci ronzano intorno in questo spazio sospeso tra il cielo e il mare. E a questo punto ci scappa una puntura… Salutando Marina ci siamo dette che le devo un’ape. Ma questa è un’altra storia.

     

    Chiara Barbieri

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  • Alluvione di Genova, analisi a sangue freddo: “non facciamoci prendere in giro”

    Alluvione di Genova, analisi a sangue freddo: “non facciamoci prendere in giro”

    alluvione-genova-10-ottobre-2014 (15)Quest’alluvione non è come tutte le altre. Questa volta è diverso. Dal dopoguerra fino alla settimana scorsa le esondazioni del torrente Bisagno hanno avuto questa scadenza: 19 settembre 1953 (insieme al Trebbia); 7 e 8 ottobre 1970 (insieme a Polcevera, Leira e Chiaravagna); 27 settembre 1992 (insieme allo Sturla); 4 novembre 2011 (insieme a Fereggiano, Sturla e Scrivia).

    È evidente che rovesci talmente abbondanti da far esondare il torrente raramente avevano luogo: e comunque mai più di una volta ogni ventennio. Ma questo tragico “appuntamento fisso” con i drammi umani e i danni economici è stato anticipato giovedì scorso, a distanza di soli tre anni dall’ultima rottura degli argini. Inoltre, in questo stesso arco di tempo, altri fenomeni distruttivi si erano già abbattuti su zone della costa più o meno vicine: 4 ottobre 2010, Sestri Ponente e territorio spezzino; 25 ottobre 2011, Cinque Terre e Lunigiana; 11 novembre 2012, Massa e Carrara.

    Una simile frequenza non sembra trovare riscontro nel ventennio precedente (di cui si ricordano solo l’alluvione del 1993 sul ponente genovese, quella del 2000 su Imperia e Savona e quella del 2003 nelle provincie di Massa e Carrara). Sembra confermata, inoltre, anche la diversa natura dei fenomeni: tant’è che per la repentina e inattesa violenza sono già entrate nel linguaggio comune espressioni quali “bomba d’acqua” o “temporale auto-rigenerante”.

    L’altro punto che segna un deciso “salto di qualità” nel rapporto tra l’uomo e la calamità naturale è il fallimento della prevenzione. Da un lato, infatti, la scienza non ha saputo lanciare un allarme nemmeno quando il disastroso rovescio era in corso; dall’altro la politica, accusata spesso di muoversi solo a “disgrazia avvenuta”, stavolta non si è mossa nemmeno dopo che la disgrazia era avvenuta per davvero, non potendo mostrare alla cittadinanza, a tre anni dai morti del Fereggiano, nemmeno una singola misura concreta presa a riduzione del rischio (ed è da considerarsi una “fortuna” che la tarda ora notturna della piena abbia contenuto il numero delle vittime).

    C’è di peggio. Anche se i lavori per l’allargamento del tratto sotterraneo del Bisagno nel tratto che va dalla Questura al tunnel di via Canevari fossero stati completati, l’esondazione del torrente non sarebbe stata comunque evitata, ma solo ridotta in portata: segno che la presunta “soluzione” di tutti i problemi non sarebbe in realtà che l’ennesimo “tapullo”, di cui si fa gran parlare solo per non ammettere l’enorme dissesto idrogeologico che coinvolge non solo la zona del Bisagno, ma tutta la regione. Discorso simile per il mini-scolmatore del Fereggiano (qui l’approfondimento) da non confondere con l’unico intervento che davvero sarebbe in grado di mettere in sicurezza la Val Bisagno e il centro città, ovvero il famoso scolmatore del Bisagno, opera da oltre 260 milioni di euro che, a causa del suo costo, rientrerebbe nella categoria “opere impossibili”.

    La lezione che questa alluvione nel suo insieme ci consegna è dunque spaventosa: non siamo al sicuro e non sappiamo cosa fare. Il quadro non è semplicemente quello della “calamità naturale complicata dai ritardi burocratici”: è molto peggio. È un mix di più fattori, quali appunto: progressiva tropicalizzazione del clima, fallimento dei modelli meteorologici predittivi, crisi della  rappresentanza politica e una tradizione radicata di sfruttamento edilizio del territorio.

    Quello che non bisogna fare in un simile frangente è negare la realtà, solo perché essa appare talmente disperata da non lasciare intravedere soluzioni realistiche. Per quanto complicato, al contrario, il problema deve essere preso di petto: non solo per la memoria di quelli che sono morti e per scongiurare nuove stragi, ma proprio perché altrimenti Genova rischia di morire.

    Se non ci si può fidare del meteo, dell’amministrazione pubblica e delle allerte degli esperti, allora è meglio mettersi al riparo da soli. Il rischio concreto, insomma, è che tutta la zona del Bisagno, da Molassana fino alla Foce, da Quezzi a Brignole, subisca un progressivo abbandono, con conseguente deprezzamento degli immobili residenziali e commerciali: cosa che comporterebbe la trasfigurazione del cuore pulsante della città in un malfamato ghetto fantasma.

    Come se ne esce? Bisogna essenzialmente che la cittadinanza capisca cosa chiedere e come fare pressione. Le immediate reazioni di chi è stato colpito nella casa o nel lavoro, per un’elementare forma di rispetto, non si possono e non si devono sindacare. Ora però, passata una settimana, dovrebbe essere tornato il sangue freddo almeno per capire dove occorre incanalare la rabbia.

    Dovrebbe essere il momento di dire che nessuno nega che la giustizia debba seguire il suo corso: ma certo non è portando alla sbarra un’altra Marta Vincenzi che le cose cambieranno. Purtroppo l’abbiamo già sperimentato. Allo stesso modo non è invitando Grillo o Renzi a spalare il fango che il rischio di una nuova esondazione sarà scongiurato. Bisogna, al contrario, che ognuno faccia la sua parte: compresa la cittadinanza e l’opinione pubblica.

    Quest’ultima, in particolar modo, dovrebbe smettere di cavalcare proteste magari anche sacrosante, ma sostanzialmente inutili, contro quel “burocrate” o quel “politico”, senza spiegare alla gente la complessità del problema da affrontare. Semplificando le cose, infatti, si ottiene l’unico risultato di fornire alibi all’inattività di questa classe politica, che è ben contenta di cavarsela solo con il reperimento, da parte del governo, dei fondi necessari a ultimare l’allargamento del tratto sotterraneo del Bisagno.

    Bisogna dire, invece, come le cose vanno fatte: mentre si accertano le responsabilità individuali, parallelamente si procede a un piano per la messa in sicurezza della zona. Si trovano esperti che, sulla base di modelli aggiornati, si assumano la responsabilità di definire pubblicamente la piena massima del torrente; dopodiché interviene l’amministrazione pubblica, stabilendo la necessità di un ulteriore margine di sicurezza, per scongiurare le conseguenze di fenomeni anche più violenti di quelli della settimana scorsa. E così via anche per gli altri torrenti a rischio. A quel punto si potranno programmare le necessarie opere pubbliche.

    L’ampiezza della zona interessata e i costi del piano non devono spaventare. Dobbiamo ritornare a ragionare sulla base dell’idea che è la pubblica utilità a definire la spesa, non la capacità di spesa a definire gli interventi utili. Questa logica contabile ragionieristica, per cui si fa solo quello che si ha in tasca in quel determinato momento, è contraria al principio stesso del capitalismo, che invece si basa sul prestito e sul debito, con l’idea che una spesa non sia solo un costo, ma possa essere anche un investimento.

    Altrimenti non si capisce come possano essere stati realizzati nel passato interventi imponenti che oggi paiono quasi impossibili. Parigi nel pieno del XIX secolo è stata sventrata dai boulevards di Hausmann: un’operazione che allora arricchì gli speculatori (come ci ricorda un famoso romanzo di Émile Zola), ma che ha regalato alla Parigi di oggi un’attrazione unica. Nel dopoguerra anche Genova ha conosciuto imponenti demolizioni: se è stato possibile abbattere una zona storica, seppure martoriata, come Via Madre di Dio solo per realizzare un vero e proprio obbrobrio socio-urbanistico, a maggior ragione si possono ampliare e riqualificare gli argini dei torrenti. A Valencia, in tempi più recenti, il rio cittadino, che esondava come il Bisagno, è stato deviato: al suo posto sorgono oggi i Giardini del Parco Turia.

    Tutto questo per dire che le cose si possono fare: basta volerlo. È per questo che su questa rubrica ho insistito tanto sull’idea che lo Stato recuperi la sua autonoma capacità di collezionare e di allocare le risorse non sulla base delle regole contabili di Bruxelles, ma sul rispetto dell’interesse dei suoi cittadini. Perché si arrivi a questo, però, è importante che la cittadinanza sappia che non è sbagliato, anzi, è doveroso mettere la sicurezza davanti al pareggio del bilancio. Quando si ragionava così, non è vero che si sperperavano risorse: al contrario l’economia cresceva e il debito si ripagava.

    È anche importante esigere di non essere presi in giro: siamo adulti e dobbiamo pretendere che ci vengano dette le cose come stanno. L’ARPAL, il Comune e la Regione devono prendersi la responsabilità di dire in pubblico se le opere da realizzarsi metteranno in totale sicurezza le zone a rischio rispetto all’intensità degli eventi atmosferici ai quali abbiamo assistito; in caso negativo, devono spiegare come mai non vengono progettati interventi più incisivi.

    Non limitiamoci a scagliarci contro il primo che passa, perché facciamo solo il gioco dei nostri politici. Tutto dipenderà, piuttosto, da come sapremo tenere il fiato sul collo della pubblica amministrazione e della stampa; da come sapremo pretendere, senza compromessi, che Genova torni ad essere una città sicura e prospera. Se vogliamo farci chiamare davvero “superbi”, questo è il momento di dimostrarlo.

     

    Andrea Giannini

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  • Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    Bruges, una notte al chiaro di Luna nell’antica città belga

    bruges-bosco-notturna.DIQuel giorno a Bruges iniziava l’autunno, il cielo color piombo e una nebbia avvolgente ovattavano l’aria ancora fredda del mattino. Le finestre lentamente si aprivano come occhi stropicciati, l’edera sui muri brillava bagnata dalla brina che lentamente si scioglieva, un manto di foglie giallastre donava colore alle torbide acque dei canali dove cigni e papere dormivano vicini per scaldarsi dal freddo della notte.

    Il profumo dei croissant caldi sussurrava golose tentazioni ai passanti, la ragazza al banco indossava un’elegante camicia a pois e sorrideva ai clienti che facevano la fila come affamate formiche. I campanelli delle biciclette diventavano più frequenti intanto che la vita lentamente riprendeva, la nebbia saliva lasciando il posto a macchie blu e timidi raggi di sole, dalla strada salivano le tipiche fragranze autunnali rinchiuse nel cassetto dell’estate.

    Sedevo ancora assonnato al tavolino di un bar, osservavo una famiglia ebraica accompagnare loro figlio a scuola, ho subito pensato ai miei genitori,  i costumi cambiano ma le abitudini sono le stesse per ogni cultura. Quando fui pronto a scattare erano ancora sufficientemente vicini ma voltati di spalle, i sanpietrini in porfido e i mattoni rossi sui muri donavano un aspetto antico a quello scorcio di strada, a volte la fotografia può regalare inaspettati tuffi nel passato.

    Il mio occhio era ancora dentro il mirino quando la cameriera mi ha servito il caffè, pose la tazzina e lo scontrino sul piatto restando ferma a guardare ciò che stavo facendo. Il suo interesse era attirato dalla reflex, mi ha chiesto cosa avevo immortalato e ha voluto vedere alcuni scatti dei giorni precedenti. Si chiamava Michelle, lavorava come cameriera per mantenere i suoi studi e nel tempo libero amava fotografare case disabitate e luoghi abbandonati, tutti temi in contrapposizione con il suo carattere aperto e solare. La sera stessa sarebbe andata con altre appassionati del genere a immortalare un vecchio mulino dimenticato nei campi, la luna piena avrebbe reso ancora più affascinante il paesaggio. Quando mi ha chiesto di partecipare all’evento non ho dubitato su cosa fare e ci siamo dati appuntamento ai margini della città un’ora dopo il crepuscolo.

    Senza troppi convenevoli ci siamo scambiati un saluto, lei sorrise e prese le tazzine vuote dal tavolo, io sono salito sulla bicicletta alla scoperta di Bruges. Ho visitato il vecchio mercato e la torre civica, attraversato ponti, canali e parchi, ma la vita semplice in un luogo così elegante era la cosa che attirava maggiormente la mia attenzione.

    L’aria si era intiepidita e il sole aveva saturato ogni colore, signore eleganti passeggiavano lungo i canali portando un cappello d’altri tempi con un poncho argentino o spolverini alla moda, tutte accompagnate da piccoli cagnolini altezzosi. Il pomeriggio era passato velocemente e avevo deciso di rientrare prima di cena per riposare in previsione della nottata fotografica, il giorno dopo sarei partito per Anversa di buon mattino e il treno non mi avrebbe aspettato.

    Il proprietario di casa stava preparando stinco con patate, avevo l’acquolina in bocca e un’espressione così affamata da ricevere un invito per cena. Michelle mi aspettava, non avrei mai voluto fare tardi e una volta finito di mangiare ho salutato calorosamente tutti i commensali e sono salito in sella della bicicletta con lo zaino in spalla. Ho percorso il viale alberato che portava in città, le foglie cadute rendevano scivolosa la strada che aveva assunto un colore blu cobalto intervallato dalle luci gialle dei lampioni.

    Ai margini della città, superata la superstrada, c’era una vecchia e non identificata costruzione di pietra, Michelle era seduta su un muretto, indossava un cappotto scuro con il bavero alzato e degli stivali bassi con la suola di gomma, i suoi capelli rossicci mossi da una leggera brezza, sembravano danzare con le foglie degli alberi. La luna era arrivata da poco, accompagnata da sparute e frettolose stelle, aveva un’espressione più malinconica del solito e la sua luce sembrava voler mostrare quel paesaggio magico e fiabesco. Michelle prese una cartina per girare una sigaretta poi l’accese, il fuoco dell’accendino illuminava le sue lentiggini poste sopra le guance rosse, sembrava una bambolina di pezza.

    Dopo un breve discorso su come fotografare il cielo notturno siamo saliti sulle biciclette percorrendo una strada sterrata apparentemente senza fine. Abbiamo attraversato diversi campi e per un breve tratto un fitto bosco illuminato solo dalla dinamo sul manubrio, finito il sentiero il vecchio mulino sembrava disegnato sulla parete del cielo, sotto di lui delle luci si muovevano adagio, erano i suoi amici fotografi che si spostavano nella penombra. Sono stato accolto con il sorriso, alcuni avevano già posizionato il cavalletto, altri fumavano e si rilassavano prima di iniziare i primi scatti. Erano tutte persone adulte, il più grande superava i sessanta ma con l’animo giovane di chi si fa trasportare in un bosco di notte da una passione coltivata negli anni.

    I versi degli uccelli notturni e alcuni latrati giungevano a noi da indefinite direzioni, ombre veloci e inquietanti fruscii ci tenevano compagnia, tuttavia nulla mi spaventava. Non avevo l’attrezzatura necessaria per scattare foto ad alta qualità, le mie erano sgranate e prive di profondità ma nonostante questo il risultato è stato soddisfacente. Gli altri intanto producevano capolavori, miliardi di stelle immortalate dietro la sagoma scura del mulino, in alcune di esse la via lattea sembrava una pennellata di un pittore fiammingo, la luna intanto osservava tutto, la sua espressione adesso sembrava divertita. Mentre Michelle guardava dentro il mirino raccontava la sua vita, le sue aspettative e i sogni, voleva una casa a Londra, una famiglia e lavorare come architetto coltivando l’hobby della la fotografia.

    La notte era diventata tenebrosa e il mattino era alle porte, decisi di rientrare per dormire poche ore, poi avrei avuto tutto il tempo di riposare in treno. Ho salutato i ragazzi e abbracciato Michelle, ho chiesto informazioni sulla strada del ritorno e mi sono avviato entrando nel bosco ancora buio. La strada si vedeva appena, la mia sola luce non illuminava abbastanza, avevo perso il sentiero e ogni pensiero mi rendeva inquieto, avevo paura di incontrare animali, malintenzionati e perfino licantropi. Quando le prime luci dell’alba si sfumavano all’orizzonte, mi sono sentito più sereno, la strada ricordava la mattonata d’oro del regno di Oz, così sono volato verso casa, avevo il tempo contato, il treno partiva due ore dopo.

    Dopo colazione ho preso i bagagli e sono corso in stazione, nel tragitto pensavo a Michelle, se l’avrei rivista e che ricordo le avevo lasciato. Sono salito pochi secondi prima del fischio del capotreno, sono entrato nello scompartimento e mi sono affacciato al finestrino per vedere Bruges un’ultima volta. Le persone si muovevano in massa per la stazione con moto perpetuo, solo una era ferma, teneva una macchina fotografica in mano, era Michelle che mi salutava nel modo più bello, scattando un’ultima fotografia.

     

    Diego Arbore

  • Ecco la democrazia “matriosca”: dal popolo italiano a Matteo Renzi, passando dalla direzione del Pd

    Ecco la democrazia “matriosca”: dal popolo italiano a Matteo Renzi, passando dalla direzione del Pd

    renziL’Italia è un paese meraviglioso. Ma soprattutto è un paese profondamente democratico, dove la democrazia è davvero rispettata e ossequiata nel suo spirito più genuino.

    Tutto origina dal popolo che si autogoverna eleggendo i suoi rappresentanti. In realtà non proprio tutto il popolo, perché per votare occorre avere diciotto anni. Ad esempio alle ultime politiche gli aventi diritto erano l’83% della popolazione. Ma decide pur sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Una scelta democratica è anche quella di esprimere dissenso o distacco dalla politica non partecipando al voto. L’anno scorso, ad esempio, i votanti per la Camera dei Deputati sono stati il 75% degli aventi diritto. Però decide sempre la maggioranza: e naturalmente quelli che non hanno votato, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Poi i rappresentanti del popolo, così democraticamente eletti, procedono a formare una maggioranza di governo. Ad esempio il governo Renzi alla Camera conta su un sostegno di 388 voti su 630. Dunque decide sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri parlamentari, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    All’interno della maggioranza di governo, però, i gruppi parlamentari minori non possono votare contro i provvedimenti dell’esecutivo. Possono farlo solo sulle questioni secondarie; ma rispetto ai punti più rilevanti, per i quali il governo pone la fiducia, un eventuale voto contrario della minoranza metterebbe a repentaglio la sopravvivenza della maggioranza (il famoso ricatto dei partitini): e questo sarebbe “manifestamente” antidemocratico. Ad esempio, in questo momento alla Camera i gruppi minori della coalizione di governo hanno tutti insieme solo 90 seggi: che è poca cosa rispetto ai 298 del Partito Democratico. Pertanto, anche se quest’ultimo aveva incassato solo il 27% dei voti della gente, in Parlamento bisogna che a decidere sia sempre la maggioranza: e naturalmente gli altri deputati, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Il partito di maggioranza relativa a sua volta deve decidere la linea politica da tenere. Ad esempio, il PD ha inventato uno strumento molto democratico: le primarie, con le quali elegge sia il suo segretario che l’Assemblea Nazionale. E nelle primarie del 2013 è stato eletto Matteo Renzi con oltre il 67% dei consensi. Pertanto, come si vede bene, ancora una volta decide la maggioranza: e naturalmente gli altri iscritti, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Infine, a maggior garanzia, sono poste delle limitazioni al potere del segretario e dei suoi fedelissimi. Infatti i mille membri che compongono l’Assemblea Nazionale, più varie assemblee regionali, eleggono a loro volta i membri della Direzione Nazionale, che può esprimere un indirizzo politico anche contrario rispetto a quello del segretario. Cosa che non è successa, a dire il vero, lo scorso 28 settembre, quando la Direzione ha confermato in pieno la linea di Renzi sul tema del lavoro. Eppure bisogna considerare che Renzi ha incassato 130 voti favorevoli su 161: un ottimo 81%. Dunque, anche questa volta a decidere è stata la maggioranza: e naturalmente gli altri membri della direzione, per rispetto della democrazia, si devono adeguare. Naturalmente.

    Con ciò si dimostra che l’Italia è un paese perfettamente democratico. A decidere è solo Matteo Renzi: ma non certo perché sia un leader populista, pilotato da alcuni poteri forti e tollerato da altri (già pronti a sostituirlo, non appena completato il lavoro sporco). Certo che no: anzi, è l’esatto contrario. Renzi è lì a portare avanti le sue idee semplicemente perché siamo in democrazia. E in ossequio a questa democrazia ha avuto il sostegno – attenzione a non perdersi – dell’81% di 160 membri della Direzione, eletti da 1400 membri dell’Assemblea, eletta sulle base delle stesse consultazioni primarie che avevano incoronato Renzi con il 67% dei consensi; primarie a cui aveva partecipato un numero di elettori pari al 34% di quel 27% che aveva votato PD alle ultime elezioni politiche; politiche alle quali aveva partecipato il 75% dei votanti sull’83% degli aventi diritto!

    La democrazia italiana, insomma, è una splendida matriosca: la apri e dentro ci trovi un’altra democrazia; che si apre anch’essa, rivelando a sua volta ancora un’altra democrazia. E così via. In questo gioco meraviglioso, di democrazia in democrazia, di maggioranza in maggioranza, si arriva alla fine all’ultima bambola: che è un segretario di partito indicato da appena il 3% della popolazione italiana.

    Ora, questo in apparenza non sembrerebbe propriamente un concetto democratico. Ma se guardiamo meglio, capiamo subito che non c’è nulla di cui preoccuparsi: quella minoranza in realtà non ha esercitato un potere elettivo esclusivo; perché nei fatti, per fortuna, Renzi sta facendo tutto il contrario di quello che aveva promesso! Naturalmente.

     

    Andrea Giannini