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  • Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    Liberista o keynesiano? Lo Stato che interviene direttamente nell’economia non è fantapolitica

    economia-soldi-D1È talmente raro che le trasmissioni di approfondimento facciano davvero “approfondimento” che, quando capita l’occasione di citarne una, non c’è altra notizia che tenga: bisogna dare spazio a chi compie l’atto rivoluzionario, per questi tempi, di un minimo riequilibrio informativo. È accaduto infatti questa settimana che venisse affrontata, anche se solo a livello divulgativo, la grande questione della politica economica: quali tipi di intervento o quale tipo di atteggiamento deve tenere il governo nei confronti dell’economia? In che modo si può operare per creare più occupazione, più sviluppo e più benessere?

    Si tratta, come è evidente, di un tema assolutamente prioritario, tanto più nel corso di una crisi economica ancora molto dura. Eppure non se ne sentiva parlare affatto. Anzi, nel corso dell’ultimo ventennio si è come rimosso l’argomento dal dibattito pubblico; quasi che la risposta fosse scontata, quasi che alla gente non dovesse interessare avere diversi punti di vista sul modo di incentivare l’economia o di individuare i settori settori strategici per lo sviluppo del paese. Infine tre anni fa, come è ormai noto, lo Stato italiano abdicava formalmente a questo ruolo, rimettendolo nelle mani sapienti della Commissione Europea e della BCE che da allora lo interpretano predicando incontrastate rigore contabile e liberalizzazioni.

    Questo muro dell’ortodossia è stato timidamente graffiato per la prima volta un paio di sere fa, nel corso di una puntata di Otto e Mezzo dal titolo: «Renzi, liberista o socialdemocratico?». Ospiti di Lilli Gruber erano, da una parte, il professor Francesco Giavazzi, editorialista di punta del Corriere della Sera e vecchia “conoscenza” di questa rubrica (per via di alcuni fondi su euro e stato sociale scritti insieme ad Alberto Alesina) e, dall’altra, la professoressa Mariana Mazzucato, economista dell’Università del Sussex.

    I due ospiti rappresentavano ovviamente, come è nello stile del giornalismo italiano, i due diversi punti di vista sul modo di intendere la politica economica. Da qui – immagino – la prima sorpresa dello spettatore, che per la prima volta dopo anni viene posto a conoscenza del fatto che non esiste una sola verità sull’argomento: cioè le “ricette” a cui da anni ci stiamo sottoponendo, senza alcuna discussione pubblica, non sono le uniche possibili. Non solo. Scopriamo addirittura che non un nazionalista di estrema destra o un teorico delle scie chimiche, ma proprio una di quelle figure che piacciono tanti ai “liberals”, una donna che insegna economia in Inghilterra (cosa che fa tanto “minoranze” e tanto “successo italiano all’estero”) sostiene tranquillamente una tesi del tutto opposta a quella della “Europa”, dei partiti “moderati” e dei giornali “seri”.

    E chi lo avrebbe mai detto che era possibile una visione economica alternativa? Beh, ad esempio il sottoscritto. Già a settembre del 2013, infatti, avevo provato a spiegare, entrando in temi che non mi competono come un elefante in cristalleria, che nel dibattito economico attuale più che in passato si danno almeno due visioni contrapposte: visioni che però non trovano corrispondenza nell’offerta politica, dato che i partiti, da destra a sinistra, in Italia come in Europa, sono tutti sbilanciati verso un solo polo del dibattito.

    Questo polo è incarnato discretamente dalle idee del professor Giavazzi, il quale, interrogato dalla collega su quali fossero i problemi delle imprese italiane (visto che si parla sempre dei problemi dello Stato, ma mai di quelle delle imprese…), rispondeva eloquentemente: “i problemi delle imprese sono le tasse alte e le rigidità del mercato del lavoro”. Al che la professoressa Mazzucato aveva buon gioco a dimostrare come questi siano in realtà problemi dello Stato, essendo quel soggetto che solo può elevare la pressione fiscale e stabilire le regole nei rapporti di lavoro: e dunque dare questo tipo di risposta equivale a dire che il privato non ha colpe.

    Nel corso del dibattito tra i due economisti questa differenza di vedute emergeva in modo sempre più evidente, anche per il profano: da una parte la Mazzucato vuole definire compiti e punti di forza sia del pubblico che del privato; dall’altra invece Giavazzi propende nettamente per il privato. Questa contrapposizione ha evidentemente radici ideologiche, o comunque risponde a un orientamento generale del pensiero: perché naturalmente non può esistere una rigorosa dimostrazione empirica che stabilisca, una volta e per sempre, chi abbia ragione in questa diatriba tra pubblico e privato. Ciò detto, però, se guardiamo a chi offre la risposta più radicale, allora non c’è partita.

    Secondo Giavazzi la politica economica si fa solo con l’antitrust e le detrazioni fiscali: compito dello Stato è dunque quello di fare il “guardiano dell’economia”, evitando che si instaurino regimi di monopolio e premiando con sempre minori tasse quelle imprese che investono; per il resto deve assistere da spettatore al magnifico dispiegamento del libero mercato e all’operare chirurgico della famosa “mano invisibile” di Adam Smith, la quale, mentre ognuno è impegnato ad arricchirsi privatamente, dispone le cose perché si realizzi magicamente la società migliore possibile.

    Secondo la Mazzucato, invece, lo Stato può esercitare un ruolo positivo: la spesa pubblica non è sempre e solo “improduttiva”. Di qui evidentemente l’ennesima sorpresa dello spettatore: c’è ancora qualcuno oggi che va in giro a dire che lo Stato non dovrebbe tagliare la spesa, bensì spendere? Questo Stato italiano “corrotto” e “sprecone”? Non solo.

    Mentre Giavazzi con grave sprezzo del ridicolo vagheggiava di un’austerità “buona”, con tagli di spesa, e un’austerità “cattiva”, con aumenti di tasse, la Mazzucato spiegava che internet è il risultato di investimenti strategici del governo americano nel settore della difesa; sosteneva che la FIAT in Italia avesse smesso di fare investimenti perché lasciata libera dal governo (mentre negli Stati Uniti Obama sta mettendo sotto pressione Marchionne perché la Chrysler sviluppi nuovi motori ecologici); argomentava che la corruzione di questi giorni non va usata per demonizzare il pubblico, perché “la corruzione c’è in tutti i paesi”; e addirittura ricordava il ruolo importante di aziende statali come l’IRI, al cui solo sentir pronunciare il nome, mancava poco che Giavazzi non cadesse dalla sedia.

    Ovviamente la discussione non si è risolta: la Mazzucato ha testimoniato con la sua persona che  un orientamento keynesiano o “socialdemocratico”, dato per spacciato tra gli anni ’90 e gli anni 2000, sta prendendo di nuovo piede tra gli economisti, per chiedere allo Stato di intervenire direttamente nell’economia e farsi carico di grossi progetti di investimento; Giavazzi, dal canto suo, ha probabilmente continuato a pensare che queste sono cose più adatte a Stalin e ai suoi piani quinquennali e che l’economia la fanno i bravi imprenditori, che poi sono “quelli che esportano” (e vai di mercantilismo).

    P.S.

    E Renzi? Alla fine il premier è liberista o socialdemocratico? La Mazzucato sospendeva il giudizio, in attesa di capire se dal Presidente del Consiglio potesse venir fuori qualcosa di più concreto degli 80 euro. Per Giavazzi, invece, Renzi merita un bel 7+, perché ha cambiato qualche burocrate, ha tolto qualche tassa e ha rimosso qualche funzionario pubblico in odore di corruzione: è poco, ma è partito con il piede giusto. Dunque Renzi, un premier “di sinistra”, piace tanto ai liberisti: e chi l’avrebbe mai detto?

    Andrea Giannini

     

  • La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    La febbre dello spread, che imbroglio! A distanza di tre anni i numeri smascherano l’inganno

    economia-soldi-finanza-banche-DIUna volta avevamo una politica certo litigiosa e inconcludente, ma che almeno adempiva il compito minimo di alternarsi. Non che io sia un fan della logica del bipolarismo – sia chiaro. Tuttavia l’esistenza di forze di destra, da un parte, e forze di sinistra, dall’altra, salvaguardava almeno l’apparenza che esistesse una competizione per il potere e che questa competizione si misurasse alle elezioni, nei confronti dei cittadini. Poi tutto è cambiato.

    Vi ricordate che giorno era? Era il 5 agosto del 2011. Il giorno prima lo spread tra i nostri titoli di stato a 10 anni e quelli tedeschi aveva toccato quota 400; la BCE aveva cominciato a preoccuparsi e così ci recapitava la famosa letterina a firma Trichet e Draghi (rispettivamente governatore uscente e governatore entrante), con cui informava il premier Berlusconi che si rendeva «necessaria un’azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori». Insomma, era il momento che cominciassimo a svegliarci, perché l’eurotower, purtroppo, non poteva far nulla; se non (bontà sua) indicarci le priorità da seguire (possibilmente per decreto legge, ossia scavalcando il Parlamento):

    1. Misure per la “crescita”: privatizzazioni a tutto spiano, abolizione della contrattazione salariale collettiva, assunzioni precarie e licenziamenti facili;

    2. Misure per i conti pubblici: riduzione automatica del deficit, pareggio di bilancio (meglio se in Costituzione), alzamento dell’età pensionabile e spesa pubblica sotto stretto controllo;

    3. Misure generali: maggiore efficienza della pubblica amministrazione (introduzione di rigidi parametri di performance in tutti i settori) e abolizione delle provincie.

    Da allora è sempre stata questa la vera agenda di tutti i governi italiani. Berlusconi, che non aveva la forza per imporla, fu sostituito da lì a breve (complice un’impennata clamorosa dello spread fino a quota 575). Dopo di lui Monti varò tutte le misure per ridurre i conti pubblici (dal fiscal compact, al pareggio di bilancio, fino alla riforma Fornero), salvo poi ritrovarsi bocciato alle elezioni insieme con tutta la politica di austerità. Nessun problema, naturalmente: quello che era stato fatto era stato fatto. I nuovi governi avrebbero dovuto solo evitare di smantellare le riforme dell’ex-commissario europeo e dedicarsi al resto del programma. In questo Letta ebbe qualche oggettiva difficoltà; per cui fu necessario passare il testimone a Renzi. Ed in effetti oggi il premier è tutto dedito a fare “riforme” del lavoro, a battagliare con i sindacati, ad annunciare privatizzazioni e abolizioni delle provincie: tutto rigorosamente all’interno del solco tracciato dai governatori di Francoforte.

    Fin qui niente di strano: tutto sommato ci siamo legati mani e piedi all’Europa proprio perché avevamo bisogno di una “tutela” esterna, essendo noi così pigri, dissoluti e inaffidabili. Resta il fatto, tuttavia, che il segno tangibile della nostra inadeguatezza, con l’aggravante dell’emergenza (che rendeva impossibile discutere ulteriormente), fu proprio la febbre dello spread. L’Europa non ci stava imponendo nulla: stava solo giungendo in nostro soccorso, per aiutarci a fare quello che noi non avevamo saputo fare, mandando in fibrillazione i mercati. Gli investitori non si fidavano più, non compravano il nostro debito e lo spread saliva alle stelle, minacciando la bancarotta dello Stato: era la dimostrazione che eravamo incapaci di gestirci e non avevamo altra scelta se non farci guidare dalla mano severa, ma giusta, della BCE.

    Qualcuno, però, fece notare che l’impennata dello spread era solo speculazione finanziaria, determinata dall’ambigua politica monetaria della BCE, priva di un preciso mandato per l’acquisto di titoli di Stato (per cui gli investitori potevano scommettere sulla bancarotta di un paese membro). In questo contesto – proseguivano i critici – le politiche di austerità chieste dalla BCE non potevano essere realmente efficaci; mentre le misure proposte per la crescita (liberalizzazioni, privatizzazioni e abbattimento delle tutele al lavoro) non avevano alcuna relazione con il problema dello spread. Dunque – concludevano costoro – la governance europea stava usando la crisi del debito solo per imporre assetti penalizzanti per i lavoratori.

    Queste critiche venivano rigettate parlando di “complottismo” e sostenendo che la speculazione avesse un’origine reale: la nostra inaffidabilità, la crescita negativa e l’alto debito pubblico. Bisognava dunque rispettare gli impegni, ridurre il debito e favorire lo sviluppo senza fare ulteriore spesa: in ultima battuta sarebbe arrivata anche l’occupazione. Il successivo calo dello spread, coerentemente, fu attribuito al risanamento intrapreso da Monti; e non alle tre parole dette da Mario Draghi il 26 luglio 2012, quando, lanciando il programma OMT, promise di fare tutto il possibile («whatever it takes») per tenere in piedi l’euro (cioè quello che fanno tutte le banche del mondo senza dettare condizioni). Tutte queste spiegazioni, però, appaiono totalmente smentite.

    Già a fine 2011 il governo Monti prevedeva per l’anno successivo una lieve recesisione pari a un -0,4%: andò a finire che  crollammo al -2,4%. A metà 2012 sempre Monti prevedeva di nuovo un -0,4% per il 2013: finì con un pesante -1,9%. L’anno scorso il governo Letta prevedeva un +1% per quest’anno, subito contrastato dall’ISTAT che si limitava a un più blando +0,7%. L’altro giorno le previsioni dell’OCSE ci hanno dato al +0,5%, in ulteriore calo rispetto al +0,6% delle stime già aggiornate: qualcuno offre di meno? Se a questo quadro aggiungiamo anche il recente rinvio del pareggio di bilancio, si può ben dire che in termini sia di crescita che di affidabilità stiamo facendo pessime figure.

    Pure il debito pubblico non è in migliori condizioni. Le recenti stime della Commissione UE lo danno prossimo al 135,2% del PIL, mentre nel 2011 eravamo “solo” al 120,1%. Le stesse stime danno anche la disoccupazione a livelli mai raggiunti: 12,8%. In tutto questo bel contesto, che teoricamente dovrebbe essere il terreno ideale per la speculazione, cosa combina lo spread? Schizza alle stelle minacciando di riportarci alla bancarotta? Au contraire, mes amis. Lo spread segna il minimo storico degli ultimi tre anni: 150 punti base.

    Ora, nel 2011 io non ero tra quelli che avevano capito. Io avevo appena cominciato a rendermi conto che c’era qualcosa che non andava. Ma oggi c’è ancora qualcuno disposto a negare che lo spread è stato un imbroglio?

    Andrea Giannini

  • Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    Più Europa: cammino obbligato o scelta politica? Le dichiarazioni di Joseph Stiglitz

    joseph-stiglitzIn questi giorni circola la notizia che i premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen, tradizionalmente critici verso il progetto di unificazione monetaria, si sono espressi a favore di quella che per comodità chiamiamo la posizione del «più Europa»: ossia maggiore integrazione fiscale, bancaria e legislativa in risposta ai difetti dell’attuale assetto. La notizia è vera. In particolare ci sono pochi dubbi che i due, quando parlano di «manipolazione che sta avvenendo in alcuni discorsi in Francia e in altri paesi europei», stiano pensando proprio a Marine Le Pen e Beppe Grillo.

    Naturalmente la citazione è stata subito ripresa sul web da chi aveva bisogno di un modo per zittire gli euro-scettici e le loro velleità. Ma forse prima di dare pareri affrettati occorre attendere. Per esempio potremmo lasciare parlare lo stesso Joseph Stiglitz, al quale, qualche mese fa, durante un incontro organizzato da UBS a Basilea, è stata rivolta questa esplicita domanda:

    «Lei sembra suggerire che non c’è nulla che non possa essere risolto con più solidarietà europea: e a livello speculativo sono d’accordo con lei. Tuttavia, a voler essere politicamente realisti, non penso che questa soluzione sia imminente. Non vedo grandi assegni firmati da politici tedeschi per finanziare, ad esempio, i disoccupati spagnoli o greci. Per cui, se pensiamo in questa prospettiva e ci caliamo nei panni di un capofamiglia trentenne spagnolo o greco senza prospettive di occupazione, non sarebbe meglio se tutti i paesi insieme lasciassero l’eurozona?».

    Ecco la risposta di Stiglitz:

    «Come ho detto nel corso del mio discorso, la realtà è che, se le riforme che ho descritto fossero realizzate, la Germania non avrebbe bisogno di firmare grossi assegni. È più probabile, anzi, che debba pagare un costo maggiore non facendole, queste riforme. Tuttavia penso che la descrizione della realtà che lei ha fatto, a proposito del modo in cui il dialogo è portato avanti in Germania, sia assolutamente corretta: ed è una delle ragioni per cui sono un po’ pessimista, se penso al futuro dell’Europa. Sarà una faticaccia persuadere la Germania a fare queste riforme, anche se le costerebbero di meno. E questo conduce la Spagna e la Grecia ad affrontare un dibattito cruciale, una questione politica: cosa fare se la realtà è che queste riforme non ci saranno mai?

    L’Europa rimarrà appesa alla speranza che Spagna, Grecia e gli altri paesi periferici continuino a pensare: “Stanno per arrivare ad aiutarci!”. Rimarrà appesa alla speranza che la gente non voglia lasciare l’euro; ma in pratica ci saranno così poche riforme che non accadrà mai nel breve periodo che i paesi emergano dalla depressione. Dunque il mio consiglio si dovrebbe muovere lungo le linee cui lei accennava. Probabilmente dovrebbero affrontare la realtà: non ci saranno riforme politiche che rendano l’euro percorribile per la periferia; la svalutazione interna non funzionerà; lasciare l’euro sarà doloroso, ma restarci sarebbe ancora più doloroso. Tra gli economisti circola una soluzione più facile, ipotizzata da molte persone: è la Germania che dovrebbe uscire. Se la Germania uscisse, il valore dell’euro andrebbe giù e la competitività dei paesi del sud sarebbe salirebbe sostanzialmente». [Il video e la trascrizione inglese li trovate qui].

    Il pensiero di Stiglitz non è equivocabile: la crisi è colpa dell’euro, perché crea squilibri di competitività dai quali si può uscire solo o con riforme che portino a trasferimenti di finanziamenti dai paesi più competitivi (soluzione preferibile, ma non probabile) o con una uscita dall’unione (soluzione non preferibile, ma probabile), meglio se attuata attraverso l’adozione di un nuovo marco da parte della Germania (un’ipotesi, questa, di cui si è discusso giorni fa anche al convegno dell’associazione «Asimmetrie» e in cui per ora non occorre addentrarci).

    L’analisi è assolutamente condivisibile. C’è solo un punto da chiarire: per quale motivo sarebbe preferibile un’unione di trasferimento, rispetto alla dissoluzione dell’eurozona? A questo riguardo bisogna notare che è evidente lo scetticismo dello stesso Stiglitz circa le reali possibilità di una maggiore integrazione, visti i pochissimi progressi che si sono registrati: e già questo basterebbe per concludere che la questione è puramente accademica o d’immagine. Tuttavia per amore di discussione chiediamoci pure: perché dovremmo desiderare «più Europa»?

    Un primo motivo è che certamente, in astratto, sarebbe la soluzione più semplice. In fin dei conti l’eurozona potrebbe funzionare già così com’è, senza nemmeno bisogno di modificare i trattati, se solo esistesse un po’ di solidarietà reciproca: e questa sarebbe indubbiamente una via molto più agevole che mettersi a studiare soluzioni per reintrodurre monete nazionali. Ciò non implica, tuttavia, che una dissoluzione ordinata sia impraticabile. Al contrario, secondo Stiglitz dividersi potrà anche essere doloroso; ma non più doloroso di quello che stiamo patendo ora, restando dentro l’euro a queste condizioni. Pertanto, anche se è comprensibile il fastidio di un mite economista per il fatto di essere sempre tirato in ballo dal leader della destra francese, dall’altra parte non si può nemmeno criticare Marine Le Pen perché non cita Checco Zelone quando risponde a quei giornalisti convinti che uscire sia “impossibile”.

    Altre motivazioni per auspicare «più Europa» se ne possono trovare: ma non potranno che essere motivazioni politiche. Il buon senso economico, infatti, ha già indicato chiaramente quale è la strada che oggi dobbiamo seguire: unirsi, altrimenti uscire. Da questo punto in poi, però, ogni decisione per stabilire se vogliamo davvero stare insieme o meno, se e quanto credito concedere ancora al progetto di unificazione, se dobbiamo desiderare una grande realtà federale europea; ebbene questa decisione dipenderà esclusivamente da ragionamenti politici: e questo Stiglitz lo riconosce molto onestamente. Dunque, in definitiva, il processo di integrazione non è una strada imposta dalle inoppugnabili ragioni della scienza economica: è un cammino che ha senso percorrere solo se si condivide una visione e una precisa volontà politica.

    Ora, quanto alla visione politica, non c’è dubbio che Stiglitz, come tanti altri, sia favorevole a una maggiore integrazione. Tuttavia il suo parere in questo senso è molto meno rilevante, perché è evidente che un conto sono le convinzioni scientifiche degli economisti, un altro conto i loro giudizi politici. Oltretutto a un’analisi più approfondita rischiano di venire a galla condizionamenti e pregiudizi radicati. In particolare è difficile sfuggire all’impressione che da quella sponda dell’Atlantico guardino ai nascenti Stati Uniti d’Europa come se fossero gli Stati Uniti d’America con 200 anni di ritardo: e dunque, per definizione, un progetto intrinsecamente buono. Se così fosse, però, sarebbe una visione politica a dir poco naif. Per quel che mi riguarda la realtà è un’altra, ben più complessa e con pesanti ombre sulla presunta “bontà” complessiva del progetto e sulla sua sostenibilità. Non nego a priori che possano esistere alti ragionamenti geopolitici in merito all’idea di fare un’Europa federale: ma registro il fatto che fino ad oggi non se sono sentiti molti. Quanto invece alla volontà politica, parlando con il dovuto il rispetto, non è una questione che possa essere appaltata a Stiglitz o altri: quando bisogna stabilire cosa fare, infatti, è ancora e sempre una questione di democrazia.

    L’Europa unita si può fare: il problema è che bisogna volerlo. E per sapere se lo vogliamo davvero non c’è bisogno di un referendum. Basta porsi una banale domanda: perché non si dice che è solo una scelta politica e non si chiamano i popoli a esprimersi? Perché nei giornali o in televisione non si ammette che fuori dall’euro non ci sono le sette piaghe d’Egitto e che possiamo tranquillamente commerciare con la Cina anche rimanendo nei vecchi confini nazionali? Perché non si dice ai popoli che sono liberi di scegliere quello che vogliono? La risposta è facile: e la conoscete già. È lo stesso motivo per il quale grandi economisti come Alesina e Giavazzi fanno terrorismo sulle pagine del Corriere delle Sera. È lo stesso motivo per cui Stiglitz può piccarsi per essere stato tirato in ballo a sproposito da Marine Le Pen; ma non può vantarsi – guarda un po’ – di essere stato chiamato a testimone dai sostenitori dell’euro. Perché questa unificazione europea è un progetto elitario che sopravvive grazie alla menzogna.

    Solo raccontando ai popoli che non hanno altra scelta, solo minacciando il terzo conflitto mondiale, solo spacciando liberi pareri personali per verità inoppugnabili, solo sopprimendo le più banali conquiste scientifiche, solo confondendo e spaventando questo progetto può restare in piedi. Ma in un contesto realmente democratico, dove alla gente non venisse nascosto sistematicamente quello che Stiglitz tranquillamente ammette, ossia che l’attuale disastro economico è colpa è dell’euro e che è possibile tornare indietro, questo sistema non sarebbe mai esistito.

     

    Andrea Giannini

  • “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    “Quanti ricordano perché abbiamo voluto l’Europa?” Lo spot della Rai: un’idea stupida

    europa-bceOvviamente si sapeva che si sarebbe arrivati a questo punto; per cui c’è poco da stupirsi, se oggi in tema di Europa ci ritroviamo a commentare, anziché critiche e proposte, uno stucchevole spot elettorale.

    È infatti in onda in questi giorni sulle reti RAI, realizzata dalla stessa azienda di Stato (non si capisce bene a che titolo), una vera e propria pubblicità commerciale in stile “Mulino Bianco”, la cui “trama” è la seguente: all’inizio, mentre scorrono scene di guerra, rovine e distruzione, vengono ricordati i morti di due guerre mondiali; poi, a un certo punto, come per magia, immagini in bianco e nero di firme e strette di mano; la musica cambia, la voce fuori campo ripercorre le epiche tappe dell’integrazione, manifestanti di varie nazionalità reggono cartelli a favore dell’Europa e infine si affaccia un tripudio di mamme e bambini sorridenti, anziani sicuri, abbracci affettuosi, sicurezza, pace e prosperità. Non manca la morale della favola: Bruxelles a volte ci delude, ma non dobbiamo dimenticarci a cosa ci serve l’Unione Europea.

    Purtroppo, nonostante il motto riportato nella schermata finale sia “per informare, non influenzare”, è evidente che la realtà sta esattamente all’opposto. Excusatio non petita, accusatio manifesta: proprio perché è evidente che si tratta di propaganda di bassa lega, devono scrivere che è “informazione”, altrimenti non se ne sarebbe accorto nessuno.

     L’argomento sostenuto è sempre lo stesso e l’abbiamo già smontato: l’Europa si è autoproclamata “antidoto contro la guerra”, ma ascrivere il merito degli ultimi settant’anni di pace al processo di integrazione non solo comporta avallare un falso storico: più banalmente comporta anche credere a un’idea davvero stupida. E spiace constatare che il nostro Presidente della Repubblica non sia più in grado di ravvedersi da questo clamoroso abbaglio, per cui in generale si continua a confondere “euro”, “Unione Europea” ed “Europa”, che sono tre concetti diversi; e si pretende di definire le dinamiche globali a partire da una banale questione terminologica (semplicemente perché “unirsi” è un termine con valenza positiva e “dividersi” ha valenza negativa).

    La costanza di queste bugie mi costringe a ripetermi. Nessuno nega che i padri fondatori avessero intenzioni nobili; ma resta il fatto che è difficile sostenere che i loro sforzi nel dopoguerra abbiano pesato di più dell’equilibrio nucleare tra USA e URSS. La realtà è che la Germania era occupata militarmente e divisa in due blocchi; la Francia, l’Italia e la Gran Bretagna erano subordinate agli Stati Uniti; l’est Europa era in mano sovietica: impossibile che potesse muoversi anche un solo carrarmatino del Risiko senza che le due superpotenze lo volessero. Allo stesso modo è del tutto priva di fondamento l’idea che due guerre mondiali siano da attribuirsi essenzialmente a non meglio precisati “egoismi nazionali”, la cui logica sarebbe insita anche nel principio stesso del ripristino di valute nazionali (evidentemente per via dell’aggettivo comune). Questa propaganda fatta di “iper-inflazione”, “carriole” da Repubblica di Weimer e “nazifascismo” è però chiaramente smentita da Giorgio Gattei, docente di Storia del Pensiero Economico a Bologna, che scrive:

    “La Germania non si è mai ripresa dallo shock della Grande Inflazione degli anni 1919-1923, a cui si addebita la responsabilità della salita al potere di Hitler. Così ragionando essa però rimuove il fatto inequivocabile che da quella iperinflazione si è usciti con la stabilizzazione del marco della socialdemocratica Repubblica di Weimar (1923-1932) e che la catastrofe elettorale del 1933 è stata piuttosto provocata dalla sciagurata politica di austerità deflattiva adottata dal governo Brüning (è ricorrenza storica che le dittature escano politicamente dalle deflazioni monetarie, mentre l’inflazione sposta l’elettorato a sinistra!)”.

    Questo passo ha il merito di riportare la discussione su binari di minimo buon senso. I popoli non si fanno la guerra solo perché non condividono lo stesso Stato: altrimenti non esisterebbero le guerre civili. Al contrario, si può restare in pace anche senza unirsi dentro entità più grandi, come dimostra il caso della Svizzera, che è neutrale dal 1515 (e difatti si è ben guardata dall’adottare l’euro o dall’entrare nell’Unione Europea).

    Inoltre si finge di non vedere che all’inizio delle due guerre mondiali c’erano sì fermenti nazionalisti, ma a dettare l’invasione militare come strumento di politica estera furono piuttosto le ragioni dall’espansionismo: Austria-Ungheria, Germania e Giappone condividevano infatti una visione politica tardo-imperialista, per la quale la forza di uno Stato è data dalla vastità dei territori controllati, che a loro volta si traducono in uomini in armi e campi da coltivare (il “Lebensraum” hitleriano). Oggi questo retaggio non esiste più: a parte – s’intende – tra i sostenitori del «più Europa», per i quali – guarda un po’ – dobbiamo diventare più grandi proprio per rivaleggiare con la Cina (come ci suggerisce quest’altro bello spot dai toni molto “pacifici”). Tra le persone normali, tuttavia, nessuno si azzarderebbe a sostenere che nel mondo di oggi per scambiarsi merci e servizi si debba essere per forza “grandi”; né si può sostenere che senza l’Unione Europea a qualcuno verrebbe in mente di invadere i partner commerciali per diventare più ricco!

    In realtà, come suggerisce il passo di Gattai, le guerre non dipendono dal fatto che ci sono i nazionalisti cattivoni: più verosimilmente guerre e nazionalismi aggressivi dipendono dalle idee stupide. E se c’è un’idea stupida, anzi addirittura «orribile» secondo il premio nobel Amartya Sen, questa idea è proprio l’euro.

    La “propaganda” a favore dell’euro, perciò, non può che essere definita tale anche se viene da insigni economisti. Il problema è che – al netto dei mistificatori di professione – siamo stati tutti vittime di questo gigantesco luogo comune, che si è trasformato in una sorta di ricatto morale implicito. “Essere contro l’Europa è essere contro la pace”, perché è tecnicamente innegabile che, se tutti accettassero di vivere sotto un unico stato, non ci sarebbero più stati separati che si fanno la guerra tra loro (peccato solo che frustare la gente a colpi di deflazioni salariali non sia esattamente la migliore idea per entusiasmarla).

    È tale, ad esempio, la posizione di un critico dell’euro come Paul Krugman, che in questo articolo si chiede perché non lasciare che la moneta unica si rompa: “La risposta, credo, è soprattutto politica. Non del tutto così – una rottura dell’euro sarebbe estremamente dirompente, con costi puntualmente alti di “transizione”. Inoltre, il costo duraturo di una rottura dell’euro equivarrebbe a una sconfitta enorme per il progetto europeo più ampio che ho descritto all’inizio di questo discorso – un progetto che ha reso al mondo un gran bene, e che nessuno che non sia cittadino del mondo vorrebbe vedere fallire”.

    Dunque, a parte gli alti costi di transizione (che però con gli anni stanno diventando irrisori, a fronte della devastazione che stiamo subendo, e che comunque avrebbero evidentemente una fine, una volta compiuta la transizione stessa), è chiaro che per Krugman il problema è politico: e con questo anch’egli mostra di cadere preda del mito “Unione Europea = bene”, benché nessuno riesca a esemplificare in concreto come questi benefici abbiano superato le privazioni economiche patite.

    C’è poi un ricatto ancora più grosso: “chi è contro l’euro non vuole che l’Europa funzioni”. Con questo argomento implicito si accolgono con freddezza e fastidio tutti i critici, che ovviamente, non potendo sostenere di prevedere il futuro, sono costretti a dare una chance al progetto. Curiosamente, però, se parliamo dell’Italia questa indulgenza non vale: cioè, bisogna dire che l’Europa funzionerà anche se non ha mai funzionato, mentre bisogna dire che l’Italia non funzionerà, anche se ha funzionato.

    È l’argomento usato, tra gli altri, da Luigi Zingales: “Avere la flessibilità di usare il cambio solo in alcuni momenti, è un grande vantaggio; è un grande vantaggio che noi abbiamo dato via, ma abbiamo dato via a ragione perché l’abbiamo usato male, e non avevamo la credibilità di usarlo solo bene”.

    Insomma: siamo inferiori e l’euro ce lo meritiamo, anche se è la cosa sbagliata. Il fatto che questa idea sia insultante per gli italiani, al punto di non ammettere nemmeno la più piccola possibilità di un ravvedimento, non fa sorgere in nessuno il sospetto che in realtà gli Zingales non vogliano che l’Italia abbia successo e lavorino perché diventi preda di potentati economici stranieri: cosa che io non credo – sia chiaro –, ma che è esattamente quello che si fa con chi critica la moneta unica quando lo si definisce “nazionalista”. Alla prova dei fatti, dunque, chi davvero mette a repentaglio il contributo positivo dell’Unione Europea è solo chi si rifiuta di separarlo da quello negativo dell’euro.

     

    Andrea Giannini

  • Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Uscire dall’Euro: ecco i giudizi morali, le valutazioni politiche e le banali tautologie

    Economia, finanzeAlla discussione sull’euro sta partecipando anche il Corriere della Sera (o quello che ne resta), ospitando interventi assolutamente autorevoli: la lettera di Bini Smaghi, Saccomanni, Fitoussi & Co, collaboratori della Luiss School of European Political Economy, i quali sostanzialmente rigettano l’idea che uscire sia una soluzione; e l’editoriale del duo Alesina & Giavazzi, che al solito invitano a battere con più lena la strada su cui già siamo.

    Si tratta di contributi che vale la pena prendere in esame, perché danno una buona idea di quali siano le argomentazioni dei sostenitori della moneta unica e del perché il dibattito non si possa definire, al fondo, un “dibattito economico”. Basta uno sguardo un po’ più attento, infatti, per accorgersi che spesso, accanto a motivazioni tecniche [a proposito delle quali, se proprio ci tenete, vi invito a leggere contributi come questo o questo], vengono addotte anche motivazioni che non dipendono da valutazione scientifiche “oggettive”, ma da considerazioni soggettive astratte, spesso di natura politica o morale, sulle quali si potrebbe e (si dovrebbe) discutere in modo laico.

    La lettera al Corriere della Sera

    Partiamo dalla lettera al direttore De Bortoli dei Bini Smaghi e dei Fitoussi, i quali scrivono: “Chi propone l’uscita dall’euro vuole in realtà tornare a quel modo di governare l’economia che la storia ha già condannato come fallimentare. I vantaggi dell’autonomia monetaria si rivelerebbero illusori. Al fine di contenere brusche fluttuazioni del cambio e di evitare fughe precipitose dei capitali, i responsabili delle politiche economiche italiane sarebbero infatti costretti a inseguire le politiche scelte dalle aree dell’euro e del dollaro”. È un autorevole parere, non c’è dubbio: ma non è un parere tecnico. C’è scritto, infatti, che fuori dalla moneta unica troveremmo solo l’instabilità finanziaria e che non ci sarebbe soluzione, se non quella di ancorarsi a una moneta forte. Ora, è impossibile che esperti tanto accorti vadano in giro a predicare, in generale, una simile idiozia. Tutti sappiamo che il mondo è pieno di paesi felicemente industrializzati che hanno la loro bella valuta pur senza poter vantare il peso economico degli Stati Uniti o della Cina. Un esempio? Corea del Sud, Turchia, Gran Bretagna, Svizzera, Nuova Zelanda, Canada, eccetera. Bisogna pensare, dunque, che i firmatari si stiano riferendo nello specifico all’Italia: noi italiani non saremmo in grado di fare quello che altri popoli fanno con successo.

    Naturalmente è possibile; ma per sostenere questo punto di vista gli esperti della Luiss non evocano ragioni economiche. E questo per un motivo molto semplice: che non ce ne sono e non ce ne possono essere. Quale ragione scientifica, infatti, potrebbe spiegare perché una soluzione praticabile e già praticata non si può praticare? Evidentemente lo si può sostenere solo a patto che – è questo il punto – si evochino considerazioni politiche, morali o addirittura razziali, che dunque per loro natura sono opinabili. Neppure – benché i firmatari evochino una fantomatica “condanna della storia” – si può dire che esistano particolari ragioni desumibili dal nostro passato: al contrario, il fatto è che l’Italia repubblicana, fuori dallo SME e dall’euro, è stata praticamente sempre in crescita sostenuta (tradotto: avevamo dei problemi, ma meno di oggi).

    Un altro giudizio ricorrente: “Il passaggio dall’euro alla lira non risolverebbe i problemi strutturali che da anni attanagliano l’economia italiana“. Anche in questo caso non siamo difronte tanto ad un’affermazione tecnica, quanto piuttosto a una banale tautologia. Quali economie non hanno problemi che si potrebbero definire “strutturali”? In linea di principio tutti hanno dei difetti da migliorare. E ancora: come si può pensare che ogni problema si risolva uscendo dall’euro? Ovviamente non si può: ad esempio, se il mio problema fosse lo scarso successo con le donne, evidentemente le cose non cambierebbero, se avessi la lira in tasca. Ma questo discorso non dice nulla su quale delle due soluzioni (restare o uscire) sia in effetti più conveniente.

    Altro esempio: “Ritenere che si possa uscire dall’euro e al contempo rimanere a far parte a pieno titolo dell’Unione è una pura illusione. […] L’Italia verrebbe emarginata e isolata”. Pure questa è una valutazione politica; una valutazione che, tra l’altro, esprime una logica contraria al diritto internazionale (per cui ogni Stato ha diritto di scegliersi la propria moneta) e sembra particolarmente supportata da precedenti storici.

    L’editoriale che ti aspetti

    Anche i fondi di Alesina e Giavazzi sono un esempio cristallino di come persone molto esperte possano fare confusione tra le loro personali convinzioni e le conquiste della scienza. Dopo aver ammesso placidamente che nella fulgida era dell’euro pure la Germania ha già sforato la soglia del 3% del deficit, i due spiegano quale è il vero senso di questa imposizione proveniente dall’Europa: “Il 3% sarà anche una regola stupida, ma è l’unica forza che si oppone all’aumento delle spese, vista la nostra incapacità a contenerle”. Cioè, dobbiamo incatenarci a un parametro che ci strozza, non perché abbia un senso economico, ma perché siamo “incapaci” (naturalmente in relazione al fare quello che, nella visione dei due economisti, è indubbiamente un bene).

    Siamo così di fronte all’ennesimo giudizio morale, sempre che – si capisce – gli autori non abbiano voluto sintetizzare in questo modo una loro analisi politica (sicuramente interessante, ma di cui si potrebbe discutere) o un’evidente risultanza storica. Tuttavia questa “evidenza” è tutta da dimostrare, dato che – lo ribadisco – in generale l’Italia con l’autonomia monetaria ha avuto performance nettamente migliori dell’Italia vincolata da accordi di cambio. Per cui si fatica a capire il punto del ragionamento: cosa c’è che non va in noi italiani? È il cibo che mangiamo? L’aria che respiriamo? Il troppo sole e il troppo mare? O forse i baffi neri e il mandolino?

    Il fatto è che Alesina e Giavazzi hanno occhi solo per un fattore: l’abbassamento della spesa pubblica. Per i due economisti in questo momento sarebbe giustificata addirittura una dose da cavallo di tagli per 50 miliardi, perché: “l’Italia non si riprende senza uno choc”.

    Ora, a parte il fatto che qui è ricalcata la solita idea che all’asino serva la cura del bastone (cosa che ricorda molto da vicino il metodo di governo descritto da Naomi Klein), e a parte il fatto che mi sembrava si fosse stabilito che di austerità ne avessimo avuta abbastanza, faccio notare che sono gli stessi Alesina e Giavazzi nel loro articolo a ricordare che ci siamo affacciati alla crisi del 2007 con un debito in discesa (al 100% del PIL, contro il 113% del 1998): dunque è dura scorgere la correlazione tra spesa pubblica e crisi economica. A smentire questo accostamento, poi, è già intervenuto lo stesso vice-Presidente della BCE Vítor Constâncio, il quale ha affermato che: «Gli squilibri si sono originati per lo più nella crescente spesa del settore privato, finanziata dal settore bancario dei Paesi debitori e creditori». Per cui si ha un bel da fare a cercare di dimostrare che tutti i mali si concentrano sulla nostra spesa: al contrario, è in tutti i dati, oltre che sulla pelle della maggioranza della gente (esclusi i super-ricchi, naturalmente), che non siamo mai stati così male come da quando abbiamo cominciato a dare retta agli Alesina e ai Giavazzi!

    Forse giova citare, a questo punto, la ricostruzione fatta dal Prof. Claudio Borghi (ad esempio in questo video) a proposito del dibattito precedente lo sganciamento dell’Italia dallo SME. Borghi dimostra che anche allora le stesse persone (un esempio su tutti: Mario Monti) con le stesse identiche considerazioni di oggi profetizzavano sventure che puntualmente, quando poi effettivamente uscimmo nel settembre del ’92, non solo non si verificarono, ma furono anzi rimpiazzate da considerevoli effetti benefici che dovettero essere ammessi (anche dallo stesso Monti).

     Non farsi smetire per avere sempre ragione

    Il problema vero – e qui ritorniamo al punto – è che certe tesi apparentemente rispettabili hanno in realtà davvero poco di scientifico, perché non possono essere smentite. Per tanto che si tagli la spesa pubblica, essendo fisicamente impossibile ridurla a zero, essa sarà sempre troppo alta per chi ha una fede incrollabile nel principio che il peccato originale stia tutto lì. E quando un domani, abbandonato questo approccio, andremo a stare meglio, diranno che è stato merito loro; oppure diranno che, se avessimo continuato ancora per poco sulla strada che ci indicavano, saremmo andati a stare ancora meglio.

    Ecco perché nonostante tutto, certi esperti, che pure hanno portato e portano considerevoli contributi scientifici, non cambieranno mai idea: perché al fondo sono ancorati a teorie generali indimostrabili o a visioni politiche e morali del tutto personali. È insomma quell’atteggiamento che Paul Krugman ha definito: “Ti continuerò a picchiare finché non mi dirai che stai bene”.

     

     Andrea Giannini

  • L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    economia-soldi-D6Mentre la secessione della Crimea continua a creare gravi tensioni in tutta la regione, riprendiamo il discorso fatto la settimana scorsa e chiediamoci quali scenari si aprono per noi una volta preso atto dell’inevitabile fallimento del progetto di un’unione federale europea (il famoso “più Europa”). Ai lettori più affezionati non sarà sfuggito che questo imminente tracollo politico è l’altra faccia della medaglia del preannunciato tracollo dell’euro. È dunque indispensabile, sotto ogni punto di vista, proiettarsi al di là di queste strutture e chiedersi come l’Italia possa affrontare un futuro in cui l’Unione Europea, ammesso che esista ancora, avrà di certo un peso politico ridotto.

    Il fatto che un commentatore “di provincia” come chi scrive possa prendersi il lusso di profetizzare con sicurezza la fine di un “sogno” economico-politico tanto ambizioso, proprio mentre tradizionali indicatori tipo lo spread non danno segnali d’allarme e le élite del nostro continente continuano a lavorare come se questa “Europa” avesse effettivamente un domani, non può più essere una discriminante. Come insegna la favola di Andersen basta un bambino per urlare: «il Re è nudo!».

    Ed in effetti il fallimento del sistema è lampante per chiunque non voglia far finta di niente, visto che, molto banalmente, ad oggi nessuno è in grado di intravvedere una soluzione realistica per l’eurozona. Non è che manchino le proposte tecniche: manca proprio la volontà di perseguirle (il che ci dice molto sui reali motivi per cui siamo entrati nell’euro). Per questo, anche fra i commentatori più qualificati, gli illusi sono rimasti in pochi: tutti gli altri o “auspicano” una soluzione, o sono pessimisti, oppure stanno già consigliando agli Stati di ritornare alle loro vecchie monete. Di certo la soluzione non sarà la tanto osannata lista Tsipras, per motivi ormai noti, ma che prometto di ricapitolare più avanti (magari nell’imminenza del voto di maggio).

    La questione, dunque, è di una notevole rilevanza. Se l’Europa come progetto politico ha fallito, perché dovrebbe farcela l’Italia? Non si rischia di proseguire sullo stesso tipo di errore? Se abbiamo sbagliato a volerci integrare su un piano più ampio, non sarà forse il caso, come sembra suggerire Grillo, di seguire la strada opposta e dunque di disintegrarci verso un piano più ristretto dove “piccolo è bello”?

    In effetti è il momento di andare a discutere un punto rilevante.

    Europa vs Italia

    I critici dell’euro, come il sottoscritto, spesso sottolineano che l’irrazionalità dell’eurozona dipende dal fatto che essa non è una area valutaria ottimale”, dal nome della teoria economica con cui Robert Mundell vinse il premio nobel nel 1961 e su cui Paul Krugman ha fatto il punto qualche anno fa. Ciò significa che la moneta unica è nata in barba alle considerazioni degli economisti, per cui ora stiamo in qualche modo scontando questa sorta di “peccato originale”.

    Questo concetto – vale a dire che esiste una razionalità economica di cui tenere conto quando si  progettano sistemi economici – sembra lanciare un monito forte: “bambini, non fatelo a casa!”. Sembra, cioè, che siamo stati avvertiti: un sistema economicamente prospero è un sistema che rispetta ben precisi requisiti. Dunque non è del tutto sbagliato chiedersi: l’Italia oggi è un’area valutaria ottimale?

    Sembra di si. Secondo Krugman i due fattori che si sono rivelati decisivi sono la mobilità dei lavoratori e l’integrazione fiscale. E l’Italia ha entrambe le cose: ha molti immigrati dal sud che lavorano al nord, e ha molti contribuenti del nord che si lamentano… perché pagano le tasse anche per il sud! Sembrerebbero esserci i requisiti, dunque, perché l’Italia possa essere considerata una realtà politica che rispetta una minima razionalità economica.

    Tuttavia un punto sollevato da quelli che vorrebbero vedere un futuro per l’euro è che nemmeno noi all’inizio eravamo un’area valutaria ottimale. Perché allora, se pure l’Italia della lira è durata 150 anni, l’Europa dell’euro dovrebbe fallire dopo 15? È un’ottima domanda, che merita una risposta diretta. La risposta è che Giuseppe Garibaldi non era un funzionario col Ph.D alla London School of Economics, ma un avventuriero col fucile. E non è affatto una battuta.

    Monumento di QuartoChe cosa era successo nel 1861, proprio a pochi metri dalla redazione di Era Superba? Era partita la spedizione di un manipolo di uomini (mille o giù di lì) che volevano conquistare il Regno delle Due Sicilie per il loro Re. E inaspettatamente ebbero successo. La nostra nazione, insomma, è stata, sul piano storico, il frutto della debolezza dei Borbone di Napoli e della benevolenza della flotta britannica, che non sfruttò la sua enorme superiorità nel Mediterraneo per interferire con le faccende italiane. Sul piano pratico, però, l’Italia è stata semplicemente il frutto di una conquista militare. Ovviamente c’erano gli idealisti che pensavano alle “genti italiche”; ma la realtà è che i confini vennero tracciati sparando.

    Questa soluzione brutale creò un legame semplice, che a sua volta poteva essere spezzato in un modo semplice: il sud avrebbe dovuto insorgere. E questo non accadde. Anzi, il meridione, visto che era semplicemente cambiato il padrone, al netto di tutte le tensioni, nel complesso se ne fece una ragione. Il punto centrale, tuttavia, è quello che accadde dopo la conquista: la classe dirigente piemontese, ispirata dal modello francese e inglese (di cui Cavour era un fervente ammiratore), ebbe la banale accortezza di capire che i territori ottenuti con la forza non sarebbero rimasti, se non si fossero trasformati in uno Stato. E siccome volevano un Regno, fecero quello che si sarebbe dovuto fare sulla base di criteri per l’epoca anche abbastanza moderni: pensarono che la prosperità sarebbe venuta non solo con un territorio esteso e forte, ma anche da una rete di infrastrutture, da un sistema industriale, un complesso di leggi coerenti, un’educazione pubblica, unità di misure standardizzate, forze di polizia, una tradizione comune, una lingua nazionale e certamente anche un’unica moneta. L’idea di «Italia» in quanto nazione era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo scopo.

    I risultati furono tutt’altro che perfetti: ancor oggi la “questione meridionale” è più che mai attuale, e trova riscontro, sul piano economico, in differenti livelli di inflazione. Eppure dopo 150 anni siamo ancora qui tutti insieme, nonostante le tensioni di due guerre mondiali e vent’anni di dittatura. Questo è stato possibile, per l’appunto, perché l’Italia fu unita con la forza, ma fu tirata su con l’obiettivo di diventare uno Stato a tutti gli effetti, sia in senso pratico che in senso ideale: dunque un forte vincolo occasionale si poté trasformare in un (abbastanza) forte vincolo duraturo.

    E l’Europa? L’Europa si è unita in modo consensuale con l’obiettivo di un benessere più esteso: e questa è tutta un’altra storia. In questo caso a un debole vincolo occasionale non ha fatto seguito alcun vincolo più forte: per cui, senza il benessere, il castello di carte è destinato a crollare. E se ancora vi chiedete perché non è stata sfruttata l’occasione dell’euro per rinsaldare i vincoli comunitari o se siamo ancora in tempo per rimediare, significa che non avete capito niente di questa crisi: eppure ve lo avevo spiegato.

    Abbiamo chiarito che per i Savoia e i loro ministri, l’obiettivo era avere un Regno: e nel 1861 quel regno era tutto da costruire. L’establishment europeo, al contrario, dopo l’euro ha fatto poco o nulla: significa allora che nel 2002 l’obiettivo era già stato raggiunto. Il vero obiettivo, infatti, non è mai stato mettere in pratica le convinzioni di un Altiero Spinelli: l’obiettivo era liberalizzare i movimenti di capitali, eliminare il rischio di cambio nelle transazioni, favorire l’economia finanziaria e scaricare sui salari gli eventuali aggiustamenti.

    Quale “Stato” per la penisola italiana?

    LItalia-sono-anchioÈ dunque pretestuoso domandarsi se l’Italia abbia un senso come spazio giuridico, politico e culturale: ce l’ha perché sono 150 anni che, tra alterne vicende si lavora per questo. È tuttavia possibile pensare che altre strutture più piccole e snelle riescano a fare meglio di quello che ha fatto lo Stato italiano. Il mio parere su questa questione è piuttosto semplice: se ci credete davvero e siete disposti a lavorare in questo senso, allora buona fortuna! Ne avrete davvero bisogno.

    Ormai dovremmo aver capito che tutte le costruzioni umane dipendono essenzialmente dall’uomo stesso, dalla sua fatica e poi certo dalla buona sorte. Se ci sono le condizioni favorevoli, nulla vieta che un domani si formi un autonomo “Stato Lombardo” o un vasto “Stato Pontificio” o – perché no? – che rinasca il Regno delle Due Sicilie: dipenderà appunto dal contesto e dalle motivazioni degli uomini. Ma se così stanno le cose, la vera domanda è: dobbiamo desiderare Stati regionali più piccoli? A mio modesto avviso il gioco non vale la candela.

    Ovviamente, se ragionate nel quadro che ci offrono quotidianamente i media, l’Italia non ha scampo: anzi, sembra un miracolo che siamo arrivati vivi fino a qui. Qualsiasi altra soluzione, pertanto, sarebbe meglio del vecchio sogno di Garibaldi e Cavour. Ma la realtà è che da soli avevamo fatto relativamente bene dal dopoguerra in avanti. La crisi che stiamo vivendo – lo sappiamo – non dipende tanto da noi, quanto dall’euro. Ad esempio, il calo della produttività media che si registra da fine anni ’90 rispetto alla Germania è attribuibile proprio all’adozione di un cambio rigido. Pertanto, fuori dalla moneta unica, chi ci garantisce che sul nostro territorio unioni politiche alternative all’Italia possano ottenere risultati migliori?

    Nessuno ce lo può garantire: anzi, l’enorme lavoro, la fatica e il dispendio di risorse e di uomini necessario a concepire e realizzare nuove comunità politiche è tale, a fronte di una totale incertezza sull’esito finale, da scoraggiare qualsiasi persona di buon senso. Dunque privarci della nostra «Italia» (e di una sua moneta) sarebbe una scelta tanto rischiosa quanto inutile, che penso nessuno in una società non del tutto sclerotizzata vorrebbe perseguire davvero (dunque, ne sono convinto, nemmeno Grillo o la Lega).

    Se poi volete proprio ragionare in astratto, partendo dalla teoria per capire quello che serve per costruire una comunità politica (al netto della forza bruta), ci torna utile quanto avevo detto la scorsa settimana. Il senso del ragionamento era che lo scopo di una comunità è il benessere dei suoi membri: cosa che a sua volta richiede tanto un certo livello di compenetrazione economica che un certo sentimento di appartenenza. Ebbene: sulla base di questi criteri come rifareste l’Italia?

    Il compito non è facile, perché non è chiaro dove questi criteri (su cui già non tutti saranno d’accordo) si manifestino in modo netto. Dividereste l’Italia tra Nord e Sud? E mettendo Roma dove? O forse è meglio dividerla in tre? E cosa dire della “Padania” della Lega o del Regno delle Due Sicilie che Grillo ha tirato fuori dal cilindro? Il folklore del Carroccio sarebbe un’identità padana? E se guardassimo alle regioni? Pensiamo che uno di Ventimiglia abbia più da spartire con un francese o con uno delle Cinque Terre? E se provassimo a fare le macroregioni? Mettereste insieme persone solo perché si scambiano prodotti ma non parlano la stessa lingua? Riprovereste davvero con il mito tecnocratico che sta distruggendo il continente?

    Conclusioni

    Non credo sussistano molti dubbi: nell’immediato l’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. Le ragioni per cui il caro, vecchio Stato italiano spicca come la struttura politica più adatta a perseguire le nostre aspirazioni di benessere dipende semplicemente dal fatto che esso è stato costruito per questo nel corso di decenni lunghi e faticosi: e adesso non ha alcun senso ricominciare da capo a costruire qualcosa di alternativo.

    Il vero problema oggigiorno è l’euro, tolto il quale gli Stati potrebbero recuperare varie forme di coordinamento a livello europeo e globale. E senza la moneta unica, che non serve ad allentare le tensioni ma a crearle, è probabile che molte spinte autonomiste in giro per l’Europa perderebbero di forza. Tuttavia non saprei dire – né spetta a me farlo – se, una volta ripristinate le valute nazionali, per la Scozia o per le Fiandre abbia ancora un senso avanzare pretese di autonomia. In fin dei conti queste sono questioni che riguardano i singoli Stati. Certamente ciò da cui dovremmo guardarci una volta usciti dall’euro è l’ideologia che l’ha sostenuto: un’ideologia che attacca lo Stato per dissacrare ogni forma di autorità pubblica e affermare interessi privati.

    Andrea Giannini

  • Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Proteste in UcrainaScrive Marcello Foa: “Che cosa avete capito della crisi ucraina? Verosimilmente che il popolo ucraino si è ribellato contro un presidente arrogante e autoritario, Viktor Janukovyč, il quale ha cercato di reprimere la protesta, uccidendo decine di persone, ma che alla fine è stato destituito. La Russia si è arrabbiata e per ripicca ha invaso la Crimea. Confusamente tu, lettore, avrai capito che il popolo vuole entrare nell’Unione europea, mentre Janukovyč e, soprattutto, Mosca si oppongono. Fine”.

    È una sintesi perfetta di quello che dicono chiaro e tondo alcuni illustri commentatori; ma soprattutto è una sintesi di quello che indirettamente, nei racconti e nelle testimonianze giornalistiche “oggettive”, è considerato “implicito”, scontato, che non occorre approfondire perché – c’è da presumere – è ovvio. Siamo di fronte, in buona sostanza, al classico frame giornalistico: un contesto, una cornice (frame, in inglese), di senso e di valore che, in un modo o nell’altro, si costituisce nell’immediatezza di un evento per inquadrarlo o favorirne la divulgazione e che poi resta come riferimento implicito per gli sviluppi futuri. È un’interpretazione semplificata; che però è dura a morire, soprattutto se ingloba giudizi e pregiudizi.

    Nel caso della rivolta ucraina, per esempio, si fa presto ad identificare “i buoni” con il blocco diplomatico USA-UE e “i cattivi” con la Russia di Putin. Stati Uniti e Unione Europea sono una realtà “occidentale” con molti difetti, ma con una vitale caratteristica: la democrazia. Dall’altra parte, invece, abbiamo quello che resta del vecchio impero sovietico, una realtà “orientale” che tradizionalmente associamo al centralismo e alla dittatura. E bisogna pur ammettere che questa Russia conservatrice, ostile agli omosessuali, governata da oligarchi ed ex-agenti del KGB, non appena la situazione si è surriscaldata, ha subito fatto ricorso alle armi. Come non solidarizzare, dunque, con le “proteste pacifiche” degli ucraini e non condannare le mosse di Putin, che di colpo riaprono scenari da guerra fredda?

    In realtà qui nessuno vuole “riabilitare” Putin. Nessuno dubita che in Russia succedano cose riprovevoli: ma questa considerazione che rilevanza ha ai fini della crisi ucraina? Davvero tutto sta accadendo perché Putin è cattivo e “fuori dalla realtà”? Davvero siamo davanti solo all’ennesimo dittatore folle? Davvero due superpotenze mondiali sono finite in questo vortice semplicemente perché, come nei vecchi film western, i “pellerossa” sono assetati di sangue e i “cowboy” pensano alla giustizia e alla difesa degli oppressi?

    Difficile crederlo. La logica dei “buoni” e dei “cattivi” può funzionare nei cartoni animati: ma dovremmo sapere che la realtà è un po’ più complessa, sia per quanto attiene, a un livello filosofico, le azioni morali degli uomini, sia per comprendere le ragioni e le strategie della politica estera internazionale. Se il problema fosse solo salvare gli oppressi, infatti, che dire dei centinaia di conflitti e genocidi sparsi in giro per il mondo che lasciano spesso indifferenti Russia, Stati Uniti, Cina e le altre potenze? Che dire ad esempio dei massacri nella Repubblica Centrafricana, che purtroppo ha il torto di essere uno dei paesi più poveri della terra? Se tutti sono così interessati all’Ucraina, allora, dobbiamo concludere che non è solo una questione di giustizia. E’ probabile, anzi, che il paese abbia una qualche rilevanza di qualche altro tipo.

    Stando a quello che si può leggere in giro ci sono almeno quattro ordini di interessi in ballo:

    1) una questione strategica, con le tensioni sullo scudo antimissile che la NATO sta dispiegando in Europa per difendersi (ufficialmente) da Iran e Corea del Nord;

    2) una questione energetica, con la fornitura di gas russo che passa per l’oleodotto ucraino;

    3) una questione doganale, con Kiev che si ritrova stretta tra le ambizioni commerciali dei mercati dell’Unione Europea (soprattutto la Germania) e quelle dell’Unione Doganale Eurosiatica;

    4) una questione economica, con l’abbandono delle politiche neo-liberiste promosso da Putin in favore della nazionalizzazione di alcuni grandi compagnie (come appunto il colosso dell’energia Gazprom).

    È evidente, dunque, che USA, UE e Russia non si stanno confrontando sulle legittime aspirazioni del popolo ucraino, bensì su una conflittuale aspirazione all’egemonia e su precisi interessi economici, che naturalmente rimangono nascosti dietro la propaganda di parte. Così, quella che per gli Stati Uniti e l’Europa è un’aggressione militare, per i russi è la risposta ad un colpo di Stato architettato dai servizi segreti stranieri. E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la versione russa non è meno credibile della versione che danno i media occidentali allineati.

    Ma come – insorgerà qualcuno –, non è forse vero che la Russia ha invaso la Crimea con i suoi militari? Tecnicamente no. I russi dispongono di basi militari a Sebastopoli grazie ad un preciso accordo bilaterale (che scade nel 2017): esattamente come fanno gli americani, che hanno basi anche da noi, in Italia. Quello che la Russia ha fatto negli ultimi giorni è stato aumentare il contingente: una prova muscolare, ma non certo una “invasione”.

    D’accordo – dirà qualcun altro – ma come si fa a credere alla versione del colpo di Stato dei servizi stranieri? Si può: perché è già successo. Secondo la prestigiosa rivista americana Foreign Policy, nel passato sono stati almeno sette i colpi di Stato in cui risulta accertato l’intervento dalla CIA: Iran (1953), Guatemala (1954), Congo (1960), Repubblica Dominicana (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964) e Cile (1973). In Iran, in particolare, con la famosa operazione Ajax si sfruttarono per la prima volta manifestazioni di piazza pilotate.

    Si, va bene – obietterà un terzo – ma non è evidente che la protesta ucraina è una pacifica manifestazione popolare? Direi di no: piuttosto rischia di trasformarsi in una rivolta nazionalista a sfondo fascista. Scrive ad esempio Romano Prodi sul New York Times: “Molti o persino la maggior parte di coloro che protestano sono sinceri e vogliono un’Ucraina pacifica che sia stabile e democratica. Ma c’è anche una fazione violenta che sta occupando i palazzi governativi e attaccando gli agenti di polizia con armi da fuoco e esplosivi. Essa include gruppi nazionalisti di ultra-destra come “Right Sector”, un nuovo movimento estremista, e “Svoboda”, un’organizzazione apertamente antisemita che è ad oggi la terza forza politica di opposizione”. Ancora, Barbara Spinelli su Repubblica: “Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale – non denunciato a Occidente – forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel ’39 collaborò con Hitler”.

    La Spinelli riconosce un altro dato incontrovertibile: la forte componente russa della popolazione ucraina. “È sbagliato chiamare l’Est ucraino regioni secessioniste perché “abitate da filorussi “. Non sono filo-russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino)”. Aggiungo che Janukovyč, per quanto indubbiamente legato a Putin e agli interessi della Russia, non è certo andato al potere con la forza: al secondo turno delle presidenziali del 2010 è stato eletto con il 51,8% di consensi in un voto fondamentalmente regolare e democratico (secondo quanto stabilito da una missione della stessa Accademia Europea per l’Osservatorio sulle Elezioni).

    A fronte di tutto questo, dunque, se gli USA mandano il segretario John Kerry a Kiev per commemorare i caduti di Euromaidan e incoraggiare la rivolta in uno Stato che è un potenziale alleato russo a soli 850 km da Mosca, è evidente che quella che stanno cercando è una deliberata provocazione a Putin.

    Occorre pertanto ristabilire un po’ di equilibrio. Non è facile capire dall’Italia cosa stia realmente succedendo in Ucraina: ma è chiaro che non si può prendere per oro colato una singola versione. L’Ucraina è scissa in varie componenti ed è sull’orlo del default economico: una combinazione di fattori che può essere sfruttata dalle varie potenze per estendere un’influenza decisiva su Kiev. Quel che è certo è che in questo intreccio di interessi che divide la stessa Unione Europea, in questo contenzioso tra potenze egemoni che ci riporta indietro di trent’anni, proprio non ci sono “buoni”.

    Andrea Giannini

  • Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Grillo e referendum sull’euro: risvolti politici dell’euroscetticismo

    Beppe GrilloIl referendum sull’euro riproposto da Grillo nel V-day di domenica sta diventando un tema rilevante per l’opinione pubblica. Ovviamente le analisi che circolano sono ancora drammaticamente campate in aria, senza alcun riferimento scientifico e ostaggio di impressioni soggettive. Basti citare a titolo di esempio l’editoriale del Prof. Sartori sul Corriere della Sera: un mix improbabile di generiche questioni europee (globalizzazione, immigrazione, Economia, finanzefederalismo, lingua) e qualche problema italiano (disoccupazione, debito pubblico e pure “processi lenti”…) da cui viene dedotto che un’uscita “dall’Europa” (che poi sarebbe dall’euro) non è “raccomandabile”.

    Tuttavia è positivo che l’argomento diventi materia di dibattito: e questo è senza dubbio il merito principale della proposta avanzata da Grillo. Che poi una proposta vera e propria non è. L’idea di  una consultazione sull’euro, infatti, è prima di tutto una mossa politica. Osserviamola, dunque, sulla base di un criterio di opportunità.

    Buttando sul piatto il tema di un referendum, piuttosto che la promessa elettorale di un’uscita, Grillo ottiene innanzitutto l’obiettivo di non spaccare la base. Non c’è bisogno di dividersi tra “euro-convinti” ed “euro-scettici”: l’istituto referendario è coerente con il principio ispiratore del M5S secondo cui il cittadino va coinvolto direttamente nel processo decisionale; e questo basta a sopire qualsiasi discussione interna.

    Oltre a ciò abbiamo un secondo risultato: nel panorama politico Grillo si attesta su una posizione alternativa e progressista, ma tutto sommato sicura. Infatti, se le cose per l’euro andranno bene, lui potrà sempre dire di aver solo cercato la legittimazione di un voto democratico; e se le cose invece andranno male, passerà per quello che “lo aveva detto”.

    Terzo punto rilevante: il referendum non si farà mai. Articolo 75 della Costituzione, comma 2: «Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, […] di autorizzazione a ratificare trattati internazionali». E’ dunque pressoché impossibile ipotizzare che la Corte Costituzionale sia indotta a privilegiare un orientamento elastico, tale da giudicare ammissibile un quesito referendario su un tema tanto delicato. Si potrebbe chiedere una deroga per un referendum consultivo (comunque non vincolante e puramente indicativo) sul tipo di quello del 1989: ma serve una modifica costituzionale, che Grillo non ha i voti per ottenere. Il che conferma l’impressione che – in fin dei conti – sia tutto un bluff, una mossa furbesca per gettare le responsabilità addosso agli altri partiti.

     

    Movimento 5 Stelle: cercasi identità

    Morale: siamo alle solite. La strategia imposta da Grillo al movimento non cambia: raccattare voti dove si può. Massimo risultato, minimo sforzo. Non c’è alcun tentativo di imprimere una svolta programmatica basata sulla coerenza ideologica. Il movimento non ha un’anima, non ha una collocazione, non ha una vocazione: è solo una collezione di errori di altri da non ripetere, un manifesto contro il lobbismo e la cementificazione condito in salsa “Casaleggio” (la promessa di una rivoluzione partecipativa delle masse attraverso il web).

    Si dirà che è pur qualcosa, di questi tempi. E può anche darsi che Grillo abbia ragione a fare quello che fa, in un momento in cui i partiti stanno sbagliando tutto. Forse davvero conviene stare sulla sponda ad aspettare il cadavere del nemico, allargando le braccia il più possibile per accogliere tutti i delusi, di qualsiasi estrazione e provenienza. Ma bisogna anche tenere in conto gli effetti collaterali.

    Ho già espresso i miei dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di un progetto politico che rinuncia ad un’identità per prendere più voti e che deve conciliare le molte anime interne. Aggiungo che limitarsi a porre un dibattito o stilare una serie di punti generici può essere anche una strategia per bypassare argomenti delicati: ma solo fintanto che si ha il monopolio sulla discussione. Quando gli altri diventano più progressisti di te, a quel punto c’è il rischio che ti battano al tuo stesso gioco: ed è quello che sta succedendo proprio sul tema della moneta unica.

     

    La nuova schiera di euroscettici arriva dall’opposizione

    Grillo è ancora, nell’immaginario collettivo, l’euro-scettico par excellence: ma nel frattempo anche gli altri partiti si stanno aggiornando. Fratelli d’Italia, con Alemanno e Crosetto, e la Lega Nord, con Salvini, si sono già assestati su posizioni seriamente euro-scettiche. Nell’Italia dei Valori c’è una discussione in atto. E presto potrebbe arrivare anche il pesce grosso.

    Berlusconi non ha più niente da perdere: rispetto agli obblighi di governo ha le mani libere, con le cancellerie europee non ha mai avuto un gran rapporto e quei poteri forti che vogliono continuità guardano per ora ad Alfano. Probabilmente per rompere gli indugi e prendersela definitivamente con l’euro al Cavaliere manca solo il conforto dei sondaggi che, secondo il Fatto Quotidiano, pendono ancora per il 59% dalla parte di chi guarda all’ipotesi di un’uscita con timore. Ma lo scarto è esiguo, se si considera la cappa di disinformazione che unilateralmente ci pronostica catastrofi. E chi mantiene un forte potere mediatico non dovrebbe avere difficoltà a ristabilire un equilibrio informativo.

    Se questo scenario si avverasse, dunque, Grillo potrebbe addirittura essere superato nella crociata contro la tecnocrazia europea da un fronte nazionale di destra (sul modello francese), col rischio di finire schiacciato tra due fuochi. A sinistra potrebbero rinfacciargli la fumosità delle sue critiche alla moneta unica; e a destra, anche se per motivi opposti, potrebbero fare lo stesso: troppo critico per una parte, troppo poco per l’altra.

     

    Il risultato finale non cambia

    In questa ridda di tatticismi politici, però, non dobbiamo tralasciare i fatti, che, in quanto tali, presenteranno il conto indipendentemente dal consenso che riscuotono. E qui il fatto è che – lo sappiamo giàl’euro effettivamente collasserà.

    E’ vero che farsi promotori attivi di questo fallimento storico inevitabile significa comunque pagare un prezzo politico: uscire non sarà quel disastro che raccontano, tutt’altro; ma nel breve periodo è possibile che non sia neppure una passeggiata, e dunque le prime difficoltà potrebbero essere rinfacciate proprio a quelle forze politiche che erano al potere quando si è compiuto il processo. Tuttavia, dall’altra parte, stare a guardare sperando poi di capitalizzare un guadagno elettorale col giochino che “io l’avevo detto” potrebbe non funzionare ugualmente: perché, come abbiamo visto, in tanti lo stanno dicendo già adesso. E sempre di più saranno quelli che lo diranno in futuro.

     

    Andrea Giannini

  • Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    Politica, scienza, media: non mi fido. Complottismo? No, fase di transizione

    decrescitaPiù volte su questa rubrica mi sono ritrovato a spiegare che le cose non stanno come generalmente si crede: è capitato a proposito della moneta unica, del problema della stabilità politica, del valore di certe icone liberal dell’informazione, dell’operato del Presidente della Repubblica e dell’infallibile sistema tedesco. C’è un’idea, però, su cui più di altre mi sono concentrato: la pretesa che esista un sapere economico univoco, ben noto ai nostri “policy maker” e padroneggiato con sicurezza dai tecnici.

    Da “non-economista” ho fatto varie incursioni (imposte dalla violenza della crisi) in questo campo impervio: mi hanno restituito un panorama molto più variegato e un dibattito molto più acceso di quello che il grande pubblico normalmente pensa. Ho provato così a richiamare l’attenzione sul fatto che molte voci importanti da noi erano sostanzialmente ignorate, che i termini del dibattito pubblico stavano mutando spacciando una tesi economica relativa per una verità politica assoluta e che, più in generale, esistono visioni alternative.

    Su tutti questi punti sarebbe stato interessante avere un confronto nel merito; cosa che mi avrebbe permesso, tra l’altro, di correggere imprecisioni ed errori che sicuramente non sarò riuscito ad evitare: purtroppo però, salvo rarissimi casi, ciò non è stato possibile. La logica dominante è quella di giudicare un prodotto dalla scatola: pochi si abbassano a leggere l’etichetta, quasi nessuno apre la confezione. Così ci si riduce a discutere con quelli che: “io sono per rimanere nell’euro, perché il mondo va verso l’unificazione” (per inciso, un saluto affettuoso al caro amico autore di questa brillante riflessione).

    Tuttavia rimane un’obiezione che, pur senza entrare nel merito, mantiene un certo peso: se davvero le cose non stanno come crede la maggior parte, come si spiega l’ignoranza nella quale sono tenute le persone?

     

    La politica, l’informazione, la scienza economica: ci possiamo fidare?

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    In effetti è strano. Dopotutto siamo ancora in democrazia! Si possono ascoltare un sacco di voci e pareri diversi; e ciascuno di noi, se vuole, può farsi un’opinione sensata. In politica l’alta conflittualità e l’ambizione personale, se non altro, spingono i vari leader a ricercarsi una nicchia elettorale: è difficile, dunque, che forti interessi rimangano senza alcuna rappresentanza. Anche nel mondo dell’informazione c’è molta offerta: per cui, benché la maggior parte dei giornalisti scrivano quello che vogliono i loro editori, è difficile che non esista neppure un luogo dove si possano raccontare le cose come stanno. Infine la scienza fa volare gli aerei e fa girare le particelle a Ginevra: pertanto dobbiamo avere fiducia che, se la comunità scientifica è in sostanziale accordo su una cosa, quella cosa sia vera.

    Certo, occasionalmente al pubblico potrà essere restituita qualche menzogna, soprattutto laddove s’incontrano ricchi tycoon come Berlusconi che monopolizzano le TV; ma tolto questo, come è possibile che il sistema politico, mediatico e scientifico in blocco e per un periodo prolungato ci propini informazioni false? A meno che non ci sia un complotto.

    E così siamo arrivati al punto: nella testa di molti chi contesta radicalmente l’opinione corrente è in fondo un complottista, perché il sistema ha molti difetti – è vero – ma è plurale e democratico; per cui non ci possono essere verità palesi su cui la maggioranza è tenuta all’oscuro.

    In realtà questa rassicurante immagine di “società del progresso” – in cui la collettività dispone di tutti i mezzi necessari e alla fine prenderemo sempre la decisione democraticamente più giusta… – è come minimo ingenua. Ho fatto cenno alla politica, all’informazione e alla scienza perché sono i veicoli che concorrono alla formazione del nostro sistema di valori (ci sarebbe anche la scuola e il mondo della cultura, ma per non complicare il discorso teniamoli da parte). Le nostre opinioni dipendono, dunque, non solo da noi, ma anche da quello che sentiamo dire ogni giorno da queste categorie di persone: politici, giornalisti e esperti di varie discipline. Ebbene: ci possiamo fidare?

    Dei cosiddetti “rappresentanti del popolo” non occorre discutere molto: stiamo parlando di quello che nell’immaginario collettivo è il principale colpevole della crisi; per cui non mi occorre sprecare fiato per convincervi della scarsa affidabilità di questa classe politica. Un po’ più di fiducia si tende a riporre, invece, nel mondo dell’informazione: ma sono pochi quelli che mantengono ancora un certo credito; e non ci vorrà molto perché tutti si rendano conto che anche i vari Ballarò e Servizio Pubblico non stanno restituendo l’informazione che servirebbe in questo momento.

    Arriviamo così alla scienza; e dal momento che il problema è la crisi economica, parliamo della scienza economica. Ecco, magari non ci fidiamo degli economisti e delle università di casa nostra, ma sicuramente abbiamo fiducia negli economisti internazionali: se questi esperti sono concordi su qualcosa, almeno di questa cosa non avrà senso dubitare… giusto? Purtroppo non è così facile.

    Il Guardian ha raccolto la denuncia di un’associazione studentesca dell’Università di Manchester secondo cui le facoltà di economia del Regno Unito sono tuttora rigorosamente allineate sulle posizioni del pensiero neoclassico, lo stesso che prima non ha saputo prevedere la crisi e poi non ha saputo spiegarla. L’Economist, dal canto suo, ha puntato il dito sulla scarsa qualità della ricerca scientifica internazionale, lamentando sia scarse verifiche sui risultati degli studi pubblicati (ricordate il caso Reinhart e Rogoff?), sia un’esasperata competizione che non premia l’originalità, ma spinge al conformismo. Insomma: ce n’è abbastanza anche qui per non prendere tutto come oro colato.

    Direte voi: ma se non possiamo fidarci di nessuno, che facciamo? Buttiamo a mare tutto il sistema? Assolutamente no. Il rivoluzionario, in fin dei conti, è anch’egli un nostalgico di quel mito della “società del progresso” cui accennavo poco sopra: avendo constatato che non si sta realizzando, ne attribuisce la colpa all’umanità corrotta, al profitto, al denaro, alla proprietà privata, eccetera. La realtà è un’altra, e in fin dei conti è anche più semplice: siamo in fase di transizione.

    Le società e i loro valori di riferimento non permangono sempre identici, ma sono dinamici: mutano, si correggono e auspicabilmente si evolvono; e di solito questo avviene in corrispondenza di grandi crisi come quella che stiamo vivendo. Così la rappresentanza politica è chiamata a ridefinirsi, il mondo dell’informazione a ripensarsi e anche le teorie economiche conosceranno maggiore o minore fortuna, a seconda di quello che l’esperienza via via ci insegnerà.

    Chiaramente questo processo è ancora all’inizio; tuttavia è proprio in fasi come queste, quando tutto si rimette in discussione, che le maggioranze tendono ad arrivare in ritardo sul cambiamento: perché è la parte più restia ad abbandonare quello in cui credeva prima.

     

    Andrea Giannini

    [illustrazione di Valentina Sciutti]

  • Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    Crisi europea, la Germania è finalmente sul banco degli imputati

    economia-soldi-D1Il fatto che questa rubrica non si occupi del caso Cancellieri non significa che si tratti di un episodio minore. Esigere alti standard di imparzialità e moralità, anche formale, da parte dei ministri della Repubblica (soprattutto nel Ministero della Giustizia) è senza dubbio uno snodo vitale per il buon funzionamento di una democrazia. Tuttavia le rivendicazioni attorno alla qualità della classe dirigente sono importanti unicamente in quanto quella stessa classe dirigente, attraverso il voto, riceve il potere di prendere decisioni al posto dei cittadini; quindi bisogna fare attenzione a non invertire la relazione: l’argomento centrale in politica rimane il merito delle decisioni che vengono prese. Ha senso interessarsi ai rilievi penali o alla forma dei comportamenti solo perché si dà per scontato, molto banalmente, che non ci si può fidare di chi non si comporta correttamente.

    Da questa premessa discende che una campagna di stampa per la trasparenza dei comportamenti (nella fattispecie, per le dimissioni del ministro Cancellieri, che sarebbero doverose…) non dovrebbe arrivare al punto di oscurare il merito di altre questioni assolutamente rilevanti: perché non ce ne facciamo nulla di politici apparentemente onesti, se poi ci disinteressiamo delle decisioni che prendono.

    Ed invece la settimana scorsa è passata quasi sotto silenzio la notizia che gli USA stanno attaccando frontalmente la politica economica di Berlino. Il Dipartimento del Tesoro, infatti, ha rilasciato un report dove al primo posto tra i “punti chiave” dell’economia globale viene inserito l’avanzo della bilancia dei pagamenti della Germania, cioè, in buona sostanza, l’ eccessivo export tedesco.

    Possibile? La virtuosa Germania imputata perché vende tanto all’estero? Ma non è un bene che uno Stato esporti? Non siamo noi quelli corrotti e fannulloni che meritano il biasimo generale? E non stiamo facendo le riforme proprio per diventare anche noi produttivi come i Tedeschi?

    Sulla base di questi interrogativi qualcuno ha ipotizzato che gli Stati Uniti stiano solo cercando un diversivo dopo lo scandalo intercettazioni; ma questa speculazione è rigettata categoricamente dal premio Nobel Paul Krugman, secondo il quale, fatte salve le responsabilità americane, confondere le due vicende significa perdere di vista il punto centrale: la politica tedesca provoca realmente squilibri insostenibili per i partner. L’insigne economista rincara la dose stigmatizzando la replica di Berlino: l’alto livello di export della Germania non dipende solo dalla buona qualità dei suoi prodotti, e anzi «gli economisti in tutto il mondo che leggono questo dovrebbero piangere». Come se non bastasse, ci si è messo pure il Fondo Monetario Internazionale, il quale, dopo anni di critiche a noi PIIGS, ha ammesso finalmente che anche il surplus tedesco è un problema.

    Se anche non vi fidate degli “amerikani”, sappiate che non potete eludere la questione così facilmente: purtroppo che i problemi dell’euro-zona dipendano dall’atteggiamento mercantilista della Germania non lo nega più nessuno. Non c’è alcun commentatore qualificato, per quanto interessato alle nostre mazzette e ai nostri debiti, che interrogato sul punto specifico si azzardi a negare le pesanti responsabilità tedesche. Per cui, rassegnatevi: le cose stanno così e lo sanno tutti. Anzi, è proprio perché si tratta di dinamiche semplici e risapute che Era Superba, pur non essendo l’Economic Journal, ha potuto raccontarle in tempi non sospetti: e dunque sapete già quale sia questa visione distorta dello sviluppo economico, come si fa a tenere bassi i salari, e perché questo atteggiamento sia alla base della crisi dell’euro-zona, avvicinando sempre di più la fine dell’euro.

    Si chiama strategia “Beggar-thy-Neighbor” (“arricchisci alle spalle del tuo vicino”). Come ho spiegato più volte, i Tedeschi semplicemente pagano poco i loro lavoratori in proporzione a quanto vendono e si garantiscono così una buona competitività, perché, se diminuiscono i costi, aumenta la quota del profitto. Questo profitto, però, non si traduce in corrispondenti aumenti salariali grazie a precisi accordi sindacali e forme di lavoro poco tutelate: così la domanda interna non sale, l’inflazione resta bassa e il vantaggio competitivo rimane intatto. A questo punto i paesi importatori hanno solo due strade per recuperare terreno rispetto ai forsennati esportatori teutonici (che nel frattempo usano il loro surplus per fare investimenti e produrre merci sempre migliori): o svalutano la moneta o svalutano i salari. Ma noi una moneta nostra non l’abbiamo. Di conseguenza siamo costretti a svalutare i salari; e così distruggiamo la domanda interna (come ammette placidamente l’ex-premier Monti), mandando sul lastrico centinaia di imprese che non hanno più gli acquirenti per i loro prodotti.

    Ecco perché oggi tutti se la prendono con i Tedeschi: perché se non si decidono a spingere i consumi pagando di più i loro lavoratori – e lo possono fare agevolmente, dato che hanno un surplus enorme – in Europa non rimarrà nessuno a sostenere la domanda e il sistema andrà in pezzi. Ed ecco perché esportare non è sempre un bene: perché non c’è un paese che esporti senza che dall’altra parte ci sia un paese che importi; per cui se la Germania, o meglio l’industria tedesca, non vuole rinunciare alla sua bella fetta di export, che per un terzo è diretto verso altri paesi dell’euro-zona, è chiaro che questi ultimi non potranno che continuare ad indebitarsi fino al default o all’uscita dalla moneta unica.

    Ripeto: chi ha un minimo di conoscenza di temi economici, da Monti a Fassina, questa dinamica la conosce benissimo. Ormai non ci si affanna neppure più a smentire che la creazione dell’euro sia stata come minimo “affrettata”. Neppure Milena Gabanelli, i cui “report” sul tema ho criticato aspramente tre settimane fa, nega che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro. Ed è sempre più difficile, a fronte di una situazione che continua a peggiorare, sostenere che restare fuori dalla moneta unica sin dall’inizio ci avrebbe consegnato a scenari ancora più catastrofici. Per questo oggi non rimane che un’ultima frontiera per i “negazionisti”: “entrare è stato un errore, ma tornare indietro non si può più”.

    Questa tesi sarebbe anche interessante, se permettesse un dibattito sui costi dell’uscita; purtroppo si tratta solo di un mantra da ripetere ossessivamente per fermare ogni discussione: “bisognava pensarci prima”, “la scienza economica non è in grado di fare previsioni certe”, “parlare di uscita può rinfocolare populismi ed estremismi”, “non bisogna sbattere i pugni sul tavolo” , “i Tedeschi li possiamo convincere solo rispettando gli impegni”, eccetera. La reale consistenza di queste osservazioni e le flebili speranze a cui si finge di rimanere attaccati non sono il tema di questo articolo; per cui mi limito a una sola osservazione, a proposito di quelle decisioni sbagliate cui facevo accenno all’inizio: se siamo tutti d’accordo che sarebbe stato meglio non entrare nell’euro, chi paga per questo errore?

    E cosa dire delle politiche di austerità? Del pareggio di bilancio in Costituzione? Di tutte le altre regole assurde che l’UE ci ha imposto, che noi abbiamo ratificato senza alcuna discussione pubblica e che non serviranno a salvarci? Spero sia chiaro, dunque, che anche se le dimissioni della Cancellieri sono importanti, è più importante tenere d’occhio le decisioni che vengono prese: perché una volta imboccata la strada sbagliata il danno è fatto. E quella di metterci di fronte al fatto compiuto è ormai con tutta evidenza una strategia consolidata per bypassare la democrazia.

     

    Andrea Giannini

    [foto di Daniele Orlandi]

  • Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    Report, uscire dall’euro: strafalcioni di Milena Gabanelli e Stefania Rimini

    report-gabanelli-2“Ma la Gabanelli non doveva fare una puntata sull’euro”? Seguendo questa mia piccola curiosità, l’altra sera accendo la televisione su RAI 3 e trovo proprio una puntata di Report su uscita dall’euro, ridenominazione del debito, fiscal compact e riforme fatte in Germania. Non che mi aspettassi gridi d’allarme contro le storture della moneta unica o accorati appelli contro le assurde regole di bilancio europee. Speravo però di resistere più di un quarto d’ora: e non ce l’ho fatta.

    Sono bastati pochi minuti di trasmissione perché il dibattito pubblico facesse di colpo un balzo indietro di almeno due anni, col ritorno di luoghi comuni talmente vecchi, che si pensava non fossero più utili a spaventare la gente. Invece l’inchiesta di Stefania Rimini, che si proponeva nelle intenzioni di smontare le dichiarazioni inconsulte dei politici, alla prova dei fatti si segnala soprattutto per la superficialità d’analisi; e il titolo del servizio, “Sparala grossa”, deve purtroppo essere preso come un manifesto giornalistico.

    Alcune perle in ordine sparso.

    – Alessandro Penati (economista): «(Uscire dall’euro) significherebbe che tutti i nostri risparmi sono svalutati del 30%». Stefania Rimini: «Uscire dall’euro equivale a una patrimoniale del 30%. Questo però non te lo dicono quelli che lo propongono».

    Invece te lo dicono: sei tu che non ci hai capito una beneamata mazza. Chi si troverà le nuove lire in mano, certamente avrà una moneta che nelle previsioni dovrebbe andare a svalutarsi del 20/30% rispetto al marco/euro. E non è un effetto collaterale: è l‘obiettivo numero uno. Il senso dell’uscita è proprio ripristinare valute che riflettano la reale differenza tra le varie economie. Ma questo non significa perdere il 30% di potere d’acquisto, perché la svalutazione avviene nel confronto con le altre valute, cioè altri paesi, non con il macellaio o il panettiere sotto casa. Andare in vacanza a Berlino potrebbe essere in effetti più caro del 30% (a tutto vantaggio delle nostre mete turistiche): ma in Italia, il giorno dopo l’uscita, si farà la spesa esattamente come il giorno prima, perché anche i prezzi si svaluteranno come i salari.

    Altro discorso più complesso (ma Stefania Rimini lo ignora) sarebbe il destino delle merci che importiamo dall’estero, che col nuovo cambio diverranno più costose: ma anche qui, come è già stato rilevato, non ha senso attendersi un aumento generale dei prezzi del 30%, ossia un’inflazione corrispondente alla svalutazione; è più probabile, invece, un’inflazione più bassa e sostenibile, i cui eventuali effetti negativi potrebbero essere smorzati semplicemente agganciando di nuovo le retribuzioni all’aumento del costo della vita (vedi alla voce “scala mobile”).

    – Daniel Gros (economista): «(I Tedeschi hanno tagliato) nel momento giusto mentre gli altri paesi tra cui soprattutto l’Italia hanno aumentato le spese, pensando che le entrate aumentassero per sempre».

    E’ vero l’opposto. Nel primo decennio dell’euro (1999-2008) il debito pubblico tedesco è andato dal 61% al 67% del PIL (dicesi “aumento”), mentre il nostro è passato dal 113% al 106% (chiamasi “diminuzione”). Oggi il debito tedesco è quasi l’82% del PIL: ciò significa che dal 1999 a oggi la Germania ha aumentato il proprio debito pubblico del 34% (82 : 61 = 1,34). Noi siamo al 133,2% del PIL: quindi nello stesso periodo abbiamo aumentato il rapporto debito/PIL di meno del 18% (133 : 113 = 1,176), cioè, in proporzione, la metà dei Tedeschi.

    – Stefania Rimini (spiegando il fiscal compact): «Il rapporto (debito/PIL) è 130%. Dobbiamo arrivare a 60, calando di un ventesimo l’anno. La differenza tra 130 e 60 è 70, un ventesimo è 3,5. L’anno dopo non calcoleremo più su 130, ma su 126,5. E la differenza non è più 70, ma 66,5. E così via, ogni anno si ricalcola. Se intanto c’è una piccola crescita e un po’ di inflazione che gonfia il PIL, se il debito resta fermo il rapporto debito/PIL si mette a posto per conto suo. E si arriva al 60% senza strangolare nessuno».

    Va bene: contiamo. Nel 2012 siamo stati intorno ai 1565 miliardi di PIL. Quanto è il 3,5% di 1565? Circa 55 miliardi. Ripeto: 55 miliardi di tagli in un anno. Per capirci, il paese sta litigando perché abbiamo appena fatto una manovrina da 11,5 miliardi… Ma Stefania Rimini e Milena Gabanelli non trovano che questo comporti “strangolare” la nostra economia, perché poi l’anno successivo le cose cambiano.

    Va bene: contiamo di nuovo. Secondo la visione proposta, l’anno successivo siamo a un rapporto debito/PIL pari a 126,5%: dunque dobbiamo tagliare solo un ventesimo di 66.5%, che corrisponde al 3,325% del PIL. Se nel frattempo il PIL in valore assoluto non è cambiato, allora per l’anno in corso dobbiamo tagliare solo 47 miliardi. Quarantasette miseri miliardi: una passeggiata!

    Certo, le cose sono più complesse di come le racconta Stefania Rimini. Se cominciamo a crescere, aumenta il PIL, il rapporto col debito scende e la percentuale da tagliare diminuisce. Ma c’è un piccolo dettaglio: non cresciamo.

    Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato. Basta aprire google, scrivere “debito pubblico italiano” e – voilà! – appare un bel grafico dove si vede plasticamente quello che sto dicendo. Il debito pubblico prima della crisi, seppur lentamente, scendeva: dalla crisi in avanti è schizzato alle stelle. Quindi se il rapporto debito/PIL sale, la percentuale da tagliare aumenta progressivamente, anziché diminuire.

    Conclusioni

    economia-soldi-D1Vediamo allora di trarre le dovute conclusioni da questa bella carrellata di orrori giornalistici, cercando anche per quello che è possibile di mettere da parte il sarcasmo. Parliamo sicuramente di temi complessi: io non ho una laurea in economia, come evidentemente non ce l’hanno neppure Stefania Rimini e Milena Gabanelli. Per cui, tutti possiamo sbagliare: siamo umani, magari abbiamo certe idee in testa e gli errori possono sempre capitare. Però…

    Però vorrei capire come fa un giornalista professionista a raccontare tutta una bella favoletta su come funziona in teoria una regola europea “un sacco bella”, senza accorgersi che la realtà sta andando esattamente al contrario, producendo una catastrofe economica che non si è mai vista nella storia di questo paese. Passi che per affrontare un problema così complesso si prenda il primo che passa che ha la targhetta “economista” e gli si faccia dire due cose senza nemmeno controllare: ma come si fa a parlare di tagli per decine di miliardi di euro l’anno che “non strangolano nessuno” in un paese in cui l’economia è esattamente strangolata? Verrà il dubbio che nella favola che stai raccontando forse c’è qualcosa che non va?

    Ma il problema non è Report: il problema è come faccia un programma così serio a fare errori così macroscopici. E la spiegazione che mi do è molto semplice: viviamo nel pregiudizio e nel conformismo e non ce ne accorgiamo.

    L’errore di Stefania Rimini è stato proprio non rendersi conto del pregiudizio iniziale. Proporsi di smentire le balle dei politici, infatti, comporta appunto assumere la prospettiva che essi tendano a mentire con facilità ai propri elettori: e chi mente meglio di un comico e di un pregiudicato che farneticano di improbabili soluzioni magiche per l’economia, soluzioni che apparentemente tutta l’informazione più qualificata rifiuta?

    Così però vai fuori strada: se pensi che chi parla di uscita dall’euro farnetichi, allora non occuparti neppure dell’argomento; ma se lo prendi in considerazione e ti proponi di verificarlo, allora devi farlo per davvero: come minimo devi intervistare gli economisti che sostengono questa posizione. Invece la sbrigatività con cui è stato liquidato il tema è la miglior prova che l’autore aveva già in testa le conclusioni ancora prima di cominciare.

    Questo pregiudizio lo dobbiamo alla pervasività della cappa di conformismo nella quale viviamo, a cui non è scampata nemmeno una giornalista altrimenti molto professionale come Milena Gabanelli. “L’euro ci ha salvato”, “uscire è una soluzione troppa comoda”, “il vero spread tra Germania e Italia sono le riforme mancate” e altri luoghi comuni fanno presa perché a prima vista appaiono plausibili, ma – fateci caso – nei dibattiti televisivi non vengono mai giustificati o dibattuti scientificamente. Non solo l’euro non si discute; ma non si presentano nemmeno le teorie economiche dei premi nobel che contestano l’austerità. È tutto un “dedicheremo una puntata”, un “torneremo sull’argomento”, ma poi si liquidano questi temi in poche parole, come se non fossero importanti, per dedicarsi a Berlusconi, Renzi e ai 15 euro in busta paga. Ma cosa c’è di più importante oggi che non sapere se chi ci governa segue la giusta ricetta anti-crisi oppure se segue quella sbagliata? Pensateci bene: in questo momento se non c’è dibattito non dico sull’euro, ma almeno sulle teorie economiche, vuol dire che non c’è dibattito affatto.

     

    Andrea Giannini

    Addendum 18 marzo 2014

    Una precisazione a seguito di alcuni commenti dei lettori: nell’articolo i conti sul fiscal compact sono stati fatti prendendo alla lettera la spiegazione fornita da Sabrina Rimini nel servizio, con l’intento di dimostrarne l’assurdità. Ma attenzione: questi conti, pertanto, non rispecchiano la realtà delle cose.
    La realtà è più complessa. Vediamola prendendo a spunto un post dal blog del prof. Bagnai.

    Il professore precisa che il calcolo dell’impatto annuale del fiscal compact va fatto tenendo conto della stima prevista. Ossia, è pur vero che il rapporto debito/PIL deve arrivare al 60% diminuendo (almeno) di 1/20 l’anno: ma nel frattempo la correzione va a impattare sulla previsione stimata.

    Per esempio, se oggi ho il debito a 1000€ e il PIL a 1000€, e dunque un rapporto debito/PIL del 100%, allora, per arrivare al 60%, devo diminuire in 20 anni del 40%: e visto che il 40% diviso 20 anni fa un 2% annuo, allora l’anno successivo avrò come target per le mie finanze pubbliche il 98% (100%-2%) del rapporto debito/PIL.

    Tuttavia ciò non significa che io alla fine taglierò davvero 20€ (cioè il 2% del mio debito di 1000€). Infatti le stime del debito e del PIL per l’anno prossimo potrebbero essere diverse.
    Potrei avere, ad esempio, senza correzioni ma semplicemente per il normale andamento dell’economia, per precedenti tagli o per chissà cos’altro, un debito di 990 e un PIL di 1000, con un rapporto del 99%.
    Ciò significa che, tenendo a mente l’obiettivo del 98%, dovrò preoccuparmi di tagliare in vista dell’anno prossimo solo un 1% (99%-98%), ossia 10€.

    Sulla base di questo ragionamento il prof. Bagnai prende in considerazione le stime del FMI per il 2014 e il 2015, e arriva a calcolare un taglio effettivo in vista dell’anno prossimo di “soli” 38,4 miliardi di euro.
    Il che ovviamente non fa che confermare il mio articolo.

    Non solo, infatti, le previsioni parlano di cifre astronomiche, nell’ordine delle decine di miliardi, che dunque “strangolano” la nostra economia a tutti gli effetti; ma – ciò che più conta – queste previsioni non tornano mai: sono anzi costantemente sottostimate.
    Come ho scritto: “Da quando ci hanno sottoposti a queste “cure” a base di tagli, la recessione si è ulteriormente inasprita: il PIL è sceso, mentre il debito pubblico è aumentato”. Lo stesso dicasi per il futuro.
    Secondo Bagnai: “tutto questo ragionamento si basa su due punti cruciali: la correttezza degli scenari previsionali (non mi è molto chiaro in che modo questi vengano costruiti dalla Commissione Europea, ma lo si può studiare), e l’ipotesi eroica che una correzione di alcune decine di miliardi, se apportata via deficit, lasci invariato il Pil! Questa seconda ipotesi è particolarmente balorda, perché presuppone un moltiplicatore pari a zero”.
    Insomma, il punto è chiaro: le ipotesi di correzioni del rapporto debito/PIL attraverso l’austerità non tornano quasi mai, perché sottostimano l’impatto recessivo dei tagli.

  • Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    Rischio instabilità: la disinformazione condiziona un intero paese

    finanza-borsa-affari-economia-statisticheI due giorni immediatamente precedenti al voto di mercoledì, che ha confermato la fiducia al governo Letta, hanno visto una martellante campagna di stampa tesa ad inchiodare l’opinione pubblica su alcune precise parole chiave: il “responso dei mercati”, il solito “spread” ed infine il mantra della “stabilità”. Di mercato e spread abbiamo già parlato, e magari torneremo a parlarne in futuro; ma il rischio instabilità, invece, è in parte una novità di questi giorni, almeno per le altissime vette di disinformazione che questo spauracchio ha permesso di toccare. Stiamo parlando, è ovvio, solo di un sostantivo (o di un aggettivo, a seconda dei casi): eppure, visto che è stato usato per condizionare un intero paese, occorrerà discuterne come se si trattasse di una faccenda seria.

    Cerchiamo quindi di fare un ragionamento sensato. Se l’instabilità fosse davvero quel male terribile che toglie il sonno ai nostri più autorevoli commentatori, se fosse davvero quella grave minaccia per i nostri partner europei e per tutto il continente, se davvero contasse per quasi un punto di crescita, come sostiene il Centro Studi di Confindustria, in una parola, se tutto il terrore che ci hanno gettato addosso alla sola idea di nuove elezioni fosse giustificato, allora dovremmo aspettarci, quantomeno, che esista una qualche correlazione tra recessione e incertezza politica. Il problema è che questa correlazione non si vede da nessuna parte.

    Intendiamoci: nessuno nega che continui e repentini avvicendamenti di governo, prolungate difficoltà nel formare maggioranze, caos sociali, assassinii di uomini politici e guerre civili siano possibilmente da evitare. Il fatto però è che nei periodi precedenti elezioni democratiche (che siano anticipate o no) un po’ di incertezza è del tutto fisiologica. Si tratta, in fin dei conti, di un piccolo prezzo da pagare (che le dittature non esigono): e ci si può tranquillamente convivere senza compromettere il benessere economico generale. Se ancora non siete convinti, allora mettiamoci pure a fare due conti.

     

    La seconda repubblica: 20 anni di grande stabilità, eppure…

    silvio-berlusconi-2Veniamo da una stagione politica particolarmente stabile. La seconda repubblica, dal primo governo Berlusconi (1994) a oggi, comprende 6 legislature e 12 governi, per un totale di circa 233 mesi: dunque, in media, una legislatura ogni 38,8 mesi e un governo ogni 19,4. Si tratta di una performance molto buona, non accompagnata però da dati sulla crescita altrettanto incoraggianti: la variazione annuale sul PIL è in media inferiore al +1%.

    Nella prima repubblica, al contrario, dal governo Pella del 1953 al governo Ciampi, terminato appunto nel 1994, in circa 369 mesi abbiamo avuto 10 legislature e 44 governi: cioè una legislatura ogni 36,9 mesi e, soprattutto, un governo diverso ogni 8,4 mesi…! Questo significa che i governi della prima repubblica sono durati, in media, meno della metà di quelli della seconda; eppure abbiamo assistito ad una crescita portentosa: più o meno +4% all’anno per trent’anni di fila!

    In parte questo risultato è fisiologico: un paese che deve costruire tutto, se cresce, lo fa di solito a ritmi alti, per poi rallentare progressivamente. Ma fare questo tipo di considerazione significa già riportare la discussione su un percorso di maggiore buon senso, allontanando semplicistiche connessioni tra i termini del vocabolario e i dati dell’economia: altri sono i discorsi che dovremmo fare in tema di crescita. Resta il fatto che – si è dimostrato – essa non è incompatibile con scenari di incertezza politica (e giusto per capire di quale livello di incertezza si discute, ricordo che negli anni ’70 si tentavano colpi di Stato e c’erano le Brigate Rosse).

     

    La situazione di oggi e le promesse di apocalisse

    giorgio-napolitanoDicono, tuttavia, che oggi è tutto più difficile: siamo in recessione e l’instabilità ci costerebbe molto più cara del normale. Faccio notare, allora, che le stime fatte da Confindustria, secondo cui un’eventuale caduta del governo Letta ci avrebbe consegnato una recessione del -1,8% nel 2013, sono esattamente identiche alle stime fatte dal Fondo Monetario Internazionale che pure scontano un clima di incertezza, ma che comunque sono precedenti alla decisione di Berlusconi di aprire la crisi; e sono superiori solo dello 0,1% a quelle fatte a suo tempo dallo stesso governo. Mi pare quindi che siano proprio i numeri portati da quelli che si stracciano le vesti a smentire eventuali catastrofi (catastrofi peggiori – s’intende – di quella in cui già siamo).

    Dicono che c’è l’IVA e l’IMU. Vero, ma qualcosa avremmo pagato comunque. Non dimentichiamoci che la coperta è corta: rinviare l’IVA avrebbe significato trovare la copertura da qualche altra parte. Cioè, avremmo pagato in altro modo, ma avremmo pagato. Quei soldi sono un impegno verso Bruxelles che, nell’ottica di questo esecutivo, andava comunque onorato. Guardate perciò il lato positivo: abbiamo fatto contento Olli Rehn.

    Dicono che ci sono un sacco di temi politici sul tavolo. Vero: peccato solo che il governo Letta non li affronti, ma li rimandi di continuo. Dunque non è solo una battuta dire che molti non avrebbero notato la differenza. Ricordo comunque che un governo dimissionario resta in carica per gli affari correnti: per cui saremmo stati comunque nelle condizioni di affrontare eventuali emergenze.

    Dicono che le elezioni avrebbero ritardato gli investimenti esteri. Vero, ma è anche abbastanza normale. Succede sempre quando ci sono delle elezioni importanti, e non è mai morto nessuno. Ricordo poi che gli investimenti esteri non sono la panacea: anzi, se arrivano in eccesso possono causare degli squilibri significativi, come in effetti è successo proprio nella genesi dell’attuale crisi. Oppure pensiamo al caso Telecom: si tratta di un investimento straniero, ma se ne parla come di un problema; segno che i capitali esteri non sono sempre una buona cosa.

    Dicono, infine, che tutta l’Europa è preoccupata per la nostra instabilità. Vero anche questo. Ma diciamoci la verità. Quello che interessa ai nostri partner europei e al mondo finanziario non è l’incertezza in sé: è il rischio che un nuovo governo smetta di seguire le politiche che piacciono a loro. Le quali sono ben note: l’austerità, ossia la stessa cosa che faceva Monti, la stessa cosa che gli Italiani avevano bocciato alle ultime elezioni, quella politica che fa gli interessi dei paesi creditori come la Germania e quel principio economico che, secondo il premio Nobel Paul Krugman, nel dibattito internazionale tra economisti non trova più sostenitori di rilievo.

     

    Andrea Giannini

  • Crisi dell’Euro e della politica, come uscirne? Incontro al Ducale

    Crisi dell’Euro e della politica, come uscirne? Incontro al Ducale

    EuroMartedì 24 settembre 2013 (ore 17.45) nella Sala del Minor Consiglio di Palazzo Ducale si svolge uno dei primi eventi della stagione autunnale: la conferenza di Claus Offe sul tema della crisi economica e politica dell’Europa.

    L’Europa in trappola? La UE ha la capacità politica di superare la crisi attuale? sono i temi che si affrontano oggi da parte del sociologo tedesco, che dopo le elezioni in Germania si interroga sulla capacità politica dell’Unione Europea d’interrompere il lento declino dell’Europa.

    L’evento si svolge in collaborazione con il Goethe Institut-Genua.

  • Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    Crisi, cercasi dibattito serio: il punto dopo la telenovela estiva

    futuroL’estate ci ha lasciato in eredità tanti temi politici di cui discutere: l’incerto futuro del pregiudicato Berlusconi, la conseguente fragilità e inconsistenza del governo Letta-cunctator, le manovre per smantellare la Costituzione, lo psico-dramma della “instabilità politica”, il “protagonismo” di Napolitano, l’inarrestabile ascesa di Renzi, i dilemmi in casa 5 stelle per un’improbabile futura alleanza con il PD, la “abolizione” dell’IMU, le agghiaccianti ipotesi del ministro dell’economia circa nuove svendite del patrimonio pubblico, l’approssimarsi del cruciale appuntamento delle elezioni tedesche, ed infine i venti di guerra in Siria. Tuttavia entrare nel dettaglio di questi temi senza avere prima riepilogato il quadro generale, lo scenario sullo sfondo del quale si agita tutto questo balletto, significa occuparsi della pagliuzza ignorando la trave. E la trave oggi è il dibattito economico sulle ragioni e il superamento della crisi.

    Come siamo finiti in recessione? Come (e quando) ne usciamo? Dalla risposta a queste domande dipendono evidentemente le politiche economiche che vengono elaborate in risposta alla crisi; cioè quelle stesse politiche che poi vengono somministrate ai paesi in difficoltà come il nostro. Il che genera, com’è naturale attendersi, un dibattito molto acceso tra gli economisti. Eppure, nonostante l’evidente impatto di questa discussione per il nostro immediato tenore di vita, un’opinione pubblica distratta e impreparata ne rimane del tutto all’oscuro oppure ne ricava una visione completamente distorta.

    Questa anomalia è la chiave di volta per comprendere la cornice in cui ci muoviamo, per avere cioè un quadro di riferimento alla luce del quale valutare i singoli episodi politici. Per questo motivo occorre riprendere il nostro percorso a partire da qui: ossia dal totale travisamento che il tema della crisi economica subisce quando si passa dal piano scientifico al piano divulgativo, e quindi dal modo in cui ciò condiziona il dibattito politico.

     

    IL LATO DELL’OFFERTA

    lavoroSuona complesso, ma, almeno a un livello generale, la questione è in realtà piuttosto semplice. Pensiamo alle esortazioni che tutti i santi giorni qualche organismo europeo sente il dovere di rivolgerci: che cosa “ci chiede l’Europa” attraverso l’austerity? Essenzialmente due cose: 1) tagliare la spesa pubblica e 2) varare “riforme strutturali”. Le riforme strutturali sono, per un verso, riforme che impediscano l’accumulo nel tempo di eccessiva spesa (e quindi di debito), per l’altro sono semplicemente liberalizzazioni (meno vincoli, meno burocrazia, maggiore concorrenza, eccetera).

    A questa ricetta sono dunque sottesi precisi presupposti teorici. C’è l’idea che lo Stato sia un attore economico sostanzialmente inefficiente e che sia quindi preferibile limitarne il peso. E poi, all’opposto, c’è l’idea che il mercato, se lasciato libero di spiegarsi al meglio, sia in grado di trovare da solo l’assetto produttivo più soddisfacente. La crisi, coerentemente, dipenderebbe proprio dal tradimento di questi presupposti: cioè lo Stato è intervenuto troppo, generando debito pubblico, mentre il settore privato, gravato da “lacci e lacciuoli”, non è stato abbastanza efficiente. Dunque, riducendo il ruolo dello Stato e agendo su quello che si chiama il “lato dell’offerta” (la competitività di chi produce beni e servizi), sarebbe possibile uscire dalla crisi.

    Tutto questo dovrebbe suonare familiare al lettore; non tanto perché questa teoria sia in effetti materia di dibattito in Italia, quanto piuttosto per il fatto che essa è la base stessa del dibattito. Sia a livello politico che a livello giornalistico, infatti, da destra a sinistra e per tutto l’arco parlamentare, la discussione verte intorno a quali spese ridurre e in che modo essere più produttivi. Che si tratti degli F-35 o delle pensioni, delle provincie o degli insegnanti di sostegno, è comunque scontato che nel complesso siamo di fronte ad un gioco a somma negativa, ossia che qualcosa da qualche parte bisogna tagliare per forza. Ed è altrettanto scontato che sia necessario migliorare la competitività del paese rispetto all’estero (privatizzando, creando una forza lavoro con costi convenienti per le imprese, attirando i capitali, liberalizzando, tranquillizzando i mercati, eccetera).

    Dunque, se questo dibattito in Italia ha un qualche senso, dobbiamo aspettarci che non ci siano a livello scientifico altre interpretazioni possibili. Cioè, se ci fossero molti famosi accademici, e non solo strampalati predicatori del web, che si mostrassero contro il contenimento della spesa pubblica, prima o poi questa idea sarebbe già filtrata anche nell’opinione pubblica, e qualche giornale o qualche partito si sarebbe messo a cavalcare questa linea. Il fatto che nessuno parli di aumentare la spesa, è la miglior prova che l’idea non ha il sostegno di questa enorme schiera di economisti.

    E invece si da il caso che questo schiera ci sia.

     

    IL LATO DELLA DOMANDA

    lavoro_operai_cantiereEsiste una scuola di pensiero – che si rifà addirittura a quello che probabilmente è l’economista più famoso della storia (l’inglese John Maynard Keynes, 1883-1946) – che tra le sue fila annovera studiosi di grandissimo prestigio e straordinario rilievo accademico (compresi anche diversi premi nobel) tutti convinti che in tempi di crisi lo Stato si debba far carico di politiche espansive e investimenti, mettendo temporaneamente in secondo piano il problema del debito.

    Questo presuppone un quadro teorico completamente ribaltato: lo Stato ha una funzione positiva e i mercati devono essere normati, perché non sono in grado di auto-regolarsi. Anche la diagnosi della crisi segue un canovaccio opposto: i movimenti di capitali liberalizzati e senza regole stanno alla base degli squilibri che hanno portato alla recessione economica (prima) e all’esplosione dei debiti pubblici dei paesi periferici (poi).

    Ciò non significa che questi economisti accettino le sacche di clientelismo e corruzione presenti anche nello Stato italiano. Tanto meno negano l’opportunità di ridurre gli sprechi. Ciononostante essi sostengono che, in recessione, una politica che nel complesso produca tagli alla spesa è una politica miope, per il semplice motivo che la spesa di una persona è l’entrata di un’altra. In altri termini, sebbene sia indubbio che – per fare un esempio – la Calabria potrebbe trovare modi socialmente più utili per impiegare le migliaia di forestali di cui si è dotata negli anni, è anche vero che sarebbe una scelta suicida licenziarli in blocco, perché questi, insieme al loro stipendio, perderebbero anche potere di acquisto e propensione al consumo, contribuendo così alla depressione dell’economia.

    E’ questo il motivo per cui i salvataggi europei non stanno salvando nessuno: perché trascurano quello che si chiama il “lato della domanda”, ossia le politiche volte a raggiungere un determinato livello di reddito medio, in grado di sostenere la domanda di acquisto di beni e servizi. Ed è proprio la piccola, momentanea e fisiologica battuta d’arresto del rigore ad avere favorito il piccolo, momentaneo e fisiologico rimbalzo della crescita che si sta registrando in questo periodo.

     

    DESTRA E SINISTRA: IL “DIBATTITO” A UNA TESI SOLA

    La polemica potrebbe proseguire; e le ragioni delle due parti sono evidentemente molto più complesse di come è stato fin qui sintetizzato. Tuttavia ai fini del nostro discorso non è tanto importante capire chi abbia ragione, quanto evidenziare che esiste un dibattito a livello scientifico mondiale, che però è negato a livello politico europeo.

    Non lo dico io: lo ha scritto l’assai più influente Wolfgang Münchau in un articolo apparso su Der Spiegel (tradotto in italiano qui). Secondo il prestigioso editorialista del Financial Times, la SPD tedesca (ma lo stesso discorso si potrebbe fare anche per il nostro PD e per gran parte delle sinistre europee) è incapace di essere un’alternativa politica perché non possiede al fondo una visione politica alternativa: ossia il pensiero politico-economico e la narrazione della crisi fatta dai socialdemocratici è sostanzialmente coincidente con l’analisi della destra liberista. Negli ultimi trent’anni la sinistra ha progressivamente rimosso Keynes e lo stato sociale, per sposare il credo del libero mercato, tradendo così – aggiungo io – la sua funzione storica e trasformandosi nei fatti in una destra senza razzismo e senza omofobia.

    Negli Stati Uniti la contrapposizione politica ha almeno un po’ di senso economico: i repubblicani vogliono meno Stato, meno interferenze e meno tasse; i democratici più Stato, più diritti e più servizi pubblici. In Italia, invece, c’è questa curiosa diatriba tra liberisti “di destra” e liberisti di “sinistra”: come se il liberismo fosse un valore assoluto, quasi un sinonimo di “democrazia”, e l’identità di sinistra si esaurisse nell’elemosina a chi sta peggio e nei diritti delle minoranze (nel terzo millennio c’è ancora bisogno di discuterne…?).

    Eppure la “rinascita keynesiana” degli ultimi cinque anni, il successo del modello scandinavo, la politica espansiva di Giappone, Stati Uniti e Regno Unito stanno lì a dimostrare che c’è tutto lo spazio per realizzare una politica economica autenticamente sociale senza tornare al marxismo e senza scadere nel liberismo. Il paradosso che abbiamo di fronte è quello di una classe dirigente di sinistra che non sa (o non vuole) interpretare questo ruolo.

    (Siamo arrivati così al nodo centrale, il quadro di riferimento della nostra analisi. Avremmo poi modo di apprezzare nel concreto come questo stato di cose condizioni la vita politica del nostro paese e dell’Europa).

     

    Andrea Giannini

  • Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    Web e finanza, Facebook: quotazione, ricavi e rischio bolla finanziaria

    FacebookFacebook. Miliardi di tastiere digitano ogni giorno queste otto lettere. Il social network più popolare del mondo, un sito internet capace in così pochi anni di invadere la vita delle persone come un gigantesco fiume in piena. Alle spalle un’azienda che conta poco meno di 5000 dipendenti, ma che viene valutata ben 100 miliardi di dollari al momento della quotazione in borsa (maggio 2012).
    Spesso quando digitiamo una parola su google o facciamo l’accesso a Facebook ci chiediamo… ma da dove arriva tutta la ricchezza dei grandi colossi del web? I soli ricavi pubblicitari sono sufficienti per affermarsi in pochi anni superpotenze economiche su scala mondiale?

    Si iniziò a parlare di “bolla tecnologica” sul finire degli anni novanta, quando l’entrata nel mercato azionario delle “dot-com” (puntocom), ovvero le società di servizi su internet (Google, Amazon, Yahoo! ecc..), generò una bolla culminata nel 2001 con il crollo a picco del valore delle azioni e il conseguente fallimento di molti presunti colossi (celebre fu il caso di Pets.com, ma ricordiamo anche webvan.com, etoys.com, oppure theglobe.com, considerato da molti il primo social network); per comprendere l’entità del crollo è sufficiente citare l’esempio di Amazon.com le cui azioni passarono da 107 a 7 dollari, ciò nonostante le aziende più forti riuscirono a rimanere in piedi. La stessa Amazon.com dieci anni più tardi vedrà salire sino a 200 dollari il valore delle sue azioni, per non parlare di Google, ovviamente.
    Oggi a distanza di tempo in molti sono tornati a parlare di bolla speculativa della new economy, puntando il dito spesso e volentieri proprio sul re dei social network.
    Senza pretesa d’essere esaustivi, cerchiamo di capirci qualcosa in più, con l’unico obiettivo di fornire al lettore uno spunto di riflessione.

    Venture capital: di che cosa si tratta?

    Mark Zuckerberg
    Mark Zuckerberg

    Io ho un’idea per un sito web. Potenzialmente un ottimo business. Non ho capitale, sono nella fase di start up e raggiungo in poco tempo un numero spropositato di utenti. Ciò nonostante il business rimane potenziale, rimane una prospettiva, perché stando ai fatti i ricavi pubblicitari non riescono nemmeno a coprire le spese.
    Non potendo restare in perdita all’infinito, ho bisogno di capitale per poter andare avanti, e se il mio “facebook” ha già raggiunto migliaia di utenti attivi ma io non riesco a guadagnarmi nemmeno un misero stipendio, è necessario che intervenga un investitore. Ma perché mai un investitore o un gruppo di investitori dovrebbe credere in me se la mia attività non genera ingenti guadagni?
    È qui che interviene il venture capital, ovvero il fondo di investimento di cui ho bisogno, quello disposto a sopportare il rischio a fronte di un potenziale rendimento futuro di gran lunga più elevato. Il soggetto che effettua questa operazione viene chiamato venture capitalist: una volta ottenuta la valutazione della start up (operazione denominata due diligence), versa nelle tue casse la somma di denaro necessaria per sviluppare il tuo business. E naturalmente diventa socio.

    Esempio. Mettiamo di aver bisogno di 500.000 euro e di trovare un fondo di investimento disposto a versarli. Ovviamente, prima di investire, questo soggetto vuole capire quale è il valore della mia azienda. Ipotizziamo che la società venga valutata 1.500.000 euro. A questo punto il valore totale dell’azienda risulterà essere la somma del valore pre – investimento (1.500.000 euro) più l’investimento effettuato per un totale di 2 milioni. Quale è il guadagno dell’investitore? Lui adesso rappresenta ¼ della società ed è a tutti gli effetti socio con potere decisionale sulle strategie societarie.

    La quotazione in borsa

    Superata la fase di start up, la società per ingrandirsi avrà bisogno di nuovi capitali e anche in questo caso il denaro non potrà arrivare dagli utili, bisognerà nuovamente affidarsi a terzi. La quotazione in borsa è il passo fondamentale che l’azienda compie per ottenere dalla vendita delle azioni denaro liquido da reinvestire. Le banche acquistano le azioni e le rivendono agli investitori, piccoli o grandi che siano. E quando l’azienda avrà bisogno di nuovi liquidi per crescere e svilupparsi procederà con un aumento di capitale e immetterà nel mercato nuove azioni. Un circolo senza fine.
    Nel mondo della new economy la valutazione di una start up (due diligence) è sicuramente molto complessa, perché il mercato online ha la particolarità non da poco di non avere ancora una storia alle spalle, si tratta di modelli di business ancora inesplorati e il margine di errore è molto elevato. Quanti utenti raggiungi e quanti sei in grado potenzialmente di raggiungere? E una volta quantificato questo dato, che valore economico bisogna assegnargli? Una valutazione eccessivamente ottimistica potrebbe in breve tempo creare una forte disparità fra gli utili reali della società e il valore delle azioni. In parole povere, una bolla finanziaria.

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    Facebook: modello di business sopravvalutato?

    Il 18 maggio del 2012 Facebook è stata quotata in borsa. Il titolo valeva 38 dollari al momento della quotazione, oggi, a poco più di un anno di distanza, è scambiato per 26 dollari: una perdita del 31%. Nello stesso anno i ricavi dell’azienda di Zuckerberg hanno raggiunto i 5,1 miliardi di dollari, facendo registrare un utile netto di 53 milioni. Parte dei ricavi viene ovviamente reinvestita e non figura come utile netto, ciò nonostante stiamo parlando di numeri che, ben lontani da stime e previsioni, non possono certo tranquillizzare gli investitori. Questo proprio a causa dell’eccessiva valutazione dello scorso anno. Ora la domanda sorge spontanea: sarà mai capace Facebook di “sostenere” una simile aspettativa di mercato?

    Facebook, datacentre
    Uno dei datacentre di Facebook, Lulea (Svezia)

    I ricavi di Facebook

    Pubblicità, ovvero inserzioni a pagamento e post sponsorizzati (poco meno del 90% dei ricavi), ma anche giochi online “free-to-play” come ad esempio Farmville. Si tratta di giochi gratuiti prodotti dalla società Zynga i cui ricavi sono rappresentati da una serie di limitazioni al gioco che gli utenti possono scegliere di oltrepassare spendendo soldi reali. Circa il 10% delle entrate di Facebook arrivano proprio dai giochi Zynga.

    Senza contare il valore commerciale di ogni singolo utente attivo sul social network. Non bisogna dimenticare, infatti, che ognuno di noi lavora quotidianamente per Facebook palesando le proprie preferenze e facendo quindi risparmiare alle aziende che faranno pubblicità tutta quella parte di lavoro dedicata alle strategie marketing e alle ricerche di mercato per riuscire ad indirizzare i propri messaggi pubblicitari direttamente alle persone potenzialmente interessate all’acquisto. È naturale che pubblicizzare schiuma da barba rivolgendosi ad un soggetto glabro non è il massimo del marketing… Per questo motivo le aziende hanno sempre lavorato sodo per portare a termine ricerche di mercato su vasta scala e centrare i loro obiettivi. Oggi per un’azienda fare pubblicità su Facebook singifica bypassare il problema, e questo grazie al “lavoro” non retribuito svolto da milioni di utenti.

    Il futuro

    web
    1999 – LA CLASSIFICA DEI SITI PIU’ VISITATI DEL MONDO: QUANTI SONO ANCORA IN VOGA?
    1. Broadcast.com
    2. Mp3.com
    3. Amazon.com
    4. Den.com
    5. Espn.com
    6. Cnet.com
    7. Tripod.com
    8. Imagineradio.com
    9. Onebox.com
    10. Artmuseum.net
    11. Pseudo.com
    12. E-Trade.com
    13. Hsx.com (Hollywood Stock Exchange)
    14. Askjeeves.com
    15. Feedmag.com
    16. Cnn.com
    17. Dealtime.com
    18. Kodak.com
    19. Thesync.com
    20. Ebay.com

    Fare previsioni su quello che potrà essere il futuro di Zuckerberg e compagni non è ovviamente possibile. Quel che è certo è che siamo ancora in una fase in cui l’azienda è considerata giovane e quindi ancora con ampi margini di miglioramento (e quindi “profittabile” per chi ne acquista le azioni). Gli utili di Facebook potranno crescere vertiginosamente nei prossimi anni e raggiungere le stime fatte al momento dell’entrata nel mercato azionario… Oppure no. E questo significherebbe guai per la “f” più celebre del mondo.
    D’altronde la caratteristica principale della new economy è proprio la velocità impressionante con cui le cose cambiano, anche drasticamente. Si può citare il caso di MySpace (oggi acquistata dal cantante Justin Timberlake che sta provando a rilanciarla), celebre social network della musica soppiantato completamente nel giro di pochi mesi da nuovi servizi come soundcloud.com. Il box qui accanto mostra la lista dei siti più visitati a livello mondiale nel 1999… Non è certo passato un secolo, eppure ben pochi di questi siti oggi vantano ancora numeri importanti. Molti sono addirittura scomparsi. Inutile dire che ciò potrebbe anche accadere a Facebook e in quel caso le stime fatte nel 2012 impiegherebbero pochi mesi per sgretolarsi facendo precipitare il valore delle azioni ed esponendo l’azienda americana al rischio crack.
    Zuckerberg da tempo dichiara che il futuro del suo sociial network è nel mobile. La metà degli utenti iscritti, infatti, accede a Facebook da dispositivi mobili. Il lancio di Facebook Home va proprio in questa direzione. Il giovane enfant prodige, quindi, è pienamente convinto di riuscire a mantenere la sua creatura come primo riferimento per quanto riguarda il mondo dei social network ancora per molti anni. In questo senso va letta anche la decisione di acquistare Instagram, social network basato sulla condivisione di immagini, per una cifra vicina al miliardo di dollari (al momento dell’acquisto Instagram contava ben… 13 dipendenti).
    Solo il tempo potrà dargli ragione. In caso contrario, ci ritroveremo davanti all’ennesima bolla finanziaria, senza sconti per nessuno.

     

    Giorgio Avanzino