Tag: economia

  • Capire la crisi dell’Euro: la teoria delle aree valutarie ottimali

    Capire la crisi dell’Euro: la teoria delle aree valutarie ottimali

    Finanza, Economia e BancheCome salvare l’Euro da questa crisi? Unione politica? Unione bancaria? Stati Uniti d’Europa? Non ho mai avuto un’idea molto chiara di come queste proposte permettano di salvare la moneta unica e, soprattutto, di quale sia esattamente il nesso tra la l’unione monetaria e una più stretta integrazione dei paesi dell’eurozona. I mezzi di informazione, come al solito, non permettono di formarsi un’opinione anche grazie ai nostri politici che, invece di spiegare chiaramente le ragioni del progetto europeo, si riferiscono agli Stati Uniti d’Europa come a un sogno da lasciare ai propri figli. Ho potuto finalmente fugare i miei dubbi quando un giorno, girovagando per la rete, mi sono imbattuto in diversi articoli che parlavano della teoria delle aree valutarie ottimali. Questa teoria, nata nel 1961 dagli studi dell’economista canadese Robert Mundell, elenca le condizioni necessarie affinché due o più paesi possano scegliere di adottare con successo la stessa moneta. Prima di addentrarci in questa teoria vediamo però cosa succede quando due paesi non hanno la stessa moneta.

    ESEMPIO 1: PAESE A e PAESE B HANNO MONETA DIVERSA

    Immaginiamo un mondo dove ci siano solamente due paesi: il paese A e il paese B. Questi due paesi hanno le loro rispettive monete che utilizzano per avere degli scambi commerciali. Immaginiamo ora che il paese A esporti al paese B più merci di quanto importi e che, di conseguenza, il paese B importi più di quanto esporti trovandosi quindi ad avere un deficit nella bilancia commerciale. Per pagare le merci prodotte in A, gli abitanti di B devono cambiare i propri soldi vendendo moneta B per comprare moneta A. Questo causa un aumento della domanda per la moneta A e di conseguenza, secondo la legge della domanda e dell’offerta, una rivalutazione della moneta A e una svalutazione della moneta B. Questo rende le merci del paese B più convenienti e gli abitanti del paese A cominceranno a comprarle riequilibrando rapidamente la bilancia dei pagamenti dei due paesi. Questo meccanismo automatico di riequilibrio è il cosiddetto sistema dei “cambi flessibili” ed è in vigore dal 1971 anno in cui sono stati abbandonati gli accordi di Bretton Woods.

    ESEMPIO 2: PAESE A e PAESE B HANNO LA STESSA MONETA

    Immaginiamo ora che il paese A e il paese B vogliano adottare la stessa moneta. Perché dovrebbero volerlo? La ragione principale è che avere la stessa moneta azzera il rischio di cambio. Con monete diverse se una banca del paese A prestasse dei soldi a un’impresa del paese B rischierebbe di essere ripagata con una moneta che nel frattempo si potrebbe essere svalutata. Se invece si utilizza la stessa moneta questo non può accadere e ciò incoraggia gli scambi commerciali tra i paesi.

    Ma allora quando è possibile avere un’unione monetaria? Secondo la teoria delle aree valutarie ottimali si devono verificare alcune condizioni:

    • Flessibilità dei prezzi e dei salari: i salari e i prezzi devono poter variare per riequilibrare eventuali squilibri. Se un paese è in deficit nella bilancia commerciale i salari devono poter essere abbassati per ritrovare velocemente competitività e, specularmente, devono alzarsi in condizione di surplus.
    • Mobilità dei fattori di produzione: i lavoratori dei paesi in deficit devono poter emigrare nei paesi in surplus per trovare un’occupazione.
    • Apertura al commercio estero: tanto più un paese è aperto agli scambi con gli altri paesi tanto meno è soggetto alle variazioni del tasso di cambio nei confronti di quei paesi. Se un paese è dipendente da prodotti provenienti dall’estero, in caso di svalutazione della propria moneta i benefici sarebbero limitati dall’aumento dei prezzi delle merci importate.
    • Diversificazione produttiva: la crisi di un settore industriale può essere compensata da altri settori in espansione.
    • Integrazione fiscale: dovrebbero essere previsti dei trasferimenti dalle zone in espansione a quelle in recessione, così come avviene, ad esempio, tra le regioni italiane.
    • Convergenza dei tassi di inflazione: se il tasso di inflazione di un paese fosse minore di quello degli altri, le merci di quel paese sarebbero sempre più convenienti creando un surplus strutturale nella bilancia commerciale a discapito degli altri paesi.

    A questo punto alcuni di voi diranno: “Ma a me non sembra che all’interno dell’Unione Europea sussistano queste condizioni!”. Purtroppo avete ragione. A conferma di questo vi riporto l’analisi condotta dall’economista Alberto Bagnai che, nel suo libro “Il tramonto dell’Euro”, effettua un confronto tra l’area valutaria ottimale, così come descritta nella teoria economica, e l’Unione Europea, concludendo che nessuna delle condizioni necessarie per avere un’unione monetaria sono soddisfatte:

    • I salari, come abbiamo visto la scorsa settimana, tendono  a essere flessibili, ma solo verso il basso. La Germania, pur essendo in surplus commerciale, ha moderato i salari creando un enorme squilibrio nell’Eurozona.
    • Le barriere linguistiche, culturali e burocratiche tra i vari paesi dell’Unione sono ancora troppo grandi. Siamo lontani da quanto avviene, ad esempio, negli Stati Uniti dove si parla la stessa lingua ed è facile trasferirsi da uno stato all’alto per cercare lavoro.
    • Paesi aperti al commercio, come l’Italia, non potendo ricorrere all’aggiustamento del cambio, hanno sofferto la crisi più di altri.
    • Per i paesi più piccoli è difficile attuare una diversificazione produttiva. Esempio ne è la Grecia che, fortemente in deficit nella bilancia commerciale, in caso di uscita dall’Euro si troverebbe a dover importare praticamente tutto con una moneta svalutata.
    • Non sono a oggi previsti trasferimenti dai paesi in surplus (Germania) a quelli in deficit (PIIGS).
    • L’inflazione dei paesi dei PIIGS, fin dall’introduzione dell’Euro, è sempre stata più alta di quella dei paesi della Germania a causa anche della moderazione salariale attuata dal governo tedesco.

    La logica avrebbe suggerito di completare prima tutti i passi descritti nella teoria delle aree valutarie ottimali e poi introdurre la moneta unica. Si è fatto esattamente il contrario perché si pensava, forse con troppo ottimismo, che sarebbe stata l’introduzione stessa dell’Euro a creare le condizioni affinché essa fosse sostenibile: gli inevitabili momenti di crisi come questo sarebbero serviti per convincere popoli così diversi a cedere parte della propria sovranità in nome del progetto europeo. Ad oggi sembra che questo non stia avvenendo e, anzi, il risentimento verso l’Unione Europea è sempre più forte, soprattutto nei paesi vittime delle politiche di austerità. È dunque compito dei paesi più forti, Germania in primis, ridare slancio al processo di unificazione europea, ma è proprio questa volontà politica a mancare. Di questo passo la prima grande crisi dell’Euro, più che rappresentare un’opportunità di integrazione, rischia di tramutarsi nella pietra tombale del progetto di Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino

  • Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Mini job e contenimento dei salari: il precariato formato tedesco

    Un saldatore a lavoro, di Roberto ManzoliQuesto mese ci stiamo concentrando sulle politiche economiche della Germania, il paese più ricco dell’euro-zona e quindi più volte preso come modello di riferimento. L’obiettivo di questi articoli è cercare di porre l’attenzione su quelli che sono gli aspetti quantomeno opinabili della strategia economica e politica tedesca; aspetti che spesso rimangono taciuti.

    La settimana scorsa abbiamo visto che c’è una grande differenza di produttività tra la Germania e il resto dei paesi europei. Questa differenza ha avuto origine dalla politica di contenimento dei salari attuata dal governo Schröder a partire dai primi anni 2000. “Com’è possibile?”, direte voi, “Contenimento dei salari? Ma la Germania non è il paese dove gli operai della Volkswagen guadagnano più di duemila euro al mese?”. Invece è proprio così, accanto a tecnici e operai strapagati ci sono milioni di lavoratori che assomigliano molto ai precari di casa nostra: sono i cosiddetti “mini-jobbers”.

    I “mini-job”, incentivati attraverso la riforma “Hartz IV” del 2003, sono una forma di contratto atipica che prevede una retribuzione massima di 400 euro al mese, somma al di sotto della quale il lavoratore non deve né pagare le tasse né versare alcun contributo. Questo fenomeno è tutt’altro che trascurabile in quanto sono più di 7 milioni i lavoratori che hanno questo tipo di contratto. Di questi, 2 milioni combinano il loro mini-job con un’altra occupazione, mentre per i restanti 5 quella rimane la loro unica fonte di reddito. Sebbene dall’introduzione della riforma non sia previsto alcun limite riguardo alle ore lavorate mensili, in molti casi i mini-job vengono considerati ufficialmente come lavori part-time.

    Non vi stupirete nel sapere che uno studio condotto dall’Istituto di Economia e Ricerca Sociale (Wirtschafts- und Sozialwissenschaftliches Institut, WSI) ha mostrato come i mini-jobs siano spesso un binario morto per i disoccupati e non una strada verso il lavoro regolare. Vi sono ulteriori studi condotti dall’Istituto per il Lavoro e la Tecnologia (Institut Arbeit und Technik, IAT) che mostrano come i mini-job tendano a rimpiazzare le forme di impiego standard, soprattutto nei lavori poco qualificati.
    Tutto questo ricorda molto da vicino quello che è accaduto nel nostro paese con l’introduzione delle forme di lavoro atipiche come il contratto a progetto.

    C’è però una differenze fondamentale: i lavoratori tedeschi possono contare su un welfare molto più evoluto del nostro che permette ai mini-jobbers di godere comunque di un sussidio di disoccupazione che permane fino a che non si trova un’occupazione stabile. Cosa succederebbe se, al motto di “Siate più produttivi!”, venissero introdotte nel nostro paese ulteriori forme di contratto atipiche aumentando ancora la precarietà senza introdurre delle nuove tutele per i lavoratori?

    Gli squilibri di produttività all’interno dell’eurozona devono sì essere colmati, ma non è possibile far convergere tutti gli altri paesi verso la Germania, a meno che anche la Germania non converga verso gli altri paesi. In parole povere se la Germania non aumenterà il costo unitario del lavoro, ricompensando maggiormente i lavoratori per il proprio contributo alla produzione, allora non ci sarà via d’uscita. Così facendo i lavoratori tedeschi percepiranno salari maggiori e le merci tedesche saranno meno competitive a vantaggio di quelle dei paesi periferici che verranno acquistate proprio dai consumatori tedeschi che, grazie agli aumenti salariali, potranno rappresentare quella domanda di beni di cui tutti i paesi periferici hanno disperato bisogno per uscire dalla crisi. Questo non deve essere visto come una gentile concessione da parte della Germania ma piuttosto come un atto doveroso nel rispetto del trattato di Maastricht che prevede “coordinamento delle politiche economiche degli stati membri” e non una gara a chi è più forte con un solo vincitore e molti sconfitti, tra cui l’idea stessa di un Europa unita.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Roberto Manzoli]

  • Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Indici di produttività: che cos’è il Costo Unitario del Lavoro?

    Da alcuni anni ormai sentiamo spesso ripetere la formula magica del “per uscire dalla crisi dobbiamo essere più produttivi”. Nell’immaginario collettivo l’essere più produttivi potrebbe suonare come una semplice esortazione a rimboccarsi le maniche. Ma sarà proprio così?
    La produttività può essere misurata in diversi modi, ma uno degli indici più spesso utilizzati per confrontare la produttività italiana con quella degli altri paesi è il “Costo unitario del lavoro”, in inglese “Unit labour cost” (ULC). Come viene calcolato questo indice?

    Prendiamo in esame un caso molto semplice: un’azienda che produce bulloni. Il costo unitario del lavoro è il rapporto tra il compenso totale di un singolo lavoratore (inclusi tutti i contributi pagati dal datore di lavoro come quelli pensionistici, eventuali benefit, ecc.) e il numero di bulloni che produce. Il risultato è un numero che rappresenta il costo del lavoro per produrre un singolo bullone. Tanto più è alto questo numero tanto più è alto il costo che il datore di lavoro deve sostenere per la remunerazione del dipendente a parità di bulloni prodotti. All’aumentare dell’indice produrre diventa sempre meno conveniente e quindi la produttività diminuisce.

    Ovviamente sarebbe molto difficile effettuare questo calcolo per ogni azienda e poi combinarne i risultati per ottenere un costo unitario del lavoro medio rappresentativo di un intero paese. Per questo, per calcolare un indice medio globale, si procede così: si calcola il rapporto tra il costo del lavoro totale e il prodotto interno lordo reale, cioè la ricchezza prodotta in un paese depurata dall’inflazione. Un aumento di questo indice rappresenta una ricompensa maggiore per il contributo del lavoro alla produzione, tuttavia, se questa aumenta troppo rispetto al prodotto interno lordo reale, il costo unitario del lavoro aumenta e la competitività del paese ne risente.

    Pensate cosa succederebbe ad un paese A dove il costo unitario del lavoro rimanesse pressoché costante e un paese B dove invece questo indice salisse, anche se lentamente. Col passare del tempo il paese B diventerebbe sempre meno competitivo e sarebbe sempre più conveniente comprare le merci dal paese A. Sostituite al paese A la Germania e al paese B i PIIGS (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) e avrete un quadro completo di quello che è successo a partire dal 2000 in Europa. Il quadro risulta ancora più chiaro se si guarda l’andamento del costo unitario del lavoro (ULC) dal 2000 a oggi:

    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)
    Fonte: OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico)

    In questo grafico viene posto a 100 il costo unitario del lavoro di ogni paese nel 2000. Valori superiori a 100 indicano un aumento dell’ULC rispetto al 2000, mentre valori inferiori una diminuzione. Forse non è sorprendente vedere come l’andamento del costo unitario del lavoro tedesco si discosti così tanto da quello PIIGS.  È un po’ più sorprendente vedere come neanche la virtuosa Francia abbia un andamento dell’ULC assimilabile a quello tedesco.

    Ma come avrà fatto la Germania per essere così produttiva, anche più degli altri paesi “virtuosi”? Sarebbe interessante saperlo visto che da più parti ci viene detto di seguire il suo esempio. Vi do un indizio: il costo unitario del lavoro, essendo il rapporto di costo del lavoro e produzione, può essere abbassato diminuendo il numeratore o aumentando il denominatore. I nostri cugini tedeschi hanno agito prevalentemente sul primo, comprimendo i salari. La prossima settimana vedremo come…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    La strategia anti-crisi dell’Europa: attenzione ai luoghi comuni

    Sul Fatto Quotidiano di domenica scorsa è apparso un articoletto che sarà sfuggito ai più, ma che è piuttosto istruttivo, perché esemplifica in maniera cristallina quale tipo di luoghi comuni, economici e politici, possano facilmente condurre una persona istruita e perbene a vedere in Monti l’unica opzione credibile e l’unica possibilità di salvezza per l’Italia. L’autore è Bruno Tinti, ex-magistrato esperto in reati tributari: e proprio il profilo intellettuale e l’integrità della persona sono la migliore garanzia che ci troviamo di fronte a una libera opinione personale, non dettata cioè da interessi di parte o da opportunismo politico; il che agevola il dibattito e quindi anche la valutazione delle critiche sulla base del loro contenuto.

    Il mio interesse – è bene sottolinearlo – non è quello di convincere il lettore che sia meglio non votare Monti: non solo perché, verosimilmente, l’influenza che esercito su chi riesce a leggere i miei interventi è scarsissima, ma anche perché è giusto che al momento di votare ciascuno di noi prenda in considerazione prima di tutto il suo interesse, e solo in seguito il giudizio degli altri. L’interesse individuale, infatti, è l’essenza della democrazia e non andrebbe mai demonizzato. Il compito di chi fa divulgazione, o di chi esprime opinioni, è semplicemente quello di aiutare le persone a valutare bene quale sia il modo migliore per fare il proprio interesse.

    Nella fattispecie, ad esempio, sono convinto che non sia vera, e pertanto sia contro l’interesse della gente ad avere un quadro chiaro della situazione, l’idea secondo cui il governo Monti è stato, e solo potrà essere nel futuro, la medicina, per quanto amara, di cui ha bisogno l’Italia. L’argomentazione del discorso di Tinti, che mira invece a convincere i suoi lettori proprio di questo, è in parte originale, perché ingloba tesi espresse non dai sostenitori delle politiche che vengono dall’UE, ma dai suoi critici. L’ex-magistrato muove infatti dalla costatazione che la riduzione del debito, imposta all’Italia con il fiscal compact, ci vincola all’ambiziosissimo obiettivo di portare in 20 anni il rapporto con il PIL al 60% (corrispondente ai vecchi parametri di Maastricht): il che significa ridurre della metà il già altissimo debito attuale. L’impegno è talmente gravoso che – conclude giustamente, dati alla mano, l’autore dell’articolo – da soli non ce la faremo mai. Infatti, il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo, come sa chiunque ha studiato le frazioni alla scuola media, può diminuire soltanto se diminuisce il numeratore (il debito pubblico) oppure se aumenta il numeratore (il PIL).

    La prima opzione è quella gradita all’UE: ridurre il debito, tagliando le uscite e aumentando le tasse. In questo modo però diventa impossibile percorrere parallelamente la seconda opzione, cioè tornare a crescere, perché la stretta fiscale e la contrazione degli stimoli pubblici – riconosce l’ex-magistrato – deprimono l’economia. Sarebbe inutile anche lasciare immutata la spesa e puntare tutto sulla crescita, perché dovrebbe essere talmente sostenuta e prolungata nel tempo da paragonarsi a un livello che abbiamo conosciuto solo tra gli anni ’50 e ’60.

    Quindi, conclude Tinti, restano solo due possibilità. La prima è uscire dall’euro. A quel punto però: «Si nazionalizzeranno le banche e le assicurazioni. Falliranno circa metà delle imprese. La disoccupazione andrà alle stelle. Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime e l’Italia, diversamente dall’Argentina, non ha risorse né agricole, né minerarie da scambiare. La sola merce italiana sono le braccia. Ma il regime salariale le rende invendibili. Uno scenario da incubo».

    Dunque non resta che convincere l’Europa a farsi carico, in un modo o nell’altro, del nostro debito. E chi meglio di Monti per questo? Anche se non è detto che l’uomo della Bocconi riesca a muoversi in modo libero all’interno della sua stessa coalizione, resta il miglior candidato sulla piazza, perché tutti gli altri partiti, chi più e chi meno, hanno al loro interno correnti populiste che non avrebbero credibilità presso i nostri partner europei. Il discorso sembrerebbe filare: cosa ci può essere di sbagliato? In realtà molto.

    Innanzitutto, anche prendendo per buona l’analisi economica, le conclusioni mancano di realismo politico. Monti ha pochissime chance di ottenere la maggioranza: il suo intento è piuttosto ridimensionare il PD, dividendolo da SEL, per poi concludere un’alleanza vincolata al rispetto degli impegni europei (una strategia, come ho già scritto, che rischia di ritorcerglisi contro). C’è poi un’obiezione molto più semplice: se siamo tutti d’accordo che il target di riduzione del debito è irraggiungibile, perché l’Europa ce lo impone? Questa semplice considerazione mina alla radice il ragionamento di Tinti, perché mostra immediatamente che è del tutto insensato non solo, da parte nostra, accettare di giocare una partita persa in partenza, ma soprattutto, da parte dei nostri partner europei, dettare strategie controproducenti.

    Pensateci bene: al netto di tutti i nostri errori passati, per grandi che essi siano, ha senso ora seguire chi ci propone soluzioni che – lo dice lo stesso Tinti – non possono risolvere nulla? Sarebbe più ragionevole per tutti cercare subito una linea condivisa che porti da qualche parte, anziché impiccare la nostra economia a richieste assurde solo per dimostrare a Bruxelles le nostre buone intenzioni. Sembra l’episodio della Bibbia in cui Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio Isacco, salvo poi fermare il coltello prima che sferri il colpo una volta accertata la fedeltà del patriarca. Oppure vengono in mente quei reality americani dove persone sproporzionatamente obese cercano di rimettersi in forma (e di salvarsi la vita) sottoponendosi all’allenamento di un personal trainer muscoloso, bello, biondo e con gli occhi azzurri. Ecco: se fossimo noi i colpevoli ed imperdonabili ciccioni, accetteremmo per questo di perseguire l’obiettivo di perdere 150 kg in tre mesi? Ovviamente no, perché ci ucciderebbe: e anzi dubiteremo seriamente delle buone intenzioni di chi ce lo proponesse. Eppure è proprio quello che ci chiede la Germania, il nostro aitante preparatore atletico; che poi è la stessa persona, sempre per restare nella metafora, che fino al giorno prima ci vendeva gli hamburger.

    Se passiamo ad un livello di analisi un po’ più serio, le incongruenze non diminuiscono: anzi aumentano. Ad esempio, benché nessuno dubiti che, in un contesto del tutto astratto, sia preferibile avere un basso debito pubblico, ciononostante non esiste una teoria economica universalmente riconosciuta che metta in relazione una precisa soglia di debito in proporzione al PIL con l’insostenibilità dei conti pubblici: ma questo significa, allora, che un target che fissi un rapporto massimo del 60% non è garanzia di un bel nulla, come dimostra il caso dell’Irlanda, che aveva un rapporto del 25% ma è andata in crisi lo stesso (questo perché, ovviamente, non è l’entità di un debito che conta, ma la possibilità di ripagarlo).

    Inoltre, come ho già scritto, i problemi di debito sono conseguenza della crisi, e non origine. Infine la teoria delle aree valutarie ottimali, che nel 1999 valse un nobel all’economista canadese Robert Mundell, sui parametri del debito non dice pressoché nulla: per cui ne consegue che l’importanza che detti parametri rivestono per l’euro-zona si deve unicamente a considerazioni politiche e interessi specifici (che un lungo discorso ricondurrebbe agli hamburger, anzi ai würstel, di cui sopra). Insomma, da qualunque parte si consideri la questione, tutto ci dice che la strategia europea anti-crisi è sbagliata e per questo andrebbe ripensata con una certa urgenza.

    Si dirà: ma rimane il problema che contiamo poco; e se gli altri non ci ascoltano, che facciamo? Lasciamo l’euro e ci consegniamo così a “terrore, miseria, distruzione e morte”? E già: dimenticavo che se usciamo dall’euro, verrà come minimo l’apocalisse. O no? Ecco, magari a qualche lettore sarà pure passata per la testa l’idea che questo scenario di devastazione e lacrime, che ci viene dipinto quotidianamente dai più importanti organi di stampa e dalle più rispettabili forze politiche, forse sia un tantino esagerato. Se vi fossero sfuggite le vette raggiunte dalla prosa di Bruno Tinti, ve le ripeto: «Si andrà ai razionamenti perché è difficile, senza euro, importare materie prime». Ribadisco: «Si andrà ai razionamenti», come nell’ultimo conflitto mondiale. A sentire Tinti, insomma, viene quasi da dubitare che prima dell’euro ci fosse in Italia una qualsiasi forma di economia diversa dal baratto; e si osserva stupiti come facciano a sopravvivere paesi come Inghilterra, Turchia, Canada, Giappone e Corea del Sud che sono fuori dall’euro-zona. Spero che a fronte di tutto questo il lettore si faccia venire quanto meno il sano dubbio che chi la spara così grossa non può avere una corretta percezione dei termini della questione. Magari qualcheduno avrà anche piacere di sentire cosa dicono gli economisti veri: cosa che Tinti non è. A onor del vero, nemmeno io sono un economista: però, avendo una formazione filosofica, quantomeno mi accontento di fare il mio lavoro: che è appunto quello di farvi venire il dubbio.

    Detto questo, se volete sapere se le paure di cui i media ci nutrono sono fondate o meno, dimenticate Grillo o Berlusconi: andate a sentire tra gli economisti cosa dice chi queste paure le ridicolizza, e cosa afferma addirittura chi ha vinto un premio nobel. Poi vi potrete fare la vostra opinione. Perché è questo il vero modo per uscire dalla crisi, senza aspettare il salvatore della patria. Se no, che ne fate della democrazia?

     

    Andrea Giannini

  • Sviluppo e crisi europea: le gravi responsabilità della Germania

    Sviluppo e crisi europea: le gravi responsabilità della Germania

    La Germania è presa come esempio di sviluppo virtuoso da molti economisti e politici nostrani. Certamente potremmo imparare molto dai nostri cugini tedeschi in quanto a politiche sociali ed efficienza, ma siamo proprio sicuri che la loro ricetta per lo sviluppo economico sia sostenibile e applicabile in generale a tutti i paesi?

    A questa domanda ha risposto il premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz durante la conferenza di Berlino “Ripensare economia e politica”. L’economista americano si sofferma sulle caratteristiche del modello economico “mercantilista” che è una politica basata sul perseguimento del surplus nella bilancia commerciale, vale a dire sulla prevalenza delle esportazioni sulle importazioni. Questo è il paradigma sul quale non solo Germania, ma anche Giappone e Cina hanno basato il proprio sviluppo.

    Germania e Giappone sono tra i paesi più ricchi del mondo e la Cina sta crescendo a ritmi vertiginosi. Perché allora non replicare le politiche di questi paesi ed entrare così nel magico circolo di coloro che esportano più di quanto importano? La spiegazione è semplice: la somma globale delle esportazioni deve necessariamente essere uguale alla somma delle importazioni, a meno che non si cominci a commerciare con la Luna e Marte. Questo concetto piuttosto banale implica una conseguenza che dovrebbe essere altrettanto banale ma che sembra non esserlo per tutti: se un paese è in surplus nella bilancia commerciale, qualche altro paese deve essere in deficit.

    La Germania non ha sempre avuto un surplus, è proprio con l’introduzione dell’Euro che ha visto un’impressionante espansione dell’export e quindi, applicando la formuletta che abbiamo appena visto, qualcun altro deve essere andato in deficit. Indovinate chi? Bravi! Avete indovinato! Proprio il nostro Bel Paese! Purtroppo però non siamo stati i soli, questa è la sorte che ha accomunato i cosiddetti PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna).

    Questo è quello che è accaduto: la ricchezza di un paese (PIL) è data dalla somma di consumi, investimenti, spesa pubblica e esportazioni nette (differenza tra esportazioni e importazioni). Se si importano più beni di quanti se ne esportino le esportazioni nette sono negative e la ricchezza del paese diminuisce. Se la spesa pubblica non aumenta per compensare questa diminuzione, si produce meno ricchezza e ci sono meno opportunità di lavoro e pertanto il settore privato (famiglie e imprese) ha meno soldi da spendere ed è costretto a intaccare i propri risparmi e infine a indebitarsi. E con chi ci siamo indebitati? Sono state soprattutto le banche tedesche a dare in prestito questi soldi, avendo una grande liquidità derivante dal surplus commerciale tedesco.

    In poche parole è dall’entrata in vigore dell’Euro che noi compriamo merci tedesche coi i soldi che prendiamo a prestito proprio dalle banche teutoniche, in un circolo vizioso che si autoalimenta. Per uscire da questa situazione la soluzione che ci viene proposta proprio dalla Germania è, in sintesi, quella di trovare qualche altro paese verso cui esportare le nostre merci così il problema sarebbe di qualcun altro. È per questo che Stiglitz definisce il deficit nella bilancia commerciale una “patata bollente”. Ma, invece di spostare il problema altrove, è possibile trovare un rimedio per porre fine a questi squilibri?

    L’economista americano riprende una proposta di Warren Buffett che, prendendo spunto da una teoria già formulata da Keynes, auspica l’introduzione di un sistema di certificati che avrebbero lo scopo di riequilibrare la bilancia commerciale degli Stati Uniti e, in generale, di tutti i paesi in deficit commerciale. Questi certificati sarebbero emessi dal governo agli esportatori per un valore pari a quello delle merci esportate e potrebbero essere liberamente scambiati con gli importatori che, per poter importare legalmente merci dall’estero, sarebbero obbligati a possederne per un valore pari alle merci importate. Il prezzo di scambio verrebbe lasciato libero di fluttuare secondo la legge della domanda e dell’offerta rendendo tanto meno convenienti le importazioni quanto più il paese si trova in deficit, portando quindi a un rapido riequilibrio della bilancia commerciale.

    Vediamo un esempio: un agricoltore esporta mele per un valore di mille dollari e lo Stato gli rilascia un certificato che dà il diritto di importare merci per mille dollari. L’agricoltore può utilizzare questo certificato per importare una motozappa dall’estero per lo stesso valore, oppure può cedere questo diritto dietro compenso a qualcun altro, ad esempio un pizzaiolo di New York che vuole importare mozzarella di bufala dalla Campania. Nel caso in cui la bilancia commerciale sia in equilibrio ci saranno grossomodo tanti venditori di certificati quanti acquirenti e di conseguenza il valore dei certificati sarà basso. Se invece la bilancia commerciale fosse tendenzialmente in deficit, ci sarebbero molti acquirenti e pochi venditori e il prezzo dei certificati salirebbe vertiginosamente. Questo renderebbe molto costoso importare merci dall’estero e il saldo netto delle esportazioni ritornerebbe in equilibrio.

    Purtroppo da quest’idea non è nato alcun disegno di legge e gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese con il più alto deficit commerciale del mondo. In Europa, con la situazione attuale, non sarebbe possibile introdurre misure di questo genere e l’alternativa più rapida ed efficace sarebbe quella di diminuire il disavanzo nei paesi in surplus, in primis la Germania, rilanciando la propria domanda interna e diventando una fonte di domanda per i beni del sud Europa.

    È una questione di volontà politica: i tedeschi dovranno scegliere tra il perseverare questa condizione per loro vantaggiosa, ma distruttiva per altri, e il rinunciare a una parte dei vantaggi accumulati in questi anni per tenere in vita l’Unione Europea. Purtroppo i segnali fin qui osservati non sono incoraggianti…

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Il Giappone e la spirale del debito: il fallimento di un sistema

    Il Giappone e la spirale del debito: il fallimento di un sistema

    TokyoÈ da quando è iniziata la crisi che ci sentiamo continuamente ripetere che i problemi principali del nostro paese sono il debito pubblico e il deficit di bilancio. Per questo motivo le parole d’ordine del governo, sin dal suo insediamento, sono state “riduzione del debito” e “pareggio di bilancio”. Una volta ottenuti questi due obiettivi potremmo finalmente liberarci dall’incubo dello spread, o almeno così ci è stato detto. Ma è proprio vero che un alto debito pubblico implica necessariamente alti tassi di interesse? Forse non è esattamente così visto che il paese che ha il debito pubblico più alto del mondo paga tassi di interesse bassissimi sul proprio debito. Questo paese è il Giappone.

    Il paese del sol levante è la terza economia mondiale, il quarto maggiore esportatore e il sesto maggiore importatore del mondo. Il Giappone, oltre ad avere l’aspettativa di vita più alta al mondo,  è al dodicesimo posto nella classifica mondiale dei paesi con più alto indice di sviluppo umano. L’altra faccia della medaglia è rappresentata dai terribili ritmi lavorativi che portano al suicidio per eccesso di lavoro, indicati dalla parola giapponese Karōshi. Il Giappone è quindi uno dei paesi più “progrediti” al mondo, ben lontano dallo stereotipo dei paesi mediterranei le cui popolazioni sarebbero composte perlopiù da fannulloni e nullafacenti. Per tutti questi motivi i giapponesi possono permettersi un debito pubblico pari addirittura al 230% del PIL e un rapporto deficit-PIL del 9,3%. Numeri da far impallidire l’Italia e addirittura la Grecia. Ma potrà andare avanti così per sempre?

    Sembra proprio di no: dopo la crescita dovuta alla ricostruzione post-terremoto (per chi ancora non lo sapesse le catastrofi sono una manna dal cielo per la crescita) il PIL sta rallentando, la domanda interna è debole e così anche le esportazioni. La Banca Centrale Giapponese sta cercando di stimolare l’economia attraverso operazioni di quantitative easing, ma con scarsi risultati. L’unica speranza sarebbe l’aumento delle esportazioni che però, a causa delle debolezza della domanda estera, non stanno dando segnali incoraggianti. La situazione dell’export è ulteriormente peggiorata dalla disputa territoriale su alcune isole del Mar Cinese Meridionale rivendicate da Pechino. Questo ha causato il boicottaggio delle merci prodotte nel paese del sol levante da parte dei consumatori cinesi.

    Dal punto di vista demografico il Giappone presenta una situazione simile a quella del nostro paese: la popolazione sta invecchiando rapidamente e, quando la generazione dei baby boomers andrà in pensione, il paese avrà grossi problemi a sostenere il carico della spesa previdenziale. Non proprio un quadretto idilliaco per un paese che dovrebbe crescere (e tanto) per sostenere un debito enorme. Purtroppo le previsioni sono addirittura peggiori: il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2017 il rapporto debito-Pil raggiungerà addirittura il 250%.

    Veniamo ora alla domanda principale: perché gli speculatori non hanno approfittato di un debito così enorme per richiedere interessi più alti? La risposta è semplice: il 95% del debito giapponese è in mano ai giapponesi stessi che non hanno certo interesse a far affondare il paese in cui vivono.

    Questa situazione è tuttavia destinata a cambiare perché il risparmio delle famiglie sta globalmente diminuendo, proprio a causa dell’invecchiamento della popolazione, e presto il risparmio privato non potrà più sostenere il debito pubblico. Il paese per finanziarsi dovrà quindi rivolgersi ai mercati internazionali che non saranno sicuramente così indulgenti come i cittadini giapponesi e chiederanno interessi molto più alti di quelli attuali. Con un debito di queste proporzioni il costo del debito stesso schizzerebbe alle stelle causando una spirale negativa che metterebbe probabilmente fine al loro modello di sviluppo, almeno così come noi lo conosciamo.

    A tal proposito gli economisti, forse proprio perché si occupano della cosiddetta “scienza triste”, partoriscono battute ancora più tristi. Eccone una che riassume la situazione giapponese: “Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia?”. La risposta è: «Tre anni».

    Non so se la stima sia esatta, ma sta di fatto che il fallimento del modello giapponese sarebbe, più in generale, il fallimento del cosiddetto modello “mercantilista” che la Germania sta cercando di imporre al resto d’Europa, ma di questo parleremo approfonditamente nelle prossime settimane

     

    Giorgio Avanzino

  • Argentina e FMI: nessun complotto, è fallita la “ricetta” anti crisi

    Argentina e FMI: nessun complotto, è fallita la “ricetta” anti crisi

    Argentina, Buenos AiresLa settimana scorsa abbiamo visto come l’Argentina stia manipolando le statistiche relative all’inflazione e abbiamo provato a smentire con i dati le ipotesi paventate da più parti circa un fantomatico complotto del Fondo Monetario Internazionale ai danni dello stato sudamericano. Questo, oltre ovviamente a minare la credibilità del paese, sta facendo rapidamente svalutare le obbligazioni indicizzate all’inflazione che, nonostante gli altissimi rendimenti, vengono evitate dagli investitori. Cerchiamo di capirne il perché.

    Questi titoli sono denominati in pesos e per essere incassati devono essere convertiti nella propria valuta, ad esempio in dollari. Il problema è che attualmente in Argentina c’è uno stretto controllo sui capitali che non permette di vendere pesos per comprare valuta estera, se non in casi eccezionali. L’unica alternativa sarebbe quindi rivolgersi al mercato nero dove è possibile vendere pesos a un cambio molto più sfavorevole di quello ufficiale poiché tiene conto dell’inflazione reale. Questa differenza di cambio è pari a circa il 25% ed è per questo che i titoli argentini non sono molto appetibili.

    Come vi ho accennato non è possibile convertire pesos in valute estere, ma si sono trovati diversi escamotage per aggirare questa regola. Fino a pochi mesi fa era consuetudine aprire due conti PayPal con differenti email di riferimento ma di proprietà della stessa persona. Trasferendo i soldi da un conto all’altro era possibile convertire pesos in dollari secondo il cambio ufficiale, molto più conveniente del cambio al mercato nero. Il governo, accortosi di questo, ha limitato per legge a uno il numero di conti PayPal attivabili da una stessa persona, ma agli argentini non manca la fantasia e hanno trovato soluzioni alternative.

    Un altro trucchetto utilizzato era fingere di doversi recare all’estero per poi invece rimanere a casa, in questo modo era infatti consentito convertire una somma limitata di pesos in valuta estera. Anche in questo caso il governo è intervenuto introducendo una norma secondo la quale tutte le richieste di valuta devono essere confermate dalle agenzie di viaggio, inoltre chi si reca all’estero può acquistare solo ed esclusivamente la valuta dei paesi di destinazione. Come se non bastasse, una volta oltre confine non è possibile prelevare dollari con la propria carta di credito e inoltre, per scoraggiare gli acquisti all’estero, è stata  introdotta una tassa del 15% su tutti gli acquisti effettuati all’estero con carta di credito, inclusi gli acquisti effettuati su eBay, Amazon e le transazioni su PayPal.

    L’unica categoria che ha ancora un modo di aggirare il controllo sui capitali è quella dei lavoratori autonomi che vengono pagati in dollari. Un numero sempre maggiore di loro si reca in Uruguay per aprire un conto corrente e ottenere una carta di credito. Attraverso questo conto ricevono le loro retribuzioni pagate estero su estero e possono effettuare i propri acquisti in Argentina con la carta di credito Uruguayana.

    Non solo i cittadini, ma anche le aziende sono state colpite da misure simili. Chi vuole importare prodotti in Argentina deve ricevere un’autorizzazione ministeriale che gli impone di esportare merci argentine per un valore pari alle merci che ha importato. Questa normativa crea diverse situazioni paradossali: ad esempio i concessionari argentini di automobili prodotte oltre confine sono costretti ad esportare soia o vino per avere l’autorizzazione a importare le auto che rivendono.

    L’obiettivo di questa misura è quello di mantenere in equilibrio la bilancia commerciale (la differenza tra le importazioni e le esportazioni) per evitare che il peso si svaluti ulteriormente nei confronti del dollaro. Il problema è che diminuendo le importazioni anche le esportazioni ne risentono: una fabbrica FIAT a Cordoba ha addirittura dovuto sospendere la produzione per mancanza di parti da assemblare.

    A completare il quadro abbiamo una Banca Centrale che ha ormai perso ogni parvenza di indipendenza e che ha il solo ruolo di stampare moneta per finanziare la spesa pubblica del governo.

    E, per non farci mancare nulla, un giudice di New York ha recentemente condannando Buenos Aires a risarcire 1 miliardo e 300 milioni di dollari a due hedge fund americani che, non avendo aderito alle ristrutturazioni del debito nel 2005 e 2010, pretendono il rimborso integrale dei titoli in loro possesso. L’Argentina infatti, per ristrutturare il proprio debito, aveva proposto a tutti i suoi investitori il rimborso del solo 30% del valore nominale dei titoli di stato in loro possesso. I due fondi americani hanno invece rifiutato tale proposta portando in tribunale lo stato argentino.

    La Corte d’Appello ha prorogato la scadenza del rimborso al 27 febbraio 2013 dando così più tempo al governo sud americano, anche se la situazione rimane piuttosto difficile.

    Non è la prima volta che un fondo speculativo tenta di rifarsi sullo stato argentino: alcuni mesi fa in Ghana una nave della marina militare argentina è stata addirittura sequestrata per reclamare il pagamento dei tango-bonds. Il pensiero che questa nave si chiamasse “Libertad” strappa un sorriso amaro ripensando all’infausta storia di questo grande paese.

    A questo punto non penso che vi stupirete se vi dico che l’agenzia di rating Fitch ha declassato l’argentina a ‘CC’ ritenendo possibile il default e che i CDS sui titoli argentini, cioè gli strumenti derivati utilizzati per assicurarsi contro il default, sono schizzati alle stelle.

    Penso abbiate capito che il modello argentino è stato preso troppo frettolosamente come esempio per uscire dalla crisi. Purtroppo l’Argentina ha ancora molta strada da fare e non è detto che nel cammino non ricada in una crisi ancora più terribile di quella del 2001…

     

    Giorgio Avanzino 

  • Economia, il caso Argentina: dal default alla crescita truccata

    Economia, il caso Argentina: dal default alla crescita truccata

    ArgentinaL’Islanda, ne abbiamo parlato la settimana scorsa, non è l’unico paese ad essere stato rappresentato come paladino degli oppressi contro le forze malvagie della finanza internazionale. Ben prima della crisi islandese un altro paese è stato vittima di un terribile terremoto finanziario e, dopo aver dichiarato bancarotta nel 2001, è riuscito a risollevarsi fino ad avere un tasso di crescita secondo solo a quello cinese. Questo paese è l’Argentina.

    L’economia argentina ha avuto una straordinaria evoluzione dalla crisi del 2001. Tra il 2003 e il 2011 la crescita media è stata del 7,7%, dato che rappresenta la media di crescita più alta nella storia del paese. Nello stesso periodo il PIL pro capite è cresciuto del 66,2% e, insieme alla crescita, sono state ridotte la povertà, il tasso di disoccupazione e il tasso di diseguaglianza. Questi dati mostrano un paese che corre mentre il resto del mondo arranca per uscire dalla recessione mondiale. Non a caso l’Argentina è stata presa come esempio virtuoso sia da politici che da economisti. Purtroppo c’è un problema: è probabile che tutti questi dati non siano veri.

    L’FMI ha accusato il governo argentino di manipolare i dati sull’inflazione in modo da farli risultare più bassi di quelli reali e ha dato tempo fino a Dicembre per fornire dei dati più credibili. Ma perché il fondo monetario non crede al governo argentino? È puro accanimento? È un complotto? O c’è qualcosa di più?

    Come spesso accade la realtà è più semplice di quanto pensiamo. L’Economist ha intervistato Ana Maria Edwin, direttrice dell’Istituto nazionale di Statistica Argentino (INDEC), che ha dichiarato: «I poveri semplicemente non continuano a comprare cose il cui prezzo aumenta vertiginosamente. Le persone pensano: lascerò quei pomodori per i ricchi». Per questo motivo tutti i beni i cui prezzi hanno dei rialzi eccessivi vengono tolti dal paniere dei beni utilizzati per calcolare l’indice dei prezzi al consumo (CPI) rendendo l’utilità di questo indice prossima allo zero. Una certa flessibilità nella scelta del paniere è sicuramente necessaria per riflettere le abitudini di consumo (ad esempio con l’aggiunta degli smartphone al paniere), ma questo è sicuramente eccessivo. L’Economist riporta inoltre che Graciela Bevacqua, responsabile del calcolo del CPI prima che il segretario per il commercio interno Guillermo Moreno l’allontanasse, ha dichiarato che Moreno avrebbe tentato di farle omettere le cifre decimali nel calcolo dell’aumento del CPI mensile invece di arrotondarle. Poca roba direte voi. Non è proprio così: se il CPI aumenta mensilmente dell’1,9%, l’inflazione annuale risulta pari al 25,3%, ma se si toglie magicamente quel numerino dopo la virgola si ottiene un ben più rassicurante 12,7%. Per questo motivo l’Economist ha deciso di non mostrare più le statistiche dell’INDEC. Queste dichiarazioni trovano riscontro nel fatto che le statistiche condotte da istituti privati riportano un’inflazione compresa tra il 25 e il 30%.

    Perché è così importante conoscere l’inflazione di un paese straniero? Dopotutto noi non facciamo mica la spesa in Argentina! Le statistiche relative all’inflazione sono importanti perché sono utilizzate per stimare la crescita reale di un paese.

    Immaginate un paese dove la produzione di beni e servizi rimanga costante e dove i prezzi aumentino da un anno all’altro del 10%. Il calcolo del prodotto interno lordo nominale riporterebbe un aumento del 10% della ricchezza del paese nonostante la ricchezza prodotta dal paese sia rimasta la stessa dell’anno precedente. Perciò, per avere una rappresentazione più fedele alla realtà, si utilizza il cosiddetto PIL reale che tiene conto dell’aumento dei prezzi. Per ottenere il PIL reale si divide il PIL nominale per il cosiddetto “deflatore del PIL” che è una stima dell’inflazione. Più è alto questo numero, minore è il PIL reale. Con alti valori di inflazione un’apparente crescita si può tramutare addirittura in recessione.

    Perciò il governo argentino, per ottenere una maggiore crescita reale, invece di attuare politiche per lo sviluppo, ha semplicemente pensato di abbassare le statistiche! Tra le diverse ragioni che hanno portato il governo argentino ad agire in questo modo ce n’è una molto pratica: l’Argentina ha emesso obbligazioni il cui interesse è legato all’inflazione domestica. Tenere bassa l’inflazione ufficiale significa quindi pagare meno interessi sul proprio debito a scapito degli investitori. Ovviamente tutto ciò ha delle ripercussioni, ma questo lo vedremo la prossima settimana…

     

    Giorgio Avanzino

  • L’Islanda dopo il crack: bolla immobiliare e nuovo rischio default

    L’Islanda dopo il crack: bolla immobiliare e nuovo rischio default

    Islanda, abitazioniCirca un anno fa abbiamo smentito la favola della piccola Islanda che, dopo essere stata sconvolta da un terribile terremoto finanziario, avrebbe vinto la battaglia contro il malvagio Fondo Monetario Internazionale risollevandosi dalla crisi. Abbiamo visto quanto la realtà fosse ben diversa, tanto che questo paese viene spesso citato sia dal Fondo Monetario Internazionale sia da economisti del calibro di Paul Krugman come esempio positivo di collaborazione tra governo e FMI. E mentre il tanto celebrato processo di rivisitazione della Costituzione attraverso il web e i social, quindi con il diretto coinvolgimento della popolazione, procede (il testo è stato definitivamente approvato manca ancora il sigillo del Parlamento), vediamo invece come sta andando la ripresa economica ora che i riflettori della stampa internazionale si sono spenti…

    Il paese, dopo due anni di grave recessione, ha registrato nel 2011 una crescita del 2,6% e si prevede che nel 2012 il PIL cresca del 2,7%. Il tasso di disoccupazione è in costante discesa e si pensa che l’inflazione, ora al 4,2%, convergerà nel medio termine al valore prefissato dalla Banca Centrale pari al 2,5%. Ebbene sì, tutto farebbe pensare che il peggio sia passato e che i nostri amici islandesi possano dormire sonni tranquilli. Purtroppo non è così e forse si stanno creando le condizioni per una nuova bolla immobiliare.

    Dopo il crack del 2008 sono stati introdotti dei controlli sui capitali con lo scopo di stabilizzare il cambio. In parole povere non è più consentito convertire corone islandesi in altre valute per evitare la fuga di capitali. Questo ha dapprima aiutato la ripresa dell’economia incentivando gli investimenti sul suolo nazionale, ma ha anche creato una grande quantità di liquidità offshore, cioè posseduta da investitori non residenti che sono rimasti “intrappolati” nella corona islandese. Questa liquidità, pari a circa 8 miliardi di dollari, non avendo altri sbocchi, viene investita principalmente nel settore immobiliare facendo lievitare enormemente i prezzi delle case e il numero di compravendite. Come se non bastasse, oltre al classico investimento sul “mattone”, gli investitori si rivolgono a forme più sofisticate di investimento come le obbligazioni ipotecarie che sono titoli obbligazionari derivanti dalla cartolarizzazione di prestiti ipotecari. In pratica le ipoteche concesse alle famiglie vengono “vendute” a investitori che ottengono un guadagno proveniente dai pagamenti delle rate delle ipoteche stesse.

    Il principale emittente di questi titoli è HFF (Housing Finance Fund), una banca di proprietà pubblica che possiede il 60% del mercato dei mutui e che, per legge, deve emettere mutui indicizzati all’inflazione. Le banche commerciali non hanno questo obbligo e, grazie alla forte domanda proveniente dai capitali offshore, riescono a ottenere prestiti a bassi tassi d’interesse e quindi a offrire mutui più appetibili di quelli di HFF i cui clienti stanno rinegoziando i propri mutui per passare alla concorrenza. Questo ha provocato uno squilibrio tra il costo crescente del debito e la redditività decrescente dei propri crediti che sta portando HFF vicino alla bancarotta. Per evitare il default di HFF il governo probabilmente dovrà intervenire imponendo nuove tasse oppure utilizzando i fondi pensione.

    In parole povere, gli investitori stranieri in possesso di corone islandesi, non potendo cambiare valuta, stanno comprando immobili e titoli sull’isola alimentando una bolla che prima o poi rischia di scoppiare.

    Bolla immobiliare e speculazione su obbligazioni immobiliari… vi ricorda qualcosa? È lo stesso meccanismo che ha portato alla crisi dei mutui subprime americani. Non mi stupirei di sentir parlare presto di mutui ninja islandesi.

    Purtroppo la situazione non è affatto semplice: finché vi saranno i controlli sui capitali (previsti fino al 2015) si rischia di avere bolle speculative come quella che sta avendo luogo adesso, ma d’altra parte abolirli troppo presto potrebbe avere conseguenze ancora peggiori a causa delle fughe di capitali.

    Sigríður Ingibjörg Ingadóttir, membro del parlamento islandese, in un intervista a Bloomberg ha dichiarato che per arginare la bolla speculativa “il parlamento dovrebbe istituire una legge per limitare le opzioni di investimento per i detentori di corone islandesi offshore” e che questa legge dovrebbe “impedire agli investitori di utilizzare i fondi offshore nel mercato immobiliare”.

    Purtroppo gli islandesi sono ben lontani dall’aver risolto tutti i propri problemi e sono chiamati a ripetere un’altra impresa, forse ancora più ardua di quella che ha permesso loro di superare la più grande crisi finanziaria della loro storia.

     

     Giorgio Avanzino

  • La favola dello spread: il valore scende e la crisi si aggrava

    La favola dello spread: il valore scende e la crisi si aggrava

    Questa settimana lo spread è sceso sotto la soglia psicologica dei 300 punti base. Subito dalla curva della tifoseria occupata dalla grande stampa si è scatenato un tripudio di striscioni e cori da stadio: un’ovazione per Mario Monti, che punta deciso – ha fatto sapere – a quota 287, la metà esatta di quando si insediò l’anno scorso (giusto per poter dire: “Quanto so’ figo? v’ho dimezzato il costo del debito!”).

    Ma il governo italiano, nella fattispecie, c’entra poco: il momentaneo balzo si deve all’annuncio del governo greco di voler investire 10 miliardi per ricomprarsi parte dei bond già emessi, pagandoli in media il 34,1% del loro valore nominale. L’importanza dell’annuncio si deve al fatto che il riacquisto di bond già emessi (in inglese buyback) sia una delle condizioni imposte dalla Troika per sbloccare 240 miliardi di euro di aiuti promessi. A questo si sono aggiunte le voci di un’apertura della Germania ad un’ipotesi di cancellazione di quote del debito greco. Nonostante l’immediata smentita del governo tedesco, ormai i mercati avevano cominciato a trarre le loro conclusioni.

    Se i Greci – questo sarebbe il ragionamento, a quanto ci viene detto – riescono a ottenere un taglio di parte del debito, allora questo nel suo complesso diminuisce (e quindi aumenta la possibilità di ripagarlo) e gli aiuti internazionali si sbloccano (e quindi nuova liquidità da ossigeno ad Atene). In questo modo la Grecia rientrerà in carreggiata, gli spread caleranno ancora, l’euro si salverà e ovviamente ci sarà pace e prosperità per tutti, più 40 vergini a disposizione di ogni uomo (e di ogni donna, così non mi accusate di maschilismo).

    In realtà le cose non stanno così, per motivi che chi segue questa rubrica ha ormai capito (e che hanno capito anche in giro per il mondo). Innanzitutto c’è il solito segreto di Pulcinella (di cui ho già scritto e riscritto): il debito muore pubblico, ma nasce privato. Pertanto, ammesso e non concesso che lo si possa ridurre, si otterrebbe comunque l’unico risultato di tamponare l’effetto senza toccare le cause strutturali. Inoltre vale sempre la pena di ricordare che tagliare 20 miliardi (questo il risparmio previsto) in modo così da potersi indebitare per altri 34 (tanto vale la prima tranche di aiuti) sembrerebbe un modo per aumentare il debito, più che per diminuirlo, come la storia della crisi greca ci ha insegnato finora (ma come avrebbe capito da principio anche il peggior studente di ragioneria delle superiori).

    Per cui i casi sono due: o la Troika è in mano a persone con l’intelligenza della mosca che continua a sbattere sul vetro per uscire dalla finestra, oppure è chiaro che nella storiella c’è qualcosa che non torna. E direi decisamente: “la seconda che hai detto”, per citare Quelo, il santone di Guzzanti.

    Come è noto, infatti, non è la prima volta che si impone ai creditori una ristrutturazione del debito greco. L’ultima fu a marzo di quest’anno, con una riduzione del 75% su un totale di 77 miliardi di euro, che il New York Times definisce giustamente “il più grande default della storia”: perché di questo si tratta. A ben vedere, infatti, se la ristrutturazione di per sé è sicuramente un beneficio per le casse elleniche, vista dall’altra parte, per i creditori, è al contrario una grossa perdita. Per quale motivo, allora, un’istituzione privata dovrebbe accettare perdite nell’ordine del 75% su un credito vantato legalmente? La risposta la sapete già: quand’è che, invece di riavere i 100 euro che avete prestato ad una persona, vi accontentate di 30? Quando valutate realisticamente di non poterne avere di più. Si tratta di una perdita, è chiaro: ma perdere 70 è sempre meglio di perdere 80, 90 o 100. Avete capito quindi cosa pensa tutta l’Europa del debito greco? Che non potrà mai essere ripagato interamente. Altro che ottimismo!

    E poi, scusate: ma se un’istituzione privata (diciamo una banca) va in sofferenza perché un credito (diciamo titoli di Stato greci) viene ripagato solo in parte, cosa succede? O per lo meno, cosa è successo finora in Europa? Le banche sono state abbandonate al loro destino oppure lo Stato è intervenuto per salvarle a costo zero? Immagino che abbiate capito l’antifona. Ma giunti a questo punto, vale la pena fare un ultimo sforzo.

    Ci sono pochi dubbi che a breve, anche se in un modo magari meno plateale, da Bruxelles se ne usciranno con una cosa del genere: “Cari amici Greci, abbiamo sbagliato. Si, è vero: vi abbiamo imposto tagli, sacrifici, austerità, disoccupazione, povertà e vari morti. Ma forse non è servito a nulla. Per cui, scusate tanto: passiamo al piano B. Ah! Sempre amici come prima, eh?”. Ma in realtà quattro anni di commissariamento non sono passati invano.

    Il debito pubblico non è diminuito, anzi: ma la sua composizione è cambiata. Ce lo spiega sempre il New York Times: «Solo nel 2008, tutto il debito governativo o sovrano greco era virtualmente nelle mani dei detentori di bond del settore privato, principalmente banche e fondi di investimento. Ma, in seguito all’intensificarsi della crisi del debito greco e all’intervento delle istituzioni pubbliche, i creditori privati ora ne possiedono solo il 27%». Chiaro il concetto? Non stanno salvando Grecia: si stanno preoccupando solo di chi lasciare col cerino in mano.

    Anche se sentite dire tutti i giorni che non ripagare il debito è immorale, resta pur sempre il fatto che innumerevoli volte succede: ed è per questo, tra l’altro, che un bond greco rende il 15% mentre un bund tedesco ha rendimento quasi negativo; perché il creditore (giustamente) vuole un guadagno maggiore per prestare soldi a chi è percepito come più a rischio di insolvenza. Ma questo significa che il rientro dal credito non è assicurato: se lo fosse, non avrebbe senso pagare interessi molto alti per avere denaro a prestito! Qualsiasi investitore vi dirà che l’investimento sicuro al 100% non esiste. Fa parte del mestiere di chi presta denaro fare la valutazione dei rischi: e se si sbaglia, semplicemente sono problemi suoi. E’ questo dettaglio, messo volutamente in secondo piano, che è decisivo per capire perché è importante l’identità del possessore del debito. Se il creditore è un istituto privato, per quanto potente, il governo può sempre dirgli: “Sai che c’è? I soldi che ti devo, non te li do: ormai sono in default e ne sopporterò le gravi conseguenze. Ma se devo scegliere tra te e le pensioni dei miei cittadini, preferisco le seconde”.

    Al Fondo Monetario Internazionale questo scherzo non lo puoi fare, perché quando ti ha prestato i soldi si è fatto mettere nero su bianco che il suo credito viene prima di quello di tutti gli altri. Alle banche e ai fondi greci, invece, lo scherzo si potrebbe fare: ma sarebbe darsi la zappa sui piedi. I soldi della BCE, poi, sono soldi dei cittadini tedeschi, olandesi, finlandesi, ma anche italiani e spagnoli: e quindi, in ultima analisi, soldi pubblici. All’appello manca solo qualche istituto privato europeo, soprattutto francese, ma in misura minore anche inglese e tedesco. Ecco perché l’agonia della Grecia è proseguita finora.

    Poi, certo: può darsi anche che a Berlino si siano davvero resi conto che il default di Atene segnerebbe la fine dell’euro. E può darsi anche che a Roma pensino davvero che il paese possa salvarsi con l’austerità. Ma resta il fatto che, dal Partenone al Colosseo, la prima esigenza a condizionare ogni strategia anti-crisi è sempre la stessa: evitare il tracollo del settore finanziario privato, scaricando i costi, se necessario, sul settore pubblico, sui contribuenti e sull’economia reale.

    Ecco spiegato il motivo, quindi, per cui lo spread scende proprio mentre si registra una disastrosa performance dell’economia italiana: l’aumento delle tasse e la soppressione degli incentivi, che comprimono i consumi e deprimono l’economia reale, sono necessari per garantire ai conti pubblici, nel breve periodo, di sopportare il costo del salvataggio del settore bancario. Nel medio periodo, però, la diminuzione di PIL richiede un nuovo intervento correttivo e la spirale recessiva prosegue aggravandosi: e in questo modo – lo capisce chiunque – il gioco è destinato a non durare a lungo.

    Insomma, non è il caso di illudersi, come fa Vito Lops del Sole 24 Ore, che addirittura si prende il lusso di canzonare il gota dell’economia mondiale (“le cassandre”) per aver sempre detto quello che puntualmente si sta avverando. Piuttosto dovremmo imparare a guardare lo spread per quello che è diventato: non un indicatore del rischio di default, ma del “rischio” che una democrazia si svegli e che decida di non essere più disposta a pagare per una crisi che non ha causato.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio Comunale Genova: ore di discussioni, nessuna decisione

    Consiglio Comunale Genova: ore di discussioni, nessuna decisione

    La seduta di ieri (20 novembre, ndr) del Consiglio Comunale di Genova è uno dei sintomi di quella difficoltà a prendere decisioni sui temi importanti della nostra città di cui abbiamo dato testimonianza in più occasioni in questa rubrica. Si è visto per esempio nel caso della Gronda, su cui molte volte il Consiglio non ha espresso una linea chiara, e in generale nella difficoltà a far svolgere in modo lineare i lavori in aula, con lunghe interruzioni e costanti rinvii dei punti all’ordine del giorno. Le molte emergenze genovesi, non solo per ciò che riguarda il mondo del lavoro (AMT, Vigili Urbani), ma anche il dissesto idrogeologico restano attualmente senza risposta.

    E benché sia facile accusare la Giunta e il Sindaco Doria di essere gli unici responsabili di questa situazione, il problema è dovuto anche al mancato cambiamento della politica genovese che molti cittadini si aspettavano da questo nuovo ciclo amministrativo. Fin quando, per esempio, saranno necessarie cinque ore di dibattito semplicemente per stabilire di dedicare un Consiglio monotematico – di cui non si ha data certa -sulla situazione economica di Genova, la politica sarà sempre in ritardo rispetto ai problemi reali della città.

    Ci sono volute infatti ben cinque ore di dibattito sull’economia genovese per decidere di rimandare la discussione ad una seduta monotematica che affronti i «problemi occupazionali connessi alle criticità emerse in diverse realtà produttive della città». Sembra un paradosso, ma è ciò che si è verificato ieri  in Consiglio Comunale.

    Tuttavia, la mozione presentata dal Pdl con la richiesta di dedicare una riunione del Consiglio interamente ai temi della crisi è stata l’occasione per approfondire le tematiche dello sviluppo e del lavoro a Genova.

     

     

    L’opposizione ha attaccato duramente la Giunta Doria e nel loro insieme tutti i governi di centro-sinistra che l’hanno preceduta, sostenendo che «le politiche della sinistra hanno bloccato l’orologio dello sviluppo produttivo della città». La Consigliera Lilli Lauro (Pdl) ha fatto persino distribuire l’elenco delle “lapidi” (leggi aziende) che compongono il cimitero delle aree produttive della città. E se è vero, come ha fatto notare lo stesso Sindaco, che nel folto gruppo delle “vittime della crisi” sono state inserite anche aziende fallite già egli anni ’60, come le Acciaierie Bruzzo, e altre di cui «non si sente per nulla la mancanza», come le raffinerie Erg che inquinavano pesantemente la Val Polcevera, restano comunque molte le realtà produttive affossate dalla crisi, altre in difficoltà economica e altre ancora fuggite dal territorio genovese (Centrale del Latte, Viva Brazil, Fnac, Ericsson, Boero, Costa Crociere).

     

     

    Insomma il quadro non è dei più rosei e anche l’assessore Oddone nel presentare il report sull’andamento delle attività produttive  nel secondo semestre del 2012 – il cruscotto dell’economia genovese -, ha osservato che la maggior parte dei dati non è incoraggiante e che laddove si evidenziano degli incrementi si nascondono, in realtà notizie negative. Genova è stata infatti il secondo capoluogo italiano per crescita dei prezzi nel 2012. Questa tendenza inflazionistica ha pesato soprattutto sulle classi più deboli. Ci sono più cessazioni di rapporti di lavoro che assunzioni e solo il 15% dei nuovi assunti lo è a tempo indeterminato. Sembrerebbe aumentare l’imprenditoria giovanile, ma la corretta lettura del dato è un’altra: ci sono molti giovani che non riuscendo a trovare un’occupazione stabile decidono di aprire una partita iva e iniziare un’attività lavorativa di carattere precario.

    Tutti dati che richiederebbero un intervento particolarmente deciso da parte della Giunta e invece è proprio su questo punto che l’amministrazione ha incassato la maggior parte delle critiche provenienti in modo trasversale delle diverse forze politiche.

    Nel proprio intervento Marco Doria aveva voluto ricostruire il lungo processo di deindustrializzazione che nei decenni ha cambiato il volto dell’Europa, per poi evidenziare i suoi effetti su Genova e sottolineare che le scelte delle amministrazioni comunali dagli anni ottanta in avanti hanno puntato su due aspetti: turismo e cultura. E su questi due settori si giocherà la sfida per lo sviluppo futuro della nostra città, poiché sarebbe anacronistico pensare ad un ritorno della grande industria.

    Dal centro destra si è levato un coro di voci più o meno unanime che ha evidenziato come negli ultimi anni non sia stato fatto abbastanza per la città, ma è proprio il discorso pronunciato dal Sindaco e in generale la posizione della Giunta a deludere i consiglieri.

    Il Consigliere Salemi (Lista Musso) sintetizza questo stato d’animo parlando di «mancanza di una cabina di regia” e Rixi (Lega) rincara la dose parlando di necessità di “mettersi in gioco”».

     

     

    Ma l’attacco più diretto e più incisivo giunge proprio dalle fila della maggioranza. Il Consigliere del PD Giovanni Vassallo, assessore allo Sviluppo Economico nella Giunta Vincenzi, interviene a gamba tesa affermando che «non basta un Consiglio in cui si presenta una situazione, non basta solo confrontarsi, ma bisogna assumere decisioni». Il riferimento al discorso del Sindaco non è nemmeno troppo velato, con tanto di citazione ad un passaggio in cui Doria aveva sottolineato l’importanza di «confrontarsi su certi temi». Un problema questo che, come sottolineato in apertura, Era Superba cerca di evidenziare da mesi…

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Monti e i “ministri tecnici”, il bilancio dopo un anno di governo

    Mario MontiVedere i candidati del centrosinistra illustrare i loro programmi negli studi di X Factor non ha prezzo. Eppure, anche se questa primizia nel menù dell’informazione italiana avrebbe meritato un commento appropriato, ho dovuto decidermi – con molta fatica – a dedicare questo spazio ad un altro argomento: il governo Monti ha spento la sua prima candelina, ed in effetti la ricorrenza merita qualche considerazione.

    Ad un anno di distanza possiamo dire dunque che Monti ha fatto bene quello per cui era stato chiamato, ciononostante (anzi, proprio per questo) l’Italia sta peggio dell’anno scorso e andrà a stare sempre peggio. Il paradosso è solo apparente. Monti ha effettivamente centrato un obiettivo: ha evitato il crack del debito pubblico italiano, seguendo l’obiettivo contabile di un riequilibrio tra entrate e uscite. Questo è l’unico motivo per cui era stato chiamato al governo dall’asse Roma-Berlino, cioè Napolitano-Merkel, sempre che siano veri i retroscena. Quel che è certo è che noi dovevamo evitare il commissariamento da parte della Troika, mentre le cancellerie europee dovevano evitare di ritrovarsi fra le mani una seconda Grecia ancora più pericolosa (il che avrebbe significato la fine dell’euro).

    Cosi è arrivato Monti a “risolvere problemi”, un po’ come il signor Wolf di Pulp Fiction: ed in effetti le pressioni sul nostro debito pubblico (il famigerato spread) si sono allentate. Come è riuscito il premier a ottenere questo risultato? Ci ha spiegato che avevamo mancato in “disciplina di bilancio” e che avevamo vissuto “sopra le nostre possibilità”. Quindi ha fatto approvare qualche riforma decisiva, come quella sulle pensioni, ha introdotto nuove tasse e ha tagliato un po’ la spesa: ma soprattutto lo ha fatto in modo strutturale, garantendo cioè che i benefici per i conti pubblici non fossero occasionali ma, per quanto possibile, permanenti.

    Mi chiedo però, a questo punto, se l’adozione di questa semplice ricetta giustificasse davvero l’avvicendamento di governo a cui abbiamo assistito un anno fa. C’era davvero bisogno di un economista di caratura internazionale per spostare di qualche anno l’età della pensione, tassare gli immobili e operare qualche taglio? Non posso credere che Tremonti non fosse in grado di concepire un calcolo ragionieristico così scontato. E d’altra parte il governo dei tecnici non si è dimostrato immune da errori grossolani, come la vicenda degli esodati sta lì a ricordare. Non è la competenza, quindi, il motivo per cui Berlusconi se ne è tornato a casa. Il motivo è politico.

    Anche se il precedente governo fosse stato in grado di concepire la soluzione, comunque non sarebbe stato in grado di sopportarne le conseguenze: perché se fosse stato un governo politico a presentarsi a queste elezioni, con lo stato in cui versa attualmente la nostra economia non sarebbe mai stato rieletto. Monti non ha questo problema: non essendo mai stato eletto da nessuno, non deve preoccuparsi di cosa pensino di lui i suoi elettori. Deve stare attento unicamente a non perdere l’appoggio della maggioranza del Parlamento che gli approva le leggi. Le forze politiche, dal canto loro, sono state ben contente di affidare ad altri la patata bollente, con la promessa – beninteso – che i loro interessi non sarebbero stati toccati: ecco perché non abbiamo assistito a quella sferzata anti-casta che un po’ tutta l’opinione pubblica si attendeva. Anzi, in questo modo si è creato un clima di sintonia istituzionale che ha coinvolto Quirinale, Palazzo Chigi e Parlamento (a parte qualche occasionale rigurgito di ostilità e l’opposizione di partiti minori). Di conseguenza i mezzi di informazione, sempre attenti alla distribuzione del potere, si sono allineati: l’opera e il pensiero di Mario Monti sono diventati l’indiscutibile buona novella da annunciare al mondo intero.

    Gli Italiani hanno finito così per convincersi della assoluta bontà dell’operato del governo, aiutati in questo anche dal paragone impietoso con quello che si erano appena lasciati alle spalle. Se Berlusconi, infatti, era “diversamente slanciato”, con i tacchi sotto le scarpe e la pelata rinfoltita periodicamente, Monti appare alto, distinto e vestito in loden. Berlusconi frequentava prostitute, si sospetta anche minorenni, e raccontava barzellette farcite con bestemmie; Monti è monogamo, serio e sobrio. In Europa il solo nome di Berlusconi evocava risolini eloquenti; Monti invece è rispettato, considerato e ammirato. Insomma, i cittadini non potevano non concedergli fiducia. Ma la benevolenza del mondo politico, dell’informazione e di una parte consistente dell’opinione pubblica non deve far dimenticare quale sia il vero spread, la vera distanza tra questo governo tecnico e un altro qualsivoglia governo politico: che questo governo ha portato avanti un programma di risanamento che pochi cittadini avrebbero votato. E non l’avrebbero votato, perché è un programma che deprime l’economia e quindi li danneggia. Ecco perché si è resa necessaria una figura in qualche modo esterna, calata dall’alto – ci dicono – per fare il nostro bene. Certo, l’idea è fastidiosamente paternalista e anche marcatamente anti-democratica. Gli Italiani sarebbero un po’ come il bambino che fa i capricci e non vuole andare dal dentista, perché ha paura di sentire male: allora il papà lo prende in braccio e ce le porta di peso. Ma davvero è così? Davvero in passato siamo stati cattivi e abbiamo speso troppo? Davvero ora dobbiamo affidarci alla cura di papà-Monti, che taglia la spesa pubblica, alza le tasse e persegue obiettivi contabili per il nostro esclusivo interesse? In realtà questa favoletta è contraddetta da almeno un dato evidentissimo: non è vero che in passato abbiamo speso troppo.

    Anche se nel dibattito televisivo sembra che il debito pubblico sia la causa della crisi, in realtà per qualsiasi economista un minimo preparato è l’effetto. Cioè la crisi che viviamo non dipende da un eccesso di spesa pubblica, ma dagli squilibri del credito privato. Se il problema fosse stato il debito pubblico, come mai è andata in crisi l’Irlanda, che aveva meno della metà del debito del Giappone, paese dimenticato dalla speculazione? In realtà da quando è entrato in vigore l’euro fino al deflagrare della crisi dei mutui subprime il debito pubblico italiano è sceso. E non lo dico io: lo dice il Fondo Monetario Internazionale.

    Dal ’94 al 2007, con governi di destra e di sinistra, il nostro debito pubblico ha conosciuto una lieve ma costante flessione, passando dal 121% al 103%. Come si concilia questo dato con l’idea che la spesa pubblica sia l’origine di tutti i problemi e che vada abbattuta con ogni mezzo? Evidentemente non si concilia. Tanto più che un altro dato rende ancora meno credibile la teoria. Dai primi anni ’90 l’indebitamento dei privati (famiglie e imprese) è praticamente raddoppiato. E questo canovaccio si ritrova pari pari in tutti i paesi europei che poi sono andati in crisi: l’indebitamento pubblico cala proprio per il fatto che l’indebitamento privato (grazie ai capitali esteri) esplode; e quando poi scoppia la crisi finanziaria e crolla la fiducia, i capitali privati si ritirano e il sistema finanziario va in sofferenza. Con l’euro non si può fare inflazione stampando moneta, e così per salvare le banche deve intervenire lo Stato. Dalla crisi in poi, infatti, il debito pubblico ha ripreso a galoppare (è notizia di ieri che si prevede che presto toccheremo la cifra record di 2000 miliardi di euro di debito). Insomma, lo Stato si indebita per coprire i debiti delle banche. E quel che è peggio, lo fa gratis, senza chiedere nulla in cambio e scaricando i costi sui cittadini.

    Se Monti fosse preoccupato davvero di fare gli interessi dell’Italia, dove per la crisi la gente si suicida o riempe le piazze, avrebbe fatto due cose: avrebbe fatto pagare al sistema creditizio privato i suoi errori e sarebbe andato a Bruxelles con gli altri paesi minacciando di uscire, se le politica di rigore e contenimento dell’inflazione non fosse cambiata. Invece fa di tutto per salvare una moneta unica costruita apposta per consentire ai capitali di circolare liberamente al riparo dalle svalutazioni, e ci racconta che la soluzione – vedi mai la novità! – è tagliare un po’ le spese dello Stato sociale. Insomma, la tipica ricetta di quel mondo operaio da cui vengono gli esponenti di questo governo: quando la disoccupazione avrà abbattuto il costo del lavoro e i capitali saranno liberi di spostarsi per l’Europa alla ricerca degli investimenti con i profitti più alti, si potrà ricominciare a crescere (per i sopravvissuti, s’intende). Eppure Monti certe idee le ammette e le rivendica pubblicamente: quindi non possiamo nemmeno rimproverarlo più di tanto. Certo, se qualcuno magari lo spiegasse anche ai concorrenti di X-Factor…

    Andrea Giannini

  • La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    La sinistra in Italia: un pensiero politico “diversamente di destra”

    L’altro giorno, girovagando su youtube, mi è capitato di pescare un dibattito in cui venivano discussi temi economici di più stretta attualità. I due invitati si scambiavano giudizi di questo tenore:

    «Oggi il PIL non restituisce una buona misura di cosa succede alla nostra società e alla nostra economia».

     «Di cosa abbiamo bisogno quindi? Di un mondo in cui ogni paese non punti a commerciare in surplus [puntare tutto sulle esportazioni, n.d.r.]; cosa che i tedeschi ritengono sia possibile, mentre il resto di noi ha questo problema di non riuscire a farselo andare bene [ironico, n.d.r.]».

     «Ci sono un mucchio di ragioni per non avere un ritorno generale al protezionismo […]; ma la giusta idea a cui rapportarsi è quella di una società decente con una forte rete di protezione».

     «La teoria standard è che con il libero mercato i paesi nel loro insieme vadano a stare meglio, perché i paesi vincitori compensano i paesi perdenti. Peccato che [in realtà] non lo facciano mai».

     «Gli avvocati della globalizzazione, mentre parlano delle meraviglie della globalizzazione, allo stesso tempo dicono che per competere devi rimuovere ogni rete di protezione sociale: e in questo senso fanno male doppiamente alle classi medie e basse».

     «La Germania sta facendo relativamente bene in questa crisi; non – io penso – così bene come credono loro, ma hanno fatto relativamente bene. [Anche se] quando l’euro andrà in pezzi, allora scopriranno di avere qualche problema. Ma quello che è stato davvero incredibile è guardare i conservatori del nostro paese assumere la Germania come un’icona: “Loro hanno l’austerità!”. Cosa che in realtà non hanno affatto. Perché allora la Germania è stata in grado di esportare così bene? Pagano salari molto alti […]; hanno uno stato sociale molto esteso […]; hanno un’educazione tecnica molto buona, con una collaborazione molto stretta tra il sistema educativo e l’industria; uno stato forte […]; e la forza lavoro ha la sua rappresentanza nei consigli d’amministrazione».

     «C’è questo fatalismo: “è l’economia globale”, “non c’è niente che si possa fare”, “è una cosa estrema”, “non si può avere quel tipo di società relativamente equa e quella giustizia sociale che forse erano possibili tempo addietro, quando il resto del mondo era in rovina”. Sento queste cose tutto il tempo. Ma date un’occhiata a certi paesi: quelli scandinavi sono riusciti a mantenere un alto livello di distribuzione [sociale] dei benefici derivanti da un’alta crescita economia e da un’alta produttività. Quindi, non è inevitabile essere dove siamo adesso. […] Sono scelte. Sono scelte che riguardano il modo in cui gestiamo i mercati. Perché la ridistribuzione dei guadagni del mercato non è qualcosa di garantito da Dio: c’è una logica da usare per influenzarla. E ha anche a che fare con quello che si fa dopo: se si garantisce una copertura sanitaria universale, se si garantisce un supporto decente, se si assicura un sistema educativo con solide basi a tutti, e non solo alle persone a cui capita di vivere nel quartiere giusto».

     «L’idea che si deve tenere una tassazione bassa sui guadagni alti, per via delle straordinarie ricadute, semplicemente non è giusta: non è supportata dalla teoria né dai fatti. Un’alta tassazione sui grandi guadagni sarebbe invece perfettamente ragionevole».

     «[L’America] aveva un deficit negli anni prima della crisi. E gente come me pensava non fosse una buona idea. Perché? Perché George Bush voleva tagliare le tasse a chi aveva entrate alte e portare avanti un paio di guerre che non avevano fondamento. E questo non aveva niente a che vedere con gli stimoli all’economia che possono venire dallo Stato».

     «Date un’occhiata a chi è nei guai in termini di debito. Viene fuori che sono SOLO i paesi che non hanno più una loro propria moneta».

     «E’ semplicemente una correlazione grossolana quella per cui i paesi con alto debito finiscano per avere una bassa crescita. Se cominciate a osservare la cosa, scoprite che è esattamente l’opposto: sono i paesi che hanno scarsa crescita a finire per avere un debito alto».

     «[…] Abbattere, tagliare le spesa, mentre le entrate fiscali diminuiscono: abbiamo già fatto questo esperimento. Il Fondo Monetario Internazionale ha forzato questa sperimentazione su un bel numero di altri paesi, e la Banca Centrale Europea lo sta facendo sulla Grecia. E abbiamo scoperto due cose a riguardo: 1. i paesi sono andati in depressione, 2. il deficit non va giù come ogni volta si spera. E tutte le volte si dice: “Ops, questa si che è una sorpresa!”. Io invece sono sorpreso che ci sia chi si sorprende!».

     «Una delle dottrine standard dei liberisti è: salari più flessibili, niente sindacati e l’economia andrà meglio. Eppure i paesi che hanno sindacati forti e migliori protezioni per il lavoro hanno fatto meglio in termini di risposta alla crisi».

     

    Volete sapere chi raccontava queste serie di evidenti panzane? Chi metteva in discussione la vulgata del nostro tecnicissimo e competentissimo governo? Quale gruppo di ingenui grillini? Oppure quali pericolosi no global dei centri sociali?

    Il primo fan di Casaleggio è Paul Krugman, professore a Princeton, editorialista del New York Times e premio nobel per l’economia nel 2008; l’altro inguaribile stalinista è Joseph Stiglitz, professore alla Columbia, ex-vice presidente e capo economista della Banca Mondiale, e premio nobel per l’economia nel 2001. La conferenza (in inglese) la trovate qui.

    Ora, vorrei che le implicazioni fossero assolutamente chiare. Queste cose in Italia, semplicemente, non vengono dette. O se vengono dette, c’è sempre qualche persona davvero intelligente che alza il sopracciglio o accenna a un sorrisetto di scherno. Eppure negli Stati Uniti (che non sono la Corea del Nord) certe cose le possono dire tranquillamente i più grandi economisti, senza per questo rovinarsi la carriera. Vogliamo ammettere quindi, una volta per tutte, che la nostra informazione è completamente appiattita sul pensiero unico del governo non perché sia l’unica opzione possibile, ma perché evidentemente bisogna convincere la gente che sia così?

    Ma le parole di Krugman e Stiglitz dimostrano anche un’altra cosa: che la sinistra italiana ha divorziato dal suo storico ruolo riformista non perché – come ci hanno sempre raccontato – il pensiero di sinistra non fosse più realisticamente sostenibile, ma per la precisa scelta di privilegiare il rapporto con il potere industriale e finanziario a scapito della difesa di lavoratori, sindacati e pubblici servizi. Vogliamo perciò smettere, una volta per tutte, di definire queste forze politiche “di sinistra” visto che nella pratica sono “diversamente di destra”?

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore]

  • Consumismo e società: pensieri di Epicuro, Pasolini, Terzani e Bauman

    Consumismo e società: pensieri di Epicuro, Pasolini, Terzani e Bauman

    Downshifting e decrescita rappresentano solo una parte di un movimento più ampio di critica alla società contemporanea le cui radici possono essere fatte risalire addirittura al IV secolo a.C.. Già nel pensiero del filosofo greco Epicuro ritroviamo il concetto di frugalità ripreso dalla teoria della decrescita. Nella lettera a Meneceo sulla felicità Epicuro scrive: «Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca. Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quando aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza.»

    Non vi sembra un manifesto della decrescita ante litteram? Avvicinandoci un po’ più ai giorni nostri ritroviamo nel pensiero di uno dei più grandi intellettuali del novecento, Pier Paolo Pasolini, un’aspra critica nei confronti della società dei consumi che era appena nata in Italia. Pasolini sosteneva che l’acculturazione e l’omologazione che il fascismo non era riuscito a ottenere erano state ottenute con una rapidità impressionante dalla società dei consumi il cui avvento aveva causato un vero e proprio genocidio culturale.

    Un altro grande intellettuale italiano, Tiziano Terzani, definiva così il capitalismo: «Oggi l’economia è fatta, per costringere tanta gente, a lavorare a ritmi spaventosi per produrre delle cose per lo più inutili, che altri lavorano a ritmi spaventosi, per poter comprare, perché questo è ciò che dà soldi alle società multinazionali, alle grandi aziende, ma non dà felicità alla gente. Io trovo che c’è una bella parola in italiano che è molto più calzante della parola felice, ed è contento, accontentarsi, uno che si accontenta è un uomo felice».

    Tra i pensatori contemporanei uno dei più attenti osservatori dei meccanismi del consumismo è sicuramente il sociologo polacco Zygmunt Bauman. Nelle sue  opere  Bauman analizza la società contemporanea usando le metafore di modernità liquida e solida. L’incertezza che attanaglia la società moderna, che lui definisce “modernità liquida”, deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori. Nella nostra società l’esclusione sociale non si basa più sull’estraneità al sistema produttivo o sul non poter comprare l’essenziale, ma sul non poter comprare per sentirsi parte della modernità.

    Il sociologo polacco si sofferma ad analizzare la condizione di chi non ha un’occupazione. Si è passati dal concetto di disoccupazione nel quale il prefisso “dis-” indicava un distacco dalla norma, al concetto di esubero nel quale non vi è nessun accenno all’anormalità, all’anomalia. Esubero suggerisce un’idea di permanenza, una forma nuova di normalità dove le cose sono destinate a restare come sono. Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, addirittura paragonabili a dei rifiuti. La destinazione dei disoccupati, cioè l’esercito di riserva del lavoro, era quello di venire richiamati in servizio attivo. La destinazione dei rifiuti è invece la discarica. Addirittura le persone in esubero sono un problema finanziario e, osserva Bauman, c’è chi si interroga: «Possiamo permetterceli?».

    Il fronte di critica alla nostra società è quindi piuttosto ampio e quelli che vi ho illustrato sono solo alcuni esempi. La politica, appiattita sull’accettazione incondizionata del modello esistente, ha ignorato per troppo tempo queste istanze, ma forse questa crisi può rappresentare finalmente un’occasione per riformare la nostra società e uscire da un meccanismo che appare ormai definitivamente guasto.

    Giorgio Avanzino
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Elezioni politiche 2013: vince il programma imposto dall’Europa

    Mario MontiDa un po’ di tempo a questa parte mi sono occupato quasi esclusivamente di della crisi economica europea. Un lettore, pignolo che si chieda perché, allora, la rubrica rechi il titolo di “critica politica”, così come il tipico (e)lettore deluso, che voglia giudizi duri e sferzanti su questa classe dirigente, avrebbero entrambi ragione a lamentarsi. Ma devono perdonarmi: è tutta colpa del fascino esercitato sul profano (il sottoscritto) da una materia che gli è per lo più ignota (l’economia).

    Al di là di questo, però, bisogna ammettere che c’è poco di cui parlare. Sulle ruberie, le corruzioni e vari altri scandali dei partiti ho già scritto, sforzandomi anche di fornire una chiave di lettura che non si limiti agli insulti (anche se certuni sedicenti “rappresentati del popolo” fanno davvero di tutto per non demeritarli). Detto questo, i temi interessanti rimangono davvero pochi. Certo, qualcuno potrebbe far notare che è già iniziata la campagna in vista delle elezioni del 2013. Ma se per sostenere che parlo poco di politica e troppo di economia, si tirano in ballo queste tematiche, allora ci si vuole dare la zappa sui piedi. Sulla cosiddetta “agenda Monti”, infatti, che è poi la traduzione dei vincoli imposti dall’Europa, sono d’accordo PD, PDL e Terzo Polo, le “forze moderate”, che messe insieme, nonostante tutto, costituiscono ancora la maggioranza assoluta dell’attuale parlamento (quello che dovrebbe riscrivere la legge elettorale), oltre a valere più del 50% nelle intenzioni di voto.

    Ergo, per dirla alla Di Pietro, «se è vero, come è vero» che tagli e sacrifici “ce li chiede l’Europa” e che da questa “linea di rigore” non si può prescindere – l’ha ribadito piuttosto esplicitamente anche Napolitano –, allora cosa cambia chi vince le elezioni?

    Tanto, anche se faticano ad ammetterlo, sono tutti d’accordo. Poco importa che diventi premier un Renzi qualunque, o che un patto post-elettorale apra la strada ad un Monti-bis: la ricetta è quella già scritta dalla BCE, vale a dire tagli alla spesa pubblica, nuove tasse, minori tutele per i lavoratori e liberalizzazioni; il tutto condito da qualche buon proposito che suoni un po’ meglio alle orecchie della gente (tipo “lotta all’evasione” o “lotta alla corruzione”). Insomma, non è colpa mia se una parte della politica italiana ha deciso di abdicare in favore delle istituzioni economiche europee. E visto che l’altra parte è dominata da un Movimento 5 Stelle in rapida ascesa, ma per statuto contro ogni forma di alleanza, ecco che lo scenario si stava avviando verso un epilogo scontato; quando inaspettatamente, come un fulmine a ciel sereno, è tornato lui.

    Già, lui: ladies and gentleman, Silvio is back. Volevate temi “politici”? Eccovi accontentati. In un paio di giorni il Cavaliere ha rispolverato tutto il repertorio dei bei tempi andati: un annuncio epocale subito rimangiato (mi ritiro, anzi mi candido), una bella condanna in primo grado (per frode fiscale, tanto per cambiare) e una bellicosa conferenza stampa in cui ha messo in fila tutti i suoi slogan più celebri: abbasso le tasse, abbasso la magistratura, abbasso l’Europa tedesca dei tecnici-burocrati e infine la minaccia di elezioni anticipate. Le critiche si sono subito sprecate. Eppure, senza rimangiarmi tutto il male che ho detto in passato a proposito del pover’uomo, fatemi fare una buona volta l’avvocato del diavolo.

    Diciamo anzi che è un bene che Berlusconi, per perseguire i suoi interessi (interessi che forse con la senilità non distingue più bene), abbia però aperto una breccia nel muro, osando mettere in discussione l’insindacabile, incontestabile e immodificabile ricetta tecnica. Se il Cavaliere ricompatta almeno una parte del suo partito, rinsalda i legami con la Lega e trova un’inaspettata convergenza d’intenti con l’arci-nemico Beppe Grillo, allora si potrebbe aprire uno scenario talmente bislacco da produrre persino un effetto positivo: quello di dar vita, cioè, ad un vivace dibattito sul tema dell’euro.

    Checché ci venga raccontato, infatti, restare nella moneta unica non è né obbligatorio, né necessariamente la soluzione con i costi sociali più contenuti. Anzi, i costi che stiamo già sperimentando, verosimilmente, sono destinati a salire: e visto che siamo noi cittadini a viverli sulla nostra pelle, abbiamo tutto il sacrosanto diritto di essere informati attraverso un dibattito pubblico trasparente per poi prendere una decisione autonoma. E’ stato Monti, qualche giorno fa, a rivendicare il merito di aver trattato per primo gli Italiani «da adulti», mettendoli di fronte alla realtà senza fare promesse che non si potevano mantenere. Benissimo. Ma allora voglio essere trattato da adulto anche in materia di Europa. Non mi basta più la favoletta del “volemose bene” e del “sogno europeo”. Non voglio sogni: voglio verità.

    Essere adulti, da un punto di vista della maturazione democratica di un paese, non è credere a Monti piuttosto che a Berlusconi: è saper giudicare da sé. E’ finito il tempo in cui a criticare le parole del Cavaliere ci si azzeccava quasi sempre: oggi la violenza della crisi impone a un numero sempre crescente di persone di riflettere non di leader politici, ma di fatti concreti: si sta davvero meglio con l’euro, o, pur senza rinnegare la cooperazione europea, si andrebbe a star meglio senza euro?

    Ognuno ha il diritto di sapere e poi di poter esprimere il suo voto. In fin dei conti è questa l’ultima vera scelta politica che ci sia rimasta. Prima della prossima marcia su Roma, s’intende.

    Andrea Giannini