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  • Tutti i segreti del bilancio previsionale 2013 del Comune di Genova

    Tutti i segreti del bilancio previsionale 2013 del Comune di Genova

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Con una sospensiva adottata all’unanimità (33 i consiglieri presenti) nel primo pomeriggio di oggi, confermando le voci che circolavano sempre più frequenti a partire dalla giornata di ieri, il Consiglio comunale ha rimandato a dopo la pausa estiva la delicata discussione sul futuro delle società partecipate del Comune di Genova, che in questi giorni ha messo a dura prova la tenuta della maggioranza a Palazzo Tursi. Le ostilità ricominceranno alla riapertura dei lavori, martedì 10 settembre, con la convocazione di una seduta monotematica ad hoc del Consiglio comunale. Nel frattempo sarà possibile presentare nuovi ordini del giorno ed emendamenti alla delibera modificata, depositata oggi stesso dalla Giunta. Ma se ne riparlerà appunto a settembre, con tempi di discussione che saranno contingentati.

    E mentre i consiglieri si preparano a partire per le vacanze, come promesso nei giorni scorsi, Era Superba ha deciso di mantenere alta l’attenzione sul bilancio previsionale approvato ieri e da cui dipenderà buona parte del futuro della nostra città.

    Abbiamo, dunque, chiesto al professor Luca Gandullia – docente di Scienza delle finanze e Finanza regionale e degli enti locali a quella che un tempo si chiamava Facoltà di Scienze Politiche, nonché presidente del Master in “Innovazione nella Pubblica Amministrazione”, e già addentro alla realtà della civica amministrazione genovese con la presidenza di Sportingenova – di aiutarci a capire qualcosa in più su questo documento per molti troppo astruso.

     

    Professor Gandullia, data la sua passata esperienza con SportinGenova non possiamo che partire dal tema più “fresco”, ovvero dalla delicatissima questione delle società partecipate, che ha messo in seria crisi la maggioranza di Palazzo Tursi.

    «Quello delle società partecipate resta un nodo irrisolto a Genova, come in tante altre città. Il superamento del “capitalismo municipale” stenta a compiersi per resistenze ideologiche e sindacali. Correttamente, alcune forze politiche a Genova hanno posto il tema della riforma delle società partecipate come precondizione all’approvazione del bilancio 2013. Al di là di come, poi, sono andate le cose, vi è la necessità di compiere scelte ineludibili, che vanno dalla liquidazione di società non in grado si stare sul mercato (come si è fatto per SportinGenova nel 2010), alla dismissione di società la cui proprietà pubblica non ha alcuna motivazione economica o a società dove l’ingresso di soci privati, anche di minoranza, potrebbe portare benefici di efficienza e capacità manageriali».

     

    Sempre sul tema delle partecipate, un lettore di Era Superba pone un quesito piuttosto interessante: “Non trovate che la trasparenza nei bilanci delle partecipate sia carente? Sul bilancio del Comune possiamo vedere solo a quanto ammontano i trasferimenti dell’ente nella casse delle partecipate, ma se poi andiamo sul web a cercare i loro bilanci o non ci sono o sono di difficile consultazione. Addirittura leggendo quello di aster, da profano, sembrerebbe persino un’azienda in piena salute…” 

    «L’osservazione corrisponde al vero. I rapporti tra Comune e società partecipate sono opachi. Da diversi anni si lamenta la perdita di controllo del Comune sulle proprie società partecipate. Per aumentare la trasparenza dei bilanci delle società partecipate la Giunta Vincenzi aveva previsto un’apposita Agenzia/Autority comunale che tuttavia a distanza di quattro anni dalla sua costituzione non ha prodotto i risultati attesi».

     

    Ed ecco l’aggancio per passare all’altro grande tema di queste convulse giornate pre-vacanziere: il bilancio. Il Consiglio comunale ha dato il via libera al documento preventivo per il 2013 presentato dalla giunta, nonostante un dibattito molto acceso soprattutto nelle prime giornate di discussione.

    «La grave situazione finanziaria del Comune di Genova non sorprende. Per Genova, come per le altre maggiori città italiane, si riflettono gli effetti delle pesanti manovre finanziarie attuate, all’insegna dell’austerità, dai governi centrali negli ultimi tre anni, manovre che hanno gravato in misura preponderante sulle autonomie locali. L’intero comparto della finanza comunale nel nostro Paese soffre le conseguenze di una crescita eccessiva degli apparati burocratici avvenuta nel corso degli anni ’90, rivelatasi poi insostenibile già prima dell’aggravarsi della crisi economica. Il sovradimensionamento delle strutture comunali è ancora più marcato nelle città, come Genova, che registrano un calo progressivo della popolazione residente».

     

    Ci aiuti a fare un po’ di ordine tra i tanti numeri di questo bilancio previsionale.

    «Nelle stime della giunta le risorse mancanti nel 2013 rispetto all’anno precedente ammontano a 80 milioni di euro, circa il 10% della spesa comunale complessiva; la metà è costituita da minori trasferimenti statali. Per farvi fronte sono state previste riduzioni di spesa per circa 50 milioni di euro, di cui 13 relativi alla spesa per il personale e 1,7 milioni come risparmi delle spese generali (spending review). 14 milioni derivano, invece, da non meglio precisati risparmi relativi al servizio del debito comunale, probabilmente in parte frutto della ricontrattazione di alcuni mutui.
    Le risorse ancora mancanti (circa 30 milioni) sono reperite attraverso l’aumento dell’IMU sulla prima casa (21,6 milioni) e l’aumento dell’IMU sulle abitazioni in locazione a canone concordato (1,5 milioni circa).
    Nel complesso, escludendo aggiustamenti contabili (quali i minori accantonamenti al fondo svalutazione crediti), la manovra finanziaria del Comune si compone per oltre la metà sull’aumento della pressione fiscale (IMU) e in misura minore su riduzioni di spesa (in primis quella sul personale)».

     

    A proposito di spesa per il personale. Facendo nostro uno spunto lanciato dagli attenti lettori di Era Superba, quanto è giusto aumentare la pressione fiscale sui cittadini, quando, benché in costante diminuzione, la voce più pesante nelle uscite di parte corrente è di gran lunga rappresentata dagli oltre 230 milioni di euro per il personale (quasi un quarto del totale)? 

    «La struttura amministrativa del Comune è fortemente sovradimensionata rispetto alle necessità, tanto più che la popolazione genovese è in costante diminuzione. Occorreranno anni prima che, tramite il blocco del turnover o la mobilità, il Comune possa tornare a dimensioni più efficienti. Nel frattempo ogni possibile riduzione di spesa andrebbe privilegiata rispetto all’aumento della pressione fiscale sui cittadini genovesi».

     

    Fin qui i freddi numeri. Ma che cosa ne pensa?

    «Emergono tre ordini di considerazioni: la prima è che la manovra genovese soffre di gravi incertezze, se si considera che l’IMU sulla prima casa a settembre potrebbe essere abolita o, comunque, fortemente ridimensionata dallo Stato, con l’effetto di privare il bilancio del Comune di quasi 22 milioni di euro, che dovrebbero essere reperiti in altro modo.
    Una seconda considerazione riguarda i risparmi di spesa, che appaiono significativi sul versante della spesa per il personale (anche grazie al blocco del turnover), mentre sembrano molto timidi sugli altri comparti. Dalla spending review, ad esempio, derivano solo 1,7 milioni di euro di risparmi.
    Infine, non si prevedono entrate nuove da dismissioni (immobiliari e societarie), che avrebbero potuto attenuare gli effetti dell’aumento della pressione fiscale e/o ridurre l’attuale stock di debito comunale, con conseguenti benefici sul servizio del debito».

     

    In proposito sindaco Doria e assessore Miceli hanno affermato di essere vincolati da una normativa nazionale.

    «E’ vero, però le dismissioni permettono di ridurre il debito del comune, il che significa minori interessi passivi nelle voci della spesa corrente».

     

    Ritorniamo a una delle questioni che stanno più a cuore ai cittadini: l’Imu. Che cosa potrebbe succedere al bilancio del Comune di Genova se il governo dovesse abolire l’Imu sulla prima casa? Da dove si prenderebbero i soldi mancanti per le casse di Tursi? Sarebbe necessario un bilancio bis che andrebbe a rivoluzionare quello in corso di discussione?

    «Innanzitutto, verrebbero a mancare i circa 22 milioni di euro previsti a bilancio. A meno di ulteriori riduzioni di spesa, difficilmente realizzabili a distanza di tre mesi dalla fine dell’anno, sarebbe inevitabile reperire le risorse facendo leva su altri strumenti tariffari e fiscali, in primis le tariffe sui servizi comunali e la Tares. E, data la natura regressiva di questi prelievi, gli effetti sarebbero fortemente iniqui».

     

    Certamente non si tratta di un problema solo genovese. Come ci si sta muovendo nel resto d’Italia?

    «La maggior parte degli altri Comuni – tra cui Milano – ha rimandato a settembre l’approvazione del bilancio 2013, in attesa di avere un quadro più certo circa il futuro dell’IMU e di altre componenti della fiscalità locale (es. Tares).  Ciò perché un bilancio approvato oggi che prevedesse modifiche all’IMU sulla prima casa potrebbe essere vanificato se successivamente lo Stato confermasse l’abolizione dell’imposta sulla prima casa. Un’alternativa avrebbe potuto essere, come ha fatto il Comune di Milano, di approvare un bilancio-ponte, provvisorio, destinato a garantire i servizi essenziali fino all’approvazione a settembre del bilancio definitivo».

     

    Un altro lettore ci scrive: “A leggere i dettagli ci sono troppe persone e famiglie che si autocertificano per esenzioni (mense, asili, scuole, libri, sanità, medicine) senza averne diritto”. Il suo ragionamento fa nascere naturalmente alcune domande. Non basterebbe automatizzare il tutto incrociando i dati con la dichiarazione dei redditi? É realistico pensare che si risparmierebbero i soldi per coprire alcuni buchi che oggi abbiamo coperto alzando la pressione fiscale? E, più in generale, un sistema del genere non potrebbe essere sfruttato per porre un freno efficace alle evasioni?

    «Sicuramente chi, evadendo le imposte, dichiara redditi bassi ha un vantaggio ulteriore, quello di poter fruire dei servizi pubblici gratuitamente o comunque a condizioni di favore. E’ per questa ragione che il contrasto all’evasione fiscale, a livello statale e locale, è una priorità. A questo fine non servono strategie o strumenti nuovi, basta connettere tra loro le diverse banche dati esistenti (Agenzia delle entrate, INPS, istituti di credito, etc.)».

      

    Apriamo gli orizzonti al futuro. Al di là del bilancio previsionale che in un certo qual modo doveva per forza di cose essere approvato per garantire la sopravvivenza della città, come vede il futuro delle casse di Tursi nei prossimi anni, considerato che i tagli proseguiranno e che il Comune non potrà più indebitarsi?

    «Occorrono azioni incisive per scongiurare situazioni di pre-dissesto. Va in primo luogo accelerata la costituzione della Città metropolitana affinché i costi dei beni e servizi pubblici siano sopportati non solo dai cittadini residenti nel Comune di Genova. In questa occasione andrebbe anche ridefinito il perimetro dell’intervento pubblico da parte del Comune, che dovrebbe concentrare la propria azione sui servizi istituzionali e su quelli fondamentali (quelli sociali in primis) e dovrebbe, laddove possibile, assumere un ruolo di regolatore, anziché di gestore diretto dei servizi pubblici.

    Andrebbe, inoltre, condotta internamente una seria ed approfondita azione di spending review che attraverso l’individuazione delle determinati della spesa comunale, consentisse di eliminarne le inefficienze; in questa direzione va anche adottata, su ampia scala, la metodologia dei costi standard, in linea con quanto è già stato elaborato dalla COPAFF (Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale) a Roma.

    Sul piano fiscale e tariffario, per evidenti ragioni di equità, andrebbe generalizzato l’utilizzo del nuovo ISEE per l’accesso ai servizi e alle prestazioni sociali, con la conseguente compartecipazione al costo dei servizi graduata in funzione della capacità economica dei cittadini».

    Ringraziamo il professor Gandullia per i preziosi contributi e tutti i lettori di Era Superba per l’attiva partecipazione all’intervista. 

     

    Simone D’Ambrosio

  • Diagnosi economiche e terapie politiche: austerità vs spesa pubblica

    Diagnosi economiche e terapie politiche: austerità vs spesa pubblica

    Libertà_stampaLa settimana scorsa ho scritto che i pochi mesi trascorsi non devono impedirci di tenere il fiato sul collo del governo. Sono vent’anni che ci teniamo questa classe politica con la scusa che “non bisogna fare del disfattismo” e che “lasciamoli lavorare prima di giudicare”: mi pare, a questo punto, che di tempo per lavorare ne abbiano avuto anche fin troppo. E quindi non si sente davvero l’esigenza di stare ad aspettare gli ulteriori disastri di un premier che, in quanto storico dirigente PD, nipote impenitente di un grand commis PDL e figlio putativo del candidato premier di centro, è la quintessenza di tutto quello che abbiamo già visto e patito.

    Al di là delle credenziali, tuttavia, quello che conta davvero è la strada che viene imboccata: e se è quella sbagliata, bisogna invertire subito la marcia, non aspettare che ci conduca a danni già largamente prevedibili. Anche perché non sempre al fondo c’è un errore di valutazione. Più spesso scelte apparentemente “sbagliate” sono in realtà deliberatamente perseguite attraverso una strategia che mira a metterci di fronte al fatto compiuto: cioè, all’inizio si invoca l’urgenza, chiedendo di aspettare i risultati prima di giudicare; poi quando i risultati si vedono, e sono disastrosi: “Oops, ci siamo sbagliati: ma ormai non si può più tornare indietro, bisogna andare avanti!”. E’ un ottimo trucchetto, già ampiamente sperimentato in passato, per far digerire riforme che altrimenti riuscirebbero indigeste alla maggior parte degli elettori: una ragione in più, dunque, per alzare il livello di attenzione e esercitare forme di controllo preventivo sulle manovre che si agitano, anche in questi mesi estivi, all’interno dei palazzi romani.

    Il tema della settimana: Corriere della Sera vs Beppe Grillo

    Questa settimana un dibattito che di solito tende a languire sullo sfondo si è arricchito di spunti nuovi: segno che l’inconcludenza delle strategie fin qui adottate traspare ormai in tutta la sua evidenza. Due giorni fa sul Corriere della Sera il direttore Ferruccio De Bortoli ha commentato la situazione attuale in occasione dei due anni trascorsi dall’arrivo dalla BCE della famosa lettera, scrivendo: «La strada imboccata è giusta, ci vorrebbe un po’ di coraggio nel tagliare le spese per abbassare le tasse». Ecco: se lo scrive De Bortoli, che non ne ha mai azzeccata una in vita sua, possiamo stare sicuri che è vero l’esatto contrario!

    Battute a parte, il direttore si avventura in una ricostruzione storica degli ultimi due anni a dir poco imprecisa, che sintetizza brillantemente i soliti luoghi comuni: “a causa del debito pubblico eravamo a un passo dal precipizio, ma Monti ci ha salvato”. Come abbiamo imparato insieme a poco a poco, però, la realtà è ben diversa: il nostro debito pubblico ha subito più che in altri paesi gli effetti della crisi del sistema finanziario globale privato perché a) non abbiamo una Banca Centrale e b) la nostra economia resta asfittica per gli squilibri generati dall’euro; lo spread è calato sensibilmente solo dopo che Draghi ha annunciato acquisti illimitati di titoli di Stato da parte della BCE, e senza che per altro ciò costituisca neppure lontanamente la soluzione definitiva ai nostri problemi.

    Per contestare nel merito le gravi lacune di questo esecutivo, e di chi lo sostiene, bisogna passare per forza da qui: dal fatto che diagnosi sbagliate conducono a cure sbagliate. Se il problema è l’alto debito pubblico, allora Monti ci ha salvato con la sua credibilità e con ricette giustamente tese, per l’appunto, a «tagliare le spese per abbassare le tasse». E dunque avanti così anche con Letta. Se però il problema non è l’alto debito pubblico, allora tagliare le spese (leggi: austerità) conduce solo a deprimere ulteriormente l’economia, aggravando la recessione e facendo ulteriormente salire verso l’alto il debito. E questo è esattamente quello che sta succedendo.

    In Grecia anni di tagli alla spesa e di periodici licenziamenti nella PA non sono serviti ad intercettare la ripresa: in compenso hanno contribuito ad aumentare il debito pubblico, la povertà e il tasso dei suicidi, oltre che a fomentare l’odio razziale. Anche da noi, l’altro giorno Standard and Poor’s ha smentito la possibilità di una ripresa nel 2014. A nulla vale prendersela con le agenzie di rating americane: è storia che tutte le previsioni di ripresa economica basate su ricette di austerità si siano rivelate totalmente sbagliate.

    Beppe Grillo

    La strategia dell’austerità, quella per cui si batte il nostro governo – anche se non ve lo dicono esplicitamente –, consiste nell’aumentare la competitività di un paese abbassando il costo della manodopera attraverso il lavoro precario e la disoccupazione. Ed è tecnicamente vero che, se ci adattiamo a prendere meno soldi e a rivendicare meno diritti, le nostre merci diventano più convenienti e si favorisce l’export. Il problema è che una ripresa basata sull’export ha bisogno, molto banalmente, di qualcuno che faccia import. Se noi vogliamo esportare, abbiamo bisogno di un paese che importi: ma se anche gli altri paesi cercano nel contempo di perseguire la nostra stessa strategia, il risultato è che non c’è nessuno che compra. Se in un contesto di recessione tutti puntano ad abbassare i salari, poi non c’è più nessuno che sostenga i consumi: viene a mancare un mercato di sbocco e nel complesso l’economia si deprime.

    Per evitare che la crisi di Grecia, Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia trascini con sé tutto il resto dell’Europa, alla lunga non rimane che un’alternativa possibile: incrementare la spesa pubblica per sostenere i consumi. Un’ipotesi assolutamente praticabile, che tuttavia non è mai stata presa in considerazione, perché – qui sta il punto – nell’attuale assetto europeo la spesa pubblica può essere finanziata solo con i soldi dei paesi del nord. I quali però non sono disposti a pagare per noi. E questa verità, tanto banale quanto incontestabile, non può che suggerire un’unica ricetta: lo scioglimento, possibilmente graduale e concordato, della moneta unica.

    Se ne è reso conto anche Beppe Grillo, il quale due giorni fa, nel mentre in cui De Bortoli esprimeva per l’ennesima volta il suo sostegno all’esecutivo di turno, si decideva finalmente a indicare una strategia di uscita dall’euro. Attenzione: ciò non significa che Grillo abbia capito tutto su come si porta il paese fuori dalla crisi; senza contare che le sue esternazioni appaiono spesso orientate a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, più che a delineare una coerente strategia. Ma va rilevato che una terapia corretta è impossibile senza una diagnosi corretta: e Grillo si è deciso a fare, almeno per una volta, un’operazione di verità, oltre che un investimento politico sicuro e garantito.

     

    Andrea Giannini

  • Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    Costituzioni anti-fasciste: un ostacolo per l’economia dell’euro zona

    economia-soldi-D6La notizia della settimana non è né Berlusconi e il pronunciamento della Corte, né Grillo e l’espulsione della senatrice Gambaro.

    Che il Cavaliere abbia una concezione “elastica” del rispetto della legge, che questo gli abbia portato molti guai giudiziari, che abbia cercato di usare il consenso elettorale come riparo da eventuali condanne e che tutto ciò sia un peso per il buon scorrimento della vita politica del paese non sono cose che scopriamo oggi. Se poi Berlusconi, nonostante la sempre più probabile condanna, riesce ad ostentare una relativa tranquillità, allora siamo autorizzati a pensare che qualcuno lo abbia rassicurato con la promessa di un’amnistia o una leggina ad personam: e ciò significherebbe che per il momento non ci sono rischi per la tenuta del governo.

    Discorso analogo si può fare per Beppe Grillo. La sua idea di movimento “guidato” attraverso la rete, la rigidità programmatica, il rifiuto per le scelte di campo ideologiche e l’insofferenza verso la strutturazione interna dei partiti tradizionali sono tutti argomenti già ampiamente dibattuti, a proposito dei quali la mia personale valutazione non si sposta certo per una senatrice che si scopre “grillo-scettica” sulla via di Damasco e che perciò viene espulsa con un voto su internet.

     

    LA “VERA” NOTIZIA DELLA SETTIMANA

    europa-bceNo, la notizia della settimana, più che nelle aperture dei TG o nelle prime pagine dei giornali, bisogna (come al solito) andarsela a cercare. Ed è così che spulciando l’edizione on-line del Fatto Quotidiano capita di imbattersi in un articoletto a firma Luca Pisapia la cui rilevanza per il dibattito politico è inversamente proporzionale alla scarsa visibilità. L’autore in realtà non fa null’altro che riprendere e commentare un report di JP Morgan, il famoso istituto finanziario. Di per sé, dunque, non sembrerebbe esserci nulla di eclatante: in questi tempi di crisi le grandi banche di investimento, giustamente interessate all’andamento dell’economia e alle prospettive per il futuro, diffondono centinaia di documenti simili contenenti analisi, prospettive, grafici, suggerimenti e auspici. Non fosse che nella fattispecie il contributo dei due analisti, Malcolm Barr e David Mackie, si spinge fino a un punto molto importante, ossia fino a delineare quello che viene considerato un ostacolo politico all’integrazione delle economie dell’euro-zona: le costituzioni anti-fasciste.

    Si avete, capito bene: le costituzioni sorte nel dopo guerra, come la nostra, sono un intralcio. I motivi? Vediamoli: «Esecutivi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; protezione costituzionale del diritto al lavoro; sistemi di costruzione del consenso che favoriscono il clientelismo; e il diritto di protestare, se vengono fatti cambiamenti indesiderati dello status quo politico». Più chiaro di così… Ma siccome repetita iuvant, parafrasiamo il contenuto per i duri d’orecchi.

    Anche se ormai siamo abituati agli attacchi quotidiani cui è sottoposta la nostra carta costituzionale, queste poche righe hanno il pregio di fare chiarezza di tutte le ampollosità e i tecnicismi (semi-presidenzialismo alla francese, camera delle regioni alla tedesca, elezioni diretta al quintuplo turno con golden gol e rigori) che creano un sacco di confusione e ci fanno passare la voglia di capire cosa diavolo stia succedendo. Ed invece è semplice: ci vuole un esecutivo forte, che comandi indisturbato, che prenda finalmente decisioni penalizzanti per i lavoratori, senza che questi possano protestare nelle piazze o presso i politici che hanno eletto. E in questo senso la nostra Costituzione, che ovviamente è stata pensata proprio per proteggere la gente dagli abusi di chi ha il potere, è un intralcio; al contrario un nuovo meraviglioso super-Stato federale europeo lo si può tirare su senza tutte queste fastidiose tutele e questi scoccianti diritti. Certo, potremo sempre votare Tizio, Caio o Sempronio, ma nei fatti sarà la grande ed illuminata élite europea a prendere per noi quelle decisioni, dolorose ma giuste, che noi siamo troppo ottusi per comprendere. Quando dunque sentite dire che la crisi è colpa della “finanza speculativa”, tanto cattiva e tanto brutta, e che l’euro non è il problema, ricordatevi che quella stessa finanza speculativa scrive nero su bianco che l’integrazione europea è cosa gradita: la Costituzione italiana no. Domanda da un milione di euro (o due miliardi di lire): a noi cosa converrà di più? Tenersi la Costituzione o affrettare l’integrazione europea? Ai posteri l’ardua sentenza.

    Ricordo solo che un tempo perseguire determinati fini era considerato golpismo: roba da P2, servizi segreti deviati, neo-fascisti simpatizzanti dei dittatori argentini. Ma questi oggi sono metodi superati: si può ottenere lo stesso risultato con calma e pazienza, senza occupare militarmente le sedi del governo e della televisione, ma convincendo la gente, abituandola a determinati argomenti poco alla volta fino al momento in cui non destano più scandalo. Ci si incontra nelle grandi riunioni, si coordinano le strategie da adottare, e poi si finisce che oggi la politica italiana contro la crisi non fa nulla, ma parla molto – quando si dice il caso… – di riforme costituzionali  e presidenzialismo.

    D’altronde è proprio quello che sta scritto sul report di JP Morgan: «Il test chiave nell’anno a venire sarà l’Italia, dove il nuovo governo ha una chiara opportunità per dare l’avvio a significative riforme politiche». E’ tutto molto semplice e chiaro. E davvero non si capisce che bisogno ci sia di invocare chissà quale teoria del complotto, quando è semplicemente elementare esperienza di vita che chi ha il potere cerchi di tenerselo e che le élite tentino giustamente di fare i loro interessi (ovviamente evitando di pubblicizzarli troppo, perché se no la gente capirebbe subito).

    Ovviamente le contromisure ci sono e sono le solite: la Costituzione appunto, e poi le istituzioni, un’informazione libera, una solida cultura democratica e un sano sospetto verso chi vorrebbe gestire la vita politica al posto nostro. Ma soprattutto bisogna comprendere non tanto chi sia il nemico, ma più semplicemente quali siano i nostri interessi e quali altri interessi siano in gioco. Una dinamica, questa, che dovrebbe essere ormai chiarissima. A meno, certo, di non volersi ostinare a non capire.

     

    Andrea Giannini

  • Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    Qualità dei dibattiti in televisione: i talk-show al tempo della crisi

    studio-televisivoFare un giro su Youtube di tanto in tanto regala sempre qualche sorpresa. E’ stato così che mi sono imbattuto in una puntata di “Punto e A Capo“, programma di approfondimento in onda su Class TV MSNBC (canale 27) condotto da Marco Gaiazzi. Il tema della trasmissione era l’euro. Si, lo so che non ne potete più di sentirmi parlare della moneta unica; ma in questo caso non mi interessa tanto il contenuto in sé, quanto la forma. In particolar modo vorrei sottolineare due aspetti che hanno attinenza con la qualità dell’informazione che riceviamo: cioè il modo in cui si sviluppa il dibattito televisivo e gli interlocutori che sono chiamati a prendervi parte.

    Cominciamo da questo secondo punto. Era ospite in trasmissione Michele Boldrin, padovano, professore di economia negli Stati Uniti, tra i fondatori di Fare con Oscar Giannino, già editorialista per il Fatto Quotidiano e volto piuttosto noto grazie anche alla frequente presenza in varie salotti televisivi, da Ballarò a Servizio Pubblico. Capisco che in base a questa descrizione il lettore possa essere indotto a fare una serie di equazioni di valore, come: “insegnare economia negli Stati Uniti = competenza e merito”; “partito nuovo = idee fresche”; “Fatto Quotidiano/Servizio Pubblico = area di sinistra”. Temo tuttavia che Boldrin debba essere inquadrato piuttosto come il classico provocatore, impegnato più o meno consapevolmente nella difesa d’ufficio di idee e interessi di parte. Avevo già fatto qualche velato accenno in vari articoli del passato alla possibilità che l’informazione potesse essere condizionata non solo dall’ignoranza degli addetti ai lavori (che è forse il problema principale), ma anche da precisi intenti distorsivi. Ecco: penso che questo sia il caso di Michele Boldrin.

    Quello che squalifica l’economista padovano, tanto per cominciare, non sono le cose che dice, quanto l’atteggiamento che tiene. In tutte le partecipazioni televisive si è sempre distinto per l’arroganza con cui tratta gli interlocutori, che vengono sistematicamente attaccati sul piano personale, incastrati in un’antipatica gara a “chi ce l’ha più lungo” (il curriculum scientifico) e accusati senza mezzi termini di ignoranza. Resta da capire come abbia fatto questo autentico genio dell’economia, che fatica ad abbassarsi al livello dei semplici professori associati, a dare credito ad Oscar Giannino, uno che difficilmente si poteva scambiare per un economista, anche prima che si scoprisse la nota vicenda del finto master.

    Al di là dei modi, tuttavia, anche sul piano teorico le tesi di Boldrin non sembrano molto convincenti. L’economista insiste molto sulle fantomatiche “riforme”, sulla riduzione delle tasse, sul taglio della spesa, sul ridimensionamento dello Stato (il che giustifica l’accostamento con i movimenti della destra americana dei Tea Party) e sulla cessione del patrimonio pubblico. Le responsabilità delle banche ci sono, ma, secondo l’economista, dipendono sempre dallo Stato, che le controlla tramite i politici che siedono nelle fondazioni bancarie. Non una parola, invece, sugli squilibri di un sistema finanziario globale senza regole che ha prodotto la crisi dei mutui sub-prime e il crack Lehman Brothers. Allo stesso modo rimane un mistero la benevolenza con cui Boldrin guarda al sistema spagnolo, che pure, a prima vista, sembrerebbe messo peggio del nostro.

    Per inciso, uno così a proposito dell’euro cosa può dire? Ovviamente non può che difendere la moneta unica a spada tratta, replicando i soliti luoghi comuni (cosa che ha aperto spazio all’irrisione e ad una critica serrata da parte di qualche collega). Certo fin qui l’attività divulgativa del (non tanto) simpatico economista padovano potrebbe dipendere soltanto dalla difesa legittima di un’ideologia, che è poi quella della scuola di Chicago, dove Boldrin ha trascorso periodi di studio. Tuttavia, se a pensar male spesso ci si azzecca, qualche spiegazione in più potrebbe venire da ragioni più “prosaiche”. Come è già stato fatto notare, infatti, Boldrin è dentro FEDEA, che, per chi non la conoscesse, è – pensate un po’! – proprio una fondazione ed è sponsorizzata – indovinate un po’! – proprio da banche spagnole.

    Ecco che improvvisamente tutto sembrerebbe assumere un senso: o quantomeno gli inviti a sbarazzarsi in fretta dei cosiddetti “gioielli di famiglia”, se vengono da uno che rappresenta chi movimenta i capitali per comprarli, suonano improvvisamente un po’ più sospetti.

     

    LA QUALITA’ DEI DIBATTITI TELEVISIVI

    In ogni caso, venendo all’altro punto della questione (qualità dei dibattiti televisivi), bisogna dire che, comunque la si pensi su Boldrin, è evidente che se si fa la scelta di invitarlo in trasmissione, non si compie un’operazione neutrale: si definisce anzi un estremo del dibattito in oggetto e si finisce per riconoscere implicitamente a questa posizione una minima dignità e onestà intellettuale; ma soprattutto, una volta che si è fatta questa scelta, poi bisogna anche lasciare che le diverse posizioni siano liberamente dibattute dagli ospiti presenti in studio, perché si possa restituire al pubblico a casa, alla fine, una sintesi convincente.

    Ed invece no. La regola non scritta della televisione italiana è che i dibattiti non devono mai andare al di là della definizione delle due tesi contrapposte; non deve mai emergere un vincitore, perché se no la trasmissione diventa “di parte” e poi “sarà la gente a casa a farsi la sua opinione”; e guai ad approfondire, perché “non bisogna andare troppo sul tecnico”. Così anche il conduttore di punto a capo, il povero Marco Gaiazzi, non si sottrae a questo canovaccio.

    A un certo punto del programma è Claudio Borghi Aquilini ad entrare in polemica con Boldrin, ricordandogli i circa 45 miliardi che l’Italia ha già versato nel cosiddetto Fondo Salva Stati. Boldrin ribatte che le banche italiane rischiano di pagare ben di più in caso di fallimento dei paesi in crisi, perché sono esposte per il 3% su un totale di almeno 1000 miliardi di titoli di Stato europei a rischio. Ha ragione Borghi o ha ragione Boldrin? L’Italia, in quanto contributore netto, in Europa ci sta rimettendo, come vuole Borghi, o tutto sommato paga quello che è giusto che paghi, come vuole Boldrin? Mi sembra un punto interessante; un punto che dovrebbe essere deciso: perché o le cose stanno ad un modo, oppure stanno nell’altro. Tertium non datur.

    E invece Gaiazzi preferisce passare ad un altro ospite e lasciare la querelle in sospeso. Forse che gli spettatori di Class TV, che fa parte del gruppo editoriale di Milano Finanza, non sono interessati ai dati economici? O forse non sono capaci a fare le addizioni o le percentuali? Direi di no. In particolar modo direi che chiunque può capire che il 3% di 1000 è 30; ed è meno di 45. Quindi, ammesso che le cifre date dai due economisti siano giuste, apparentemente ha ragione Borghi. Eppure, stante tutto quello che ho scritto su Boldrin, non è da escludere che avesse altri elementi da aggiungere al dibattito: perché dunque non starlo a sentire? C’era il rischio che si andasse avanti all’infinito? Non mi pare. Allora perché non spendere qualche minuto in più per ascoltare ulteriori dettagli e poi dire: “caro Borghi/Boldrin, mi pare che la matematica smentisca le tue argomentazioni”? Nemmeno di fronte ai freddi numeri si riesce ad avere indipendenza e un briciolo di coraggio intellettuale? Ecco. Spero che da questo esempio appaia chiaro una volta per tutte come si sta comportando l’informazione, le responsabilità che ha, il modo in cui si fa castrare e poi, se serve, il modo in cui si castra anche da sola.

     

    Andrea Giannini

  • Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    Crisi e dibattito economico: le responsabilità dell’informazione

    giornaliUna conseguenza nefasta dell’affermazione dell’ideologia neoliberista negli ultimi trent’anni è stata quella di mandare in soffitta il concetto di responsabilità. Riconosco che questa affermazione possa incontrare vigorose obiezioni. Tuttavia resta il fatto che un capitalismo assoluto è concepibile unicamente se si accetta il presupposto che la libera ricerca del profitto individuale abbia come risultato il benessere collettivo; e in questa prospettiva, a lungo mitizzata, è inevitabile che gli obblighi del singolo verso la società si riducano sensibilmente. Se infatti basta che ognuno resti concentrato sul perseguimento della propria ricchezza personale per fare del mondo, come per l’azione di una “mano invisibile”, un posto migliore, allora una passiva osservanza della legge (cioè non commettere illeciti o reati) sarà sufficiente per sollevare l’individuo da ogni questione di opportunità, liceità o sostenibilità della propria condotta.

    Secondo questa visione, dunque, si è responsabili unicamente per la ricchezza che si produce e non per le conseguenze delle proprie azioni, dato che il libero mercato renderà queste conseguenze automaticamente soddisfacenti anche per tutti gli altri. Si tratta ovviamente di un’illusione, una prospettiva utile giusto per potersi auto-assolvere. Occorre invece tornare a dire che anche nella società moderna ogni individuo ha precise responsabilità di cui è chiamato a farsi carico.

    Lasciamo da parte le responsabilità morali, perché si tratta di un argomento alquanto spinoso; parliamo piuttosto di responsabilità professionali, soprattutto in relazione a ruoli di pubblica rilevanza. Parliamo dell’informazione. Il modo in cui si fa più o meno bene questo mestiere concorre al processo di formazione dell’opinione pubblica e quindi influenza in modo decisivo le scelte politiche. Per di più questi sono tempi cruciali, in cui chi si occupa di informare dovrebbe avvertire più che in altri momenti il peso della responsabilità della propria funzione: che poi è quella di selezionare e diffondere notizie sulla base della loro verità e rilevanza.

    Ora, quanti sono i giornalisti e gli editori in Italia che, cogliendo le implicazioni di quello che fanno, si preoccupano di attenersi scrupolosamente a questi criteri? Purtroppo bisogna andare a cercarli col lanternino. Non alludo qui soltanto a quelli che vengono definiti spesso “gli organi di stampa del potere”, cioè i giornali e i telegiornali vicini ai partiti e ai gruppi industriali; alludo anche a quelle voci che avrebbero la presunzione di far passare un’informazione alternativa, compreso – lo sottolineo – il blog di Beppe Grillo.
    In tutti manca ugualmente la capacità (e in alcuni casi, senza dubbio, la volontà) di agganciarsi al livello della discussione che si sta svolgendo all’estero, dove si sta ripensando l’intero assetto dell’economia mondiale. Il curioso effetto è che nel nostro paese si può assistere ogni giorno a dozzine di reportage su cassaintegrati, miseria e disoccupazione, eppure non si discute mai sulle ragioni economiche di questa deriva. Quello che qui da noi viene chiamato “dibattito economico” in realtà non ha nulla a che vedere con quello di cui stanno realmente discutendo gli economisti, i quali invece appaiono schierati su due fronti opposti piuttosto definiti: da una parte i fautori di una regolamentazione dei mercati e delle piazze finanziarie, del ruolo positivo dell’intervento statale e della funzione anticiclica della spesa pubblica (che non è sempre e solo “improduttiva”); dall’altra parte i difensori dell’austerità, quelli che “dalla crisi si esce tagliando la spesa pubblica, facendo sacrifici per essere più competitivi e aprendosi ai capitali esteri” (e che solo a margine si ricordano di dire che anche il sistema finanziario meriterebbe qualche ritocco).

    Economia, finanzeQuesti ultimi sono gli unici invitati nei talk-show di casa nostra. E lo si capisce da un semplice fatto: quale è stata l’ultima volta che avete sentito dire che in questo momento converrebbe aumentare la spesa pubblica e non tagliarla? Molto probabilmente non lo avete sentito dire da nessuno. Eppure si tratta della posizione che sta uscendo vincente nel dibattito internazionale, perché il prolungarsi della recessione ha reso evidente quanto fossero controproducenti le misure di austerità e perché le basi scientifiche di questa visione economica si stanno sgretolando: il capo economista del FMI Olivier Blanchard ha fatto dietrofront, ammettendo che le misure “recessive” sono molto più recessive di quello che loro avevano previsto; la “bibbia dell’austerità”, cioè uno studio di Reinhart e Rogoff del 2010 sugli effetti recessivi di un alto debito pubblico, presentava un grossolano errore di calcolo, che è stato scoperto da semplici studenti mentre rifacevano i conti per esercizio (non è vero cioè che i paesi con un debito/PIL superiore al 90% siano condannati alla recessione: al contrario crescono ad una media del 2,2%). Si dirà che fare spesa non si può, perché siamo costretti dai nostri partner europei ad una ristretta disciplina di bilancio. Ed in effetti è vero: tant’è che proprio questo fatto, cioè l’evidenza che esistano forti interessi contrari ad una strategia espansiva, sta attirando sempre più critiche sul progetto dell’euro. In Germania è nato “Alternative fuer Deutschland”, un partito euroscettico che promette di scompigliare le carte della campagna elettorale; l’economista francese Jaques Sapir commenta il report di una fondazione tedesca sui possibili scenari per concludere che una dissoluzione concordata dell’eurozona sarebbe la soluzione allo stesso tempo più realistica e ragionevole; Martin Wolf sul Financial Times spiega perché è intrinsecamente impossibile seguire la strategia della Germania tutti insieme; Oskar Lafontaine, ministro delle finanze tedesco all’epoca dell’introduzione dell’euro, dichiara che ormai è «necessario abbandonare la moneta unica»; infine il solito Paul Krugman sentenzia: «entrando nell’euro l’Italia ha trasformato se stessa, da un punto di vista macroeconomico, in un paese del terzo mondo con debiti denominati in valuta straniera; e si è esposta a crisi di debito».

    Potrei andare avanti per molto, ma quello che importa è che tutti questi pareri avrebbero un enorme rilievo per noi che cerchiamo di capire se valga la pena strangolarci per tenerci l’austerità e l’euro: eppure vengono sistematicamente ignorati. Lilly Gruber a Otto e mezzo imbastisce un finto dibattito invitando in trasmissione da una parte Alberto Alesina e Lorenzo Bini Smaghi, che in realtà sono sostanzialmente concordi sull’idea di austerità, e dall’altra Norma Rangeri, che blatera per tutto il tempo sulla fine del capitalismo, come se l’unica alternativa sia il comunismo. A Servizio Pubblico Santoro invita il pittoresco Paolo Becchi solo per parlare delle sue infelici dichiarazioni: e quando il professore prova ad accennare al problema dell’euro e a quello dell’atteggiamento mercantilista della Germania, viene confutato da Travaglio con il pregnante argomento che i Tedeschi hanno più eolico di noi.

    Attendiamo di vedere la puntata di Report di domenica prossima nella speranza che migliori un po’ il quadro complessivo; ma nel frattempo bisogna concludere che i media non stanno restituendo le reali proporzioni di quello che sta accadendo. Corruzione, evasione, sprechi, Casta, malgoverno e processi di Berlusconi sono tutti problemi che meritano di essere commentati e denunciati: ma NON hanno causato la crisi. E gli Italiani hanno il diritto di saperlo, se non altro per togliersi di dosso l’errata impressione che, se siamo a questi punti, sia soprattutto per colpa nostra.

    Per questo riequilibrare il dibattito è oggi una responsabilità precisa di chi fa informazione. Domani, quando sarà evidente come stanno le cose e ci si chiederà giustamente come sia stato possibile che nessuno abbia raccontato per tempo la verità, non si potrà invocare il “senno di poi” o dire che la situazione era difficile da decifrare: perché, come ho cercato di dimostrare, è ormai tutto perfettamente chiaro, almeno per quello che concerne gli estremi della questione. Rimane solo da capire perché  il mondo dell’informazione sia così indietro. In Francia è uscito un film-documentario, “Les nouveaux chiens de garde”, che ha messo in evidenza i legami esistenti tra media e gruppi politico-industriali. Emerge che uomini di potere e giornalisti condividono gli stessi luoghi di vacanza, partecipano agli stessi “club” riservati ed elitari, e a volte instaurano persino relazioni sentimentali (di solito la bella giornalista con il politico); ma soprattutto emerge la forte partigianeria mediatica a favore dei teorici di un’ideologia economica che pure è stata smentita per la sua incapacità di prevedere e poi correggere la crisi. Fa impressione constatare come negli ultimi trent’anni i Francesi si siano sentiti dire esattamente le stesse cose che ci sentiamo dire anche noi: “non volete fare le riforme”, “non siete produttivi”, “le tutele sociali sono un ostacolo allo sviluppo”, “avete vissuto sopra i vostri mezzi”, “dovete fare le liberalizzazioni”, “non dovete dare le colpe alla globalizzazione, ma cambiare voi stessi”, eccetera. Per cui, se oggi i media continuano ad attenersi a questo canovaccio, allora si dovrà ammettere che si rendono complici di una propaganda di parte. Non sapremo mai chi per ignoranza o chi per dolo: ma tutti si dovranno assumere la responsabilità di non aver saputo fare il loro lavoro.

     

    Andrea Giannini

  • Marc Luyckx Ghisi: la società della conoscenza, l’Europa del futuro

    Marc Luyckx Ghisi: la società della conoscenza, l’Europa del futuro

    marc-luyckx-ghisiStiamo vivendo uno dei cambiamenti più significativi della storia: la trasformazione delle strutture di credenze della società occidentale. Nessun potere politico, economico o militare può competere con la potenza di un cambiamento della mente. Modificando la loro immagine della realtà, gli uomini stanno cambiando il mondo.” 

    Inizia così, citando il pensatore americano Willis Harman, la prima parte del libro elettronico “La società della conoscenza”, scritto da Marc Luyckx Ghisi, autore belga ed ex-membro della Cellule de Prospective della Commissione Europea, l’équipe di intellettuali creata oltre vent’anni fa con lo scopo di immaginare il futuro dell’Europa. Nel suo libro, Luyckx Ghisi analizza in modo chiaro e accessibile la fase di transizione attraversata dalla nostra società, stretta tra due epoche caratterizzate da valori e modelli molto diversi tra loro.

    Il 7 maggio alle 20:30 l’autore sarà a Genova ospite nell’Aula San Salvatore in piazza Sarzano, 9 per la conferenza dal titolo: “La società della conoscenza: sostenibilità e nuovi posti di lavoro”, organizzata su iniziativa spontanea di tre giovani genovesi. Interamente in italiano, con un leggero accento belga che ne renderà ancora più piacevole l’ascolto, alla conferenza interverrà anche il Professor Francesco Villano, giornalista pubblicista e curatore della traduzione italiana del libro “La società della conoscenza”.

    Prof. Luyckx Ghisi, lei afferma che siamo nel mezzo di un cambiamento epocale. Potrebbe spiegare qual è l’epoca che ci stiamo lasciando alle spalle?

    «Inizierò raccontando una storia. Circa 30 anni fa lavoravo alla Cellule per Jacques Delors (Presidente della Commissione Europea nel periodo 1985-95, ndr), il quale ci chiese uno studio sulle prospettive dell’economia europea fino al 2030. Giungemmo al risultato che la società industriale era al capolinea. Per capirne le ragioni fu sufficiente porsi la seguente domanda: quando sarà costruita una nuova fabbrica, si assumeranno diecimila operai oppure si propenderà per una squadra ristretta di ingegneri che controllino un gruppo di robot progettati per la produzione? La risposta era chiara, così come era evidente già allora che in Europa, nel giro di pochi anni, si sarebbero persi circa venti milioni di posti di lavoro nel settore industriale».

    Il che ci porta dritti verso una nuova epoca …

    «Esattamente. L’unica via percorribile è quella di entrare nella società della conoscenza, post-capitalista e post-industriale. Nella società della conoscenza, lo strumento di produzione non è più rappresentato dalla macchina, ma dalla mente umana, la quale condivide in rete il proprio sapere, creando, appunto, conoscenza secondo una logica win-win, nella quale tutti traggono un beneficio scambiandosi esperienze condivise. Con il termine “rete” non mi riferisco soltanto alla Rete – Internet – che pure ha una sua rilevanza in questo passaggio, ma intendo affermare che il lavoro non sarà più organizzato secondo le rigide strutture piramidali tipiche della società industriale. In questo modo le aziende saranno molto più human-centred, ossia metteranno al centro la persona e le sue competenze.
    Nella società della conoscenza, un manager intelligente dovrà avere come prima preoccupazione che il suo “capitale umano” sia abbastanza soddisfatto da tornare a lavorare nella sua azienda il giorno dopo».

    Mi sembra di intuire che il passaggio alla società della conoscenza implicherà una trasformazione che andrà ben aldilà del semplice cambiamento degli strumenti di produzione.

    «Si tratta senza dubbio di un mutamento molto più profondo. In generale, stiamo cambiando paradigma, ovvero il modo in cui ci relazioniamo con la realtà circostante.
    Veniamo da un sistema di valori della civiltà moderna industriale di tipo patriarcale, basato sulle tre “C” di Conquista, Comando e Controllo e fondato sulla sofferenza, sulla morte violenta, sulla disparità tra i sessi e sullo sfruttamento del pianeta. La civiltà industriale ci ha condotti a spolpare le risorse della Terra ed è evidente che non può funzionare, in quanto mette a repentaglio il futuro delle prossime generazioni. Al contrario, l’unica via di salvezza consiste nell’andare incontro al valore della Vita, mettendone al centro la sacralità e concretizzando un nuovo paradigma sociale ed economico. E’ un ragionamento pratico, ne va della nostra stessa sopravvivenza!»

    A tale riguardo, può dirci se già esistono nel mondo delle donne e degli uomini che stanno portando avanti questo cambiamento di valori?

    «Esistono e hanno anche un nome. In inglese si chiamano cultural creatives, che in italiano si traduce come “creatori di cultura” o “creativi culturali”. Su queste figure sono stati condotti diversi studi, uno in particolare a opera del Prof. Cheli dell’Università di Siena. Si tratta di persone che nella loro quotidianità, senza ricoprire ruoli altisonanti nella società, hanno già fatto propri i valori della Vita. Per entrare nella società della conoscenza non c’è bisogno di avere chissà quali titoli: è sufficiente creare attraverso le proprie intuizioni, ma anche con il proprio corpo e la propria anima, un po’ come fanno gli artisti. Alcuni dati riguardo ai cultural creatives sono abbastanza stupefacenti. Prima di tutto, si tratta di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo: solo in Cina ce ne sono probabilmente circa 200 milioni.
    Il secondo aspetto è che per la maggior parte sono le donne a portare avanti un cambiamento di paradigma che mette al centro la vita. Per esempio, il fatto che l’India è il paese più all’avanguardia nella società della conoscenza è anche una conseguenza della reazione all’odioso fenomeno (anche italiano, ndr) del femminicidio, tipico della società patriarcale. Infine, un altro elemento sorprendente è che i cultural creatives sono così numerosi eppure nessuno o quasi ne parla, i media in primo luogo. Ma forse non c’è troppo da stupirsi: i mezzi d’informazione sono in mano a poche persone, le quali hanno tutto l’interesse a far passare sotto silenzio il cambiamento per mantenere lo status quo».

    I creatori di cultura sono anche in Italia? E a proposito del nostro paese, che rapporto ha lei con la nostra penisola?

    «Eccome se ce ne sono in Italia! Stiamo parlando di milioni di persone, il che è in linea con una mia teoria. Per quanto possa sembrare strano, vista la situazione politica, io sono infatti dell’idea che in Europa l’Italia è sempre annunciatrice e anticipatrice di grandi cambiamenti. Gli italiani, con la loro cultura e le loro conoscenze implicite, hanno le qualità per creare una marea di nuovi posti di lavoro nella società della conoscenza.
    Riguardo al mio rapporto con l’Italia, io non ho solo origini belghe, ma anche greche e italiane, come si intuisce dal nome di mia nonna, Anastasia Ghisi. Forse anche per questo ogni volta che vengo in Italia sento un legame davvero molto forte con questo paese».

    Daniele Canepa

    Per informazioni sulla conferenza: creatoricultura@gmail.com oppure la pagina facebook Marc Luyckx Ghisi Conferenza

  • Disuguaglianza e malessere sociale: i dati e gli effetti sulla società

    Disuguaglianza e malessere sociale: i dati e gli effetti sulla società

    poverta-crisi-clochard-DILa scorsa uscita ci siamo soffermati sulle disuguaglianze presenti negli Stati Uniti e su come queste rendano la società e l’economia più deboli e meno efficienti. Questo è particolarmente vero per la società americana, ma è sempre vero che esiste un rapporto diretto tra disuguaglianza e malessere sociale? E soprattutto è possibile dimostrarlo scientificamente? A queste  domande hanno provato a rispondere gli epidemiologi britannici Richard Wilkinson e Kate Pickett che hanno raccolto i risultati di anni di ricerche nel libro “La misura dell’anima – Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici”.

    L’idea che la sperequazione dei redditi crei divisioni e non faciliti la coesione sociale esisteva già prima della Rivoluzione Francese. Quello che era mancato fino ad adesso era la possibilità di mettere a confronto società più o meno egualitarie per misurare gli effetti della disuguaglianza, ma ora, grazie al lavoro di questi due studiosi, ciò è finalmente possibile.

    Tra i paesi sviluppati vi è una grande differenza per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza: da una parte abbiamo Giappone, Finlandia, Norvegia e Svezia dove il 20% più ricco della popolazione guadagna da 3,5 a 4 volte più del 20% più povero. Dall’altra abbiamo invece Regno Unito, Portogallo, Stati Uniti e Singapore dove questo rapporto arriva addirittura a 10 volte.

    I due epidemiologi britannici hanno preso in considerazione i dati ufficiali provenienti dall’ONU e dalla Banca Mondiale riguardanti l’aspettativa di vita, l’andamento scolastico, il tasso di mortalità infantile, il tasso di omicidi, la proporzione di popolazione detenuta, il tasso di natalità tra coppie di adolescenti, il grado di fiducia, l’obesità, le malattie mentali e la mobilità sociale. Incrociando questi dati con quelli relativi alla disuguaglianza è stato possibile trovare una fortissima correlazione tra quest’ultima e i problemi sociali: maggiore è la disuguaglianza e più alto è il malessere sociale che affligge la società. Questa ricerca comparativa ha dimostrato che, oltre una certa soglia di ricchezza, non è importante quanto è ricco un paese, l’importante è come questa ricchezza viene distribuita tra i suoi abitanti.  Per avvalorare questa tesi è stato preso in considerazione anche l’indice UNICEF di benessere dei bambini ottenendo lo stesso tipo di correlazione: i bambini stanno peggio in società più diseguali, mentre il loro benessere non è correlato alla ricchezza pro capite.

    Probabilmente non bisogna sforzarsi troppo per credere che le società più diseguali siano soggette a maggiori tensioni sociali, ma d’altro canto siamo abituati a vedere le diseguaglianze come l’altra faccia della medaglia della possibilità di scalare la piramide sociale velocemente partendo dal nulla. Ma siamo proprio sicuri che sia così? Purtroppo questa visione non potrebbe essere più lontana dalla realtà: paesi come gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno la minore mobilità sociale tra i paesi sviluppati. È inutile dire che Giappone e paesi scandinavi si trovano invece in cima alla classifica. Sembra proprio che per vivere il sogno americano sia davvero necessario andare in Scandinavia!

    C’è però una differenza sostanziale tra il Giappone e i paesi del nord Europa: la Svezia ha grosse disparità di reddito che vengono bilanciate attraverso la tassazione e uno stato sociale molto forte, mentre il Giappone ha differenze di reddito molto contenute già prima delle imposte e uno stato sociale limitato. Perciò non è importante come si arrivi a una maggiore equità, l’importante è arrivarci.

    Perché la disuguaglianza sociale ha un impatto così devastante sulla qualità della vita dei cittadini?  La ragione principale è che nella società in cui viviamo ci preoccupiamo sempre di più di come veniamo visti dagli altri. Più diamo importanza al giudizio altrui più aumenta il timore di essere considerati inadatti o poco attraenti. Maggiori sono le diseguaglianze maggiore è la probabilità di sentirsi inadeguati rispetto agli altri. Questo modo di vivere ci sta sottoponendo a dosi sempre maggiori di stress che stanno minando alla radice la qualità della nostra vita.

    Purtroppo dall’inizio della crisi stiamo assistendo all’allargamento della forbice tra le varie classi sociali in tutti i paesi sviluppati, soprattutto in Europa. Questo, come abbiamo visto, porta a sempre maggiori problematiche sociali. Questo non è altro che il risultato delle politiche di austerità che, oltre a non dare i frutti sperati nel consolidamento dei conti pubblici, stanno erodendo a poco a poco il modello di società europeo. È necessario che lo Stato ritorni prepotentemente a perseguire il proprio obiettivo principale: limitare la disuguaglianza redistribuendo la ricchezza. E l’unico modo di conseguire questo risultato è quello di tornare a tornare a svolgere la funzione di governo delle forze del mercato prendendo ad esempio i paesi scandinavi. Magari pensando un po’ meno al sogno americano e un po’ più a quel sogno europeo di cui rischiamo di dimenticarci per sempre.

     

    Giorgio Avanzino
    [foto di Diego Arbore]

  • Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    Euro-zona: il caso di Cipro e i prelievi forzosi sui conti correnti

    banca-cipro

    Quando l’attualità conferma l’analisi che fai appena la settimana prima, dovresti essere contento di portare a casa, se non altro, almeno una piccola soddisfazione intellettuale. Il problema è che qui si esagera: siamo al punto che rincorrere tutte le conferme che clamorosamente arrivano sta diventando una faticaccia.

    Neanche il tempo di registrare il parere del premio nobel Joseph Stiglitz, con il quale l’euro sale senza appello sul banco degli imputati, che a Bruxelles si rimettono alacremente a fabbricare nuove argomentazioni per i detrattori della moneta unica.

    Il pasticciaccio di Cipro, infatti, non è che l’ultimo capitolo dell’epica saga di decisioni tremende che costituiscono la crisi dell’euro-zona; ma è utile, quantomeno, per capire dove stiamo andando e per sfatare i luoghi comuni.

    Le banche della Repubblica di Cipro – come è noto – erano in sofferenza già da qualche tempo a causa – si dice – dei titoli di Stato greci, ma più in profondità – si sa benissimo – per il solito meccanismo perverso di indebitamento privato estero. In sintesi: la moneta unica azzera il rischio di cambio, arrivano i capitali esteri, l’indebitamento privato sale mentre quello pubblico, per la gioia degli osservatori di Bruxelles, diminuisce; poi arriva lo shock esterno, i capitali esteri si ritirano, le banche vanno in crisi, lo Stato deve intervenire per sostenerle e il debito pubblico riprende a salire.

    EuroE’ interessante notare come questo canovaccio, una volta di più, sia stato seguito alla lettera, con la notevole eccezione che la Repubblica di Cipro – essendo in buona sostanza un piccolo paradiso fiscale (cosa che ci ricorda da vicino, con rispetto parlando, l’Irlanda) – non ha smesso di esercitare un certo fascino su certi correntisti esteri, provenienti sopratutto dall’est.

    A parte questo, per il resto si tratta di un film già visto, compresa la manfrina sugli aiuti europei, che poi aiuti veri e propri non sono, ma prestiti. Si doveva tirare fuori solo una dozzina di miliardi (robetta per i bilanci comunitari) e, piuttosto che accollarli tutti al contribuente, si è pensato bene di prendere l’ennesima decisione suicida: prelievo forzoso sui conti correnti, una cosa che in Europa aveva osato solo Amato nel 1992, quando ancora eravamo con la lira.

    E’ pur vero che Cipro è piccola e lontana, ma nemmeno la Grecia è la Francia: eppure la tragedia greca s’è diffusa lo stesso in tutta Europa. E’ evidente, dunque, che per i mercati è il principio che conta: e i messaggi che l’Europa sta lanciando, da qualche anno a questa parte, raccontano una storia ben precisa, una storia fatta di campane che suonano a morto per la moneta unica.

    C’era un tempo in cui chi possedeva titoli di Stato europei se ne camminava tranquillo per strada, sicuro di avere in tasca un pezzo di carta dal valore certo e incontestabile. Poi i rischi di una bancarotta greca a fine 2009 hanno spinto Berlino a convincere l’Europa che era necessario “to share the burden”, cioè condividere il peso della ristrutturazione del debito: morale, quel pezzo di carta non era più tanto sicuro. Fu così che scoppiò la crisi dei debiti sovrani (che da noi segnò la fine del governo Berlusconi IV) e i possessori di titoli greci furono costretti ad accettare il famoso haircut.

    europa-bceIl mese scorso ne è successa un’altra, sfuggita all’attenzione del grande pubblico ma non a quella del mondo finanziario: l’olandese SNS è stata nazionalizzata e le obbligazioni subordinate espropriate. Dunque nemmeno le banche, neppure di un paese “rigorista” che si  supponeva solido come l’Olanda, sono del tutto a riparo in questa Europa.

    E arriviamo così all’epilogo dell’altro giorno, l’ultimo colpo inferto alle già scosse certezze dei risparmiatori: la garanzia di Stato sui depositi bancari non esiste più. Questo ha detto, nella sostanza, l’Unione Europea, condizionando gli aiuti ad un prelievo del 6,75% sui conti correnti sotto ai 100.000 €.

    Così, se anche nel frattempo il Parlamento cipriota, a causa della protesta della gente, ha deciso di bocciare questa concessione fatta a Bruxelles, il sasso ormai è stato scagliato, perché, come ha scritto acutamente Wolfgang Münchau su Der Spiegel: «A Cipro e ovunque nella zona Euro i depositi fino a 100.000 Euro sono assicurati. Se ora arriva lo stato e dice: scusateci, con un escamotage brillante vi prendiamo i soldi, di fatto una tassa sui patrimoni, viene meno la fiducia».

    Secondo Münchau, dopo questa brillante trovata, l’atteggiamento più coerente è la corsa agli sportelli. L’editorialista tedesco cita al riguardo Sir Mervin King, governatore della Banca d’Inghilterra: “Non è razionale incominciare una corsa agli sportelli, ma è razionale parteciparvi una volta che è iniziata”. E in effetti il prossimo paese dell’euro-zona che entra o ripiomba in una vorticosa crisi dello spread non potrà più essere sicuro di niente: i titoli di Stato non sono garantiti, le obbligazioni bancarie neppure e, da lunedì, nemmeno i conti correnti. E, per inciso, il famoso “whatever it takes” di Mario Draghi (qualunque cosa serva per salvare l’euro la faremo), che tanto era servito a gettare acqua sul fuoco della speculazione, ne esce seriamente ridimensionato.

    economia-soldi-D1Ma ci sono due punti ancora del dramma cipriota su cui conviene soffermarsi. Il primo riguarda le modalità dell’annuncio del via libera agli aiuti, dato a mercati chiusi, anzi chiusissimi. Si è avuto il buon senso, infatti, di attendere un week-end lungo, con un lunedì di festa nazionale e un martedì di chiusura bancaria forzata (con eventuale prolungamento, se necessario).

    Il che dimostra, allora, che quando si vuole queste cose si possono fare: si possono chiudere gli sportelli per prevenire il panico, si possono dare annunci scioccanti e si possono gestire. Dunque lo si potrebbe fare anche in caso di uscita dall’euro; mentre questi sacrifici, questi furti alle spalle dei correntisti anche più poveri, li stiamo discutendo – è bene ricordarlo – solo per l’ostinazione di rimanerci a tutti costi.

    Il secondo punto – se permettete – è il più gustoso. La Repubblica di Cipro formalmente ha giurisdizione su tutta l’isola, ma nella pratica la zona nord a influenza turca è indipendente e molto vicina ad Ankara: tant’è che vi circola in prevalenza la lira turca. Neanche a dirlo, il nord cresce vorticosamente e la crisi non si è vista nemmeno in cartolina. Dunque, stessa isola con due monete diverse, legate a due economie diverse: una cresce l’altra no. Che c’entri qualcosa la moneta? Non lo sapremo mai. Fatto sta che il buon Münchau, uno che non ha mai fatto mistero di sostenere con convinzione l’euro, concludeva il suo editoriale con queste parole: «Si avvicina il giorno in cui l’Euro potrà essere difeso solo con i panzer. E allora non varrà più la pena difenderlo».

     

    Andrea Giannini

  • Disuguaglianza e bassa mobilità sociale: la fine del sogno americano

    Disuguaglianza e bassa mobilità sociale: la fine del sogno americano

    La Bandiera AmericanaLa disoccupazione giovanile nel nostro paese ha ormai sfondato quota 33% e le prospettive sono tutt’altro che positive. Per molti l’unica alternativa è quella di emigrare all’estero in cerca di nuove opportunità. Il problema principale è che la vecchia Europa non se la sta certo passando bene, stretta com’è da questa insensata austerità, e bisogna quindi guardare altrove. E allora perché non pensare di trasferirsi nel paese che rappresenta nell’immaginario collettivo il luogo dove è possibile realizzare i propri sogni partendo da zero? Perché non trasferirsi negli Stati Uniti d’America?

    Prima di preparare le valigie e prenotare un volo di sola andata sarebbe meglio sapere che c’è chi ritiene che il cosiddetto “sogno americano” sia in realtà un incubo per la maggior parte dei cittadini statunitensi. Uno dei maggiori esponenti di questa scuola di pensiero è l’economista americano Joseph Stiglitz che, nel libro “Il prezzo della disuguaglianza”, ha sviscerato il problema più grave della società americana: la disparità di condizioni tra i “ricchi” e i “poveri”.

    A suffragio di questa tesi l’economista americano riporta alcuni dati che valgono più di mille parole: il reddito dell’1% più ricco degli americani rappresenta circa il 25% di tutta la ricchezza prodotta in un anno, mentre il loro patrimonio ammonta addirittura al 40% della ricchezza totale. Venticinque anni fa queste percentuali erano rispettivamente il 12% e il 33%. Il reddito mediano è minore di quello di quindici anni fa, mentre la ricchezza mediana è pari a quella degli anni ’90. Ci sentiamo spesso ripetere da molti economisti che “se la torta diventa più grande, la fetta che prendiamo è sempre più grossa” o che “l’alta marea solleva tutte le barche”; sembra invece che, nonostante la torta sia cresciuta, le fette per le persone comuni siano sempre più piccole e che l’alta marea abbia inghiottito e non sollevato chi si trovava sulle barche più piccole. In termini di uguaglianza di reddito gli Stati Uniti sono ormai sempre più simili alla Russia degli oligarchi.

    Alcuni potrebbero pensare che, dopotutto, c’è chi vince e c’è chi perde e che non è colpa di nessuno se non tutti hanno le stesse possibilità perché le disuguaglianze sono inevitabili e il cercare di appianarle limiterebbe l’efficienza dell’economia. Al contrario l’illustre premio nobel americano, nel suo ultimo libro, smonta queste argomentazioni dimostrando come una maggiore uguaglianza sia non solo moralmente più auspicabile ma porterebbe a un notevole miglioramento dell’economia reale.

    Stigliz afferma che, all’aumentare della diseguaglianza, diminuiscono le opportunità delle classi più disagiate per poter migliorare la propria condizione. Questo vuol dire sprecare alcune delle persone più brillanti che, per mancanza di risorse finanziarie, non possono accedere a un’istruzione di livello superiore e quindi non possono dare il proprio contributo alla società mettendo le proprie capacità al servizio della collettività. Perciò più uguaglianza significherebbe avere una società più efficiente.

    Inoltre la disuguaglianza rende l’economia più debole: l’1% più ricco della popolazione, che possiede la maggior parte della ricchezza, spende solo una piccola frazione delle proprie risorse. L’aver spostato questa ricchezza dai ceti meno abbienti a quelli più ricchi ha diminuito la domanda aggregata, cioè i consumi, e ha rafforzato la speculazione. Per compensare questa diminuzione si è dovuto creare una domanda fittizia alimentata dal credito facile erogato dalle banche attraverso mutui, carte revolving e altri strumenti finanziari. Questo ha portato l’80% della popolazione più povera a indebitarsi fino a spendere il 110% del proprio reddito portando allo scoppio della crisi dei mutui subprime. Per questo motivo più uguaglianza significherebbe avere un’economia più solida.

    Infine Stigliz descrive come spesso i più ricchi ottengano guadagni giganteschi senza dare alcun contributo alla società. Si pensi ad esempio ai banchieri o ai manager che, pur avendo dato origine alla crisi, hanno ottenuto bonus stratosferici. A chi pensa che tassando queste categorie si rischi di limitare la creazione di posti di lavoro Stiglitz risponde che, più che creatori di posti di lavoro, i grandi manager e banchieri ne siano stati piuttosto i distruttori. I soldi ottenuti in questo modo potrebbero essere investiti in ricerca, infrastrutture ed educazione che creerebbero nuove opportunità per i meno abbienti e quindi darebbero un forte contributo all’economia.

    Il sogno americano sembra ormai un pallido ricordo e le statistiche descrivono la mobiltà sociale statunitense come una delle più basse dei paesi industrializzati. Pertanto se volete davvero vivere il sogno americano, invece di partire per New York, vi conviene piuttosto prenotare un volo per la Scandinavia. La prossima volta vedremo perché…

     

    Giorgio Avanzino

  • Crisi europea e riforme: la teoria del premio nobel Joseph Stiglitz

    Crisi europea e riforme: la teoria del premio nobel Joseph Stiglitz

    economia-soldi-D6Sono passati quasi sette anni dallo scoppio della bolla dei mutui sub-prime e, mentre molti paesi si sono già ripresi (compresi gli stessi Stati Uniti), in Europa la situazione non fa che peggiorare: con maggiore gravità nei paesi PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), ma di riflesso in tutto il continente. In Italia, dove prosegue una paurosa recessione, l’esito delle elezioni ha archiviato l’esperimento Monti, i cui risultati molto deludenti, sia in termini di crescita che di debito, screditano la sostenibilità e l’efficacia della linea di austerità voluta da Bruxelles e Berlino. A questo punto, eliminata l’unica opzione considerata praticabile fino all’altro giorno, sorge spontanea la domanda: che si fa?

    Sarebbe interessante sentire le proposte della politica e del mondo dell’informazione più serio e titolato, che però, stranamente, su un argomento così centrale non si esprimono: cosicché oggi non si sa come mai siamo ancora in crisi e nessuno dice come se ne possa uscire. Certo, tutti parlano di fantomatiche “riforme”, indubbiamente auspicabili: il problema è che i loro effetti si vedranno, se mai, solo sul lungo periodo. E purtroppo – diceva quel tale – sul lungo periodo saremo tutti morti.

    Chi segue questa rubrica sa benissimo cosa ne penso io. Oggi però, grazie ad un videosegnalatomi da un collega, posso citare a testimone un premio nobel del calibro di Joseph Stiglitz, il quale a proposito della recessione europea si esprime con parole che non potrebbero essere più nette: «Questa crisi, questo disastro è prodotto dall’uomo. […] E fondamentalmente questo disastro prodotto dall’uomo ha quattro lettere: l’EURO […] Per salvare l’Europa, per salvare l’Unione Europea, potrebbe essere necessario sacrificare l’euro».

    Vorrei che fosse assolutamente chiaro il senso e le implicazioni di quello che dice l’economista americano:

    1. La recessione non lascia spazio alla ripresa unicamente a causa delle nostre scelte inappropriate: ma da questo consegue che, se ora prendessimo decisioni più appropriate, potremmo avviarci a una ripresa in tempi relativamente veloci;

    2. Questi errori riguardano esclusivamente l’euro e la sua gestione;
    3. Al punto in cui siamo, la moneta unica rischia di diventare un fattore di disgregazione, piuttosto che di unificazione: è possibile ancora salvare il progetto di unificazione originario, ma per farlo potrebbe convenire tornare alle valute nazionali.

     

    Insomma: la causa del perdurare della crisi, il vero motivo per cui non sembrano esserci vie di uscita al dramma occupazionale e sociale che stiamo vivendo, è che siamo dentro la gabbia dell’euro.

    I limiti della nostra valuta sono noti: in tempi di crisi, quando bisogna recuperare competitività, la rigidità del cambio impedisce di svalutare la moneta e costringe quindi a svalutare i salari (cosa che ammette piuttosto placidamente anche il responsabile economico del PD Fassina). Coordinare una politica diversa, che comporti una svalutazione dell’euro, è molto difficile: perché siamo paesi troppo diversi, con lingue, sistemi fiscali, leggi e idee diverse. Alla Germania in particolare il cambio rigido è tornato molto utile e l’ha usato a proprio vantaggio per rafforzarsi ulteriormente a scapito dei vicini. Ora comprensibilmente a questo vantaggio fatica a rinunciare: per questo ha imposto politiche di austerità agli altri Stati, quando la soluzione in realtà non consiste nel contrarre la spesa, ma nell’espanderla.

    Finanza, Economia e BancheStiglitz in effetti spera ancora che politiche di solidarietà provenienti dai paesi più ricchi permettano al progetto di rimanere in piedi: speranza che io, tuttavia, considero assolutamente vana, visto che i Tedeschi restano convinti che la colpa sia tutta nostra. Ma al di là di questo, non  voglio ora ripercorrere tutta l’analisi sui limiti dell’euro e le suepossibili implicazioni. Quello che qui mi preme far notare è che un economista americano e premio nobel, dovendo spiegare come mai l’Italia si trova in una recessione paragonabile a quella degli anni ’30, non parla di giustizia lenta, burocrazia inefficiente, spesa pubblica improduttiva, corruzione, mafie e tanto meno di Berlusconi. E questo non per scarsa conoscenza della realtà italiana, o perché quelli elencati non siano in effetti dei grossi problemi, ma semplicemente perché non sono i temi di questa crisi.

    Di questo bisogna farsene una ragione: contrariamente a quello che pensavamo, i principali responsabili non sono i nostri politici corrotti e i nostri costumi degenerati. Questi problemi ci sono davvero, provocano danni e meritano di essere denunciati con forza: ma non hanno un collegamento diretto con l’attuale recessione.

    Quando è partita l’impennata dello spread, politici e commentatori che avevano poca o pochissima familiarità con l’argomento, in mancanza di altra valide spiegazioni, hanno cominciato a tirare in ballo tutti i problemi storici del paese, veri o presunti che fossero.
    Chi era contro Berlusconi, accusò Berlusconi. L’esperto di giustizia accusò la corruzione. L’imprenditore accusò la burocrazia. Il liberista accusò la spesa pubblica; il ricercatore emigrato i tagli alla ricerca; il fiscalista l’evasione fiscale. Più in generale la gente se la prese con la politica e le sue spese. Di qui il guazzabuglio di ricette anti-crisi che promettono tutto e niente, mettendo a nudo solo l’inconcludenza e l’impreparazione della nostra opinione pubblica.

    Ma gli economisti veri hanno sempre saputo che è l’euro a generare gli squilibri. Per un po’ hanno provato a dare consigli su come cercare di farlo funzionare: ora, di fronte ai danni causati e all’ostinazione della classe dirigente europea, stanno cominciando a gettare la spugna. Alla fine di tutto questo discorso, dunque, sta una conclusione sola: se non si riconosce che è l’euro il responsabile di questo disastro, indipendentemente da cosa questo comporti, non si va da nessuna parte.

    europa-bceQuesta ammissione può costare parecchi sforzi ai tanti “europeisti” assolutamente in buona fede che ancora difendono a spada tratta i benefici della moneta unica. Eppure sono proprio costoro che oggi sono chiamati a mettere in discussione le loro posizioni, per quanta fatica ciò comporti. Non ci si può dichiarare “a favore dell’euro” così come ci si dichiara “cattolici” o “islamici”: l’euro non dovrebbe essere una religione, ma una scelta pratica che merita di essere abbracciata se e solo se i benefici superano i sacrifici. Per cui occorre anche considerare l’eventualità di cambiare idea, perché sbagliarsi è sempre possibile.

    D’altra parte a certi discorsi sui meravigliosi vantaggi della moneta unica abbiamo creduto un po’ tutti. Anche la linea di questa rubrica si è spostata molto nel corso degli ultimi mesi. All’inizio era palese la mia fiducia complessiva verso la bontà del progetto europeo e la mia convinzione che l’eccessiva spesa e l’evasione fiscale fossero tra le principali cause di questa crisi. Ci è voluto un lungo approfondimento e un lavoro di discernimento delle fonti di informazione per arrivare alla posizione attuale.

    Ma se io ho cambiato idea, qualsiasi altra persona altrettanto liberamente interessata ad informarsi ha il sacrosanto diritto di cambiare idea. Il pensiero unico che oggi non smette di ribadire l’indissolubilità dell’euro non è una prova che le cose stiano davvero così; al contrario, il fatto che chi è scettico rispetto alla moneta unica ai dibattiti televisivi praticamente non partecipa, trattato quasi come chi nega l’olocausto, è un po’ sospetto. Fa venire in mente che c’è già stato un passato in cui eravamo tutti fascisti, poi tutti americani, poi tutti comunisti, …

    Andrea Giannini

  • Bic Liguria: imprenditoria giovanile e incubatori d’impresa

    Bic Liguria: imprenditoria giovanile e incubatori d’impresa

    centro-panoramica-2Dagli anni ottanta gli incubatori rappresentano uno dei principali strumenti per il sostegno alla creazione d’impresa, soprattutto giovanile, e per lo sviluppo di imprese già esistenti nel territorio. Con il tempo il contesto in cui questi incubatori erano nati si è  profondamente modificato e dal 2005 in avanti il BIC Liguria ha deciso di puntare sulle start up fortemente innovative. Grazie al progetto UNITI, sono stati realizzati diversi spin off universitari ad alto contenuto tecnologico che rappresentano uno dei fiori all’occhiello dell’imprenditoria genovese.

    In questo periodo di crisi però anche le aziende che fanno parte dell’incubatore sono diminuite, infatti da una media di 60 aziende incubate negli ultimi anni si è scesi a circa 45. A queste imprese l’incubatore fornisce un insieme di servizi di supporto per la fase di avvio dell’attività, non solo dal punto di vista logistico, ma anche per la realizzazione dei business plan (un documento che definisce il progetto imprenditoriale e i suoi dati economici), per la comunicazione e il marketing e per la pianificazione dell’attività aziendale.

    Il processo di incubazione dura dai tre ai cinque anni, ma cosa accade quando queste imprese escono dal BIC e iniziano a competere sul mercato? Secondo i dati che ci ha fornito il dott. Pietro De Martino, direttore del BIC Liguria, sono circa 400 le aziende fuoriuscite dall’incubatore ancora oggi attive sul territorio e tali aziende sono state in grado di generare nuova occupazione.
    Tuttavia, esiste una certa diffidenza nei confronti delle attività incubate, troppo deboli, secondo alcuni, per reggere il peso della competizione. Per migliorare la loro efficacia anche nella fase post-incubazione il BIC ha deciso di rendere estremamente rigido il processo di selezione: «Laddove c’è una selezione alta afferma De Martino – la percentuale di successo cresce». Negli anni passati un imprenditore poteva anche trovare nell’incubatore una soluzione meramente logistica a costi ridotti, mentre oggi l’ammissione di un progetto è subordinata a molti altri aspetti, ad esempio la compagine societaria, la coerenza dei profili, l’idea d’impresa collegata allo sviluppo del territorio. Si tende a concentrare l’offerta dei servizi dell’incubatore alle  imprese fortemente innovative e tecnologiche.

    “Ci sono poi delle aziende – aggiunge De Martino – che abbiamo aiutato all’esterno, che non sono transitate dall’incubatore. Rappresentano, anzi, il numero maggiore degli interventi fatti”. Dal 2003 ad oggi il BIC ha supportato infatti la creazione di più di 1500 microimprese sul territorio ligure – di cui l’80% a Genova – che rappresentano il tessuto delle nostra economia.

     

    LA PAROLA AGLI IMPRENDITORI

    denaro-economia-crisi-DIMatteo Santoro è uno dei due soci fondatori di Camelot, la prima start up del progetto UNITI creata nel 2009. «All’inizio dell’attività non avere costi fissi ha un certo peso. afferma Santoro Il BIC è stato molto comodo per questo e per il fatto di poter usufruire di spazi conferenza e sale riunioni per incontrare clienti e collaboratori».

    Camelot, in un certo senso, sul mercato c’è già da anni, nonostante continui ad essere ospitata dal BIC. Infatti, i 30.000 euro che il progetto UNITI aveva messo a disposizione per l’avvio della start up erano sati sufficienti solo per coprire i costi iniziali. Per questo i due giovani imprenditori hanno scelto di farsi finanziare direttamente dal mercato proponendo subito i propri prodotti ai potenziali acquirenti: «Siamo andati a cercare con la valigetta chi volesse comprare da subito». Avere alle spalle la struttura del BIC ha permesso a questa impresa di ridurre le proprie spese e puntare tutto su ricerca e sviluppo.

    «Ma – afferma Santoro – l’impresa ha successo non sulla base del contenitore in cui la si mette; funziona se è buona l’idea». Quindi un incubatore può essere importante per permettere la crescita di un progetto, ma la bontà dell’idea e del modello di business sono la vera chiave del successo.

    Lo sa bene Michele Zunino, un altro giovane imprenditore genovese che ha fondato la propria azienda, Netalia, al di fuori dell’incubatore. «Le aziende – ci spiega Zunino – devono avere un modello industriale molto ben dettagliato. È deviante il concetto secondo il quale i giovani pensano di poter diventare miliardari con una app». Anche se il BIC consente di ridurre le spese aziendali, i suoi servizi hanno comunque un costo. Per questo Zunino sottolinea che «Non si può fare l’imprenditore senza soldi». Il fondatore di Netalia è scettico verso le misure adottate dai recenti governi per incentivare l’imprenditoria giovanile come la cosiddetta Srl semplificata, che permette a giovani under 35 di creare una propria attività con un capitale sociale di 1 euro.  «Il fatto di permettere l’esistenza di società sottocapitalizzate non serve».

    Anche Santoro vede un pericolo in questa cultura della facile auto-imprenditorialità: «Quando una cosa è di moda diventa anche un po’ fighetta, ma l’imprenditore oggi nelle prime fasi, quando ha un’idea e la vuole portare sul mercato, si fa un discreto mazzo, seleziona il personale e fa anche le pulizie pur di andare avanti».

     

    Federico Viotti

    [foto di Diego Arbore]

  • Finire come la Grecia: tagliare la spesa pubblica per aggravare la crisi

    Finire come la Grecia: tagliare la spesa pubblica per aggravare la crisi

    grecia2“Rischiamo di finire come la Grecia”. È questo lo spauracchio che il precedente governo ha utilizzato per convincerci di come le politiche di austerità fossero necessarie per uscire dalla crisi. Per la maggior parte di noi la Grecia rappresenta quindi il pericolo dell’arrivo della povertà a casa nostra, ma, a parte questo, sappiamo concretamente cosa sta succedendo laggiù?

    Purtroppo, come spesso accade, non è facile ottenere informazioni affidabili in rete dove spesso si incappa in elaborazioni fantasiose della realtà o addirittura in vere e proprie bufale. In questo caso è sufficiente limitarsi alle fonti ufficiali per capire che la situazione greca è purtroppo drammatica, tanto che si è arrivati a parlare addirittura di crisi umanitaria. Siamo abituati a sentire parlare di crisi umanitaria all’indomani di una catastrofe naturale o di una guerra, ma forse nessuno di noi era preparato a sentirne parlare in seguito a una crisi economica e tanto meno in un paese europeo.

    Le statistiche parlano chiaro: nel 2011 più del 30% della popolazione è a rischio povertà e, pur non essendo ancora disponibili i dati aggiornati, ci si aspetta un peggioramento di queste percentuali per il 2012. Il tasso di disoccupazione è arrivato al 27%, mentre quella giovanile ha sfondato quota 50%. Il rapporto debito PIL, seppur in discesa, è ancora oltre la soglia del 150%.

    Tra le molte manifestazioni di protesta del popolo greco, ha provocato particolare scalpore quella degli agricoltori greci che, in agitazione da quindici giorni consecutivi, l’11 febbraio hanno respinto  le concessioni proposte dal governo di coalizione per proseguire la loro battaglia contro gli aumenti delle tasse sui carburanti. Il blocco stradale organizzato a Lamia, nella Grecia centrale, è degenerato in scontri con la polizia che hanno portato a 11 arresti tra i manifestanti, mentre due agenti e tre dimostranti sono rimasti feriti. L’aumento delle tasse sui carburanti si somma agli aumenti dell’IVA e delle imposte sul reddito e patrimoni, ma, nonostante tutti questi sacrifici, la situazione delle finanze pubbliche greca non sta migliorando. Come è possibile?

    La ragione principale è che purtroppo quest’incredibile stretta fiscale sta uccidendo l’economia reale del paese e, nonostante l’aumento dell’imposizione fiscale, a gennaio si è avuto una diminuzione del gettito fiscale del 16%. Più le tasse aumentano, meno soldi hanno da spendere le famiglie. Le aziende, strette tra minore domanda di beni e tasse crescenti chiudono una dopo l’altra lasciando a casa i lavoratori che vanno a ingrossare le file dei disoccupati. Maggiore disoccupazione significa minori consumi e, di conseguenza, minore gettito. Per queste ragioni gli obiettivi di rientro del rapporto deficit-Pil vengono costantemente sforati e, per cercare di compensarli, si aumenta ancora di più l’imposizione fiscale creando un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire.

    Non è certo per pigrizia o per lassismo fiscale se la Grecia non riesce a raggiungere gli obiettivi previsti dalla Troika, è proprio la cura a base di austerità che sta uccidendo il paese. È stato addirittura lo stesso Fondo Monetario Internazionale a pubblicare uno studio che afferma che troppa austerità può portare allo strangolamento dell’economia di un paese, soprattutto se gli anche altri paesi attuano contemporaneamente le stesse politiche. In passato, la maggior parte dei modelli utilizzati per prevedere l’impatto delle politiche di austerità sulla crescita (fra cui quello utilizzato dalla Commissione europea) indicava il moltiplicatore fiscale a 0,5: cioè a ogni punto percentuale di taglio del deficit corrisponderebbe mezzo punto di minor crescita. Secondo questo nuovo studio realizzato sotto la guida del capo economista Olivier Blanchard il valore del moltiplicatore si collocherebbe invece tra lo 0,9 e l’1,7.

    Questo significa che ad ogni punto percentuale di minore spesa pubblica il prodotto interno lordo può diminuire, nel caso peggiore, di quasi due volte. La diminuzione del PIL causa, a sua volta, una diminuzione del gettito fiscale e quindi un peggioramento dei conti pubblici. Il paradosso è: più si taglia spesa pubblica più peggiorano i conti dello stato. Per questo motivo abbiamo assistito a forti recessioni in tutti i paesi dove sono state applicate le politiche di austerità e, in modo particolarmente violento, in Grecia.

    Per uscire da questa situazione sarebbe necessario cambiare rotta, ma i governi di tutta Europa stanno dando segnali tutt’altro che incoraggianti. Il non farlo significherebbe condannare non solo la Grecia, ma anche tutti quei paesi, come il nostro, dove l’austerità da opportunità di salvezza si è trasformata in incubo da cui sembra impossibile svegliarsi.

     

    Giorgio Avanzino

  • Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    Master, start up e impresa giovanile a Genova: dati e riflessioni

    genova-darsena-d1Recentemente sono stati pubblicati sul sito Focus Studi della Camera di Commercio di Genova, alcuni dati relativi a fallimenti, cessazioni e creazione di nuove imprese per l’anno 2012, da cui emergono innanzitutto gli effetti negativi della crisi economica. Nell’anno appena concluso vi è stato un incremento dei fallimenti rispetto al 2011 per un totale di 159 imprese fallite, 10 in più rispetto al 2011, 80 in più rispetto al 2008. In totale le cessazioni sono state 5102, mentre le iscrizioni di nuove attività imprenditoriali sono state leggermente superiori  (5412).

    Cessazioni e Iscrizioni imprese Genova e Provincia 2012

    Ma se si considerano solo le imprese giovani, quelle “la cui partecipazione del controllo e della proprietà è detenuta in prevalenza da persone di età inferiore ai 35 anni”, si osserva che le nuove iscrizioni sono 1664, mentre le cessazioni sono state 711. Confrontando questo dato con quello relativo alle imprese genovesi nel loro complesso, sembra evidenziarsi un quadro leggermente più roseo per l’imprenditoria giovanile, che mostra un tasso di sopravvivenza più alto.

     

     

    MASTERS E IMPRENDITORIA GIOVANILE A GENOVA

    L’Italia non è un paese per giovani, Genova tantomeno, ma forse si sta attrezzando per diventarlo incentivando lo spirito imprenditoriale dei suoi ragazzi. Proprio in questi giorni si è concluso il primo Master in Management e Imprenditorialità organizzato dalle Facoltà di Economia e di Ingegneria di Genova con la Collaborazione di Confindustria. Durante questo corso, durato un anno, sono state elaborate otto idee imprenditoriali con il sostegno dei docenti e dei giovani imprenditori. Alcune di queste si trasformeranno in vere start up.

    Prossimamente è previsto anche l’avvio di un nuovo Master in Trasferimento Tecnologico, orientato a creare nuove imprese e spin off universitari nel mondo dell’High Tech, un settore che sta diventando sempre più strategico per Genova, che vanta già la presenza sul suo territorio dell’IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) e in cui sta sorgendo il grande polo tecnologico degli Erzelli.

    Ma quale contributo possono dare questi master al fine di sostenere l’imprenditorialità giovanile a Genova?

    Secondo la Prof.ssa Paola Dameri, Presidente del Master e assessore comunale alle Politiche Sociali i due corsi rispondono a due esigenze diverse, il primo «vuole creare un sentiment, ovvero una propensione all’imprenditorialità; creare la consapevolezza che in Italia si può creare impresa», il secondo vuole «colmare la difficoltà nel trasformare la ricerca universitaria in un’attività produttiva».
    «Normalmente osserva la docente di Economia le nuove imprese sono fatte da figli di imprenditori o soggetti che hanno una tradizione imprenditoriale in famiglia. La propensione alla creazione di impresa in Italia è molto bassa in parte per la cultura classica del posto fisso e  in parte per la difficoltà ad ottenere credito».

    E cosa potrebbe fare – o sta già facendo – il Comune di Genova per favorire concretamente la possibilità dei giovani under 35 di presentarsi nel mondo del lavoro come imprenditori?

    La proposta della professoressa è legata proprio all’assessorato che dirige e prevede la creazione di incubatori d’impresa per attività che forniscano servizi alla persona: «Da un lato si crea uno strumento che prospetta per le persone che hanno perso il lavoro e per i giovani la possibilità di lavorare in proprio in un ambiente protetto, dall’altro lato si andrebbe a coprire una parte di mercato sostanzialmente scoperta consentendo di offrire servizi alla persona a prezzi calmierati per quella fetta di persone che non può pagare prezzi di mercato e non è nella condizione di poter fruire di servizi gratuiti».

    È sicuramente presto per verificare i risultati di queste iniziative, anche perché hanno l’arduo compito di cambiare la stessa cultura imprenditoriale e del lavoro che esiste in Italia. Di certo però non si potrà pretendere che bastino solo degli interventi orientati alla formazione di futuri imprenditori  per risolvere i problemi dell’imprenditoria italiana senza un adeguato intervento sul contesto circostante. Per esempio, la stessa propensione al rischio che si chiede ai giovani italiani dovrà essere richiesta anche alle banche di questo paese, che dovranno agevolare, più di quanto non accada oggi, l’accesso al credito di coloro che decideranno di mettersi in gioco creando nuova impresa.

     

    Federico Viotti
    [foto di Daniele Orlandi]

  • Uscire dall’Euro: la strategia europea, le responsabilità politiche

    Uscire dall’Euro: la strategia europea, le responsabilità politiche

    Parlamento-europeoLa settimana scorsa vi siete sorbiti una bella tirata su una teoria economica (non originale) da cui segue che bisogna uscire dell’euro. Questa settimana terminiamo il discorso, prendendo in considerazione i risvolti politici della questione.

    PARTE II – LA POLITICA

    1. La moneta europea ostacola la società europea

    Cominciamo a sgombrare il campo dagli equivoci. Uscire dall’euro non significa bloccare i commerci con l’estero, chiudere le frontiere o imboccare la strada di un cieca e becera autarchia nazionalista.
    Dal punto di vista commerciale dire che i deficit strutturali sul lungo periodo non sono sostenibili, comporta ammettere che bisogna studiare un modo per riequilibrare l’import e l’export, o per finanziare il disavanzo di partite correnti dei paesi importatori (cioè evitare che continuino all’infinito a comprare più di quanto vendono, perché il sistema non può reggere): il che ovviamente non comporta ridurre o eliminare il commercio. Allo stesso modo, dal punto di vista culturale uscire dalla moneta unica non comporta richiudersi in sé stessi e rinnegare l’Europa, il multiculturalismo, i valori comuni, la cooperazione: anzi, è esattamente il contrario. Questo equivoco si deve al fatto che si sono volutamente sovrapposti tre termini che invece hanno significati ben diversi: “Europa”, “Unione Europea” e “Euro”.

    Banalmente, l’euro-zona comprende 17 stati, mentre l’Unione Europea ne comprende ben 27: quindi ci sono 10 paesi che sono nell’Unione Europea, ma non hanno l’euro. Tra questi c’è ad esempio l’Inghilterra e la Polonia (che nel frattempo ha pure svalutato con effetti tutt’altro che catastrofici): e ovviamente non sono ridotti ai razionamenti, ma anzi, con buona pace degli espertoni stile Bruno Tinti, hanno un’economia che cresce, pur col freno tirato dalla recessione che noi gli stiamo regalando. Il termine “Europa”, invece, designa un concetto storico e culturale che non si vuole assolutamente negare o sminuire: ma far coincidere questo concetto con l’adozione di una moneta unica è una forzatura che nasconde la precisa volontà di condizionare le persone. Si cerca cioè di mettere in cattiva luce chi è contro l’euro attribuendogli un pensiero “anti-europeista”, conservatore e antistorico, quando le due cose non sono correlate (cioè, si può essere contro la moneta unica senza essere leghisti).

    L’esperienza dimostra che l’euro ha allontanato i paesi europei, ha alimentato reciproci sospetti, costruito rancori e soffiato sul fuoco dei nazionalismi, come il recente exploit di Alba Dorata in Grecia sta a dimostrare. Per cui, se si vuole costruire davvero gli Stati Uniti d’Europa, bisogna cancellare questa moneta che distrugge i rapporti e ricominciare da capo con una vera integrazione: dove non ci sono cessioni di sovranità imposte dai burocrati a colpi di spread, ma “condivisione di sovranità” da parte di quei popoli che dimostrano democraticamente di perseguirla.

    E tuttavia c’è da dubitare che si voglia davvero arrivare a questo, per una verità politica tanto banale quanto trascurata (anzi, rispetto alla liturgia mediatica corrente, direi quasi “esecrata”), la quale recita così: “gli interessi nazionali esistono”. Capisco che sia più confortante pensare che siamo tutti fratelli e ci vogliamo tutti bene, ma la realtà è che i lavoratori tedeschi, come quelli brasiliani o statunitensi, per quanto possano anche solidarizzare con i loro colleghi stranieri, hanno sempre privilegiato e continueranno a privilegiare quelle “ricette” che favoriscono le industrie per cui lavorano, anziché le industrie concorrenti all’estero. Ciò significa che la capacità di costruire legami transnazionali europei basati sulla convergenza di interessi comuni (categorie, tipo di lavoro, tassazione, ecc.) è limitata e superata dall’appartenenza ad una comunità nazionale. In altri termini non esiste un’unica società civile europea, ma un insieme disomogeneo di opinioni pubbliche nazionali. Questa frammentazione non è il frutto casuale di una mancata integrazione a lungo cercata, ma un obiettivo volutamente perseguito, che svela anzi gli interessi che hanno guidato la creazione della moneta unica.

    2. L’euro è lo strumento di un’ideologia politica

    Possiamo spiegarlo usando le parole di Mario Monti: «Alle istituzioni europee interessava che i paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale» (Libro-intervista a F. Rampini, p. 40-41). Il principio di allontanare il centro del governo dalle dinamiche democratiche, che qui Monti rivendica come una mossa astuta, viene ovviamente giustificato con la pretesa di fare il bene delle masse a loro insaputa (“l’onere dell’impopolarità”), con un tono paternalistico che ritorna spesso nel mito delle élite illuminate dedite a forgiare il popolo europeo. Ma se dalle parole di Monti prendiamo il dato concreto, cioè l’illiquidità, la lontananza che separa il processo decisionale dalla società in cui si esplica, e lo confrontiamo con gli effetti concreti, allora emerge tutto il senso dell’operazione.

    Quando abbiamo importato dall'America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull'aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l'unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).
    Quando abbiamo importato dall’America lo shock finanziario, ci siamo ritrovati nella condizione di non poter svalutare, di non poter aumentare la spesa pubblica e di non poter contare sull’aiuto dei nostri partner europei. Per cui oggi l’unico modo per tornare a crescere è aumentare le esportazioni rendendo le nostre merci più competitive. La ricetta è semplice: la disoccupazione aumenta, il potere contrattuale del lavoratore diminuisce, i salari scendono, i prezzi calano e le esportazioni riprendono. Insomma, stiamo scaricando i costi sui lavoratori e stiamo salvaguardando i conti pubblici (cioè i creditori dello Stato, quelli che avevano comprato i nostri titoli).

    Il primo effetto concreto è, come anticipato poc’anzi, l’impossibilità della società europea di coalizzarsi per interessi di categoria, a causa dalla scarsa mobilità e dal permanere di concrete differenze regionali. Il secondo effetto emerge da un semplice raffronto. Fino al 1979 la lira non era imbrigliata in alcun rapporto di parità; la Banca d’Italia comprava i titoli di Stato rimasti invenduti (per calmierare lo spread); ed infine salari e pensioni erano al riparo grazie alla scala mobile, che le indicizzava all’inflazione. La filosofia che ispirava questo sistema è evidente: la moneta è una merce che si può benissimo apprezzare o deprezzare, ma bisogna evitare che i lavoratori finiscano preda dalla logica disumanizzante del libero mercato. Poi, con alterne vicende e un processo lungo vent’anni, iniziato nel 1979 e terminato nel 1999, ci siamo ritrovati con un sistema alternativo: c’è una moneta unica europea, per cui non ci si può difendere dalla concorrenza interna svalutando; la Banca d’Italia ha smesso di coordinare la sua azione col ministero dell’economia (prima che arrivasse la BCE e proseguisse l’opera); infine salari e pensioni non sono indicizzati. Appare piuttosto chiaro, dunque, che questo assetto privilegia una logica opposta: si deve proteggere la moneta dal mercato, mentre i lavoratori dovranno cavarsela da soli.

    Questo risultato non si è prodotto a caso, ma è stato perseguito attivamente da chi ne aveva l’interesse. E chi ne avesse l’interesse è presto detto. Se vivete del vostro lavoro e fate poco risparmio, probabilmente vorrete salvaguardare il potere d’acquisto dei salari; se all’opposto riuscite ad accumulare discreti capitali, probabilmente vi viene comodo un sistema dove questi non si svalutano per l’inflazione, ma possono essere investiti comodamente andando alla ricerca del tasso di interesse più alto. Ne consegue che quelli che avevano o muovevano grandi capitali avevano un grande interesse: e quindi sapevano come fare, e volevano che si creasse, un sistema adatto alle loro esigenze. Osservo – per inciso – che, se ammettiamo che chi ha capitali da investire è consapevole di avere un ben preciso interesse, diverso da chi invece è vincolato al salario o alla pensione, stiamo ammettendo che gli interessi ci sono: e quindi che esistono anche le classi sociali. Un’ennesima prova del fatto che, anche se mancano gli interpreti, le categorie di destra e sinistra esistono ancora.

    A questo punto basta mettere insieme i tre punti chiave emersi fin qui:

    1. superamento delle singole e relativamente unite società nazionali nel senso di una più larga e frammentata società europea;
    2. centro unico di governo svincolato dal processo elettivo;
    3. sistema monetario che avvantaggia l’accumulazione di capitale e svantaggia il reddito da lavoro.
    A tutto questo processo bisogna guardare in modo laico, senza cedere alla tentazione del complotto o della caccia alle streghe. Ammettere che gli interessi di ciascuno stanno alla base della democrazia, significa accettare che chi ha interessi contrari ai miei cerchi di perseguirli. Pertanto, fintanto che non si viola la legge, non posso prendermela con chi ha assunto una posizione diversa dalla mia, solo perché poi si è rivelata controproducente. In fondo sono tantissime le persone che in assoluta buona fede hanno abbracciato negli anni passati la moda del credo liberista: privatizzazioni, Stato sprecone, ecc…

    Questo quadro realizza precisamente l’ideologia del pensiero neo-liberista, che ha sempre propugnato la libera circolazione di merci e capitali, l’affrancamento dell’economia da ogni forma di controllo o tutela da parte dello Stato, la divisione del fronte sindacale (divide et impera) e soprattutto la costituzione di un quarto potere, dopo quello legislativo, esecutivo e giudiziario: il potere monetario, sottratto al controllo democratico e a cui è demandato il compito di controllare l’inflazione. E’ l’ideologia responsabile della liberalizzazione dei movimenti di capitali, della deregulation, della finanziarizzazione dell’economia, della penalizzazione dell’economia reale.

    Dobbiamo concludere dunque che l’euro è solo l’ultimo tassello di una strategia per ottenere una società rigidamente di destra, dove il ceto dirigente ha finalmente tutti gli strumenti per disciplinare i lavoratori.

     

     

     

     

     

    Pier Luigi Bersani3. E la sinistra?

    A questo punto è chiaro che le istituzioni europee e internazionali (UE, BCE e FMI) sono imbevute di questi presupposti ideologici. Hanno reagito ad una crisi di credito privato come se si fosse trattato di un problema di debito pubblico, perché porre dei vincoli al sistema finanziario, eventualmente nazionalizzare le banche, aumentare la spesa pubblica per far ripartire l’economia e acquistare illimitatamente titoli di Stato avrebbe comportato ammettere che il dogma del “privato è bello” e l’impianto di Maastricht, tutto concentrato sul contenimento del debito pubblico e dell’inflazione, è completamente sbagliato. Avrebbe significato ridiscutere i presupposti dell’organizzazione dell’economia e della società, col rischio di perdere tutte le conquiste del pensiero liberista degli ultimi trent’anni. Per cui finora si è scelto di tenere duro, anche se l’evidenza delle cose sta a poco a poco sgretolando la compattezza di questo fronte.

    Chi è che avrebbe dovuto e dovrebbe tutt’oggi mettere sull’avviso le persone, dire che l’Unione Europea è un sistema per disciplinare i sindacati e scaricare sulle masse quegli aggiustamenti che prima si scaricavano su valute e capitali? Se il cambio fisso e la sua difesa (le politiche di austerità) sono evidentemente di destra, perché favoriscono chi accumula il capitale, chi doveva spiegare quale fosse l’alternativa che favorisse i salari e le pensioni? Ecco: da questo versante ci sono delle persone che hanno forti responsabilità storiche.

    Perché la sinistra abbia abdicato al suo ruolo storico di difesa dei lavoratori non è facile a dirsi. All’inizio, in effetti, almeno il PCI si era mostrato scettico rispetto all’idea della parità del cambio. C’è addirittura un discorso dell’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che nel 1978 si pronunciò contro l’ingresso nello SME con motivazioni che oggi suonano addirittura profetiche. Poi a poco a poco le cose sono cambiate. Prodi “ci ha portato in Europa”; Napolitano non perde occasione per sottolineare la necessità di restare nell’euro; e Bersani, anziché prendere atto dei danni causati dall’euro e dall’indisponibilità tedesca a farsi carico degli oneri di una maggiore integrazione, continua ad illudere la gente con l’idea che basti contrattare con la Merkel un po’ di equità. E’ una facile previsione constatare che questa ostinazione, quando l’euro inevitabilmente finirà, costerà al suo partito un prezzo altissimo.

    Beppe Grillo4. Conclusione: e ora?

    Ora niente. Si sta alla finestra e si guarda lo spettacolo. Purtroppo, anche se siamo alla vigilia di importanti elezioni, il dibattito pubblico non mette minimamente in discussione l’euro: nessun partito di un certo peso politico dice con chiarezza che bisogna uscire, mentre l’informazione fa terrorismo mediatico della più bassa lega.

    Grillo, dal canto suo, per denigrare la vecchia politica continua a dire che il debito pubblico ci ha rovinato. Si tratta di una falsità che non aiuta a capire da dove sorga il problema: anzi, tende a generare l’errata convinzione che si debba tagliare la spesa pubblica, quando invece bisognerebbe aumentarla. Certo, Grillo sostiene pure una posizione critica sull’euro e addirittura la necessità di un referendum popolare sul tema. Peccato però che non sia possibile attendere l’esito di una consultazione referendaria, prenderne atto e poi mettersi a studiare come stampare una nuova moneta nazionale: perché nel frattempo assisteremmo ad una fuga di capitali che porterebbe davvero la gente ad assaltare le banche.

    Quando ho scritto che un’uscita dall’euro sarebbe gestibile, non volevo certo dire che si potrebbe uscire con un semplice schiocco di dita, senza prendere alcuna precauzione. Al contrario tra le accortezze necessarie c’è proprio la necessità di negare l’eventualità di un’uscita fino all’ultimo: poi bisogna portare a termine l’operazione in un week-end, a mercati chiusi, mettendo tutti di fronte al fatto compiuto. Si tratta di una questione tecnica che però crea un problema politico: non si può fare dell’uscita dall’euro una bandiera elettorale, perché, come detto, bisogna evitare che i mercati anticipino la mossa. Però un politico potrebbe cominciare dicendo la verità: dicendo cioè che il debito non è il principale problema; che gli squilibri dell’euro sono stati la nostra rovina, più della corruzione e dell’evasione fiscale; che la rigidità del cambio aiuta i capitalisti e sfavorisce i salariati; che non c’è legge di mercato più importante della democrazia. Ma soprattutto dovrebbe dimostrare di essere interessato solo a fare gli interessi dei suoi concittadini: il resto verrebbe da sé.

     

    Andrea Giannini

  • Perché l’Italia deve uscire dall’Euro: teoria economica e riflessioni

    Perché l’Italia deve uscire dall’Euro: teoria economica e riflessioni

    E’ un paio di settimane che questa rubrica gira intorno all’argomento, e forse, a questo punto, tanto vale fare coming out. Cari lettori, penso sia giunto il momento di dire chiaramente che bisogna uscire dell’euro.

    Ovviamente non posso motivare la presa di posizione in punta di teoria economica: non perché non mi sia informato quanto più approfonditamente mi fosse possibile, ma perché non ho alcuna autorità in materia; e quindi non sarei considerato credibile, né sarei capace di contrastare efficacemente eventuali obiezioni tecniche. Cercherò semplicemente di riportare quello che ho letto e che più mi convince, soffermandomi in questa prima parte sugli aspetti prettamente economici, la prossima settimana su quelli politici.

    PARTE I – L’ECONOMIA

    La teoria economica offre abbondanti analisi sul tema dell’Area Valutaria Ottimale (AVO), vale a dire quell’insieme di paesi che possono condividere con successo un regime di cambio fisso, oppure addirittura la stessa moneta. L’Italia è passata attraverso entrambi questi sistemi: siamo stati in un regime di parità di cambio, lo SME, dal 1979 al 1992; e siamo in un’unione monetaria, l’euro-zona, dal 1° gennaio del 1999. Queste esperienze, per molti economisti, sono la prova che:

    1. l’Europa non è un’Area Valutaria Ottimale;
    2. uscire da quest’area valutaria mal intesa sarà inevitabile;
    3. un’uscita “pilotata” sarebbe comunque preferibile, sarebbe relativamente gestibile e non provocherebbe danni incalcolabili.

    Critici dell’euro furono già in tempi assolutamente non sospetti economisti del calibro di Paul Krugman, Martin Feldstein e Nouriel Roubini: quindi, che nella costruzione dell’euro-zona ci fosse qualcosa che non andava, lo si sapeva già da tempo. Sulle paure legate ai rischi di un’uscita dell’Italia e di una dissoluzione della moneta unica, ho già citato qualche riferimento due settimane fa, da cui si dovrebbe aver realizzato che i costi del processo sono assolutamente sopportabili e che anche la psicologia e le ansie dei mercati sono del tutto gestibili.
    Un po’ meno scontato potrebbe essere capire perché “un’altra Europa” non è possibile, perché cioè non si possa riformare il sistema rimanendo al suo interno. Questo discorso si lega alle ragioni profonde di questa crisi, che – come ormai sa chi segue questa rubrica – non dipende dal fatto che per anni abbiamo speso troppo: perché questo semplicemente non è vero.

    1. Il segreto di pulcinella: come mai siamo in crisi?

    San Francisco, America Skyline
    La crisi nasce da uno shock esterno: la bolla dei mutui sub-prime, che è scoppiata negli USA e poi da lì si è ripercossa sui mercati globali. Giunta in Europa la bolla ha impattato contro un’ideologia economica ottusa e un sistema monetario troppo rigido e squilibrato, che ha impedito di contenere gli effetti negativi, e anzi li ha ampliati, creando una spirale recessiva perversa e senza uscita. E’ stato così che gli errori strutturali dell’euro-zona hanno trasformato una crisi finanziaria in una grave recessione continentale; recessione che a sua volta frena la ripartenza dell’intera economia globale. Cerchiamo di capire da cosa dipende l’inadeguatezza del nostro sistema…

    Ci sentiamo spesso ripetere il mantra della “competitività”: cioè che oggi bisogna competere, competere e ancora competere. Ed in effetti, a livello microeconomico, l’idea pare dare i suoi frutti: stimola l’innovazione e orienta l’offerta alle esigenze del consumatore. Ma c’è anche un lato negativo: se si accetta la competizione, si dà per scontato che ci saranno si dei vincitori, ma ci saranno anche dei vinti, cioè aziende che chiudono perché hanno perso la sfida.
    E’ logico – ed è d’altra parte confermato dalla teoria economica – che non si può essere tutti contemporaneamente i più competitivi, esattamente come non si può arrivare tutti contemporaneamente primi. Il problema, si dice, si potrà riassorbire, perché i lavoratori che perdono il posto potranno essere riassunti là dove la competizione è stata vinta. Tuttavia, se si traspone lo stesso scenario a livello macroeconomico, il risultato è affatto diverso: i vinti non sono più aziende, ma interi paesi che si impoveriscono, paesi che, con la stessa logica, per riassorbire la disoccupazione dovrebbero lasciar emigrare i loro abitanti. Cosa che in Europa non è successa.

    Quando sentiamo dire che “i giovani sono mammoni”, che “non si spostano da casa”, che “non hanno sfruttato le possibilità dell’Europa”, in realtà non si tratta solo di moralismo da quattro soldi: chi lo dice sta infatti sfogando la frustrazione per il fallimento annunciato di un presupposto centrale dell’Unione Europea: la mobilità intracomunitaria dei lavoratori. Che non si è mai realizzata non solo perché abbiamo differenti lingue, differenti culture, differenti storie, differenti sensibilità e differenti obiettivi; ma anche perché – più prosaicamente – all’interno dell’UE si trasferiscono pochissime risorse, non si condivide lo stesso debito, abbiamo un diverso mercato del lavoro, un diverso sistema giudiziario, un diverso apparato burocratico e una diversa fiscalità.

    L’euro non ha fatto altro che ampliare gli squilibri commerciali tra i paesi aderenti, grazie anche all’atteggiamento mercantilista della Germania, che ha praticato deliberatamente la scelta di contenere il suo tasso d’inflazione reale sotto la media europea per essere più competitiva con l’estero (se i prezzi degli altri crescono più velocemente, i miei diventano più convenienti e io vendo di più). Così la Germania ha accresciuto le esportazioni, realizzando un surplus strutturale. Per contenere il tasso d’inflazione è bastato comprimere i salari, impedendo ai consumi di decollare: un dato di fatto che – per inciso – smonta il mito della superiorità produttiva tedesca.

    Le valute, come qualsiasi altro bene sottoposto ad un regime di libero mercato, si apprezzano e si deprezzano non solo perché – come spesso si sente dire – “quando eravamo scorretti, praticavamo la famigerata svalutazione competitiva”, ma più frequentemente perché quando l’export di un paese si riduce, si riduce anche la domanda della sua moneta. I PIIGS, essendo in costante deficit, hanno finanziato il loro disavanzo importando capitali privati dal resto dell’Europa: sono diventati quindi importatori netti di capitali (avete presente il mantra degli “investimenti esteri”?). Ovviamente le banche del Nord erano ben felici di prestare ai loro partner dell’euro-zona, perché non c’era il rischio di svalutazione e si poteva godere degli alti tassi di interesse (attenzione a non fare confusione: siamo nel settore privato bancario, e lo spread, che all’epoca era praticamente a zero, non c’entra!). Quando è scoppiata la bolla finanziaria, le banche sono andate in sofferenza, l’epoca del credito facile è finita, lo Stato è dovuto intervenire per sostenere l’economia e il debito pubblico è cresciuto. Pertanto è evidente che è stato il credito privato a creare il problema, speculando sui prestiti a paesi in deficit commerciale e gonfiando così una bolla costruita sul mito dell’incrollabilità dell’euro.

    Le esportazioni tedesche sono partite non verso la Cina (come tutti i paesi, anche la Germania è in deficit rispetto alla Cina), ma in gran parte verso il resto dell’Unione Europea: si è creato così al suo interno un gruppo di paesi che, avendo perso la sfida dell’export a causa della minore inflazione tedesca, si sono ridotti al ruolo di importatori. E basta dare un’occhiata ai dati dell’Eurostat per scoprire che tra questi paesi importatori, quelli che non avevano l’euro non sono andati in crisi: mentre quelli che lo avevano…  sono diventati PIIGS.

    La crisi sta tutta qui: essa ha colpito i paesi in costante deficit commerciale che hanno la moneta unica. Chi non la ha adottata, infatti, ha svalutato la propria valuta e ha potuto così recuperare un po’ di competitività.

    Riassumendo: l’Unione di fatto non esiste (come ha capito anche chi recita il il mantra del “più Europa”) e il problema dell’euro-zona è un mix micidiale tra:

    1) rigidità del cambio, che esaspera gli squilibri commerciali e rende le varie economie incapaci di difendersi da shock esterni svalutando;

    2) politica mercantilista della Germania, che ha costruito la propria ricchezza sull’impoverimento delle economie dei paesi a cui vendeva le merci e prestava i capitali (lo scrisse persino il Sole 24 Ore l’anno scorso, sottolineando proprio la differenza dei saldi commerciali tra noi e i tedeschi prima e dopo l’euro).

    2. Cosa succederà e cosa dovremmo fare

    Ormai abbiamo capito, dunque, che non è certo lasciando il quadro immutato e con la sola austerità che usciremo dalla crisi: persino chi sostiene che dobbiamo restare a tutti i costi nell’Unione Europea capisce che il piano di salvataggio non salverà nessuno. E il motivo è semplice: se un paese è in crisi e lo Stato taglia la spesa, ci saranno ancora meno consumi e quindi ci sarà ulteriore recessione. Prima o poi, dunque, la frustrazione sociale per una ripresa che non si riesce ad intravvedere diventerà insostenibile. Oppure un altro paese debitore finora toccato solo marginalmente dalla crisi, ma che presto dovrà vedersela “con l’Europa”, vale a dire la Francia, potrebbe decidere autonomamente di uscire. O forse saranno altri a fare il primo passo: magari gli stessi Tedeschi. Una cosa è sicura: se un progetto è insostenibile, prima o poi perderà il sostegno e crollerà.

    D’altra parte modificare il quadro di regole che ci sta stritolando è impensabile, perché gli squilibri politici ed economici sono troppo accentuati e gli interessi dei vari paesi completamente divergenti. Nell’immediato, ad esempio, avremmo bisogno di maggiore inflazione in Germania: cioè di un aumentato potere d’acquisto dei salari tedeschi, che “tiri” i consumi e favorisca le importazioni da paesi esteri come il nostro: cioè quel ruolo di “locomotiva d’Europa” che finora la Germania ha avuto solo sulla carta. Poi avremmo bisogno di una forma di condivisione del debito per calmierare i tassi d’interesse; e naturalmente dovremmo abolire il fiscal compact, consentendo ai singoli Stati di finanziare con la spesa pubblica la loro ripresa. A quel punto potremmo cominciare a ricostruire l’Europa da capo, all’insegna di una vera integrazione. Se ci fosse la volontà, si potrebbe fare così: ma se ci fosse la volontà, lo si sarebbe già fatto.

    Sono passati cinque anni, abbiamo devastato un paese come la Grecia, aumentato la povertà e la disoccupazione in Spagna, Portogallo e Italia; e l’ultima volta che l’UE si è riunita per prendere una decisione sul bilancio comunitario – che corrisponde a circa l’1% del PIL – il risultato è stato l’ennesimo nulla di fatto. Dobbiamo concludere allora che per il Nord Europa la moneta unica è stata semplicemente un’occasione di guadagno e che non sono intenzionati a rimetterci soldi loro per salvarla. Se adesso la tirano tanto per le lunghe, è solo perché non sanno decidersi a rinunciare alla gallina dalle uova d’oro. E’ chiaro che il capitalista tedesco non vuole rinunciare ad un assetto su cui ha lucrato per lungo tempo: ed è altrettanto chiaro che il lavoratore tedesco non vuole fare sacrifici per noi, perché gli hanno detto che è tutta colpa del sud sprecone che non ha voglia di lavorare.

    Insomma, è nostro interesse non restare un minuto di più in un sistema destinato comunque a sicura fine, che nel frattempo penalizza le nostre industrie, i nostri redditi e la nostra residua autonomia politica.

    3. Conclusione

    Questa è, a mio giudizio, la teoria più convincente sulla crisi dell’euro che ci sia in circolazione, ed è sostenuta, tra gli altri, da economisti quali Fabrizio Tringale, Claudio Borghi, Alberto Bagnai. Se non altro è l’unica in base alla quale i manuali di economia, le opinioni dei grandi economisti, i dati macroeconomici e i comportamenti dei singoli attori in campo assumono un senso ed una coerenza. Va da sé che, non essendo io un economista, se un giorno dovessi essere convinto da una spiegazione di tipo diverso, non mancherò di riportarlo. Detto questo possiamo muovere verso il corollario più inquietante: le implicazioni politiche

    <CONTINUA>

    Andrea Giannini
    [foto di Diego Arbore e Daniele Orlandi]