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  • Quando l’economia determina la politica: clamoroso in Portogallo, addio democrazia

    Quando l’economia determina la politica: clamoroso in Portogallo, addio democrazia

    protesta-europa-portogalloNel silenzio generale lo scorso 22 ottobre il Presidente del Portogallo Cavaco Silva ha rivolto un discorso cruciale alla nazione (qui in lingua originale), tentando di spiegare perché si sia rifiutato di nominare un governo di sinistra, anche se gode della maggioranza assoluta nel Parlamento. Questa decisione clamorosa, che non ha precedenti, è stata motivata dalla prima carica dello Stato portoghese facendo esplicito riferimento al fatto che la coalizione guidata dal socialista Antonio Costa porta avanti un programma ostile ai dettati di Bruxelles e dei mercati finanziari.

    Secondo Cavaco Silva non solo: «L’Unione Europea è una scelta strategica per il paese»; ma anche «il rispetto degli impegni assunti nell’ambito della zona euro è decisivo». Pertanto egli ha ritenuto di doversi avvalere delle sue prerogative costituzionali per «impedire che vengano mandati falsi segnali alle istituzioni finanziarie e agli investitori internazionali».

    La gravità di queste parole è già stata sottolineata da Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph: esse teorizzano esplicitamente il principio che il processo d’integrazione europea non possa essere arrestato da un’espressione di voto democratica. I cittadini possono eleggersi dei governi solo a patto che siano governi favorevoli a quello che si è stabilito a Bruxelles: altrimenti la questione viene dichiarata subito di “interesse nazionale strategico” e, in quanto tale, non più sindacabile.

    Questa idea di “democrazia”, dove si può scegliere “liberamente” una sola alternativa, non è nuova alle logiche di chi vuole l’integrazione comunitaria a tutti i costi: basti pensare, a titolo di esempio, alla vicenda del doppio referendum irlandese. La novità della vicenda portoghese, tuttavia, è che non sono più necessarie giustificazioni per salvaguardare le apparenze.

    Dire quello che dieci o vent’anni fa sarebbe suonato orrendamente fascista, ossia che non bisogna sempre rispettare la democrazia, oggi non desta più tutto questo scandalo. Nel frattempo, infatti, sono passati alcuni messaggi che hanno contribuito a rendere accettabile questa prospettiva: e forse conviene soffermarsi un attimo a considerarli.

    Il più diffuso argomento a favore della sospensione della democrazia è che i diritti e l’autonomia politica non sono gratis, ma bisogna guadagnarseli. Secondo i vari teorici della “durezza del vivere” che si aggirano per social network e talk-show, un paese che non è stato in grado di gestirsi finanziariamente non ha il diritto di lamentarsi, se poi diventa dipendente dai soldi degli altri.

    È rimasto famoso, a questo proposito, il tweet del giornalista del Corriere Beppe Severgnini, che lo scorso luglio, quando l’eurogruppo a guida tedesca si preparava a fare carne da macello della Grecia con una serie di richieste pesantissime, dopo la farsa del referendum, commentò compiaciuto: «Se i bambini si comportano male, è inevitabile: arriva la babysitter tedesca. Informare @yanisvaroufakis, per favore».

    Alla base di questa visione sta la distinzione tra paesi (e relativi governanti) che sanno fronteggiare i problemi reali e paesi che non lo sanno fare. La capacità di sapersi ricavare le condizioni materiali necessarie a sostenere la propria autonomia, insomma, giustificherebbe non solo l’effettiva indipendenza di cui gode un popolo, ma anche la pretesa di esercitare un ruolo guida rispetto agli altri.

    Questo darwinisimo dei rapporti internazionali, tuttavia, non ha alcuna giustificazione morale o politica. Innanzitutto non è così semplice determinare di chi è la colpa e quali responsabilità debbano essere accettate come conseguenza di questa colpa. Infatti, benché non si possa escludere a priori che una classe politica inadeguata abbia commesso degli errori, non si può nemmeno fingere che i paesi creditori non abbiano interesse a colpevolizzare i paesi debitori per costringerli ad adottare misure di contenimento della spesa e rientrare così dai crediti.

    Il Portogallo secondo gli ultimi dati disponibili ha un rapporto debito/PIL molto elevato, al 128,7%: il che sembrerebbe confermare un eccesso di indebitamento riconducibile allo schema “colpa”. Eppure nel 2007, alla vigilia della crisi Lehman Brothers, questo indicatore era solo al 68,4%: praticamente la metà. Ancora nel 2010, prima che il paese si consegnasse nelle mani dei creditori, ci si era fermati a quota 94%, che è equivalente all’attuale media di tutta l’eurozona (92,2%).

    È evidente, insomma, che al Portogallo è stato fatale, per precipitare nella spirale del debito soprattutto lo scossone dei mutui sub-prime americani, prima, e le politiche di austerità magnificate da Bruxelles, poi: e dunque non ha molto senso scaricare tutte le colpe sulla politica locale. Senza contare che, naturalmente, il debito pubblico non c’entra nulla con la crisi; cosa che recentemente ha dovuto ammettere persino un economista mainstream come Francesco Giavazzi.

    La realtà, dunque, è che è facilissimo dire che la colpa è dei popoli: ma il rischio concreto è che si  finisca deliberatamente per scambiare le vittime con i carnefici. Il punto essenziale, tuttavia, è un altro. Se anche fosse possibile stabilire con rigore e assoluta imparzialità di giudizio chi è responsabile di che cosa, rimane comunque il fatto che questa valutazione non darebbe a nessuno la prerogativa di tirare in ballo questioni finanziarie per intromettersi nell’autonomia politica degli altri.

    I diritti e la democrazia non dipendono in alcun modo dalle condizioni materiali: al contrario, sono i rapporti economici che si devono sviluppare a partire da un dato contesto di principi politici. Se così non fosse, allora, si potrebbe trovare il modo di argomentare anche che, in condizioni di particolare penuria, è lecito buttarsi nel commercio degli schiavi; magari sostenendo che sì, la schiavitù non è una bella cosa, ma bisogna prima mangiare: e i diritti non apparecchiano la tavola.

    Naturalmente oggi nessuno sosterrebbe una cosa del genere: eppure il principio è esattamente lo stesso di chi vorrebbe aggirare la democrazia, accusandola di condurci verso la strada della povertà. Ma la democrazia, come possibilità di tutti di partecipare alle decisioni politiche e di condividerne la responsabilità, non è un principio negoziabile: non è qualcosa che si possa sospendere quando i risultati non sono conformi alle nostre aspettative. Si può (e si deve) discutere se un dato sistema politico sia o meno corrispondente all’ideale democratico: ma si tratta di un’altra questione; che comunque andrebbe sollevata ben prima di votare, non dopo.

    Se in particolare una decisione democratica avesse davvero l’effetto di condurre un paese verso il tracollo finanziario, allora bisognerebbe interrogarsi seriamente sullo stato di salute di quella democrazia (perché di solito non è nell’interesse di un popolo suicidarsi); ma se anche non ci fosse stata alcuna distorsione, se non altro quel paese dovrebbe prendersela solo con se stesso. È questo, infatti, uno dei vantaggi della democrazia: che minimizza le recriminazioni seguenti a decisione sbagliate (dato che la responsabilità è condivisa dal più ampio numero di persone possibile).

    Non esistono, dunque, ragioni materiali per derogare a fondamentali principi politici. Quando facciamo questo giochino di evocare la “dura realtà” per far vedere che sappiamo, al di là delle belle parole, come vanno davvero le cose al mondo; quando parliamo con leggerezza delle colpe dei popoli; quando scrolliamo le spalle di fronte a evidenti abusi delle nostre più elementari conquiste politiche; quando facciamo tutto questo, insomma, non dobbiamo illuderci di aver capito: perché ci stiamo solo abituando a farci andare bene quel che è peggio. E come è noto, al peggio non c’è mai limite.

     

    Andrea Giannini

  • Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    Uscire dall’euro? Le elezioni in Grecia, fra analisi buoniste e leggende metropolitane

    grecia-europaSostiene Becchetti che le ultime elezioni hanno confermato un fatto: i greci non vogliono uscire dall’euro. L’economista de La Sapienza, nonché blogger di Repubblica, ha così sintetizzato con un tweet un’interpretazione abbastanza diffusa. Se in effetti Tsipras è stato rieletto nonostante i tanto criticati accordi con la Troika, e se la scommessa di “Unità Popolare” (l’ex-fronda interna di Syriza, che si era staccata in polemica sulla moneta unica) è fallita, tanto che il partito non ha raggiunto nemmeno il quorum del 3%, ha forse senso concludere, allora, che i greci non sono interessati a un discorso critico sull’euro.

    Ma le cose non stanno così. In realtà nessuno ha mai chiesto al popolo greco cosa ne pensi della moneta unica; né c’è mai stato un serio dibattito pubblico sul tema. Ci vuole un bel coraggio, quindi, anche solo ad ipotizzare una simile ricostruzione dell’inestricabile marasma ellenico. Il modo, anzi, in cui queste leggende metropolitane nascono e si diffondono, tralasciando totalmente avvenimenti epocali e dinamiche macroscopiche, merita una volta tanto di essere smontato pezzo per pezzo per mettere in luce le menzogne che vi si annidano.

    Esiste un problema politico, ma non c’è alcun dubbio tecnico

    Se anche fosse vero che i greci non vogliono uscire dall’euro, ciò non significa che questa sia automaticamente una saggia decisione. Una votazione democratica ha un valore esclusivamente politico: deve misurare la “volontà popolare”, non dare una patente di verità. Ciò significa che un conto è quello che si vuole fare; un altro conto è come stanno in realtà le cose. La volontà è una cosa, la verità un’altra.

    Che l’euro sia stata una pessima idea da un punto di vista economico, lo do per acquisito ormai da lungo tempo. Che per la Grecia non esista alcuna prospettiva di vera ripresa economica fintanto che rimane nella moneta unica, lo disse Paul Krugman già nel 2012; e non ha cambiato idea recentemente – perché ovviamente nel frattempo nessuno è riuscito a dimostrare il contrario. La realtà delle cose, dunque, non è in discussione. Naturalmente questo non impedisce ai greci e a tutti gli altri popoli di eleggersi i rappresentanti che vogliono: ma non si vede come un’elezione, per quanto legittima, possa spostare di una virgola il dibattito scientifico.

    Pertanto chiunque pensi che lo scarso sostegno elettorale sia la dimostrazione dell’insensatezza di una critica alla moneta unica farebbe una pessima figura; non diversamente da chi pretendesse di dedurre l’inutilità della fisica nucleare dal fatto che al bar sotto casa non se ne parla mai. Si può porre, invece, un problema politico: è possibile coalizzare consensi intorno al tema dell’uscita dall’euro?

     Il vero sconfitto è il voto moderato

    Se la Grecia, il paese più colpito dall’austerità, si dimostrasse ancora massicciamente attaccato alla moneta unica, allora si spiegherebbe dove stanno le difficoltà dei partiti euroscettici. Tutto questo attaccamento, però, nei numeri del voto non si vede.

    Nel corso del 2015 la nazione che ha inventato la democrazia è andata alle urne ben tre volte: alle politiche del 25 gennaio, al referendum del 5 luglio e alle politiche dello scorso 20 settembre. Nel corso di questi tre eventi si è registrato un vistoso calo dell’affluenza, passata dal 63,9% al 62,5% per poi precipitare al preoccupante 56,6% dell’altro giorno, in cui su 9.826.357 aventi diritto ben 4.269.102 hanno preferito rimanere a casa.

    Ora, se a questo numero sommiamo quelli che hanno annullato o lasciato in bianco la scheda (134.297) e quelli che hanno votato per forze nettamente euroscettiche, come Alba Dorata, Unità Popolare e Antarsya (611.340), otteniamo un totale di 5.014.739 elettori (il 51%), che è superiore ai 4.811.618 (il 49%) che hanno votato per gli altri partiti (non tutti, tra l’altro, propriamente “euroentusiasti”, come Anel o i comunisti del KKE).

    Certo, in democrazia chi sta a casa non conta. Il Parlamento si compone con i voti di chi si è recato alle urne: e questo rende Tsipras un premier pienamente legittimato. Tuttavia mi chiedo se si possa dire che i greci si vogliono tenere l’euro, quando la maggioranza delle persone o si esprime contro o non va neppure a votare.

    Non si tratta di un cavillo: la questione è sostanziale. Alle politiche del 2007, appena otto anni fa, l’affluenza era stata del 74,2%, e i due partiti principali (Nuova Democrazia e i socialisti del Pasok), entrambi di orientamento europeista, totalizzavano insieme quasi 6 milioni di voti. Oggi le due forze maggiori (con Syriza al posto di Pasok) non arrivano a 4 milioni; e questo benché il numero degli aventi diritto sia rimasto praticamente lo stesso (poco sotto i 10 milioni).

    Da gennaio a settembre questi grandi partiti moderati hanno perso più di mezzo milione di voti, corrispondente al 5% dei greci sopra i 18 anni. I partiti anti-euro, al contrario, hanno tenuto botta. Alba Dorata, ad esempio, è passata dalle 388.387 preferenze di gennaio alle 379.149 dell’altro giorno: una flessione praticamente nulla, se si considera l’elevato astensionismo. Antarsya ha addirittura incrementato il proprio bottino, passando da 39.411 a 46.096 voti. Unità Popolare, infine, che a gennaio nemmeno esisteva, ha ottenuto dal nulla 186.185 preferenze (in proporzione, poco meno di quello che ha preso SEL qui di noi alle ultime politiche).

    È impossibile non leggere in questi numeri un chiaro segnale di insofferenza che colpisce praticamente solo il voto moderato. Vi è una tendenza innegabile, progressiva e inesorabile, a snobbare la tradizionale contrapposizione destra-sinistra, proprio mentre si fa più evidente la sudditanza della politica greca nei confronti di Bruxelles. E dunque si può ben dire che sono i partiti che hanno predicato e/o praticato la stabilità in Europa i veri sconfitti.

    Ciò detto, una volta appurato che “euro” ed “Unione Europea” non acquisiscono appeal, ma lo perdono, resta da capire perché non c’è stato un travaso significativo di voti.

    Il referendum è stato tradito

    Ci sono molte ragioni che possono spiegare come mai la protesta non si sia incanalata verso posizioni euroscettiche, ma si sia dispersa nell’astensionismo. La più importante di queste è sicuramente il fatto che il referendum di luglio è stato ignorato.

    È vero che Tsipras era riuscito nell’impresa di creare grossa confusione su quale fosse il senso della consultazione da lui stesso voluta, dato che ai cittadini veniva chiesto di votare su una proposta di accordo con i creditori (quella dell’eurogruppo del 25 giugno) mentre i negoziati di fatto proseguivano. Purtuttavia difficilmente si può negare che l’intento di ridimensionare le logiche spietate del debito usando la forza del voto democratico non sia stato recepito da tutti i greci.

    Tsipras cercava chiaramente di dimostrare al mondo che la Grecia non intendeva appaltare ad altri il proprio destino; di modo che ogni tentativo di costringere lui e Varoufakis ad accettare le condizioni imposte dai partner apparisse immediatamente come un tentativo ingiustificabile di marginalizzare la democrazia. Una volta vinto il referendum, insomma, nessuno avrebbe potuto raccontare che il premier greco metteva a repentaglio l’avvenire del suo popolo per un’iniziativa personale, senza avere un preciso mandato.

    Questo non significa che Tsipras avesse la minima intenzione di lasciare l’euro: ma era stato abbastanza onesto, se non altro, da ammettere pubblicamente questa possibilità. Pertanto, se i creditori avessero reagito ad una vittoria del no irrigidendosi e chiudendosi ad ogni trattativa, i greci sapevano che avrebbero pagato un prezzo per la loro libertà: il ritorno alla moneta nazionale.

    Questa prospettiva non spaventò più di tanto il paese. Votando in maggioranza per il no, i greci consegnarono al loro premier quello che egli, teoricamente, voleva: una carta in bianco per tirare la corda fino al limite, in modo da avere più margine di trattativa. Ma non ci fu più alcuna trattativa.

    Tsipras, nonostante avesse ottenuto il sostegno del suo popolo, cedette immediatamente ai creditori, siglando un accordo ritenuto da molti peggiore di quello rifiutato con il referendum. Ritornato in patria difese il compromesso raggiunto “per evitare il disastro” e riuscì a farselo approvare dal Parlamento.

    Cosa dovevano pensare i greci a quel punto? Che il loro beniamino, il leader che era diventato il simbolo della sinistra europea, che si era battuto contro l’austerità, che aveva sfidato in solitudine nel corso di numerosi ed interminabili colloqui i creditori di mezza Europa, che aveva osato opporre la forza della democrazia agli accordi sottobanco tra i ministri delle finanze, che aveva guidato la resistenza mentre la BCE negava ulteriori rifornimenti alle banche, che aveva vinto un referendum apertamente osteggiato dai partner europei, che aveva osato parlare di uscita dall’euro, che aveva ricevuto il pieno sostegno del suo popolo; dovevano credere che questo eroe, insomma, semplicemente all’ultimo momento se l’era fatta sotto?

    Purtroppo i popoli europei a tutt’oggi non hanno maturato alcuna coscienza delle perverse dinamiche politiche che la moneta unica porta con sé. Pertanto né i greci né gli altri sono in condizioni di capire quello che su questa rubrica abbiamo detto sin da subito e che ci ha permesso di fare facili previsioni: ossia che Tsipras non avrebbe mai portato la Grecia fuori dall’euro, a meno che non lo avessero cacciato fuori.

    In effetti, per un certo tempo, il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble aveva provato a suggerire l’ipotesi di una “grexit” concordata; ma l’intervento deciso degli Stati Uniti e il saggio disinteresse di Russia e Cina hanno poi fatto capire a tutti che l’Europa non avrebbe potuto giocarsi quella carta. A quel punto, messo davanti alla scelta tra mangiare quella minestra o saltare dalla finestra, Tsipras ha dovuto semplicemente sedersi e svuotare il piatto.

    Ma tutto questo i greci non lo sanno. Per la maggioranza Tsipras ha combattuto fintanto che ha potuto; e poi ha cercato di strappare il miglior compromesso. Se non altro, ha fatto arrivare al paese prestiti freschi e ha fatto riaprire le banche. E se non è arrivato al punto di spingere il paese fuori dall’euro, evidentemente è perché questo non si deve fare o non è concesso farlo.

    Giusto o sbagliato che sia, se alla riprova dei fatti i politici non prendono questa decisione, neppure quando è l’ultima rimasta, che senso ha sperare in questa soluzione?

    Non si può essere critici dell’euro part-time

    Quello che sfugge ai più, che è poi anche l’unica vera lezione politica che la vicenda greca ci consegna, è che non si può fare la lotta all’euro a giorni alterni. La moneta unica in questa fase è la minaccia principale alla democrazia: e chi non è disposto ad ammetterlo, finisce inevitabilmente per accettare una serie di compromessi che fanno a pugni col buon senso, che rendono chi li ha sottoscritti corresponsabile e che impediscono vieppiù di fare marcia indietro.

    I Becchetti fingono di non vedere che la bandiera dell’uscita dall’euro è finita nelle mani inadeguate di queste persone: leader come Tsipras, che non avevano alcuna voglia di imbracciarla fin dall’inizio; oppure sparuti esuli di sinistra, come Panagiotis Lafazanis in Grecia o Stefano Fassina in Italia, che hanno maturato questa convinzione con fatica e solo dopo aver collaborato dall’interno con partiti super-europeisti.

    I primi, benché si mostrino possibilisti per tattica o per necessità, non prenderanno mai autonomamente una decisione dolorosa che vivrebbero come una sconfitta personale. Tsipras non avrebbe potuto rivendicare come una vittoria l’uscita dall’euro, dopo aver combattuto anni di battaglia politica nel mito dell’Europa: sarebbe stato come ammettere di aver sempre sbagliato tutto, oltre a diventare l’unico responsabile politico e capro espiatorio di un percorso di emancipazione che nei primi mesi sarebbe stato inevitabilmente assai difficile. Molto più facile negare di aver firmato una resa incondizionata, dando risalto a piccole concessioni oppure invocando la famosa T.I.N.A. (There Is No Alternative).

    Quanto ai secondi, cui va riconosciuto per lo meno il coraggio politico di ammettere gli errori commessi, non ci sono migliori chance di vittoria. Il loro problema è quello di riuscire ad organizzare una campagna politica credibile, che sia in grado ad un tempo di giustificare le ritrosie passate, di dissipare il dubbio degli elettori di trovarsi di fronte a mere faide di partito e di neutralizzare il terrorismo mediatico sulle catastrofi che seguirebbero ad un’uscita unilaterale. Inutile aggiungere che si tratta di un’impresa praticamente impossibile.

    Rimangono a questo punto solo partiti più o meno populisti, che però possono essere facilmente etichettati come “cattivi” e contro i quali si può sparare ad alzo zero. L’unica forza in Europa ad aver mostrato di potersi sottrarre a questo gioco, grazie ad una strategia politica intelligente e ad un contesto favorevole, è il Front National di Marine Le Pen. Altri partiti in condizione di condurre una battaglia contro l’euro per ora non ce ne sono: per cui è probabile che la moneta unica imploda su se stessa, anziché venire smantellata da una decisione democratica.

    Conclusione

    Ecco perché la tesi di Becchetti è irricevibile. Non si può sottintendere che lo scarso seguito elettorale dei partiti anti-euro dimostri la necessità della moneta unica; né si può sostenere che i greci si siano in qualche modo dimostrati favorevoli, visto che essi:

    – non sono mai stati chiamati ad esprimersi sul tema;
    – non sono tenuti ad essere preparati su questioni tecniche, che dovrebbero essere rimesse a consulenti preparati ed onesti;
    – hanno progressivamente abbandonato i partiti moderati europeisti;
    – quando hanno votato referendum in grado di conferire un mandato politico potenzialmente rivoluzionario, sono stati ignorati;
    – hanno a disposizione partiti anti-euro politicamente impresentabili, indecisi o con le spalle troppo piccole per caricarsi una simile battaglia;
    – sono costantemente bombardati da una propaganda terroristica sull’uscita, che esalta i rischi di breve periodo ma sorvola sui benefici del medio.

    Si dimostra invece l’ipocrisia di chi difende l’euro, costretto a ignorare questioni macroscopiche come queste pur di instillare nella gente un messaggio di rassegnazione.

     

    Andrea Giannini

  • Risvolti positivi della crisi economica

    Risvolti positivi della crisi economica

    Corso Italia macchineLa crisi economica può avere anche dei risvolti positivi? Assolutamente si, sebbene il solo pensarlo possa risultare quanto meno un paradosso. Eppure tra le tante colpe che si possono imputare a questo stallo economico globale, c’è una nota positiva e che riguarda il nostro paese. Grazie alla crisi (ma non sarebbe comunque sbagliato dire per colpa) il traffico in diverse città italiane è calato. Ora, la notizia sarebbe del tutto positiva se questo calo fosse dovuto a una vera presa di coscienza dei cittadini, purtroppo però non è così.

    I costi dei carburanti sono diventati una spesa di cui gli italiani, in diversi casi, possono fare a meno. Infatti, la diminuzione della congestione del traffico nelle più grandi città italiane è dovuta proprio a questo, alla mancanza di denaro per potersi permettere tutti i giorni un pieno. Sono quindi stati rivalutati i mezzi pubblici, sebbene per alcuni si tratti di un ripiego non esattamente felice, basti pensare alla sola Capitale dove per uno spostamento con i mezzi da un capo all’altro della città possono volerci oltre due ore. Perdere ore preziose nel traffico o sui mezzi quindi alla fine non cambia la solfa per i cittadini, ma la cambia decisamente per l’ambiente.

    Meno auto, meno impatto sull’ambiente che finalmente può avere un periodo di tregua. Per capire cosa significhi basta dare uno sguardo ai dati raccolti da Inrix Traffic Sorecard e che sono inerenti all’anno 2014. Questi rilevano che il traffico dallo scorso anno è diminuito dell’85%, una cifra davvero significativa. La città di Genova è oggi al settimo posto per le ore passate in coda che sono state di media 18 nel 2014, contro le 24 del 2013. Le altre città più trafficate del Paese sono Milano al primo posto, seguita a ruota da Roma che però registra un calo rispetto all’anno precedente (-4). Al terzo posto il Capoluogo della Sardegna, Cagliari, con ben 7 ore di coda in più rispetto al 2013.

    Insomma, meno ore in auto significano soprattutto meno inquinamento e più risparmio per gli italiani, risparmi che possono essere investiti o messi al sicuro su conto forte per esempio, magari proprio per essere utilizzati per un viaggio o per una bicicletta elettrica.

  • Il fallimento di Tsipras e la Germania mercantilista: il problema è l’euro

    Il fallimento di Tsipras e la Germania mercantilista: il problema è l’euro

    Angela MerkelLa tragedia greca non è finita: a breve ne vedremo ancora delle belle. Tuttavia con il voto del Parlamento di mercoledì notte si è compiuta una svolta cruciale. Il premier Tsipras, l’eroe mitologico della sinistra europea, colui che doveva rappresentare le speranze di un’Europa alternativa alle politiche di austerity, ha dovuto alla fine accettare un umiliante accordo con i creditori, ammettendo placidamente davanti ai suoi: «Se qualcuno ha alternative, me lo dica».

    Queste parole sono la definitiva pietra tombale sulla strategia di chi voleva cambiare l’Europa dall’interno. Quelli che fino a ieri lanciavano appelli alla solidarietà, quelli che predicavano un cambio di verso, quelli che sostenevano la necessità di battere i pugni sul tavolo, quelli per cui le politiche sociali e per la crescita si fanno a livello comunitario, e soprattutto quelli che “l’Europa ci ha dato la democrazia”; tutti costoro hanno avuto la prova, semplicemente, di aver avuto torto.

    Il fallimento di Tsipras è il loro fallimento: è il fallimento di una sinistra troppo ideologizzata, troppo impegnata a contemplare la bellezza estetica degli ideali che propugna per darsi la pena di considerare se e come metterli in pratica. La colpa di questo fronte politico, che è anche la ragione della sconfitta del premier greco, e insieme la causa diretta delle sofferenze di un continente intero, sta nell’avere ostinatamente negato il problema principale: la moneta unica. La verità è che la crisi dipende dall’euro, e l’unica soluzione è uscirne il prima possibile.

    Tsipras, vittima del suo stesso populismo e della clamorosa ignoranza del ministro Varoufakis (giustamente stigmatizzata da Pier Giorgio Gawronski su Il Fatto Quotidiano), è stato così ingenuo da presentarsi al tavolo del negoziato senza nemmeno una bozza del famoso “piano B” (come reintrodurre una valuta nazionale): anzi, nel tentativo, forse, di rabbonire la controparte, ha ammesso pubblicamente la sua impreparazione, confessando così di non disporre di alcuna possibilità di ritorsione e finendo per farsi chiudere in un angolo e spolpare vivo.

    Nonostante l’incredibile errore strategico, che lascia la sinistra priva di una strategia anti-austerity e – quel che è peggio – irrimediabilmente corresponsabile del crimine perpetrato, spalancando così la strada all’avvento delle peggiori destre, c’è ancora chi, per viltà o per mestiere, non può fare a meno di mentire, individuando un nuovo capro espiatorio: la Germania.

    Wolfgang Schaeuble, l’inflessibile ministro delle finanze, e Angela Merkel, il potente cancelliere, sono ormai nell’immaginario collettivo gli eredi di un’anima tedesca che si pensava morta e sepolta. Inamovibili, privi di memoria storica ed incapaci di solidarietà, questi mostri teutonici stanno mettendo a rischio il meraviglioso sogno europeo: essi dimenticano i debiti (anche morali) che furono condonati alla Germania e si accaniscono sulla povera Grecia, con una militarizzazione finanziaria degna del Quarto Reich.

    Si tratta, ovviamente, di fantasie sciovinistiche, alimentate da questa mal intesa integrazione (alla faccia di chi sostiene che l’Unione Europea porti la pace). La realtà è un’altra: non ci sono colpe imputabili esclusivamente alla leadership tedesca.

    Ci si dimentica, infatti, che tutto l’eurosummit ha sottoscritto l’accordo: compresi naturalmente i nostri rappresentanti. Padoan si è schierato subito con Schaeuble, Renzi (ormai indistinguibile da Crozza) si è vantato di aver salvato l’Europa e tutto il PD ha esultato. Certo c’era da fare i conti con la volontà della Germania: e la politica è fatta anche di compromessi. Ma se quanto è stato imposto alla Grecia giustifica, anche solo lontanamente, il paragone tra Angela Merkel e Adolf Hitler, allora sarebbe stato il caso di mettersi una buona volta di traverso per non passare da Quisling.

    In secondo luogo bisogna ammettere che la Germania ha sempre seguito una linea di politica estera ben precisa, senza mai mostrarsi aperta, anche prima dello scoppio della crisi, all’idea di accollarsi i debiti del resto del continente. Per quale motivo, dunque, questa volta avrebbe dovuto disattendere quello che è l’orientamento prevalente tra i suoi elettori? Certo si può argomentare che il suo atteggiamento mercantilista la ha di molto avvantaggiata; e che dunque sarebbe il momento di mostrare un po’ di solidarietà. Ma se ci fosse propensione alla solidarietà, non ci sarebbe una politica mercantilista.

    Su questo punto occorre soffermarsi ancora. Chi punta ad arricchirsi con l’export, stando al riparo dalla rivalutazione della moneta grazie ai cambi fissi, assume per definizione un atteggiamento non collaborativo nei confronti dei propri partner. Non per niente questa politica si chiama “beggar-thy-neighbour”, ossia “impoverisci il vicino”: essa presuppone l’accumulazione di surplus grazie al fatto che altri accumulano deficit.

    Si può naturalmente biasimare la Germania per questo: ma non si può negare che non abbia perseguito questa linea con coerenza. Cosa abbia autorizzato, invece, il resto d’Europa a pensare che i tedeschi avessero cambiato idea resta un mistero. Per quale motivo, poi, si sia concluso che le cose sarebbero andate meglio privandosi del meccanismo di difesa dei cambi flessibili, per sostituirli con generici appelli alla solidarietà, è quasi al limite della comprensione umana.

    C’è infine una terza questione: se la Germania è così cattiva e così poco cooperativa, perché non abbiamo fatto altro che magnificare, fino all’altro ieri, il favoloso modello tedesco? Perché, dal sindacato alla Confindustria, tutti si sono dichiarati entusiasti sostenitori del “facciamo come la Germania”?

    Il fatto è che i “virtuosi” tedeschi sono stati il riferimento del capitalismo internazionale (e dei suoi “servi sciocchi”) per un motivo banale: perché la loro politica economica, vincente proprio grazie all’euro, massimizza i profitti del capitale a scapito dei redditi da lavoro. È per questo che un po’ in tutta Europa le élite hanno puntato su questo modello (asetticamente ribattezzato “le riforme”): ed è per questo che non si possono isolare le colpe della classe dirigente tedesca da quelle delle altre. Tutto il mondo industriale e finanziario internazionale, grazie anche ad opinioni pubbliche anestetizzate, ha spinto perché si arrivasse a questo punto.

    Oggi, semplicemente, si è dovuto ribaltare la favola: i tedeschi sono passati dall’essere i più produttivi all’essere i più ottusi solo perché il mantenimento del vantaggio competitivo tedesco è entrato in contrasto con la salvaguardia dell’euro. Il capitalismo dovrà dunque fare i conti con le rinate aspirazioni nazionali e poi scegliere: anche se in ogni caso non sarà un scelta priva di pesanti conseguenze.

     

    Andrea Giannini

  • Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    Grecia, referendum: no all’austerità? Il primo segnale di vita della sinistra in Europa

    grecia-europaFinalmente siamo alla resa dei conti. Dopo mesi di estenuanti tira e molla, Tsipras si è deciso a fare l’unica cosa che poteva fare per non rimandare in eterno i problemi del suo paese, visto il vicolo cieco nel quale si era cacciato.

    Difatti, come avevo sottolineato sin da subito, il premier greco era andato al potere grazie ad una promessa realmente “populista”, nel vero senso del termine; poiché portare il paese fuori dall’austerità, ma mantenerlo nell’euro, è un’ambizione affascinante, ma a tutti gli effetti impossibile. Ho più volte ribadito che l’aver disconosciuto il vincolo della moneta unica come strumento di disciplina dei lavoratori è la colpa storica delle sinistre europee: ed era inevitabile che su questo punto si dovesse infrangere anche la strategia del leader di Syriza.

    Tuttavia prevedere verso quale esito sarebbe rimbalzato questo vano tentativo non era affatto facile, perché i negoziati venivano condotti anche a suon di bluff e minacce. Non si poteva escludere – e non si può escludere tuttora – che la Germania e i paesi del nord volessero davvero spingere la Grecia ad uscire. Ad ogni modo quest’ultima era sicuramente la parte debole: per cui ogni presunta “ultima trattativa” finiva sempre per chiudersi o con una soluzione di compromesso o al prezzo di pesanti tradimenti rispetto al programma elettorale di Syriza, a ulteriore testimonianza dell’incompatibilità tra politiche nazionali e logiche comunitarie.

    Per questo motivo Tsipras poteva solo capitolare oppure decidersi per una mossa a sorpresa: si trattava solo di capire cosa sarebbe successo prima. Dopo quattro mesi di attesa (durante i quali questa rubrica ha giudicato più saggio tralasciare le innumerevoli schermaglie) possiamo dire finalmente che il premier greco – forse per paura che i leader europei, d’accordo con l’opposizione del suo predecessore Samaras, trovassero un modo per farlo cadere – ha preso il coraggio a due mani; e con l’annuncio di un referendum sul piano di salvataggio ha impresso alla vicenda una svolta radicale.

    Quel che è certo, infatti, è che dopo il voto le cose non saranno più le stesse. Anche se il quesito referendario non è esplicito (per cui molti faranno finta di non capire), la posta in gioco è piuttosto chiara: da un lato la Grecia capitola e si mette nella mani dei creditori, sancendo la fine di ogni possibilità di riscatto dall’interno (a meno di una svolta autoritaria); dall’altro lato fa default e, con ogni probabilità, esce dall’euro.

    Difatti le possibilità che l’Europa si faccia condizionare da una libera decisione democratica del popolo greco sono al lumicino. Dall’altra parte, invece, Tsipras ha bisogno del consenso che gli manca per non farsi accusare di aver portato il paese fuori dalla moneta unica solo per un capriccio personale. Da questo punto di vista il leader greco ha trovato una brillante soluzione al suo dilemma politico: se i greci si prendono la responsabilità di dire no al piano di salvataggio europeo, dopo non potranno biasimarlo se come conseguenza Atene viene sbattuta fuori dall’euro; o, all’opposto, se ci saranno ancora lacrime e sangue.

    In ogni caso sarà il popolo greco a prendere quella decisione che i suoi leader politici sono troppo pavidi anche solo per prendere in considerazione. Sempre che, si capisce, vogliano lasciarglielo fare.

    Andrea Giannini

  • Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    europa-bceLunedì in extremis il governo greco ha comunicato alla Commissione il piano di misure che il paese si impegna a seguire. Bruxelles ha subito salutato la missiva con soddisfazione, perché Varoufakis, nei fatti, si è dovuto rimangiare tutte le promesse fatte da Tsipras in campagna elettorale. A titolo di esempio basti citare il fatto che verrà messa ulteriormente sotto controllo la spesa sanitaria (nonostante il paese sia già in piena emergenza umanitaria); e che il tanto sbandierato aumento del salario minimo è stato derubricato a “ambizione” da raggiungere “col tempo” e comunque «in consultazione con le istituzioni europee e internazionali».

    Ormai è quasi impossibile nascondere il fatto che Tsipras ha gettato la spugna davanti alle autorità europee. Se ne sono accorti l’anziano partigiano Manolis Glezos, icona della sinistra, che ha già pubblicamente chiesto scusa agli elettori, e il grande compositore Mikis Theodorakis, autore delle musiche di “Zorbàs il Greco”, che ha rimproverato al premier di aver fatto marcia indietro rispetto a quanto promesso. C’è, oltre a questo, anche un altro episodio davvero emblematico, che ha già fatto il giro della rete.

    Yannis Koutsomitis, che lavora per la BBC, ha scaricato da internet il pdf della lettera di Varoufakis e ha avuto la banale idea di controllare le proprietà del file: ha così scoperto che nel documento non è stato nascosto il nome dell’autore; che non è lo stesso ministro Varoufakis o qualche altro funzionario greco, ma “COSTELLO Declan (ECFIN)”, ossia il Declan Costello che si occupa di riforme strutturali per l’Unione Europea. Dunque la lettera che la Grecia avrebbe mandato all’Europa appare scritta, o quantomeno “riscritta” (per cambiare solo la forma?), negli uffici di Bruxelles: il che è in ogni caso un umiliante danno d’immagine per l’orgoglio del nuovo governo greco.

    A questo punto, anche se quest’ultimo episodio non è stato considerato degno di attenzione dai media tradizionali, e anche se l’indice di gradimento di Tsipras nei sondaggi sembra ancora intatto, è evidente che la percezione di chi ha seguito il dibattito sull’euro cambia radicalmente. Avevo scritto la settimana scorsa che il discrimine per valutare la trattativa era capire se si sarebbe data l’opportunità al leader di Syriza di salvare almeno la faccia: e oggi possiamo dire che non è andata così.

    Krugman scrive che alla Grecia è andata bene, solo perché «nulla di quello che è successo indebolisce la posizione greca» in vista del prossimo incontro: alla peggio tra quattro mesi saranno di nuovo al punto di oggi. Ma Krugman si sbaglia. Tsipras non doveva soltanto preoccuparsi di non uscire con le ossa rotta: secondo i suoi sostenitori (che stanno soprattutto a sinistra) avrebbe dovuto riportare almeno un piccolo successo. Avrebbe dovuto dimostrare, cioè, anche solo marcando un punto di principio, che fosse possibile quello che tutta la socialdemocrazia europea sostiene sia possibile: cambiare l’austerità per via politica, ossia trattando. La resa del premier greco segna invece la fine di questa illusione e sveglia la sinistra dal “sonno dommatico” che sia possibile una politica comune tra paesi creditori e paesi debitori.

    È evidente, infatti, che qualsiasi politica sociale a difesa del lavoro, anche se legittimata democraticamente all’interno di uno stato, si scontrerà poi con le politiche e gli interessi divergenti che hanno gli altri stati: il che significa mettere i paesi gli uni contro gli altri e, soprattutto, rendere inutile la democrazia. Se lo stremato popolo greco chiede misure sociali e vota per un governo di sinistra, questo governo non può fare nulla, perché viene messo all’angolo dai più forti rappresentanti tedeschi, che a loro volta non possono permettersi di accollare il costo del debito dei greci ai loro contribuenti.

    Il fallimento di Tsipras ha reso questo punto politico ormai irrefutabile. Ne hanno già preso atto in tanti (un articolo di Foreign Policy in pratica riprende quello che avevo scritto io due anni fa): e si è svegliata persino la sinistra italiana. In una intervista al Secolo XIX di mercoledì Stefano Fassina ha ammesso non solo che la Grecia dovrà gestire l’uscita dall’euro, ma anche che non importa se questo significa sposare la strategia della Lega Nord, perché «c’è il buon senso oltre la politica». Addirittura L’Espresso ha riportato sulla questione il parere critico di Emiliano Brancaccio e quello decisamente anti-euro di Vladimiro Giacché.

    Si tratta insomma di una svolta epocale: da oggi parlare di smantellare l’euro a sinistra non è più tabù. Il che comporta, come ha notato giustamente Alberto Bagnai, la possibilità per molti intellettuali di tornare ad esporsi sull’argomento senza paura di essere evitati in quanto berlusconiani, grillini o leghisti. Insomma, i più potranno anche non essersene accorti: ma la “cattiva strada” è segnata.

    Andrea Giannini

  • Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    grecia-europaL’Europa è una montagna che continua a partorire topolini. Abbiamo atteso l’esito dell’incontro dell’Eurogruppo, che doveva essere decisivo per le sorti della Grecia, solo per ritrovarci tra le mani l’ennesimo nulla di fatto. Le aspettative erano tante. Avevamo detto che il potere negoziale di Tsipras è basso, perché il premier greco non ha il sostegno politico interno per minacciare l’uscita del suo paese dall’euro; purtuttavia la proclamata inflessibilità tedesca, smaniosa di non concedere alle “cicale” del sud neppure il gol della bandiera, poteva anche non lasciare ai greci altra scelta. La questione, dunque, era questa: i tedeschi avrebbero spinto tutto l’Eurogruppo a prendersi la responsabilità di cacciare fuori la Grecia, oppure Tsipras avrebbe ottenuto almeno qualche piccola concessione per non perdere la faccia di fronte al proprio elettorato e per tenere in piedi la baracca un altro po’?

    Lo dichiarazione finale non ha sciolto il nodo. Al di là delle belle intenzioni e degli ennesimi rinvii (tra lunedì prossimo e il mese di aprile si dovrebbe ridiscutere il programma di riforme), il documento contiene due riferimenti di segno opposto: da un parte si insiste sulla linea di una precedente dichiarazione dell’Eurogruppo (quella del novembre 2012, che contiene la famosa soglia del 4,5% di surplus primario, cara alla Germania), mentre dall’altra si fa riferimento alla “prevista flessibilità” (che permetterebbe ai greci di richiedere qualche “sconto di pena”). Questa ambiguità lascia le due parti libere di perseguire le proprie rivendicazioni: e dunque la questione principale rimane aperta.

    Eppure non tutto è esattamente come prima. I rinvii, da un lato, sono il marchio di fabbrica della politica di Bruxelles, perché permettono ai vari governi di tastare il polso del loro elettorato, conformemente al famoso “metodo Juncker”:

    [quote]Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno».[/quote]

    In quest’ottica l’ulteriore tempo guadagnato permetterebbe alla Merkel di capire come l’opinione pubblica tedesca reagirà all’idea che ai greci possa essere concessa un po’ di “flessibilità”.

    Dall’altro lato, tuttavia, se pensiamo all’ostinazione fin qui dimostrata da parte del ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, potremmo anche pensare che i rinvii non servano tanto a decidere cosa fare, ma come. In questo senso il famoso gioco del pollo e la game theory, di cui è esperto il ministro greco Yanis Varoufakis, non servirebbero a stabilire chi per primo cederà alle condizioni del rivale; ma chi si prenderà la responsabilità di dire che la Grecia deve uscire dall’euro.

     

    Andrea Giannini

  • La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    economia-soldi-D1Due settimane fa scrissi che, al netto di tutte le incertezze del caso, l’esito più probabile del confronto tra Grecia di Tsipras e Unione Europea a trazione tedesca sarebbe stato un compromesso al ribasso. Mi incoraggiava verso questa conclusione tanto l’abitudine della politica di Bruxelles a rimandare i problemi a data da definire, quanto una disamina del reale peso contrattuale del governo greco rispetto agli interessi dei partner europei.

    Alla luce degli ultimi negoziati, la mia opinione non è cambiata: rimango convinto (e non sono l’unico) che, alla fine, un accordo che permetta di guadagnare qualche mese si troverà. Tuttavia il tono perentorio e poco conciliante delle dichiarazioni di certi importanti politici europei ci costringe a considerare anche l’eventualità che non siamo di fronte a mere schermaglie dialettiche. È possibile che UE e Germania preferiscano sbarazzarsi della Grecia, anziché accontentarsi dell’ennesimo compromesso?

    In precedenza avevo scartato questa ipotesi a priori, ma ora proviamo a prenderla per vera. Assumiamo quindi che l’Europa mantenga una linea decisa, intransigente e non cooperativa: quali sarebbero le conseguenze? Gli sbocchi possibili sono essenzialmente due: o la Grecia si adatta a mantenere gli impegni, oppure, presto o tardi, esce dall’euro.

    Su questo dato ci sono pochi dubbi: Atene ha bisogno di soldi anche solo per pagare le pensioni; per cui, nonostante il chiaro mandato e la volontà di Syriza di mantenere il paese nell’unione monetaria, è evidente che, se il governo greco si rifiuta di chinare il capo di fronte ai diktat europei, il ritorno alla dracma diventa una scelta obbligata.

    Molti economisti, come Paul Krugman, sembrano convinti che frustrare le speranze del popolo greco comporterà automaticamente l’addio della Grecia; un esito che invece, dal mio punto di vista, non è strettamente necessario, visto che Tsipras, comprensibilmente spaventato dall’idea di gestire un’uscita unilaterale, potrebbe anche tentare di giustificarsi di fronte al suo elettorato promettendo di ritentare il negoziato più avanti. Al di là di queste sottigliezze, tuttavia, è chiaro a tutti che negare ogni spiraglio di trattativa equivale a mettere Syriza di fronte a un clamoroso insuccesso politico e i greci un piede fuori dalla porta – cosa che si potrebbe evitare, invece, con qualche concessione di poco conto che consenta a Tsipras e Varoufakis di salvare la faccia. Pertanto, se i paesi del nord Europa dovessero mantenere l’Eurogruppo su questa linea dura, dovremmo concludere che sono tranquillamente disposti ad accettare le conseguenze di una traumatica uscita della Grecia dall’euro.

    Sull’enorme difficoltà di gestione di questa transizione ci sono pochi dubbi. A meno che, infatti, non si scopra che esiste da tempo un piano preciso e accurato per guidare il processo di conversione del cambio, è probabile che Tsipras si presenti a questo epilogo con una certa dose di impreparazione. È possibile inoltre che i mercati prevedano l’uscita, anticipandola con movimenti speculativi e dunque accelerandola: il che costringerebbe il governo a inseguire le circostanze, piuttosto che a gestirle. Il popolo, dal canto suo, finirebbe per vivere in modo traumatico un evento che per lungo tempo è stato abituato a vedere come la fine del mondo; il che porterebbe ad amplificare la percezione dei disagi che inevitabilmente ci saranno. Esistono infine ragioni oggettive, come la grande quota di debito in legislazione estera, che dovrebbe essere ripagato con una moneta svalutata, la fragilità del sistema bancario e soprattutto l’ostilità dell’Unione Europea. A questo punto, se il caos politico dovesse essere tale da risultare ingestibile, non è da escludere neppure una svolta autoritaria (ad esempio un colpo di Stato militare).

    Al di là degli scenari più estremi, tuttavia, e al di là delle mille altre considerazioni possibili (il probabile sostegno russo, le reazioni degli Stati Uniti, la probabile crescita nel medio termine, eccetera) rimane il fatto che nel breve periodo il destino della Grecia non sarebbe roseo. Questa circostanza, ampiamente preconizzata, è sicuramente tenuta in considerazione anche dei falchi del rigore (che, se vogliamo essere realisti, non possono guardare unicamente ai preconcetti dell’elettorato tedesco). Dobbiamo dunque pensare, allora, che – sempre nell’ipotesi che si voglia perseguire nel rifiuto di trattare con Tsipras – quella di mettere in crisi la Grecia sia una conseguenza attivamente ricercata.

    In effetti, dal punto di vista dei rigoristi, ci sarebbe un indubbio vantaggio: il caos iniziale dell’uscita sarebbe un ammonimento per chiunque in Italia, Spagna e Portogallo volesse tentare questa strada; cosa che aumenterebbe il potere negoziale dell’UE e dunque la pressione sui governi nazionali per cedere alle richieste di ulteriori “riforme strutturali” lacrime e sangue. Governare con il terrore è sempre un’opzione: si colpisce uno per educare tutti.

    Esiste però anche il retro della medaglia: l’euro non sarebbe più irreversibile, i mercati potrebbero far salire lo spread dei paesi periferici e le loro opinioni pubbliche dovrebbero finalmente ammettere la politica di forza bruta che è la cifra di questa Europa (dal che potrebbe venire la consapevolezza che è necessario dotarsi di una credibile strategia di uscita per affrontare qualsiasi futuro negoziato).

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questo complesso ragionamento, che perseguire eventualmente su una linea dura in questa fase negoziale avrebbe un senso unicamente in una logica di breve periodo, tanto più sensata quanto più ormai data per inevitabile la fine dell’euro. È chiaro, infatti, che se ci si espone al rischio di far crollare la moneta unica, vuol dire che non ci si aspetta di ricavarne più molto; che tenerla in piedi a suon di compromessi parziali non porterebbe più grandi benefici: per questo ci si prepara a sfruttare quello che si può ancora sfruttare, prima che il giocattolino si rompa del tutto.

    L’alternativa sarebbe supporre che le élite del nord Europa agiscano in modo del tutto incoerente: anche se, a ben vedere, non è detto che una cosa escluda l’altra. È probabile, anzi, che la fine dell’euro dipenderà sia dal preciso calcolo di alcuni, che dalla stanchezza, dalla frustrazione e dall’indecisione di altri: un insieme di dinamiche diverse che scompatterà le élite nella difesa del progetto e farà mancare il sostegno politico di cui esso necessita.

    È dunque questo che accadrà all’Eurogruppo? Sinceramente ne dubito. Finora il sostegno all’euro è apparso compatto: e nulla lascia presagire che l’Europa sia pronta ad affrontare questa problematica transizione. Certo, qualche segnale c’è, come avevo già rilevato a settembre; ed è pur vero che quando succederà, succederà in modo imprevisto. Ma non in modo così imprevisto… In ogni caso, se ho torto, una risposta l’avremmo presto. E probabilmente, insieme a quello della Grecia, conosceremo anche il destino dell’euro.

     

    Andrea Giannini

     

  • Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    tsiprasLa vittoria di Tsipras in Grecia difficilmente porterà a cambiamenti epocali. Il motivo è sempre il solito: si può ridiscutere il problema del debito e ottenere anche qualche concessione significativa; ma non si può abolire l’austerità rimanendo nell’euro.

    L’austerità è un diktat economico che traduce un preesistente principio politico di questa unione: ogni stato si tiene i suoi debiti e ogni governo si occupa di rendere più competitivi i propri lavoratori. Non è dunque una mal intesa comprensione dei fenomeni economici, o una questione di poteri di forza all’interno dell’UE, a dar vita all’austerità e ai problemi che ne conseguono: è invece la precisa volontà politica di un gruppo di stati del nord, guidati dalla Germania, di tenersi la comodità di un cambio svalutato senza condividere l’onere di politiche sociali a sostegno del reddito (botte piena e moglie ubriaca).

    É difficile, pertanto, che un paese che conta per il 2% del PIL possa convincere il principale contribuente a trasformare l’unione monetaria in un’unione fiscale, dove il debito dovrebbe essere in comune e le aree più povere essere sussidiate da quelle più ricche. Anche qualora Tsipras minacciasse di uscire, per la Germania, che in questi anni è rientrata per gran parte degli incauti prestiti che le sue banche avevano concesso alla Grecia, non sarebbe una tragedia.

    Da questo discorso segue che il nuovo governo greco ha un potere negoziale molto basso: può decidere di seguire la strada di Hollande in Francia, vivacchiando per un po’ e lasciandosi logorare lentamente in estenuanti trattative (per poi lasciare il paese ad Alba Dorata); oppure può porre un aut-aut netto e, nel caso di un probabilissimo rifiuto, concretizzare la minaccia di portare il paese fuori dall’euro. Questa seconda eventualità, tuttavia, non è molto probabile.

    Quello che rende Tsipras tanto forte in questo momento è la sua forte legittimazione democratica: Syriza è passato in dieci anni dal 3 al 36% dei voti; il che significa che la troika non può liquidarlo troppo sbrigativamente, perché ciò equivarebbe a un tradimento della democrazia troppo manifesto. Eppure, se i nostri leader europei fossero stati troppo scrupolosi su questo punto, non saremmo neppure qui a parlare.

    La realtà è che – come ho già avuto modo di scrivere la prima volta qualche anno fa (grazie ad altri che ci erano arrivati ben prima di me) – l’intera costruzione europea si basa sul principio della sospensione della democrazia come metodo di governo (un concetto esplicitamente teorizzato dai suoi stessi fondatori). Non per niente negli ultimi anni le nostre illuminate élite politiche hanno fatto di tutto per ignorare i voti contro l’austerità che si sono registrati in giro per il continente. La cosa è talmente grave che ne ha scritto recentemente anche il nobel all’economia Joseph Stiglitz:

    [quote]Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino».[/quote]

    Tsipras non dovrebbe fare molto affidamento sul rispetto che la troika può avere per il volere popolare; mentre all’opposto potrebbe far leva proprio su questo deficit per presentarsi come il contraltare di un’Europa centralizzata, distante e tecnocratica. Ma anche così difficilmente cambierà qualcosa in fase negoziale, dove in fin dei conti il legittimo rappresentante dei greci conta come tutti gli altri rappresentanti. In questa contesa a contare davvero sarà il peso contrattuale, che per la Grecia è, come detto, quasi nullo. Inoltre, se a quel punto il leader di Syriza decidesse di portare il suo paese fuori dall’euro, perderebbe ipso facto quella stessa legittimazione democratica che era stata la sua forza, perché dovrebbe fare al proprio popolo esattemente quello che aveva promesso di non fare.

    Non è solo una questione d’immagine: è una questione sostanziale. Basti considerare come sia cambiata la vita di Renzi quando la sua narrazione modernista, europeista e liberista ha portato il PD sopra il 40%: da allora il dissenso interno si è sopito e una riforma così poco di sinistra come il job act è diventata realtà. Questo dimostra che il potere, in democrazia, si concentra ancora là dove si sanno raccogoliere i voti.

    Tsipras ha vinto con un campagna elettorale incentrata sul problema del debito pubblico e sulla necessità di restare in Europa, dimostrando così che in questo momento sono questi i punti sensibili dell’elettorato: dal che deriva anche, però, che rimangiarseli produrrebbe l’unico effetto di far precipitare il consenso di Syriza. Ci vuole tempo per abituare gli elettori a cambiare opinione: e un’uscita unilaterale non ne lascia molto. Il paese è già disastrato, i partner reagirebbero con ostilità e i contraccolpi dei mercati sarebbero vertiginosi: tutte queste turbolenze cadrebbero interamente sul capo del governo Tsipras, che, vittima delle sue stesse parole, pagherebbe un prezzo politico salato, prima di avere il tempo di raccoglierne i frutti. Solo il desiderio di commettere un suicidio politico potrebbe spingere il leader greco a compiere un simile gesto.

    Ecco perché la legittimazione democratica, che è la forza di Tsipras, non basta: perché è inutile in fase negoziale, ed è addirittura un’arma a doppio taglio per chi ha escluso che il suo paese lascerà l’euro. L’Europa può dunque limitarsi a trattare il nuovo capo di governo con il rispetto dovuto, senza per questo doversi aprire a concessioni troppo larghe. Per assistere ad una vittoria della democrazia contro la tecnocrazia – temo – si dovrà aspettare ancora: almeno fino al giorno in cui un politico non si decida a trattare il suo popolo da adulto, preoccupandosi di dire non solo quello che porta consenso, ma anche, banalmente, la verità.

    Andrea Giannini

  • Quando in nome della tolleranza non si tollera il dissenso: il fondamentalismo progressista

    Quando in nome della tolleranza non si tollera il dissenso: il fondamentalismo progressista

    partito-democratico-pdDi solito si tende a raggruppare gli elettori del Partito Democratico, quelli di SEL, i movimenti per i diritti civili, gli ecologisti e quella parte corrispondente dell’informazione e della satira, insomma tutto il mondo della sinistra non massimalista, nel cosiddetto fronte “progressista”. Cosa s’intenda con questo termine, che avrete sentito spesso sulla bocca di politici e commentatori, ce lo spiega Wikipedia: I progressisti mirano a modificare gli assetti politici, economici e sociali tramite riforme graduali, progressive; il minimo comune denominatore è rappresentato oltre che dall’illuminismo, dal positivismo, dall’evoluzionismo e da una visione razionale in ambito politico, sociale ed economico». L’ideale progressista, insomma, dovrebbe riunire tutti coloro che vogliono modificare la società in senso razionale e liberale, senza rotture violente e traumatiche. Eppure al giorno d’oggi di questa “razionalità” e di questa “liberalità” esiste solo un vago ricordo; tanto che viene da chiedersi se la stessa parola progressista abbia ancora un senso.

    Faccio questa considerazione perché a volte rimango costernato dalla superficialità e insieme dalla tracotanza con cui difendono le loro idee, convinti irrimediabilmente di essere nel giusto, non solo commentatori e giornalisti famosi, ma anche amici carissimi, in qualche modo, più o meno consapevolmente, affascinati dai bei principi di quello che fu il magico mondo di sinistra del decennio passato. Da allora, però, le cose sono cambiate parecchio. Quella che era cominciata come una battaglia di civiltà contro il razzismo e lo sciovinismo, in nome della tolleranza reciproca e della difesa dei diritti delle minoranze, si è trasformata oggi in una crociata fanatica che non ammette dissenzienti. Il conformismo degli anni ’10 ci obbliga ad essere solidali con qualsiasi rivendicazione si presume arrivi da minoranze o categorie considerate (in un modo che è già di per sé discriminatorio) “da tutelare”: omosessuali, immigrati, donne, animali, l’ambiente, eccetera. Su tutti questi temi non si dà più una libera discussione, in cui è lecito avere anche più di una posizione, ma si sono ormai stabiliti dogmi inappellabili: chi li mette in discussione viene automaticamente espulso dal regno delle “persone civili” e scaraventato nel calderone degli oscurantisti, dei retrogradi e dei conservatori, nei confronti dei quali ogni insulto è lecito. Il paradosso è che in nome della tolleranza non si tollera il dissenso.

    Attenzione: non sto dicendo che una discriminazione sia una posizione legittima. Al contrario: le discriminazioni sono certamente da combattere. Mi meraviglia però la sicurezza di quelli che sanno distinguere con facilità dove sta il confine tra discriminazione e differenza specifica: perché io non riesco proprio ad avere tutte queste certezze.

    L’impressione è che tale sicurezza derivi da un’interpretazione grossolanamente semplificata (indotta in realtà dai mass-media) di cosa sarebbero la scienza, il progresso e la modernità. Talvolta sono gli stessi “scienziati” (magari ottimi specialisti, a digiuno però delle complesse problematiche legate al loro ruolo) a percepirsi ingenuamente come i portatori del verbo della razionalità contro l’oscurantismo della superstizione religiosa, come se la società fosse ferma all’epoca di Galileo. Il risultato finale è che non si fa altro che sostituire alla morale cattolica una morale laica che ne condivide tutti i difetti; perché non poggia su basi ricostruibili razionalmente, ma su un “sentito dire” acriticamente assunto come “razionalità assodata”.

    “Sentinelle in piedi”: omofobia o libero pensiero?

    A questo riguardo è istruttivo il caso delle cosiddette “sentinelle in piedi”, un’associazione cattolica nata per protestare contro il DDL Scalfarotto anti-omofobia. Contrariamente a quello che si sente dire in giro, lo scopo di tale associazione non è negare i diritti degli omosessuali, ma difendere il proprio diritto a una libera opinione. Il punto qui è se possa considerarsi reato (come è scritto sul sito dell’associazione) il semplicefare rifermento ad un modello di famiglia fondato sull’unione tra un uomo ed una donna, o essere contrari all’adozione di bambini da parte di coppie formate da persone dello stesso sesso“.

    Questo aspetto non è così scontato. Quale scienza o quale “principio di modernità” ha stabilito in modo razionale e inoppugnabile come stiano le cose a proposito di una materia tanto delicata? E anche se siamo in disaccordo con il punto di vista delle “sentinelle”, davvero è necessario arrivare al punto di configurare una fattispecie di reato per la semplice promozione della famiglia tradizionalmente intesa?

    Inoltre non è paradossale che vengano proposte forme di limitazione del pensiero proprio da quel fronte progressista che, richiamandosi all’illuminismo e al liberalismo, dovrebbe considerare il libero pensiero quale valore supremo da preservare? Non è contraddittorio che si discuta se garantire libertà di parola a chi nega l’olocausto (tema delicatissimo, tant’è che il reato di negazionismo in Italia non esiste ancora) e poi si mettano nel mirino le famiglie cattoliche che vogliono solo educare i figli secondo i propri valori?

    Ancora: non è strano che la terzietà della “libera” stampa – quella vera e propria anticamera del paraculismo, che impone al giornalista di non schierarsi mai, trattando ogni parere, anche il più bislacco o il più eversivo (contro la magistratura, contro la Costituzione, ecc.), come “opinione da rispettare” – venga improvvisamente meno, proprio tra i commentatori più liberal, quando c’è da dare un parere (non richiesto) sulle sentinelle in piedi vittime di aggressione (come ha fatto Mentana nel suo telegiornale qualche settimana fa)? E insultare persone magari retrograde e oscurantiste, che però non fanno altro che stare ferme a leggere un libro, non è forse un atteggiamento altrettanto retrogrado e oscurantista?

    Qual’è poi l’utilità di inserire l’aggravante dell’omofobia? Se commetto un atto di violenza contro una persona perché è omosessuale, oppure perché è grassa, o solo per un mio sadico divertimento (i classici “futili motivi”), cambia davvero così tanto? Non sono forse tutte azioni spregevoli che meritano di essere represse allo stesso modo? Fare distinzione tra il marcio e la muffa è così rilevante da obbligarci a sindacare sulle liceità delle opinioni che non condividiamo?

    Il principio politico di cui i commentatori si riempono la bocca, in questi casi, è l’idea liberale dell’insindacabilità delle scelte private. È lo stato confessionale o totalitario – sostengono costoro – quello che pretende di entrare nell’intimità delle persone, obbligandole a conformarsi: al contrario in uno stato liberale ciascuno a casa propria fa come gli pare. Un principio condivisibile, certo: ma che non si può applicare un tanto al chilo.

    Innanzitutto non è sempre agevole distinguere tra sfera privata e sfera pubblica: ci sono comportamenti privati che hanno un’indubbia rilevanza pubblica. Possiamo forse tenere saldo il principio nel caso dei diritti individuali: ma la famiglia non è un diritto individuale, è un’istituzione. E quando si definisce un’istituzione non è facile esimersi da valutazioni morali. Per esempio, in Italia la poligamia è illegale: eppure, se valesse il principio di cui sopra, a rigor di logica una donna adulta e consenziente, che desiderasse sposarsi contemporaneamente con tre uomini, anche loro perfettamente liberi e nel pieno delle facoltà mentali, non dovrebbe trovarsi lo Stato di traverso.

    Insomma, la faccenda, anche ad una prima e sommaria analisi, risulta estremamente delicata e densa di implicazioni. Ma allora è difficile credere che la sicurezza mostrata dai commentatori progressisti nel giudicare su queste questioni dipenda da chissà quale implicita evidenza razionale: più probabilmente siamo di fronte a nuove forme del vecchio caro conformismo, così poco “moderno” e per nulla “scientifico”.

    Euro, immigrazione e “becero populismo”

    Questo sospetto diventa una certezza, se passiamo ad argomenti decisamente meno controversi, o controversi solo in apparenza. È il caso del problema dell’immigrazione. Le destre da sempre cavalcano il tema a fini elettorali, soffiando sul fuoco del disagio sociale e alimentando pulsioni xenofobe; i progressisti, dal canto loro, hanno deciso che qualsiasi implicazione scomoda sull’argomento deve essere rimossa. La versione ufficiale è: l’immigrazione fa bene, e chi dice il contrario cerca solo un capro espiatorio.

    Da quando poi Salvini e Grillo, che pure sono in continua lotta tra loro per la palma di “migliore forza d’opposizione”, hanno scoperto di pensarla allo stesso modo tanto sulla questione dell’euro, quanto, appunto, sul tema immigrazione, nel fronte progressista è tutto un darsi di gomito, un gigioneggiare di sospiri compiaciuti, uno scuotere di capo, un denunciare con costernazione la cattiva piega presa dal dibattito pubblico, che non si intona più col bon ton dei salotti televisivi del martedì sera: Visto?! Lo avevamo detto, noi, che Lega e 5 Stelle rappresentano i soliti populismi razzisti, che nei momenti bui della storia campano sul malcontento popolare!”.

    Gad Lerner pubblica un commento che non è nemmeno un commento; è un titolo: Grillo insegue Salvini nella corsa a chi è più becero“. Fa ancora meglio Achille Saletti sul Fatto Quotidiano: ‘No euro’ e ‘no negro’: Grillo cerca il ventre molle del paese?. Scrive Saletti: Siamo tornati all’evergreen. Il motivo buono in tutte le stagioni, quello orecchiabile ai più e godibile nella sua monotematicità. […] Il movimento oscilla, fluttua, idealizza, teorizza ma poi crolla sulle solite piccine vigliaccherie della politica. E così tutti gli uomini di buona volontà sono avvisati: non arrischiatevi a parlare di euro e immigrazione, perché abbiamo già stabilito che è solo becero populismo. Punto.

    Poi però una sera giri su Otto e Mezzo, senti due campioni del progressimo del calibro di Federico Rampini (Repubblica) e Chiara Saraceno mentre si confrontano con Matteo Salvini; e quando vedi quest’ultimo svettare sopra gli altri due come fosse il Conte di Cavour per la lucidità e la chiarezza di analisi, allora capisci che nel fronte progressista c’è davvero qualcosa che non va.

    Il segretario leghista, reduce dal successo oceanico della manifestazione in Piazza Duomo, dapprima prende le distanze dal razzismo biologicoIo non mi sento superiore a nessuno»), poi molto puntualmente spiega perché l’immigrazione selvaggia (benché non sia la prima causa) ha contribuito a impoverire la classe media: perché (come ho già spiegato anch’io) molto semplicemente gli immigrati poveri sono disposti a lavorare ad un prezzo più basso degli italiani, e questo aiuta ad abbattere i salari.

    Debito - Quota SalariChe questo intento sia stato perseguito con successo negli ultimi trent’anni si nota chiaramente nel grafico a fianco, ripreso dal blog di Alberto Bagnai, dove l’esplosione del debito (linea verde) – prima pubblico (linea rossa) e poi privato (linea blu) – si muove di pari passo con il crollo della quota salari: una dinamica che inizia tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80.

    In quel periodo, esattamente nel 1979, come ho già ricordato la lira si aggancia allo SME. E naturalmente il cambio forte – dice sempre Bagnai –  fa quello che i manuali prevedono che faccia: ossia disciplinare i sindacati. È l’inizio della finanziarizzazione dell’economia: il capitale si apre alla mobilità e i lavoratori moderano le loro pretese. E naturalmente cominciano a perdere potere d’acquisto, che viene compensato dal debito pubblico.

    ISTAT Popolazione ImmigratiCol crollo dell’Unione Sovietica il fronte sindacale perde ulteriore slancio: nel 1992 viene abolita la scala mobile (i salari non sono più indicizzati all’inflazione) e nel 1997, col cosiddetto “pacchetto Treu”, si introducono contratti flessibili. In questo contesto aumenta anche l’immigrazione: lo certifica il grafico dell’ISTAT qui a fianco.

     Da principio questa dinamica aiuta a trainare l’economia, grazie proprio alla manodopera a buon mercato e alla disponibilità dei nuovi venuti a fare lavori che gli altri non vogliono fare. Ma la realtà è che il vero motore negli anni pre-crisi è il debito privato: mutui e rateizzazioni elargite con facilità danno l’illusione, per un certo periodo, che l’economia stia tirando; finché il fallimento di Lehman Brothers non scatena il ritorno alla realtà. Posta in questo contesto, tuttavia, l’immigrazione appare per quello che realmente è: non una questione umanitaria, bensì l’ennesimo tentativo di breve respiro di competere al ribasso sul salario del lavoratore.

    Un’evidenza che Rampini prova a contestare, con grave sprezzo del ridicolo, citando l’esempio degli Stati Uniti per la capacità di attirare ricercatori qualificati: come se questo fosse il problema – fa notare Salvini – che porta il degrado delle nostre periferie (si pensi, qui da noi, alla sorte di un quartiere storico come Sampierdarena). Naturalmente il problema non è l’emigrazione dei ricchi specializzati, ma dei poveri disperati. Proprio negli USA, infatti, si progetta di costruire 700 miglia di recinzione, spendendo 30 miliardi di dollari, per contrastare l’esodo dei 450.000 messicani che ogni anno tentano di passare il confine.

    La professoressa Saraceno concorda che il problema, in effetti, sia il tipo di immigrazione che si attira. E forse – si potrebbe anche aggiungere – se non abbiamo poli di eccellenza che attirano ricercatori qualificati è anche perché, dall’euro all’immigrato nordafricano, la nostra illuminata classe dirigente, industriale e politica, si è coalizzata per trovare la strada più comoda, prosperando alle spalle dei lavoratori.

    Ma questo il fondamentalismo progressista non lo può ammettere. Non importa quanto presumano di essere colti e razionali questi pensatori liberali: di fatto preferiscono non confrontarsi con la realtà. Perché dovrebbero fare la fatica di mettere in discussione le proprie idee, quando basta individuare un “becero razzista” con cui prendersela?

     

    Andrea Giannini

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  • TTIP, di che cosa si tratta? Quali conseguenze per l’economia genovese?

    TTIP, di che cosa si tratta? Quali conseguenze per l’economia genovese?

    porto-container-d1Poco prima che la città fosse sommersa da ben altre urgenze, a inizio ottobre si sarebbe dovuta discutere in Consiglio comunale una mozione presentata da Antonio Bruno (Fds) che avrebbe impegnato sindaco e giunta a intraprendere tutte le azioni possibili per fare pressione sul governo affinché ritiri la propria adesione al TTIP (Transatlantic Trade & Investiment Partnership), il partenariato transatlantico su commercio e investimenti che negli ultimi giorni è entrato finalmente nell’agenda politica e mediatica italiana ma che resta ancora un oggetto assolutamente misterioso nonostante sia stato lanciato ufficialmente nel giugno 2013 da Obama e Barroso.

    Il documento presentato dal consigliere della sinistra genovese è stato ritirato per una più approfondita discussione in Commissione, dato che pare non sia pienamente condiviso dalla giunta e in particolare dall’assessore allo Sviluppo economico Francesco Oddone, ma la tematica resta di estrema attualità visti anche i toni forti contenuti nella stessa mozione: Bruno parla, infatti, di “lesione del principio costituzionale della sovranità delle autonomie locali” e si augura che il trattato non venga ratificato dal Parlamento europeo. “L’obiettivo prioritario di tale partenariato – si legge nelle premesse del documento del consigliere – è quello dell’eliminazione di tutte le barriere “non tariffarie” ovvero le normative che limitano la piena libertà d’investimento e i profitti potenzialmente realizzabili dalle società transnazionali a est e ovest dell’oceano Atlantico”. Insomma un’estrema liberalizzazione del mercato che potrebbe portare con sé notevoli conseguenze anche a livello locale.

    «Il rischio – ci spiega Antonio Bruno – è che questa compressione dell’autonomia delle autorità pubbliche si trasformi in un’ulteriore ondata di privatizzazioni in settori chiave come la sanità e l’istruzione, aprendo appalti governativi alla concorrenza di imprese transazionali con il risultato di un’azione destrutturante sulla coesione delle comunità territoriali».

    Contrasto tra vecchio e nuovo a GenovaPerché, vi chiederete, ne stiamo parlando su Era Superba? Perché da questo trattato potrebbe sì dipendere il futuro dell’economia mondiale ma anche, a cascata, quello della nostra città che deve necessariamente compiere alcune scelte cruciali per il proprio sviluppo futuro. Risulta, infatti, alquanto palese come il TTIP rischi di introdurre squilibri eccessivi a favore dei grandi capitali internazionali svilendo ogni sorta di iniziativa locale anche dal punto di vista istituzionale. «L’impatto su Genova – prosegue Bruno – può avvenire nel momento in cui facciamo appalti e prevediamo clausole sociali o ambientali o ancora, ad esempio, diciamo che nelle scuole non si possono servire ai ragazzi cibi OGM. Insomma, a essere inficiata potrebbe risultare tutta l’attività amministrativa del Comune che tende a far sviluppare attività industriali o agricole basate sulla merce locale. Potrebbe succedere che, una volta approvato il trattato, le multinazionali interessate a un appalto denuncino il Comune o la diffidino dal prevedere queste norme. Per non parlare, poi, del controllo dei subappalti o dei subentri in corso d’opera». Per carità, è piuttosto probabile che una multinazionale non abbia troppi interessi a spendere tante energie per piccoli appalti locali, ma la situazione potrebbe cambiare radicalmente se iniziassimo a parlare di gestione dei rifiuti o del servizio idrico (già adesso di fatto in mano a multinazionali su cui il Consiglio comunale e probabilmente anche il sindaco non hanno molto controllo) o di altri cruciali servizi pubblici, tanto più se gestiti da cosiddette multiutility.

    Per capire meglio quali siano le conseguenze concrete che l’eventuale adesione italiana al TTIP comporterebbe per il nostro sistema economico ci siamo fatti aiutare dal consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, con cui già in passato avevamo dipanato altre districate matasse economiche come quelle relative al bilancio (qui l’approfondimento).

    trasporto-merci-container«Ci troviamo di fronte ad un percorso negoziale teso a stipulare un trattato di “libero scambio” nell’area atlantica che regolerà i rapporti economici e commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti. Si tratta dell’area economica più produttiva del globo (il 50% delle transazioni, 800 milioni di persone), e visto che è già stato adottato il NAFTA  (trattato per il continente nord americano) e che presto seguirà anche il PPI  (trattato per l’area pacifica),  è del tutto evidente la portata della trasformazione. La prima considerazione che viene da fare è che si tratta di un “patto” che avrà notevoli conseguenze sulla vita e sulla salute nostra e dell’intero pianeta. Insomma, si stanno negoziando “regole del gioco” che avranno ricadute significative su ambiente, salute e diritti e ciò avviene nel più totale silenzio, in un regime di sostanziale riservatezza. I cittadini che saranno coinvolti pesantemente dalle conseguenze del trattato sul piano della loro concreta vita quotidiana non sono per niente informati di quello che si sta discutendo. Sembra che la decisione in merito riguardi esclusivamente i governi. Forse perché, in casi analoghi, quando è stato fatto l’errore di parlarne in chiaro, la protesta è stata cosi forte da costringere i governi a ritirare la proposta?»

    Quali sono i contenuti principali di questo accordo internazionale?

    «L’intenzione del trattato è quella di rimuovere tutti gli “impedimenti” che possono in qualche modo ostacolare gli scambi commerciali. Per ottenere questo risultato gli operatori economici e i governi si apprestano ad emanare norme tese ad eliminare sia le “barriere tariffarie” (dazi) che  le “barriere non tariffarie”  (vincoli) allo scopo di favorire al massimo la libera circolazione  di merci e capitali. Per persuadere i decisori e la pubblica opinione più informata, si sostiene, dati alla mano, che la conseguenza prevedibile di questa “ulteriore liberalizzazione” del mercato siano ricadute positive sulla quantità di scambi, con un aumento della produzione, dell’occupazione e della creazione di ricchezza».
    Ma su questo, pare di capire, non ci siano grandi convinzioni. «Le analisi prodotte sino a qui sono frutto di calcoli fondati su dati incerti e gli enti coinvolti nelle ricerche hanno scarsissima credibilità, visto che sono espressione di quelle stesse lobbies che hanno tutto l’interesse a far sì che il trattato venga adottato. Non è un caso che buona parte delle riunioni che stanno precedendo la stipula vera e propria dell’accordo (circa 135  su 150), vedano protagonisti i grandi operatori economici, mentre ben poco significativo sia lo spazio dedicato all’auditing delle associazioni dei consumatori. Ciò fa sorgere qualche dubbio rispetto alla neutralità dei dati forniti circa gli effetti economici e sociali dell’operazione».

    genova-castelletto-veduta-DIFacciamo un passo indietro e fermiamoci sulle conseguenze reali o presunte del trattato. «È chiaro che il TTIP si muove tutto all’interno di una “ricetta neoliberista” dello sviluppo economico. L’idea che sta alla base dell’accordo è che il mix “meno barriere, meno vincoli / più economia di scala, più libera concorrenza”, significhi automaticamente aumento della quantità degli scambi, più lavoro, più profitti e quindi indirettamente più ricchezza da distribuire. Ma è così certo che tutto questo processo dia vantaggi effettivi sul piano della distribuzione della ricchezza prodotta? Non credo. Le tendenze macroeconomiche in atto testimoniano che, come l’aumento della circolazione delle merci non implica necessariamente maggior reddito disponibile nel sistema, così un vantaggio in termini di profitti per le imprese non è detto si trasformi per forza in ridistribuzione effettiva della ricchezza ai lavoratori. Piuttosto, e questo è indiscutibile, abbiamo assistito a un aumento vertiginoso delle diseguaglianze. Da noi, dove fino ad oggi la qualità dei prodotti è più tutelata, la paventata riduzione di standard e controlli finirebbe per attribuire un ulteriore significativo vantaggio in termini competitivi ai grandi gruppi multinazionali».

    Quindi, ancora una volta, tanto a pochi e poco a tanti?

    «Il trattato, con la totale liberalizzazione dei mercati, comporterebbe effetti negativi soprattutto per quelle aziende che non sono in grado di fare economie di scala, che sono insediate in “aree deboli”, che si sono specializzate in prodotti di nicchia, magari di qualità, ma con costi di produzione alti. L’aumento della competizione in un mercato maggiormente de-regolato rischia di avere effetti negativi soprattutto per le piccole e medie imprese che fanno  già fatica ad affrontare la sfida globale.
    Lo scopo dichiarato del TTIP è quello di salvaguardare e promuovere la libertà di scambio e la libera concorrenza che, tuttavia, verrebbero tutelate anche a scapito delle leggi nazionali. Le eventuali norme “restrittive” rispetto al must del libero mercato ed al “diritto supremo” delle multinazionali di fare business adottate nei singoli Paesi, nelle singole Regioni, nei singoli Comuni potrebbero essere, alla luce di questi accordi, considerate “illegali” e dare luogo a ricorsi milionari».

    Addio alla sovranità statale in campo economico. Non è uno scenario un po’ troppo catastrofico?

    «Anche senza trattato, ci sono alcuni esempi di contenzioso che già vanno nella direzione che accennavo prima: con l’adozione trattato tutto questo diventerebbe regola. Abbiamo, tra gli altri, l’esempio della Philip Morris che ha fatto causa all’Uruguay per una campagna antitabacco, quello della Vattenpol che ha fatto causa alla Germania per la sospensione di un progetto di costruzione di una centrale nucleare, quello di Lore-Pina che ha fatto causa al  Canada perché si era opposto alla pratica del fracking, quello dell’Occidental Petroleum che ha fatto causa all’Ecuador per la mancata apertura di alcuni pozzi petroliferi. È evidente che nel nuovo contesto normativo la possibilità da parte delle grandi corporations di promuovere cause milionarie e di vincerle condizionerà l’azione stessa dei governi, limitandone indebitamente la sovranità e la discrezionalità.

    Non è detto che, in assoluto, armonizzare le norme e favorire la circolazione di prodotti e saperi in un mondo fortemente interconnesso sia di per sé un fatto negativo ma l’intero sistema economico e normativo, anche grazie  al TTIP, sta andando eccessivamente nella direzione di favorire i profitti delle multinazionali. E la cosa più grave è che il tutto avviene in un quadro politico connotato da un’assenza sempre più preoccupante di democrazia. Se, già ora, le decisioni, anche su temi rilevanti come questo, sono assunte dai governi, senza nessuna consultazione dei cittadini, dopo l’adozione del trattato, verranno sottratte in larga misura anche alla potestà degli Stati».

     

    Simone D’Ambrosio

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  • Come sarà il mondo del lavoro nel prossimo futuro: i computer, forse, non ci ruberanno il posto

    Come sarà il mondo del lavoro nel prossimo futuro: i computer, forse, non ci ruberanno il posto

    lavoro, futuro e occupazioneIn queste ultime settimane si parla molto della riforma del lavoro e Jobs Act. Un argomento certamente di grande interesse, ma è passato molto in secondo piano un altrettanto importante studio di David Autor, ricercatore del dipartimento di Economia del MIT di Boston, che ha messo in evidenza come potrebbe cambiare il mondo del lavoro nei prossimi anni e quale ruolo avranno in questo processo i computer. Insomma, mentre ci apprestiamo a seguire lunghe discussioni sul Jobs Act, ci possiamo immaginare lo scenario del mercato del lavoro dei prossimi anni.

    In molti, negli ultimi mesi, hanno fatto previsioni cupe sul futuro mercato del lavoro, prevedendo addirittura per i prossimi decenni una crescita economica ‘jobless’, senza cioè un contemporaneo aumento dell’occupazione. Il motivo sarebbe legato alla progressiva automazione dei processi, che renderebbe obsoleto un crescente numero di professioni. Ed in effetti anche lo studio di Autor mette in evidenza, dati alla mano, che negli ultimi trent’anni negli Stati Uniti (e non solo) si è assistito ad una crescente polarizzazione del mercato delle professioni: nonostante la crisi, è aumentata l’occupazione in professioni a qualifica molto elevata (programmatori, ingegneri, manager) e relativamente bassa (addetti alla pulizia, alla sicurezza, ecc.) mentre è fortemente diminuita in settori a qualifica “media” (impiegati).

    In pratica, la disoccupazione è aumentata proprio in quei settori in cui operazioni impiegatizie di routine sono state progressivamente svolte dai computer. Eppure, secondo Autor, non saremo sostituiti dai computer e questo processo di polarizzazione non andrà avanti in maniera indefinita. Qui entra in gioco il cosiddetto paradosso di Polanyi, secondo il quale “conosciamo molto di più di quello che riusciamo a spiegare”. Detto in altri termini, computer e robot non possono essere programmati per svolgere tutta una serie di operazioni complesse, dettate da conoscenze “tacite”, legate all’esperienza personale dell’individuo. Ecco perché, proprio per questo motivo, se una serie di operazioni impiegatizie saranno progressivamente eseguite dai computer, nasceranno nuove professioni che valorizzeranno l’esperienza e la flessibilità che solo l’essere umano può garantire.

    Se le macchine potranno svolgere operazioni impiegatizie, sempre più imprese nel futuro cercheranno ‘facilitatori‘ in grado di semplificare i processi e le pratiche amministrative. Allo stesso modo, i robot entreranno sempre di più nelle famiglie, ma proprio per questo nasceranno professioni legate a questa diffusione, come il consulente per robot, in grado di consigliare le famiglie per la scelta del robot, configurare il robot stesso e modificarne di volta in volta la programmazione, oltre che fare manutenzione. In un settore competitivo come il poker sportivo, già oggi molti giocatori si formano avvalendosi di software avanzati come il calcolatore delle probabilità nel poker, ma saranno sempre più richiesti dai pokeristi professionisti coach e mentor in grado di trasferire le loro conoscenze ed esperienze, soprattutto nella psicologia del gioco.

    Insomma, mentre imperversano teorie allarmistiche neo luddiste, dal MIT di Boston arrivano previsioni più rassicuranti, che tengono conto del fatto che, al netto degli impieghi persi nel settore impiegatizio, si creeranno nuove professioni necessarie nei futuri scenari economici. E soprattutto, si creeranno nuove professioni di “media qualifica”, che fermeranno quindi il processo di polarizzazione: non tutte le procedure possono essere infatti esplicitate e di conseguenza saranno valorizzate professioni che combinano le abilità tecniche (parzialmente sostituibili dalle macchine) con la flessibilità e la capacità di sintesi tipiche dell’essere umano. Insomma, cambierà sicuramente il mercato del lavoro, ma ancora più di un tempo sarà importante investire nella formazione e nella valorizzazione di quelle abilità che non possono essere sostituite dalle macchine.

  • Crisi? Combatterla grazie al web

    Crisi? Combatterla grazie al web

    lavoro-tecnologia-internet-computer-ufficio-impiegato-DINonostante la crisi imperversi, i prezzi continuano ad aumentare, rendendo così ancor più difficile la vita delle famiglie che, trovando spesso come unica soluzione l’inevitabile calo della qualità dei prodotti acquistati, devono invece sempre più di frequente rassegnarsi ad una triste rinuncia alle proprie spese.

    Fortunatamente, la rete riesce ancora una volta a fornirci una efficace soluzione: vi ricordate quando i vostri genitori collezionavano i coupon presenti sui giornali? Ora, nell’era digitale, esistono piattaforme appositamente create per collezionare questi tipi di sconti! Come potete intuire, il concetto alla base del coupon cartaceo e di quello digitale è pressoché identico ma, in quest’ultimo caso, l’utente può effettuare la scelta tra una vastissima gamma di offerte, categorizzate e ordinate al fine di rendere la ricerca dell’utente il più intuitiva possibile. In definitiva, una idea “vecchia” rispolverata e migliorata grazie all’utilizzo di strumenti nuovi.

    Questo nuovo modo di intendere lo shopping, vi assicurerá un considerevole risparmio senza rinunciare a quei prodotti che altrimenti sarebbero considerati come fuori dalla propria portata e, soprattutto, senza minimamente trascurarne la qualitá.

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  • Fine dell’euro, ha inizio il count down? Crisi di domanda e malafede del governo

    Fine dell’euro, ha inizio il count down? Crisi di domanda e malafede del governo

    padoanC’è un sottile filo rosso che si snoda lungo le vicende della politica e che parte con Renzi e la  sua battaglia per l’abolizione dell’articolo 18. Il premier da un parte ha incassato il netto sostegno di Squinzi, l’incondizionato appoggio di Padoan (in barba a quelli che volevano il ministro dell’economia in contrasto con il premier) e l’irrituale assist di Napolitano; dall’altra, però, è stato smentito da due imprenditori “amici” come Farinetti e De Benedetti, viene pungolato con sempre più impazienza dalla stessa Confindustria e ha mandato in fibrillazione il suo partito, dove la minoranza dei “rottamati” comincia addirittura a evocare scenari da scissione.

    Non basta. A riprova del fatto che all’interno dell’establishment l’ostilità contro Renzi è in crescita occorre citare l’editoriale di fuoco di Ferruccio De Bortoli. Il direttore del Corriere della Sera esordisce deciso: “Renzi non mi convince”, che tradotto significa “i miei editori si stanno stancando”. Come se non bastasse la “brillante comunicazione” del premier viene definita da De Bortoli “fine a se stessa”,  il che è come dire: “parli tanto ma non fai nulla”. Infine, proprio all’ultimo, una coltellata: per il direttore del Corriere nella squadra di governo (a parte Padoan e pochi altri) “la competenza appare un criterio secondario” e a fare merito è la “conoscenza dei dossier” e la toscanità“.

    A cosa allude il nostro? Alla massoneria, è ovvio. E lo dice esplicitamente: “Il patto del Nazareno finirà per eleggere anche il nuovo presidente della Repubblica, forse a inizio 2015. Sarebbe opportuno conoscerne tutti i reali contenuti. Liberandolo da vari sospetti (riguarda anche la Rai?) e, non ultimo, dallo stantio odore di massoneria. Non solo, dunque, la solita accusa di fornicare con Berlusconi e Verdini, ma addirittura l’evocazione, dietro alla figura rispettabile del premier, dell’ombra lunga di interessi indicibili che paiono quasi in grado di ricattare lo stesso Renzi. Difficile immaginare un attacco più violento al governo da parte di un giornale così abituato a misurare le parole.

    Ma non è solo una questione di giochi di potere. Ci sono anche i dati allarmanti dell’economia. Il PIL sarà in negativo per il terzo anno di seguito: e forse sarà anche peggio delle attese, visto come stanno andando l’industria e gli ordinativi. La crisi attanaglia anche la virtuosa Germania: ma l’austerità non molla la sua presa sull’Europa; cosa che ispira i maggiori protagonisti del dibattito economico a lanciare appelli per gesti estremi. Wolfagang Munchau consiglia a Draghi di gettare i soldi sulla gente da un elicottero, il premio Wolfson Roger Bootle suggerisce all’Italia di uscire dall’euro e il premio Nobel Joseph Stiglitz, nella sua lectio magistralis alla Camera dei Deputati di martedì, si scaglia contro la moneta unica, sforzandosi però di indicare delle soluzioni.

    Come si uniscono i puntini di tutti questi avvenimenti? In realtà non occorre sbilanciarsi granché: anzi, è piuttosto ovvio che è iniziata la resa dei conti. Avevo scritto 20 mesi fa che stavamo solo rimandando l’inevitabile epilogo: ora è probabile che quell’epilogo sia cominciato. E il fatto è che chi occupa certe posizioni non è così ingenuo da non averlo capito. Renzi e Napolitano potranno anche essere gli inconsapevoli “utili idioti” di turno: ma gli altri sanno, oppure stanno cominciando a capire. Se assumiamo, infatti, che queste fibrillazioni dipendano dalla consapevolezza dell’establishment che il sistema non è più gestibile da un punto di vista politico-economico, tutto torna.

    Ad esempio è ormai riconosciuto che siamo in una crisi di domanda: per cui rendere i lavoratori più poveri è del tutto controproducente (se hanno meno soldi, spenderanno di meno e aggraveranno il problema). Come è possibile, dunque, che un economista preparato come Pier Carlo Padoan non sappia che senza l’articolo 18 i lavoratori avranno minore potere contrattuale e dunque, alla fine, salari più bassi? Come può la stessa persona promettere con questi provvedimenti repressivi addirittura «retribuzioni più elevate» con grave sprezzo del ridicolo? L’ignoranza, in questo caso, non è una spiegazione: ma allora non rimane che la malafede.

    La realtà è che il grande capitale (e chiedo scusa a quelli “diversamente di sinistra”, se uso categorie di derivazione marxista) ha capito che corre il rischio di perdere una rappresentanza politica compiacente: così con una mano manda i suoi adepti a pressare Renzi per portare a casa il massimo risultato utile prima che suoni la campanella, e con l’altra gli scava la fossa, preparandosi a sostituirlo, riposizionandosi in ordine sparso e, quando occorre, provando a regolare qualche vecchio conto in sospeso. Naturalmente i grandi giornali, questo premier e lo stesso Presidente della Repubblica non hanno mai saputo distinguersi per autonomia di pensiero rispetto agli interessi del blocco di potere costituito: e ora è un po’ tardi per farsi venire dei ripensamenti.

    Lo stesso dicasi del Partito Democratico, che dopo aver combattuto per anni le comode battaglie della destra, oggi cade dal pero e scopre che il leader carismatico, oltre a portare alla rovina il paese, fa contenti solo gli elettori del partito di Berlusconi. Dovrebbe tornare indietro, fare retromarcia. Ma chi ha approvato il pacchetto Treu ora ha un bel da fare a dire che è sbagliato precarizzare il lavoro. Chi ha abbandonato ogni ideologia e fatto di tutto per portarci e farci rimanere in Europa difficilmente ora ci può venire a raccontare che certi diritti non si sacrificano neanche su quell’altare. Chi da tre anni è alleato con Berlusconi, come può ora prendersela con Renzi perché segue le sue orme? Persino il linguaggio va reinventato: dopo decenni di propaganda liberista, le parole con cui esprimere idee diverse non vengono nemmeno più alla bocca.

    É così che assistiamo a patetiche contorsioni degne della più brutale legge del contrappasso, come Stefano Fassina che spiega a Stiglitz: «Voi accademici dovete cominciare a pensare a piani alternativi per minimizzare i danni, data l’impraticabilità di quell’agenda economica che Lei proponeva. Tipo piani di ristrutturazione dell’assetto monetario dell’eurozona». E se seguite questa rubrica ormai non devo più spiegarvi cosa siano questi “piani di ristrutturazione” di cui da questa settimana si è cominciato ufficialmente a parlare.

     

    Andrea Giannini

  • Caro deficit, quasi quasi ti sforo: il PIL crolla e l’Europa non ci ascolta. Analisi e scenari

    Caro deficit, quasi quasi ti sforo: il PIL crolla e l’Europa non ci ascolta. Analisi e scenari

    Palazzo ChigiRiassunto delle puntate precedenti. Renzi è il terzo premier in tre anni che va a Bruxelles provando a “sbattere i pugni sul tavolo” con l’intento di conseguire sempre il solito obiettivo: la fantomatica “flessibilità”.

    Il punto di principio è questo: dato che qualche “riforma” dal 2011 a oggi l’abbiamo anche fatta, dato che l’impegno per il rigore nei conti pubblici indubbiamente c’è stato e dato che il governo italiano ha recuperato “credibilità” dopo gli anni bui di Berlusconi, allora forse l’Europa può premiare questi sforzi concedendoci qualche deroga. D’altronde abbiamo messo il pareggio in Costituzione: il che significa che l’Italia si è impegnata a non fare più nuovo debito. E anche se questo principio entrerà strutturalmente in vigore solo nel 2016, nel frattempo siamo stati molto attenti a mantenere il deficit sotto controllo, rispettando scrupolosamente il famoso parametro del 3% (cosa che non si può dire di molti altri paesi europei, compresa la  Francia).

    Ecco dunque l’idea del governo: scorporare dal calcolo la spesa per investimenti e ricerca. In questo caso, infatti, saremmo di fronte non alla solita (nella vulgata corrente) “spesa pubblica improduttiva”, ma a una spesa indubbiamente “buona”; una spesa, cioè, che è destinata a ripagarsi nel corso del tempo con un ritorno in termini di sviluppo e crescita. Pertanto, nella particolare congiuntura economica, essa diventerebbe un elemento di stimolo anche per rendere più agevole il compito dell’Italia di garantire conti in ordine nel medio periodo.

    D’altra parte è già prevista la possibilità di un disavanzo eccessivo, benché “eccezionale e temporaneo”. Infatti l’articolo 2 del Regolamento n. 1467/97 stabilisce che un superamento del 3% annuo di deficit è possibile, purché esista una stima credibile di rientro e qualora si possa tenere conto delle “modalità improvvise ed inattese con cui la recessione si è manifestata o della diminuzione cumulata della produzione rispetto alle tendenze passate” – più o meno le stesse parole con cui viene giustificato, ufficialmente, il ritardo della ripresa economica. Insomma, l’Italia ha qualche ragione a chiedere un’applicazione più “morbida” dei parametri; e questo anche senza tenere in alcun conto l’aspetto politico, dato dall’opportunità di non vanificare il successo elettorale di Renzi, unico leader in Europa ad aver saputo davvero contenere la “deriva” euro-scettica.

    Ciononostante il governo ha raccolto una sfilza imbarazzante di rifiuti. Ha detto no il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble; hanno detto no Manuel Barroso e Angela Merkel; e da ultimo ha detto no persino il “nostro” Mario Draghi, che si è pure preso il lusso di una sottile derisione: «Non mi è chiara, ma forse perché non sono un uomo politico, la chimica di flessibilità che garantisca alle regole l’essenziale credibilità» (come a dire: “Non veniteci a raccontare la storia della flessibilità perché qua non attacca”). Rimbalzato su questo impenetrabile muro di gomma, per non farsi mancare nulla Renzi ha incassato pure lo schiaffo di un primo rifiuto alla sua proposta di nomina della Mogherini per la (piuttosto inutile) poltrona di “ministro degli Esteri” dell’Unione.

    Come mai l’Italia ha tutta questa difficoltà a ottenere anche cose che in realtà non cambiano nulla, come piccoli riconoscimenti o pochi decimi di percentuale in più di spesa? Naturalmente la spiegazione è che la moneta unica non funziona, perché costringe paesi diversi a una lotta dove solo uno, il più forte, può vincere: una logica che incentiva chi è in posizione di forza (il capitalismo nordeuropeo) ad accampare ogni più piccola pretesa, riducendo parallelamente il potere di contrattazione di chi è in posizione di debolezza e ha sempre rinunciato a difendere i suoi interessi (noi). Ma ovviamente chi non vuole mettere in discussione l’euro questo non lo può dire: e dunque deve trovare altre spiegazioni.

    Renzi, nell’attesa di tornare alla carica, cerca di concentrarsi sul fronte interno. La linea del governo è che la riforma della Costituzione è indispensabile per la nostra “credibilità”: e una volta diventati credibili, potremmo rivendicare meglio i nostri interessi con i partner in Europa. Peccato che sia esattamente la stessa scusa con la quale Monti ci ha rifilato la riforma Fornero: e  in tre anni i risultati in termini di potere contrattuale non si sono visti. Inoltre questa giustificazione è smentita dallo stesso ex-commissario europeo ed ex-premier, che, ospite qualche giorno fa di In Onda, ha ribadito come all’Europa non interessino tanto le “riforme istituzionali”, quanto quelle “economiche” (che poi significa salvaguardare gli interessi dei paesi creditori).

    La versione di Monti sugli insuccessi diplomatici italiani è però ancora più pittoresca. Secondo l’uomo della Bocconi è tutto un problema di comunicazione: anziché chiedere flessibilità sul  rispetto del rigore dei conti, dovremmo chiedere rigore nel rispetto della flessibilità (visto che è già nero su bianco nei trattati). Insomma, si va dalla Markel, le si fa un giochino di parole e quella subito si esalta: «E’ ffero! Non ci affere pensaten! Allora ffoi non essere più soliti schifen di Italianen spaghetti e mandolinen, che prova sempre a infinocchiare tutten: ffoi essere fferi ffirtuosen come noi Deutscheland! Allora spendeten! Spendeten pure quanto ffolere!!». Insomma, siamo alle comiche.

    Ciononostante in linea teorica questo teatrino di giustificazioni potrebbe reggere a tempo indefinito grazie alla compiacenza dei media italiani, che sorvolano come niente fosse sull’inaccettabile misto di sottovalutazione e incompetenza del premier. Ma c’è un problema: nel frattempo il PIL crolla. Questo significa che i conti fatti non tornano, e dunque per il governo si prospettano due strade.

    In primo luogo si può varare in autunno una nuova manovra da (secondo Fassina) 23 miliardi tra tagli e tasse: in questo modo si farebbe contenta l’Europa, ma si ammetterebbe l’insuccesso politico e si darebbe un duro colpo alla popolarità di Renzi (e forse anche alla tenuta del governo); oppure in alternativa ci si può imputare e alzare il tiro con i partner, magari minacciando un’uscita dell’Italia dall’euro qualora non si venisse accontentati sull’allentamento del rigore. In entrambi i casi risulterebbe evidente l’assurdità della linea di rispetto degli impegni europei – linea di cui il Partito Democratico è stato il più fiero (e talvolta unico) sostenitore.

    C’è però una terza via, caldeggiata anche da esponenti autorevoli del fronte euroscettico: far finta di nulla e sforare il deficit. Ci sono varie ipotesi su questo punto, ma l’idea è sempre la stessa: sforare ci farà bene e prima che in Europa organizzino delle sanzioni passeranno anni. Nel frattempo ci sono buone possibilità che, con maggiore spesa pubblica, le performance economiche si aggiustino.

    Questo non impedirà alle contraddizioni dell’euro di deflagrare: anzi le evidenzierà. E certo c’è sempre il rischio di un attacco speculativo dei mercati; anche se, per la sua pretestuosità, sarebbe immediatamente riconosciuto come mirato e “punitivo”, evidenziando quindi la necessità del recupero di quel vecchio assetto monetario che garantiva riparo da queste pericolose aggressioni finanziarie. Per il resto per i socialdemocratici sarebbero tutti vantaggi: eviterebbero lo stillicidio dell’economia italiana, darebbero l’impressione di fare finalmente i nostri interessi e forse avrebbero anche il tempo di organizzare una ritirata dal Vietnam della difesa dell’euro a oltranza.

    Se però dovessi proprio tirare a indovinare su quale strada Renzi e Padoan decideranno alla fine di percorrere, allora la scommessa è quasi obbligata: e noi faremmo meglio a prepararci al solito autunno di lacrime e sangue…

     

    Andrea Giannini