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Notizie politiche, analisi e commenti, riflessioni sul mondo della politica a Genova e in Italia

  • L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    L’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. E l’Euro è “nemico” degli Stati. Ecco come la penso…

    economia-soldi-D6Mentre la secessione della Crimea continua a creare gravi tensioni in tutta la regione, riprendiamo il discorso fatto la settimana scorsa e chiediamoci quali scenari si aprono per noi una volta preso atto dell’inevitabile fallimento del progetto di un’unione federale europea (il famoso “più Europa”). Ai lettori più affezionati non sarà sfuggito che questo imminente tracollo politico è l’altra faccia della medaglia del preannunciato tracollo dell’euro. È dunque indispensabile, sotto ogni punto di vista, proiettarsi al di là di queste strutture e chiedersi come l’Italia possa affrontare un futuro in cui l’Unione Europea, ammesso che esista ancora, avrà di certo un peso politico ridotto.

    Il fatto che un commentatore “di provincia” come chi scrive possa prendersi il lusso di profetizzare con sicurezza la fine di un “sogno” economico-politico tanto ambizioso, proprio mentre tradizionali indicatori tipo lo spread non danno segnali d’allarme e le élite del nostro continente continuano a lavorare come se questa “Europa” avesse effettivamente un domani, non può più essere una discriminante. Come insegna la favola di Andersen basta un bambino per urlare: «il Re è nudo!».

    Ed in effetti il fallimento del sistema è lampante per chiunque non voglia far finta di niente, visto che, molto banalmente, ad oggi nessuno è in grado di intravvedere una soluzione realistica per l’eurozona. Non è che manchino le proposte tecniche: manca proprio la volontà di perseguirle (il che ci dice molto sui reali motivi per cui siamo entrati nell’euro). Per questo, anche fra i commentatori più qualificati, gli illusi sono rimasti in pochi: tutti gli altri o “auspicano” una soluzione, o sono pessimisti, oppure stanno già consigliando agli Stati di ritornare alle loro vecchie monete. Di certo la soluzione non sarà la tanto osannata lista Tsipras, per motivi ormai noti, ma che prometto di ricapitolare più avanti (magari nell’imminenza del voto di maggio).

    La questione, dunque, è di una notevole rilevanza. Se l’Europa come progetto politico ha fallito, perché dovrebbe farcela l’Italia? Non si rischia di proseguire sullo stesso tipo di errore? Se abbiamo sbagliato a volerci integrare su un piano più ampio, non sarà forse il caso, come sembra suggerire Grillo, di seguire la strada opposta e dunque di disintegrarci verso un piano più ristretto dove “piccolo è bello”?

    In effetti è il momento di andare a discutere un punto rilevante.

    Europa vs Italia

    I critici dell’euro, come il sottoscritto, spesso sottolineano che l’irrazionalità dell’eurozona dipende dal fatto che essa non è una area valutaria ottimale”, dal nome della teoria economica con cui Robert Mundell vinse il premio nobel nel 1961 e su cui Paul Krugman ha fatto il punto qualche anno fa. Ciò significa che la moneta unica è nata in barba alle considerazioni degli economisti, per cui ora stiamo in qualche modo scontando questa sorta di “peccato originale”.

    Questo concetto – vale a dire che esiste una razionalità economica di cui tenere conto quando si  progettano sistemi economici – sembra lanciare un monito forte: “bambini, non fatelo a casa!”. Sembra, cioè, che siamo stati avvertiti: un sistema economicamente prospero è un sistema che rispetta ben precisi requisiti. Dunque non è del tutto sbagliato chiedersi: l’Italia oggi è un’area valutaria ottimale?

    Sembra di si. Secondo Krugman i due fattori che si sono rivelati decisivi sono la mobilità dei lavoratori e l’integrazione fiscale. E l’Italia ha entrambe le cose: ha molti immigrati dal sud che lavorano al nord, e ha molti contribuenti del nord che si lamentano… perché pagano le tasse anche per il sud! Sembrerebbero esserci i requisiti, dunque, perché l’Italia possa essere considerata una realtà politica che rispetta una minima razionalità economica.

    Tuttavia un punto sollevato da quelli che vorrebbero vedere un futuro per l’euro è che nemmeno noi all’inizio eravamo un’area valutaria ottimale. Perché allora, se pure l’Italia della lira è durata 150 anni, l’Europa dell’euro dovrebbe fallire dopo 15? È un’ottima domanda, che merita una risposta diretta. La risposta è che Giuseppe Garibaldi non era un funzionario col Ph.D alla London School of Economics, ma un avventuriero col fucile. E non è affatto una battuta.

    Monumento di QuartoChe cosa era successo nel 1861, proprio a pochi metri dalla redazione di Era Superba? Era partita la spedizione di un manipolo di uomini (mille o giù di lì) che volevano conquistare il Regno delle Due Sicilie per il loro Re. E inaspettatamente ebbero successo. La nostra nazione, insomma, è stata, sul piano storico, il frutto della debolezza dei Borbone di Napoli e della benevolenza della flotta britannica, che non sfruttò la sua enorme superiorità nel Mediterraneo per interferire con le faccende italiane. Sul piano pratico, però, l’Italia è stata semplicemente il frutto di una conquista militare. Ovviamente c’erano gli idealisti che pensavano alle “genti italiche”; ma la realtà è che i confini vennero tracciati sparando.

    Questa soluzione brutale creò un legame semplice, che a sua volta poteva essere spezzato in un modo semplice: il sud avrebbe dovuto insorgere. E questo non accadde. Anzi, il meridione, visto che era semplicemente cambiato il padrone, al netto di tutte le tensioni, nel complesso se ne fece una ragione. Il punto centrale, tuttavia, è quello che accadde dopo la conquista: la classe dirigente piemontese, ispirata dal modello francese e inglese (di cui Cavour era un fervente ammiratore), ebbe la banale accortezza di capire che i territori ottenuti con la forza non sarebbero rimasti, se non si fossero trasformati in uno Stato. E siccome volevano un Regno, fecero quello che si sarebbe dovuto fare sulla base di criteri per l’epoca anche abbastanza moderni: pensarono che la prosperità sarebbe venuta non solo con un territorio esteso e forte, ma anche da una rete di infrastrutture, da un sistema industriale, un complesso di leggi coerenti, un’educazione pubblica, unità di misure standardizzate, forze di polizia, una tradizione comune, una lingua nazionale e certamente anche un’unica moneta. L’idea di «Italia» in quanto nazione era perfettamente funzionale al raggiungimento di questo scopo.

    I risultati furono tutt’altro che perfetti: ancor oggi la “questione meridionale” è più che mai attuale, e trova riscontro, sul piano economico, in differenti livelli di inflazione. Eppure dopo 150 anni siamo ancora qui tutti insieme, nonostante le tensioni di due guerre mondiali e vent’anni di dittatura. Questo è stato possibile, per l’appunto, perché l’Italia fu unita con la forza, ma fu tirata su con l’obiettivo di diventare uno Stato a tutti gli effetti, sia in senso pratico che in senso ideale: dunque un forte vincolo occasionale si poté trasformare in un (abbastanza) forte vincolo duraturo.

    E l’Europa? L’Europa si è unita in modo consensuale con l’obiettivo di un benessere più esteso: e questa è tutta un’altra storia. In questo caso a un debole vincolo occasionale non ha fatto seguito alcun vincolo più forte: per cui, senza il benessere, il castello di carte è destinato a crollare. E se ancora vi chiedete perché non è stata sfruttata l’occasione dell’euro per rinsaldare i vincoli comunitari o se siamo ancora in tempo per rimediare, significa che non avete capito niente di questa crisi: eppure ve lo avevo spiegato.

    Abbiamo chiarito che per i Savoia e i loro ministri, l’obiettivo era avere un Regno: e nel 1861 quel regno era tutto da costruire. L’establishment europeo, al contrario, dopo l’euro ha fatto poco o nulla: significa allora che nel 2002 l’obiettivo era già stato raggiunto. Il vero obiettivo, infatti, non è mai stato mettere in pratica le convinzioni di un Altiero Spinelli: l’obiettivo era liberalizzare i movimenti di capitali, eliminare il rischio di cambio nelle transazioni, favorire l’economia finanziaria e scaricare sui salari gli eventuali aggiustamenti.

    Quale “Stato” per la penisola italiana?

    LItalia-sono-anchioÈ dunque pretestuoso domandarsi se l’Italia abbia un senso come spazio giuridico, politico e culturale: ce l’ha perché sono 150 anni che, tra alterne vicende si lavora per questo. È tuttavia possibile pensare che altre strutture più piccole e snelle riescano a fare meglio di quello che ha fatto lo Stato italiano. Il mio parere su questa questione è piuttosto semplice: se ci credete davvero e siete disposti a lavorare in questo senso, allora buona fortuna! Ne avrete davvero bisogno.

    Ormai dovremmo aver capito che tutte le costruzioni umane dipendono essenzialmente dall’uomo stesso, dalla sua fatica e poi certo dalla buona sorte. Se ci sono le condizioni favorevoli, nulla vieta che un domani si formi un autonomo “Stato Lombardo” o un vasto “Stato Pontificio” o – perché no? – che rinasca il Regno delle Due Sicilie: dipenderà appunto dal contesto e dalle motivazioni degli uomini. Ma se così stanno le cose, la vera domanda è: dobbiamo desiderare Stati regionali più piccoli? A mio modesto avviso il gioco non vale la candela.

    Ovviamente, se ragionate nel quadro che ci offrono quotidianamente i media, l’Italia non ha scampo: anzi, sembra un miracolo che siamo arrivati vivi fino a qui. Qualsiasi altra soluzione, pertanto, sarebbe meglio del vecchio sogno di Garibaldi e Cavour. Ma la realtà è che da soli avevamo fatto relativamente bene dal dopoguerra in avanti. La crisi che stiamo vivendo – lo sappiamo – non dipende tanto da noi, quanto dall’euro. Ad esempio, il calo della produttività media che si registra da fine anni ’90 rispetto alla Germania è attribuibile proprio all’adozione di un cambio rigido. Pertanto, fuori dalla moneta unica, chi ci garantisce che sul nostro territorio unioni politiche alternative all’Italia possano ottenere risultati migliori?

    Nessuno ce lo può garantire: anzi, l’enorme lavoro, la fatica e il dispendio di risorse e di uomini necessario a concepire e realizzare nuove comunità politiche è tale, a fronte di una totale incertezza sull’esito finale, da scoraggiare qualsiasi persona di buon senso. Dunque privarci della nostra «Italia» (e di una sua moneta) sarebbe una scelta tanto rischiosa quanto inutile, che penso nessuno in una società non del tutto sclerotizzata vorrebbe perseguire davvero (dunque, ne sono convinto, nemmeno Grillo o la Lega).

    Se poi volete proprio ragionare in astratto, partendo dalla teoria per capire quello che serve per costruire una comunità politica (al netto della forza bruta), ci torna utile quanto avevo detto la scorsa settimana. Il senso del ragionamento era che lo scopo di una comunità è il benessere dei suoi membri: cosa che a sua volta richiede tanto un certo livello di compenetrazione economica che un certo sentimento di appartenenza. Ebbene: sulla base di questi criteri come rifareste l’Italia?

    Il compito non è facile, perché non è chiaro dove questi criteri (su cui già non tutti saranno d’accordo) si manifestino in modo netto. Dividereste l’Italia tra Nord e Sud? E mettendo Roma dove? O forse è meglio dividerla in tre? E cosa dire della “Padania” della Lega o del Regno delle Due Sicilie che Grillo ha tirato fuori dal cilindro? Il folklore del Carroccio sarebbe un’identità padana? E se guardassimo alle regioni? Pensiamo che uno di Ventimiglia abbia più da spartire con un francese o con uno delle Cinque Terre? E se provassimo a fare le macroregioni? Mettereste insieme persone solo perché si scambiano prodotti ma non parlano la stessa lingua? Riprovereste davvero con il mito tecnocratico che sta distruggendo il continente?

    Conclusioni

    Non credo sussistano molti dubbi: nell’immediato l’Italia unita ha un futuro, l’Europa no. Le ragioni per cui il caro, vecchio Stato italiano spicca come la struttura politica più adatta a perseguire le nostre aspirazioni di benessere dipende semplicemente dal fatto che esso è stato costruito per questo nel corso di decenni lunghi e faticosi: e adesso non ha alcun senso ricominciare da capo a costruire qualcosa di alternativo.

    Il vero problema oggigiorno è l’euro, tolto il quale gli Stati potrebbero recuperare varie forme di coordinamento a livello europeo e globale. E senza la moneta unica, che non serve ad allentare le tensioni ma a crearle, è probabile che molte spinte autonomiste in giro per l’Europa perderebbero di forza. Tuttavia non saprei dire – né spetta a me farlo – se, una volta ripristinate le valute nazionali, per la Scozia o per le Fiandre abbia ancora un senso avanzare pretese di autonomia. In fin dei conti queste sono questioni che riguardano i singoli Stati. Certamente ciò da cui dovremmo guardarci una volta usciti dall’euro è l’ideologia che l’ha sostenuto: un’ideologia che attacca lo Stato per dissacrare ogni forma di autorità pubblica e affermare interessi privati.

    Andrea Giannini

  • Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Era Superba in viaggio con YEAST: da Genova a Cipro per parlare di Unione Europea, media e giovani

    Cipro e l'EuropaPartiremo da Genova, un viaggio che per ora sembra tutto fuorché semplice: un treno, un bus, un aereo, tre navette, tre giorni (ok, in mezzo ci sarà pure una sosta relax sulle spiagge di Larnaca) per raggiungere Nicosia, capitale cipriota, in cui i membri dell’associazione E-Youth accoglieranno dal 21 al 27 marzo una rappresentanza di 25 giovani under 35 provenienti da vari Paesi dell’Unione Europea (Spagna, Grecia, Italia, Croazia, Bulgaria, Polonia).

    In mezzo a loro ci saremo anche noi, una piccola delegazione di genovesi, parte della redazione di Era Superba. Partiremo grazie all’Associazione genovese Yeast, progetto cui anni fa hanno dato vita nel 2012 tre ragazzi del capoluogo ligure, Monica Poggi, Stefania Marongiu e Alessandro Boretti, e atterreremo in terra cipriota per partecipare al progetto European Elections 2014 Time for Action: nessuna città sarebbe più adatta di Nicosia, crocevia di persone e ricca di scambi, città interculturale e ponte sul Mediterraneo, avamposto europeo al confine con il continente asiatico, che si affaccia su Turchia, Siria, Libano, Grecia.

    Faremo una full immersion di politica, UE, giornalismo e nuovi media in previsione delle prossime elezioni del Parlamento europeo del 22-25 maggio prossimo. In tutto ciò, troveremo anche il tempo per confrontarci, perderci alla scoperta della città, raccontare di noi e scoprire qualcosa degli altri. E vi sveliamo un segreto: porteremo Genova a Cipro, proveremo a promuovere e far conoscere la nostra città attraverso le pagine di Era Superba e i contributi audio-video di guidadigenova.it… Seguiteci su twitter fino al 27 marzo per sapere com’è andata!

    European Elections 2014 Time for Action: il progetto

    Organizzato dal gruppo E-Youth di Cipro, in partnership con Youth Business Network (Greece) e un team di ricerca della Democritus University della Tracia, tutto il programma si svolgerà nella capitale, Nicosia: sono previsti workshop, incontri, interventi, lavori di gruppo aperti ai 25 partecipanti, che seguiranno tutte le fasi del progetto partecipando attivamente ogni giorno, mattina e pomeriggio.

    Scopo dei workshop è dare ai partecipanti la possibilità di esprimere la propria percezione sulle tematiche europee, confrontarsi con i rappresentanti di altri Paesi e pensare a una linea nuova da dare all’UE, per trasformarla in un’istituzione più vicina alle esigenze dei singoli e meno astratta, burocratica.
    Il gruppo affronterà i temi che hanno a che fare con il panorama politico e – scrivono gli organizzatori – “it will challenge and consider current political reporting and programming and why it is mainly a ‘switch off’ and not a ‘switch on’ for our audiences” . Un occhio di riguardo sarà rivolto anche alle nuove tecnologie, al loro ruolo negli scambi e nella cooperazione tra Paesi vicini.
    Non ci sono preclusioni nella partecipazione, tuttavia ci sono criteri cui rispondere e di cui nella selezione si è tenuto conto: sono state convocate persone con una preconoscenza delle dinamiche politiche del proprio Paese e della UE, e che hanno mostrato interesse verso l’iter pre-elettorale iniziato nei mesi scorsi e che porta direttamente alle elezioni di maggio.
    Il workshop, inoltre, si concentrerà anche sul tema della copertura mediatica dell’evento elettorale e si cercherà di rispondere a quesiti come: quali informazioni interessano al pubblico? Stiamo coprendo le tematiche giuste? E i programmi politici sono un “turn off”, un deterrente che fa calare l’attenzione? Come migliorare e abbandonare l’ambito della “propaganda” per migliorare la copertura elettorale?

    Discussioni, dibattiti e confronti saranno aperti per risolvere le questioni legate ai media e per informare i giovani europei sui loro diritti, sulle strutture che li circondano, incoraggiandoli a diventare cittadini attivi e partecipi, anche attraverso il voto di maggio.

    Nicosia, la città

    Nicosia, la capitale cipriota, si trova all’incirca al centro dell’isola: la sua storia affonda le proprie radici nell’età del Bronzo ed è diventata capitale solo nell’undicesimo secolo d.C., quando la dinastia dei Lusignano, di origine francese, la trasformò in una città magnifica e piena di splendori, costruendo un Palazzo Reale e oltre 50 chiese.
    Oggi la città è una perfetta commistione di splendore passato e trambusto metropolitano: il centro storico, all’interno delle antiche mura veneziane del XVI secolo presenta musei, antiche chiese, edifici medievali che preservano l’atmosfera dei secoli passati; la nuova Nicosia, invece, si estende fuori dalle mura ed è, oltre che un centro culturale, anche un classico esempio di città contemporanea e cosmopolita, a breve distanza da siti archeologici, villaggi, monasteri e chiese di epoca bizantina.
    Il centro della città oggi è diviso in due parti, unico caso di capitale europea ancora separata con la forza. Ci sono due settori, uno cipriota e l’altro di occupazione turca: il primo si trova nella parte nord della città (Repubblica Turca di Cipro del nord) ed è stato occupato dalle milizie turche dal 1974, in risposta al colpo di stato cipriota che depose l’allora presidente dell’isola e alterò gli equilibri del Trattato di Zurigo e Londra tra Cipro, Regno Unito, Grecia e Turchia e in cui si legittimava l’intervento militare di ciascun garante in caso di sensibile alterazione dello status politico dell’isola. L’occupazione fu aspramente criticata dai greci e dai loro sostenitori, che si opposero senza successo all’ingerenza turca, la cui iniziativa è ricordata con il nome di “Operazione di pace a Cipro”, ma è in effetti passata alla storia con la denominazione di “Operazione Attila”.
    L’invasione è stata un grosso trauma sotto il profilo sociale e culturale, una scissione che per molti sembra ancora oggi insuperabile. Si pensi che la comunità greco-cipriota costituiva all’epoca circa il 78% dell’intera popolazione, mentre quella turca il 22%.

    Yeast e Genova

    Associazione di Promozione Sociale, YEAST acronimo di Youth Europe Around Sustainability Tables, è nata a Genova nell’ottobre 2012 dall’iniziativa di Monica, la presidente, Stefania, tesoriera, e Alessandro, vice-presidente (qui maggiori informazioni).
    Il termine YEAST, mutuato dalla lingua inglese, significa lievito, fermento, ed è stato scelto per esprimere con una metafora il senso dell’azione dell’associazione: organizzare scambi culturali in Europa per far viaggiare, mettere in circolo persone e idee, favorire la mobilità dei giovani genovesi che hanno voglia di guardarsi attorno.

    Raccontano i fondatori: «Abbiamo scelto il nome YEAST perché quando si viaggia si cresce, si matura, insomma “lievitiamo” nel senso che diventiamo più “grandi”. Gli scambi internazionali di cui ci occupiamo si rivolgono prevalentemente a quella fascia d’età compresa tra 18-25 anni, che è più in “fermento” e ha più vitalità. Riteniamo che la nostra bellissima città, Genova, spesso chiusa e non troppo giovanile, abbia proprio bisogno di maggior “fermento” (senza contare che nessun altro nome poteva essere più appropriato, visto che tutti e tre amiamo la birra, e insomma più “yeast” di così…)».

    Gli scambi di YEAST mirano a coinvolgere i giovani genovesi in contesti in cui affrontare temi di pubblico interesse e farli diventare parte attiva nella costruzione del loro futuro. I temi principalmente affrontati toccano diversi ambiti: leadership, spirito imprenditoriale, cooperazione internazionale, valorizzazione della creatività personale, sport, integrazione, green economy, mobilità sostenibile.
    Tra le possibilità di YEAST, oltre agli scambi internazionali, anche esperienze alla pari, stage e lavoro a Londra in collaborazione con Come2England.

    Non solo Europa: anche a livello locale sono proposte varie iniziative, dall’incontro tra culture diverse tramite il laboratorio online “multiculturalità” attivo presso il portale OpenGenova; agli aperitivi culturali De GustiBUS, un “viaggio tra i sapori del mondo senza muovervi dalla vostra città!”.

     

    Elettra Antognetti

  • Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    Gli Stati (mai) Uniti d’Europa e il ruolo delle identità nazionali. La fine del “sogno europeo”

    EuropaQualche giorno fa Beppe Grillo posta sul suo blog una serie di “considerazioni storiche” sul futuro del paese e sulla possibilità (auspicio?) che l’Italia finisca per dividersi. Tra gli altri, Il Giornale commenta con un titolo geniale: Grillo sale sul Carroccio”. Tuttavia nella realtà il comico non sta propugnando una precisa linea separatista. Piuttosto, come è sua abitudine, attraverso domande e periodi ipotetici, lancia il sasso e poi nasconde la mano. È il solito giochino del “megafono del movimento” che la spara grossa per ottenere la più ampia visibilità mediatica. L’obiettivo è sempre raccattare i delusi in circolazione con messaggi sufficientemente forti da dare l’impressione che la nuova forza politica sia portatrice di mutamenti radicali, ma anche sufficientemente ambigui per evitare di doversi schierare nettamente in un modo, allontanando dal movimento quelli che la pensano al modo contrario. È una strategia che abbiamo visto all’opera a proposito del tema dell’euro: e tra l’altro, a questo riguardo, i nodi stanno venendo al pettine, visto che qualcuno ha già cominciato a rinfacciare al movimento di non avere una propria posizione.

    Dunque certamente non si deve scambiare l’abitudine di Grillo alla boutade per un manifesto programmatico. Purtuttavia, ciò detto, non bisogna nemmeno sottovalutare la sua capacità di puntare con decisione ai “fronti caldi”. Infatti anche in questa occasione il comico genovese ha toccato un nervo scoperto. Dopo essersi costruito un consenso con il tema dell’autoreferenzialità della Casta e dopo averlo consolidato con il tema della critica all’Europa (punti su cui gli altri partiti sono poi stati costretti ad inseguire), Grillo conferma per la terza volta un’indiscutibile capacità di anticipare gli argomenti clou della politica andando a mettere il dito nella ferita aperta. E il tema scottante, oggi, è il nodo irrisolto del ruolo degli «Stati nazionali».

    È un peccato che il fondatore del M5S abbia partorito un soggetto politico con limiti strutturali e premesse ideologiche assurde: perché il fiuto davvero non gli mancherebbe. O forse sono gli altri ad essere particolarmente indietro. Comunque sia, resta il fatto che in Europa c’è un enorme problema di identità e di istituzioni politiche: e mentre gli altri si baloccano con le quote rosa, Grillo si è già mosso per cavalcare quest’onda a modo suo.

    Senza dubbio il comico ha intuito che il vaso di Pandora si sta scoperchiando con le tensioni in Ucraina e la decisione della Crimea di staccarsi da Kiev per riavvicinarsi a Mosca. Questo delicato passaggio pone infatti urgenti questioni di legittimità (come notano, tra gli altri, Panorama e l’economista Jacques Sapir). Tuttavia esistono da tempo altri problemi: la Scozia che si esprimerà sull’indipendenza dall’Inghilterra il prossimo 18 settembre; la Catalogna che vorrebbe votare per staccarsi da Madrid il 9 novembre (ma è più decisamente osteggiata dal governo spagnolo); infine la contrapposizione in Belgio tra fiamminghi e valloni, che può portare il paese a fare la fine della Cecoslovacchia. Su quest’onda altre cause separatiste, come quella corsa, quella basca e quella irlandese, per non parlare di quella leghista in casa nostra, rischiano di riaccendersi.

    Tutte queste vicende sono legate da un filo rosso che passa per Sebastopoli e arriva fino alla villa del comico a Sant’Ilario. Questo filo è evidentemente il fallimento del progetto politico europeo e la necessità che da qui segue di ripensare il ruolo dello Stato e il senso delle comunità nazionali in un mondo globalizzato. La vicenda ucraina, per il momento, interessa l’Unione Europea solo di riflesso; nel senso che rapportarsi a spinte autonomiste in “politica estera”, per di più con uno Stato che un domani potrebbe chiedere di diventare membro, pone un problema di coerenza nell’atteggiamento da tenere verso le analoghe spinte in “politica interna”. Ma tutto il resto, da Edimburgo a Varese, è l’espressione diretta dell’inconsistenza del progetto federale europeo.

    Autorità pubblica e identità nazionale

    italia-europa-politicaSe mi è concesso banalizzare un po’ un problema altrimenti troppo complesso, direi che l’autorità pubblica, e quindi le istituzioni ad essa collegate, hanno senso unicamente in quanto espletano una semplice funzione: la collezione delle risorse pubbliche, ossia, in una parola, la riscossione delle tasse. Per realizzare degli scopi a livello collettivo, infatti, occorre qualcuno che abbia il consenso per usare le risorse di tutti a fini comuni. E il fine ultimo è certamente il benessere della comunità.

    Tuttavia decidere sui modi in cui si persegue questo benessere e il fatto che il benessere di alcuni possa facilmente entrare in contrasto con il benessere di altri può spezzare l’unione di un gruppo sociale e delle sue istituzioni. Per questo si dice che la comunità ha bisogno di un “senso di appartenenza”: i singoli devono riconoscersi come membri di un’entità collettiva, la cui sopravvivenza valga qualche compromesso individuale e qualche sacrificio. Occorre, insomma, in termini spiccioli, benevolenza, comunicazione e comprensione reciproca, cosa che richiede inderogabilmente il riconoscimento tra i membri di una comunità di tratti comuni.

    Questo “senso di identità” comunitario deve essere evidentemente esclusivo. Come appartenenti al genere umano abbiamo certamente tutti dei caratteri comuni. E all’opposto come individui siamo tutti unici e diversi. Ma da un punto di vista sociale e culturale siamo simili ad alcuni e diversi da altri. Le comunità si definiscono e si riconoscono, dunque, grazie a un’identità comune ed esclusiva. Ciò non toglie che, come si diceva, il senso di una comunità è il mantenimento del suo benessere: tuttavia la precondizione perché si realizzi la ricerca collettiva del benessere è il superamento delle diffidenze reciproche attraverso la costituzione di un’identità collettiva.

    Questa almeno, a grandi linee, è stata la lezione che ci aveva consegnato la modernità fino al secolo scorso, quando due guerre mondiali hanno posto il problema di come evitare il rischio di nazionalismi conflittuali. A questo argomento, poi, si sono aggiunte le dinamiche della globalizzazione, interpretata come sviluppo di fenomeni e soggetti transnazionali che richiedono una forma di controllo politico più elevato rispetto alle singole autorità nazionali.

    L’Europa (mai) Unita

    [quote]Quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato[/quote]

    europa-bceIl progetto di unificazione europeo va considerato in questo contesto. Nelle intenzioni esso doveva essere, da un lato, una prima risposta politica ai problemi posti dalla globalizzazione e dal rischio della conflittualità tra nazioni; dall’altro lato, come autorità pubblica, avrebbe dovuto basare il proprio consenso su un benessere generale conseguito attraverso la mera gestione tecnocratica. In altri termini, secondo le élite che hanno guidato il processo, non sarebbe stato necessario tanto fondare il consenso su ragioni ideologiche o identitarie: sarebbe bastata la prosperità economica, garantita dai governanti in virtù della loro conoscenza tecnica delle leggi dell’economia.

    Il problema dell’identità, cui facevamo accenno prima come indispensabile, veniva eluso facendo la somma delle identità preesistenti. Non c’era, infatti, e non c’è mai stata, alcuna riflessione su una possibile “identità europea” diversa da altre identità culturali e politiche nel mondo. Tra Gran Bretagna, Spagna e Danimarca non ci sono, al fondo, tratti comuni particolari che non siano al contempo condivisi da Canada o Nuova Zelanda. Questo significa che quella che in questi anni abbiamo chiamato “identità europea” altro non era che la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, che ha una lingua e una visione politico-economica di derivazione anglosassone.

    Pertanto, senza una vera identità comune e con un approccio multiculturale, il risultato del tentativo di unificazione l’Europa non poteva essere che l’esaltazione delle componenti identitarie locali. Infatti, se il progetto politico è la “nazione”, è ovvio che c’è un superiore “interesse nazionale” al quale le aspirazioni locali, in ultima analisi, si devono piegare: l’integrità della Spagna, in quest’ottica, viene prima delle esigenze di autonomia della componente basca. Se però, al contrario, gli Stati dovranno alla fine confluire verso un super-Stato federale europeo, in un quadro di equidistanza e pari dignità di tutte le componenti, allora è chiaro che baschi, catalani, andalusi e spagnoli hanno tutti lo stesso diritto a vedersi riconoscere un’eguale autonomia. Ecco dunque come la spinta centripeta del progetto federale riveli in realtà un esito centrifugo all’affermazione di identità locali.

    Questo processo disgregativo, per di più, è esasperato dalla crisi economica: una crisi che, giova ricordarlo, è tutta europea. Il ripiegamento su stessi viene vissuto, dunque, non solo come il diritto all’affermazione della propria identità, ma anche come la risposta a un problema economico che l’Unione Europea non sa affrontare. Le “regole europee”, espressione di un tecnicismo centralizzato favorevole alle multinazionali (non certo alla salvaguardia delle economie locali), diventano l’odioso simbolo di un disagio troppo grande. E così è completo il fallimento del progetto federale, che prima ha preteso di poter dare benessere con la tecnica ignorando il problema politico dell’identità; e oggi fallisce anche quell’obiettivo di benessere che era la sua unica ragione, regalando povertà e disoccupazione e tirando il freno alla ripresa globale.

     Il futuro

    Agli Stati per anni è stato raccontato che tutti i loro problemi dipendevano dalla mancanza di un’entità politica più grande: ora che l’Unione più grande ce l’abbiamo e i problemi sono aumentati a dismisura, ci si può ancora ostinare a credere che l’integrazione raggiunta sia insufficiente (ossia che ci vuole “più Europa”), ma non si può davvero biasimare chi invece va alla ricerca di una maggiore autonomia locale. L’ormai prossima fine del progetto europeo, dunque, non ci riporterà magicamente alla situazione che c’era prima di Maastricht; ma ci consegnerà a una situazione di forte incertezza politica causata dalla demolizione delle precedenti certezze. È il frutto amaro di una lotta ideologica allo Stato che va avanti da almeno trent’anni e che a questo punto dovremmo ripensare.

    A questo proposito la settimana prossima esamineremo il caso dell’Italia, cercando di trarre la giusta lezione dal fallimento dell’Europa e provando a domandarci se davvero parlare di “nazione italiana” nel terzo millennio, come lascia intendere Grillo, non abbia più alcun senso.

     

    Andrea Giannini

  • Sampierdarena e San Teodoro, “passeggiate urbane” del Pd alla ricerca di spazi vuoti da riqualificare

    Sampierdarena e San Teodoro, “passeggiate urbane” del Pd alla ricerca di spazi vuoti da riqualificare

    Chiesa di S.TeodoroIl principio che sta alla base è lo stesso del nostro #EraOnTheRoadda ormai un anno appuntamento fisso del mercoledì pomeriggio per i lettori di Era Superba: percorrere a piedi in compagnia di tecnici e cittadini le strade della città per toccare con mano problematiche ed eccellenze. L’iniziativa del Pd – cinque passeggiate urbane per ricostruire il legame tra i cittadini e le loro strade – si concentra su una precisa tematica: “Filo conduttore delle passeggiate urbane sarà il tema de i Vuoti e i Pieni, ovvero gli spazi che compongono le nostre città e possono renderle belle o brutte, sicure o insicure poiché progettare le città significa distribuire i suoi spazi, quali riempire e quali liberare, di giorno e di notte, in un gioco che non si interrompe mai” si legge nella nota stampa. Sono le parole di Monica Russo, appartenente al gruppo consiliare del Partito Democratico e promotore dell’iniziativa.

    “L’idea – aggiunge Russo nella nota – è quella di provare a riempire un po’ gli spazi vuoti raccogliendo i desideri che incontreremo nel nostro percorso e liberandoli dalle paure che li avvolgono e lo faremo grazie alle idee di chi abita le città e di coloro che progettano e pensano le città. Per questo abbiamo coinvolto associazioni che si occupano di verde in città, di tutela dell’ambiente, di raccogliere e conservare la memoria dei quartieri, gruppi di cittadini attivi in modi diversi sul territorio; abbiamo chiesto l’aiuto ad urbanisti, sociologhi, esperti che a diverso titolo si occupano degli spazi urbani e abbiamo avuto la disponibilità a partecipare tra gli altri del prof. Massimo Quaini, geografo, del prof. Ferdinando Bonora, archeologo, del prof. Stefano Padovano, esperto in sicurezza urbana integrata, e di “Incontri in città” – Laboratorio Permanente di Studi Urbani dell’Università di Genova grazie alla collaborazione della dott.sa Maria Elena Buslacchi e della dott.ssa Daniela Panariello, sociologa urbana. Ci ha dato appoggio e sostegno il Municipio Centro Ovest che ringraziamo. Riprenderemo questa esperienza con filmati e faremo interviste che saranno poi oggetto di riflessione in un convegno finale il 29 marzo”.

    Cinque le passeggiate in programma:

    Domenica 9 marzo alle 10,30 a San Teodoro, secondo un itinerario che da Largo San Francesco da Paola arriverà al Matitone scendendo da salita San Francesco e poi per via Fassolo, via San Benedetto, palazzo Doria, via Buozzi ed il mercato di piazza Dinegro.

    Venerdì 14 marzo alle 21, seconda passeggiata da piazza Settembrini a via Pietro Chiesa, a Sampierdarena.

    Venerdì 21 marzo alle 16,30, ancora a Sampierdarena, il terzo itinerario che muoverà da piazza Masnata per concludersi all’ex mercato ovoavicolo del Campasso.

    Mercoledì 26 marzo alle 16,30 il quarto appuntamento, dall’ospedale Villa Scassi al Teatro Modena, attraversando via Cantore e scendendo in via Buranello.

    Infine, sabato 22 marzo alle 16 ancora a San Teodoro, con partenza ancora da Largo San Francesco da Paola e conclusione in via Venezia.

  • Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Cosa avete capito della crisi ucraina? Non ci sono buoni e cattivi e neanche invasioni militari

    Proteste in UcrainaScrive Marcello Foa: “Che cosa avete capito della crisi ucraina? Verosimilmente che il popolo ucraino si è ribellato contro un presidente arrogante e autoritario, Viktor Janukovyč, il quale ha cercato di reprimere la protesta, uccidendo decine di persone, ma che alla fine è stato destituito. La Russia si è arrabbiata e per ripicca ha invaso la Crimea. Confusamente tu, lettore, avrai capito che il popolo vuole entrare nell’Unione europea, mentre Janukovyč e, soprattutto, Mosca si oppongono. Fine”.

    È una sintesi perfetta di quello che dicono chiaro e tondo alcuni illustri commentatori; ma soprattutto è una sintesi di quello che indirettamente, nei racconti e nelle testimonianze giornalistiche “oggettive”, è considerato “implicito”, scontato, che non occorre approfondire perché – c’è da presumere – è ovvio. Siamo di fronte, in buona sostanza, al classico frame giornalistico: un contesto, una cornice (frame, in inglese), di senso e di valore che, in un modo o nell’altro, si costituisce nell’immediatezza di un evento per inquadrarlo o favorirne la divulgazione e che poi resta come riferimento implicito per gli sviluppi futuri. È un’interpretazione semplificata; che però è dura a morire, soprattutto se ingloba giudizi e pregiudizi.

    Nel caso della rivolta ucraina, per esempio, si fa presto ad identificare “i buoni” con il blocco diplomatico USA-UE e “i cattivi” con la Russia di Putin. Stati Uniti e Unione Europea sono una realtà “occidentale” con molti difetti, ma con una vitale caratteristica: la democrazia. Dall’altra parte, invece, abbiamo quello che resta del vecchio impero sovietico, una realtà “orientale” che tradizionalmente associamo al centralismo e alla dittatura. E bisogna pur ammettere che questa Russia conservatrice, ostile agli omosessuali, governata da oligarchi ed ex-agenti del KGB, non appena la situazione si è surriscaldata, ha subito fatto ricorso alle armi. Come non solidarizzare, dunque, con le “proteste pacifiche” degli ucraini e non condannare le mosse di Putin, che di colpo riaprono scenari da guerra fredda?

    In realtà qui nessuno vuole “riabilitare” Putin. Nessuno dubita che in Russia succedano cose riprovevoli: ma questa considerazione che rilevanza ha ai fini della crisi ucraina? Davvero tutto sta accadendo perché Putin è cattivo e “fuori dalla realtà”? Davvero siamo davanti solo all’ennesimo dittatore folle? Davvero due superpotenze mondiali sono finite in questo vortice semplicemente perché, come nei vecchi film western, i “pellerossa” sono assetati di sangue e i “cowboy” pensano alla giustizia e alla difesa degli oppressi?

    Difficile crederlo. La logica dei “buoni” e dei “cattivi” può funzionare nei cartoni animati: ma dovremmo sapere che la realtà è un po’ più complessa, sia per quanto attiene, a un livello filosofico, le azioni morali degli uomini, sia per comprendere le ragioni e le strategie della politica estera internazionale. Se il problema fosse solo salvare gli oppressi, infatti, che dire dei centinaia di conflitti e genocidi sparsi in giro per il mondo che lasciano spesso indifferenti Russia, Stati Uniti, Cina e le altre potenze? Che dire ad esempio dei massacri nella Repubblica Centrafricana, che purtroppo ha il torto di essere uno dei paesi più poveri della terra? Se tutti sono così interessati all’Ucraina, allora, dobbiamo concludere che non è solo una questione di giustizia. E’ probabile, anzi, che il paese abbia una qualche rilevanza di qualche altro tipo.

    Stando a quello che si può leggere in giro ci sono almeno quattro ordini di interessi in ballo:

    1) una questione strategica, con le tensioni sullo scudo antimissile che la NATO sta dispiegando in Europa per difendersi (ufficialmente) da Iran e Corea del Nord;

    2) una questione energetica, con la fornitura di gas russo che passa per l’oleodotto ucraino;

    3) una questione doganale, con Kiev che si ritrova stretta tra le ambizioni commerciali dei mercati dell’Unione Europea (soprattutto la Germania) e quelle dell’Unione Doganale Eurosiatica;

    4) una questione economica, con l’abbandono delle politiche neo-liberiste promosso da Putin in favore della nazionalizzazione di alcuni grandi compagnie (come appunto il colosso dell’energia Gazprom).

    È evidente, dunque, che USA, UE e Russia non si stanno confrontando sulle legittime aspirazioni del popolo ucraino, bensì su una conflittuale aspirazione all’egemonia e su precisi interessi economici, che naturalmente rimangono nascosti dietro la propaganda di parte. Così, quella che per gli Stati Uniti e l’Europa è un’aggressione militare, per i russi è la risposta ad un colpo di Stato architettato dai servizi segreti stranieri. E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la versione russa non è meno credibile della versione che danno i media occidentali allineati.

    Ma come – insorgerà qualcuno –, non è forse vero che la Russia ha invaso la Crimea con i suoi militari? Tecnicamente no. I russi dispongono di basi militari a Sebastopoli grazie ad un preciso accordo bilaterale (che scade nel 2017): esattamente come fanno gli americani, che hanno basi anche da noi, in Italia. Quello che la Russia ha fatto negli ultimi giorni è stato aumentare il contingente: una prova muscolare, ma non certo una “invasione”.

    D’accordo – dirà qualcun altro – ma come si fa a credere alla versione del colpo di Stato dei servizi stranieri? Si può: perché è già successo. Secondo la prestigiosa rivista americana Foreign Policy, nel passato sono stati almeno sette i colpi di Stato in cui risulta accertato l’intervento dalla CIA: Iran (1953), Guatemala (1954), Congo (1960), Repubblica Dominicana (1961), Vietnam del Sud (1963), Brasile (1964) e Cile (1973). In Iran, in particolare, con la famosa operazione Ajax si sfruttarono per la prima volta manifestazioni di piazza pilotate.

    Si, va bene – obietterà un terzo – ma non è evidente che la protesta ucraina è una pacifica manifestazione popolare? Direi di no: piuttosto rischia di trasformarsi in una rivolta nazionalista a sfondo fascista. Scrive ad esempio Romano Prodi sul New York Times: “Molti o persino la maggior parte di coloro che protestano sono sinceri e vogliono un’Ucraina pacifica che sia stabile e democratica. Ma c’è anche una fazione violenta che sta occupando i palazzi governativi e attaccando gli agenti di polizia con armi da fuoco e esplosivi. Essa include gruppi nazionalisti di ultra-destra come “Right Sector”, un nuovo movimento estremista, e “Svoboda”, un’organizzazione apertamente antisemita che è ad oggi la terza forza politica di opposizione”. Ancora, Barbara Spinelli su Repubblica: “Nei tumulti hanno svolto un ruolo cruciale – non denunciato a Occidente – forze nazionaliste e neonaziste (un loro leader è nel nuovo governo: il vice Premier). Il mito di queste forze è Stepan Bandera, che nel ’39 collaborò con Hitler”.

    La Spinelli riconosce un altro dato incontrovertibile: la forte componente russa della popolazione ucraina. “È sbagliato chiamare l’Est ucraino regioni secessioniste perché “abitate da filorussi “. Non sono filo-russi ma russi, semplicemente. In Crimea il 60% della popolazione è russa, e il 77% usa il russo come lingua madre (solo il 10% parla ucraino)”. Aggiungo che Janukovyč, per quanto indubbiamente legato a Putin e agli interessi della Russia, non è certo andato al potere con la forza: al secondo turno delle presidenziali del 2010 è stato eletto con il 51,8% di consensi in un voto fondamentalmente regolare e democratico (secondo quanto stabilito da una missione della stessa Accademia Europea per l’Osservatorio sulle Elezioni).

    A fronte di tutto questo, dunque, se gli USA mandano il segretario John Kerry a Kiev per commemorare i caduti di Euromaidan e incoraggiare la rivolta in uno Stato che è un potenziale alleato russo a soli 850 km da Mosca, è evidente che quella che stanno cercando è una deliberata provocazione a Putin.

    Occorre pertanto ristabilire un po’ di equilibrio. Non è facile capire dall’Italia cosa stia realmente succedendo in Ucraina: ma è chiaro che non si può prendere per oro colato una singola versione. L’Ucraina è scissa in varie componenti ed è sull’orlo del default economico: una combinazione di fattori che può essere sfruttata dalle varie potenze per estendere un’influenza decisiva su Kiev. Quel che è certo è che in questo intreccio di interessi che divide la stessa Unione Europea, in questo contenzioso tra potenze egemoni che ci riporta indietro di trent’anni, proprio non ci sono “buoni”.

    Andrea Giannini

  • Terzo premier “non eletto”? Il vero deficit democratico è un altro: bentornata austerity

    Terzo premier “non eletto”? Il vero deficit democratico è un altro: bentornata austerity

    italia-europa-politicaSi sente dire qua e là che “Renzi è il terzo premier non eletto“, intendendo evidentemente con questa espressione “non eletto dai cittadini”. In effetti è evidente lo scarso rispetto mostrato per la democrazia al momento della formazione dei governi. Tuttavia bisogna fare attenzione, perché, messo in questi termini, il tormentone rischia di rivelarsi un messaggio subliminale funzionale alla propaganda dei soliti dogmi (ovvero quel “luogocomunismo” cui accennavo la settimana scorsa).

    Difatti, se davvero i fallimenti degli ultimi due governi fanno capo a Presidenti del Consiglio “non eletti” (nel senso che nessun elettore ha mai messo una croce sul nome di quel candidato ), allora  viene spontaneo pensare che il problema possa essere individuato nel sistema di selezione affidato ai “giochi di palazzo”; e che dunque, per invertire la rotta, occorra “far scegliere alla gente”. L’allusione è evidente: quello di cui avremmo bisogno è, in una parola, il presidenzialismo.

    Tuttavia nella storia repubblicana, anche prima di Monti, nessun premier è mai stato votato direttamente dai cittadini. Viviamo ancora, infatti, – checché se ne dica – in una repubblica parlamentare: gli elettori votano i partiti o le coalizioni che siederanno in Parlamento; dopodiché spetta al Presidente della Repubblica nominare il Presidente del Consiglio, ossia colui che, sulla base delle consultazioni avviate, si suppone possa disporre di una maggioranza e dunque ottenere un voto di fiducia. La prassi è la stessa anche in caso di crisi di governo: il Presidente della Repubblica verifica se ci sono le condizioni per formare altre maggioranze; altrimenti si torna al voto. E’ sempre andata così.

    La questione del “premier eletto” è piuttosto un vecchio pallino di Berlusconi, che la sinistra ha dovuto rincorrere come sempre. Secondo il Cavaliere, il fatto di proporre in campagna elettorale una precisa leadership, dichiarata anzitempo agli elettori e plasticamente rappresentata dalla dicitura “Berlusconi Presidente” sul logo della coalizione, trasfigurerebbe il nostro sistema, de facto, in senso presidenziale. Di qui tutte le elucubrazioni sulla cosiddetta “costituzione materiale”: dato che i partiti hanno inaugurato una certa prassi (costituzione materiale), allora sarebbe necessario modificare di conseguenza le leggi (costituzione formale) – un po’ come dire che, siccome nessuno si ferma più col rosso, tanto vale abolire i semafori.

    Purtroppo per i suoi detrattori, però, fintanto che non viene modificata, la nostra Costituzione resta in vigore così com’è: e sulla base di questa Costituzione non c’è nulla di formalmente sbagliato nel fatto che Mario Monti, Enrico Letta e Matteo Renzi siano stati incaricati da Giorgio Napolitano e abbiano ottenuto la fiducia del Parlamento.

    Ma allora dove sta lo “scarso rispetto per la democrazia”? Il vero deficit democratico sta nella difformità tra quello che i partiti promettono prima del voto e quello che fanno dopo.

    Le logiche che portarono Monti a Palazzo Chigi furono scellerate; ma all’epoca la politica si trincerava dietro la supposta emergenza, l’incertezza delle elezioni e il consenso costruito attorno alla figura dell’ex-commissario europeo: con queste giustificazioni si poté adoperare la formula delle larghe intese per varare dolorose misure di austerità. Con la caduta di Monti, però, i partiti si presentarono in campagna elettorale col timore di venire bastonati dagli elettori, a causa degli effetti recessivi del rigore contabile. Il PD, ad esempio, cercò di recuperare giurando eterna inimicizia a Berlusconi e promettendo di coniugare rigore e crescita; ma questo non bastò a evitare che il responso delle urne fosse schiacciante: come venne riconosciuto da pressoché tutta la stampa internazionale, gli Italiani avevano punito le larghe intese e bocciato l’austerity. Lo scandalo è che questo inequivocabile verdetto viene da allora sistematicamente ignorato.

    Già con il governo Letta abbiamo avuto la riedizione delle larghe intese che lo stesso ex-premier aveva abiurato in campagna elettorale. Oggi il governo Renzi tira un secondo, sonoro ceffone alla sovranità del popolo, con la nomina – che è un’autentica provocazione – di Pier Carlo Padoan al dicastero dell’economia.

    Padoan, il cui curriculum e competenza di esperto non sono in discussione, è stato l’uomo forse più rappresentativo della filosofia dell’austerity. Lo dimostra anche il fatto che il premio Nobel Paul Krugman – probabilmente il più illustre esponente della critica all’austerità a livello mondiale – abbia fatto di Pier Carlo Padoan e dell’OCSE, che allora il nostro compatriota dirigeva, un vero e proprio idolo polemico.

    Krugman ha scritto (aprile 2013) che il parere dato dall’OCSE agli USA nel 2010 (alzare i tassi per frenare inesistenti aspettative inflattive) “potrebbe essere considerato il peggiore consiglio mai dato dalle maggiori organizzazioni internazionali – peggiore di quelli dati dalla Commissione Europea, peggiore di quelli dati dalla Banca Centrale Europea”. Ha poi commentato l’esortazione di Padoan a proseguire nel consolidamento fiscale, perché “la vittoria” sarebbe “a portata di mano”, con queste parole: “Credo che questa sia l’eurolingua per dire: il massacro continuerà finché il morale si risolleverà”. Più tardi (settembre 2013) ha aggiunto: “L’OCSE in generale, e in particolare Pier Carlo Padoan, in qualità di capo economista, sono stati tra i più grandi e tra i primi accaniti sostenitori [cheerleaders] dell’austerità; quindi è chiaro perché non vogliano ammettere che di fatto hanno spinto l’Europa in un disastro”.

    Insomma, indipendentemente da come si muoverà il governo Renzi e dalla valutazione che se ne darà, è evidente già ora che non si poteva trovare in tutto il mondo un ministro dell’economia più titolato a riprendere e proseguire l’opera di Monti; il che testimonia la pervicace volontà antidemocratica di questa classe politica, che continua a ignorare il voto degli Italiani per accontentare i diktat europei.

    Andrea Giannini

  • Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    Consiglio comunale: nuovo regolamento, la sostanza non cambia. È finita a taralucci e vino

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D2Ce l’abbiamo fatta. Anzi, ce l’hanno fatta. Dopo 25 sedute di commissione, 4 consigli comunali, liti furibonde e porte sbattute in faccia, come era facilmente presumibile, tutto finisce a tarallucci e vino. Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità (32 presenti) il suo nuovo regolamento che, in ogni caso, non entrerà in vigore prima di un mese.

    Dopo l’ennesima sospensione della settimana scorsa sul delicato tema della riforma degli articoli 54, la quadra era stata raggiunta già lunedì nel corso della Conferenza dei capigruppo convocata ad hoc. La questione era ben nota: da un lato i fautori del documento prodotto dalla Commissione pensato nel corso delle 25 sedute tematiche, dall’altro un sostanzioso emendamento Pd-Pdl che sembrava non volerne tenere conto. Nel mezzo, tutta un’altra serie di emendamenti degli altri gruppi consigliari, disposti comunque a ritirarli qualora fosse stata accettata anche dal Pd la riforma che mirava ad annullare la discrezionalità da parte del presidente nella scelta delle interrogazioni a risposta immediata da portare in aula.

    Segnali positivi erano arrivati fin dall’apertura dei lavori con Paolo Putti, capogruppo del M5S, che annunciava il ritiro di tutti gli emendamenti del suo gruppo all’articolo 54 «dato che in Conferenza capigruppo c’è stato un ampio dibattito che ha portato a una soluzione soddisfacente».

    Il testo finalmente concordato introduce sostanzialmente il limite per ogni consigliere della presentazione di una sola interrogazione a risposta immediata per ciascuna seduta. “Il presidente valuta la sussistenza dei requisiti richiesti (attualità e urgenza, NdR) e provvede a disporre la trattazione delle interrogazioni, sentiti i Capigruppo circa l’ordine di priorità ed urgenza che ciascun Gruppo attribuisce alle interrogazioni presentate dai propri consiglieri”.

    La montagna ha partorito il topolino. Non è dato sapere, infatti, quali siano le modalità con cui il presidente sarà chiamato a “sentire i Capigruppo”: la sensazione è che l’unica cosa che cambierà realmente sarà il numero degli articoli 54 che ogni settimana arriveranno sul banco del Presidente, che nelle realtà dei fatti avrà comunque sempre l’ultima parola sull’ordine dei lavori.

    Da segnalare, comunque, che il nuovo regolamento prevede anche la “facoltà del Consigliere proponente di chiedere, qualora l’interrogazione proposta non sia inserita all’ordine del giorno della seduta consigliare, una risposta scritta. In difetto di risposta da parte degli assessori competenti entro 5 giorni dalla seduta consigliare, l’interrogazione viene inserita automaticamente all’ordine del giorno della seduta successiva”.

    Anche oggi, comunque, non tutti si sono trovati d’accordo: nonostante il voto unanime conclusivo sull’intera riforma del regolamento, la modifica all’art. 54, infatti, è passata con l’astensione del Pdl. Radio Tursi nelle scorse settimane aveva parlato di un accordo tra Pd e Pdl proprio su questo tema. Accordo che evidentemente deve essere saltato nella Conferenza capigruppo straordinaria di lunedì: «Più che un accordo – spiega Stefano Balleari, vicepresidente del Consiglio comunale e oggi portavoce del Pdl data l’assenza del capogruppo Lilli Lauro – diciamo che avevamo un documento concordato su cui convergevamo, con la debita premessa che sia Pdl che Pd non ravvisavano l’esigenza di modificare l’articolo 54 perché il presidente del Consiglio svolge la sua funzione in maniera equilibrata. Il documento concordato interveniva solo con la limitazione della quantità di 54 da presentare. Oggi, invece, si è approvato un sistema sbagliatissimo perché il presidente del Consiglio deve sottoporsi alla volontà del Capogruppo: se si tratta di una persona equilibrata non c’è problema, altrimenti c’è la possibilità che presenti solo le proprie interrogazioni o quelle della sua corrente. Il rischio, dunque, è che un consigliere comunale diventi ostaggio del proprio Capogruppo. Non ho votato contro solo per un senso di responsabilità istituzionale in funzione anche del mio ruolo da vicepresidente».

    Tra gli altri articoli modificati, sorprende positivamente l’approvazione di un emendamento presentato dal Movimento 5 Stelle che stabilisce che il Consiglio comunale adotti il formato digitale come sistema standard di comunicazione e abbandoni il fax, invitando assessorati e uffici a fare lo stesso. Viene, inoltre, richiesta la pubblicazione sul sito del Comune di tutti i documenti preparatori e conclusivi delle sedute di Commissione e Consiglio, non attraverso scannerizzazione ma con standard di accessibilità che favoriscano la lettura da parte di persone con deficit visivi.

    Soddisfatto il presidente Guerello che, come aveva anticipato, per evitare conflitti di interessi si è astenuto sulle votazioni di ogni singola modifica al regolamento, non è intervenuto nel merito nella decisiva Conferenza capigruppo convocata ad hoc lunedì ma ha votato favorevolmente la riforma complessiva: «I lavori di oggi (ieri, NdR) si sono svolti finalmente in un clima piuttosto sereno. È molto importante che la delibera sia stata votata all’unanimità, come mi auguravo, perché al di là dell’asprezza del dibattito è fondamentale che le regole siano condivise perché la democrazia si esercita nel rispetto delle regole». Regole che vanno incontro al lavoro del presidente in una delle questioni più complicate, la scelta degli articoli 54: «Vedremo poi come procederemo nel concreto – ha concluso Guerello – certo che finora è sempre stato molto complicato scegliere 4 o 5 argomenti tra i 300 che mediamente ogni settimana mi vengono proposti. La scelta resa ancor più difficile dal fatto che le emergenze sono tante, i consiglieri spesso propongono argomenti di pregio e sono costretto a scontentare molte istanze che provengono dal territorio».

    Simone D’Ambrosio

  • Grillo vs Renzi, la sagra delle polemiche inutili e i veri limiti del Movimento 5 Stelle

    Grillo vs Renzi, la sagra delle polemiche inutili e i veri limiti del Movimento 5 Stelle

    Beppe GrilloQuasi ogni giorno arrivano conferme del fatto che il Movimento 5 Stelle è un progetto politico deficitario. Un episodio rivelatore è proprio quello recente della “non-consultazione” in streaming con Renzi: ma a questo riguardo occorre subito precisare per quali aspetti questa “scenetta” non è rilevante.

    La sagra delle polemiche inutili

    Ovviamente non ci interessa il “fascismo verbale” e le altre amenità che piacciono tanto alla maggioranza dei detrattori: quello è solo folklore. Neppure si può sostenere, come ho già avuto occasione di dire, che al M5S manchi coerenza

    Sappiamo già che i nuovi arrivati in Parlamento si propongono innanzitutto di mandare a casa la vecchia politica, identificata nella forma-partito tradizionale fatta di dirigenti autoreferenziali e accordi presi alle spalle degli elettori: e dunque era piuttosto prevedibile che non si potesse fare eccezione per un Renzi qualsiasi solo perché all’anagrafe conta 39 anni. Né si può dire che Grillo avesse ricevuto un mandato preciso per cercare il dialogo. La votazione on-line promossa tra gli iscritti doveva decidere sull’opportunità o meno di partecipare – cito letteralmente – a “una farsa”: per cui non si può concludere che la consultazione sia stata un’occasione sprecata, dato che l’utilità della cosa era evidentemente esclusa sin dal principio. E non si tratta certo di un’idea personale di Grillo calato dall’alto: al contrario, stiamo parlando di quella che da sempre è la linea ufficiale del movimento.

    Ovviamente si può essere in disaccordo; e ci si può anche chiedere che senso abbia partecipare a una votazione in cui decidere, sostanzialmente, se insultare Renzi di persona o spedendogli una cartolina. Ma un iscritto al movimento non si può lamentare con Grillo perché fa quello che ha sempre sostenuto e praticato. La realtà è che probabilmente molti si sono avvicinati alla nuova forza politica senza capire bene di cosa si trattasse: e ora cominciano a rendersi conto di tutti quei limiti che forse si intuivano da subito e che ad oggi ancora non sono stati affrontati.

    Limiti strutturali

    Beppe GrilloSembra dimostrarsi corretto, ad esempio, quello che avevo scritto due anni fa: ossia che l’idea di sfruttare la verve comunicativa di Grillo, alla lunga, si sarebbe rivelata un’arma a doppio taglio; perché, se da un lato porta consensi, dall’altro impedisce la formazione di una leadership interna con una visione politica e un programma alternativo, e con ciò messa in grado di rispondere all’elettorato e di confrontarsi con le altre forze politiche.

    L’idea stessa che si possa rinunciare a una leadership e ad una visione politica semplicemente ricorrendo a consultazioni sulla rete (anche questo lo avevo scritto) alla prova dei fatti non sta funzionando. Ogni volta che c’è da decidere qualcosa Grillo deve trovare degli esperti fidati, metterli sul web, avviare una discussione e indire una votazione: il che è tutto molto bello, se non fosse che, nel mentre, le altre forze politiche hanno già trovato un accordo per votare quello che piace a loro. E non è solo un problema pratico: è anche un problema ideologico.

    Le votazioni on-line finiscono spesso in sostanziale parità, col risultato che pochi voti possono ribaltare completamente la linea di tutto il movimento. Cosa succederebbe se la votazione venisse ripetuta e il risultato fosse diverso? Di Maio e Di Battista si dovrebbero mettere a difendere di colpo la tesi contraria? È evidente, insomma, che una proposta politica si riconosce soprattutto dalle idee; che è con il merito dei contenuti, e non solo per un metodo, che si può chiedere il voto agli elettori; e infine che non si può rinunciare ad avere un’anima in cambio di un sondaggio su internet.

    Limiti di programma: occhio al luogocomunismo

    La scenetta del “colloquio” con Renzi dovrebbe far venire qualche perplessità anche per quello che riguarda il merito delle proposte. Ad esempio: com’è che il Partito Democratico (Grillo dixit) fa “copia e incolla di metà del programma” del movimento? Se da iscritto del M5S mi accorgo che quello che faccio viene replicato dal premier in pectore di un partito “morto”, che difende “banche, poteri forti e De Benedetti” e che non vale nemmeno la pena stare a sentire, come minimo devo cominciare a preoccuparmi. E forse dovrei anche chiedermi cosa ci sia nel mio programma che piace così tanto a quelle stesse “banche, poteri forti e industriali”.

    La risposta è che, purtroppo, anche il M5S, in mancanza di una visione ideologica di riferimento, può diventare preda del conformismo del ricettario politico pret-a-porter; vale a dire un miscuglio improbabile di tagli agli sprechi”, diminuzione delle tasse”, investimenti produttivi”, riforme strutturali”, “riduzione dei costi della politica”, “lotta alla corruzione”, “grinnecconomi”, “niutecnologgi” e “bisogna-sbattere-i-pugni-sul-tavolo-in-Europa” che l’economista Alberto Bagnai, con felice espressione, ha ribattezzato “luogocomunismo”.

    Questa definizione coglie bene il senso di una politica che trasversalmente è tutta dedita alla ripetizione di un mantra, cioè una formuletta che sta a metà tra la buona intenzione e l’inutile tautologia, che è svincolata da ogni seria riflessione scientifica e che chiunque può far sua per dare l’impressione di avere capito cosa vada fatto. Ma dietro al luogocomunismo, in realtà, si nasconde un pauroso vuoto culturale che è la cifra vera della inadeguatezza della nostra classe dirigente e che è invece funzionale agli interessi dell’establishment, ben contento del fatto che la gente non sappia più distinguere tra politiche di destra e politiche di sinistra.

    A fronte di questo scenario sconfortante la giovane età e la dimestichezza nell’uso di internet servono a poco, se non a buttare nello stesso calderone Renzi e Grillo.

    Il merito di fare opposizione

    Ciò non toglie che alcune intuizioni e alcuni esiti del M5S restino positivi: il problema sta nell’avere declinato coerenza e democrazia in senso ottusamente radicale. Pertanto senza un processo di rinnovamento interno che passi per la critica a certi capisaldi – sempre ammesso che sia possibile –, ad oggi il M5S può contare su un solo vero punto di forza: quello di continuare a fare opposizione. Checché se ne dica, infatti, non è l’accordo a tutti i costi, ma il confronto che fa la democrazia. E la virtù di Grillo è proprio quella di opporsi a partiti che, dal canto loro, continuano a sbagliare tutto.

    Andrea Giannini

  • Consiglio comunale: le comiche. Ancora rinvio per il Regolamento e il Puc rimane in coda

    Consiglio comunale: le comiche. Ancora rinvio per il Regolamento e il Puc rimane in coda

    palazzo-tursi-aula-rossa-d11Oggi le comiche, atto terzo. Dopo 25 sedute di Commissione e 3 Consigli (qui l’approfondimento), l’approvazione del nuovo Regolamento del Consiglio comunale di Genova subisce l’ennesimo rinvio alla prossima settimana. Ci sarebbe veramente da ridere se nel frattempo non venissero sprecate risorse pubbliche e sottratto tempo ad altre questioni ben più cruciali che sono costrette a rimanere in coda, come la Valutazione ambientale strategica sul Puc in seguito alle eccezioni sollevate dalla Regione o la formalizzazione dell’acquisizione delle aree per il nuovo depuratore di Cornigliano, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana.

    Questa volta, com’era ampiamente prevedibile, la discussione dei consiglieri si è arenata sulla rimodulazione degli art. 54, il question time o interrogazione a risposta immediata che, almeno finora, precede di un’ora ogni seduta ordinaria del Consiglio. In passato avevamo già dato conto delle varie anime che si sarebbero scontrate in proposito (qui l’approfondimento): la volontà emersa a larghissima maggioranza dalla Commissione era quella di procedere verso una diminuzione di discrezionalità attualmente in capo al presidente del Consiglio comunale circa gli argomenti da porre o meno in discussione. Ma il rischio sarebbe stato un po’ troppo elevato per la maggioranza e il Pd in particolare, che ha presentato in aula un emendamento alle modifiche approvate in Commissione, pur sottolineando come la tutela dell’art. 54 sia una questione fondamentale per garantire il diritto di espressione dell’opposizione.

    «Premesso che anche qualora venisse bocciato l’emendamento voteremmo a favore dell’intera delibera sul regolamento – ha detto il capogruppo dei democratici, Simone Farello – la nostra modifica va nella direzione di lasciare al presidente il giudizio sull’ammissibilità e l’urgenza degli articoli 54, consentendo una gestione flessibile che offra più spazio a disposizione per le minoranze e che elimini la discrezionalità della giunta nel rispondere o meno alle varie interrogazioni».

    D’altronde, è assolutamente legittimo riportare in discussione in aula quanto discusso in Commissione. Tuttavia, in casi come questo in cui i documenti prodotti avevano ricevuto un consenso quasi unanime, voler rimettere tutto in gioco rischia di essere, o quantomeno apparire, come la volontà di sfruttare i numeri forti del plenum dell’assemblea per far passare a tutti i costi la propria linea.

    «Di fatto – sostiene Enrico Musso – il presidente del Consiglio comunale è espressione della maggioranza che, dunque, più o meno indirettamente può decidere essa stessa di quali argomenti si possa o meno parlare. È evidente che quando c’è una questione scomoda, dietro la scusa che vi sono infinite richieste di articoli 54, il presidente può decidere tranquillamente che di una determinata cosa non si parlerà mai. Ma attenzione a risolvere la questione a colpi di maggioranza perché cercherete e troverete uno scontro».

    Risulta, dunque, difficile capire come si possa arrivare a una quadra condivisa da tutti. Eppure i consiglieri hanno chiuso i lavori di ieri sera convocando una Conferenza straordinaria dei Capigruppo per lunedì prossimo allo scopo di pervenire a una versione dell’art. 54 da approvare all’unanimità. Ma proprio nel corso della Conferenza capigruppo che ha maturato questa decisione, Alfonso Gioia (Udc) ha abbandonato i colleghi sbattendo la porta, con parole non propriamente dolci verso chi ha favorito questa evitabilissima deriva.

    Ordini del giorno “fuori sacco”: cosa cambierà

    Tra i deliri dell’ennesimo martedì gettato al vento, va segnalato comunque che dovrebbe essere definitivamente calato il sipario su un altro aspetto molto caldo: la modifica delle norme riguardanti la presentazione degli ordini del giorno fuori sacco.  Sul tema ha avuto la meglio ancora una volta l’emendamento voluto dal Partito democratico e riscritto alla nausea per cercare di recepire la maggior parte delle istanze emerse dal dibattito di queste tre settimane di lavori.  Il vecchio testo, al comma 8 dell’articolo 22, prevedeva che il presidente, sentita la Conferenza dei Capigruppo, potesse mettere in votazione ordini del giorno su questioni di interesse cittadino o generale non attinenti agli argomenti previsti dal calendario della seduta. Se, un solo consigliere si fosse opposto, con motivazione, l’ordine del giorno sarebbe stato posto in votazione nella seduta successiva. Inoltre, era consentita una breve dichiarazione di voto in dissenso ai Consiglieri e alle Consigliere che avessero voluto astenersi o votare contro tale ordine del giorno. Una disposizione sostanzialmente lasciata invariata dai lavori della Commissione e che, invece, ha subito una sostanziale modifica per iniziativa del Pd che ha limitato la possibilità di presentare i “fuori sacco” a un documento per ogni consigliere, per porre un freno alle pratiche ostruzionistiche.

    Decade la possibilità di opporsi alla presentazione del documento per farlo slittare alla seduta successiva e, di conseguenza, resta in capo al presidente la facoltà di non inserire mai in discussione determinati documenti, dal momento che nel dettato regolamentare non è previsto alcun vincolo in proposito. Inoltre, viene abrogata tutta la parte relativa alla dichiarazione di voto in dissenso, facendo così sorgere un dubbio: gli ordini del giorno fuori sacco dovranno solamente essere presentati e votati o potrà esserci una discussione, normata dagli articoli che regolamentano il dibattito tradizionale in aula? La parola spetterà a questo punto all’interpretazione della Segreteria generale e del Presidente del Consiglio comunale di turno: un’incertezza assurda, dopo le innumerevoli ore spese dietro a questa discussione.

    «È chiaro – commenta il capogruppo del M5S, Paolo Putti – che è stato chirurgicamente individuato ed eliminato un metodo di lavoro adottato da un gruppo consigliare (lo stesso M5S, ndr) che, evidentemente, dava molto fastidio ad altri ma è inaccettabile che si tolga il potere di iniziativa ad alcuni consiglieri. Tutto ciò è avvenuto per iniziativa del Pd ma su richiesta del Pdl che, in cambio, è disponibile a offrire il proprio appoggio alla modifica degli articoli 54 voluti dalla maggioranza».  Vero endorsement da larghe intese o malignità politica? Lo scopriremo la prossima settimana… forse.

    Simone D’Ambrosio

  • Staffetta Renzi Letta: mossa prevista, barricarsi a Palazzo Chigi senza successo politico

    Staffetta Renzi Letta: mossa prevista, barricarsi a Palazzo Chigi senza successo politico

    Matteo Renzi e Enrico LettaQuando due settimane fa ho provato a spiegare il piano di Renzi, non mi stavo ovviamente esercitando nelle arti divinatorie, né avevo accesso a documenti segreti o confidenze dei protagonisti. Mi sono semplicemente chiesto: se fossi al posto suo, cosa farei? Da qui ho ipotizzato quella che a me sembrava la soluzione più coerente all’interno del pensiero dell’ambizioso sindaco di Firenze: ossia approvare una legge elettorale maggioritaria e poi tornare alle urne, legittimandosi con il voto popolare nell’illusione, o nella speranza, che questo bastasse per restare barricato dentro Palazzo Chigi per tutto il prossimo quinquennio (un quinquennio che si prospetta tutt’altro che allegro).

    Al momento in cui scrivo, invece, pare certo che il nostro si siederà al posto di Letta con un semplice passaggio di testimone (la cosiddetta “staffetta Renzi Letta”), senza avere ancora intascato alcun vero successo politico e dovendosi rapportare con lo stesso identico Parlamento. Da una parte balleranno le poltrone dei ministeri (il cosiddetto “rimpasto”), mentre dall’altra parte balleranno le alleanze di governo (da Vendola a Berlusconi): insomma qualcosa – pare certo – cambierà. Ma non si vede come tutto questo possa influire sul successo del futuro governo.

    I motivi che hanno determinato il fallimento di Letta erano già perfettamente chiari tempo addietro e oggi non si può fare altro che prenderne atto. Renzi, dal canto suo, eredita la stessa situazione e non pare abbia strategie molto diverse. Il rischio assai concreto, dunque, è che il neo-segretario PD e futuro premier si consegni all’immobilismo, si “bruci” politicamente e mandi in fumo il capitale elettorale conquistato con fatica nei mesi passati. Ma allora cosa hanno in testa quelli del PD?

    Da Renzi a Friedman: strane cose succedono in Italia

    la “staffetta” non è la sola mossa inspiegabile nel panorama politico italiano. La vicenda dell’intervista a Alan Friedman rilasciata da Mario Monti (il quale afferma che nel 2011 Napolitano lo contattò per proporgli di fare il premier ben prima che la crisi dello spread tagliasse le gambe a Berlusconi) apre la strada a nuovi imprevedibili scenari. Quello che colpisce non è tanto il fatto in sé (che, se non proprio noto, era assolutamente intuibile già all’epoca), quanto piuttosto le polemiche particolari che ne sono seguite.

    In un’intervista a ilsussidiario.net il Prof. Giulio Sapelli esprime stupore per il fatto che il Corriere della Sera abbia attaccato Napolitano (il quale, infatti, ha dovuto subito replicare con una lettera al direttore De Bortoli). Secondo Sapelli l’establishment italiano si starebbe posizionando dal fronte filo-tedesco e filo-francese, rappresentato da Napolitano e Monti, a quello filo-americano, rappresentato da Prodi; il quale non per niente, secondo l’Espresso, raccoglierà le dimissioni di Napolitano e si farà eleggere Presidente della Repubblica.

    Difficile dire se queste voci siano attendibili: ma certo hanno un fondo di verità. È del tutto evidente, infatti, che il sistema si sta muovendo in modo non convenzionale, in risposta ad un contesto politico-economico intrinsecamente instabile e che per questo, come ampiamente preconizzato, nonostante fosse voluto dall’establishment, era destinato comunque a sfuggire ad ogni controllo.

    Renzi porterà in dote, dunque, un nuovo assetto di potere, e forse anche nuovi “atteggiamenti” in politica estera: ma se è solo questo, non servirà a evitare l’inevitabile.

     

    Andrea Giannini

  • Lettera per gli amici di sinistra: cari proletari, che fine avete fatto?

    Lettera per gli amici di sinistra: cari proletari, che fine avete fatto?

    Anni 70, proteste studentiCari amici di sinistra, una volta si sarebbe detto “compagni”: ma io sono troppo giovane per ricordarmi di quando si usava dire così. Mi ricordo però che una volta la parola “sinistra” si poteva ancora pronunciare.

    Erano i mitici anni 2000. Avevamo appena assistito ai funerali di De Andrè e di lì a poco sarebbe mancato anche Giorgio Gaber: ma avevamo ancora Manu Chao, gli Ska-P e i concertoni del 1° maggio. Al cinema usciva «La Stanza del Figlio» e in televisione si rideva con Corrado Guzzanti e il suo «L’Ottavo Nano». In Parlamento c’era ancora Rifondazione Comunista; Nanni Moretti partecipava ai girotondi; Umberto Eco, Gae Aulenti ed Enzo Biagi (solo per citarne alcuni) fondavano Libertà e Giustizia. Insomma, il mondo della cultura – inteso in senso lato, senza giudizi di merito – era quasi tutto schierato.

    Appartenere al  “popolo della sinistra” voleva dire ancora qualcosa; anche se – dobbiamo ammetterlo – cosa fosse questo “qualcosa” nessuno sapeva dirlo con esattezza. Si sentivano di sinistra non solo i vecchi simpatizzanti del PCI, gli intellettuali, gli insegnanti e i soliti ragazzi dei centri sociali, ma anche gli studenti Erasmus, diversi cattolici e – pensate un po’ – si sentiva di sinistra anche qualche lavoratore! Tutto questo in nome di pochi principi; o forse solo della presunzione di monopolizzare l’esercizio dell’altruismo e della tolleranza. Per lo meno era chiaro chi fossero i nemici: l’inquinamento, una certa globalizzazione, Bush, le sue guerre imperialiste, il capitalismo iper-liberista, e soprattutto, in Italia, l’odiatissimo Silvio Berlusconi. Tutto questo contribuiva a formare il collante che teneva insieme un universo variopinto.

    L’incantesimo ha cominciato a rompersi già molto prima che terminasse il decennio. I primi scricchiolii si avvertono con il secondo governo Prodi, poi con la scomparsa di Rifondazione dal Parlamento e infine con la nascita di un ibrido frankensteiniano chiamato “Partito Democratico” (come se ci fosse, dall’altra parte, un “partito anti-democratico”). Ma questi fallimenti politici intaccavano solo relativamente il mondo della sinistra. In fin dei conti quello che ci univa era proprio la predilezione per gli ultimi e i perdenti.

    I guai veri sono cominciati, paradossalmente, con il declino del Cavaliere. L’arrivo di Monti ha reso evidente per molti di noi che la lotta a Berlusconi era solo una parte piccolissima del lavoro che andava fatto. Ma la disgregazione finale, quello che oggi davvero ci divide, non è né Berlusconi né Monti: è Beppe Grillo.

    È il comico genovese il vero responsabile della diaspora del popolo della sinistra, perché è stato il primo in grado di conquistarsi una fetta consistente di delusi: e questa rottura ha creato due parti distinte, che col tempo hanno imparato ad odiarsi. Il risultato è che gli ex-appartenenti alla koiné di sinistra, quegli stessi a cui bastava una battuta su Berlusconi per intendersi subito, anche tra estranei, oggi si guardano in cagnesco e si scambiano insulti.

    Nostalgia del passato? Per carità! Non ho ripercorso tutta questa storia perché spero che un giorno potremo tornare tutti insieme. Anzi, è stato meglio così: probabilmente a tenerci uniti era solo una serie di equivoci, più che una visione realmente comune. Ho ripercorso questa storia perché oggi siamo tutti ugualmente impegnati, anche se in modi diversi, nella ricerca di una identità perduta e di uno spazio di rappresentanza politica: e forse può avere ancora un senso ricordarsi chi eravamo per capire dove vogliamo andare.

    Beppe GrilloCon gli sconvolgimenti imposti dalla difficile realtà politica ed economica, che qualcuno di noi abbia scelto di seguire Grillo e qualcun altro di rimanere dove era è una dinamica del tutto comprensibile. Capisco benissimo chi ha visto nel M5S la promessa di un cambiamento dal basso, dove il singolo può di nuovo partecipare direttamente; ma capisco anche chi, all’opposto, ha preso in antipatia le liturgie pentastellate e il rifiuto di vedere differenze tra un’ideologia di destra e una di sinistra. Capisco persino che si possa arrivare a vedersi come nemici. C’è solo una cosa che non capisco: quelli di sinistra che sono “rimasti a sinistra” cosa si aspettano dalla vita?

    Lo si può criticare quanto si vuole, ma a Grillo va riconosciuto il merito di aver fatto almeno il minimo sindacale, ossia di aver indicato una diagnosi e una terapia. Sappiamo, cioè, che per il M5S i rappresentanti eletti sono stati lasciati liberi di farsi corrompere e di pensare all’arricchimento personale, per cui ora è necessario che rinuncino alla loro autonomia e si facciano guidare della rete. È un presupposto che criticai radicalmente già a novembre di due anni fa: ma il mio parere personale conta relativamente e al movimento resta una ragione d’essere, un’idea, un’aspettativa che, se fosse davvero sbagliata, si potrà ancora correggere in futuro. Dall’altra parte, invece, mi spiegate cosa c’è?

    Dopo vent’anni pressapoco disastrosi – vent’anni in cui, lo ricordo, la sinistra ha governato e ha fatto opposizione; e dunque, evidentemente, a giudicare dai risultati, ha fatto male l’una e l’altra cosa – come si può oggi continuare senza uno straccio di autocritica, senza una spiegazione che renda conto del fallimento passato e che possa garantire che, per il futuro, non si ripeteranno gli stessi errori? Se le aspettative del M5S sono solo un’illusione, si può sapere almeno quali sarebbero le aspettative di PD e SEL? Quelli di voi che ancora votano da quella parte mi spiegano a quale speranza si affidano?

    A meno che la speranza non sia Renzi… Ma mi rifiuto di credere che persone che erano in Italia vent’anni fa oggi non vedano che il progetto di riforma di Renzi ricalca addirittura la Bicamerale di D’Alema: cioè ha lo stesso identico obiettivo di rafforzamento dell’esecutivo, che è da sempre storicamente un obiettivo delle destre. Mi rifiuto di credere che quegli stessi che criticavano la globalizzazione e le multinazionali oggi si accontentino di uno che è diverso solo perché più giovane, più cool e con il pollice opponibile per twittare. Mi rifiuto di pensare che una qualunque persona che ancora vede un senso nella parola “sinistra” sia a proprio agio con il fatto che il leader del suo partito si sia fatto pagare le spese elettorali da finanzieri con idee iperliberiste. A sinistra è rimasto ancora qualcosa di sinistra, che non sia la vecchia abitudine di dare del fascista a chi ci critica?

    Ecco, cari amici di sinistra che continuate a votare a sinistra: anziché distrarvi con Beppe Grillo e con le tante variazioni sul tema della reductio ad Hitlerum che piace a Repubblica, ditemi voi come conciliate quello che eravamo solo dieci anni fa con quello che siete adesso. Ditemi voi se esiste ancora un mondo a sinistra, e se il PD di Renzi o SEL di Vendola (lo stesso che sghignazzava al telefono con la dirigenza dell’ILVA) sono in grado di rappresentare quel mondo. E soprattutto ditemi come; perché fin qui di spiegazioni sensate non se ne vedono molte.

    Io questo dibattito ho provato ad avviarlo: ma voi potete continuare a pensare di essere, come al solito, dalla parte della Storia e della ragione. Solo che, se fossi in voi, farei attenzione: perché se poi siete dalla parte sbagliata, e Grillo è quel bastian contrario che dite, col vostro esempio finirete per insegnarli a fare la cosa giusta.

    Cordialmente.

    Andrea Giannini

  • Consiglio comunale da latte alle ginocchia, ancora niente di fatto per il nuovo regolamento

    Consiglio comunale da latte alle ginocchia, ancora niente di fatto per il nuovo regolamento

    Consiglio Comunale a Palazzo Tursi aula RossaVenticinque sedute di commissione e 70.000 euro impiegati per valutare nel dettaglio tutte le modifiche da apporre al Regolamento del Consiglio comunale di Genova. Un lavoro certosino che va avanti da mesi e che Era Superba vi ha raccontato dettagliatamente nei mesi scorsi (qui l’approfondimento). Ieri, finalmente, questo lavoro è arrivato in aula dove avrebbe dovuto essere definitivamente ratificato da tutti i consiglieri con una conferma degli orientamenti già espressi in Commissione. E, invece, sono stati presentati oltre 70 emendamenti, come se la materia non fosse mai stata discussa. Così, la giornata si è conclusa con molte polemiche e nessun nuovo regolamento.

    Un epilogo già previsto dalla Lista Doria che nel corso del pomeriggio commentava ironicamente su Facebook:

    [quote]Evidentemente i commissari non hanno lavorato né bene né abbastanza! Ci domandiamo cosa ne possono pensare i cittadini; noi pensiamo che l’obiettivo doveva essere quello di migliorare il funzionamento del consiglio comunale, viceversa siamo di fronte ad un braccio di ferro che non porterà ad alcun cambiamento.[/quote]

    Una posizione che non trova d’accordo i compagni di maggioranza del Partito democratico: «Il lavoro della commissione è certamente meritevole – ha detto in Sala Rossa il capogruppo, Simone Farello – ma faccio presente che su alcune modifiche ci eravamo espressi contrariamente anche in quella sede. Non c’è nulla di strano nel fatto che i documenti passati in commissione possano essere rimessi in discussione in aula, dove magari hanno la possibilità di intervenire consiglieri che non fanno parte di quella determinata commissione».

    Critico il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro: «Per noi il regolamento andava bene così. Abbiamo sempre detto che si trattava di commissioni inutili perché, anche se in maniera difficile, siamo sempre riusciti a parlare sull’argomento che dovevamo discutere anche grazie al presidente che si è fatto unico garante».

    Voci di corridoio, però, dicono che dietro a questo nuovo sparigliamento di carte ci sarebbe un accordo politico tra Pd e Centrodestra per non far passare la modifica del regolamento sugli articoli 54, voluta da Alfonso Gioia e approvata dalla Commissione, che toglierebbe qualsiasi discrezionalità di scelta al presidente del Consiglio comunale (qui l’approfondimento con il presidente Guerello) sugli argomenti da inserire tra le interrogazioni a risposta immediata.
    Ecco allora il via libera alle modifiche anche nel plenum dell’assemblea, con il M5S in prima fila, persino attraverso un apposito appello ai propri attivisti per proporre emendamenti attraverso le pagine del proprio sito.

    A che cosa sono servite 25 sedute di commissione?

    La bagarre politica si è, dunque, concentrata sul valore dei lavori della commissione. « La commissione ha votato su tutti gli articoli cercando la condivisione più piena, dando luogo a maggioranze eterogenee che hanno modificato gli articoli. Adesso ci troviamo a ribaltare ciò che la commissione ha deciso a maggioranza. È corretto?» ha chiesto Gian Piero Pastorino, capogruppo di Sel. «Dopo che la commissione si è riunita per 25 volte e per un costo di decine di migliaia di euro per i contribuenti – ha detto Enrico Musso – arrivare in aula con emendamenti mai preannunciati è un grave colpo di mano. Ancor più grave se la maggioranza lo fa per modificare la tutela delle opposizioni prevista dal regolamento».

    Ma il più agguerrito è stato naturalmente il consigliere Gioia che, in qualità di ex presidente del Consiglio provinciale, in tema di Regolamento si sente colto nel vivo: «Le questioni più delicate riguardano proprio la riforma degli articoli 54 e degli ordini del giorno fuori sacco – ha ricordato il capogruppo dell’Udc – aspetti che avevano presentato in aula situazioni che non rispettavano i principi di democrazia e di autonomia di ogni singolo consigliere. Più volte il presidente è stato redarguito da vari gruppi consigliari per non averli tenuti in considerazione nella calendarizzazione degli articoli 54. Più volte sono stati portati ordini del giorno fuori sacco in maniera strumentale per bloccare i lavori del consiglio. Se ci siamo riuniti per limare questi due articoli e dopo lunghe discussioni siamo arrivati a una quadra, ma poi arriviamo in aula e cambiamo di nuovo tutto, allora le commissioni sono inutili». Secondo Gioia, la discussione in Sala Rossa avrebbe semplicemente dovuto prendere atto del lavoro svolto in commissione, accompagnarlo con una considerazione politica e portare all’approvazione unanime del nuovo regolamento. «Un nuovo regolamento è assolutamente necessario – ha proseguito il capogruppo Udc, rispondendo alla collega Lauro – secondo quanto previsto oggi si potrebbe anche configurare la situazione in cui a un consigliere non venga garantita la possibilità di intervenire di propria iniziativa durante tutti i 5 anni di mandato. Questo va fuori da qualsiasi convenzione democratica perché il Regolamento, che non parla di maggioranza o minoranza, deve avere l’unico scopo di garantire l’espletamento del mandato di ciascun consigliere».

    Su questo tema è sembrato concordare anche Guido Grillo, il decano del Consiglio comunale in quota Pdl, da sempre molto attento al lavoro delle commissioni: «Se non vogliamo vanificare il lavoro della Commissione, sarebbe corretto limitare la presentazione degli emendamenti su questo tema. Noi, ad esempio, ne abbiamo solo tre relativi a una delle questioni più delicate, quella degli articoli 54».

    A dire il vero, i grillini sarebbero stati disposti a fare un bel passo indietro, rinunciando alla presentazione di tutti gli emendamenti qualora fossero stati seguiti in quest’azione anche dalle altre forze politiche. «Non li avremmo mai presentati se tutto si fosse svolto come inizialmente previsto – ha spiegato il capogruppo del M5S, Paolo Putti – ma come a Roma c’è chi si mette d’accordo per regalare miliardi alle banche, qui a Genova abbiamo chi si mette d’accordo per un articolo 54».

    L’accordo tentato più volte nella giornata di ieri, a lavori già in corso, non è mai giunto a buon fine. Non restava, dunque, che iniziare la discussione con l’analisi di tutti gli emendamenti, in ordine di articolo di regolamento interessato. Peccato che buona parte di questi emendamenti al nuovo testo siano stati presentati all’ultimo minuto senza dare la possibilità alla Segreteria generale di valutarne l’ammissibilità. Così, i lavori del Consiglio sono stati interrotti più volte finché, intono alle 19.30, il presidente Guerello in accordo con i Capigruppo, ha bloccato il confronto all’articolo 6 del regolamento (in totale gli articoli sono 69), passando agli altri punti all’ordine del giorno, con la speranza che nella settimana che ci separa dalla prossima seduta gli animi si plachino e qualche emendamento cada naturalmente.

    Un errore grossolano

    Per onor di cronaca va segnalato che la giornata non era iniziata bene fin dalle prime battute. Che ci fosse aria di contrasto lo si presumeva dalle parole del presidente Guerello che, a inizio discussione, aveva anticipato la propria astensione sulle singole votazioni ma l’appoggio al testo definitivo, qualunque esso fosse. Ma la pratica ha rischiato di essere rimandata ancor prima di passare al vaglio delle valutazioni dell’aula per un vizio di forma sottolineato dai consiglieri Anzalone e Gioia: il Regolamento, infatti, richiama alcuni articoli dello Statuto del Comune di Genova che non corrispondono alle questioni normative di cui si parla.

    Errore materiale dovuto a una versione errata dello Statuto presa a riferimento? Fatto sta che, con la mediazione della Segreteria generale, il presidente Guerello ci ha messo una pezza, inserendo nella delibera di Consiglio che prevedeva la modifica del Regolamento una sorta di clausola di garanzia e salvaguardia per tutti i richiami eventualmente da correggere ad opera degli uffici. Un provvedimento che non ha suscitato grande scompiglio tra i consiglieri ma che ci lascia piuttosto perplessi se consideriamo da quanto tempo si parla di questa delibera senza che nessuno si sia accorto degli errori macroscopici.

    Simone D’Ambrosio

  • Legge elettorale, Italicum: il piano di Renzi per riportare tutti al voto

    Legge elettorale, Italicum: il piano di Renzi per riportare tutti al voto

    Matteo RenziTorniamo sulla legge elettorale. Ora Renzi ha un accordo con Berlusconi. Se riesce a superare le resistenze interne al suo stesso partito (cosa, per altro, non scontata), la legge ha la strada spianata. A quel punto “Don Matteo” potrebbe benissimo far saltare il governo e riportare tutti al voto per capitalizzare al massimo il buon gradimento e i timidi accenni di ripresa economica.

    Se i sondaggi hanno ragione, infatti, con l’Italicum il PD potrebbe portarsi a casa, al secondo turno, la maggioranza assoluta dei seggi (327 su 630 alla Camera). Questo risultato, però, può essere incassato solo se Renzi vince la sua guerra, schiacciando quelli che gli si oppongono dentro il partito e disciplinando definitivamente le truppe, in nome di una nuova legislatura che possa finalmente “fare” (ma fare che? Boh…).

    La strategia è brutale ma semplice, e la chiave di tutto è la riforma elettorale: o il PD vota subito una legge all’insegna della “governabilità”, oppure si prende la responsabilità di mettere in discussione il neo-eletto segretario, consegnando il governo all’incertezza. E se il partito alla fine si piegherà, non solo darà al sindaco di Firenze la possibilità di blindarsi dentro Palazzo Chigi per cinque anni, ma rimarrà anche definitivamente impiccato a tutti i mantra della “responsabilità” e della “stabilità” che servono a giustificare questa riforma: e a quel punto ogni contestazione sarà di fatto impossibile. Si potrà sempre discutere, ma il premier saprà che nessuno si azzarderà a contraddirlo al momento del voto.

    È la “governabilità”, bellezza: niente più mal di pancia nel partito (decide Renzi per tutti); niente più intese, né larghe né strette; niente più finte prove di dialogo con il Movimento 5 Stelle. Il PD diventa maggioranza e governa: tutti gli altri vanno in minoranza e stanno a guardare. Fine della trasmissione: ci si aggiorna tra cinque anni.

    Tutto questo piano deve essere condotto e portato a termine a velocità di blitzkrieg, come una guerra lampo. Viceversa, se si attende troppo, l’immobilismo del governo Letta potrebbe offuscare l’immagine che Matteo Renzi si è dato di uomo forte e condottiero deciso che fa le “cose concrete” (ma quali cose? Boh…). Per di più a fine maggio ci sono le europee e cosa succederà dopo questa cruciale scadenza elettorale nessuno lo sa: per cui bisogna sigillare il governo del paese per tempo, nell’eventualità che una tempesta di euro-scetticismo renda incerto il percorso politico del vecchio continente, mettendo in crisi i vari esecutivi.

    Rimangono da limare alcuni dettagli. Ad esempio, bisogna capire come la prenderà Napolitano. Teoricamente, stando a quello che lui stesso aveva dichiarato, se saltano le larghe intese e si va al voto, dovrebbe dimettersi. Ma forse, anche senza troppa fatica, potrebbe essere convinto a restare. È fatta dunque? Non proprio. Purtroppo per Renzi, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.

    Innanzitutto, c’è Berlusconi. Davvero il Cavaliere vuole regalare al PD una maggioranza assoluta? E cosa ne ricaverebbe in cambio: forse una qualche forma di impunità o di “agibilità” politica? Ma qualora Renzi arrivasse a Palazzo Chigi con i seggi che vuole, potrebbe anche permettersi di non rispettare i patti (evitando tra l’altro le accuse di contiguità con il nemico). Davvero questa è la volta in cui Berlusconi si è rimbambito e soccombe di fronte a un avversario giovane e scaltro?

    Bisogna considerare la possibilità, allora, che Berlusconi abbia in serbo qualcosa. Magari punta ad arrivare al ballottaggio; e a quel punto, chissà, rimasto da solo contro Renzi, potrebbe anche cercare di accaparrarsi il voto degli elettori a cinque stelle con qualche proposta shock… In ogni caso è difficile immaginarselo fermo a guardare mentre lo fanno fuori: è più probabile pensare che si sia fatto i suoi conti.

    Poi c’è il partito di Grillo, del quale tutto si può dire tranne che non si sia rivelato “combattivo” (come dimostra la tormentata approvazione del decreto IMU-Bankitalia e la richiesta di impeachment a carico di Giorgio Napolitano). In un’ipotetica nuova legislatura a trazione PD integrale, quindi, c’è da aspettarsi che i parlamentari del M5S diventino, se possibile, ancora più agguerriti e ancora più motivati a rendere la vita difficile all’esecutivo, con ogni mezzo lecito e senza esclusione di colpi.

    Tuttavia, se quello che ho descritto fin qui è davvero il disegno di Renzi, allora esso non tiene in conto il punto più importante: che fuori dalla politica c’è tutto un mondo. Asserragliarsi dentro il Palazzo d’Inverno, ammesso che sia possibile farlo, non impedisce che al di fuori continui ad andare in scena una realtà del tutto diversa: e anche se questa classe dirigente si rifiuta di ammetterlo, non per questo potrà evitare che il mondo esterno, presto o tardi, faccia breccia. Quando questo accadrà – e accadrà sicuramente – allora quelli come Renzi si renderanno conto che il mondo non stava andando dove pensavano loro: ma in direzione ostinata e contraria.

    Andrea Giannini

  • Sistema maggioritario e fallimento della seconda Repubblica: spiragli di dibattito

    Sistema maggioritario e fallimento della seconda Repubblica: spiragli di dibattito

    italia-europa-politicaQuando si è cominciato a parlare di dialogo tra Renzi e Berlusconi per una legge elettorale che andasse nella direzione di una maggiore governabilità ero molto scettico sulla possibilità che nell’opinione pubblica si sviluppasse un dibattito. Quando c’è di mezzo il Cavaliere, infatti, le polemiche non si sprecano mai, e il polverone che si alza, di solito, impedisce all’opinione pubblica di distinguere cosa stia succedendo davvero: ossia, nel caso in questione, che dentro al PD è in corso una guerra per bande e che per l’ennesima volta, da vent’anni a questa parte, destra e sinistra insieme cercano di forzare la Costituzione in senso maggioritario, spacciando una decisione politica discutibile per una scontata evidenza oggettiva. Questa volta, però, qualcosa si è mosso.

    Un discreto numero di giuristi si sono ricordati della sentenza della Consulta (che bocciò il porcellum proprio per l’abnorme premio di maggioranza); e qualcuno, come ad esempio il professor Sartori, si è spinto persino a dire che attribuire il 55% dei seggi a un partito che prenda solo il 35% dei voti significa trasformare una minoranza in maggioranza. Anche il M5S ha fatto la sua parte. Dapprima è stata promossa una discussione sul web con un video dello storico Aldo Giannuli, che ha parlato di maggioritario e proporzionale; poi è stato chiesto agli iscritti di esprimersi con il solito voto telematico: e piuttosto inaspettatamente (almeno per quel che mi riguarda) il maggioritario è stato sconfitto, collocando così il movimento in favore del sistema proporzionale in una netta e chiara opposizione politica rispetto alla proposta di PD e Forza Italia.

    Tuttavia, se in Italia oggi si mette in discussione il dogma dell’infallibilità del maggioritario, lo dobbiamo forse, più che a Grillo, al decisionismo di Renzi; il quale, ponendo il tema senza alcuna riserva, ha fatto emergere le contraddizioni all’interno del suo stesso partito, ha scosso dal torpore un’opinione pubblica inebetita e ha costretto il M5S a spingersi verso una posizione alternativa. Ciò significa che, nonostante il sindaco di Firenze conduca una battaglia che personalmente non condivido, in questo momento di immobilismo qualsiasi proposta è comunque positiva, perché riattiva la circolazione in un paese che ha la tentazione di lasciarsi andare; a riprova del fatto che, se persino il Wall Street Journal paragonava la stabilità italiana a quella di un cimitero, allora non c’è niente di più sbagliato che adagiarsi sulla linea del “troncare e sopire, sopire e troncare” patrocinata direttamente dal Presidente della Repubblica, per cui, tanto in Europa quando nelle questioni interne, dovremmo solo lasciarci guidare docilmente e con arrendevolezza da una politica che sa cosa è giusto per noi.

    Con questo non voglio tanto affermare la necessità di tornare al sistema proporzionale (anche se – non lo nascondo – in effetti sarei favorevole), quanto ribadire che dare per scontato quello che passa il convento spegnendo il cervello non è una trovata geniale: al contrario al paese giova mantenere un pensiero critico.

     

    La seconda Repubblica nasce con il Mattarellum

    L’idea che si debba rispondere alla grave crisi economica con un sistema maggioritario, dove un solo partito governa per cinque anni, sulla base della teoria che “in Italia non si sono fatte le riforme a causa del ricatto dei partitini”, è un gigantesco, colossale, stratosferico luogo comune. La realtà è che la seconda repubblica, che nasce con il Mattarellum e dunque proprio dalla fregola per il maggioritario, ha pur allungato la durata media dei governi, ma non per questo ci ha regalato performance esaltanti.

    I miei lettori si ricorderanno che il calcolo l’avevo già fatto: dal 1953 al 1994 abbiamo cambiato governo ogni 8,4 mesi, con una crescita annuale media del 4%; all’opposto dal 1994 a oggi abbiamo avuto un governo ogni 19,4 mesi (cioè una stabilità più che doppia) crescendo però solo di uno stentato 1% all’anno. Dov’è in questi numeri la connessione tra governi più lunghi e crescita economica?

    È pur vero che nella seconda Repubblica il rapporto debito/PIL ha cominciato finalmente a scendere; ma i lettori dovrebbero essere vaccinati anche contro questo argomento, perché ho più volte spiegato che il debito pubblico non c’entra nulla con la crisi. Anzi, la dinamica del debito pubblico dall’entrata nell’euro riflette in modo inversamente proporzionale la dinamica del debito privato. Tradotto: lo Stato non s’indebitava più solo perché s’indebitavano i privati (mutui, auto e televisori comprati a rate, eccetera) e sono proprio gli squilibri di questo indebitamento, emersi con lo scoppio della crisi globale, che ci impediscono di uscire dalla crisi. Pertanto non sono direttamente responsabili i pur noti problemi strutturali del paese: si dovrebbe guardare, invece, al solito famoso argomento, di cui però la politica proprio non vuol sentir parlare.

    Se lasciamo da parte l’economia il quadro non cambia. Forse che in questi vent’anni sia stato approvato qualcosa di buono, qualcosa che vale la pena ricordare? E quanto alla società, all’educazione e alla cultura, l’impressione è che le cose siano peggiorate o migliorate? Mentre nei primi decenni del dopoguerra si creava il ministero delle partecipazioni statali, si aderiva al mercato comune europeo, nascevano gloriose aziende pubbliche come l’ENI, si approvava lo statuto dei lavoratori, si faceva la legge per abolire i finanziamenti illeciti, il referendum sul divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la legge sull’aborto e la riforma sanitaria, cosa è stato fatto dopo il ’94 che valga la pena citare? La patente a punti? Dove bisogna cercare, allora, i presunti vantaggi di questi governi che, come le pile della pubblicità, “durano di più”?

     

    Doverosa precisazione…

    Attenzione: non sto dicendo che non importa se la politica è instabile; sto solo dicendo che, se quello che abbiamo visto in questi vent’anni è un’anticipazione dei vantaggi di un  maggioritario puro, allora prima torniamo indietro meglio è. Non sto rimpiangendo la prima Repubblica; ma la seconda è stata, se possibile, anche peggiore: e dunque bisogna cercare un’altra cura, e sicuramente anche un’altra diagnosi. Pertanto, se vogliamo parlare di legge elettorale, il dibattito dovrebbe essere più sereno e dovrebbe volare molto più in alto, allontanandosi da luoghi comuni che servono solo a confondere le idee alla gente.

    Purtroppo, nonostante i piccoli miglioramenti registrati, siamo ancora molto indietro. Il blocco politico-mediatico più corposo è ancora dominato da “fondamentalisti maggioritari”: e dunque il pericolo di irregimentare il paese sotto la guida di un governo mono-partitico, che per cinque anni potrà condurci testardamente lungo la china dei principi più assurdi e pericolosi, rimane concreto.

    Anche la soluzione di Grillo, a ben vedere, presenta lacune vertiginose. Un dibattito su temi così complessi non si può improvvisare. I 16 minuti con cui Giannuli ha tentato di introdurre il tema sono stati utili piuttosto, per stessa ammissione dello storico, a dimostrare quanto l’argomento sia complesso e delicato: e pertanto una frettolosa votazione sul web è stato un salto nel buio. Il M5S dovrebbe preparare con più largo anticipo una risposta ai temi politici più scottanti, e possibilmente dar vita ad un dibattito più ampio. Continuando così anche i nuovi arrivati non vanno da nessuna parte.

     

    Andrea Giannini

  • Consiglio comunale, cani e carcasse: «Di questo passo possiamo starcene a casa»

    Consiglio comunale, cani e carcasse: «Di questo passo possiamo starcene a casa»

    palazzo-tursi-guerello-impiegati-uffici-DTornano le polemiche in Consiglio comunale per la calendarizzazione dei lavori messi all’ordine del giorno. A surriscaldare gli animi di diversi consiglieri sono nuovamente i tanto chiacchierati articoli 54, ovvero le interrogazioni a risposta immediata che, secondo il regolamento, devono riferirsi ad “argomenti di attualità di competenza dell’amministrazione comunale, che non riguardino o comportino deliberazioni”. Nella seduta di ieri, come sua facoltà, il presidente Guerello ne aveva previsti 5: raid vandalici notturni a danno dei mezzi in sosta, rimozione carcasse auto e moto abbandonate nelle pubbliche vie, possibilità di accesso dei cani nei civici cimiteri, nuove prospettive di Fiera e Ucina, situazione dell’ex palazzo delle poste a Borgo Incrociati.

    «Avete visto che articoli 54 sono stati programmati oggi?» ha sbottato il capogruppo dell’Udc, Alfonso Gioia, già presidente del Consiglio provinciale. «Più che l’assemblea di uno dei più grandi Comuni d’Italia, sembriamo il Consiglio di un paesino di montagna che si riunisce per discutere se far entrare o meno i cani nei cimiteri. Non possiamo permetterci di affrontare problematiche che non siano di spessore e che non vadano in direzione di quello che si aspetta la città. Se andiamo avanti di questo passo, possiamo tranquillamente starcene tutti a casa».

    Non ha torto il consigliere, soprattutto quando fa presente di aver «inoltrato la richiesta di discutere della situazione del Carlo Felice, di avere aggiornamenti sui continui sversamenti di Scarpino e sulle analisi che sta facendo Arpal, di parlare delle problematiche dei “portoghesi” del trasporto pubblico». Senza nulla togliere agli amici a quattro zampe, ci sono questioni decisamente più urgenti e più vicine alle situazioni critiche e di attualità che si vivono in città. Gioia dimentica però che la stessa contestata interrogazione è stata proposta dal collega di partito Paolo Repetto: un po’ di dialogo interno, probabilmente, avrebbe dato meno possibilità di scelta al presidente Guerello che, dal canto suo, ha sempre portato avanti la tesi di dare più spazio in queste situazioni alle forze politiche che hanno maggiori difficoltà ad avere un dialogo costante con la giunta (qui l’approfondimento di Era Superba).

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    Paolo Putti, M5S

    Critico anche il Movimento 5 Stelle, come spiega il capogruppo Paolo Putti, autore di un altro articolo 54, non accolto, sempre sulla situazione di Scarpino: «Noi presentiamo le richieste dei 54 entro il primo pomeriggio del lunedì. È chiaro che non sempre gli assessori riescono a prepararsi tutte le risposte. Però, oggettivamente, auspicherei che si mettessero degli argomenti che portino gli assessorati a dare delle risposte su questioni di vero interesse generale». Secondo il “grillino”, dovrebbero essere gli stessi assessori a mostrare interesse nel far capire ai cittadini come stanno veramente le cose: «Il nostro obiettivo non è quello di mettere in difficoltà l’assessore Garotta su Scarpino o qualsiasi altro assessore su qualsiasi altro argomento. Mi interessa, invece, che l’assessore Garotta possa comunicare di avere studiato una strategia insieme con Amiu per far fronte alla situazione. Non si può sempre mettere la testa sotto la sabbia e parlare dei cani nei cimiteri».

    La risposta, seppur indiretta, arriva dal presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, in quota Pd: «Per la seduta di oggi mi sono arrivate 252 richieste di articoli 54. Evidentemente i proponenti li ritenevano tutti argomenti meritevoli di passare all’attenzione del Consiglio comunale. Come sempre, per 5 argomenti che riesco a inserire nell’ora di tempo dedicata alle interrogazioni a risposta immediata, ce n’è almeno un centinaio che lasciano l’amaro in bocca ai vari gruppi consiliari. Ma la situazione, purtroppo, resterà tale finché non interverranno le modifiche al regolamento».

     

    Modifiche al regolamento: giovedì ultimo passaggio in commissione?

    Già le modifiche al regolamento. Su Era Superba ne abbiamo parlato dettagliatamente qualche tempo fa, ma che fine hanno fatto? «Di quelle modifiche – spiega Gioia – ne discuteremo giovedì in commissione, mi auguro per l’ultima volta prima dell’approdo in aula. Voglio sperare che i gruppi che hanno votato e approvato ogni singolo ritocco al regolamento, mantengano le posizioni espresse anche durante la discussione Consiglio perché ho già sentito che qualche esponente della maggioranza vorrebbe cambiare le carte in tavola».

    Attualmente, il Regolamento del Consiglio comunale (qui il pdf) prevede che gli articoli 54 debbano essere presentati “per iscritto alla Presidenza del Consiglio, con indicazione adeguatamente circostanziata dell’argomento, almeno ventiquattrore prima dell’ora di convocazione della seduta. Le interrogazioni a risposta immediata devono consistere in una sola domanda, formulata in modo chiaro e conciso, connotata da urgenza o particolare attualità politica. Il/la Consigliere/a ha tre minuti di tempo per illustrare l’interrogazione.  […] Il Sindaco o gli Assessori delegati per materia sono tenuti a rispondere alle interrogazioni in questione contenendo la risposta nel termine di tre minuti. Il presentatore dell’interrogazione ha facoltà di replicare per non più di due minuti”. Tempi, di fatto, praticamente mai rispettati.

    Ma la questione più delicata riguarda la discrezionalità del presidente nel merito della sussistenza dei requisisti richiesti e, quindi, circa scelta degli argomenti da portare in aula. Viene da sé che, così stanti le cose, un presidente dello stesso colore politico della maggioranza abbia il margine per proteggere qualche assessore particolarmente sotto tiro. Ed è proprio su questo punto che insistono le modifiche regolamentari in via di presentazione, puntando a limitare la quantità di argomenti presentabili per gruppo o consigliere, ma imponendo l’inserimento all’ordine del giorno di tutte le richieste con il recupero nelle sedute successive delle interrogazioni inevase nell’ora a disposizione ed eventualmente ripresentate dai proponenti.

    Alfonso Gioia, Udc
    Alfonso Gioia, Udc

    Tutto, comunque, continuerà a dipendere molto anche dal buon senso dei consiglieri che dovrebbero evitare di portare all’attenzione dell’aula questioni che potrebbero tranquillamente essere affrontate in altre sedi e con altri strumenti. Il problema, secondo Alfonso Gioia, va ricercato nel fatto che «oggi abbiamo delle istituzioni che non hanno alcun valore perché non hanno la competenza per poter incidere sul proprio territorio perché quasi sempre la competenza generale spetta al Comune. Noi abbiamo decentramenti solo di nome ma che non hanno effetti concreti sul territorio».

    Un quadro piuttosto complicato in vista dell’ormai imminente realizzazione della Città Metropolitana, che rischia di ampliare a dismisura le questioni potenzialmente “interessanti”. «Credo che con l’istituzione reale della Città Metropolitana la situazione diventerà ancora più critica – ha detto Gioia – perché vorrei sapere come il sindaco Doria potrà andare a discutere di un problema che sorge a Castiglione chiavarese. Non riesco a capire come a un sindaco di una delle più grosse città d’Italia si possano addossare ulteriori responsabilità e competenze per sostituire l’unica istituzione che non doveva essere abolita (la Provincia, ndr)».

    Gioia è certamente molto legato all’istituzione di provenienza ma quella della Città Metropolitana e del funzionamento dei suoi organi istituzionali sarà una bella gatta da pelare per la giunta Doria, che si aggiunge a un elenco sempre più lungo.

     

    Simone D’Ambrosio