Categoria: Interviste

Interviste ed incontri con i personaggi più in vista dal mondo dello spettacolo, della cultura dell’economia e della politica

  • Roberto Vigo, la professione del fonico e del produttore artistico

    Roberto Vigo, la professione del fonico e del produttore artistico

    roberto-vigoProsegue il nostro viaggio (qui la prima intervista) attraverso le esperienze di chi nella nostra città è riuscito nell’ardua impresa di “vivere di e con la musica”. Roberto Vigo è fonico professionista: tanti dischi registrati a Genova hanno il suo nome nei famosi “credits”. Da molti anni ha uno studio suo, lo ZeroDieci, e da quasi altrettanti insegna il suo mestiere a giovani e meno giovani.

    Spesso, a Genova come in tanti altri luoghi, si dice che “tutti suonano e nessuno ascolta”: tu cosa ne pensi?

    «In realtà, secondo me, c’è un sacco di gente che ascolta. Un pubblico che spesso è tecnico, cioè formato da musicisti, molto attento ai particolari ed esigente, anche se talvolta (mi riferisco ovviamente ai musicisti) più per quello che suonano gli altri che non per i propri lavori. Si tende cioè a non ascoltare a sufficienza quello che si produce in proprio, cosa che invece è fondamentale per focalizzarsi su un proprio miglioramento artistico.
    Esiste però un numero crescente di gente che, grazie alla rete, va in giro a cercare la musica che più gli piace, artisti non molto conosciuti di cui poi diventa fan. Questa audience però non fa mercato, ed è quasi invisibile in termini economici, vuoi per la crisi discografica, vuoi perché trattasi di musica gratuita, legale o illegale che sia. Ed è anche il motivo per cui questa fetta di ascoltatori è difficilmente quantificabile in termini numerici».

    mixer-fonico-suono-musicaSembra che da qualche anno tutti vogliano o cerchino di registrare un disco… È davvero diventato così facile o è un riflesso del consumo sfrenato di musica, che ormai viene misurata in GB e non in supporti fisici?

    «Intanto da qualche anno è diventato possibile per tutti registrare un disco, cosa che era preclusa a molti in passato, perché le strutture, gli studi di registrazione, costavano un rene al giorno! Era un tipo di attività che non era alla portata di chiunque. Adesso che i costi si sono ridotti in misura drastica, la registrazione è davvero alla portata di tutti, ma se si fa un discorso qualitativo non è che, sapendo registrare, si fa anche della buona musica! Nel discorso “qualità” entrano anche la preparazione dei musicisti, la musicalità in generale del progetto. E la parte più difficile: la voglia di comunicare qualcosa attraverso la musica. Per la quantità si può essere d’accordo sulla misurazione in GB della musica, ma nelle nicchie di mercato molto piccole c’è un ritorno al supporto non digitale (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr) e questo per me è incoraggiante».

    Definiscimi la tua professionalità…

    «Passione, puntualità, precisione, ed amore per le cose che si fanno».

    Da diverso tempo fai anche corsi per fonici, e in qualche caso dai battesimo anche a futuri professionisti… Chi sono i tuoi studenti? Perché hai sentito l’esigenza di insegnare il tuo mestiere?

    «Vengono da me musicisti appassionati che ne vogliono sapere di più, perché è giusto avere un background tecnico sul suono… se suoni, e soprattutto se lo vuoi fare di professione. Vengono da me anche persone che vogliono fare il fonico come lavoro, ad esempio il tecnico a bordo delle navi da crociera, oppure gente che ha il proprio studio a casa e vuole migliorare la qualità di quello che registra. Il motivo per cui insegno è che in realtà sto ancora adesso imparando! Nonostante vent’anni d’esperienza sento ancora il bisogno di imparare e di trasmettere tutto quello che ho ricevuto negli anni. È una soddisfazione vedere allievi che trovano una propria strada grazie anche ai miei insegnamenti».

    Qual’è, al netto dei problemi, la difficoltà maggiore che incontri nel tuo lavoro in un momento storico come questo?

    «Non so risponderti. Sinceramente in questo momento non ho problemi nel mio lavoro. A me sta andando tutto bene, e non vorrei essere quello che va controcorrente… Magari alle volte i problemi sono le tasse eccessive, cose comuni ad altre attività, ma nel mio settore va tutto bene, c’è interesse per tutto quello che faccio!»

    Hai un tuo rapporto con la SIAE? Tu partecipi a dei progetti artistici, come produttore e come fonico: c’è differenza tra i due casi?

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    «Semplicemente non ho un rapporto con la SIAE, né mi interessa averlo. La SIAE avrebbe uno scopo nobile, pagare i diritti agli artisti, ma il meccanismo non funziona. Personalmente non ho mai pensato di fare l’editore o chiedere all’artista percentuali sul diritto d’autore. L’unico rapporto che ho con la fonico-musica-registrazione-suonoSIAE è quando vado a chiedere i bollini per i CD come produttore artistico».

    Un musicista che stimo un giorno mi ha detto: il mercato musicale è morto; ma allora, tu che i dischi li registri, cosa gli rispondi? Come si vendono – se si vendono – i dischi?

    «Musicista e fonico stanno dalla stessa parte della barricata, anche perché per entrambi il prodotto finito ha in sé la soddisfazione personale di averlo creato. Il fonico non ha un ritorno economico dal disco in base alle vendite, diversamente da quanto succede negli U.S.A., ha un ritorno di fama, di popolarità, eccetera. È cambiata la forma entro cui si ascolta e si consuma musica: il mercato musicale è morto se lo interpretiamo come compravendita di dischi. Rimangono delle nicchie piccolissime che hanno bisogno di un dato supporto fisico. L’utenza rimane: il problema è che non s’è trovato un modo per rimonetizzare il consumo di musica in maniera efficace – e giusta – per tutti gli attori.
    L’artista odierno deve mettersi in gioco, salire sul palco e suonare; non si guadagna più vendendo i dischi, il disco serve all’artista come promozione per andare in giro con uno spettacolo. Non è più vero il contrario, cioè fare lo spettacolo per promuovere il disco. Non si vive di diritti sulle canzoni, via SIAE: una volta si potevano guadagnare milioni anche solo componendo canzoni, prendendo i diritti sui passaggi radio e televisivi, adesso non più».

     

    Michele Bensa

  • Castello D’Albertis, Museo delle Culture del Mondo: incontro con la direttrice

    Castello D’Albertis, Museo delle Culture del Mondo: incontro con la direttrice

    Castello D'AlbertisContinua il nostro viaggio tra i musei genovesi, per mettere in luce eccellenze, contraddizioni, difficoltà del sistema culturale genovese (vedi gli approfondimenti sui Musei di Nervi e su Palazzo Verde). I nostri lettori ricorderanno che qualche tempo fa durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo stati al Castello D’Albertis: fino al 1932 villa privata, alla morte del proprietario (il Capitano D’Albertis) è stata donata alla città ed è diventata un “Museo delle Culture del Mondo”, che raduna testimonianze dei diversi popoli incontrati dal Capitano durante i suoi viaggi.

    Negli anni ’70 il giardino è diventato pubblico, ma è rimasto poi chiuso per 23 anni. Ora il parco è di nuovo aperto: con una storia così affascinante alle spalle, a due passi dalle sedi universitarie di Via Balbi e dell’Albergo dei Poveri, vicino al terminal traghetti e alla stazione ferroviaria di Piazza Principe, avrebbe tutte le carte in regola per richiamare orde visitatori. Invece le cose non stanno esattamente così: «È una città faticosa. Soffriamo per la posizione in cui ci troviamo», ci dice la direttrice Maria Camilla De Palma, che ci concede una lunga intervista.

     

    Come procede l’attività culturale del Museo?

    «Anche noi avvertiamo la crisi: una diminuzione delle visite era scontata, tuttavia a fronte del trend negativo che ci aspettavamo abbiamo registrato nell’ultimo trimestre un incremento del 15% nel 2013 rispetto all’anno precedente. Si tratta perlopiù di stranieri, circa l’80%. Gli italiani (e gli stessi genovesi) non sono molti: siamo soddisfatti ma certamente c’è ancora tanto lavoro da fare, a cominciare dalla promozione, anche rivolta agli abitanti di Corso Firenze e altre zone vicine al Castello D’Albertis che ancora dichiarano di non conoscere il Museo. È demoralizzante, visto che siamo qui da 10 anni: era il 2004 quando il Museo è stato aperto, anno in cui Genova era Capitale Europea della Cultura e hanno perciò visto la luce il Museo del Risorgimento, la Galleria d’Arte Moderna di Nervi, i Musei di Strada Nuova e il Galata-Museo del Mare. L’intento era quello di vivere pienamente quell’annata, con varie proposte sotto il profilo artistico-culturale ma, come dicevo, molti genovesi ancora affermano di non conoscerci. Servirebbero più fondi per la promozione, di cui non disponiamo».

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    Dunque, in mancanza di fondi adeguati, quali strategie attuate per pubblicizzarvi?

    «Il Castello fa parte dell’insieme dei Musei civici: un’unica rete che gestisce, controlla e cura la manutenzione di un gran numero di istituzioni. Le spese sono alte e la disponibilità monetaria esigua rispetto ai bisogni dei soggetti coinvolti. Nel nostro caso, abbiamo un patrimonio culturale e paesaggistico importante, ma abbiamo alte spese di manutenzione (si pensi solo al parco e alle sale del Castello), difficoltà ad organizzare eventi a comunicare con l’esterno. Per questo facciamo un appello ai genovesi e chiediamo loro di aiutarci: qual è secondo loro la strategia più efficace? Di recente, ad esempio, abbiamo pensato di organizzare un servizio di bus navetta (finora solo il City Sightseeing arriva quassù) che dal centro cittadino trasporti direttamente al museo i visitatori, ma abbiamo incontrato difficoltà burocratiche tali da farci desistere: dal posteggio, alle fermate da includere nella corsa, all’impiego di ulteriore forza lavoro che non sappiamo se possiamo mantenere. Insomma, il gioco vale la candela? Senza contare che il turista genovese medio è “mordi e fuggi”, interessato all’edutainment, ristretto perlopiù all’area del waterfront: a Genova ormai si vuole tutto a portata di mano e noi siamo svantaggiati, più che aiutati, da una posizione fantastica ma scomoda. Pensare che anni fa è stata creata una rete tra Museo del Mare, Commenda di Prè, Santa Brigida e D’Albertis per creare un’asse tra i poli museali e incentivare il transito nei vicoli, ma l’esito non è stato buono: raccontano le guide turistiche che i visitatori non vogliono entrare nelle zone del centro storico perché malfamate».

     

    castello-d-albertis-verticaleQual è il piano per l’incremento dell’attività nel 2014?

    «In primis, la festa per il decennale: una tre giorni di festeggiamenti che coinvolgeranno il quartiere e le scuole. Ci sarà cibo gratuito, percorsi musicali (con la partecipazione di Echo Art, che quest’anno compie 30 anni) e laboratori didattici per le famiglie. Inoltre, apriremo i passaggi segreti e le torri, di solito inaccessibili. Senza contare le mostre temporanee: in programma quella dedicata alle nuove migrazioni europee ed extra-europee, al calcio africano, al ghetto di Lodz, città della Polonia che celebreremo nella Giorno della Memoria. Finora ci siamo dati da fare, ospitando feste Erasmus, happy hour per garantire l’apertura serale e dare modo ai lavoratori di visitare il Museo, e itinerari lungo il quartiere con danze e giochi di luce. Stiamo tentando varie strategie, ma l’unica cosa che rifiuteremo sarà l’accesso gratuito, come fanno molti musei europei: siamo contro la svendita della cultura perché il patrimonio è di tutti. Inoltre, vorremmo creare una sinergia con l’Università e invitare gli studenti dei poli limitrofi a usufruire del giardino nei mesi caldi: abbiamo già pensato di estendere la rete wi-fi al parco, ci stiamo lavorando. Tuttavia, ciò non basta: si deve promuovere il pacchetto turistico, ma non è un’operazione di competenza delle singole realtà. Ci si deve muovere a livello centrale».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Giardini Babilonia e S.M. in Passione: riqualificazione guidata dagli studenti

    Giardini Babilonia e S.M. in Passione: riqualificazione guidata dagli studenti

    santa-maria-passioneSanta Maria in Passione e Stradone Sant’Agostino, il “centro” del centro storico genovese: uno dei primi insediamenti della città che ha vissuto i cambiamenti e le alterne vicende degli ultimi secoli. Ma come è possibile che un’area così importante per la storia di Genova sia rimasta abbandonata a se stessa, nella noncuranza generale, per decenni? È quello che si chiedono alcuni studenti della ex Facoltà di Architettura – oggi Scuola Politecnica -, che il 28 novembre 2011 hanno giardini-babilonia-4fatto incursione negli spazi verdi adiacenti alla Facoltà (noti come Giardini Babilonia) per piantare un melograno, simbolo della prima “occupazione”.

    Da qui, una serie di iniziative per il recupero di tutte le aree verdi della zona e del complesso di Santa Maria in Passione (1000 mq totali). Durante uno dei consueti appuntamenti con #EraOnTheRoad, abbiamo incontrato gli studenti e abbiamo chiesto loro di raccontarci il perché delle azioni passate e i progetti per la prosecuzione dell’iniziativa. Determinazione, passione e competenza sono gli ingredienti principali: tutti uniti per restituire al quartiere uno spazio abbandonato, intrappolato in un labirinto di burocrazia.

    Chi siete e in cosa consiste la vostra iniziativa?

    «Tutto è iniziato in modo “illegale” con l’ingresso nel giardino quella notte di novembre di due anni fa. In quell’occasione abbiamo espresso la volontà di riaprire e restituire alla cittadinanza un luogo chiuso dagli anni ’90 e strategico per la città: si tratta dell’unico spazio verde del centro storico, di cui potrebbero fruire studenti, abitanti, anziani e bambini. Invece, fino ad allora era rimasto chiuso e abbandonato. Stessa sorte è toccata al complesso di Santa Maria in Passione, bombardato nel corso della seconda guerra mondiale e fino ad oggi interessato solo da esigui interventi di recupero e messa in sicurezza  (come la ricostruzione della cupola in legno). Nonostante il nostro intervento di apertura dei giardini, ancora adesso molti pensano che siano spazi dell’università e non li frequentano. Il nostro scopo è renderli fruibili a tutti: per questo abbiamo organizzato varie iniziative (l’ultima, la seconda edizione di “Cosa bolle in pentola?” lo scorso 26 novembre; la festa di quartiere del maggio 2012 e l’apertura delle reti del 15 marzo 2012)».

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    Come prosegue oggi la vostra iniziativa?

    «Molto bene: l’11 aprile 2013 abbiamo presentato un progetto di recupero (circa 20 tavole) in giardino in presenza dei rappresentanti dell’università, del Municipio e della Soprintendenza ai Beni Archeologici, che hanno espresso parere favorevole. Il 30 aprile è stato approvato in toto dal Consiglio di Scuola Politecnica, anche nelle critiche a loro destinate. Abbiamo fatto pressioni ai vertici per risolvere la situazione e abbiamo ottenuto che loro si occupassero della messa in sicurezza del giardino e noi dell’aspetto urbanistico e architettonico. Il 23 ottobre il Consiglio di Amministrazione di Ateneo ha approvato il finanziamento del progetto di messa in sicurezza: dovrebbe essere anche già stato depositato in Comune. Dello scorso ottobre è poi la notizia che il CdA dell’Università di Genova (da anni proprietaria dell’area) ha ceduto in comodato d’uso gratuito al Comune di Genova parte degli spazi esterni dell’ex Facoltà, avviando l’iter per le procedure di formalizzazione del contratto. Il progetto ci descrive: non sono stati considerati solo gli aspetti tecnici, ma anche quello sociale (per la partecipazione di tutti ala gestione di uno spazio di frontiera tra città e università) e intellettuale. Crediamo che l’Università dovrebbe occuparsi concretamente degli interventi in città, mentre in molti casi si limita a trasmetterci nozioni sul piano teorico. Disponiamo di un “tesoro”: quello della Facoltà di Architettura genovese è un caso unico nel mondo, perché non approfittarne?».

    Santa Maria in Passione aperta a cittadini e turisti

    santa-maria-passione-4Inoltre, accanto all’interesse per il recupero dei Giardini di Babilonia, anche quello per il complesso di Santa Maria in Passione: gli studenti chiedono la “musealizzazione” e l’inserimento all’interno di un percorso didattico, garantendo l’accesso a cittadini e turisti. Proprio a questo proposito, la scorsa estate i ragazzi hanno organizzato visite turistiche autonome in tutto il complesso, di cui hanno le chiavi: non solo la parte che affaccia sull’omonima piazza, ma anche quello che una volta era il convento delle suore di clausura, oggi inaccessibile. Inoltre, il 15 ottobre, sempre nei pressi della Facoltà, sono state divelte due vecchie serrature di cancelli comunali nel corso dell’iniziativa “Apertamente”. Commentano i ragazzi: «Da quel giorno autogestiamo apertura e chiusura dei cancelli dei Giardini dal lunedì al venerdì, (dis)attendendo le istituzioni», e scrivono sul loro blog “Spazio Libero”: “Lo abbiamo fatto apertamente, alla luce del sole ma senza cercare le luci della ribalta. Una volta aperte le strade pubbliche abbiamo (ahinoi!) invocato l’intervento di Comune e Università, regalandogli un mazzo delle chiavi che aprono i nostri lucchetti, invitandoli a collaborare. Sapete cosa ci è stato risposto? Assolutamente niente. Un silenzio assordante che all’inizio ti stranisce, ma poi capisci che la realtà è questa, che l’istituzione è lontana, autoreferenziale, conservatrice. Allora basta stupirsene, basta lamentarsi. In questi giorni abbiamo ragionato tanto in università e in quartiere e abbiamo scelto di continuare a oltranza l’autogestione dell’apertura dei cancelli, che hanno dimostrato di poter unire anziché dividere. Quello che chiediamo è di attraversali il più possibile”.

    “Basta lamentarsi”, basta aspettare che qualcosa succeda: è un po’ questa la filosofia alla base del vostro agire…

    «Sì, è un paradosso che nessuno si occupasse prima di noi di queste zone: ci sono questioni complicate. Alcune aree, come i Giardini, sono di proprietà della Facoltà, altre come Santa Maria in Passione, sono comunali, ma con il vincolo archeologico della Soprintendenza… insomma, c’è da perdersi in un labirinto di burocrazia. Era soprattutto una “grana” per chi di competenza, e il fatto che noi ci siamo fatti avanti facendocene carico è stato positivo per molti. Il nuovo Preside della Scuola Politecnica ha accolto le nostre proposte, mostrandosi disponibile. In fin dei conti, ci stiamo occupando di qualcosa che non compete a noi, per il bene di tutta la cittadinanza. Il nostro agire è anche una critica politica all’istituzione universitaria e all’amministrazione cittadina, due soggetti che limitano l’iniziativa volontaria dal basso. Sappiamo che alcuni ci criticano, ma non siamo pentiti riguardo al nostro modo di operare presente e passato. Pensiamo che giustizia e legalità siano due concetti che vengono erroneamente assimilati: la seconda è l’assetto che si da un governo, ma è una struttura mutevole che deve essere aggiornata, anche dal basso se necessario».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

     

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: Fabio Gremo

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: Fabio Gremo

    Fabio Gremo, genovese classe ’76, ha la musica nel sangue fin da piccolo: dopo aver conosciuto la chitarra a scuola nell’ora di musica, compie la sua formazione musicale frequentando il conservatorio dove si diploma in chitarra classica e approfondendo poi le sue conoscenze in corsi internazionali. Partecipa a diversi contest e festival sia come singolo sia come membro di gruppi (come chitarrista e bassista) ed ottiene il terzo posto al concorso chitarristico nazionale “Pasquale Taraffo” nel ’91. Si cimenta inoltre nell’attività di composizione creando brani per gruppi prog rock, prog metal e new dark ma anche pezzi strumentali, colonne sonore, brani d’atmosfera. Si esibisce nel frattempo anche come chitarrista solista o in duo e lavora inoltre come autore di testi. I progetti di cui fa parte sono Il Tempio delle Clessidre, Daedalus, Thought Machine (come bassista) e Ianva (come chitarrista).

    A ottobre 2013 è uscito il suo primo album solista, intitolato significativamente “La mia voce”: è la sua chitarra, attraverso la quale parla a chi ascolta, raccontando in ognuno dei brani una storia diversa con un “tono di voce” differente. La chitarra classica che usa in questo disco è un pezzo unico perché, come lui stesso racconta, «è realizzata da un liutaio e ho faticato non poco per averla! Ha il manico un po’ più largo del solito e un suono che io trovo eccezionale». È con questa fida compagna che Fabio ha affrontato l’avventura del primo disco – per di più realizzato in regime di completa autoproduzione – tornando al “primo amore” dopo tanti anni di sound elettrico.

    Fabio Gremo, chitarrista e bassistaGenere: rock, folk, prog, musica classica

     

     

     

  • Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, l’arte come antidoto: intervista all’artista genovese

    Hélène Cortese, classe ’75, è un’artista genovese. Cresciuta in una famiglia amante dell’arte e piena di creatività, per lei la scelta di intraprendere professionalmente questo non sempre facile percorso è giunta in maniera molto naturale.

    Come è avvenuta la tua formazione artistica? Quando e come hai preso la decisione di fare l’artista e di farne un mestiere?

    «Ho frequentato il liceo Artistico Nicolò Barabino e mi sono laureata in Conservazione dei Beni Culturali, perché l’ambiente familiare ha contribuito a questa mia scelta, avendo la madre ritrattista e una cugina designer; mio padre, inoltre, dal quale ho ereditato la creatività, mi ha fatto partecipare fin da piccola a concorsi e mostre.  Ho così iniziato molto presto ad entrare in questo mondo e, fin dai primi anni di università e alla fine dei miei studi, dopo tante mostre e lavorando contemporaneamente in altri campi, ho deciso di dedicarmi soltanto all’arte. Tutte le esperienze che ho fatto sono state comunque stimolanti e mi hanno portato al risultato di oggi».

    particolare di baia del silenzio 2Baia del Silenzio -Sestri Levante-terracotta

     

     

     

     

     

     

     

    Mi ha colpito molto il modo in cui nelle tue tele restituisci la realtà: un’interpretazione mi viene da dire soave, colorata, che sembra arrivare direttamente dagli occhi di un bambino, nei colori e nelle forme essenziali, ma soprattutto priva dello sgomento che caratterizza tanta arte odierna, profondamente legata alle angosce del nostro mondo attuale. Come mai scegli questa via così serena di rappresentazione? Ha a che fare con il tuo carattere? O è una sorta di catarsi proprio dalle brutture del reale?

    «Grazie per la domanda molto indovinata. Penso siano entrambe le cose: se i momenti della vita di maggior sofferenza sono anche quelli più fecondi artisticamente, è per come sono fatta, ma il risultato è sempre qualcosa di gioioso, nonostante a volte appartenga, appunto, ad un periodo triste.
    Probabilmente la mia creatività, unita al forte senso del colore, è un antidoto agli episodi negativi della vita, è un modo per vivere, sia pur virtualmente, in un “habitat” che, in qualche modo, mi accoglie, mi conforta e mi fa sognare e questo lo riscontra anche chi apprezza il mio lavoro.
    Infatti, ultimamente, mi sono sentita dire da chi ha acquistato le mie opere che,  nel momento attuale così duro, colore e vitalità aiutano ad evadere dalle preoccupazioni e dai pensieri malinconici».

     

    Cactus-tempera su carta marrone- 100 x70 cm-Tele, ma anche terrecotte e ceramiche: sono mezzi artistici molto tradizionali, anche qui un po’ in controtendenza con le tendenze odierne, penso a tecniche completamente diverse come videoarte o altri media digitali che ormai prendono sempre più piede. C’è un motivo particolare per cui usi certe tecniche piuttosto che altre?

    «Entrambe le tecniche, per strane combinazioni del destino, hanno scelto loro me e non viceversa e non le ho più abbandonate, essendo, per ora, il mezzo di comunicazione che più riesce a tradurre la mia fantasia in un’opera concreta.
    Ad esempio nel Ponente ligure c’è una grande tradizione legata alla ceramica, mentre io, lavorando più a Levante, vedo che molti rimangono spiazzati quando presento opere in terracotta, perché non sono abituati a vederne di simili e ad immaginarle inserite in un ambiente, io, invece, lo reputo un materiale fantastico, molto caldo ed unico che dovrebbe affascinare oltre che per l’originalità dei pezzi; purtroppo, spesso, si è diffidenti verso tecniche d’espressione che non si conoscono bene e si tende a non sperimentarle. Questo penso mi penalizzi a volte, in quanto, purtroppo, l’arte attuale è influenzata dalle mode e la richiesta spesso segue questo meccanismo.  L’Arte dovrebbe essere oltre la moda e le tendenze: è un valore universale per eccellenza con qualsiasi tecnica o mezzo venga espresso».

     

    Rapallo- tempera ed acquarello su carta-78x30cm-Hai esposto anche in Francia: che idea ti sei fatta del ruolo dell’artista fuori dall’Italia? Un artista qui riesce a vivere di quello che fa? E fuori?

    «Forse all’estero c’è più rispetto per il “mestiere” d’artista come figura, ma questo non significa che non ci sia la stessa difficoltà per affermarsi; inoltre Bosco- tempera su cartaspugna- cm 200x80ho riscontrato un forte “nazionalismo” e la tendenza a portare avanti gli artisti locali, mentre in Italia è quasi l’opposto. Inoltre, specialmente in Italia, ci sono tanti bravi creativi ed  anche per questo è difficile riuscire a vivere del proprio lavoro».

    Cosa ispira le tue creazioni? Luoghi, persone, avvenimenti…? Cosa vorresti che provassero le persone davanti a un tuo quadro o tenendo in mano un oggetto realizzato da te?

    «Tutto può stimolare la mia creatività, anche se sinceramente non faccio fatica a produrre ambienti ricchi di forme e colori, diversi fra loro; probabilmente è una esigenza innata, che soddisfa la mia ammirazione per tutto il creato.
    Ultimamente mi sono dedicata alla progettazione di testiere per letti; tutti mi hanno detto “che cosa strana!” Io non so perché ho avuto questa idea, ma era tanto che ci pensavo, forse è la sintesi di qualche viaggio che ho fatto con la passione forte per la casa e l’arredamento; non so a volte da dove arrivino le idee, l’importante è che continuino ad arrivare…
    Ascolto con molta attenzione quello che provano le persone quando sono davanti ad un mio quadro o vedono un mio lavoro e mi dicono che comunica sensazioni molto positive, come gioia, freschezza e speranza, forse perché i miei pezzi sono ispirati alla natura e hanno colori caldi e forti, qualunque sia il motivo, non potrei essere più soddisfatta del risultato e non potrei desiderare altro».

    Cosa significa secondo te essere un artista oggi? Cosa ti spaventa di più e cosa ti dà l’energia per andare avanti?

    «Per me essere artista oggi come ieri, significa avere il coraggio di fare una scelta non facile soltanto per concretizzare il proprio sentire. L’energia me la danno le persone che apprezzano e capiscono le cose che faccio e che m’incoraggiano e mi fanno comprendere che ho intrapreso la strada giusta».

    Claudia Baghino

  • Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    Mediazione Comunitaria: Genova è un modello per il resto del mondo

    centro-storico-castello-vicoliMediazione Comunitaria, un termine quasi sconosciuto ai più, un’esperienza importante, attorno alla quale c’è ancora un po’ di confusione. A Genova, città di migranti e di tante etnie, l’approccio a questo tema è promosso dalla Fondazione San Marcellino e dalla ex Facoltà di Lingue e Letterature Straniere (dipartimento DiSCLIC) dell’Università di Genova. Abbiamo parlato con Danilo De Luise, della Fondazione di San Marcellino.

    Il progetto di Mediazione Comunitaria a Genova: come nasce e di cosa si tratta?

    «Nasce dalla sinergia di più realtà: la Fondazione San Marcellino da un lato, che offre servizi per senzatetto; dall’altro, il Dipartimento di Scienze della Comunicazione Linguistica e Culturale dell’Università di Genova, con la ricercatrice Mara Morelli, che coordina il progetto. I due soggetti promotori hanno diverse competenze: l’Università ha un approccio linguistico e culturale, noi uniamo all’impegno sociale la sensibilizzazione mediante partecipazione a progetti artistici (come nel caso del film “La Bocca del Lupo”). Io ho un background come mediatore famigliare, la Dott.ssa Morelli, invece, ha una formazione interlinguistica. Dagli anni ’90 abbiamo iniziato a riflettere sulle tecniche di mediazione comunitaria. Così abbiamo presentato il nostro lavoro in Messico, all’annuale Congresso internazionale di Mediazione (finora abbiamo partecipato a 6 su 9): da tempo seguivamo il lavoro dei paesi dell’ America Latina e ci siamo aperti sempre più al loro approccio. Per noi, in Europa e in Italia, la mediazione è una tecnica puntuale: famigliare, culturale, civile, ecc. In Sud America, invece, la dimensione culturale nella mediazione dei conflitti è preponderante: una pratica antica, organizzata nei secoli, che permette di lavorare in, per e con le comunità, per far acquisire gli strumenti di risoluzione autonoma dei conflitti e riattivare i legami. Siamo mediatori “biodegradabili”, dobbiamo insegnare alla comunità a fare da sé e distinguere la problematiche reali da quelle che non lo sono. Ad esempio, alcuni si lamentano del rumore dei vicini stranieri in condominio, ma questo non ha nulla a che vedere con la mediazione culturale».

    Pavimentazione nel Centro StoricoCosa avete fatto nel corso di questi anni?

    «Abbiamo deciso di portare l’approccio latino in Italia: dopo il successo del primo convegno a Cagliari nel 2007, abbiamo replicato nel 2009 a Genova con un programma per addetti ai lavori che coinvolgeva esperti mondiali. L’anno dopo, un nuovo convegno e un workshop cui hanno partecipato attivamente 85 persone. Da qui, l’idea nel 2011 di passare ai fatti, con attività nei quartieri. Abbiamo iniziato proponendo alla Casa di Quartiere GhettUp un primo workshop che ha attivato iniziative di pulizia e disinfestazione dai ratti. Successivamente abbiamo coinvolto polizia municipale, scuole e altri soggetti in corsi con formatori esperti: finora abbiamo formato più di 100 vigili (leggi l’approfondimento) e il personale -ma non solo- della scuola Caffaro di Certosa. Nel 2012, lo slancio vero e proprio con i corsi tenuti dall’argentino Alejandro Natò: era stato pensato per un numero di 50 persone, ma sono state tante le richieste che ci siamo ritrovati in 70, pur escludendo alcuni. Lo stesso Natò in quell’occasione ci ha definiti una “piattaforma per la mediazione comunitaria” genovese. Sempre nel 2012, la collaborazione con Palazzo Ducale, paradossalmente per “uscire dal palazzo” e ragionare di nuovo sui quartieri: abbiamo coinvolto Sampierdarena, San Bernardo, Certosa e Piazzale Adriatico e organizzato workshop partecipativi. Alla fine, abbiamo ragionato insieme sulle problematica del rapporto con le istituzioni, trasversali ai diversi quartieri. Un bel bilancio, siamo soddisfatti».

    E il futuro cosa riserva?

    «In futuro, speriamo di continuare a agire sul territorio: da questa collaborazione con Palazzo Ducale è nata l’idea di organizzare a Genova il X Congresso Internazionale di Mediazione Comunitaria. Sarebbe la prima volta che si svolge in Europa, e Genova sarebbe precursore assoluto. A marzo presenteremo il progetto a Roma, all’Ambasciata messicana, quindi è ancora prematuro parlarne. Ma non è l’unico progetto: vogliamo proseguire nel settore sanitario, di cui ci occupiamo dal 2007: di recente abbiamo dato vita a una collaborazione con i medici dell’Ospedale Galliera, che svolgono presidio sanitario sulle nostre unità di strada per il sostegno ai senzatetto. Tutto volontariato: da quando abbiamo intrapreso questo cammino di mediazione, avremmo speso in tutto non più di 30 mila euro. La cosa interessante è che noi abbiamo guardato all’America Latina cercando di adattare il loro modello alla nostra cultura, e adesso sono loro che guardano noi e si interessano degli esiti che ha raggiunto il nostro percorso. Genova sta diventando un punto di riferimento per questo tipo di approccio e si attendono sviluppi interessanti».

     

    Elettra Antognetti 

  • Ghetto, le trans si raccontano: da Don Gallo a Princesa, la nostra intervista

    Ghetto, le trans si raccontano: da Don Gallo a Princesa, la nostra intervista

    ghetto-centro-storico-vicoliFondata nel 2009 con il sostegno della Comunità di San Benedetto al Porto e di Don Andrea Gallo, Princesa è l’associazione che si batte per i diritti dei transgender, contro la transfobia e l’omofobia, per la promozione dei diritti, dell’identità sociale e personale. L’Associazione al momento della sua creazione riuniva già 32 persone transgender che vivono a Genova, con la Presidenza onoraria di Don Andrea Gallo.
    Presidente dell’Associazione è Rossella Bianchi, a Genova da quasi 50 anni, arrivata in città nel ’65. Ma oltre Rossella, ci sono molte altre trans che da decenni lavorano qui: come Ulla, che di recente ha festeggiato il matrimonio con il compagno di vita Maurizio, o come Mela, “new entry” del gruppo che – stufa della vita “nomade”- ha trovato una casa grazie alle amiche del ghetto. Di tutte loro, solo in poche vivono nel quartiere, mentre le altre preferiscono lavorarvi soltanto ma tenere gli affari lontani dalla vita privata. Un mondo che sta a pochi passi dagli universitari di Via Balbi, dalla Casa di Mazzini e dai rolli di Via Lomellini, dalla colorata e trafficata Via Prè, controverso crocevia di persone: un labirinto di vicoli che resta escluso ai normali transiti e di cui le trans hanno fatto il loro punto di ritrovo. Ma come si vive nel ghetto, com’è cambiato nel corso dei decenni con l’arrivo di nuove comunità, e come vivono le trans? Lo abbiamo chiesto a loro.

    rossella-princesa-trans-ghettoRossella: «Ho avuto modo di vivere tutte le trasformazioni del quartiere, sono una di quelle che è arrivata prima qui e posso parlare con cognizione di causa: la vita è peggiorata nel corso degli anni, prima stavamo meglio, ora si è persa l’atmosfera famigliare di un tempo, ma restano tolleranza da parte degli altri e rispetto tra noi. Ci sono integrazione e libertà, e questo è un dato che testimonia il lavoro di sensibilizzazione svolto da noi, da Princesa, da Don Gallo e da GhettUp nel cercare di combattere la transofobia e l’omofobia. Inoltre, fino a qualche decennio fa il ghetto era invivibile a causa della piaga della droga e delle bande criminali, che causavano continue tensioni nel tessuto urbano. Ora queste problematiche sono state sconfitte, ma se la situazione è migliorata è grazie a noi che ci lavoriamo e che sentiamo nostro questo luogo: da parte delle istituzioni, non c’è stata l’attenzione né il sostegno che speravamo».

    ghetto-piazza-don-gallo-verticaleUlla: «Anch’io sono una delle veterane del ghetto. Sono arrivata qui negli anni ’70 e ricordo che all’inizio ci perseguitavano. All’epoca gli abitanti del ghetto erano tutti italiani: c’erano famiglie tradizionali, lavoratori, ragazzi, casalinghe. Poi, dalla metà degli anni ’70 hanno iniziato ad arrivare i primi immigrati dal nord Africa, i “marocchini”, e sicuramente questo ha influito molto sul cambiamento del tessuto sociale del quartiere. Con l’arrivo dei migranti, dapprima si è creata una situazione allarmante: si sono incrementati casi di spaccio, di violenza, di risse (per colpa sia degli italiani che degli stranieri, sia chiaro!), tanto che gli abitanti tradizionali, se ne sono andati in pochi anni. Prima era un quartiere “normale”, tranquillo, come tanti altri; poi, con questo esodo dei genovesi, il quartiere ha progressivamente perso prestigio: un circolo vizioso. Più se ne andavano, più qui la situazione degenerava. Alla fine, siamo rimasti in pochi: tra tutti, anche 5 o 6 di noi trans abitiamo qui. Io, ad esempio, ci abito e ci lavoro da una vita. Ho spesso pensato, all’epoca, di andarmene via, ma dove? Tutto sommato qui è sempre stata un’oasi felice per noi, anche nei tempi più critici, e lo è tanto più ora che la situazione è migliorata: via gli spacciatori, stop alla violenza. E questo grazie anche a noi trans, che siamo i baluardi e i presidi del quartiere: tempo fa c’era un pazzo che si aggirava con un coltello minacciando tutti e noi abbiamo subito avvisato la polizia, che lo ha arrestato tempestivamente; o ancora, ci è capitato di salvare vecchiette che stavano per essere scippate. Noi proteggiamo il quartiere che abbiamo scelto come casa di elezione, abbiamo tutto l’interesse affinché qui tutto sia tranquillo e non ci siano problemi. Assieme a noi, inoltre, da qualche anno anche l’arrivo della casa di quartiere GhettUp ci ha aiutate a favorire l’integrazione e ha mantenere il quartiere tranquillo. Ora c’è più controllo e attenzione verso il ghetto, e anche il rapporto con gli stranieri -dapprima problematico- è  migliorato: c’è cooperazione reciproca, e loro ci difendono. I tempi per l’integrazione delle varie componenti sono maturi».  

     

    Princesa: di che cosa si occupa nello specifico la vostra associazione?

    Rossella: «Abbiamo uno sportello presso i locali di GhettUp in Vico della Croce Bianca 7-11r per favorire l’integrazione nel quartiere di transgender e offriamo aiuto sia burocratico che psicologico alle persone che vogliono intraprendere un percorso di cambiamento di genere. Seguiamo sia queste persone che si rivolgono a noi che i loro famigliari, e diamo loro sostegno in questa delicata fase di passaggio. Siamo disponibili a parlare e portare la nostra esperienza come esempio: di recente, una madre che era arrivata da noi scettica e poco propensa a sostenere il figlio, è tornata da noi a parlarci di come sia riuscita ad accettare questa transizione».

    Ulla: «Non ci tiriamo indietro, quando c’è qualcosa da fare siamo sempre in prima fila: dalle feste al cineforum estivo a cadenza settimanale (aperto a chiunque!), ai compleanni e feste (di tutti!) nella piazza detta “Princesa”, alle interviste (come questa, e quelle di tempo fa per la tv nazionale e per periodici internazionali, a testimonianza di quanto interesse ci sia anche fuori da Genova per questo luogo, n.d.r.): non è un’esagerazione dire che siamo una famiglia».

     

    Don Andrea Gallo, di Luca Marcenaro
    Illustrazione di Luca Marcenaro

    Don Gallo, un uomo che al ghetto ha dato tanto e che Genova ricorda con nostalgia: una piazza a lui dedicata potrebbe giovare al quartiere?

    Ulla: «Don Gallo per noi era un padre spirituale. Il mio rapporto con lui era molto stretto,  amicale, familiare: era un padre per me che il papà l’ho perso anni fa. Ci manca in modo indescrivibile: anche se è poco che ci ha lasciate, sentiamo un vuoto incolmabile. Pensa che quando mi incontrava mi baciava le mani, lui a me! E io gli dicevo “Don, non è il caso, cosa penserà la gente? Sono io che devo baciare la mano a lei!”, ma lui non si curava di nulla e sapeva starci vicino e farci sentire importanti. Ci ha restituito la dignità che ci è sempre stata sottratta e non ci sono parole sufficienti per spiegare quanto gli siamo riconoscenti e quanto adesso sia difficile andare avanti senza di lui. Ricordo che spesso scappava da San Benedetto e veniva a rifugiarsi qui in mezzo a noi, dicendo che questa era la sua seconda casa. Una piazza dedicata a lui? Certamente la cosa ci fa piacere e ne saremmo felici, tanto più che quella è la “nostra” piazza, ed era anche la sua, che partecipava sempre alle nostre iniziative. A mio avviso, però, questa inaugurazione non servirà a portare più visibilità al ghetto. I turisti qui ci vengono già anche da soli, ce ne sono tantissimi, vogliono scoprire il ghetto e conoscerci».

     

    La vita nel ghetto: per voi questa enclave significa protezione o isolamento?

    Ulla: «Io sono nata a Messina e non sono genovese doc, anche se sono arrivata qui con i miei genitori quando avevo tre anni. Anche loro hanno abitato in città e tutto sommato per me il ghetto è una casa». Mela: «Senza esitazioni, rispondo che mi sento cittadina di Genova. Io sono nel ghetto da meno tempo di loro, sono la nuova arrivata. Prima ho vissuto in giro, ma mi sono stufata di viaggiare, trolley alla mano, senza avere fissa dimora. Qui ora ho una famiglia e sono stata bene accolta dalle altre, che già conoscevo e con cui eravamo già amiche. Prima di stabilirmi qui, tuttavia, la mia vita era molto mondana e ho sempre frequentato vari ambienti genovesi (e non solo) e tutti i locali “in” della città: quindi sì, sono in tutto e per tutto genovese. L’integrazione c’è, oggi non mi sento discriminata».

     

    Ulla, non possiamo fare a meno di congratularci con te e il tuo compagno, Maurizio, per il vostro recente matrimonio lo scorso 22 novembre.

    «Il matrimonio è stata una cosa importante sotto il profilo legale ma anche goliardica. Io e Maurizio ci consideriamo sposati da 32 anni e lui è una grande persona, l’unico che ha saputo starmi vicino sempre, anche nei momenti difficili -come quando ho perso i miei genitori-, e con cui ho condiviso la vita. Con questo matrimonio (la registrazione nell’elenco delle unioni civili del Comune di Genova, con grande festa alla presenza di amici e parenti, tra cui anche Vladimir Luxuria, n.d.r.), posso dormire sogni tranquilli: mi stava a cuore sapere che, un domani, le poche cose che ho andranno al compagno di una vita, alla persona più importante. Pensa che lo chiamo “mamma”, perché per me lui è tutto. Adesso, dopo questa unione, io sono “il capofamiglia”, mentre lui farà il “mantenuto”!».

     

    Elettra Antognetti

  • Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    Arriva Cinebox, il concorso di Habanero per videoclip musicali

    band musicaIn arrivo un’altra novità dall’associazione Habanero, attiva ormai da tre anni sul territorio genovese attraverso l’organizzazione di eventi “indie” che sono diventati appuntamenti fissi per gli appassionati: a breve uscirà un bando di concorso per video musicali a produzione indipendente, iniziativa che denota attenzione per una realtà che in loco è effettivamente molto vivace e prolifica ma che non gode della sufficiente visibilità. Ne abbiamo parlato con Emanuele Podestà, art director di Habanero.

     

    Come nasce l’idea di Cinebox?

    «In continua ricerca, un viaggio sul linguaggio in generale che è partito con la scrittura, passando per la musica, aveva un naturale passaggio nei video musicali. Cinebox nasce dalle risposte e dai feedback di Babel, Festival di editoria, musica e persone indipendenti, la cosa alla quale siamo più affezionati tra quelle che facciamo. Quindi Cinebox nasce come nuova occasione per stare insieme come piace alla gente che è solita seguirci».

     

    Come si svolge il contest , quali sono le fasi, chi può partecipare?

    «Prima di Natale uscirà il bando con le nomination e le categorie alle quali iscriversi, poi fino a marzo ci sarà la fase nella quale sceglieremo i vincitori. Sceglieremo tutti insieme. Il tutto culminerà con una festa il 5 aprile presso Villa Bombrini. La Villa d’estate è uno spazio molto bello per i concerti, noi vorremmo far vivere anche l’interno grazie alla Genova Liguria Film Commission e Società per Cornigliano».

     

    Mi sembra di capire che avete scelto di riservare una categoria ai video genovesi: quali sono le caratteristiche e le motivazioni della categoria “local heroes”?

    «La scena musicale e, in generale, artistica genovese è maturata molto negli anni e merita tutto il risalto che le riusciremo a dare. Soprattutto perché vogliamo premiare anche tanti “addetti ai lavori”, la gente che lavora dietro un video o un progetto, è la nostra speranza più grande».

     

    Il pubblico dei social è chiamato a partecipare col ruolo fondamentale di giudice: in questo modo non si corre il rischio classico che vada avanti non chi ha prodotto il lavoro migliore ma chi ha più contatti e riesce quindi a farsi votare di più?

    «Noi siamo degli inguaribili neoromantici metropolitani dalla parte della gente, la gente voterà bene le categorie (non sono tutte) nelle quali è chiamata a svolgere ruolo di giudice. Vedrete».

     

    Dall’esordio come collettivo di scrittori alla casa editrice all’organizzazione di eventi e ora questo contest… molte cose in poco tempo, tre anni se non sbaglio. Quanto vi è costato questo percorso in termini di sacrifici? Quali i momenti più duri e quali i feedback positivi che vi hanno fatto continuare? Come affrontate uno scenario fosco come quello odierno? Visto che i nostri ministri non fanno che ripetere che con la cultura non si mangia, voi cosa rispondete con la vostra esperienza? Riuscite a “mangiare” con quello che fate?

    «Sacrifici? Per noi è un piacere, tutto qua. Se ci riusciamo a mangiare, a vivere?… Beh, sulla questione pratica non so che dirti,  sicuramente non riusciremmo a vivere senza fare queste cose. È un progetto che va al di là del ritorno immediato. Abbiamo responsabilità che dobbiamo non tradire ormai. Tre anni dal primo libro, due dal primo concerto: comunque fa impressione anche a me!»

     

    Avete portato a Genova nomi importanti del mondo artistico-musicale e per di più in luoghi della cultura cittadini assolutamente riconosciuti: uno si immagina, a pensare al piccolo collettivo che contatta il grande nome, chiusure e rifiuti. Come siete riusciti ad ottenere fiducia? Avete incassato o incassate ancora dei no?

    «Per quanto riguarda gli artisti, il mondo della musica è aperto, vivo, disponibile, mai avuto chiusure o preclusioni. Sappiamo i nostri limiti e le nostre forze (entusiasmo ed educazione) e quindi sappiamo chi contattare. Abbiamo la stessa fortuna anche con le Associazioni, gli Enti e le Fondazioni che ci aiutano e ci ospitano, creiamo un rapporto di fiducia, ci mettiamo tutta la speranza e la passione che abbiamo e questo è l’unico segreto per associazioni come la nostra».

     

    Partecipanti e pubblico votante possono seguire la pubblicazione del bando e gli step del concorso sulla pagina Facebook di Cinebox.

     

    Claudia Baghino

  • La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    La professione del musicista: incontro con il chitarrista Adriano Arena

    adriano-arena-3Adriano Arena è un chitarrista genovese che dal 2000 è professionista. Tra tribute band, collaborazioni in studio e dal vivo con numerosi cantautori (anche all’estero, nel Regno Unito) e con un’attività di insegnamento del suo strumento che dura dal 1998, è diventato difficile seguirlo nei suoi spostamenti. Siamo riusciti a “fermarlo” fra un viaggio e l’altro per questa intervista, una chiacchierata per provare a capire meglio lo stato delle cose per chi vive di musica nella nostra città.

    Sei un musicista che da qualche anno ha deciso di fare della musica la sua professione. Da qualche tempo ti dividi tra Pontassieve, Toscana, e Genova.  Qual’è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso – se c’è stata –  nel tuo allontanarti da Genova, almeno in parte?

    «In realtà non c’è stata una ragione improvvisa: negli ultimi anni la mia vita privata si divide tra Genova e la Toscana, e diciamo che a Genova col passare degli anni sono venuti scemando dei rapporti, umani e lavorativi, che per me erano importanti. Con ciò non vuol dire che in Toscana ho trovato un paradiso dei musicisti! Semplicemente, ho visto che Genova non era più la mia città preferita, pur essendoci nato, cresciuto. Il fattore umano ed il rispetto per il mio lavoro sono cose da cui non prescindo. In Toscana, sarà per il carattere della gente più effervescente rispetto al genovese in generale, può essere uno stimolo collaborare con gente che ha un approccio alla musica differente dal tuo».

    Molte delle tue considerazioni sul tuo lavoro – prese dai social network  – sono sfoghi del momento in cui lamenti la scarsa cultura generale e la scarsa considerazione, anche economica, per il mestiere del musicista…

    «Premettendo che quello che scrivo su Internet, ad esempio su Facebook, sono degli sfoghi in reazione a fatti che lì per lì ti fanno uscire di testa. La realtà è che spesso mi trovo di fronte persone che non capiscono la validità di quello che ho da proporre, almeno come musicista. Il fattore denaro conta, ma di più conta chi ha in mano la situazione in quel determinato posto e in quella determinata occasione. Ultimamente penso che ci sia investimento sulla quantità e non sulla qualità, e manchi una volontà di investire su qualcosa che può dare un risultato nel tempo. Io ho collaborato con un locale che ha fatto quest’ultimo tipo di scelta per cinque anni, ovvero musica di qualunque genere, però con una qualità ben definita, e devo dire che c’è stato un buon successo di pubblico, con una base di audience  fedele che veniva ogni sabato. Sta diventando un classico il locale che dice di fare musica dal vivo e non ha l’impianto! C’è un tiro al risparmio che sotto molti aspetti è devastante per tutti, pubblico e musicisti».

    adriano-arenaDomanda difficile: definisci la tua professionalità.

    «Domanda difficile e semplicissima per come la vedo io! Essere professionale per me vuol dire: uno, essere puntuale, salvo inconvenienti e contrattempi. E per me vale anche da altre parti. Se io ti do un appuntamento alle otto del mattino e ti presenti alle dieci, per me non sei professionista. Bisogna essere precisi nel ricordarsi i propri impegni, l’orologio è importante e fa la differenza! Il rapporto umano può essere un’altra cosa importante, cioè, sapersi rapportare con le altre persone, avere comunque un dialogo. Bisogna sapersi adattare a varie esigenze, nei limiti della decenza, però bisogna sicuramente parlare prima con chi ti propone una certa cosa, e, se la accetti, devi stare ai suoi termini, non ai tuoi.
    Poi, la scelta del suono. Se sei un chitarrista devi passare ore di studio anche per curare il tuo suono, in modo che questo sia quasi definitivo dal vivo ed in registrazione, quando lo affidi ad un fonico. Questo comporta anche meno perdita di tempo.
    Ma attenzione, essere professionisti non è sinonimo di professionalità! Andando avanti nel tempo scopro musicisti professionisti che non fanno prove, o che fanno storie e preferiscono provare tutto un’ora prima del concerto. Questo mi manda in bestia: il prodotto che vendo deve essere perfetto. Se uno compra un’automobile, non la compra certo con la porta rigata. E poi mi domando… in fondo stai suonando, non trasporti sacchi di cemento, perché ti pesa provare? A volte vedo “credere” in un progetto più la persona che lo fa per passione, piuttosto che chi lo fa per lavoro…»

    Domanda provocatoria, ma nasce anche dalle tue risposte precedenti: perché la gente vuole suonare? Se la situazione è così come descritta, perché, ad esempio, la gente prende lezioni di chitarra da te?

    «Beh, a volte mi chiedo, soprattutto quando vado ad insegnare chitarra nelle scuole, “perché questo personaggio va a lezione?”. Noto, soprattutto nei più giovani, una certa non voglia di conoscere,  una mancanza di passione e di ascolto della musica; tra le nuove leve ci sono pochi allievi davvero interessati alla musica, al punto che ti chiedi perché vadano a lezione. C’è gente che non sa che la chitarra è fatta di legno oppure che le manopole del tono e del volume servano a qualcosa! La mancanza di curiosità porta ad ignorare il miliardo e più di informazioni ottenibili via internet per suonare bene. Io ho iniziato per passione, studiando da autodidatta dalle dieci alle otto ore al giorno, magari marinando la scuola. Solo in un secondo momento ho deciso che questo sarebbe stato il mio lavoro».

    adriano-arena-2Il mercato musicale è morto? Come si vendono – se ci si riesce – i dischi? Fai anche tu il banchetto dopo i live?

    «Altroché se è morto! Non parlo dei grossi nomi, parlo della gente che non è un’icona italiana ed estera. Quanti comprano i CD? Io e te siamo appassionati di musica ed è una cosa che ci seguirà per tutta la vita, ma siamo in minoranza, una goccia nel mare! I dischi tuoi li vendi con il banchetto dopo i live; l’etichetta minore paga il cd, a seconda del contratto, ma se vuoi rientrare dalle spese e guadagnarci un minimo devi vendere la musica nei concerti, che poi non è detto che siano tanti. Le vendite che fai attraverso l’etichetta non è guadagno, perché i negozi di dischi magari… non ci sono!»

    Hai letto della proposta di legge per la musica dal vivo? Se sì, come la giudichi?

    «Conosco una proposta di legge per far evitare di pagare la SIAE ai locali che hanno una capienza non superiore alle duecento persone».

    La SIAE è un ente che tutela la tua opera come autore o è un organismo burocratico fine a sé stesso?

    «La SIAE è un ente burocratico che devi pagare. I miei diritti di autore li devo pagare prima e poi mi vengono restituiti in percentuale del 60%, magari spalmati nell’arco di un anno. Chi è una goccia nel mare non guadagna nulla sul diritto d’autore.  Il locale che “fa suonare” – è vero – il borderò della SIAE lo compra, ma poi se ne dimentica oppure intenzionalmente non lo consegna o non lo fa compilare, giocando sul rischio di essere scoperti piuttosto che pagare la SIAE. In Inghilterra, dove ho suonato con un cantautore in  due suoi dischi,  scrivi i brani e li proteggi tramite o una licenza Creative Commons, oppure ti autospedisci il CD con ricevuta di ritorno, e quello è un documento valido per  dimostrare che in quella data hai composto i brani! Non esiste il bollino SIAE sui CD in  Inghilterra».

    Come giudichi il ritorno del vinile?

    «Per un discorso nostalgico, andrebbe anche bene. Ma costa tantissimo perché è tornato di moda! E poi, se non hai un impianto hi-fi adeguato, ti perdi delle cose. A me piace il CD, anche perché ho poco tempo di ascoltare tra una trasferta e l’altra. Certe cose mie le metto in streaming perché hanno il loro posto lì. Però preferisco semplicemente il CD come supporto fisico».

     

    Michele Bensa

  • Scuola piazza Erbe, scelte tecniche e stilistiche: parola al progettista

    Scuola piazza Erbe, scelte tecniche e stilistiche: parola al progettista

    scuola-piazza-erbe-nov-2013Dopo un iter decennale, la scuola di Piazza delle Erbe sta per essere ultimata. Un’opera importante per la Città Vecchia, un progetto che ha attraversato ben tre amministrazioni comunali differenti: proposto dalla giunta Pericu come intervento conclusivo per il restyling del centro storico (zona San Donato, Sant’Agostino, Sarzano), sostenuto dalla giunta Vincenzi, l’edificio vedrà la luce sotto l’amministrazione Doria, per la gioia di bambini e genitori.

    Tuttavia, per quanto riguarda il risultato estetico dell’opera, il coro unanime di soddisfazione lascia spazio a qualche polemica. I genovesi si dividono sulla scelta del colore, della volumetria, dell’integrazione nel contesto urbanistico della piazza. Qui un tempo sorgeva l’oratorio di Santa Maria del Suffragio, un edificio del ‘700 bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale e mai recuperato (tuttora possono vedersi le macerie, i lavori di cantiere nell’area dell’Oratorio dovrebbero proseguire dopo la consegna della scuola).
    Abbiamo scambiato qualche battuta con uno dei due progettisti, il genovese Roberto Melai (che ha affiancato il collega tedesco Jörg Friedrich), abbiamo fatto il punto sul nuovo edificio, discusso le scelte stilistiche e approfondito le aspettative di chi questa scuola ha contribuito a pensarla e disegnarla prima di vederla realizzata…

    Architetto Melai, partiamo dalle scelte legate alla volumetria.

    scuola-erbe-verticale«L’edificio in questione nasce da un’idea ben precisa, da un programma funzionale. Pertanto, per quanto riguarda la volumetria, è più giusto parlare di “automatismi”, piuttosto che di scelte. Soprattutto dopo le riforme scolastiche degli ultimi anni, in base alle quali è stato alzato il numero degli alunni per classe (28, invece di 25), le regole sono cambiate anche per noi architetti: ogni alunno ha diritto a 1,80 metri di spazio, che deve essere moltiplicato per il numero dei bambini in ogni classe, poi per il numero delle classi totali, e cui si deve aggiungere lo spazio previsto per le classi speciali. È in base a questo calcolo che si ottiene la dimensione totale del plesso scolastico. Anzi, per quanto riguarda la parte progettuale, io e il mio collega tedesco abbiamo pensato di ridurre i volumi, rispetto alle previsioni fatte inizialmente, per evitare di rendere l’impatto della scuola troppo invasivo: invece delle 16 classi ordinarie più 6 speciali, come si era detto all’inizio, abbiamo optato – d’accordo con la direzione scolastica – per ridurre a tre il numero delle classi speciali raggiungendo un totale di 19 classi, invece di 22. All’epoca ho partecipato anche alle assemblee di circoscrizione, alla presenza di cittadini e associazioni: prima dell’approvazione del progetto, c’è stato il coinvolgimento della cittadinanza in un percorso partecipato. Ricordo che in quel contesto ho fatto presente che si intendeva procedere con la riduzione dei volumi, incontrando le critiche di alcuni cittadini, che protestavano contro il fatto che la scuola, eliminate tre delle sei classi speciali, non fosse a norma di legge. Oggi, invece, sento che vengono avanzate le critiche opposte, “le dimensioni della scuola sono troppo incombenti”, e mi chiedo dove fossero questi cittadini all’epoca del percorso partecipato».

    piazza-delle-erbe-d1In fase di progettazione come avete gestito il problema dell’impatto della nuova scuola su un luogo così particolare come Piazza delle Erbe?

    «È un problema che non esiste. La piazza è sì antica, mentre l’architettura della nuova scuola è per forza di cose più moderna, in linea con la ricostruzione delle case attorno (il complesso nato a ridosso di Vico Biscotti, n.d.r.). Il volume in questione è importante perché come già detto le aule sono tante e i bambini sono numerosi. Tuttavia, il mio collega tedesco, l’architetto Friedrich, autore del progetto, ha optato per spaccare i volumi in due e creare due livelli diversi, uno più basso su Piazza delle Erbe e uno più elevato su Salita del Prione e i giardini Luzzati. Si è optato per una soluzione con piani ruotati: esigenze architettoniche imponevano di avere cinque classi per ogni piano ma ciò non sarebbe stato possibile con un allineamento normale, perciò per mantenere le aule si sarebbe dovuto creare un piano ulteriore in altezza, rendendo il complesso molto più imponente. Per questo motivo si è scelto di spezzare le volumetrie e dare vita a una soluzione di dimensioni più contenute. Tra l’altro, questo tipo di operazione è piuttosto frequente nel centro storico: scorci del genere, con volumi “spezzati” e orientamento diverso, si trovano, per esempio, in Via Cairoli e Lomellini. Questa operazione serve a ridurre e alleggerire il tutto, perché elimina la costruzione della parete continua su Piazza delle Erbe, di certo più incombente».

    Come siete arrivati alla scelta del colore, ad esempio, o al particolare design delle finestre?

    «Abbiamo pensato semplicemente che, trattandosi di una scuola per bambini, fosse appropriato un colore sui toni dell’azzurro. Inoltre, è diverso dagli altri della piazza, dominata in maggioranza da colori caldi come giallo, arancio e toni del rosso: operazione voluta allo scopo di mettere in rilievo anche cromaticamente la diversa funzione dell’edificio. Non si tratta, in questo caso, di un’abitazione, di un esercizio commerciale, di un ristorante, ma di un’istituzione. Era importante sottolineare la sua denotazione anche sotto il profilo cromatico, a colpo d’occhio: il colore vuole essere un segnale inequivocabile (alcuni commercianti della zona sottolineano inoltre come a loro avviso il colore “di rottura” crei un’apertura nella piazza e dia profondità: il giallo avrebbe finito per creare una barriera cromatica e chiudere gli spazi, n.d.r.). Per quanto riguarda le finestre, abbiamo pensato di riproporre aperture, “buchi”, simili ad altre che si vedono nel centro storico, dando movimento. Abbiamo evitato di inserire finestre grandi -tipicamente anni ’50 e oggi un po’ fuori moda- ancora presenti in certe zone (ad esempio, in certi edifici vicini a Piazza Campetto) perché sarebbero state qui in contrasto col contesto di inserimento. Il progetto della scuola è stato presentato dal mio collega di Amburgo, mentre io mi sono limitato a completarlo e “vestirlo”: sia chiaro, non lo dico per prendere le distanze, anzi per dare il merito di questa idea al reale ideatore, di cui invidio l’abilità professionale. Un progetto inseguito per oltre dieci anni, pervicacemente: oggi dovremmo tutti rallegrarci del fatto che la piazza sarà resa ancora più bella perché ultimata con un’opera utile. L’architettura è un’educazione, non è questione di gusto, non è arbitraria, è il frutto di uno studio che parte dietro i banchi universitari e non finisce mai, diventa parte della vita di noi professionisti, plasmando la nostra forma mentis. Nessuna scelta è casuale ma nasce da uno studio attento: passiamo la vita a pensare a queste cose».

    Elettra Antognetti

    Il giorno 11 febbraio riceviamo segnalazione e pubblichiamo precisazione su divisione dei ruoli per il progetto Scuola delle Erbe:

    Arch. Jörg Friedrich (progettazione architettonica, capogruppo del raggruppamento temporaneo di progettazione)
    Arch. Roberto Melai (coordinatore del gruppo di progettazione, coordinatore della sicurezza in fase di progettazione, direzione operativa opere edili)
  • Enrico Ingenito, la quiete apparente: incontro con l’artista genovese

    Enrico Ingenito, la quiete apparente: incontro con l’artista genovese

    enrico-ingenitoEnrico Ingenito, genovese classe 1978, è un artista che spazia attraverso tutte le arti visive, pittura, fotografia e video.

    Nel corso degli anni ha partecipato a un progetto di collaborazione tra le arti insieme all’associazione culturale Corpi in Danza, all’interno del quale ha portato a termine la realizzazione di due video, alla collettiva Urbanamente, a residenze d’artista ed esposizioni collettive e personali in Italia e all’estero.

    Fino al 23 novembre è possibile ammirare le sue opere presso Palazzo Lomellino di via Garibaldi, nell’ambito dell’esposizione Viraggio1.

    I suoi quadri nascono da un‘intuizione,  il tema più ricorrente  è quello del paesaggio urbano, rappresentato grazie a immagini in movimento o estratti da scatti fotografici in varie città; le immagini tendono all’astrazione e lasciano grande spazio al colore, che domina incontrastato la scena.

    Nel portfolio dell’artista non mancano comunque i ritratti e le vedute di interni. La tecnica utilizzata è quella dell’olio su tela.

    I paesaggi urbani rappresentati possono sembrare in apparenza statici, ma grazie alle sfumature di colore, alla luce particolare che il pittore riesce a imprimere alle immagini, la sensazione non è affatto quella dell’immobilismo. E’ una quiete che ‘crea movimento’, ed è proprio questo l’aspetto affascinante che si coglie osservando le sue opere.

    Enrico Ingenito prospettiva evoluzione Viraggio rossoCome svolgi la tua ricerca artistica e quale è stata la ‘molla’ che ti ha spinto verso la pittura?

    «Sopratutto guardo, cammino molto e fotografo, poi analizzo il materiale e spesso ripercorro gli stessi luoghi più volte cercando la luce necessaria. Guardo molto quello che fanno altri artisti in particolare i miei coetanei, cerco di analizzarli. Cerco di viaggiare. Sono costantemente alla ricerca di immagini. Da sempre mi sento “pittore” non credo ci sia mai stato un momento nella mia vita in cui non abbia pensato di esserlo, la ricerca per me è ogni giorno, intorno a me».

    Sei genovese e abiti a Genova: quali sono i luoghi di Genova che frequenti maggiormente e a cui ti ispiri? In qualità di artista come vivi il rapporto con la tua città?

    «La pittura ti insegna che una luce può cambiare un luogo, Genova è la mia città, la scopro giorno per giorno restandone sempre affascinato».

    Enrico Ingenito prospettiva bluRiesci a vivere d’arte o al giorno d’oggi è necessario essere artisti part time? Credi che questa formula sia una scelta obbligata per il futuro?

    «E’ difficile vivere solo di pittura, ci sono alti e bassi e certamente il periodo in cui viviamo non facilita una tale scelta, penso che per raggiungere un certo livello sia necessario molta concentrazione, tempo ed energie, nel momento in cui ho scelto di seguire la mia passione e tentare questa carriera ho messo la pittura al primo posto, dopo di che ci si arrangia in qualche modo».

    Cosa ti spaventa di più di questi tempi? E quando pensi al futuro a cosa ti aggrappi x pensarlo migliore? Questa condizione psicologica si ripercuote nelle tue opere?

    «La cosa che mi spaventa è l’immobilismo, se ti guardi intorno e come se tutti avessimo addosso un peso e non sappiamo poi neanche bene perché, manca una coscienza visionaria spesso anche in noi artisti.
    Penso che ogni artista debba essere uomo nel suo tempo, credo quindi sia inevitabile una ripercussione nelle mie opere.
    E difficile pensare al futuro, ma c’è sempre qualche cosa che ti attrae, un’intuizione, qualche cosa che ti spinge ha guardare e a metterti al lavoro».

     

    Manuela Stella

  • Gruppi genovesi e musica live a Genova: DoremiFlo

    Gruppi genovesi e musica live a Genova: DoremiFlo

    Floriana – in arte DoremiFlo – ha espresso subito la sua attrazione per il mondo della musica cominciando a cantare da bambina, e accompagnando presto a questa passione lo studio della chitarra classica prima ed elettrica poi. Scrive la prima canzone a sedici anni e alla stessa età mette insieme la prima band. L’esperienza prosegue negli anni successivi, e tra cambi di formazione e primi demo arriva ad oggi, con la pubblicazione dell’album d’esordio “Bene”, contenente 11 pezzi inediti – con la produzione artistica di Andrea Maddalone (New Trolls) che ha contribuito all’arrangiamento – uscito il 10 ottobre 2013 grazie anche al sostegno dei fan che hanno partecipato alla produzione del disco tramite una campagna di crowdfunding lanciata da Ebe, manager nonché bassista di DoremiFlo. Flo, che ama definirsi “la nota che manca” riferendosi a se stessa e al suo stile musicale, ha scelto come leit motiv del proprio progetto il colore fucsia, che è un inno alla positività, all’allegria e alla vita e che accompagna sempre le esibizioni live, durante le quali ciascun membro della band indossa un particolare di questo colore. E la dimensione live è del resto quella in cui la cantautrice ama muoversi, registrando al suo attivo numerosi concerti e partecipazioni ai più noti eventi liguri (Notte Bianca, Lilith Festival, Palco sul Mare, etc.).

     

    bene-doremiflo-copertina-cdFlo – voce e autrice Ebe Rossi – basso e manager Antonio Bordino – chitarra Simone Agosto – tastiera Maurizio Coppola – batteria Francesca Gola – percussioni Michela Cambrea – violino Genere: pop rock

     

     

     

  • Musei di Nervi, visite e promozione: il punto con la direttrice Giubilei

    Musei di Nervi, visite e promozione: il punto con la direttrice Giubilei

    Musei di NerviOltre i consueti e più noti musei del centro cittadino, Genova offre anche una serie di proposte artistiche meno a portata di mano poiché dislocate in altri siti, ma di indubbio valore. È il caso del polo museale nerviese: quattro musei con proposte legate all’arte moderna e al collezionismo, e che dialogano con il sistema dei tre Parchi in cui sono collocati. Essi, che fanno parte del circuito dei Musei di Genova, gestiti direttamente dal Comune, sono in grado di competere con i musei del centro? Vivono del doppio dialogo, quello interno ai quattro poli nerviesi e quello con i musei del centro e del Ponente. Difficile? Stando ai dati relativi ai flussi di visitatori nei Musei di Nervi forniti dall’Assessore Sibilla nel corso dell’ultima conferenza stampa, sembra di sì:

    I trimestre 2012: 4.605 / I trimestre 2013: 3.773 con una variazione -18%
    II trimestre 2012: 7.080 / II trimestre 2013: 6.251 con una variazione -12%
    luglio/agosto 2012: 1.921 / luglio/agosto 2013: 2.113 con una variazione +10%

    Il totale dei visitatori nel 2012 è pari a 17.910, mentre quello del 2013 è ancora in fase di determinazione e dati più precisi non sono ancora disponibili: rincuora l’incremento del 10%, a conferma del trend positivo. Dei circa 18 mila visitatori dello scorso anno, 8 mila si contano solo alla GAM – Galleria d’Arte Moderna: in media 22 persone al giorno.

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    Nel corso di #EraOnTheRoad siamo stati alla GAM e abbiamo incontrato gli addetti del Museo: «Siamo in un contesto meraviglioso – raccontano – che però non sempre premia: non ci sono spiazzi per i pullman e non è facilmente raggiungibile perché mancano indicazioni che portino direttamente ai musei. C’è dialogo aperto con le Associazioni cittadine che si occupano dei parchi perché la loro crescita è la nostra crescita, ma spesso non è facile come sembra: alcuni si sono opposti all’inserimento della segnaletica nei parchi per preservarne il valore storico. Inoltre, si era proposto di introdurre un servizio bus o un trenino elettrico che, dal centro o da Nervi, portasse i visitatori al Museo, ma anche qui c’è stata forte opposizione. Tutte queste misure sarebbero necessarie, ma non arrivano proposte a livello centrale. L’affluenza non è molta, e spesso è legata alla didattica».

    Ma un Museo può vivere di didattica? Quali strategie per valorizzare il polo museale nerviese? Ne abbiamo parlato con la direttrice, la Dott.ssa Maria Flora Giubilei.

    Galleria d’Arte Moderna, Wolfsoniana, Raccolte Frugone e Museo Luxoro: come collaborano tra loro e come interagiscono con il sistema dei Parchi?

    «I quattro Musei di Nervi sono una ricchezza per il quartiere e per l’intera città, fra loro dialogano fortemente dando vita ad un “polo” articolato, in cui l’uno non può prescindere dall’altro. Per quanto riguarda l’interazione con i Parchi, cornice importante e attrazione turistica, c’è cooperazione: ad esempio, esiste già uno shuttle che, dalla stazione di Nervi, permette ai turisti di visitare i parchi e di raggiungere i musei».

    Il filo rosso che li lega è quello del collezionismo pubblico e privato: è il caso del Museo Luxoro, diventato comunale nel '45; delle raccolte Frugone (nella Villa Grimaldi-Fassio acquisita dal Comune tra '35 e '53); della Wolfsoniana, con i pezzi del collezionista americano Mitchell Wolfson Jr. dedicati alle arti decorative, arredi e sculture; infine, la GAM in Villa Saluzzo-Serra, nata dal collezionismo pubblico (gli acquisti più consistenti fatti fino al '48) e poi integrata con opere private, pezzi della tradizione artistica ligure e del '900 italiano: da De Pisis a Nomellini. Oltre alla consueta esposizione permanente (più di 2700 opere tra dipinti, sculture, disegni, incisioni dagli inizi dell'Ottocento agli anni '40 del '900, fino all'epoca più recente), la GAM attualmente ospita la mostra personale di Pina Inferrera “Accenti e parole tronche. Il vernacolo di Pina Inferrera”, la quarta di una serie di esposizioni del ciclo “Natura ConTemporanea”, con installazioni sul tema dello sfruttamento della natura e della donna che, spesso percepita come un oggetto, si fa oggetto essa stessa (diventando, per esempio, una poltrona fatta di parrucche nell'opera dal titolo “Anita Ekberg”). Per chi voglia visitare i Musei, diamo la possibilità di acquistare biglietti cumulativi (per i quattro siti) o combinati (due musei su quattro).
    “Il filo rosso che lega i quattro musei nerviesi – commenta la direttrice Maria Flora Giubilei – è quello del collezionismo pubblico e privato: è il caso del Museo Luxoro, diventato comunale nel ’45; delle raccolte Frugone (nella Villa Grimaldi-Fassio acquisita dal Comune tra ’35 e ’53); della Wolfsoniana, con i pezzi del collezionista americano Mitchell Wolfson Jr. dedicati alle arti decorative, arredi e sculture; infine, la GAM in Villa Saluzzo-Serra, nata dal collezionismo pubblico (gli acquisti più consistenti fatti fino al ’48) e poi integrata con opere private, pezzi della tradizione artistica ligure e del ‘900 italiano: da De Pisis a Nomellini. Oltre alla consueta esposizione permanente (più di 2700 opere tra dipinti, sculture, disegni, incisioni dagli inizi dell’Ottocento agli anni ’40 del ‘900, fino all’epoca più recente), la GAM attualmente ospita la mostra personale di Pina Inferrera “Accenti e parole tronche. Il vernacolo di Pina Inferrera”, la quarta di una serie di esposizioni del ciclo “Natura ConTemporanea”, con installazioni sul tema dello sfruttamento della natura e della donna che, spesso percepita come un oggetto, si fa oggetto essa stessa (diventando, per esempio, una poltrona fatta di parrucche nell’opera dal titolo “Anita Ekberg”). Per chi voglia visitare i Musei, diamo la possibilità di acquistare biglietti cumulativi (per i quattro siti) o combinati (due musei su quattro)”.

    I poli nerviesi nella rete dei Musei di Genova: uno scambio proficuo?

    «Senza dubbio: lo scambio c’è, e da tempo. Per la gestione della rete dobbiamo fare capo al Comune». 

    I dati sulle visite confermano le difficoltà che vivono i musei, in particolar modo quando si trovano lontano dai grandi centri.

    «Nervi è una cornice particolare: vero che siamo lontani dalle rotte tradizionali, però lavoriamo ugualmente bene. Dobbiamo promuoverci, come e più di altri, perché il nostro obiettivo è ricostruire la fisionomia di Genova e renderla a tutti gli effetti “città d’arte”, con quella dignità culturale e artistica che le è propria. Tuttavia, questo momento di stallo non è un male tutto genovese: anche gli altri poli artistici italiani non sono immuni da problematiche analoghe a quelle nerviesi. Ad esempio, a Firenze i numerosi musei cittadini sono messi in ombra dall’imponente presenza degli Uffizi; a Torino, il circuito dei musei cittadini (egizio, del cinema, Palazzo Reale) mette in ombra il Castello di Rivoli, a solo 10 km dal centro ma meno visitato degli altri. Caso analogo, quello di Nervi: anche noi siamo a 14 km dal cuore di Genova e ciò non accresce la nostra visibilità, i visitatori si spalmano soprattutto su altri siti (Musei di Strada Nuova e Porto Antico, n.d.r.). Tuttavia, abbiamo riscontrato da questa estate l’aumento dell’affluenza turistica. Gli stranieri, soprattutto, sono diventati una presenza reiterata e il nostro “libro degli ospiti” si è arricchito di testimonianze e saluti da Paesi fino ad ora insoliti: l’Australia, il Giappone, la Finlandia. Il turismo straniero è più numeroso di quello italiano e ligure. Molto è ancora da fare, però siamo soddisfatti. Certo, per quanto bene possiamo promuoverci, serve a monte l’azione di comunicazione di Tursi: l’Amministrazione deve essere brava a portare il nome di Genova e della Liguria nel mondo, poi i turisti arriveranno da sé, sempre di più, da Nervi al Ponente, lungo i 30 km in cui si snodano le attrazioni culturali cittadine. Il centro di Genova deve diventare polo d’arte, però servono percorsi obbligati per rinsaldare il tessuto urbano limitrofo sotto il profilo artistico-culturale».

     

    Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

  • Sottoripa: il commercio nel centro storico, parola agli esercenti

    Sottoripa: il commercio nel centro storico, parola agli esercenti

    sottoripa-gran-ristoroIl commercio nel centro storico di Genova langue? Anche il capoluogo ligure, come e più degli altri, è stato colpito dalla crisi economica generale, che si va ad aggiungere al consueto “pessimismo” genovese, nonché a quella che è percepita come scarsa propensione a spendere. Ma qual è la situazione reale? Nel corso di #EraOnTheRoad nel cuore del centro storico, abbiamo raccolto la testimonianza del presidente del CIV di Sottoripa Stefano Boggiano, proprietario della storica paninoteca Gran Ristoro. Qui, un resoconto di quanto è emerso: un focus su una delle arterie maggiormente frequentate dai turisti che dal Porto raggiungono il centro cittadino.

     

    Il commercio nel centro genovese attraverso gli occhi di un “veterano”: qual è lo stato attuale?

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    «Parlo da presidente del CIV e da commerciante attivo sul panorama genovese da 28 anni, portando avanti un esercizio dalla storia quarantennale. Sottoripa ha un’importanza strategica perché sorge davanti al waterfront ed è la “porta” per il centro storico: dev’essere un bel biglietto da visita per invogliare i genovesi e soprattutto i turisti a varcare la soglia e scoprire i gioielli nascosti. Invece talvolta non lo è, e molti evitano queste rotte (ad esempio, mi riferisco alle polemiche per il fatto che i croceristi vengano dirottati all’outlet di Serravalle piuttosto che nei caruggi genovesi) e si vive di clienti affezionati, di persone che ci apprezzano da decenni. Noi siamo “privilegiati” perché siamo attivi da molto, i genovesi ci conoscono e continuano a preferirci, ma per un giovane, ad esempio, è diverso. Il problema è la presenza dell’Amministrazione, percepita da molti come ingombrante e fastidiosa, con la sua politica di tassazione pesante che soffoca le attività e il tessuto commerciale del centro. Tuttavia, non tutto è negativo: mentre il Comune latita quando si tratta di cose di secondaria importanza, è sempre in prima linea quando si tratta di cose importanti. Ad esempio, la prima edizione della Notte Bianca in centro: è stato un vero successo organizzativo e di pubblico, fallito solo per la sconsideratezza di alcuni di noi, che hanno raddoppiato i prezzi consueti delle merci, dissuadendo gli acquirenti dal partecipare alle edizioni successive. A mio avviso, la situazione del commercio nel centro storico non è tragica: il più è stato fatto, adesso bastano piccoli accorgimenti da attuare con il “buon senso del padre di famiglia”. Basta proclami, basta primedonne, agiamo con buon senso. È sufficiente questo per salvare un tessuto commerciale tutto sommato in buono stato. Se decade Sottoripa, un pezzo di città muore».

     

    Salvarsi dalla crisi e portare il commercio del centro al suo massimo: c’è una ricetta?

    «Innanzitutto, si deve “fare rete”, ricucire il tessuto. Ad esempio, stiamo pensando di fare un’esperienza pilota in collaborazione con la Curia genovese per creare occasioni di lavoro per i giovani in difficoltà, dando loro modo di imparare un mestiere creando anche aggregazione nei quartieri cittadini. L’idea è quella di tornare indietro agli anni ’50, quando il centro storico era una grande famiglia, i figli erano di tutti, si giocava in strada, ci si conosceva, c’era aggregazione. Insomma, vogliamo l’”effetto Paese” nel centro».

     

    E a livello amministrativo?

    «Si deve ricreare una politica sociale, dare una mano a chi apre non tanto riducendo le tasse (cose che, a livello locale, sarebbe difficile attuare, fin quando da Roma non arriveranno disposizioni diverse) ma semplificando la normativa, creando un testo unico per le imposte dirette: chi paga spesso non capisce nemmeno cosa sta pagando, si vede costretto a versare continuamente quote e sale la frustrazione. Oggi, inoltre, il centro storico è trait d’union tra radical chic e poveri e il dislivello sociale pesa sia sulla vivibilità che sui commerci. Si deve cercare di normalizzare la situazione. Per quanto riguarda il tessuto commerciale del centro genovese, quel che manca è il rilancio: le Colombiane del ’92 sono state l’inizio della fine. Molti lavori sono stati fatti all’ultimo momento e male, mancò programmazione a medio e lungo termine, ma noi genovesi -si sa- siamo “lenti” e abbiamo bisogno di fare le cose con calma per farle bene. Ancora oggi servirebbero interventi di semplificazione sul modello del (fallito) Incubatore di Imprese; uno sportello di interfaccia tra commercianti e Amministrazione in modo omogeneo; piccoli investimenti di finitura e miglioramento».

     

    metro-san-giorgio-turatiSottoripa è una zona chiacchierata: di recente le polemiche tra il Sindaco Doria e Luca Bizzarri. Quanto pesano i problemi di ordine pubblico sul tessuto commerciale?

    «Non molto. Il mercatino “dello scandalo” è certo da normare: un mercato del riuso in mezzo alla strada in cui molti si mimetizzano nel torbido. È un caos, serve la certezza di una normativa. Tuttavia è anche una situazione abbastanza “normale”, in cui già molto è stato fatto ma c’è ancora da fare: piccoli accorgimenti, come l’apertura domenicale (se regolata e con garanzie di ordine pubblico) anche a turnazione, per dare copertura alla zona; il divieto di somministrare alcolici in caffetteria, come già a Sampierdarena; l’interazione con tutti su più livelli per estrapolare i problemi veri della zona e lasciare da parte i finti “mugugni”. È un tessuto commerciale complicato, lo ha dimostrato la chiusura di Assolibro e l’avvento di esercizi cinesi, che disturbano molti. I problemi ci sono (il caro prezzi, le tasse alte, la scarsa richiesta, la concorrenza straniera), ma la zona è bellissima, io ne sono innamorato e credo alla legge dei piccoli passi: muoversi lentamente, che non vuol dire non muoversi affatto».

     

     Elettra Antognetti

    Era On The RoadQuesto articolo è stato scritto grazie ai sopralluoghi di #EraOnTheRoad. Contattaci per commenti, segnalazioni e domande: redazione@erasuperba.it

     

     

     

  • Sandra Levaggi e i suoi dipinti da toccare: incontro con la pittrice

    Sandra Levaggi e i suoi dipinti da toccare: incontro con la pittrice

    Sandra Levaggi PaliSandra Levaggi, classe 1955, è una pittrice genovese autodidatta in bilico tra forte realismo e impronta metafisica, una donna piena di energia capace di raccontare le proprie opere con passione ma anche con un certo distacco, tipico di chi non ama incensarsi.

    La incontriamo in un luogo fuori dagli schemi ordinari della cultura genovese, una mostra ospitata presso lo studio Elseco – corporate & tax consulting del dottore commercialista Giancarlo Pau e curata da Paolo Basso: «Un buon modo per avvicinare e coniugare due mondi lontani anni luce ma che in realtà hanno più di un punto in comune», ci racconta Pau, che si augura di ospitare in futuro altre esposizioni artistiche trasferendo anche a Genova una pratica già molto diffusa nel resto d’Italia, cioè quella delle mostre d’arte in luogi insoliti.

    Le opere di Sandra Levaggi sono esposte in tutte le belle stanze dello studio Elseco di via Venti Settembre 8: le immagini essenziali e armoniche, i colori tenuti, la calma apparente, nascondono dopo un’osservazione più approfondita prospettive inaspettate, anche grazie all’utilizzo di materiali non convenzionali all’interno delle opere stesse come stucco, plastica, legno, metalli. La ‘pittoscultrice‘ propone un’immagine che sembra vuota ma sempre suggestiva, all’osservatore il compito di riempirla e attribuirle un significato.

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    «La pittura è stata la mia passione fin da bambina nonostante gli studi tecnici che ho condotto, ben lontani dall’arte, e l’avversità dei miei genitori, che vedevano l’arte come un hobby più che come una prospettiva futura di vita. Inizialmente ero innamorata degli impressionisti, Monet, Van Gogh, Degas. Mi sono avvicinata alla tecnica pittorica riproducendo i quadri di Gauguin per accontentare le richieste di amici che apprezzavano le mie capacità».

    La tua arte è però molto distante da quella degli impressionisti…

    «La rottura con l’impressionismo è avvenuta, inaspettatamente, quando ho visitato il Museo D’Orsay a Parigi. Un luogo incredibile, un’emozione fortissima, finalmente potevo ammirare da vicino le opere immense di questi pittori che da sempre mi appassionavano. Ma dopo la full immersion parigina, ho aperto gli occhi e ho avvertito che l’impressionismo, pur amandolo alla follia, non rappresentava quello che volevo esprimere con i miei quadri, non era la tecnica adatta a me. Da lì in poi ho iniziato a sperimentare cercando un mio percorso artistico e la mia ispirazione, fino ad arrivare alla tecnica pittorica attuale, molto legata alla materia e più vicina all’essenzialismo. Utilizzo dei colori acrilici e nei miei quadri inserisco materiali differenti, spesso di recupero, stucco, plastica, legno, metalli, grazie alla tecnica dell’alto rilievo».

    elseco-studio-commercialistaelseco-sudioOsservando le tue opere, che tu inviti a ‘toccare’, non ci si accorge quasi della presenza di materiali non convenzionali, la loro percezione ad una prima vista è minima…

    «Inizialmente utilizzavo più materiali, erano molto invasivi ed erano sempre molto evidenti anche a un primo sguardo. Dopo varie sperimentazioni però, ho deciso di prendere un’altra direzione, di rendere i quadri sempre più essenziali, utilizzandoli per dare prospettive particolari o evidenziare alcune caratteristiche dell’opera. Ho sperimentato molti materiali, poi ho trovato uno stucco capace di regalare allo sguardo quella tridimensionalità e quella prospettiva che cercavo da tempo. L’obiettivo è proprio quello di coinvolgere e incuriosire l’osservatore dell’opera, attrarlo e toccare il quadro per capire da dove provengono quelle proporzioni. Proprio per questo consiglio sempre di toccare i miei quadri».

    Sono i materiali a ispirare le tue opere o li scegli solo dopo aver trovato l’idea giusta per il quadro?

    «Non c’è uno schema preciso, dipende dalle situazioni. È capitato in più occasioni di trovare un materiale particolarmente ispiratore e di costruirci attorno un quadro. Ma capita anche spesso che le idee per le mie nuove opere arrivino prima dei materiali, grazie a una percezione personale, una fotografia, un quadro, un paesaggio o un panorama a cui ispirarmi».

    sandra-levaggi-il-viaggioI tuoi quadri sono essenziali, l’inquadratura è centrale, i colori sono quasi sempre tenui e regna un certo ordine. Inoltre si nota la mancanza del soggetto umano…

    «Mi piacciono i paesaggi essenziali, nei miei quadri preferisco che emerga l’essere non l’avere. L’essenzialità deve essere il punto di partenza per osservare le cose. I colori  che utilizzo sono tenui, qualcuno mi fa notare che le mie opere sono spesso cupe e trasmettono un certo pessimismo, ma io non mi ritrovo in questa veste, anzi, molte mie opere possono essere lette anche con una visione ottimistica. D’altronde tutte le esperienze negative della mia vita  mi hanno portata a creare qualcosa di artistico e sono servite. La figura umana invece è assente per una scelta precisa, sono delusa dal genere umano, non mi interessa rappresentarlo nei miei quadri. Preferisco lasciare degli indizi sul passaggio dell’uomo, piccoli particolari che rivelano una presenza umana passata poco prima del ‘fermo immagine’ del mio quadro».

     

    Manuela Stella e Marco Brancato