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  • Italicum e fiducia a Renzi: perché la minoranza PD è destinata a perdere

    Italicum e fiducia a Renzi: perché la minoranza PD è destinata a perdere

    Matteo RenziMi sono occupato talmente tante volte degli assurdi slogan della propaganda renziana (ed esempio qui, qui e qui) che confido davvero nel fatto che almeno i miei lettori ne siano ormai immuni. In realtà il problema non è mai stato quello di capire se questo chiocciare di “governi che governino” o di “minoranze che non ricattino” avesse un fondamento o meno: che certi discorsi fossero scemate assolute è pacifico da sempre. Anzi: quando queste porcate spacciate per “riforme elettorali” o addirittura “costituzionali” saranno definitive e non si potrà più tornare indietro tanto facilmente, allora vedrete che lo ammetteranno serafici anche dall’interno del PD.

    Il problema non è nemmeno quello di capire come mai questa propaganda funzioni: semplicemente perché è tutto da dimostrare che essa funzioni davvero. Ricordo sempre, infatti, che il famoso 40% del PD di Renzi è stato ottenuto sul 50% degli aventi diritto (un’astensione da record) nel corso delle elezioni per il Parlamento Europeo: e in quell’occorrenza, naturalmente, non si era parlato della riforma elettorale, mentre ebbe un peso decisivo l’atteggiamento da tenere in Europa. Dunque l’attuale premier non ha alcun mandato specifico per portare avanti il programma che ha in testa: ed in questo, tra l’altro, si differenzia nettamente (in peggio) da Silvio Berlusconi; il quale, invece, a suo tempo, era riuscito a farsi eleggere sulla base almeno di un qualche programma politico (cosa che comunque non fu sufficiente per indurlo ad osare tanto). Inoltre nessun sondaggio dimostra che gli italiani siano in maggioranza per questa riforma elettorale: e certo non ne comprendono l’urgenza.

    Il problema, dunque, non è né la presunta necessità né l’effettivo appeal del programma di riforme politiche del governo. La questione è un’altra: se questi provvedimenti così palesemente non servono, non piacciono o non interessano alla maggior parte delle persone, come mai, allora, nessun politico sembra essere in grado di contrastare con successo Renzi?

    Quanto alle forze di opposizione, mi ero già espresso. Nonostante Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Forza Italia siano insieme numericamente superiori, tanto nei voti presi alle politiche del 2013 quanto in tutti sondaggi degli ultimi giorni, tuttavia in Parlamento sono stati messi in minoranza dal meccanismo elettorale, l’inconstituzionale porcellum; ma soprattutto continuano a voler marciare separati: e presi separatamente sono facile preda del pesce più grosso.

    Renzi però ha nemici anche all’interno del suo governo: anzi, all’interno del suo stesso partito. Come mai, allora, questi oppositori interni sono sempre più isolati e vengono sistematicamente battuti? Cosa rende l’ex-sindaco di Firenze tanto forte da avergli permesso di scalare con successo il vertice, facendo tabula rasa della precedente dirigenza? Al di là dell’indubbia esuberanza del premier, credo che per spiegare davvero cosa abbia contribuito a conferirgli l’aura del vincente sia necessario per me fare autocritica. Temo di dover ammettere di aver sbagliato, in passato, a soppesare due fattori fondamentali delle dinamiche interne al Partito Democratico: il condizionamento della base e l’esperienza dei vecchi dirigenti.

    Avevo valutato che, almeno inizialmente, gli iscritti non fossero così entusiasti del nuovo venuto; che privilegiassero un modo diverso di concepire la leadership politica – come in parte dimostrarono appena due anni fa, facendo sentire attivamente il loro appoggio all’ipotesi (poi sfumata) dell’elezione di Stefano Rodotà a Presidente della Repubblica. Inoltre, più recentemente, sono stato ad osservare le mosse della cosiddetta “minoranza PD”: che pure inanellava uno schiaffo dietro l’altro (utile a rintuzzare il saracasmo di Marco Travaglio) e che tuttavia sembrava davvero troppo perdente per essere vera. “Ci deve essere qualcosa dietro”, mi dicevo. E invece non c’era nulla. L’ormai pressoché certa vittoria del premier sull’Italicum, dimostra probabilmente che mi sbagliavo su tutta la linea: né si è sentita muovere una foglia dalla base del PD, né si è colto un barlume di strategia politica nella minoranza parlamentare.

    La scarsa tempra politica degli altri protagonisti, dunque, sembrerebbe spiegare la facilità di manovra di Renzi. Si tratta però di una ricostruzione troppo superficiale. Andando in cerca di ragioni più profonde occorre notare che, se Bindi, Bersani e Cuperlo sono rimasti così isolati, non solo dentro ad un Parlamento dove molti non hanno ancora maturato il vitalizio, ma anche all’esterno, allora è evidente che hanno fallito nel tentativo di accreditarsi come rappresentanti di una battaglia politica, anziché solo di potere.

    Per non essere accusati di fare guerriglia contro chi li aveva semplicemente detronizzati e messi in disparte, gli uomini e le donne della minoranza PD avrebbero dovuto dimostrare di avere una visione politica alternativa tale da giustificare lo scontro con l’attuale segretario. Tuttavia si presume che chi voglia far parte di uno stesso partito debba condividere un minimo di idee comuni: e dunque che non possa esprimere una visione completamente alternativa, a meno di non decidersi ad abbandonare il partito stesso.

    Renzi contava esattamente su questo: se le critiche fossero rimaste contenute, tutto sarebbe filato liscio; se invece avessero passato il limite, si sarebbe potuto obiettare che in certi casi la coerenza tra parole e fatti impone gesti radicali, come la scissione. Fassina e gli altri sono restati nel mezzo: hanno evocato paragoni forti, ma nel contempo hanno rifiutato di abbandonare il partito. E per i renziani è stato facile sottolineare l’incoerenza di questa scelta. Per l’ennesima volta il premier ha vinto semplicemente alzando la posta.

    Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché, anziché farsi logorare e annientare pezzo per pezzo, i vecchi leader del PD non decidano di raccogliere queste provocazioni con un gesto eclatante. Il fatto è che non sarebbero credibili. Come ho scritto sopra, per giustificare una battaglia politica occorrono differenti visioni politiche: e i critici di Renzi in passato non hanno avuto idee troppo diverse dalle sue.

    Cosa farebbe davvero paura al premier? Un partito di sinistra che gli si opponesse frontalmente: ad esempio, difendendo il sistema proporzionale contro quello maggioritario, rivendicando l’importanza di un’ampia rappresentanza, anziché di un esecutivo forte. Ma è dai governi D’Alema che la sinistra lavora per costruire un sistema maggioritario bipolare. Renzi ha semplicemente imboccato questa stessa strada e l’ha percorsa a velocità più elevata. Perché mai ora qualcuno dovrebbe convincersi ad andare un po’ meno veloce, se tanto tutti sono d’accordo che sempre là in fondo si debba arrivare? È una differenza troppo flebile.

    Un discorso analogo si potrebbe fare per l’europeismo acritico. Fassina è ben conscio che si tratta di una posizione insostenibile: e ha già dichiarato che non è spaventato dal fatto di condividere la stessa posizione di Salvini. Ma non tutti i suoi compagni di strada la pensano uguale. Il fronte euro-critico comprenderebbe Cuperlo e D’Attorre, ma escluderebbe Bersani e, soprattutto, il già ventilato ritorno di Prodi. Non importa come la pensiate in merito; ma è incontestabile che, una nuova forza di sinistra realmente alternativa dovrebbe distinguersi nettamente dal PD anche su questo tema: cosa impossibile per chi fino a ieri rivendicava con orgoglio di aver portato l’Italia nell’euro.

    Insomma, questa classe dirigente è troppo compromessa. Ha perso la lotta all’interno del PD e ora non ha più la credibilità necessaria per portare questa lotta all’esterno: per cui si accontenta di quella piccola fetta di gestione del potere che le resta.

    Ci sarebbe ancora, a dire il vero, una remota possibilità. L’elezione di Mattarella era stata salutata quasi come una vittoria; come se Bersani e i suoi fossero convinti di essersi procurati un utile alleato. In effetti il Presidente potrebbe teoricamente (e anzi dovrebbe) respingere la nuova legge elettorale. Ma non ha messo la testa fuori dal Quirinale per esprimersi sull’incredibile ricorso alla fiducia, oltre ad aver dimostrato, in questi mesi, di avere la consistenza di un ectoplasma. Possiamo anche aspettare per giudicare: ma ormai non credo faccia differenza.

     

    Andrea Giannini

  • Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    1Continuando il nostro viaggio per vedere quali siano le ultime realizzazioni in tema di Landscape Design nelle principali capitali europee, questa volta ci recheremo a Parigi. In questa città, lo studio di architettura francese SOA ha realizzato un progetto teso a creare una serra in grado di ospitare numerosissime piante tropicali. L’obiettivo è quello di riuscire a produrre a Parigi abbondanti raccolti di banane mediante l’impiego di moderne tecnologie ed impattando in modo poco gravoso sull’ambiente. Nonostante il clima fresco e temperato della capitale francese, sarà quindi possibile coltivare e far prosperare, all’interno di un futuristico “cubo” di cristallo, alberi da frutto tropicali.

    Il progetto in questione si chiama Urbanana e consiste più specificamente in un edificio di sei piani che contiene un grande giardino verticale, con pareti di vetro atte a generare un particolare tipo di effetto serra. La rifrazione della luce solare garantisce infatti un clima umido e costantemente tiepido. La struttura è stata inoltre progettata in modo che l’installazione sfrutti gli edifici preesistenti limitrofi. Il nome Urbanana deriverebbe dalla crasi tra le parole “rifiuti urbani” e “banana”.

    2L’idea di base dei progettisti della Tropical Farm di Parigi è quella di ridurre al massimo il consumo di energie e risorse, di non danneggiare l’ambiente mediante l’impiego di sostanze nocive e di limitare al massimo il trasporto di merci. Altra finalità del progetto consiste nel contenere i costi di coltivazione della frutta. Nello specifico, si punta ad una produzione a “chilometri zero”, che riduca moltissimo il prezzo dei prodotti e preservi l’ambiente dalle emissioni di CO2 causate dal trasporto, specie da quello aereo.

    3Per realizzare l’idea sono stati utilizzati edifici, specificamente adattati e progettati per le esigenze del caso. Si ha così un’area verde, costituita da centinaia di alberi da frutto che crescono in condizioni ottimali grazie all’impiego di un particolare tipo di illuminazione artificiale supplementare.
    Sotto un profilo progettuale, il piano inferiore dell’edificio consente l’accesso del pubblico e ha una superficie espositiva che è altresì destinata a laboratorio di ricerca ed a ristorante. Tutto lo spazio restante è occupato da piantagioni di banane, disposte in diversi insiemi di alberi per controllare, in modo scientifico, le varie fasi della crescita delle piante, dall’accrescimento alla finale maturazione dei frutti.
    Gli architetti ritengono che la produzione di banane, ottenute attraverso questo particolare e modernissimo processo, incrementerà l’interesse dei parigini per i frutti tropicali e ridurrà i costi di quelli importati o già presenti sul mercato cittadino.

    SOA_URBANANA_exterieur-nuit1Senza dubbio nell’Urbanana si è in presenza di un perfetto connubio tra moderne tecnologie ed ambiente. In questo progetto i materiali più moderni vengono infatti sapientemente impiegati per incrementare la produzione di frutti tropicali. Anche sofisticatissime modalità di coltura rendono possibile la coltivazione di banane nel bel mezzo di una moderna, antropizzata e cementificata metropoli europea.
    Nel “cubo” a sei piani cresceranno così particolari varietà di frutta, non presenti nell’attuale mercato ortofrutticolo europeo. Queste piante aggiungeranno, al tipico paesaggio parigino dai viali ottocenteschi con platani ed ippocastani centenari, uno spazio verde dal fogliame lussureggiante ed esotico.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • 25 aprile e attualità: deriva anti-democratica europea e autoritarismo made in Italy

    25 aprile e attualità: deriva anti-democratica europea e autoritarismo made in Italy

    bandiera-italiaUn modo onesto di festeggiare il 25 aprile sarebbe riflettere seriamente, una volta tanto, su quello che stiamo facendo, oggi, per contrastare il nazifascismo e la sua ideologia. Non che in Italia manchino gli “antifascisti”: tutt’altro. Il problema è che proprio questa stucchevole contrapposizione tra revisionismo storico ed esaltazione partigiana distoglie l’attenzione dall’attualità dei contenuti.

    Lo dico chiaramente: chi pensa di combattere il fascismo scandalizzandosi per i “viva il duce” su facebook o per il saluto romano di Casa Pound mi fa solo tenerezza. Se oggi esiste il rischio di ricaduta in una qualche forma di fascismo, è piuttosto improbabile che essa si ripresenti con gli stessi abiti e le stesse liturgie di novant’anni fa. La Storia si ripete, certo: ma sempre con variazioni sul tema.

    Il sospetto è che gli antifascisti di oggi da ragazzi abbiano imparato non tanto a studiare e rispettare la Storia, quanto piuttosto a dire “fascismo-brutto” per compiacere i loro professori (appagati, a loro volta, dall’illusione di trasmettere in questo modo un qualche valore). Se così è stato, allora, non stupisce che oggi il massimo della critica verso un’ideologia responsabile di tanti morti si riassuma, al più, nel ricordare la vergogna delle leggi razziali. Indubbiamente si trattò di un atto ripugnante: ma il giudizio sul regime di Mussolini sarebbe diverso senza quell’orrendo tentativo di compiacere la Germania hitleriana?

    Può essere che di questi tempi gli italiani, esasperati e abbruttiti dalla crisi, si stiano abituando a non vergognarsi più di assumere toni razzisti: ma tra il folklore di chi veste la camicia nera e l’esito estremo di guerre e pulizie etniche, ci deve pur essere qualcosa nel mezzo; qualcosa che costituisca il cuore del fascismo e della sua ideologia; qualcosa che sia già accaduto in Italia tra il 1922 e il 1938.

    Non pretendo in questa sede di definire cosa fu il fascismo: ma certo non dobbiamo cadere nell’illusione modernista di trattare gli uomini del passato come dei minorati sui quali ancora non era caduta la luce abbagliante del progresso, che ci preserverebbe dal fare i loro stessi errori. Il fascismo non fu solo manganello e leggi razziali: manifestazioni macroscopiche che oggi quasi chiunque può vedere e riconoscere per tempo. Il fascismo fu tante altre cose: forse ancora più pericolose, perché resero possibile tutto il resto senza che i più avvertissero il rischio.

    È per questo che su questa rubrica, anziché dare fiato ad inutili polemiche sui monumenti storici o giocare il giochino della sinistra “buona” che si oppone alla Lega “razzista”, ho sempre cercato di puntare il dito sulle cose che mi sembravano davvero pericolose, perché condivise non da evidenti esaltati, ma dalle “persone normali”. Ci furono condizioni, mentalità, interessi, leggi ed eventi che prepararono la strada al fascismo e lo resero “accettabile”: e credo che siano queste le cose a cui bisogna davvero fare attenzione.

    Coerentemente a questo obiettivo, ho meditato sulla lezione di Alberto Bagnai e sulla concezione anti-democratica implicita nel sistema monetario europeo; mi sono sforzato di capire come mai sia tanto difficile contrastare il desiderio di autoritarismo che investe la politica; ho provato a richiamare l’attenzione su certi interessi, così palesemente contrari ai nostri e allo spirito della nostra Costituzione; infine non mi sono fatto scrupoli nel definire “intrinsecamente fascista” la concezione per cui non è importante quanto il Parlamento sia rappresentativo, ma quanto esso si dimostri in grado di fare quello che alcuni sono convinti che andrebbe fatto.

    Oggi credo che il modo migliore per onorare il 25 aprile sia quello di segnalare un post dal blog di Luciano Barra Caracciolo, che mette in evidenza le somiglianze tra la legge Acerbo del 1923 e l’Italicum che il PD di Renzi vorrebbe approvare in totale solitudine. Se davvero siamo ancora preoccupati dai rischi di tutti i fascismi, se ci interessa più l’ideologia che il nome, più la sostanza che le manifestazioni di folklore, allora forse siamo ancora in grado di provare a capire e di vedere dove stiamo andando, prima che sia troppo tardi. Viva il 25 aprile, viva la Resistenza e viva l’Italia.

     

    Andrea Giannini

  • L’auto-razzismo del popolo e della classe dirigente italiana: la politica come il cabaret

    L’auto-razzismo del popolo e della classe dirigente italiana: la politica come il cabaret

    renzi-risataL’autoironia è una delle forme d’umorismo più apprezzata ai giorni nostri. Dimostrandomi autoironico appaio subito simpatico, genuino, estroverso, a posto con me stesso e con i miei difetti, e forse persino intelligente; ma soprattutto non faccio battute sulle altre persone, le quali  potrebbero anche non gradire.

    È per questo meccanismo che il mondo della satira oggi investe moltissimo su questo filone. Dovendosi destreggiare tra il politically correct e i politici veri e propri, molto suscettibili e subito pronti a squalificare il comico di turno accusandolo di contiguità con il partito rivale, potrebbe avere il serio problema di non riuscire a trovare qualcuno o qualcosa su cui scherzare, se non esistesse una categoria che sicuramente non se la prende: gli italiani.

    Ridere degli italiani piace, e ci piace. Quasi ci compiaciamo, in fondo, del fatto di essere quelli strani, quelli originali, quelli fuori dal coro. Inoltre questo genere ha una gloriosa tradizione alle spalle: da Fellini a Elio e Le Storie Tese, da Sordi a Fedez, gli italiani hanno sempre riso degli italiani, nei casi migliori addirittura riuscendo a dipingerne pregi e difetti con realismo e poesia.

    Non può stupire, pertanto, che oggi questa tradizione sia ripresa non solo da comici come Maurizio Crozza, che addirittura a questo umorismo si è ispirato per il nome del suo programma, ma anche fuori dal cabaret, in contesti che dovrebbero essere decisamente più seri, da politici e giornalisti.

    È ormai usanza diffusa e accettata riferirsi all’Italia e agli italiani come a qualcosa di eccezionale,  fuori dalla media, qualcosa di diverso dal resto del mondo. Gli italiani fanno, dicono e pensano cose che nel mondo civilizzato non si farebbero, non si penserebbero e non si direbbero. Basta far caso a quante volte compaiono nel linguaggio politico espressioni come: “solo qui da noi”, “adeguarsi”, “nel resto d’Europa”.

    Ultimamente, per via delle difficoltà della crisi economica, questo vizio di vederci sempre come diversi e speciali tende a sconfinare nel pessimismo. Il vero problema dell’Italia sono gli italiani: siamo noi che non sappiamo o che non vogliamo cambiare. Siamo indisciplinati, pigri, corrotti, evasori e mafiosi. Siamo incorreggibili e nessuna ricetta ci renderà migliori. È così che si finisce, insomma, per dare ragione a Benito Mussolini e al suo famoso: “governare gli italiani non è difficile: è inutile”.

    Ma è davvero così? È vero che il problema, in fondo in fondo, siamo noi stessi? Gli italiani sono davvero, innanzitutto, un fallimento come popolo?

    Nonostante il suo indubbio “fascino”, la realtà è che questa non è un’argomentazione. Se dovessimo prenderla seriamente, infatti, dovremmo presupporre che esista qualcosa come lo “spirito di un popolo”, che esso sia definito e stabile, passando di generazione in generazione tramite il DNA o attraverso l’aria che si respira nella penisola, e che soprattutto esso sia talmente forte da essere causa di tutte le altre manifestazioni sociali. Leggi, guerre, istituzioni, scuola, cultura, arte e tutte le alterne fortune a cui una collettività può andare incontro non influenzerebbero in modo sostanziale la collettività stessa; bensì sarebbe il “carattere” della società, la sua anima profonda, a determinare tutte le altre cose.

    Si tratta, come si vede, non solo di un’interpretazione alquanto problematica, perché nega l’influenza di aspetti importantissimi della vita sociale, direzionando arbitrariamente causa e effetto; ma si tratta anche di una concezione intrinsecamente razzista. Se si può dire che i problemi dell’Italia dipendono dagli italiani, allora si può dire anche che la schiavitù dei neri dipendeva dal “loro essere inferiori”: il livello basso dell’argomentazione è identico.

    Oggi siamo abituati a pensare che sia razzista chi se la prende con gli immigrati (che al più potrebbe essere definito “xenofobo”); quando in realtà “razzista” è semplicemente colui che crede debbano esistere differenze di valore tra le razze umane.

    L’auto-razzismo trabocca letteralmente nelle parole della nostra classe dirigente. Gli altri sono sempre più virtuosi, un esempio da imitare, un modello da seguire: noi siamo sempre al fondo delle classifiche internazionali, oggetto di ironia e riprovazione, zimbello del mondo. Non sfuggirà quanto questa retorica contribuisce a rafforzare nelle persone la percezione di appartenere ad un insieme sociale irrimediabilmente marcio, scoraggiando i volenterosi e incentivando a urlare “ognuno per sé”.

    Nessuno nega che gli italiani abbiano il loro carattere e i loro problemi specifici: ma è molto difficile dimostrare che sia il primo a generare i secondi, o che, banalmente, gli altri paesi non abbiano anch’essi i loro problemi. Manca totalmente, nelle continue denunce delle mille magagne di casa nostra, una sintesi equilibrata del reale peso relativo di queste criticità, che non sono tutte uguali. Scandalo scaccia scandalo: ma cosa davvero è prioritario? su cosa occorre concentrarsi? può un problema dipendere in realtà da un altro problema?

    Nell’assoluta carenza di una spiegazione organica complessiva, non stupisce che ricette politiche basate su qualificazioni morali (l’onestà, il cambiamento, la sobrietà) o generiche “lotte alla povertà”, “lotte alla corruzione” e “lotte alle mafie” continuino a fare la fine delle grida manzoniane.

     

     Andrea Giannini

  • La classe dirigente italiana e il suo politically correct sterile e ipocrita: parole, parole, parole

    La classe dirigente italiana e il suo politically correct sterile e ipocrita: parole, parole, parole

    Parlamento-ItalianoÈ il destino di questa rubrica che, a scadenze fisse, si debba ritornare sempre a riscrivere il primo articolo. Il fatto è che questa classe dirigente ha fatto di un politically correct sterile e ipocrita il senso stesso della sua esistenza. Sembra quasi che le stesse istituzioni siano state ridotte ad un teatrino di disquisizioni barocche su cosa convenga dire, su come sia giusto esprimersi od in qual guisa si debba comporre un bel parlar.

    Due anni fa, il 28 aprile del 2013, Luigi Preiti, muratore disoccupato, feriva un carabiniere davanti a Palazzo Chigi. Ieri Claudio Girardello, pluri-pignorato titolare di un’agenzia immobiliare in fallimento, ha sparato all’interno dell’edificio che ospita il Tribunale di Milano uccidendo quattro persone. Dire che si tratta di drammi della crisi, destinati a ripetersi in mancanza di un miglioramento delle condizioni economiche generali, non significa certo giustificare tali gesti; o tanto meno sperare in una recrudescenza. Dovrebbe aiutare a ricordare, però, che quando la gente comincia a stare davvero male la rabbia può esplodere in modo incontrollato.

    È vero che Preiti e Girardello, i due protagonisti di questi gesti inconsulti, non sono stati descritti solo come persone in gravi difficoltà economiche, ma anche, e soprattutto, come individui in precarie condizioni psichiche, o comunque facilmente sovra-eccitabili. Tuttavia è normale che siano personalità del genere le prime ad abbandonarsi a gesti inconsulti: prima o poi – è solo una questione di tempo – arriverà anche il turno dei “normali” disperati.

    È notizia dell’altro ieri che tra il 2012 e il 2014 sono state 439 le persone a togliersi la vita per motivi economici, con un’escalation impressionante nel corso dei tre anni (89 nel 2012, 149 nel 2013 e 201 nel 2014). A fronte di questi numeri a poco valgono le rassicurazioni del governo su un’imminente ripresa. La realtà è che, come ci ricorda un recente articolo del Corriere della Sera, negli ultimi sette anni le previsioni economiche fatte dai governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi si sono rivelate sempre puntualmente sbagliate. Solo in un caso (2010) si è trattato di un errore per difetto (il PIL è cresciuto più del previsto): nel complesso i nostri esecutivi – di destra, di sinistra, di centro e pure “tecnici” – hanno sbagliato i conti per ben 14,2 punti percentuale (contro i 6,25 dei governi francesi e i 3,6 di quelli tedeschi).

    Il punto mi pare chiaro: la crisi continua ad essere affrontata con la strategia sbagliata, le imprese chiudono, delocalizzano o finiscono in mano estera, i disoccupati e gli imprenditori si suicidano e chi ci governa continua a dirci che tutto si sistemerà. Come se non bastasse Renzi sfrutta il disorientamento generale per smantellare la Costituzione e togliere tutele ai lavoratori. Si tratta, insomma, di una situazione esplosiva. Siamo seduti su una polveriera che minaccia di far saltare la coesione sociale… e il problema qual’è?

    Salvini ha detto “radere al suolo” riferendosi ai campi Rom. Orfini ha detto che De Gennaro (a capo delle forze dell’ordine all’epoca della macelleria messicana del 2001) non dovrebbe fare il presidente di Finmeccanica. E Santoro, a proposito della sparatoria in Tribunale, sostiene che il problema sono le “piazze virtuali traboccanti d’odio”.

    Ormai si è persa completamente la differenza che corre tra le parole e i fatti: la politica è diventata un parlare delle parole degli altri, anziché discutere di quello che si dovrebbe fare. Certo, le parole sono importanti, a maggior ragione in politica: ma non dovremmo metterci ad inseguire ogni dichiarazione al punto da perdere di vista quello che sta succedendo.

    Salvini agita il ridicolo problema dei campi Rom da quando è nato: francamente l’espressione “radere al suolo” non inquieterebbe neppure Ned Flanders. Che durante il G8 le forze dell’ordine fossero allo sbando più totale, mal coordinate e spinte a sfogarsi selvaggiamente contro i manifestanti è cosa arcinota: e forse dopo quindici anni oserei quasi dire che ormai il danno è fatto.

    Infine se pensiamo che il problema sia di chi non si fida più delle istituzioni e della legge e magari straparla sul web, anziché degli attacchi violentissimi a cui è sottoposto il sistema-paese, che hanno minato completamente il benessere, la sicurezza, la solidarietà e il vivere civile, allora non solo non siamo più dei buoni giornalisti: ma siamo noi stessi dei parolai. Diventiamo esponenti a pieno titolo di questa “politica delle parole” dove le notizie si fanno con le dichiarazioni dei primi ministri e i dibattiti sui toni degli esponenti dell’opposizione: e, persino mentre la gente impazzisce e spara, anche lo sfascio del paese viene attribuito alle solite parole, parole, parole.

     

    Andrea Giannini

  • Cottage e casa in legno: tra alberi ed arbusti, per vivere al ritmo delle stagioni

    Cottage e casa in legno: tra alberi ed arbusti, per vivere al ritmo delle stagioni

    1Ho recentemente notato, viaggiando e leggendo, che l’approccio sulle tematiche del “verde” sta lentamente ma progressivamente mutando. Alcuni principi teorici e quello che era, un tempo, un sentimento solo latente viene spesso ora tradotto in concreto dai progettisti.
    Si va infatti diffondendo una maggiore integrazione ed una crescente interazione tra “costruito” e “spazio verde”, tra edificato e campagna, tra interno ed esterno.
    In molte recenti ideazioni, si nota come le stesse linee progettuali mirino a valorizzare la natura e renderla parte integrante dell’edificato. Abbiamo già accennato a questo tema in un nostro recente articolo sul grande Labirinto di un celebre editorialista. Qui l’insieme dei bambù è stato concepito come parte essenziale del progetto, nel quale gli edifici si inseriscono armonicamente e sono essi stessi secondari all’insieme. Prima il “verde”, le piante ed il paesaggio e poi tutto il resto.
    2Le foto di questo articolo dimostrano come anche all’estero (nel caso di specie nella campagna olandese) e nei contesti più vari, si tenda ad enfatizzare sempre di più la natura, che non fa solo da sfondo ma costituisce lo sostanza principale dell’idea progettuale.
    La scelta stessa dei materiali cambia profondamente: quelli naturali come legno e pietra, uniti all’impiego del cristallo per valorizzare gli esterni e gli scorci sul paesaggio. In particolare, mi ha recentemente molto colpito il progetto, qui riprodotto nelle fotografie, di una “capanna” nel bel mezzo di una parco, tra i prati, gli alberi e gli arbusti. La struttura è semplicissima. I materiali sono basici: ardesia, legno e vetro.

    3I colori quasi neutri: marrone che si fonde tra i tronchi, grigio-azzurro come il cielo ed uno sfavillare scintillante dato dalle vetrate che enfatizzano il verde della campagna circostante. Dalla casa si ha una visuale completa sul paesaggio, che si confonde in lontananza. Lo sguardo attraversa la struttura, vaga da un lato all’altro senza soluzione di continuità, dando quasi all’osservatore l’idea che la muratura non esista o sia essa medesima parte integrante del paesaggio. Gli alberi, le piante ed i prati sono i veri protagonisti. Niente di più. Nulla di superfluo appesantisce inutilmente l’insieme.

    4Il progetto rispecchia quindi la moderna maggiore sensibilità verso la natura. Se per secoli l’uomo ha costruito palazzi ed edifici per “tenere fuori” e separarsi dalle intemperie, dal freddo, dal sole e dal vento, oggi le cose sono completamente cambiate e direi persino l’opposto. Si edifica infatti per conglobare la natura, per sentirsene parte integrante e per essere porzione del tutto.

    5Grazie anche ai moderni materiali ed alle innovative tecniche di coibentazione, è ora possibile che soli pochi centimetri di cristallo ci separino dalla neve delle montagne, dai flutti del mare o dal vento incessante di alcune valli. Abbiamo così oggi modo di sperimentare una nuova ed inedita dimensione di percezione della Natura, davvero non cosa da poco.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • La sinistra italiana e l’allergia al proletariato: prime prove di autocritica per stampa e partiti

    La sinistra italiana e l’allergia al proletariato: prime prove di autocritica per stampa e partiti

    palazzo-tursi-aula-rossa-d52Anche se non se ne è accorto quasi nessuno, da un po’ di tempo a questa parte la sinistra italiana e gli organi di stampa ad essa collegati hanno avviato un embrionale processo di autocritica. L’innegabile connotazione liberista e berlusconiana dell’attuale premier e il fallimento europeo di Tsipras (ormai sempre più debole nei negoziati che lo vedono opposto al rigore tedesco) confermano che alle circostanze attuali un pensiero e una ricetta politica “di sinistra” – nei fatti, e non solo nel nome – non trovano cittadinanza.
    Questo dato costringe i critici all’interno del Partito Democratico a confrontarsi con tutte le accuse provenienti da avversari o intellettuali dissenzienti, che solo fino a qualche mese fa venivano rigettate sdegnosamente. Naturalmente non si dirà mai che chi muoveva certe obiezioni abbia avuto ragione: esistono modi più raffinati per recuperare un dibattito a lungo negato e non perdere la faccia.

    Ieri l’Espresso, con una recensione dedicata a “Le Mépris Du Peuple”, l’ultimo libro del francese Jack Dion, ha ufficialmente introdotto un tema che è già di per sé una critica: il difficile rapporto della sinistra con le classi sociali più deboli. Come se nessuno in Italia avesse mai sottolineato questo aspetto, il gruppo editoriale di Repubblica va a recuperare un intellettuale francese per ammettere in modo elegante quello che era già chiaro a qualunque persona di minima onestà che avesse sentito parlare D’Alema per più di un paio di minuti.

    Dion accusa la sinistra francese ed europea non solo di non aver difeso le classi povere, di aver lasciato che il potere d’acquisto del salario si riducesse, di non aver combattuto la sperequazione e di essersi piegata alle logiche del liberismo; ma anche di aver assunto negli anni un vero e proprio atteggiamento di diffidenza e snobismo verso quello che dovrebbe essere l’elettorato di riferimento. A questo proposito Dion conia il termine “prolofobia” per indicare l’allergia nei confronti del proletariato dei socialisti alla Hollande e alla Strauss-Khan, a loro agio nei salotti finanziari, ma incapaci di concepire un rapporto con le masse, considerate alla stregua di accozzaglie di individui senza qualità da condurre per mano.

    È questo paternalismo che, secondo Dion, sta alla base del grande appeal di Marine Le Pen (ormai primo partito del paese anche alle elezioni dipartimentali). La sinistra francese, per difendere la propria visione liberista, ha trattato con sufficienza e squalificato come “populista” ogni tensione proveniente dell’interno del popolo, permettendo così al leader del Front National di porsi come unica difesa dei bisogni e delle aspirazioni degli strati più deboli. Il risultato è che i ruoli si sono invertiti: la sinistra sociale fa l’apologia del capitalismo sfrenato, mentre la destra nazionale si configura come partito delle masse opposto all’oligarchia dominante.

    Si tratta, come ben si vede, di una pensiero per nulla originale. Dion non aggiunge niente che non sia già stato detto anche in Italia. La mia critica all’uso distorto del termine “populista”, per esempio, risale a dicembre 2012; mentre nella mia analisi sul boom alle amministrative di Marine Le Pen, esattamente un anno fa, invitavo la sinistra a non parlare di “un errore” commesso dagli elettori, ma a riflettere sul senso profondo di questo grande spostamento di voti. E certo non sono stato l’unico, né il primo a dire queste cose: pertanto fa sorridere che l’articolo si concluda sostenendo che la lettura del libro di Dion dovrebbe essere obbligatoria.

    Quello che serve davvero a sinistra, in realtà, è l’umiltà di non considerarsi moralmente più avanzati, imparando a riflettere sul merito delle critiche, anziché dare del fascista a chi le avanza. Lo sport preferito dei commentatori “liberal” è ancora oggi quello di discettare su quanto sia cattivo Matteo Salvini. Xenofobo, razzista, rozzo, ignorante, populista e, naturalmente, fascista: su quanto il leader della Lega Nord meriti questi epiteti si discute appassionatamente nei talk-show, senza che nessuno, però, si ponga il problema di quale sia la risposta alternativa ai temi che Salvini pone.

    L’unico euro buono – ormai lo sappiamo – è quello morto. Quanto all’immigrazione, si dovrebbe banalmente ammettere che non esiste un solo esempio nella storia di masse di persone che si siano spostate senza provocare tragedie, contrasti e guerre. Infine c’è un problema di sovranità nazionale che è stato completamente rimosso, al punto che abbiamo dovuto attendere il leader di un partito secessionista per sentirne parlare. Negando il dibattito su questi temi, che sono poi aspetti particolari del problema più generale della globalizzazione, la sinistra ha rifiutato per lungo tempo di ammettere che sulle spalle dei lavoratori e delle classi più deboli è ricaduto il peso insopportabile di queste politiche.

    Oggi finalmente una parte del PD – per nulla impressionata, e anzi quasi spaventata dal successo di Matteo Renzi e da quello che il partito rischia di diventare – si è decisa finalmente a fare autocritica. È ora dunque che anche nella società civile si riprendano le fila di un dibattito lasciato a metà anni fa; che si dismetta la falsa sicurezza del pensiero unico e le facili battutine da bar di chi vuole fingere di aver capito tutto e in realtà non ha capito nulla; che si ritorni a dialogare di un futuro in cui nulla è sicuro e tutto si deve ancora costruire.

     

    Andrea Giannini

  • Ecco il più grande labirinto di bambù esistente al mondo

    Ecco il più grande labirinto di bambù esistente al mondo

    1Ho avuto recentemente modo di leggere un interessantissimo articolo su uno nuovo progetto di Landscape design, realizzato a Fontanellato nelle vicinanze di Parma grazie alla dedizione di un famoso ed illuminato mecenate italiano.
    L’ideatore del progetto è un uomo di grande cultura, appassionato di storia dell’arte e collezionista di libri e di oggetti artistici. Dopo aver lavorato una vita nel settore dell’editoria e della grafica, si è ritirato a vita privata e ha completato il progetto su cui meditava da sempre: realizzare il più grande labirinto vegetale esistente al mondo.

    2Il parco che lo contiene aprirà ufficialmente al pubblico il prossimo primo maggio. Il disegno del labirinto si ispira ai percorsi geometrici raffigurati nei mosaici romani ed è caratterizzato da una complessa pianta a stella. Si estende su un territorio di ben sette ettari intorno ad un quadrato centrale. A differenza dei progetti realizzati dai romani, questo si compone però di un intricato insieme di biforcazioni, bivi, vicoli ciechi e ramificazioni che rendono l’insieme assai particolare e molto suggestivo. Chi passeggia tra i viali, che compongono per stratificazione il progetto, ha a disposizione ben tre chilometri di stradine che richiedono più di un’ora per essere percorsi a piedi. Sempre che non ci si perda tra le siepi di bambù alte oltre cinque metri! 

    3Quest’essenza è presente in ben venti specie tra loro diverse, da quelle di piccole dimensioni a quelle giganti. Esse provengono dai più disparati angoli del pianeta: dalla Francia, dall’Italia e persino dalla Cina. Il bambù è stato volutamente scelto, a seguito di attente valutazioni e studi approfonditi, in luogo del più tradizionale bosso. Quest’ultimo avrebbe infatti necessitato di decenni e decenni per raggiungere un adeguato grado di sviluppo ed a trasformare così un mero disegno in una articolata realtà tridimensionale. In pochi anni il velocissimo bambù, impiantato in sito in dimensioni adeguate, ha infatti già raggiunto il pieno sviluppo e svetta ora alto verso il cielo. Muri verdi, scomposti e ondeggianti al vento, compongono un articolato disegno geometrico che si staglia all’orizzonte e che però, solo dall’alto, si può effettivamente percepisce nel suo pieno sviluppo.

    5Il bambù è poi una pianta eccezionale in quanto, assorbendo grandi quantità di anidride carbonica, purifica, tramite la sua crescita rapida e quasi prodigiosa, l’aria. Proprio per questo motivo, la fondazione del proprietario del parco ne mette a disposizione della collettività ben trenta diverse varietà. Esse sono disponibili per restaurare il paesaggio, per rivestire i lati delle autostrade, per nascondere il degrado e persino per ricucire le ferite causate alla campagna dalle speculazioni edilizie. A riprova di ciò e grazie al miglioramento dell’aria nella zona circostante al Labirinto, anche gli uccelli sono tornati a nidificare e le poiane sono diventate tanto numerose da essere oggi quasi un problema.

    Il progetto del Labirinto è stato pianificato a quattro mani dal suo proprietario insieme ad un giovane architetto, la cui tesi di laurea sulla ricostruzione dell’isola di Citera è stata pubblicata del nostro editore-mecenate qualche anno fa.
    Il parco circonda un complesso di edifici di circa cinquemila metri quadrati, di mattoni di un rosso tenue all’esterno e neoclassici all’interno con stucchi, colonne e busti in marmo. Essi completano in modo sobrio ed elegante l’idea progettuale che ha il verde come suo elemento dominante e centrale.

    4Sulla falsariga di quanto fece il principe de Ligne nel diciottesimo secolo, negli edifici sono già contenute le sconfinate collezioni d’arte del proprietario: libri, volumi, intere collane editoriali e le pubblicazioni di una vita… Verranno poi aggiunte, in un altro complesso di edifici, importanti raccolte di sculture, realizzate sia da autori antichi e celeberrimi quali Bernini e Canova che dai più moderni Carracci ed Antonio Ligabue. A completamento del complesso e per valorizzare il territorio parmense verranno poi realizzati anche un bistrot, un ristorante, uno spaccio di prodotti locali.

    Ciò che colpisce del Labirinto è però, in ultima analisi, il significato profondo del progetto. L’intrico dei viali e lo smarrirsi tra di loro simboleggia la vita, il suo articolarsi, il perdersi ed il continuo ritrovarsi delle persone nel tempo. E’ una metafora dell’esistenza umana tra certezze illuministiche ed altalenanti, continue divagazioni.
    L’ondeggiare dei bambù, molli e cedevoli al vento, accompagna costantemente il visitatore nel percorso, dissimula le vie di uscita e gli fa al tempo stesso da guida. Confonde ed indirizza. Nasconde prima, rendendo il percorso ignoto, ma poco dopo svela cosa si cela in realtà al di là dell’angolo.
    Il progetto del Labirinto è spesso specchio dell’anima del suo proprietario: articolata e complessa. La sua ideazione progettuale postula forse una comprensione delle cose che si può formare solo attraverso il lento stratificarsi delle più disparate conoscenze e delle infinite esperienze, maturate nel corso di un’intera vita.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • “Come le briciole dei biscotti sul fondo della tazza”

    “Come le briciole dei biscotti sul fondo della tazza”

    letteredallaluna-azzurroQuante lune sono passate sopra le nostre teste e prima su quelle dei nostri avi, prova a contarle. Mentre il vento scrosta gli intonaci e l’umidità annerisce le facciate all’ombra. Pensa alle banane sul tavolo, alla muffa sulle arance.
    Il tempo passa, anche senza di te.
    Pensa agli uccelli migratori, li osservi schiacciato dalla gravità con la testa in su, loro partono da casa per andare a casa e se scegliessi di fermarti dove sei e se fossi capace di aspettare, li vedresti tornare, ancora una volta, a casa.
    Guarda il sole, aspettalo sino a che non sparisce. La notte passa come pioggia sottile, anche senza di te. Il primo sole colorerà ancora una volta le gocce di rugiada fra gli alberi, la terra si aprirà alla luce.
    E dopo cosa c’è da capire ancora?

    Apri il petto, fai scricchiolare le costole, respira a pieni polmoni. Perché sarebbe un peccato imperdonabile accorgersene solo alla fine, che di ogni giorno c’è sempre una piccola parte che sfugge al tempo e rimane, come le briciole dei biscotti sul fondo della tazza.

     

    Gabriele Serpe

  • “…Da loro dipende l’ultima goccia di splendore”

    “…Da loro dipende l’ultima goccia di splendore”

    letteredallaluna-quaderno2Alzi la mano chi si sente sballottato ogni giorno in un teatrino senza fine, fondato su regole semplici e meccanismi perfettamente funzionanti, alzi la mano chi queste regole le ha chiare e pur trovandole ingiuste e riprovevoli non riesce a trovare una via d’uscita. Alzino la mano coloro che si sentono offesi da chi non mette in dubbio le verità della televisione, da chi ha soltanto piacere a farsi distrarre un po’ dal noioso vivere e lavorare e gli sembra tutto sommato che ci sia crisi, certo, ma che è una ruota e tutto tornerà come prima, come se non fosse proprio quel come prima il problema.
    Altro che offesi, alzi la mano chi si sente morire davanti ai tizi brillanti che parlano per sentito dire di qualsiasi argomento e usano la prima persona plurale quando si riferiscono a coloro che non si fanno fregare dal sistema. Loro sono proprio la mazzata, quella che fa perdere la speranza, vero?

    Ora giù le mani. La alzi chi non si è arreso, chi non ha accettato compromessi, chi ha tirato dritto, sempre, con il suo bagaglio di personali dubbi e profondi malesseri in nome di una libertà di movimento e di pensiero che non ha voce corrispondente nel vocabolario. Chi al denaro non ha ceduto la vita, chi lo ha usato soltanto per sopravvivere, e chi quando il denaro non c’era è stato necessario sopravvivere senza. Chi è pronto a continuare di questo passo, dritto per la sua strada, domani e sempre. Alzi la mano, chi è pronto a farlo.

    Los que viven en mitad del mar desde hace siglos y que nadie conoce porque siempre viajan en dirección contraria a la nuestra. De ellos depende la última gota de esplendor“, Álvaro Mutis.

     

    Gabriele Serpe

  • La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    La Grande Berlino e quella vecchia casa nel quartiere di Charlottenburg

    IMG_3696La Sprea scorreva torbida come il suo passato, mossa da un vento fresco di fine estate, rifletteva i bagliori di un pigro sole settembrino, tuttavia Berlino aveva il solito sguardo severo e austero. Ascoltavo People are strange dei “The Doors” seduto sulle rive del fiume mangiando una pizza presa dentro un forno gestito da un marocchino trapiantato in Germania, parlava con un buffo accento partenopeo e fumava continuamente tra un’infornata e l’altra. La sua pasta morbida e alta profumava di pomodoro fresco e basilico, la mozzarella filante e un filo d’olio d’oliva completavano l’opera, il risultato è stato una delle pizze più buone mai mangiate in vita mia. Gli ho chiesto alcune informazioni stradali ma non conosceva altro che la strada dal suo modesto appartamento al lavoro, il resto non gli interessava, con il ricavato della sua attività sarebbe ritornato a vivere in Marocco con i figli a costruire una fattoria e coltivare i campi.

    berlino-knut-DILa mattina, nel famosissimo zoo, guardando l’orso Knut che si annoiava nel suo spazio, uno sbuffo di vento ha trasportato fin sotto i miei piedi, il volantino di una mostra fotografica privata esposta all’interno di una vecchia casa. Il figlio del fotografo aveva ritrovato alcuni scatti risalenti alla seconda guerra mondiale, ritraevano famiglie ebree e scene di deportazione, nascondigli inaspettati e oggetti ritrovati negli appartamenti. La mostra si trovava a Charlottenburg, un elegante quartiere, un tempo piccolo centro abitato unificato in seguito nella grande Berlino, non ho perso tempo e sono salito sulla monorotaia che oltre alla comodità offre una splendida vista sopraelevata della città.

    Sceso ad Alexanderplatz, la principale piazza del centro, mi sono diretto nella bellissima stazione della metro, giusto il tempo di abbottonare il parka che un uomo rabbuiato in viso si avvicina lentamente e mi chiede una sigaretta, non parlava bene l’inglese ma si era fatto capire benissimo a gesti. Indossava un pastrano blu molto trasandato, una camicia a righe bianche e azzurre, scarpe di cuoio bucate, barba trascurata da settimane e capelli lunghi che uscivano da sotto il berretto di lana. L’abbigliamento, nonostante l’usura era di pregevole fattura, i suoi modi gentili facevano emergere un’antica eleganza ancora inconsciamente presente dentro di lui. Avevo del tabacco con me, l’ho preso e ho girato una sigaretta, potevo offrire solo quello, lui mi ha ringraziato con un inchino e un cenno della testa. Gli ho parlato di Charlottenburg e i suoi occhi si sono subito illuminati, quasi commossi, la sua vecchia casa era li, un tempo aveva una vita normale, una famiglia e un lavoro, adesso doveva scroccare sigarette ai passanti. La sua maschera piano piano si stava sciogliendo e ne era consapevole, i ricordi più aspri tornavano a galla e improvvisamente la sua espressione si è fatta cupa, con la mano mi ha salutato e voltandosi si è allontanato lasciando al suo posto solo una scia di fumo.

    Camminare per Berlino è come immergersi dentro le pagine di un libro di storia, un film del dopoguerra o un racconto dei nonni, in ogni angolo si celebra la caduta del muro o si ricorda la triste vicenda dell’olocausto, una pagina che tutti vogliono dimenticare e allo stesso tempo ricordare.

    Charlottenburg2-DIGiunto a Charlottenburg, sono entrato in una birreria per chiedere informazioni, il barman mi ha messo davanti a una birra senza chiedere nulla, ho pagato due euro per il disturbo e mi sono avvicinato per chiedere informazioni. Il suo aspetto era poco rassicurante, sembrava avere un occhio di vetro e gli mancava una falange, tuttavia mi sono rivolto a lui per chiedere lumi sulla mostra e ho scoperto una persona gentile. Con il suo dito mozzo mi ha indicato la via, dovevo svoltare alla destra di una grande casa coperta da edera e percorrere il vialetto alla fine del quale avrei trovato un cancello.

    Arrivato davanti, mi sono guardato intorno ma non c’era nessuno, il cancello era semiaperto e dietro di esso un giardino lo separava dalla casa. Non ricordo cosa recitasse il cartello piantato nell’erba, faceva riferimento alla mostra di fotografia, non conoscevo il tedesco ma avevo intuito di essere nel posto giusto. Era una costruzione molto datata, la sua architettura, poco uniforme con quella del quartiere, ricordava una casa dei fantasmi vista nei film horror, aveva il profilo di una chiesa sconsacrata e le sue pareti grigiastre erano inquietanti. Le grandi finestre lasciavano intravedere del movimento all’interno, poche fievoli luci diventavano sempre più intense a mano a mano che il sole calava, il vento aveva spazzato via ogni nuvola e Venere cominciava a brillare solitaria.

    La porta era aperta, ho bussato timidamente ma troppo piano per attirare l’attenzione di qualcuno, ho atteso qualche secondo prima di colpire con maggiore decisione e sono entrato. La pianta dell’atrio era pentagonale e a ogni lato corrispondeva una porta o una scala, una di queste conduceva al piano superiore, il suo pianerottolo era illuminato e mi sono avvicinato per capire se c’era qualcuno. Un cigolio sinistro e una voce profonda dietro le spalle mi hanno fatto balzare in aria –Guten Abden– disse qualcuno enfatizzato dall’eco della stanza. Non vedevo nessuno dietro di me, volevo scappare dalla porta ancora aperta,  poi ho preso coraggio e mi sono avvicinato nella direzione da cui proveniva la voce. Nella penombra ho visto qualcuno muoversi, ondeggiava lentamente verso di me, il passo felpato lasciava intatto quel silenzio ovattato fino al click dell’interruttore della luce, poi da un lato della stanza è apparso un nano.

    Aveva un sorriso simpatico e compiaciuto per il mio spavento, avvicinandosi mi tende la mano destra e si presenta, il suo nome era Jimi e lavorava per il padrone di casa. Mi ha chiesto il motivo che mi aveva spinto a cercare quella mostra e come mai ero arrivato a quell’ora, la maggior parte dei visitatori era andata via, le luci soffuse facevano intendere che erano in chiusura, tuttavia avrebbe fatto un’eccezione per me. Ho seguito Jimi al piano di sopra, il suo passo era lento ma sapeva bene come muoversi nella casa. Ogni stanza esponeva le fotografie dell’epoca, ritratti di famiglia, vestiti e cimeli di ogni genere, cappelli, giacche, libri e quaderni.

    Jimi raccontava la storia della famiglia nascosta in quella casa, nulla era valso a salvarli, neanche il nascondiglio più improbabile. Nella stanza da letto Jimi mi ha chiesto di stare fermo e di guardare cosa avrebbe fatto, io curioso non mi sono mosso e ho aspettato. Che fosse un tipo strano lo avevo intuito, ma quando l’ho visto entrare in un armadio mi sono chiesto se era scemo lui o se lo ero io immobile nel mezzo di una stanza con un nano dentro un armadio. La sua voce riecheggiava nella stanza, quando mi ha chiesto di aprire l’anta e di farlo uscire mi sono avvicinato all’armadio e ho impugnato il pomello, poi ho aperto in maniera decisa, ma dentro c’era solo una vecchia giacca sgualcita. Guardando bene ho visto che la parte dietro dell’armadio si muoveva, così ho spinto anche quella e con mio stupore ho visto Jimi, dietro di lui una scala di legno che portava a un piano superiore. Quell’incredibile passaggio nascondeva una piccola mansarda, era arredata da quattro materassi e un tavolino di legno, nulla era stato rimosso dal giorno in cui erano stati scoperti.

    Una sensazione di angoscia mi ha pervaso l’anima e dopo aver visto le altre stanze e le ultime fotografie ho ringraziato Jimi e sono uscito nel buio della sera.

    La luna mi teneva compagnia mentre scalciavo le foglie gialle cadute dagli alberi nel viale del mio hotel, riflettevo su ciò che avevo visto, molte persone conoscono solo le storie più famose legate all’olocausto, tante altre sono raccontate da chi, come Jimi e il suo padrone, ha avuto il coraggio di mostrare il lato oscuro dell’essere umano.

     

    Diego Arbore

  • Idroponica: coltivare fiori e ortaggi nell’acqua, senza utilizzare la terra

    Idroponica: coltivare fiori e ortaggi nell’acqua, senza utilizzare la terra

    1Una delle ultime tendenze “verdi” consiste nella coltivazione dei così detti “orti urbani”. Non sono però solo quelli tradizionali in piena terra, cui eravamo abituati, ma sono ora anche illuminati a Led ed “idroponici”. Popolano gli interni e gli esterni di grattacieli, terrazze al centotrentesimo piano e persino rifugi antiaerei di città e metropoli sparse per tutto il mondo…
    Partendo dall’Italia, di recente è stato realizzato un grande orto cittadino a Bologna, sui tetti di un colosso dell’informatica nella periferia cittadina. Il progetto ha come obiettivo, da un lato, la condivisione del cibo coltivato a “chilometri zero” e, dall’altro, divulgare le tecniche di produzione idroponica.

    2Proprio questa nuova metodologia sta recentemente diffondendosi in tutti i continenti. Essa consente di far crescere e sviluppare vegetali ed ortaggi fuori dal suolo, in vaschette d’acqua arricchita di sostanze nutritive e sali minerali. La tecnica trae la sua origine dalla coltivazione “in bottiglia”, ampiamente diffusa in Birmania e Perù.
    Grazie a queste recenti scoperte, a New York si parla già di realizzare specifici grattacieli, autonomi energeticamente e dedicati alla produzione di ortaggi e verdure. Ogni loro piano potrà essere destinato ad una diversa tipologia di coltura, dalle insalate, ai legumi fino all’allevamento del bestiame.

    3In Svezia, il grattacielo “Green House”, già in fase di costruzione, sarà integralmente finalizzato alla coltivazione idroponica, alla produzione di concimi naturali, di energie “pulite” e persino al recupero ed alla purificazione dell’acqua piovana. Oltre alla funzione abitativa e di coltivazione di vegetali, anche la parte estetica verrà attentamente curata: pareti trasparenti e spazi dal design avveniristico.

    Il successo dell’idroponica è tale che, a Londra, essa è stata persino impiegata nel progetto “Growing Underground”, in un tunnel sotterraneo. In un vecchio rifugio antiaereo, utilizzato durante la Seconda Guerra Mondiale, vengono ora prodotte, grazie all’impiego di moderne luci a Led, diversi tipi di insalata ed ortaggi vari.

    4Il progetto “Farmed Here” a Chicago è invece dedicato alla coltivazione specializzata, in particolare qui alla coltura del basilico. Infine neppure l’Oriente è immune dalla recente tendenza: a Tokyo alcuni designer hanno infatti trasformato la sede di un’azienda di selezione del personale in una enorme fattoria urbana. Qui si è sapientemente ottenuta una perfetta fusione tra le tradizionali tecniche giapponesi di coltivazione e l’idroponica. Grazie all’illuminazione con Led di ultimissima generazione, i diversi piani sono dedicati a varie colture: ortaggi, piante verdi e persino fiori. L’esterno dell’edificio, all’avanguardia dal punto di vista energetico, è invece ricoperto da una fittissima foresta verticale. Nel via vai mattutino si mescolano così contadini ed impiegati, anch’essi direttamente coinvolti nella coltivazione e soprattutto nella raccolta degli ortaggi di stagione.

    5Se qualche dubbio residua sulla sapidità delle verdure “idroponiche”, celebri professori garantiscono che esse siano gustosissime e per nulla differenti da quelle cui siamo abituati. Grazie anche ad un migliore impiego delle sostanze nutritive, della salinità dell’acqua e dei nuovissimi e potentissimi Led, i risultati saranno, assicurano, in futuro ancora migliori. Fragole e pomodori saranno così, con minore dispendio di risorse naturali e di terreno rispetto ad ora, indistinguibili da quelli cresciuti nella terra, sotto il sole e nel vento. Anzi si sbilanciano, persino più gustosi e dolci di quelli “naturali”…

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Riforma della scuola, niente di fatto: il vero problema è un premier troppo spregiudicato

    Riforma della scuola, niente di fatto: il vero problema è un premier troppo spregiudicato

    scuola-piazza-erbe-inaugurazione-27-gennaio-2013 (1)La settimana scorsa è saltata la tanto promessa riforma sulla scuola. La questione, per la verità, sembrerebbe meramente procedurale: anziché il solito, straordinario decreto-legge (dl), immediatamente esecutivo e dunque molto più veloce, Renzi ha deciso all’ultimo momento di procedere con un disegno di legge (ddl), da sottoporre per l’approvazione al Parlamento. A quanto si è capito, il premier si sarebbe orientato in questo senso, da un lato, in ossequio a un monito del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che aveva richiamato il governo a un uso meno frequente della decretazione d’urgenza; dall’altro lato per coinvolgere le altre forze politiche, oltre che la minoranza interna del PD.

    Il brusco cambio di passo, tuttavia, deciso la notte prima dell’annuncio di un decreto a cui si lavorava da mesi, oltre che l’improvviso ravvedimento di Renzi (i cui predecessori già erano stati richiamati in passato anche da Napolitano: ma inutilmente), ci obbliga a pensare che il vero motivo sia un altro.

    Il Fatto Quotidiano ha ricostruito la “cronica annuncite del premier” su una riforma ipotizzata per la prima volta addirittura l’estate scorsa: e non c’è dubbio che rileggere di fila tutte le dichiarazioni e i tweet dei mesi passati, alla luce dei fatti di questa settimana, sia il colmo del ridicolo. Tuttavia l’idea di stabilizzare un esercito di precari aveva una sua indubbia utilità: poteva permettere, infatti, di mettere la riforma della scuola su un binario di approvazione rapido e indolore.

    Il mondo dell’istruzione è in effetti una selva tale di leggi e provvedimenti, stratificatisi – oserei dire – nei secoli grazie all’ambizione riformatrice di praticamente qualunque governo della storia d’Italia, che oggi è quasi impossibile mettervi mano senza scontentare qualche categoria, senza fare dei torti obiettivi o esporsi al rischio di ricorsi e contro-ricorsi. Per questo proporre, contestualmente a una riforma generale del settore, l’eliminazione del precariato poteva rappresentare una soluzione: perché avrebbe significato di fatto mettersi al riparo da qualunque opposizione, dato che nessuna forza politica al mondo avrebbe mai osato schierarsi contro l’assunzione in pianta stabile di cento e passa mila persone. Tant’è che, a parte qualche sopracciglio alzato, l’unica cosa che si rimproverava davvero a Renzi era la reale fattibilità della cosa. Quando tuttavia nella Legge di Stabilità veniva stanziato il fondo ““La buona scuola”, con la dotazione di 1.000 milioni di euro per l’anno 2015 e di 3.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2016″ anche i più critici sembravano ricredersi: buono o cattivo che fosse il provvedimento, una comunque epocale riforma sembrava davvero cosa fatta.

    Qualcosa però deve essere andato storto. Forse la sentenza europea dello scorso novembre contro i contratti a termine ha finito per allargare la platea delle persone da dover assumere per evitare possibili ricorsi; forse il conteggio dei fondi necessari non era stato fatto così bene; forse mettere ordine tra tutte le graduatorie, abilitazioni e concorsi non è poi così facile: in ogni caso, di fronte alla riforma scritta e finita, qualcosa deve aver convinto il premier che metterci la faccia con un dl non fosse politicamente conveniente.

    Interpellare il Parlamento, a questo punto, può tornargli utile per far fallire la manovra, dando la colpa alle solite, odiate lungaggini parlamentari; oppure per costringere le altre forze politiche ad autorizzare il governo a procedere per decreto, di fatto mettendosi al riparo da ogni possibile  critica futura. Quel che è certo è che, se si inizia a discutere in Parlamento una materia così complessa e delicata, non si finirà mai in tempo utile. Lo ha chiarito bene Lorenzo Vendemiale su Il Fatto Quotidiano: “Le assunzioni sono abbastanza condivise fra i parlamentari, ma in Aula le varie correnti (anche all’interno del PD) potrebbero cominciare a perorare la causa dell’una o dell’altra categoria (tra GaE e Gi, Tfa e Pas, i precari che aspirano ad una cattedra fissa sono circa il doppio dei posti disponibili). L’approvazione di piccole variazioni sarebbe una catastrofe, costringerebbe a rivedere tutto l’impianto”.

    Qualunque siano le intenzioni del premier, e comunque vada a finire la vicenda, che riguarda la sorte dei molti precari, ma anche dell’immagine dello stesso Renzi, rimane un fatto: che sussisterebbero tutte le ragioni per un decreto-legge.

    Il decreto-legge – lo ricordo – è uno strumento che sospende temporaneamente la divisione dei poteri, alla base di tutte le costituzioni del mondo dal 1689, per cui da una parte dovrebbe stare il Parlamento (potere legislativo) e dall’altra il governo (potere esecutivo). Per questo motivo del dl si dovrebbe fare un uso molto limitato (di qui il summenzionato monito di Mattarella), che potrebbe essere giustificato solo da occasioni di particolare urgenza (per cui non si possono attendere i tempi dell’Assemblea) e – naturalmente – dal sostanziale accordo delle principali forze politiche.

    La riforma della scuola soddisfa entrambe queste condizioni: se la si vuole fare, infatti, c’è necessità di fare presto (la scuola inizia a settembre); inoltre non c’è traccia di alcuna seria obiezione politica. Si tratta, insomma, delle condizioni esattamente contrarie a quelle alla base del cosiddetto “jobs act”, che pure è stato dapprima decretato con urgenza dall’esecutivo e poi approvato dal Parlamento con il ricatto del voto di fiducia (se si vota no, il governo salta), benché ci fossero state moltissime contestazioni persino all’interno del PD e benché non sussista alcuna ragione d’urgenza, dato che la crisi economica dura ormai da quattro anni (un tempo in cui si sarebbero potute tranquillamente approvare in Parlamento 5 o 6 riforme del lavoro…).

    Ecco perché di tutta questa faccenda la cosa davvero grave è la dichiarazione di Renzi in conferenza stampa: «E’ abbastanza sorprendente: se facciamo da soli siamo ‘dittatorelli’, se facciamo i decreti siamo antidemocratici, se facciamo i ddl non siamo abbastanza spediti, siamo in ritardo. Si tratta di un dialogo surreale. Diamoci pace e troviamo una via di mezzo».

    È grave, anzi gravissimo, che Renzi non sappia a cosa serve un decreto-legge.

    È grave, anzi gravissimo, che Renzi sia evidentemente così spregiudicato da utilizzare questo strumento solo quando ha bisogno di bypassare il Parlamento che minaccia di opporsi, e da promuovere invece le discussioni parlamentari quando lo scopo è scaricare la responsabilità sugli altri.

    È grave, anzi gravissimo, che addirittura Renzi ci scherzi sopra.

    È grave, gravissimo, anzi è il segno che la libertà di stampa è morta, il fatto che nessun organo di informazione abbia avuto la decenza di fargli notare tutto questo.

     

    Andrea Giannini

  • Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    Tsipras getta la spugna davanti all’Europa: impossibile trattare, la “cattiva strada” è segnata

    europa-bceLunedì in extremis il governo greco ha comunicato alla Commissione il piano di misure che il paese si impegna a seguire. Bruxelles ha subito salutato la missiva con soddisfazione, perché Varoufakis, nei fatti, si è dovuto rimangiare tutte le promesse fatte da Tsipras in campagna elettorale. A titolo di esempio basti citare il fatto che verrà messa ulteriormente sotto controllo la spesa sanitaria (nonostante il paese sia già in piena emergenza umanitaria); e che il tanto sbandierato aumento del salario minimo è stato derubricato a “ambizione” da raggiungere “col tempo” e comunque «in consultazione con le istituzioni europee e internazionali».

    Ormai è quasi impossibile nascondere il fatto che Tsipras ha gettato la spugna davanti alle autorità europee. Se ne sono accorti l’anziano partigiano Manolis Glezos, icona della sinistra, che ha già pubblicamente chiesto scusa agli elettori, e il grande compositore Mikis Theodorakis, autore delle musiche di “Zorbàs il Greco”, che ha rimproverato al premier di aver fatto marcia indietro rispetto a quanto promesso. C’è, oltre a questo, anche un altro episodio davvero emblematico, che ha già fatto il giro della rete.

    Yannis Koutsomitis, che lavora per la BBC, ha scaricato da internet il pdf della lettera di Varoufakis e ha avuto la banale idea di controllare le proprietà del file: ha così scoperto che nel documento non è stato nascosto il nome dell’autore; che non è lo stesso ministro Varoufakis o qualche altro funzionario greco, ma “COSTELLO Declan (ECFIN)”, ossia il Declan Costello che si occupa di riforme strutturali per l’Unione Europea. Dunque la lettera che la Grecia avrebbe mandato all’Europa appare scritta, o quantomeno “riscritta” (per cambiare solo la forma?), negli uffici di Bruxelles: il che è in ogni caso un umiliante danno d’immagine per l’orgoglio del nuovo governo greco.

    A questo punto, anche se quest’ultimo episodio non è stato considerato degno di attenzione dai media tradizionali, e anche se l’indice di gradimento di Tsipras nei sondaggi sembra ancora intatto, è evidente che la percezione di chi ha seguito il dibattito sull’euro cambia radicalmente. Avevo scritto la settimana scorsa che il discrimine per valutare la trattativa era capire se si sarebbe data l’opportunità al leader di Syriza di salvare almeno la faccia: e oggi possiamo dire che non è andata così.

    Krugman scrive che alla Grecia è andata bene, solo perché «nulla di quello che è successo indebolisce la posizione greca» in vista del prossimo incontro: alla peggio tra quattro mesi saranno di nuovo al punto di oggi. Ma Krugman si sbaglia. Tsipras non doveva soltanto preoccuparsi di non uscire con le ossa rotta: secondo i suoi sostenitori (che stanno soprattutto a sinistra) avrebbe dovuto riportare almeno un piccolo successo. Avrebbe dovuto dimostrare, cioè, anche solo marcando un punto di principio, che fosse possibile quello che tutta la socialdemocrazia europea sostiene sia possibile: cambiare l’austerità per via politica, ossia trattando. La resa del premier greco segna invece la fine di questa illusione e sveglia la sinistra dal “sonno dommatico” che sia possibile una politica comune tra paesi creditori e paesi debitori.

    È evidente, infatti, che qualsiasi politica sociale a difesa del lavoro, anche se legittimata democraticamente all’interno di uno stato, si scontrerà poi con le politiche e gli interessi divergenti che hanno gli altri stati: il che significa mettere i paesi gli uni contro gli altri e, soprattutto, rendere inutile la democrazia. Se lo stremato popolo greco chiede misure sociali e vota per un governo di sinistra, questo governo non può fare nulla, perché viene messo all’angolo dai più forti rappresentanti tedeschi, che a loro volta non possono permettersi di accollare il costo del debito dei greci ai loro contribuenti.

    Il fallimento di Tsipras ha reso questo punto politico ormai irrefutabile. Ne hanno già preso atto in tanti (un articolo di Foreign Policy in pratica riprende quello che avevo scritto io due anni fa): e si è svegliata persino la sinistra italiana. In una intervista al Secolo XIX di mercoledì Stefano Fassina ha ammesso non solo che la Grecia dovrà gestire l’uscita dall’euro, ma anche che non importa se questo significa sposare la strategia della Lega Nord, perché «c’è il buon senso oltre la politica». Addirittura L’Espresso ha riportato sulla questione il parere critico di Emiliano Brancaccio e quello decisamente anti-euro di Vladimiro Giacché.

    Si tratta insomma di una svolta epocale: da oggi parlare di smantellare l’euro a sinistra non è più tabù. Il che comporta, come ha notato giustamente Alberto Bagnai, la possibilità per molti intellettuali di tornare ad esporsi sull’argomento senza paura di essere evitati in quanto berlusconiani, grillini o leghisti. Insomma, i più potranno anche non essersene accorti: ma la “cattiva strada” è segnata.

    Andrea Giannini

  • Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    Eurogruppo, il “gioco del pollo”: chi ammetterà per primo che la Grecia deve uscire dall’euro?

    grecia-europaL’Europa è una montagna che continua a partorire topolini. Abbiamo atteso l’esito dell’incontro dell’Eurogruppo, che doveva essere decisivo per le sorti della Grecia, solo per ritrovarci tra le mani l’ennesimo nulla di fatto. Le aspettative erano tante. Avevamo detto che il potere negoziale di Tsipras è basso, perché il premier greco non ha il sostegno politico interno per minacciare l’uscita del suo paese dall’euro; purtuttavia la proclamata inflessibilità tedesca, smaniosa di non concedere alle “cicale” del sud neppure il gol della bandiera, poteva anche non lasciare ai greci altra scelta. La questione, dunque, era questa: i tedeschi avrebbero spinto tutto l’Eurogruppo a prendersi la responsabilità di cacciare fuori la Grecia, oppure Tsipras avrebbe ottenuto almeno qualche piccola concessione per non perdere la faccia di fronte al proprio elettorato e per tenere in piedi la baracca un altro po’?

    Lo dichiarazione finale non ha sciolto il nodo. Al di là delle belle intenzioni e degli ennesimi rinvii (tra lunedì prossimo e il mese di aprile si dovrebbe ridiscutere il programma di riforme), il documento contiene due riferimenti di segno opposto: da un parte si insiste sulla linea di una precedente dichiarazione dell’Eurogruppo (quella del novembre 2012, che contiene la famosa soglia del 4,5% di surplus primario, cara alla Germania), mentre dall’altra si fa riferimento alla “prevista flessibilità” (che permetterebbe ai greci di richiedere qualche “sconto di pena”). Questa ambiguità lascia le due parti libere di perseguire le proprie rivendicazioni: e dunque la questione principale rimane aperta.

    Eppure non tutto è esattamente come prima. I rinvii, da un lato, sono il marchio di fabbrica della politica di Bruxelles, perché permettono ai vari governi di tastare il polso del loro elettorato, conformemente al famoso “metodo Juncker”:

    [quote]Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno».[/quote]

    In quest’ottica l’ulteriore tempo guadagnato permetterebbe alla Merkel di capire come l’opinione pubblica tedesca reagirà all’idea che ai greci possa essere concessa un po’ di “flessibilità”.

    Dall’altro lato, tuttavia, se pensiamo all’ostinazione fin qui dimostrata da parte del ministro delle finanze Wolfgang Schäuble, potremmo anche pensare che i rinvii non servano tanto a decidere cosa fare, ma come. In questo senso il famoso gioco del pollo e la game theory, di cui è esperto il ministro greco Yanis Varoufakis, non servirebbero a stabilire chi per primo cederà alle condizioni del rivale; ma chi si prenderà la responsabilità di dire che la Grecia deve uscire dall’euro.

     

    Andrea Giannini