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  • L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    L’Acanto e le erbe ornamentali: realizzare cassette, contenitori o vasconi originali

    2013-04-27 11.47.21Questa settimana forniremo un esempio particolare di come si possa realizzare una cassetta o un contenitore, diversi dal solito, mediante l’impiego di una particolare varietà di pianta, poco conosciuta ed utilizzata assai di rado in Italia.
    Ho recentemente avuto modo, in viaggio, di vedere realizzato un immobile (vedi immagine accanto), adibito a locale, che ha sfruttato in modo interessante ed innovativo l’elemento vegetale. La struttura esterna dell’edificio era in ferro e metallo dipinti di colore grigio scuro opaco, nel quale si inserivano finestre ed aperture in semplice cristallo. Tutto l’insieme era quindi estremamente lineare, moderno e dal taglio molto “pulito”. Affacciandosi il locale su una strada in discesa ed essendo esso realizzato su due diversi livelli, vi era una balaustra, sempre in ferro laccato di colore scuro, di delimitazione tra l’edificio e la via in salita. Il progetto architettonico ed il predetto dislivello erano stati, a mio avviso, sapientemente completati e valorizzati a mezzo dell‘impiego di numerosi grandi vasconi e di vaschette poste sulle finestre e riempite con varie essenze vegetali, attentamente scelte.
    Nella parte posta in prossimità della porta di accesso al locale, era stato inserito un contenitore in cui era stata fatta crescere una pianta di edera rampicante verde scuro, dalle fogli coriacee e lucide. Lungo la balaustra in ferro si susseguivano, invece, numerose vasche in cui erano state collocate e fatte sviluppare varie tipologie di piante dalle foglie di colorazioni grigio-verdastre e verde chiaro, molto frammiste tra loro. I loro colori sottolineavano quindi le scelte architettoniche dell’edificio e valorizzavano la palette chromatique dell’insieme. Tutti i contenitori erano stati attentamente ubicati, erano anch’essi in lega metallica e dalle forme estremamente semplici e lineari. Di particolare interesse erano poi i vasconi, collocati su tutte le finestre del locale, dalla forma rettangolare e di colore grigio ferro. Questi ultimi si inserivano perfettamente nel contesto moderno e nell’insieme del progetto. La scelta più riuscita consisteva però, a mio avviso, proprio nella varietà di piante (unica e ripetuta in tutte le vasche) scelta per completare il locale. Nel caso di specie, anziché riprodurre lo schema variegato ed articolato di essenze presente alla base della balaustra, si era optato per l’inserimento di soli e scultorii ciuffi di acanto (Acanthus mollis).

    2013-06-11 19.51.55 jLa pianta in questione è estremamente elegante e lineare, le sue foglie sono infatti quelle tipicamente utilizzate nell’architettura greca classica e sono proprio quelle che compaiono sul capitello corinzio. Esse sono lunghe, lanceolate, profondamente frastagliate e dentellate e dipartono, tutte, da un lungo gambo coriaceo.
    I colori della pianta sono poi molto uniformi e si compongono di un verde scuro, luminoso, intenso e lucido, dalle striature argentee. Gli apici terminali delle foglie sono appuntiti, con piccole spine grigie chiare. Il portamento del cespuglio è molto elegante e regolare. Essa si adatta perfettamente al clima mediterraneo ed è estremamente frugale nelle esigenze di crescita. A fine maggio, prima metà di giugno, i cespi producono poi numerose infiorescenze di grandi dimensioni (anche superiori al metro di altezza) che si ergono, alti, al di sopra delle foglie coriacee. La loro forma ricorda quella delle bocche di lupo, ossia lunghe spighe verdastre, con numerosi fiori bianco-argentei. Come si evince dalla descrizione, la pianta risulta estremamente semplice ma, al tempo stesso, molto sofisticata ed adattissima a contesti moderni e lineari, quale quello appena descritto.

    L’insieme complessivo, dato anche dal ripetersi delle vasche, tutte identiche tra loro e quindi tali da determinare un’idea di dilatazione dello spazio, risultava estremamente soddisfacente. Ad un occhio attento il progetto e la scelta delle piante appariva attentamente studiato, a mezzo di un brillante impiego sia di scelte cromatiche, che di essenze vegetali che di volumi. L’esempio dimostra davvero come la natura possa diventare parte integrante di un progetto e possa anzi esserne l’elemento caratterizzante. Una sola pianta, dalle forme scultoree e, al tempo stesso, dalle minime esigenze colturali può infatti diventare il punto focale di una intera realizzazione.

    Acorus Gramineus (Ogon) FRONT, Festuca Glauca (Elija Blue) LEFT, Imperata Clindrica (Red Baron) REARPer completezza, devo dire di avere visto raggiungere analoghi risultati anche tramite l’utilizzo di un altro insieme di piante, in particolare le c.d. “erbe ornamentali”, tra cui: Achnatherum calamagrostis, Acorus Gramineu, Ampelodesmos mauritanicus, Anemanthele lessoniana, Calamagrostis brachytricha, Helictotrichon sempervirens, ecc…

    Queste ultime posso apparire, ai non esperti, quasi delle semplici varietà di normale erba. I loro colori, le loro forme, lo sviluppo regolare e compatto dei loro cespugli, le spighe che producono nonché le necessità idrico, colturali bassissime le rendono però estremamente adatte all’inserimento in progetti architettonici ed in contesti moderni. Sui terrazzi di New York, in vasconi a Cape Town come lungo i docks di Anversa, crescono, apparentemente spontanei, cespugli di spighe verde-brunastro, verde-giallastro o verde-biancastro in grado di spiazzare completamente l’osservatore. Difficilmente egli potrebbe infatti aspettarsi che dei ciuffi, seppur adeguatamente disposti, di semplice “erba” possano cambiare completamente l’immagine di una terrazza di una metropoli o il fronte mare di un moderno porto commerciale!

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    La Grecia e l’euro al bivio: Bruxelles e Berlino possono sbarazzarsi di Atene?

    economia-soldi-D1Due settimane fa scrissi che, al netto di tutte le incertezze del caso, l’esito più probabile del confronto tra Grecia di Tsipras e Unione Europea a trazione tedesca sarebbe stato un compromesso al ribasso. Mi incoraggiava verso questa conclusione tanto l’abitudine della politica di Bruxelles a rimandare i problemi a data da definire, quanto una disamina del reale peso contrattuale del governo greco rispetto agli interessi dei partner europei.

    Alla luce degli ultimi negoziati, la mia opinione non è cambiata: rimango convinto (e non sono l’unico) che, alla fine, un accordo che permetta di guadagnare qualche mese si troverà. Tuttavia il tono perentorio e poco conciliante delle dichiarazioni di certi importanti politici europei ci costringe a considerare anche l’eventualità che non siamo di fronte a mere schermaglie dialettiche. È possibile che UE e Germania preferiscano sbarazzarsi della Grecia, anziché accontentarsi dell’ennesimo compromesso?

    In precedenza avevo scartato questa ipotesi a priori, ma ora proviamo a prenderla per vera. Assumiamo quindi che l’Europa mantenga una linea decisa, intransigente e non cooperativa: quali sarebbero le conseguenze? Gli sbocchi possibili sono essenzialmente due: o la Grecia si adatta a mantenere gli impegni, oppure, presto o tardi, esce dall’euro.

    Su questo dato ci sono pochi dubbi: Atene ha bisogno di soldi anche solo per pagare le pensioni; per cui, nonostante il chiaro mandato e la volontà di Syriza di mantenere il paese nell’unione monetaria, è evidente che, se il governo greco si rifiuta di chinare il capo di fronte ai diktat europei, il ritorno alla dracma diventa una scelta obbligata.

    Molti economisti, come Paul Krugman, sembrano convinti che frustrare le speranze del popolo greco comporterà automaticamente l’addio della Grecia; un esito che invece, dal mio punto di vista, non è strettamente necessario, visto che Tsipras, comprensibilmente spaventato dall’idea di gestire un’uscita unilaterale, potrebbe anche tentare di giustificarsi di fronte al suo elettorato promettendo di ritentare il negoziato più avanti. Al di là di queste sottigliezze, tuttavia, è chiaro a tutti che negare ogni spiraglio di trattativa equivale a mettere Syriza di fronte a un clamoroso insuccesso politico e i greci un piede fuori dalla porta – cosa che si potrebbe evitare, invece, con qualche concessione di poco conto che consenta a Tsipras e Varoufakis di salvare la faccia. Pertanto, se i paesi del nord Europa dovessero mantenere l’Eurogruppo su questa linea dura, dovremmo concludere che sono tranquillamente disposti ad accettare le conseguenze di una traumatica uscita della Grecia dall’euro.

    Sull’enorme difficoltà di gestione di questa transizione ci sono pochi dubbi. A meno che, infatti, non si scopra che esiste da tempo un piano preciso e accurato per guidare il processo di conversione del cambio, è probabile che Tsipras si presenti a questo epilogo con una certa dose di impreparazione. È possibile inoltre che i mercati prevedano l’uscita, anticipandola con movimenti speculativi e dunque accelerandola: il che costringerebbe il governo a inseguire le circostanze, piuttosto che a gestirle. Il popolo, dal canto suo, finirebbe per vivere in modo traumatico un evento che per lungo tempo è stato abituato a vedere come la fine del mondo; il che porterebbe ad amplificare la percezione dei disagi che inevitabilmente ci saranno. Esistono infine ragioni oggettive, come la grande quota di debito in legislazione estera, che dovrebbe essere ripagato con una moneta svalutata, la fragilità del sistema bancario e soprattutto l’ostilità dell’Unione Europea. A questo punto, se il caos politico dovesse essere tale da risultare ingestibile, non è da escludere neppure una svolta autoritaria (ad esempio un colpo di Stato militare).

    Al di là degli scenari più estremi, tuttavia, e al di là delle mille altre considerazioni possibili (il probabile sostegno russo, le reazioni degli Stati Uniti, la probabile crescita nel medio termine, eccetera) rimane il fatto che nel breve periodo il destino della Grecia non sarebbe roseo. Questa circostanza, ampiamente preconizzata, è sicuramente tenuta in considerazione anche dei falchi del rigore (che, se vogliamo essere realisti, non possono guardare unicamente ai preconcetti dell’elettorato tedesco). Dobbiamo dunque pensare, allora, che – sempre nell’ipotesi che si voglia perseguire nel rifiuto di trattare con Tsipras – quella di mettere in crisi la Grecia sia una conseguenza attivamente ricercata.

    In effetti, dal punto di vista dei rigoristi, ci sarebbe un indubbio vantaggio: il caos iniziale dell’uscita sarebbe un ammonimento per chiunque in Italia, Spagna e Portogallo volesse tentare questa strada; cosa che aumenterebbe il potere negoziale dell’UE e dunque la pressione sui governi nazionali per cedere alle richieste di ulteriori “riforme strutturali” lacrime e sangue. Governare con il terrore è sempre un’opzione: si colpisce uno per educare tutti.

    Esiste però anche il retro della medaglia: l’euro non sarebbe più irreversibile, i mercati potrebbero far salire lo spread dei paesi periferici e le loro opinioni pubbliche dovrebbero finalmente ammettere la politica di forza bruta che è la cifra di questa Europa (dal che potrebbe venire la consapevolezza che è necessario dotarsi di una credibile strategia di uscita per affrontare qualsiasi futuro negoziato).

    Appare chiaro, dunque, alla fine di questo complesso ragionamento, che perseguire eventualmente su una linea dura in questa fase negoziale avrebbe un senso unicamente in una logica di breve periodo, tanto più sensata quanto più ormai data per inevitabile la fine dell’euro. È chiaro, infatti, che se ci si espone al rischio di far crollare la moneta unica, vuol dire che non ci si aspetta di ricavarne più molto; che tenerla in piedi a suon di compromessi parziali non porterebbe più grandi benefici: per questo ci si prepara a sfruttare quello che si può ancora sfruttare, prima che il giocattolino si rompa del tutto.

    L’alternativa sarebbe supporre che le élite del nord Europa agiscano in modo del tutto incoerente: anche se, a ben vedere, non è detto che una cosa escluda l’altra. È probabile, anzi, che la fine dell’euro dipenderà sia dal preciso calcolo di alcuni, che dalla stanchezza, dalla frustrazione e dall’indecisione di altri: un insieme di dinamiche diverse che scompatterà le élite nella difesa del progetto e farà mancare il sostegno politico di cui esso necessita.

    È dunque questo che accadrà all’Eurogruppo? Sinceramente ne dubito. Finora il sostegno all’euro è apparso compatto: e nulla lascia presagire che l’Europa sia pronta ad affrontare questa problematica transizione. Certo, qualche segnale c’è, come avevo già rilevato a settembre; ed è pur vero che quando succederà, succederà in modo imprevisto. Ma non in modo così imprevisto… In ogni caso, se ho torto, una risposta l’avremmo presto. E probabilmente, insieme a quello della Grecia, conosceremo anche il destino dell’euro.

     

    Andrea Giannini

     

  • Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    Come realizzare cassette autunnali e invernali, le piante più adatte

    1Questa settimana forniremo un paio di esempi di come sia possibile realizzare una cassetta autunnale-invernale, dapprima soffermandoci su un contenitore più naturale e successivamente su di uno di impianto più classico.

    Nel primo caso, consigliamo di mescolare varie essenze al fine di ottenere, nella cassetta, un insieme eterogeneo ed un intersecarsi della vegetazione che risulti il più spontaneo possibile. Nel fare ciò si potrà scegliere tra un numero enorme di piante. A titolo esemplificativo ne menzioneremo solo alcune, spetterà poi al lettore decidere quelle che si attaglino meglio alle sue esigenze. In generale sarà anche possibile utilizzare, per l’ossatura del contenitore, alcune essenze che risultino verdi d’inverno ma che producano fiori nel periodo primaverile-estivo e che dunque si prestino a tale doppio impiego.

    2Con riferimento a questo periodo dell’anno, possiamo menzionare, per la parte arbustiva, bossi, agrifogli, piccole tuie, la più esotica feijoa sellowiana (dalle foglie grigio-verdaste), piccole conifere, cespugli della famiglia dei ginepri, lavanda ma anche, eventualmente e qualora si volesse realizzare una cassetta per la zona cucina, piante aromatiche quali timo, rosmarino, alloro, erba salvia

    In merito invece alle piante da fiore, si potrà optare per essenze dalle fioritura breve ma intensa quali settembrini (come dice il nome durano in fiore solo a settembre) eriche, margherite della famiglia dei crisantemi (preferibilmente quelle a fiore semplice), viole, gli eleganti ellebori oppure per piante dalle infiorescenze più durature come i ciclamini.

    3Una menzione a parte merita l’inserimento delle solanacee. Tra queste spicca il solanum capsicastrum che forma dei cespugli di medie dimensioni, dalle foglie di un verde brillante intenso, produce una fioritura nei toni del bianco ma soprattutto, nella stagione in discussione, molte bacche di colore arancione acceso. Queste ultime appaiono, da un punto di vista estetico, molto decorative ed interessanti.

    4Analogamente a questo cespuglio, nel contenitore potranno essere inserite altre essenze che producano frutti quali ad esempio: berberis, alcuni ginepri o eventualmente alcune varietà di rose tra cui quella rugosa. Molto ovviamente dipenderà dalle dimensioni della cassetta ed anche dall’insieme di piante, alcune infatti tra quelle menzionate sono spoglianti (la rosa rugosa) e quindi saranno esteticamente interessanti soprattutto se mescolate ad altre sempreverdi. In ogni caso, al fine di colmare eventuali vuoti, sarà sempre possibile l’impiego di edere, dalle foglie variegare, o del senecio dal fogliame grigio-argenteo.

    5Nel caso si voglia creare una cassetta che si caratterizzi per un aspetto più formale e meno classico, si potrebbe invece optare per il seguente insieme di piante. Innanzi tutto, si potrebbero collocare, ai due lati del contenitore, due identici arbusti di bosso, oppure specie di inverno di skimmie o piccoli agrifogli. A questo punto, specie per i bossi che ben si prestano ad essere modellati secondo i dettami dell’“ars topiaria”, si potrà optare per una duplice scelta: lasciar crescere le piante in forma spontanea oppure regolarle a cono, a sfera, a piramide o come meglio si vorrà. Tra le predette piante, sarà poi possibile collocare, nel primo autunno, eriche, settembrine o margherite (preferibilmente quelle semplici e non doppie) appartenenti alla famiglia dei crisantemi, in inverno, ciclamini o anche gli ellebori dalle splendide fioriture bianco puro o bianco-rosate.

    6Nel caso in cui si voglia mantenere questo impianto di base per tutto l’anno, sarà sufficiente continuare ad introdurre, nel tempo, nuove essenze (annuali o bulbose) in sostituzione di quelle che, via via, sfioriranno. L’ossatura della cassetta rimarrà quindi sempre la stessa ma il variare delle colorazioni, delle forme e delle dimensioni delle essenze che verranno ad inserirsi tra i bossi o gli altri arbusti scelti, trasformeranno completamente l’insieme, rendendolo sempre nuovo ed esteticamente interessante.

    Alle piante sopra descritte sarà poi evidentemente sempre possibile, a completamento dell’insieme, aggiungerne altre. Ad esempio, possiamo menzionare, tra le infinite possibilità, edere bianche e verdi o verdi, elicriso oppure anche, eventualmente e secondo una moda molto British, dei Paesi Bassi e del Belgio, rami secchi ritorti o molto ricchi di gemme e rametti laterali.
    Il risultato complessivo sarà articolato, spontaneo ed ottimo, specie quando nel cuore dell’inverno la pioggia, la brina o la neve risaltano sulle cortecce, sui rami secchi e frastagliati, sulle foglie coriacee dei piccoli arbusti o tra le bacche colorate.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Carro armato Renzi, gli avversari non ci sono: AAA cercasi opposizione in Parlamento

    Carro armato Renzi, gli avversari non ci sono: AAA cercasi opposizione in Parlamento

    ANSA/ANGELO CARCONI
     Foto ANSA/ANGELO CARCONI

    Quando ho sentito che Renzi voleva eleggere Mattarella aspettando la quarta votazione (quando cioè il quorum si sarebbe abbassato), confesso di aver pensato che il premier fosse diventato matto: tre votazioni senza far nulla erano oggettivamente un’occasione troppo grossa per le opposizioni, che avrebbero avuto il tempo di spaccare il PD avanzando un’altra candidatura (un po’ come accaduto nel 2013). A quel punto, però, mi sono ricordato chi siano le cosiddette “opposizioni” che si aggirano per il nostro Parlamento: e allora ho capito che Renzi avrebbe vinto di nuovo.

    C’è solo un gruppo politico più diviso del PD: quelli che gli si oppongono. È vero che questo Parlamento è lo stesso che nel 2013 impallinò Prodi, mostrando al paese intero la profonda lacerazione che divideva il partito di Bersani e Renzi: ma è anche vero che tra queste due leadership corre una grossa differenza. In fin dei conti è quello che ho scritto la settimana scorsa, quando ho cercato di spiegare quanto sia importante il sostegno che deriva dalla legittimazione politica.

    Nel 2013 Bersani aveva appena “pareggiato” le elezioni, facendosi raggiungere da un Berlusconi dato per morto e da un comico a capo di un movimento nato il giorno prima. Oggi invece Renzi, pur non essendo mai stato eletto direttamente, è forte di sondaggi ancora ottimi e della legittimazione ottenuta alle elezioni europee. Il quadro è dunque radicalmente diverso. Bersani era una bestia ferita, e per la legge della giungla è stato subito azzannato: dall’interno, con i 100 franchi tiratori che fecero saltare la candidatura di Prodi (capeggiati dallo stesso Renzi, secondo Fassina); e dall’esterno, con la candidatura di Rodotà avanzata dal M5S. Renzi, invece, è il politico del momento: e in Parlamento non ha avversari.

    L’unico antagonista in ascesa è Salvini: ma per eleggere il Presidente della Repubblica servono parlamentari; e la Lega ne ha ottenuti troppo pochi alle ultime politiche (quando ancora Salvini non era segretario). L’altro leader del centro-destra è Berlusconi, che è stato dipinto come il grande sconfitto. Tuttavia si tratta di una sconfitta relativa; o comunque era difficile ipotizzare che l’elezione unilaterale di Mattarella potesse essere vissuta dall’ex-Cavaliere come un’offesa intollerabile. Ai servizi sociali, con un braccio destro in galera per mafia e con delle aziende a cui pensare, Berlusconi aveva tutto da guadagnare a tenere in piedi il patto di non belligeranza con il premier. Per cui la (presunta) rottura del Nazareno, a cui stiamo assistendo in questi giorni, ha soltanto due spiegazioni: o è una messa in scena, oppure siamo di fronte ad un effetto collaterale che né Renzi né Berlusconi avevano calcolato.

    È possibile che i parlamentari forzisti si siano accorti che la strategia filo-governativa serve al leader, ma non al partito. Per Berlusconi ha un senso mantenere un certo ruolo politico al fianco di Renzi: ma per tutti gli altri, che vedono Forza Italia cedere consensi al PD e precipitare nei sondaggi, non ha alcun senso rischiare di perdere la poltrona e, con essa, ogni influenza politica. Solo il tempo, tuttavia, ci dirà se queste considerazioni hanno effettivamente attecchito nella testa di alcuni, oppure se i mal di pancia nel centro-destra sono solo fumo negli occhi.

    Veniamo quindi all’ultimo rivale di Renzi, che dovrebbe essere Grillo. Purtroppo però il M5S, da quando è entrato in Parlamento, ha esasperato i suoi pur noti limiti, anziché stemperarli. L’indecisione con cui è stata affrontata questa elezione è ulteriore prova del fatto che la nuova forza politica si è completamente smarrita. Sottoporre alla rete le candidature di Prodi e Bersani – vale a dire, rispettivamente, il candidato alla presidenza della Repubblica e del Consiglio già bruciati e sbeffeggiati nel 2013 – equivale a smentirsi su tutta la linea: e il fatto di aver sostenuto fino alla fine il candidato della rete, Imposimato, non vale a ristabilire l’impressione che il movimento abbia una guida sicura. Il fatto poi che una forza che si definisce “anti-euro” prenda anche solo in considerazione il nome di Prodi, ossia l’alfiere dell’euro per antonomasia, conferma come da quelle parti si navighi ormai a vista.

    Perciò i fatti dimostrano che Renzi avesse ogni ragione a non curarsi degli oppositori: perché sono divisi, e nessuno singolarmente è abbastanza forte per metterlo in discussione. È questa, a dire il vero, una circostanza della politica italiana che tende ormai a ripetersi con frequenza sospetta: i partiti di governo si ritrovano contro un’opposizione teoricamente superiore di numero, ma nella pratica sempre troppo divisa per organizzare una risposta politica alternativa. Il che rende la vita agevole ai governanti, almeno finché le circostanze non esigono un cambiamento (o questi non decidono di suicidarsi).

    Renzi, pertanto, ha calcolato giustamente che il pericolo potesse venire soltanto dall’interno. Per questo ha fatto la cosa più sensata: ha cercato di capire cosa volessero i critici dentro il PD, e li ha accontentati. Pare addirittura che il nome di Mattarella sia venuto direttamente da Bersani, il quale si sarebbe impegnato così a non rendere al premier pan per focaccia – magari accoltellando il candidato renziano nel segreto dell’urna.

    Se le cose sono andate così, allora l’indubbia vittoria del Presidente del Consiglio ne esce un po’ ridimensionata. Il premier si confermerebbe, infatti, politico spregiudicato, capace di digerire qualsiasi cosa: la distruzione della storia e dell’identità della sinistra, le generose donazioni di alcuni finanzieri, l’alleanza con il pregiudicato Berlusconi, i desiderata dei più forti partner europei e adesso anche l’elezione unilaterale del Presidente della Repubblica (come se il quorum di 2/3 per le prime tre votazioni non implichi almeno il tentativo di trovare un’ampia condivisione, che invece Renzi ha esplicitamente escluso sin dall’inizio).

    Emerge la figura di un opportunista disposto a giocare su più fronti, a negoziare con chiunque, a forzare leggi e consuetudini pur di sbarcare il lunario, di tirare avanti e conservare il potere. Il che sarebbe anche una qualità in politica, se non fosse per un piccolo dettaglio: come abbiamo già visto, ogni decisione ha anche delle conseguenze; e i tipi che non si fanno troppi scrupoli, come Renzi, devono naturalmente non prestare troppa attenzione a questo aspetto (altrimenti si farebbero, banalmente, qualche problema in più). C’è il rischio concreto, perciò, che prima o poi al nostro brillante premier il gioco sfugga di mano…

     

    Andrea Giannini

  • Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    Tsipras e l’Europa, cambiamenti in vista? Non si sconfigge l’austerità rimanendo nell’euro

    tsiprasLa vittoria di Tsipras in Grecia difficilmente porterà a cambiamenti epocali. Il motivo è sempre il solito: si può ridiscutere il problema del debito e ottenere anche qualche concessione significativa; ma non si può abolire l’austerità rimanendo nell’euro.

    L’austerità è un diktat economico che traduce un preesistente principio politico di questa unione: ogni stato si tiene i suoi debiti e ogni governo si occupa di rendere più competitivi i propri lavoratori. Non è dunque una mal intesa comprensione dei fenomeni economici, o una questione di poteri di forza all’interno dell’UE, a dar vita all’austerità e ai problemi che ne conseguono: è invece la precisa volontà politica di un gruppo di stati del nord, guidati dalla Germania, di tenersi la comodità di un cambio svalutato senza condividere l’onere di politiche sociali a sostegno del reddito (botte piena e moglie ubriaca).

    É difficile, pertanto, che un paese che conta per il 2% del PIL possa convincere il principale contribuente a trasformare l’unione monetaria in un’unione fiscale, dove il debito dovrebbe essere in comune e le aree più povere essere sussidiate da quelle più ricche. Anche qualora Tsipras minacciasse di uscire, per la Germania, che in questi anni è rientrata per gran parte degli incauti prestiti che le sue banche avevano concesso alla Grecia, non sarebbe una tragedia.

    Da questo discorso segue che il nuovo governo greco ha un potere negoziale molto basso: può decidere di seguire la strada di Hollande in Francia, vivacchiando per un po’ e lasciandosi logorare lentamente in estenuanti trattative (per poi lasciare il paese ad Alba Dorata); oppure può porre un aut-aut netto e, nel caso di un probabilissimo rifiuto, concretizzare la minaccia di portare il paese fuori dall’euro. Questa seconda eventualità, tuttavia, non è molto probabile.

    Quello che rende Tsipras tanto forte in questo momento è la sua forte legittimazione democratica: Syriza è passato in dieci anni dal 3 al 36% dei voti; il che significa che la troika non può liquidarlo troppo sbrigativamente, perché ciò equivarebbe a un tradimento della democrazia troppo manifesto. Eppure, se i nostri leader europei fossero stati troppo scrupolosi su questo punto, non saremmo neppure qui a parlare.

    La realtà è che – come ho già avuto modo di scrivere la prima volta qualche anno fa (grazie ad altri che ci erano arrivati ben prima di me) – l’intera costruzione europea si basa sul principio della sospensione della democrazia come metodo di governo (un concetto esplicitamente teorizzato dai suoi stessi fondatori). Non per niente negli ultimi anni le nostre illuminate élite politiche hanno fatto di tutto per ignorare i voti contro l’austerità che si sono registrati in giro per il continente. La cosa è talmente grave che ne ha scritto recentemente anche il nobel all’economia Joseph Stiglitz:

    [quote]Uno dei punti di forza dell’UE è la vitalità delle sue democrazie. Ma l’euro ha tolto ai cittadini – soprattutto nei paesi in crisi – qualsiasi voce in capitolo sul destino delle loro economie. Ripetutamente gli elettori hanno fatto cadere i governi in carica, insoddisfatti della direzione dell’economia – solo per avere un nuovo governo a continuare lo stesso percorso imposto da Bruxelles, Francoforte e Berlino».[/quote]

    Tsipras non dovrebbe fare molto affidamento sul rispetto che la troika può avere per il volere popolare; mentre all’opposto potrebbe far leva proprio su questo deficit per presentarsi come il contraltare di un’Europa centralizzata, distante e tecnocratica. Ma anche così difficilmente cambierà qualcosa in fase negoziale, dove in fin dei conti il legittimo rappresentante dei greci conta come tutti gli altri rappresentanti. In questa contesa a contare davvero sarà il peso contrattuale, che per la Grecia è, come detto, quasi nullo. Inoltre, se a quel punto il leader di Syriza decidesse di portare il suo paese fuori dall’euro, perderebbe ipso facto quella stessa legittimazione democratica che era stata la sua forza, perché dovrebbe fare al proprio popolo esattemente quello che aveva promesso di non fare.

    Non è solo una questione d’immagine: è una questione sostanziale. Basti considerare come sia cambiata la vita di Renzi quando la sua narrazione modernista, europeista e liberista ha portato il PD sopra il 40%: da allora il dissenso interno si è sopito e una riforma così poco di sinistra come il job act è diventata realtà. Questo dimostra che il potere, in democrazia, si concentra ancora là dove si sanno raccogoliere i voti.

    Tsipras ha vinto con un campagna elettorale incentrata sul problema del debito pubblico e sulla necessità di restare in Europa, dimostrando così che in questo momento sono questi i punti sensibili dell’elettorato: dal che deriva anche, però, che rimangiarseli produrrebbe l’unico effetto di far precipitare il consenso di Syriza. Ci vuole tempo per abituare gli elettori a cambiare opinione: e un’uscita unilaterale non ne lascia molto. Il paese è già disastrato, i partner reagirebbero con ostilità e i contraccolpi dei mercati sarebbero vertiginosi: tutte queste turbolenze cadrebbero interamente sul capo del governo Tsipras, che, vittima delle sue stesse parole, pagherebbe un prezzo politico salato, prima di avere il tempo di raccoglierne i frutti. Solo il desiderio di commettere un suicidio politico potrebbe spingere il leader greco a compiere un simile gesto.

    Ecco perché la legittimazione democratica, che è la forza di Tsipras, non basta: perché è inutile in fase negoziale, ed è addirittura un’arma a doppio taglio per chi ha escluso che il suo paese lascerà l’euro. L’Europa può dunque limitarsi a trattare il nuovo capo di governo con il rispetto dovuto, senza per questo doversi aprire a concessioni troppo larghe. Per assistere ad una vittoria della democrazia contro la tecnocrazia – temo – si dovrà aspettare ancora: almeno fino al giorno in cui un politico non si decida a trattare il suo popolo da adulto, preoccupandosi di dire non solo quello che porta consenso, ma anche, banalmente, la verità.

    Andrea Giannini

  • La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    La Gunnera, pianta dalle foglie giganti

    trebah_gunneraSempre in tema di piante poco note o inusuali, questa settimana parleremo della Gunnera. Questo genere appartiene alla famiglia delle Gunneraceae che comprende numerose varietà, principalmente provenienti dal Sud America o comunque da aree del pianeta a clima subtropicale. Ne esistono in natura tipologie di piccole dimensioni ma la Gunnera è nota proprio per essere pianta dal portamento imponente.

    Vi sono infatti cespi che producono foglie, su di uno stelo alto svariate decine di centimetri, che possono raggiungere i tre metri di larghezza e persino i nove di lunghezza. Le Gunnere fioriscono poi in modo altrettanto incredibile. Dal centro del cespuglio, spuntano infatti numerose pannocchie di grandi dimensioni, di colori verde, giallastro bruciato. Le foglie, dal colore intenso, sono profondamente incise, dal margine dentellato e talvolta presentano, nella pagina inferiore, sorte di spine flessuose e molli.

    gunnera2La Gunnera dà il suo meglio in terreni ricchi, fertili e profondi, preferibilmente in zone soleggiate o a mezz’ombra. Il suolo deve essere poi estremamente umido, specie nei periodi caldi o d’estate. Il cespuglio cresce in modo particolarmente soddisfacente soprattutto a ridosso dei corsi d’acqua e dei laghetti, sulla cui superficie le foglie si riflettono con effetti estetici di grande impatto visivo.

    leavesDato che la pianta proviene dalle aree subtropicali del pianeta, potrà essere coltivata dove il clima non sia troppo rigido e non vi siano forti gelate invernali. In autunno, si consiglia comunque una spessa pacciamatura (ossia coprire il terreno con resti organici per proteggere le piante) con foglie (anche le stesse della pianta, una volta essicate), da rimuovere in primavera non appena sarà passato il periodo delle gelate.

    Tra le molte esistenti, ci limitiamo qui a citare due varietà: la Gunnera Manicata e la Gunnera Tinctoria. La prima è spontanea in Brasile, dove cresce, grandiosa, lungo i corsi d’acqua. Le foglie, per le quali viene principalmente coltivata, raggiungono infatti i due metri di altezza ed i tre di larghezza. È anche nota come “Rabarbaro Gigante”, per la somiglianza con quest’ultimo. Si può trovare però, di frequente, sull’isola scozzese di Arran, dove le foglie vengono persino raccolte per essere impiegate come ombrelli per proteggersi dalla pioggia.

    gunnera1La seconda varietà proviene dal Sud America (in particolare dal Cile e dall’Argentina), dove prospera come pianta perenne. Cresce fino a due metri di altezza, in prossimità di laghi e fiumi. Le foglie ed i gambi della Gunnera Tincitoria sono commestibili, consumati nelle zone di origine sia freschi che nella produzione di marmellate e liquori.
    A differenza di altri paesi, la Gunnera è poco diffusa e conosciuta in Italia. Ne sono stati impiantati, nel tempo, alcuni gruppi in parchi e giardini storici e specie nel Nord ma è da noi quasi una rarità. Più presente in Gran Bretagna, anche nel freddo Nord del paese, dove però prospera grazie alla tiepida Corrente del Golfo. Ne ho viste di impressionanti e rigogliosissime persino in alcuni giardini scozzesi, in prossimità di laghetti ed in contrasto a turriti manieri medioevali. Un abbinamento curioso ed apparentemente poco usuale (ma da sempre praticato nel Regno Unito) che lascia, senza dubbio, colpito l’osservatore, spesso ignaro dell’esistenza di un simile “gigante” verde tropicale.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi? Proporrei Vincenzo Visco Presidente della Repubblica

    Tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi? Proporrei Vincenzo Visco Presidente della Repubblica

    Vincenzo-ViscoPer una volta voglio fare il giochino che piace tanto ad alcuni lettori: “Ma tu cosa faresti se fossi al posto di Renzi?”. Ecco, se io fossi al posto di Renzi, proporrei come Presidente della Repubblica Vincenzo Visco. Qualcuno si ricorderà di questo vecchio economista, già tecnico in area DC, poi eletto come indipendente nel PCI e di lì salito fino a diventare Ministro delle Finanze di Ciampi, Prodi e D’Alema. Di lui sono rimaste celebri soprattutto le polemiche sollevate da Tremonti, che era solito dipingerlo come una sorta di Dracula, intento a succhiare il sangue dai contribuenti italiani; oltre che le noie giudiziarie per il Caso Speciale (risolte con un’archiviazione) e la condanna definitiva per un piccolo abuso edilizio nella sua proprietà di Pantelleria (cosa che gli valse l’iscrizione a pieno titolo nell’elenco di quei “condannati in Parlamento” attaccati da Grillo nei suoi spettacoli). Ciononostante penso che ci siano poche persone con le qualità di Visco per traghettare l’Italia in mezzo alle difficoltà che a breve dovremmo affrontare.

    Innanzitutto Visco è persona esperta e competente: ha una laurea in giurisprudenza ed una lunga carriera come economista e tecnico del Tesoro (attualmente insegna Scienza della Finanza a La Sapienza). Come ministro si è preoccupato di riorganizzare e semplificare la contribuzione fiscale, distinguendosi per una decisa lotta contro l’evasione. Inoltre ha avuto occasione di gestire privatizzazioni importanti di aziende ex-statali e la separazione tra banche e fondazioni. Infine Visco è stato l’artefice principale dell’abbattimento del deficit che ha permesso al governo Prodi di portare l’Italia in Europa. Si tratta insomma di una figura politica che ha vissuto direttamente le svolte più significative della storia economica recente, ed è quindi in grado sia di valutarne i risultati criticamente, sia di rassicurare quelli che ancora si riconoscono in quei principi.

    Da un punto di vista politico Visco è in grado di ricomporre le divisioni della sinistra, avendo attraversato, e attivamente promosso, tutta la transizione da PCI a PDS, da DS all’Ulivo, fino all’odierno PD. Inoltre si è ritirato dalla vita politica nel 2008, cosa che garantisce la sua terzietà rispetto alle varie correnti interne. Certo più difficile sarebbe far digerire la sua figura alle altre compagini politiche. Forza Italia si opporrebbe decisamente, seguita a ruota, con ogni probabilità, anche dalla Lega Nord. Analoghe perplessità potrebbero venire dal M5S, che potrebbe però essere convinto sulla base di tre considerazioni: la necessità di dimostrare un’apertura al dialogo con il centro-sinistra, l’impegno di Visco contro l’evasione e soprattutto la sua recente autocritica rispetto al problema dell’euro.

    Se ammettiamo, infatti, che il Presidente delle Repubblica debba essere persona di comprovata esperienza politica e tecnica, e che non sia realistico pretendere la sua estraneità rispetto alla storia del partito di maggioranza relativa, allora è evidente che non esiste candidato migliore di Vincenzo Visco, almeno agli occhi di chi professa l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. In effetti, pur essendo stato in passato l’emblema dei sacrifici fatti per entrare nell’euro, Visco è approdato oggi ad una visione ben più problematica di quella fase storica. Ha anzi ammesso, con grande onestà intellettuale, che l’entrata dell’Italia nella moneta unica ha favorito innanzitutto la Germania, mettendo così in discussione tutto il proprio operato. Per questo motivo oggi Visco rappresenta meglio di chiunque altro la possibilità di conciliare un paese a maggioranza pro-euro con i terribili errori che questa posizione ha comportato.

    Naturalmente nessuno può dire se Visco potrebbe mai essere eletto, anche beneficiando dell’endorsement di Renzi: anzi è probabile che non esistano le condizioni politiche per la candidatura di una persona ancora avversa a molti. Tuttavia il gioco non consisteva nell’indovinare cosa fosse possibile: ma quale battaglia politica, nonostante le inevitabili difficoltà e contraddizioni, valesse la pena di essere combattuta. Da questo punto di vista possiamo stare certi che il prossimo Presidente, chiunque egli sia, non potrà contare sull’esperienza politica ed economica di Visco per sostenere un paese in disfacimento che si avvia a passare attraverso le macerie dell’Europa.

     

    Andrea Giannini

  • Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    Parigi, il terrorismo islamico e la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato

    je-suis-charlieDella terribile vicenda di Parigi molto è ancora da chiarire. Ci sono almeno due punti, tuttavia, che appaiono davvero incontestabili: e su questi possiamo provare a fare alcune considerazioni. Il primo riguarda la provenienza degli assalitori, francesi di seconda generazione. Questo aspetto, apparentemente sconvolgente, non è inedito: anche negli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 (52 morti) si scoprì che molti degli arrestati erano nati e cresciuti nel paese che avevano attaccato. Pare dunque che gli Stati europei dove più il multiculturalismo è stato predicato e praticato (grazie anche ad un ingombrante passato da potenze coloniali) abbiano pagato il prezzo più salato: il che dovrebbe indurci non certo a chiedere di separare con rigide barriere le razze e le religioni, ma quantomeno a sottoporre ad un minimo di critica il paradigma di integrazione che il mondo occidentale ha finora perseguito.

    In effetti non si può non concordare con Jacques Sapir quando scrive: «Una parte dei giovani figli di immigrati non riescono a integrarsi perché non esiste niente a cui integrarsi». Negli ultimi anni, infatti, siamo andati progressivamente distruggendo le comunità nazionali e le loro identità, che pure avevamo costruito con fatica, per perseguire il sogno ad occhi aperti degli Stati Uniti d’Europa, che invece un’identità non ce l’hanno e probabilmente non l’avranno mai. Come avevo già avuto modo di scrivere a marzo dell’anno scorso, questa tanto agognata unità politica non ha una vera anima: quella che chiamiamo “identità europea” è in realtà la cultura standardizzata dell’occidente civilizzato, dove a dominare è la logica del libero profitto. In questo contesto il “multiculturalismo” è solo un compromesso pilatesco, che oltretutto spinge i perdenti della corsa al successo a ripiegare in direzione delle vecchie origini, siano esse un nazionalismo demodé o il fanatismo religioso.

    E d’altronde quale sia il volto reale di questa “integrazione” lo può vedere chiunque sia andato a visitare Parigi, magari sbarcando all’aeroporto e poi raggiungendo la città con la RER, il servizio di treni regionali integrato con la metro della capitale. Se il viaggiatore non è troppo distratto dal tentativo di connettersi con lo smartphone, guardando fuori dal finestrino noterà che ci sono fermate, in corrispondenza delle banlieue meno rinomate, dove, tra magrebini, camerunesi e ivoriani, praticamente non si scorge un volto bianco. Nel centro della capitale, invece, dove un metro quadrato può costare facilmente più di 10.000 euro, i neri sono una minoranza. Il che ci dovrebbe dare qualche indizio su quale sia il ruolo dell’immigrazione ai fini della distribuzione della ricchezza prevista nella nostra società.

    Il secondo punto ha a che fare con le motivazioni degli assalitori, che sembrerebbero agire per conto dello Stato Islamico e della divisione yemenita di Al-Qaida. Nell’operato di queste due organizzazioni, contrariamente a quello che sostiene il sottosegretario agli affari esteri Benedetto Della Vedova, non sono estranee pesanti responsabilità da parte dell’Occidente. Il governo degli Stati Uniti ufficialmente nega di avere mai finanziato Al-Qaida e Osama Bin Laden: ma è chiaro che quest’ultimo fosse visto di buon occhio, fintanto che era impegnato a combattere i Sovietici negli anni ’80. Più difficile è negare che, contro la Siria di Assad, i guerriglieri del Califfato non abbiano ricevuto armi e addestramento dagli USA.

    C’è di più. Al di là dei singoli errori, dalla caduta dell’URSS a oggi l’America e i suoi alleati europei hanno dato vita ad una gestione dello scenario mediorientale pressoché disastrosa. Dall’assurda guerra in Afghanistan, passando per l’Iraq, la Libia, la Siria fino al sempreverde conflitto israelo-palestinese, ogni volta che gli occidentali hanno abbracciato le armi la regione è diventata più instabile, le sofferenze delle popolazioni sono aumentate e nuovi nemici si sono fatti avanti, sempre più spietati e sanguinari.

    A questo punto, quando anche i risultati dimostrano inequivocabilmente che non abbiamo esportato la civiltà e la democrazia, ma solo aggiunto morti ad altri morti, occorre che la nostra civiltà torni ad interrogarsi sui suoi valori e sul modo in cui sono stati applicati. È vero che esistono culture che non conoscono la tolleranza religiosa, il rispetto per la donna e talvolta anche quello per la vita umana: ma se la nostra reazione comporta uccidere, non stiamo tradendo in questo modo gli stessi valori che diciamo di voler difendere?

    Inoltre questi popoli, così intolleranti a parole, spesso sono la parte debole nei confronti militari: per cui la pretesa del forte di usare la forza, legittimandola con le minacce del debole, diventa un po’ un atto di bullismo. È il caso delle ragioni che spingono gli israeliani a dure reazioni contro i palestinesi. È vero che, tra questi ultimi, una parte non accetta lo Stato ebraico e vorrebbe la sua eliminazione dalla faccia della terra; ma è anche vero che non sono stati fatti molti “progressi” in questo senso. Anzi, dalla sua fondazione a oggi, Israele non ha fatto altro che espandersi a danno dei territori palestinesi.

    Certo, rimane il fatto che le minacce ci sono e non devono essere sottovalutate. Mi chiedo però se tali minacce dipendano interamente dal fatto che c’è un lato intollerante e bellicoso nella religione islamica, o se avesse ragione Marx, quando scriveva che «il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita»; ossia, nel caso del Medio Oriente, che la religione è l’effetto, non la causa dell’attuale stato di cose.

    In questo caso potrebbe emergere che donne infibulate e bambini soldato, in fin dei conti, fanno comodo a noi cittadini occidentali: perché sono un ottimo modo di lavarsi la coscienza, lasciandoci sprofondare nell’illusione che non siamo di fronte all’ennesima guerra fatta per i soliti scontati interessi economici.

     

    Andrea Giannini

  • “Il primo passo dopo aver compiuto una scelta”

    “Il primo passo dopo aver compiuto una scelta”

    letteredallaluna-testo-sfocatoImmagino il suono del piede, breve, intenso e dolcissimo, la luce negli occhi, il sorriso accennato quanto basta a griffare il volto, penso al primo passo di un uomo subito dopo avere compiuto una scelta.

    Il primo passo deciso dopo mesi di ragionamenti contorti ed intensi, figli di un’intuizione che tante volte arriva mentre si è impegnati a fare dell’altro; dapprima fulminea, poi gravida e pesante nel posarsi al centro dello stomaco.

    La scelta fatta è un seme grezzo da covare con coraggio, perché possa sbocciare, completarsi, verificarsi; è l’atto che più si avvicina alla parola libertà. Scegliere insegna a scegliere, non scegliere insegna a subire.

    Muovere un passo deciso in funzione di una precisa volontà dettata dal proprio corpo e dalla propria mente è l’espressione della vita, è un atto divino. Perché non esiste scelta al mondo incapace di produrre effetto e, allo stesso tempo, sono pochi gli effetti inconvertibili; tutto è in gioco, sempre, ogni giorno.

    Combattere la paura di fallire, la sensazione che “tanto non serve a niente”, non essere inermi. Miei cari guerrieri spennati, che la vostra rivoluzione abbia inizio.

     

    Gabriele Serpe

  • ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    ABC della politica: non esistono “buoni e cattivi”, il conflitto è vita sociale

    giorgio-napolitano“Eraclito biasima il verso del poeta: «possa estinguersi la contesa, via dagli dei e dagli uomini». Difatti non vi sarebbe armonia se non vi fossero l’acuto e il grave, né vi sarebbero animali senza la femmina e il maschio, che sono contrari”. (Aristotele, Etica Eudemia, 1235 a 25-28)

    Talvolta i commentatori sono talmente occupati a scrivere, persi dietro il percorso dei loro stessi pensieri, da non accorgersi che i lettori non riescono a seguirli. Premesse o concetti considerati scontati, spesso non lo sono affatto: e l’incapacità di rendersi conto di questo aspetto può pregiudicare la comprensione di analisi altrimenti anche raffinate.

    Nel mio caso, non potendo contare su una grande originalità e dovendo puntare tutto sulla semplicità e la linearità d’espressione, ritenevo, se non altro, di non aver tralasciato nulla: pensavo cioè che la mia esposizione fosse magari non condivisibile, ma almeno chiara; che non occorresse preoccuparsi di definire nozioni ancora più elementari.

    Tuttavia, quando discuto con altre persone di quello che tratto nei miei articoli, mi rendo conto che spesso, alla base di un’incomprensione, sta la mancanza di un qualche concetto di base; anzi, per essere precisi, che la difficoltà a capire dipende da certe menti fini e dalla loro abilità di inquinare il dibattito pubblico con analisi complesse, allo scopo preciso di far perdere di vista delle verità semplici. (E dunque attenzione agli “esperti”: è vero che ci vuole molta competenza per trattare temi difficili; ma è anche vero che chi è competente può prendere facilmente in giro chi competente non è. La competenza non è una garanzia assoluta di affidabilità).

    Cercando di recuperare alcuni concetti fondamentali nel modo più semplice possibile, direi allora che la politica esiste grazie a due verità elementari: la prima è che c’è sempre qualcuno che cerca di fregarci; la seconda è che non esistono “buoni e cattivi”.

    Il primo punto è piuttosto scontato: lo impariamo da bambini, quando la mamma ci ricorda di non accettare le caramelle dagli sconosciuti, e lo sperimentiamo da grandi, quando ad esempio l’operatore del call-center si prende il disturbo di telefonarci per farci conoscere una grande promozione riservata solo a noi. Naturalmente questo non significa che non ci siano persone di cui ci si possa fidare ad occhi chiusi:  significa solo che ci sono anche quelle che si vogliono approfittare di noi. Ed è giusto preoccuparsi di riconoscerle.

    Il secondo punto può sembrare un po’ meno scontato, anche se ci si potrebbe aspettare che, passata l’adolescenza, i più abbiano metabolizzato il lutto per il fatto che la realtà non è quella dei cartoni animati giapponesi o dei film americani più scadenti. Ma se per caso non aveste passato questa fase, dove i buoni sono sempre super-buoni e i cattivi super-cattivissimi ansiosi di distruggere ogni forma di vita nell’intero universo (evidentemente perché amano la quiete e vogliono solo essere sicuri che nessuno li disturbi); ecco, se siete ancora convinti che le cose stiano in questo modo, che la realtà non sia più complicata, ebbene non vi sto a dire di andarvi a recuperare tutta la tradizione politica e filosofica dall’illuminismo ad oggi, o di leggere un Beccaria o un Victor Hugo. Vi invito piuttosto a far caso ad un’altra cosa: che quelli che ragionano con queste categorie hanno poi interesse a pensare di essere loro stessi dalla parte giusta, mentre tutti gli altri, quelli che mostrano un orientamento diverso, che si oppongono o che la pensano diversamente, vengono messi nella parte sbagliata.

    Quelli convinti di essere i “buoni”, poi, hanno idee molto diverse tra loro di cosa sia questa presunta bontà che li rende speciali; col che si dimostra non solo che un criterio univoco non esiste, ma anche quale sia la reale funzione di questa contrapposizione: non certo l’idea filosofica di ciò che è buono e giusto, ma la contrapposizione stessa.

    Da che mondo è mondo i buoni servono per sconfiggere i cattivi, ma se la bontà e la malvagità non sono il punto in questione, allora di questo discorso non rimane che un’idea: la sconfitta dell’altro. Questa distinzione è dunque funzionale a una logica di lotta, di annichilimento dell’avversario, che viene prima delegittimato e poi abbattuto. Nella storia essa è servita sempre ad identificare un nemico, a compattare il consenso, a reprimere il dissenso o a galvanizzare le truppe – tant’è che possiamo mantenerla ancora oggi, per comodità, quando parliamo di cose o persone che è tutto sommato inevitabile contrastare (come la pederastia, il nazismo o gli assassini seriali).

    Se siamo d’accordo su questi due punti, talmente elementari che non dovrebbero suscitare molte obiezioni, allora basta metterli insieme: ne consegue che abbiamo spesso a che fare con gente che tenta di fregarci, ma che non per questo possiamo delegittimare; che non tutti quelli che perseguono fini diversi o contrari ai nostri possono essere criminalizzati. Il che comporta una conseguenza evidentemente non così banale come credevo da principio: il conflitto è una parte ineliminabile della vita sociale.

    Le persone sono diverse, perseguono obiettivi diversi e questi obiettivi spesso entrano in contrasto: questa è una cosa che non può essere eliminata da nessuna concezione della società elaborata finora, o che possa essere elaborata in futuro. I conflitti sociali – che non sono necessariamente le guerre, ma rivendicazioni per ottenere assetti favorevoli per sé – sono una parte integrante delle società umane: e la politica è lo spazio di attività dove i conflitti cercano un punto di equilibrio.

    Questo implica, però, che esistano almeno due parti con interessi diversi e legittimi. Ecco perché in passato ho polemizzato con chi sostiene che il conflitto destra-sinistra sia superato: perché questi in qualche modo immaginano una società utopica in cui non sia necessario dividersi e contrapporsi per rivendicare le proprie istanze. Per lo stesso motivo ho polemizzato anche con la destra e la sinistra che hanno dominato la scena politica italiana: perché per vent’anni e fino ad oggi hanno perseguito obiettivi politici del tutto identici.

    In questo senso Napolitano è uguale a Grillo: entrambi infatti rappresentano visioni della società nelle quali non occorre dividersi più di tanto. Per Napolitano destra e sinistra devono agire insieme per il bene del paese: e per questo motivo tende o a minimizzare le differenze, riducendole a mere “sensibilità”, o a stigmatizzarle, definendole “egoismi di parte”. Grillo, dal canto suo, pensa che la differenza principale sia quella tra il suo movimento, che difende una concezione della politica moderna, aperta e trasparente, e la vecchia politica, ancorata a una concezione antiquata, chiusa e opaca. Entrambi pensano che sia possibile fare “la cosa giusta” in senso assoluto, e che distinguere tra una “cosa di destra” e una “cosa di sinistra” sia una questione di principio assurda. Al fondo sta la concezione della politica come semplice amministrazione, comune anche ad opinionisti del calibro di Marco Travaglio.

    Nella realtà tuttavia non esiste qualcosa come “la cosa giusta”: esistono invece soluzioni più favorevoli a certi gruppi sociali o ad altri. Le cosiddette situazioni “win-win”, dove tutte le parti in gioco “vincono”, sono estremamente rare. È molto più frequente il caso in cui soluzioni favorevoli ad una parte vengano spacciate come soluzioni favorevoli a tutti. Si prenda ad esempio l’idea moderna di società orientata allo sviluppo economico, al benessere: si pensava, dopo la caduta del comunismo, che questo fosse un obiettivo sufficientemente inclusivo per superare i conflitti di classe nel nome di un interesse superiore. Ne è venuto fuori che il neo-liberismo è diventato il paradigma dello sviluppo generale e la sperequazione è aumentata paurosamente, con ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri.

    Con questo esempio si dimostra che è una grande ipocrisia quella di raccontare alla gente che il conflitto non esiste, che c’è sempre una soluzione che vada bene per tutti. Purtroppo le cose non sono così facili. Tuttavia accettando l’esistenza di contrapposizioni fisiologiche, come il conflitto distributivo, si può metabolizzare il problema e gestirlo: al contrario ostinarsi a negarlo serve solo a farlo deflagrare con conseguenze molto più gravi per tutte.

    Andrea Giannini

  • La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    La professione del paesaggista: la mediazione fra arte, storia e natura

    1Ho letto, con curiosità, l’altra sera un interessante articolo relativo ad un notissimo paesaggista italiano. Devo dire la verità, ne sono rimasto affascinato, profondamente. Non sono un neofita, ho visto i principali giardini d’Europa e del mondo. Ho letto molto, tanto gli autori inglesi (maestri nel campo) quanto gli scritti dei principali architetti italiani, qualcosa dei francesi e persino dei belgi… Ho addirittura comprato un volume sul “Landscape design” in Svezia ma devo essere onesto, ho ceduto di fronte all’impossibilità di comprensione linguistica. In un certo senso, sinora ho però solo capito di non sapere. Come opera e chi è veramente il paesaggista?

    2In fondo in tanti articoli che si sono succeduti nella nostra Rubrica non abbiamo mai definito questa figura. Ebbene leggendo quel brano e soprattutto ragionando sul tema forse ho in parte compreso. Non è un architetto, non è un artista, non è un botanico o un ingegnere, non può neppure essere definito un giardiniere. E’ un insieme di tutte queste cose, unite ad una indomita passione per il viaggio, alla sbigottita ed ingenua meraviglia di fronte allo spettacolo della Natura ed alla bizzarra fantasia dell’alchimista.

    3Il paesaggista deve possedere le doti del pittore, la sensibilità del poeta, deve capire il mondo naturale, distinguere le specie vegetali, percepire le leggi non scritte che regolano la vita delle piante… Deve essere un tipo “straordinario”, nella sua accezione di fuori dell’ordinario. Deve muoversi con sapienza tra rigide norme (architettoniche e botaniche) senza il rispetto delle quali crollerebbero i muri dei parchi, cederebbero gli argini dei torrenti, morirebbero le piante senza mai acclimatarsi, poter crescere o fiorire.

    4Deve però essere in grado di violare le regole e di sapere esattamente quando ciò deve essere fatto. Senza questo innato talento, il progetto sarebbe sterile, lineare e privo di quella aura vitale che solo la natura solitamente infonde. Il paesaggista deve rispettare il contesto ma saperlo, al tempo stesso, piegare docilmente al suo volere senza che ciò sia percepito o risulti mai percepibile. Il giardino apparirà così come parte del verde circostante, mera porzione del tutto, rispetterà il “genius loci” e, nell’impalpabile distaccarsene, lo esalterà.

    5I cespugli che sono costati ore di sapienti potature sembreranno così naturali e soltanto frutto di crescite regolari e continue. Gli alberi faranno da cortina al tutto come se fossero stati sempre lì, spuntati in basi alle casuali leggi della natura. I prati si perderanno tra i boschi, si confonderanno con i laghetti ed i ruscelli, avranno contorni smussati e si caratterizzeranno per una attenta e studiata trascuratezza. Il paesaggista deve quindi capire l’esistente, rispettarlo e sapersi imporre su di esso impercettibilmente e leggiadramente. Per questo pochi sono i progetti veramente riusciti, in cui il talento innato dell’autore spicca. A prescindere dai suoi titoli accademici. Per fare tutto questo è necessario un lungo percorso di studi, di viaggi, di curiosa visita a parchi e giardini di tutte le epoche e di tutti i paesi ma anche una lenta e profonda crescita professionale, personale ed umana. Serve acquisire una peculiare e non immediata sensibilità, un rispetto profondo per le cose e gli esseri viventi, animali e vegetali.

    Per tutti questi motivi ho conosciuto molti paesaggisti ma pochi sono effettivamente all’altezza di tale nome in quanto questi soli sanno incidere nel contesto senza cedere alla naturale tendenza di apparire e di dominare la scena. Possono spontaneamente riuscire nel non facile compito di riprodurre il paesaggio senza copiarlo. Sono in grado di esaltarlo semplicemente, attraverso sapienti e mirate variazioni sul tema.
    Come le fotografie qui riprodotte ben dimostrano forse per fare questa professione bisogna essere, al tempo stesso, innatamente poeti, avventurosi viaggiatori, artisti estrosi ed avere uno Studio, dall’apparente caotico disordine di una “wunderkammer”, simile a quello di un moderno alchimista!

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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  • Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    Produrre vino in Liguria, la professione del viticoltore: la nostra visita a Cogorno

    San-Salvatore-CogornoDavanti ad uno scorcio perfetto, un angolo di Liguria con i muretti a secco, le vigne in leggera pendenza e la Basilica dei Fieschi che si staglia contro il cielo azzurro. Siamo a San Salvatore di Cogorno; l’aria della mattina è gelida e sferzante nonostante il sole, e le vigne sembrano riposare sotto lo sguardo benevolo della basilica.

    Daniele Parma, viticoltore per professione e per passione, ci aspetta sulla strada: siamo in ritardo e saltando i convenevoli ci incamminiamo verso la vigna. Daniele ha la schiettezza e la ruvida timidezza tipica di tanti liguri e quando parla di vino la competenza, la dedizione e la passione emergono con una forza che è impossibile non notare. Camminando tra i filari di vermentino ci racconta la sua storia «Ho iniziato a lavorare nella distilleria di famiglia ma nel 2004 ho deciso di mettermi in proprio perché avevo capito che la vigna e il vino erano la mia strada. Nel 2007 ho iniziato a recuperare vigne abbandonate, lavorando sulle piante esistenti e, in alcuni casi, piantandone di nuove: questa – dice indicando con la mano i filari intorno a noi – è una di quelle vigne. Alcune di queste piante hanno quarant’anni»

    Oggi Daniele, con la sua azienda agricola, La Ricolla, può contare su quattro ettari di vigna per un produzione di circa 25.000 bottiglie. Oltre al vermentino che cresce nel vigneto di San Salvatore di Cogorno, Daniele produce una bianchetta da una vigna che si trova alla Prioria di Carasco e un rosso da uve sangiovese e ciliegiolo coltivate a Tolceto. Dalle sue parole emerge chiaramente l’amore del vignaiolo per il vermentino che «può toccare vette qualitative davvero importanti» ma ci piace la schiettezza con cui Daniele ci parla della bianchetta «è un vitigno del nostro territorio, un vino bianco fresco, da focaccia. Non facciamolo diventare quello che non è». Il sangiovese è una scelta che ci stupisce: «Quando ho deciso di mettere il sangiovese mi hanno dato tutti del matto. Non è un’uva di queste parti, è un vitigno nervoso, difficile ma io ne sono innamorato da sempre». Camminiamo tra i filari e Daniele ci mostra alcune foglioline verdi sulle piante «A dicembre questo non si è mai visto. E pensa che la prima brina l’abbiamo avuta solo in questi giorni. Si sentono tanti ragionamenti e tante teorie ma io guardo i fatti: sono 28 anni che lavoro in questo settore e in questo territorio e posso dire che il clima è davvero cambiato».

    E qui scatta la fatidica domanda, la croce di tutti i viticoltori in questo anno così anomalo e piovoso “Come è andata la vendemmia?” «Sicuramente non è stata un’annata facile. Ma settembre è stato un buon mese e io ho scelto di correre dei rischi sfruttandolo appieno e vendemmiando tra gli ultimi giorni di settembre e i primi di ottobre. Ho rischiato tanto ma ho raccolto un prodotto di qualità». Ma com’è fare il viticoltore in Liguria? «Non è facile. Innanzitutto per la morfologia stessa del territorio: questa vigna è relativamente agevole, con una pendenza limitata ma, per esempio, la Prioria, dove ho la bianchetta, ha una pendenza importante e non è semplice da lavorare. E poi in Liguria non è facile perché a livello istituzionale manca spesso un sostegno e tra di noi non siamo in grado di fare sistema cosa che invece altrove sono stati in grado di fare. Comunque va detto che qui a Levante, per l’iniziativa dei singoli, la viticoltura negli ultimi anni sta crescendo e c’è un bel fermento». Daniele vende la maggior parte delle sue bottiglie tra Recco e Moneglia e da un paio d’anni, grazie ad un piccolo importatore, spedisce a New York circa il 10% della sua produzione. Ma la sua vocazione non è certo commerciale e ad un certo punto della nostra chiacchierata ci regala una frase che racchiude il senso del suo essere viticoltore «Il vino si fa in vigna. E’ lì che passo tanto tempo. Intervengo il meno possibile, osservo. Fare il vignaiolo significa saper leggere tra le righe».

    Queste parole ci accompagnano anche durante la visita alla cantina che è accanto alla distilleria F.lli Parma, l’ultima attiva in Liguria, oggi gestita dal fratello di Daniele. In cantina troviamo solo acciaio, niente legno. E anche qui Daniele lavora riducendo al minimo gli interventi sul vino: «Pulizia e attenzione sono i due ingredienti fondamentali per lavorare su un vino che sia il più naturale possibile». Ci soffermiamo sull’assaggio del Berette, il vino su cui in questi ultimi anni Daniele ha investito più energia. Le berette in genovese sono le bucce. Ed è proprio sulle bucce che questo vermentino in purezza fa una macerazione di 4 giorni che diventano 6 per quello di quest’anno che assaggiamo direttamente dalla vasca di acciaio «Erano anni che provavo a fare questo vino; i primi tre anni ho buttato via tutto. L’anno scorso finalmente ho ottenuto quello che volevo».

    Al di là del fatto che il vino ha bisogno ancora di un po’ di tempo prima di arrivare all’imbottigliamento, si capisce al primo assaggio che il Berette di Daniele unisce alla freschezza del vermentino una ricchezza che al palato lo rende particolarmente avvolgente. È un vino bello e ambizioso che, nel solco della tradizione, ci racconta una storia di passione e dedizione. E da quello che vediamo nel bicchiere possiamo dire che il Berette crescerà ancora perché il tempo potrà solo giocare a suo favore.

    Chiara Barbieri

  • Il talento di Maurizio Crozza e la logica dell’appartenenza che tiene in piedi la sinistra

    Il talento di Maurizio Crozza e la logica dell’appartenenza che tiene in piedi la sinistra

    Crozza-Matteo-Salvini-12-dicembreLa bravura di Maurizio Crozza sta nel fatto che le sue non sono semplici imitazioni, ma maschere umane dotate di vita propria, archetipi universali che riescono a trascendere la figura da cui avevano tratto ispirazione. Sergio Marchionne, Massimo Ferrero, Matteo Renzi e naturalmente Antonio Razzi non sono solo caratterizzazioni grottesche: sono personaggi reali, con un loro linguaggio e una loro personalità ormai separata dagli individui in carne e ossa di cui teoricamente dovrebbero riflettere i difetti. È una capacità – questa di superare l’imitazione – che hanno solo pochissimi artisti (per esempio Corrado Guzzanti).

    Ma Crozza è anche un intrattenitore a tutto tondo. Nei suoi spettacoli televisivi sa avvalersi di tante soluzioni diverse: il momento musicale, dove i temi politici vengono ridicolizzati sfruttando il patos di canzoni celebri, oppure il momento del monologo. Qui, in particolare, il comico genovese mette a frutto tutta la sua straordinaria vis comica, rileggendo con i suoi autori la stretta attualità e riuscendo ad essere allo stesso tempo pungente e leggero. E soprattutto, riesce a fare tutto questo senza sollevare polemiche politiche.

    Pur non avendo risparmiato negli anni stilettate velenosissime a Silvio Berlusconi (basti ricordare l’apparizione a Sanremo 2013, con i fischi di qualche spettatore prezzolato), Crozza è riuscito nell’impresa di non farsi etichettare come “comico di sinistra”: e se oggi è probabilmente l’intrattenitore più popolare d’Italia, questo lo si deve alla grande cura prestata al fatto di non risparmiare nessuna forza politica, di saper mettere in ridicolo equamente tutto il variegato panorama della partitocrazia italiana.

    Si pensi alle imitazioni di Maurizio Landini e Susanna Camusso: nessuno si sarebbe mai sognato, prima di lui, di prendere in giro addirittura il sindacato dei lavoratori. Crozza invece, nel corso degli anni spesi a curare le copertine di Ballarò, ha imparato la sottile arte di deridere tutti per non farsi attaccare da nessuno: ed è così riuscito a trascorrere, quasi senza farsi notare, una carriera in continua ascesa che oggi lo proietta – direbbe Falvio Briatore – «al top».

    A questo punto vi starete chiedendo cosa questo discorso abbia a che fare con la politica. Eppure la politica c’entra. Nonostante tutto, infatti, Crozza rappresenta la naturale evoluzione del “comico di sinistra”, aggiornata ai più neutri stilemi moderni. Il talento e la comicità bipartisan sono solo l’aspetto esteriore: sotto la superficie si agitano tutti i pregiudizi del politically correct post-comunista, i quali tendono a riaffiorare soprattutto nella satira sull’attualità.

    In essa Crozza tende a far risaltare ciò che è già grottesco di per sé, consapevole che niente fa più ridere della comicità involontaria di certi nostri politici. Tuttavia non di rado gli capita di scambiare per grottesco ciò che non necessariamente lo è: ed è qui che si manifesta il fascino ancora esercitato da alcuni paletti ideologici tipici della nostra cultura d’origine. Spesso discorsi complessi sulla concorrenza al ribasso del lavoro, sull’integrazione e sulle diverse sensibilità religiose sono banalizzati e trattati alla stregua di negazioni dei diritti delle minoranze. Altre volte il nostro si impelaga in materie che richiederebbero una conoscenza specifica, come è stato nel caso della satira sulla proposta leghista di una flat tax, che, per una bizzarra coincidenza, è andata in scena proprio mentre il partito organizzava un convegno con il professore di Stanford Alvin Rabushka.

    Il problema è che il frame obbliga l’uomo di sinistra a pensare che i leghisti siano rozzi ed approssimativi: per cui, se da questa parte viene la proposta di un’aliquota unica, essa deve essere per forza insensata. Ecco dunque che un singolo articolo su un solo giornale può bastare come prova provata del fatto che la bizzarra tesi degli improvvisati economisti padani è una sonora stupidaggine, di cui si può ridere a crepapelle.

    Naturalmente le cose non sono così semplici. C’è un dibattito in corso: ci sono accademici del calibro di Robert Hall che sono convinti sostenitori della proposta; ci sono precedenti storici incoraggianti; insomma, tutto si può dire sull’argomento, tranne che meriti di essere liquidato con sufficienza durante uno spettacolo comico.

    Ovviamente non ci si può stupire se in questo contesto delle tematiche complesse sono trattate in modo approssimativo: Crozza deve pensare a far ridere; e dal momento che ci riesce molto bene, si può dire che sappia fare il suo mestiere. Il problema è un altro. Il problema è che il comico deve mettersi a citare studi ed articoli perché tutti gli altri amanti di questo “pensiero di sinistra”, dall’alto di cui dovremmo ridere degli altri, non si degnano di farlo. I postulati del “bon ton sellino-democratico” sono considerati auto-evidenti, e a nessuno è permesso discuterli senza venire etichettato come “oscurantista” o “intollerante”.

    Questo atteggiamento, però, dimostra solo che a sinistra c’è una gigantesca voragine. Dietro alla pretesa superiorità culturale, purtroppo, sta il nulla; e il vero motivo per cui non si vuole affrontare il problema è che si metterebbe in discussione il peggiore dei rimedi, che è anche l’unica cosa che ancora tiene unita quella parte: la logica dell’appartenenza.

     

    Andrea Giannini

  • “Il panorama sarà stupendo e saremo ancora capaci di apprezzarlo”

    “Il panorama sarà stupendo e saremo ancora capaci di apprezzarlo”

    letteredallaluna-azzurroE chi diamine può dirlo se esiste una salvezza. Da cosa dobbiamo salvarci? Che ne so. Qualcuno direbbe dal peccato originale, per esempio, ma personalmente non accuso questo atavico peso, non me ne vogliate. “Visioni di anime contadine in volo per il mondo”, questo ci raccontano dai paesi di domani le “Anime Salve” di De André e Fossati. E dai paesi di oggi? Io per non saper né leggere né scrivere ho iniziato da mesi a zappare e a fare l’orto. Però vivo ancora in città e qualche sera fa ho fatto un incontro tipicamente urbano: un’amica portava fuori il cane a cagare per strada, raccoglieva l’esito e lo gettava nei cassonetti dei rifiuti, dove qualche cristo sarebbe passato poco dopo a cercare qualcosa da riutilizzare. Non la vedevo da parecchi anni, ci siamo fermati a parlare. “Non me ne frega più nulla, guarda. Ho perso qualsiasi fantasia. È come se avessi intorno un guscio, quello che sta fuori, rimane fuori! Convivo con il mio ragazzo…”, vi risparmio il resto della conversazione perché è semplicissimo immaginarlo anche senza avere idea di chi sia la mia amica, solito copione: si vedono la sera a casa dopo il lavoro, sono stanchi, cena, tv, nanna presto ecc, arriverà un bambino e lo infileranno anche lui nel guscio.

    In quel momento ho pensato che salvarsi fosse riuscire a non fare mai una vita come la sua neanche per pochi mesi. Poi mi è sembrato subito un pensiero troppo semplicistico: vuoi dire che basta non avere un lavoro stabile, un cane, una casa formato nido d’amore e una tv accesa per raggiungere la salvezza? Boh, magari può essere un buon inizio, mi sono risposto, forse per rincuorarmi un po’, essendo io tutto fuorché salvo ed appagato nonostante sia libero da cane, lavoro stabile, nido d’amore e tv.

    Ho ripensato diverse volte a quell’apparentemente inutile conversazione. “Non me ne frega più nulla, guarda. Ho perso qualsiasi fantasia”. Io sto come lei. Questo è il punto. Così oggi penso a tutte le persone nate come me e la mia amica negli anni ‘80. Stiamo come lei, vero? Qualunque sia la vita che stiamo conducendo, ci immagino tutti dentro al guscio, non ce ne frega più nulla e abbiamo perso qualsiasi fantasia. È da ciò che intendo salvarmi.

    E auguro a chi ancora ha la forza per rimanere attaccato con le unghie a qualsivoglia appiglio, di riuscire a tirare fuori tutto il possibile per non mollare la presa. Arriveranno appigli più sicuri, abbastanza comodi per riprendere fiato, il panorama sarà stupendo e, soprattutto, saremo ancora capaci di apprezzarlo.

     

    Gabriele Serpe

  • New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    New York, Green Loop: parchi e orti galleggianti per lo smaltimento dei rifiuti

    1Dopo aver descritto la High Line, questa settimana parleremo di un secondo progetto, ancora nella fase iniziale, che mira a valorizzare il ruolo del “verde” ed ad accrescere gli spazi dedicati a parchi e giardini nella città di New York.
    L’idea di realizzare alcune gigantesche isole galleggianti sul mare, chiamate “Green Loop”, trae origine dalla volontà di migliorare la gestione dei rifiuti urbani, specie di quelli riciclabili ed “umidi” di una grande metropoli. New York produce, infatti, qualcosa come 14 milioni di tonnellate di scorie l’anno, il che implica costi di loro stoccaggio e trasporto per oltre 300 milioni. Tale movimentazione congestiona le strade, crea un enorme traffico, grandi quantità di anidride carbonica e notevole inquinamento atmosferico.

    2L’obiettivo degli ideatori del progetto consisterebbe nel valorizzare il “verde” cittadino, creando delle vere e proprie enormi isole sul mare, prospicenti a varie aree della metropoli. Tali spazi, sottratti all’acqua, verrebbero anche utilizzati per stoccare i rifiuti riciclabili da trasformarsi, attraverso un elaborato procedimento ecocompatibile, in compost ricco di minerali ed altamente concimante. Quest’ultimo verrebbe reimpiegato a New York o potrebbe essere eventualmente rivenduto a terzi. Nel progetto si mirerebbe a realizzare più o meno un’isola per ciascun quartiere in modo che ogni diversa area della città possa essere indipendente e possa autonomamente gestire lo smaltimento ed il riutilizzo dei propri rifiuti.

    PrintQuesti giganteschi “Green Loop” permetterebbero inoltre di sfruttare enormi, nuove estensioni di terreno, si ipotizzano almeno 135 acri, da destinare esclusivamente a spazi verdi e parchi pubblici. Da un punto di vista estetico, spunterebbero dal mare varie aree verdi galleggianti sull’acqua, tutte diverse tra loro per vegetazione, scelte progettuali e finalità di impiego.

    4I centri di lavorazione delle scorie sarebbero infatti siti all’interno degli isolotti e completamente coperti dalla folta vegetazione. Sarebbe così possibile realizzare boschetti, giardini, piste ciclabili ed orti collettivi dove crescere vegetali e verdure, magari reimpiegando lo stesso compost derivante dall’operazione di riciclo e bonifica dei rifiuti urbani.

    5Il progetto nel suo complesso è assai avveniristico ma permetterebbe, al tempo stesso, di riutilizzare rifiuti, abbattere i costi di loro smaltimento, ridurre l’inquinamento e di creare, dal nulla, numerose aree verdi dai più svariati impieghi.
    Le metropoli del futuro potrebbero quindi vedere, se questo ed altri progetti analoghi verranno realizzati, parchi e giardini che galleggiano sul mare o alberi spuntare dai balconi dei nuovi grattacieli, come nel caso del “Bosco verticale” di Stefano Boeri a Milano.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com