Tag: giovani

  • Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    Slot, ludopatia in aumento, a rischio oltre tremila giovanissimi. Ecco il vero costo della proroga delle licenze

    slotmachineA pochi giorni dalla scadenza delle licenze, Regione Liguria ha proposto una proroga dei termini previsti dalla legge. Ma da uno studio della stessa regione i dati sulla ludopatia parlano chiaro: sempre più persone cadono nelle dipendenza da gioco, e in pericolo sono soprattutto le fasce di popolazione più “debole”, cioè giovani e anziani.

    Il disturbo da gioco d’azzardo nella quinta ed ultima versione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (il principale manuale di psichiatria in uso nel mondo) pubblicata nel 2013 è ascritto tra i ”disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”; in altre parole, una patologia direttamente riferibile a quelle legate alla dipendenza.

    La sfida al Gioco d’Azzardo

    Il problema è noto da anni, e, infatti, a più riprese le amministrazioni locali si sono adoperate per provare a limitarne l’impatto sulla popolazione, cercando di tutelare soprattutto le fasce considerate “deboli”: anziani e ragazzi. Con questa “ratio”, la legge regionale 14 del 2012, varata da Regione Liguria, ha imposto che tutti gli esercizi che ospitano slot machine o giochi d’azzardo legali, siano distanti almeno 300 metri da i cosiddetti luoghi sensibili, cioè scuole, luoghi di culto, impianti sportivi, centri giovanili, strutture residenziali o semiresidenziali sociosanitarie, strutture ricettive per categorie protette. La stessa legge ha individuato il 1 maggio 2017 come termine ultimo per adeguarsi a questa normativa, mettendo quindi in scadenza le licenze all’epoca già “operative”. La norma è stata recepita dal Comune di Genova attraverso un regolamento dedicato, approvato nel 2013.

    Secondo le attivita’ di monitoraggio della Polizia municipale, con dati aggiornati a fine novembre scorso, sono 1.015 le attivita’ commerciali sul territorio comunale genovese con strumenti per il gioco lecito: di queste, 927 non sarebbero piu’ utilizzabili tra poco meno di due mesi. Di queste, 48 sono esclusivamente dedicate al gioco lecito (di cui 26 sono sale videolottery e 22 punti lotto o agenzie di scommesse), mentre le altre sono quasi tutte esercizi commerciali: 264 tabaccherie e 611 bar o pubblici esercizi. Secondo i dati riportati da Astro, associazione che rappresenta gli operatori del gioco lecito, dal 2 maggio prossimo il 96,4% del territorio comunale di Genova sara’ off limits per slot e videolottery. 

    Operatori sul piede di guerra e la sponda della Regione

    Per questo motivo, in questi giorni gli operatori del settore hanno alzato la voce. «Dalle stime fatte in questi giorni, il 2 maggio avremo 500 lavoratori che rischiano di perdere il lavoro solo a Genova. Se non si concede una proroga e non si da’ vita a un percorso complessivo per trovare una soluzione a questo problema, si rischia di innescare un disagio sociale di cui l’amministrazione se n’e’ altamente fregata in questi anni. Cosi’ si rischia di cancellare un settore». Uno scenario “ipotizzato” da Paolo Barbieri, presidente di Anva Confesercenti Liguria, durante una recente commissione consigliare a Palazzo Tursi, come riportato dall’agenzia di stampa Dire. Secondo le stime Astro, infatti, sarebbero quasi 3000 i posti di lavoro a rischio in Liguria se la legge diventasse realtà. Secondo i dati diffusi dai Monopoli di Stato, le “newslot” installate nei pubblici esercizi (bar e tabacchi) del territorio regionale sono 12.154, con oltre 2.500 esercizi commerciali coinvolti e relativi servizi di manutenzione per circa 490 posti di lavoro che, senza proroghe, tra meno di due mesi sarebbero a rischio. A questo andrebbero aggiunti anche i circa 550 dipendenti delle 110 sale vlt in tutta la Liguria, con ulteriori magre prospettive per la “sale Bingo” che vedrebbero calare drasticamente gli incassi senza slot. «Bisogna ricordare anche le pesanti ripercussioni per bar e tabacchi – ha sottolineato Barbieri – il taglio degli apparecchi porterebbe a rischio chiusura il 30% di questi esercizi». Un “mostro”, quindi, che è cresciuto a dismisura, e che ora sembra difficile debellare senza lasciare “morti sul campo”.

    L’allarme delle associazione di categoria ha trovato una sponda in Regione Liguria: l’assessore regionale allo Sviluppo Economico Edoardo Rixi (Lega Nord), ha infatti raccolto l’appello, anticipando l’intenzione dell’ente di prorogare di almeno un anno questa scadenza. Ma quali potrebbero essere i costi di questa decisione?

    I costi della proroga

    slotSecondo una ricerca del dipartimento “Salute e Servizi Sociali” della stessa Regione Liguria, però, il fenomeno legato alla dipendenza da gioco d’azzardo è in crescita, soprattutto all’interno della fasce più deboli della popolazione: anziani e giovani. Secondo la “Relazione Gioco d’Azzardo Patologico in Liguria”, presentata dalla ricercatrice Sonia Salvini, infatti, i casi di richiesta di trattamento ricevuti dai Sert liguri sono aumentati del 217% dal 2011 al 2016, passando da 116 a 368. Dalle rilevazione relative al 2016 emerge che la metà dei soggetti in carico appartiene alle classi di età dai 50 anni agli oltre 65 anni. Una fascia d’età «inedita per le dipendenze – sottolinea Sonia Salvini – che rende maggiormente evidente l’esplosività del fenomeno». Il 79% è di genere maschile, il 21% è di genere femminile. «Analizzando questi dati però bisogna tenere conto che derivano da sottostime – sottolinea Clizia Nicoilella, consigliera municpale di Lista Doria, presidente della Consulta Permanente sul gioco con premi in denarovisto che una minima parte dei “giocatori” si rivolge ai servizi, e spesso lo fa per ragioni economiche, cioè quando ha “finito” il denaro». Ma il dato allarmante riguarda i giovani: secondo questo studio il 37,1% degli studenti di 15-19 anni della regione Liguria, corrispondenti a poco più di 20mila giovani, almeno una volta durante l’anno ha giocato somme di denaro; ma non solo: sulla base delle risposte fornite al test da coloro che hanno riferito di aver giocato d’azzardo durante l’anno, per l’84,5% circa degli studenti liguri il comportamento risulta esente da rischio, per il 9% è a rischio e per poco meno del 6% è problematico. Tradotto in cifre dei circa 20.000 studenti liguri che hanno giocato nell’anno precedente alla rilevazione, sono circa 1.900 quelli a rischio e per altri 1.200 il comportamento di gioco può essere definito problematico, ad un passo, cioè, dalla patologia, quella vera.

    Scomettersi il futuro

    Come spesso accade, fatta la norma si trova l’inganno, o, come in questo caso, la proroga. Sono passati cinque anni dalla promulgazione di una legge che non vieta il gioco, ma che prova a limitarlo, allontanandolo da “prede” troppo facili: in questi anni nessuno dei diretti interessati, evidentemente, ha pensato di prepararsi alle nuove regole, invocando oggi una proroga dei termini. Ogni minuto perso, però, ha un prezzo, un prezzo che viene pagato da chi dovrebbe essere “aiutato” dalle istituzioni perché debole, perché patologicamente sconfitto dal “mostro” dell’azzardo. Ancora una volta siamo di fronte all’odioso ricatto che vede contrapposti lavoro e salute, alternativi uno all’altro: «Con Università degli studi di Genova – annuncia Sonia Salvini – stiamo dando il via ad una ricerca, che durerà un paio d’anni, finalizzata a calcolare quali siano i costi sociali del gioco d’azzardo, per confrontarli con i “ricavi” che la comunità riceve attraverso la tassazione di queste attività, per capire di che “colore” sia questo bilancio». Il risultato sarà sorprendente, c’è da scommetterci.

    Nicola Giordanella

  • Mafia, Borsellino a Genova incontra 900 studenti: «Da voi la forza per continuare la lotta di Paolo»

    Mafia, Borsellino a Genova incontra 900 studenti: «Da voi la forza per continuare la lotta di Paolo»

    doria-borsellino-mafia«Da questi giovani vengo a prendere la speranza e vengo a prendere la forza per continuare la mia lotta per la verità e per la giustizia che, purtroppo, è una lotta senza fine, che farò fino all’ultimo giorno della mia vita». Una lotta «per la giustizia e per quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo ma che non riuscì a sentire perché sacrificò la sua vita per questo Stato». Così, Salvatore Borsellino, fondatore del movimento “Agende Rosse” e fratello del magistrato Paolo Borsellino vittima della strage mafiosa di via D’Amelio, si rivolge ai circa 900 studenti di 8 scuole metropolitane genovesi e 3 alessandrine durante l’incontro su legalità, sicurezza e giustizia organizzato questa mattina a Genova, al Teatro della Corte. «Ci sono stati lunghi anni dopo il 1992 in cui ho smesso completamente di parlare perché avevo perso la speranza», ammette Borsellino, come riporta l’agenzia Dire. «Ho smesso di parlare a nome di mio fratello – spiega – che ha avuto speranza fino all’ultimo giorno della sua vita, proprio grazie ai giovani. Lo scrisse anche nella sua ultima lettera la mattina del 19 luglio (poco prima di essere assassinato, ndr). Io non sono Paolo, ci ho messo del tempo a capirlo e quando ho capito che cosa fosse la speranza di Paolo, ho ricominciato a parlare».

    Il fratello del magistrato coglie l’occasione per un deciso attacco al presidente della Repubblica, già giudice della Corte costituzionale. «Mi aspetterei qualcosa di più concreto dal presidente Sergio Mattarella, per esempio delle parole di conforto e di incoraggiamento per magistrati che oggi continuano la battaglia di Paolo, come Nino Di Matteo, che a Palermo è sottoposto a minacce di morte quotidiane e che purtroppo da parte delle istituzioni non riceve nessun messaggio di solidarietà». Borsellino afferma di aver «sollecitato le nostre istituzioni perché lancino messaggi di solidarietà nei confronti di Nino Di Matteo ma ho ricevuto risposte soltanto dal presidente del Senato, Pietro Grasso, e da nessun altro».

    L’incontro di questa mattina è stato organizzato con il patrocinio del Comune e della Città metropolitana di Genova. «È molto importante che questo messaggio sia trasmesso e condiviso dai giovani – afferma il sindaco, Marco Doria – anche in Sicilia i momenti più forti di mobilitazione contro la criminalità organizzata sono stati momenti in cui i giovani sono stati colpiti da eventi tragici e si sono mossi per dire no alla mafia». Il primo cittadino ricorda però che «la legalità non è solo un problema di lotta alla mafia e alla criminalità organizzata ma è il rispetto delle istituzioni, il rispetto delle regole a 360 gradi».

    Per arginare la mafia, infatti, Doria spiega che amministrazioni e cittadini possono usare tre leve: «L’azione coordinata e intelligente delle forze di polizia, dei carabinieri e della magistratura; una grande cultura della legalità; l’azione per rimuovere tutte quelle condizioni sociali che favoriscono le azioni e la presenza della criminalità».

    All’incontro prende parte anche Valeria Fazio, procuratore generale di Genova: «Bisogna insegnare ai ragazzi che il rispetto delle regole difende soprattutto chi non è forte, chi è più debole e serve a garantire l’uguaglianza delle opportunità fra di loro», spiega Fazio. «La forza libera – conclude il procuratore generale – è la forza che premia solo i più forti, che possono essere forti per caso, perché prepotenti o perché favoriti dal destino. Quindi le regole difendono veramente uguaglianza e possibilità per tutti ragazzi».

  • Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Oktoberfest e Festa dell’Unità, i baristi del centro storico contro il Comune nella “guerra della movida”

    Hb birraAncora un’edizione extralarge dell’Oktoberfest, ancora una levata di scudi delle associazioni dei commercianti che lamentano l’eccessiva lunghezza della festa della birra bavarese in programma in piazza della Vittoria dall’8 al 25 settembre prossimi. A sollevare il problema è il presidente di Fiepet Confesercenti Genova, Antonio Fasone, che punta il dito anche contro la consueta Festa dell’Unità, in piazza Caricamento dal 25 agosto al 10 settembre. «Si tratta, in entrambi i casi, di manifestazioni che, in virtù della loro lunga durata, hanno un impatto pesante sui pubblici esercizi in sede fissa e per questo motivo dovrebbero essere regolamentate. Per quanto riguarda l’Oktoberfest, fra l’altro, fino al 2014 avevamo concordato con il Comune una durata massima di nove giorni. Ma già l’anno scorso l’amministrazione non ha tenuto conto in alcun modo di tale intesa e, senza nemmeno consultarci, ha autorizzato gli organizzatori a raddoppiare i giorni, da nove a diciotto».

    Dodici mesi dopo, il problema si è riproposto, identico. «Ancora una volta l’Oktoberfest durerà due settimane abbondanti e, nel frattempo, anche la Festa dell’Unità continua a snodarsi su tre settimane senza limitazioni sull’orario di somministrazione degli stand, che da anni chiediamo possa essere limitato alla sera», aggiunge Fasone. Per la verità, a fronte della nuova sollecitazione di Confesercenti, l’assessore allo sviluppo economico del Comune di Genova, Emanuele Piazza, ha aperto la porta a un confronto per le manifestazioni a venire, dicendosi pronto a incontrare le associazioni a settembre «nell’obiettivo di avviare un percorso di analisi della situazione esistente su tale tipologia di manifestazioni e stabilire, quindi, idonee regole condivise e trasparenti». Ma le date di Oktoberfest e Festa dell’Unità 2016, ormai, non si possono più toccare.

    «Anche noi – spiega Alessandro Cavo, Ascom-Confcommercio – abbiamo chiesto alla Regione, da mesi, di adottare un regolamento sulle sagre sulla falsariga di quello in vigore in Lombardia, perché tali manifestazioni vanno normate in maniera da portare valore aggiunto al territorio mentre oggi, spesso, si limitano a fare razzia nei confronti di chi fa ristorazione in maniera professionale e deve già sottostare a tutta una serie di controlli ulteriori. Per fare un esempio, una sagra dell’asado a Genova o nell’entroterra non ha nessun senso; ben vengano, invece, iniziative capaci di generare indotto come Slow Fish, a cui infatti partecipano anche i ristoratori genovesi tramite lo stand di Genova Gourmet».

    Il distinguo tra Ascom e Confesercenti sorge, invece, proprio quando si parla di Oktoberfest. Contrarissimi i secondi, decisamente più concilianti i primi. «Nel momento in cui non arreca danni economici alle attività della zona, non abbiamo nulla in contrario alla sua organizzazione. Fra l’altro, nel corso degli anni l’Oktoberfest ha fatto anche dei passi avanti dal punto di vista della comunicazione con il territorio» spiega Cavo, che non ravvisa neppure contraddizioni nella scelta del Civ di Piazza della Vittoria di partecipare all’organizzazione: «È una scelta che il consorzio ha fatto in maniera assolutamente autonoma e indipendente».

    Confesercenti, invece, non ci sta. «L’apertura del Comune è sicuramente positiva, ma arriva comunque troppo tardi e non capiamo perché si sia lasciato passare un intero anno senza prendere provvedimenti, dato che avevamo sottoposto il problema fin dall’anno scorso e che, quindi, la questione era ben nota» riflette il direttore provinciale, Andrea Dameri. «Non capiamo, poi, come l’amministrazione autorizzi e addirittura incentivi manifestazioni temporanee che prevedono la somministrazione di bevande alcoliche, ma allo stesso tempo pregiudichi il lavoro di migliaia di esercenti in sede fissa costretti ad anticipare l’orario di chisura delle proprie attività, pur avendo sempre agito nel rispetto delle regole».

    Il riferimento, naturalmente, è alla contestatissima ordinanza anti-movida con la quale, nei mesi scorsi, il Comune di Genova ha imposto la chiusura anticipata all’una di notte, con proroga alle due il venerdì, sabato e nei prefestivi, a tutti i bar del centro storico e di Sampierdarena, indipendentemente dal fatto che questi abbiano violato o meno le norme in materia di somministrazione di alcolici a minori o in contenitori di vetro oltre l’orario consentito. Un provvedimento che la stessa Confesercenti, insieme ad Ascom, ha impugnato di fronte al Tar e che quindi, nei prossimi mesi, potrebbe anche essere clamorosamente sconfessato dal tribunale amministrativo.

    moretti-movida-centro-storico-DIIntanto, però, quell’ordinanza è in vigore e se, da un lato, aiuta i residenti a dormire sonni tranquilli, dall’altro il sonno finisce per toglierlo agli esercenti. «Mentre noi del centro storico dobbiamo chiudere all’una, i bar del Porto Antico possono andare avanti fino alle tre, e questa è una situazione di evidente disparità: anche perché se la ragione è la tutela della quiete pubblica, come mai non si pensa pure agli abitanti di via del Molo?» si domanda Giancarlo Sgrazzuti, gestore dello storico Bar Moretti di via San Bernardo. «Davvero, non capisco quale sia il senso di certe decisioni, se non la volontà di incanalare la movida in certe zone della città e non in altre. Poi, mi tocca pure vedere lo stemma del Comune sugli striscioni dell’Oktoberfest, una manifestazione che sostanzialmente consiste nel bere birra a fiumi, e allora penso che davvero esistano delle situazioni assurde. È chiaro che durante la festa della birra tutti noi lavoriamo molto meno, ma il punto non è nemmeno questo. Il punto – attacca Sgrazzuti – è capire se il Comune intenda davvero contrastare l’abuso di alcol, o se invece non faccia semplicemente figli e figliastri, favorendo sempre gli stessi. Ad esempio, pensate solo a chi ha potuto allestire un maxitendone in piazza Piccapietra per tutto il mese degli Europei: gli stessi che oggi organizzano l’Oktoberfest».

    D’altra parte, aggiunge “mister Moretti” «fare abbassare a tutti le saracinesche una o due ore prima la sera, non serve nemmeno a contenere il consumo di alcol fra i giovanissimi: i ragazzini di 14-15 anni sono i primi a uscire la sera, ben prima di mezzanotte, per cui è ovvio che anticipare la chiusura dei locali non serve a nulla e le chupiterie della zona di San Donato continuano a lavorare a pieno regime, con i loro colpi a 1 euro o poco più. Meglio sarebbe controllare gli abusivi e punire solo quelli. Senza contare che attività come la nostra forniscono anche un servizio ai cittadini: banalmente penso ai bagni che il Moretti ha sempre messo a disposizione di tutti, clienti e non. Insomma, chiudendo i bar viene meno un presidio ma non si risolve assolutamente il problema dell’alcol, anzi, forse lo si aggrava pure, perché chi vuole continua a bere per strada, senza alcun controllo. E ditemi voi cosa è peggio».

  • AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    AZ Genova, l’alfabeto civico: in viaggio per la città fra provocazione e degrado

    a-z-sottopassaggio-chiusoSi chiama AZ Genova, un nuovo progetto made in Zena online da una quindicina di giorni. Possiamo definirlo come un alfabeto per immagini provocative che vogliono far riflettere sulla fruizione di alcune zone della città e, più in generale, sul periodo storico difficile che sta attraversando Genova e la sua popolazione. Ogni lettera dell’alfabeto rappresenta un tema, un punto di partenza. Abbiamo parlato con uno degli ideatori del progetto. Vediamo cosa ci ha raccontato.

    La prima domanda che sorge spontanea cliccando sull’indirizzo è: perché in inglese? Perché si tratta dell’emanazione di un progetto più ampio e di respiro internazionale chiamato  “Look at Your city”. Tranquilli. L’orgoglio genovese non sarà tradito, si pensa alla pubblicazione a breve di una versione italiana e, addirittura, anche in zeneize.

    Gli ideatori sono Marco e Luca Picardi, due fratelli genovesi, uno impegnato nella cooperazione internazionale l’altro designer. AZ è, come detto, l’emanazione dell’iniziativa Look At Your City, un progetto che in molti hanno aiutato a realizzare, l’elenco sarebbe troppo lungo… ci raccontano i fratelli. Un progetto che vuole connettere e rendere consapevoli persone e città. Una sorta di osservatorio spontaneo e provocatorio sul luogo nel quale si vive.

    Questo “racconto” di Genova parte dalla crisi in corso, o più probabilmente dai disastri dall’ennesima alluvione, e prende forma in pochi giorni. Ad esempio: “lo stato di crisi della città, lentamente sta emergendo come realtà permanente”/ “Genova è la città che ha impiegato un tempo lunghissimo a costruire la metropolitana più breve (forse) del mondo”

    Ventisei interazioni in due giorni, si legge sul sito, che cosa significa? «Tutto ciò che si vede è stato ideato, progettato e realizzato in due giorni. Siamo partiti da tre elementi: osservare, localizzare e permeare. Camminando per Genova senza meta l’abbiamo osservata notando luoghi e particolari che spesso sfuggono. Abbiamo chiacchierato con le persone, sono emerse le problematiche. Una volta individuati i problemi abbiamo provato a dare delle risposte, quelle che vedete ad ogni lettera dell’alfabeto. La nostra intenzione è diffonderle per creare una relazione fra il tema-problema e i cittadini».

    Avete pensato ad eventi pubblici a completamento delle vostre intenzioni? «Per ora vogliamo soltanto vedere come si sviluppa la risposta al progetto. Se in seguito emergerà la voglia di fare qualcosa di più, certamente valuteremo tutte le opzioni possibili e realizzabili».

    Il claim dell’iniziativa è “attivismo effimero”, mi spiegate meglio? «L’idea era di utilizzare poche risorse insieme ad un approccio fai-da-te per creare delle interazioni spontanee in modo da generare uno scambio di idee per sfidare alcuni preconcetti esistenti. Effimero perché il processo, proprio per come è costruito, crea qualcosa che non può durare sul piano fisico a lungo e che è di conseguenza effimero».

    Cosa pensate di ottenere con questa iniziativa? Cercate anche legami con le istituzioni?

    a-z-degrado-deiezione«Il sito è solo un’interpretazione della città che speriamo possa essere una provocazione per promuovere maggiore azione civicaVuole essere una nuova mappa di Genova non basata sulla geografia, ma su temi/problemi attuali. Speriamo possa spingere a ripensare come affrontarli. Vedendo un parcheggio di Piazza Dante trasformato temporaneamente in un mini-parco, o una bandierina sugli escrementi di un cane, forse si è portati a ripensare come ragionare sui beni comuni. Se poi le istituzioni vorranno collaborare per fare qualcosa in più, beh… sono i benvenuti!»

    Insomma per il momento AZ Genova è un punto di partenza, anche se ha già ricevuto, racconta Marco, i complimenti di alcuni genovesi ed è stato lo spunto per altre città nel mondo per realizzare una cosa simile. I contatti sono arrivati da Estonia e Zimbabwe.

    Scorrendo lettera dopo lettera, scopriamo un ritratto di Genova inquietante ma molto meno effimero di quello che probabilmente era nelle intenzioni degli autori. C’è da riflettere…

     

    Claudia Dani

  • Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    Garanzia Giovani Liguria: piano europeo contro la disoccupazione giovanile

    regione-liguriaIl primo maggio 2014 è ufficialmente partita la Garanzia Giovani (Youth Guarantee), il piano europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile che prevede l’erogazione di finanziamenti – per i Paesi membri con tassi di disoccupazione superiori al 25% – destinati a politiche attive di orientamento, istruzione, formazione e inserimento al lavoro, al fine di sostenere i giovani (dai 15 ai 29 anni) non impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not in Education, Employment or Training).
    Il Programma Operativo Nazionale individua le azioni comuni su tutto il territorio italiano, mentre ogni Regione ha adottato il proprio piano attuativo. Per la Liguria parliamo di oltre 27 milioni di euro (M) da investire – nel biennio 2014/15 – per contrastare l’emergenza lavoro con misure tradizionali, quali la formazione (circa 9 M dei complessivi 27 M), i tirocini extra curriculari (5 M), l’accoglienza, la presa in carico e l’orientamento (1,8 M), gli incentivi fiscali alle imprese (il cosiddetto “bonus occupazionale” che sarà gestito dall’Inps; 2,7 M in Liguria), ed altri interventi più innovativi, come l’accompagnamento al lavoro (3,9 M), il sostegno all’autoimpiego e all’imprenditorialità (3,2 M), la mobilità professionale transnazionale e territoriale (798 mila euro), il servizio civile (500 mila euro).
    Alla data del 12 giugno si sono registrati a Garanzia Giovani 82.713 ragazzi/e, 51.784 lo hanno fatto attraverso il sito nazionale (www.garanziagiovani.gov.it) e 30.929 attraverso i portali web regionali. In Liguria finora è stata raggiunta quota 547 (ovvero, in termini percentuali, lo 0,7% del totale).

    cercare-lavoroIl programma Garanzia Giovani è attentamente monitorato – ogni settimana – dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per verificare l’effettiva funzionalità degli interventi, e viene rendicontato alla Commissione Europea che ha istituito una premialità per le nazioni virtuose, capaci di utilizzare gli strumenti in modo efficace, e nel contempo toglierà risorse a chi non sarà in grado di usarle in maniera adeguata, già durante il corso del programma e non soltanto al termine. Le Regioni hanno una funzione di coordinamento della rete dei servizi pubblici per l’impiego (e privati accreditati) – chiamata a gestire la fase di accoglienza e orientamento, per individuare singoli percorsi individuali in linea con le rispettive attitudini, nonché esperienze professionali – e dovranno eseguire l’attività di monitoraggio degli interventi, allo scopo di osservare il processo di attuazione delle misure, i servizi erogati, il numero ed il profilo dei beneficiari, l’avanzamento della spesa.
    Il piano è un’occasione importante per le imprese che potranno beneficiare delle agevolazioni previste nei diversi territori regionali. Il Ministero sta coinvolgendo le aziende attraverso la sottoscrizione di protocolli con le principali associazioni di categoria. Sono previsti bonus occupazionali per le nuove assunzioni ed incentivi specifici per l’attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, o la trasformazione di un tirocinio in contratto di lavoro; inoltre, strumenti di accesso al credito sono messi a disposizione dei giovani per favorire l’autoimprenditorialità e l’autoimpiego. Per accedere a tali benefici le aziende rispondono ad avvisi pubblici e bandi regionali, nei quali sono indicate modalità di partecipazione e prerequisiti necessari.

    «Considerato che nella nostra regione il 21% dei giovani non studia e non lavora, penso sia prioritario intervenire nell’efficientamento delle strutture pubbliche deputate all’incontro tra la domanda e l’offerta nel mercato del lavoro – ha recentemente affermato il consigliere regionale d’opposizione Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – La Liguria ha di fronte a sé la grande sfida del progetto europeo Garanzia Giovani. È importante che, in questa prospettiva, i Centri per l’impiego (Cpi), porta di accesso alla Garanzia Giovani, arrivino preparati in termini di efficienza, risorse ed organizzazione. Inoltre, la Liguria a differenza di altre Regioni, ha scelto di non creare un portale ad hoc per il progetto. A mio parere occorre rimediare subito, visto che internet, per il 62% di ragazzi/e, è lo strumento privilegiato di informazione, anche quando si tratta di cercare un lavoro».

    Lorena Rambaudi, assessore alle politiche sociali della Regione Liguria e coordinatore nazionale della Commissione politiche sociali della Conferenza delle Regioni, su Servizio Civile, Regioni e Garanzia Giovani, conferma «La Garanzia Giovani è una buona opportunità e allo stesso tempo una grande sfida. Infatti, dovremo essere capaci di concretizzare le azioni progettate nel piano attraverso i servizi che abbiamo a disposizione. L’obiettivo è avvicinare il mondo della formazione scolastico-professionale dei ragazzi con il mondo delle imprese e del lavoro, due universi oggi ancora troppo distanti».
    «Il servizio civile è uno degli assi di intervento previsti dal programma, alcune Regioni hanno deliberato risorse importanti in merito – continua Rambaudi – Teniamo conto che spesso l’esperienza formativa del servizio civile si trasforma in concreta opportunità occupazionale. A livello nazionale abbiamo cercato di chiarire come orientare i fondi disponibili. Per le Regioni dotate di leggi sul servizio civile regionale, questo è il caso della Liguria, i finanziamenti saranno orientati in tal senso. Per le Regioni che non hanno proprie specifiche leggi, invece, l’idea è quella di fare un unico bando di servizio civile nazionale 2014-15, al quale saranno unite le risorse della Garanzia Giovani. In Liguria parliamo di 500 mila euro destinati al servizio civile regionale, non tramite bandi ma, come stiamo già facendo, attraverso collaborazioni con enti accreditati (patti di sussidiareità), un sistema più flessibile in grado di adattarsi per coinvolgere singoli giovani».

    La Giunta regionale, con Delibera n. 503 del 29 aprile scorso, ha approvato lo Schema di Convenzione con il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per la realizzazione in Liguria del Programma Operativo Nazionale per l’attuazione della Iniziativa Europea per l’Occupazione dei Giovani. La data prevista per l’avvio delle attività è il 1° maggio 2014, e la durata è fissata al biennio 2014-2015. Per la realizzazione del Programma alla Regione Liguria sono attribuite risorse complessive pari a euro 27.206.895,00. Il suddetto importo è così suddiviso per ognuna delle misure previste: Accoglienza, presa in carico e orientamento € 1.816.000,00; Formazione € 9.075.480; Accompagnamento al lavoro € 3.934.700; Apprendistato € 0; Tirocinio extra-curriculare, anche in mobilità geografica € 5.025. 350,00; Servizio civile € 501.500,00; Sostegno all’autoimpiego e all’autoimprenditorialità € 3.276.400; Mobilità professionale transnazionale e territoriale € 798.465,00 Bonus occupazionale € 2.779.000,00.

    “La Regione si impegna a predisporre la dichiarazione delle spese sostenute in qualità di Organismo Intermedio, da inviare all’Autorità di Gestione e all’Autorità di Certificazione del PON-YEI (Programma Operativo Nazionale-Youth Employment Initiative, ndr)”, sottolinea la Convenzione. La Regione “si impegna ad eseguire i controlli di primo livello […] anche in loco presso i beneficiari delle operazioni, al fine di verificare la corretta applicazione del metodo di rendicontazione stabilito attraverso l’esame del processo o dei risultati del progetto; a fornire al MLPS (Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, ndr) DG Politiche Attive e Passive del Lavoro tutta la documentazione relativa allo stato di avanzamento degli interventi, necessaria in particolare per l’elaborazione della Relazione annuale di attuazione e della Relazione finale di attuazione del PON-YEI; a predisporre monitoraggi semestrali sugli stati di avanzamento delle attività”. Infine “Qualora le risultanze del monitoraggio evidenzino disallineamenti nell’implementazione del Piano di Attuazione Regionale della Garanzia per i Giovani, la Regione e il Ministero concordano di porre in essere interventi mirati di rafforzamento, ivi inclusa la possibilità di un affiancamento da parte del Ministero del Lavoro e delle sue agenzie strumentali e di eventuali condivisi interventi in sussidiarietà”.

    «Nei confronti della Garanzia Giovani è stato manifestato un notevole interesse, sia da parte delle istituzioni pubbliche, che dai soggetti imprenditoriali privati – spiega Michele Scarrone, direttore della Direzione Politiche Formative e del Lavoro, Provincia di Genova – Noi svolgeremo un ruolo di coordinamento, in stretto raccordo con la Regione. Stiamo definendo gli ultimi passaggi in tal senso. La fase di accoglienza e orientamento sarà a carico dei Centri per l’impiego che dovranno monitorare le azioni compiute dagli utenti del programma. Per quanto riguarda alcune delle misure previste, l’intenzione è di promuoverne lo sviluppo attraverso soggetti diversi: enti di formazione, agenzie del lavoro (ad esempio l’accompagnamento al lavoro), associazioni di categoria (tirocini, apprendistato, ecc)». Secondo Scarrone «La Garanzia Giovani vuol dire più risorse economiche, e l’opportunità di focalizzare tali risorse sullo specifico target dei “giovani”, categoria che sta pagando il prezzo più alto della crisi. Non vedo misure particolarmente nuove, parliamo di accogliere le persone, orientarle, indirizzarle alla formazione, oppure verso esperienze di tirocinio e apprendistato, a seconda delle singole peculiarità e necessità. Da questo punto di vista, le azioni sono pressoché le stesse che ormai da anni stiamo portando avanti. Tuttavia, in Italia, la loro diffusione è avvenuta a macchia di leopardo. E determinati territori sono rimasti indietro. Ma non parliamo della Liguria dove esistono le buone pratiche, ad esempio nel campo della formazione e dei tirocini, punti di forza dei Cpi della Provincia di Genova (leggi l’approfondimento, ndr)».

    Uno degli aspetti più importanti del programma è il maggiore coinvolgimento delle imprese «Tramite la sottoscrizione di protocolli con le associazioni di categoria, a partire da Confindustria – sottolinea il direttore Scarrone – Le imprese, in Liguria, confluiranno dentro un Ati (associazione temporanea d’impresa) che erogherà i servizi non erogati direttamente dai Centri per l’impiego (quindi attivazione di tirocini e contratti di apprendistato, ecc). Ovviamente in stretto rapporto con i Cpi. A breve dovrebbe uscire uno specifico bando regionale».
    Infine, la Garanzia Giovani potrebbe essere l’occasione propizia per «Ripensare il funzionamento del sistema di governance dei servizi pubblici per l’impiego (vedi l’inchiesta, ndr) – conclude Scarrone – La situazione, però, è complicata, perchè se da un lato si sta ipotizzando un nuovo sistema in grado di superare le frammentazioni e consentire un lavoro sinergico a livello centrale e locale, dall’altro si procede a smantellare quello esistente. Mi riferisco alla cancellazione delle Province, enti commissariati che oggi gestiscono i Cpi. Il problema è tenere insieme le due cose, garantendo la capacità di erogazione dei servizi. Noi siamo stati coinvolti nella definizione del piano contro la disoccupazione giovanile, ma è del tutto evidente che abbiamo un problema di sotto rappresentanza politica. Inoltre, la continua incertezza sulla futura attribuzione delle competenze, complica la rilevazione dei fabbisogni del territorio».

     

    Matteo Quadrone

  • Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    Consiglio comunale, Scarpino e Buridda: la riapertura della discarica e gli uffici pubblici all’ex Garaventa

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Giornata particolarmente intensa quella trascorsa ieri nella Sala Rossa di Palazzo Tursi, dove i consiglieri comunali si sono confrontati su alcune delle questioni più calde in città, scaldando i motori in vista della prossima discussione sul bilancio. All’ordine del giorno sono, infatti, stati iscritti due articoli 55, discussioni aperte dalla giunta e seguite da un intervento per ciascun gruppo consiliare, sulla situazione di Scarpino e sullo sgombero del Lsoa Buridda e la successiva occupazione dell’ex scuola Garaventa.

    Dopo un antipasto colorito del leghista Edoardo Rixi che ha piazzato sotto i banchi della giunta due sacchi di spazzatura dicendo che non avrebbe saputo dove altro conferirli, la continua emergenza Scarpino è tornata a far discutere il Consiglio comunale. La discarica, come previsto dall’ordinanza della Provincia, nella notte è stata nuovamente chiusa nell’ansiosa attesa del responso dei tecnici della Protezione civile nazionale che, in giornata, dovrebbe dare il via libera alla riapertura ordinaria.

    Ma se ciò non dovesse accadere? Se questa malaugurata ipotesi dovesse verificarsi, l’assessore Garotta ha annunciato, per la prima volta senza alcuna ambiguità, che il sindaco sarebbe pronto a firmare l’ordinanza che consentirebbe di continuare a scaricare la “rumenta” a Scarpino. Certo, bisognerebbe fare anche molta attenzione alle motivazioni con cui gli esperti della protezione civile confermerebbero la chiusura «perché – come sostiene provocatoriamente Enrico Pignone, capogruppo Lista Doria e senza dubbio il più esperto della tematica tra i consiglieri (e, probabilmente, non solo) – a quel punto si ammetterebbe un serio rischio di incolumità per gli abitanti di Sestri per cui dovrebbe essere approntato un piano di evacuazione. Speriamo che queste preoccupazioni rimangano solo parole e, da un problema quale è, Scarpino non si trasformi in un incubo, come successo a Napoli».

    L’assessore comunale all’Ambiente sembra comunque ottimista: «Non abbiamo certo elementi per anticipare l’esito dei tecnici – ha detto Garotta – ma i dati topografici raccolti in questi ultimi giorni proprio su input della protezione civile nazionale confermano che non ci sono spostamenti di rifiuti all’interno della discarica».

    Ecco allora aprirsi l’orizzonte sul futuro, un futuro che i consiglieri avranno ampiamente modo di discutere nel corso di un’apposita seduta di commissione giovedì e di una seduta monotematica di Consiglio comunale, in calendario martedì prossimo. «Ma anche se Scarpino riaprisse – anticipa i tempi il capogruppo del Pdl, Lilli Lauro – che cosa succederà poi?».

    Una preoccupazione ripresa anche da Simone Farello: «Il problema di Scarpino – ha detto il capogruppo del Pd– non può essere risolto solo con un cambiamento del soggetto che emana la deroga (dalla Provincia al sindaco, ndr). La delibera sulle partecipate (qui l’approfondimento) prevedeva che Amiu presentasse un piano industriale dettagliato (qui le anticipazioni ad Era Superba del presidente Amiu Marco Castagna): mi sembra che dopo 7 mesi sia giunto il momento che questo piano arrivi». Farello mette anche sul piatto un altro tema non proprio da sottovalutare e che chiama in causa l’ormai prossima costituzione della Città Metropolitana (qui l’approfondimento): «Riterrei sciagurato – ha detto l’ex assessore alla Mobilità – che il Comune non si assumesse la responsabilità di affrontare anche i problemi di tutti gli altri Comuni limitrofi che ad oggi conferiscono a Scarpino». In altre parole: occhio perché con l’ordinanza potremmo risolvere in parte la nostra emergenza ma che cosa succede a chi tra qualche mese sarà un tutt’uno con noi?

    Aggiornamento ore 17.10, la Provincia conferma riapertura ordinaria di Scarpino

    “Dall’esame della documentazione – comunica il commissario della Provincia Piero Fossati in una nota stampa – sono emersi elementi confortanti sulla stabilità e su tutte le altre questioni tecniche del sito di Scarpino. Su questa base la Provincia entro le prossime 24-48 emanerà l’atto, sul quale sono già al lavoro i tecnici, per la revoca della sospensione
    dell’attività della discarica”.

    Questione Buridda

    >> Intervista a Bernini e la voce del Lsoa Buridda

    Lsoa BuriddaGrande attesa c’era anche per le conseguenze politiche dopo la mala gestione della situazione Buridda. Conseguenze che al momento non sembrano essere così immediate. In realtà, come ammesso dallo stesso Doria, l’assessore a Diritti e Legalità Elena Fiorini aveva rimesso il proprio mandato nelle mani del sindaco con una lettera in cui veniva comunque chiarito il lavoro svolto nel tentativo di risolvere la questione. Ma il primo cittadino le ha confermato piena fiducia: «Ho apprezzato la lettera dell’assessore – ha dichiarato in Sala Rossa il primo cittadino durante un lungo intervento in cui ha ripercorso tutte le tappe che hanno portato alla situazione odierna – e ho ritenuto di non ravvisare nel suo comportamento delle responsabilità specifiche e gravi tali da indurmi ad accettare le sue dimissioni». Crisi scongiurata, dunque. Almeno per il momento.

    Dopo i toni piuttosto accesi che nei giorni passati avevano lasciato presupporre l’ennesima spaccatura in seno alla maggioranza, con un batti e ribatti sui social network e sulle pagine dei quotidiani locali tra il Pd e la Lista Doria, si attendeva anche una sorta di resa dei conti riguardo la partecipazione delle consigliere Bartolini e Pederzolli alla manifestazione di sabato scorso poi sfociata nell’occupazione della Garaventa. Ma sull’argomento hanno fatto leva soprattutto gli interventi dell’opposizione, che hanno chiesto tra l’altro le dimissioni dei due membri di Lista Doria, mentre il capogruppo Pd, Simone Farello, stemperando in parte i toni accessi soprattutto dal segretario provinciale del suo partito, si è limitato a sottolineare come «le istituzioni debbano essere coese al loro interno. Siamo i primi ad avere grande rispetto per le piazze e le manifestazioni ma queste hanno un senso solo se conducono alla soluzioni dei problemi che vanno raggiunte dentro alle istituzioni democratiche».
    Lista Doria, dal canto suo, respinge gli attacchi degli ultimi giorni con le parole del capogruppo Enrico Pignone che sottolinea, ancora una volta, come la manifestazione non fosse contro il sindaco o la giunta: «Era doveroso essere presenti perché bisogna restare in ascolto di quei giovani. Mantenere un dialogo assieme all’Arci e alla Comunità di San Benedetto non è un atto rivoluzionario contro l’amministrazione». Da registrare anche come le due consigliere più giovani dell’emiciclo abbiano incassato la solidarietà del grillino Putti: «Mi scuso con chi ha partecipato alla manifestazione perché non ero con loro. Alle consigliere di Lista Doria non dico nulla perché sarei andato con loro».

    Di certo la questione Buridda non può essere liquidata in questa maniera ma è difficile intravedere una soluzione in tempi rapidi. La speranza, come sottolineato dai consiglieri di maggioranza che sono intervenuti nel dibattito, è che riparta quanto prima il dialogo e il confronto tra le parti e che possa essere decisamente più fruttuoso di quanto non sia stato finora. Ma le difficoltà a trovare un punto di incontro sono oggettive: da un lato, il collettivo del Buridda ha sempre recriminato sull’insufficienza degli spazi al primo piano del Mercato del pesce, concesso con un accordo risalente al dicembre 2011 con cui veniva anche istituita l’associazione cittadina degli spazi autogestiti con don Gallo come garante; dall’altro, l’Amministrazione sostiene di non avere in centro la disponibilità di spazi equivalenti a quelli precedentemente occupati dai ragazzi ma che sia per l’edificio di via Bertani (come ci aveva ben spiegato il vicesindaco Bernini) sia per l’ex scuola Garaventa (in cui è previsto il trasferimento di uffici e servizi pubblici attualmente in strutture per cui il Comune è costretto a versare un canone d’affitto) vi sono altri progetti.

    Ma nel frattempo che fine faranno tutte le attività del laboratorio? «Di tutte le attività che i ragazzi del Buridda in questi anni hanno offerto alla città – ha sottolineato nel suo intervento il capogruppo del M5S, Paolo Putti – qua dentro abbiamo parlato pochissimo. Abbiamo parlato, invece, di soldi da recuperare con la vendita di immobili o con lo spostamento di alcuni servizi: ma quanto valgono i laboratori organizzati tutti i giorni dal Buridda? Dobbiamo riconoscere i giovani e lasciargli spazi: non dobbiamo tarpargli le ali ma accompagnarli nella mediazione con la comunità che sta attorno a loro». Difficile dargli torto.

     

    Simone D’Ambrosio 

  • Buridda, i ragazzi del Lsoa rispondono a Bernini. Mercato del Pesce? Le ragioni del no

    Buridda, i ragazzi del Lsoa rispondono a Bernini. Mercato del Pesce? Le ragioni del no

    sgombero-buriddaNon poteva tardare la riposta del Buridda al quadro tracciato su Era Superba dal vicesindaco Bernini che ha ricostruito le tappe che hanno portato allo sgombero e ha anticipato che cosa potrebbe accadere nel futuro. I ragazzi del collettivo, dopo lo sgombero, il corteo e l’assemblea di ieri sera e prima del volantinaggio di stamattina sotto palazzo Tursi alla ricerca di un incontro con il sindaco, hanno letto quanto dichiarato ieri a Era Superba dal vicesindaco e si sono resi disponibili a fare il quadro della situazione dalla loro prospettiva. Con un punto ben fermo: l’avventura del Laboratorio sociale non finisce così ma, almeno per il momento, non potrà continuare neppure negli spazi al primo piano del mercato del pesce ritenuti assolutamente non adeguati alle esigenze.

    « La trattiva – ricorda un membro del collettivo – è inizia all’incirca 6 anni fa con termini molto semplici: tutti gli spazi occupati, Buridda, Tdn, Zapata e Pinelli dovevano essere assegnati regolarmente con contratto d’affitto abbattuto del 90% (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr). Il Pinelli doveva andare nello spazio in muratura che hanno ora, per lo Zapata il Comune avrebbe dovuto comprare l’attuale struttura del Demanio, il Tdn sarebbe stato sottoposto a grandissimi lavori di ristrutturazione e messa in sicurezza nell’ambito della costruzione della moschea, il Buridda sarebbe stato spostato in luogo idoneo per vendere il palazzo di via Bertani».

    Un luogo idoneo che, però, non può essere il primo piano del mercato del pesce. «Luogo idoneo – proseguono i ragazzi del Buridda – per noi significa uno spazio che avesse la stessa superficie della ex Facoltà di Economia e Commercio, in grado di ospitare in centro tutte le attività che già facciamo quotidianamente. Invece, ci hanno proposto due appartamenti da 400/500 metri quadri a fronte di 4300/4500 che utilizzavamo l’altro ieri in una struttura che si estende per ben 5800 mq». Da non sottovalutare anche la questione soffitti: «Essendo appartamenti, i soffitti sono alti più o meno 3 metri e non tutte le nostre attività possono essere ospitate in uno spazio con così poca aria a disposizione».

    Ma all’inizio si vociferava di una possibile estensione anche ai piani inferiori. «Ci avevano detto che nel giro di 6 mesi avremmo avuto tutto lo stabile del mercato del pesce. E a quel punto la trattativa sarebbe anche potuta andare in porto perché lo spazio sarebbe stato sufficiente per fare i concerti, una determinata tipologia di eventi e per ospitare le palestre. Avremmo avuto a disposizione anche i fondi dove attualmente ci sono le celle frigorifere. Ma il mercato del pesce non si è mai voluto spostare a Ca’ de pitta».

    Così solamente la palestra di arrampicata ha provato a spostarsi nei nuovi spazi. «Abbiamo fatto una serie di lavori di parziale ristrutturazione – racconta il nostro contatto – spendendo anche un bel po’ di soldi per l’impianto elettrico». A settembre di due anni fa la palestra ha, dunque, aperto i battenti al mercato del pesce ma non è stata un’operazione semplice: «All’interno del collettivo abbiamo discusso molto sull’opportunità di proseguire la trattativa con il Comune, tanto che solo uno dei tanti laboratori si è effettivamente trasferito ma dopo un anno aveva già abbandonato gli spazi».

    Così, da circa un anno a questa parte, nel primo piano del mercato del pesce non c’è più nulla. «È vuoto – confermano i ragazzi – anche se per ragioni strategiche teniamo ancora le chiavi. L’unica volta che lo abbiamo utilizzato è stata ieri giusto per metterci uno striscione. Sempre ieri in assemblea abbiamo anche deciso che non lo sfrutteremo neppure come magazzino e tutt’al più ci prenderemo un altro spazio».

    Nel frattempo la trattiva con le istituzioni è assolutamente ferma. «Nessuno aveva l’interesse a sentirsi – ammette il portavoce del collettivo – noi stavamo dove eravamo e loro ogni tanto mandavano un tecnico a controllare lo stabile, niente di più». Solo due consiglieri di Lista Doria si sono fatti vivi nel frattempo proponendo un paio di alternative a via Bertani. «Pignone e Bartolini – ci svelano i ragazzi del Buridda – ci hanno raccontato di aver sentito il Patrimonio e di aver ricevuto una disponibilità di massima per un due appartamenti al Massoero o per la scuola Garaventa nei vicoli. Ma gli appartementi del Massoero avevano le stesse difficoltà degli spazi al mercato del pesce, sarebbero stati da ristrutturare e avrebbero probabilmente comportato anche la necessità di farci carico della mensa mentre la Garaventa all’epoca era ancora occupata (dagli alunni che sono poi stati traferiti nella nuova scuola di piazza delle Erbe, ndr)».

    Da allora, tutto taceva fino all’alba di ieri. «Ma non ci vengano a direi che non ne sapevano nulla – incalzano dal Buridda – o che il sindaco è uscito mezz’ora prima dal Comitato di sicurezza o, ancora, che comunque non era d’accordo sullo sgombero. È lui il proprietario e parte della responsabilità e comunque sua».

    Oltre a mettere in evidenza le responsabilità politiche della situazione, al collettivo sta molto a cuore un altro punto: capire se veramente c’è qualcuno interessato all’acquisto del palazzo di via Bertani e, nel caso, di chi si tratti. «Da un mesetto – ci raccontano –  girano voci che dietro tutto ciò potrebbe esserci gente di Milano pronta a investire i soldi dell’Expo: è vero o sono solo sparate? Perché per quanto ribassato il prezzo dello stabile non crediamo potrà scendere sotto i 7 milioni di euro e ci sono lavori immani da portare a termine. Intanto il piano terra è vincolato dalla Sovrintendenza e poi gli spazi interni sono aule e non appartamenti: una casa con i soffitti alti 5 metri non la ha neppure il cardinal Bertone. Quindi, sicuramente c’è dietro un’operazione di speculazione, e non ci sembra un dettaglio approfondire per capire chi sta per speculare sull’immobile».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Lo sgombero del Lsoa Buridda e il futuro del complesso di via Bertani. Il punto con il vicesindaco Bernini

    Lo sgombero del Lsoa Buridda e il futuro del complesso di via Bertani. Il punto con il vicesindaco Bernini

    Lsoa Buridda«L’ho saputo solo stamattina quando ero per motivi personali in federazione del Pd ma anche il sindaco è stato informato a fatti già avvenuti». Inizia così il vicesindaco Stefano Bernini la ricostruzione della caldissima giornata di ieri, cominciata all’alba con lo sgombero del Laboratorio Sociale Occupato Autogestito “Buridda” dalla storica sede di via Bertani e proseguita con le proteste dei giovani che vedevano in quello spazio un punto di riferimento imprescindibile per l’aggregazione e l’espressione artistico-culturale all’esterno dei più classici circuiti commerciali. Durante la giornata si sono susseguite le manifestazioni di sdegno per l’accaduto e di solidarietà ai giovani. Più silenziosa, come spesso accade sui temi scottanti, l’amministrazione che si è affidata quasi esclusivamente a un sintetico comunicato stampa in cui si confermava che l’esecuzione del provvedimento non fosse stata concordata con il Comune.

    Ma in serata il vicesindaco Bernini non si è sottratto alla ricostruzione delle tappe che hanno portato alla triste situazione attuale.

    «Ce l’hanno fatta sotto il naso – commenta Bernini – e la cosa brutta è che qualcuno dica che il Comune lo sapeva perché ieri in Comitato sicurezza era stato informato il sindaco. Non è così. Lo sgombero era inevitabile perché lo stabile è in condizioni non sostenibili per molto tempo ancora ma avremmo preferito che avvenisse in altri modi, concordati, magari ad agosto». E magari ci sarebbe stato il tempo di riaprire le trattative con i ragazzi del Buridda. «Non dobbiamo però dimenticarci – prosegue il vicesindaco – che il Buridda di per sé non resta senza casa, visto che uno spazio per loro è già stato stanziato nel piano superiore del mercato del pesce». Uno spazio che, tuttavia, sembra rispondere più alle esigenze della città che a quelle del Lsoa.

    «Probabilmente è vero che gli spazi messi a disposizione non si prestano al massimo per le attività di laboratorio e musica – ammette Bernini – ma va anche tenuto presente che gli spazi comunali non sono poi così tanti. Per il Buridda potremo cercare di valutare assieme altri percorsi tornando a discutere su quali siano gli spazi che possono avere a disposizione ma è proprio l’attività che svolge il laboratorio che aveva spinto a muoversi verso il mercato del pesce. È vero che, ad esempio, la creazione della nuova scuola di piazza delle Erbe consente di avere nuovi spazi a disposizione ma se faccio attività che abitualmente producono un certo tipo di rumore non posso certo piazzarle in mezzo alle case. Ad esempio, lo Zapata a Sampierdarena, nei magazzini del sale non ha nessun vicino che va a rompere le scatole».

    La questione del ricollocamento, dunque, è piuttosto delicata perché sempre secondo Bernini «pur comprendendo che nell’area del centro della città ci sia bisogno di lasciare un presidio di centro sociale in qualche modo autogestito e in un posto facilmente raggiungibile, non possiamo solo pensare all’obiettivo dell’aggregazionismo giovanli ma dobbiamo anche studiare degli spazi gestibili e sostenibili per la collettività».

    Ma proprio tenendo conto di tutte queste difficolta, era davvero inevitabile lo sgombero? E, l’edificio di via Bertani, è effettivamente a rischio crollo? Un conto, infatti, è dichiarare un edificio inagibile, un altro è sottolinearne gli eventuali rischi. Dai riscontri che abbiamo avuto attraverso un rapido contatto con i responsabili del Patrimonio del Comune, il palazzo sembrerebbe non avere difficoltà a livello di stabilità: resta, tuttavia, la pericolosità della situazione interna con i ben noti ponteggi a sostenere lo scalone di collegamento tra i piani, motivo per cui la stessa Università aveva abbandonato da tempo gli spazi.

    «C’è un responsabile che è il direttore del Patrimonio del Comune di Genova – spiega il vicesindaco – che se cade un sassolino sulla testa di un ragazzo che sta lì dentro, ci va di mezzo. La gravità della situazione era già stata segnalata tanto che già da tempo la magistratura aveva dato ordine alla Questura di sgomberare. Già la giunta Vincenzi aveva cercato un accordo con i ragazzi del Buridda ma la trattativa è andata molto alle lunghe anche perché in certi casi forse risulta essere più importante la trattativa del risultato. Nel frattempo non è che le condizioni dell’immobile andassero migliorando e se sono accorti gli stessi ragazzi che hanno cercato, ad esempio, di spostare alcune mattonelle sul tetto perché entrava l’acqua».

    Ma oltre alla pericolosità dell’edificio c’è un altro aspetto che entra in gioco, ovvero la necessità di monetizzarlo. «Questo – ricorda Bernini – è uno degli immobili per cui da tempo è prevista la vendita per ridurre l’indebitamento del Comune e aumentarne le capacità di spesa in termini di partita corrente, magari in favore dei servizi sociali, non dovendo più pagare gli interessi su quella parte di debito». E pur essendo in brutte condizioni, il palazzo è collocato in un bel posto, destinato dal piano regolatore a uso residenziale, in una zona che ha ancora un po’ di mercato. Ecco che allora il terzo bando, dopo i due andati deserti nel passato potrebbe essere alle porte. Si tratterà di una procedura piuttosto snella, dal momento che la normativa consentirebbe anche un’assegnazione con trattativa privata. «So per certo – assicura il vicesindaco – che questa volta gli acquirenti ci sono. Anche perché essendo andati deserti i primi due bandi, il prezzo di base d’asta può calare sensibilmente avvicinandosi a una cifra che sommata al costo della ristrutturazione lascerebbe ancora qualche margine di utile a un imprenditore immobiliare. Vogliamo, comunque, che tutta l’operazione abbia evidenza pubblica, in modo tale che ci sia trasparenza sul prezzo di vendita».

    E, naturalmente, un edificio sgombero è molto più appetibile dal mercato immobiliare che una struttura occupata da un centro sociale. Per cui, se è vero che Tursi nulla sapeva è altrettanto vero che, stigmatizzate tempistiche e modalità, lo sgombero dell’edificio, in fin dei conti, possa anche andare bene all’amministrazione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Liberi Giardini Babilonia e Santa Maria in Passione: al via i lavori per la messa in sicurezza

    Liberi Giardini Babilonia e Santa Maria in Passione: al via i lavori per la messa in sicurezza

    santa-maria-passione-solitudine-malinconiaGiardini Babilonia e complesso di Santa Maria in Passione: a che punto eravamo rimasti? Qualche mese fa, nel corso di #EraOnTheRoad, eravamo andati a trovare i ragazzi del collettivo Spazio Libero (qui l’approfondimento), autogestito e composto da studenti ed ex studenti della ex Facoltà di Architettura dell’Ateneo genovese, che si sono riuniti nel 2011 in associazione spontanea e non legalmente costituita. All’epoca avevamo parlato di vari progetti legati a tutta la collina di Castello per il recupero e la rivitalizzazione degli spazi. Ci eravamo lasciati in un momento di stallo e confusione all’interno dell’apparato burocratico, tra i soggetti coinvolti: era stato approvato il Progetto Conviviale, proposto dai ragazzi di Spazio Libero, in base al quale l’Università, proprietaria dei Giardini di Babilonia, si era presa l’onere di svolgere lavori di messa in sicurezza del sito. Una volta ultimati, lo spazio sarebbe passato in gestione al Comune (in comodato d’uso gratuito), che sarebbe diventato unico soggetto preposto ad interagire con Soprintendenza, Municipio, cittadini e altre associazioni di quartiere. Tuttavia si era venuto a creare uno stallo che si protraeva da oltre un anno, in cui l’Ateneo non si stava occupando della messa a norma e i tempi si dilatavano. Proprio quando tutto sembrava fermo e confuso, un mese fa si è svolto un incontro tra tutti gli attori, ed è arrivato l’ok ai lavori.

    Giardini Babilonia: il via libera dell’Università

    santa-maria-passione-4Circa un mese fa si è tenuto un incontro che ha coinvolto Municipio Centro Est, Comune di Genova, Università e associazioni di quartiere (Spazio Libero è stato escluso in quanto non costituto come associazione vera e propria). In questo contesto, il Municipio si è fatto portavoce delle esigenze del quartiere e delle istanze dei ragazzi del collettivo, e ha fatto pressioni per sbloccare la situazione di immobilismo dell’Ateneo, caldeggiando la messa in sicurezza di quella zona strategica. Ne è emerso che i lavori per la creazione di balaustre saranno avviati al massimo tra una decina di giorni. «L’incontro si è concluso con un accordo con l’Ufficio tecnico dell’Università di Genova, che si impegnava alla messa a norma entro 40 giorni, quindi già a fine maggio si procederà con l’affidamento dei lavori a una ditta, che dovrà concluderli nel giro di 2 mesi –  commenta Maurizio Galeazzo, consigliere del Municipio Centro Est – entro l’autunno sarà agibile e pronto per la consegna al Comune in comodato gratuito. Tursi, poi, interagirà direttamente con noi del Municipio, che provvederemo a consegnarlo a gruppi di cittadini e associazioni interessate alla cura del verde. In questo sicuramente c’è l’interesse di continuare un dialogo con Spazio Libero».

    Il Progetto Conviviale e i laboratori di Spazio Libero

    Si tratta del primo progetto presentato dal collettivo l’11 aprile 2013 a Università, Municipio e  Soprintendenza archeologica e approvato da tutti gli attori, per il recupero dei Liberi Giardini di Babilonia (qui il pdf del progetto). Il progetto prevede, come dicevamo, prima la messa in sicurezza dell’area da parte del proprietario, l’Ateneo di Genova, poi il passaggio al Comune di Genova, che diventerà così unico responsabile e interlocutore per la zona. Da allora i ragazzi di Spazio Libero attendono pazientemente che si completi questo iter, iniziato oltre un anno fa: l’Università però è sembrata a lungo restia a portare a termine i lavori e ha per lungo bloccato tutto, vietando l’ingresso al sito anche ai ragazzi, che nel frattempo volevano lavorare, sistemare, costruire. E il paradosso sta proprio qui.

    Sì, perché in realtà in questo contesto di stallo e divieto di accesso, i ragazzi hanno partecipato ad un bando emesso dall’Ateneo rivolto alle iniziative studentesche autogestite, hanno proposto una serie di laboratori per apportare migliorie sul territorio e farlo conoscere all’esterno, e lo hanno vinto. In palio c’erano 50 mila euro, e i laboratori sono stati finanziati con 3.100 euro, come richiesto da Spazio Libero.

    santa-maria-passione-2Commentano i ragazzi: «Da anni ci scontriamo con il burocratismo strozzante e asfittico di questa amministrazione: troppi i soggetti con cui si deve interagire, troppo contrastanti le disposizioni che ci danno. Noi proviamo a dialogare con tutti, ma ci sembra che i soggetti coinvolti ci “boicottino” in qualche modo. Ad esempio, la Facoltà di Architettura non si è mossa per troppo tempo e, dall’alto del suo Castello, non è riuscita a integrarsi con la città: da un lato abbiamo avuto il divieto di accesso al luogo da parte dell’ufficio tecnico dell’Università; dall’altro, un altro ufficio sempre di UniGe ma preposto a valutare i bandi ci ha giudicato vincitori, ci ha finanziati e ci ha detto di procedere con i laboratori. Assurdo che non ci sia comunicazione interna. Ma non importa: quel che conta è che si faccia qualcosa per salvare il territorio e avere una visione d’insieme della Collina di Castello e dei suoi giardini».

    È prevista la realizzazione di cinque laboratori nel periodo che va da maggio a novembre 2014: il primo, Humus, si è svolto il 5 maggio scorso ed è stata realizzata in questa occasione una compostiera di quartiere; poi Terra, per proteggere il suolo dal dilavamento, definire e contenere le pendenze, pavimentare (dal 12 al 16 maggio i ragazzi hanno lavorato per la ricostruzione della panca in mattoni e realizzazione delle pavimentazioni); prossimo appuntamento utile, Sosta (26-28 maggio), con l’allestimento di un pergolato e altre opere di arredo urbano, per rendere più accogliente il giardino. Gli ultimi due eventi, Gioco e Verde sono previsti per l’estate e l’autunno 2014, e sono ancora in fase di definizione.

    Il documento completo del programma è scaricabile all’indirizzo www.inventati.org/spaziolibero ed è aperto ai contributi dei cittadini, modificabile sia nella forma che nei contenuti: «Il Progetto Conviviale è la forma di espressione che abbiamo scelto per dare un’interpretazione di questi spazi un tempo abbandonati – raccontano i ragazzi di Spazio Libero – e questi laboratori confermano il nostro intento. L’obiettivo è quello di restituire il territorio progressivamente al quartiere, disegnando quindi una nuova accessibilità alla Collina. Il metodo, quando non è puro atto spontaneo, è quello della sperimentazione politica nell’autogestione, nella responsabilizzazione e nell’interazione diretta con lo spazio pubblico». 

    Spazio Libero e Partecip@

    Grazie alla collaborazione fra la piattaforma online Open Genova e il Municipio Centro Est, è stato avviato il progetto Partecip@, a cui hanno preso parte anche i ragazzi di Spazio Libero. Partecip@, come abbiamo avuto modo di raccontare su queste pagine, è un’iniziativa che consente ai cittadini di presentare progetti per la riqualificazione e sistemazione di spazi, edifici, verde pubblico che versano in cattivo stato.

    Esiste una community attiva su Open Genova che coordina il progetto, e ci sono anche due tutor del Municipio I, il vice-presidente Fabio Grubesich e il consigliere Maurizio Galeazzo, che si occupano di garantire la trasparenza delle procedure e di valorizzare gli sviluppi futuri dei progetti presentati. «Ora alcune delle nostre proposte progettuali sono ospitate su Open Genova – raccontano da Spazio Libero – attendiamo la valutazione della fattibilità da parte del Municipio, e speriamo di essere finanziati. Ci sono tanti progetti presentati, non sappiamo se vinceremo noi ma ce lo auguriamo: è un’ottima iniziativa che sottende uno sforzo concreto di fare qualcosa per il quartiere, partendo dal basso e grazie a iniziative di cittadinanza partecipata».

     

    Elettra Antognetti

  • Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Erasmus a Genova: come si trovano gli studenti stranieri? Quali sono i servizi offerti?

    Piazza-Caricamento-palazzi-centro-storico-vicoli-DIl Servizio di leva obbligatorio è stato abolito, le case chiuse sono illegali e comunque servono molto più a distinti padri di famiglia che non a giovani sessualmente inesperti; anche avere l’agognato primo impiego che faccia da spartiacque fra il prima ed il dopo è diventato un sogno impossibile, visto che precario e provvisorio sono i due aggettivi più comunemente accostati al lavoro.

    E allora, quale è il rito rimasto ai ragazzi degli anni ’90 e 2000 per dire di essere diventati grandi? Senza dubbio  il viaggio, il viaggio da soli, ed in particolare, e soprattutto, il Progetto Erasmus. Tutti coloro che sono stati, saranno o sono ospiti di un paese che aderisce a questa iniziativa dividono la propria vita fra il “prima” ed il “dopo” averne vissuto l’esperienza.

    Il progetto è nato nel 1987 ed ha coinvolto, in questi 27 anni, oltre tre milioni di studenti e quindi ben più di una generazione; in estrema sintesi, per i pochissimi che non lo conoscono, consiste nella possibilità di passare un certo periodo (da tre mesi ad un anno) in una città straniera (i 28 paesi dell’Unione più Svizzera, Turchia, Islanda, Norvegia e Liechtenstein) frequentando la corrispondente facoltà universitaria locale e sostenendo un certo numero di esami in lingua inglese o locale: esami che ovviamente valgono per il proprio percorso di studi in patria. Il costo di questo soggiorno, sia chiaro,  è in gran parte sopportato dalle famiglie: la quota che l’Università mette a disposizione (attraverso una banca convenzionata, che può anticipare le somme) non è certo sufficiente per mantenersi all’estero. Tuttavia è comunque un aiuto, e l’iscrizione alla facoltà, ad un corso di lingua e alle attività sportive sono gratuiti.

    Via Balbi, Università di GenovaMa come vengono selezionati i ragazzi che chiedono di accedere a questo programma, ed in quale modo decidono la città di destinazione? Lo chiediamo al professor Marco Frascio, delegato per l’internazionalizzazione della Scuola di Scienze Mediche e Farmaceutiche. «La selezione avviene ovviamente in base al merito, in base alla conoscenza delle lingue ed in base alla motivazione, che verifichiamo in un colloquio una volta soddisfatti gli altri due criteri. I ragazzi scelgono la destinazione in base alla graduatoria, nel senso che il primo sceglie fra tutte le possibilità e l’ultimo si prende quello che è rimasto. Noi di Scienze Mediche stiamo collaborando molto con atenei dell’Europa dell’Est, Bulgaria, Repubblica Ceca, ma alla fine la destinazione è secondaria, è l’esperienza che, per un giovane, fa la differenza nel proprio bagaglio personale e di studio».

    «Per quanto riguarda il livello di gradimento dell’esperienza genovese, bisognerebbe chiederlo direttamente ai ragazzi, ma posso dirle che, sia in entrata che in uscita, l‘esperienza Erasmus è positiva probabilmente nel 99% dei casi, praticamente non so di problemi reali che non siano stati, in qualche modo, subito risolti. Certo, io parlo per Scienze Mediche, ma se ci fossero delle difficoltà anche altrove penso che ne saremmo a conoscenza. Poi, e voglio dirglielo anche come genitore, a livello personale un ragazzo è assolutamente arricchito da un’esperienza di questo tipo, mio figlio è stato a Lisbona e l’ho visto tornare da questa esperienza decisamente maturato e cresciuto. Non posso che consigliarlo, e non per dovere d’ufficio!»

    Questo  il parere di un addetto ai lavori, ma uno studente, in particolare uno studente dell’Università di Genova, che cosa e come si trova quando deve districarsi fra domande, questionari, dubbi e desideri? Ascoltiamo Chiara Fossa, 24 anni,  genovese, laureata in Lingue e Letteratura straniera ed un Erasmus concluso due anni fa, a Santiago de Compostela. «La mia esperienza è stata estremamente positiva, ma devo dire che mi ha impegnata molto, sia economicamente che dal punto di vista dello studio. L’Università ha sovvenzionato solo sei dei nove mesi in cui sono stata in Spagna, e quindi i genitori hanno contribuito per forza. In ogni caso pensare di trovare un qualche  lavoretto per sostenersi  è veramente complicato. Lo studente Erasmus, e chi ti offre un lavoro lo sa bene, ha poco tempo libero, problemi iniziali di sistemazione e ambientamento,  e comunque può garantire una continuità piuttosto breve. A meno di non arrivare in un paese avendo già dei contatti personali, è ben difficile che un datore di lavoro non preferisca contare su ragazzi del posto. Io al’inizio segnavo ogni minima spesa, avevo il terrore di finire i soldi, e infatti senza l’aiuto della famiglia non avrei potuto farcela». 

    E per quanto riguarda lo studio? C’è chi dice che l’Erasmus sia solo un susseguirsi di feste… «Riguardo allo studio me la sono cavata piuttosto bene, senza particolari difficoltà: e la burocrazia relativa alla pratica di richiesta, effettivamente un po’ complessa, è stata facilitata dalle persone che ho incontrato, sia a Genova che in Spagna, molto pazienti e disponibili, che mi hanno sempre aiutato a superare i vari intoppi. Lo so, l’Erasmus spesso viene considerato solo un susseguirsi di feste e incontri: in parte questo potrebbe essere vero, le occasioni per divertirsi sono molte, ma la prova di maturità è anche il saper gestire la tentazione di darsi alla pazza gioia, trasformando un’esperienza di studio in una vacanza totale. Io sono stata bene, mi sono divertita, ma ero comunque concentrata sullo studio. Riguardo alle prospettive professionali, invece, non mi ha aggiunto grandi competenze, a parte l’approfondita conoscenza della lingua spagnola, ma certamente mi ha reso più fiduciosa nella mia capacità di farcela e nel rapportarmi con le persone ai vari livelli».

    Come si trovano invece gli studenti che hanno scelto proprio Genova come sede per l’esperienza in Erasmus?

    L’Italia è il quinto fra i paesi partecipanti al progetto per capacità di attrarre gli studenti, superata da Spagna, Francia, Germania e Gran Bretagna. Si tratta di un buon piazzamento, certo migliorabile,  che vede Genova accogliere dai 500 ai 600 studenti all’anno, dato in costante incremento che con qualche “spinta” del mondo esterno all’Università potrebbe anche essere maggiore. La città soffre in maniera pesante gli effetti della profonda crisi dell’industria e della cantieristica, che si riflettono anche su tutto l’indotto, comprese le presenze dei lavoratori trasfertisti, ad oggi  drasticamente ridotti per quantità e per frequenza: non dovrebbe permettersi quindi il lusso di trascurare opportunità di nuovi mercati ed inaspettate occasioni di crescita.

    albergo-dei-poveri-universita-scienze-politicheSentiamo allora Mario Fernandez Gomez, 22 anni spagnolo di San Sebastian che ci parla della sua delusione appena arrivato in città, sentimento che ha presto lasciato posto a ben altre sensazioni… «Conoscevo Genova ma l’avevo vista solo dal porto, quindi non certo bene; alcuni amici me ne avevano parlato e appena arrivato l’ho trovata proprio diversa da come me l’aspettavo, perché non è certo una città piccola, ma l’offerta di “ocio” (tempo libero ndr) non era granché; non è che uno vada in Erasmus per le feste, per quelle sarei rimasto in Spagna, ma proprio sembrava aver poco da offrire ad uno studente. In più ero deluso anche dalle persone, non pensavo proprio che gli studenti di una facoltà come la mia, Lettere e Filosofia, potessero essere così chiusi! Proseguendo nel soggiorno, invece, mi sono abituato alla città e ho capito che le persone sono molto diverse l’una dall’altra, non tutti sono diffidenti! In realtà ci sono molte occasioni di divertimento per noi stranieri qui in Erasmus, molte sono organizzate da GEG- ESN ma volendo si trovano anche parecchie iniziative al di fuori dell’Organizzazione».

    «L’unica cosa che non mi piace molto – sottolinea Mario – è la percentuale di spagnoli sul totale degli stranieri, davvero enorme: il 70% . Subito mi sembrava impossibile, anche se ero lontano da casa praticamente vedevo più spagnoli che italiani!»

    «Consiglierei senz’altro ad un amico di fare l’Erasmus a Genova, ora sto molto bene qui, ma davvero vorrei dire che dovrebbero limitare la concentrazione di nazionalità in uno stesso luogo: in questo modo si creerebbe una specie di “Nazionalità Erasmus” e si potrebbe veramente interagire, con maggiori possibilità di scambi e conoscenze fra culture e lingue differenti, sarebbe bellissimo!»

    Geg-Esn, l’organizzazione per gli studenti stranieri

    Mario ha citato un’organizzazione, Geg-Esn (Gruppo Erasmus Genova), proviamo a capire di cosa si tratta: facciamo qualche domanda alla presidente del Gruppo Xhonjela Milloshi, studentessa genovese al secondo anno della Laurea specialistica in Scienze Internazionali e Diplomatiche, attivamente impegnata nell’associazione. «È cominciato tutto proprio con l’Erasmus, che ho fatto a Magonza e che mi ha profondamente cambiata. Tornata a casa, sono entrata nel Gruppo Erasmus Genova inizialmente come volontaria e poi di ruolo: ogni Università ha un proprio gruppo, e dipendono tutti da Esn International con sede a Bruxelles, tramite Esn Italia. Noi collaboriamo con l’Ufficio Mobilità Internazionale che fornisce agli studenti in arrivo il depliant con i  nostri contatti e le iniziative di cui ci occupiamo: e spesso ci aiuta anche finanziariamente, perché noi siamo studenti volontari e non abbiamo sovvenzioni».

    Che cosa offre la nostra città agli studenti Erasmus che l’hanno scelta? «Come dicevo, dell’aspetto burocratico si occupa l’ufficio dell’Università, noi di quello pratico. Andiamo in stazione o all’aeroporto ad accogliere i ragazzi, perché la prima difficoltà a Genova sono i trasporti. Non a caso gli studenti del Nord Europa  notano subito la mancanza di un Campus (qui l’approfondimento di Era Superba sul futuro Campus universitario all’Albergo dei Poveri, ndr): da noi le strutture universitarie sono disperse nella città e gli alloggi spesso neanche vicinissimi. Ovviamente il servizio è gratuito, basta farne richiesta on line. Poi ci occupiamo anche di organizzare varie attività per aiutarli ad ambientarsi, sia attività sportive (la sezione basket di Genova ha vinto le Olimpiadi Erasmus che si sono svolte ad aprile ad Ascoli) che gite nelle città più famose, aperitivi, feste. Possono partecipare tutti gli Erasmus, purché abbiano la Esn Card che offre anche sconti per ingressi e altre strutture convenzionate».

    Secondo la vostra percezione, perché gli studenti scelgono Genova? «È una domanda che ovviamente facciamo sempre ai nostri ospiti… Ovviamente le risposte sono le più diverse, comunque Genova ha il grande fascino del mare, che attira molti, oppure con il passaparola vengono a sapere di precedenti esperienze Erasmus nella nostra città che sono state molto positive. Alcuni, specialmente gli spagnoli, scelgono l’Italia per via della lingua e Genova ha in questo uno dei suoi punti di forza: infatti l’Università organizza ottimi corsi per imparare o migliorare l’italiano. Questa è una iniziativa molto gradita dai ragazzi. Poi i metodi di insegnamento universitari genovesi sono molto apprezzati dagli studenti stranieri, dicono che riescono ad abituarsi molto facilmente e questo fa superare lo svantaggio di doversi spostare nella città».

    Quindi non solo mare… ma che problemi riscontrano maggiormente gli studenti stranieri a Genova?

    «Il primo e più importante è sicuramente quello dell’alloggio. I primi giorni a volte hanno proprio paura di non riuscire a trovare una casa, probabilmente i canali sono un po’ diversi a quelli a cui sono abituati: come dicevo, niente Campus da noi. Però l’Università offre le prime quattro notti nell’Ostello della Gioventù, noi di Geg diamo una mano per le cose pratiche e l’Università li aiuta a superare la burocrazia.

    Xhonjela ci racconta che un aspetto in cui la nostra città deve ancora migliorare è l’atteggiamento degli studenti locali, «spesso chiuso nei confronti degli Erasmus, nonostante spesso condividano corsi, sport e passatempi: ma raramente hanno la spinta di voler andare oltre l’incontro “istituzionale” e questo è un peccato, perché vivere un ambiente internazionale servirebbe anche a loro, non solo agli stranieri, che comunque sotto questo aspetto spesso sono un po’ delusi. Ma a parte questa nota non troppo positiva, quando si ambientano in città e con lo studio i  problemi sembrano superati, tanto che molti di loro decidono di ripetere l’esperienza, scegliendo Genova per svolgere dei tirocini, grazie ad Erasmus placement».

    Sia Mario che  Xhonjela, dunque, segnalano come fortemente migliorabile il rapporto fra gli studenti locali rispetto agli studenti Erasmus: un vizio antico verrebbe da dire, data la proverbiale chiusura ligure; ma chi è stato in Erasmus in qualsiasi paese ha sperimentato una sostanziale analogia nell’approccio, le conoscenze si fanno fra studenti e ben più raramente con i ragazzi locali. Chiunque però può testimoniare che ricevere maggiori attenzioni e trovare persone accoglienti anche non coinvolte direttamente nel progetto rappresenta una leva potente nel decidere di far ritorno in quel certo luogo e nel promuoverne la qualità. Insomma la diffidenza verso i “foresti” potrebbe essere un lusso che  non ci possiamo più permettere, e non solo noi liguri.

    Terminare il periodo di Erasmus, sia per quanto ci ha raccontato Chiara, sia per la testimonianza di Xhonjela, è triste perché si abbandona un mondo di relazioni che in qualche modo si vorrebbe mantenere, ma al quale, a ben guardare, in forme diverse in realtà si torna. E proprio sul tornare, sui tirocini, sulle prime esperienze lavorative molto si sta facendo ed ancora di più  si dovrà fare per reperire risorse ed aumentare una mobilità che non sia più una fuga a senso unico ma uno scambio vero tra chi parte, chi torna e chi resta.

     

    Bruna Taravello

  • Lascia il Segno in Europa: alla Maddalena una giornata dedicata alle elezioni europee

    Lascia il Segno in Europa: alla Maddalena una giornata dedicata alle elezioni europee

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Ci siamo, fervono i preparativi. È previsto per venerdì 9 maggio in Piazza Lavagna, nel quartiere della Maddalena, l’evento “Lascia il Segno in Europa”, organizzato da Yeast, associazione di Promozione Sociale Youth Europe Around Sustainability Tables, coadiuvata dall’attiva associazione di quartiere Ama, Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio. Un evento che si rivolge soprattutto ai più giovani e vuole sensibilizzare la cittadinanza sul tema delle prossime elezioni europee in programma in tutti i paesi membri dal 22 al 25 maggio, e per le quali si vorrebbe ottenere un buon grado di partecipazione.

    Si tratta di istituzioni, quelle europee, spesso (almeno così insegna la storia passata) trascurate e relegate al rango di “politica di serie B”: adesso, a Genova come in altre città italiane, alcuni giovani di varie associazioni si sono coordinati e hanno unito le forze per cercare un’inversione di tendenza, verso una maggiore responsabilizzazione a livello europeo. Non si può negare che, comunque, negli ultimi anni un cambiamento ci sia stato: la crisi finanziaria, così come quella interna ai singoli Stati, ha fatto sì che si guardasse sempre più ‘fuori’, verso l’Unione Europea: in alcuni casi, questa strategia è stata usata dai politici per scaricare le tensioni interne e riversale all’esterno, su un organismo ancora non bene conosciuto e definito; in altri casi si è trattato di esplorare realmente le potenzialità che questa Europa, a 60 anni dalla sua fondazione può darci, in termini di incentivi sociali, aiuti economici, mobilità.

    Da qui prende avvio il lavoro alla Maddalena. Non legata ad alcuna parte politica, l’iniziativa mira a far comprendere ai giovani in età di voto, con linguaggio semplice e metodi non formali, il ruolo del Parlamento Europeo come rappresentante dei cittadini perché, come dice Stefania Marongiu, organizzatrice, «queste elezioni sono decisive! E vorremmo la Maddalena brulicante e danzante».

    Progetto LIS, Lascia il segno

    L’evento si inserisce in un progetto europeo più ampio, il Progetto LIS – Lascia il segno (Azione 4.5 Programma “Gioventù in Azione”), di cui Yeast è partner. LIS nasce con l’obiettivo non soltanto di informare sulle elezioni europee, ma di fare in modo che il momento elettorale e la sua preparazione diventino uno strumento per favorire la partecipazione attiva e diretta di un gruppo di giovani alla vita sociale.

    A questo scopo LIS realizza una campagna informativa e di sensibilizzazione al voto, organizzata nell’ambito del Programma Comunitario “Youth in Action”: la campagna è iniziata nel mese di aprile e continua fino al 20 maggio, in collaborazione con i Servizi Sociali di Palermo e Milano e del Dipartimento della Giustizia Minorile di Palermo e Ancona. I protagonisti saranno circa 60 giovani (di cui 30 con disagio) in varie regioni d’Italia, ovvero Sicilia, Toscana, Marche, Lombardia, Liguria. Proprio i ragazzi saranno gli ideatori e i protagonisti della campagna e si rivolgeranno direttamente ai loro coetanei con un messaggio informale, giovane nel linguaggio e negli strumenti. Per questo motivo, è stato attivato un sito, www.lasciailsegnoineuropa.eu,  un canale YouTube www.youtube.com/lasciailsegnoineurop e un account Facebook www.facebook.com/lasciailsegnoineuropa, che contano oltre 500 mila visualizzazioni a settimana. Il progetto ha avuto anche il riconoscimento da parte della Presidenza della Repubblica e della Camera.

    Il momento clou delle attività sarà proprio fra il 9 e l’11 maggio, in concomitanza con la giornata dell’Europa, quando eventi ad alta visibilità saranno organizzati a Milano, Firenze, Palermo, Ancona e Genova con l’allestimento di spazi informativi e la distribuzione di materiale divulgativo (fumetto, cartoline, video, materiale cartaceo del Parlamento europeo).

    LIS a Genova

    L’evento genovese è in programma il 9 maggio in Piazza Lavagna dalle 16 alle 23.
    Yeast e le associazioni di quartiere organizzeranno, con il patrocinio di Regione Liguria, Comune di Genova, Municipio Centro Est e Informagiovani, una manifestazione con musica, cibo, bibite. Oltre ad Ama, infatti, sarà presente anche il Civ Maddalena e Cooperativa Il Laboratorio. «Per arrivare ai giovani si deve essere seri ma usare i canali di comunicazione giusti – commenta Stefania Marongiu, fra gli organizzatori dell’evento – per questo ritengo importante a Genova il ruolo di Yeast, “luogo” di incontro per i giovani della provincia, e intermediario tra i giovani e le istituzioni europee e locali. Inoltre, la Maddalena è un quartiere da vivere. Ricco di vita e cultura. Il nostro Civ è motore attivo della cultura del quartiere e della città. Crediamo molto in questo evento e pensiamo possa essere di giovamento a tutto il quartiere».

    Chi vorrà potrà prendere informazioni sulle elezioni presso un gazebo informativo, presieduto dai soci di Yeast, a disposizione per spiegazioni e delucidazioni. Ci sarà anche un buffet, si potrà ascoltare musica e vivere il quartiere sorseggiando e pasteggiando nei bar della piazza, con uno sconto riservato a chi passerà al gazebo, ascolterà le informazioni, prenderà il materiale e… si farà fotografare con la documentazione!

     «Non è vero che i giovani sono lontani dalla politica e non sono cittadini attivi – continua Stefania –Yeast stesso e la sua rete locale e internazionale sono composti da associazioni in cui l’età media si aggira tra i 20 e i 30 anni. Da Scienziato Politico quale sono (ribadendo che ne sono fiera e che la Politica è una Scienza!), credo che il problema reale sia non valorizzare al meglio i giovani che sono cittadini attivi, soprattutto a Genova. Per noi è importante portare l’Ue a Genova e Genova in Ue attraverso i giovani! Il vero cuore del futuro».

    Saranno coinvolti anche gli alunni delle scuole Byron, Deledda, Emiliani, Pertini, e gli studenti dell’Università degli Studi di Genova. Era Superba è media partner dell’iniziativa, vi racconteremo tutto su Twitter, con una puntata speciale di #EraOnTheRoad, per trasmettere lo spirito della giornata a chi non potrà essere fisicamente con noi. Per tutti gli altri, invece, ci auguriamo che vogliate partecipare direttamente, raggiungerci in Piazza Lavagna e diventare soggetti attivi della manifestazione e della nostra diretta on the road.

    Elettra Antognetti 

     

    Il partenariato del progetto è costituito da: Associazione InformaGiovani (Palermo, ente capofila), USSM – Ufficio di Servizio Sociale per Minorenni (Palermo e Ancona), SEAD – Servizio Educativo Adolescenti in Difficoltà (Milano), Associazione Rete 100 passi (Palermo), Radio Incredibile (Ancona), Graphimated (Palermo) Comune di Palermo.

    Il progetto può inoltre contare sulla collaborazione con l’ENS – Ente Nazionale Sordi ed ulteriori contatti sono stati avviati per formalizzare ulteriori collaborazioni con enti pubblici (Regioni Lombardia, Marche e Sicilia, Comune di Terni) e privati (Agenzia Ansa, Quotidiani).

  • De Correspondent: la proposta olandese per il giornalismo di domani. La nostra intervista

    De Correspondent: la proposta olandese per il giornalismo di domani. La nostra intervista

    de-correspondentDe Correspondent is a Dutch-language, online journalism platform that offers background, analysis, investigative reporting, and the kinds of stories that tend to escape the radar of mainstream media because they do not conform to what is normally understood to be ‘news’”. Sono le prime parole che si leggono sulla homepage della testata olandese De Correspondent, un progetto dalla storia tutta particolare lanciato nel settembre del 2013. I suoi ideatori e fondatori, due giovani giornalisti reduci da precedenti esperienze non troppo soddisfacenti nell’ambito di redazioni ben più tradizionali di quella cui hanno dato vita, sono Ernst-Jan Pfauth e Rob Wijnberg, rispettivamente classe 1982 e ’86.

    Ernst-Jan è (oltre che filosofo) editore e co-fondatore del Correspondent, prima di partecipare al nuovo progetto giornalistico con il collega Rob è stato Editor-in-chief della nrc.next, uno spin-off di NRC Handelsblad, il principale quotidiano nazionale d’Olanda. Rob Wijnberg, invece, è caporedattore di decorrespondent.nl: dal 2008 autore di The Next Web Blog (oggi tra i dieci più visitati al mondo), anche lui precedentemente ha lavorato come Editor-in-chief del sito internet di NRC Media, dove ha conosciuto il collega.

    Insieme, da gennaio 2013, hanno messo a punto l’idea di lanciare una nuova piattaforma per contenuti online: nel marzo dello stesso anno hanno aperto un crowdfunding e, grazie alle donazioni dei contribuenti, a settembre il progetto è diventato realtà. Così è nato De Correspondent, una testata che si fonda sul contributo – sia finanziario che intelletturale – dei suoi membri. È sorta così una community attiva, all’interno di un progetto che sembrava nato per fallire perché voleva scardinare tutte le credenze vigenti fino ad allora nel mondo dei media olandesi.

    Noi li abbiamo incontrati al Festival del Giornalismo di Perugia.

    De Correspondent, la genesi

    de-correspondent-festival-giornalismo-perugiaL’idea era quella di dare vita a un giornale di rottura rispetto al panorama piuttosto conservatore dei media olandesi, che peraltro non sembrano essere in crisi, anzi continuano a guadagnare circa 12 milioni di euro all’anno. Non ci sono parole migliori di quelle usate da Ernst-Jan per descrivere la genesi della loro iniziativa: «Rob aveva 27 anni e io 24 quando siamo stati ingaggiati dal colosso editoriale olandese NCR, e proprio da lì, da una delle redazioni più tradizionali che esistano, noi due – dopo aver appurato che le nostre visioni erano simili e gli intenti comuni – abbiamo cercato di cambiare il mondo del giornalismo. Il nostro obiettivo era adeguare il giornale al futuro, produrre contenuti che i giovani lettori avrebbero voluto leggere».

    Gli obiettivi che i due ragazzi olandesi volevano raggiungere erano sostanzialmente due. «Volevamo passare dalle ‘news’ al ‘new’, dalla notizia alla novità: la prima, infatti, è diventata una merce, un bene comune (spesso di bassa qualità: elaborazioni di comunicati stampa e publiredazionali) per cui i giovani non erano disposti a pagare. Inoltre, volevamo parlare di ‘regola’, non di ‘eccezione’: la prima è il modo in cui realmente funziona la società, ma non fa vendere e spesso non è raccontata. L’eccezione invece è sempre presente sulle pagine dei giornali, ma da un’idea distorta del mondo. Ci siamo opposti a tutto questo e, contro ogni probabilità di riuscita, abbiamo maturato l’idea di fondare un giornale che parlasse di ‘regole’ e basato sul concetto di ‘new’».

    «Un’operazione di rottura – continua Ernst-Jan Pfauth – tanto più se considerate il background di riferimento (la piccola, conservatrice Olanda), e per questo sono andato con i piedi di piombo, sfruttando l’esperienza fatta nella palestra di NCR. Lì ero il responsabile del nuovo sito internet: un ruolo che veniva considerato come una sorta di purgatorio, un training da fare prima di arrivare alla redazione vera e propria. La squadra addetta ai media e al web era composta da un gruppo di giovani dinamici, accomunati dalla voglia di rompere con la tradizione. Da subito abbiamo iniziato a introdurre un nuovo modo di lavorare, non limitandoci a riportare quello che scrivevano anche gli altri, ma cercando testimonianze, aggiungendo qualcosa in più. Abbiamo iniziato anche a concentrarci sull’analytics, l’analisi del flusso di commenti e l’interazione che gli utenti/lettori producevano attorno alla notizia. Da qui, pian piano abbiamo cominciato a coinvolgere i lettori e chiedere di commentare le notizie e apportare un maggior grado di precisione, per aggiungere un qualcosa in più. L’esperimento aveva avuto discreto successo, ma è subentrata un altra azienda, che ha rilevato il giornale: Rob è stato licenziato e il mio progetto ‘ammazzato’. L’abbiamo interpretato come un segno e abbiamo lanciato il nostro Correspondent».

     De Correspondent: il record mondiale di crowdfunding

    Così a marzo 2013 Rob e Ernst-Jan danno vita a una campagna di crowdfunding per finanziare il loro progetto, che ha superato abbondantemente le aspettative: in sole tre settimane hanno raccolto 900 mila euro (circa 15 mila contribuenti); due settimane dopo, alla fine del fundraising (che durava, tra l’altro, molto poco: solo un mese), in totale i donors erano diventati 18.933, ciascuno dei quali aveva investito in media 60 euro a testa raggiungendo 1 milione e 200 mila euro! I sottoscriventi oggi sono diventati 32.360, dai 19 mila che erano: un 4% crescita in soli 7 mesi.

    Per dare un’idea: l’Olanda ha una popolazione di soli 16,8 milioni di cittadini e il numero dei subscribers, se contestualizzato, sembra ancora più notevole. «Una svolta nella campagna c’è stata quando siamo stati invitati a un programma tv su una rete nazionale e ci hanno guardato oltre 1 milione di persone: quello stesso giorno 5 mila persone hanno donato la loro quota. Un vero boom. In 8 giorni avevamo già raggiunto l’obiettivo!».

    Il primo passo

    Dopo questo primo successo, Rob e il collega avevano uno scoglio ancora più arduo da affrontare: mantenere la parola data a chi aveva deciso di sostenerli finanziariamente, costruire in 5 mesi una nuova piattaforma multimediale e ingaggiare uno staff qualificato per dare vita a una redazione dinamica e nuova, come l’avevano immaginata. «Il difficile è stato farci finanziare per un progetto che non esisteva: abbiamo chiesto soldi senza un progetto concreto, c’era solo un’idea di come sarebbe stato. Per questo abbiamo formato una squadra capace di interpretare il prodotto finale, coinvogendo persone conosciute ai più, che sono diventate nostri portavoce: la ex leader del partito dei Verdi olandese e un noto giornalista di reportage».

    Alla fine, la piattaforma ha visto la luce a settembre 2013. Il corrispondente (da qui il nome della testata, appunto) è la figura principale e il fulcro dell’intero progetto. Ogni corrispondente ha una propria nicchia di competenze, per esempio c’è chi si occupa di Europa, di progresso, di ‘education’, o di come il mondo può diventare migliore. I membri/lettori/donors possono scegliere di seguire uno o più corrispondenti a piacimento  e ricevere tutti gli aggiornamenti sul suo lavoro, gli articoli, pubblicazioni, foto, tweet e quant’altro. Gli aggiornamenti sono di due tipi: più dettagliati per gli esperti, e più generici, con storie alla portata di tutti i membri.

    Ogni giornalista ha, all’interno del Correspondent, un proprio blog con una homepage dove posta le sue storie, che sono in costante evoluzione e possono crescere: i corrispondenti condividono la propria ricerca e i membri contribuiscono, mettendo a disposizione le loro competenze specialistiche (Every member is an expert at something). Inoltre, sempre sulla home del blog, anche la bio dell’autore, la lista dei documentari preferiti, dei film, mucisti, libri, ecc. Non solo, dunque, gli articoli come obiettivo finale, ma anche il contesto per far crescere la condivisione.

    Non manca anche l’attenzione all’illustrazione e alla fotografia: no alla sindrome delle stock photos (una foto qualunque, basta che ci sia), sì a illustrazioni ad hoc che raccontano qualcosa. Ogni corrispondente collabora con un proprio illustratore e ogni blog ha quindi un taglio tutto personale.

    La Redazione

    Attualmente lo staff è composto da 8 persone assunte full-time, 19 freelance e 5 come personale di supporto. «Nel giro di poco tempo abbiamo ricevuto 1800 curricula: non ci aspettavamo tante richieste! La squadra è formata documentaristi, da chi si occupa dei podcast, ecc.: cercavamo non tanto giornalisti tradizionali ma ‘leader di pensiero’ e di conversazioni, non gente con competenze generiche ma con una mission specifica. Chi voleva candidarsi doveva spiegarci perché e cosa sapeva fare. Non accettavamo la risposta: ‘voglio scrivere di tutto’, ma era necessaria la passione per un argomento qualsiasi, se di importanza per la società. Oggi qui sono tutti liberi di determinare le proprie priorità: non chiediamo di scrivere quel che è già altrove né di correre dietro ai take degli altri giornali, ma sono tutti a briglia sciolta».

    La sede ‘fisica’ del Correspondent si trova negli uffici di uno stabilimento prima adibito a sede dei laboratori Shell, sulle rive del fiume IJ, ad Amsterdam.

     Anticonformismo e nuove tendenze giornalistiche: i comandamenti di De Correspondent

    Rob e Ernst-Jan sono l’emblema dell’anticonformismo: «Abbiamo ignorato i consulenti, blogger e advisor, per prendere una strada nuova». Ecco i loro suggerimenti agli aspiranti giornalisti:

    – iniziare in piccolo: bastano uno o due laptop!

    – fate crescere i lettori con voi: in un panorama dominato da notizie commodity e in cui non è più possibile guadagnare (o guadagnare molto) dall’attività di giornalista è importante dar vita a un sodalizio con i lettori;

    – no ads, more content: se c’è pubblicità, il vostro ruolo giornalistico passa dal contenitore di news e contenuto a mero reach per richiamare un certo target e perde libertà. Il De Correspondent è stato lanciato senza nemmeno un inserzionista!

    – fatela lunga: non fatela breve! Non è vero che i lettori sono passivi e pigri;

    – non solo fully-digital: «Design e grafica sono prioritari: collaboriamo con sviluppatori e designer perché loro sanno come raccontare le storie».

    Fin dall’inizio, infatti, De Correspondent collabora con Momkai (agenzia che si occupa di sviluppo digitale fondata nel 2002 da Harald Dunnink), già partner di Nike e Red Bull. L’agenzia ha deciso di sposare la causa del Correspondent anche se non c’era un grosso budget, perché si è innamorata del progetto: ora Sebastian Kersten (direttore tecnico e comproprietario della ditta) è uno dei co-founder della testata. La tendenza a inserire creativi e designer in ruoli dirigenziali all’interno del Correspondent è un punto imprescindibile.

     

    Elettra Antognetti

     

  • Giovani e media, fra stereotipi e diffidenze. Dati e riflessioni dal Festival Internazionale del Giornalismo

    Giovani e media, fra stereotipi e diffidenze. Dati e riflessioni dal Festival Internazionale del Giornalismo

    Ragazza giovane
    Fotografia di Roberto Manzoli

    I giovani d’oggi: chi li capisce, chi li racconta? E poi, come si raccontano loro stessi? Due visioni compatibili o in contrasto? Il motivo dell’acuirsi di queste riflessioni, tra le altre cose, è stato lo scoppiare del caso letterario de “Gli sdraiati” di Michele Serra.

    Serra, columnist di Repubblica, scrittore e autore televisivo, nella sua ultima fatica letteraria ha cercato di raccontare la generazione degli adolescenti di oggi con la sensibilità del padre che osserva il figlio. Il ritratto di Serra ha suscitato reazioni diverse: non sono mancate le polemiche (su Twitter, ad esempio, è impazzato il caso dell’account fake del “Figlio di Michele Serra”, creato qualche ora prima dell’intervista di Serra alle ‘Invasioni Barbariche’) per quella che per molti era solo una narrazione stereotipata che presentava ragazzi web-dipendenti, con il divano come seconda pelle, semi-lobotomizzati a causa della tv. Insomma, ragazzi indolenti che rimandano sempre a domani quel che possono fare oggi.

    Non stiamo qui a discutere se l’analisi dei detrattori sia corretta o meno, né cercheremo di fare una recensione critica del libro. Piuttosto ci concentriamo sulle reazione che il libro ha scatenato, con il pregio di essere riuscito quantomeno a riportare l’attenzione sul mondo degli adolescenti, suscitando discussioni critiche, oltre gli scandali, la cronaca, le baby prositute, le professoresse che seducono gli alunni, e viceversa.

    Abbiamo partecipato all’incontro dal titolo “Sdraiati a chi? La scuola e le nuove generazioni: chi le conosce, chi le capisce, chi le racconta…” al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia lo scorso mercoledì 30 aprile (qui lo storify della diretta Twitter di #EraOnTheRoad). Abbiamo raccolto il pensiero di Lirio Abbate (L’Espresso), della ‘iena’ Mauro Casciari, Lella Mazzoli, docente di comunicazione all’Università di Urbino, e di Francesca Ulivi di MTV News, sul modo in cui i media oggi parlano dei e ai giovani: quali sono gli errori che commettono i giornalisti?

    Gli sdraiati: stereotipo mediatico o realtà?

    Festival Internazionale del Giornalismo, Perugia
    L’edizione del Festival Internazionale del Giornalismo 2014 si svolge dal 30 aprile al 4 maggio in varie location del centro di Perugia: oltre 200 eventi (tra workshop, panel, keynote speech, convegni, social event, premiazioni, rassegna stampa, presentazioni di libri, serate teatrali, incontri, documentari, data journalism, concerti, hacker’s corner, live con la puntata speciale del programma Gazebo in onda su Rai 3); quasi 400 speaker da tutto il mondo.
    Tra i temi principali dell’edizione, il ruolo crescente del lettore nell’era dell’open web, la ricerca di nuovi modelli di business, il futuro dei media in Africa, le donne e il giornalismo, gli effetti del caso Snowden (a partire dallo scoop del Guardian).
    Si tratta dell’edizione VIII del Festival, manifestazione iniziata nel 2007 per iniziativa di Arianna Ciccone e Chris Potter, i due professionisti hanno fortemente voluto questo festival che, già un successo dalla prima edizione, è andato crescendo costantemente.
    In questa edizione, per la prima volta, gli organizzatori hanno dato avvio a una campagna di crowdfunding, visto che è venuto loro a mancare il sostegno – economico e morale – delle istituzioni cittadine, che inspiegabilmente hanno scelto di non sostenere finanziariamente il Festival. Il crowdfunding è stato un successo: si chiedeva di raccogliere 100 mila euro per l’organizzazione, alla fine ne sono stati raccolti anche di più.

    Come descrivereste i giovani d’oggi? Quanto sono diversi da genitori e nonni? Sono alcune delle domande che gli alunni del Liceo Galileo Galilei di Perugia, in aperto contrasto con Serra, hanno posto durante l’incontro per fare luce sui limiti degli adulti, giornalisti e comunicatori. Le reazioni sono varie, ma fondamentalmente concordi: gli adolescenti di oggi sono composti da identità diverse, e si può parlare per loro di transizioni fluide (nel senso usato da Bauman) che cambiano da contesto a contesto.

    Se volessimo metterci a raccontare i quindicenni di oggi, in poche parole falliremmo. E penso che anche il più giovane di noi (neo-trentenne o quasi trentenne, o anche solo venticinquenne) avrebbe difficoltà nell’impresa (vana e che pecca di hybris). Per farlo, suggerisce Francesca Ulivi con una metafora, è fondamentale inginocchiarsi: impossibile raccontare il mondo di un bambino se si resta in piedi; possibile farlo solo se ci si inginocchia e ci si cala al suo livello. Viceversa, si pensa di raccontare il mondo altrui, ma in realtà si racconta soltanto il nostro modo di vedere l’altro.

    Proprio questo, dice Ulivi, è l’approccio che usa MTV News nel cercare di parlare di giovani in modo anticonvenzionale e fuori dai soliti schemi: il canale ha creato un format in cui i ragazzi stessi si raccontano in prima persona senza l’intermediazione del giornalista, che scompare lasciando la parola al protagonista. I ragazzi vengono scelti soprattutto non perché esemplificano casi limite, soggetti particolari o stereotipo positivo/negativo (dal giovane responsabile e volenteroso a quello che “sabato in barca a vela, lunedì al Leoncavallo”, come cantavano gli Afterhours anni fa in una famosa canzone).

    Commenta Ulivi: «La scelta è di raccontare la normalità con un approccio diverso, non i “fenomeni” (come ad esempio l’abuso di droghe chimiche e tutte le altre realtà di cui parlano spesso le cronache). Non una storia sola, ma tantissime storie raccontate da una generazione alla sua stessa generazione (il target di MTV è composto per eccellenza da adolescenti, n.d.r.), che messe insieme costituiscono l’universo della generazione stessa. Ad esempio, abbiamo raccolto la testimonianza di Brenda, ‘milanesissima’ ventiquattrenne, stagista per un’agenzia di moda perché ha trovato, come tanti, l’offerta sul sito dell’università. È solo una delle 650 storie scelte da noi: abbiamo neo-laureati in sociologia che scelgono storie sul territorio, non decidiamo a priori di parlare di chi fa tre lavori, ha il mutuo da pagare e vuole comprarsi la casa, ma è piuttosto una scelta a partire dal dato reale. Cerchiamo di raccontare in maniera normalizzante e non drammatizzante».

    Ma perché queste storie ‘normali’ non trovano spazio su tv, giornali e media? Da un lato, il limite per eccellenza delle grandi redazioni (dettato in parte dai vincoli aziendali legati soprattutto agli accordi con i grandi inserzionisti) del dover scrivere quello che “fa vendere”, secondo un circolo vizioso per cui al giornalista è chiesto di scrivere quel che il lettore si aspetta, finendo per rinforzare stereotipi errati e non svelare una realtà più complessa.
    Dall’altro, un limite del giornalismo soprattutto italiano: la tendenza a educare il lettore, a dare un parere, a moralizzare. Si dovrebbe partire dalla domanda su “come la pensi tu?”, ascoltare, stare in mezzo alla gente, “annusare la puzza delle notizie” (come dice Lirio Abbate, con una espressione fortunata che è stata una delle citazioni più riprese sui media del festival), raccontarle come le hai registrare senza fronzoli, superlativi o giudizi. Ma questo pare che il giornalismo italiano abbia in troppi casi difficoltà a farlo.

    Chi sono “gli adolescenti”?

    giornali

    Ma chi sono i ragazzi che abbiamo davanti, qual è il loro rapporto con i media? Lella Mazzoli, docente universitaria, ha svolto due forum con i suoi studenti di Urbino, uno sui giovani e uno sull’informazione culturale di cui normalmente fruiscono. Quel che è emerso è che i ragazzi sono più attenti e selettivi di quanto si può pensare normalmente.

    Racconta Mazzoli: «Abbiamo indagato su quali media usano i giovani per informarsi. È venuto fuori che la televisione non è del tutto ignorata, ma viene guardata in modo diverso. La rete, naturalmente, cresce in modo straordinario, soprattutto le visite a quotidiani e siti specializzati. C’è un ritorno ai media tradizionali, ma in modo più moderno e attento: i giovani sono diffidenti nei confronti dell’informazione, perché viene percepita come schierata; sono più critici e omofilici, ovvero seguono il consiglio di amici persone di fiducia che danno suggerimenti su cosa guardare tramite Facebook, ma non solo. Tuttavia, è emerso che, di pari passo con l’omofilia, che anche la tendenza a imbattersi in notizie inaspettate e c’è curiosità. Omofilia da un lato, dall’altro criticità e indipendenza nella scelta di contenuti dal basso».

    Dallo studio di Mazzoli è emerso che i ragazzi che si informano con supporti mobile e cercano news, soprattutto su Facebook e Twitter, oggi sono l’84%, contro un 55% che dichiara di non farlo: gli adolescenti vivono in un contesto di mobilità stanziale, usano il second screen ora, mentre prima era appannaggio delle persone agé perché erano strumenti costosi. Inoltre, il 63% dei ragazzi usa app per avere accesso alle notizie.

    Ormai dalla metà degli anni 2000 abbiamo capito che i nuovi adolescenti sono costituzionalmente diversi dagli adulti, perché compongono la generazione dei nativi digitali, con una prospettiva su vita e futuro diversa da quella delle generazioni precedenti data proprio dalla tecnologia. I ragazzi costruiscono un proprio ‘patchwork mediale’, una coperta mediale che compone il loro universo e che è costruita con tessere strane, non predisposte ma piuttosto messe insieme dal basso, grazie a internet e agli altri media. Quello che incuriosisce è che gli adolescenti sono molto critici nei confronti di internet: non si prende tutto quello che c’è, ma anzi si è molto selettivi.

    Elettra Antognetti

  • AIESEC Genova, programma Make in Italy: dai banchi universitari al mondo del lavoro

    AIESEC Genova, programma Make in Italy: dai banchi universitari al mondo del lavoro

    GiovaniBen 124 Paesi in tutto il mondo, oltre 86 mila iscritti, 8 mila partner, 500 conferenze nel mondo, 2.400 università, 65 anni di attività: questi sono i numeri di AIESEC. Vi sarà capitato – soprattutto ai più giovani – di leggere questa sigla su cartelloni e poster che tappezzano la città, ma soprattutto le aule universitarie. Per chi ancora non sapesse cos’è e cosa fa, si tratta di un network internazionale gestito da studenti universitari per “creare un impatto positivo attraverso esperienze di sviluppo della leadership” (www.aiesec.it), favorire attraverso scambi internazionali lo sviluppo di competenze pratiche ai fini di un inserimento nel mondo del lavoro, proprio all’interno del mondo accademico, spesso tacciato di astrattezza.

    L’associazione esiste in varie città italiane, tra cui Genova: qui il comitato direttivo organizza attività che interessano tutti gli studenti della regione, senza vincoli di background accademici: chiunque può partecipare. In particolare, dallo scorso anno AIESEC Italia ha dato vita al programma Make in Italy, per valorizzare il potenziale del nostro Paese e insegnare ai giovani a far fruttare le materie prime di cui disponiamo.

    «Abbiamo iniziato a interrogarci sul perché della fuga dei cervelli in un Paese ricco di eccellenze che lo rendono famoso in tutto il mondo – racconta Michele Bassetto della Facoltà di Economia di Genova, vice presidente di AISEC Italia Local Committee of Genoa – perché il potenziale che abbiamo non è sfruttato? Perciò abbiamo pensato a questo nome legato a un punto di snodo così importante per l’Italia come il “made in Italy”: vogliamo dire ai ragazzi di “svegliarsi”, di aver voglia di fare, di essere curiosi, agire per cambiare ora. Era una contraddizione che l’associazione si occupasse prevalentemente di scambi all’estero e non facesse nulla per valorizzare le risorse di cui disponiamo» 

     Cos’è AIESEC

    Si tratta di un’organizzazione globale, apolitica, indipendente, no-profit gestita interamente da studenti universitari e neolaureati di età media 23 anni. I soci sono studenti di norma interessati alle grandi questioni globali, alla leadership e al management. “Pace e sviluppo del potenziale umano” è la loro mission, come si può leggere sul loro sito. Attualmente AIESEC Italia è presente in 16 città, ha 18 sedi locali e coinvolge 30 tra le migliori università della penisola: oggi l’associazione conta un totale di 1000-1500 membri solo nel nostro Paese.

    Tra le principali finalità che si propone, quella di fare in modo che che i membri acquisiscano “skills” come leadership, efficienza, responsabilità sociale, internazionalismo, autocoscienza. Ad esempio, gli iscritti all’associazione hanno l’opportunità di guidare team in diverse aree tematiche e realizzare progetti. Inoltre, attraverso i programmi di scambio e l’interazione online, gli studenti lavorano a contatto con persone provenienti da tutto il mondo, imparano a lavorare in ambienti diversi e ad acquisire una prospettiva globale: un percorso che di solito li aiuta a fare chiarezza sulla strada da intraprendere in futuro.

    AIESEC a Genova è presente da oltre 60 anni: nata intorno alla fine degli anni ’50 è una delle prime sedi in Italia. Anche qui, nel comitato locale, l’attenzione è rivolta all’etica, al team work, alla sostenibilità, all’innovazione. Si legge proprio sul sito di AIESEC: “Siamo un’associazione globale con una vasta gamma di programmi e progetti gestiti interamente dai nostri membri. Questi investono tra le 10 e 20 ore settimanali in AIESEC, parallelamente alla vita universitaria, alla famiglia, agli amici e alle loro altre attività. Imparano quindi a gestire il tempo e le priorità simultaneamente”.

    I programmi di AIESEC: Move, Play, Make in Italy

    Due i programmi principali dell’associazione, Move e Play. Il primo permette ai giovani studenti italiani di svolgere dalle 6 alle 8 settimane di lavoro in progetti all’estero. I ragazzi vengono supportati nella ricerca dello stage e seguiti passo passo nell’acquisizione di “soft skills” che favoriscano il posizionamento sul mercato del lavoro. 

    Play, invece, permette di entrare a far parte dell’organizzazione e lavorare all’interno di un comitato locale, “per mettere in pratica quello che si studia sui libri attraverso un’esperienza concreta fatta di impegno e crescita professionale”. Mentre Move è un programma internazionale, questo ha carattere spiccatamente più nazionale: chi aderisce, diventa parte attiva nell’aiutare altri giovani a partire per un’esperienza all’estero.

    All’interno di Play, da qualche tempo AIESEC ha lanciato il progetto Make in Italy. L’iniziativa è nata nel 2013 da un’idea di AIESEC Italia e offre ai giovani l’opportunità di imparare, fare esperienza di ciò che studiano solo in teoria, allargare i propri orizzonti a contatto con culture e prospettive diverse. Il nome del programma è una storpiatura del più noto “made in Italy” e non a caso l’iniziativa è fortemente collocata a livello nazionale: il suo scopo è valorizzare le potenzialità di cui dispone l’Italia (moda, manifattura, industria, artigianato, insomma il “made in Italy”) e aiutare i giovani a sfruttare queste eccellenze, invogliandoli a restare in Italia piuttosto che fargli sognare di emigrare già a 18 anni, in cerca di un Eldorado chissà dove.

    Make in Italy si rivolge ai ragazzi di quella che è stata definita la “generazione Erasmus” – persone in movimento, che si spostano, si impegnano in attività di volontariato e professionali, vivono esperienze multiculturali in vari ambiti -, e proprio a loro dice che andarsene via può essere un momento di formazione costruttiva, ma non deve essere una decisione inderogabile: Make in Italy è un imperativo concreto e immediato, un invito a fare, ad attivarsi per la costruzione del futuro dei giovani ventenni e trentenni di oggi, che sappiamo affrontano grosse difficoltà. Il programma cerca di coinvolgere ogni anno sempre più giovani per mettere da parte lo slogan dei “cervelli in fuga” e tornare a credere che i giovani possono ancora portare uno stravolgimento in positivo.

    “Perché con le nostre azioni e attività vogliamo dimostrare che tutto è possibile, anche in Italia. Perché i giovani che entrano in AIESEC sono stanchi degli stereotipi e vogliono dimostrare al mondo che gli italiani non sono solamente pizza, spaghetti e mafia. Perché AIESEC è fatta da una generazione di giovani che vuole sentirsi fiera di essere italiana”, tratto da  http://aiesec.it/lc/trento/.

     

    Elettra Antognetti

  • Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    Under The Map, progetto made in Zena. Video interviste di approfondimento con esperti e docenti

    under-the-mapAvete mai sentito parlare di Under the Map? In un momento in cui si parla molto di start-up e iniziative creative, durante una puntata di #EraOnTheRoad siamo andati a conoscere i fondatori di questo progetto “made in Zena”. Una bella giornata, un caffè insieme, una conversazione stimolante in cui ci hanno illustrato, con entusiasmo e competenza, i punti principali della loro iniziativa.

    In sostanza, Under the Map è una web tv che nasce a Genova nel febbraio 2013 dall’iniziativa di un gruppo di ragazzi under 30 – quasi tutti dottorandi all’Università di Genova – e si occupa di politica internazionale, cultura e società. Il progetto nasce con l’intento di parlare di questioni complesse (come quelle relative a diritti umani, mediazione culturale, Medio Oriente, diritti dei popoli) in modo semplice e alla portata di tutti. La situazione si complica se pensiamo che, per riuscire in questa ambiziosa missione, i ragazzi sono armati soltanto di uno smartphone: con il telefonino intervistano esperti, ricercatori e docenti universitari di fama internazionale che arrivano a Genova per partecipare a eventi, incontri, conferenze.

    Nuovo, veloce, “giovane”, indipendente, social: il progetto è efficace e praticamente a costo zero, per questo ci piace. Abbiamo posto alcune domande ai ragazzi. Ecco cosa ci hanno risposto.

    Come è nata l’idea di dar vita a Under the Map?

    «Il progetto è stato elaborato in via sperimentale ormai un anno fa, nel febbraio 2013, e si può dire che l’idea è nata all’interno del DISPO, il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova in Largo Zecca: siamo un gruppo di amici dottorandi in Scienze Politiche che ha deciso di unire le proprie forze e mettere a disposizione le diverse competenze per far partire questa sperimentazione».

    Come funziona il progetto e come si svolgono le interviste?

    «Abbiamo deciso di partire proprio da Genova e di approfittare degli eventi culturali che si svolgono in città per interagire con esperti e studiosi, e far loro domande su alcuni temi di interesse generale. Partecipiamo spesso agli incontri a Palazzo Ducale (prossimamente parteciperemo a “La Storia in Piazza”, ad esempio) e in Università e intervistiamo i nostri interlocutori usando il telefonino. Poi tagliamo il video per renderlo più chiaro ed efficace: non più di 2 minuti per ogni risposta. Sono incontri a cui avremmo partecipato in ogni caso, per interesse personale: abbiamo colto l’occasione per approfondire tematiche di attualità per le persone che non possono partecipare o che magari non abitano in città: siamo partiti da Genova per rivolgerci anche altrove, a un bacino di utenti più ampio. Abbiamo voluto dire che non è vero che nella nostra città non succede niente ma che anzi gli eventi sono tanti: basta informarsi, essere motivati, avere degli interessi. Chi vuole vedere le nostre interviste e ascoltare i contributi, può seguirci su vari social media. Per prima cosa abbiamo aperto un canale YouTube sul quale caricare le interviste, poi una pagina Facebook, e infine è arrivato Twitter: ci teniamo a essere presenti su vari media per raggiungere target diversi».

    Quali sono le caratteristiche che contraddistinguono il progetto?

    «Per prima cosa, abbiamo scelto di essere indipendenti. Non riceviamo finanziamenti o sovvenzioni da nessuno, e il progetto è nato per cause contingenti all’interno dell’Università ma non è stato promosso o proposto dall’Ateneo: certo, capita di cercare un confronto con i professori, ma niente di più, non c’è alcuna partnership né niente del genere. Da soli, abbiamo dato vita a una redazione vera e propria: ci riuniamo una volta al mese per decidere il calendario di eventi cui partecipare e le interviste da svolgere. Gli incontri si svolgono di volta in volta in luoghi diversi: evitiamo l’Università e preferiamo altri luoghi come abitazioni private, bar e altri spazi pubblici. Ad esempio, a breve ci piacerebbe riunirci all’interno della nuova sede dell’associazione di quartiere A.Ma. in Via della Maddalena, visto che alcuni di noi ne fanno parte: sarebbe un modo per renderci utili e contribuire tenere alzate le saracinesche in una zona in cui ancora troppe serrande sono abbassate. In redazione, ognuno di noi sa cosa deve fare: i compiti sono ben ripartiti, ciascuno è autonomo e il lavoro procede senza intoppi. Lo “zoccolo duro” è costituito da sei persone, poi ci sono altri collaboratori occasionali: ci siamo allargando e stiamo imparando pian piano a gestire sia il gruppo, sia il progetto in crescita. Non l’abbiamo mai fatto prima e per noi è uno “work in progress”, impariamo strada facendo. Non ci sono gerarchie all’interno del gruppo, ma vige una logica orizzontale. Inoltre, ci teniamo molto a dire che non siamo una testata giornalistica e le nostre interviste non si sovrappongono a quelle che escono sui giornali, ma sono piuttosto approfondimenti specialistici, con domande di dottorandi a studiosi».

    Un bilancio a un anno dall’inizio: il riscontro è positivo?

    «Siamo soddisfatti, abbiamo un buon seguito e il nostro pubblico è eterogeneo: soprattutto giovani, studenti e addetti ai lavori, ma anche istituzioni culturali in senso lato, persone interessate per “cultura generale” e giornalisti che cominciano a seguirci su Twitter. Il progetto è stato apprezzato e per il futuro vogliamo ancora crescere e cercare nuove collaborazioni».

     

    Elettra Antognetti