Il regista, esponente diquelteatro diverso e sperimentale,che non mette in scena spettacoli scritti per il teatro, ma usa il palcoscenico perrappresentare esperienzee sensazioni per lo più personali,porge all’attenzione del pubblico questo lavoro, allestito con attori non provenienti da scuole, comunque stabili nella compagnia, segnati da esperienze di vita che hanno visto il peggio dell’esistenza, guerre, emarginazione, infermità e disabilità inguaribili.
Egli sostiene di adempiere ad un desiderio della madre, fervente cattolica, di portare in scena il Vangelo, forse nella segreta speranza di far riflettere il figlio, un tempo deciso osservante cattolico, distaccandosi poi dalla pratica perchè desideroso di quella felicità “libera” che la religione organizzata (per la precisione tutte le religioni organizzate, anche quella buddista, alla quale il nostro regista pare aderire), sembrano promettere post mortem, sempre che si sia vissuti costantemente e volontariamente nella tristezza del sacrificio e della penitenza.
E dopo una iniziale allegra esplosione scenicasull’affermazione del rifiuto di una vitaterrena“infelice” , il regista torna a guardare in retrospettivaquel testo evangelico che comunque lo tormenta, evidenziandone, paradossalmente, alcuni dei lati più tristi ed enigmatici. Così assistiamo a rappresentazioni riviste del tradimento di Giuda, della crocifissione, delle beatitudini, tra demoni bisex e visioni apocalittiche.
La narrazione è corredata da immagini di grande presa e davideo di testimonianze di vite travagliate, accompagnate da episodi della vita difficile e carica di ansie esistenziali dello stesso regista. Nel complesso ne deriva uno spettacolo intimista di non facile interpretazione: come lo stesso Delbono dichiara “ mi sono perduto, come faccio sempre quando costruisco i miei spettacoli, dimenticando quel Vangelo, o forse portandomi dietro di quel Vangelo solo il nome”.
In effetti si fatica ad intravedere il messaggio del Cristo, fondato sulla buona novella, quel disegno di vita e di rivoluzione dei costumi formali. Ed anche a capire dove l’autore vuole arrivare, al di là dell’ intenzione di promuovere riflessioni o domande sul senso dell’odierna esistenza: infatti, ad un certo punto dello spettacolo l’autore, spesso fra il pubblico, deve ricordare agli spettatori quel desiderio che alberga nell’animo di ogni operatore del teatro, anche di avanguardia, di essere accompagnato da un applauso ogni tanto…
Suggestiva la scena spoglia, veramente splendida, coordinata e godibile la colonna sonora, mix di musiche immortali.
Una produzione Emilia Romagna Teatro Hrvatsko Narodno Kazaliste – Zagabria e Compagnia Pippo Delbono, regia di Pippo Del Bono, con Iolanda Albertin, Gianluca Ballarè, Bobò, Margherita Clemente, Zrinka Cvitesić, Pippo Delbono e Ilaria Distante
Due “ perfetti sconosciuti”, ma lei non ci sta : sventrata la liturgia dell’apparenza. Su questo lavoro di Henrik Ibsen (Skien, Norvegia 1828-1906 ), uno dei più discussi del teatro contemporaneo, molto è stato scritto, fin dalle sue prime rappresentazioni (Copenaghen,1879 ), dove lo stesso autore si costrinse a cambiarne il finale, facendo rientrare in casa la protagonista Nora, dopo che ne era uscita: si piegò ai voleri della mentalità corrente che privilegiava la famiglia e il “bene” dei bambini alla sostanza del rapporto coniugale.
Chi esalta Nora come fulgido esempio di femminismo, chi la denigra perchè irrispettosa dell’unità familiare di facciata, per la quale varrebbe la pena di vestire per sempre il lindo abitino della sposa-bambola. Chi sostiene che in realtà è lei la furba manipolatrice di un marito rivolto all’esterno: c’è anche chi ha creduto di cogliere il fulcro del dramma nella libertà umana ed anche femminile di scegliere la propria linea di vita e di coppia conformemente alla propria vera indole, “paritaria” o sottomessa che sia. In effetti la questione femminile, da quella mela e quel serpente, è tuttora aperta e forse non ha una soluzione sociale confezionata, ma solo individuale (qualcuno disse che sono più diverse le donne tra di loro che gli uomini dalle donne…).
Già, ma qui si parla di coppia. Ibsen, con un implacabile sguardo di nordico osservatore e uno straordinario pensiero oltre gli argini sociali, non offre soluzioni compiacenti, si inchina solo alla libertà ed alla verità, pur avvertendo che così non si va a vincere, anzi, il cammino verso la propria crescita è sempre in salita e può portare alla solitudine. Ciò che l’autore ha voluto dire lo ha scritto nei propri appunti: «Nora… perde la fede nella sua correttezza morale e nella sua capacità di crescere i suoi figli». E ancora ci ricorda, qualora ce ne fosse bisogno, che uomo e donna sono due mondi completamente diversi ma giudicati dalle stesse leggi, fatte però a misura di uomo/ maschio. Dice Nora : «Io ho falsificato per un atto d’amore verso di te tu non lo hai capito: per te il mio comportamento è giusto o sbagliato a seconda che sostenga o meno la facciata del rispetto sociale. Un rapporto così fondato è un rapporto che non esiste».
Due coniugi che hanno giocato alle bambole, come i bambini, mentre Nora ora si rende conto, e lo proclama, di volere la cosa meravigliosa, un matrimonio fondato su un rapporto autentico, che cominci dalla conoscenza e dalla consapevolezza del proprio essere, al di là e al di fuori delle lusinghe e del consenso sociale. Dalla consapevolezza, dicevamo: infatti solo ora la protagonista si rende conto della gravità dell’illecito commesso, che mai aveva voluto rivelare al marito, e non si assolve, anzi, ricomincia dalla critica di sé stessa, vuole uscire dall’infanzia e dalla confusione e diventare una persona. Un lavoro reso imperdibile dalla bravura e dal coinvolgimento degli attori, sullo sfondo di una scena elegante e tradizionale, di costumi perfettamente allineati agli arredi, non privo di spunti ironici, che non spezzano, anzi incrementano la profonda riflessione che si propone al pubblico.
L’ISOLA DEGLI SCHIAVI – Chishimba,Paciello – ph Caroli
Nel 18° secolo si delinea una nuova maniera di fare teatro, a seguito della diffusione della filosofia illuministica: d’altra parte facilmente filosofia e drammaturgia procedevano di pari passo, vedi gli esempi di Diderot e di Voltaire. Punta di diamante è la commedia di costume, rivolta all’osservazione di una classe borghese emergente affarista e cinica, della quale si esamina l’assetto sociale e se ne coglie l’essenza pragmatica. Con l’attenzione scenica al neoclassicismo e quindi al mondo dell’Olimpo mitologico, che stava bussando alle porte dell’arte figurativa. Antesignano italiano di questa tendenza è il Goldoni, che, al di fuori della scolasticità in cui è stato relegato, si pone come il fondatore del moderno realismo.
Pierre de Marivaux (1688 -1763) è considerato il più importante commediografo francese del diciottesimo secolo: egli scrive di teatro aggiungendo al canovaccio molierano della commedia di costume l’aspetto dell’innamoramento, o meglio delle diverse componenti dell’iniziale attrazione che verrà chiamata amore, per qualsiasi motivo nasca e comunque si sviluppi, un disquisir d’amore che cattura l’attenzione dello spettatore con psicologiche sottigliezze. Quasi sempre presente l’indirizzo illuminista, proprio del periodo storico, verso la “sperimentazione” di situazioni ed emozioni. Da rimarcare l’osservazione del comportamento dei giovani verso persone dello stesso sesso: mentre le ragazze tendono a fronteggiarsi con atteggiamenti dispotici e diffidenti, i giovani maschi instaurano più velocemente una complicità solida e cameratesca.
L’ISOLA DEGLI SCHIAVI – Grimaldo, Gigliotti – ph Caroli
L’isola degli schiavi racconta di quattronaufraghi, due uomini e due donne, due servi e due padroni, che approdano in una strana isola, dove la “legge” di un singolare governatore impone di scambiarsi, tra servi e padroni, abiti, nomi e ruoli, al fine di riflettere sulle proprie abitudini di vita e sui propri comportamenti. Il buon educatore avverte che si tratta di un periodo lungo ma con una fine, non per esaltare la vanità, ma per correggere l’orgoglio ed i rancori reciproci. Comincia così una girandola appassionante di stati d’animo e di comportamenti, che portano, servi e padroni, verso la consapevolezza che il vero valore umano non risiede nei ruoli ma nella bontà d’animo e nelle sue espressioni. Si ripetono, sia pure in forme originali, tutti gli elementi cari all’autore, i temi classici (i protagonisti sono ateniesi), la sperimentazione illuminista, l’osservazione dei comportamenti tra maschi e femmine, mentre il tema del corteggiamento e dell’amore tra i protagonisti ha tratti sorprendenti ed innovativi.
Questa Isola degli Schiavi è spettacolo piacevole e scanzonato, mai pesante, forse il migliore della triade, sostenuto da una scenografiache propone un mix di abbigliamento, colonna sonora e oggetti antichi e moderni. I giovani attori sono assai convincenti e porgono stupefacenti prove di bravura nella padronanza e nell’uso del corpo.
Il Teatro della Tosse propone “Passaggi”, una rassegna di cinque spettacoli, molto diversi fra loro, che esplorano il tema della morte guardato da età, angolature, sentimenti diversi. Il ciclo nasce in collaborazione con Braccialetti Bianchi, associazione di volontariato genovese che offre accompagnamento e sostegno alle persone con patologie che le avvicina alla fine della vita e alle loro famiglie. L’associazione, in convenzione con l’ospedale San Martino, affianca l’Hospice Maria Chighine, nel Padiglione Maragliano.
Un tema, che spaventa, fa riflettere, divide, e suscita emozioni forti che riguardano tutti. Un argomento che interessa a maggior ragione la nostra città, che è una delle anagraficamente più anziane d’Europa. Inoltre proprio in questi giorni è iniziato in Parlamento il dibattito intorno alla proposta di legge sul testamento biologico.
Scrive Braccialetti Bianchi: «Non siamo più abituati ad affrontare la morte perché è relegata in ospedali, Hospice e strutture private. E ciò che non si vede fa paura. Tutti noi condividiamo questo destino comune, questo un grande mistero, con tutte le emozioni profonde che vi sono legate: poterle manifestare e affrontare collettivamente è prezioso, tanto più data la difficoltà che esiste nella società attuale a confrontarci con il nostro senso di finitezza. Da che mondo è mondo gli esseri umani esplorano queste emozioni con canali di espressione e di comunicazione che permettano di elaborarle anche attraverso la rappresentazione simbolica. Il teatro ne è uno per eccellenza».
Si parte il 16 e 17 marzo con la leggerezza e l’ironia di Non c’è limite Alpeggio regia di Emanuele Conte e Alessio Aronne che dirigono Alessandro Bergallo, che affronta un tema delicato come quello del legame spesso perverso tra morte e media.
Il 17 e il 18 marzo La palla rossa scritto e diretto da Marco Taddei parte da una domanda semplice e complessa: come si parla ai bambini della morte? Lo spettacolo nasce dall’incontro tra il regista e la pedagogista Sonia Lurati. La palla rossa nasce in collaborazione con l’Associazione di volontariato Braccialetti Bianchi.
Il 18 e 19 marzo tornano al Teatro della Tosse i berlinesi Familie Flöz con Infinita, uno spettacolo che riflette sui primi e ultimi istanti di vita. Un lavoro che diverte e commuove. Reduci da una lunghissima tournée mondiale, che ha fatto registrare il tutto esaurito a ogni data tornano a Genova con questa commedia senza parole eppure di una potenza espressiva coinvolgente.
Il 18 e 19 marzo Noccioli – esercizi di presenza uno spettacolo di Luigi Marangoni che riflette sull’essenza e il significato della vita e su quello che lasciamo. Uno spettacolo itinerante a cui possono partecipare gruppi ristretti di spettatori. Anche questo titolo è in collaborazione con l’Associazione di volontariato Braccialetti Bianchi.
Chiude la rassegna Sulla morte senza esagerare del Teatro dei Gordi omaggio alla poetessa polacca Wislawa Szymborska. Uno spettacolo che ha come protagonista la morte in carne ed ossa, che su una panchina raccoglie le confidenze dei morti. In scena dal 24 al 26 marzo.
Gli spettacoli
16-17 marzo Non c’è limite Alpeggio
di Alessandro Bergallo e Andrea Begnini regia Emanuele Conte e Alessio Aronne con Alessandro Bergallo voce registrata Pietro Fabbri produzione Fondazione Luzzati-Teatro della Tosse
Alpeggio è un piccolo paese nell’entroterra montuoso di una grande città. La crisi economica ha portato alla chiusura dei caseifici in cui si produceva la tradizionale toma e il paese si trova al centro di un flusso turistico molto particolare. I social network hanno eletto il suo Belvedere come il posto migliore del mondo in cui togliersi la vita. Gli aspiranti suicidi, sempre più numerosi, muovono amici e parenti, curiosi, giornalisti, turisti e cultori di cronaca nera. In breve si sviluppa un piccolo business che rigenera l’economia del paese che si vede costretto a scegliere da che parte stare…
17-18 marzo La palla rossa
scritto e diretto da Marco Taddei con Elisa Conte, Marco Taddei, Delia Abisetti, Margherita Saltamacchia, Marino Zerbin musiche di Giorgio Mirto scene di Leonardo Modena costumi Simona Paci disegno luci Matteo Crespi produzione CambusaTeatro
Lo spettacolo accosta alla gravità del contenuto un linguaggio e uno stile dal sapore di commedia surreale . Angelino si presenta a notte fonda in casa della figlia Marianna e di Marco, il marito, dicendo che sta per morire, che la Morte l’ha chiamato al telefono e che voleva passare a salutare la figlia. I due pensano che sia pazzo ma all’ora stabilita la Signora Morte si presenta alla porta. Marianna vuole far salutare ad Angelino sua figlia Alice, di sette anni, prima che il padre parta per sempre, ma Angelino non è per niente d’accordo a parlare della morte ai bambini. Dopo lo spettacolo incontro con gli attori e con la pedagogista Sonia Lurati.
18-19 marzo Noccioli – esercizi di presenza Per 36 spetattori
ideazione e regia Luigi Marangoni elaborazione drammaturgica Valeria Banchero con Ileana Bellantoni, Maria Paola Casà, Amedeo De Pirro, Elvina Donati, Giovanna Gabbrielli, Paola Gabbrielli, Enrico Marcolongo, Claudia Marinelli, Laura Parodi musiche dal vivo Ermanno Catocci, Scene Viviana dal Lago, Trucco Laura Pezzoli di Acqualuce, riprese video e fotografie Giovanni Baglini & Barbara Sinice, Grafica Giorgia Matarese produzione dinamici teatri e La Porta Nascosta
Che eredità abbiamo ricevuto? Quale traccia stiamo lasciando di noi? Nove persone, in una sorta di rito civile, condividono in modo leggero e profondo con lo spettatore un loro modo di essere più presenti nella continua danza della vita. Il pubblico attraversa il tempo muovendosi, in gruppi ristretti, negli spazi del teatro.
18-19 marzo Infinita
un‘opera di e con Björn Leese, Benjamin Reber, Hajo Schüler, Michael Vogel regia Michael Vogel, Hajo Schüler maschere Hajo Schüler scenografie Michael Ottopal costumi Eliseu R. Weide musiche Dirk Schröder disegno Luci Reinhard Hubert animazioni e video Silke Meyer video Andreas Dihm direttore di produzione Pierre Yves Bazin Una produzione di Familie Flöz, Admiralspalast, Theaterhaus Stuttgart
Infinita è una riflessione sui momenti in cui avvengono i grandi miracoli della vita, il timido ingresso nel mondo di qualcuno che nasce, i primi coraggiosi passi e l‘inevitabile caduta finale. A raccontarli sono quattro maschere fantastiche in un abile gioco d’ombre, accompagnate dall’incanto della musica. Una magistrale commedia senza parole eppure potentemente espressiva, struggente e al tempo stesso piena di gioia. Infinita è un mosaico apparentemente semplice ma costruito su tempi perfetti, capace di far ridere a crepapelle e commuovere fino alle lacrime.
Dal 24 al 26 marzo Sulla morte senza esagerare
deazione e regia Riccardo Pippa
di e con Giovanni Longhin, Andrea Panigatti, Sandro Pivotti, Matteo Vitanza
scene, maschere e costumi Ilaria Ariemme
disegno luci Giuliano Bottacin
cura del suono Luca De Marinis
organizzazione Camilla Galloni, Monica Giacchetto
co-produzione Teatro dei Gordi e TIEFFE Teatro Milano
con il sostegno di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo – Progetto Next – Laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo
Armunia – Campo Teatrale di Milano – Centro Artistico Il Grattacielo – Centro Teatrale MaMiMò- Mo-wan teatro – Sementerie Artistiche – Concentrica 2016
Selezione Visionari Kilowatt Festival e Artificio Como 2016
Vincitore all’unanimità del Premio alla produzione Scintille 2015.
Premio Nazionale Giovani Realtà del Teatro 2015, indetto dall’Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe di Udine: spettacolo vincitore del Premio Speciale, Premio Giuria Allievi Nico Pepe e Premio del Pubblico.
L’unica certezza è la morte, si dice. Ma senza esagerare. Su una panchina, armata solo di una piccola pianta grassa, lei, la morte, aspetta i suoi ospiti, che uno alla volta si presentano. La Morte, una con un contratto a tempo indeterminato, molto lavoro da fare e un capo esigente. In fondo quanti ritardi nel suo lavoro, quanti imprevisti, tentativi maldestri, colpi a vuoto e anime rispedite al mittente! E poi che ne sa la Morte, lei che è immortale, di cosa significhi abbandonare un corpo?
Dieci maschere contemporanee di cartapesta, figure familiari raccontano, senza parole, i loro ultimi istanti, le occasioni mancate, gli addii; raccontano storie semplici con ironia, per parlare della morte in chiave ironica e divertente attraverso un linguaggio del corpo non convenzionale.
Un racconto di vite irrealizzate. La leggerezza umana, come può impunemente uccidere splendidi animali, così può tranciare la qualità della vita. Anton Cechov (Taganrog, Russia, 1860) fu medico, scrittore, drammaturgo. Spesso incompreso dai contemporanei, almeno nelle prime rappresentazioni sceniche, cercò l’ innovazione proponendo un teatro rivolto a privilegiare l’espressione di stati d’animo,emozioni, contraddizioni; sempre presente l’aspirazione alla realizzazione di una vita qualitativa, comune ad ogni essere umano.
L’azione è ristretta, accennata, desiderata, i protagonisti si muovono pervasi dalla sottile angoscia di non aver afferrato ciò che davvero volevano raggiungere, anche se la facciata sociale mostrerebbe il contrario. Cechov, ragazzo dalla vita resa difficile dalle ristrettezze economiche e da una insensata severità paterna, seppe affrancarsi dalla famiglia, ma non dalle proprie inquietudini: una volta raggiunta una certa agiatezza, stentò ad accettare una vita sentimentale ufficializzata con la donna che pur amava e uno stabile domicilio.
Ne “ Il gabbiano”, opera rappresentata per la prima volta nel 1896 con un clamoroso insuccesso, l’autore sembra aver iniettato nei personaggi, sia pur di età e di temperamento diversi, tutte le proprie altalenanti aspirazioni e, al tempo stesso, l’incapacità di essere condottieri della propria vita. Nel giovane animale, stroncato mentre vola elegante e spensierato, da un capriccio umano, si riconosce Nina, rea confessa del fallimento della propria esistenza, ancora amata da Konstantin (forse uomo di talento, certo provvisto di qualità morali e di costanza), che tuttavia non vuole o non sa ricambiare. In realtà, in questo dramma, tutti sono o sono stati “gabbiani”: tutti aspiravano a volare, forti dello scrigno dei propri talenti umani e del capitale affettivo, ma non lo hanno saputo fare, non hanno attivato abbastanza l’ autostima e la capacità di valutazione che serve per dirottare le sirene bugiarde; ora, malcontenti, si lasciano vivere tra le ineluttabili banalità della vita. Il tavolo della noiosa tombola campagnola, ne è uno splendido spaccato, tra discorsi volgari e risaputi, un gabbiano rigido, impagliato.
Ecco dunque in scena l’instabilità emotiva delle donne dal pianto e il riso simultanei, ecco i consigli tarpanti di buon vivere agli uomini attempati, l’angoscia di essere adulati in vita e minimizzati da morti, l’insicurezza della dipendenza affettiva da uomini altalenanti ed indecisi. Vite trascinate, vite doppiate, proprie dei deboli che non sanno scegliere: così li giudica con corretta e spietata visura il giovane Konstantin. Alla fine è proprio lui quello che rinuncia alla vita. Uno spettacolo da non perdere, con un secondo atto straordinariamente efficace, così come l’interpretazione avvincente e l’idea, sempre d’impatto, di estendere l’azione alla platea.
Di quest’opera impressiona dapprima l’allestimento della scena: gli attori, gli uomini si muovono fra cataste di mobili fuori misura, che paiono attestare il granitico attaccamento alla famiglia ed a ricordi di cui non è facile liberarsi, anche se la volontà parrebbe condurre in senso opposto. La famiglia: qualsivoglia sia stata permane in noi più di quanto noi stessi crediamo.
E’ così anche per i fratelli Franz, coattivamente riuniti per vendere i mobili di famiglia; diversi nel destino e nel temperamento, simili nell’attaccamento al passato, più marcato in Victor, costrettosi a permanere in un mestiere non proprio tagliato su misura per assistere fino all’ultimo il vecchio padre, deciso dopo ben sedici anni dalla morte a venderne l’arredamento della casa, ma tenendo almeno un paio di sedie. Walter, invece, ha avuto il lavoro che desiderava, è un medico affermato davanti al mondo, meno di fronte a se stesso: è riuscito a svincolarsi dai legami familiari ed a marciare dritto verso il successo anche grazie all’abnegazione del fratello.
L’azione si svolge tra i rimpianti palesi di Victor verso una vita che ora, in retrospettiva, gli appare inutile e i rimorsi latenti di Walterper il sacrificio del fratello e la mancata chiarezza sull’intenzione del padre di tenerlo legato a sé. L’illustre clinico vorrebbe risarcire in qualche modo il fratello (non senza vantaggi per sé) proponendogli di architettare, con la sovrastima di questi mobili da vendere, una sorta di truffa ai danni dello Stato, che frutterebbe una cifra rilevante in risparmi fiscali, da dividere. Soldoni che assicurerebbero un futuro agiato a Victor ed alla moglie; in alternativa Walter offre un posto di rilievo nella propria struttura. Victor non accetta: pure stretto tra il consenso entusiasta della moglie e le rivelazioni del fratello sulle intenzioni del padre (ormai non più verificabili), ritrova un equilibrio ed un autonomo modo di decidere che gli assicurano, a sorpresa, il ritorno alla vita vera, alla stabilità matrimoniale. Alla fine lo sconfitto appare proprio Walter.
Strano il rapporto tra genitori e figli: talvolta la morte dei primi trasforma un rapporto labile e distratto in un legame quotidiano. Colpisce in questo pezzo lo spessore dei personaggi, resi autentici da una memorabile interpretazione, che la drammaticità di vicende di vita non eccezionali fa apparire quasi familiari. Risalta la figura dell’anziano broker ebreo, al quale tocca il compito di stabilire il prezzo ma anche quello di rammentare, con taglio cinico, il ritorno al presente: non conta il valore delle cose, contano le cose che possano sostituirne altre.
Con questo lavoro del 1968, meno conosciuto dei più celebri “Morte di un commesso viaggiatore” e “Sono tutti figli miei”, Arthur Miller si conferma mostro sacro del teatro del ‘900. Insieme a TennesseWilliams imperò nel secondo dopoguerra quale massimo esponente del teatro americano moderno, pur nella diversità delle tematiche, contorte e morbose quelle di Williams, aderenti a risvolti moral-socialie con costanti riferimenti economici quelle di Miller.
LaCompagnia di teatro di Luca De Filippo ci propone un gustoso ventaglio di caratteristi e caratteristiche del miglior teatro napoletano, immergendoci in un mondo di ieri, vintage sì, nell’abbigliamento, ma non certo sorpassato, teso ad inseguire il sogno tutto italiano (forse…) del colpo di fortuna al gioco: un mondo a tinte forti di famiglie e di vicinato, fatto di aspettative, di credenze, di ostinazioni, di maledizioni, di dispetti, di invidie.
Ferdinando, il protagonista,è il proprietariodel banco del lotto e, da buon napoletano, giocatore serialeanche lui, come il suo sottoposto Mario; quest’ultimo, a differenza del principale, è fortunato al gioco e lo è soprattutto stavolta, azzeccando il colpo grosso sui numeri forniti in sogno proprio dal padre defunto diFerdinando.
La fortuna di Mario fa esplodere l’indole meschina ed invidiosadel protagonista: egli sostiene che il padre si è sbagliato, nel buio della notte ha confuso le persone, i numeri voleva mandarli a lui, suo figlio, perciòsuoi sono i numeri, suala vincita, suo il biglietto che contiene la fortuna.
In genere l’essere umano tende a respingere le accuse di nutrire sentimenti negativi; la peculiarità di Ferdinando è invece quella di ammettere platealmente la sua invidia, che definisce “sete di giustizia” verso le persone piùfortunate ma meno meritevoli. Perciò l’uomo scarica sul fortunato malcapitato una lunga ed articolata maledizione, qualora osasse riscuotere la vincita, un’invettiva pregna di una tale forza negativa di suggestione da impedire in pratica a Mario di riscuotere la vincita.
Sonnecchia in Ferdinando, parallelo all’invidia, un soffuso astio verso un giovane che, non pago di essere fortunato, è anche corteggiatore, gradito alla moglie, di sua figlia, nel silenzio complice di ambedue le donne:sentimento non estraneo ai padri di tutti i tempi quando percepiscono di essere tenuti al di fuori dalle faccende domestiche di una certa importanza, considerando la cosacome un affrontoalla propria dignità di pater familias.
Il finale, dopo quasi due ore di incalzanti trovatedi verace napoletanità, che passano senza pesantezze, riporta la pacee l’accordo in famiglia e nell’enturage, intorno ad una tavolata colma di cibi non proprio da buongustai, coronata dall’annuncio delle nozze imminenti.
Scenografia originale dai colori decisi e naif, nella suggestiva trovata di un palcoscenico incorniciato fuori scena dainumeri del lotto. Una parlata napoletana atratti assai stretta, più intuita che compresa ( potrebbe essere attenuata con il trucco goviano dellaripetizione delle battute in italiano), non intacca la bravura e l’affiatamento degli attori.
Scritta da Eduardo De Filippo nel 1940, “Non ti pago” ha il merito di aver orientato la critica ad una valutazionepiù oggettiva dell’arte dei De Filippo, fino a quel momento apprezzati come attori ma ritenuti di secondo piano come autori. L’indole “negativa” del protagonista pare contrapporsi a quella positiva del padre di famiglia di “Napoli milionaria” (1945), il sensato marito che esorta a lasciar passare la nottata per ristabilire le situazioni: non a caso Eduardo De Filippo inserì in origine le due tragicommedie nella medesima raccolta “La cantata dei giorni dispari” .
Charles Dyer(G.B. 1928), attore ed autore, scrive soprattutto sul tema della solitudine e delle maniere di affrontarla: famosa la sua “Trilogia della Solitudine”, composta da tre commedie a due personaggi.“Mother Adam”, un rapporto fra una madre possessiva e suo figlio, “ Rattle ofa simple man”, la storia di un uomo che si avvicina ai quarant’anni ancora vergine, e “Staircase” ovvero “Il Sottoscala” (titolo originario di “Quei due”), una delle prime commedie che rappresenta con umana partecipazione il tema dell’omosessualità.
Due attori, che sentiamo molto “nostri”, si misurano spalleggiandosi nei non facili panni dei partners omosessuali, e si propongono al pubblico in un testo garbato che si snoda tra tante divertenti trovate di vita quotidiana: entrambi ci offrono tutta la loro esperienza di scafati padroni della scena, Massimo Dapporto, nei panni del più tosto e “macho”, e Tullio Solenghi, più femmineo e sottomesso, interpretato sempre strizzando l’occhio all’esperienza cabarettistica. Il pubblico è colpito in pieno dalla credibilità ed umanità dei personaggi sbozzati dai due interpreti: per dirla con le loro stesse parole «nessuno meglio di un eterosessuale può interpretare un omosessuale».
In un giorno di riposo due barbieri si occupano del reciproco benessere estetico, non senza incollare un orecchio malevolo alla parete che rivela la spensierata vita sessuale della vicina. Charlie si è lasciato alle spalle un passato di vita “normale”, con una moglie (e una figlia, che sta per rivedere), alla quale ripensa con un mix di odio/amore: apparentemente non è del tutto convinto del suo rapporto con Henry, che infatti accusa di averlo sedotto in un negozio di pasticceria, complici due bignè, e che tradisce appena può, senza pentimenti. In realtà Charlie non perdona all’amico di essersi lasciato travolgere in un rapporto non in linea con il consenso sociale, con il quale è stato ed è tuttora pesantemente costretto a confrontarsi. Henry invece interpreta in pieno la parte femminea della coppia, da ultimo anche nel fisico che tende ad arrotondarsi, nella golosità, nei sentimenti e negli atteggiamenti:è infatti lui quello costantemente insicuro, che teme di essere lasciato.
La condizione omosex è vissuta dai due con la stessa consapevolezza di essere “fuori” e con identica rassegnazione al ruolo di esclusi, solo in parte dovutaai tempi, siamonegli anni sessanta, e comunque bene al di fuori di quell’orgoglioso “pride” che pare caratterizzare i tempi attuali.
Indovinatala colonna sonora, che ci porge, fra l’altro, un sorprendente e gustoso pezzo del “Barbiere di Siviglia”, offertoci da un Dapporto in piena forma vocale.
Jurij Ferrini ed Orietta Notaririportano in scena “i manezzi”, cioèquello che forse è il maggiore successo di Gilberto Govi (1885 – 1966), e di certo la commedia più conosciuta e più familiare al pubblico genovese, ma non solo. Più familiare, nonostante la pièce dello scrittore Bacigalupo abbia ormai un secolo, perchè ognuno di noi ritrova, tra gli esilaranti battibecchi coniugali di Giggia e Steva, l’ingenuità dei giovanotti, la leggerezza di Matilde, un po’ dei comportamenti, della mentalità, delle aspirazioni rampanti, più o meno apertamente manifeste, di qualche personaggio del proprio nucleo familiare. â
Giggia ha fretta di maritare l’unica figliola, badando a curarne soloquegliaspettiesteriori cheriescano alusingare e ad attirare i giovani uominichevisitano la loro casa in cittàed in campagna.Nonostantesia già spuntato un probabile marito nell’ambito familiare, l’ambizione di madrela spinge a fraintendere le frasi cortesi rivolte alla figliada un giovane ben sistemato, mentre l’interessesentimentaledi quest’ultimo èrivolto in realtàa sua nipote, Carlotta. Invano Steva, marito trascurato ed inascoltato, tenta di riportarla alla ragione; gli uomini, secondo Gigia, “non capiscono niente” e sottovalutano il sesto senso delle donne.
Spaccato di un mondo “piccoloborghese”di ristretta mentalità che stenta a morire davvero, di comportamentidelledonne di casache paiono immutati nel tempo (come quello di decidere ogni cosamadi mandare allo scoperto gli uomini),di combinatimatrimoni rassicuranti fra parentichenon disperdano le risorse economiche delle famiglie. Sempre rimarcata, con divertita ammissione, la proverbiale taccagneria ligure.
Ancora presente l’elementomai abbandonato,neppure nel teatro moderno, della commedia dell’equivoco, scaturito stavolta sul fraintendimento delle parole. I coniugi Govi, nonché i bravi caratteristi che li affiancavano, riuscivano, con l’uso di una mimica esilarante, a far passare quasi inosservata una recitazione dalla tecnica scandita ed impeccabile.
Chi si confronta coninterpreti memorabili, e da tutti rimpianti, è sempre dotato di coraggio e passione, che riconosciamo agli attuali interpreti, insieme al merito di aver modernizzato lo svolgimento con l’inserimento di simpatici stacchi danzanti sulle note dei Trilli.
Elisa Prato
“I manezzi pe majâ na figgia”, al Teatro della Corte fino al 5 gennaio 2017
“Io traggo dall’assurdo tre conseguenze: la mia rivolta, la mia libertà e la mia passione”. Si sintetizza così, con le parole di Albert Camus tratte da “Il mito di Sisifo” la stagione 2017 del Teatro della Tosse, contraddistinta dal decennale della scomparsa di Emanuele Luzzati e dal conseguente affindamento della direzione del teatro a Emanuele Conte. E proprio per celebrare degnamente l’anniversario della morte di Luzzati, il 26 gennaio verrà inagurato un nuovo spazio polifunzionale: il Luzzati Lab, con una mostra dedicata ai costumi del fondatore e di Bruno Cereseto. «Diventerà un simobolo molto forte della nostra storia – sostiene Conte – il recupero e in parte il riutilizzo del laboratorio di scenografia voluto, comprato e donato al teatro proprio da Lele Luzzati. Da alllora il teatro è cambiato e non consente più le grandi coreografie che si realizzavano per gli spettacoli di Luzzati. Allora abbiamo pensato di dividere lo spazio in due: da un lato resta il laboratorio di scenografia, dall’altro il teatro si apre alla città con un luogo dedicato alla formazione del pubblico, alla formazione professionale, alle esposizioni e perché no al teatro di posa».
«Il teatro continua a crescere (in 6-8 anni abbiamo triplicato il pubblico) così come continuano a diminuire i contributi pubblici – analizza Conte – le logiche di sostegno del territorio e dello Stato non hanno ritenuto abbastanza meritevole il nostro lavoro e ancora una volta lo hanno penalizzato riducendo le risorse. Abbiamo scelto di rispondere a questo mancato riconoscimento mettendo sul piatto la nostra storia e il nostro impegno». A consentire la prosecuzione delle attività per il teatro, anche e soprattutto il sostegno economico privato della Compagnia di San Paolo. «La cultura resta per pochi perché se ne fa poca – afferma Roberto Timossi – ma basterebbe che solo l’1% delle transazioni finanziarie annuali in un anno fosse destinato alla cultura per raddoppiare gli attuali finanziamenti».
«In un contesto come questo – sostiene l’assessore alla Cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla – l’atteggiamento giusto è spingere e proporre, non chiedersi se restare o andarsene come hanno fatto qualche giorno fa gli industriali nelll’assemblea cittadina. Restiamo e lavoriamo a testa bassa come molti giovani ci insegnano. Il mio augurio per la Tosse è di serenità aggressiva per il futuro, per essere sempre più tenaci e grintosi».
La stagione
Nella seconda stagione della direzione artistica di Amedeo Romeo, che chiude il primo triennio della riforma teatrale italiane che aveva inserito la Tosse tra i Teatri di rilevante interesse culturale, saranno una sessentina gli spettacoli allestiti, in un cartellone che come ormai di consueto non segue la stagionalità ma l’anno solare. «Vorrei fare mio il motto del National Theatre di Londra – spiega il direttore artistico – per “fare il migliore teatro possibile e condividerlo con il maggior numero di persone”». Sul modello dei grandi teatri europei, la programmazione 2017 della Tosse è attraversata da momenti tematici che si alternano agli ormai consueti appuntamenti con i festival, il meglio della nuova drammaturgia e le produzione proprie che escono dalla mure del teatro e della città.
Entrando nel dettaglio, sono 4 i momenti tematici caraterizzati da altrettanti festival: Passaggi –Sguardi sulla morte, Life festival, Calcio d’inizio, Resistere e creare.
A marzo Passaggi –Sguardi sulla morte, con quattro vitalissimi spettacoli (Non c’è limite Alpeggio di Alessandro Bergallo, La Palla Rossa, Infinita, Sulla Morte senza esagerare) che affrontano con serietà e ironia il tema difficile della morte in collaborazione all’associazione di volontariato Braccialetti Bianchi di Genova che offre accompagnamento e sostegno interiore ai malati terminali e alle loro famiglie. Tornerà in primavera il Life Festival, la rassegna di teatro a tematiche omosessuali che per il terzo anno arriverà alla Tosse con un cartellone ricco di sorprese che coinvolgerà molte realtà culturali del territorio genovese. A ottobre la novità Calcio d’inizio, prima edizione di quello che diventerà un festival di teatro urbano, che si svolgerà fuori dal teatro, in cui, tra gli altri titoli, verrà presentato Pier Paolo!, un progetto di Giorgio Barberio Corsetti dedicato all’arte di Pier Paolo Pasolini e alla sua grande passione per il calcio, il tutto ripreso da telecamere che proiettano ciò che avviene nel rettangolo verde e sugli spalti del campetto dei Giardini Luzzati. Un corto circuito tra poesia, agonismo, teatro e sport come sarebbe piaciuto a Pasolini. Infine, a novembre, la terza edizione di Resistere e creare – la rassegna di danza internazionale con la direzione artistica di Michela Lucenti.
Impossibile dare conto di tutto il cartellone che potrete trovare con dovizia di particolari sul sito della Tosse (http://www.teatrodellatosse.it). Ci limitiamo solo ancora a qualche rapida sengalazione. Ad esempio, degli spettacoli fuori dal Teatro: per due settimane, alla fine di giugno, torna al padiglione Blu della Fiera del Mare Il Maestro e Margherita, nato da un progetto di Emanuele Conte che si confronta con il libro di Bulgakov. Quest’anno, fuori dalla “collina Luzzati” usciranno anche alcune ospitalità come Il Volo – La Ballata dei Pichettini, spettacolo dedicato alle morti bianche che si svolgerà nella Sala Chiamata del Porto di Genova il 22 marzo, in collaborazione con Filt Cgil Genova e della Camera del Lavoro di Genova. In apertura del cartellone del Life festival, all’ex manicomio di Quarto il 6 maggio in collaborazione con il Teatro dell’Archivolto verrà allestito lo spettacolo MDLSX dei Motus, un coming out teatrale, in forma di rave. E poi, ancora, i grandi spettacoli itineranti: a luglio, ai Giardini Luzzati, toccherà a La macchina del tempo, cui faranno seguito gli ormai tradizionali appuntamenti in riviera e ad Apricale.
E poi, la stagione delle Sale “In Trionfo” e “Cantiere Campana”, la prima dedicata al teatro fisico e alle grandi produzioni internazionali, la seconda che oltre ad avere una sensibilità sulla nuova drammaturgia diventa residenza artistica per tre compagnie nazionali che operano in quest’ambito. Si parte con lo spettacolo di Capodanno, il 31 dicembre alle 22, Candido con la regia di Emanuele Conte, che tornerà dal 17 al 21 gennaio. Nel mezzo, il 7 gennaio, l’anteprima in musica con lo spettacolo Luigi omaggio a Luigi Tenco con Armando Corsi e Roberta Alloisio, e il 12 gennaio Cuisine & confessions della compagnia canadese Les 7 doigts de la main che trasforma la cucina in un palcoscenico per straordinari numeri di acrobazia danzata, ad alto tasso spettacolare e giocati sul tempo di cottura che non perdona. Fino al 14 gennaio.
Cartellone 2017
7 gennaio
Luigi – omaggio a Luigi tenco
Roberta Alloisio
12-14 gennaio
Cousine & confessions
7 dita della mano
17-21 gennaio
Candido
Teatro della Tosse
26-29 gennaio
Tre Alberghi
Stabile del Friuli Venezia Giulia
30 gennaio – 1 febbraio
Piccoli Eroi
Teatro del Piccione
2-4 febbraio
Homicide House
MaMiMo
9-11 febbraio
Proclami Alla Nazione
Teatro Campestre
Elisabetta Granara
16-18 febbraio
Cinglish
Teatro Carcano
22 febbraio – 4 marzo
I Giusti
Teatro della Tosse
Regia Emanuele Conte
9-12 marzo
Sorry Boys
Marta Cuscunà
16-18 marzo
Non c’è limite Alpeggio
Teatro della Tosse
Alessandro Bergallo
17-18 marzo
La palla rossa
Marco Taddei
18-19 marzo
Infinita
Familie Flöz
22 marzo
Il Volo – La Ballata dei Pichettini
Teatro delle Albe
23 marzo
Prometeoedio
Teatro della Tosse
Regia Emanuele Conte
24-26 marzo
Sulla morte senza esagerare
Teatro dei Gordi
31 marzo-2 aprile
House in Asia
Agrupación Señor Serrano
6-8 aprile
De Revolutionibus
Minasi/Carullo
20-22 aprile
Fotofinish
Antonio Rezza / Flavia Mastrella
4-6 maggio
Animali da Bar
Carrozzeria Orfeo
Maggio
Life Festival
6 MAGGIO Mdlsx
Giugno
Il Maestro e Margherita
Ideazione e regia Emanuele Conte
Con Michela Lucenti e Balletto Civile
Produzione Teatro della Tosse
Giugno- Agosto
La Tosse d’Estate
Ottobre
CALCIO D’INIZIO
Pier Paolo !
Giorgio Barberio Corsetti – produzione Fattore K
Novembre
RESISTERE E CREARE – Rassegna di danza III edizione
Novembre
Disgraced
Jacopo Gassman
Teatro della Tosse/ Teatro di Roma, Teatro Nazionale
Novembre
Andy Warhol Superstar
Laura Sicignano
Teatro della Tosse / Teatro Cargo
Dicembre
Io non ho mani che mi accarezzano il viso
Francesca Macrì e Andrea Trapani
Teatro della Tosse / Fattore K /Teatro dell’Elfo / Compagnia Biancofango.
Marco Paolini (Belluno, 1956) è un valido esponente del cosiddetto teatro di narrazione, un attore che, conservando la propria identità di persona e solo talvolta personaggio, sullo sfondo di una scenografia minimale, racconta e mischia eventi e trovate, accostandoli a tematiche anche complesse, senza badare a vincoli temporali, restituendo pertanto centralità alla parola. Lo abbiamo ascoltato in passato, accompagnandolo, divertiti e incantati, lungo il rimembrare di resoconti dell’infanzia e dell’adolescenza, che ci parevano talmente veri da non differenziarsi dai nostri ricordi personali.
Oggi si ripropone, da ironico e accattivante cantastorie, ma non privo di punte di tenerezza, con un nuovo viaggio fantastico che mescola tempi e luoghi, compiuto assieme a un bambino, un figlio impostogli da una donna misteriosa. Un viaggio colmo di incontri inquietanti ma anche di bambini svegli e genuini, di presenze animali, di furbi extracomunitari affabulatori e improvvisati imprenditori. Un bambino che, come il padre, è costretto a vivere svogliatamente tra l’obbligo/dirittodell’invasione tecnologica e della perpetua connessione quotidiana, restandone emotivamente al di fuori.
Gli attuali modelli di riferimento, quelli dell’essere umano che gestisce e controlla e-mail, chat, messaggini, post sui social network, che occupano gli spazi vitali, momenti di relax compresi, hanno mutato la nostra percezione del tempo e dello stacco tra lavoro e vita privata, trasformandosi in un vivere senza orario, “sempre connessi” e, al tempo stesso, sempre subdolamente controllati. Monitorati e gestiti persino da istituzioni che dovrebbero sovrintendere alla nostra maturazione, sicurezza, salute. Come proteggersi, uscirne senza compromettere salute fisica e mentale, questo pare domandarsi l’autore.
I momenti di stacco non possono essere ignorati e neppure gli interessi e gli svaghi, reali e non virtuali, che regalano valore aggiunto al nostro vivere da automi eterodiretti, con la testa reclinata, inchinata allo schermo. Ironico cantastorie, dicevamo, non staccato dalla realtà e dalla tenerezza, accompagnato oggi da una persistente soffusa malinconia, sconosciuta ai primi lavori sull’”Album”. Un lavoro che mantiene il fiato sospeso, forse un po’ da sfrondare nella seconda parte.
Elisa Prato
+ “Numero primo – Studio per un nuovo album” di Marco Paolini, al Teatro della Corte fino al 4 dicembre. Di e con Marco Paolini.
Da anni vediamo che politica e socialità sono tornate negli spazi cittadini: una dirompente volontà comune di resistenza, di far politica come governo della “polis”e della cosa pubblica. Il corpo è centrale, esposto e protagonista nella dimensione urbana. Ecco la RIVOLTA, il corpo che danza in tutti gli spazi del teatro ma anche all’esterno.
Per questa seconda edizione il Teatro propone un lungo cartellonei con 14 spettacoli, 2 laboratori, una mostra fotografica, la proiezione di Wim documentario su Vandekeybus girato dalla sorella Lut, un seminario di contact improvisation con Joerg Hassmann, danze popolari, incontri, performance, una dedica a Shakespeare e una festa finale di chiusura.
Anche l’edizione 2016 occuperà tutti gli spazi dei Teatri di Sant’Agostino, camerini compresi, e avrà alcune appendici al di fuori del teatro come nella Zona Archeologica dei Giardini Luzzati e nel nuovo Luzzati Lab di Stradone Sant’Agostino. Per 18 giorni il Teatro della Tosse sarà il centro della danza nazionale e internazionale e accoglierà il meglio della scena contemporanea.
Ogni sera gli spettacoli saranno preceduti da eventi, alcuni dei quali nel foyer della sala Trionfo.
Il 30 novembre sarà inaugurata la mostra fotografica SOTTOSOPRA di Patrizia Lanna, dedicata al teatro danza di ragazzi con disabilità.
Oltre al seminario Suspension e Fluidity tenuto da Joerg Hassmann, con partecipanti da tutto il mondo, saranno due i laboratori che si terranno nel corso della rassegna: uno dedicato agli over 50 e uno per gli under 20 a cura di Arbalete, con partecipazione gratuita:
Danzare oltre, incontro di danza per OVER 50 condotto da Nicoletta Bernardini e Claudia Monti, nasce dalla positiva esperienza effettuata a partire dal 2009 al Teatro della Tosse.
Danza per Under 20–Laboratorio di danza condotto da Nicoletta Bernardini, Cristiano Fabbri, Veronique Liaudat.
Cartellone:
Rassegna danza “RESISTERE e CREARE” dal 30.11 all’11.12 .
Mostra fotografica “SOTTOSOPRA” dal 30.11 all’11.12.
Seminario “SOSPENSIONE e FLUIDITA’ sabato 26 novembre.
BIGLIETTI
Europium; In spite of wishing and wanting revival euro 24,00
Before Break; Killing Desdemona; I Dream euro 14,00
Don’t be afraid; Viale dei Castagni 16; Now euro 10,00
Caino e Abele; Carnet erotico; Sonetti; Dance (H)all euro 8,00
Mura; Out of this world; Wim euro 5,00
Danza per under 20; Danzare Oltre: laboratori a numero chiuso, ingresso libero con prenotazione
Sottosopra Ingresso libero
Gli spettacoli non indicati sono a ingresso libero con un biglietto degli altri spettacoli in programma.
Ogni giornata di rassegna prevede un biglietto giornaliero per assistere a più spettacoli nella stessa giornata a prezzo scontato.
ABBONAMENTO
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Aggiornamenti e novità sul programma sono disponibili sul sito www.teatrodellatosse.it –info 0102470793
1 dicembre
preshow Pray once, dance twice
ore 20.30 Before Break biglietto giornaliero euro 14.00
2 dicembre
dalle 16.00 alle 19.30 Danzare oltre
preshow Just
ore 20.30 I dream biglietto giornaliero euro 14.00
3 dicembre
ore 18.30 Danza per under 20
preshow Ja E’
ore 20.30 Don’t be afraid biglietto giornaliero euro 10.00
4 dicembre
ore 16.00 Caino e Abele
ore 18.30 Now
ore 20.30 Viale dei castagni 16 biglietto giornaliero euro 20.00
6 dicembre
preshow Insomnia
ore 20.30 Killing Desdemona biglietto giornaliero euro 14.00
7 dicembre
preshow Soundscapes
ore 19.00 Killing Desdemona
preshow Insomnia
ore 20.30 Europium biglietto giornaliero euro 24.00
8 dicembre
ore 18.00 e ore 19.30 Frammenti di Mura
ore 18.30 Killing Desdemona
premovie Longing for
ore 20.30 _Lamenti
ore 21.00 Wim biglietto giornaliero euro 14.00
9 dicembre ore 18.00 e ore 19.30 Frammenti di Mura
ore 18.30 Killing Desdemona
ore 19.30 Out of this world
preshow Longing for
ore 20.30 In spite of wishing and wanting biglietto giornaliero euro 30.00
10 dicembre ore 18.30 Killing Desdemona
preshow Longing for
ore 20.30 In spite of wishing and wanting biglietto giornaliero euro 24.00
La sedicesima edizione di Circumnavigando torna a Genova dal 26 dicembre all’8 gennaio. Il festival itinerante di 17 giorni, con 38 spettacoli e 16 compagnie circensi da tutto il mondo, animerà il capoluogo ligure per tutto il periodo natalizio.
La manifestazione dinamica e esplosiva, che darà un primo assaggio agli spettatori con le anteprimedel 7 e del 17-18 dicembre, porterà il meglio del circo contemporaneo internazionale a Genova. A ospitare le rappresentazioni saranno i teatri, dalla Tosse al Modena, dall’Altrove al Govi e al teatro sociale di Camogli, di recente rinnovato. Anche i palazzi storici come Palazzo Ducale e Tursi, le strade e le piazze si trasformeranno in palcoscenico delle arti circensi così come il tanto atteso tendone che verrà allestito al Porto Antico. Qui verrà ospitata la grande festa di Capodanno per celebrare in un’atmosfera circense la magica notte di San Silvestro.
Quella di quest’anno sarà una rassegna ricchissima, che include alcuni tra i migliori nomi del panorama circense contemporaneo: La Migration, Sugar, Collectif PORTE27/Marion Collé, Collettivo MagdaClan, Artekor Duet, Sôlta, Luca Tresoldi. Tanto divertimento garantito e spettacoli di qualità, con un’anteprima e una prima nazionale. «Questa edizione sarà unica nel suo genere – dice Boris Vecchio, direttore dell’Associazione Sarabanda che cura il festival – il circo contemporaneo è sempre più richiesto dal pubblico, così coinvolgeremo l’intera città».
A tenere con il naso all’insù per più di due settimane genovesi e non di ogni età, saranno numeri di circo contemporaneo, giocoleria, acrobatica, equilibrismo, teatro, danza, ginnastica e circo tradizionale. «Il circo ha un linguaggio universale che unisce arte e nuove forme di drammaturgia – conclude Vecchio – è un modo di comunicare innovativo sempre più apprezzato».
«Ci tengo a sottolineare l’ennesima collaborazione tra il Comune di Genova e l’Associazione Sarabanda per la realizzazione di questo festival che ogni anno sa recepire e rinnovare», dice l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Carla Sibilla. «Interessante in questa edizione è anche la collaborazione tra tanti soggetti,le diverse location che ospitano le rappresentazioni e Genova che si conferma essere una città vivace con tante iniziative, aperta a nuovi stimoli che arrivano dal governo».
Gli spettacoli
In anteprima due spettacoli d’eccezione: il 7 dicembre al Teatro Modena, la compagnia De Fracto con “Flaque” e il 17 e 18 dicembre al Teatro della Tosse con “Autour du domande” della compagnia Collectif PORTE27/Marion Collé.
Il primo appuntemento che darà il via ufficiale alla sedicesima edizione sarà sabato 26 dicembre, nello storico Palazzo Tursi con l’artista Mr Mustache e sotto al Tendone da Circo al Porto Antico/Area Mandraccio con il Collettivo MagdaClan e il nuovissimo cabaret dal titolo “E’ un attimo”, un mix di musica dal vivo, acrobati aerei e non solo, manipolatori di oggetti danzanti e in equilibrio.
Il Tendone da circo al Porto Antico, quest’anno ospiterà anche “Cromosoma – vite in divenire” di Artekor Duet (28 dicembre), una fusione tra danza contemporanea, teatro fisico, mimo corporeo e abilità circensi e “Canards”, anteprima nazionaledella Compagnia Sugar il 29 e 30 dicembre. Quest’ultimo è un lavoro di ricerca sul corpo che si ispira all’universo motorio e comunicativo degli animali e alle loro danze coreografiche e naturali, per diventare un documentario senza narratore, un mondo senza tempo dove i confini tra uomo, natura e divino sono difficili da definire.
Il 28 e 29 dicembre, Palazzo Ducale ospiterà la prima nazionale di “Landscape” della compagnia francese La Migration, uno spettacolo che combina circo, performance fisica e lavoro plastico in stretta relazione con l’environment circostante, in questo caso il magnificente Salone del Maggior Consiglio, uno dei palazzi più importanti della città fulcro delle principali attività culturali del capoluogo ligure.
Prosegue poi una fitta programmazione ricca di artisti e spettacoli tra cui Luca Tresoldi, la Comapgnia LPM, Berto, solo per citarne alcuni, che conduce dritti sino alla notte di capodanno, appuntamento amatissimo per la città, occasione unica di festeggiare l’inizio dell’anno sotto al magico Tendone da Circo con una serata ricca di spettacoli e divertimento per tutte le età insieme con il Collettivo MagdaClan, la Compagnia LPM, Luca Tresoldi e la band dal vivo Wateproof: 14 artisti e 5 musicisti per una serata imperdibile, aspettando insieme il brindisi di mezzanotte con spumante e panettone.
Come ogni anno, il festival offrirà uno spazio speciale alle giovani compagnie di circo contemporaneo. La XVI edizione presenterà due realtà italiane: David & Thomas con “Ovvio”, uno spettacolo all’insegna della sfida dei propri limiti, e Veronica Capozzoli, del Kolektiv Lapso Cirk, che porterà in scena “11-Il tempo è una linea verticale”, una fusione di linguaggi del circo, della danza contemporanea, del teatro fisico e della prosa.
Incontri e approfondimenti
Il festival propone al pubblico un corso gratuito di Storytelling dal titolo #ComunicaCirco il 27-28-29 dicembre dalle 10.00. Nei tre giorni verrà offerta una formazione sull’utilizzo dei social con tanto di prove pratiche proprio tra gli spettacoli del festival in corso. A Palazzo Ducale, Sala del Camino. Il 28 dicembre dalle 10.00 alle 15.00, si terrà invece un incontro aperto al pubblico sul tema “Il lavoro dell’ attore nel circo contemporaneo”,un appuntamento tra artisti, autori e registi per analizzare e mettere a confronto le tematiche del vocabolario circense, il ruolo della scrittura nella creazione, le differenze tra vocabolario circense e teatrale, l’approccio al linguaggio e la tecnica.
La pioggia proseguirà per tutto il fine settimana? Nel dubbio, meglio concentrarci su quanto offrono i teatri cittadini nel weekend a Genova: venerdì sera al Teatro dell’Archivolto di Sampierdarena la “Notte degli Scrittori” con Paolo Cognetti, Cristina Comencini, Michela Murgia e Simona Vinci, che si racconteranno sul palco intervistati da Danilo Di Termini. Nel programma anche alcuni reading, accompagnati dagli attori Rosanna Naddeo e Giorgio Scaramuzzino.
Sabato doppio appuntamento con il noir, a cura di Explora Genova e ARM; si parte con “Fantasmi a Palazzo Tursi”: il Palazzo di Niccolò Grimaldi detto il “Monarca”, passato agli insaziabili Doria, che lo “soffiarono” nientemeno che a quell’Ambrogio Spinola celebrato in tutta Europa, oggi è non soltanto il Municipio della città, ma lo scrigno che raccoglie alcune
delle sue memorie più preziose. Una visita guidata all’interno del famoso palazzo, attraverso la storia dei suoi “abitanti” e animazioni a tema, dalle 15,30 alle 17,30. Alle 19.00 partirà il tour guidato attraverso la città, sulle tracce dei crimini commessi tra le strade della superba: tradimenti, barbare esecuzioni, cupe prigioni, crimini efferati e stravaganti ladruncoli si intecciano di vicolo in vicolo in un racconto mozzafiato. Dal Medioevo agli anni Trenta, storie e leggende si fondono insieme dando vita ad un percorso unico e inaspettato, grazie all’animazione di Sophie Lamour.Partenza in piazza San Lorenzo.
Domenica, invece, Sebastião Salgado sarà a Genova per ritirare il Premio Primo Levi 2016: il grande fotografo brasiliano riceverà il riconoscimento alla Sala del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a pochi passi dalle gallerie che ne hanno ospitato la mostra “Genesi” all’inizio dell’anno.
Il teatro inglese, già “legalizzato” e protetto dalla regina Maria Tudor, giunge alla massima diffusione sotto la grande Elisabetta. Il primo teatro regolare si instaura a Londra nel 1576; nascono in breve i teatri del Globo, della Rosa, della Fortuna e, alla fine del regno elisabettiano, se ne contano undici. Sono teatri cortile, teatri taverna, dove le parti femminili sono ancora interpretate, come nel teatro antico, da giovani uomini: nel frattempo le produzioni sono intense nel numero e nelle elaborazioni.
In questo contesto, William Shakespeare (1564 – 1616) approda a Londra a ventidue anni, dalla cittadina natale di Stratford ed entra al Globo da attore secondario, con il compito aggiuntivo di copiare vecchi testi. E mentre li copia, li studia, li rielabora, fino a produrne di originali.
Da lui prende avvio un teatro contrapposto alle antiche strutture classiche, libero da regole, con un linguaggio che mescola poesia e prosa, cultura e popolare realismo.
Nonostante gli studiosi dividano la sua produzione in drammi storici (es. Enrico V), tragedie (es. Amleto) e commedie, con Shakespeare convivono nello stesso testo il tragico ed il comico, il positivo ed il negativo della complessità della natura umana, sempre osservata e mai giudicata.
Nello svolgimento de “La dodicesima notte“ prevale il tocco leggero e brillante del fantastico sognatore, moltiplicatore di ambiguità esistenziali e musico della parola, uno stile in cui la Germania dello Sturm und Drang riconoscerà parte dei propri ideali, l’impeto irrefrenabile, la supposta sregolatezza, ma soprattutto il gioco libero della fantasia, della passione giovane e vitale. “La dodicesima notte”, chiamata anche “La notte dell’Epifania” (ovvero, della manifestazione) perché dodici sono i giorni che la dividono dal Natale, fu rappresentata con certezza il 2 febbraio 1602 al Middle Temple Hall e forse anche un anno prima, proprio il giorno dell’Epifania.
Ambientata nell’antica regione dell’Illiria, racconta una storia di amori e sotterfugi.
I gemelli Viola e Sebastian, salvatisi da un naufragio all’insaputa l’uno dell’altro, si imbattono nel duca Orsino e nella dama Olivia. Viola, che dopo la presunta perdita del fratello si è camuffata da uomo ed è al servizio del duca, porta a Olivia i messaggi d’amore del padrone, ma quest’ultima si innamora di lei, credendola un lui: dopo una tragicomica serie di eventi arriva una lietissima fine.
Trama parallela riguarda coloro che popolano la corte di Olivia: il giullare, il maggiordomo, la cameriera, lo zio sir Toby e sir Andrew Aguecheek. Il maggiordomo Malvolio viene beffato dagli altri cinque, che gli fanno credere di essere oggetto di tenere attenzioni da parte della padrona.
I sentimenti familiari sono esaltati ed accentuati: convivono, come succede nella vita reale, con qualche pregiudizio sul formarsi della coppia e con tipologie umane banali e risapute.
I giovani attori esibiscono tutta la loro bravura e la tecnica appresa nella scuola di recitazione del teatro stabile genovese: padronanza del corpo e dell’articolazione del linguaggio, mimica degna della miglior tradizione. Accanto ai costumi dell’epoca è inserita una musicalità in chiave decisamente moderna, che rende perplessi ma alla fine coinvolge gli stupiti spettatori. Elisa Prato