Tag: rifiuti

  • Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    Scarpino, la Provincia conferma la sospensione dell’autorizzazione. Il Consiglio non lo sapeva

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5«Apprendo in questo momento la notizia. Appena concluso il Consiglio mi riunirò per prendere le decisioni che consentano di proseguire la gestione dei rifiuti in una città di 600 mila abitanti nel rispetto delle norme ma in una situazione di assoluta emergenza». Questo il primo commento del Sindaco alla notizia della conferma da parte della Provincia della sospensione dell’autorizzazione al ricevimento dei rifiuti nella discarica di Scarpino.

    Una notizia diffusa con una nota stampa dalla Provincia intorno alle 17 e appresa dal Consiglio comunale grazie ad Era Superba. Una dinamica quantomeno singolare. Alcuni consiglieri leggono il comunicato dalla nostra postazione e in pochi minuti la novella si diffonde di banco in banco. Qualche difetto nella comunicazione fra gli enti?

    E pensare che pochi minuti prima l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, aveva cercato di rassicurare i consiglieri con una breve informativa sulla situazione di Scarpino in apertura di seduta.
    A dire il vero, l’intervento dell’assessore era servito soprattutto a ripercorrere le tappe che avevano portato fino alla situazione odierna (già ampiamente raccontate su Era Superba), senza entrare nel merito degli scenari futuri, successivi alla decisione della Provincia, se non per un generico auspicio per una via di uscita condivisa

    Duro il commento in aula del consigliere Lilli Lauro Pdl che invita il Sindaco a dimettersi.

    Qui l’approfondimento sulle motivazioni che hanno portato alla decisione della Provincia.

     

    “La decisione dei tecnici dell’ente è stata annunciata dal commissario Piero Fossati che ha detto “rispetto ai documenti e ai dati presentati i nostri tecnici hanno valutato che allo stato attuale non sia possibile prorogare il conferimento nella discarica”. L’eventuale prosecuzione temporanea dell’attività di Scarpino, solo per i rifiuti del capoluogo, potrebbe essere consentita esclusivamente da un’ordinanza specifica e urgente che il sindaco Marco Doria ha facoltà di adottare per motivi di salute pubblica.”, così si legge nel comunicato.

    “Per lo smaltimento di 180 tonnellate giornaliere di rifiuti dagli altri Comuni del territorio provinciale genovese, secondo quanto reso noto dal Dipartimento Ambiente della Regione Liguria, è disponibile l’impianto di Boscaccio a Vado Ligure, sulla base di un accordo di programma elaborato dalla Giunta regionale. Lo stesso Dipartimento ha informato intanto Provincia e Comune che nei prossimi  giorni arriveranno a Genova anche gli esperti dell’istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, centro di competenza della Protezione Civile Nazionale, che offriranno il loro supporto scientifico per valutare in collaborazione con i tecnici dei diversi enti le condizioni di stabilità della discarica”.

    Il sindaco Marco Doria dovrebbe ora firmare il documento che consentirà di non interrompere il conferimento dei rifiuti in discarica. Ma l’emergenza, ovviamente, rimane.

     

  • Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino a rischio chiusura? Livelli anomali di acqua in discarica, allarme rosso dalla Provincia

    Scarpino, discarica di GenovaAnticipato da un quotidiano locale, confermato dalla Regione: Scarpino rischia davvero la chiusura se entro 20 giorni Amiu non darà risposte concrete sul rischio frane e, soprattutto, su alcuni dati anomali riguardanti la quantità d’acqua presente in discarica, quello che tecnicamente si definisce “battente idraulico”. L’ultimatum arriva dalla Provincia che ha già provveduto a sospendere l’autorizzazione al conferimento di rifiuti a Scarpino 2, la parte di discarica attualmente in funzione: un provvedimento che diventerà operativo, appunto, nel giro di meno di tre settimane.

    Nel frattempo, la partecipata del Comune dovrà portare a compimento tutti gli studi e le verifiche tecniche per evitare che la “rumenta” di Genova e provincia debba essere smaltita fuori regione, con costi esorbitanti che non potrebbero far altro che ricadere sui cittadini attraverso un aumento delle bollette della spazzatura a partire dal 2015.

    L’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta, è apparsa comunque piuttosto tranquilla: «Amiu sta valutando con l’ausilio di tecnici esperti la stabilità della discarica sotto tanti gli aspetti che devono essere presi in considerazione. Gli strumenti topografici che monitorano gli eventuali spostamenti di terreno in discarica danno tutte le rassicurazioni del caso, nel senso che non ci sono spostamenti del corpo dei rifiuti neppure di un millimetro».

    Ma su questo punto ci aveva già rassicurato la scorsa settimana il presidente di Amiu (qui l’approfondimento), affermando che «anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro».

    Lo stesso Castagna, però, aveva ammesso che le verifiche di stabilità chieste dalla Provincia in merito alla quantità di acqua contenuta all’interno della discarica fossero ancora incomplete: «Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione – ricordava Castagna – non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     A questo punto, però, settembre è troppo tardi. Il futuro di Scarpino deve giocarsi su questo campo entro i prossimi 20 giorni. «Gli strumenti che rilevano il livello idrico della falda all’interno della discarica – spiega l’assessore Garotta – dicono che la situazione al piede di Scarpino è nella norma mentre sembra esserci un punto della discarica in cui il livello della falda è più elevato probabilmente a causa della presenza d’acqua. È qui che Amiu sta concentrando le proprie verifiche per capire che origine abbia quest’acqua. Siamo i primi ad essere interessati che la discarica sia sicura e stabile, per cui contiamo in questi giorni di avere tutti gli elementi necessari per capire se i rifiuti non solo del Comune ma anche della provincia di Genova potranno continuare ad essere abbancati a Scarpino».

    Intanto, però, una nota della Regione fa sapere che sono stati avviati i primi contatti informali con altre Regioni per la stipula di eventuali accordi di programma che consentano di trovare una soluzione immediata nel caso in cui dovesse essere confermata la chiusura del sito genovese.

    Simone D’Ambrosio

  • Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino, il punto sulla discarica: emergenza percolato, sicurezza e nuovi impianti per l’umido

    Scarpino

    Finite le grandi piogge, con l’approssimarsi della bella stagione è terminato anche l’allarme percolato a Scarpino che nei mesi scorsi aveva attirato l’attenzione e la preoccupazione di tutta la città. Mentre gli esperti chiamati in causa da Amiu stanno continuando il lavoro che porterà alla messa sicurezza definitiva di Scarpino 1, la parte vecchia della discarica chiusa da una ventina di anni, la partecipata del Comune ha presentato una prima bozza del piano strategico di messa in sicurezza dell’emergenza, sempre relativa a Scarpino 1, e di nuova gestione dei rifiuti per quanto riguarda Scarpino 2, che la stessa Regione ha definito discarica strategica all’interno del piano dei rifiuti liguri.

    «Non si tratta di un vero e proprio piano industriale – precisa il presidente di Amiu, Marco Castagna – che abbiamo temporaneamente congelato e che vedrà la luce nel mese di giugno, quanto piuttosto di una road map per la messa in sicurezza di Scarpino che lunedì pomeriggio presenteremo in sede di conferenza di servizi preliminare». Controllo del percolato, potenziamento della raccolta dell’umido e nuovi impianti per il trattamento dei rifiuti, oltre naturalmente alla definitiva messa in sicurezza delle discariche di Scarpino 1 e 2, sono i punti cardinali di questo percorso di uscita delle emergenze di cui il sindaco Marco Doria è già stato messo a conoscenza.

    Messa in sicurezza definitiva di Scarpino 1

    «Il presupposto del nostro piano – spiega Castagna – è che Scarpino 1, ovvero la vecchia discarica che ci sta dando i maggiori problemi, venga trattata definitivamente come sito dismesso e segua il percorso sulla messa in sicurezza permanente dei siti industriali dismessi». Di conseguenza, anche i flussi di percolato dovranno essere distinti e dovrà essere potenziata la capacità di convogliamento di percolato. «Per quanto riguarda il percolato – aveva detto martedì l’assessore Garotta in Consiglio comunale,  rispondendo a un articolo 54 posto dal capogruppo di Lista Doria nonché membro storico degli Amici del Chiaravanga, Enrico Pignone – va ricordato che l’emergenza sversamenti è cessata lo scorso 11 aprile e attualmente, la vasca di accumulo presenta un livello inferiore di 3 metri a quello di massimo contenimento».

    Nel breve periodo, per evitare che il prossimo autunno si verifichino nuove situazioni allarmanti, prosegue il lavoro di regimentazione della acque piovane, attraverso la realizzazione di appositi pozzi, e l’impermeabilizzazione delle coperture per evitare la contaminazione del percolato. Ma le novità più importanti riguardano il noleggio di due impianti mobili di trattamento del percolato, che consentiranno di gestire eventuali esuberi di liquami per circa 100 metri cubi l’ora, e la “prenotazione” di una quantità di percolato smaltibile in altri impianti. «Dal momento che le aziende che smaltiscono percolato vendono in anticipo le quote di materiale che possono trattare – specifica il presidente di Amiu – ci siamo dovuti muovere tempestivamente con un’apposita gara che ha fissato la cifra massima intorno ai 7 milioni di euro spendibile nei prossimi due anni. Ma naturalmente pagheremo solo per la quantità di percolato che smaltiremo effettivamente: la speranza è che possa essere pressoché nulla». E se tutto ciò non dovesse ancora bastare sono pronte altre due vasche di accumulo temporaneo in grado di aggiungere ai 15 mila metri cubi già contenibili un’ulteriore capacità complessiva di quasi 3 mila metri cubi.

    In parallelo, sempre per quanto riguarda Scarpino 1, dovrà essere predisposto un piano più articolato di messa in sicurezza definitiva che tenga conto degli studi del pool di esperti che sta prendendo in esame l’opportunità di realizzare un impianto di trattamento di percolato direttamente nella discarica o in una zona più a valle.

    Potenziamento della raccolta dell’umido e nuova gestione di Scarpino 2

    Il secondo punto fondamentale del piano di uscita di Amiu dall’emergenza riguarda, invece, un nuovo sistema di gestione di  Scarpino 2, che dovrà sostanzialmente annullare la produzione di percolato e punterà sul potenziamento spinto della raccolta e del trattamento della frazione organica, indispensabile per ottenere il via libera della Regione all’autorizzazione per continuare a operare a Scarpino ampliando i volumi della superficie utilizzabile.

    «Dobbiamo raccogliere l’umido e smaltirlo separatamente» spiega ancora Castagna. «Partiremo quindi con una campagna intensiva di potenziamento della raccolta dell’organico presso le grandi utenze commerciali (alberghi, ristoranti, fruttivendoli…NdR) passando entro la fine dell’anno dalle attuali 600 a circa 2600. Poi, potenzieremo la raccolta nei quartieri già raggiunti dai cassonetti marroni mentre nel corso del 2015 la estenderemo a tutta la città». L’umido così prelevato verrà conferito a impianti fuori regione, in attesa che a fine 2017 entri in funzione il nuovo biodigestore. Nel frattempo, a luglio 2015 arriveranno due nuovi impianti di separazione secco/umido per quanto riguarda la raccolta indifferenziata che verranno posizionati nella aree Volpara e Rialzo per un importo complessivo di circa 4,5 milioni di euro.

    Il rischio frane

    C’è, tuttavia, ancora un elemento, sollevato dall’edizione genovese di Repubblica, che potrebbe preoccupare e riguarda il pericolo frane del terreno di Scarpino impregnato d’acqua. La questione si riferisce in particolare a due specifiche richieste inoltrate dalla Provincia ad Amiu un paio di mesi fa. La prima riguardava un nuovo piano di gestione dell’emergenza dal punto di vista dei livelli di criticità e relative informazioni agli enti a cui l’azienda ha già ottemperato. La seconda, invece, impegnava la partecipata a una verifica della quantità di acqua contenuta all’interno del corpo della discarica ai fini di una valutazione di stabilità della stessa.

    «Premesso che la discarica è costantemente monitorata sotto questo punto di vista e che anche nei periodi di maggiori piogge il terreno non si è spostato di un millimetro – specifica il presidente Castagna – abbiamo consegnato alla Provincia uno studio che noi stessi abbiamo ritenuto parziale. Nei 60 giorni che ci venivano dati a disposizione, infatti, non potevamo far altro che utilizzare gli strumenti di rilevazione attualmente posizionati in discarica che, però, sono limitati e non ci forniscono una fotografia globalmente attendibile. Abbiamo perciò fatto una gara per dotarci di nuovi piezometri che andremo a posizionare nelle prossime settimane per avere a settembre un quadro più globale e completo».

     Simone D’Ambrosio

  • Scarpino, Amiu comunica che si è interrotto lo sversamento di percolato nel rio Cassinelle

    Scarpino, Amiu comunica che si è interrotto lo sversamento di percolato nel rio Cassinelle

    Scarpino, percolato nel torrentePer mesi lo sversamento di percolato dalla discarica di Scarpino 1 direttamente nel rio Cassinelle non si è mai fermato. Prima i frenetici giorni in cui l’emergenza aveva irrotto in Consiglio comunale (qui l’approfondimento) mettendo in imbarazzo l’assessore Garotta, poi le trivellazioni di Amiu e il grido di allarme per la realizzazione di un nuovo impianto di digestione e compostaggio che diventa sempre più urgente (qui l’approfondimento).
    Nelle ultime settimane i dati trasmessi da Arpal in Procura avevano alimentato ulteriormente la preoccupazione degli abitanti per il peggioramento dei miasmi e il colore sempre più innaturale delle acque del rio, oggi, finalmente, arriva una prima buona notizia. Gli sversamenti si sono interrotti, anche se il livello delle vasche rimane al limite e un peggioramento delle condizioni atmosferiche potrebbe far nuovamente tracimare i liquami.

    “Nella giornata di oggi, intorno alle ore 10 – si legge nel comunicato stampa di Amiu – si è interrotto lo sversamento del percolato dalle vasche di stoccaggio. Il fenomeno si è verificato grazie alla costante riduzione della produzione del percolato iniziata nei giorni scorsi quando le precipitazioni meteorologiche si sono interrotte, oltre alla continua raccolta e il successivo invio a smaltimento dello stesso tramite autobotti verso impianti di depurazione esterni: ad oggi, dall’inizio dell’emergenza, le tonnellate smaltite sono arrivate a quota 25.150.”

    Quella attuale si presenta come “Una situazione di equilibrio tra le quantità di percolato in ingresso dalle due discariche (Scarpino 1 e 2) e l’uscita sia con le autocisterne, sia verso il depuratore di Cornigliano dove vengono inviati circa 125 metri cubi/ora corrispondente al livello massimo delle capacità di trattamento dell’impianto”.

    “La situazione continua ad essere costantemente monitorata dal personale Amiu in discarica e tutti gli enti di controllo (Arpal, Settore Ambiente della polizia municipale, Provincia) con la Prefettura, il Comune di Genova e la Regione Liguria sono stati aggiornati sull’evoluzione della situazione: ogni eventuale variazione sarà tempestivamente comunicata”.

    Aggiornamento 22 marzo ore 16

    “Amiu informa che in data odierna, all’incirca alle ore 04,00, è ripreso -anche se in maniera molto limitata- il debordamento del percolato dalle vasche di stoccaggio della discarica di Scarpino”.

  • Rifiuti speciali, il sistema di tracciabilità e monitoraggio per combattere le ecomafie

    Rifiuti speciali, il sistema di tracciabilità e monitoraggio per combattere le ecomafie

    ambiente-rifiuti-DIl sistema di tracciabilità e monitoraggio dei rifiuti, il cosiddetto Sistri – nato nel 2009 su iniziativa del Ministero dell’Ambiente con la finalità di informatizzare l’intera filiera dei rifiuti speciali a livello nazionale e dei rifiuti urbani per la Regione Campania – dopo alcune false partenze è finalmente entrato in vigore – il 1 ottobre 2013 – per trasportatori e gestori di rifiuti speciali pericolosi (impianti di stoccaggio e trattamento). Adesso è la volta della seconda fase, partita ufficialmente pochi giorni fa, il 3 Marzo 2014, che vincola all’utilizzo del Sistri tutti i produttori di rifiuti speciali pericolosi.
    La Legge 27 Febbraio 2014 n.15, di conversione del famoso decreto “Milleproroghe” (DL 150/2013), dunque, ha stabilito l’obbligo di utilizzo del Sistri per l’ultimo grande scaglione di soggetti coinvolti, prorogando al 31 Dicembre 2014 il già noto “doppio binario” – ossia l’utilizzo contestuale del precedente sistema cartaceo di tracciamento dei rifiuti (Formulario di identificazione dei rifiuti, Registro di carico/scarico, Modello unico di dichiarazione ambientale MUD) e del nuovo sistema – e prolungando il periodo di sperimentazione, visto che le sanzioni relative ad eventuali violazioni nell’utilizzo del Sistri sono prorogate al 1 Gennaio 2015.

    “Il sistema semplifica le procedure e gli adempimenti riducendo i costi sostenuti dalle imprese e gestisce in modo efficiente un processo complesso con garanzie di maggiore trasparenza, conoscenza e prevenzione dell’illegalità – si legge sul sito web dedicato www.sistri.it – Nell’ottica di controllare in modo più puntuale la movimentazione dei rifiuti speciali lungo tutta la filiera, viene pienamente ricondotto nel Sistri il trasporto intermodale e posta particolare enfasi alla fase finale di smaltimento dei rifiuti, con l’utilizzo di sistemi elettronici in grado di dare visibilità al flusso in entrata ed in uscita degli autoveicoli nelle discariche”. Questo in pura teoria perché nell’effettiva pratica di sperimentazione non sono mancati i problemi che, almeno finora, hanno impedito al Sistri di svolgere appieno il ruolo per cui è sorto.

    Il Sistri danneggia le piccole e medie imprese. La posizione delle associazioni di categoria

    «Controllare la produzione e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi è sicuramente un obiettivo condivisibile, ma riteniamo sbagliato equiparare una piccola impresa artigiana ad una grande industria, sottoponendola agli stessi costosi obblighi informatici», questo il commento di Luca Costi, segretario regionale di Confartigianato Liguria, in merito all’entrata in vigore della seconda fase del Sistri. Secondo Confartigianato, se da un lato il sistema nasce per tutelare l’ambiente e combattere il traffico illegale delle ecomafie, dall’altro rischia di complicare le attività di circa 350 mila imprese italiane interessate, di cui 25 mila in Liguria. Si tratta, per la maggior parte, di estetisti, acconciatori, orafi, calzolai, orologiai, che d’ora in poi, per segnalare lo smaltimento di rifiuti pericolosi, dovranno inserire dati e firmare moduli sull’apposita piattaforma informatica a cui accedere attraverso la propria chiavetta Usb. «Parliamo di piccole realtà che producono modeste quantità di rifiuti tossici – aggiunge Costi – di certo non paragonabili a quelle di grandi aziende o multinazionali. Ma in quattro anni di sperimentazione, il Sistri ha imposto a entrambe le categorie produttive gli stessi obblighi e gli stessi costi, non indifferenti. Per non parlare dei difetti della piattaforma informatica, delle chiavette Usb e delle scatole nere degli autotrasportatori, criticità che ancora devono essere risolte». Insomma «Il sistema rischia di trasformarsi in un ulteriore sovraccarico burocratico per le Pmi – conclude Costi – per combattere davvero le ecomafie serve maggiore efficienza, trasparenza , economicità e un utilizzo semplice e immediato».
    «Sì al controllo dei rifiuti, no al Sistri, un mostro informatico che danneggia le piccole imprese – gli fa eco Marco Merli, presidente Cna, Confederazione dell’Artigianato della LiguriaAdesso un barbiere per smaltire cinque lamette dovrà, con l’apposita chiavetta Usb, collegarsi al sito del Sistri, aprire la scheda, inserire i dati, firmare i moduli e salvarli, un documento per ogni tipo di rifiuto, con un aggravio di costi e procedure complesse. Noi proseguiremo la battaglia avviata in Parlamento e stiamo valutando anche un’azione con i nostri legali – sottolinea Merli – In passato abbiamo avuto segnalazioni di trasportatori con problemi di funzionamento della chiavetta Usb, della scatola nera inserita sul veicolo, senza dimenticare chi ha incontrato difficoltà di accesso alla piattaforma digitale».

    Da un censimento della Confcommercio relativo ai primi mesi di avvio su un campione di imprese di trasporto e gestione dei rifiuti (i primi comparti interessati), emergono dati preoccupanti. Tra questi «Un crollo del fatturato delle imprese che hanno ridotto la propria attività con conseguente decremento del fatturato, quantificabile nel settore del trasporto in 20.000 euro in media in un anno, con picchi anche di 40.000 euro per alcune imprese». In alcuni casi, sostiene Confcommercio, il crollo è stato pure del 50%. La Confederazione dei commercianti, a questo punto, auspica che il neo ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti «Sospenda l’operatività del sistema in attesa di rendere effettive le semplificazioni discusse nei tavoli tecnici di lavoro, oltre a sospendere il contributo 2014».

    Nel medesimo giorno di avvio della fase due del Sistri, il 3 marzo scorso, il Ministro dell’Ambiente Galletti ha dichiarato: «Un approfondimento sul Sistri è fra le priorità in agenda per i prossimi giorni. Le istanze avanzate dai “piccoli produttori” sono tenute nella massima considerazione. È infatti in via di perfezionamento un decreto che assoggetta al Sistri solo imprese ed enti produttori iniziali di rifiuti con più di 10 dipendenti nei settori dell’industria, artigianato, commercio e servizi. Il decreto inoltre contiene altre semplificazioni finalizzate a venire incontro alle esigenze dei produttori al fine di assicurare un “decollo” della fase due del sistema che sia meno problematica possibile. L’obiettivo del Governo è quello di rendere questo strumento, dalla storia travagliata, una ulteriore opportunità per la competitività del Paese ed un presidio per la tutela della legalità».

    [quote]Il mondo ambientalista favorevole alla partenza del Sistri ma per contrastare il traffico illecito di rifiuti servono politiche di prevenzione e incentivazione al riciclo virtuoso dei rifiuti[/quote]

    «Noi abbiamo sempre sostenuto, già da fine anni ’90, che occorre intervenire anche con la tecnologia per stanare l’ecomafia e la criminalità ambientale del ciclo dei rifiuti – racconta Stefano Ciafani, vicepresidente nazionale di Legambiente – Quando è stato provato il Sistri, purtroppo, ci siamo trovati dinanzi ad un sistema che si è sempre inceppato. Una parte delle realtà produttive italiane comprensibilmente si è lamentata visto che il sistema, oltre a non funzionare, ha complicato le operazioni ed aumentato i costi per le aziende. Le proroghe del passato, ai fini di un adeguamento del Sistri, non sono servite a nulla. Quindi noi pensiamo che sia il caso di far partire il sistema e se questo, per l’ennesima volta, dimostrerà di non essere in grado di svolgere il suo ruolo di monitoraggio del ciclo dei rifiuti speciali pericolosi e tracciabilità degli stessi, nell’ottica di una riduzione dello smaltimento illecito, il Paese ne chiederà conto a chi l’ha progettato, cioè la società Selex del gruppo Finmeccanica, la quale ha recentemente affermato di aver approntato le modifiche necessarie». A suo tempo Legambiente aveva espresso forti dubbi proprio riguardo alle modalità con le quali la progettazione del Sistri è stata affidata a Selex «Una società che non ha alcuna esperienza specifica nel campo dei rifiuti – sottolinea Ciafani – Infatti, alla prova del nove, Selex si è rilevata non adatta a tale compito».
    Per quanto riguarda il decreto al vaglio del Governo – ma finora non approvato – che potrebbe esentare dal Sistri le aziende con meno di 10 dipendenti, l’associazione ambientalista manifesta con decisione la sua contrarietà «Esentare le piccole aziende piuttosto che quelle medie ci sembra un ragionamento parziale – sottolinea il vice presidente di Legambiente – Occorre che il sistema intercetti i flussi principali di rifiuti speciali pericolosi che danno luogo ai traffici illeciti, siano essi alimentati da grandi realtà industriali oppure da piccole imprese. In altri termini, più che puntare sulla dimensione delle singole aziende bisogna puntare sulla pericolosità dei rifiuti maggiormente coinvolti nel circuito dello smaltimento illegale».
    «Tutti i sistemi di controllo e garanzia per i cittadini sono i benvenuti – spiega Roberto Cuneo, presidente di Italia Nostra Liguria – Detto ciò, se la tecnologia, invece di facilitare gli adempimenti burocratici delle aziende al contrario li appesantisce, il sistema diventa solo una rappresentazione fittizia di controllo a scapito delle ditte oneste». Secondo Italia Nostra, dopo il ripetersi di diverse finte partenze che hanno comunque comportato costi notevoli per le aziende «Adesso bisogna far partire il Sistri e sottoporlo fin da subito a puntuale manutenzione affinché, finalmente, possa adempiere al compito per cui è stato creato». Finora, infatti, la documentazione cartacea per molte realtà imprenditoriali è parsa soltanto burocrazia inutile «Dunque siamo d’accordo con l’avvio del Sistri – conclude Cuneo – Speriamo che questa sia la volta buona».

    I numeri dell’illegalità ambientale in Italia ed in Liguria

    Legambiente, ormai da tempo, cura la redazione del prezioso rapporto annuale “Ecomafia” raccontando tramite i dati la storia della criminalità ambientale nel nostro Paese. “I numeri degli illeciti ambientali accertati nel 2012 delineano una situazione di particolare gravità: 34.120 reati, 28.132 persone denunciate, 161 ordinanze di custodia cautelare, 8.286 sequestri – si legge nell’ultimo rapporto Ecomafia 2013 – Il 45,7% dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (nell’ordine Campania, Sicilia, salita in seconda posizione, Calabria e Puglia) seguite dal Lazio, stabilmente al quinto posto ma con un numero di reati in crescita rispetto al 2011 (+13,2%) e dalla Toscana, che raggiunge il sesto posto, con 2.524 illeciti (+15,4%), scavalcando la Sardegna. Prima regione del Nord Italia diventa la Liguria (1.597 reati, +9,1% sul 2011), che supera la Lombardia, scivolata in nona posizione”.

    In particolare, per quanto concerne il ciclo dei rifiuti “Cresce il numero di persone denunciate in Italia per le illegalità nel ciclo dei rifiuti: dalle 5.830 del 2011 alle 6.014 del 2012 (di queste, ben 1.911 solo da parte del Corpo forestale dello stato) – continua il rapporto di Legambiente (su dati 2012) – Ogni giorno, insomma, 16 persone vengono denunciate in Italia per reati che vanno dallo smaltimento illegale al traffico illecito. E aumenta in maniera significativa anche il numero di sequestri: 2.230, con un incremento del 18% rispetto al precedente rapporto”.
    Le indagini ancora aperte e quelle già chiuse confermano che “…dalle banchine liguri partono alcuni dei principali traffici internazionali di rifiuti – sottolinea il dossier Ecomafia 2013 – Già nel 2011 l’indagine Combined Hope dell’Agenzia delle dogane, in collaborazione con gli agenti del Comando provinciale del Corpo forestale dello stato, aveva scoperto un flusso illegale in partenza da La Spezia di circa 25 tonnellate di rifiuti pericolosi provenienti dalla Nuova Zelanda e destinati a un paese dell’Africa subsahariana […] Il 27 settembre del 2012 è arrivato il bis: gli stessi inquirenti hanno sequestrato altre 22 tonnellate di rifiuti pericolosi stipati in un cargo proveniente dalla Grecia e destinato a un paese dell’Africa subsahariana. Anche in questo caso, il carico era dichiarato contenente “parti di autovetture usate”, ma esattamente come la volta prima si trattava di rifiuti tout court”.
    In totale nel 2012, nella nostra regione, sono state accertate 154 infrazioni connesse al ciclo dei rifiuti, le persone denunciate sono state 214 (ma zero quelle arrestate), mentre i sequestri effettuati sono stati 51.

    Bisogna considerare che in Italia, mediamente «Si perdono nel nulla, ogni anno, circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti speciali, anche pericolosi – sottolinea il vice presidente di Legambiente, Stefano Ciafani – Si tratta di una quantità incredibilmente grande. Se davvero si vuole combattere l’ecomafia e il traffico illecito dei rifiuti occorre analizzare con attenzione le ordinanze di custodia cautelare emesse dal 2001 ad oggi. Parliamo di 200 indagini che riguardano quasi tutte le regioni italiane, compresa la Liguria. Ebbene, ci sono rifiuti pericolosi che compaiono puntualmente nelle indagini: polveri abbattimento fumi, fanghi, scarti di industria chimica e farmaceutica, scorie di fonderie, ecc. Cominciamo ad intervenire con norme rigide a prescindere dalle dimensioni delle singole aziende».

    Il Sistri potrebbe essere una buona occasione per razionalizzare il sistema di monitoraggio degli scarti speciali pericolosi, senza dimenticare, però, che per contrastare efficacemente i traffici illeciti di rifiuti occorre mettere in campo una serie di azioni ad ampio raggio. «L’idea di tracciare i flussi ha sicuramente una sua logica – aggiunge Antonio Pergolizzi, coordinatore dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente – Tuttavia, come è successo finora, anche in futuro ci saranno sempre soggetti disonesti che, senza i necessari controlli, troveranno escamotage per aggirare le regole e boicottare il sistema informatico». Insomma, i flussi illeciti continueranno, nonostante l’uso di un sistema tecnologico. «Per combatterli servono attività investigative ma non solo – conclude Pergolizzi – Fondamentale è investire in politiche preventive, quindi nel miglioramento dell’impiantistica e dei processi produttivi (l’80% dei rifiuti speciali pericolosi, infatti, è di origine industriale), oltre ad incentivare il riciclo virtuoso dei rifiuti».

    Matteo Quadrone

  • Scarpino, emergenza percolato: piano interventi di Amiu, dalle trivellazioni al compostaggio

    Scarpino, emergenza percolato: piano interventi di Amiu, dalle trivellazioni al compostaggio

    Scarpino, discarica di GenovaUn team di esperti sta affiancando Amiu nelle operazioni di scavo per la trivellazione di otto pozzi lungo il perimetro della discarica per l’analisi approfondita del sottosuolo con l’obiettivo di intercettare in profondità le acque delle falde che hanno fatto impazzire Scarpino 1 (la vecchia discarica dismessa nel ’95, costruita senza i più banali accorgimenti in tema di impermeabilizzazione, conseguenza della superficialità delle norme dell’epoca) e che da quasi un mese fanno sì che vengano prodotte quantità fuori controllo di percolato. Le vasche a valle della discarica, è ormai storia nota, tracimano e il liquido inquinato si riversa nel rio Cassinelle, quindi nel Chiaravagna e alla fine in mare all’altezza della zona residenziale della Marina di Sestri Ponente.

    Partiamo dai dati. Da che cosa è composto il percolato riversato in mare? Questa banale domanda aveva causato nelle scorse settimane forte imbarazzo in Consiglio comunale (qui l’approfondimento), quando l’assessore Valeria Garotta aveva allargato le braccia davanti ad una preoccupante mancanza di informazioni. Poi la pubblicazione dei primi dati (qui l’approfondimento) dove mancavano però i valori più pericolosi per l’ambiente, ovvero i metalli pesanti.

    Scarpino, percolato nel torrente

    «I valori sui metalli che sono stati registrati da Arpal sono inferiori ai limiti previsti dalla legge – ha dichiarato l’ad Amiu Pietro D’Alema che ha convocato i giornalisti questa mattina nella sede di via D’Annunzio per illustrare la strategia di interventi sulla discarica –  questo non vuol dire che non ci siano, ma stiamo parlando di un quantitativo non problematico per la salute umana. Il problema vero di questo percolato è l’ammoniaca e ognuno di noi reagisce in modo diverso al contatto con l’ammoniaca. Il rio Cassinelle fa una cascata prima di immettersi nel Chiaravagna, ed è lì che avviene l’anomalo innalzamento di fumi di ammoniaca. Leggendo i dati, parliamo di 80/85 mg per metro cubo, ovvero la stessa quantità che si registra presso allevamenti di bovini e suini in pianura padana, tanto per fare un esempio. I dati continueranno comunque a essere monitorati». Va detto che se i valori generali nell’acqua del rio Cassinelle e del Chiaravagna non non sono tali da incidere sulla salute umana, in alcuni casi lo sono eccome per quanto riguarda la vita dei pesci e quindi dell’ecosistema, un’emergenza ambientale che non sarà certo possibile arginare nel breve periodo.

    Il piano di Amiu per fronteggiare l’emergenza e risolvere il problema

    «Negli ultimi tre anni sono stati effettuati investimenti importanti (4 milioni di euro) per opere idrauliche di regimazione delle acque all’interno di Scarpino finalizzate a ridurre la produzione di percolato e garantire la stabilità della discarica – ha precisato D’Alema – Non dimentichiamoci che Amiu ha ereditato la situazione di Scarpino 1 e non può fare altro che intervenire per arginare le inevitabili problematiche causate da evidenti limiti in fase di progettazione».

    percolato-scarpino-1-graficoPoi, l’imprevedibile: le piogge di questo inverno hanno registrato un’insistenza fuori dalla norma (non per intensità, ma per costanza e progressività nel tempo creando effetto spugna nel terreno) e hanno alimentato le falde sottostanti Scarpino 1. La situazione è quindi degenerata e il grafico qui accanto lo dimostra: solo la produzione di percolato della vecchia discarica in disuso supera il quantitativo massimo sopportato dal percolatodotto e dal depuratore di Cornigliano (3000 metri cubi). «Basti pensare che durante l’alluvione del 2011 la quantità media registrata era di circa 1800 metri cubi al giorno», ha sottolineato D’Alema.

    «I livelli di intervento sono due – continua D’Alema – il primo è legato alla gestione dell’emergenza e le operazioni sono ancora in corso, abbiamo innanzitutto attivato il sistema di prelievo con autobotti (ad oggi 10.000 metri cubi di liquame) che portano il percolato agli impianti di depurazione di La Spezia e Piacenza. Abbiamo posato dei teli sulla discarica di Scarpino 2 per evitare eccesiva produzione di percolato anche dalla discarica attiva (che in media nelle giornate piovose produce poco più di 1200 metri cubi al giorno, ndr) e abbiamo immesso dell’aria nel percolatodotto per abbattere i livelli di ammoniaca. Aldilà del percolato, abbiamo anche fatto analisi sul terreno per evitare brutte sorprese per quanto riguarda la stabilità del terreno della discarica, vista la situazione ligure in tema di frane, ma sorprese di questo genere sono da escludere categoricamente».

    L’altro livello di intervento è quello più a lungo termine e che dovrebbe risolvere definitivamente il problema. «In questi giorni abbiamo avviato, coadiuvati da un team di esperti, attività di trivellazione per provare ad intercettare i “rivi” sotterranei che, dall’esterno della discarica, alimentano le sorgenti sotto Scarpino 1 che non è mai stata impermeabilizzata». Il che significa che i rifiuti di Sacrpino 1 (ormai mineralizzati) sono a contatto con le falde, non esiste impermeabilizzazione fra il terreno e i rifiuti. Una situazione che non si può recuperare e che non ha margini di intervento. Ma non è tutto. Per voltare davvero pagina sono necessari investimenti importanti.

    Nuovi investimenti per impianto di compostaggio dell’organico e depuratore ad hoc

    Amiu, ad D'Alema e presidente Castagna
    L’ad Pietro D’Alema (a sinistra) e il presidente Amiu Marco Castagna

    «Dobbiamo intercettare l’acqua prima che entri a contatto con i rifiuti, ma questo non basterà a risolvere definitivamente le problematiche della nostra discarica – ha ammesso D’Alema – È necessario andare a monte del problema. Ovvero evitare in futuro di scaricare rifiuti organici a Scarpino. Per fare ciò proseguiremo con il percorso di crescita della raccolta differenziata grazie all’installazione di postazioni multiraccolta in città per la separazione dell’umido, che pesa un terzo dei rifiuti totali. Ma se in passato l’idea era quella di procedere prima con il potenziamento della differenziata (che ha costi relativamente bassi) e poi solo in un secondo tempo con la realizzazione di un impianto di compostaggio a Genova, ora l’iter va assolutamente velocizzato come ci impone, tra l’altro, il nuovo piano regionale e le nostre linee guida (qui l’inchiesta di Era Superba sul nuovo Piano dei rifiuti, ndr). Sono necessari investimenti anche da parte della Regione per poter compiere questo fondamentale passo in avanti. Anche perché senza investimenti non si può guardare al futuro con ottimismo». 

    E l’impianto di compostaggio dismesso in Val Varenna? «Era un impianto costruito all’interno di una cava – ha risposto D’Alema – e trattava 7000/8000 tonnellate di rifiuti organici ogni anno, troppo poco. Una frana aveva portato alla luce rischi per l’incolumità di chi ci lavorava e i costi per la messa in sicurezza sarebbero stati superiori rispetto a quelli sostenuti in questi anni per il trasporto di rifiuti fuori dalla Liguria. A noi serve un impianto capace di smaltire 60000 / 70000 tonnellate all’anno».

    L’altro aspetto fondamentale riguarda il nuovo impianto di depurazione che Iren realizzerà a Cornigliano (qui l’approfondimento di Era Superba) e che sarà capace di trattare quantitativi superiori rispetto ai 3000 attualmente trattati. «Noi nel progetto preliminare del polo impiantistico che comprendeva anche il famoso gassificatore (ora non più realizzabile per effetto del nuovo Piano di gestione rifiuti, ndr) avevamo già previsto un impianto di digestione anaerobica a Scarpino (per la degradazione della sostanza organica, ndr) a cui ora intendiamo aggiungere il già citato impianto di compostaggio che inizialmente non era previsto (costo totale dell’operazione fra i 60 e i 70 milioni di euro, tre anni per la realizzazione) e, infine, l’impianto ad hoc per il trattamento del percolato direttamente in loco, a ridosso delle attuali vasche che sorgono proprio sopra il rio Cassinelle».

    Se il piano d’azione di Amiu riuscirà ad andare di pari passo con i futuri stanziamenti regionali, potrebbe dunque aprirsi una nuova era per la gestione dei rifiuti nella nostra città. Certo, sarà fondamentale lo stanziamento di fondi da parte della Regione, ma non è da escludere che per arrivare a sostenere l’investimento previsto sia necessario passare anche da aumenti della tassa comunale che sicuramente non faranno felici i genovesi. D’altronde, come dicono i saggi, sciûsciâ e sciorbî no se pêu.

    Gabriele Serpe

     

  • Emergenza Scarpino: nuovi sversamenti e i risultati delle analisi sono incompleti

    Emergenza Scarpino: nuovi sversamenti e i risultati delle analisi sono incompleti

    Scarpino, percolato nel torrente
    Il rio Cassinelle sulle alture di Sestri

    Finalmente i primi dati. Richiesti a gran voce dai consiglieri già nelle scorse settimane e anticipati ieri mattina dall’edizione genovese di Repubblica, ecco arrivare i risultati ufficiali delle prime analisi di Arpal sul percolato di Scarpino. Purtroppo, però, mancano gli elementi più importanti, quelli che riguardano gli eventuali metalli pesanti – insolubili nell’acqua, cancerogeni e mutageni, cioè che possono intervenire a livello di mutamenti genetici – presenti nel liquido sversato nel rio Cassinelle e, di conseguenza, nel Chiaravagna.

    «Il Comune di Genova – commenta Andrea Agostini di Legambiente – è nelle condizioni che se un matto versa del cianuro in un fiume, dopo una settimana non è in grado di sapere che cosa sia stato sversato mentre la gente nel frattempo si ammala». Fuor di metafora, di fronte a un disastro ambientale come quello di Scarpino, il problema non è più tanto la capacità delle vasche di raccolta del percolato ma piuttosto quello di capire da che cosa sia realmente composto questo percolato. «Finora – prosegue Agostini – si sta parlando solo di acqua sporca e puzzolente, con un po’ di ammoniaca che comunque si diluisce. Ma noi vorremmo anche che si cercasse di capire se ci sono dei veleni. D’altronde, Pericu era già stato indagato per la presenza di pcb e idrocarburi policiclici aromatici provenienti da Scarpino 1. Ci sono ancora? Se così fosse il percolato non potrebbe andare al depuratore né tantomeno nel rio Secco o nel Cassinelle, ma le acque velenose andrebbero smaltite in zone sicure. Perciò abbiamo fatto un esposto alla procura affinché si faccia luce rapidamente su questi elementi e su quella che definirei “innocenza criminale” dell’amministrazione». Nel frattempo, sono arrivati anche i primi tre indagati: si tratta del direttore degli impianti di smaltimento di Scarpino, del responsabile della qualità e dei laboratori di analisi e di un tecnico, tutti dipendenti di Amiu.

    Oltre ai dati sui metalli pesanti, mancano anche le analisi sulle percentuali di BOD (domanda biologica di ossigeno) che indica la potenziale riduzione di ossigeno disciolto nell’acqua con conseguenti possibili effetti ambientali negativi.

    «Arpal – ha detto l’assessore all’Ambiente, Valeria Garottami ha anticipato che le analisi mancanti dovrebbero arrivare entro fine settimana. A quel punto indiremo una conferenza stampa congiunta per spiegare nel dettaglio quanto sarà trovato perché il Comune in questo caso è l’anello debole. Oggi, infatti, posso solo fornire i dati così come mi sono stati inviati, ovvero senza nessun supporto tecnico esaustivo a commento».

    «Arpal e Asl3 – attacca Enrico Pignone, capogruppo della Lista Doria e storico membro dell’associazione “Amici del Chiaravagna” – si sono nascoste dietro un ipotetico e inesistente veto della Procura alla diffusione dei dati. Forse perché Asl si è accorta di non essere intervenuta finora ma che lo avrebbe dovuto fare già da tempo? Perché, se non c’è pericolo per l’incolumità delle persone, questi dati non sono stati resi pubblici subito? Che cosa vogliono nascondere?». Da qui i sospetti anche sui ritardi riguardo le analisi più importanti. Che sia stato trovato qualcosa di non proprio “regolare”? O che Arpal non sia in grado di fare direttamente queste analisi? «D’altronde – spiega Agostini – si tratta di studi piuttosto complessi e costosi per cui Arpal non riceve finanziamenti dalla Regione Liguria, limitati alle sole analisi biologiche che non nulla hanno a che vedere con quelle chimiche necessarie in questo caso».

    I dati del disastro ambientale

    Percola to da Scarpino nel rio CassinelleA proposito di dati, eccone alcuni. Innanzitutto la quantità di percolato. Dal 16 gennaio, secondo quanto riportato in aula consigliare dall’assessore Garotta, mediamente da Scarpino 1 arrivano 4600 metri cubi di percolato al giorno. Nel 2011 la media era di 1800 mentre, negli ultimi due anni, dopo gli interventi di messa a regime del percolatodotto, erano scesi a 1500 mq al giorno. Ma la capacità attuale del percolatodotto si attesta sui 3000 mq/giorno: dunque, finché non si riuscirà a riportare il livello di liquami sotto questa soglia, continueranno gli sversamenti dal momento che non sono state evidenziate soluzioni tecniche (autobotti, teli impermeabilizzanti) utili e sufficienti a fronteggiare l’emergenza.
    A questo punto è indispensabile analizzare i dati – almeno quelli finora disponibili – riguardanti i corsi d’acqua che subiscono questi sversamenti. Partiamo dalla presenza di azoto ammoniacale, l’elemento più fastidioso all’olfatto. La legge n. 152/2006 anche nota come “Testo unico ambientale” prevede un limite di 15 mg/l, ma alla confluenza tra il rio Cassinelle e il rio Bianchetta i dati di Arpal parlano di valori altalenanti tra i 2 e gli 83 mg/l. In particolare, nell’ultimo rilevamento compiuto, la quota registrata è stata di 53 mg/l: ben oltre i limiti di legge.
    Gli altri numeri riguardano la COD (domanda chimica di ossigeno) che misura la quantità di ossigeno utilizzata per l’ossidazione di sostanze organiche e inorganiche contenute: un valore alto comporta una ridotta capacità di autodepurazione dell’acque e quindi la difficoltà a sostenere forme di vita. Il limite per la vita dei pesci sarebbe di 1 mg/l, ma in questo caso i valori registrati oscillano tra i 10 e 365 mg/l, con l’ultimo rilevamento assestato a 110 mg/l. Siamo, dunque, rientrati nei parametri di legge che fissano il limite a 160 mg/l ma… poveri pesci.

    Su queste analisi, Asl3 sostiene che non ci sia alcun pericolo per la salute dei genovesi e che non sia dunque necessario prendere ulteriori misure precauzionali da parte dell’amministrazione. Pur senza voler creare inutili allarmismi, va sottolineato però che siamo di fronte a una valutazione incompleta finché non verranno resi pubblici tutti i dati, metalli pesanti compresi.
    C’è un ulteriore elemento su cui sarebbe necessario fare chiarezza. L’assessore Garotta, riferendosi alle comunicazioni di Asl, ha parlato di «valutazioni su rilevamenti Arpal fino al 22 gennaio». Ma il 22 gennaio è passato da una settimana: che cosa è successo nel frattempo? E perché si è aspettato così tanto per rendere pubblica questa informazione?

    Il lungo dibattito in Consiglio comunale

    palazzo-tursi-aula-angolo-alto-destro-D5Sulla stessa linea anche gli interrogativi di diversi consiglieri che, in sala Rossa, hanno dato vita a un dibattito piuttosto infuocato, sfociato nella richiesta da parte delle opposizioni delle dimissioni dei vertici Amiu e dell’assessore Garotta (e c’è stato persino chi – Alfonso Gioia, Udc – ha suggerito il possibile sostituto: Raphael Rossi).

    «Da preoccupazione che il territorio ha sempre manifestato verso la discarica di Scarpino – ha detto nel suo intervento in Sala Rossa Enrico Pignone – la situazione si sta trasformando in un vero e proprio incubo. Ed è ancora più preoccupante che i dati sulle analisi, che sembra parlino di valori di veleni 50 volte superiori rispetto alla norma, arrivino prima ai giornalisti che ai consiglieri».

    Antonio Bruno, capogruppo della Federazione della Sinistra, porta invece la sua esperienza personale: «Amiu ha continuato a negare lo sversamento che io stesso avevo visto con i miei occhi finché non abbiamo pubblicato le foto sul web. Solo allora è arrivata la conferma ufficiale. Ma se non c’è nulla da nascondere perché i cittadini non sono stati informati?».

    Molto articolato l’intervento del Movimento 5 Stelle a cura del consigliere Stefano De Pietro. I grillini, dopo una dettagliata ricostruzione delle situazioni che hanno portato all’emergenza di oggi, chiedono: «Che fine ha fatto il progetto Amiu di “strippare” l’ammoniaca a Scarpino per distillazione, usando il biogas prodotto dalla discarica? Forse è meglio, per Amiu, potersi fregiare di produrre energia elettrica dallo stesso gas, invece che pensare ad un problema di salute pubblica. E dove finisce adesso tutto questo? In mezzo alle barche del porto turistico di Sestri, tra le case di recente costruzione, in un’area che si chiude su se stessa per la presenza di dighe e moli, quindi con il pericoloso effetto di una possibile concentrazione in zona di metalli pesanti sul fondo e di miasmi in aria».

    Salemi (Lista Musso) fa, invece, un salto nel passato e ricorda come già 17 anni fa, l’allora assessore regionale all’Ambiente, sostenesse che la situazione di Scarpino fosse «precaria perché sono necessari interventi di risanamento e perché si tratta di una discarica che non potrà avere una lunga vita».

    Più politica la polemica sollevata da Lilli Lauro, capogruppo PdL: «L’ex sindaco Vincenzi è nelle grane per non avere dimostrato responsabilità nella gestione della salute dei cittadini, io chiedo a lei, sindaco Doria, che responsabilità abbia in questo caso, visto che nelle sue linee programmatiche non si fa cenno alcuno a Scarpino».

    L’argomento, affrontato nelle more di un articolo 55, ha visto un intervento per ogni gruppo politico e ha messo sul piatto tante domande che restano ancora senza risposta. A queste, il legambientino Agostini ne aggiunge un’altra: «Possibile che quest’acqua di falda incontrollata che causa un aumento a dismisura del percolato sia venuta fuori solo oggi, quando dal 2010 Arpal ha tra i suoi consulenti il professor Renzo Rosso, ordinario di ingegneria idraulica del Politecnico di Milano? Possibile che Rosso, che si è occupato dei lavori di regimentazione delle acque di Scarpino 2, non si sia mai accorto di nulla in quattro anni?».

    Il capogruppo del Pd, Simone Farello, dopo aver sottolineato come tutti debbano prendersi le proprie responsabilità, «perché l’unico modello del ciclo dei rifiuti a Genova è sempre stato basato sulla discarica in proroga e in continua deroga e non è mai stato ottenuto alcun risultato su questo piano perché si è assistito a un continuo cambiamento di linee programmatiche», ha evidenziato come spetti alla giunta indicare una soluzione strutturale del problema, al di là dell’emergenza. «Non possiamo continuare a tenerci la discarica perché non siamo d’accordo con i piani industriali presentati da Amiu» ha concluso l’ex assessore alla Mobilità della giunta Vincenzi.

    Gli sversamenti inquinanti proseguono: e adesso?

    È davvero difficile, al momento, capire come uscirne. Anche perché lo stesso sindaco Marco Doria ha ricordato che «se fosse ipoteticamente chiusa Scarpino 2, gli sversamenti continuerebbero in quanto provenienti dalla discarica di Scarpino 1, chiusa da anni. È, dunque, indispensabile come prima cosa intercettare i flussi d’acqua sotterranei che arrivano da Scarpino 1». E in questa direzione sta intervenendo Amiu, come ha spiegato l’assessore Garotta: «Sono in corso gli studi idrogeologici per valutare come intercettare l’acqua a monte delle vasche di raccolta del percolato. Abbiamo poi chiesto ad Amiu di migliorare l’impermeabilizzazione superficiale di Scarpino 1 e studiare la realizzazione di nuove vasche, dal momento che non è strutturalmente possibile alzare quelle vecchie. Inoltre, il nuovo depuratore (qui l’approfondimento di Era Superba, ndr), che avrà sede nell’area ex Ilva, dovrà essere in grado di trattare una quantità maggiore di percolato rispetto a quella attuale, con l’eventualità della realizzazione di un piccolo depuratore per il trattamento del percolato direttamente nel polo impiantistico di Scarpino. Infine, abbiamo chiesto ad Amiu di avviare la progettazione definitiva per la realizzazione dell’impianto di trattamento dell’umido con biodigestione e compostaggio nella nuova parte a freddo di Scarpino: solo così potremmo concretamente potenziare anche la raccolta differenziata dell’umido».
    Per raggiungere tutti questi obiettivi il più rapidamente possibile, l’assessore sottolinea che «tutti dovremo fare la nostra parte: cittadini, Comune, Amiu ma anche la Regione affinché una parte dei fondi europei strutturali siano dedicati alla realizzazione dell’impianto dell’umido».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amiu, nuovo piano industriale: le decisioni del Cda immediatamente operative

    Amiu, nuovo piano industriale: le decisioni del Cda immediatamente operative

    RifiutiCome abbiamo già visto qualche settimana fa, Amiu (qui il quadro delle attività dell’azienda) si appresta a mettere in pratica le linee guida del nuovo piano industriale in concomitanza con l’approvazione del Piano di Gestione dei Rifiuti da parte della Regione Liguria (qui l’inchiesta integrale di Era Superba). Ieri, lunedì 27 gennaio, si è riunito il Consiglio di Amministrazione della società partecipata, sotto pressione in questi giorni per l’emergenza Scarpino e per le indagini svolte dall’Autorità Giudiziaria sull’operato di AMIU e dei suoi dipendenti. Il CdA ha approvato una serie di prescrizioni urgenti e immediatamente operative. I provvedimenti riguardano tematiche diverse, dal percolato di Scarpino (di cui ci occuperemo nelle prossime ore con uno specifico approfondimento, ndr) all’area finanza, dalla differenziata sino a gare e appalti.

    Con una nota stampa AMIU ha voluto riassumere i punti principali riguardo alle decisioni del Cda. Per quanto riguarda l’area finanza e controllo di gestione l’Azienda “dovrà allinearsi alle nuove prescrizioni contenute nel sistema di controllo delle società partecipate del Comune entro l’approvazione del bilancio 2013”. Con il Comune AMIU intende avviare già nell’immediato il percorso di confronto con Tursi per la determinazione della tariffa 2014.

    Qualche novità per quanto riguarda le strutture operative, in particolare il laboratorio AMIU per il servizio di campionamento e analisi. Nella nota stampa Amiu indica come punti principali l’ “avvio immediato del percorso per ottenere (nel più breve tempo possibile) la Certificazione formale che consenta di ottemperare alle necessarie e richieste caratteristiche di “terzietà” (indipendenza, ndr) per il Laboratorio AMIU appoggiandosi nel transitorio ad un laboratorio esterno.” Inoltre il Cda vuole predisporre e avviare entro la fine dell’anno “un piano di qualificazione professionale per gli addetti alla Direzione Tecnica di AMIU, sulla base di un adeguato screening degli attuali profili professionali e dell’individuazione delle competenze funzionali necessarie in relazione all’attuale e futura dotazione impiantistica della Società”.

    Gare, approvvigionamenti e acquisti

    Il tema, dopo le notizie apparse di presunte tangenti per gli appalti durante l’alluvione del 2011, è delicato per i vertici Amiu. Si legge nella nota:  “Utilizzo in via stabile e definitiva della Stazione Unica Appaltante del Comune di Genova sia per l’espletamento delle gare “sopra soglia” che per tutti gli acquisti e approvvigionamenti dell’Azienda”. E precisa:  “entro un mese dovrà essere realizzata (di concerto con la Stazione Unica Appaltante del Comune di Genova) una revisione integrale del Regolamento Acquisti AMIU, sulla base delle nuove disposizioni (per quanto attiene l’operatività della relativa area funzionale si stabilisce la dislocazione di 2 risorse AMIU presso la SUAC del Comune di Genova) […] Si ribadisce peraltro che codesto CdA (con delibera assunta il 5 dicembre 2013) aveva già nominato un Organismo di vigilanza composto da esperti esterni alla Società”.

    In ultimo, per il raggiungimento degli obiettivi di legge in tema di raccolta differenziata: “dovrà essere avviata entro due mesi una campagna di comunicazione verso i cittadini per incentivare ad una migliore raccolta differenziata”.

     

  • Scarpino, emergenza liquami: necessario un depuratore ad hoc

    Scarpino, emergenza liquami: necessario un depuratore ad hoc

    scarpino-discaricaProseguono gli sversamenti di percolato a Scarpino. Le vasche di raccolta non riescono più a contenere la quantità di liquami proveniente della discarica e, di conseguenza, i rivi Cassinelle e Chiaravagna continuano a colorarsi di scuro (come documentato nel weekend sulla pagina facebook dell’attivo Comitato Alta Val Chiaravagna). Nel contempo, i tecnici di Arpal si prodigano senza sosta nell’esecuzione di analisi e rilievi per accertare le cause dell’aumento della portata delle sorgenti d’acqua che numerose scorrono sotto il monte trasformato in discarica, e per verificare la fattibilità di un intervento di innalzamento delle pareti delle vasche del percolato, allo scopo di aumentarne la capacità. Tuttavia, a distanza di quasi dieci giorni da quando sono avvenuti i primi sversamenti – l’11 gennaio scorso – non sono ancora stati resi pubblici i dati relativi al danno ambientale che è stato provocato (e che, purtroppo, continua ad essere reiterato).

    «So che Arpal ha trasmesso i dati alla Asl – afferma l’assessore comunale all’Ambiente, Valeria Garotta – Mi aspetto che lunedì (oggi, ndr) li trasmetta anche a noi. Poi, se la Procura ci autorizzerà, li renderemo pubblici». Come è noto, infatti, la Procura della Repubblica ha aperto un’inchiesta sugli sversamenti di percolato, inchiesta che è stata unificata a quella già in corso sulla gestione della discarica di Scarpino da parte di Amiu.
    «Negli ultimi tre anni abbiamo speso 4 milioni per limitare il percolato – ha dichiarato venerdì scorso il sindaco, Marco Doria, in occasione del suo sopralluogo a Scarpino – tra regimazione e canalizzazione delle acque della discarica, in modo che queste non andassero ad intercettare i rifiuti, riducendo la produzione di liquami, su base annua, del 40% circa».
    Ma alla luce delle vicende degli ultimi giorni è evidente la necessità di ulteriori interventi e dunque di altri investimenti.

    «Io mi aspetto che la Regione ci dia una mano – sottolinea l’assessore Garotta – almeno per gli interventi sugli impianti di trattamento dei rifiuti perché non è pensabile che si possano finanziare solo con le entrate tariffarie, a meno di non imporre ai cittadini una tariffa molto alta».
    Da questo punto di vista, il consigliere regionale del Gruppo Misto, Raffaella Della Bianca, giovedì scorso ha presentato un’interrogazione urgente per chiedere alla Giunta e all’assessore competente se «La Regione Liguria sta mettendo in atto tutti gli strumenti di verifica necessari per capire com’è effettivamente la situazione di Scarpino e per quale motivo i fondi europei stanziati nel programma specifico all’Asse 3 del POR “Sviluppo Urbano” e risorse naturali non siano stati utilizzati per la messa in sicurezza della zona».

    Comunque sia, a Scarpino la situazione resta davvero molto complicata, come racconta l’ex consigliere provinciale dei Verdi e voce dello storico Comitato per Scarpino, Angelo Spanò: «C’è un continuo andirivieni di autobotti che arrivano e partono in direzione La Spezia per portare via il percolato. Ma i camion non fanno in tempo a partire che già le vasche di raccolta sono nuovamente piene».
    Spanò ricorda come «Del percolato se ne parli solo ogni tanto ed in casi eccezionali, eppure è un problema endemico. I liquami non devono finire nei corsi d’acqua perché è vietato dalla Legge e neppure al depuratore di Cornigliano che non è adatto a tale scopo. La nostra proposta è quella di deviare il percolato sulla rete di condotte collegata al depuratore di Sestri Ponente». Quest’ultima sarebbe una soluzione tampone, perché, continua il rappresentante del Comitato per Scarpino, l’unica soluzione definitiva è «La progettazione e realizzazione, da parte di Amiu, di un depuratore adeguato a trattare il percolato, quindi di un nuovo impianto in grado di sostituire quello risalente ad anni fa, oggi inservibile. Insomma, è necessario un depuratore ad hoc per i liquami pericolosi che, una volta trattati, se idonei, potranno essere gestiti con le normali procedure».

    L’esponente dei Verdi ha chiesto pubblicamente le dimissioni dell’assessore Garotta per manifesta incapacità nel gestire l’emergenza. «Attualmente sembra che i liquami contaminati prodotti da Scarpino 1 (la parte antica della discarica, chiusa nel ’95) vadano in buona parte nel rio Cassinelle, mentre la quantità che riescono a recuperare nelle vasche di raccolta viene inviata presso un impianto di La Spezia. L’assessore Garotta ha dichiarato alla stampa che “il percolato proveniente da discarica non può essere trasportato nei nostri depuratori e proprio per questo lo portiamo a La Spezia”. Stiamo parlando esclusivamente del percolato di Scarpino 1 che, secondo i tecnici di Amiu, dovrebbe contenere minori sostanze inquinanti rispetto al percolato prodotto da Scarpino 2 (ovvero la parte più recente della discarica, aperta nel ’95) il quale, invece, viene mandato al depuratore di Cornigliano. È palese la contraddizione tra le parole dell’assessore e la realtà dei fatti. E per noi ciò non è ammissibile».

     

    Matteo Quadrone

  • Emergenza Scarpino, vasche ancora oltre il limite: l’approfondimento

    Emergenza Scarpino, vasche ancora oltre il limite: l’approfondimento

    percolato-scarichi-fogne-liquameNel tardo pomeriggio di oggi il livello di riempimento delle vasche di stoccaggio del percolato (liquame contaminato prodotto dalle infiltrazioni d’acqua nella massa rifiuti) della discarica di Scarpino ha superato il livello massimo di capacità. Dopo l’emergenza di martedì e la confusione in Consiglio comunale che ha poi portato allo stop della delibera che avrebbe dato l’ok allo sversamento dei liquami nel rio Cassinelle, le piogge persistenti non hanno aiutato e la situazione sarebbe nuovamente critica.

    L’approfondimento >> Emergenza Scarpino: che cosa scarichiamo in mare?

    Amiu ha quindi diffuso un comunicato stampa in serata: “[…] Ciò è avvenuto nonostante da giorni siano state attivate tutte le procedure straordinarie attuate per affrontare l’emergenza, quali: l’incremento della portata di scarico del percolato, compatibile con le attuali infrastrutture di rete sulla base dell’ordinanza sindacale n.7/2014, l’utilizzo di autocisterne per lo smaltimento del percolato già contenuto nelle vasche oltre all’avvio delle attività di posa di teli impermeabili sulle aree di discarica con coperture provvisorie.
    Tutte le azioni sono state condivise con il Comune; nel corso della giornata a tutti gli enti di controllo (Arpal, Settore Ambiente della polizia municipale, Provincia) e alla Regione Liguria sono state inviate comunicazioni formali sull’evolversi della situazione. Anche questa notte, come già avvenuto nei giorni scorsi, Amiu continua a monitorare la situazione con un presidio costante della discarica”.

     

  • Emergenza discarica Scarpino, caos a Tursi. Che cosa scarichiamo in mare?

    Emergenza discarica Scarpino, caos a Tursi. Che cosa scarichiamo in mare?

    ScarpinoNuova ordinanza sì, nuova ordinanza no. Nella discarica cittadina le vasche di raccolta del percolato (liquame contaminato prodotto dalle infiltrazioni d’acqua nella massa rifiuti) sono a livello massimo e l’emergenza Scarpino rischia di mandare in tilt l’amministrazione comunale di Genova che nella giornata di ieri ha annunciato – e poi ufficialmente bloccato – un’ordinanza per dare via libera ad Amiu a scaricare parte del percolato proveniente da Scarpino 1 direttamente nel rio Cassinelle e quindi nel Chiaravagna e, infine, in mare aperto.

    L’annuncio del provvedimento era arrivato nel corso del pomeriggio da parte dell’assessore Valeria Garotta, durante una risposta a un’art. 54 promosso sul tema da molti consiglieri di maggioranza e opposizione. Qualche ora più tardi il “fermi tutti” si è materializzato attraverso un comunicato stampa: “La soluzione ipotizzata si basava sulle analisi del percolato, al momento disponibili, che indicavano una concentrazione di ammoniaca sensibilmente inferiore nel percolato della vecchia discarica “Scarpino 1” rispetto a quella di “Scarpino 2”. Ciò faceva propendere per un rilascio controllato nel rio Cassinelle – per la sola fase di emergenza – del percolato prodotto dalla vecchia discarica, allo scopo di abbassare il livello del liquame contenuto nelle grandi vasche di stoccaggio provvisorio. L’amministrazione comunale – si continua a leggere nella nota ufficiale – prima di adottare una tale misura ha però voluto attendere l’acquisizione di analisi ulteriormente aggiornate sul percolato. I nuovi dati, forniti da Amiu, evidenziano che si è ridotto notevolmente il divario della quantità di ammoniaca nel percolato proveniente dalle due diverse discariche. Questo mutamento della situazione oggettiva non giustifica quindi l’adozione di un provvedimento che, per scongiurare un rischio ipotetico, provocherebbe un impatto ambientale certo e con effetti sostanzialmente analoghi”.

    In parole povere, l’emergenza c’è ma siccome non si sa bene da cosa sia composto questo percolato, al momento evitiamo di fare altri danni oltre a quelli che si stanno creando naturalmente. Resta comunque in vigore una prima ordinanza, redatta dopo l’allarme dello scorso weekend, che consente di ridurre il livello di riempimento delle vasche di stoccaggio del percolato, evitando quindi la tracimazione nel rio Cassinelle e nel Chiaravagna, attraverso lo scarico diretto nel rio Secco, che corre in un tratto interamente tombinato e sfocia davanti alle aree Ilva in una zona industriale distante dalle abitazioni. Una misura d’eccezione che va a sommarsi al ricorso ad autobotti per smaltire il percolato in impianti terzi (quali, però, non è dato sapersi) e al procedimento ordinario di conferimento dei liquami al depuratore di Cornigliano.

     

    Ma perché non conosciamo l’esatta composizione di questo percolato?

    percolato-scarichi-fogne-liquameSecondo l’assessore Garotta la causa va ricercata in alcune acque di falda che vanno a scaricare nella vasca di accumulo di Scarpino. Se finora questo flusso era stato assolutamente minimale, adesso è sostanzialmente fuori controllo. «L’azienda – ha detto l’assessore in Sala Rossa – sta predisponendo un attento monitoraggio con pozzi di ispezione per capire la provenienza e la composizione di questi liquami perché non è escluso che possano arrivare da fuori Scarpino».

    È soprattutto quest’ultimo punto a preoccupare il capogruppo della Lista Doria, Enrico Pignone, da sempre attivissimo sul bacino del Chiaravagna. «È vero che l’ultimo anno si pone al quinto posto nella classifica di piovosità degli ultimi 25 anni e che quindi l’emergenza è dovuta anche a fattori esterni – ha detto Pignone – ma vorrei capire da dove punta questa sorgente. In un’ordinanza del 2010 in cui si autorizzavano gli sversamenti nel rio Cassinelle per tenere sotto controllo il livello del percolato, si dava anche mandato al Politecnico di Milano di fare uno studio idrogeologico della discarica per mettere a preventivo eventuali lavori strutturali. Che fine ha fatto questo studio?».

    Pignone passa poi a un’analisi più strutturale della questione Scarpino: «Il tema dei rifiuti non si risolve pensando solo alla raccolta differenziata, ma l’obiettivo deve essere la messa in sicurezza della discarica. La discarica è indicatore del livello di civiltà di una società: il rapporto tra uomo e rifiuto non può più essere affrontato col semplice sotterramento e nascondimento dagli occhi della spazzatura. Oggi, infatti, viviamo le conseguenze di comportamenti sbagliati di 40-50 anni fa: non impermeabilizzare Scarpino 1 nel ’68 ha fatto sì che oggi ci troviamo ancora il percolato di materiale vecchio di decenni».

     

    Messa in sicurezza della discarica di Scarpino: esiste una soluzione?

    Ponte di CorniglianoSecondo il capogruppo della Lista Doria la questione va affrontata nel suo insieme: «Bisogna innanzitutto sistemare la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti organici e pianificare una costante riduzione dell’utilizzo della discarica a questi scopi. Non dobbiamo dimenticare, poi, la necessità di un nuovo depuratore adeguato a esigenze di questo genere, dato che quello attuale di Cornigliano ha anche problematiche strutturali». Una questione, quella del depuratore, che abbiamo affrontato su queste pagine qualche tempo fa (qui l’approfondimento) e che il pidiellino Guido Grillo ha gioco facile nel sottolineare come sia in ballo da più di dieci anni.

    A proposito di Cornigliano, secondo i consiglieri Bruno (Fds) e De Pietro (M5S), neppure la gestione ordinaria del percolato di Scarpino sarebbe ineccepibile. Secondo il rappresentante della Federazione della Sinistra: «L’invio del percolato a Cornigliano non è la soluzione perché si tratta di un depuratore biologico non in grado di trattare i metalli pesanti presenti nel percolato di Scarpino. L’unico effetto che si riesce ad apportare su questi liquami è quello della diluizione, per cui miscelando il percolato con i reflui di fogna la percentuale di presenza di metalli pesanti diminuisce ed è quindi scaricabile in mare rispettando i parametri di legge. Quindi formalmente rispettiamo la legge ma nella pratica inquiniamo tanto quanto».

    Gli fa da eco il grillino De Pietro: «Nell’ultimo sopralluogo fatto a Scarpino avevamo ricevuto assicurazione sul fatto che la problematica degli sversamenti appartenesse ormai al passato e che la discarica fosse diventata un gioiellino tecnologico. Non solo non è così ma alcuni esperti ci fanno sapere che neppure al di fuori dell’emergenza possiamo stare tranquilli. Nei piani di Amiu non c’è nulla che riguardi la soluzione di questo problema e mi aspettavo francamente che il Comune si stesse muovendo per costituirsi parte civile contro chi deve iniziare a pagare il risultato della propria azione. Per fortuna che, finalmente, è sulla via di approvazione il reato penale di inquinamento ambientale».

    Su questo tema si trova d’accordo anche il leghista Edoardo Rixi secondo cui «se si fosse trattato di un privato che avesse inquinato le acque gli avremmo fatto chiudere la baracca in fretta e furia; invece si stratta di un’azienda pubblica, quindi faccia pure».

     

    Emergenza Scarpino: il punto di vista di Legambiente

    Per concludere, non potevamo esimerci dal registrare anche il parere di chi da sempre è attivo sulle questioni ambientali e sulle problamatiche di inquinamento, il legambientino Andrea Agostini, che rincara la dose contro Amiu e l’amministrazione comunale ponendo sul piatto una fitta serie di questioni su cui la Magistratura dovrebbe fare chiarezza. «Tutto ruota intorno a che cosa c’è nel percolato. Se c’è ammoniaca, escrementi e altri materiali non pericolosi o se ci sono acidi, prodotti chimici corrosivi, metalli pesanti assai più pericolosi. Questa cosa che credo sia ben chiara alla Magistratura non lo è a noi perché non abbiamo i dati aggiornati di analisi di quelle acque. Se si fosse in presenza di materiali pericolosi, nessuna ordinanza che autorizzasse lo sversamento nei rivi e poi in mare sarebbe lecita perché favorirebbe lo sversamento sostanze tossiche nel ciclo alimentare. Ci si troverebbe, insomma, di fronte a un reato». Ma non è l’unica questione su cui è necessario fare luce. «Se ci fossero effettivamente questi elementi nocivi, ecco anche spiegato perché il depuratore di Cornigliano, chiamato nell’ordinario a gestire il percolato, ha da sempre i problemi che tutti conosciamo. I depuratori pubblici, infatti, sono previsti per il trattamento delle acque nere di origine urbana e quindi biologiche e non di tipo chimico. In sostanza i batteri che garantiscono il funzionamento del depuratore potrebbero essere stati uccisi o menomati nella loro funzione proprio dal conferimento di questi liquami: ecco che si configurerebbe un secondo reato. Si tratterebbe di danni economicamente massicci che chiamerebbero in causa anche la Corte dei Conti».

    Secondo il legambientino, inoltre, «il fatto che Scarpino tiri fuori non so quanti litri al secondo di percolato, senza che sia previsto un trattamento dello stesso ma solo delle casse di accumulo, è un’altra questione di competenza della magistratura». C’è ancora un ultimo punto tirato in ballo da Agostini: «In ogni situazione industriale in cui esistono delle falde acquifere, in questo caso il rio Cassinelle che scorre sotto la discarica, bisogna tenere conto della loro portata massima. È evidente che gli impianti di raccolta dell’acqua alla base della discarica di Scarpino non hanno tenuto conto della portata massima alluvionale del rio Cassinelle. E anche questo è un reato».

    Certo, buona parte dei casi sollevati da Agostini sono ipotesi derivanti dalla possibile composizione dei percolati, ma sono tutte piuttosto significative e inquietanti. Ecco perché le analisi che lo stesso Comune ha richiamato nella nota ufficiale di ieri è necessario che siano rapide, approfondite e rese pubbliche il prima possibile.

     

    Il futuro dell’assessore Garotta è appeso a un filo?

    Intanto, tra i corridoi di Palazzo Tursi, si inizia a discutere sul se e come Valeria Garotta riuscirà a superare questa nuova “crisi”. Non è un mistero, infatti, che l’assessore all’Ambiente sia uno dei membri della giunta più a rischio nel possibile e sempre più probabile rimpasto a cui starebbe pensando il sindaco Doria.

    All’interno della stessa maggioranza c’è chi avrebbe la soluzione già pronta. Non si tratterebbe tanto e solo di un turnover di persone ma soprattutto di una ristrutturazione delle deleghe in materia ambientale. «A Genova non serve un assessorato all’Ambiente – dice la nostra fonte – quanto piuttosto al “20-20-20”. La differenza è che essendo questo un concetto che parte da precise indicazioni europee si avrebbe per forza di cose una progettualità ben definita, con obiettivi e scadenze già previste a livelli più alti. Ci vorrebbe, dunque, una professionalità competente non solo di ambiente ma anche di energia e smart city, in grado di mettere a sistema tutti questi mondi tra loro fortemente interconnessi».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Gestione dei rifiuti a Genova: piano regionale e linee guida Amiu

    Gestione dei rifiuti a Genova: piano regionale e linee guida Amiu

    amiu-raccolta-cartoniSi profila all’orizzonte un cambio di rotta decisivo nella gestione del ciclo dei rifiuti in Liguria, così come nel capoluogo ligure. Le premesse ci sono tutte ma occorre ricordare che saranno necessarie successive conferme affinché gli orientamenti delineati da Regione Liguria e Amiu Genova si trasformino in realizzazioni concrete. Il 21 dicembre scorso l’azienda municipalizzata di igiene urbana ha presentato le “Linee guida del nuovo Piano industriale” – già approvate dalla Giunta Doria (e proprio ieri, 8 gennaio, illustrate anche ai consiglieri comunali di Palazzo Tursi) – che sarà formalmente pronto nei primi mesi del 2014, presumibilmente entro la primavera, mentre la Giunta Burlando, il 27 dicembre 2013, ha adottato il nuovo “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, in discussione nell’aula consiliare della Regione a partire dal 10 gennaio.

    Partiamo da Amiu. Il disegno, particolarmente ambizioso, è quello di trasformarla in un’azienda che – non solo raccoglie i rifiuti – bensì li trasforma allo scopo di immettere nel circuito produttivo le materie prime così ottenute, dunque, gestendo anche specifici processi di filiera per la trasformazione dei materiali riciclabili: carta, plastica, vetro, ecc. «Bisognerà individuare i processi più redditizi e poi valutare, se e quali filiere, gestire da soli o con specifici partner industriali – dichiara il presidente di Amiu, Marco Castagna – Già nel corso del 2014 dovrebbe essere individuato un partner istituzionale o industriale-finanziario del Comune, che consenta ad Amiu di uscire dai vincoli ai quali è sottoposta in quanto società in “house”, per poter espandere la sua attività».
    Per quanto riguarda lo scenario regionale, invece, la notizia più rilevante è il definitivo addio all’ipotesi di chiudere il ciclo dei rifiuti con impianti a caldo, ovvero con gli inceneritori (o gassificatori, o termovalorizzatori, che dir si voglia). Nel contempo, si profila un ruolo sempre più marginale per le discariche nel territorio ligure, a vantaggio di un sistema che si pone l’obiettivo di produrre meno rifiuti e riciclarne di più, trasformandoli in prodotti vendibili sul mercato.

    Linee Guida del nuovo piano industriale di Amiu

    ex-fonderie-ansaldo-deposito-amiuIn occasione della presentazione delle “Linee guida del nuovo Piano Industriale” di Amiu, l’assessore all’Ambiente di Palazzo Tursi, Valeria Garotta, ha affermato «La scelta è quella di puntare sul recupero di ogni rifiuto. Il conferimento in discarica deve diventare sempre più residuale. Grazie alle tecnologie evolute si può fare, ma Amiu nello stesso tempo deve affrontare un processo di riconversione e differenziazione del suo business».
    L’indirizzo strategico prefigura un deciso riposizionamento dell’azienda municipalizzata alla luce degli importanti cambiamenti che verranno promossi dal “Piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche”, dalla legge regionale sull’Ambito Territoriale Ottimale (ATO) per i rifiuti che dovrebbe essere presentata al consiglio regionale nei primi mesi 2014 (lo strumento con cui porre un freno alla frammentazione dei soggetti gestori: oggi su 235 Comuni sono 52) e soprattutto dagli stringenti indirizzi che l’Unione Europea ha stabilito sulla gestione dei rifiuti.

    «Dobbiamo abituarci a pensare che nel mondo di oggi e di domani non esistono rifiuti – sostiene Marco Castagna, presidente di Amiu – Esistono materia ed energia da raccogliere, da trasformare e da re-immettere nel ciclo produttivo locale. Noi vogliamo diventare, per il nostro territorio, il soggetto cardine di un sistema intelligente capace di operare in tutte quelle che sono, e saranno, le filiere dell’economia circolare locale».
    Il direttore generale di Amiu, Pietro D’Alema, spiega nel dettaglio «Le attività di cui si occuperà l’azienda nei prossimi anni saranno estremamente varie: raccolta dei rifiuti urbani anche oltre gli attuali confini, gestione di impianti di trattamento dei rifiuti, produzione di CDR (combustibile da rifiuto) e CSS (combustibile solido secondario), produzione e vendita di energia da impianti propri e da quelli gestiti con partner, gestione di specifici processi di filiera per la valorizzazione di materie prima seconde, manutenzione del territorio e valorizzazione, ad esempio, della filiera bosco-energia, bonifiche locali e nazionali, gestioni ambientali di sistema per i porti».

    Per sostenere tale strategia, la municipalizzata genovese si accinge a lanciare una nuova struttura, “AMIU SmartLab”, composta da personale interno e da una serie di soggetti provenienti dal mondo dell’innovazione, della ricerca, dell’impresa e della formazione, che lavoreranno a fianco dell’azienda con l’obiettivo di fare in modo che essa diventi il punto di riferimento – a livello ligure – dell’innovazione di prodotto e di processo, applicata all’intero ciclo dei rifiuti.
    «Entro il mese di febbraio organizzeremo in un grande evento pubblico per presentare questa prospettiva di sviluppo intorno alla quale intendiamo aggregare le migliori forze della nostra regione – conclude Marco Castagna – ci rivolgeremo anche a comitati e associazioni che in passato hanno espresso toni critici nei confronti di Amiu e che auspichiamo diventino dei soggetti attivi».

    Nuovo piano regionale dei rifiuti e delle bonifiche

    Palazzo della RegioneCome detto sopra, il piano regionale sancisce l’addio agli inceneritori per lasciare spazio a impianti di trattamento meccanico biologico, di compostaggio e per la produzione di rifiuti secchi ad alto potere calorifico. Inoltre, tramite il potenziamento della raccolta differenziata (RD) – con l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% entro il 2020 – si cercherà di ridurre drasticamente la quantità di rifiuti depositati in discarica.
    «Il piano è stato adottato solo dalla Giunta perché, riguardo ai tempi, c’era un obbligo di legge da rispettare – spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Renata Briano – Abbiamo rinviato la discussione in Consiglio al 10 gennaio e successivamente si apriranno i termini per presentare le osservazioni. Già prima dell’adozione, comunque, io ho avuto una serie di incontri con i rappresentanti delle associazioni ambientaliste, dell’Anci Liguria e della Province; mi sembra che tutti abbiano riconosciuto il lavoro che abbiamo fatto per impostare su basi diverse la gestione del ciclo dei rifiuti».
    Dopo la pubblicazione del piano, probabilmente a fine gennaio, dovrebbero aprirsi i termini di 60 giorni nei quali chiunque potrà presentare osservazioni nell’ambito della procedura di valutazione ambientale strategica (VAS). Una volta chiusi questi termini, la Giunta e gli uffici vaglieranno le osservazioni e i pareri dei vari soggetti competenti, decidendo quali accogliere e come rispondere. Infine, la Giunta varerà il testo del piano – eventualmente modificato – da proporre al Consiglio regionale per l’approvazione definitiva, che potrebbe avvenire entro la prossima estate.

    Il testo adottato parte dall’analisi delle diverse criticità esistenti sul territorio ligure: produzione di rifiuti più alta rispetto alla media nazionale (582 Kg per abitante all’anno, rispetto ai 504 Kg nazionali); livello di RD inferiore alla media nazionale (32,02% rispetto al 39,90%, nettamente al di sotto dell’obiettivo di legge del 65% che si sarebbe dovuto raggiungere nel 2012), situazione dovuta alla scarsa diffusione di modelli di raccolta domiciliari (vale a dire sistemi di RD porta a porta o di prossimità); alta frammentazione nella gestione del ciclo dei rifiuti; una chiusura del ciclo che si affida ancora prevalentemente alle discariche (per il 60% nel 2012); costo medio di gestione del ciclo più alto rispetto alla media nazionale (185 euro per abitante, rispetto a 156).

    Il piano individua due tappe temporali – 2016 e 2020 – entro cui raggiungere progressivamente i principali obiettivi, vale a dire: riduzione dei rifiuti prodotti, aumento RD, trattamento finale e modalità di gestione dell’intero ciclo. La novità più importante è l’eliminazione di qualsiasi ipotesi di impianto a caldo (inceneritore, gassificatore o termovalorizzatore) per il trattamento finale – di conseguenza anche il progetto inceneritore a Scarpino – ma pure un significativo ridimensionamento dell’utilizzo delle discariche che dovrebbero servire a raccogliere solo una frazione minima dei rifiuti (l’obiettivo è passare dalle 685.145 tonnellate del 2012 ad un massimo di 120 mila tonnellate nel 2020).

    Per quanto concerne la chiusura della gestione del ciclo, invece, il documento indica delle strade multiple, attraverso la realizzazione di impianti per il trattamento separato della frazione organica e di quella secca dei rifiuti che restano dopo la RD dei materiali riciclabili e dopo l’eliminazione dei metalli. Con l’organico si dovrebbe produrre compost – utilizzabile in agricoltura – e FOS (frazione organica stabilizzata) – impiegabile per i ripristini ambientali (dal riempimento di cave alla copertura di discariche, fino al ripristino di frane) – mentre la frazione secca dovrebbe essere trattata per produrre CSS (combustibile solido secondario) utilizzabile per la produzione di energia in impianti come cementifici e inceneritori.

    «Sono almeno 20 anni che mi impegno contro l’inceneritore a Scarpino (ma anche sotto la Lanterna) – afferma il consigliere comunale (Fds), Antonio Bruno – quindi, saluto con favore la definitiva cancellazione di un simile progetto. Nel piano regionale, però, emergono alcune criticità. In particolare, non si prevede di ottemperare alla legge, visto che l’obiettivo di raggiungere la percentuale del 65% di RD è stato spostato al 2020. Sette anni per arrivare al 65% di raccolta differenziata, vuol dire sette anni durante i quali bisognerà pagare l’ecotassa. In due anni, invece, si potrebbe costruire l’impianto di compostaggio della frazione umida (circa il 35% dei rifiuti prodotti) raggiungendo così la fatidica soglia del 65%. Inoltre, si prevede di utilizzare in impianti esistenti (cementifici, inceneritori, centrali termiche a carbone) la quota residua avanzata dalla RD. Ovviamente c’è il rischio che questo disincentivi la RD, aggravando una situazione già critica per motivi di sostenibilità, inquinamento ambientale, tutela della salute, creazione di posti di lavoro. Sullo sfondo rimane l’ingresso di privati nell’azienda, adducendo i limiti imposti dal patto di stabilità. Più volte ho ricordato che, dopo il referendum e i pronunciamenti della Corte Costituzionale, questo non sia vero».

    Sul fronte opposto, il senatore Luigi Grillo (Ncd), manifesta parecchio scetticismo al quotidiano locale il “Corriere Mercantile” «In Italia la regione fanalino di coda in tema di rifiuti è proprio la Liguria. Siamo l’unica regione che porta il 100% dei rifiuti in discarica, siamo tra gli ultimi nella percentuale di RD e, dopo tanti discorsi e promesse, ancora non è stato progettato né un termovalorizzatore, né un gassificatore per creare un’alternativa alla schiavitù delle discariche […] Come è possibile giudicare credibile questo nuovo strategico piano dei rifiuti fondato su scelte che, allo stato attuale, non si riscontrano in nessuna altra regione? Chi ha governato per tanti anni la nostra regione, e tuttora la governa, dovrebbe spiegare il motivo di un pregiudizio che esiste nei confronti delle più moderne tecnologie, adoperate nel resto d’Italia e d’Europa, che consentono di bruciare i rifiuti, produrre energia e non inquinare l’ambiente […] Il piano della Liguria sembra poggiare su due previsioni: ridurre la produzione di rifiuti; portare la RD alla percentuale del 65%. Per quanto mi risulta, ad oggi, in Italia la produzione dei rifiuti è in costante crescita da vent’anni a questa parte, e non è chiaro con quali strumenti si pensa di invertire questa tendenza. Sulla RD è difficile dare credito ai nostri attuali amministratori regionali quando si pongono l’obiettivo di diventare in pochi anni i primi della classe […] Per quanto riguarda il governo del settore, è condivisibile l’idea di superare la frammentazione esistente, infatti, sono troppi i soggetti gestori che incidono in maniera rilevante sui costi di gestione».

    Il parere del professore Federico Valerio

    Impianto di compostaggio in Valvarenna
    L’impianto di compostaggio dell’umido in Valvarenna

    In merito ai possibili cambiamenti nello scenario ligure e genovese, Era Superba ha chiesto un giudizio al professor Federico Valerio, per lungo tempo responsabile del Laboratorio di chimica ambientale dell’Ist di Genova, ambientalista ed esperto di questioni relative al trattamento dei rifiuti, delle quali si occupa da molti anni (anche sul proprio blog “Scienziato preoccupato”).

    L’aspetto positivo è che non si parla più di inceneritori, gassificatori e affini, in tutta la Liguria?

    «Sì, certamente. E non posso fare a meno di sottolineare come, finalmente, sia stata riconosciuta la bontà di chi ha sempre sostenuto che si potevano trovare soluzioni migliori rispetto agli impianti a caldo. Detto ciò, probabilmente anche il fattore economico, ovvero i costi proibitivi di simili strutture, ha giocato a favore dell’eliminazione di tale prospettiva. Forse è merito pure di una sensibilità nuova che tutti, compresa l’azienda Amiu, iniziamo a respirare. La municipalizzata genovese, per esempio, ha scoperto che vendendo cartone riesce ad ottenere utili. E lo stesso può avvenire con gli altri scarti (questa è la definizione corretta dei rifiuti)».

    Innanzitutto occorre adoperarsi per il trattamento della frazione organica dei rifiuti, quella più importante ai fini di una raccolta differenziata di qualità? «Assolutamente sì. Questo è il primo passo da fare. Attualmente, la frazione organica raccolta a Genova viene spedita in provincia di Alessandria con notevoli costi (vedi il nostro articolo sulla chiusura dell’impianto di compostaggio in Val Varenna). È necessario realizzare un nuovo impianto per trattare la frazione umida. Il problema è individuare un sito adatto, visto che nessun sindaco pare disposto ad accoglierlo sul proprio territorio. Eppure con le tecnologie odierne non sussisterebbe alcun problema di mali odori o quant’altro. Ogni provincia ligure dovrebbe ospitarne almeno uno».

    Rifiuti raccolta differenziataL’aspetto più critico è l’aver spostato l’obiettivo 65% di raccolta differenziata al 2020?

    «In effetti, bisogna spingere per un più incisivo aumento di una raccolta differenziata che sia di qualità. Ad esempio, con il sistema porta a porta, che garantisce delle percentuali di RD molto alte e di qualità. Certo, prima è necessario investire in iniziative di informazione e comunicazione capillare affinché i cittadini si impegnino in tal senso. Ma sono investimenti che si ripagano velocemente. In Liguria ci sono una decina di Comuni che hanno già raggiunto l’obiettivo del 65%. Consiglio all’assessore regionale Briano di organizzare un incontro con i sindaci di queste realtà. Qualcuno potrà obiettare: “Si tratta di piccoli Comuni”. Sì, però, parliamo anche di contesti difficili, in cui spesso le abitazioni non sono facilmente raggiungibili. L’intera Liguria, a livello morfologico, presenta numerose difficoltà. Nelle grandi città, invece, l’ostacolo principale è l’investimento necessario per modernizzare la tipologia di servizio. Tuttavia, pure le metropoli scelgono di puntare sulla RD spinta. Basta vedere la vicina Milano, dove hanno puntato sul porta a porta. Un sistema, quello milanese, che si sta estendendo progressivamente a fette di 300 mila abitanti per volta. Insomma, con step progressivi, secondo me si può fare anche a Genova. Qui si è colpevolmente dimenticata la positiva esperienza del cosiddetto “progetto pilota” di Sestri Ponente e Pontedecimoche, soltanto pochi anni fa, aveva dato buonissimi risultati. Nonostante ciò, il progetto è stato lasciato morire. Invece, si doveva insistere, magari estendendo il progetto ad altre aree della città. La mia sensazione è che non si sia voluto dimostrare appieno la bontà dell’esperimento. In ballo, infatti, c’era ancora il discorso dell’inceneritore a Scarpino».

    Per quanto riguarda la produzione di CSS (combustibile solido secondario), sono diverse le perplessità del mondo ambientalista …
    «Una volta si chiamava CDR, ovvero combustibile da rifiuto, oggi è diventato CSS, ma si tratta pur sempre di combustibile da rifiuto, con qualche regola in più sulla qualità. È un escamotage letterale della Regione (ma anche a livello nazionale si punta ad incentivare questa pratica) che rende appetibile, soprattutto per i cementifici, la frazione secca dei rifiuti, in particolare le plastiche miste. Il problema è: chi ci guadagna? Probabilmente non Amiu (o gli altri soggetti gestori) perché – se il combustibile da rifiuto non è di buona qualità – i cementifici, per smaltirlo, si faranno pagare. Dunque, l’unico vantaggio è dovuto al fatto che non sarà necessario costruire nuovi impianti. Gli svantaggi, invece, ricadono tutti sull’ambiente, viste le problematiche legate alla qualità del CSS. Nelle plastiche miste finisce di tutto. Con inevitabili conseguenze in termini di emissioni inquinanti dei cementifici. Già oggi degli studi dimostrano che, dove il CSS è stato utilizzato come combustibile, si verifica un peggioramento della qualità delle emissioni inquinanti. Dal mio punto di vista, questo non è accettabile».

    La soluzione, secondo il prof. Valerio, consiste nel puntare sulla maggiore separazione dei rifiuti. L’esempio lungimirante è l’impianto Amiu di Bolzaneto (via Sardorella) inaugurato, alla presenza del sindaco Marco Doria, nel marzo 2013. Il nuovo centro per la lavorazione dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata, considerato il più innovativo del Nord Ovest, è un impianto moderno – dotato di macchinari all’avanguardia – capace di separare, trattare e ridurre in balle pressate, facilmente trasportabili, imballaggi in plastica, alluminio,acciaio, carta, cartone e tetrapak. Tale struttura «… permette all’azienda municipalizzata genovese di essere più che autosufficiente nel trattamento dei materiali raccolti – si legge in una nota ufficiale di Amiu – con l’obiettivo di aumentare in breve tempo le quantità inviate al riciclo […]il sistema è stato ideato per operare alternativamente sul multi materiale leggero (ovvero plastica e metalli) e sulle frazioni cellulosiche (carta, tetrapack e cartone). Qui i materiali vengono accatastati: carta e cartone da una parte, plastica e metalli dall’altra e, a seconda della lavorazione, appoggiati sui nastri trasportatori, separati meccanicamente attraverso passaggi specifici a seconda che si tratti di plastica, contenitori ferrosi, alluminio, cartone, oppure carta mista a cartone».

    «Nell’impianto di Bolzaneto, in pratica, viene separata la plastica dal cartone, il ferro dall’alluminio, ecc. – spiega il prof. Federico Valerio – Con la stessa tecnologia è possibile separare i vari tipi di plastica. Così facendo si può seguire la filiera che si sta sviluppando in questo campo. In Italia esistono alcune aziende che utilizzano plastiche miste idonee per produrre svariati manufatti, quali ad esempio i componenti dei motocicli. Le plastiche, se selezionate tramite impianti adeguati, diventano materiali con un valore commerciale da sfruttare. Stiamo parlando della frazione secca, ovvero di circa il 15% del totale dei rifiuti (la maggior fetta, infatti, è rappresentata dalla frazione umida). Noi non siamo obbligati ad alimentare i cementifici, peggiorando la qualità delle loro emissioni. Al contrario, dobbiamo seguire le filiere che si sviluppano a partire dal trattamento meccanico dei rifiuti, è questa la strada maestra, come peraltro indica la stessa Unione Europea. La mia proposta è quella di implementare l’impianto di Bolzaneto e realizzarne altri con la stessa filosofia, in modo tale da aumentare il recupero e la trasformazione di ogni materiale».
    Ma prima di tutto, conclude Valerio «Iniziamo a realizzare gli impianti di compostaggio. Mi pare assurdo che il compost raccolto a Genova vada a finire ad Alessandria, con una notevole spesa a carico di Amiu e dunque dei genovesi. Ciò vale anche per la carta, per le plastiche, per altri materiali, a Genova non abbiamo praticamente nulla in questo senso, ad eccezione del sopracitato centro di Bolzaneto. Per limitarci al capoluogo ligure, occorre che Amiu proponga una precisa strategia industriale che ambisca, per i prossimi anni, a recuperare e destinare al riuso, ovvero alla vendita, il più possibile degli scarti raccolti. Il trattamento meccanico biologico come quello di Bolzaneto permette di eseguire ulteriori separazioni (rispetto alla differenziazione richiesta ai singoli cittadini). Con un costo che trova giustificazione nel valore della merce che si riesce a produrre. L’investimento per l’impianto di Bolzaneto in circa 2-3 anni sarà già ammortizzato. La situazione, a livello europeo e mondiale, così si evolve e noi, nel nostro piccolo, dobbiamo aggiornarci al più presto».

    Matteo Quadrone

  • Palazzo Verde, Molo: pochi visitatori per la cittadella della sostenibilità

    Palazzo Verde, Molo: pochi visitatori per la cittadella della sostenibilità

    palazzo-verde-genovaInaugurata in pompa magna poco più di due anni fa dalla giunta Vincenzi, la cittadella della sostenibilità, che ha trovato spazio in via del Molo nei vecchi Magazzini dell’Abbondanza e ha preso il nome di Palazzo Verde per richiamare il prestigio di altri ben più attraenti poli museali della città, è passata piuttosto velocemente nel dimenticatoio di genovesi e turisti.  Meta soprattutto di scolaresche attirate dalle diverse attività laboratoriali, di informazione ed educazione all’ambiente e al riciclo, nel corso del 2013 ha contato circa 4200 visitatori.

    «Non si tratta certo di numeri altissimi – ammette l’assessore alla Cultura, Carla Sibilla – ma dobbiamo considerare che non stiamo parlando del classico museo da visitare, quanto piuttosto di un luogo pensato per ospitare laboratori sul riciclo, sul risparmio energetico, sulla sicurezza e convegni con il tema del Verde come filo conduttore».

    All’interno del Palazzo si distinguono tre percorsi multimediali: il primo è dedicato al tema dell’energia e al relativo consumo che accompagna il ciclo produttivo del rifiuto fino al suo smaltimento; il secondo è prettamente incentrato sul riciclo, con una rassegna delle diverse tipologie di spazzatura, i loro impatti ambientali e le loro possibilità di riutilizzo. Infine, il terzo percorso è dedicato alla comunicazione grazie al fatto che gli ex Magazzini dell’Abbondanza ospitano, al piano terra, il Museo della Stampa precedentemente situato a Quarto.

    Alcuni locali sono utilizzati dall’Università per lezioni ed esami ma, come detto, il nucleo fondamentale dell’attività è rappresentato dai laboratori promossi dal LabTer – Green Point, ovvero uno dei 20 Centri di Educazione Ambientale riconosciuti dalla Regione Liguria, che qui trova sede. Grazie alla collaborazione con diverse associazioni attive nel mondo green e dell’ecosostenibilità (Ass. A-Pois, Coop. Librotondo, Ass. Atlantide, CRAFTS Scuola Politecnica, Ass. Il mio pallino verde, Ass. Didattica Museale, Ass. Terra! Onlus, Ass. Al Verde), nel corso dell’ultimo anno, è stato possibile realizzare una serie di progetti pensati appositamente per le scuole prevalentemente primarie (elementari). Le esperienze sono state principalmente incentrate sull’informazione riguardo i rischi idrogeologici, educazione ambientale, sicurezza stradale, sensibilizzazione a comportamenti ecologici, valorizzazione dei beni comuni e del turismo ambientale con particolari riferimenti all’Alta Via del Monti Liguri, finanche a una rassegna cinematografica tutta ad argomenti rigorosamente green.

    Infine, nell’ambito del Festival della Scienza, Palazzo Verde ha ospitato i laboratori di Arpal e Cnr, preceduti nel corso dell’anno dalle esperienze scientifico-didattiche curate dal Green Modelling Italia-GMI Soc. Coop., spin-off del Dipartimento di Chimica e Chimica Industriale dell’Università di Genova, nell’ambito del progetto di diffusione della cultura scientifica.

    Insomma, tante iniziative, che mostrano un potenziale non ancora del tutto espresso. Per questo motivo l’assessore Sibilla ci anticipa che è allo studio un piano di rilancio per il 2014, che possa dare una certa stabilità al progetto di Palazzo Verde come vero e proprio punto di riferimento dal punto di vista dell’informazione ed educazione ambientale. È ancora troppo presto per capire che cosa accadrà concretamente nel futuro, ma dalle prime indiscrezioni parrebbe non del tutto improbabile la strada che porta verso una gestione esterna, anche parziale, naturalmente attraverso un bando a evidenza pubblica. «Stiamo valutando tutte le strade possibili – spiega Sibilla – senza dimenticare l’importanza delle integrazioni con altri poli educativi già esistenti nella zona, come l’Acquario, la Città dei Bambini, il Museo Luzzati, un po’ più in là il Museo di Scienze Naturali e, seppur non in modo permanente, le attività del Festival della Scienza».

    Idealmente collegato al museo, c’è anche il famoso “Rumentosauro”, la scultura di Serge Van de Put collocata all’intersezione tra piazza Cavour e via del Molo, di fronte all’ingresso del Porto Antico. Si tratta di un enorme dinosauro (8 metri per 4) costruito con pneumatici riciclati che richiama la quantità di ecomostri che abitualmente produce, più o meno inconsapevolmente, ognuno di noi. Pensata inizialmente per essere calpestata e “cavalcata” dai più piccoli, la struttura in realtà giace transennata nell’indifferenza dei più e fortemente contrastata dal comitato di quartiere che ne chiede a gran voce l’eliminazione. Ma questa è tutta un’altra storia.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amiu: il quadro delle attività e il bilancio sulla raccolta differenziata

    Amiu: il quadro delle attività e il bilancio sulla raccolta differenziata

    RifiutiIl giorno della verità si avvicina. Martedì prossimo il Consiglio comunale tornerà nuovamente a discutere sulla delibera impropriamente detta delle “privatizzazioni delle società partecipate”. Da mesi ormai si parla tanto, e quasi esclusivamente, di Amt, la cui situazione è senza dubbio la più critica. Ma il tanto contestato documento riguarda anche il futuro delle altre due principali municipalizzate del Comune di Genova: Amiu e Aster. È per questo che Era Superba ha deciso di approfondire lo stato di salute di queste altre due società nell’occhio del ciclone, da un punto di vista troppo spesso dimenticato, ovvero quello dell’attività quotidianamente realizzata.

    Oggi ci occupiamo di Amiu che, come tiene a sottolineare l’assessore all’Ambiente Valeria Garotta, «è un’azienda assolutamente sana. È vero che andiamo un po’ lenti verso il raggiungimento di quel 65% di raccolta differenziata previsto per legge, e che tuttavia potrebbe essere derogato dalla prossima legge di stabilità. Ma a monte è stata fatta una scelta politica di qualità per provare a razionalizzare al massimo le risorse interne. La raccolta differenziata, insomma, è sostanzialmente realizzata tutta con personale Amiu, recuperando operatori dal ciclo dell’indifferenziato, senza appaltare il servizio a terzi e senza procedere a nuove assunzioni per non sforare il patto di stabilità».

    Gli ultimi dati ufficiali risalenti al 2012 dicono che a Genova la raccolta differenziata si attesta intorno al 33,2%. In realtà, cifre ufficiose parlano già del superamento dello scoglio del 35% nel corso del 2013. Per averne conferma, tuttavia, si dovrà attendere la certificazione annuale della Regione.

    «Per raggiungere gli obiettivi di legge – prosegue Garotta – è necessario che anche i genovesi ci diano una mano perché, se chi ha sotto casa i cassonetti per carta, plastica e vetro continua a gettare tutti i rifiuti nei contenitori verdi, diventa difficile fare sostanziali passi in avanti. Il cittadino deve collaborare attivamente, essere sensibilizzato e coinvolto direttamente. E non bisogna neppure dimenticare la sanzionabilità dei comportamenti scorretti, perché fare la raccolta differenziata non è un optional ma un obbligo».

     

     Cassonetti intelligenti, un primo bilancio

    Amiu, comunque, sta testando diverse strade sulla via del progresso che, in alcuni casi, danno risultati piuttosto soddisfacenti, come accade con la sperimentazione dei cassonetti elettronici intelligenti, mutuati da quanto già provato in diverse città dell’Emilia-Romagna e a Mestre. Nei primi tre mesi di sfruttamento dei contenitori per l’indifferenziata usufruibili solo con la chiave elettronica data in dotazione a ogni famiglia, i quartieri di Quarto Alto e Colle degli Ometti sono diventate le prime due zone del Levante genovese a soddisfare i parametri di legge, passando dal 37 al 70 per cento di raccolta differenziata.

    Positivi anche i primi riscontri arrivati dal Biscione, dove la sperimentazione tecnologica ha riguardato i raccoglitori dell’umido e nel giro di un mese ha prodotto un aumento di venti punti percentuali della differenziata (dal 18% al 38%).

    «Naturalmente – spiega l’assessore all’Ambiente del Comune di Genova – l’insediamento del nuovo sistema è stato preceduto da una sensibilizzazione capillare del territorio, casa per casa, svolta direttamente da Amiu. Il concetto vincente, infatti, è quello che il cittadino deve sentirsi controllato e motivato a non sgarrare». Per questo motivo, dopo una prima fase di presidio rispetto ai comportamenti scorretti, adesso si passerà anche alle sanzioni.

    Intanto, entro la metà 2014 i cassonetti intelligenti potrebbero trovare spazio anche nel Ponente cittadino, coinvolgendo un bacino d’utenza sempre maggiore ma già ampiamente educato alla raccolta differenziata.

    «Quello dei cassonetti intelligenti – spiega Garotta – è un sistema che si innesta perfettamente nel modello aziendale di Amiu e consente in poco tempo di raggiungere percentuali del tutto simili al porta a porta. Tra l’altro, se il porta a porta potrebbe comportare qualche disagio per i cittadini, legati ad esempio ai giorni e agli orari di raccolta, con il sistema delle calotte intelligenti sostanzialmente posso conferire i rifiuti quando voglio e ne ho necessità».

     

    La raccolta dell’organico: solo un costo per Amiu

    ex-fonderie-ansaldo-deposito-amiuL’ossatura del piano cittadino per lo sviluppo della raccolta differenziata è basato sulla raccolta di prossimità. Tutto il territorio comunale è da tempo interessato a una complessiva riorganizzazione dei cassonetti, attraverso la sostituzione delle postazioni dell’indifferenziato con i bidoni per vetro, carta e cartone, plastica e banda stagnata e organico.

    «In una prima fase – racconta l’assessore Garotta – si procede soprattutto con il differenziato secco (plastica e banda stagnata, carta e cartone vetro) che ha un discreto valore commerciale per il suo riutilizzo. La raccolta dell’organico, invece, viene inserita solo in un secondo momento, in maniera molto più graduale, perché al momento rappresenta solo un costo per Amiu e per l’amministrazione comunale». Da quando è stato chiuso l’impianto della Val Varenna, sul territorio comunale non esiste più alcune struttura in grado di trattare i rifiuti organici. Per questo motivo, tutto il contenuto dei cassonetti marroni viene attualmente conferito in provincia di Alessandria, a un costo non indifferente di circa 100 euro a tonnellata.

    Sono 150 mila i genovesi intercettati anche da questa tipologia di raccolta differenziata e si concentrano principalmente a Ponente, proprio perché all’inizio di questa sperimentazione potevano usufruire del impianto di compostaggio della Val Varenna, che comunque trattava solo 9 mila tonnellate all’anno.

    Da parecchio tempo si parla della possibilità di dotare il nostro territorio di due nuove strutture, una per l’umido domestico, l’altra per l’organico residuale proveniente dalla raccolta dell’indifferenziato. Ma i progetti sono sostanzialmente fermi in attesa che la Regione licenzi in nuovo Piano dei rifiuti per tutta la Liguria.

     

    Rifiuti commerciali: raccolta basata sul porta a porta

    amiu-raccolta-cartoniIl sistema genovese per quanto riguardo la raccolta differenziata del settore commerciale si basa sostanzialmente sul “porta a porta”. Imballaggi e umido vengono ritirati in prossimità dei punti vendita di ortofrutta, mercati, alberghi e ristoranti, e nel centro storico. Un servizio a domicilio innanzitutto necessario per la produzione ingente di rifiuti rispetto ai privati e per l’impossibilità di collocare cinque o sei cassonetti nei pressi di ogni attività commerciale, ma nondimeno importante per la maggiore qualità e valore economico del materiale riciclabile rispetto ai rifiuti domestici.

    Dal punto di vista dei rifiuti commerciali, molta attenzione viene posta nei confronti della raccolta del cartone. Da lunedì prossimo, ad esempio, sulla scorta di quanto già sperimentato a partire dallo scorso giugno per 226 esercizi commerciali di Sestri Ponente, 119 negozi di via Rolando (Sampierdarena) e strade limitrofe saranno coinvolti nella raccolta giornaliera “porta a porta” del cartone. «Per diminuire il volume dei rifiuti e ottimizzare la raccolta – spiegano da Amiu – il cartone dovrà essere consegnato schiacciato e senza residui di imballaggi di plastica, cellophane o polistirolo». Il materiale raccolto sarà poi conferito interamente all’apposito impianto di riciclaggio di via Sardorella, che consente anche di separare la carta tradizionale dal cartone, e da qui inizierà una nuova vita con il ritorno alle cartiere.

    Questo servizio si affianca a quanto già previsto da un’ordinanza sindacale per gli esercizi commerciali del centro cittadino, che dalle 19 alle 20 possono quotidianamente lasciare i cartoni affianco ai bidoni della raccolta indifferenziata.

     

    Rifiuti ingombranti

    Uno dei servizi che storicamente attira maggiormente l’attenzione dei cittadini è quello che riguarda lo smaltimento dei rifiuti ingombranti, ovvero elettrodomestici, mobili e altri oggetti voluminosi. In questo caso sono tre le alternative per i genovesi: il conferimento diretto alle isole ecologiche, con la possibilità di usufruire di uno sconto sulla bolletta della Tares; lo sfruttamento di Ecocar e Ecovan; o la prenotazione del servizio a domicilio, con un prezzo medio di 8,20 euro a pezzo, ad eccezione dei Municpi Valpolcevera e Centro Ovest in cui il ritiro avviene gratuitamente nel portone di casa.

    Per chi sgarra e si affida alle spiacevoli pratiche di utilizzare la classiche discariche abusive o conferire tutto a fianco ai cassonetti dell’indifferenziata, sono previste multe dai 50 ai 600 euro a pezzo.

     

    Bonifica delle spiagge

    Tra le pratiche virtuose messe in campo ultimamente da Amiu, curiosa è quella che riguarda la pulizia di alcune spiagge del litorale genovese. Nelle ultime settimane, infatti, a causa delle impetuose mareggiate che hanno portato a riva rifiuti provenienti un po’ da tutta la Liguria e non solo, è stata realizzata la bonifica di Boccadasse, Vernazzola e Sturla.

     

    La fabbrica del riciclo

    Menzione finale per un progetto che sta molto a cuore ad Amiu e che punta alla rivalorizzazione di mobili e oggetti usati. Si tratta della Fabbrica del riciclo che si occupa di recuperare i rifiuti ingombranti smaltiti dai genovesi ma che possono avere una nuova vita. Il ricavato delle ri-vendite viene interamente devoluto all’Unicef per aiutare a combattere la piaga dell’Aids.

    Sulla stessa scorta si colloca anche il progetto Rigenerae, una mostra mercato pre-natalizia di oggetti provenienti dalla spazzatura e trasformati in arredi e oggetti di design, allestita in vico Angeli da martedì a sabato, fino al 24 dicembre. Melina Riccio sembra aver fatto scuola.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amiu, servizi in concessione ad aziende esterne: facciamo il punto

    Amiu, servizi in concessione ad aziende esterne: facciamo il punto

    raccolta-rifiuti«Amiu è nel proprio settore l’azienda italiana con il più alto tasso di internalizzazione dei servizi». Risponde così l’assessore all’Ambiente, Valeria Garotta, alla richiesta del Movimento 5 Stelle di fare chiarezza sui lavori affidati all’esterno da parte della municipalizzata che cura l’igiene urbana. Secondo il consigliere comunale Stefano De Pietro, infatti, sono in costante crescita i servizi che l’azienda dà in concessione ad altre ditte. «Un tempo – spiega De Pietro – era una situazione che si riscontrava soprattutto per le raccolte in zone collinari, ma oggi vediamo diversi camioncini non di Amiu anche in quartieri centrali della città».

    «Si tratta di lavori pressoché marginali oppure della raccolta del vetro, affidata fino al 2016 da Amiu a Quattroerre con un’apposita gara» spiega Garotta. «Per il resto, Amiu gestisce con proprio personale praticamente tutto il ciclo dei rifiuti». A restare all’esterno sono poche attività residuali, come la raccolta della carta dai bidoni piccoli, affidata con gara a Swtich fino al 2016, il ritiro di carta e cartone a domicilio, la cernita della differenziata presso i mercati, la raccolta di toner e cartucce esauste delle stampanti.

    «In molti casi – ci spiega Carmine Lechiara di FP (Funzione Pubblica) Cgil – si tratta di attività che fanno capo a cooperative sociali, per lavori marginali, sperimentali e spesso tarati apposta per favorire l’integrazione delle fasce deboli, come la pulizia dei vespasiani o il lavaggio delle gallerie. E, comunque, non riguardano più di una quarantina di lavoratori».

    RifiutiAnzi, a partire dal primo gennaio 2012 l’azienda ha re-internalizzato una serie di attività proprio riguardanti la raccolta differenziata, nelle quali sono state ricollocate circa 40 persone provenienti da altre mansioni. Un’operazione che è stata resa possibile tramite un processo di revisione del sistema di raccolta che ha portato all’introduzione dei cassonetti svuotati lateralmente dai camion e non più posteriormente, con la necessità di minore personale.
    Sono state, dunque, recuperate all’interno dell’azienda la raccolta della carta dei grandi contenitori e quella di plastica e banda stagnata, oltre alla gestione completa del nuovo impianto di via Sardorella per la separazione dei materiali provenienti dalla differenziata.
    «Inoltre – riprende l’assessore Garotta – Amiu gestisce con proprie risorse anche la Fabbrica del riciclo e le attività riguardanti le isole ecologiche, la raccolta di rifiuti ingombranti su strada, il recupero del cartone su percorsi stradali di grandi dimensioni, tutte le raccolte differenziate nel centro storico, il sistema degli Ecovan e delle Ecocar, e lo svuotamento dei contenitori di pile e farmaci».

    Ma la preoccupazione dei grillini non riguarda tanto la paternità del lavoro, quanto piuttosto la situazione occupazionale di dipendenti e precari della partecipata del Comune: «La crescita dell’esternalizzazione, a nostro avviso, a lungo andare non farebbe altro che creare una quota di esuberi di lavoratori Amiu. Che si aggiungerebbe alle già notevoli problematiche dovute alla presenza di numerosi precari. Una situazione, quest’ultima, che potrebbe essere gradualmente risolta regolarizzando il personale e destinandolo al processo di raccolta differenziata».

    «Certo – ammette l’assessore Garotta – qualche margine per migliorare ulteriormente il tasso di internalizzazione dei lavori di Amiu teoricamente ci sarebbe. Ma, al di là del fatto che tutti i servizi sono stati affidati con gara e quindi bisognerebbe attendere la scadenza dei contratti, dobbiamo tenere presente i vincoli della spending review». L’amministrazione, infatti, non può intervenire a sanare le posizioni dei precari a causa delle norme del patto di stabilità, che bloccano turn-over e nuove assunzioni per le aziende pubbliche.

    palazzo-tursi-de-pietro-stefano-M5S-DUna motivazione che, ancora una volta, non trova d’accordo il M5S, secondo cui il dettato normativo può essere interpretato a favore dei Comuni, escludendo da questo ragionamento le società partecipate: «A Napoli, ad esempio, sono usciti dal patto di stabilità per l’assunzione di personale nelle cosiddette società in-house e non mi sembra che siano scese saette dal cielo. Mi sembra che la cosa sia passata e sia assolutamente fattibile» sostiene De Pietro. «Mi chiedo – prosegue il consigliere – come mai non si possa studiare anche per Genova un modo per superare questa impasse, cercando di gestire la raccolta interamente con personale interno».

    Secondo Lechiara, quella lanciata dal Movimento 5 Stelle è una polemica sterile: «Ogni città ha la sua storia e se andiamo nel meridione vorrei vedere qual è il Comune che è riuscito a stare dentro ai parametri del patto di stabilità. In ogni caso, se qualcuno si fosse accollato la responsabilità di procedere con assunzioni a tempo indeterminato, ne pagherebbe le conseguenze legali. A Genova una cosa del genere non si può fare». Ma l’opposizione del sindacalista ai grillini non si ferma qui: «Pensare che hanno pure avuto modo di controllare tutti i libri contabili dell’azienda. Farsi difensori degli interessi dei lavoratori in questo periodo va molto di moda. Ma spesso non si sa neppure di cosa si parla. I precari di Amiu non si sentono assolutamente in competizione con i lavoratori delle aziende esterne e sanno benissimo che se si potesse procedere con nuove assunzioni verrebbero progressivamente tutti regolarizzati nel ciclo integrale dei rifiuti».

    C’è poi un ultimo tassello a completamento della questione: quello che riguarda il piano economico. «Mi sembra strano – dice De Pietro – che l’internalizzazione di un precario possa costare più di un affidamento esterno di un servizio. Anche perché nel secondo caso ci deve essere il guadagno per la proprietà. Se, dunque, fosse vero quanto più volte sottoscritto da Amiu – e cioè che i suoi dipendenti vengono trattati in maniera eccellente, grazie a un’ottimizzazione dell’efficienza organizzativa, a vantaggio dei cittadini – gli scenari possibili sono due: o Amiu spreca dei soldi affidandosi a ditte esterne o i lavoratori di queste ditte subiscono una disparità di trattamento rispetto ai colleghi della municipalizzata. E siccome sappiamo che in alcuni casi questa situazione si verifica, è un po’ come se Amiu dicesse: “I miei lavoratori li tratto benissimo ma di quelli delle aziende terze mi importa poco”».

    Lechiara si sente colto nel vivo: «Al primo posto delle nostre rivendicazioni c’è sempre il mantenimento della gestione integrale del ciclo dei rifiuti da parte della stessa azienda. Però, poi, ci rendiamo conto che il confronto con il mercato è imprescindibile, soprattutto in una situazione economica delicata come quella che stiamo vivendo. Ad ogni modo, come organizzazioni sindacali continuiamo a pretendere che Amiu, in qualsiasi gara che bandisce, faccia sempre riferimento all’applicazione del contratto igiene ambientale nazionale, per garantire un trattamento dignitoso a tutti i lavoratori, compresi quelli delle cooperative sociali».

    Simone D’Ambrosio