2003: il Comune di Genova affida agli architetti Susanna Bordoni e Michele Pisano la stesura di un progetto di riqualificazione dei Giardini Baltimora. Tra gli ambiti di intervento: messa in sicurezza degli accessi e dei percorsi interni, illuminazione pubblica, manutenzione del verde, creazione di un programma di attività e iniziative socio – culturali e sportive. Il piano sarà realizzato in maniera congiunta con gli abitanti del quartiere di Sarzano e il corso di laurea in Architettura del Paesaggio dell’Università di Genova.
2006: il progetto ottiene un finanziamento di 200.000 €, stanziati complessivamente da Regione Liguria, Aster e Fondazione Carige
25 settembre 2007: il Comune di Genova approva le linee guida del PUC (Piano Urbanistico Comunale), tra le cui voci di obiettivi si legge «Struttura polisportiva con copertura a verde nei Giardini Baltimora con sottostanti parcheggi per residenti e fruitori».
Contestualmente, il piano di riqualificazione dei Giardini ottiene il via libera ufficiale della Giunta. Il finanziamento, stanziato e approvato da oltre un anno, è tuttavia vincolato all’avvio dei lavori entro il prossimo 31 ottobre.
5 novembre 2007: iniziano i lavori nei Giardini Baltimora, anche se la riduzione dei finanziamenti ai singoli Municipi pone seri dubbi sulla prosecuzione a lungo termine. Con il passare dei mesi e degli anni, pur avendo portato a termine alcuni degli ambiti di progetto (esempio: l’illuminazione pubblica), la manutenzione ordinaria dei sentieri e delle aree verdi è al palo.
Novembre 2008: il Comune di Genova, tramite Urban Lab, affida a due architetti di Mosca – Ekaterina Rumyantseva e Liudmila Sidorkevich – la stesura di un nuovo progetto per i Giardini Baltimora. Le due ragazze (rispettivamente 24 e 26 anni) rimarranno a Genova fino a gennaio 2009 per lavorare con il team coordinato da Renzo Piano. Le idee in cantiere per i Giardini riprendono in buona parte il progetto precedente: messa in sicurezza dei percorsi, potenziamento dell’illuminazione pubblica e manutenzione del verde, installazione di punti di interesse culturale quali uno spazio sportivo polivalente, un bar e un cinema all’aperto.
IL PRESENTE
Senza dilungarci oltre su quanto si è discusso e operato in questi anni per i Giardini Baltimora – più noti alla città come Giardini di Plastica – si nota che negli ultimi dieci anni (e oltre) le problematiche rimangono le stesse: presenza di senzatetto e tossicodipendenti, scarsa manutenzione del verde pubblico, assenza di un programma costante di iniziative culturali.
Per comprendere quanto si sta attualmente facendo per la valorizzazione dell’area abbiamo contattato Andrea Bosio e Paolo Spoltore – rispettivamente architetto e perito agrario – che in collaborazione con il gruppo Splace hanno avuto dal Municipio Centro Est l’affidamento della manutenzione e sorveglianza dei Giardini.
Il loro programma, denominato Down Plastic Town, ha un obiettivo ambizioso: togliere ai Giardini Baltimora l’etichetta di “luogo abbandonato e degradato” e sensibilizzare i cittadini ad attivarsi in prima persona per dare loro nuova vita. Nulla di totalmente definito per il momento, bensì un piano in continuo divenire aperto a proposte e contributi di cittadini, enti, associazioni e scuole (è in definizione, per esempio, una collaborazione con l’Istituto Agrario Marsano).
Il rilancio dei Giardini Baltimora è molto importante soprattutto per la collocazione geografica dell’area, vicinissima a numerosi punti “strategici” del turismo genovese quali centro città, centro storico e Porto Antico, oltre che a luoghi di grande passaggio quotidiano come la Facoltà di Architettura e gli uffici della Regione in via Fieschi. Come si legge nel documento di presentazione «La genesi di questo grande spazio aperto è legata ai grandi interventi urbanistici che negli anni ‘70 hanno portato allo sventramento di una vasta porzione del tessuto medievale – il Borgo dei Lanaioli e via Madre di Dio – e la costruzione di due grandi centri direzionali; la realizzazione dei giardini, progettati da Ignazio Gardella, si configurava anche come un risarcimento per la ferita operata sulla città. In questo senso alcune scelte progettuali appaiono giustificate solo tenendo in considerazione il contesto sociale e culturale di quarant’anni fa».
Questi, in sintesi, gli obiettivi principali:
-incentivare la fruizione dei giardini;
– coinvolgere associazioni e realtà istituzionali che rappresentino i diversi cittadini per età, bisogni e interessi;
– sperimentare diversi modi d’uso e nuove funzioni all’interno dell’area attraverso la progettazione e l’allestimento di installazioni artistiche temporanee che facilitino e incentivino la fruizione e l’utilizzo dei giardini;
-organizzare e pianificare il sistema del verde, valorizzandolo in maniera sostenibile;
– delineare possibili modifiche al layout architettonico attualmente esistente;
– stimolare azioni partecipative di manutenzione, gestione e trasformazione da parte della cittadinanza;
– attirare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle amministrazioni locali sui problemi dell’area.
Un progetto di sensibilizzazione ad ampio spettro, che si sviluppa attraverso una pagina e un gruppo su Facebook attraverso cui si coordinano le attività di pulizia e manutenzione, si monitora con foto e video lo stato dei lavori (le immagini presenti nell’articolo sono realizzate dal comitato, ndr), si raccolgono idee per portare avanti il progetto.
L’innovazione di questo programma rispetto ai piani precedenti – che può servire da esempio anche per iniziative analoghe in città – è la presa di coscienza che la scarsità di risorse (soprattutto economiche) limita l’attuazione “in prima battuta” di piani di intervento permanenti. Le fasi attraverso cui si articola Down Plastic Town prevedono l’informazione e sensibilizzazione dei cittadini, l’ascolto delle loro esigenze e il loro inserimento attivo nelle attività di recupero e valorizzazione dei Giardini attraverso piani d’azione temporanei, da rendere definitivi solo una volta che ne sarà verificata la fattibilità.
Tra le iniziative in cantiere, da segnarsi in agenda per il prossimo 23 giugno l’evento di “musica zeneize” I Giardini di Cartapesto, organizzato da Arge Genova.
Marta Traverso

















Pur nelle sue ridotte dimensioni, il giardino quindi completa ed esalta il palazzo, riprendendone lo stile, i colori, le decorazioni e lo spirito che traspare dal progetto dell’architetto. L’idea del raffinato rigore artistico del palazzo, mitigato dai colori e dalle forme delle decorazioni, trova proprio il suo omologo nel giardino, classico ma non banale, movimentato e non statico, barocco ma in fondo molto semplice, comprensibile tanto per l’esperto quanto immediatamente apprezzabile da chiunque.










Siamo passati dalle assolate lande dell’
Basta però visitare uno dei numerosi parchi italiani per cogliere lo stridente contrasto tra gli originari ed illuminati intenti del committente e dei progettisti e lo stato di attuale abbandono e degrado.

Distruggere la natura non significa però solo cancellare ciò che spesso ha richiesto centinaia di anni per svilupparsi (tale è il tempo necessario per avere alberi secolari, fitti boschi e coste coperte di macchia mediterranea) ma precludere, per sempre, al pittore di ritrarla nelle sue opere, al poeta nei suoi versi, al musicista nelle sue note ed a ciascuno di noi di cogliere il senso di infinito che la pervade.





















Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, ampie aree dei giardini vennero invece trasformate in campi coltivati per far fronte all’emergenza alimentare. Dopo la guerra, i Kew Gardens vennero nuovamente adibiti a parco, attentamente restaurati e riportati all’originario splendore. Oggi essi rappresentano, da un lato, uno magnifico giardino, ricchissimo di specie e varietà di piante di ogni genere e di ogni provenienza, dall’altro, un centro di studio e di ricerca scientifica tra i più avanzati al mondo.



rare varietà botaniche, di piante esotiche, provenienti dalle colonie, era poi, in passato, appannaggio e vanto di pochissimi. Le orchidee, le palme, la canfora, gli agrumi e tutte le varietà recentemente scoperte raggiungevano costi incomprensibili per le persone non appassionate e diventarono, nel Seicento, nel Settecento ed ancora nell’Ottocento, veri e propri status symbol da “esibire” nei giardini. La botanica ed i giardini sono quindi stati, nella storia, ben più di una semplice passione o sole aree verdi. I parchi dimostravano, infatti, il potere ed il prestigio di chi li possedeva e si prestavano ad essere le quinte per feste di gala, ricevimenti e persino per delicate trattative diplomatiche. Tutto questo avveniva, si badi bene, solo per assecondare le mode dell’epoca, la passione per queste allora rare varietà e per assaporare, cosa per noi oggi scontata ma che non lo era affatto in quell’epoca, il gusto di un limone o di una allora “esotica” arancia! Anche per quelli che conoscono
tutti questi precedenti storici, due realizzazioni, di cui ho recentemente letto in un libro e su di una rivista straniera, non potranno però davvero passare inosservate. Nel volume di una nota paesaggista italiana si racconta, infatti, che un cliente, un filosofo appassionato di botanica, le avrebbe chiesto di progettare delle stufe da giardino tali da permettere la “forzatura”, ossia la fioritura anticipata, di alcune piante cui l’intellettuale sarebbe particolarmente legato. In particolare, egli avrebbe voluto, riscaldando l’aria del proprio parco fino alla giusta temperatura, far sbocciare nei mesi freddi le bouganville piantate in giardino, di fronte al proprio studio in una villa di Marrakech! Non ho idea se il risultato sia stato conseguito o meno, certo è che l’operazione, giustificata da intenti puramente estetici e del tutto voluttuari, deve essere risultata non poco complessa… L’ideazione più incredibile è stata però, secondo me, progettata
dagli inglesi che, come noto, sono immensamente appassionati di botanica. Qualche giorno fa, leggevo infatti su un giornale di settore che una nota famiglia di imprenditori sarebbe stata talmente interessata alla produzione del proprio frutteto ed alla spettacolare fioritura degli alberi di pesco ed albicocco, ivi presenti, da far progettare e realizzare, nell’ottocento, un avveniristico progetto. In concreto, essi fecero cingere le proprie piante da frutto da un doppio muro in muratura, dotato di una sorta di intercapedine interna e con all’apice numerosi comignoli. Durante il tardo inverno, i proprietari facevano riscaldare l’aria presente tra i mattoni, facendo bruciare una immensa quantità di carbone, in modo da mantenere la temperatura a livello adeguato e soprattutto costante nel tempo. Gli alberi venivano quindi “forzati” a fiorire in anticipo, con grande impatto estetico rispetto al panorama esterno al muro, ancora invernale, e, si dice, a produrre una immensa quantità di frutti, di eccellente qualità. L’operazione non era certo alla portata, sia progettuale che gestionale, di tutti ma le cronache riportano che la fioritura valesse l’incredibile “sforzo”, tanto da rendere il frutteto noto in tutto il Regno e da farlo rimanere, tuttora, una celebre attrazione turistica.







