Era il 2007 quando nel quartiere della Maddalena sono iniziati gli interventi previsti dal progetto POR-Fesr (stesso discorso per Molassana, Prà-Marina, Sampierdarena, Sestri), finanziati a livello sia europeo che comunale e da concludersi entro il 2013 (con completamento al 2015). In particolare, nel quartiere del centro storico gli interventi previsti e finanziati con 13 milioni di euro (10 europei, 3 da Tursi) erano: la creazione di un Centro “Arti e Mestieri” nei locali di Palazzo Senarega, sito nell’omonima piazzetta; la costruzione di uno asilo nido in Vico della Rosa; la formazione di un Laboratorio sociale in Vico Papa; la riqualificazione dei percorsi pedonali con rifacimento della pavimentazione e introduzione della rete wifi; la gestione parcheggi per la logistica, la raccolta dei rifiuti solidi urbani su strada e la ristrutturazione dell’ascensore Castelletto Levante.
Oggi molti degli interventi sono terminati, come la creazione del Laboratorio sociale, la sistemazione della pavimentazione, il restyling dell’ascensore e dei percorsi pedonali, e ancora l’acquisizione di Palazzo Senarega per il trasferimento del Job Center di Cornigliano. Tuttavia, sembra che le maggiori difficoltà siano state riscontrare nel corso degli anni nell’ultimazione dell’asilo nido di Vico della Rosa. Qui, una serie di ritardi e rallentamenti hanno impedito che l’asilo vedesse la luce a tempo debito. Si tratta di uno degli interventi più attesi da parte dei residenti e dei commercianti del quartiere, i quali vi hanno intravisto la possibilità di ridare slancio alla zona, con l’introduzione di quei servizi basilari e necessari per la vivibilità di ogni quartiere: il primo passo verso l’inserimento di altre strutture a fare da spalla all’asilo, come luoghi per l’infanzia, cartolerie, negozi di giocattoli, o anche farmacie ed edicole – tutte realtà atte a creare una dimensione collettiva e di condivisione dello spazio urbano.
L’asilo nido di Vico della Rosa / Via Maddalena
Per quanto riguarda il progetto in questione, l’asilo si andrà a insediare nello spazio tra Via della Maddalena e Vico della Rosa. Qui sorgeva un edificio che è stato demolito in previsione della costruzione di uno spazio gioco di qualità per 25 bambini tra i 16 e i 36 mesi, dotato di terrazza verde e costruito secondo i principi della bioedilizia, con ricaduta positiva sullo spazio circostante per il risanamento di un luogo nevralgico del centro storico. L’intervento attua la previsione del PUC vigente, in base al quale l’edificio in questione sarebbe destinato a servizi, e ha come intento quello di creare un “punto di qualità ambientale in un’area critica sotto il profilo fisico e sociale”, come si legge all’interno del documento a disposizione sul sito http://www.urbancenter.comune.genova.it. Nell’idea dei promotori, gli spazi per il gioco e la terrazza verde -tutto rigorosamente costruito con materiali eco-compatibili e facilmente mantenibili- dovranno “contribuire a ricucire il tessuto, a qualificare gli affacci degli edifici circostanti, a risanare un punto nevralgico del quartiere, nel tentativo di allontanare le attività improprie, a potenziare il tessuto sociale facilitando la costruzione di reti tra le famiglie”.
Nonostante i ritardi di questi anni, sembra si sia giunti a una svolta: si parla di ultimare i lavori entro la primavera, in previsione dell’entrata dei primi bambini a settembre 2014. Questo è quanto assicurano Direzione dei Lavori pubblici e presidente del Municipio I Centro Est Simone Leoncini: «Il Municipio chiede da tempo con grande forza che l’opera venga consegnata alla cittadinanza. Sembrava che i ritardi fossero maggiori, ma alla fine i tempi si sono accorciati: è stato chiesto a tutti di accelerare affinché si potesse offrire il servizio alle famiglie in previsione del nuovo anno scolastico, e la deadline è stata rispettata».
Sabato 21 dicembre dalle ore 15 alle ore 20 è in programma una festa natalizia nel Sestiere della Maddalena,da mesi teatro di iniziative ed eventi da parte di commercianti ed abitanti che mirano al rilancio di una delle zone più belle e dimenticate del centro storico genovese.
PARTE DELLE INIZIATIVE SONO STATE RINVIATE A DATA DA DESTINARSI CAUSA MALTEMPO.
Numerosi gli appuntamento in programma: dalle animazioni e laboratori per bambini, al torneo di calcio balilla, dai laboratori di serigrafia e fanzine al Repessin alla Maddalena, un mercatino dell’uso, del riuso, del collezionismo amatoriale dove si potranno trovare oggetti vari, abiti, libri, riviste, bigiotteria usati.
In diversi punti i commercianti del Civ Maddalena offriranno cioccolata calda, caffè allo
zenzero e vin Brulè. La giornata si concluderà con una polentata e un brindisi offerto in piazza Cernaia.
Ecco il programma delle attività e le rispettive location.
-Piazza della Maddalena, piazza del Ferro – Repessin della Maddalena, mercatino dell’usato
-Piazza Cernaia – Giochi per bambini, animazioni e addobbi albero di Natale
-Jalapeno via della Maddalena 52r – Cioccolata calda
-Piazza Cernaia – Un piatto di polenta e un bicchiere di vino dalle ore 19
-In Scià Stradda vico Mele – Degustazione di caffè allo zenzero, taralli e vino di LiberaTerra
-Piazza delle Vigne, vico dei Greci – Torneo di calcio balilla
-Chiesa delle Vigne – Quel bimbo di nome Gesù, letture di brevi racconti natalizi per bimbi dai 3 ai 6 anni
-Ristorante Il Fabbro piazza delle Vigne – Vin brulè
-Gloglo bar piazza Lavagna – Cioccolata calda
-Piazza della Meridiana ore 15.30 – Passeggiate dialogate a cura dell’associazione GenovApiedi
-Teatro Altrove – Laboratorio fotografico (20-21-22 dicembre dalle ore 16) Olaf, la macchina fotografica gigante. Mostra fotografica ore 18, mostra e premiazionedel contest di instagramer #vivoaltrove. Fanzine serigrafia, banchetti di illustrazione in serigrafia, poster, fanzine e dischi.
L’evento è organizzato da AMa Associazione Abitanti Maddalena con il patrocinio del Municipio1 centro est in collaborazione con CIV Maddalena, Liberi cittadini della Maddalena, Cooperativa il Laboratorio, Altrove Teatro della Maddalena, le parrocchie delle Vigne e della Maddalena, In scia Stradda e il presidio Morvillo di Libera, i gruppi scout AGESCI e CNGEI, Associazione GenovApiedi e molti altri soggetti che stanno progressivamente aderendo.
Fondata nel 2009 con il sostegno della Comunità di San Benedetto al Porto e di Don Andrea Gallo, Princesa è l’associazione che si batte per i diritti dei transgender, contro la transfobia e l’omofobia, per la promozione dei diritti, dell’identità sociale e personale. L’Associazione al momento della sua creazione riuniva già 32 persone transgender che vivono a Genova, con la Presidenza onoraria di Don Andrea Gallo.
Presidente dell’Associazione è Rossella Bianchi, a Genova da quasi 50 anni, arrivata in città nel ’65. Ma oltre Rossella, ci sono molte altre trans che da decenni lavorano qui: come Ulla, che di recente ha festeggiato il matrimonio con il compagno di vita Maurizio, o come Mela, “new entry” del gruppo che – stufa della vita “nomade”- ha trovato una casa grazie alle amiche del ghetto. Di tutte loro, solo in poche vivono nel quartiere, mentre le altre preferiscono lavorarvi soltanto ma tenere gli affari lontani dalla vita privata. Un mondo che sta a pochi passi dagli universitari di Via Balbi, dalla Casa di Mazzini e dai rolli di Via Lomellini, dalla colorata e trafficata Via Prè, controverso crocevia di persone: un labirinto di vicoli che resta escluso ai normali transiti e di cui le trans hanno fatto il loro punto di ritrovo. Ma come si vive nel ghetto, com’è cambiato nel corso dei decenni con l’arrivo di nuove comunità, e come vivono le trans? Lo abbiamo chiesto a loro.
Rossella: «Ho avuto modo di vivere tutte le trasformazioni del quartiere, sono una di quelle che è arrivata prima qui e posso parlare con cognizione di causa: la vita è peggiorata nel corso degli anni, prima stavamo meglio, ora si è persa l’atmosfera famigliare di un tempo, ma restano tolleranza da parte degli altri e rispetto tra noi. Ci sono integrazione e libertà, e questo è un dato che testimonia il lavoro di sensibilizzazione svolto da noi, da Princesa, da Don Gallo e da GhettUp nel cercare di combattere la transofobia e l’omofobia. Inoltre, fino a qualche decennio fa il ghetto era invivibile a causa della piaga della droga e delle bande criminali, che causavano continue tensioni nel tessuto urbano. Ora queste problematiche sono state sconfitte, ma se la situazione è migliorata è grazie a noi che ci lavoriamo e che sentiamo nostro questo luogo: da parte delle istituzioni, non c’è stata l’attenzione né il sostegno che speravamo».
Ulla: «Anch’io sono una delle veterane del ghetto. Sono arrivata qui negli anni ’70 e ricordo che all’inizio ci perseguitavano. All’epoca gli abitanti del ghetto erano tutti italiani: c’erano famiglie tradizionali, lavoratori, ragazzi, casalinghe. Poi, dalla metà degli anni ’70 hanno iniziato ad arrivare i primi immigrati dal nord Africa, i “marocchini”, e sicuramente questo ha influito molto sul cambiamento del tessuto sociale del quartiere. Con l’arrivo dei migranti, dapprima si è creata una situazione allarmante: si sono incrementati casi di spaccio, di violenza, di risse (per colpa sia degli italiani che degli stranieri, sia chiaro!), tanto che gli abitanti tradizionali, se ne sono andati in pochi anni. Prima era un quartiere “normale”, tranquillo, come tanti altri; poi, con questo esodo dei genovesi, il quartiere ha progressivamente perso prestigio: un circolo vizioso. Più se ne andavano, più qui la situazione degenerava. Alla fine, siamo rimasti in pochi: tra tutti, anche 5 o 6 di noi trans abitiamo qui. Io, ad esempio, ci abito e ci lavoro da una vita. Ho spesso pensato, all’epoca, di andarmene via, ma dove? Tutto sommato qui è sempre stata un’oasi felice per noi, anche nei tempi più critici, e lo è tanto più ora che la situazione è migliorata: via gli spacciatori, stop alla violenza. E questo grazie anche a noi trans, che siamo i baluardi e i presidi del quartiere: tempo fa c’era un pazzo che si aggirava con un coltello minacciando tutti e noi abbiamo subito avvisato la polizia, che lo ha arrestato tempestivamente; o ancora, ci è capitato di salvare vecchiette che stavano per essere scippate. Noi proteggiamo il quartiere che abbiamo scelto come casa di elezione, abbiamo tutto l’interesse affinché qui tutto sia tranquillo e non ci siano problemi. Assieme a noi, inoltre, da qualche anno anche l’arrivo della casa di quartiere GhettUp ci ha aiutate a favorire l’integrazione e ha mantenere il quartiere tranquillo. Ora c’è più controllo e attenzione verso il ghetto, e anche il rapporto con gli stranieri -dapprima problematico- è migliorato: c’è cooperazione reciproca, e loro ci difendono. I tempi per l’integrazione delle varie componenti sono maturi».
Princesa: di che cosa si occupa nello specifico la vostra associazione?
Rossella: «Abbiamo uno sportello presso i locali di GhettUp in Vico della Croce Bianca 7-11r per favorire l’integrazione nel quartiere di transgender e offriamo aiuto sia burocratico che psicologico alle persone che vogliono intraprendere un percorso di cambiamento di genere. Seguiamo sia queste persone che si rivolgono a noi che i loro famigliari, e diamo loro sostegno in questa delicata fase di passaggio. Siamo disponibili a parlare e portare la nostra esperienza come esempio: di recente, una madre che era arrivata da noi scettica e poco propensa a sostenere il figlio, è tornata da noi a parlarci di come sia riuscita ad accettare questa transizione».
Ulla: «Non ci tiriamo indietro, quando c’è qualcosa da fare siamo sempre in prima fila: dalle feste al cineforum estivo a cadenza settimanale (aperto a chiunque!), ai compleanni e feste (di tutti!) nella piazza detta “Princesa”, alle interviste (come questa, e quelle di tempo fa per la tv nazionale e per periodici internazionali, a testimonianza di quanto interesse ci sia anche fuori da Genova per questo luogo, n.d.r.): non è un’esagerazione dire che siamo una famiglia».
Illustrazione di Luca Marcenaro
Don Gallo, un uomo che al ghetto ha dato tanto e che Genova ricorda con nostalgia: una piazza a lui dedicata potrebbe giovare al quartiere?
Ulla: «Don Gallo per noi era un padre spirituale. Il mio rapporto con lui era molto stretto, amicale, familiare: era un padre per me che il papà l’ho perso anni fa. Ci manca in modo indescrivibile: anche se è poco che ci ha lasciate, sentiamo un vuoto incolmabile. Pensa che quando mi incontrava mi baciava le mani, lui a me! E io gli dicevo “Don, non è il caso, cosa penserà la gente? Sono io che devo baciare la mano a lei!”, ma lui non si curava di nulla e sapeva starci vicino e farci sentire importanti. Ci ha restituito la dignità che ci è sempre stata sottratta e non ci sono parole sufficienti per spiegare quanto gli siamo riconoscenti e quanto adesso sia difficile andare avanti senza di lui. Ricordo che spesso scappava da San Benedetto e veniva a rifugiarsi qui in mezzo a noi, dicendo che questa era la sua seconda casa. Una piazza dedicata a lui? Certamente la cosa ci fa piacere e ne saremmo felici, tanto più che quella è la “nostra” piazza, ed era anche la sua, che partecipava sempre alle nostre iniziative. A mio avviso, però, questa inaugurazione non servirà a portare più visibilità al ghetto. I turisti qui ci vengono già anche da soli, ce ne sono tantissimi, vogliono scoprire il ghetto e conoscerci».
La vita nel ghetto: per voi questa enclave significa protezione o isolamento?
Ulla: «Io sono nata a Messina e non sono genovese doc, anche se sono arrivata qui con i miei genitori quando avevo tre anni. Anche loro hanno abitato in città e tutto sommato per me il ghetto è una casa». Mela: «Senza esitazioni, rispondo che mi sento cittadina di Genova. Io sono nel ghetto da meno tempo di loro, sono la nuova arrivata. Prima ho vissuto in giro, ma mi sono stufata di viaggiare, trolley alla mano, senza avere fissa dimora. Qui ora ho una famiglia e sono stata bene accolta dalle altre, che già conoscevo e con cui eravamo già amiche. Prima di stabilirmi qui, tuttavia, la mia vita era molto mondana e ho sempre frequentato vari ambienti genovesi (e non solo) e tutti i locali “in” della città: quindi sì, sono in tutto e per tutto genovese. L’integrazione c’è, oggi non mi sento discriminata».
Ulla, non possiamo fare a meno di congratularci con te e il tuo compagno, Maurizio, per il vostro recente matrimonio lo scorso 22 novembre.
«Il matrimonio è stata una cosa importante sotto il profilo legale ma anche goliardica. Io e Maurizio ci consideriamo sposati da 32 anni e lui è una grande persona, l’unico che ha saputo starmi vicino sempre, anche nei momenti difficili -come quando ho perso i miei genitori-, e con cui ho condiviso la vita. Con questo matrimonio (la registrazione nell’elenco delle unioni civili del Comune di Genova, con grande festa alla presenza di amici e parenti, tra cui anche Vladimir Luxuria, n.d.r.), posso dormire sogni tranquilli: mi stava a cuore sapere che, un domani, le poche cose che ho andranno al compagno di una vita, alla persona più importante. Pensa che lo chiamo “mamma”, perché per me lui è tutto. Adesso, dopo questa unione, io sono “il capofamiglia”, mentre lui farà il “mantenuto”!».
Qualche tempo fa la chiusura del Cinema Eden di Pegli per la costruzione di box aveva fatto scalpore in città: dotato di sale al coperto e in estate adibito a cineforum all’aperto, era stato smantellato per far posto un silos interrato di 3 piani con 68 posti auto. Chiuso dal 28 giugno 2011, i primi lavori sono iniziati nel maggio 2012 e sembravano non doversi arrestare. Oggi qual è la situazione di avanzamento del cantiere?
Negli ultimi tempi c’erano stati problemi tra la ditta appaltatrice e la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, che vincola l’immobile e il giardino in questione. Dapprima, un ricorso da parte della ditta al TAR, che aveva confermato la legalità delle azioni e aveva dato il via libera all’avanzamento dei lavori. Poi, il contro-ricorso della Soprintendenza in Consiglio di Stato per chiedere un adeguamento del progetto alle norme vigenti. Nella diatriba si sono inseriti anche i membri del Comitato pegliese che, pur non partecipando attivamente all’iter legale, ancora lottano affinché il progetto dei box non veda mai la luce. In attesa della pronuncia del Consiglio di Stato dopo l’udienza del 10 dicembre 2013, durante #EraOnTheRoad a Pegli abbiamo parlato con i volontari del Comitato.
L’iter dei lavori
Un primo progetto era stato presentato nel 2007, più ampio (box interrato di 4 piani anziché 3) e poi ridimensionato grazie all’intervento del Comitato, che aveva messo in luce il mancato rispetto delle norme preesistenti: «Quel primo progetto non rispettava le distanze dalle abitazioni circostanti previste per legge e presentava una serie di altre mancanze macroscopiche», ricordano.
Sono stati presentati in seguito altri 3 progetti preliminari prima di raggiungere l’accordo su quello attuale. Dopo l’approvazione del progetto esecutivo nel giugno 2011, i lavori sono iniziati nel maggio 2012, a poche settimane dalla scadenza dell’autorizzazione per la costruzione. L’apertura del cantiere è arrivata proprio in concomitanza del cambio della giunta e il passaggio all’Amministrazione Doria, che ha da subito cercato di interagire con il Comitato e i cittadini contrari al progetto, con successo.
Il cantiere non ha avuto vita lunga: poco dopo è stato messo in luce da parte della Soprintendenza un difetto nella procedura con cui era stata concessa alla ditta l’autorizzazione a costruire, con conseguente sospensione della stessa. Infatti, l’Ente aveva dapprima approvato un progetto di massima per il il riassetto dell’area a fine lavori, ma chiedeva di visionare un progetto definitivo che rispondesse a domande come quelle relative alle tipologie di alberi da reimpiantare, al ripristino del cinema e delle attrezzature per il cineforum all’aperto. Alla proposta provvisoria (rimettere i platani senza piantarli nel terreno, visto lo scavo, e inserendoli in grandi vasi: una sorta di maxi-bonsai), la Soprintendenza aveva dato l’ok, ma si riservava il diritto di fare ulteriori studi botanici. Visto che il progetto definitivo non arrivava, c’è stato lo stop e la sospensione del nullaosta. «In tutto ciò – dicono dal Comitato – abbiamo continuato a chiedere che fossero verificate le lacune del progetto, nella speranza di ottenere la sospensione totale dell’autorizzazione».
Lo stato attuale
Dopo questi avvenimenti, la ditta ha fatto ricorso al TAR, contestando il fatto che la Soprintendenza avesse dato ascolto alle proteste dei “vocianti” (in riferimento ai membri del Comitato) e denunciando un ”abuso di autorità” da parte dell’Ente. Il ricorso è stato accolto nel maggio 2013: il TAR ha dato ragione alla ditta, permettendole di proseguire con i lavori, ma i pegliesi che si oppongono al progetto non si arrendono. A ciò è seguito un altro ricorso della Soprintendenza al Consiglio di Stato. L’udienza, come detto in apertura, si è svolta il 10 dicembre 2013 e tra pochi giorni se ne conoscerà l’esito.
Qual è lo stato attuale del cantiere?Alcuni box sono già stati prenotati dai residenti delle abitazioni limitrofe, ma per ora c’è stato solo il taglio di 3 dei 12 platani sani (più uno già malato) nel cortile e l’abbattimento dello schermo per le proiezioni all’aperto. Per il resto i lavori sono fermi. I volontari del Comitato pegliese ci offrono un punto di vista privilegiato sul cantiere, da un’abitazione privata che affaccia direttamente sul sito in questione. Ci raccontano: «Siamo preoccupati perché le problematiche denunciate anni fa sono presenti tutt’ora. Ad esempio, in quanti sanno che il team di progettisti e geologi che svolgono i lavori qui è lo stesso che sta eseguendo i lavori nel cantiere del San Martino? Lì hanno dovuto ricominciare tutto da capo perché si sono resi conto che gli studi erano sbagliati: non era stata presa in adeguata considerazione la presenza del Rio Noce, che scorreva sotto allo scavo. Non vogliamo che succeda qualcosa di analogo. Qui sotto ci sono falde acquifere: l’acqua continuerà a scorrere sotto ai nuovi box, prendendo magari altre direzioni e compromettendo la sicurezza dell’abitato attorno. Vogliamo che vengano fatti studi appositi: gli uffici si limitano a “dare pareri”, mentre dovrebbero esprimere valutazioni vincolanti per la realizzazione dell’opera».
Ne avevamo già parlato a fine ottobre, ma ora è arrivata la conferma dei documenti e dei finanziamenti. Il Comune, di concerto con Municipio III – Bassa Val Bisagno e Centro integrato di via di “corso Sardegna bassa”, vuole fortemente restituire ai cittadini almeno una parte delle aree dell’ex mercato ortofrutticolo genovese. Il progetto prevede la realizzazione di un polo di eccellenza agroalimentare a chilometro zero, gestito dai commercianti che già operano nei negozi limitrofi, ma soprattutto di una piazza con panchine, verde e spazi di aggregazione che diventerà un nuovo punto di riferimento per il quartiere, a cavallo tra San Fruttuoso e Marassi. In futuro, potrebbe trovare spazio anche un parcheggio al piano strada. Il tutto, comunque, dovrà essere realizzato con elementi facilmente removibili perché ci troviamo in zona ad alto rischio di esondazioni e allagamenti, come il passato ha tristemente insegnato. Per lo stesso motivo, il piano di bacino impedisce il cambio di destinazione d’uso dell’area, che deve perciò restare commerciale. Da qui, la necessità di realizzare anche il mini-mercato.
Resta da capire come la prenderà la Rizzani de Eccher, colosso friulano dell’edilizia che si era aggiudicato l’appalto per la riqualificazione dell’intero ex mercato ma che, in seguito all’alluvione del novembre 2011, ha visto porre vincoli fortemente ridimensionanti al progetto iniziale, e ha richiesto al Comune di Genova un indennizzo di 11 milioni di euro su cui dovrà esprimersi la giustizia amministrativa.
Lasciando da parte le beghe legali, l’intervento temporaneo riguarderà solamente la demolizione di alcuni edifici non soggetti a tutela e già destinati alla rimozione, che dovrà essere preceduta dalla necessaria bonifica del tetto in amianto. Per quest’ultima, i cui lavori inizieranno nel nuovo anno con l’impiego del personale di Amiu bonifiche, sono stati stanziati circa 200 mila euro. Per quanto riguarda le opere edili che dovranno essere messe a bando, invece, il Comune ha recuperato 500 mila euro attraverso un apposito indebitamento (mutuo) inserito nel bilancio 2013.
Come potete vedere dalla piantina a fianco, si tratta solo di una porzione (colore giallo) ben limitata dell’intero complesso ex mercatale e riguarda due elementi (4 e 6) che attualmente si affacciano su via Carlo Varese: demoliti gli edifici, si procederà alla pavimentazione in asfalto delle aree sgomberate, che potranno diventare così una piccola agorà (area tratteggiata di rosso) a completa disposizione dei cittadini del quartiere almeno per 7 anni. E proprio in funzione di questo uso pubblico, tramite apposite recinzioni sarà anche garantita la protezione delle strutture che si affacciano sull’area sgomberata.
«Il Comune – spiega il presidente del Municipio III Massimo Ferrante – ha mantenuto l’impegno di recuperare le risorse per bonificare l’area e demolire gli edifici. Ora tocca a noi, come Municipio, far vivere la piazza una volta che sarà effettivamente disponibile e cercare di impegnare qualche risorsa aggiuntiva per la sua promozione. Il Civ, infine, si occuperà di recuperare i locali del vecchio bar creando un mercato dell’eccellenza enogastronomica, sull’esempio del Carmine». Quest’ultimo è certamente l’elemento più complicato del piano di riqualificazione: vi è, infatti, la necessità di reperire i fondi per la manutenzione straordinaria dei vecchi locali in stile liberty, che sorgono su piano leggermente rialzato rispetto alla sede stradale, prima di poterli adattare alla nuova funzione. E, si sa, le risorse economiche latitano.
«È indispensabile procedere per tappe – commenta Ferrante – perché per troppo tempo si è parlato solo di sogni. Io invece sono un forte sostenitore della concretezza. E in questo senso è fondamentale che gli abitanti del Municipio possano riappropriarsi di uno spazio di socializzazione, come ad esempio è successo lo scorso weekend in piazza Martinez con l’inaugurazione della pista di pattinaggio su ghiaccio».
Certo, questo primo intervento di riqualificazione dell’area mercatale non sarà epocale ma è già molto per una struttura che dall’ottobre 2009, data di affidamento alla Rizzani, è stata interessata esclusivamente da lavori di sgombero di banchi, arredi, e celle frigorifere e dalla disattivazione delle linee elettriche, restando così aperta all’incuria, al degrado e a non rare incursione notturne.
Non va comunque dimenticato che l’ultima parola sul futuro a più ampio raggio e su una riqualificazione più sistematica e complessiva spetta alla sentenza del Tar, sui cui tempi è sempre piuttosto complicato esprimersi. Di sicuro, l’impossibilità di costruire il parcheggio interrato a causa dei vincoli di bacino e le difficoltà a pervenire a un accordo con Asl per la realizzazione di un nuovo polo sanitario, rendono molto difficile la perpetrazione del progetto inizialmente pensato dalla Rizzani. Inoltre, qualsiasi sia la sentenza del Tribunale amministrativo, è del tutto probabile che la parte sconfitta, sia essa la ditta edile o il Comune di Genova, ricorrerà al Consiglio di Stato, allungando ulteriormente i tempi per una decisione definitiva. Ecco perché è un bene che l’amministrazione si stia muovendo con decisione per restituire, almeno temporaneamente, alcuni spazi ai cittadini. Con la speranza che, anche una volta concluse le procedure legali, la piazza pubblica si sia talmente radicata nel territorio che risulti assurdo pensare a un suo eventuale smantellamento.
Da anni si parla di una tramvia per collegare la Val Bisagno con il centro città ma dopo fiumi di parole – spesi in campagna elettorale e nel dibattito pubblico con gli abitanti – nessuna realizzazione concreta è mai stata messa in atto. Adesso associazioni e residenti hanno redatto un loro progetto che presentano alla città. Ancora per 5 giorni (fino al 15 dicembre), presso la Coop di piazzale Bligny, è possibile visitare la mostra fotografica “Un Tram per la Val Bisagno”, con pannelli esplicativi e la proposta per la vallata. Un’iniziativa – patrocinata dal Municipio IV Val Bisagno – che ha raccolto intorno gli aderenti allo specifico gruppo Facebook “Un Tram per la Val Bisagno” e diverse associazioni quali Metrogenova, UTP (utenti trasporto pubblico), WWF e Amici di Pontecarrega.
«Ricordiamo che nella scorsa campagna elettorale, quella che ha visto l’elezione a Sindaco di Marta Vincenzi, si parlava continuamente di “cura del ferro” – ricorda il presidente WWF Genova, Vincenzo Cenzuales – ma anche il suo avversario politico, Enrico Musso, promuoveva la soluzione tramvia per la Valbisagno. È passato tanto tempo ma niente è stato fatto».
«Nel 2010 organizzammo un convegno seguitissimo sul tema – sottolinea l’associazione Metrogenova – in cui tutti plaudevano le mani all’idea del tram in vallata. Nel 2011 ci fu un percorso di partecipazione che portò ad alcune conclusioni, molte delle quali si trovano qui in mostra oggi». Il progetto delle realtà associative, in sintesi, prevede la realizzazione di 2 linee sul percorso tradizionale. «Una formula applicabile senza andare ad impattare sul Bisagno– spiega l’associazione UTP (utenti trasporto pubblico) – Quindi una tramvia ricavata sulla strada, il più possibile in sede protetta».
«A poche settimane dallo sciopero dei lavoratori AMT – commentano gli Amici di Ponte Carrega – Oltre ai fondi servono anche nuove idee per rilanciare il tpl».
E per sostenere l’idea di residenti e associazione è sottoscrivibile anche una petizione online, all’indirizzo http://www.petizionepubblica.it “Un tram per la Val Bisagno Genova: a Comune di Genova, Regione Liguria, Ministero dei Trasporti”.
Perché firmare la petizione? «Non abbiamo un mezzo veloce ed ecologico per la nostra vallata, non servita dal treno e neppure dalla metropolitana – si legge nella petizione – Il tram è un mezzo ecologico che combina i vantaggi di una grande capienza per passeggeri con una elevata frequenza di fermate. Una moderna tranvia è circa dieci volte più economica da costruire rispetto a una metropolitana e se realizzata in modo corretto riesce a garantire tempi di percorrenza che su i brevi e medi tragitti competono con quelli del metrò. Una linea di tram concepita e gestita come fanno, per esempio, in Germania o in Francia, spesso raggiunge i 20/22 km/ora commerciali e se consideriamo che la velocità del metrò è di 30 km/ora si capisce quanto il rapporto costi/benefici diventa interessante. Aiutaci a concretizzare il sogno: la tua firma può fare la differenza».
Una buona notizia per la Maddalena. Nove progetti, firmati da associazioni operanti sul territorio, finanziati dal Comune di Genova per un totale di 90 mila euro. Cinema, teatro, letteratura, dal giornale alla biblioteca di quartiere, sino al coro della Maddalena composto dagli abitanti (di cui vi abbiamo già parlato qui). Insomma, un ventaglio di proposte interessanti che vedranno la luce nei prossimi mesi grazie al bando promosso da Tursi.
Tra i progetti vincitori (qui la lista, ndr), il finanziamento più cospicuo, 20mila euro, andrà ad AMa, l’associazione degli abitanti della Maddalena, con il progetto Madd@lena52, un locale piano strada contenitore di svariate iniziative come ci anticipa il presidente di AMa Luca Curtaz: «Vogliamo aprire uno spazio in via della Maddalena, un presidio sul territorio. Sarà la sede della nostra associazione, ma soprattutto il punto di riferimento per le associazioni del quartiere che potranno usare i locali per riunioni e iniziative varie. Inoltre diventerà la sede del comitato di redazione che darà vita ad un giornale di quartiere e della biblioteca della Maddalena. Per quanto riguarda la biblioteca, sarebbe meglio definirla “ciclobiblioteca“… Il nostro intento infatti è quello di organizzare un servizio di consegna libri a domicilio con le bibciclette per gli abitanti anziani o con difficoltà motorie».
Il secondo importo più significativo, 14mila euro, è stato assegnato all’associazione Lunaria Teatro per la realizzazione del progetto “Il salotto letterario della Maddalena”. La direttrice Daniela Ardini racconta: «Un progetto che coinvolgerà abitanti e commercianti con incontri e esposizioni di libri nei vari locali del quartiere, eventi teatrali itineranti per le strade della Maddalena e in prestigiose cornici storiche come il Palazzo Spinola in Piazza Pellicceria, la chiesa della Maddalena e la chiesa delle Vigne. Saranno “letture spettacolari”, un innovativo connubio fra romanzo e rappresentazione teatrale».
Fra i progetti che hanno ottenuto maggiori finanziamenti troviamo quello del CIV Maddalena (10mila euro) per la valorizzazione delle porte di accesso al quartiere: «Il nostro progetto prevede l’installazione di totem digitali nei principali punti di accesso al quartiere, ovvero Garibaldi, Senarega, Soziglia, San Luca e Luccoli, che contengano informazioni sulle attività del quartiere, ludiche, culturali, commerciali. Informazioni preziose per i turisti e per gli stessi genovesi che continuano a vedere la Maddalena come un luogo mal frequentato. Il nostro obviettivo è quello di portare nelle nostre strade più persone, un passo fondamentale per migliorare la vivibilità e rilanciare la Maddalena». I totem installati dal CIV saranno in diverse lingue, fra cui arabo e spagnolo per andare incontro ai turisti, ma anche ai nuovi abitanti del quartiere genovese.
Gli altri progetti finanziati sono il già citato Coro della Maddalena (12mila euro), i laboratori di circo a cura dell’associazione Sarabanda (9,5mila euro), le iniziative del Laboratorio Probabile Bellamy al Teatro Altrove(proiezioni e percorsi di formazione con i ragazzi in ambito cinematografico – 8mila euro), “Sapori di giustizia” curato da Belleville (i prodotti “antimafia” dai territori del sud raggiungono i negozi della Maddalena – 6mila euro), una nuova segnaletica per il turismo (progetto che va a braccetto con l’iniziativa del CIV) a cura di Kallipolis (5mila euro) e “In scia stradda upgrade” (5,5mila euro) firmato da Il Pane e le Rose che già gestisce il presidio In Scia Stradda di Vico Mele.
In queste settimane le associazioni saranno ospitate negli uffici comunali per esaminare i progetti nel dettaglio e programmare la messa in atto sul territorio e successivamente i vari progetti verranno presentati al pubblico, in modo da coinvolgere sin dalle primissime battute tutto il quartiere in questo nuovo avvincente cammino (qui il bilancio delle iniziative dello scorso anno, ndr) verso la rinascita e la riqualificazione della Maddalena.
La firma dell’Accordo di programma tra Regione Liguria, Comune di Genova, Asl 3 (azienda sanitaria locale genovese) e Arte Genova (azienda regionale territoriale per l’edilizia) sul futuro dell’ex OP di Quarto – che ospiterà la nuova piastra ambulatoriale per il Levante e un centro servizi integrato – è stata salutata dai media con un coro unanime di approvazione. Comprensibile, visto il susseguirsi di decisioni, polemiche e relative marce indietro che hanno contraddistinto la vicenda, conclusasi con la salvaguardia delle funzioni pubbliche in 2/3 della parte ottocentesca del complesso (l’altra porzione dell’ex manicomio, invece, è già stata venduta dalla Regione a Valcomp II, società partecipata da Fintecna Immobiliare), grazie ad un vorticoso scambio di beni immobiliari tra Arte Genova e Asl 3 che ha rimesso in discussione l’ultima cartolarizzazione dell’autunno 2011. Tuttavia, entrando nel merito dell’accordo, determinate scelte paiono perlomeno discutibili, mentre alcune criticità aspettano risposta nel prosieguo della riqualificazione dell’area.
Innanzitutto, occorre ricordare che stiamo pur sempre parlando di un compromesso. E sì, perché l’originaria intenzione della Regione era la totale svendita dell’ex OP, scelta scellerata impedita da un vasto movimento d’opinione – promosso da singoli cittadini e realtà associative (riunitesi nel Coordinamento per Quarto) – capace di stimolare il Comune affinché si prodigasse a favore di una rivisitazione delle scelte regionali, ribadendo la necessità di garantire la permanenza all’interno del complesso di funzioni sanitarie e sociali. Nonostante oggi tale risultato positivo sia stato raggiunto, il rischio cementificazione ad opera dei futuri acquirenti privati resta dietro l’angolo. E nello stesso tempo rimane difficile ipotizzare una convivenza ottimale, fianco a fianco, tra residenze di lusso e spazi destinati alla cura delle persone.
Con deliberazione del consiglio comunale (23 luglio 2013) l’amministrazione ha promosso l’Accordo di programma mediante approvazione di una variante urbanistica al vigente PUC e contestuale variante al progetto preliminare del PUC adottato con obbligo di recepimento nel progetto definitivo di PUC. In altri termini, il Comune ha deciso di inserire l’area occupata dai padiglioni storici dell’ex OP in un Ambito speciale di riqualificazione urbana dove è prevista l’attuazione di una nuova struttura ambulatoriale per il Levante, oltre alla realizzazione di un centro servizi integrato con funzioni diversificate.
L’Ambito, come si legge nell’accordo, è suddiviso in 4 settori. Il settore 1 – ovvero 2/3 della parte ottocentesca (quella che limitatamente si affaccia su via Giovanni Maggio) – è destinato principalmente al mantenimento delle funzioni sanitarie e alla realizzazione della nuova piastra ambulatoriale.
Il settore 2 – vale a dire 1/3 della parte ottocentesca (quella che si affaccia sul parco) – è destinato principalmente a funzioni urbane (residenza, residenze turistico alberghiere, alberghi e servizi privati). In questo settore sono consentiti interventi fino alla ristrutturazione edilizia. L’incremento della superficie agibile nel limite del 20% della s.a. (superficie agibile) esistente e comunque non oltre il 20% del volume geometrico esistente è consentito esclusivamente in presenza di un progetto che ne dimostri la compatibilità sotto il profilo architettonico e funzionale.
Il settore 3 – comprendente una porzione di parco circostante l’ex OP (allo stato attuale fitta boscaglia) e la palazzina c ex amministrazione – è destinato principalmente a funzioni urbane (residenza, residenze turistico alberghiere, alberghi e servizi privati) con possibilità di realizzare anche nuove costruzioni esclusivamente per effetto di recupero di s.a. derivante da contestuali o anticipati interventi di demolizione. La nuova edificazione potrà avere una s.a. massima di 5400 mq.
Il settore 4 – cioè il restanteparco – è destinato a servizi pubblici per il verde urbano attrezzato alla fruizione pubblica per il tempo libero e al mantenimento del carattere naturale del luogo e del paesaggio.
Secondo Andrea Agostini di Legambiente la vicenda di Quarto rappresenta «La presunzione, la subalternità ai poteri forti e l’incapacità delle amministrazioni locali, tutte, di immaginare una diversa politica del territorio». Per l’associazione ambientalista «Autorizzare la costruzione di nuove residenze nel parco è inaccettabile. Invece di “costruire sul costruito” si continuano a riempire i vuoti urbani.A Quarto addirittura si pensa di costruire nel bosco. Quando noi abbiamo proposto un progetto alternativo, steso da un tecnico (l’architetto Giovanni Spalla, nda) che ha passato gli ultimi 40 anni a insegnare Urbanistica nell’Università di Genova, che avrebbe garantito di salvaguardare le cubature in vendita, i pazienti, il verde e la vivibilità quartiere, siamo stati accusati di essere massimalisti e ci hanno detto che la cosa non si poteva fare. Alla fine qual è il risultato dell’accordo? Si vende, con cambio di destinazione d’uso, il palazzo di via Bainsizza a Sturla, si trasferiscono gli ambulatori in una struttura fatiscente (certo non ci sono i soldi per rimettere a nuovo la parte di Quarto che resterà pubblica), si svendono 5000 mq di parco verde pubblico a beneficio dei pazienti e della città per farne residenze private (l’altra parte è già stata venduta per farne box) raddoppiando il fronte edilizio e si carica una zona già problematica di un peso urbanistico non sostenibile».
Il consigliere regionale Lorenzo Pellerano (Lista Biasotti) – a cui va riconosciuto l’importante impegno nel pungolare continuamente la Regione sul tema Quarto – non può che essere soddisfatto del raggiungimento di un’intesa. Ma non si esime dal sottolineare alcune criticità. «Restano dei punti da precisare – spiega – in particolare la viabilità di accesso al complesso, sia per la parte pubblica (inevitabilmente bisognerà sedersi ad un tavolo e discutere con Valcomp II le possibili soluzioni), sia per la parte privata (che dovrà avere una sua autonomia). E poi c’è l’incognita parcheggi che occorre garantire a supporto degli spazi pubblici (piastra sanitaria e centro servizi). Infine, sarà davvero una sfida impegnativa rendere fruibile il parco e garantirne la costante manutenzione».
L’accordo conferma le preoccupazioni di Pellerano «La trasformazione dell’area implica la necessità di realizzare parcheggi da localizzare anche in via Redipuglia (tramite allargamento della stessa) ed in altre aree esterne ma contigue, oltre alla contestuale razionalizzazione delle modalità di accesso all’area (ad esempio da via E. Raimondo)».
Per quanto riguarda la suddivisione degli spazi (settore 1) in cui permarranno le funzioni pubbliche, vediamo nel dettaglio la suddivisione. Così scopriamo che al Comune saranno affidati i padiglioni 15, 16, 17 e 21. L’Asl 3, invece, riacquista la disponibilità dei padiglioni 1, 2 , 3, 11, 12, 13, 14, 18, 19, 20, 22, 23 e 24. Si tratta della porzione sud est del vecchio istituto ottocentesco (sottoposto a vincolo monumentale e a vincolo paesaggistico di bellezza d’insieme).
Gli interventi previsti saranno di «Ristrutturazione, rifunzionalizzazione, adeguamento impiantistico, strutturale, restauro e risanamento conservativo – si legge nel programma dell’Asl 3 – Dovranno essere disconnessi i servizi centrali impiantistici attualmente utilizzati perché non inclusi nell’area in oggetto e, di conseguenza, realizzate nuove centrali termica idrica ed elettrica».
L’obiettivo è adeguare gli spazi per accogliere funzioni sanitarie differenziate. La distribuzione prevede: padiglioni 11, 12, 13 residenza per disabili a ciclo diurno e continuativo; padiglioni 14, 23, 24 piastra ambulatoriale e funzioni sanitarie territoriali ivi comprese quelle psichiatriche; padiglione 22 ambulatori territoriali e uffici distrettuali; padiglioni 18, 19, 20 residenza psichiatrica; padiglioni 1, 2, 3 funzioni sanitarie.
La fattibilità dell’intervento sarà garantita da fonti di finanziamento quali la valorizzazione tramite vendita di patrimonio immobiliare dell’Asl 3 (in primisl’immobile di via Bainsizza 42 attualmente sede di attività ambulatoriali del Levante), fondi di investimento regionali, statali ed europei eventualmente disponibili.
«Siamo contenti della firma dell’accordo, frutto di una mobilitazione sociale e culturale che ha trovato ascolto nelle istituzioni – commenta il Coordinamento per Quarto – la rinascita dell’ex OP sarà possibile se saremo capaci di realismo, partecipazione e innovazione: per evitare sprechi e contestazioni inutili. Al contrario, alcune dichiarazioni vanno nella direzione opposta». In particolare, riguardo ai servizi per Alzheimer e disturbi alimentari (non citati nell’accordo) «L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, ha affermato “Saranno decisi man mano che procederemo”. Dov’è l’idea unitaria di programmazione? –sottolinea il coordinamento – L’accordo afferma che le attuali strutture vanno mantenute, riorganizzate e innovate. Il centro sociale, ad esempio, importantissimo per le persone che vivono lo spazio dell’ex OP, ubicato nella parte di proprietà di Arte che andrà venduta, dovrà essere ricollocato attraverso una progettazione complessiva e unitaria affinché rimanga un nodo relazionale importante e fruibile. Coinvolgere i responsabili dei servizi, i cittadini, i lavoratori e gli utenti aiuta a mantenere la complessità di questa rinascita».
Quella di Sarzano/Sant’Agostino è un’area meno problematica di altre all’interno del contesto della Città Vecchia: è stata una delle prime zone a essere sottoposta a un’operazione di risanamento, grazie alla quale si sono attenuati nel giro di pochi anni problemi legati alla microcriminalità e al degrado. Oggi c’è un nuovo mercato, un nuovo discount e, se è vero che molti negozi chiudono, ciò è compensato dall’apertura di tanti nuovi esercizi.
Nel corso dell’ultimo sopralluogo di #EraOnTheRoad abbiamo incontrato la presidente del CIV Sarzano, Antonella Davite, che ha voluto portare alla nostra attenzione il problema annoso della regolamentazione del traffico nella piazza: qui, dal 1986 è iniziata un’operazione di pedonalizzazione con introduzione di ZTL e, sempre negli stessi anni, è stata inserita la prima telecamera di sorveglianza del centro storico genovese.
Negli anni ’90, poi, con il crollo della caserma dei pompieri di Via della Marina, si è decisa la creazione di un nuovo parcheggio gestito dalla Marina Park, che sarebbe dovuto essere adibito alla sosta (a rotazione e/o a pagamento, ma a tariffa ridotta rispetto a quelle correnti) dei non residenti nel centro storico. Oggi, l’operazione sembra essere stata fallimentare: pochi i posti auto (molti dei quali venduti ai residenti); qualche posto per le moto; aree per la sosta di bus e camper, che restano perlopiù inutilizzati, con conseguente spreco di spazio.
Nel 2009, poi, l’inserimento di altre 10 telecamere accompagnate dalle rumorose polemiche dei commercianti per la drastica diminuzione di passaggio e transito verso la piazza. Una “pedonalizzazione parziale” che, secondo il Civ, avrebbe portato al collasso dei commerci, danneggiando anche il tessuto sociale della zona: «Il problema -dice Davite- è che si è voluto tutelare il territorio, senza riuscirci: oggi le attività commerciali subiscono i danni della pedonalizzazione mancata e della carenza di parcheggi per facilitare l’affluenza dei genovesi che vengono da fuori. Chiediamo parcheggi a rotazione di due ore in Piazza Sarzano e la modifica degli accessi alla piazza da Via Ravasco e Via della Marina, con lo spostamento delle telecamere dall’attuale posizione all’inizio di Stradone S. Agostino. Deve essere facilitato l’accesso al centro per fermare l’emorragia degli esercizi che chiudono, in un momento già di per sé di crisi. Questo è un territorio fragilissimo: nonostante ci sia stata una ripresa, c’è il rischio di un ritorno al degrado».
Da tempo, raccontano i rappresentanti del CIV, si tenta di sensibilizzare le istituzioni sul tema in questione, ma la risposta di Tursi non sembra soddisfare commercianti e residenti: da poco si è svolto un incontro con gli Assessori Dagnino (Moilità e Traffico) e Oddone (Commercio), che si sono recati di persona sul luogo in questione per cercare di capirne le problematiche. Tuttavia, dal CIV denunciano una situazione di abbandono e mettono in luce la scarsa propensione dell’Amministrazione a prendere una decisione univoca e concreta. Tanto più che per questa zona le aspettative sembrano essere tante: lo scorso luglio, l’inaugurazione dell’atteso mercatino rionale e l’apertura di un nuovo supermercato, per ridare slancio al commercio locale.
«Ma come si possono intraprendere percorsi di rilancio della zona, se non sono aiutati da una politica concreta e duratura a sostegno delle attività? Ad esempio, per quanto riguarda il caso del mercato, avevamo proposto di introdurre l’utilizzo di un pullman per le vie del centro storico, per il trasporto dei genovesi che abitano in altri quartieri. La sperimentazione era già stata fatta, ma il pullman promesso ancora non si vede. C’è bisogno di rilanciare la zona e aprirla di più all’esterno: finora lavoriamo perlopiù con studenti e le attività più antiche si sono create un loro bacino di utenza che resiste, ma per chi decide di aprire adesso le cose sono difficili. Non possono essere gli studenti da soli a sostenere l’economia del quartiere».
Il problema è che stanno collassandole attività storiche, come le piccole botteghe artigiane tipiche del centro storico genovese: molte hanno già chiuso, altre stanno chiudendo. Le vie più colpite sono quelle di Canneto il Lungo, San Bernardo, Via dei Giustiniani, a pochi passi da Piazza Sarzano: il problema, dicono dal CIV, è che la Piazza non riesce a essere centro propulsore in cui far giungere persone e farle confluire verso i caruggi del centro. «Nonostante la fermata della metropolitana, i genovesi scendono qui ma vanno altrove; nonostante queste zone siano a ridosso di Via San Lorenzo, i turisti o gli stessi genovesi non sono abbastanza stimolati ad addentrarsi nei vicoli. Bisogna intervenire finché si è in tempo».
A Sampierdarena, nel cuore del Campasso – quartiere sovente dipinto come luogo degradato – sorge un immenso spazio, inutilizzato da almeno un trentennio, che potrebbe rappresentare, dopo un’adeguata riqualificazione, il volano per il rilancio dell’intera zona. Si tratta dell’ex mercato ovo-avicolo, una struttura di circa 3500 mq in totale abbandono, sulla quale peraltro pende un vincolo della Soprintendenza per i Beni Architettonici, risalente al 17 luglio 2003.
Nel corso del tempo si sono sprecate le promesse non mantenute sul futuro del complesso ma adesso la proprietà dell’area – Spim, società immobiliare partecipata al 100% del Comune di Genova – ha presentato un progetto, compreso nell’ambito del Programma locale per la casa del Comune, che prevede la realizzazione di nuove residenze, in parte dedicate al social housing (alloggi a canone moderato), in parte destinate alla vendita sul libero mercato, parcheggi interrati, una struttura di vendita medio-grande, esercizi di vicinato e servizi (un asilo e una scuola). Le risorse economiche necessarie saranno reperite tramite un cofinanziamento con fondi comunitari e regionali.
L’intervento, però, oltre a non suscitare particolare entusiasmo negli abitanti, non convince neppure il Municipio Centro Ovest che all’unanimità ha approvato un ordine del giorno nel quale sottolinea come «l’inserimento di nuove funzioni residenziali non sia funzionale ad un quartiere e una città in netta decrescita demografica, con grande abbondanza di abitazioni sfitte e abbandonate e valori immobiliari già al minimo storico». Al contrario, i consiglieri municipali ritengono che «l’azione di risanamento di contesti degradati passi, invece, attraverso l’inserimento di funzioni vivificanti». Quindi, in altre parole, al Campasso non serve un ulteriore carico abitativo ma piuttosto una maggiore offerta di servizi pubblici, ad esempio ambulatori e uffici. Detto ciò, prima di ipotizzare qualsiasi progetto, vanno create le condizioni affinché il quartiere torni ad essere vissuto appieno dai cittadini, attraverso una generale riqualificazione del territorio, magari a partire da un miglioramento della viabilità.
«Il Campasso fino a metà anni ’90 era un quartiere vitale – racconta Fabio Papini, residente e consigliere (Pdl) del Municipio Centro Ovest – Qui erano presenti numerose attività produttive, diverse ditte di artigiani e tanti piccoli negozi. Inoltre, ubicato su un lato dell’ex mercato ovo-avicolo, per alcuni anni ha resistito un supermercato. Poi lentamente la zona si è progressivamente depauperata. Anche a causa della trasformazione del tessuto sociale. Oggi sono rimasti soltanto un bar e un panificio. Al Campasso abitano in prevalenza persone anziane e cittadini stranieri che hanno perso l’abitudine di fare la spesa nel quartiere ed ormai, per ogni esigenza, si recano verso il centro di Sampierdarena».
In effetti, il panorama in una qualsiasi mattina di giorno feriale, rispecchia l’immagine di cui sopra: le saracinesche sono quasi tutte abbassate e abbondano i cartelli con su scritto “vendesi” o “affittasi”; ma pure nei portoni dei palazzi sono numerosi gli annunci di appartamenti in locazione o in vendita.
La storia della struttura
L’edificio che per lungo tempo ha ospitato l’ex mercato ovo-avicolo vede la luce ai primi del ‘900, quando venne costruito per essere adibito a macello civico. Dopo la seconda guerra mondiale, l’immobile – rammodernato con una spesa di oltre 32 milioni – fu destinato al “nuovo mercato all’ingrosso delle uova e pollame”. Come si legge nel documentato sito web www.sanpierdarena.net, il mercato «Fu inaugurato il 20 febbraio 1955 dal sindaco Pertusio; comprendeva 23 posti auto per i commercianti, una sala per contrattazioni uso borsa merci, locali per il veterinario, per la direzione, per lo scannatoio del pollame, per la cottura del mangime, un ufficio dazio, la banca BNL e vari box di 65 mq per i venditori». La destinazione rimase tale fino agli anni ’80. «Nel 1982 una petizione del “Comitato ambiente del Campasso”, preoccupato per i rumori dovuti alle attività di carico/scarico delle merci nelle ore notturne e per i cattivi odori, determinò un ordine del giorno del Consiglio comunale che sfrattava le strutture invitandole a sgomberare i locali al più presto, prospettando una destinazione delle strutture a uso sociale (parcheggio o casa protetta per anziani; oppure cessione a privati; comunque venne esclusa la destinazione a posteggio dei nomadi)». Da allora il complesso è rimasto abbandonato al suo destino.
Il progetto di Spim (società immobiliare del Comune di Genova)
Vediamo la trasformazione prevista nell’immobile del Campasso, secondo planimetrie e disegni che siamo riusciti a visionare.
La facciata principale (lato sud) rimarrà pressoché intatta, anche perché vincolata dalla Soprintendenza, mentre i lati ovest e nord resteranno in piedi ma subiranno delle trasformazioni. Il lato est (quello che si affaccia su via Pellegrini) sarà completamente abbattuto. In definitiva si delineerà una pianta a ferro di cavallo con al centro una piazza aperta con spazi verdi. Al livello inferiore troveranno spazio dei parcheggi interrati, sempre immancabili in ogni progetto e una struttura di vendita medio-grande (probabilmente non alimentare). E ancora esercizi di vicinato, distribuiti nelle tre ali superstiti dell’edificio e poi i famosi servizi, ovvero un asilo ed una scuola (peraltro già presenti in zona). Le nuove volumetrie dovrebbero rispettare, almeno in buona misura, quelle esistenti. Tuttavia, l’altezza sarà maggiore, in particolare sul lato nord dove si contempla la costruzione di un volume a torre. Le singole unità abitative avranno una superficie media di circa 60 mq. Il numero di alloggi, secondo una stima plausibile, sarà di circa 150, alcuni dei quali destinati al social housing.
«La proposta arrivata in Municipio è irricevibile– così la definisce Lucia Gaglianese, abitante al Campasso e consigliere (Pdl) del Municipio – Il quartiere, infatti, ha bisogno di servizi pubblici e non di nuove case, in una zona già densamente popolata. Così non si riqualifica il Campasso. Un ulteriore inserimento di persone, magari in condizioni difficili, vuol dire sommare disagio a disagio. L’intervento sarà economicamente fattibile grazie al cofinanziamento con fondi europei e regionali, visto che rientra nell’ambito dei “programmi locali per la casa di social housing”».
In realtà, il Comune da molto tempo è impegnato nella ricerca di un acquirente per l’immobile del Campasso ma l’operazione di vendita non si è mai concretizzata. Probabilmente il contesto generale di depauperamento della zona e la difficoltà di accesso hanno allontanato i possibili compratori. E allora Spim, per superare lo stallo, ha inventato questa soluzione progettuale.
Secondo gli abitanti, prima di pensare alla destinazione futura dell’ex mercato, occorre migliorare la viabilità. In questo senso il progetto comprende un parziale intervento. «Saranno realizzate due carreggiate parallele a via Campasso (la parte inferiore della strada) ricavate su spazi delle Ferrovie oggi inutilizzati – spiega il consigliere Papini – è un elemento positivo che dovrebbe migliorare l’accesso dei mezzi provenienti da Brin. Tuttavia, l’accesso da Sampierdarena (dunque la parte superiore di via Campasso) rimarrebbe tale e quale a oggi».
La posizione del Municipio
Il Municipio Centro Ovest, al quale è stato chiesto un parere – seppure non vincolante – ha bocciato il progetto di Spim. «Noi come consiglio municipale vorremmo avere maggiore voce in capitolo e fare delle proposte alternative per un uso sociale dell’immobile – conclude Gaglianese – Ad esempio realizzando una residenza per anziani, un ambulatorio, insomma un presidio utile per rispondere ai bisogni reali della popolazione. L’ideale sarebbe istituire un percorso partecipato con la cittadinanza. Ma un vero percorso di condivisone della progettazione e non un mero strumento di facciata come spesso accade. Non siamo chiusi verso altre soluzioni ma esse vanno condivise con il quartiere».
Nell’ordine del giorno bipartisan votato all’unanimità si legge «…sul territorio del Municipio Centro Ovest insistono diversi immobili pubblici e privati abbandonati; il mercato immobiliare è fermo e i valori immobiliari hanno subito un crollo importante in tutta la città ma in particolare sul territorio del Municipio Centro ovest… Ritenuto che gli spazi del mercato ovo-avicolo costituiscano l’opportunità per avviare un processo di riqualificazione sociale, economica e culturale del territorio, capace anche di offrire leve competitive al tessuto produttivo e commerciale… Il Consiglio del Municipio 2 Centro Ovest impegna il Sindaco e la Giunta Comunale a predisporre ed attuare un piano complessivo di iniziative per la riqualificazione sociale, economica e culturale dell’area del Campasso concordando con il Municipio Centro Ovest contenuti, tempi e modi; attivare un ampio coinvolgimento delle aziende, delle imprese, delle associazioni e dei cittadini per la definizione delle destinazioni d’uso possibili delle aree e conseguentemente renderle possibili assumendo le necessarie decisioni negli strumenti urbanistici, pianificatori e regolamentari, individuando con il Municipio Centro Ovest le migliori strategie di gestione; valutare i progetti nel più ampio contesto delle valenze e dei processi capaci di essere attivati e non già di mera massimizzazione della valorizzazione finanziaria dell’immobile; attivare una progettazione di alta qualità dell’area e degli edifici del mercato ovo-avicolo del Campasso e delle aree connesse in quota parte del parco ferroviario con lo scopo di traguardare obiettivi di risanamento e vivificazione del quartiere».
L’ex centrale del latte di Fegino – chiusa definitivamente il 4 ottobre 2012 da Parmalat Lactalis – torna al centro della scena. Ad oltre un anno di distanza dalla cessazione delle attività, infatti, ancora non si conosce la futura destinazione dell’area e soprattutto quale ricollocazione occupazionale è prevista per i 63 lavoratori – alcuni reimpiegati in altre attività del gruppo – oggi messi in cassa integrazione speciale.
Se ne discuterà Mercoledì 4 dicembre ore 14:30 in occasione di una seduta monotematica del Consiglio del Municipio Valpolcevera (presso la sede di via C. Reta 3), alla presenza dell’assessore al Lavoro della Regione Liguria, Enrico Vesco e dell’assessore allo Sviluppo Economico del Comune di Genova, Francesco Oddone. I cittadini sono invitati a partecipare per dire la loro su un argomento molto sentito in vallata.
Tutti i gruppi consiliari della Valpolcevera hanno presentato una mozione congiunta in cui si fa il punto della situazione, ripercorrendo le ultime vicende «… nel corso dei mesi intercorsi dalla chiusura della Centrale del Latte di Fegino ad oggi sono apparse sui quotidiani cittadini diversenotizie relative ai progetti di destinazione dell’area e sulle difficoltà di trovare soluzioni compatibili con l’interesse generale dell’intera città; la Giunta del Comune di Genova ha in più occasioni manifestato la propriacontrarietà alla destinazione dell’area a centro commerciale come invece proposto dai proprietari; lo stato di attuale indeterminatezza e difficoltà a trovare un accordo tra i proprietari dell’area e il Comune rischia di creare conseguenze insostenibili soprattutto per i lavoratori ancora in cassa integrazione».
«Considerato che è un preciso impegno di questo Municipio collocare il “lavoro prima di tutto” – si legge nel documento – appare opportuno e doveroso continuare a mantenere viva l’attenzione su tale problematica che si colloca in un contesto territoriale, quello della Valpolcevera, già afflitto da livelli di povertà, disagio sociale e conflittualità, notevoli rispetto ad altre realtà della città».
Per tali motivi, il Consiglio del Municipio V Valpolcevera «Impegna la Presidente del Municipio e la Giunta affinché venga richiesto al Comune e alle altre istituzioni e soggetti coinvolti: quali siano i progetti attualmente al vaglio per la destinazione dell’area, anche alla luce delle recenti informazioni apparse sui mezzi di comunicazione; quali soluzioni fattive e realizzabili possano essere adottate in tempi brevi, anche a prescindere dai progetti più ampi di destinazione dell’area; un concreto impegno affinché si possa trovare una soluzione positiva di ricollocazione lavorativa per tutti i lavoratori attualmente in cassa integrazione che scadrà ad ottobre 2014».
Sono partiti proprio due anni fa, il 28 novembre 2011, i lavori all’interno del parco di Villa Doria, una delle più conosciute tra le tante storiche ville del quartiere genovese di Pegli. All’epoca era stata stanziata dall’amministrazione comunale un cifra pari a 647.774,74 euro per la manutenzione generale del parco, per la ristrutturazione del laghetto e del tempio costruito dall’artista Galeazzo Alessi dedicato alla dea Diana, con statua annessa. I lavori, che dovevano essere conclusi entro l’8 novembre 2012, sono però ancora in corso e il cantiere sembra abbandonato. Come mai? Stefano Barabino, del gruppo consiliare Pdl del Municipio Ponente, ha presentato proprio pochi giorni fa in consiglio un’interrogazione a risposta immediata (Art. 35 RMP) rivolta all’Assessore municipale Maria Rosa Morlè e al presidente del Municipio VII Mauro Avvenente. Lo stesso Barabino racconta: «L’interessamento è nato dalle sollecitazioni di alcuni cittadini, che hanno lamentato il fatto che i lavori non fossero ancora ultimati e hanno altresì denunciato lo stato di abbandono del cantiere. Sembra che, attualmente, sia tutto fermo e gli operai non stiano lavorando. Perché?»
Queste le problematiche messe in luce nel corso dell’interrogazione di Stefano Barabino e che abbiamo potuto confermare dopo il nostro sopralluogo in occasione di #EraOnTheRoad: siamo in presenza di un cantiere fantasma, di operai non vi è alcuna traccia; dopo più di un anno dalla presunta data di fine opera, i lavori risultano in evidente stato di ritardo nonché di abbandono, generando anche la presenza di rifiuti, non derivanti dai lavori stessi, nell’area del cantiere; l’area di cantiere risulta di facile accesso grazie a un varco presso le recinzioni, per cui è facile introdursi all’interno. Ciò potrebbe costituire un pericolo per l’incolumità personale, senza contare che malintenzionati avrebbero gioco facile nell’introdursi all’interno del cantiere e sottrarre materiali necessari all’opera con conseguente danno economico.
La paura di molti pegliesi, data la situazione, era che i fondi stanziati due anni fa risultassero ormai insufficienti per l’avanzamento dei lavori (da qui il blocco). Tuttavia, l’Assessore Morlè ha saputo rasserenare gli animi: i fondi stanziati all’epoca non sono esauriti e, se è vero che i lavori si sono fermati, ripartiranno in breve tempo, concludendosi nel giro di sei mesi.
I ritardi, come ha spiegato l’assessore, dipendono da tre fattori: in primo luogo, il ritrovamento di residuati bellici all’interno dello scavo del cantiere, che ha costretto a un primo stop; in secondo luogo, un cambio nella direzione dei lavori (oggi affidata all’Arch. Paola Ferrari); in ultimo, la fragilità degli argini del laghetto, che non permettevano di sostenere il carico dei lavori. Proprio quest’ultimo punto ha costretto a uno stop più drastico: è stato necessario interpellare la Sovrintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici e chiedere la messa in sicurezza degli argini.
Al momento, dopo aver inoltrato una richiesta ufficiale, si è ancora in attesa della pronuncia della Sovrintendenza, ma nulla fa presupporre un parere contrario in tal senso. Non appena sarà stata effettuata la fortificazione delle pareti del laghetto, i lavori riprenderanno: da quel momento, nell’arco di sei mesi -assicurano dal Municipio VII- saranno ultimati. Sembra che la prossima estate i pegliesi potranno godere di nuovo del loro bel parco nel cuore della città, finalmente libero da ponteggi.
Così ancora Barabino: «Pegli è uno dei quartieri più ricchi di verde di tutta Genova, le cui ville però, come spesso capita in questi tempi, versano in evidente stato di abbandono malgrado gli sforzi delle amministrazioni per rendere le aree fruibili a tutti i cittadini. Vogliamo occuparci delle esigenze dei bambini in cerca di spazi dove giocare senza il pericolo delle autovetture, e degli anziani che vogliono prendere una boccata di aria salubre, lontano dall’inquinamento del traffico cittadino. Il parco di Villa Doria ha un gran potenziale, ci sono ampi spazi poco sfruttati: ricordo che fino a 15 anni fa qui in estate si organizzavano sagre e fiere estive con bancarelle, spettacoli pirotecnici e tanti eventi, ma oggi non è più così. Nel tempo, le ritrosie dei negozianti (contrari alla presenza di stand) e la diversa congiuntura economica hanno fatto sì che i finanziamenti scemassero. Adesso sarebbe auspicabile tornare alle vecchie abitudini (magari ridimensionate rispetto a prima, in mancanza di fondi) e ridare a Pegli l’appeal che merita».
Duemila metri quadrati di locali desolatamente vuoti dal 2008, un quartiere – San Teodoro (Municipio Centro Ovest) – senza presidio sanitario da oltre due anni, altri limitrofi – come Lagaccio e Oregina (Municipio Centro Est) – che scontano la carenza di servizi sanitari sul territorio o la loro possibile scomparsa (vedi il recente caso Consultorio del Lagaccio). Questa, in sintesi, la situazione venutasi a creare a causa di scelte, perlomeno contestabili, compiute da Regione e Asl 3, spesso con l’avvallo del Comune. Il risultato finale è sotto gli occhi di tutti. Oggi gli abitanti delle zone collinari del centro città, pure per una semplice analisi, sono costretti a recarsi al Palazzetto della Salute a Fiumara, non proprio due passi per anziani e persone con difficoltà di deambulazione.
Ma partiamo dal principio e vediamo i vari passaggi che hanno portato alla situazione odierna.
L’ex poliambulatorio di via Minetti
San Teodoro, fino al 2008, poteva contare sul poliambulatorio di via Don Minetti (in precedenza sede dell’INAM, istituto nazionale per l’assicurazione contro le malattie). La struttura ai civici 6 A (piano terra e primo piano) e 8 (secondo piano) – per complessivi oltre 50 vani – ospitava l’assistenza ambulatoriale con diversi ambulatori medici, centro prelievi, Cup, servizi domiciliari, ecc., fornendo prestazioni a circa 65 mila utenti residenti nei Municipi Centro Est e Centro Ovest.
Nel 2007-2008, con la famosa “cartolarizzazione” di parte del patrimonio immobiliare di aziende sanitarie e ospedaliere (compresi i beni dell’ex ospedale psichiatrico di Quarto) per coprire il deficit della Sanità del 2005, la Regione ha deciso di valorizzare – tramite ARTE (azienda regionale territoriale per l’edilizia) – e successivamente vendere all’acquirente Fintecna Immobiliare (società del Ministero del Tesoro), anche l’edificio di via Don Minetti.
Il trasferimento del servizio, in convenzione con la CRI, nei locali di via Bari
Dopo la dismissione dell’ex poliambulatorio, unico presidio sanitario di zona, le istituzioni hanno pensato di ricavare degli spazi per i servizi sanitari territoriali nei locali comunali di via Bari al civico 41. All’epoca, all’interno di essi operava, con degli ambulatori per stranieri, la Croce Rossa Italiana.
Il 7 dicembre 2007 una delibera dell’Asl 3 sanciva la convenzione con il comitato locale della CRI «per la realizzazione del progetto di gestione del’unità di assistenza di base nella zona di San Teodoro». I costi derivanti dal provvedimento concordati tra le parti «ammontano a 10,21630 euro per l’anno 2007; 122,59560 euro/anno per gli anni 2008, 2009, 2010». Il conto è piuttosto salato. Per tutta la durata convenzionale, infatti, la spesa a carico dell’azienda sanitaria locale genovese è stata di complessivi 378,00310 euro.
«L’Asl 3 ha siglato un accordo particolarmente oneroso con la CRI– racconta Aurora Mangano, portavoce di un comitato di residenti – ma questa scelta scellerata fu avvallata anche da Comune e Municipio Centro Ovest. Il presidio sanitario era di dimensioni ridottissime, in pratica consisteva in 2 stanze da 12 mq ciascuna». Eppure il contratto prevedeva di garantire «le prestazioni assistenziali di base fornite dalla precedente struttura».
In realtà l’Asl 3 si è assunta un impegno assai costoso «Ricevendo ben poco in cambio – sottolinea Mangano – i circa 122 mila euro all’anno a carico dell’azienda sanitaria comprendevano affitto dei locali e prestazioni. Ad esempio, la CRI avrebbe dovuto fornire un infermiere per le visite a domicilio, ma tale servizio non è mai stato effettuato».
Tuttavia, data la sua posizione strategica, il presidio sanitario ha continuato a svolgere un ruolo fondamentale per i cittadini di San Teodoro, Oregina e Lagaccio, erogando circa 650 prelievi mensili e 1400 prenotazioni CUP.
Il 31 dicembre 2010, però, è scaduta la convenzione Asl 3-CRI. Nel gennaio 2011, alcuni organi di informazione riportano la notizia che l’ambulatorio di via Bari non chiuderà i battenti. A dire il vero è soltanto un fuoco di paglia che dura pochi mesi poi, tra giugno e luglio 2011, il presidio viene definitivamente dismesso.
«Disapproviamo la chiusura improvvisa e immotivata senza alcuna comunicazione alle istituzioni del territorio e soprattutto agli utenti – scrive il presidente del Municipio Centro Ovest, Franco Marenco, in una nota del luglio 2011 – Gli impegni assunti all’inizio dell’anno erano il mantenimento del presidio stesso tramite adeguamento normativo dell’attuale sede o individuando un sito alternativo baricentrico ai Municipi Centro Ovest e Centro Est».
Dall’estate 2011 ad oggi nulla si è mosso e così i cittadini di San Teodoro, ma anche di Lagaccio e Oregina, ancora aspettano una soluzione alternativa.
L’ipotesi via Bologna e le proposte dei residenti; il silenzio totale delle istituzioni
Il mercato di via Bologna, tra Sampierdarena e San Teodoro, versa da anni in stato di abbandono, come documentato da Era Superba. Una delle sue ventilate destinazioni future, poteva essere proprio quella di nuovi spazi ambulatoriali. Magari con l’aiuto di soggetti privati, visto che il recupero della struttura comporta una spesa ingente. «Abbiamo contattato il Baluardo – dichiarava al “Secolo XIX” il presidente Marenco all’inizio del 2012 – Hanno effettuato un sopralluogo e contano di poter recuperare il mercato come centro prelievi ed ambulatorio. Sono un’azienda privata ma ci sarebbe una convenzione con il sistema sanitario pubblico».
La signora Mangano ricorda «Con un gruppo di comitati e associazioni di quartiere auspicavamo di poter supportare un intervento finalizzato alla realizzazione di un presidio, anche in convenzione con un privato come il Baluardo. Il costo della ristrutturazione del mercato si aggira sui 150-200 mila euro. Ma il Baluardo poteva essere disponibile ad investire tali risorse». Invece, l’operazione non è stata portata a termine e adesso, sui locali di via Bologna, pare abbia puntato gli occhi la Confraternita di Misericordia (la prima esistente in Liguria) che recentemente ha ottenuto una sede nella medesima via, al civico 21.
«Quello che trovo profondamente sbagliato – sottolinea Mangano – è il fatto che, da oltre due anni a questa parte, nessuno si sia preoccupato di dare spiegazioni e risposte ai cittadini». L’assessore regionale alla Salute, Claudio Montaldo, da noi contattato telefonicamente, afferma «Allo stato attuale, per quanto riguarda il presidio sanitario di San Teodoro, non ci sono sostanziali novità. Comunque, se ne sta occupando soprattutto l’Asl 3». Detto ciò, il responsabile delle politiche sanitarie della Regione, definisce la situazione «particolarmente complessa». La direzione dell’Asl 3, almeno per il momento, ha preferito non rilasciare dichiarazioni sull’argomento ma contiamo al più presto di sentire la voce del direttore generale, Corrado Bedogni.
«Noi cittadini, all’epoca, avevamo proposto di utilizzare al meglio la struttura di via Minetti, anziché metterla in vendita – racconta Mangano – In quell’edificio sarebbe stato possibile potenziare i servizi sanitari territoriali e realizzare in spazi adeguati anche un nuovo consultorio, visto in quali vecchi locali è attualmente ubicato al Lagaccio».
Soprattutto considerando che oggi l’ex poliambulatorio di via Minetti (2000 mq di superficie considerando solo il civico 6 A) acquistato da Fintecna Immobiliare – tramite la sua controllata Valcomp – è rimasto un contenitore vuoto.
Sulla porta d’ingresso e sulle finestre del primo piano fa bella mostra di sé un cartello con su scritto “vendesi”. «È difficile trovare un acquirente– conferma Mangano – Anche perché,nell’ottica di una sua trasformazione in residenze, bisogna tenere presente che in tutta la zona sono carenti parcheggi e posti auto».
Con il senno di poi, aggiunge Mangano «Invece di spendere oltre 378 mila euro per i locali di via Bari, Regione e Asl 3 avrebbero potuto intervenire sull’ex poliambulatorio di via Minetti. Ad esempio, scorporando dal lotto delle vendite il piano terreno del civico 6 A». Insomma, salvando degli spazi da dedicare a servizi per i cittadini.
Purtroppo sappiamo che è andata diversamente e adesso diventa sempre più urgente trovare una valida alternativa. «In via Lugo esistono dei locali di proprietà comunale dove fino a poco tempo fa erano ospitati i volontari della Pubblica Assistenza – continua Mangano – Oggi la P.A. di via Lugo è stata chiusa. Quindi i locali sono disponibili.E si trovano in posizione favorevole anche per i cittadini di Lagaccio e Oregina. La nostra proposta è: realizziamo qui un ambulatorio. Oppure le istituzioni si impegnino seriamente nella ricerca di altri spazi vuoti di proprietà comunale, presenti in zona».
«Abbiamo scritto al Municipio Centro Ovest– conclude Mangano – è l’ente più vicino ai cittadini e politicamente può fare delle pressioni affinché si sblocchi la situazione. Ma finora non abbiamo ricevuto risposta. C’è un silenzio totale in merito a questo problema. Siamo amareggiati perché ci sentiamo soli in questa battaglia».
Ha solo pochi mesi l’idea di dare vita a un Coro della Maddalena, che riunisca gli abitanti del Sestiere (prevalentemente, ma sarà aperto a tutti gli abitanti del centro storico e a tutti coloro che amano la Maddalena) di tutte le classi e appartenenze: un coro composto dalle persone che lavorano o vivono nella zona, dagli artigiani, commercianti, ristoratori, agli artisti, impiegati, disoccupati, professionisti, studenti, pensionati, immigrati. E prostitute: senza esclusione di nessuna “categoria”, per rappresentare il tessuto sociale della Maddalena nella sua interezza. Il progetto è nato a settembre dall’iniziativa della cantautrice genovese Giua, nota al pubblico ligure (e non solo) per le sue recenti collaborazioni con il chitarrista Armando Corsi, e Pier Mario Giovannone, anche lui autore, poeta e chitarrista di origine cuneese, naturalizzato genovese. In questi pochi mesi il progetto del coro ha preso sempre più piede e si è fatto conoscere nel Sestiere, già denso di movimento e iniziative sul piano sociale, acquisendo popolarità e raccogliendo manifestazioni di interesse tra gli abitanti. Ad oggi, le adesioni sono davvero tante e c’è entusiasmo per la partenza vera e propria dell’iniziativa.
Proprio il prossimo mercoledì, 4 dicembre 2013, dalle ore 18.30 nei locali di Vico Papa 9, Giua e Pier Mario Giovannone, assieme agli amici e compagni di avventura Matteo Testino, regista teatrale che collabora con il Teatro Necessario, l’antropologa Valerie e Domenico Chionetti della Comunità di San Benedetto al Porto racconteranno a tutti gli interessati questo nuovo progetto, rigorosamente davanti a un bicchiere di vino e un piccolo rinfresco. L’atmosfera, dunque, sarà in linea con lo spirito “sociale”, conviviale e aperto dell’iniziativa, allo scopo di coinvolgere un numero crescente di persone, tra cantanti “improvvisati”, associazioni di quartiere e realtà già radicate nel sestiere.
L’idea è quella di collaborare tutti insieme, non sostituirsi alle iniziative già presenti, come ci spiega la stessa Giua: «L’idea nasce da me e Pier Mario, semplicemente perché viviamo alla Maddalena, nei pressi di Piazza della Lepre, e da sempre siamo affascinati da questo mondo ricco e contraddittorio. Quale idea migliore di un coro per avvicinare le persone, creare socialità e dar vita a una situazione di scambio reciproco, conoscenza e condivisione? Attraverso la musica e l’arte, è possibile entrare in contatto, accorciare le distanze, valorizzare le differenze e mettere in primo piano le peculiarità delle personalità della Maddalena, che rendono bello e particolare il quartiere. Per questo abbiamo pensato di coinvolgere anche -e soprattutto- migranti e prostitute, che hanno finora dato risposta positiva: molte delle “graziose” che conosco personalmente, ad esempio, mi hanno già assicurato che saranno dei nostri».
Dietro al progetto del coro, inoltre, la partecipazione albando aperto qualche mese dal Comune di Genova all’interno del Patto per lo sviluppo della Maddalena, per lo svolgimento di attività artistico-culturali all’interno del Sestiere della Maddalena ed eventuali aree limitrofe. Chiuso ufficialmente il 30 settembre scorso, si attendono i risultati entro l’anno: circa 90 mila euro verranno stanziati e messi a disposizione dei vincitori (si parla di premiare all’incirca 8, 9 progetti con somme che si aggirano attorno ai 5-10 mila euro per ciascuno).
«Abbiamo partecipato al bando – racconta Giua – per sostenere il progetto e dargli continuità. Inoltre, anche se finora non siamo sostenuti da alcun finanziamento, vorremmo arrivare a poter retribuire – con un compenso anche solo simbolico – le persone che entreranno a far parte del coro, per dare dignità a questo progetto artistico. Noi, che facciamo parte del mondo della musica, sappiamo che la cultura è un lavoro oltre che una passione, e ci piacerebbe dare il giusto valore all’impegno dei partecipanti. In più, vorremmo anche dar vita a un progetto artistico di qualità (poco importa se i membri del coro non sono professionisti: siamo certi, con la nostra guida, di dar vita a un prodotto di valore), trovare una sede nostra e dare continuità al progetto. Nel frattempo, aspettando i risultati del bando, andiamo avanti, e andremo avanti a prescindere: per attirare contribuenti è importante far vedere che il progetto esiste, è concreto, va avanti».
Finora, il progetto è portato avanti da appassionati, che collaborano come volontari. Le iniziative non mancano: ad esempio, Testino e Weidinger daranno vita a un laboratorio sul corpo, per ridurre la distanza psiche-corpo e limitare il disagio sociale, che allontana le persone da quello che sentono, bloccandone l’espressione artistica. Recente anche la nascita di una pagina Facebook dedicata al Coro, da cui è possibile avere informazioni sulle date, sugli eventi e sui partecipanti: una bella iniziativa di promozione sui social è stata seguita dalle ragazze dello studio Yoge Design (volontarie anche loro) per la creazione di progetti etici, che hanno pensato a un logo con la forma dello stesso sestiere, al cui interno è inscritto il nome di “Coro della Maddalena”. Finora la campagna di promozione su internet sta andando bene: sui social, le foto delle persone aderenti al progetti, con apposito logo e con breve descrizione. Seguite l’hashtag #corodellamaddalena e restate aggiornati!
Si chiama C.R.E.A. – Centro Recupero Eccedenze Alimentari – ve ne avevamo parlato nel maggio 2012 (qui l’approfondimento di Era Superba), in occasione della presentazione del progetto risultato della collaborazione fra Municipio Val Polcevera, A.T.S. 41 (ambito territoriale sociale n. 41 del Comune di Genova) e Comunità di San Benedetto. Un’iniziativa che andava ad affiancarsi al già collaudato esperimento di Certosa, ovvero “Il Punto” di via Canepari (parrocchia del Borghetto a Certosa), basato sulla redistribuzione a favore delle persone in difficoltà economiche di prodotti che altrimenti non sarebbero venduti nei supermercati (causa prossimità della scadenza o piccoli difetti nel confezionamento) e quindi scartati, alimenti ancora perfettamente consumabili.
Oggi il progetto C.R.E.A. può contare su un nuovo punto di distribuzione in Val Polcevera nel mercato comunale di Bolzaneto: sarà inaugurato venerdì alla presenza del sindaco Marco Doria, si tratta di un banco vuoto che, grazie all’impegno del Civ e all’accoglienza degli altri operatori del mercato, sarà affidato ai volontari del progetto. Il punto coprirà il fabbisogno di 20 nuclei famigliari«prevalentemente anziani – racconta Simonetta Gadaleta coordinatrice A.T.S. 41 – ma contiamo a partire da gennaio di aprirci anche a nuclei famigliari più numerosi. La quantità di alimenti non manca, grazie alla encomiabile collaborazione del mercato ortofrutticolo di Bolzaneto, una disponibilità davvero oltre ogni aspettativa, senza proclami, con umiltà e sobrietà.»
Se consideriamo anche “Il Punto” di Certosa – dove ogni tre mesi usufruiscono del servizio 80 persone – si può parlare di un bacino di 100 nuclei famigliari della Val Polcevera interessati dal servizio dei volontari. Un primo importante risultato.
«La differenza fra “Il Punto” e l’attività di C.r.e.a. – spiega Gadaleta – è sostanzialmente nei prodotti che vengono distribuiti: da una parte “Il Punto” che collabora con Ipercoop e redistribuisce prodotti non freschi, dall’altra C.r.e.a. che riferendosi al mercato ortofrutticolo lavora con frutta e verdura che per forza di cose deve essere distribuita nella stessa giornata di raccolta». Un’altra differenza riguarda il criterio di scelta dei soggetti destinatari del servizio: per quanto riguarda “Il Punto” vengono selezionati dall’A.T.S. 41 che attribuisce loro un punteggio – seguendo alcuni criteri quali la composizione del nucleo famigliare oppure la presenza o meno di bambini – in base al quale i beneficiari possono convertire i punti in beni di prima necessità, mentre la sperimentazione sul nuovo punto di Bolzaneto sarà basata inizialmente su semplici segnalazioni e punterà ad un’assegnazione di alimenti il più possibile uguale per tutti.
Le tre fasi del progetto C.r.e.a e la sperimentazione al quartiere Diamante ancora in stand-by
Una prima fase conoscitiva e di coordinamento terminata nel dicembre 2012, la sperimentazione nei centri della Comunità di San Benedetto (escluso quello principale della Lanterna) da gennaio 2013 a settembre e ora la terza fase con l’inaugurazione del punto di Bolzaneto. «L’obiettivo è quello di coinvolgere più soggetti per aumentare la varietà di prodotti da redistribuire – conclude Gadaleta – e alzare il numero di nuclei famigliari a cui destinare gli alimenti».
Unico “neo” in questo primo anno e mezzo di attività, il congelamento dell’esperienza al quartiere Diamante che avrebbe dovuto trovare “casa” nei locali del Municipio Val Polcevera in via Pedrini: «I locali si sono poi rivelati non utilizzabili e il discorso è rimasto in stand – by, ma potrebbe anche sbloccarsi in futuro, staremo a vedere».