Mese: Dicembre 2010

  • A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    A tu per tu con il cantautore genovese Max Manfredi

    Max ManfrediMax Manfredi, classe 1956, cantautore genovese amato anche oltre i confini nazionali, ha presentato il 5 gennaio 2011 al Teatro della Tosse “la luna nel ghetto”, uno spettacolo di musica e poesia in cui l’incasso sarà devoluto al progetto “Oltre il ghetto” della comunità di San Benedetto.

    Max, c’è chi ha affermato: “i cantautori sono la voce del futuro”. Tu che futuro racconti?

    Non prendo per buona la premessa. Dire che i cantautori sono la voce del futuro è altrettanto ottuso che retrocederne l’importanza al passato remoto.Certo, quest’ultima posizione è più malevola. Entrambe non tengono conto della realtà, e soprattutto non chiedono il parere degli agonisti, di coloro che le canzoni le cantano e le fanno, ma anche degli ascoltatori, che ne determinano l’esistenza. Io penso che una canzone non abiti il tempo cronologico. Si trova presa in rete fra passato e futuro, fra la realtà e il sogno. La canzone è obliqua rispetto al tempo. Io ricevo richiami dal passato e dal futuro, qualcosa mi segno, qualcosa commento da questa postazione precaria ma ingombrante che è il presente. Quello mio, quello che condivido con gli altri e quello che non condivido. La canzone “fa presente”, ma da dove viene e dove va rimane nascosto fra le sue  pieghe.

    Cosa pensi dell’ascesa dei talent show musicali, xFactor in testa?

    Sono una forma di calmiere che il mercato impone e si impone per recuperare stralci di sopravvivenza. E’ come la scoperta dell’acqua calda: determiniamo alcuni fenomeni attraverso i media, così non hanno bisogno di tanta pubblicità, ci sono, per così dire, già di casa. Rispetto ad una offerta di artisti che corrisponde ormai alla quasi totalità della popolazione, ne inventiamo un numero chiuso. A questo punto, essendo benedetti dal riconoscimento mediatico, non trovano nemmeno difficoltà ad avere i concerti. Il tutto funziona il tempo di vendere qualche suoneria.

    Di per sé non è un fenomeno disprezzabile. E’ la situazione del mercato discografico che è insostenibile. Se poi qualcuno pensa che sia un modo per salvare capra e cavoli, qualità e vendite, non tiene conto di tutti i fenomeni di vera qualità che, non benedetti dall’intercessione mediatica, si trovano ad essere sottoesposti e quindi danneggiati.

    Al calmiere  dei talent show dovrebbero corrispondere altre iniziative, volte a conclamare e difendere il valore degli artisti più interessanti, dato che il mercato, da solo, non basta a salvarli e nemmeno a salvarsi. Fra l’altro si tratta di un “libero” mercato che libero non è affatto, composto da multinazionali e una nebulosa di indipendenti e indipendentine.

    Nel 66 Lennon dichiarò provocatoriamente che “i Beatles sono diventati più famosi di Cristo”. Un’affermazione quanto mai lungimirante visto il sempre più debole appeal della religione sulle nuove generazioni occidentali… Quale è il tuo rapporto con la religione?

    Non mi pare che Cristo abbia perso il suo appeal mediatico. Ma credo che la religione sia una faccenda segreta, intima, dell’individuo. Se fossi un religioso, magari cattolico, mi preoccuperei della mia chiesa e del suo asservimento agli strumenti mediatici (del demonio) così come se fossi uno di sinistra che insegue l’utopia dell’ortodossia (e non un bastardo come sono) mi preoccuperei della stessa cosa, parlando non più di un’entità mitologica come il demonio, ma di un’altra entità altrettanto mitologica che è il potere…

    Gabriele Serpe

  • Il discorso ambiguo sulle migrazioni di Salvatore Palidda

    Il discorso ambiguo sulle migrazioni di Salvatore Palidda

    MigrazioneApplicando il metodo di ricerca di Foucault, il suo concetto di discorso come struttura cognitiva di produzione e organizzazione del senso, e riprendendo alcuni aspetti della prospettiva sociologica interazionista di Goffmann, Garfinkel e H. Becker, i contributi raccolti nel testo “Il discorso ambiguo sulle migrazioni” di Salvatore Palidda interrogano il significato e il funzionamento del discorso sulle migrazioni nella contemporaneità e dei suoi termini-simbolo: migrante, immigrato, multiculturale, interculturale, cultura. Una delle tesi centrali è che le migrazioni siano da studiare come un fatto sociale totale o come un fatto politico totale, mettendole in relazione con i mutamenti degli assetti politici, sociali, economici e culturali delle società d’emigrazione e d’immigrazione. 

    Il curatore S.Palidda inquadra lo studio delle migrazioni nel contesto delle mobilità umane, nelle quali rientrano fenomeni apparentemente molto diversi come il turismo di massa e i pellegrinaggi religiosi, e sottolinea come gli spostamenti degli esseri umani siano da sempre una caratteristica intrinseca della storia sociale, politica, economica e non un’emergenza contingente. La proliferazione di ricerche, studi, convegni sull’immigrazione che caratterizza le scienze umane, dalla pedagogia al marketing, dalla psicologia alla giurisprudenza, è caratterizzata al contrario da uno sguardo tecnico, specialistico, che prescinde dall’analisi dei meccanismi sociali e politici: predomina, secondo gli autori, un approccio embedded, ovvero asservito a una logica per la quale tecnici e specialisti si limitano a proporre soluzioni per un problema concepito come puramente “amministrativo”. In Italia prevale un’immagine dell’immigrato fondamentalmente paternalista, come essere sofferente, svantaggiato, incapace di azione politica autonoma per il riconoscimento dei diritti universali legati allo status di persona umana, bisognoso della nostra benevolenza. Quello che sorprende, come mostra il saggio di Dal Lago, è che questa rappresentazione è assolutamente trasversale: la ritroviamo nella comunicazione istituzionale come nella cultura antirazzista e nella letteratura.

     

    Il saggio di Delgado Ruiz spinge quindi a mettere in questione l’uso di termini “politicamente corretti” come migrante, caratteristico della cultura solidarista e antirazzista, del quale smaschera l’illogicità: si smette di esserlo non appena si arriva a destinazione, e non possono esistere immigrati di seconda generazione ovvero persone immigrate dalla nascita. In realtà secondo l’autore, migrante-immigrato altro non significa che povero che si muove da un luogo all’altro, non necessariamente straniero, in quanto è usato anche per indicare spostamenti interni allo stesso paese.  L’approccio tecnico e spoliticizzato trova applicazione nei saperi disciplinari analizzati nel saggio di Baroni: pedagogia interculturale, psicologia e psicoterapia, mediazione linguistico-comunicativa, partendo dal presupposto che la diversità culturale sia la caratteristica dominante dello spazio sociale contemporaneo, intervengono in maniera clinica, ovvero individualizzata, sugli effetti prodotti negli individui dalle pratiche discriminatorie alle quali è sottoposto uno specifico gruppo, quello degli “stranieri” immigrati, a volte in maniera efficace, ma prescindendo dallo spazio sociale e ambientale e dalle logiche di potere che li producono. A fianco dello specialismo tecnico, c’ è la spoliticizzazione, resa possibile non solo dagli approcci clinici, ma anche dal concetto di “cultura” come entità immutabile che governa completamente l’agire dei “migranti”, idea dalla quale deriva la teoria della natura culturale dei conflitti politici e sociali e che ha avuto un’enorme fortuna nel senso comune, nel discorso, mediatico, politico (in modo del tutto trasversale) e in una parte della letteratura socio-politologica. L’ambiguità è il contrasto tra una retorica universalista, che considera le persone come soggetti di diritto, e un discorso che, anche se a volte con le migliori intenzioni, vede nello straniero proveniente dai paesi poveri solo un soggetto di cultura: un’incarnazione stereotipata dell’Altro che rimane tale per tutta la vita, trasmettendo ai posteri la sua alterità, forse fino alla terza e quarta generazione. Come dimostra il saggio di Brion, la cultura è entrata nei sistemi giuridici europei come quello belga, con i concetti di reato culturale (delitto d’onore, escissione femminile, travisamento per motivi religiosi) e difesa culturale (prevedere attenuanti per gli autori di reato mossi da motivazioni religiose o tradizionali e approvati dalle proprie comunità) del tutto inutili a prevenire e reprimere i reati di omicidio o lesioni personali gravissime già puniti dai codici ordinari, persino controproducenti rispetto al loro obbiettivo ufficiale, ma funzionali a costruire le minoranze di origine straniera ai quali sono rivolte come enclaves illiberali, premoderne, oppressive. Le proposte di legge che vietano il travisamento in pubblico facendo esplicito riferimento alla copertura totale del volto per ragioni religiose e la retorica del multiculturalismo estremo disposta a riconoscere attenuanti a delitti motivati da sedicenti convinzioni religiose, o legalizzare l’escissione delle figlie di immigrati praticandola sotto controllo medico in strutture pubbliche per ridurre il danno, mostrano quindi di avere in comune l’idea del determinismo culturale.Persino il razzismo esplicito abbandona oggi le sue tradizionali argomentazioni biologiste per riproporsi nella veste più presentabile di “neorazzismo culturale”.

    Questa raccolta di saggi, quindi, con un approccio critico e anticonformista, mette in questione non tanto, come è scontato, gli eccessi xenofobi o dichiaratamente razzisti, quanto la la centralità della cultura nel discorso sulle migrazioni e la sottile ambiguità del paradigma utilitarista dell’immigrato-risorsa con il quale dobbiamo dialogare, tollerandolo e non dimenticandosi mai la sua “utilità sociale”. Discorso che è strutturalmente ambiguo perché l’accettazione della presenza di immigrati-lavoratori non si accompagna a un pieno riconoscimento degli stessi come persone titolari di diritti universali e cittadini. I saggi qua raccolti mostrano il rischio insito nell’attuale discorso dominante sulle migrazioni: quello di trasformarsi in una costruzione autoreferenziale, tesa a perpetuare se stessa senza contrastare le diseguglianze e le sperequazioni sociali delle quali i migranti sono le prime vittime, solo limitandosi ad attenuarne gli effetti con strategie riparatorie di tipo microsociale o individuale. Gli interventi a carattere clinico, nella maggior parte dei casi rispondono a necessità reali delle persone e anche un’eventuale “riparazione” parziale dei danni provocati da logiche politico-economiche non controllabili da chi opera in questi settori è sicuramente preferibile al nulla; ma proprio per questo, il libro si rivolge in primo luogo a chi si occupa di migrazioni dal punto di vista del lavoro sociale, come strumento per esercitare una costante vigilanza verso il rischio di cadere nell’autoreferenzialità, nel paternalismo e nel tecnicismo, e a chi si occupa di ricerca, che non può porsi come “risolutore di problemi”, o come “difensore degli immigrati”, ma deve considerare la realtà sociale analizzata anche dal punto di vista dell’immigrato e analizzare con rigore e spirito critico il rapporto fra gli spostamenti migratori e l’organizzazione politica della società.

    La conclusione del curatore spinge a interrogarsi sulle nuove frontiere del discorso sulle migrazioni: il “caporalato etnico”, il business delle rimesse di denaro, la gestione delegata a privati, anche del terzo settore dei Cpt e degli sgomberi dei campi Rom, l’imprenditorialità degli immigrati e il fenomeno delle false partite IVA, le forme di sfruttamento nelle quali alcuni degli stessi immigrati hanno un ruolo preponderante a danno dei propri connazionali. C’è poi il fenomeno dell’ethnic business, del marketing mirato a minoranze religiose o gruppi di migranti considerati come categorie di consumatori; da un certo punto di vista è certamente un indicatore di integrazione o quantomeno del peso sociale ed economico acquisito, se si guarda a questo fenomeno a un livello settoriale. Se invece iniziamo a guardare alle migrazioni e alle mobilità umane come fatto sociale totale, la constatazione che il riconoscimento del ruolo di consumatore preceda, almeno nel nostro paese, quello di cittadino e titolare di diritti politici, sembra piuttosto una variante del punto di vista utilitarista per il quale la presenza dell’immigrato è auspicabile in maniera subalterna, solo quando ricopre il ruolo di lavoratore, ruolo al quale, in fondo, quello di consumatore è complementare. Rifacendosi ai contributi di Finzi, Etang-Peraldi, Scrinzi e Rahmi, che ci ricordano che pochi anni fa “gli altri” eravamo noi, e che quella che è identificata con la condizione di “migrante” è assimilabile a una condizione di svantaggio socio-economico, siamo indotti a riflettere su come logiche di potere alle quali gli stranieri poveri possono essere più facilmente sottoposti perché in condizione svantaggiata si possano estendere anche alle componenti subalterne della società autoctona: per questo, l’immigrazione è lo specchio della società nel suo complesso e non può essere studiata da punti di vista parziali.

     

    Andrea Macciò

     

     

  • Islam a Genova: intervista al responsabile del centro islamico di Genova

    Islam a Genova: intervista al responsabile del centro islamico di Genova

    husein salahL’Italia è un paese nel quale il pluralismo religioso è un fenomeno molto recente, che ha iniziato ad assumere un profilo socialmente rilevante solo intorno agli anni novanta, quando l’immigrazione inizia a profilarsi come un fenomeno diffuso. Parlare del senso della religione nel mondo contemporaneo significa di fatto affrontare due temi diversi: l’aspetto privato, quello della ricerca spirituale personale e del senso dell’esistenza da parte degli individui, e l’aspetto pubblico e sociale: in questi termini ci si chiede quanto nel mondo contemporaneo la pratica religiosa abiti o meno lo spazio sociale e influisca sulla vita di relazione e i comportamenti sociali, politici, economici delle persone.  Nel dibattito pubblico italiano prevale una rappresentazione rigidamente “polarizzata” tra credenti cattolici e non credenti, che non rende giustizia alla realtà sempre più diffusa delle minoranze religiose (che in molti casi, ma non sempre, hanno un legame con le migrazioni) ai percorsi di ricerca spirituale personale, sia all’interno del cattolicesimo che di altri confessioni, al fenomeno ormai piuttosto diffuso delle conversioni di italiani autoctoni a culti professati in maggioranza da immigrati. I giovani figli di immigrati, le “seconde generazioni”, quale approccio possono avere alla religione in un paese nel quale è fortemente presente l’impronta culturale cattolica, ma che, nello stesso tempo, sembra situare la pratica religiosa in uno spazio fondamentalmente personale e privato, e nel quale il dichiararsi seguaci di un culto non sempre sembra determinare in maniera chiara gli stili di vita? Abbiamo approfondito la questione del senso della religione fra i giovani musulmani italiani, “seconde generazioni” parte di una delle minoranze religiose numericamente più consistenti, contando oltre due milioni di persone in Italia, e più presenti nello spazio pubblico, anche in occasione dell’apertura della sezione genovese dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, avvenuta il 28 Novembre. Per questo abbiamo raccolto la testimonianza di un testimone privilegiato come Husein Salah, responsabile del Centro Islamico di Genova.

    Secondo la sua esperienza, quanti figli di famiglie di religione musulmana in Italia si possono considerare realmente praticanti?
    E’ molto difficile rispondere a questa domanda, perché è un fatto personale che non viene censito scientificamente. La maggioranza delle famiglie musulmane cercano di dare un’educazione islamica ai loro figli, ma l’esito dipende molto dallo stile educativo: a volte prevale nei genitori un atteggiamento di dialogo e rispetto, altre uno di imposizione influenzato dallo stile educativo nei contesti d’origini. Nell’infanzia non c’è quasi mai conflittualità, i bambini tendono a seguire ciò che gli viene detto, ma, nell’adolescenza, facilmente avviene il contrario. Quando c’è un dialogo positivo con la famiglia, magari anche scontrandosi su alcuni aspetti, i ragazzi di solito intraprendono un percorso di fede tipico della “seconda generazione”: di fatto, l’adesione all’Islam diventa una loro scelta, come succede per i ragazzi dell’associazione Giovani Musulmani d’Italia, che pochi giorni fa, il 28 Novembre, ha aperto una sezione a Genova. Invece, quando da parte dei genitori c’è un atteggiamento di imposizione autoritaria, nascono molti problemi. Alcune persone sono abituate a considerare la trasmissione dell’educazione e dei valori religiosi di generazione in generazione qualcosa di naturale, scontato, come nei paesi d’origine, senza tenere conto che qua, il contesto sociale è profondamente diverso, che i minori hanno un’esperienza di vita completamente differente da quella dei genitori. E cosi, ci sono degli episodi di ribellione alle famiglie e all’educazione impartita. A Genova e in Liguria, per fortuna, non ci sono stati casi di conflittualità fra genitori e figli gravi come quelli che abbiamo visto diverse volte nella cronaca nazionale, però siamo a conoscenza di numerosi casi di allontanamento volontario dalla famiglia. Alcune volte questo succede al compimento della maggiore età, altre volte ad andarsene sono dei minori, a partire dai 14 anni, sempre da famiglie che sono in difficoltà e non sono riuscite ad instaurare un dialogo educativo con i loro figli. Per questo, il nostro Centro Islamico organizza degli incontri periodici per genitori, perché abbiano consapevolezza delle difficoltà che si incontrano nell’educare i propri figli per scambio di esperienze e suggerire stili educativi adeguati. L’educazione dialogante e non impositiva a volte risulta difficile anche perché spesso i padri lavorano dal mattino alla sera e le madri che restano a casa, interagendo poco con quel mondo esterno con il quale invece i giovani sono costantemente in contatto.

    Ci sono invece casi di “ritorno” alla religione da parte di figli di famiglie immigrate da paesi musulmani, ma non praticanti?
    L’immigrazione in Liguria è troppo recente perché si possano vedere questi casi in numero significativo. Ci sono giovanissimi che frequentano i luoghi di culto, ma non sempre siamo a conoscenza del percorso che hanno fatto. Conosco invece alcuni giovani che si sono allontanati dal luogo di culto durante l’adolescenza e alcuni di loro sono rientrati, verso i 25-26 anni. Ciò che temo, è il ritorno rivendicativo all’identità di origine, quello che è accaduto in Inghilterra e nelle periferie francesi: molti giovani, delusi dalla loro occidentalità, soggetti a discriminazioni, chiamati spregiativamente “marocchini” da chi di certo non conosce il Marocco, in momenti di difficoltà e di conflitto, possono fare una scelta di ritorno non consapevole, motivata da rifiuto e rabbia più che da effettiva convinzione, e che può essere facilmente strumentalizzata tanto dall’estremismo politico quanto da quello religioso. Noi stiamo lavorando perché questo non avvenga mai in Italia:non a caso, l’associazione si chiama Giovani Musulmani d’Italia, per sottolinearne l’appartenenza italiana, affermarne anche l’appartenenza della fede religiosa all’islam e mostrare che questi due aspetti dell’identità possano convivere pacificamente nel giovani.

    Prima mi ha accennato che molti ragazzi compiono un percorso di fede “da seconda generazione”. In che cosa la loro religiosità si differenzia da quella degli immigrati e dei convertiti italiani?
    Rispetto agli immigrati, i giovani nati in Italia si differenziano per non seguire alcune pratiche consuetudinarie legate ai paesi d’origine dei genitori. Ad esempio, se in alcuni paesi c’è una netta separazione fra aspetto maschile e aspetto femminile, i nostri gruppi giovanili hanno assemblee miste, pur nel pieno rispetto dei precetti religiosi. Nei giovani musulmani ritroviamo spesso aspetti della cultura occidentale adattati a quella cultura: durante un convegno nazionale la GMI terrà a fine anno a Lignano Sabbiadoro, ci sarà anche un concorso di rap islamico; poi c’è l’aspetto dell’abbigliamento: in particolare, le ragazze fanno un continuo mixaggio culturale: indossano il velo, ma spesso mettono anche i jeans, e cosi via.: questi giovani saranno i mediatori del futuro, coloro che potranno assicurare il dialogo fra i nuovi immigrati musulmani e la società italiana e occidentale. Diverso è l’atteggiamento della seconda generazione rispetto a quello dei convertiti italiani: sono accomunati dall’assenza di riferimenti alle pratiche non religiose divenute consuetudini nei paesi musulmani, ma nei convertiti c’è di base un’insoddisfazione e talora un rifiuto della cultura occidentale o almeno di alcuni suoi aspetti, che li differenzia dai giovani nati in Italia da famiglie immigrate che, appunto, tendono a mixare elementi della cultura islamica e di quella occidentale, adattandoli alle loro convinzioni. Io penso che il musulmano consapevole non deve rifiutare ciò che esiste, ma cercare di adattarlo “se possibile” ai suoi valori. Influenzare e contemporaneamente essere influenzato, perché il rifiuto netto non porta a nulla.

    Nello stile di vita, in che cosa i giovani musulmani si differenziano dai ragazzi che non seguono nessun credo religioso in particolare e dai giovani praticanti cattolici?
    I giovani musulmani si differenziano dai ragazzi non religiosi in molti aspetti della vita quotidiana, dove cercano di seguire i precetti della religione musulmana: non bere alcolici, non usare sostanze, non mangiare carne di maiale, nell’ambito della coppia, astenersi dai rapporti prematrimoniali: norme di comportamento che nei paesi dei genitori sono molto sentite anche a livello sociale, oltre che religioso, tanto che quasi tutti i non musulmani tendono egualmente a seguirle. Per le ragazze, c’è anche l’elemento di distinzione estetica del velo. C’è anche però fra i giovani una forte sete di assimilazione, che spinge a imitare gli stili di vita caratteristici del paese dove sono nati. In una società come quella occidentale, dove l’immagine è tutto, assimilazione per un giovane vuol dire soprattutto cercare di avere le stesse cose degli altri, seguire le stesse mode, vestire con gli stessi marchi,per non essere emarginati: c’è il rischio di essere trascinati da un consumismo sfrenato, che mette ancora più in difficoltà il loro rapporto con i genitori:  e’ un aspetto che vale non solo per i musulmani, ma per tutti gli immigrati: molti cercano di farsi accettare per quello che hanno, o per quello che mostrano di avere, e non per quello che sono. Lo stile di vita dei ragazzi musulmani è forse più vicino a quello dei giovani cattolici praticanti che a quello di tutti gli altri, perché, in fondo, i principi sono simili; la differenza è che i musulmani tendono a essere rispetto a loro più praticanti e a applicare di più i principi nella vita quotidiana. Per quanto riguarda i rapporti esterni dell’associazione GMI, sono buoni sia con gruppi cattolici che con gruppi laici.

    Da che cosa dipende secondo lei il fatto che i giovani musulmani siano tendenzialmente più praticanti e osservanti rispetto ai cattolici? Può dipendere dal fatto che essendo in Italia una minoranza tendono a una maggiore coesione? 
    Penso di no, perché i praticanti di solito seguono i precetti anche nei paesi d’origine, dove i musulmani sono maggioranza. Credo dipenda dal fatto che il musulmano tende a riferirsi molto di più ai testi, alle scritture. Le cose vietate nel Corano sono pochissime, ma sono sempre le stesse: se l’alcool era vietato quattordici secoli fa lo è anche adesso, non c’è un’autorità religiosa generale che possa riammetterlo. Nell’Islam, a differenza che nel Cattolicesimo, non c’è un clero o un’organizzazione centrale che può decidere di modificare alcuni precetti per adattarli alla modernità. Questo, secondo me, facilita un rapporto più diretto delle persone con i testi  sacri e il rispetto dei precetti essenziali, perché una persona che vuole essere praticante sa che nessuno ha l’autorità di abolirli o modificarli. Sugli aspetti della vita quotidiana non trattati nel Corano, i musulmani si riferiscono alle tradizioni interpretative e alle opinioni dei sapienti, che possono avere opinioni diverse. Un sapiente può dire che una cosa è fattibile, se non è corretta troverà cento che diranno no, infatti nell’islam sunnita ci sono 4 scuole di diritto islamico con tanti ramificazioni, per fortuna, non esiste un’unica interpretazione. Alla fine è una scelta della singola persona, a questo punto, da chi essere convinta.Il compito dei religiosi musulmani consapevoli secondo me è anche quello di distinguere chiaramente i precetti religiosi dalle tradizioni locali.In certi paesi, alcuni hanno tentato di immettere usanze di origine tribale come l’infibulazione o l’idea del potere assoluto dell’uomo sulla donna, nel novero dei precetti religiosi. I religiosi sapienti e consapevole da sempre cercano di combattere tutto questo.

    Andrea Macciò