L’altro giorno, mentre a Genova un groppo di antagonisti contestava “animatamente” Matteo Salvini, mostrando così di vederlo come uno dei pericoli più seri per la nostra democrazia, quasi parallelamente in uno studio televisivo, senza che nessuno alzasse un sopracciglio, il redivivo professor Mario Monti spiegava tranquillamente gli italiani che il vero pericolo da cui occorre guardarsi è la democrazia stessa. Intervenuto a Otto e Mezzo, ospite di Lilli Gruber, nel lamentarsi per il populismo dilagante, che costringe la politica ad appiattirsi su una logica di breve periodo perdendo di vista gli obiettivi davvero importanti, il senatore a vita poneva una questione cruciale: «Non è che forse, per caso, le nostre democrazie europee e non europee, le nostre democrazie occidentali di tipo sempre più illusionistico, basato sulle promesse e basato sull’orizzonte breve, diventano di fatto incompatibili con l’integrazione internazionale e con l’integrazione europea?»
La domanda, chiaramente retorica, ha implicazioni enormi, in particolar modo per noi abitanti del vecchio continente (benché i presenti in studio non abbiano dato segno di essersene accorti). Tradotta in un italiano più spiccio, al netto dei toni sicuramente garbati, ma oscuri, dell’ex-premier, suona più o meno così: «Visto che i popoli europei continuano a dare credito ai vari Grillo e Salvini, ma anche agli Tsipras, ossia ad autori di promesse che, senza l’avallo di Bruxelles e Francoforte, non si possono realizzare, ha senso continuare a farli votare?»
Il ragionamento non fa una grinza. In effetti i leader nazionali già adesso non sono autonomi, perché dipendono per molte questioni centrali, come la ripartizione e l’ammontare della spesa pubblica, dal controllo degli organismi comunitari. Questo fa sì che le politiche realmente praticabili siano solo quelle che trattano aspetti marginali o che si accordano all’orientamento prevalente in Europa. Tutte le altre politiche non fanno che creare un contrasto tra il livello politico nazionale e quello comunitario. Di qui la necessità di abbandonare le democrazie nazionali, se non si vuole pregiudicare la costituzione di un’Europa unita.
Per Monti, dunque, l’alternativa è secca: da una parte sta l’integrazione comunitaria, che dovrebbe condurre ad una nuova democrazia su base europea; dall’altra la Repubblica italiana e la Costituzione. Le due opzioni non sono sovrapponibili: sono anzi in netto contrasto. Se si vuole un’Unione Europea forte e stabile si dovranno necessariamente smontare gli attuali sistemi costituzionali nazionali, perché – ovviamente – erano stati concepiti per essere assoluti, non per essere limitati e sottoposti a fonti di sovranità gerarchicamente superiori. La nostra Costituzione, ad esempio, riconosce solo i trattati internazionali, purché siano stati sottoscritti in condizione di parità: ma in alcun modo prevede che altra legge o costituzione possa affiancarsi ad essa e addirittura scavalcarla.
È evidente come il professor Monti veda nell’integrazione europea e in quella internazionale (una «globalizzazione governata») un’opportunità e non un rischio. Tuttavia bisogna ammettere che se c’è in giro in questo momento qualcosa che si può definire davvero “anticostituzionale”, nel senso che punta letteralmente a smantellare la Costituzione, questa cosa non sono certo i ragli di un leghista in felpa, ma i ragionamenti monocordi di un bocconiano in loden.
Se ciononostante il lettore non riuscisse a vedere nessun pericolo nella prospettiva di passare ad una nuova democrazia su scala europea, abbandonando quella attuale, forse è il caso che consideri giusto un paio di punti:
1. nel mentre in cui si lavora a come attuare questo meraviglioso mondo del domani, siamo bloccati nella situazione attuale, in cui l’Unione non è forte e gli Stati nazionali sono deboli: in questo contesto – che non si sa per quanto durerà – la sovranità è incerta, la democrazia è quasi superfluo e i risultati si vedono;
2. quali garanzie ci sono che costruiremo forme realmente democratiche, visto che di fatto stiamo appaltando la questione a un gruppo internazionale di burocrati non eletti?
3. la nostra Costituzione è anti-fascista, perché nata dalla Resistenza; eppure sta stretta sia alla finanza internazionale, come abbiamo letto nel famoso report di JP Morgan, sia ai ferventi fautori dell’integrazione politica europea, come ha dichiarato in quest’occasione Monti: non viene il sospetto che abbiano entrambi lo stesso obiettivo?
4. in che modo una democrazia europea supererebbe il populismo che l’ex-premier deplora, visto che per Monti anche la Merkel ha peccato di scarsa lungimiranza?
5. e se persino gli Stati Uniti d’America rischiano di cadere vittima della logica della «tirannia del breve termine», perché questo rischio sarebbe scongiurato con gli Stati Uniti d’Europa?
La nascita di un piccolo discount a Teglia rischia di diventare l’ennesimo elemento di attrito tra il Consiglio comunale e la giunta. Nella prossima seduta consiliare di martedì 9 giugno (il 2 giugno è festa, niente assemblea in Sala Rossa) dovrebbe, infatti, essere discussa una variante urbanistica che darà il via libera alla riqualificazione dell’ex mercato di piazza De Caroli 9 e alla sua trasformazione in un cosiddetto “esercizio di vicinato” marchiato In’s. Un’operazione non vista di buon occhio dal Municipio e alla quale anche i consiglieri comunali stanno cercando di opporsi. Ma sembra ormai essere troppo tardi.
L’edificio, già sede di mercato comunale, è diventato lo scorso autunno di proprietà del Gruppo Viziano, in seguito alla famosa permuta con cui Tursi ha acquisito un immobile in via Cantore, eliminando una serie di fitti passivi, e ha ceduto diversi beni all’imprenditore edile (oltre all’ex mercato di Teglia, sono passati di mano l’ex diurno di piazza Acquaverde, un locale sottostrada in via Vernazza, un complesso in via Chighizola, un locale commerciale in piazza Dante e, soprattutto due immobili in via Casotti e via Capolungo a Nervi).
Qualora, dunque, i consiglieri dovessero rigettare la pratica potrebbero insorgere complicanze legali dal momento che si andrebbe a negare un diritto di acquisito ad un privato.
La variante urbanistica è necessaria perché le attività dell’ex mercato rionale erano comprese nella destinazione d’uso a servizi. Già la giunta Vincenzi, con il progetto preliminare del nuovo Puc approvato a dicembre 2011, prevedeva la trasformazione dell’area in tessuto urbano, dando dunque via libera alla possibilità di aprire un piccolo esercizio commerciale di vicinato. Variazione confermata nel progetto definitivo del Puc approvato lo scorso marzo. «La variante urbanistica – spiega il vicesindaco Bernini – serve solamente ad accelerare i tempi e a far partire i lavori di riqualificazione prima dell’entrata in vigore ufficiale del nuovo Puc: con questo provvedimento, infatti, allineeremmo il piano vigente che risale al 2000 a quello approvato e in attesa di diventare operativo».
Molti consiglieri di maggioranza e opposizione si schierano però a fianco del Municipio V – Valpolcevera che lamenta un mancato coinvolgimento nel processo decisionale. «Siamo sicuramente contenti che si possa finalmente riqualificare l’immobile – dice l’assessore municipale Mario Vanni – ma ci avremmo visto molto meglio il trasferimento della sede della Polizia Municipale o la realizzazione di una palestra di roccia. Abbiamo grosse preoccupazioni per il nuovo esercizio commerciale, intanto perché non prevede la realizzazione di nuovi parcheggi e quindi andrebbe a insistere sugli stalli già esigui a disposizione della cittadinanza. Poi siamo preoccupati per la mobilità dato che l’accesso alla piazza non è certo dei più agevoli e insiste su una zona già teatro di gravi incidenti stradali. Infine, seppure piccolo, è previsto un ampliamento dello spazio occupato dal negozio con conseguente erosione di altre aree della piazza dedicate alla socialità».
L’ampliamento, in realtà, non è poi così piccolo. Per norma regionale, la superficie netta di vendita di un esercizio di vicinato non può superare i 250 mq e così sarà anche per il nuovo discount. Ma le dimensioni complessive di superfice agibile possono estendersi fino 300 mq, comprendendo in questo caso anche il deposito e il locale per gli uffici. L’aumento previsto è del 14% dei volumi attuali e del 10,5% della superficie agibile che, secondo quanto assicurato dai tecnici del Comune, non andrà a modificare l’aspetto paesaggistico dell’area.
«Le battaglie – commenta Bernini – andavano fatte nel ciclo amministrativo precedente, quando si decise di togliere la destinazione d’uso a servizi. Ora stiamo solo cercando di accelerare una riqualificazione che seppure non a fini sociali punta a dare un valore aggiunto al territorio almeno dal punto di vista urbano. Peraltro, vorrei precisare che non stiamo parlando di un supermercato ma di un franchising che avrà tutte le caratteristiche del classico negozio di quartiere, pensato per la spesa quotidiana e non certo per le scorte settimanali».
Ma è proprio sulla politica commerciale attuata che il consigliere Gianni Vassallo (Pd), ex assessore allo Sviluppo Economico, solleva qualche dubbio: «È vero che il mercato comunale è fuori uso da tempo – dice Vassallo – ma è anche vero che dopo la chiusura di questa realtà è entrata in vigore una riforma sulla gestione dei mercati rionali che ha fatto sì che alcuni, come quello della Foce, non chiudessero e altri, come quello di Sarzano, aprissero. Siamo certi che consorzi di operatori mercatali non sarebbero voluti entrare nella gestione dello spazio di Teglia? Abbiamo sentito le associazioni di categoria?».
Domande di per sé legittime ma che tuttavia sembrano arrivare fuori tempo massimo. Perché nessuno ha storto il naso al momento di approvare la permuta dei beni con il Gruppo Viziano? E soprattutto, perché Vassallo non intervenne al momento dell’approvazione del Puc preliminare sotto la giunta Vincenzi, di cui era proprio assessore al Commercio?
Laconica ma molto significativa la chiosa del consigliere Luciovalerio Padovani (Lista Doria): «Credo che dopo aver approvato la delibera di permuta non possiamo più fare molto. La questione però chiama in causa un tema più ampio, ossia la gestione del patrimonio. Nel momento in cui alieniamo un bene pubblico, come successo con l’ex mercato di Teglia, rischiamo di perdere delle opportunità solo per non aver ragionato meglio su come valorizzare l’immobile e non fare semplicemente cassa. In questo caso perdiamo un’occasione di sfruttare il nostro patrimonio per riqualificare il territorio, come ci ricorda il Municipio. Di fronte a queste scelte bisognerebbe operare con più attenzione, soprattutto in un momento in cui l’assessore Piazza sta facendo un lavoro di mappatura del territorio: bisogna ragionare non solo in termini di valorizzazione economica ma anche di valorizzazione sociale per dare respiro e nuove opportunità a territori particolarmente sotto pressione».
L’edificio ex Ansaldo Nira in via dei Pescatori 35
Addio al palazzo ex Nira. Dopo le aste deserte e i sogni proibiti della Fiera di trasformarlo in un albergo 4 stelle con probabile centro commerciale annesso, l’edificio di 11 piani e 14500 metri quadrati che si affaccia sul mare fin dal 1964 sarà definitivamente abbattuto.
La notizia era nell’aria da un po’ di mesi, da quando cioè Renzo Piano aveva presentato il suo Blue Print, il progetto sostenuto da Autorità portuale e Regione Liguria (e ultimamente anche dal sindaco Doria) con cui l’archistar genovese vorrebbe riqualificare l’affaccio sul mare del levante cittadino . Ecco perché Autorità Portuale si è detta fin da subito interessata ad acquistare l’edificio, passato nel frattempo dalla proprietà di Fiera a quella di Tursi nell’ambito del ridimensionamento del quartiere fieristico (qui l’approfondimento) necessario alla copertura dei debiti accumulati dallo stesso ente.
Il Comune non ha mai detto no all’operazione anche perché il palazzone di via dei Pescatori 35 è sostanzialmente abbandonato dai primi anni del 2000. Già a fine 2011, ai tempi della gara pubblica per la cessione dell’immobile, la base d’asta aveva fatto crollare di parecchio il valore del bene che fino a pochi anni prima, in maniera probabilmente un po’ troppo generosa, rappresentava una voce del patrimonio pubblico pari a 18 milioni di euro. Ma il bando andò deserto.
Il palazzo era nato con l’idea di ospitare un museo delle telecomunicazioni e un centro congressi ma rimase sostanzialmente inutilizzato fino agli anni ’80, quando fu rimesso in sesto da Ansaldo Nira prima di passare ad Ansaldo Trasporti. A marzo 2005 il definitivo abbandono.
Un’offerta da 13,5 milioni, a dire il vero, era arrivata nel 2013 dal ramo immobiliare di Esselunga nell’ambito delle trattive private successive alla gara pubblica: non se ne fece nulla perché l’interesse era vincolato a una richiesta di cambio di destinazione d’uso dell’area a fini commerciali. Come ci aveva già spiegato lo scorso anno il vicesindaco Bernini, infatti, se si fosse cambiata la destinazione d’uso, si sarebbe dovuta riaprire la gara e fermare la procedura di assegnazione diretta perché, a termini modificati, si sarebbe potuto manifestare qualche altro soggetto interessato.
Poi, come detto, è arrivato il Blue Print. Adesso, Comune e Autorità portuale hanno trovato l’accordo per una cifra pari 4,8 milioni di euro. Un regalo? Apparentemente sì ma, secondo gli amministratori di Tursi, il forte sconto a Palazzo San Giorgio è facilmente spiegabile.
Innanzitutto, cambia la destinazione d’uso. L’ex Nira non avrà più destinazione direzionale ma “di abbattimento”. Dopo l’acquisizione, Autorità portuale provvederà a demolire l’edificio sancendo sostanzialmente il via libera ai lavori di riqualificazione del waterfront, secondo l’impostazione del Blue Print di Piano. Come abbiamo avuto modo di raccontare già in passato (qui l’approfondimento), in questa zona dovrebbe sorgere la nuova sede dello Yacht Club che lascerà gli attuali spazi per consentire il tombamento dello specchio acqueo del Duca degli Abruzzi necessario all’ampliamento delle attività di riparazioni navali.
Ma c’è un’altra ragione che ha consentito di abbassare notevolmente le richieste economiche di Tursi. Ad Autorità portuale, infatti, è stata venduta solo la superficie in piano e non la superficie agibile. Ciò significa che, secondo la norma di legge che prevede la possibilità di ricostruire altrove gli edifici abbattuti (il famoso “costruire sul costruito” tanto caro al nuovo Piano urbanistico comunale), il Comune di Genova si è tenuto un “jolly” di 14500 metri quadrati da realizzare in altre parti della città. Niente grandi speculazioni edilizie in vista, almeno al momento, ma semplicemente un’operazione fittizia che consente a Tursi di vendere in futuro un pacchetto virtuale di metri quadrati a chi demolirà altri edifici ma avrà la necessità di acquisire ulteriori spazi per ottenere il diritto di realizzare nuove costruzioni. Un esempio? Secondo le norme previste dal Puc, chi volesse costruire una casa da 200 mq in un’area di presidio ambientale (piccoli polmoni verdi incastrati tra le aree agricole vere e proprie e il limitare della città, qui l’approfondimento), normata secondo i vincoli meno restrittivi, dovrebbe teoricamente possedere terre per almeno 20 mila mq; in realtà, potrebbe avere solo 10 mila mq (che, di per sé, consentirebbero la realizzazione di una casa di soli 100 mq) e acquistare gli altri 10 mila da questo gruzzoletto del Comune.
Insomma, Tursi ci rimette (più di) qualcosa adesso ma nel frattempo si libera di un grosso fardello ormai considerato inutile e conta di recuperare con operazioni edilizie e urbanistiche future una parte dei soldi a cui oggi decide di rinunciare. Il gioco varrà la candela? Molto dipenderà dai tempi di realizzazione del nuovo waterfront, al momento tutto con fondi pubblici ancora da trovare.
Lo scontro del momento, in questa ennesima riedizione de “il governo contro tutti”, vede l’esecutivo opposto a insegnanti e pensionati. I primi sono accusati di non avere compreso la riforma, che vuole aprire il mondo della scuola alla meritocrazia (sottotitolo: molti insegnanti non meritano di stare dove stanno). I secondi, d’altra parte, non possono pretendere, dopo la sentenza della Corte costituzionale, di recuperare tutti insieme le indicizzazioni perdute: un po’ perché bisogna tutelare prima i pensionati più poveri (e le classi medie? che si adattino); un po’ perché bisogna togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno; e un po’ perché chi è andato in pensione col vecchio sistema retributivo – diciamocelo – vive alle spalle delle nuove generazioni, e anzi si meriterebbe un bel ricalcolo col contributivo.
I protagonisti sono cambiati: eppure la trama di questo teatrino dell’assurdo dovrebbe cominciare a suonare vagamente familiare. Ormai anche il più diffidente (ammesso che qualcuno sia scampato al dito accusatore di questi governi moralizzatori) dovrebbe aver capito che le diverse crociate contro certe categorie sociali cominciano ad assomigliarsi tutte in un modo un po’ troppo sospetto. Il tema è sempre lo stesso: i diritti acquisti da alcune categorie sono additati come ingiustizie intollerabili nei confronti di altre categorie, che nel frattempo hanno perso, o non hanno mai avuto, quegli stessi diritti.
È esattamente il caso succitato: quello che per i pensionati è un diritto, la pensione conquistata dopo anni di lavoro in base alle leggi vigenti, per i più giovani è invece unprivilegio, dato che questi ultimi non riusciranno, con tutta probabilità, ad avvalersi di un analogo trattamento previdenziale. Queste categorie finiscono così le une contro le altre, come i polli di Renzo, senza che nessuno si renda conto che non sono stati i pensionati a introdurre le prime forme di lavoro precario che oggi minacciano il futuro dei giovani.
Si possono citare molti altri casi. Da principio l’oggetto della riprovazione generale era solo la casta dei politici; ma col tempo altre categorie sono finite vittime di varie campagne di discredito: la magistratura, nei cui uffici giudiziari si lavora solo la mattina, da settembre a giugno; i dipendenti pubblici, che hanno ferie pagate, maternità e sono (erano) non licenziabili; gliautonomi, che dichiarano meno di quanto guadagnano; i giovani, che sono troppo “choosy”; i commercianti, che non fanno gli scontrini; gli imprenditori, che non investono e non fanno innovazione; gli insegnanti, che lavorano 18 ore a settimana e non si aggiornano; e infine persino le famiglie italiane, che sono più ricche di quelle tedesche (e dunque si possono tassare per benino).
È una propaganda che funziona molto bene perché fa leva sul risentimento sociale. In ognuna di queste categorie c’è, in effetti, qualcosa che non va: e ognuno di noi, nel suo piccolo, ne ha fatto esperienza. Il sotteso, però, è che finalmente abbiamo tutto il diritto di prendercela con il giudice che ci ha dato torto nel ricorso, con l’insegnante di matematica che ha rimandato nostro figlio, con il funzionario delle poste che fa una pausa caffè troppo lunga e con il milanese sul SUV che ci sorpassa a gran velocità durante gli esodi estivi sull’Aurelia. Il messaggio è che non dobbiamo superare queste divergenze per fare causa comune: dobbiamo invece odiarci a vicenda, perché la colpa del declino del paese è sempre dell’italiano che mi siede accanto.
Tuttavia a questo punto dovrebbe essere chiaro che questo gioco è a somma negativa: se cadiamo nel tranello di pensare che la colpa sia sempre degli altri, forniamo solo un comodo alibi per chi sta al potere. Sarebbe l’ora di rendersi conto, dunque, che siamo tutti sulla stessa barca, vittime di una strategia precisa. L’obiettivo è ridurre diritti e retribuzioni: non potendolo perseguire direttamente, perché si otterrebbe solo un’opposizione generale, si punta a mettere una categoria sociale contro l’altra, erodendo così i benefici acquisiti pezzo per pezzo.
Naturalmente gli ultimi esecutivi che si sono succeduti, e la stampa servile che regge loro il sacco, non si sono posti un simile traguardo solo perché sono cattivi: il fatto è che comprimere la democrazia, abbassare i salari e tassare la ricchezza privata è l’unico modo per competere stando dentro al sistema euro e ai vincoli di bilancio. Anziché rilanciare l’economia svalutando rispetto ai partner europei e spendendo a deficit, siamo costretti a tenerci un’alta disoccupazione per far diminuire le pretese dei lavoratori, compensando poi il calo di gettito con l’aumento delle tasse. Il vincolo del 3% annuo di indebitamento, infine, è il grimaldello che permette ai governi di dire che la coperta è corta: se esiste un tetto oltre cui non si può spendere, è chiaro che in tempi di crisi qualcheduno dovrà adattarsi ad avere meno.
Il risultato è che questa campagna d’odio, necessaria per tenere in piedi un sistema monetario ormai al collasso, mentre si rincorrono fantomatiche riprese, ha completamente lacerato il tessuto sociale. Chi ha alimentato questo risentimento, che lo abbia fatto consapevolmente o che si sia limitato – come certi militari nazisti – ad eseguire gli ordini, è comunque colpevoledi aver rovinato questo paese, riducendolo ad una serie di combriccole ugualmente dedite al proprio meschino interesse personale o negando il senso stesso della sua esistenza.
Valletta Carbonara, anche conosciuta come Valletta San Nicola, riapre le porte al pubblico. Solo per mezza giornata, sabato 23 maggio dalle ore 10 alle ore 15, i cittadini potranno vedere da vicino e toccare con mano il prezioso lavoro che i volontari del comitato “Le Serre” stanno realizzando negli spazi alle spalle dell’Albergo dei Poveri che, finalmente, il Comune ha reso accessibili. Dopo aver ricevuto le chiavi dall’amministrazione, una sessantina di volontari, quasi tutti abitanti tra San Nicola e Castelletto, ha dato vita a un intenso lavoro di pulizia e di rimessa in sesto dell’area. «Quello che vedranno i genovesi – ci racconta il portavoce del comitato, Franco Montagnani, che continua a ramazzare anche mentre parla con noi – è senza dubbio un cantiere aperto ma una valletta finalmente accessibile, pulita da una quantità immane di rifiuti e, in buona parte, potata». Quello di sabato sarà soprattutto un evento simbolico, a meno di due mesi dall’ingresso dell’associazione nelle terrazze ai piedi dei giardini Pellizzari di corso Firenze: nessuno è mai entrato in maniera così libera tra i viali della Valletta, quasi sempre osservata dall’alto. «I lavori – prosegue Montagnani – dureranno per tutto l’anno ma siamo arrivati a un punto tale da poter iniziare la prima semina nelle aiuole di prodotti orticoli e fiori».
Antica sede delle serre comunali, la Valletta torna a piccoli passi alla sua vocazione originaria dato che il nuovo Piano urbanistico ne conferma la destinazione agricola e a verde pubblico, mettendo definitivamente fine alle mire espansionistiche del settore edilizio che, con i passati cicli amministrativi, puntava a realizzare un silos di parcheggi e, probabilmente, anche nuove abitazioni.
L’intera area (circa 27 mila metri quadrati), di proprietà dell’Istituto Brignole, è in affitto al Comune di Genova fin dal 1970. Nel 2001 l’amministrazione ricevette una lettera di sfratto ma non abbandonò mai definitivamente l’area, dando vita a un contenzioso di non semplice soluzione, considerando anche che il Brignole è stato messo in liquidazione dalla Regione a fine 2012. Per il momento, in attesa di una soluzione del pregresso, un nuovo accordo siglato a fine 2014 lascia le chiavi in mano a Tursi fino al 31 dicembre 2015, per 40 mila euro all’anno. Ma che cosa succederà dal primo gennaio? «Le rispondo come farebbe un allenatore – sorride Montagnani – e cioè vediamo come va il campionato. È ancora troppo presto: noi cerchiamo di fare bella figura e raggiungere gli obiettivi dell’accordo, poi vedremo. Non credo ci saranno mai i presupposti per mandarci via, anche perché vorremmo creare una vera e propria rete fruttuosa con altre associazioni interessate alla valletta. Vorremmo evitare i soliti bandi fratricidi ma dare vita a un’opera collettiva».
«Due sono le strade percorribili – ricorda il vicesindaco, Stefano Bernini – o sigliamo un nuovo contratto di locazione con la Regione o procederemo all’acquisto del diritto di superficie per un arco di tempo il più lungo possibile. Si tratta solo di capire quale sia la strada migliore e su cui si riuscirà a trovare l’accordo più vantaggioso ma il contrasto con i proprietari dell’area si può considerare rientrato».
La speranza dei cittadini è di veder nascere un piccolo polmone verde pubblico a gestione partecipata, un nuovo luogo di aggregazione sociale che dia spazio ad attività ricreative, didattiche e turistiche, oltre naturalmente alla produzione floro-orticola-vivaistica. «Secondo la convenzione – entra più nel dettaglio Montagnani – al momento abbiamo a disposizione solo l’anello superiore della Valletta che comprende le cinque serre più grandi». La restante parte, quella più a ridosso dell’Albergo dei Poveri, è ancora in stato di abbandono. «Solo dopo aver messo a pieno regime la prima parte, potremo allargare l’attività a tutta la Valletta, come d’altronde previsto dal nostro progetto». Un progetto che, sostanzialmente, potrebbe essere suddiviso in tre fasi: pulizia, preparazione del terreno e inizio coltivazione, lancio delle attività a carattere sociale. «Dopo esserci dedicati alla ripresa della parte botanica – sottolinea il portavoce del comitato Le Serre – passeremo all’organizzazione di eventi, compreso un grande festival sul tema della valorizzazione del verde e dei beni pubblici che ospiteremo in autunno».
La prime due fasi, come visto, sono in stato piuttosto avanzato avendo superato le difficoltà più grosse: una legata alla scarsa disponibilità di terra, risolta proprio ieri con la sigla di un accordo per l’ottenimento di una parte del materiale scavato per la copertura del Bisagno, che tanto spazio ha trovato nella cronaca locale degli ultimi giorni; l’altra legata allo smaltimento dei rifiuti. «Abbiamo avuto qualche difficoltà con Amiu – ammette Montagnani – per il recupero dei rifiuti che, naturalmente, abbiamo raccolto in maniera differenziata. Ma, adesso, con l’azienda abbiamo iniziato un percorso di stretta collaborazione che speriamo ci porti a diventare il punto di riferimento per la raccolta dell’umido quando, in autunno, arriveranno i cassonetti marroni anche nel nostro quartiere».
Un po’ più complicata, invece, la realizzazione degli spazi dedicati alla terza fase, quella della socialità. «Nell’area più pianeggiante, dove in futuro dovrebbe sorgere una sorta di agorà – spiega Montagnani – è crollata la volta del rio Carbonara in seguito alle alluvioni dello scorso autunno (esattamente come la ben più famosa voragine di via Ausonia, poche centinaia di metri più in su, ndr). La zona, dunque, è stata recintata e non sarà accessibile fino al completo ripristino e messa in sicurezza». Un vero peccato perché il cantiere impedirà ai cittadini, che sabato faranno visita alla Valletta, di ammirare anche la splendida collezione di felci storiche collocata negli spazi più a sud, oltre i lavori.
Nel cielo plumbeo del trasporto pubblico genovese e ligure, arriva dalla Regione una notizia che prova, non senza fatica, a scacciare qualche nube dal futuro. Nei prossimi giorni, sul sito web dell’Agenzia regionale per il Trasporto Pubblico Locale sarà pubblicato il bando di gara internazionale per la manifestazione di interesse alla gestione del tpl nel nuovo bacino unico ligure. Questo primo bando si chiuderà il 31 luglio prossimo, rispettando i 60 giorni minimi previsti dalla normativa europea. A quel punto scatterà la seconda fase, quella delle offerte vincolanti, a cui potrà partecipare solo chi avrà aderito alla manifestazione di interesse.
Nella stessa nota la Regione conferma che la gara dovrà chiudersi entro il 31 dicembre, anche perché in quella data scadono tutti i contratti di servizio locali. I tempi tecnici formalmente ci sarebbero, dato che anche la seconda gara ha una durata minima di 60 giorni e massima di 90. Ma è piuttosto improbabile, se non praticamente certo, che le procedure di assegnazione possano essere pressoché immediate e, soprattutto, che non vi siano ricorsi. Senza considerare che il vincitore della gara dovrà avere un po’ di tempo a disposizione per organizzare un servizio completamente nuovo. Per cui, all’orizzonte non si vede altra strada se non quella di una proroga quantomeno parziale degli attuali contratti di servizio in essere, con i relativi oneri economici che ricadrebbero sui gestori di oggi ovvero, per quanto riguarda Genova e Amt, palazzo Tursi.
Amt: fra promesse disattese, denari pubblici e partner privati. Quattro in pagella alla Regione Liguria >> Leggi l’approfondimento
Intanto, c’è da capire chi possa realmente essere interessato a un bando che, almeno nella sua ricognizione preliminare, non indica le risorse messe a disposizione dagli enti pubblici. Certo, stiamo pur sempre parlando del secondo bacino nazionale per quanto riguarda il trasporto pubblico locale e quindi di un servizio piuttosto appetibile ma in tempi di crisi è difficile trovare un investitore pronto a intervenire alla cieca, soprattutto su un territorio dalla conformazione così complessa. La partita dei contributi pubblici, com’è noto, si gioca tutta nella diatriba tra Regione e Comune di Genova: da via Fieschi, poco prima della sospensione elettorale, erano stati stanziati 139,6 milioni per il 2016, da aumentare di qualche spicciolo negli anni seguenti per tutta la durata dell’appalto, ovvero 10 anni prorogabili per altri 5. Con questa cifra dovrebbero essere coperti i cosiddetti servizi minimi che, tuttavia, non sono ancora stati specificati. È proprio per questo motivo che il Comune non si è ancora espresso sul contributo di sua competenza, a completamento di quello regionale assieme alle cifre ben minori stanziate dagli altri enti locali, che potrebbe aggirarsi sull’ordine di grandezza dei 30 milioni di euro (37 milioni sono stati stanziati lo scorso anno, 31 si vocifera siano quelli previsti nel bilancio del 2015). La cifra, comunque, non è ancora stata ufficializzata anche se assessori e tecnici ne hanno già ampiamente discusso seppur in maniera non formale. A Tursi spetta anche la mossa definitiva per la realizzazione dell’associazione temporanea di imprese attraverso cui Amt potrebbe partecipare alla gara. Ma sono sempre più incessanti le voci che vorrebbero il sindaco Marco Doria intenzionato a gettare la spugna e a mettere l’azienda in liquidazione. In questo scenario, che non dovrebbe creare eccessivi problemi per i lavoratori che verrebbero riassunti dal nuovo gestore regionale come previsto dal bando di gara, resterebbe però da capire che cosa succederebbe al servizio qualora il bacino unico non dovesse entrare in funzione già dal prossimo 1° gennaio.
A Tursi per il momento bocche cucite. Per la sigla degli accordi di programma ufficialmente si attende di sapere quanto siano i risparmi effettivi che deriveranno dai prepensionamenti coperti da via Fieschi con i 12 milioni del famoso fondino: a Genova, sono circa 160 i lavoratori che hanno manifestato la disponibilità ad aderire a questo percorso ma molto dipenderà da quanti confermeranno nei fatti questa scelta. Sicuramente un po’ di respiro per le casse di Amt arriverà da questa partita ma non si tratterà di cifre tali da consentire all’azienda di partecipare alla gara con le proprie gambe. E, allora, molto dipenderà da chi saranno i nuovi inquilini di via Fieschi e da come verranno distribuite le ultime partite del bilancio previsionale del Comune di Genova, che attende ancora di essere portato in discussione in Sala Rossa.
Intanto, i lavoratori sono sempre più preoccupati per il proprio futuro e quello dell’azienda per cui hanno organizzato due presidi con volantinaggio nelle giornate di ieri e di venerdì 22 maggio; in mezzo, lo sciopero odierno indetto dalla CGIL. I sindacati lamentano il mancato rispetto degli accordi di programma sottoscritti dagli enti pubblici e dall’azienda che avrebbero dovuto portare 400 nuovi bus in Regione e 200 solo per Amt, ma ad arrivarne al momento sono stati solo una cinquantina; nel frattempo, invece, sono state vendute la rimessa di Boccadasse e l’officina Guglielmetti rendendo molto difficile la manutenzione dei mezzi vetusti. Preoccupazioni anche per quanto riguarda le nuove assunzioni che andrebbero a coprire, almeno in parte, i posti lasciati vacanti da pensionati ordinari e prepensionamenti del fondino.
Mettere il becco negli affari della Chiesa non è mai compito semplice. Ancor di più in una città dall’animo fortemente conservatore come Genova, sede arcivescovile, cardinalizia e del presidente della Cei. Dalla Curia alle Opere Pie, dalle associazioni religiose ai lasciti testamentari dei fedeli, l’universo Chiesa nel suo complesso è considerato uno dei più grandi proprietari immobiliari della nostra città, in particolar modo del Centro Storico.
Ne abbiamo parlato con l’assessore Fracassi che, nella prima parte di questa nostra inchiesta dedicata all’emergenza abitativa genovese (leggi qui), neanche troppo velatamente, ha accusato la Chiesa di non dare una grossa mano alle istituzioni pubbliche, quantomeno dal punto di vista della disponibilità di alloggi da utilizzare per locazioni a canone moderato. «Ad oggi non esiste una vera e propria collaborazione con i grandi proprietari della città (qui la seconda parte dell’inchiesta dedicata alle società a partecipazione pubblica, ndr) – dichiara l’assessore – Abbiamo rapporti con gli enti religiosi che hanno messo a disposizione alcuni alloggi per i nostri programmi dell’emergenza abitativa ma parliamo di poche unità (17 famiglie inserite nella struttura “boschetto” dell’Istituto don Orione, ndr) perché anche il mondo religioso tende a considerare il patrimonio abitativo come fonte di reddito, amministrando i beni in piena logica di mercato».
«L’assessore – ribattono dalla Curia – forse si dimentica le tante persone bisognose che i servizi sociali rimbalzano ai nostri Centri d’ascolto vicariali».
Certamente, nessuno può mettere in dubbio il grande servizio che la Chiesa svolge nel campo assistenziale, spesso sostituendosi alle gravi mancanze degli enti pubblici. A venire in mente è, innanzitutto, la Caritas, la Fondazione Auxilium ma sono davvero tante le associazioni di stampo cattolico e le iniziative di laici che si impegnano nell’aiuto alle persone più emarginate.
«Avere una casa è un grande dono ma è un dono ancora più grande poterla mantenere e avere un lavoro che consenta di farlo – commenta mons. Marino Poggi, direttore della Caritas diocesana – la vera emergenza non dipende tanto dalla presenza o meno di case ma dal fatto che, chi ha bisogno di case, non è nelle condizioni economiche di mantenerle, di viverci con tutte le spese che ciò comporta».
Va bene. Ma che cosa fa, in concreto, la Chiesa di Genova per rispondere a questa emergenza anche e soprattutto laddove i servizi pubblici latitano? Ancora don Poggi: «Ci sono i centri d’ascolto vicariali che, pur con le risorse limitate che hanno a disposizione (e che provengono soprattutto dai proventi dell’8 per mille e dalle offerte dei parrocchiani, ndr), aiutano a pagare bollette e affitti: a ciò si aggiunge un certo numero di case da dare gratuitamente per rispondere alle emergenze più gravi». C’è chi dice, però, che questi alloggi, rispetto a quello che è il patrimonio immobiliare della Chiesa, potrebbero essere molti di più… «Ultimamente – risponde il direttore della Caritas – stiamo cercando di ampliare la disponibilità di questo tipo di alloggi, soprattutto grazie ai lasciti dei privati. Si tratta di sistemazioni che non possono pretendere affitti altrimenti si tornerebbe al problema iniziale. Ma devono essere sistemazioni provvisorie per consentire alle persone di trovare un aiuto per il tempo in cui non avrebbero possibilità di abitare dignitosamente, magari in attesa di una risposta definitiva da parte delle istituzioni pubbliche. Stiamo cercando di lavorare su questo anche in sinergia con altre realtà genovesi. Ad esempio, la fondazione Carige ci sta mettendo a disposizione nei vicoli un palazzo per cui stiamo cercando i fondi per completare i lavori di ristrutturazione. Si cerca di fare quel che si può».
Difficile, se non praticamente impossibile, capire se “quel che si può”, quantomeno a livello di patrimonio abitativo messo a disposizione, potrebbe essere di più. Le proprietà ecclesiastiche sono gestite da un ente dedicato, il C.A.P.E. (Consorzio per l’amministrazione del patrimonio immobiliare enti dell’arcidiocesi di Genova), il cui presidente, ragionier Emilio Nichele, si è più volte sottratto alle nostre domande. Così come parecchie difficoltà abbiamo avuto ad entrare in contatto con i responsabili dell’ufficio amministrativo ed economato della Diocesi.
Non si è tirato indietro, invece, il direttore della Caritas, mons. Marino Poggi: «Esistono delle case che hanno come presidente l’arcivescovo: le Opere Pie Riunite ne hanno un centinaio nel proprio patrimonio e qualcosa meno ha anche il Magistrato di Misericordia. Ma si tratta di organizzazioni che devono, comunque, mantenersi in piedi per cui possono mettere a disposizione gratuitamente o a condizioni particolarmente vantaggiose solo un certo numero di case, altrimenti i loro servizi complessivi non starebbero in piedi. Naturalmente si spera che la gestione degli appartamenti che vengono affittati secondo le logiche di mercato più tradizionali sia fatta con la giusta attenzione e non “a coltello”. Certo, probabilmente si potrebbe fare di più e di meglio ma solo il Signore sa se la conduzione di queste proprietà è la più oculata e generosa possibile».
Qualche dubbio in proposito lo nutre Bruno Pastorino, l’ex assessore comunale alle Politiche della casa che ci ha accompagnato in questa lunga inchiesta: «Esiste una distribuzione multiforme della proprietà ecclesiastica che viene gestita unitariamente da questo ente che avrebbe come scopo il sostentamento economico del clero. E vista l’ingente dotazione immobiliare – dice sorridendo sarcasticamente – possiamo affermare che si propone di sostenere molto bene il suo clero». Al di là delle battute, Pastorino sostiene che la Chiesa quando applica regimi locativi non abbia una vocazione sociale particolarmente evidenziata e, anzi, si allinei senza difficoltà ai valori di mercato spesso disimpegnandosi nella gestione degli immobili e facendo ricadere sugli inquilini oneri di ristrutturazione come la messa in sicurezza degli impianti che, di per sé, spetterebbero alla proprietà.
«La dimostrazione della scarsa attenzione sociale – prosegue l’ex assessore – ha delle manifestazioni concrete: alcuni Comuni liguri, come Celle e Noli, si sono impegnati a cercare partenariati con istituti religiosi locali per presentare progetti di edilizia destinati alla locazione calmierata con contratti di 15 anni o permanenti. Nonostante fossero garantiti sostanziosi contributi a fondo perduto, di fronte alla previsione di dover affittare per un periodo prolungato i propri alloggi a canoni moderati, questi istituti hanno chiuso la porta al pubblico preferendo disporre liberamente degli immobili a canoni desiderati o vendendoli».
L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un orgoglio genovese. In più di un’occasione ne abbiamo parlato su queste pagine, in particolar modo, ormai due anni fa, vi avevamo raccontato la nostra giornata con i ricercatori dell’istituto sulle alture di Bolzaneto. In questi ultimi anni l’Istituto Italiano di Tecnologia è cresciuto molto anche per quanto riguarda la comunicazione con il territorio, in rete e non solo, un territorio che si è dimostrato ricettivo. Abbiamo discusso di questo con l’ufficio Comunicazione di IIT e abbiamo scoperto che l’Istituto seleziona i ricercatori in maniera innovativa e trasparente.
«IIT si occupa di fare ricerca scientifica, ideare, progettare tecnologie che possano migliorare la vita dell’uomo e della terra. L’essere umano è al centro di questo percorso» ci raccontano. Un percorso che non si ferma al processo di ricerca prima e sviluppo poi, ma vuole spingersi fino all’avviamento alla produzione della tecnologia. Questo può avvenire in due modi o tramite la costituzione di start-up dei ricercatori o tramite un’azienda interessata alla produzione di quella specifica tecnologia.
L’IIT esiste dal 2006, istituito come fondazione di diritto privato e vigilato da Ministero dell’istruzione, delle Università e della ricerca oltre che da quello dell’Economia e Finanza, e riceve ogni anno un finanziamento pubblico di 95 milioni ( l’1% dei fondi per la ricerca nazionale) oltre a finanziamenti privati. La sede centrale è a Genova, vi sono poi altri 11 centri sparsi in Italia e 2 negli Stati Uniti.
La comunicazione
Un’istituzione di livello internazionale interessata a comunicare e interagire il più possibile con il territorio nel quale risiede. «Abbiamo fatto molto negli ultimi anni per arrivare al pubblico generalista: i Caffè Scientifici (arrivati alla 4 edizione, ndr) ma non solo, abbiamo partecipato all’evento “La Storia in Piazza” con dei laboratori, ideato un concorso sull’energia a cui hanno partecipato numerose scuole genovesi – raccontano da IIT – siamo consapevoli che IIT sia riconosciuto a livello internazionale ma molto meno sul proprio territorio e dal pubblico non specializzato. Su questo aspetto vogliamo migliorare».
Ognuno degli undici centri sparsi per l’Italia comunica con il proprio territorio, alcuni in modo più assiduo ed efficace, altri meno. Gli eventi sono pensati e organizzati dalle varie sedi in modo indipendente, ma sono coordinati e sostenuti dalla sede centrale di Genova.
«Gli eventi hanno avuto piena risposta dal territorio – continuano – e in più da un paio di anni, pur avendo profili social da diverso tempo, si è deciso di utilizzarli in modo più bidirezionale di cercare di avere maggiore engagement (coinvolgimento degli utenti ndr). Utilizziamo principalmente Twitter e la pagina Facebook». Sui profili social si trovano le novità e gli eventi in programma. IIT ha anche un gruppo su LinkedIn che utilizza, al momento solo per le ricerche di personale. Il canale Youtube è seguito (669 iscritti) e ogni video ha in media un migliaio di visualizzazioni.
Il personale di IIT
Vediamo se sono cambiati i numeri, rispetto al nostro ultimo approfondimento. L’organico fra sede centrale e altri centri è aumentato di circa 200 persone. Chi lavora in IIT è giovane, la media d’età è di 34 anni, e proviene da 50 nazioni diverse: gli internazionali sono aumentati di 3 punti percentuali dal 2013. Quali i numeri su Genova, quanti liguri? Rispetto al totale di 734 persone sono 249 quelle nate in Liguria.
Ma vediamo come si entra nell’organico di IIT. Superfluo dirlo, le ricerche hanno respiro internazionale, «l’ultima chiamata, la ricerca in oggetto è ancora in corso in questo periodo, ha avuto una risposta prettamente internazionale, più bassa la percentuale degli italiani che hanno risposto, ne aspettavamo di più».
Internazionali le ricerche, internazionali le selezioni. L’Istituto, oggi, ha adottato un processo di selezione in uso nei paesi ad alto sviluppo tecnologico come gli USA: il Tenure Track. Questo meccanismo prevede che il reclutamento dei ricercatori avvenga mediante valutazione condotta da un panel di esperti esterni all’IIT. Gli esperti costituiscono un comitato scientifico, si tratta di una dozzina di scienziati provenienti da istituti internazionali, per citarne uno su tutti il MIT.
«Direttori di dipartimenti scientifici di università internazionali, esperti dei settori di riferimento, è indubbio che nell’ambito dei settori di alta tecnologia a livello internazionale i referenti siano ben individuabili, il desiderio, dato che siamo una fondazione di diritto privato fondata dallo Stato, era di rendere le selezioni più trasparenti possibile».
Una volta selezionato, il ricercatore ha a disposizione, un numero di anni (5 o 10) per dimostrare di poter condurre in autonomia un programma di ricerca. É totalmente autonomo e responsabile, sia dei collaboratori che del budget a disposizione.
Per chi non l’avesse ancora fatto rimane ancora (per quanto riguarda la quarta edizione) un “caffè scientifico” cui partecipare. Appuntamento l’11 giugno alla Pasticcieria Liquoreria Marescotti di Cavo alle 18.30. Si festeggerà il primo anno di attività del Nikon Imaging Centre, un laboratorio congiunto con IIT per lo sviluppo di microscopi per la diagnosi non invasiva.
Torna a Genova la kermesse musicale Oltre il Juke Box che, tra la fine degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, diede spazio e voce a molti artisti emergenti.
Grazie all’iniziativa dell’etichetta discografica indipendente Riserva Sonora, al patrocinio del Comune di Genova e alla partnership di Assomusica, Audiocoop e la Rete dei Festival, Music Line, Mei, Made in Etaly e molti sponsor tra negozi di musica presenti sul territorio ligure, Oltre il Juke Box torna dal passato e rivive in un importante progetto musicale che vuole dare voce e spazio ai tanti artisti indipendenti.
La kermesse è rivolta a cantautori e gruppi musicali di età compresa tra i 18 e 40 anni. Sono ammessi tutti i generi, purché brani inediti e in lingua italiana. La finale si svolgerà a Genova il 22 agosto, presso i giardini Baltimora. Un palco, un pubblico, degli ospiti dal passato, una venue nel centro della città; tutti gli ingredienti necessari per un vero spettacolo della musica. Durante la serata, ad ingresso rigorosamente gratuito, sarà decretato il brano e l’artista vincitore attraverso il voto del pubblico e quello di una giuria selezionata e specializzata nel settore.
Il vincitore avrà la possibilità di una registrazione, mix e master, presso Riserva Sonora, promozione su radio/stampa nazionali e distribuzione digitale. Saranno previsti anche menzioni e targhe speciali da parte di centri culturali e enti genovesi che hanno aderito con entusiasmo all’iniziativa.
Tutte le informazioni sullo svolgimento della gara, regolamento e per poter scaricare il modulo d’iscrizione, sono reperibili sul sito ufficiale di Oltre il Juke Box.
Accettare quello che è, non è una resa. Non è affatto scontato accettare quello che è. Non significa abbassare lo scudo e neanche alzarlo a difesa, è gettarlo in quanto inutile, disarmo totale.
Accettare quello che è, senza rimpiangere quello che è stato, che siamo bravi a rimodellare il passato a nostro piacimento come fosse argilla. Né quello che potrebbe essere se già non fosse.
Accettare quelle che è, ora, calarmi con una fune in ogni istante della mia vita, preciso, comodo, senza fare rumore. Attento, curioso.
Accettare quello che è non significa perdere la propria ingenuità, non è quello che accade quando l’illusione si rivela tale. Il disilluso non accetta, subisce e prova rancore.
Coordinarsi, allinearsi, accordarsi, accettare quello che è.
Impararlo. E agire di conseguenza.
Occhi al sole e cuore al vento. Niente chiavi, tutto aperto. Ospiti, ovunque.
Uno spettacolo senza fine e una serena comparsa.
Se stessimo parlando di calcio, si direbbe una melina infinita. È questa la sensazione che emerge dal lungo Consiglio comunale di ieri pomeriggio in cui è stata approvata con 20 voti a favore (ne mancherebbe uno per la maggioranza assoluta ma, ormai, questo non fa più notizia), 8 contrari (M5S, Pastorino – Sel, Bruno – Fds, Vittoria Musso) e 3 astenuti (Gozzi – PD, Balleari e Campora – Pdl) la delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate del Comune di Genova.
Una melina perché, se il documento proposto dalla giunta non presentava grosse criticità ed era sostanzialmente condiviso bipartisan quasi nella sua interezza, sul tema più caldo, quello del futuro di Amiu (qui l’approfondimento), viene sostanzialmente sancito l’ennesimo nulla di fatto. È lo stesso Simone Farello a sottolineare come non si possa indugiare oltre: «Non facciamo altro – ha detto il capogruppo del Partito Democratico – che confermare una linea già assunta ad agosto 2013 e poi ribadita a novembre dello stesso anno. Nel frattempo la situazione di Amiu si è complicata e rischiamo che un’azienda che ha grosse potenzialità manifesti soltanto grandi problemi. Dobbiamo decidere che cosa fare per trovare gli investimenti che servono al piano industriale: non abbiamo nessun pregiudizio ma la soluzione va trovata prima dell’estate».
Una melina perché la modifica proposta (e approvata) dalla stessa giunta – radio Tursi vuole che i cambiamenti siano stati fortemente caldeggiati da Lista Doria ma presentati dalla giunta per evitare giochini politici all’interno della maggioranza e un nuovo scontro tra la lista civica del sindaco e il Partito democratico – rinvia di fatto ogni decisione sul futuro di Amiu a una nuova, ulteriore delibera. Dal testo inizialmente redatto viene stralciato ogni riferimento alla necessità di un “partner industriale” per l’avvio del nuovo corso dell’azienda partecipata da Tursi e si sostituisce tutto con una più generale e onnicomprensiva “partnership”. Un’opera di cosmesi lessicale che Lista Doria vede di buon occhio perché non chiude la porta all’affiancamento di Amiu da parte di soggetti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti o Filse, la finanziaria di Regione Liguria. «Dobbiamo salvaguardare l’azienda, i posti di lavori e il controllo pubblico» segna il cammino il capogruppo Pignone che porta a casa anche l’approvazione di un emendamento, già condiviso in maggioranza dallo stesso sindaco Doria, in cui viene richiesta una relazione tecnica da parte di esperti del settore (il famigerato “advisor”, vedi ad esempio nel caso di Amt) in merito alle varie opzioni di futura aggregazione pubblica o privata, conformemente con quanto previsto dal piano industriale di Amiu (qui l’approfondimento) e dal piano regionale dei rifiuti anche in riferimento agli obiettivi ambientali.
Ma, come sottolinea Antonio Bruno (Fds), «l’aver tolto la qualifica di “industriale” dalla partnership prevista potrebbe anche aprire la strada a investimenti di fondi speculativi e banche. Il rischio, quindi, è che la modifica introdotta oggi renda il testo ancor più negativo e pericoloso rispetto alla sua versione iniziale, già di per sé negativa».
Restano, dunque, intatti (e, anzi, forse addirittura rafforzati) gli obiettivi di chi spinge per una quantomeno parziale privatizzazione dell’azienda. Si fa sempre più incessante il nome di Iren, società sì a partecipazione pubblica ma a governance di fatto assolutamente privata.
Curioso che il sindaco abbia fatto capolino in Sala Rossa solo nei pressi della votazione della delibera, attorno alle 19.30, di ritorno da un impegno istituzionale proprio con i vertici di Iren, con cui si sarebbe discussa una modifica dell’assetto di governance relativa a un cambiamento della partecipazione del Comune di Torino. L’assenza del sindaco non ha offerto una bella immagine per un’amministrazione sempre nell’occhio del ciclone: le delibere importanti latitano e, probabilmente, continueranno a farlo fino a quando non sarà approvato il bilancio (quasi certo lo slittamento a luglio); l’assenza del sindaco da una delle discussioni più delicate in Consiglio comunale da qui all’estate non può certo passare inosservata.
L’ipotesi dell’ingresso di Iren, come di qualsiasi altro partner privato, è assolutamente contrastata anche dal Movimento 5 Stelle, che in apertura di seduta si era visto bocciare una richiesta di sospensiva della delibera e ha provato fino all’ultimo a far mancare il numero legale votando contro al provvedimento solo all’ultimo momento utile: «Iren – ricorda il consigliere Boccaccio – ha più di 2 miliardi di indebitamento e non esiste alcuna azienda che sia confluita in questa società ed abbia diminuito le tariffe per i cittadini o migliorato i servizi». Preoccupati e molto scontenti sono anche i lavoratori di Amiu che avrebbero preferito che nella delibera fosse specificata la natura pubblica della futura partnership prevista per l’azienda. Ecco, allora, che già oggi potrebbero essere confermati i due giorni di sciopero annunciati e poi sospesi in seguito alla firma dell’accordo con le istituzioni. Un accordo che, tra le altre cose, prevedeva una nuova convocazione delle parti per la formalizzazione degli impegni presi e del relativo cronoprogramma nelle more di un vero e proprio accordo di programma che, nei fatti, non si è ancora verificato.
Da non dimenticare, come abbiamo detto più volte nelle scorse settimane, che la delibera non riguarda solo Amiu ma 17 società partecipate da Tursi su un totale di una cinquantina. Anche in questo caso, però, il lavoro dell’amministrazione non sembra soddisfare proprio tutti: «La delibera – si diverte a calcolare il grillino Boccaccio – prevede risparmi patrimoniali per circa 1,1 milioni di euro e risparmi nella parte corrente per poco meno di 500 mila euro: il totale fa 1,6 milioni mal contanti. Sul nostro bilancio cittadino che vale circa 880 milioni all’anno, vuol dire un risparmio dello 0,0002%: se dovessimo recuperare il debito pubblico del nostro Comune, che ammonta a 1,250 miliardi di euro, con provvedimenti di questo tipo ci metteremo 783 mila anni. È chiaro che tutto questo rende la delibera alquanto risibile».
Dal canto suo, l’amministrazione si difende annunciando l’imminente arrivo in Commissione e, conseguentemente in Consiglio, di una nuova delibera con cui verrà rivisto l’organigramma dei dipendenti pubblici, dirigenti compresi, anche dal punto di vista retributivo.
Da registrare, infine, l’approvazione di 4 emendamenti proposti dal consigliere Vassallo (Pd) che riguardano alcune partecipate “minori”: Asef, Bagni Marina e Farmacie genovesi non vengono più ritenute società indispensabili e la partecipazione pubblica in tali società verrà mantenuta solo a condizione di un’autosufficienza economica delle stesse; Asef viene vincolata a mettere a disposizione del Comune i propri utili di esercizio (si parla di circa 5 milioni) che verranno impiegati per la manutenzione dei cimiteri; il futuro del Job Centre viene lasciato in stand-by fino alla prossima riorganizzazione nazionale dei servizi per l’impiego; per Sviluppo Genova è prevista una maggiore libertà d’azione riguardo operazioni di gestione immobiliare strategica come, ad esempio, l’efficientamento energetico.
Questa settimana parleremo di una specifica e poco nota varietà di Anemone, quella Nemorosa. Abbiamo già trattato, in un nostro precedente articolo, di una inusuale varietà di questa pianta, l’Anemone Giapponese. In effetti gli Anemoni sono piante molto interessati e presentano alcune tipologie assai particolari.
La varietà Nemorosa deriva il proprio nome dal latino “nemus”, ossia bosco. Essa cresce infatti spontaneamente in natura nelle aree boschive, in particolare nelle foreste di latifoglie, nei faggeti, nei querceti, nelle radure ivi presenti e nelle aree ombrose. Altri derivano il nome di questa essenza dal termine, sempre latino, “anima” ossia “soffio vitale”, facendo quindi riferimento alla delicatezza, raffinatezza e soprattutto alla caducità dei suoi fiori. Questi ultimi sono, nella varietà Nemorosa, di un particolare colore bianco puro appena soffuso di viola. La loro forma, bellissima e semplicissima, può ricordare, una volta che essi siano completamente aperti, quella di una stella.
La nostra pianta è in generale di piccole dimensioni, si aggira intorno ai venti centimetri di altezza a pieno sviluppo. Fiorisce tra le prime in primavera e per questo annuncia, insieme alle Primule ed ad alcune bulbose, l’inizio della stagione più mite. Essendo una rizomatosa che si riproduce con una certa facilità, essa colonizza alla svelta boschi ed aree aperte. Per questo motivo ne suggerisco l’impiego nei giardini, specie di grandi dimensioni e soprattutto nelle aree di confine con prati e boschi dove l’Anemone Nemorosa si inselvatichirà velocemente. Si avranno così spettacolari, candidi prati a fine inverno, inizio primavera, dalle fioriture spontanee, naturalissime come solo certe piante rustiche e semplici sanno dare.
Dal punto di vista colturale, questo Anemone è facilissimo da coltivare, non presenta difficoltà di alcun tipo e non è neppure soggetto a malattie particolari. Dà senza alcun dubbio il suo meglio se viene coltivato in terra piena ma sopporta anche la crescita in vaso, preferibilmente di grandi dimensioni. Il terreno migliore per ottenere un sano sviluppo della pianta è quello ricco, umido (ma non troppo) e l’area di collocazione preferibile è quella ombrosa o semiombrosa.
Unico difetto della pianta è che essa scompare completamente in inverno, perdendo le foglie che rispunteranno solo a primavera. Anche durante la stagione estiva, specie se molto calda, l’Anemone tende a cadere in una fase di riposo vegetativo, anche piuttosto prolungata. Si dovrà quindi tenere in considerazione questa caratteristica, che determina l’improvviso scomparire della pianta, nel momento della progettazione del giardino e dell’inserimento dei tuberi nei prati o nelle aiuole.
Esistono diversi cultivar di Nemorosa, tra cui si ricordano: l’Alba Plena a fiori bianchi doppi e la Robinsoniana e la Vestal.
Non è facilissimo reperire sul mercato questa tipologia di Anemone, bisognerà quindi rivolgersi a vivai specializzati. Si consiglia, infine, di scegliere le varietà più semplici e dai colori bianco puro, che spiccheranno in parchi e giardini. In sede di impianto, meglio abbondare nel numero, i risultati saranno, in breve tempo, spettacolari. Unico suggerimento: dimenticarsi della pianta. Farà tutto da sé, con esiti inaspettati ed imprevedibili per qualunque neofita!
Marcello Foa è stato cofondatore dell’Osservatorio europeo di giornalismo (EJO) presso l’Università della Svizzera Italiana (USI), dove attualmente insegna anche giornalismo internazionale e comunicazione. Ha focalizzato le proprie ricerche accademiche sul fenomeno dello spin, finalizzandole nel saggio “Gli stregoni della notizia. Da Kennedy alla guerra in Iraq: come si fabbrica informazione al servizio dei governi” (2006, Guerini e associati editore), testo che è stato adottato da diverse università. È autore di due romanzi per Piemme Editore: “Il ragazzo del lago“ (2010) e “Il bambino invisibile“ (2012). Dallo scorso anno è vice-presidente dell’associazione A/simmetrie, fondata dall’economista Alberto Bagnai.
Milanese classe 1963, Marcello Foa è giornalista e direttore generale del gruppo editoriale Timedia. Ha lavorato in Svizzera per la Gazzetta Ticinese e il Giornale del Popolo; in Italia per Il Giornale, guidato allora da Indro Montanelli. È stato inviato speciale di politica internazionale in Russia, Francia, Germania, Turchia e Stati Uniti. Nel 2007 ha creato “Il cuore del mondo”, oggi un blog indipendente ospitato da ilgiornale.it.
Con Marcello Foa abbiamo discusso del mondo dell’informazione, dei meccanismi della diffusione delle notizie e di democrazia. Sul numero #59 del bimestrale (apr-mag) abbiamo pubblicato uno speciale ad hoc; riportiamo qui l’intervista integrale e rimandiamo alla rivista cartacea per ulteriori approfondimenti.
Se volessimo fare come fanno gli studenti a scuola, per i quali Platone è “quello del mondo delle idee” e Leopardi “quello de L’Infinito”, dovremmo dire che Marcello Foa è “quello del frame”…Scherzi a parte, trovo il concetto di frame piuttosto utile per tenere insieme due evidenze apparentemente inconciliabili: ossia, da un lato, il fatto che non esiste un “ministero per la propaganda” come ai tempi del fascismo; dall’altro lato che, ciononostante, i media appaiono molto omologati. Di solito la gente finisce per risolvere questa contraddizione illudendosi che in democrazia l’uniformità dei mezzi d’informazione dipenda dal fatto ci viene raccontata la verità…
«Sì, il concetto del frame è fondamentale per capire queste logiche. Sostanzialmente è una “cornice mentale” che noi ci creiamo su un qualunque argomento. A volte sono delle piccolissime cornici, dei fili, che entrano, si formano e si vaporizzano. In certi casi, però, possono essere anche giudizi forti su argomenti importanti. E più queste cornici sono legate a delle emozionio dei fatti che noi non conosciamo, più è facile che diventino permanenti. Per esempio, l’11 settembre ha avuto un impatto enorme perché ha scioccato tutti: vedere lo schianto degli aerei, il crollo delle torri in una città come New York… per molti europei è stato come se la tragedia fosse avvenuta in casa nostra. Altri casi possono essere l’ISIS, l’Ucraina o la Siria: fatti che improvvisamente finiscono alla ribalta senza che la gente sappia bene di cosa si parla e su cui dunque si ragiona in base al giudizio che ci si forma nel momento stesso in cui si apprende la notizia. Ed è qui che entra in azione lo spin doctor».
Ossia l’esperto di comunicazione, il consulente che elabora la strategia d’immagine…
«Sì. Lo spin doctor vuole formare una “cornice” molto forte su quel dato argomento, perché è consapevole del meccanismo psicologico della mente umana per cui, una volta che si è formato un giudizio di fondo (il bene e il male, il giusto e il cattivo, ecc.), le notizie che entrano dentro questa cornice di giudizio vengono rafforzate e continuamente rinvigorite, mentre le notizie che ne escono fuori vengono relativizzate o addirittura scartate. Ecco perché – per fare un altro esempio – oggi è molto difficile parlare di Putin: perché, per il frame della nostra stampa “Putin è il cattivo, l’Ucraina è invasa, la Russia ha mire imperiali”».
In questi casi è facile che chi nega la “verità ufficiale” venga additato come “complottista”: come si distingue chi elabora bizzarre teorie del complotto da chi invece scava alla ricerca della verità?
«Bisogna distinguere diversi temi. C’è il tema del conformismo, per cui tutti dicono la stessa cosa sentendosi molto liberi e originali – io trovo, per esempio, che i lettori e gli elettori di sinistra tendano ad essere i più conformisti, nel senso che tendono a ripetere la “verità comune”. Poi ci sono coloro che dissentono e sviluppano idee proprie, il cui libero pensiero può anche essere accettato, ma più spesso rifiutato o relativizzato. Infine ci sono i cosiddetti “complottisti”, che non sono né conformisti, né anti-conformisti, ma cercano la verità nascosta dietro la teoria ufficiale, talvolta “azzeccandoci”, talvolta no. Su questo tema sono molto sensibile, perché sono convinto che anche il buon giornalista debba scavare e andare in profondità, senza limitarsi a riportare quello che accade in quella superficie che chiunque può vedere e raccontare. Tuttavia, la differenza tra il giornalista che fa analisi e il complottista è la verifica delle fonti, mirata non ad assecondare un pregiudizio, ma a verificare incongruenze eventualmente emerse nell’indagine di una situazione».
Dunque il nodo centrale è la verifica delle fonti…
«Non solo: il punto vero è l’approccio alla verifica. Il complottista cerca un riscontro alla sua idea; il giornalista fiuta quello che non va e scava per trovare conferma a un dubbio che sorge a seguito di un’analisi delle cose. Anomalie e fatti che non tornano spingono a porsi delle domande, a ricostruire la filiera: insomma, a fare vero giornalismo investigativo teso alla risoluzione dei dubbi. Solo una volta ricostruite e risolte le contraddizioni, ci può distaccare a ragion veduta – e in questo modo raramente sono stato smentito nella mia carriera – da quella che è la verità ufficiale.
Il complottista tradizionale parte da un presupposto diverso: pensa che sia tutta una grande manipolazione e vede il complotto dietro qualunque fatto. Il che talvolta può anche significare “azzeccarci”: ma può anche portare a prendere delle cantonate clamorose. Un esempio di informazione controcorrente, che io condivido al 100%, ce lo dà Ray McGovern, un ex-analista della CIA con cui ho fatto un dibattito a Firenze: questa persona è molto coraggiosa e negli Stati Uniti ha fatto delle denunce fortissime.
Il problema di fondo è che nella nostra società “democratica”, paradossalmente, è sempre più difficile far passare un messaggio diverso. C’è un certo tipo di pubblico, per fortuna: ma è minoritario. La grande massa si accontenta di quello che è il frame, il luogo comune iniziale; oppure si accontenta di un dibattito in apparenza vivace, ma che in realtà non esce mai da certi binari, rimbalza entro certe linee invisibili e così non diventa mai “scomodo”. Questo è un problema molto serio, perché tende a relativizzare una delle caratteristiche fondamentali della nostra democrazia: la capacità per il pubblico di formarsi un’idea fondata, solida, autentica».
Un altro punto è quello del rapporto del giornalista con la complessità delle notizie. Secondo Stefano Feltri de Il Fatto Quotidiano i temi economici e la politica europea sono volutamente incompatibili con la portata di un dibattito democratico: un problema grosso; eppure sembra che gli italiani possano fare poco più che prenderne atto. Io mi chiedo invece se il compito del giornalista non sia anche quello di saper operare una sintesi utile a rendere accessibile un certo tema ad un pubblico inesperto. Questo significherebbe, però, anche “metterci del proprio”, sacrificando un po’ di oggettività. Insomma, di quale tipo d’informazione deve andare in cerca l’utente?
«Ottima domanda. Il giornalismo anglosassone – che ormai non esiste quasi più – tendenzialmente ha risolto questo dilemma: da un lato fa la cronaca, dall’altro fa il commento e l’analisi. Oggi in realtà questa barriera tende a cadere, per via del fatto che anche il giornalista è vittima del frame.
Mi spiego meglio. Tornando all’esempio della Russia, se io parto dalla convinzione che Putin abbia ammazzato, o voluto o permesso che Nemtsov fosse ucciso, la cronaca che farò sarà piena di “si dice”, di “forse”, di “si sussurra” che tendono ad accentuare nel lettore il sospetto che questa cosa sia realmente avvenuta: e dunque influenzo il mio lettore già a partire dalla cronaca. Ho notato che, in effetti, i giornalisti tendono ad essere molto sensibili a questa cornice sulla Russia: e dunque anche le cronache risultano abbastanza condizionate.
Poi ci sono dei limiti molto forti nel modo in cui si fa giornalismo. Se faccio il cronista politico a Roma o a Bruxelles, chi sono i miei referenti quotidiani? Sono il portavoce del PPE, il portavoce della Commissione, il portavoce di Palazzo Chigi, eccetera; tutte persone con cui alla fine divento amico. Sono loro che poi mi telefonano o che mi mandano una e-mail quando sono arrabbiati o compiaciuti. Questo microcosmo è anche parte del mestiere; se però mi ci immergo troppo, poi finisce che perdo la percezione di cosa interessa davvero alla gente. È per questo motivo che quando leggo le cronache politiche italiane mi sfugge lo scopo di quello che si scrive: perché sono cose da addetti lavori… o “adepti” ai lavori».
Sì, il gioco di parole rende l’idea. E allora, se il lettore non capisce, non è sempre e solo colpa sua…
«Io vengo dalla scuola di Montanelli e per formazione penso che, di qualunque cosa io scriva, anche il macellaio sotto casa debba essere in grado di percepire la mia valutazione e capire cosa stia succedendo. Eppure oggi questo approccio – che una volta faceva parte delle regole del buon giornalismo di stampo anglosassone – tende a cadere. Ci troviamo di fronte, così, a giornalisti che si dimenticano dei lettori.
All’opposto chi fa televisione tende ad essere totalmente in superficie, piattissimo, ripiegato su stereotipi quali giusto e sbagliato, buono e cattivo; perché se il messaggio non passa, lo spettatore cambia canale. Il paradosso della nostra epoca è che siamo molto informati, perché abbiamo tante fonti di informazione, ma siamo poco informati, perché nessuno ci spiega l’essenziale. È questo fenomeno che rende l’informazione meno “convincente” di quello che era qualche anno fa».
Se andiamo ancora più sul generale, ci imbattiamo – mi pare – in un problema di democrazia. Mi spiego meglio. Io acquirente di giornali, fruitore di informazioni, sono anche un cittadino che vota: quanto di tutto quello che accade a Roma o a Bruxelles può essere davvero utile per le decisioni che sono chiamato a prendere e quanto invece attiene al dibattito tecnico?
«Non c’è dubbio che, se chiedo alla gente cosa abbia capito dello spread, esce fuori di tutto. Il punto però è che ci sono certe decisioni fondamentali sulle quali il cittadino deve essere messo in grado di capire davvero la posta in gioco.
Un esempio: l’euro comportava la fine della sovranità economica e monetaria dell’Italia; ossia la fine dell’indipendenza di giudizio e di azione del governo e dell’industria italiana. E invece hanno fatto una propaganda atta a dipingere l’Unione Europea e la moneta unica come il paradiso: “saremo un paese forte”, “la nostra economia crescerà”, “saremo come i tedeschi”, “le leggi funzioneranno” e tutta una bella retorica di popoli uniti. Oggi ci troviamo con un solo paese che ci guadagna (Germania), con dei paesi che sono alla fame (Grecia, ma anche Spagna e Portogallo) e con altri paesi che stanno perdendo la loro indipendenza e il loro benessere economico (noi). Il vero messaggio che andava lanciato, allora, sarebbe dovuto essere: “se entrerai nell’euro, del tuo futuro non deciderà più il tuo governo, ma la Commissione Europea e Banca Centrale Europea”. La questione a quel punto sarebbe stata capire se a noi convenisse davvero oppure no: ma questo discorso, verso la fine anni ’90, non è stato fatto».
In effetti non ricordo a quell’epoca grandi prese di posizione contro l’euro o contro l’UE…
«Perché chi ha provato a farlo ha subito il solito meccanismo del frame: “sei euro-scettico”, “sei contro il futuro”, “sei contro l’Europa”, eccetera. Non si giudicava neppure l’obiezione, ma si poneva subito un’etichetta denigrante su chiunque provasse ad avanzare dubbi, che pure oggi ci appaiono assolutamente legittimi e fondati. Di fronte all’accusa di “euro-scetticismo”, dovevi difendere non il merito della tua posizione, ma la tua persona, dimostrando di non essere un “cattivone” come Haider o Le Pen.
Il fatto è che quando ci sono dei dossier internazionali e degli interessi così grandi in gioco, arrivano spin doctor professionisti che sanno preparare le campagne giuste: e la stampa finisce per cascarci, ripetendo tutti i frame con una facilità estrema. È il discorso che lei faceva all’inizio: se siamo in democrazia, tendiamo a fidarci dell’autorità. Pertanto se il governo italiano, la maggior parte dei politici italiani, la Commissione Europea, il governo francese, gli Stati Uniti, l’FMI, la BCE; insomma, tutti ci dicono che l’euro va bene, allora anche i grandi giornali “istituzionali” tenderanno a percepire il messaggio e a rilanciarlo.
Io invece sono di un’altra scuola. Io cerco di capire se quello che viene proposto è giusto: e poi cerco di spiegarlo a miei lettori. Il che non vuol dire, naturalmente, ch’io non possa sbagliarmi».
Se dovesse scegliere un problema del mondo dell’informazione da cui cominciare per invertire una parabola che evidentemente è declinante, cosa sceglierebbe?
«Nel mondo dell’informazione in generale distinguerei almeno due problemi: da un lato c’è ovviamente il condizionamento esercitato dall’establishment o dal mondo politico; dall’altro lato, però, c’è anche il condizionamento economico: ossia, come si fa a fare informazione oggi? Se la pubblicità scappa, infatti, bisogna capire dove si ricava il sostentamento.
Oggi è difficile fare informazione in generale perché mancano le risorse. Il paradosso è che su internet si può avere anche tantissimo pubblico; ma, se si va ad analizzare il budget dei siti internet, per quanto di successo, si scopre che questi raccolgono una piccola parte della pubblicità e delle risolte che raccolgono altri media.
Questo è il problema principale: come far sì che un giornalista possa essere davvero libero, in modo che possa fare buona informazione. Lo strumento del blog – che io naturalmente apprezzo, essendo io stesso uno degli animatori della blogsfera – ha un grosso limite: non garantisce un’informazione costante e regolare. Il vero problema è dunque quello di mettere i giornalisti in grado di fare giornalismo libero e di qualità, di non essere completamente ostaggio delle leggi dell’audience. Tuttavia non saprei dire come: non ho una soluzione sicura».
Del nuovo sistema elettorale detto “italicum”, appena approvato e fresco della firma apposta dal Presidente Mattarella (che ha così sancito la definitiva sconfitta politica di quella minoranza PD che, paradossalmente, per la sua elezione si era tanto battuta), un paio di criticità non sono state rilevate – almeno per quanto io abbia potuto constatare. Non che non siano state avanzate obiezioni o che non siano stati intervistati costituzionalisti e altri studiosi decisamente contro questa legge elettorale. Tuttavia, in questo gran ballo di discussioni (sempre utile ad alzare polveroni che impediscono di distinguere bene cosa stia succedendo), mi pare siano rimasti sottotraccia alcuni elementi centrali.
Il primo problema è il meccanismo del doppio turno. Se nessuna lista prende almeno il 40% dei voti, infatti, è previsto un secondo turno di votazioni, un ballottaggio, tra le due forze che hanno ottenuto i risultati migliori. In entrambi i casi (che basti uno o che servano due turni) al vincitore va comunque il premio di maggioranza: 340 seggi, che costituiscono una maggioranza assoluta alla Camera dei Deputati.
Persino per alcuni critici questo sistema sarebbe indice di miglioramento rispetto al vecchio e incostituzionale porcellum, in quanto supererebbe una delle problematiche rilevate dalla Corte Costituzionale (la mancanza di una soglia precisa per il premio di maggioranza) e perché impedirebbe a una minoranza di diventare maggioranza. Entrambe queste argomentazioni, tuttavia, mi paiono errate. Al secondo turno, infatti, manca completamente alcuna soglia; mentre in un panorama politicamente frammentato, con un’offerta potenziale piuttosto vasta (data anche la soglia d’ingresso del 3%, che consente a molti piccoli partiti di poter aspirare ad entrare in Parlamento), il secondo turno si rivela una forzatura eccessiva, che rischia di produrre esiti assurdi.
A differenza di quanto avviene nel meccanismo elettorale francese (dove però il sistema di governo è presidenziale, cioè si elegge direttamente il Presidente della Repubblica), nell’italicum è espressamente “esclusa ogni forma di collegamento tra liste o di apparentamento tra i due turni di votazione”: cioè il ballottaggio si gioca esclusivamente tra i due partiti che hanno ottenuto più voti, senza poter ottenere endorsement da, o stabilire coalizioni con, le altre forze che sono rimaste fuori.
Facciamo un esempio concreto. Se fossero confermati gli ultimi sondaggi (prendiamo, tra le tante, le stime fatte da EMG Acqua per LA7) il PD, con il 34,8%, e il M5S, con il 23,1%, sarebbero i due partiti ad accedere al secondo turno di votazioni, dove in ballo è l’ambito premio di maggioranza. A questo punto chi aveva scelto altri partiti (Forza Italia, Lega Nord, SEL, centristi, comunisti, eccetera) avrebbe due opzioni: o non andare a votare, oppure scegliere uno dei due concorrenti rimasti come ripiego.
Nel primo caso potremmo assistere ad un’astensione record, nel secondo caso – soprattutto se il confronto elettorale sui media si facesse aspro – ad una chiamata alle armi contro il rivale che rischia di conquistare il potere. Formalmente, chiunque vincesse, l’elezione sarebbe perfettamente valida: tuttavia, da un punto di vista sostanziale, avremmo una forte delegittimazione del senso stesso della rappresentanza politica.
Un’alta astensione sarebbe fortemente compromettente. Ricordo che, per esempio, il 51% del 50% dei votanti corrisponderebbe al 25% dei voti: un po’ poco per parlare di grande legittimazione popolare. Allo stesso modo, anche nel caso di una buona affluenza, una campagna elettorale vinta dal M5S sfruttando l’astio contro i provvedimenti del governo Renzi, o, all’opposto, vinta dal PD sfruttando l’idea dell’inaffidabilità di Grillo e dell’inesperienza dei suoi, non sarebbe propriamente una netta investitura per il programma dei due schieramenti.
Non bisogna dimenticare che il vincitore, grazie anche al 60% di nominati, avrà a sua disposizione una schiera di fedelissimi pronti a votare a maggioranza assoluta qualsiasi cosa: e potrà farsi forza – c’è da scommetterci – anche di un risultato che formalmente, almeno al secondo turno, sarà di certo superiore al 50% (il 40,8% di Renzi sembrerà una cosa da dilettanti). Nella realtà, tuttavia, solo una parte molto minoritaria dell’elettorato avrà davvero votato un programma politico.
Il rischio sarebbe dunque quello di farci governare a maggioranza assoluta, con tutta probabilità per cinque anni interrotti, da un PD con solo il 34,8% dei voti, o da un M5S con solo addirittura il 23,1%. E potrebbe andare peggio. In linea teorica persino una Lega Nord con il 14,8% dei voti potrebbe andare al ballottaggio (e vincerlo). Un sistema assurdo, a fronte del quale dare il premio di maggioranza a chi raggiunge il 40% al primo turno sembra la cosa più sensata di tutte!
Il secondo punto è ancora più grave, benché sia molto più semplice. Nell’attesa di sapere come si comporrà il Senato, con la riforma costituzionale in discussione, nel frattempo sappiamo già che la Camera dei Deputati sarà saldamente in mano al partito vincitore: che esprimerà così, dunque, sia il governo e il premier, che il voto del Parlamento. Ad alcuni fini costituzionalisti è sfuggito questo lieve dettaglio: se esecutivo e legislativo sono in mano alle stesse persone, salta la divisione dei poteri.
Quali sono, infatti, le possibilità che il Parlamento si metta contro il premier? Realisticamente nessuna. Il candidato premier e gli altri capi del partito avranno imbottito le liste di loro fedelissimi: praticamente è lo stesso gruppo di potere che governa e si approva le leggi da solo.
Ricapitolando: manderemo al governo per cinque anni, come maggioranza assoluta pienamente legittima, con un esecutivo e un legislativo riuniti e quasi blindati, un partito che potrebbe aver preso anche solo il 25% dei voti. A questo punto manca solo il cartello: “AAA dittatore cercasi”.
La domanda è sempre la stessa. Chi troverà i 150 milioni che nei prossimi 5 anni serviranno a dare concretezza al nuovo piano industriale di Amiu? È evidente che le risorse pubbliche non possano bastare per le innovazioni tecnologiche necessarie a trasformare la partecipata del Comune di Genova da società di servizi a vera e propria società industriale. Nella tanto discussa delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate (che dovrebbe essere messa in votazione nel Consiglio comunale di martedì prossimo), come d’altronde già previsto nella delibera di novembre 2013, si fa esplicitamente riferimento all’ingresso di un partner privato: le modalità, però, restano tutte da discutere, soprattutto all’interno della maggioranza che (e non è certo una novità) non è compatta sul tema.
Decisamente più concordi sono tutti i consiglieri nel commentare positivamente le evoluzioni del piano industriale che Amiu ha presentato questa mattina in Commissione a Palazzo Tursi. «Nel piano industriale presentato in autunno – ha ricordato il presidente Castagna, intervenuto in Sala Rossa assieme al responsabile tecnico e progettuale di Amiu, ing. Cinquetti – delineavamo una serie di interventi da fare a Scarpino e ipotizzavamo un’evoluzione impiantistica ancora abbozzata. Sostanzialmente si lasciavano aperti alcuni scenari che, adesso, sono stati focalizzati».
Innanzitutto, si prova a mettere la parola fine sulla stabilità della discarica di Scarpino. «È stato realizzato – assicura l’azienda – un sistema completo, semi automatizzato e in tempo reale di monitoraggio con oltre 100 punti di misurazione. Bisogna dire con chiarezza che la discarica è ed è sempre stata stabile: l’unico problema riguardava il coefficiente di sicurezza, ulteriore garanzia di stabilità, che era sceso sotto il valore di legge».
In via di soluzione anche le problematiche riguardanti il trattamento del percolato e il bilancio idrico della discarica sestrese. «Sono state confermate le nostre supposizioni iniziali – spiega Castagna – e cioè che l’afflusso del percolato di Scarpino 1 è più del doppio di Scarpino 2. Il fondo della vecchia discarica non è stato impermeabilizzato e risente del flusso delle acque piovane». Per risolvere la questione, è stato messo a un punto un sistema di emungimento delle acque piovane e il loro drenaggio in versanti naturali. «Va ricordato – sottolinea Amiu – che nel 2014 sono piovuti circa 3200 mm di pioggia contro una media degli anni passati tra 1500-1700. Tenendo conto delle variazioni climatiche abbiamo realizzato un bacino supplementare di accumulo percolato per circa 2500 metri cubi e 10 serbatoi mobili (per un totale di 3 mila metri cubi). Inoltre, sono stati predisposti due piccoli impianti mobili di depurazione da 100 metri cubi/ora». Risultato: si aumenta del 40% la capacità di stoccaggio del percolato, precedentemente di circa 14 mila metri cubi e ora salito a 19500 mc.
Scarpino 3, la “nuova discarica”
Più interessante e delicata la questione che riguarda la realizzazione di un nuovo lotto di discarica che verrà inevitabilmente battezzato Scarpino 3 ed entrerà esclusivamente in servizio per le frazioni residuali di rifiuti non recuperabili. Il progetto, soprattutto in vista di una potenziale estensione del servizio di Amiu a tutto il bacino della Città Metropolitana, punta ad ottenere la disponibilità di oltre 1,3 milioni di metri cubi di nuovi spazi ma, al momento, l’autorizzazione è stata richiesta solo per 150 mila metri cubi. I nuovi spazi sarà indispensabili alla riapertura della discarica perché Scarpino 2 sarà chiusa e sigillata. Contemporaneamente dovrebbero partire anche i lavori per la definitiva impermeabilizzazioni di Scarpino 1.
Con Scarpino 3 si modifica parzialmente il ciclo dei rifiuti indifferenziati genovesi. Dal cassonetto verde arriveranno in discarica e verranno sottoposti all’impianto di separazione secco-umido. In Commissione è stato definitivamente confermato l’abbandono del progetto che preveda l’installazione degli impianti di separazione a Volpara e Rialzo: «A gara già fatta – ricorda Castagna – l’evoluzione normativa regionale ha imposto un cambiamento dell’impiantistica: a quel punto abbiamo deciso di sfruttare un’area interna a Scarpino per questo tipo di trattamento». Dopo la separazione, la frazione secca stabilizzata non entrerà nel giro della discarica, almeno in questa prima fase, e dovrà essere conferita fuori Regione a causa degli indici restrittivi imposti da via Fieschi per questo tipo di trattamento. L’umido residuale, invece, dopo essere stato stabilizzato, verrà abbancato negli spazi di Scarpino 3. La biostabilizzazione avverrà all’interno di una ventina di corridoi di cemento coperti da teli che consentono aerazione: un processo simile a quello del compostaggio domestico, che durerà circa una ventina di giorni per ogni ciclo.
La differenziata secca di qualità continuerà ad andare, invece, all’impianto di via Sardorella a Bolzaneto per essere opportunatamente selezionata e valorizzata prima della vendita sul mercato.
In questa prima fase, invece, continuerà ad essere conferito fuori Regione l’umido di qualità, proveniente dai cassonetti marroni. Un passaggio, quest’ultimo, che potrà essere internalizzato solo dopo l’entrata in funzione del biodigestore.
Il piano industriale di Amiu prevede poi l’inizio di una seconda fase, all’interno di questo processo di nuova vita del trattamento dei rifiuti genovesi, che potrebbe partire tra il 2017 e il 2018, ovvero quando verrà realizzato l’impianto per il recupero spinto di materia secca che interverrà dopo la separazione dall’umido del rifiuto indifferenziato. In questo caso, il materiale recuperato sarà venduto mentre gli scarti residuali potranno essere finalmente abbancanti a Scarpino 3, così come l’umido non di qualità.
A quel punto, per completare la chiusura del ciclo all’interno del territorio genovese e diminuire in maniera sempre più sensibile i rifiuti indifferenziati da abbancare in discarica, mancherà solo il biodigestore che dovrà trattare il materiale organico di qualità (quello raccolto nei cassonetti marroni), indirizzarlo all’impianto di compostaggio e vendere i prodotti sul mercato (gli scarti, invece, andranno a Scarpino 3). Ma dove verrà realizzato questo ormai famoso biodigestore? La scelta, come ricorda Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria, spetta al Comune: «Oltre alla ricerca delle risorse economiche e finanziarie per realizzare questo percorso dobbiamo per forza di cose risolvere il tema della disponibilità delle aree. Non tutte le innovazioni impiantistiche potranno trovare spazio a Scarpino: è indispensabile dare attuazione al recente accordo di programma siglato tra enti locali e sindacati, nel quale il Comune si impegna e risolvere la questione della scelta delle aree entro il 30 giugno. Solo una volta che avremmo definito le aree potremmo avere una più precisa definizione delle risorse economiche e degli investimenti necessari». Per il biodigestore il ballottaggio è sempre lo stesso: ex Colisa o Ilva. Tra meno di due mesi, finalmente, si avrà una risposta.