Mese: Agosto 2014

  • Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    Tiziano Fratus, il “cercatore di alberi”. La nostra intervista allo scrittore: «Prima di tutto, il mio orto…»

    ambiente-green-alberi-verde-parchi-natura-DIChi ama andare per boschi e montagne ha una luce speciale negli occhi, ne sono convinta, e sicuramente quella luce l’ho vista brillare negli occhi di Tiziano Fratus, poeta e scrittore bergamasco classe ’75, “cercatore d’alberi” – dal titolo di un suo libro – che è stato più volte ospite (l’ultima volta pochi mesi fa) anche del Festival Internazionale di Poesia di Genova.
    L’ho incontrato alla presentazione del suo ultimo libro, davanti ad un pubblico che ad un occhio inesperto poteva sembrare eterogeneo, ed era invece composto per la quasi totalità da appassionati ed esperti di montagne e piante. Fratus ha presentato il volume uscito il 5 giugno scorso per Laterza, “L’Italia è un bosco“.

    Non è affatto semplice intervistare Fratus, è difficile fermare il flusso discorsivo di questo scrittore-poeta che ti cattura per la passione, ma anche la cura e quasi il puntiglio con cui spiega la scelta di alcuni alberi e di alcuni luoghi inseriti nel volume, e più in generale l’idea che ha dato vita al libro stesso.
    Non solo un manuale, non proprio una guida, “L’Italia è un bosco” potrebbe essere una sorta di breviario da consultare prima di visitare una regione o di organizzare un trekking per conoscere un punto di vista inconsueto e cercare angoli inaspettati. Oppure un libro da leggere semplicemente per trovare, nelle lunghe fasi in cui si è incollati alla sedia della città, un respiro diverso, un balsamo per ammorbidire le giornate più aspre, quelle fatte solo di impegni, orari, ritardi e scontri.

    barbagelata
    Barbagelata (1120 m.s.l.m.) è il centro abitato più alto della provincia di Genova. Antico borgo contadino, oggi frazione di Lorsica, si trova fra la Val Trebbia e la Val d’Aveto. Il paese è celebre per la triste pagina nella storia della Resistenza quando venne saccheggiato e dato alle fiamme dai nazifascisti nella notte tra il 12 e il 13 agosto del 1944 come rappresaglia per l’appoggio degli abitanti ai partigiani.
    Il vicino passo della Scoglina collega le due valli ed è percorso da un’affascinante arteria stradale, la provinciale 56, immersa nel verde intenso dei bosch liguri.

    La nostra Regione, che come sappiamo di boschi è ricca (qui il nostro approfondimento dei mesi scorsi, realizzato anche con il contributo dello stesso Fratus, ndr), è più volte citata in quest’opera, dal castagneto del Bosco di Grau (Im) ai faggi monumentali di Mallare (Sv), mentre Genova è raccontata sia dai lecci storici presso Barbagelata in Val Trebbia sia dall’orto botanico dell’Università che ospita imperdibili sequoie monumentali. Più a levante, presso il cimitero di Allegrezze a Santo Stefano d’Aveto, le stesse sequoie sono ancora in formazione, ma altrettanto meritevoli di una visita.
    Dopo l’incontro abbiamo avuto modo di chiacchierare con l’autore, “homo radix” secondo la sua definizione, che si è invece dimostrato inaspettatamente esperto anche di vicoli e di mare. Ed anche aperto e chiacchierone, a dispetto dell’immagine che noi liguri abbiamo di chi va per boschi…

    Sembri a tuo agio in questa città, non sempre Genova cattura troppe simpatie al primo incontro…

    «No, voi avete un’opinione troppo severa della vostra città, che invece è molto bella ed è molto più di quanto non ci si aspetti da una città di queste dimensioni. L’unica cosa veramente pesante è il traffico, e le strade strette e difficili da trovare, soprattutto per noi abitanti della pianura… per quanto estrema».

    Estrema?!

    «Sì, nel senso che dove abito io (Trana, in Piemonte, a ridosso della Val di Susa) la pianura praticamente termina ed iniziano le Alpi. Ma ovviamente i nostri spazi di manovra sono infinitamente più ampi!»

    tiziano-fratusCome vive un “cercatore d’alberi”? Voglio dire, se il tuo lavoro è andare per boschi ad esplorare gli alberi, cosa che per noi significa vacanza, tu che fai nel tempo libero?

    «Veramente l’attività che mi viene in mente prima di ogni altra è il mio orto, semino, strappo erbacce e concimo: sono abbastanza fiducioso nei metodi naturali, sia per i concimi che per gli antiparassitari, ma poi ogni tanto anche io spruzzo qualcosa di chimico. A volte è l’unica alternativa ad abbattere la pianta stessa. Comunque amo anche il mare, ricordo che ai tempi del liceo andavo ogni tanto a Varigotti, da un amico che passava lì l’estate; ma conosco anche l’entroterra, e ne conosco bene la solitudine: gli abitanti sono molto molto diversi da quelli della costa, silenziosi, quasi selvatici».

    Per il tuo libro, “L’Italia è un bosco” ho visto che hai cambiato casa editrice. Come ti sei trovato con Laterza?

    «Quando ho pubblicato “Diario di un cercatore d’alberi” per Kowalski ero entusiasta della veste che hanno deciso di dare al volume, molto “pop” e piccolo abbastanza da essere portato in tasca durante le escursioni; ma per quest’ultimo libro, Laterza mi ha veramente coinvolto in tutto il processo decisionale. Sia nella scelta della dimensione, l’impaginazione, la copertina in stile quasi artigianale e poi, soprattutto, hanno inserito le foto, che per me sono essenziali ma che difficilmente gli editori accettano, perchè molto costose. Insomma, mi hanno dato fiducia e dimostrato di credere molto nel mio progetto».

    Hai realizzato un documentario con Manuele Cecconello ambientato fra le grandi sequoie italiane, hai in programma qualcosa di simile per il futuro?

    «Il prossimo passo sarebbe trarre un film da uno dei miei libri: chissà, forse non è un’ipotesi così azzardata… Basta aggiungere pochi ingredienti, se ci pensi la storia potrebbe esserci già. Ma non voglio dire di più, per ora non c’è niente di definito».

    Così abbiamo lasciato il nostro “homo radix” a godersi la frescura serale dei vicoli, mentre avevamo ancora negli occhi il profilo contorto di un pino mugo; certo prendersi il tempo per osservare un albero può essere un gesto poetico forse estremo, per le nostre vite frettolose ad occhi bassi. Ma sicuramente non un gesto inutile.

    Bruna Taravello

  • Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    Flussi migratori, analisi dei dati. Quanti sono i cittadini stranieri a Genova? Come e dove vivono?

    vicoli-immigrazione-d1A Genova quasi un residente su 10 è straniero. E per alcune nazionalità la città si conferma stanziale. Lo ha rivelato uno studio della Direzione Statistica del Comune che ha analizzato i flussi migratori degli ultimi venti anni. Complessivamente il numero di immigrati stranieri registrati dall’anagrafe di Genova è passato da 6.182 nel quinquennio 1993-1997 a 32.705 nel periodo compreso tra il 2008 e il 2012. Il numero di registrazioni è raddoppiato tra i quinquenni 1993-1997, 1998-2002 e 2003-2007, con un rallentamento negli ultimi cinque anni. Stesso andamento per quanto riguarda i nati stranieri nel Comune.

    Stranieri a Genova
    Clicca qui per accedere all’infografica completa

    Abbiamo analizzato questi dati insieme alla Direzione di statistica del Comune e al Centro Studi Medì.

    Gli stranieri residenti nel Comune, secondo il dato più aggiornato che ci ha fornito la direzione statistica (marzo 2014), sono 56.696, cioè il 9,5 % della popolazione complessiva (595 613, ndr).

    Perché una ricerca come questa e con quali fonti?

    Il comunicato del comune recita: “La  ricerca  su questa categoria di cittadini è finalizzata ad un approfondimento del fenomeno migratorio, per meglio comprendere quanto la città di Genova risulti stanziale o di transizione per gli stranieri  che arrivano  nel nostro territorio in funzione anche della nazionalità, del genere e delle fasce d’età. Si è cercato di comprendere quanto Genova è in grado di offrire (o è stata in grado di offrire)  alle persone straniere che l’hanno scelta per viverci”. Mariapia Verdona, direttrice della direzione statistica del Comune conferma che si è trattato di «una ricerca con lo scopo di capire quanto Genova fosse una città stanziale o solo di transito per gli stranieri che risultano residenti, come la presenza degli stessi sia diventato un valore o meno. Cercare di capire come funziona il flusso migratorio, capire chi si ferma nella nostra città e se esistono già le generazioni successive, ad esempio il dato relativo ai ricongiungimenti familiari può significare che chi è residente nel Comune si è stabilizzato ed è in grado di accogliere il resto della sua famiglia».

    Come in tutti gli studi della direzione statistica «Lo spirito delle pubblicazione – aggiunge Verdona – è fornire ai decisori degli elementi conoscitivi per meglio assumere delle decisioni. Sulla base di quelle che sono le problematiche a livello territoriale e ispirandosi al nazionale. Per meglio indirizzare tutti i servizi allo straniero, in questo caso».

    dati-permessi-soggiorno-stranieri-genova

    dati-stranieri-genova-attivita-lavorativeCome ci confermano sia la Direzione statistica che gli esperti del Centro Medì, il presupposto dal quale partire è che si tratta di dati che si prestano a più interpretazioni e che quindi è molto importante capire innanzitutto come leggerli. I dati analizzati provengono da fonti ufficiali, l’anagrafe comunale (dove ciascuno straniero e non, viene registrato, una volta residente sul territorio genovese), la Questura (per quanto riguarda i dati relativi ai premessi di soggiorno) e la Prefettura (riguardo ai ricongiungimenti familiari). A questi dati ne sono stati aggiunti alcuni forniti dalla Camera di commercio di Genova per meglio illustrare come gli stranieri si mantengono nel Comune quali sono le loro attività lavorative (vedi immagini).

    È stato fatto un lavoro manuale di ripulitura dei dati anagrafici, persona per persona, questo per arrivare ad un numero il più possibile corretto. Inoltre il censimento 2011 in maniera pressocché automatica ha ripulito ulteriormente il set di dati sui quali lavorare. Eliminando gli errori che un periodo così lungo di dati inevitabilmente porta con sé.

     Che cosa ci raccontano questi dati?

    Genova è una città nella quale la maggior parte degli stranieri trova una propria stabilizzazione. Lo testimoniano i numeri dei permessi di soggiorno, i ricongiungimenti familiari e le nascite. Genova è una città stanziale, cioè dove rimangono e dove vengono raggiunti dal resto della famiglia. «Negli ultimi anni si è calmierata l’immigrazione da Africa e Sud America ed è andata crescendo quella dall’Asia, Cina ed Est Europeo», conferma Verdona.

    Nell’ultimo quinquennio preso in esame 2008-12, gli europei costituiscono la prevalenza degli arrivi a Genova, seguiti dai cittadini di nazionalità sudamericana. Tra il 2008 e il 2012 è significativo anche l’arrivo di asiatici. La nazionalità maggiormente rappresentata rimane quella ecuadoriana.

    stranieri-emigrazione-genovaVa sottolineato che il fatto che l’analisi copra un arco di tempo lungo nel quale l’assetto dell’Unione Europea è cambiato ne consegue che alcuni dati vadano letti con attenzione. Interessante il dato degli stranieri che lasciano la città, attorno al quale sembra girare l’intera ricerca. Il numero è senza dubbio aumentato durante il ventennio, passando da 5.018 a 11.968. Ma la vera domanda che dobbiamo porre a questi dati è quella che ci suggerisce Andrea Tomaso Torre, del Centro Medì, l’esperto sottolinea subito che i dati di abbandono della città vanno letti in modo non superficiale. «È indubbio che, nell’ultimo quinquennio, vi siano stati dei movimenti di uscita, ma il dato importante in questo caso è che la maggior parte rimane sul territorio italiano (1 571) e molti (1 201) nei comuni limitrofi a Genova, questo può voler dire che la famiglia straniera si è stabilizzata, spostarsi nella provincia può significare aver trovato una situazione abitativa più economica ma continuare a lavorare a Genova ad esempio, questo significherebbe radicamento e non uscita dal territorio».

    In buona sostanza i dati ci dicono che chi lascia Genova non rientra in patria, ma rimane sul territorio italiano. A tutto questo va aggiunto un dato significativo: l’82% dei bimbi stranieri  fra 0 e 5 anni frequenta le scuole materne ed è nato in Italia, che tradotto vuole dire, che le loro famiglie si sono stabilizzate nel comune genovese. Basti pensare che tra il 2008 e il 2012, 3.059 stranieri hanno ottenuto la cittadinanza italiana, in primis ecuadoriani seguiti da marocchini e peruviani. Nel 2012 sono stati rilasciati 10.066 permessi di soggiorno.

     Come e dove vivono gli stranieri a Genova?

    stranieri-percentuali-municipi-genova«I dati della Camera di Commercio – aggiunge Torre –  confermano una diminuzione del lavoro dipendente a favore di uno autonomo e soprattutto negli ambiti dell’edilizia e costruzioni e in quello commerciale, questo dato può voler dire per l’edilizia in particolare, che in alcuni casi si tratta di finte partite iva (che in realtà lavorano come dipendenti) e per quanto riguarda le attività commerciali  il dato è più “vero”, l’offerta commerciale si è spostata e non è solo limitata al centro storico, così come la gamma di prodotti proposta, pare risponda a esigenze più ampie di mercato».

    I municipi Centro Ovest, Medio Ponente, Val Polcevera e Centro Est sono quelli con le percentuali più alte, ma la presenza straniera è presente in tutto il territorio metropolitano genovese. Insomma quel “1 su 10” con cui abbiamo aperto l’articolo trova conferma nei dati. Genova è una città nella quale lo straniero tende a stabilizzarsi.

    Concludiamo l’analisi dei dati con una precisazione. È chiaro che fino ad ora abbiamo parlato di dati statistici, è inevitabile che da questo resti fuori tutto ciò che ufficiale non è o non lo è ancora. Rimane insomma fuori un dato di presenza che secondo Torre, del Centro Medì, potrebbe corrispondere ad una percentuale fra il 5 e il 10 di irregolarità. «Bisogna tenere conto dei limiti che questi dati hanno, a volte ci sono stranieri in regola che non risultano residenti perché hanno contratti di seconda casa, ad esempio, oppure i minori sono registrati sul permesso di soggiorno dei genitori, quindi sfuggono al calcolo, bisogna sempre lavorare consapevoli di questo».

    Per chi volesse approfondire qui la ricerca completa.

    Claudia Dani

  • La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    La Bottega delle Favole, scrittori al servizio dei più piccoli. Fiabe su “ordinazione”, anche multilingua e in dialetto

    sceneggiaturaUno shop sul web per genitori in cerca di fiabe inedite e speciali da raccontare ai propri figli, La Bottega delle Favole, un progetto “made in Genova” di cui vi avevamo parlato circa un anno fa al momento del lancio. In 12 mesi il progetto è cresciuto e oggi vanta ben 24 fiabe pubblicate, scritte da 14 autori differenti. Inoltre, il progetto si è arricchito all’inizio dell’anno di una trasmissione radiofonica in onda sulla web radio “Fra le Note”, interviste e approfondimenti con scrittori e narratori; i podcast vengono successivamente pubblicati sul nostro sito e possono pertanto essere scaricati in qualunque momento.

    «La Bottega delle Favole non è solo un sito per genitori e bimbi in cerca di fiabe – racconta Anna Morchio ideatrice del progetto – ma è in primo luogo una piattaforma in cui il pubblico di chi racconta ed ascolta si può incontrare. Un piazza virtuale in cui le favole possano essere condivise. Alla base di tutto c’è la passione e il forte desiderio di non lasciare scappare i frutti della fantasia e dell’ingegno».
    Il 27 settembre 2014 a Genova nel quartiere del Carmine avrà luogo il primo festival della Bottega delle Favole, InCantaStorie 2014. Dalle storie cantate a quelle mimate, dalle marionette allo storytelling, dalle illustrazioni al diario di viaggio, dalla musica all’acrobatica.
    «Il festival InCantaStorie nasce dal desiderio di percorre i molti mondi della narrazione, i diversi linguaggi che essa utilizza per dare a ciascuno di questi rilievo specifico. Il Mercato del Carmine con le vie e piazze limitrofe accoglierà per un giorno intero artisti, cantastorie, narratori genovesi e non, con l’intento di trasportare i visitatori in un mondo fuori dal tempo dove i linguaggi si intrecciano e concorrono a creare una nuova realtà».

    image Gli artisti saranno più di 20 (la lista completa si può scorrere sul sito della Bottega delle Favole): «Partiremo la mattina con Aureliana Orlando di “Mamma, papà… giochiamo?” che ci insegnerà a giocare con i più piccoli costruendo insieme libri e storie con materiale riciclato, e finiremo a sera inoltrata con Nicola Camurri e con Marco Rinaldi che ci darà un anteprima del suo nuovo spettacolo Verde Oro. Nel mezzo avremo Elisabetta Orlandi che ci incanterà con le sue fiabe multilingue, Franco Picetti che ci accompagnerà per i vicoli della città al ritmo del rock dei carruggi, poi voleremo con la fantasia sui tessuti aerei del Circo Colibrì e delle sue allieve Lisa Bignone e Chiara Pontiggia, con il magico accompagnamento sonoro di Ciro Parisi.
    Ascolteremo una storia raccontata da Teresa Vatavuk in una lingua inesistente, mentre alcuni artisti dell’Anonima Illustratori ne faranno nascere in estemporanea, i personaggi e le ambientazioni con le loro matite.
    Ripercorreremo il viaggio di Lucio, Anna e Gaia, la famiglia del progetto Unlearning, giocheremo con il Favoliamo di Dadoblù, e tantissimi altri narratori, muovendoci in un ambiente molto speciale, Piazza del Carmine e le piazzette limitrofe, che accoglieranno anche storie di oggetti, grazie alle creazioni di diversi artisti che hanno fatto del riuso creativo la loro arte, tra questi Giulia Cavagnetto, Monica Colombara e l’associazione Sc’art, con i prodotti realizzati per il progetto “Creazioni al Fresco” dalle detenute dalla casa circondariale di Genova Pontedecimo»
    .

    imageMolto interessante l’aspetto legato all’apprendimento delle lingue. La Bottega delle Favole! Infatti, ha pensato per i più piccoli a fiabe multilingua e in dialetto genovese.
    «Per noi scrivono mamme e papà in egual misura, ma anche nonni – prosegue Anna – tra cui Claudio Pittaluga, il nonno che ha inaugurato la nostra sezione multilingue con le fiabe in italiano – genovese; insieme a lui opera Elisabetta Orlandi, che oltre ad essere bravissima nello scrivere favole, ed essere un’ottima narratrice, ha il dono di conoscere diverse lingue.
    A questa sezione teniamo molto, consapevoli dell’importanza dell’apprendimento delle lingue nell’età evolutiva e ritenendo più divertente farlo tramite le favole, canale naturale e preferenziale dei piccoli. In questo ambito siamo all’inizio ma abbiamo grandi progetti, il nostro sogno è di poter aprire le porte della Bottega delle Favole ad altre culture, accogliendo fiabe scritte da ogni ogni parte del mondo».

    L’altro aspetto caratterizzante del progetto, è come detto quello di “costruire fiabe su ordinazione” per eventi speciali. Chiediamo ad Anna come procedono le richieste e come viene organizzato il lavoro.
    «Le fiabe su misura sono un prodotto di altissima qualità che ci è stato richiesto come dono in occasioni speciali come le nascite, ma anche come regalo ad una persona amata. Alcune storie hanno il potere magico di spiegare situazioni complicate e di indirizzare verso il lieto fine anche nella vita reale».
    Così nello scaffale della Bottega troviamo ad esempio una fiaba scritta per raccontare ad una bimba nata prima del tempo la storia dei suoi primi mesi di vita, “Piccolo merlo senza uovo”, oppure una dedicata ad un bimbo adottato ed ai suoi genitori che sono “Saliti fin sulla luna” per poterlo stringere tra le braccia.
    «Insomma, le storie su misura sono storie ricchissime, che hanno tanto da dire, da queste possono nascere eventi a tema, ma anche laboratori creativi destinati alle scuole. Stiamo proponendo le storie su misura anche come forma di “slow marketing” alle aziende che hanno una storia da raccontare. Tutte quante vengono cesellate fino ad essere cucite ad hoc per il destinatario, racchiudendo in sé tutta la magia che una narrazione fatta con amore può contenere, ed a seconda del budget poi possono essere musicate, illustrate e perfino messe in scena in eventi teatrali!»

    Un regalo speciale per i lettori di Era Superba

    «Ci piacerebbe fare a tutti lettori di Era Superba un regalo speciale…». Una favola della Bottega in download gratuito per tutti i lettori di Era: vai sul sito, scegli la fiaba che vuoi scaricare e, una volta alla cassa, inserisci questo codice omaggio ERASUPERBA04147F5C. Sulla tua email riceverai il link per scaricare la fiaba, ascoltarla, stamparla e magari rilegarla in modo del tutto personale (è presente anche un tutorial con le istruzioni).

    Per maggiori informazioni e per dare il proprio contributo, per quanto riguarda la scrittura delle favole ma anche per sostenere il progetto attraverso la campagna crowdfunding, visitate il sito www.labottegadellefavole.it

  • Genova a luci rosse. Quando il sesso è divertimento, fra locali e scambi di coppie

    Genova a luci rosse. Quando il sesso è divertimento, fra locali e scambi di coppie

    luci-rosse-3Che come città sia un mortorio, chi scrive su Genova se lo sente ripetere talmente tante volte che inevitabilmente alla fine questo concetto diventa la base di partenza per ogni ulteriore valutazione. In effetti non si può certo parlare della Superba (ma a dire la verità neanche del resto della Liguria) come di un crocevia del divertimento, tantomeno come luogo di tendenza delle notti estive.

    Anche i turisti che arrivano a Genova e scelgono di fare una vacanza in una città d’arte, ospitati da una regione dalle bellezze naturali ben conosciute, forse apprezzano che non sia abitudine tirar mattina in branchi festanti e rumorosi, poiché la principale attrattiva resta il mare con i paesini arroccati sulle scogliere e le cittadine punteggiate da piccole spiagge.

    D’altra parte, Genova è famosa per essere bella ma austera, dedita al risparmio per quanto oggi si possa fare e con abitanti  poco inclini allo sperpero a qualsiasi età. Nei negozi non si vedono particolari eccessi di fantasia, oggetti e vestiti devono rispettare più i canoni della praticità e del facile abbinamento che seguire l’estro di stilisti perdigiorno e tiratardi (questo nell’immaginario del ligure doc).

    Una città seria, insomma, talmente seria che se dici “luci rosse” pensi al serbatoio di voti del Pci. Eppure in questa stessa città negli anni ’60 De André cantò la storia di Bocca di Rosa (che pare fosse di Milano e si facesse chiamare Marilyn,  mentre il trans Morena, morto ormai da più di dieci anni, era la “Graziosa” di Via Del Campo). E chissà se il giovane Fabrizio cercava emozioni forti o era solo curioso di un mondo che a lui, ragazzo dell’alta borghesia genovese, doveva sembrare lontano anni luce: e così  sembra  lontano anche a noi, che abbiamo percorso avanti e indietro vicoli e delegazioni, sulle tracce di una Genova a luci rosse che, come d’abitudine per ogni faccenda ligure, non si espone ed anzi, riserva solo agli iniziati la possibilità di uno sguardo a 360 gradi.

    Alla scoperta della Genova a luci rosse

    luci-rosse-2Punto di partenza obbligato, da 5 anni a questa parte, il negozio Melanie Brun Design for Sex: nato nel 2009 e dedicato a donne che vogliono oggetti, giocattoli  e capi sexy senza doversi nascondere nell’anonimato dell’on line, è diventato ormai un vero punto di riferimento per tutto quello che ruota intorno al sesso e all’amore. Conferenze, presentazioni di libri, corsi di seduzione e quant’altro: da qui sono passate autrici di teatro, scrittrici, psicologhe. Sonia, la titolare, illustra  la merce con allegra nonchalance quando vede i clienti perplessi sul reale utilizzo dei vari articoli, facendo apparire assolutamente normale che paperelle e rossetti abbiano un inatteso uso alternativo.

    Come mai la scelta di questo tipo di negozio a Genova? «Ero stanca di lavorare a Milano, volevo tornare a casa – racconta Sonia –e quando il mio fidanzato mi parlò di questo negozio che aveva visto a Barcellona, un sexy shop di classe  per signore, decisi di buttarmi nell’avventura. Sarà perchè siamo gli unici, sarà perché organizzo parecchie iniziative, ma gli affari vanno abbastanza bene: ovvi, la crisi si sente ovunque, ma un mercato così di nicchia è chiaramente meno sensibile di altri alle variazioni di spesa dettate dal potere di acquisto».

    Inevitabile chiederle anche chi sono le insospettabili genovesi che vengono ad acquistare corsetti, vibratori da passeggio e palline sexy: «In realtà lavoro molto sul passaparola, sulle mail che invio a chi è passato per qualche conferenza o presentazione e poi viene a comprare il completino per un’occasione speciale, oppure un oggetto per sé o per le amichePoi ci sono gli addii al nubilato, a volte la futura sposa viene accompagnata, inconsapevole, nel negozio dove si svolge un corso di camminata sui tacchi, oppure di fellatio, seguito da aperitivo e inevitabile fornitura di gadget “indispensabili” per ravvivare la vita matrimoniale. Riescono sempre delle feste molto divertenti, e quasi sempre grazie a Penelope, che durante l’anno tiene i corsi di seduzione qui nel negozio, corso base e avanzato, con grande successo di pubblico».

    Ascoltiamo allora anche Penelope Please, drag queen (miss Drag Queen Liguria 2011, ndr), cantante, dj nei locali ed insegnante di seduzione nei corsi di Melanie Brun: magari ci aiuta a seguire il filo dell’erotismo a Genova… «Sesso e divertimento sono pianeti che si incontrano raramente,  purtroppo per tutta la Liguria c’è pochissimo da dire ed ancor meno da fare, specialmente in alcuni periodi dell’anno». Ma è davvero così rigida  la vita dei genovesi, qualche guizzo fra i venti e i trent’anni, e poi brividi riservati agli incontri di calcetto e poco altro? «Beh non esageriamo! Qualcosa si muove nel sottobosco… i corsi al Melanie Brun ad esempio sono comunque sempre affollati e dobbiamo fare due serate a settimana; tra l’altro arrivano spesso mamme con figlia o zie con la nipote: a tutte le età si vuole e si può sedurre. Ma per il divertimento serale, i locali che ci sono in Toscana, e soprattutto in Emilia, dove al sabato sera la famiglia entra sapendo di trovare la serata divertente per i figli e piccante per i genitori, ecco quelli per noi sono un sogno…»

    Proviamo a verificare di persona, ci addentriamo nei locali “equivoci” come si diceva un tempo, partendo dalla Red Town (Sampierdarena!) e vediamo cosa ci aspetta. Per il divertimento gay friendly, il punto di riferimento è il Virgo Disco Club, frequentato anche dalle ragazze, mentre in estate il Banano Tsunami al Porto Antico organizza al sabato aperitivi LGBT (lesbian,gay,bisexual and transgender) in realtà divertenti per tutti.

    Per chi ama piaceri più forti c’è il Lussurian Genoa Cruising bar, dove si rimane vestiti solo per il tragitto verso gli armadietti in cui si depositano gli abiti. I locali di questo tipo vengono detti “cruising” perché le navi da crociera entrano in tanti porti senza mai sostare a lungo: la similitudine non è poi così oscura, e le serate proposte sono molte, dalla serata LMDV (la monta delle vacche, è un gioco di ruolo in cui semplicemente si sceglie se essere tori o vacche: e i ruoli NON sono intercambiabili) alla serata “Naked” sino a quella per single, ed il locale offre tutto quanto ci si può aspettare, dalla Dark room al Glory hole, in ambiente che dichiarano pulito e protetto. Ingresso riservato esclusivamente agli uomini, le donne solo in particolari serate lesbo dedicate, ed ovviamente occorre essere tesserati, come per tutti i locali di questo tipo, gay od etero: in tal modo si rafforza il concetto di “circolo” per i soli frequentatori, scoraggiando così la presenza di ospiti dediti in realtà più alla prostituzione che al divertimento. Il “cruising” o “battuage” (no, non è francese)  viene svolto anche all’aria aperta nella zona di Punta Vagno e sopra i giardini Coco, a pochi passi dalle Mura delle Cappuccine: ma questa è davvero un’altra storia.

    luci-rosse-4

    Anche  gli etero genovesi  però amano divertirsi, forse in maniera più riservata. Le proposte sembrano esserci e, sempre nella già citata Red Town, troviamo piccoli locali, spesso non proprio tranquilli, che offrono lap dance, privé non troppo costosi e poco altro. Talvolta, invece, solo macchinette e ragazze che si aggirano fra i tavoli, palesemente in cerca di clienti. Tuttavia sono locali che attirano più che altro gli habitueé e vengono spesso chiusi dalle Autorità per vicende di prostituzione al loro interno o per irregolarità varie ed eventuali:  in buona sostanza è difficile annoverarli nella mappa del divertimento trasgressivo. Si tratta di  locali non molto diversi da un night club, dove un single può bere, spesso neanche benissimo, può far due chiacchiere con una ragazza pagando 30 euro una bevuta di 20 minuti, ed in alcuni casi può appartarsi in un privé sempre con la stessa ragazza (pagando ulteriormente). Ne esistono un po’ in tutta la città, ma raramente attirano coppie: vi si incontrano allegri e rumorosi gruppi di ragazzi che festeggiano l’addio al celibato, qualche compleanno trasgressivo di quaranta/cinquantenni e poi uomini soli spesso in trasferta, desiderosi di far due chiacchiere con il miraggio di un incontro all’uscita.

    Per le coppie, se hanno voglia di qualche trasgressione e ritengono di non voler andare fuori città, che è in realtà il comportamento abituale dei liguri, qualcosa si può trovare. Noi abbiamo scovato solo due locali “ufficiali”, entrambi in Val Bisagno, dove le coppie “giocano” nel privé mentre nella zona discoteca l’ambiente illuminato suggerisce passatempi meno audaci.

    Gli ospiti possono usufruire dei vari salottini, della sala cinema, della dark room (dove si fa sesso senza vedere con chi, e “vale tutto”…) oppure della stanza sadomaso, con tutta l’oggettistica del caso e gli immancabili attrezzi a muro dove fissare le manette, far penzolare il partner legato, e quant’altro suggerisca la fantasia. Vengono proposte anche serate a tema, feste brasiliane, aperitivi trasgressivi e “gang bang” (una sola donna con un certo numero di uomini, dai cinque in su, diciamo…) ma in questi casi la presenza di professionisti del settore è frequente e quasi inevitabile.

    In questi locali il dress code è molto chiaro, veli, spacchi e brillantini sparsi ovunque per lei, camicia sudata e appiccicata (finché c’è) per lui. Età media parecchio alta, possibilità di mascherina per non farsi riconoscere dal commercialista o dall’ex compagno di scuola.

    Per meglio capire chi ama questo tipo di serate, abbiamo cercato qualcuno disposto a raccontare senza troppe remore come e perché si sceglie di passare una serata decisamente sopra le righe. Matteo, (nome di fantasia)  ha circa 40 anni, è dirigente, celibe. Ci parla della frequentazione di locali decisamente inconsueti con assoluta tranquillità ed appena un velo di malinconia negli occhi.

    Ti faccio una domanda che è d’obbligo, secondo me: tu  svolgi un incarico dirigenziale, non hai paura di esporti troppo frequentando questo tipo di locali? Voglio dire, se incontrassi qualcuno che conosci…

    «Premetto che ultimamente, essendo tornato single, non ho più avuto occasione di andare in questi club, che sono essenzialmente luoghi dove si fa scambio di coppie ma non solo: talvolta c’è la piscina e la musica da discoteca non manca mai, si può ballare e guardare gli altri come in qualsiasi locale. La differenza è che sai che, da qualche parte, ci sono delle stanze dove puoi appartarti con la tua compagna, da soli o con un’altra coppia o, al limite, con qualche “curioso” che guarda senza partecipare. Con la mia ex compagna spesso siamo andati fuori Genova perché i locali sono veramente più grandi e più belli, però…»

    … Però?

    «Però mi è capitato di andare con un’amica, ci siamo spacciati per coppia perché i single sono troppo penalizzati, il biglietto d’ingresso costa il triplo perché in realtà vogliono incoraggiare le coppie, noi single siamo tollerati e basta».

    Ma a Genova simili locali hanno successo? E chi li frequenta, almeno secondo la tua esperienza?

    «Spesso devo dire che ho trovato persone in città solo di passaggio. Poi ci sono gli habitué, non molti, che vengono spesso e volentieri e non sperimentano niente di nuovo, si appartano sempre con le stesse coppie. Infine ci sono i genovesi che capitano per qualche motivo, anche solo per curiosare, ma se si trovano bene e si divertono poi vanno fuori città perché  sono terrorizzati all’idea di incontrare qualcuno di conosciuto».

    Beh, imbarazzante potrebbe esserlo… 

    «E perché? Non vedo motivo di imbarazzo nell’avere un rapporto così bello e complice con la propria compagna o compagno, tanto meno nel “tradimento” reciproco e contemporaneo. Dovremmo imbarazzarci perché una sera si ha voglia di qualcosa di più divertente della solita discoteca in spiaggia?! Siamo seri, se uno ti vede nel club vuol dire che c’è anche lui, e per fare la stessa cosa; comunque, credetemi… tutti fanno lo stesso ragionamento e lasciano la città, così alla fine si rischia di incontrare a Milano o Torino chi si voleva evitare a Genova!»

    Quindi una coppia che decide di provare questo tipo di piacere, cioè fare sesso facendosi guardare o scambiando il partner con un’altra coppia lo fa perché è affiatata? Non è piuttosto un modo di tradirsi “controllato”?

    «Guarda, per mia esperienza, chi crede di salvare un rapporto in difficoltà facendo questo tipo di esperienza certamente avrà grosse delusioni. Non è raro veder scoppiare liti furibonde perché in realtà uno dei due non è convinto, o si ingelosisce se l’altro mette troppa passione nella cosa».

    Torniamo alle possibilità di successo di questi locali

    «Non è facile, ripeto, un po’ perché a Genova siamo rigidi e non ci sappiamo divertire, un po’ perché mancano fisicamente gli spazi per creare strutture belle ed ampie: sia i privé che i locali di lap dance sono piccoli, a parte che a me i lap dance non interessano…»

    luci-rosseMa che differenze ci sono tra locali lap dance e locali per scambisti? Voglio dire, non funziona che gli uni sono per la coppia e gli altri per il singolo?

    «Se si cerca di fare due chiacchiere, e basta, si va nel night o nel locale con lap dance: ma se vuoi veramente fare sesso o comunque quello sarebbe lo scopo, il privé è l’unica scelta possibile. Però, come ho già detto, costa tantissimo; se una coppia paga 50 euro in due d’ingresso, un singolo magari ne deve pagare 180 da solo, e non è detto che le coppie che sono all’interno vogliano giocare in tre, quasi sempre cercano un’altra coppia.
    Ma se sborsi tutti quei soldi poi vorresti la garanzia di far sesso, invece non sempre trovi qualcuno nella dark room o comunque disponibile. Nei privé, il codice da rispettare è questo: una coppia può andare ovunque a fare sesso, in due in quattro o in sei; un singolo può andare solo in particolari salottini detti “trio”, dove le coppie che si appartano sanno di essere guardate da uno o più singoli che raramente saranno accettati nel “gioco” in quanto lo scopo sarebbe un partner nuovo a testa. In ogni caso l’ultima parola spetta sempre alla donna, che con un semplice gesto può fermare il nuovo arrivato, o anche la nuova coppia: ed occorre rispettarne la volontà senza far storie, pena l’allontanamento dal locale».

    Ma a Genova esiste anche altro per divertirsi “sopra le righe”…

    «Certamente! Però sono tutte feste private, ci si deve conoscere bene, aver già avuto esperienze di scambio o comunque essere certi dell’assoluto silenzio sull’argomento, ospiti e invitati compresi. Questa non è una regola genovese, in tutto il mondo le feste trasgressive devono essere estremamente riservate; io ho partecipato ad alcune con persone veramente in vista, con ruoli di primo piano, in case molto lussuose. Ma all’esterno non deve trapelare nulla, questa è una delle poche regole imposte, ed è una delle più importanti».

    È per questo secondo te che in città non si parla mai di divertimento a luci rosse?

    «Gente che ha voglia di divertirsi ce n’è a Genova come altrove, siamo perbenisti, è vero, ma come tutti gli italiani; solo che noi in più pensiamo che buttare soldi per giocare con il sesso sia da matti, questo è il vero motivo per cui non abbiamo voglia di parlarne! Certo che a queste serate, sia private che nei locali, ho sempre visto gente di buona cultura e buon reddito, diciamo che non è un passatempo per chi tira a stento fine mese. Ma, sempre secondo me, sono soldi spesi bene perché si possono mollare i freni inibitori, ed è una cosa estremamente piacevole, anche utile per ricaricarsi».

    Insomma, detto alla genovese, mica si buttano le palanche in belinate. Quantomeno, non fino a quando non si potranno detrarre dalle tasse.

     

    Bruna Taravello

  • Paesaggi e luoghi della civiltà mediterranea: concorso fotografico internazionale

    Paesaggi e luoghi della civiltà mediterranea: concorso fotografico internazionale

    Siviglia, orto del Re MoroL’associazione culturale Algebar in collaborazione con la galleria d’arte genovese Spazio23, propone il concorso fotografico internazionale Paesaggi e luoghi della civiltà mediterranea, rivolto ad artisti professionisti, emergenti, appassionati, studenti italiani e internazionali per un’esposizione collettiva che rappresenti la dimensione rurale del paesaggio Mediterraneo.

    Il tema del concorso è il paesaggio mediterraneo nella sua dimensione storica e nella sua attualità, con particolare attenzione alla dimensione rurale. Tra i molteplici percorsi possibili, le immagini potrebbero raffigurare piccoli spazi rurali, quasi invisibili, sopravvissuti nelle pieghe delle aree metropolitane; paesaggi “liquidi”, l’olio, il vino, il mare e le acque in terraferma; spazi di vita, storie di uomini e animali.

    Il bando è aperto fino a venerdì 31 ottobre 2014. Si potranno inviare da 4 a 15 fotografie realizzate con una delle seguenti tecniche: fotografia digitale, analogica, polaroid, foto da cellulare.

    Le opere selezionate dalla giuria del concorso saranno esposte, a partire da dicembre 2014, in un’esposizione pubblica che si articolerà in diversi spazi della città di Genova.

    Algebar si è costituita a Genova nel giugno 2014 con l’obiettivo di contribuire a creare una comunità euromediterranea dialogante attraverso molteplici linguaggi e sistemi comunicativi (fra cui appunto il linguaggio fotografico) per sviluppare scambi di informazioni e di esperienze, per creare le condizioni di una comune progettualità.

    Il concorso è stato indetto grazie al contributo di Massimo Quaini, geografo e docente presso l’Università degli Studi di Genova.

    Per maggiori dettagli sul concorso e sulle modalità di partecipazione, www.algebar.org

  • Canto che è…una bellezza: quinta edizione del concorso canoro made in Sampierdarena

    Canto che è…una bellezza: quinta edizione del concorso canoro made in Sampierdarena

    canto-microfonoSono aperte le iscrizioni per la quinta edizione del concorso canoro made in Sampierdarena Canto che è….una bellezza, organizzato dal Circolo Arci La Bellezza e Marco Vacca.

    Si tratta di tre serate in programma in Largo Gozzano a Sampierdarena dal 28 al 30 agosto 2014, molto diverse fra loro, pensate per abbracciare diverse sfaccettature del mondo della musica.

    Una sarà dedicata ai cantanti classici, un’altra ai sosia e infine in una serata saranno protagonisti nomi importanti del panorama musicale cittadino. Il concorso è dunque rivolto a interpreti, cantanti, imitatori e l’anno scorso è stato insignito dal quotidiano La Stampa del premio come miglior spettacolo estivo della Provincia di Genova.

    Per contatti informazioni e iscrizioni rivolgersi al Circolo La Bellezza  348 2238325

  • Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    Arte e poesia di strada a Genova: in arrivo la mappa della street art cittadina

    street-art-writer-murales-CStreet art, graffiti, street action: ormai nel resto del mondo (Banksy docet) questo tipo di comunicazione artistica è stata sdoganata da qualsiasi pregiudizio ed è assurta a pieno titolo al rango di Cultura con la C maiuscola. La novità è che da qualche tempo questo approccio all’arte di strada sta diventando sempre più popolare anche nella refrattaria Italia, e nella ritrosa Genova. Lo dimostra la maggiore attenzione e sensibilità delle stesse amministrazioni locali, che iniziano (è il caso di Milano con Blu e altri) a ingaggiare writers famosi per decorare zone della città fatiscenti, organizzare esposizioni e supportare iniziative sul territorio.

    Festival Internazionale di Poesia di Strada: da Milano a Genova

    La street art tradizionale si evolve in forme di espressione più moderne e poliedriche, che declinano l’uso tradizionale della bomboletta in modi nuovi. È il caso dell’artista Pao e dei suoi panettoni-pinguino per le strade di Milano, o ancora dei geniali cartelli stradali di Clet Abrahams, in giro per tutta Italia (e non solo). Di esempi se ne potrebbero fare a bizzeffe, citiamo ancora, non a caso, Ivan Tresoldi (http://www.i-v-a-n.net). Ai più attenti alle novità della scena underground nostrana non sarà sfuggito questo  artista milanese, classe ’81, che da ormai oltre 10 anni con le sue “scaglie” si è imposto sulla scena artistica mondiale: chi frequenta Milano, dalla Darsena ai navigli, avrà notato le sue poesie, brevi frasi sparse in giro per la città, come piccole perle nascoste (“chi getta semi al vento farà fiorire il cielo” o “Il futuro non è più quello di una volta”). Con le sue scaglie Ivan ha il merito di aver aperto il fronte della Poesia di Strada e di aver riportato in auge la poesia, che oggi pare (il mercato editoriale parla chiaro) dimenticata, obsoleta, superata.

    Proprio da una sua idea, nel maggio 2013 si è svolto a Milano un primo sperimentale Festival Internazionale della Poesia di Strada. Una tre giorni di eventi, con decine di poeti di strada da tutta Italia, slam, performance e musica, all’interno del Cs Cantiere ma soprattutto fuori, per le strade della città. L’esperienza ha avuto successo e si è scelto di ripeterla anche nel 2014, questa volta a Genova: sabato 17 e domenica 18 maggio, il capoluogo ligure ha ospitato la seconda edizione del Festival, che ha preso per l’occasione il nome di PAGE – Public Art in Genoa.

    La street art a Genova, l’esperienza di PAGE

    Durante PAGE, sono stati scelti simbolicamente per essere invasi da poesia e colore i quartieri di Prè, Ghetto e Maddalena. Daniela Panariello, una delle organizzatrici di PAGE, ci spiegava qualche tempo fa: “L’idea di PAGE, come dice il nome, era quella di vedere la città come una pagina da ri-scrivere: non qualcosa di totalmente vuoto e da riempire, ma una uno spazio che ha già una propria storia e va ripensato”.

    PAGE ha travolto la città con performance di poeti urbani che hanno scelto le saracinesche del centro come spazio in cui trascrivere le loro emozioni. Hanno partecipato oltre 40 poeti da tutta Italia, ciascuno condividendo parole e colori per scrivere una nuova pagina di poesia collettiva (tra i vari, Fischidicarta, Francesca Pels, Ste-Marta, Mister Caos, lo stesso Ivan Tresoldi, Poesie Pop Corn). Si è trattato di un evento totalmente auto-prodotto: gli artisti si sono inoltrati nel cuore pulsante dei caruggi “zeneizi” e hanno colorato le saracinesche del centro, terminando il percorso nel Ghetto e anticipando l’inaugurazione di Piazza Don Gallo.

    Dopo PAGE, le iniziative per la rigenerazione dello spazio urbano

    L’iniziativa ha avuto un valore sociale di rigenerazione dello spazio urbano: lo scopo era quello che, dopo questi due primi progetti pilota, si potesse estendere questa formula ad altre città, rendendole più cosmopolite (sul modello di Berlino, con la East Side Gallery e la Tacheles, e di Parigi, con La Tour 13). E così è stato: dopo PAGE, ora Genova sta realizzando una mappatura della street art sul territorio cittadino per l’avvio di uno “street art tour”, che sarà inserito all’interno di una mappa internazionale online. La mappa sarà visibile sul blog aperto solo qualche giorno fa http://pagenova.wordpress.com. L’itinerario artistico, rivolto a un turismo giovane e dinamico, sarà reso possibile grazie al lavoro degli organizzatori di PAGE, in collaborazione con altre realtà locali e non, come i ragazzi di Trasherz Organisation di Sampierdarena. Per il momento la mappa comprenderà i lavori realizzati nel corso del festival PAGE di maggio, ma sarà costantemente arricchita, andando ad elencare nuovi progetti.

    «Gli street art tour ormai sono abbastanza comuni nelle capitali europee – racconta Daniela Panariellovogliamo iniziare a importali anche in Italia, per svecchiare il turismo nostrano e valorizzare non solo i reperti antichi ma anche le nuove espressioni, che sono opere d’arte a tutti gli effetti. Ci piaceva partire da Genova, la città più “vecchia” d’Italia in termini di età media, per attirare giovani visitatori in zone solitamente meno battute ma piene di valore sociale e culturale».

    Inoltre, prevista anche la proiezione di video sulla street art alla Maddalena, in collaborazione con il Teatro Altrove. Saranno presenti anche artisti, esperti, critici, per avviare un dibattito attorno all’argomento: il tutto, entro novembre.

     

    Elettra Antognetti

  • Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Biennale della prossimità, impegno civile e cittadinanza attiva: a Genova oltre 70 associazioni

    Piazza-lavagna-vicoli-centro-storico-D2Sempre di più nella società contemporanea avvertiamo problematiche e disagi a livello sociale, talvolta impensabili fino a qualche decennio fa: dal problema del diritto (spesso negato) alla casa, al diritto al lavoro, alla tutela dei consumatori. Si tratta di tematiche che siamo spesso impreparati ad affrontare, in una società che tende all’individualismo e all’esclusione, con un’amministrazione pubblica occupata a risolvere ben altri problemi. In questo contesto, forse molti di noi non si sono accorti che, per dare un risposta a questi bisogni, da tempo sono sorte associazioni locali no-profit e interessate al sociale, che lavorano in sordina e arrivano laddove chi ci amministra non riesce ad arrivare.

    Per rendere noto il lavoro di questi volontari, in autunno a Genova si svolgerà la prima edizione dell’evento nazionale “Biennale della Prossimità”. Si tratta di una manifestazione di 3 giorni, dal 10 al 12 ottobre, in cui per le vie del centro storico si altereranno incontri e convegni, e soprattutto tanti giochi, momenti ludici e di divertimento organizzati dalle oltre 70 associazioni partecipanti, provenienti da tutta Italia.

    L’iniziativa è stata promossa dalla Rete Nazionale per la Prossimità, un network di organizzazioni nato nel 2013 per la promozione della cittadinanza attiva, e di cui fanno parte il Consorzio Nazionale Idee In Rete, ISNet – Spesa Utile, Fondazione Ebbene, Social Club Torino, Social Club Genova, Consorzio Emmanuel – Emporio solidale Lecce.

    Ma cos’è nello specifico questo evento? E perché il nome “Biennale della Prossimità”? Ne parliamo con Sergio Revello, dell’associazione Co.Ser.Co. «Un appuntamento dedicato alle comunità locali, alle persone e alle loro esigenze, in ottica di “prossimità”. Durante la Biennale ci domanderemo come andare incontro ai bisogni sociali e proveremo a fare retePerché a mio avviso sulle tematiche del terzo settore non c’è la giusta attenzione da parte delle istituzioni. C’è stata prima una disaffezione culturale, poi una conseguente riduzione di fondi. Sono cambiate le priorità: non interessano i temi collettivi ma quelli privati».

    «Avremmo potuto chiamarla Biennale dell’impegno civile, della cittadinanza attiva o dell’auto-organizzazione, ma cercavamo qualcosa di più immediato anche per i non addetti ai lavori, qualcosa che non andasse spiegato: tutti sanno cosa significa “prossimità”. Il senso è di valorizzare la cooperazione volontaria e la mutualità, senza delegittimare le istituzioni, che devono svolgere il loro lavoro nel terzo settore senza trascurarlo come spesso fanno».

    L’idea è nata prendendo atto del fatto che «ci sono molte realtà del terzo settore che svolgono un ruolo di supplenza dello Stato, per quanto riguarda i diritti dei cittadini e i bisogni dei quartieri. Così abbiamo pensato di organizzare un momento di incontro tra soggetti come coop sociali, associazioni di volontariato e di promozione sociale. Oggi, infatti, queste realtà si accollano compiti più grandi delle loro reali possibilità: ci sono così poche iniziative nel terzo settore finanziate dalle amministrazioni locali che sono come una goccia nel mare. Il grosso del lavoro è fatto dalle associazioni, spesso senza finanziamenti e in autonomia totale. È anche difficile fare rete tra noi operatori perché siamo dislocati sul territorio e non disponiamo di grandi mezzi. Per questo, la Biennale dovrebbe servire ad avvicinarci e favorire lo scambio di idee, esperienze, progetti».

    I tre giorni saranno articolati in 4 aree tematiche. «La prima, dedicata al lavoro, alle innovazioni e alle nuove modalità di organizzazione, dal coworking alle altre forme di aggregazione. Si parlerà anche di inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati e di tutto quello che ruota attorno a questo mondo. In secondo luogo, ci occuperemo di territorio: la visione urbana e il miglioramento della vivibilità dei quartieri. Contestualmente, si parlerà anche di diritto alla casa e risposta a bisogni concreti, con il coinvolgimento, tra le altre, delle associazioni genovesi legate alla situazione della ex Caserma Gavoglio e alla Val Bisagno».

    Terzo tema, i consumi sostenibili: «oggigiorno è difficile consumare prodotti di qualità perché in molti non se lo possono permettere. Per questo promuoviamo la conoscenza di gruppi d’acquisto e ambulatori sociali d’acquisto a prezzi calmierati, che garantiscono un buon rapporto qualità/prezzo». Da ultimo, la Biennale si occuperà di bisogni sociali, tossicodipendenze, disagio mentale e inclusione. «Si tratta di problematiche per cui c’era più attenzione in passato, a partire dagli anni ’70; ora, invece, sembra ci siano altre priorità e meno risorse, e per questo passano più inosservate».

    Dove si svolgerà la Biennale

    Piazza Banchi«Per ogni tematica, una location: Loggia dei Banchi sarà dedicata al tema del lavoro; alla Maddalena si parlerà di territorio; ai Giardini Luzzati di consumi; infine, alla Commenda di Pré, Santa Brigida e Via del Campo di inclusione. Abbiamo voluto privilegiare spazi aperti, invece dei soliti luoghi per convention e dibattiti, per aprirci alla cittadinanza e cercare un approccio diverso da quello tradizionale. Ci sarà un momento più convenzionale venerdì, il primo giorno, con discorso inaugurale e pres

    entazione delle associazioni; sabato e domenica, invece, ci saranno stand fieristici in giro per il centro. Daremo spazio a giochi, danze, performance in strada: ciascuno sarà libero di raccontare il proprio impegno sociale nel modo che gli è più congeniale, coinvolgendo i cittadini. Il nostro modello è quello del Festival della Scienza».

    Un evento ancora più importante perché di rilevanza nazionale… «Sì. Le 70 associazioni partecipanti provengono da 15 regioni d’Italia. Molte sono genovesi (come Yeast, Ama, CoSerCo, Il Laboratorio, Comunità di San Benedetto ecc., n.d.r.) o di aree limitrofe perché hanno budget ridotti e poca disponibilità di spostamento. Siamo contenti di poter ospitare un evento di questa portata».

    Come mai è stato scelto proprio il capoluogo ligure come sede? «Per due motivi: prima cosa, per la caratteristica urbanistica e sociale del centro storico, che tende a favorire l’inclusione identitaria, il recupero della dimensione comunitaria e nutrirsi della diversità, mantenendo caratteristiche non alienanti. Inoltre, c’è stata la richiesta di molti partner nazionali di ambientare l’evento a Genova perché è una realtà paradigmatica: a fianco di istituzioni autoreferenziali, trovano spazio tanto piccole iniziative volontarie, comitati di quartiere, associazioni no profit, ecc. Da Prà, al Lagaccio, a Molassana, passando per la Maddalena, non mancano iniziative spontanee e tentativi di fare rete per rispondere a bisogni contingenti. Genova in questo senso è molto più sviluppata di altre città italiane, in cui i bisogni sono gli stessi ma la capacità di aggregarsi è più arretrata. Ci sono qui realtà che si danno molto da fare: i Giardini Luzzati sono già consolidati, i Giardini di Plastica stanno emergendo, e ce ne sono moltissimi altri. Siamo una città effervescente e attiva».

    La Biennale sarà interamente auto-finanziata e non godrà di sostegno economico da parte degli enti pubblici. «Non percepiamo soldi pubblici, è un evento volontario e auto-finanziato dalle stesse associazioni, che per partecipare versano una quota di 100 euro a testa. Essendo 70 in totale, abbiamo un budget di 7 mila euro: lavoriamo a costo zero, visto che di norma per un evento del genere si dispone di cifre di 100 mila euro. Gli allestimenti saranno spartani, la comunicazione esterna nulla (ad esclusione dei social, Radio Gazzarra e altre due radio del sud che trasmetteranno la diretta degli eventi)».

     Il programma completo degli eventi è disponibile cliccando qui

    Elettra Antognetti

     

  • Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Comune di Genova, SOS risorse insufficienti: da Roma oltre 123 milioni in meno in quattro anni

    Veduta notturna del Centro Storico di GenovaChi ricorda le roventi giornate che 12 mesi fa avevano portato con molte difficoltà all’approvazione del bilancio previsionale per il 2013, con le proteste dei lavoratori delle partecipate e i prolungati scioperi dei lavoratori di Amt, sarà rimasto stupito dalla velocità con cui le operazioni sono state condotte quest’anno (qui l’approfondimento). Il presidente del Consiglio comunale, Giorgio Guerello, memore del passato, si era cautelato convocando quattro giorni consecutivi di seduta ordinaria ma ne sono bastati appena due.

    Tuttavia, il rischio di percorrere sentieri irti e lastricati di ostacoli non era così remoto: il clima, infatti, tra contrasti interni alla maggioranza e opposizioni sul piede di guerra per la delibera di indirizzo sul nuovo ciclo dei rifiuti (qui l’approfondimento) che, appunto, ha anticipato di una settimana la discussione sul bilancio, era tutt’altro che sereno. Ma archiviata, almeno temporaneamente, la questione Amiu e fronteggiate le manifestazioni di dissenso dei cittadini della Valbisagno che chiedono la chiusura del sito di Volpara, i toni sono di colpo tornati più pacati. Come d’incanto la maggioranza è parsa quasi ricompattarsi e l’opposizione, almeno per qualche giorno, è come se si fosse quasi dimenticata di essere tale (tanto che lo sforzo di Alfonso Gioia di preparare moduli prestampati per presentare infiniti emendamenti alla delibera sul bilancio ha dato pochissimi frutti). La verità, molto probabilmente, sta piuttosto nel fatto che i continui tagli dello Stato non hanno lasciato grandi possibilità di manovra alla Giunta e, altrettanto probabilmente, era molto difficile proporre qualcosa di concretamente diverso rispetto al lavoro presentato dall’assessore Miceli.

    Ma anche una discussione così rapida e indolore come quella di quest’anno ha i suoi retroscena, come ci ha raccontato il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani, proveniente dal vasto universo del Terzo settore e molto attento alle dinamiche economico-finanziarie che si discutono in Sala Rossa.

    La discussione sul bilancio è stata molto rapida, segno che eravate tutti d’accordo o che non si poteva fare diversamente?

    «In realtà, si è molto discusso sia in Commissione sia in maggioranza (ma anche fuori dal Consiglio) circa la data in cui chiudere il bilancio “preventivo”: siamo arrivati anche quest’anno alla fine di luglio, in effetti un po’ tardi. Andare avanti in dodicesimi genera instabilità nella gestione, rende difficile pianificare e programmare ma una cosa è sicura: costruire bilanci senza poter contare su entrate certe è impossibile».

    Ancora una volta “colpa di Roma” quindi…

    palazzo-tursi-sindaco-doria-gonfalone-D«Non si può costruire un bilancio se non c’è certezza delle entrate e il governo prontamente non si è smentito. Sul punto di chiudere il bilancio, infatti, si è aperta la questione dei soldi necessari per trovare la copertura per il D.L.66 di Renzi (i famosi 80 euro, ndr). Cambiano i governi ma non cambia la tendenza a scaricare i costi delle “manovre”, prima con i tagli dei trasferimenti poi attraverso il minor gettito fiscale, sugli enti locali che erogano servizi ai cittadini. Anche quest’anno abbiamo avuto l’ennesima partenza ad handicap: rispetto al bilancio 2013, ci sono mancati altri 13,5 milioni (-5,7 di spending review, -3,8 di patto di stabilità, -5,7 di  irpef, il già citato D.L. 66) a cui si sono aggiunti i 5 milioni dell’accordo con AMT del dicembre scorso, per un totale di 18,5 milioni di euro. L’effetto combinato di patto di stabilità, minor gettito (che si traduce in tagli occulti) e mancati trasferimenti, genera una situazione molto grave per gli enti locali. Molte centinaia di Comuni sono in fase di pre-dissesto o addirittura in dissesto; in questa situazione è del tutto paradossale che uno Stato che produce circa 52 miliardi di debito (mentre il sistema dei Comuni nel suo complesso genera un saldo positivo di amministrazione pari a 1,7 miliardi) continui a pensare di poter far cassa risucchiando risorse dal territorio».

    Si parla sempre di tagli ma mai di quanto, invece, servirebbe per poter amministrare con serenità una città. Quanti soldi servirebbero ogni anno a Genova per garantire tutti i servizi?

    «La conferma che le risorse a disposizione per il nostro Comune sono ampiamente insufficienti non viene questa volta da valutazioni basate sul buon senso o sulla constatazione del sempre più evidente allargamento della forbice tra bisogni e risorse disponibili, ma dall’analisi del “fabbisogno standard” voluta dal Governo (con la nuova riforma del titolo quinto). Secondo queste stime, fondate sull’idea che sia necessaria una più equa distribuzione delle risorse basata su criteri di equità e di efficienza (in funzione degli effettivi bisogni), Genova è al terzo posto nella classifica dei capoluoghi di Regione che “vantano” un delta negativo fra spesa storica e fabbisogno reale. La spesa storica pro-capite per i servizi a Genova si attesta intorno agli 821 euro, viceversa il “fabbisogno standard” (stabilito in modo rigoroso in funzione di un’analisi che tiene conto del territorio, della popolazione e dei problemi sociali) si attesta intorno ai 905 euro, quasi il 10% in più. Ciò significa che al bilancio di Genova mancano almeno 84 milioni di euro».

    Com’è possibile, allora, che i libri contabili di Tursi non siano ancora stati portati in Tribunale?

    «Anche quest’anno il Comune di Genova ha difeso con i denti la spesa in servizi, il che per certi versi è un miracolo. Quando nel novembre 2010 ero dall’altra parte, in piazza, a manifestare con il terzo settore contro la giunta Vincenzi per i paventati tagli al welfare, si facevano i conti con la prima spending rewiev di Tremonti; sono passati quattro anni, nel frattempo questo Consiglio ha chiuso tre bilanci e da allora si sono volatilizzate risorse (per mancati trasferimenti dallo Stato) per ben 123 milioni di euro, l’equivalente della spesa necessaria per sostenere tre volte l’intero sistema dei servizi sociali cittadini (pari a 41 milioni di euro). A dispetto di tutto ciò, le spese per le direzioni, il plafond di “spesa corrente” (forse con l’eccezione della cultura ma speriamo di poter reintegrare le risorse grazie al contributo degli sponsor) non è stato tagliato: dal punto di vista amministrativo e gestionale si tratta di un grandissimo risultato di cui bisogna dar merito alla giunta e al sindaco perché non era affatto scontato e perché è figlio di una forte intenzionalità politica».

    Come si è costruito questo “piccolo miracolo”?

    «Riducendo i costi. Le leve su cui si è intervenuto per mantenere il sistema in equilibrio sono sostanzialmente tre. La prima è l’attuazione di una spending rewiev interna: si è cercato di tagliare le spese considerate inutili o non prioritarie con risultati a volte controversi come il mancato finanziamento dell’authority dei servizi pubblici locali, dove il must del risparmio ha prodotto una decisione priva della necessaria condivisione tra giunta e Consiglio comunale. Ma la voce che ha influito maggiormente sul bilancio è stato il taglio dei costi del personale: attraverso il blocco del turn-over, il personale del Comune di Genova si è assottigliato di più di 300 unità con un risparmio di circa 33 milioni di euro; il trend non è destinato ad arrestarsi poiché sono previsti 116 pensionamenti anche per l’anno in corso. La terza voce che ha contribuito al risultato è la riduzione degli interessi passivi a carico dell’ente, legata a una progressiva riduzione del debito (viaggiamo intorno ai 1250 milioni, ma in questi ultimi quattro anni il debito si è ridotto di 120 milioni) che determina una minore incidenza dei costi necessari per  finanziarlo (-15 milioni).

    Sembrerebbe quindi tutto in perfetto equilibrio. Dove sta il trucco?

    Economia«L’insieme di queste operazioni – è vero – tiene il sistema in equilibrio ma il blocco del turnover, ad esempio, che come dicevo prima produce una forte riduzione della spesa per il personale, non ha solo effetti positivi: ci sono settori in cui l’assenza di risorse comincia a pesare e che dovrebbe essere affrontata attraverso una maggiore mobilità; inoltre, la mancata immissione di lavoratori giovani nel sistema porta a un innalzamento dell’età media del personale. A fianco alla mera riduzione dei numeri si è però assistito anche a un’operazione di complessiva riorganizzazione e razionalizzazione della struttura che ha influito anch’essa positivamente sui costi: la riduzione delle direzioni (da 9 a 2), del numero dei dirigenti (-19 unità) associato al taglio dei premi (con un risparmio di circa 1,8 milioni), l’azzeramento delle consulenze (da 80 sono scese a 5 nel giro di tre anni e a costo zero perché interamente finanziate con risorse esterne). La riduzione delle posizioni organizzative (- 66 unità) non ha invece inciso sul bilancio ma ha comunque prodotto un discreto risparmio che è stato investito a vantaggio di una ridistribuzione più equa dei redditi all’interno del personale del Comune a beneficio dei salari più bassi, i più penalizzati dal blocco della contrattazione collettiva, con un aumento di 200 euro lordi».

    Che cosa ci aspetta per il futuro? Anche nel 2015 il bilancio previsionale arriverà nella seconda metà dell’anno?

    «A dispetto dei risultati conseguiti dal Comune di Genova, il quadro per l’anno prossimo resta comunque molto incerto perché, ad esempio, non vi è nessuna garanzia che il fondo di compensazione che ha permesso quest’anno di far fronte al minor gettito derivato dalle entrate tributarie (Imu e Irpef)  per 40 milioni sia confermato anche per l’anno prossimo. Si partirebbe così con l’ennesimo taglio di risorse che si andrebbero ad aggiungere ai 123 milioni ricordati sopra».

    Una cifra mostruosa, pari più o meno a quanto viene investito ogni anno nel sociale. C’è una via d’uscita?

    «La progressiva e tanto decantata tendenza alla cosiddetta “autonomia finanziaria” dei Comuni ha già prodotto come esito il dato che ormai, già ora, circa il 71% della spesa è sostenuto dalle risorse della comunità locale (mentre invece lo Stato contribuisce solo per il restante 29%), ma se venissero a mancare anche questi quaranta milioni, la sproporzione fra risorse che vengono dai trasferimenti e risorse proprie aumenterebbe ulteriormente, riducendo il contributo dello Stato a circa un quinto delle risorse complessive per la gestione della pubblica amministrazione con il risultato indiretto di determinare il rischio di un ulteriore inasprimento della fiscalità locale».

    Insomma, il Comune risparmia ma i genovesi continuano a pagare sempre di più.

    «Nonostante gli sforzi, l’obiettivo della “stabilizzazione” rischia di non essere conseguito e si può definire anche questo come l’ennesimo bilancio di transizione. Qual è la sfida che abbiamo davanti? Se, come sembra, ci troveremo anche l’anno prossimo a fare fronte a un ulteriore taglio drastico delle risorse, per mantenere l’equilibrio della spesa bisognerà mettere mano a tutti i “nodi” che fin qui non sono venuti al pettine, primo tra tutti quello delle partecipate, ma a questo punto con pochissimi margini di mediazione».

    Ancora le società partecipate… Ci spieghi meglio.

    Corso Europa«Il “sistema Comune” conta 10500 addetti (5800 dipendenti comunali e 4700 delle partecipate) ed è sicuramente la principale impresa di Genova. Le aziende partecipate forniscono ai cittadini i servizi di cui hanno bisogno e per questo motivo vanno difese: in definitiva, sono anch’esse un “bene pubblico”. Ma la gestione di queste aziende deve essere improntata alla trasparenza, all’efficienza e il costo del servizio reso deve essere il più coerente possibile con il diritto dei cittadini utenti a vedersi offerte prestazioni di qualità al costo più conveniente. Ciò sia in considerazione del fatto che queste aziende non devono produrre profitto e che quindi hanno un grande “vantaggio competitivo” rispetto a un privato, sia perché, in una fase in cui le risorse su cui può contare l’amministrazione pubblica sono limitate al punto di dover contrarre i servizi ai cittadini, le inefficienze e gli sprechi, dovunque alberghino, sono moralmente inaccettabili».

    Ma senza privatizzazione da dove si attingono le risorse necessarie?

    «Non vogliamo passare alla storia come i “curatori fallimentari” delle aziende pubbliche. Per questo motivo stiamo cercando faticosamente di riequilibrare costi e ricavi, di riorganizzarne la gestione, con l’obiettivo strategico di rimetterle in equilibrio ma la strada è ancora lunga. Non è detto però, questa è la nostra speranza, che, in prospettiva, attraverso opportune politiche industriali, processi di razionalizzazione e di riordino, queste aziende possano tornare ad essere risorsa e, alcune di esse in particolare, non possano addirittura restituire “utili” al Comune come succede in altre capitali europee».

    La strada, probabilmente, proverà a tracciarla Amiu con il nuovo piano industriale ma a quel punto la discussione su costi ed investimenti siamo certi che tornerà ad infuocare il dibattito politico anche in Sala Rossa. Insomma, godiamoci la quiete estiva finché durerà.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Amt e la nuova Agenzia regionale per il trasporto pubblico, un 2015 all’insegna dell’incertezza

    Amt e la nuova Agenzia regionale per il trasporto pubblico, un 2015 all’insegna dell’incertezza

    autobus-amt-3L’Agenzia regionale per il trasporto pubblico locale è ufficialmente (e finalmente) nata. Come anticipato qualche giorno fa dall’assessore comunale alla Mobilità Anna Maria Dagnino (qui l’approfondimento), la Regione, le quattro Province e i quattro Comuni capoluoghi hanno formalmente istituito il nuovo ente regolatore che si occuperà di affidare e monitorare il servizio di trasporto pubblico sul nuovo bacino unico regionale. Il capitale sociale della nuova società ammonta a 400 mila euro e la partecipazione spetta per il 40% alla Regione e per il 60% a Province e Comuni capoluoghi, tra cui il Comune di Genova per il 26,29% del totale.

    L’agenzia ora dovrà mettersi al lavoro per predisporre il bando di gara per appaltare il nuovo contratto di servizio su base regionale. Tutte le procedure dell’appalto dovranno essere terminate entro il 31 dicembre 2015. In realtà la dead line dovrà essere decisamente anticipata se, come ha assicurato il presidente Burlando, si vorrà far partire operativamente il nuovo servizio dal 1° gennaio 2016.
    «Il vincitore della gara – spiega Burlando precorrendo le prossime tappe – potrà essere una realtà singola attualmente presente sul territorio, un raggruppamento di imprese o una nuova società creata a partire dalle aziende che oggi si occupano del Tpl e che si potranno unire a nuovi soci. Certo, è molto difficile pensare che le aziende che attualmente operano sul territorio regionale possano essere in grado di partecipare al bando da sole».

    Tutto il parco mezzi e la forza lavoro delle società che si stanno occupando di trasporto pubblico in Liguria passeranno per legge a chi si aggiudicherà il nuovo bando. Ecco perché il passaggio, soprattutto per quanto riguarda la forza lavoro che proverrà da realtà disomogenee, non sarà semplicissimo. «Naturalmente – aggiunge il presidente di Regione Liguria – al vincitore verranno chiesti anche determinati investimenti perché è proprio questo il cuore del problema degli ultimi anni: al di là del trasferimento per la copertura del servizio che in qualche modo riuscivamo sempre a garantire, era proprio la disponibilità economica per nuovi investimenti a mancare».

    Difficile capire quali siano le intenzioni di Amt e del suo azionista (ovvero il Comune di Genova) sulla futura gara. In qualche modo, comunque, la partecipata dovrà concorrere al bando anche perché l’alternativa sarebbe la liquidazione o, quantomeno, la riconversione totale della mission dell’azienda.
    Ma, al momento, i problemi urgenti per Amt sono altri. L’azienda genovese la settimana scorsa ha, infatti, rinviato l’approvazione del bilancio 2013 a settembre per un’estrema incertezza sul futuro. Tra le incognite principali c’era naturalmente l’infinita attesa per la nascita dell’Agenzia regionale.

    «Per quanto mi riguarda – commenta il sindaco Marco Doria – le condizioni per approvare il bilancio c’erano già. Nel 2013 Amt ha chiuso in attivo di 80 mila euro a fronte dei 10 milioni di debito del 2012 e dei 20 milioni precedenti. Con la recente legge regionale che consente la proroga del contratto di servizio anche nel 2015 e l’odierna formalizzazione dell’agenzia regionale non ci sono più ostacoli di sorta».

    Adesso però è necessario che il percorso dell’Agenzia, del bacino unico e dell’affidamento del contratto di servizio per il 2016 procedano spediti e senza più intoppi.
    «Quello che emerge oggi – conferma il sindaco – è una volontà positiva e propositiva. Ora però si tratta di iniziare a tradurre questa volontà in azioni».

    «Il grosso del lavoro viene da domani in poi – gli fa eco l’assessore regionale Enrico Vesco – perché adesso inizia la parte tecnica». Innanzitutto, la neonata agenzia dovrà stabilire i servizi minimi da garantire a ciascun territorio: da qui poi si partirà con le richieste specifiche di Comuni e Province. Questi ultimi, una volta affidato il contratto di servizio regionale, avranno la possibilità di richiedere servizi aggiuntivi attraverso finanziamenti in proprio che potranno coinvolgere la stessa società vincitrice dell’appalto o anche un’azienda terza.
    Altro nodo caldo che il nuovo ente è chiamato a dirimere è l’inserimento o meno del trasporto locale ferroviario nel bando regionale: il contratto di servizio con Trenitalia scade, infatti, il prossimo 31 dicembre e la legge regionale sul trasporto pubblico lascia le porte aperte a qualsiasi prospettiva. Possibile che anche in questo caso si proceda con una proroga annuale per arrivare a una totale riorganizzazione a partire dal 2016 ma il futuro, in questo caso, è ancora più imperscrutabile. Sembra, comunque, molto difficile che ferro e gomma possano andare a far parte dello stesso contratto di servizio regionale.
    Con la nascita della nuova agenzia è stata anche confermata la disponibilità della Regione a rinnovare il parco mezzi: si tratta di circa 360 autobus per tutta la Liguria nei prossimi 4 anni ma 92 arriveranno già entro la fine del 2014.

    L’Agenzia porterà anche alcuni vantaggi. Il primo è puramente economico e riguarda la possibilità di recupero dell’Iva. Sul tema, l’assessore Vesco, rispondendo ad alcune accuse delle scorse settimane, tiene a precisare che si tratta di una possibilità certificata da un’apposita interpellanza che la stessa Regione ha inoltrato all’Agenzia delle Entrate: il 10% della cifra investita (che potrebbe corrispondere a circa 17/18 milioni se il bando riguarderà solo il servizio su gomma, 25/26 se riguarderà anche il ferro) potrà essere recuperato naturalmente con i pluriennali tempi burocratici per cifre di questa entità ma nei prossimi anni diventerà una cifra consistente da poter reinvestire nel settore.

    Il futuro di Amt, un 2015 all’insegna dell’incertezza

    Tornando a focalizzare la lente di ingrandimento sulla situazione genovese, se il servizio relativo al nuovo bacino unico partirà nella migliore delle ipotesi solo il 1° gennaio 2016, che cosa succederà ad Amt il prossimo anno dato che il contratto di servizio va in scadenza il 31 dicembre 2014? Un’apposita legge regionale approvata in fretta e furia nei giorni scorsi consentirà una proroga straordinaria di un anno, tempo nel quale si spera possano essere espletate tutte le formalità per l’assegnazione del servizio sul nuovo bacino unico. A chi toccherà, però, mettere i soldi per tutto il 2015? Teoricamente, al Comune. Anche perché l’unica promessa che si lascia sfuggire il governatore Burlando è il mantenimento dell’extra finanziamento di 1 milione di euro dedicato al servizio integrato. Nessun ulteriore sforzo straordinario, per il momento. La sensazione, dunque, è che si vada verso la conferma di uno status quo sperando che non diminuiscano ulteriormente i trasferimenti dallo Stato a Tursi. Non una grande notizia per l’assessore Dagnino che, come si poteva intravedere già dalle parole della scorsa settimana, si sarebbe probabilmente aspettata un maggior coinvolgimento economico da parte della Regione in virtù anche del notevole apporto garantito all’ATP (l’azienda che si occupa del trasporto pubblico provinciale) per evitarne il fallimento.

    Più cauto, come d’abitudine, il sindaco Marco Doria: «Prima di prendere qualsiasi decisione – spiega il primo cittadino genovese – dovremmo vedere quali saranno le risorse a disposizione per il bilancio 2015 da poter mettere sul capitolo del trasporto pubblico locale in aggiunta ai trasferimenti della Regione. Non è un aspetto che può essere deciso oggi visto che, benché molto prima di altri grandi Comuni, abbiamo appena approvato il bilancio per il 2014». Attualmente, sul bilancio di Tursi (qui l’approfondimento) Amt incide per 105 milioni (su un totale di 826 milioni), di cui circa il 65% è coperto dalla Regione, mentre il restante 35% direttamente dal Comune.

    Sempre per quanto riguarda Amt, una notizia positiva arriva dal territorio. Dopo l’ennesimo stop dovuto ai problemi economici di Carena (qui l’approfondimento), sono ripartiti i lavori per il completamento del deposito della Metropolitana e del parcheggio di interscambio in via Buozzi. Entro settembre, assicura l’assessore Dagnino, tornerà anche la fermata dell’autobus in direzione centro.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    Unlearning: in viaggio con Anna, Lucio e Gaia. Comuni e cohousing, scuole libertarie e baratti

    yurta
    L’ingresso della yurta

    Le yurte sono tende della Mongolia. Ci abitano i pastori credo, le si vedono nei documentari, grandi e circolari in mezzo a queste immense pianure mongole battute dal vento, intorno persone e animali strani.
    Siamo in una yurta, ora. Ma non in Asia. Siamo sulle colline di Bologna, niente pianure mosse dal vento ma solo una leggera pioggerellina che batte sui teli. Alberi sopra la testa, cellulare sul comodino nell’ultimo punto in cui prende un pochettino.

    Siamo qui, ad aspettare che ci chiami un giornalista per un’intervista. È la seconda  oggi. Ora sembra che lo dico per fare i fighi, nella yurta che ci spariamo le interviste… ma io e Anna ci stiamo chiedendo come mai se una famiglia decide di mettere in stand-by la propria vita  questo diventa una notizia da due pagine a colori. Ci fa pensare che forse la nostra libertà non sta benissimo.

    anna-lucio-gaia-unlearning-4Ve ne racconto una. La settimana scorsa abbiamo presentato il progetto ad un gruppo di boyscout. Proiettato i trailer eccetera. Alla fine delle nostre chiacchiere arriva una ragazza e mi dice: Non capisco come fai a lasciare la famiglia e gli amici, la casa per sei mesi… | E io le rispondo:  Scusa, pensa se mi chiamassero da Dubai e mi dicessero, oh c’è un lavoro per te da regista ti paghiamo un botto, vieni, ti diamo la casa pure per la famiglia e io con la mia famiglia andiamo. Non capiresti lo stesso? | No. In quel caso capirei. | Perché? | Perché è lavoro. E ti staresti prendendo cura della tua famiglia. | Quindi ora non mi sto prendendo cura della mia famiglia? | No. Non state guadagnando. E avete lasciato il lavoro quando c’è gente che si dispera per averlo.

    Capisco che per lei fare una cosa per diletto è una cosa da ricchi, un insulto alla povertà. Boh, chissà se è vero. Ci abbiamo messo un annetto ad organizzarci, perché i soldi per andare in giro tutto quel tempo e pagare pure il mutuo non ce li avevamo. La casa un po’ la scambiamo con homelink, un po’ la condividiamo con Airbnb, in modo che si possano fronteggiare le spese di mutuo. E se per le nostre tappe usiamo scambiare lavoro per vitto e alloggio, per viaggiare ci siamo arrangiati con il baratto. Abbiamo accumulato cene con Gnammo, notti con Airbnb… Con il baratto online di Reoose abbiamo scambiato roba che non usavamo con robe utili e via.

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    Con Gnammo Anna ha organizzato diverse cene per finanziare il viaggio…

    Ora stiamo scambiando questo tesoretto con i passaggi di BlaBlaCar. Un sito dove trovi passaggi in auto. Ora lo so qual’è l’associazione comune. Passaggio uguale svegliarsi in un fosso senza un rene. Invece niente, mi dispiace per il tigicinque ma stiamo parecchio bene. Nessun assassino. Le persone sono stranamente affidabili e simpatiche.

    Ieri, con sta storia dei baratti e dello scambio lavoro  abbiamo fatto due conti:  300 euro spesi in tre mesi di viaggio. Piccoli regali per chi ci ospita con il couchsurfing, gelati, e qualche driver di bla bla car che preferiva il denaro ad un baratto.

    Una cosa affascinante che stiamo usando in questo viaggio è la banca del tempo, lo facciamo con  Timerepublik un sito dove ogni scambio si fa con il tempo. Per esempio prima di partire, visto che io e Anna siamo due grafici, abbiamo preparato delle locandine ad un regista. Il nostro preventivo era 12 ore di tempo. Il regista ci ha sballato, ci ha dato un feedback positivo e ci ha accreditato le nostre ore, che abbiamo in gran parte “girato” (tramite il sito) ad un professionista che  ha scritto il comunicato stampa di Unlearning e un traduttore che lo ha rifatto in inglese. Il tempo rimanente lo abbiamo scambiato con una ragazza che ci ha aiutato a fare le pulizie in casa prima di partire. Rimaneva ancora un’ora e in Puglia Anna ci ha “pagato” una lezione di Yoga. Le possibilità sono infinite e la cosa figa (forse un po’ utopica, ma mi piace) è che un’ora vale un’ora. Super Fuckin’ democratic. Un’ora di un ingegnere nucleare vale come un ora di conversazione. Se fosse sempre così… Ve lo immaginate il mondo?

    Rieccomi in Yurta. Siccome la chiamata del giornalista tarda ad arrivare, vi racconto anche un po’ del viaggio, di cui questo articolo è la seconda parte. Nella prima vi avevo raccontato dalla partenza alla Sicilia. I primi due mesi di viaggio.

    La tappa successiva è stata in Puglia, Cisternino, e ce se siamo stati un po’ da Sergio. Sergio è un artista che lavora con il riciclo e il suo trullo è arredato e decorato con oggetti recuperati dal materiale che il mare porta a riva con le mareggiate primaverili.

    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d'auto birilli e plastica abbadonata
    Il nostro pollo a 4 zampe rielaborato da Sergio con un cerchio di botte, fanali d’auto birilli e plastica abbadonata

    Ad esempio la maniglia della nostra camera da letto è un mestolo piegato. Le lampade sono tubi da doccia che terminano con vecchi vasi forati. Mi racconta come fare una lampada, come fare un mobile con i bancali e penso che sarebbe fighissimo ma so che quando tornerò a casa non avrò tempo di fare un cazzo ,che ci sono le bollette da pagare e la bambina da prendere a scuola, così la domenica si andrà dagli svedesi nella zona commerciale e ci si riempirà di polpette e marmellata.

    Mi sa proprio che se si vuole cambiare bisogna recidere tutto, non credo nei compromessi. Anna un po’ di più, mi dice che può esistere un buon modo di abitare la città, di cambiarla, ma non so.
    Sergio mi spiega la povertà, la raccolgo in un’intervista bellissima che metterò nel documentario. Un’altra cosa figa della Puglia è stato l’incontro delle scuole libertarie. Scuole dove i ragazzi hanno lo stesso potere decisionale degli adulti. È una figata, ce ne sono diverse in Italia. Scuole libertarie per imparare ad essere liberi. Mentre i bambini nudi giocano nel fango davanti alla comune di Urupia (ah dimenticavo… l’incontro lo hanno fatto qui), mi chiedo se la libertà si può insegnare. Mi sembra una cagata come concetto. Ovvero, se sei uno spirito libero lo sarai comunque, sfanculerai tutti e lo sarai. A prescindere dalla scuola che farai. Chi era che diceva che “c’è gente che pagherebbe per essere schiava”… Ah, ecco Victor Hugo… “C’è gente che pagherebbe per vendersi”. Ecco cosa diceva.

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    Bambini liberi nella comune di Urupia

    Forte di questa cosa vado da Agostino che qui a Urupia ci vive e gli chiedo se la libertà si impara. Ci pensa un poco prima di rispondermi. Poi mi dice che la libertà si disimpara, si disimpara soprattutto nella famiglia tradizionale “adultocentrica” dove le decisioni vengono prese da due adulti, che spesso per deliberare qualcosa litigano pure fra loro. E trovarsi in una struttura non adultocentrica ti aiuta a ragionare in un altro modo. Ecco il perchè di una scuola libertaria.

    Qui poi ci sono un sacco di insegnanti di scuola statale, saranno 20, che sono pentiti di essere i servi del bandito e fanno una lunga riunione su come poter lottare e migliorare la scuola pubblica. Sono molto carini, mi viene in mente una foto che ho visto su internet dove si vede una cintura di proiettili di una mitragliatrice pronti ad essere sparati. Su ognuno c’è scritto a pennarello “SORRY”. Alla fine della riunione decidono di fare una mailing list per poter continuare a lottare.

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    Fuori dalla riunione conosciamo Emily. Prima voleva fare l’acrobata, poi ha fondato una scuola libertaria in centro Italia. «Perchè tanto la scuola pubblica non si può cambiare, fa bene il suo mestiere…». Ci racconta il suo progetto, dove i genitori sono parte integrante e, se il figlio vuole andare là, devono cominciare sei mesi prima a seguire le riunioni. Insomma non devono delegare alla struttura l’istruzione ma esserne partecipi.

    Ci piace la cosa, ci da un passaggio di 600 km sino alla scuola e noi in cambio le lasceremo casa nostra a Genova per una settimana di mare. Il posto è meraviglioso, immerso nella campagna. I genitori arrivano, si fermano con i piccoli dell’asilo. Cucinano. Non si preoccupano se i loro bambini salgono sugli alberi. Si chiama “diritto al rischio” mi spiegano. Ma la cosa più bella me lo dice un papà: «Questa non è una scuola per bambini, è una scuola per genitori». 

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    Cerchio in spiaggia al S-cool di Rimini

    Con Emily saliamo anche a Rimini, dove quel week end si riuniscono genitori ancora più hardcore che fanno scuola familiare, o home schooling che fa più figo. Trovo Erika e le chiedo se questi bambini che non vanno a scuola non sono poi isolati e soli. «Perché scusa tu a scuola durante le lezioni socializzavi o dovevi stare zitto?» Stavo zitto. E quando socializzavi? Nell’intervallo e quando prendevi il bus. Non diciamoci bugie dai… E poi in classe con chi eri? Con bambini che avevano tutti la stessa età… Scusa ma i tuoi amici hanno tutti 35 anni come te? | No, le rispondo. | Piuttosto innaturale non trovi? | Trovo.

    Vorrei chiederle come impara un bambino allora, ma meglio chiederlo al diretto interessato. Prendo la camera e faccio un’intervista. Eccola.

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    Ad Ecosol le porte non sono sulle scale, ma su un largo ballatoio dove si condivide la vita comune

    Dopo tutte queste scuole ci spostiamo a vedere un cohousing: si chiama Ecosol ed è un condominio fuori FidenzaPannelli solari a parte, sembra il solito palazzo di periferia. Ma la sua storia è molto bella. Gli abitanti si conoscono da anni e si sono detti “perché non andiamo a vivere insieme?”

    Questa domanda può dare il via a mille soluzioni e quella di Ecosol può sembrare all’acqua di rose, ma nella sua semplicità spacca tutto! Non è che si vive in comunità tipo “comune anni ’60”. Ognuno ha il suo appartamento esattamente come lo desiderava e in più ci sono spazi comuni da usare a piacimento. Un grande salone con cucina. Orto. Lavanderia. Una cella frigorifera e una dispensa comune. Sul tetto i pannelli solari alimentano tutto: dai riscaldamenti ai condizionatori, dalle piastre ad induzione al boiler. L’amministrazione se la fanno loro. E le spese sono zero (sì, il gas non c’è, ve l’ho detto, è tutto elettrico).

    Poi è importante sottolineare una cosa fondamentale: è una comunità intenzionale. I condomini si sono scelti. Hanno deciso come abitare e si sono fatti la casa su misura, che soddisfacesse un bisogno comune di basso impatto energetico e rispetto dell’ambiente. Con il costo di un normale appartamento.

    E poi conoscersi prima ha un grande vantaggio. Ovvero a fianco non hai un vicino sconosciuto. Hai amici di una vita. Se ci penso a come abbiamo scelto la nostra casa di Genova è follia: scegliamo la casa perché ci piace la zona, l’esposizione, le stanze (ma poi dobbiamo personalizzarla e la radiamo al suolo quasi sempre) e non ce ne frega granché dei rapporti umani, del vicinato.

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    Una casetta “portatile” dal costo di circa 2000 Euro. Questo è lo “spazio privato” a Consolida

    Stiamo poco a Ecosol perché ci aspettano ad un ecovillaggio a Zocca, poco lontano. Lì la vita comune è più estrema: chi abita l’ecovillaggio ha un piccolo spazio personale (un bauwagen o una yurta) e tutto il resto della vita (e degli spazi) sono in comune. Si raccoglie la legno e la mattina parte prestissimo, a lavorare nel grande orto sinergico dove le piante crescono insieme. Mi spiego meglio. Non ci sono tipo blocchi di insalata e blocchi di fagioli. Le piante crescono insieme con un aspetto di caos controllato dallo strano fascino. Nulla è casuale, perché gli ortaggi si aiutano a vicenda: ad esempio, vicino ai fagioli le zucche. «Insieme crescono meglio», mi spiega Massimiliano.

    Ci sono tre bimbi meravigliosi, liberi, selvaggi. Li sento urlare insieme a Gaia mentre strappo il convolvo che sta cercando di soffocare le piccole piante di mais. Sembra di vivere nel passato tranne che nell’ora dei mondiali. Allora appaiono magicamente televisore e bottiglie di birra. «Dovete andare al Bigallo»  dice Lavinia , che qui fa la woofer come noi (ovvero scambia lavoro con ospitalità). «È tipo un ecovillaggio, ed è  la sede del circo Paniko. L’aspetto artistico lì è molto forte, vi piacerà».

    Ci fidiamo perché la fiducia è ormai il motore del nostro viaggio. All’inizio, con la forma mentis del lavoro in città, avevamo pianificato tutto e fatto un trailer. Tutto era studiato al millimetro. 17 giorni a Malta. Poi passaggi fino in Toscana. 15 Giorni in ecovillaggio, e via così. La pianificazione ci dava un morbido limbo di tranquillità. Pochi giorni prima di partire ci chiamano da Malta. «Abbiamo grossi problemi, non possiamo ospitarvi». E che si fa? Si parte lo stesso. Inizialmente con la paura del non pianificato. Poi magicamente le cose girano, ogni posto ci suggerisce il successivo. Nascano nuove idee. E noi ci adattiamo a seguire quello che succede, accusando ogni volta la stanchezza di ripartire da zero, inserirsi in un nuovo contesto e ripartire.

    conchiglia-unlearningGaia soffre gli adii, le partenze per lei sono improvvise e ha imparato a portarsi dietro sempre qualcosa dal posto che ha appena lasciato. Un sasso. Una collana. Un panino al prosciutto. Se lo stringe forte in mano mentre si addormenta in macchina e noi raccontiamo per l’ennesima volta il progetto al driver che ci porta verso la nuova tappa.

    Bigallo dicevo. Eccoci. Siamo arrivati ieri sera. Di notte. Ci hanno accompagnato alla nostra yurta, che si raggiunge solo con una ripida salita. La notte ha portato sonni lunghi e precisi, come se la forma rotonda della tenda conciliasse i flussi dell’ inconscio.

    Anche nei trulli era così, ma meno intenso. Il telefono vibra sul comodino. Ecco il giornalista, è assonnato, deve aver dormito molto pure lui. «Bella questa cosa di Unlearning– mi dice  – ma tipo disimparate tutto e diventate dei primitivi?». Uff. No amico. Gli spiego che per “disimparare” non intendiamo andare in giro nudi, accendere il fuoco con le pietre, ululare alla luna e sgranocchiare radici vegan. Per noi Unlearning è fare tabula rasa di quella che era la nostra vita di città, dei nostri giudizi e dei nostri retaggi culturali.

    Perché la vita che abbiamo impostato è figlia di quella che ci hanno insegnato. E la stiamo ripassando a nostra figlia. Con gli stessi vizi, le stesse paure. E allora lasciamo tutto per sei mesi, portiamoci solo due valige e re-impariamo da zero.

     Ah, capito, mi dice il giornalista. Comincio l’intervista. Forza, che poi si scende al Bigallo e vediamo che cosa succede. Intanto voi seguiteci su Unlearning. Rock and Roll.

     

    Anna, Lucio e Gaia

  • Quando casa e giardino diventano una cosa sola, progettare il proprio spazio verde

    Quando casa e giardino diventano una cosa sola, progettare il proprio spazio verde

    giardino (2)

    Ho recentemente letto un interessante articolo di un architetto e paesaggista in cui si raccontava l’evolversi del progetto di realizzazione della propria abitazione e del relativo giardino. Il progettista sottolineava l’importanza di immaginare l’insieme dell’edificato e dello spazio a verde come un unico complesso, in cui le due parti costituiscono reciproco completamento e valorizzazione l’una dell’altra.

    Ho sempre pensato che le cose stessero così e che invece, spesso, le realizzazioni di giardini prescindano troppo, magari per assecondare i gusti della committenza, dai luoghi di loro inserimento. L’utilizzo di specie autoctone, o similari a quelle presenti in natura, e la ricerca di uno stile affine a quello degli edifici circostanti creano invece continuità tra esterno ed interno, dilatano gli spazi e rendono il tutto completo e molto soddisfacente da un punto di vista estetico.

    giardino (3)Traendo proprio spunto dalle parole dell’autore del progetto, si evince che questo giardino è stato ideato insieme alla casa e ritenuto tanto importante quanto l’edificio stesso. Da un verde prato è stato ritagliato, innanzi tutto e prima di tutto, uno spazio a verde in cui la villa è stata, poi, armonicamente inserita. L’uno sembra la naturale e spontanea estensione dell’altra. Ogni pianta ed aiuola non avrebbe potuto essere piantata o disposta che in quella esatta posizione ed in nessun’altra.

    Come spesso accade nella progettazione dei giardini, allontanandosi dall’edificio l’impianto del verde “sfuma” e l’impiego delle piante diventa, via via, più spontaneo e naturale fino a far apparire l’insieme volutamente “incolto”.

    giardino (4)Il rapporto organico con il contesto, la percezione della luce, la studiata geometria di aperture e movimenti nelle facciate, le suddivisioni armoniche negli ambienti interni, la piscina strettamente compenetrata alle singole stanze, sono poi tutti elementi di chiara ispirazione ed impianto architettonici.

    Nel progetto complessivo, si legge infatti l’influenza dello stile progettuale di Mies Van Der Rohe, cui si richiama l’autore anche nella sua descrizione orale del progetto. In particolare, si rimanda alla famosa lezione, attualizzata ai tempi moderni ed al contesto, del “Less is more” che caratterizza l’architettura californiana degli anni ‘50.

    giardino (5)Un progetto quindi per sottrazione e semplificazione, in cui il verde è il vero protagonista di ogni “stanza”, interna ed esterna. Quest’ultimo si riflette sulle vetrate in cristallo, completa i vuoti, sottolinea i volumi e si scorge, nelle diverse forme e colorazioni dovute al variare delle stagioni, da tutte i vani della casa con prospettive inaspettate e sempre mutevoli.

    Graminacee, felci e bambù sono stati quindi attentamente inseriti per completare, come si sarebbe fatto con gli elementi di arredo per gli interni, l’infilata delle “stanze” ritagliate nel verde, all’esterno. Sono tutte piante accomunate dalle limitate esigenze colturali, dalla rapida crescita e frugalissime. Prosperano quasi da sole e hanno un portamento naturale, oculatamente scelte per un progetto complesso, contemporaneo ed attento alle problematiche ambientali e di manutenzione.

     

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • L’orologio delle Colombiane torna a muovere le lancette: scocca l’ora X per Genova

    L’orologio delle Colombiane torna a muovere le lancette: scocca l’ora X per Genova

    orologio-colombiane-renzo-piano-4Ricordate l’orologio delle Colombiane, quello che per quattro anni ha fatto compagnia ai genovesi in Piazza De Ferrari, segnando il countdown prima delle celebrazioni per i 500 anni dalla scoperta dell’America? Di certo molti di voi non l’avranno dimenticato, e forse qualcuno ancora conserva la cartolina ricordo con data, ora e tempo mancante alle celebrazioni, stampata per sole 500 lire.

    Ebbene, per quelli di voi che si fossero chiesti che fine avesse fatto quel pezzo di design ideato da Renzo Piano, ci sono buone notizie: è stato ritrovato, è in via di restyling e presto lo vedrete di nuovo svettare, con la sua forma arcuata, sulla nostra città.

    Il tutto, grazie sia alla fortuna che all’opera di Giuseppe Varlese, produttore della birra Bryton e in passato gestore dell’Hop Altrove. Varlese, da anni proprietario di uno storico magazzino nel quartiere del Molo, al 6 r di Vico Bottai (ricordate il suo progetto di un Museo dei Cereali, della Birra e della Focaccia?), tempo fa ha ritrovato “il relitto” dell’orologio proprio all’interno del suo magazzino, sepolto sotto mucchi di ferraglie. Varlese si è preso carico della ristrutturazione, che prosegue da 3 anni, grazie all’aiuto di esperti – tra cui Mario Quaglia, costruttore originario. Il tutto, in sordina, senza cercare aiuti pubblici o riconoscimenti.

    Racconta lo stesso Varlese: «Era stato completamente dimenticato: dapprima innalzato a simbolo e reso importante tra ’88 e ’92, allo scadere dell’ora prestabilita è diventato improvvisamente un ingombro, un qualcosa di cui sbarazzarsi. È stato dimenticato dentro a questo magazzino e quando l’ho ritrovato era in condizioni così pessime che ho stentato a riconoscerlo. All’inizio non sapevo cosa farne, poi ho pensato alla sua importanza collettiva e mi sono dato da fare per carteggiarlo, eliminare la ruggine, sostituire i pezzi danneggiati, al fine di restituirlo alla città. C’è voluto un po’ ma, grazie all’aiuto di fabbri, ingegneri, esperti, ora posso dire che finalmente ci siamo quasi».

    Come è stato possibile accollarsi quest’onere? Come si può presumere, i costi per rimettere in piedi una struttura del genere non sono proprio trascurabili: in particolare, nel caso specifico ci si aggira attorno ai 100 mila euro, finanziati dalla Pro Loco di cui lo stesso Varlese è presidente, e grazie alla sponsorizzazione della Bryton, nota tra i genovesi come la “birra dei Liguri”.

    Come cambierà l’orologio

    La struttura è lunga circa 8 metri (curva) ma lo sviluppo totale arriva a 12. La forma è arcuata simile a una balestra, e una volta risistemato avrà un ingombro totale di 5 metri di larghezza, tenendo in considerazione i tiranti che saranno necessari per sostenere 600 kg di peso.
    I pezzi sono originali, solo restaurati. A cambiare sarà, invece, la funzione, che si adatterà alle nuove tecnologie. «Era un esempio di tecnologia all’avanguardia, ma è stato creato in epoca pre-internet. È giusto che ora si evolva: i 9 schermi al neon, obsoleti e problematici da gestire, saranno sostituiti da un altro tipo di schermi, moderni e collegati direttamente al web. Ne faremo uno strumento di comunicazione: le cartoline del ’92 diventeranno ora foto postate da tutto il mondo; sullo schermo sarà possibile leggere news e l’orologio, invece di scandire il countdown delle Colombiane, scandirà – perché no – le tempistiche delle riforme, dell’operato della Giunta o del Governo…».

    Dopo lungo tempo, l’orologio è quasi pronto per tornare a vivere: è stata sistemata la struttura portante e adesso si sta montando un rotore per far funzionare la lancetta dei minuti.
    «Ci sta lavorando un ingegnere che, per realizzare questo progetto ha fatto fare degli studi all’Università di Genova, per rendere i rotori mobili nell’ingranaggio. La lancetta sarà realizzata in carbonio».

    Non si sa ancora quale sarà la tempistica prima dell’ultimazione definitiva, ma si ipotizza – a quanto conferma lo stesso Varlese – che nel giro di poche settimane i lavori dovrebbero terminare. Per quanto riguarda la sistemazione definitiva in città, invece, si parla dell’autunno, nel mese di ottobre o novembre.

    orologio-renzo-piano-colombiane-92Dove verrà installato l’orologio? Le ipotesi erano tante, e si era partiti pensando proprio al quartiere del Molo, zona del ritrovamento e zona cara a Varlese, che negli ultimi anni ha proposto all’amministrazione vari progetti di riqualificazione e rilancio, anche in collaborazione col circuito del Porto Antico e Costa Edutainment. Si pensava dapprima al posizionamento dell’orologio in Piazzetta de Luca, da poco riqualificata ma ancora in cattive condizioni, spesso chiusa e poco utilizzata. Tuttavia, questa ipotesi è andata scemando nel corso dei mesi: «Vogliamo aprire un canale con l’amministrazione cittadina – dice Varlese – e cercare insieme la soluzione più idonea. Avevamo pensato dapprima a un dialogo con altre strutture simili dislocate in Europa, da Parigi a Berlino a Londra, che condividono la stessa storia di abbandono. Speriamo ancora che questa comunicazione sia possibile».

    A quanto racconta Varlese, infatti, ci sarebbero tre orologi in Europa dalla storia analoga a questa: a Parigi, per il countdown aspettando l’anno 2000 (posizionato davanti al Centre Pompidou e poi smantellato); a Londra, per le Olimpiadi del 2012; a Berlino (l’unico superstite), con un sistema di misurazione dell’ora basato sul metodo matematico degli insiemi.

    Non solo Europa. Dapprima c’era stata l’idea di un gemellaggio con New York: proprio nella città degli USA, durante le Colombiane, doveva essere installato un orologio gemello di quello genovese, che però non è mai stato posizionato ed è andato ormai perso. Si pensava di risistemarli entrambi e creare questa connessione, ma la strada sembra troppo difficile. Più di recente, anche l’offerta di ospitalità dalla Cina. Tra le ipotesi che avanza Varlese, invece, c’è quella di restituire l’orologio alla sua naturale collocazione in Piazza De Ferrari, o quella di renderlo itinerante e di portarlo in giro in varie città del mondo, per far conoscere Genova e il suo ruolo storico. Un sogno, che potrà essere realizzato più agevolmente grazie alla cooperazione con amministrazione e professionisti.

    Elettra Antognetti

  • #unmaredaamare: photocontest fotografico dedicato al mare a cura dell’Acquario di Genova

    #unmaredaamare: photocontest fotografico dedicato al mare a cura dell’Acquario di Genova

    Il Mare

     

    Dal 31 Luglio al 31 agostose ami il mare e la fotografia, partecipa al

    Acquario e Comune di Genova lanciano un nuovo contest fotografico #unmaredaamare, dedicato agli amanti del mare e della fotografia.

    Per partecipare è sufficiente scattare una fotografia che ritragga il mare, un gesto d’amore e di rispetto nei confronti del mare e dei suoi abitanti, un’immagine fotografica originale che esprima o  rappresenti il proprio amore per il mare, la natura o gli animali che lo popolano e condividerla su Instagram con l’hashtag #unmaredaamare.

    Le 5 immagini migliori selezionate da una giuria di esperti vinceranno un weekend a Genova e all’Acquario di Genova e le 20 immagini più rappresentative verranno pubblicate su un e-book.

    Nello specifico, il premio comprende un pacchetto soggiorno nella città di Genova denominato “Vivi Genova e l’Acquario” per due persone comprendente:
    Primo giorno
    Pranzo “on the road” (asporto) con tris di focacce genovesi da ritirare in focacceria nel
    centro storico;
    -Tour del porto Antico in Segway della durata di 1 ora circa, con appuntamento alle ore
    14.30 e breve training di addestramento all’uso;
    -Aperitivo sui moli del Porto Antico presso Banano Tsunami, serata libera.
    -1 pernottamento in Hotel Nologo ** in camera doppia compresa prima colazione.
    secondo giorno
    -Ingresso e visita all’Acquario di Genova*

    Il concorso è attivo dal 31 luglio al 31 agosto, la partecipazione è riservata ai soli utenti che prima della data di inizio del concorso risultino già registrati all’applicazione instagram mediante smartphone.

    Il regolamento completo è disponibile qui

     

    [Foto Roberto Manzoli]

  • Il mito dell’ostruzionismo: ecco lo Stato che produce leggi come una fabbrica

    Il mito dell’ostruzionismo: ecco lo Stato che produce leggi come una fabbrica

    parlamento-italianoSecondo una leggenda metropolitana che va molto di moda in questi giorni, l’ostruzionismo parlamentare sarebbe la miglior prova che in Italia per fare delle leggi occorre rafforzare il potere dell’esecutivo. Non ci sarebbe – sempre secondo gli autori di questa analisi – nessun rischio di dittatura: il vero rischio per la nostra democrazia sarebbe piuttosto il famoso, sempreverde “ricatto dei partitini” per prevenire il quale sarebbe stata appunto concepita la riforma costituzionale dei “quadrunviri” Renzi-Boschi, Berlusconi-Verdini.

    Ovviamente è vero l’esatto contrario: la conflittualità politica dipende proprio dal fatto che negli ultimi vent’anni gli esecutivi hanno cercato di forzare la mano al Parlamento, dimostrando di sopportarne con malcelata sofferenza le prassi e di fraintenderne la funzione. E’ dunque concreto il rischio non di una dittatura vera e propria, ma senz’altro di una pericolosa deriva autoritaria.

    Il “legificio”

    Il canovaccio della critica di chi si lamenta dell’immobilismo è sempre lo stesso, ed è esemplificato magistralmente dall’editoriale di Angelo Panebianco sul Corriere della Sera: il tentativo di riforma non è perfetto, ma occorre sia approvato comunque, perché è invariabilmente il massimo che si può ottenere, perché c’è sempre qualche emergenza che ne giustifica l’urgenza e perché il paese deve pur approvare delle leggi. E se questo alla fine non avviene, ecco allora che si può individuare il fantomatico nemico: i “difensori dello status quo”.

    Questo quadretto, oltre a garantire una sicura presa per il tono populista degli argomenti, è anche molto difficile da smentire, perché fa leva sul principio della inevitabilità del compromesso politico: ossia sul fatto che in democrazia un accordo è nel contempo sia indispensabile, sia quasi sempre imperfetto. E proprio battendo su questo tasto le voci filo-governative possono togliere ogni argomento sia a chi rinviene punti critici in un progetto di riforma (perché in un certo senso la sua imperfezione è scontata), sia a chi vorrebbe un accordo su un altro tipo di riforma (perché è l’ostinazione stessa dell’esecutivo a rendere l’accordo proposto, de facto, l’unico possibile). Siccome non c’è la controprova che si sarebbe potuto fare altrimenti, non si può smentire con i fatti chi contrabbanda le forzature del potere per inevitabili condizioni storiche o per le dure necessità dell’agire politico.

    Eppure, a ben vedere, se una cosa non si può smentire, non si può neppure confermare: e dunque proprio in questo aspetto si rivela la completa inutilità dell’argomento. In effetti un’analisi che prenda le mosse dalla mancata approvazione di leggi in un sistema politico (come se in Italia il problema fosse le carenza di norme) si impicca in partenza ad un dato perfettamente inutile. Una democrazia parlamentare non sta lì per produrre leggi come una fabbrica produce carni in scatola: ma per approvare le leggi buone e rigettare quelle cattive.

    Allo stesso modo non si possono fare delle statistiche per sostenere che se non viene approvata una certa percentuale di leggi c’è qualcosa che non va: se in un particolare momento storico si impone in una parte della società una concezione politica dannosa per la collettività, e dunque da questa parte continuano a venire proposte di leggi pessime, il Parlamento ha il dovere di cassarle tutte. E questa non è una remota eventualità: è precisamente la condizione che stiamo vivendo ora – o almeno questo è quello che sostiene il premio nobel Paul Krugman, allorché (come ho già ricordato) individua il segreto del successo del Belgio nella mancanza di una maggioranza di governo che si inchini a quelle misure di austerità così di moda, eppure così dannose.

    Chi vuole la democrazia parlamentare?

    In realtà al fondo di chi si lamenta per i cosiddetti “veti” di questo o quel gruppo politico sta una profonda insofferenza per il senso stesso della democrazia parlamentare.

    Il Parlamento – si presume – è il luogo dove si riuniscono i rappresentanti del popolo: ossia un migliaio di persone scelte dai cittadini per votare quelle leggi che loro stessi (47 milioni di persone), per evidenti ragioni di praticità, non potrebbero votarsi da soli. La “sacralità” del Parlamento dipende dunque dal suo essere la migliore approssimazione possibile delle anime e degli umori del paese reale: e in questo senso il suo voto dovrebbe garantire, se non l’infallibilità delle delibere, quantomeno la minore conflittualità possibile – dato che bisogna presumere che una legge votata dal Parlamento sia una legge nell’interesse della maggioranza del paese; e che quindi ci siano meno oppositori, minori proteste e, in definitiva, appunto minore conflittualità.

    Naturalmente tutto questo è vero solo in teoria: nella pratica bisogna capire quanto gli eletti siano davvero rappresentativi dei loro elettori. Tuttavia siamo sicuri che se un Parlamento con piena legittimità cassa una legge dopo l’altra, vuol dire che vengono proposte solo leggi che meritano di essere cassate. Possiamo anche non credere alla democrazia parlamentare: ma se ci crediamo, il responso del Parlamento (purché – lo ribadisco – realmente rappresentativo) non si dovrebbe discutere. Dobbiamo riabituarci a pensare che le leggi “buone” sono solo quelle per cui si è trovato un accordo democratico.

    Al contrario la logica per cui chi finisce in minoranza non si limita a lamentarsi, ma invoca minore democrazia solo perché i risultati non sono confacenti alle sue aspettative, è una logica – e stavolta non esito ad usare il termine corretto – intrinsecamente fascista, nel senso che è esattamente il tipo di pensiero che storicamente ha preparato il terreno al fascismo. Essa pretende di stabilire prima, attraverso una serie di luoghi comuni non verificati, che cosa sarebbe il “progresso”, la “modernità” o il necessario “cambiamento”: poi, se il Parlamento non si esprime in accordo a questa visione, lo attacca accusandolo di essere “obsoleto”, “lento” o di difendere dei privilegi. Questo atteggiamento non è compatibile con nessuna concezione nota della democrazia (mentre è compatibile col desiderio delle classi dominanti di ottenere assetti favorevoli ai propri interessi).

    Qualcuno obietterà, però, che è del tutto inutile considerare il caso teorico di un Parlamento pienamente rappresentativo dell’elettorato, perché molto più frequente è il caso di un’assemblea distante dal popolo, le cui delibere hanno poco a che fare con l’interesse generale. E forse è vero. Tuttavia per l’argomento in questione non cambia nulla. Anzi, ad un Parlamento poco rappresentativo a maggior ragione deve essere impedito di fare leggi, perché è pressoché certo che esse non siano prese nell’interesse dei cittadini. Meno che mai è auspicabile che ad esso si affidino modifiche della Costituzione. Dunque in entrambi i casi, che il meccanismo di rappresentanza funzioni bene o male, i lamenti dei Panebianco e dei Merlo, di tutti i “corrierini” e i “repubblichini”, non hanno alcun senso.

    Rappresentatività dell’attuale Parlamento

    Una volta stabilito che, in un voto a maggioranza, stigmatizzare l’opposizione perché “eccessiva”, auspicando leggi che tolgano ad essa potere, significa fare l’apologia dell’autoritarismo, possiamo anche esaminare nel concreto l’attualità per toglierci lo sfizio: la battaglia contro la riforma del Senato viene da un’opposizione irriducibile in un Parlamento tutto sommato rappresentativo, oppure da un sussulto di coscienza in un Parlamento che per il resto ha perso i contatti col paese reale? Insomma questo Parlamento è rappresentativo degli interessi del paese? E più in generale è legittimato a fare quello che sta facendo?

    Per rispondere bisogna considerare vari fattori, come:

    1. La bontà del meccanismo elettorale;
    2. L’informazione effettiva di cui dispongono i cittadini;
    3. Il loro controllo su chi li rappresenta;
    4. La coerenza delle cose fatte rispetto a quanto promesso in campagna elettorale;
    5. L’eventuale livello di corruzione della classe politica.

    Ora, su tutti questi punti credo che la risposta sia pressoché univoca:

    1. La legge elettorale con cui si è eletto questo parlamento, il “porcellum,” è incostituzionale proprio perché, scrive la Consulta, essa può produrre una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica;
    2. Siamo al 49° posto al mondo per libertà di stampa;
    3. Il controllo effettivo esercitato dai cittadini sugli eletti è scarso, come dimostra il progressivo disinteresse per la politica e l’inarrestabile calo dei votanti;
    4. Il PD non ha mai promesso di fare la riforma della Costituzione in campagna elettorale, oltre ad avere esplicitamente negato ogni alleanza con Berlusconi;
    5. Infine sulla corruzione di questa classe politica,  intesa non solo come corruzione “materiale” ma soprattutto “morale” ossia come smarrimento del decoro e del senso della funzione pubblica, è meglio stendere un velo pietoso…

    Per cui nessun dubbio: questo Parlamento non è rappresentativo e non ha alcun appiglio di legittimità per stravolgere  la Costituzione.

    Anche a un livello puramente indicativo, a nulla vale il famoso 40,8% di Renzi, perché è stato ottenuto sulla metà degli aventi diritto e per giunta alle votazioni per il Parlamento europeo, dove ha pesato molto (come ho dimostrato) l’atteggiamento da tenere con i partner sul continente; mentre di Costituzione non si è parlato affatto. Per contro alle elezioni del 2013, le uniche da cui si possono ricavare indicazioni politiche, gli artefici del “patto del Nazareno”, PD e PDL, hanno preso insieme solo il 47%. Infine neppure i sondaggi sono lusinghieri.

    La conclusione, pertanto, è inappellabile: in Italia non c’è un grosso problema di governabilità, non c’è il ricatto dei partitini, non ci sono i difensori dello status quo. È invece in atto, da più di vent’anni, un disegno autoritario guidato dai due partiti maggiori per escludere dalla competizione le altre forze politiche ed esercitare il potere in un regime di duopolio, che assomiglia tanto a un monopolio.

     

    Andrea Giannini

    P.S. Con questo ultimo articolo anche Polis va in ferie. Con i miei affezionati lettori ci si rivede a settembre!