Anno: 2015

  • Teatri a Genova, Archivolto: dall’incubo chiusura del 2013 ai numeri del 2014. Ma il futuro è una scommessa

    Teatri a Genova, Archivolto: dall’incubo chiusura del 2013 ai numeri del 2014. Ma il futuro è una scommessa

    teatro-archivolto-2Abbiamo approfondito la situazione generale del teatro di prosa a Genova direttamente con i protagonisti nella prima parte di questa lunga inchiesta a puntate. Ci siamo soffermati sulle realtà più piccole come Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria e Altrove. Successivamente il focus sul Teatro della Gioventù e sul Politeama Genovese, ora è il momento di posare la lente d’ingrandimento su una delle realtà più importanti a livello cittadino: il Teatro dell’Archivolto.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Presidio imprescindibile per Sampierdarena e la città, il Teatro dell’Archivolto diretto da Pina Rando e Giorgio Gallione sembra essersi messo quasi definitivamente alle spalle l’annus horribilis del 2013. Allora, dopo aver perso la sponsorizzazione pubblica della Provincia e privata delle Fondazioni Carige e Garrone, tutto sembrava volgere al peggio. La chiusura è stata sostanzialmente evitata grazie alla scelta dei dipendenti di affidarsi ai contratti di solidarietà: «Grazie alla loro volontà – ricorda con orgoglio e molta gratitudine, la direttrice Pina Rando – abbiamo risparmiato il 20% sugli stipendi ma abbiamo continuato a lavorare come pazzi, probabilmente molto più di prima, a un livello che forse nel lungo periodo non è neppure sostenibile». Nel 2014, poi, sono arrivati 200 mila euro dal fondo straordinario stanziato per i teatri in crisi da parte di Regione Liguria che, invece, solitamente interveniva solo con sponsorizzazioni su singole attività. Così il bilancio dell’anno scorso è stato finalmente chiuso in pareggio. Poi è arrivata la riforma Franceschini (vedi prima parte dell’inchiesta). L’Archivolto aveva richiesto il riconoscimento come Teatro di rilevante interesse culturale (TRIC) e, invece, è stato inserito nella lista dei cosiddetti Centri di produzione. Il disorientamento iniziale, dovuto soprattutto a una dimenticanza dell’Archivolto nei primi elenchi pubblicati dal governo con i relativi riconoscimenti, è rientrato grazie anche allo stanziamento arrivato da Roma che per il 2015 ammonta a 570 mila euro provenienti dal Fondo unico per lo spettacolo (170 mila in più rispetto al 2014).

    teatro-archivolto-D«Non siamo stati riconosciuti come Tric perché facciamo tanta tournée – spiega Pina Rando – mentre per il Teatro di rilevante interesse culturale è prevista tanta stabilità. Paradossalmente, però, pur essendo stati riconosciuti come Centro di produzione, per non diminuire le nostre tournée abbiamo dovuto aumentare la programmazione di spettacoli ospiti (che per legge devono essere il 50% del cartellone), aumentando i costi. Sono le contraddizioni di una riforma a cui si dovrà per forza di cose mettere ancora mano perché rischia di snaturare l’idea che ogni teatro ha della propria produzione, ottenendo esattamente l’obiettivo opposto rispetto a quello desiderato».

    Agli stanziamenti governativi vanno aggiunti i contributi del Comune – solitamente sull’ordine di grandezza dei 170/175 mila euro – e quelli della Regione, su cui al momento è difficile fare previsioni. Oltre naturalmente agli sponsor privati: il più sostanzioso è, come per la maggior parte dei teatri di prosa cittadini, la Compagnia di San Paolo che quest’anno ha investito 255 mila euro, a cui si aggiungono i contributi più modesti di Coop, diverse aziende che fanno capo a Beppe Costa e la speranza di avere anche quest’anno qualcosa dal Gruppo Spinelli.
    Insomma, i presupposti per eguagliare i numeri del 2014 (72 mila presenze in teatro per 83 giorni in cartellone, 177 repliche in tournée con quasi 130 mila spettatori, 108 repliche di teatro dei ragazzi per circa 32 mila persone) ci sono tutti. L’anteprima del cartellone è già stata presentata con ben 25 titoli che dovrebbero essere integrati fino ad arrivare a 33, 34 spettacoli. E soprattutto c’è la speranza di poter traguardare con tranquillità almeno il 2017, dato che il Comune ha rinnovato la concessione degli spazi, sperando che i trasferimenti del Fus restino costanti.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    Profughi e immigrazione, l’ipocrisia dell’occidente. E la sinistra italiana cosa pensa?

    profughiCi deve essere qualcosa che non va in me. Forse sto diventando un bieco razzista, un fondamentalista di estrema destra. Eppure davvero non riesco a capire il modo in cui la sinistra, a partire da quella costola cosiddetta “critica”, pretenderebbe di affrontare la crisi dell’immigrazione.

    Dicono che ci sono guerre e terroristi, tra l’Africa e il Medio Oriente, che stanno distruggendo la vita di intere popolazioni: tanto che molti, persino donne e bambini, preferiscono dare tutti i loro soldi a trafficanti senza scrupoli, farsi picchiare e maltrattare, stivare in una zattera o inscatolare dentro ad un camion, rischiando così una morte atroce, pur di raggiungere l’Europa e finire nelle mani (almeno per quel che riguarda l’Italia) di qualche cricca che lucra sui centri per l’accoglienza oppure a raccogliere arance per un tozzo di pane e un tetto di lamiera sopra la testa.

    Se questo è vero, allora, siamo di fronte ad un dramma di proporzioni inaudite, una sequela di crimini contro l’umanità verso cui la prima reazione di ogni persona che osi definirsi tale – io credo – dovrebbe essere: “fermiamo tutto questo il prima possibile”. Invece, ad ogni disgrazia del mare o della strada, dal variopinto mondo della sinistra, cioè da quelli che pretendono di occuparsi del sociale e degli ultimi, si leva un’altra parola d’ordine: “accogliamoli”.

    Ora – ripeto – sarò io che sono strano (e forse una mattina mi risveglierò e, guardandomi allo specchio, scoprirò che mi sono spuntati i baffetti alla Hitler), ma a me pare proprio che limitarsi ad accogliere i profughi non elimini né le terribili sofferenze patite prima, né lo sfruttamento a cui andranno verosimilmente incontro dopo. Mi pare, anzi, che così facendo non si faccia nulla per salvare la vita a chi muore sotto le bombe, a chi viene costretto a vivere in un campo profughi in Medio Oriente, a chi è troppo povero per dare soldi a uno scafista, a chi annega in mare o a chi soffoca in un camion tra i Balcani.

    Con la politica dell’accoglienza possiamo – al limite – lenire le sofferenza di chi “ce l’ha fatta”: ma manteniamo in piedi, e forse incentiviamo, una dinamica molto più vasta fatta di guerre, trafficanti senza scrupoli, schiavisti e sfruttamento. Mi pare evidente che intervenire a valle di un processo che ha fatto 3419 morti l’anno scorso nel solo Mediterraneo, altrettanti nello stesso periodo per una guerra in Libia che teoricamente sarebbe finita, e più di 230.000 da quando è scoppiato il conflitto in Siria, equivalga sostanzialmente a ignorare queste carneficine.

    L’ipocrisia è talmente macroscopica che – mi auguro – chi tra i miei lettori si sente di sinistra, o semplicemente si batte per l’accoglienza dei profughi, vorrà rifiutarla. Egli probabilmente obbietterà che l’accoglienza è innanzitutto un dovere umano: e un primo soccorso non impedisce di agire in altro modo e in altre sedi per risolvere il problema alla radice. Mentre si pensa alla soluzione da adottare, si può fare comunque il possibile per salvare quelle vite alla nostra portata.

    In effetti il principio è sensato e mi troverebbe concorde, se non fosse per un piccolo dettaglio: che per la sinistra il problema migrazioni non è risolvibile. Ai più attenti non sarà sfuggito, infatti, che, nel tentativo di replicare alla destra cosiddetta “xenofoba”, molti si lascino andare ad un’interpretazione fatalista delle dinamiche migratorie.

    Ad esempio il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha recentemente dichiarato: «Non è possibile che l’unica risposta sia una banalità come quella di dire “noi gli immigrati non li vogliamo”. Anche perché arrivano comunque». Per il Ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni: «Non si tratta di fenomeni episodici: […] andranno avanti per i prossimi 10-15 anni». Addirittura, secondo il Presidente della Fondazione Italiani Europei, Massimo D’Alema, gli immigrati devono venire in Europa per pagare le nostre pensioni. Nel corso di un convegno della CGIL a Ventotene, il “leader Maximo” ha ribadito quando espresso più volte in passato: «Se [entro il 2080] non dovessero arrivare cinquanta milioni di giovani, dall’Africa o dall’Asia, l’Europa chiuderebbe».

    Dichiarazioni come queste sono all’ordine del giorno. Esse dimostrano inequivocabilmente che la leadership di sinistra difetta del presupposto indispensabile per ogni azione politica efficace: ossia la necessità di guardare agli esodi delle masse come drammi da combattere ed estirpare, anziché come eventi positivi o gioiosi incontri tra popoli.

    Le stesse persone che da una parte fanno l’apologia del profugo e sbattono in piazza le sue sofferenze, dall’altra bollano come inevitabili e immodificabili le dinamiche che sono la causa diretta di quelle stesse sofferenze; come se ciò che spinge le persone ad abbandonare le loro case ed i loro affetti per andare a morire in qualche posto lontano debba essere accettato quasi fosse la cosa più normale del mondo. L’ipocrisia più grande sta proprio qui, nel considerare “fisiologico” un evento che non ha cause naturali, ma che è stato prodotto artificialmente dall’uomo – segnatamente l’uomo occidentale – e dal suo desiderio di potere.

    Certo nessuno nega che dal Medio Oriente all’Africa ci siano “guerre civili”, “dittatori” e “il terrorismo”: ma tutte queste cose vengono trattate come fossero questioni interne a quel mondo; quasi che, tutto sommato, questi neri e questi arabi non fossero capaci di vivere in pace e dovessero per forza trovare una scusa per ammazzarsi tra di loro. Ma la realtà è che in un mondo globale non esistono questioni esclusivamente interne: e spesso chi crea i problemi siamo noi.

    Ad esempio l’ISIS, ossia letteralmente lo “Stato Islamico dell’Iraq e Siria”, nasce proprio là dove regnava Saddam Hussein, il dittatore che gli Stati Uniti nel 2003 si presero la briga di abbattere per “esportare la democrazia”. Dopo aver “liberato” il paese e essersi lasciati alle spalle qualcosa come mezzo milione di morti, gli americani si sono dati alla destabilizzazione del confinante stato siriano retto da Bashar Al-Assad, un altro dittatore che, per un motivo o per l’altro, non tornava più tanto comodo avere di mezzo. Come spiega Marcello Foa (che cita fonti autorevoli come l’americana PBS e l’israeliana Haaretz) gli USA armarono ed addestrarono i ribelli islamici, inizialmente salutati come sinceri democratici; i quali invece, di lì a breve, decisero di costruirsi un loro stato volgendo i cannoni contro Baghdad e issando le terribili bandiere nere del califfato.

    In Libia i combattimenti tra varie tribù, mercenari e fondamentalisti proseguono dal 2011, da quando cioè Gheddafi veniva rovesciato da un intervento militare congiunto della NATO voluto da Francia e Stati Uniti. Da allora non esiste un governo sufficientemente forte con cui contrattare per bloccare le partenze dei barconi di disperati provenienti da tutta l’Africa, a sua volta spolpata dalle multinazionali occidentali e in mano a governi corrotti. Perciò, anche volendo aprire tutte le frontiere d’Europa, accogliendo indistintamente chiunque voglia venire, è evidente che questo non sarebbe in alcun modo un rimedio al vero problema: la fallimentare politica estera della prima potenza mondiale.

    Gli USA non sono riusciti ad essere fonte di stabilizzazione per queste regioni, finendo anzi per creare un problema dietro l’altro, senza preoccuparsi nemmeno di aver esposto gli stessi partner europei alle ripercussioni di queste strategie violente, ciniche ed avventate. Anziché denunciare questo scempio, rispedire al mittente l’ipocrita lezioncina di Obama e magari chiedere di mettere in discussione la permanenza del paese nella NATO, la sinistra italiana si schiera compatta dalla parte di questo atlantismo guerrafondaio, alzando le spalle e allargando le braccia ogni volta che se ne palesino gli esiti devastanti.

    E non sono solo i politici o gli alti esponenti di partito a rendersi colpevoli di questa ingiustificabile sudditanza. Un intero fronte di pensiero che pretenderebbe di definirsi pacifista, di stare dalla parte dei poveri, di incarnare l’alternativa al consumismo sfrenato di matrice americana non trova di meglio da fare che prendersela con Salvini: ma resta ad osservare gli esodi di disperati, come se dipendessero dall’improvvisa voglia di intere popolazioni di cambiare quartiere.

    Forse da qualche parte sono rimaste sparute oasi di pensiero critico: ma che fine hanno fatto le 100.000 persone che nel 2002 Rifondazione Comunista portò in piazza contro la guerra in Iraq? Non possono essere tutte morte o essere diventate tutte improvvisamente sensibili alle crude ragioni della realpolitik. Probabilmente, allora, hanno semplicemente perso rappresentanza politica o sono state anestetizzate dal pensiero unico, incapaci di reagire alle denunce di chi ha il coraggio di sporcarsi le mani con i problemi veri, come padre Giulio Albanese. E forse – chissà – oggi vanno in giro predicando la famosa accoglienza, di cui naturalmente si dovrebbero fare carico i lavoratori, in particolare quelli meno qualificati, più esposti alla concorrenza spietata e alla deflazione salariale di un’immigrazione di massa.

    Questo “umanitarismo degli ultimi” è insopportabile proprio perché esige che siano gli ultimi, cioè le stesse vittime di questa globalizzazione selvaggia, a farsi carico della carità umana, mentre dispensa con grande liberalità chi sta in alto: perché i grandi signori hanno le loro ragioni per fare le cose, e non è bello che la povera gente voglia chiederne conto.

     

    Andrea Giannini

  • Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Disoccupazione, oltre il tasso c’è di più: il lavoro in Liguria, analisi dei dati e riflessioni

    Offerta di lavoroQuesto articolo non vuole stordire di numeri e dati, ma provare a fare chiarezza su un tema ampio e delicato che troppo spesso viene sbrigativamente ridotto ad un valore percentuale. A rotazione, infatti, il dato sul tasso di disoccupazione occupa le homepage dei media e le prime pagine dei quotidiani: le notizie sono sempre le stesse, il tasso che è salito, il tasso che è sceso… Ma come è possibile che da un trimestre all’altro tutto si stravolga? Viene naturale chiedersi se quel dato che finisce sempre in prima pagina sia davvero significativo.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Cerchiamo di fare chiarezza sui numeri e le percentuali, capire come funzionano, come vengono raccolti e come vanno interpretati. Per farlo, ci siamo fatti aiutare da chi sa che cosa si nasconde dietro a quella percentuale e come viene calcolata. Bruno Spagnoletti, sindacalista, è stato responsabile
    dell’Ufficio Economico Cgil Liguria, esperto di dati statistici sull’occupazione.

    I dati ISTAT 2014-2015

    cercare-lavoroI dati a disposizione al momento della stesura dell’articolo sono suddivisi per provincia per quanto riguarda il 2014 e relativi al primo trimestre 2015 solo a livello regionale. Il dato complessivo presenta un tasso di disoccupazione in diminuzione di 1,1% fra i due anni, che cosa significa? Spieghiamo meglio: la differenza è fra l’ultimo trimestre 2014, che aveva un tasso del 11.2 e il primo trimestre 2015 che ne ha uno del 10.1.
    Facciamo un passo indietro e vediamo come si arriva a questo dato percentuale. Il tasso di disoccupazione è il rapporto tra le persone in cerca di occupazione e la forze di lavoro (persone occupate). Fa parte della forza lavoro chi ha dai 15 anni e più e che nella settimana di riferimento (quella in cui viene effettuata la rilevazione) ha svolto almeno un’ora di lavoro in una qualsiasi attività che preveda un corrispettivo monetario. Le persone in cerca di lavoro (disoccupate) sono invece le persone non occupate tra 15 e 74 anni che hanno effettuato almeno un’azione attiva di ricerca di lavoro nei trenta giorni che precedono l’intervista e sono disponibili a lavorare. L’ISTAT raccoglie le informazioni intervistando ogni trimestre un campione di quasi 77 mila famiglie, pari a 175 mila individui residenti in Italia, anche se temporaneamente all’estero. Le informazioni sono raccolte in tutte le settimane dell’anno.

    Approfondito il “dietro le quinte”, proviamo ad addentraci di più nei dati, che avranno un altro impatto visto quanto sopra. «È vero che il dato nazionale per il 2015 è in diminuzione – esordisce Spagnoletti – c’è una leggerissima inversione di tendenza, ma si tratta di lavoro “povero” (lavori stagionali, precari, ndr). Entrando più nel dettaglio dei dati 2014 ho evidenziato una sofferenza in particolare nel lavoro dipendente, in un anno si perdono oltre 11 mila dipendenti. Il settore che soffre di più è quello dei Servizi e del Terziario rispetto all’anno precedente, ma se valutiamo la perdita di lavoro sul periodo lungo tutti i settori economici perdono, nessuno escluso. Penso che pubblicare sui giornali un’analisi più approfondita sarebbe più utile per farsi un’idea, piuttosto che il singolo dato percentuale».
    Venendo al locale, i dati vedono 73mila liguri in cerca di lavoro, in aumento rispetto al 2013. «In realtà, se ai disoccupati censiti dall’ISTAT si sommano scoraggiati, Neet (giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale, ndr), lavoratori in mobilità e in cassa integrazione senza ritorno, il dato della disoccupazione ligure arriva intorno ai 135mila».

    Dall’analisi dei dati condotta insieme a Spagnoletti emerge ad esempio un errore rispetto ai numeri relativi alla provincia di Savona e a quella di Imperia. Questo deriva probabilmente dall’aggiornamento dei dati fatto dall’Istituto stesso. L’ISTAT, infatti, ha comunicato un aggiornamento dei dati dal marzo 2015 in modo “da rendere confrontabili i dati riferiti agli anni passati”, e ha provveduto a ricostruire le serie storiche. «In realtà quello che è successo – evidenzia l’ex responsabile dell’ufficio economico di CGil – è la modifica di due dati importanti: l’occupazione ligure del 2008 non più fissata a 635.687 ma aumentata a 650.606 (circa 15mila occupati in più) e l’occupazione media 2013 che da 603.113 a 613.091». Questo è solo un esempio a dimostrazione dell’imprecisione dei dati su cui si basano le oscillazioni del tasso di disoccupazione.
    «Si ricorre in errore più facilmente su numeri piccoli, come quelli delle due province liguri – chiosa Spagnoletti – i dati aggiornati non mutano le performance qualitative degli indicatori economici della recessione ligure ma producono distorsioni e contraddizioni evidenti nelle variazioni dell’occupazione». In conclusione la fotografia storica dell’Istat ha troppe ombre per essere considerata davvero significativa.

    E nella nostra regione? Confrontando il primo trimestre 2014 con quello 2015 in Liguria si registrano 19 mila occupati in più con una variazione positiva del 3.23% e 11 mila disoccupati in meno con una variazione negativa del 13.93%.
    Spagnoletti sottolinea quanto sia importante attendere i dati del secondo trimestre 2015 e quelli a seguire per verificare se la tendenza di lieve ripresa proseguirà, «al momento si tratta di dati deboli e vulnerabili, “drogati” dagli sgravi fiscali che il Governo ha voluto per le assunzioni a tempo determinato». In parallelo, infatti, i dati del Ministero a livello nazionale mettono in evidenza l’aumento di assunzioni a tempo determinato del 49.5% e l’81% in più di trasformazioni di contratti a termine in tempo indeterminato; però questo non sta a significare, è fondamentale evidenziarlo, che vi siano state nuove assunzioni e
    quindi aumento dell’occupazione. In poche parole i numeri positivi sono prematuri rispetto alla reale situazione.

    Aumento delle Partite Iva: fumo negli occhi?

    Fino ad ora abbiamo trattato la realtà della disoccupazione, ma c’è un altro lato della medaglia ed è quello rappresentato dalle “nuove” partite IVA cosiddette “dei regimi minimi”.
    Diverse legislazioni negli ultimi anni hanno permesso l’apertura di partite IVA, sopratutto a giovani entro i 35 anni, che prevedono negli anni agevolazioni fiscali più o meno consistenti. In questo caso i numeri e i dati, che spesso vengono presi a riferimento dai media, ci aiutano ancora meno ad avere un quadro reale della situazione perché sono semplicemente il risultato di una banale somma (il numero di partite IVA, in quale settore, con quale classe di età di appartenenza…). I dati relativi alle partite Iva (fonte MEF Ministero dell’economia e delle finanze) raccontano infatti una Liguria che diventa sempre più imprenditrice di se stessa. Ma di che tipo di partita Iva si tratta? Corrisponde allo stesso lavoro svolto in precedenza da dipendenti in precedenza? Oppure queste partite Iva sostituiscono dei contratti a tempo determinato o a progetto?
    Fuor di dubbio che il dato sia in aumento, ma ciò, anche in questo caso, non è per forza sinonimo di maggiore occupazione.

    I dati relativi alla nostra regione seguono l’andamento nazionale, su 4.648 nuove partite IVA 5.729 sono state aperte da giovani fino ai 35 anni, circa il 39%. Lo stesso MEF ammette nella sua analisi dei dati che l’incremento è dovuto probabilmente all’approvazione della legge di stabilità 2015 che ha introdotto il nuovo regime meno vantaggioso, incrementando il numero di chi ha aperto partita IVA entro il 2014.

    A concludere questo nostro viaggio fra i numeri del lavoro in Liguria possiamo essere sicuri che la prossima volta che leggeremo o ascolteremo del tasso di disoccupazione sapremo meglio di cosa si tratta.

     

    Claudia Dani

  • Teatri a Genova, Politeama: eventi di richiamo, sponsor e biglietti. E il bilancio non piange

    Teatri a Genova, Politeama: eventi di richiamo, sponsor e biglietti. E il bilancio non piange

    Politeama GenoveseIl Politeama è una realtà atipica nel panorama teatrale genovese (qui l’inchiesta sullo stato di salute generale dei teatri di prosa a Genova), è in tutto e per tutto una società privata e ha molte più difficoltà ad accedere a stanziamenti pubblici rispetto ad altre realtà (come il Politeama anche Teatro della Gioventù e Teatro Altrove faticano ad accedere a finanziamenti, vedi anche gli approfondimenti su Cargo, Garage, Akropolis, Ortica, Lunaria). Tuttavia, da 21 anni, il Politeama può contare sugli stanziamenti del Fus (Fondo Unico per lo spettacolo). «Nel 2014 – spiega il direttore Danilo Staiti – erano arrivati 61 mila euro ma quest’anno il bando richiedeva un numero di repliche maggiore rispetto al passato per cui speriamo che anche il contributo sia adeguato».

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    I fondi pubblici sono comunque una piccola parte dei circa 2 milioni di euro di bilancio (che vige non per anno solare per stagione teatrale).  Per la prima volta nel 2014 sono arrivati 10 mila euro dal Comune mentre, salvo qualche finanziamento una tantum, la partecipazione ai bandi regionali è sempre stata preclusa. La stragrande maggioranza delle entrate, dunque, è rappresentata dalla bigliettazione: in questo caso, vengono molto in aiuto gli eventi di grande richiamo fatti al di fuori del Politeama, come ad esempio gli spettacoli di Crozza al 105 Stadium. «Sono appuntamenti che rendono molto di più dal punto di vista commerciale – ammette Staiti – e ci consentono di reggere tutta la stagione perché spesso, anche se riempiamo la sala del Politeama, i nostri mille posti riescono a stento a coprire i costi dello spettacolo».

    Molto viene puntato anche sulle sponsorizzazioni, da un lato rese più facili dalle tipologie di spettacolo, dall’altro ostacolate ancora una volta dalla ragione sociale del teatro: «Il fatto di essere una società privata – analizza il direttore – fa sì che non possiamo ricevere contributi da fondazioni come la Compagnia di San Paolo e allontana anche alcune società private che, invece, sponsorizzando realtà pubbliche, fondazioni o associazioni possono attingere a sgravi fiscali che con noi non avrebbero».

    Non è, dunque, detto che in un prossimo futuro il Genovese non possa valutare una trasformazione in associazione o fondazione per aprire qualche porta in più: «È troppo presto per parlarne – conclude Staiti – ma certamente qualche contributo pubblico in più non ci farebbe male: ci basterebbero 100 mila euro per fare festa tutto l’anno. D’altronde siamo un privato atipico perché non facciamo utili e reinvestiamo tutto nella programmazione artistica, per cui la trasformazione in un soggetto senza scopo di lucro potrebbe anche starci».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatro della Gioventù, Chiesa: «Andiamo avanti, ma non sappiamo ancora per quanto»

    Teatro della Gioventù, Chiesa: «Andiamo avanti, ma non sappiamo ancora per quanto»

    Intervista a Massimo ChiesaDopo aver approfondito la situazione generale dei teatri di prosa a Genova (qui l’articolo completo) e i focus su Altrove, Cargo, Garage, Akropolis, Ortica e Lunaria, l’inchiesta a puntate di Era Superba prosegue con uno degli ultimi arrivati, il Teatro della Gioventù diretto da Massimo Chiesa ed Eleonora D’Urso, una realtà che non riesce ad appoggiarsi sui finanziamenti statali e ne paga seriamente le conseguenze.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    «Siamo in causa con il Ministero per oltre 1 milione di euro – racconta Massimo Chiesa – perché i 445 mila euro di contributo del 2012 ci sono stati revocati, quelli del 2013 sono stati trattenuti e nel 2014 non sono stati deliberati. Tutto per colpa della burocrazia». Poche anche le speranze di vedere qualcosa nel 2015, per cui è stata fatta domanda di accesso al Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) come impresa di produzione.

    Il bilancio del Teatro della Gioventù parla di circa 1,2 milioni all’anno di spesa. Gli incassi da bigliettazione arrivano a 700 mila euro ma il resto andrebbe teoricamente coperto da fondi pubblici. «Ma ai bandi regionali non possiamo partecipare perché siamo proprietà diretta della Regione e quanto a sponsor privati siamo negati perché non possiamo permetterci professionisti che operino in questo settore. Per ridurre le spese non siamo più andati in tournée eppure siamo l’unica realtà genovese di sola produzione».

    La situazione del teatro di via Cesarea è resa ancora più tragica dagli incrinatissimi rapporti con il padrone di casa, Regione Liguria. Le alluvioni dello scorso autunno hanno provocato danni per almeno 200 mila euro costringendo alla chiusura del foyer al piano terra in cui avrebbero dovuto trovare spazio eventi enogastronomici, musicali e affitti di sala. «Abbiamo sostenuto le spese per allestire un tendone che sostituisse in parte il foyer ma è stato considerato abusivo. Inoltre, per la rottura dell’impianto di climatizzazione per cui abbiamo avuto problemi di freddo in inverno, siamo stati costretti a migrare all’Acquasola per la programmazione estiva a causa del caldo». Il totale stimato da Chiesa tra danni e mancati incassi fa 2 milioni, all’incirca proprio come il debito del Tkc, senza contare i ritardi di mesi con il pagamento degli stipendi.

    Intanto, il debito con la Regione è stato rateizzato per evitare la revoca della concessione ma il direttore annuncia già che non pagherà la prossima rata: «La Regione non ha ancora iniziato i lavori di messa in sicurezza e riqualificazione dopo i danni alluvionali, eppure da luglio dovrebbero riprendere anche i versamenti che dobbiamo fare per la concessione (61 mila euro all’anno a cui si aggiungono 30 giornate gratuiti di utilizzo della sala per l’ente pubblico) finora sospesi proprio per l’alluvione».

    Insomma, il braccio di ferro continua così come l’attività del Teatro della Gioventù ma il futuro è quantomai incerto. «Andiamo avanti, ma non sappiamo ancora per quanto, solo perché il pubblico ci sostiene – conclude Chiesa – visto che per gli spettacoli dell’Acquasola abbiamo fatto una media di 200 persone a sera, che per 36 repliche significa oltre 7 mila spettatori».

     

    Simone D’Ambrosio

  • Teatri genovesi, Altrove: la realtà della Maddalena fra presente e futuro

    Teatri genovesi, Altrove: la realtà della Maddalena fra presente e futuro

    teatro-hops-altrove-d6Dopo il quadro generale con i protagonisti e il primo focus dedicato alle realtà Cargo, Lunaria, Garage, Ortica e Akropolis, prosegue l’inchiesta a puntate di Era Superba nel mondo dei teatri di prosa a Genova. In questo articolo ci soffermiamo sulla piccola realtà dell’Altrove, in piazzetta Cambiaso nel cuore del sestiere della Maddalena, una scommessa rilanciata due anni fa dall’Arci e dalla Comunità di San Benedetto.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    «Non abbiamo contributi pubblici su cui fare affidamento per la copertura dei costi della stagione» racconta Stefano Kovac, coordinatore di Arci Genova. «L’anno scorso dal Comune abbiamo ricevuto 6 mila euro ma è molto meno di quanto restituiamo a Tursi per i canoni della concessione. Ancora peggio la situazione per quanto riguarda la Regione perché i bandi riconoscono maggiori punteggi alle realtà che hanno già ricevuto contributi negli anni precedenti: è la teoria del motore immobile, chi non è dentro il sistema, non può entrare». Anche con il Ministero è un nulla di fatto: per partecipare alla spartizione del Fus bisogna essere aperti da almeno 3 anni e, soprattutto, bisogna avere una propria produzione, cosa che al momento l’Altrove non ha. «Ci stiamo ragionando per il futuro – guarda avanti Kovac – ma certamente un’apertura in questo senso comporterebbe la necessità di trovare almeno un altro piccolo spazio per la sala prove e, quindi, altri costi».

    Nonostante ciò, il bilancio del 2014 si è chiuso con piccolo attivo di 4 mila euro, frutto soprattutto del grande lavoro dei volontari per la gestione di tutta la struttura dell’Altrove. Le entrate si sono attestate attorno ai 160 mila euro, arrivati principalmente dalla ristorazione (85 mila euro) e dalla bigliettazione (45 mila euro) a cui vanno aggiunti 10-12 mila euro dell’affitto della sale, più la manciata di contributi pubblici e donazioni private.
    Ma il bilancio dello scorso anno solare è molto influenzato dall’ultima parte della stagione 2013-2014, il primo anno, in cui tutte le compagnie si sono offerte portare gratuitamente i propri spettacoli. D’altronde, il progetto di riqualificazione e rilancio del sestiere della Maddalena vale più di un cachet.

    Ed è proprio grazie al volontariato che l’Altrove riesce a stare in piedi: programmazione e gestione degli spazi viene fatta sostanzialmente a costo zero per concentrare gli sforzi sul pagamento degli spettacoli. Un cuoco, un lavapiatti e un barista vengono retribuiti sul fronte della ristorazione ma ogni sera vengono affiancati almeno da un altro paio di volontari. I problemi più grandi riguardano la liquidità. «Per eseguire i lavori di riqualificazione di tutti gli spazi – spiega Kovac – ci siamo dovuti indebitare per coprire oltre 70 mila euro di costi, 30 mila euro in più di quanto preventivato dal bando predisposto dal Comune. Abbiamo dovuto spendere 10 mila euro solo per sistemare le attrezzature che dovevano essere comprese ma che in realtà erano rotte o malfunzionanti».

    E il Comune, dopo aver assegnato la concessione, sembra essersi un po’ troppo dimenticato dell’Altrove. «Non voglio fare paragoni con lo Stabile perché non starebbero in piedi ma se i contributi pubblici fossero dati a seconda dei posti, dovrebbe arrivarci circa 1/25 di quanto elargito a Corte e Duse: si tratterebbe di 200 mila euro. Non pretendiamo certo tanto: ci basterebbero 25/30 mila euro, ovvero la cifra che coprirebbe il delta tra le spese per l’ospitalità delle compagnie e gli introiti da bigliettazione. Al momento con il Comune abbiamo solo vinto una gara per 14 mila euro, ma si tratta di un bando prettamente dedicato alla riqualificazione della Maddalena per cui dovremmo mettere in atto altri progetti e forse potremmo utilizzare per il teatro solo qualche spicciolo». Insomma, sarebbe necessaria una maggiore presa di coscienza e di responsabilità da parte di Tursi verso un teatro, sì piccolo, ma che rappresenta un presidio fondamentale per il territorio: «Apriamo 5 sere alla settimana e, tra spettacoli, ristorazione e bar portiamo mediamente 150 persone al giorno nel cuore della Maddalena, che salgono a 200/250 nel caso di eventi più di richiamo».

    Simone D’Ambrosio

  • Teatri genovesi, bilanci e finanziamenti: Cargo, Garage, Akropolis, Lunaria e Ortica

    Teatri genovesi, bilanci e finanziamenti: Cargo, Garage, Akropolis, Lunaria e Ortica

    Teatro Villa Duchesa di Galliera Genova VoltriDopo aver analizzato con i protagonisti della scena teatrale genovese lo stato di salute del teatro di prosa in città (qui la prima parte dell’inchiesta), fra finanziamenti e bilanci, e soprattutto progetti e riflessioni per un futuro caratterizzato da nuove forme di sostentamento, spostiamo la lente di ingrandimento sulle singole realtà. In questo articolo ci concentriamo su Teatro Cargo, Teatro Garage, Akropolis, Ortica e Lunaria

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-cargo-2Tra color che son sospesi, ancora in attesa di conoscere la quota di Fus (Fondo Unico per lo Spettacolo) in arrivo per il settore delle compagnie teatrali, c’è il Teatro Cargo che, tra gli altri progetti, gestisce le realtà voltresi del Teatro di Ponente e di Villa Galliera. «Ad ogni modo – specifica subito la direttrice Laura Sicignano – i contributi sono piuttosto risibili visto che l’anno scorso sono arrivati da Roma 28 mila euro ma più di 50 mila euro hanno fatto il percorso inverso solo per gli oneri sociali del personale». Anche dalla Regione tutto tace: in questo caso non si tratta di finanziamenti per la stagione poiché i contributi sono sempre arrivati per il cartellone estivo mentre non sono mai stati aperti bandi per il periodo invernale ai quali il Cargo potesse partecipare. «Per noi la vera catastrofe è stata l’abolizione della Provincia – prosegue la direttrice – anche perché dal Comune quest’anno al momento sono arrivati solo 9 mila euro per l’estate, poco meno dell’anno scorso a fronte di una programmazione che è più del doppio, mentre per la stagione invernale già conclusa non si sa neppure se mai uscirà il bando».

    teatro-villa-duchessa-di-galliera-voltri-2Come vengono coperti, dunque, i 350 mila euro di bilancio annuale che servono per realizzare la doppia stagione estiva e invernale, per mettere in piedi una tournée nazionale e la produzione di uno spettacolo? «Dal 2008 – ricorda Laura Sicignano – il flusso delle entrate si è dimezzato, siamo tornati indietro di 10 anni e stiamo cercando di sopravvivere alla crisi in qualche modo. Una mano vitale arriva dalla Compagnia di San Paolo ma i conti sono tenuti in piedi solo grazie alle nostre collaboratrici che sono delle vere e proprie stakanoviste».

    Teatro GaragePiù modeste le dimensione del Teatro Garage, con la gestione della Sala Diana a San Fruttuoso, per cui le uscite si attestano attorno ai 15 mila euro al mese, dovute soprattutto agli stipendi del personale tutto a tempo indeterminato e agli affitti degli spazi. «A questa cifra – sottolinea il direttore Lorenzo Costa – dobbiamo aggiungere lo “stipendio” che versiamo alle banche per coprire i 150 mila euro di debito pregresso». Ora i bilanci chiudono molto vicini al pareggio ma sono coperti solo per il 25% da fondi pubblici di Comune e Regione. «Un tempo – ricorda il direttore – arrivavamo anche al 40-45% e c’erano pure 50 milioni di vecchie lire che una quindicina di anni fa arrivavano dal Fus, poi ne siamo stati estromessi in maniera assurda per non aver realizzato un piccola parte del programma previsto». Così, adesso, la maggior parte degli incassi deriva dalla bigliettazione, dalla didattica, dalle tournée delle proprie produzioni.  

    Nel limbo anche Lunaria, la compagnia che oltre al noto “Festival in una notte d’estate”, gestisce la stagione invernale del Teatro degli Emiliani a Nervi. «Per il Festival – fa i conti la direttrice Daniela Ardini – non sappiamo ancora se riceveremo fondi regionali. Il Comune ci ha dato 18 mila euro  in attesa del contributo dal bando per la stagione, ormai conclusa. Intanto attendiamo risposta dal Fus per la distribuzione dei fondi destinati alle compagnie e ai teatri di innovazione». Il principale sostenitore di un bilancio che si aggira attorno ai 250 mila euro è, anche in questo caso, la Compagnia di San Paolo, seguita dal buon successo del pubblico pagante. Ma la grande incertezza provoca previsioni nefande: «Non sappiamo se saremo in grado di garantire la stagione invernale a Nervi» avverte la direttrice. «In questi ultimi anni ci siamo dovuti ridimensionare molto. Non abbiamo personale fisso per cui abbiamo una grande flessibilità che è quella che ci ha permesso di sopravvivere ma lavoriamo ben sopra le nostre forze e la cinghia a un certo punto non si può più tirare».

    teatro akropolisChi ha trovato una via al momento unica all’interno del panorama genovese per racimolare un po’ di fondi vitali è il Teatro Akropolis che nel 2015 ha ricevuto un finanziamento ministeriale per un progetto di residenze dedicato ad attori che vengono da fuori e che hanno bisogno di spazi per produrre i propri spettacoli. «Il progetto – ci racconta Veronica Righetti, responsabile relazioni esterne del Teatro – è frutto di un percorso dal basso che abbiamo iniziato assieme ad alcuni teatri nazionali e all’Università di Bologna e punta a sostenere le produzioni indipendenti». Sostanzialmente si tratta di mettere a disposizione di compagnie nazionali e internazionali gli spazi e le attrezzature necessarie, vitto e alloggio per una ventina di giorni. «Per quest’anno abbiamo ricevuto 90 richieste ma abbiamo i fondi solo per poter dare risposta a 6, 7 compagnie». Questa realtà di Sestri ponente non ha una vera e propria stagione ma un festival che ogni anno dura 45 giorni. «Le spese più sostanziose che dobbiamo sostenere sono quelle dedicate all’ospitalità delle compagnie che vengono a Genova e a cui teniamo molto. Poi naturalmente ci sono i costi di gestione del teatro e del personale». Le entrate, invece, oltre che dalla bigliettazione, sono garantite dalla vendita degli spettacoli all’estero (al momento è in corso una rappresentazione in Brasile) e dall’organizzazione di laboratori e seminari. Qualche contributo arriva dagli enti pubblici locali (Regione, Comune e Municipio) e da Società per Cornigliano mentre alcuni progetti sono resi possibili grazie a partenariati con Università, Biblioteca Berio e altre città italiane che non mettono a disposizione soldi ma spazi e materiali tecnici.

    Chiudiamo questo prima parte di viaggio nel cuore dei teatri genovesi a Molassana, con la particolare realtà del Teatro dell’Ortica, che fa della promozione sociale a mezzo teatro la propria ragione d’essere e che l’anno prossimo festeggerà i venti anni di attività. Il bilancio da 140-150 mila euro all’anno si chiude in pareggio sempre con molta difficoltà. Dal Comune arrivano mediamente 6 mila euro per la stagione e 5 mila euro per l’estivo Festival dell’Acquedotto (a cui se ne aggiungono altrettanti di Fondazione Palazzo Ducale): «Ma in passato – lamenta il direttore Mirco Bonomi – per il Festival arrivava anche più del doppio. Invece, adesso non c’è più neanche la Provincia mentre la Regione finanzia solo l’attività sociale nelle carceri e con pazienti psichiatrici ma con cifre assolutamente non sufficienti per l’attività fatta in tutta la Regione (20 mila euro nel 2014, ma un tempo erano anche 28 mila – non ancora deliberato lo stanziamento per il 2015)». La diminuzione di finanziamenti da parte degli enti pubblici provoca a cascata altre conseguenze non piacevoli: ad esempio, l’impossibilità di ottenere fidejussioni bancarie a copertura di bandi europei per partnership internazionali i cui costi, in questo modo, devono per forza di cose essere anticipati dal teatro.

    Il teatro, però, almeno nel caso dell’Ortica non è solo spettacolo. Finanziare con soldi pubblici determinate attività diventa anche una connotante scelta politica per le amministrazioni locali: «Per noi il teatro è un momento di crescita e di formazione – conclude Bonomi – e cerchiamo di portarlo nel degrado, nelle periferie, in realtà in cui non è mai entrato. Il teatro diventa qualcosa di vivo, che entra nel cuore pulsante della gente e della città. Il sostegno pubblico per noi non è elemosina ma investimento sulle diversità».

     

     

    Simone D’Ambrosio

  • Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    Mafia e politica a Genova: parla Abbondanza, presidente della Casa della Legalità

    santa-maria-passione-solitudine-malinconia“C’è stato un momento in cui ho capito di non potermi fidare di nessuno”. Christian Abbondanza è un fiume in piena, una miniera di nomi e fatti che raccontano l’altra faccia della Liguria, quella che ormai è diventato difficile nascondere. Lui è il presidente della Casa della Legalità, osservatorio sulla criminalità e sulle mafie che nasce a Genova per espandersi poi in Liguria e nel Nord Italia con l’intento di essere un presidio sociale e un punto di riferimento per tutto ciò che riguarda la legalità, la giustizia ed i diritti. Christian, insieme ad Enrico D’Agostino segretario della Casa della Legalità, porta avanti questo lavoro fin dai primi anni 2000, un lavoro lento e paziente di cui si raccolgono i frutti solo sapendo aspettare. Un lavoro per cui Abbondanza ha pagato e sta pagando un prezzo decisamente alto fatto di minacce e intimidazioni. Christian ripercorre i procedimenti penali in cui la Casa della Legalità è stata coinvolta a seguito delle attività intraprese; annota su un tovagliolo da bar tante crocette quanti sono i procedimenti così da non perdere il conto. Alla fine siamo intorno alla cinquantina. “Ma come fate a difendervi? Dove trovate le risorse economiche per farlo?” Christian, si accende una sigaretta, sorride ma non si scompone “Per fortuna abbiamo dei legali che ci seguono con patrocinio gratuito”.

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista).

    Consultando il sito casadellalegalita.info è facile rimanere impressionati dalla mole di dati su cui si basano le inchieste, un archivio di testi e ricostruzioni frutto di anni di studio, un patrimonio libero e a disposizione di tutti i cittadini. «Il nostro lavoro parte tutto dalla mappatura – racconta Abbondanza – Abbiamo iniziato nei primi anni 2000 mappando le famiglie criminali attive su Genova. Da quel momento non fu difficile trovare una sovrapposizione con il mondo degli appalti pubblici. Allora mappammo i soggetti che avevano potere di assegnare appalti e, conseguentemente, mappammo soggetti che attraverso queste attività avevano la possibilità di prendere voti. Poi passammo al sistema di controllo, le forze dell’ordine e la magistratura. Questo lavoro documentale e il suo costante aggiornamento è alla base di tutto ed è un lavoro che porta risultati in tempi lunghi: basti pensare che stiamo vedendo oggi i risultati di indagini iniziate nel 2005. Tutto sta nel riuscire a dimostrare ai soggetti criminali che la loro forza di intimidazione non è invincibile. Non chinando la testa li possiamo fermare».

    Mafia e politica

    elezioniIn tutta onestà mi chiedo quanto il comune cittadino abbia la percezione di quello che fate. Poi ogni tanto succedono dei fatti eclatanti e le cose vengono a galla raggiungendo senza dubbio una massa critica più ampia. Negli ultimi mesi lo scandalo delle primarie e delle infiltrazioni malavitose nei gazebi di Certosa ha portato alla ribalta delle cronache temi e personaggi sui cui voi lavorate da tempo…

    «Parliamo di un episodio che ha sbattuto in faccia a tutti il motto “Noi facciamo quello che vogliamo” tipico della comunità criminale. L’episodio ha portato all’attenzione dei liguri i meccanismi di condizionamento del voto. Non parliamo di nulla di nuovo, dagli anni 70 ad oggi massoneria e criminalità organizzata hanno condizionato il voto in Liguria: ce lo dicono una serie di inchieste, dall’inchiesta Teardo in avanti ma dal punto di vista mediatico e sociale la cosa è sempre passata sotto silenzio. Questo sistema si è autoalimentato nel tempo arrivando a una spudoratezza che è esplosa con le primarie 2015. Questa volta è stato impossibile ignorare il problema. Ma le primarie sono state soltanto la punta dell’iceberg. La campagna elettorale della Paita, ad esempio, è stata costellata di episodi che meritano di essere evidenziati.  Vogliamo parlare di quel Paolo Cassani, sostenitore della Paita, responsabile di un comitato elettorale di Albenga nonchè prestanome di Carmelo Gullace, boss della ‘ndrangheta arrestato nel savonese? La Paita ha sempre sostenuto di non saperne nulla. Ma, tra le altre cose, il Cassani era stato inibito dall’esercizio di impresa, un dato facilmente recuperabile e difficile da ignorare. Inoltre è si è parlato della presenza ai seggi di Certosa di quell’Umberto Lo Grasso, ex consigliere IDV e già condannato per lo scandalo delle firme false raccolte per la presentazione della lista Burlando nel 2010. Abbiamo raccontato su casadellalegalita.info un episodio emblematico legato al Lo Grasso: Rosario Monteleone nel 2010 festeggia la sua rielezione nel ristorante del boss storico di Cosa Nostra a Genova. Monteleone non nega l’episodio della cena ma ne attribuisce l’organizzazione a Lo Grasso. E qui mi fermo. Intorno alle primarie la rete è fitta ma evidentissima».

    Nel caso delle primarie un elemento di novità, se così possiamo dire, è stato il pesante coinvolgimento delle comunità straniere.

    «Certo, anche le comunità straniere hanno giocato un ruolo importante. È evidente come questi soggetti abbiano una contiguità con la criminalità organizzata soprattutto per quel che riguarda la manodopera sia essa orientata ad attività illecite o legata ad attività lecite in ambiti quali l’agricoltura e l’edilizia. Sono soggetti fortemente esposti all’influenza del crimine organizzato e le primarie sono state la riprova di questo meccanismo».

    La mafia in Liguria non esiste: un preconcetto duro a morire

    [quote]Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più[/quote]

    L’uomo della strada direbbe “E pensare che siamo in Liguria”…

    «Purtroppo questa è una dinamica che si ripete spesso dalle nostre parti, anche da parte degli organismi di controllo. Nel 2006 denunciammo alcuni episodi di pizzo nel ponente genovese. Ci convocarono in questura e l’allora alto funzionario preposto ci disse che a Genova il pizzo non esisteva, che non eravamo mica a Palermo e che il pagamento che denunciavamo poteva essere considerato un obolo, nulla di più.
    Sulla situazione ligure basti pensare che il Procuratore Granero, tornato a Savona dopo anni, ha dichiarato di aver trovato “il deserto giudiziario”. All’epoca di Teardo, membro di spicco del Psi, ex presidente della Regione a cui venne contestato nel 1983 il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, si spalancarono in Liguria le porte dei centri di potere alla criminalità organizzata. Di lì partì tutto. Se trovi porte spalancate perché non devi entrare? La politica che apre le porte della pubblica amministrazione, le banche che aprono le porte con coperture di mutui ingiustificati e con la mancata segnalazione delle operazioni di riciclaggio… L’elenco potrebbe essere molto lungo. Per dire, anche i notai fanno la loro parte: notai che fanno atti per privati vendendo beni demaniali. Quasi surreale. Questo per dirti che, parlando del nostro territorio, il sistema è completamente permeabile, ad ogni livello. A Genova tutto il potere ha sempre avuto un suo trait d’union, un punto d’incontro: la Carige. Carige era al centro di un sistema che ora è emerso nell’inchiesta Berneschi. Se vedi i soggetti coinvolti nell’inchiesta vedi rappresentati tutti i centri di potere presenti in città e, in senso più ampio, sul territorio. Per dire anche pezzi della magistratura sono permeabili all’influenza criminale. E anche la curia non è da meno: abbiamo ampiamente documentato su Casa della Legalità le vicende di una società savonese, dove diocesi di Savona e mappati terminali della ‘ndrangheta vanno a braccetto. Non dimentichiamoci il caso Boccalatte a Imperia. Un presidente di tribunale accusato di corruzione e arrestato non è cosa che si veda tutti i giorni. Questa è la Liguria».

    Politica e informazione

    [quote]Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando[/quote]

    giornaliFacendo uno zoom out e guardando dall’alto lo scenario che stiamo delineando, si nota un’inquietante trasversalità politica rispetto a questa situazione.

    «La criminalità organizzata ha con la politica un rapporto estremamente trasversale e nella trasversalità ha trovato la migliore forma di protezione possibile. Prendiamo i due poli opposti della nostra regione: Ventimiglia, storica roccaforte della destra, e Sarzana, da sempre legata alla sinistra. In entrambi i casi troviamo delle contiguità documentate con soggetti appartenenti alla criminalità organizzata. Io non sollevo le questioni sulle collusioni della controparte e loro non solleveranno le mie. Nel momento in cui sollevo un fatto, la controparte mi ribalta la questione perchè anche io sono ricattabile. Questa trasversalità si specchia anche nell’approccio della criminalità organizzata al mondo economico e produttivo. Collusioni con le grandi imprese da un lato e dall’altro troviamo i legami con le cooperative rosse».

    Oggi in Italia ci sono nuovi soggetti politici, mi riferisco al Movimento 5 Stelle. Come si inseriscono in questo sistema?

    «Provo ad analizzare la situazione. La criminalità organizzata usa i Cinque Stelle in maniera diversa rispetto alle forze politiche tradizionali. Li usa da una parte per destabilizzare  e dall’altra per piazzare qualcuno così da renderlo condizionabile. Da parte nostra abbiamo sollevato una questione di contiguità tra la lista Cinque Stelle candidata alle Regionali e la famiglia Mafodda. Se si guardano le agenzie stampa e gli articoli precedenti alla nostra denuncia si nota che la Salvatore citava spesso l’inchiesta Maglio3, l’inchiesta La svolta, i rapporti della rete del Gullace con Paita. Dopo aver sollevato la questione Mafodda nulla di tutto questo è più stato citato. Se io sono, per così dire, attaccabile, su quel fronte non ho più diritto di parola. Alla fine è un modus che ritorna».

    Ma l’informazione come si comporta rispetto a tutto questo?

    «L’informazione ha un ruolo determinante. La criminalità organizzata così come le attività illecite della politica, qualunque esse siano, hanno, per prima cosa, bisogno di rendersi invisibili. Se c’è attenzione mediatica ci può essere anche attenzione giudiziaria. Il problema qual è? In Liguria c’è sempre stato, da parte dei mezzi di informazione, un atteggiamento non indipendente, tranne rare eccezioni. Parlo della Liguria ma è evidente che la stessa cosa vale a livello italiano. Dal punto di vista etico e di diritto all’informazione, la collusione, anche se non suffragata dalle prove necessarie per un condanna sul piano penale, ma comunque suffragata da intercettazioni e risultanze documentali meriterebbe secondo me di essere evidenziata. Borsellino sosteneva che anche se non vi sono abbastanza elementi per perseguire penalmente un politico colluso con la criminalità, da un punto vista etico e morale, gli elementi a disposizione devono comunque far sì che il politico venga messo al bando. E, aggiungo io, qui si inserisce il ruolo dell’informazione, il dovere di far emergere proprio questi elementi. Comunque, per fortuna, abbiamo incontrato giornalisti ma anche agenti dei reparti investigativi, determinati e competenti, soggetti a cui affidare gli esiti del nostro lavoro e le testimonianze raccolte; così come abbiamo incontrato magistrati liberi e indipendenti che non hanno avuto remore nello scontrarsi con i poteri forti. Queste sono le persone che ci permettono di dire che ne è valsa la pena e che è importante continuare questo lavoro».

     

    Chiara Barbieri

    L’intervista integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba

  • Congresso di Vienna: 200 anni fa veniva sancita la fine della Repubblica di Genova

    Congresso di Vienna: 200 anni fa veniva sancita la fine della Repubblica di Genova

    Garneray-genova-800“Gli stati che componevano la già Repubblica di Genova, sono riuniti in perpetuo alli stati di S. M. il Re di Sardegna, per essere come questi posseduti da esso in tutta la sovranità, proprietà ed eredità, di maschio in maschio, per ordine di primogenitura nei due rami di sua Casa, cioè il ramo reale e ramo di Savoia-Carignano”. Con queste poche parole, duecento anni fa, veniva cancellata per sempre la Repubblica di Genova, dopo oltre sette secoli di storia. È l’articolo 86 delle disposizioni finali del Congresso di Vienna, attraverso il quale i grandi stati europei cercavano di restaurare l’ordine mondiale sconquassato dalla Rivoluzione Francese prima, e dal terremoto napoleonico dopo. Un tentativo che vedeva nella creazione di autonomi e forti stati-cuscinetto, pronti a tamponare una eventuale “ricaduta” dell’epidemia francese, la strategia fondamentale per il mantenimento dello status quo: di questo “trend diplomatico” ne approfittò casa Savoia, che vide accrescere il proprio territorio, ottenendo il dominio sul quella antica repubblica marinara che da sempre ne frenava e contrastava l’accesso al mare.

    La rivalità con i Savoia e il declino della Repubblica

    darsena-fine800Una rivalità, tra quella che sarebbe diventata la casa reale dell’Italia unita e la Superba, che fin dal XVI secolo aveva movimentato la vita nella riviera di ponente e nei territori controllati dai Liguri al di là dell’Appennino, il cosiddetto “Oltregiogo genovese”. La prima guerra combattuta contro i Savoia, Genova la sostenne per il controllo del piccolo feudo di Zuccarello, vicino a Savona, di cui ne aveva comprato, nel 1567, parte del territorio. Gli stessi diritti venivano, però, rivendicati dal Ducato di Savoia, finché, dopo ricorsi e sentenze imperiali, si venne alle armi nell’aprile del 1624: appoggiati da un contingente francese, le truppe piemontesi presero Rossiglione, Novi, Voltaggio e Gavi, intenzionate a conquistare lo stesso capoluogo ligure. Solo grazie all’arrivo di una cospicua flotta spagnola, le ostilità cessarono, riportando la pace e ripristinando i confini. Da quel momento in avanti, Torino, cercò in tutti i modi di avere la meglio sui liguri, destabilizzando il governo della repubblica, alimentando rivalità intestine, aprendo questioni territoriali, portando avanti alleanze strategiche: famose le congiure Raggio, Balbi e Della Torre, tutte fallite, gli assedi di Albenga, Oneglia, spalleggiati dalle navi francesi, che nel 1684 bombardarono la città, tentando addirittura uno sbarco nei pressi di Albaro. La Repubblica di Genova, come è noto, dopo i fasti del XVI secolo, si stava avviando inesorabilmente verso il declino, incapace di far fronte agli interessi dei grandi stati nazione, che potevano armare centinaia di migliaia di soldati, contro le poche migliaia a disposizione del doge di turno. Le rivalità tra le famiglie nobili e lo spostamento dell’asse commerciale mondiale verso altri mari, fecero il resto.

    Così, nel giro di poche decadi, la Dominante aveva visto ridursi lo spazio commerciale e l’influenza territoriale e politica; il controllo della Corsica, da sempre ribelle al dominio genovese, già ridotto a poche città costiere, venne meno: dopo diverse rivolte, alcune foraggiate dalla diplomazia segreta sabauda, l’isola fu ceduta ai francesi, all’epoca alleati, nel 1769. Genova dovette subire l’occupazione austro-piemontese, scaturita dalla rivendicazione territoriale di Finale, finita male; le truppe straniere furono guidate da Botta Adorno, un nobile di origine genovese, la cui famiglia però era stata rinnegata ed esiliata dalla Repubblica in seguito ad un attentato. In quel contesto nacque l’insurrezione popolare di Portoria, che portò alla cacciata degli occupanti, sconfitti sul campo, però, solamente grazie al supporto di truppe franco-spagnole. Questo episodio, diventato simbolo mitizzato della lotta contro lo straniero, fu in realtà una sommossa contro l’oppressione nobiliare, che veniva esercitata attraverso il governo dogale, più attento ai residui interessi finanziari delle grandi famiglie che alla prosperità del popolo. Giovan Battista Perasso detto il Balilla, al quale negli secoli gli furono fatte indossare diverse “giacchette”, da quella risorgimentale a quella fascista, in verità, quel sasso l’aveva scagliato contro una rappresentazione di autorità, che, ancora una volta, vessava il popolo. Questa scintilla, infatti, portò alla formazione spontanea di un governo popolare, in netta contrapposizione alla classe dirigente, poi contrastato e non riconosciuto, che tentò una riorganizzazione della repubblica. Un germoglio morto sul nascere, ma che anticipava in qualche modo quello che la deflagrazione della Rivoluzione Francese avrebbe reso ineluttabile qualche decennio più tardi. La Repubblica di Genova, quindi, sul finire del XVIII secolo, era divenuta poca cosa: un territorio esiguo, fuori dalle rotte commerciali sempre più mondiali, totalmente dipendente dagli equilibri diplomatici internazionali, e alla mercé delle forze straniere, visto che nel 1776, l’esercito ligure poteva contare solamente 2418 effettivi.

    Il periodo napoleonico

    Quello che accadde a Parigi, cambiò i destini dell’Europa, e Genova ne seguì la sorte: l’Assemblea Legislativa rivoluzionaria aveva proclamato i diritti dell’uomo, abolito la nobiltà, distrutto i privilegi feudali e del clero; queste idee raggiunsero rapide tutti i popoli, muovendone gli animi.

    “Il re di Sardegna, Vittorio Amedeo III, proponeva un’alleanza tra i Governi italiani per opporsi al torrente rivoluzionario che dilagava ovunque – scrive Federico Donaver nel 1890 – ma la Repubblica di Genova, come quella di Venezia, protestò di volersi serbare neutrale, sebbene la nobiltà, nelle cui mani stava il potere, tremasse al progresso delle idee francesi”. Una neutralità che però non fu rispettata dalla flotta inglese, che, affondando una nave francese ancora in porto, volle provocare la reazione di Parigi, come diversivo, per alleggerire il fronte settentrionale: a comandare le truppe d’oltralpe, però, c’era Napoleone Buonaparte la cui rapida avanzata nel ponente convinse il governo genovese ad allearsi nuovamente con i francesi. Era il 1796, e in Francia la rivoluzione si stava assestando, resistendo ai reflussi realisti e a se stessa: il giovane generale corso, all’inizio della sua epopea, alimentando moti insurrezionali (tra cui la vera e propria guerra civile tra i giacobini locali e i cosiddetti “Viva Maria”, fedeli alle autorità cittadine) e facendo intervenire le sue truppe in Val Bisagno e Polcevera, impose una costituzione che concedeva l’autorità legislativa a due assemblee elette, e il governo al Senato. Il 2 dicembre 1797, quindi, la Serenissima Repubblica di Genova divenne la Repubblica Democratica Ligure a cui furono annessi alcuni territori d’Oltregiogo sottratti agli austriaci. Il generale Andrea Massena, guidò la resistenza all’assedio portato dagli inglesi e dagli austriaci, in guerra contro la Francia, riuscendo a respingerli sulla linea dei forti. Perfino Ugo Foscolo combattè per la repubblica giacobina genovese, rimanendo ferito nei pressi del forte Puin. Anche in questo caso, però il destino del piccolo seguiva quello dei grandi: con la svolta dittatoriale di Napoleone, la stagione democratica terminò anche a Genova, annessa de facto all’Impero dei francesi nel 1805, e il suo territorio diviso in tre dipartimenti, con qualche residua autonomia, concessa grazie alla mediazione di Luigi Emanuele Corvetto, che sarebbe diventato ministro delle finanze del primo governo francese post 1815. Dopo pochi anni, e dopo feroci guerre, la parabola napoleonica si chiuse con la vittoria delle potenze restauratrici europee, il cui precipitato diplomatico fu discusso e messo nero su bianco durante i lavori del Congresso di Vienna, apertosi ufficialmente nel novembre del 1814, presso il castello di Schonbrunn, in Austria.

    Nel frattempo, durante il materializzarsi della disfatta francese, sotto la minaccia di assedio da parte di Austriaci e Inglesi, ricevendo promessa di ripristino e tutela e della antica autonomia, il 26 aprile 1814, le autorità della città proclamavano la rinascita dell’indipendente Repubblica Genovese. Ma la ritrovata libertà, durò pochi mesi. Come spesso accade, la Storia regala coincidenze simboliche: il 10 dicembre 1814, mentre a Genova si festeggiava l’anniversario della cacciata degli austriaci, seguita alla rivolta di Portoria del 1746, in Austria, in virtù di un accordo segreto, veniva decisa irrevocabilmente la fine dell’indipendenza genovese, nonostante i tentativi dei diplomatici Agostino Pareto e Antonio Brignole Sale, inviati dal governo repubblicano a trattare le sorti del piccolo stato ligure. Il 7 gennaio, per compensare la cessione della Savoia alla Francia, Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, annetteva tutti i territori di quella piccola repubblica che per secoli la sua casa aveva combattuto, contrastato e disprezzato. Un disprezzo che sopravvisse alla pacificazione, visto che il sovrano discendente Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia, nel 1849, a seguito dei moti insurrezionali scoppiati in città, definì i genovesi “vile e infetta razza di canaglie”, giustificando ed elogiando l’operato del generale piemontese Alfonso La Marmora, che aveva ristabilito l’ordine dopo aver bombardato e saccheggiato la città.

    Con il Congresso di Vienna, dunque, veniva posta la parola fine alla storia della Repubblica di Genova; ma da questo scaturì un nuovo capitolo: la Superba e la sua gente, negli anni, furono il terreno fertile da cui nacquero uomini, idee e imprese che prima fecero l’Italia, libera, e poi la difesero dal nazifascismo. Se quindi non era più il vessillo di San Giorgio a garrire sulle antiche mura e sui palazzi nobiliari, testimoni di un fasto che fu, tra i monti e il mare della Liguria, era lo spirito di libertà a ispirare ad accompagnare gli animi del popolo, e a continuare a scriverne la storia.

     

    Nicola Giordanella

  • Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    Genova in scena, la città dei teatri: vivere e sopravvivere all’ombra della Lanterna

    teatro-corte6-DIGenova città dei teatri. La definivano così il sindaco e l’assessore alla Cultura di una manciata di anni fa, Marta Vincenzi e Andrea Ranieri. Un’esagerazione, forse, ma certamente un’espressione che dava piena dignità a una delle principali attrattive culturali della città.
    Sul numero 61 di Era Superba abbiamo pubblicato una lunga inchiesta per approfondire il “dietro le quinte” dei teatri di prosa genovesi. Bilanci e finanziamenti, programmi e progetti, per restare in piedi in un momento di grande difficoltà per un settore che storicamente ha vissuto in primis grazie a quelle risorse pubbliche oggi sempre più in via di estinzione e che ancora è alla ricerca di nuove forme di sostentamento.
    Vi proponiamo sulle nostre pagine online un viaggio a puntate fra i teatri cittadini, partendo da un quadro generale per poi concentrarci sulle diverse realtà, palcoscenico per palcoscenico: Teatro Stabile, Teatro della Tosse, Archivolto, Politeama Genovese, Altrove, Teatro della Gioventù, Teatro Garage, Teatro Akropolis, Lunaria, Ortica e Teatro Cargo. Analizzeremo, dunque, esclusivamente il teatro di prosa, lasciando ad altri contesti le analisi sul Carlo Felice e sulla Gog e le numerose attività di compagnie professionali o amatoriali che non hanno una sede fissa.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    teatro-archivolto-D«Sono molto orgogliosa dei nostri teatri – dice la direttrice dell’Archivolto, Pina Rando – perché da Genova passa davvero il meglio del teatro italiano. Ognuno nel suo settore, rispetto alle proprie caratteristiche artistiche. Abbiamo un’offerta straordinaria rispetto al bacino d’utenza e i teatri, molto spesso, sono pieni». Non solo l’opera del Carlo Felice o la prosa dello Stabile ma anche gli spettacoli del Politeama e dell’Archivolto, le sperimentazioni della Tosse e il fermento di un nugolo sterminato di realtà più piccole e un po’ di nicchia.
    Ma non è tutto rosa e fiori. Anzi. È proprio a partire dagli anni in cui si inneggiava alla città dei teatri che sono iniziati i dolori: la crisi e i tagli hanno ridotto al lumicino i finanziamenti pubblici e privati. Le piccole realtà, laddove non hanno alzato bandiera bianca, hanno comunque boccheggiato a fatica. E le difficoltà non sono mancate neppure alle istituzioni cittadine, come il Carlo Felice, l’Archivolto e, ultimamente, anche lo Stabile, spesso protagoniste sulle prime pagine dei quotidiani locali. «Se ci fossimo messi a lavorare tutti insieme in modo concreto, avremmo potuto davvero raccontare Genova come città dei teatri – riprende Pina Rando – ma quando c’erano un po’ di soldi si è fatto poco o nulla e quando invece ci sarebbero stati i presupposti per iniziare a concretizzare l’idea, non c’erano più i soldi per farlo».
    Già, i soldi. Il problema è sempre quello. Secondo Laura Sicignano, direttrice del Teatro Cargo: «Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».
    Ma quali sono le cifre che girano attorno al sistema teatro genovese? Quanti fondi servono per portare avanti un ente di caratura nazionale come lo Stabile o una realtà decisamente più di nicchia come il Verdi? Chi fa più fatica? Proviamo a rispondere a un po’ di queste domande, andando a mettere il dito nelle piaghe di questo settore e facendoci raccontare lo stato dell’arte dagli stessi protagonisti.

    Su il sipario: una visione d’insieme

    [quote]Il sistema dei teatri è assolutamente fuori dall’economia di mercato: se si pensa che i teatri debbano sostenersi solo con lo sbigliettamento, tanto vale chiuderli».[/quote]

    Teatri pubblici (Carlo Felice e Stabile), fondazioni (Tosse e Archivolto), associazioni (Cargo, Ortica, Lunaria, Akropolis e molte altre) e realtà esclusivamente private (Politeama). A Genova c’è un po’ di tutto e non è semplice riuscire a fare un discorso complessivo. «Ci sono realtà interamente pubbliche come il Carlo Felice o lo Stabile – spiega Laura Sicignano – Fondazioni che hanno importanti elargizioni da Ministero, Regione e Comune e tante altre realtà che cercano di mettere insieme gli scarsi contributi pubblici con quelli privati, spesso attraverso procedure burocratiche complicatissime per cui non c’è neppure la forza lavoro sufficiente per seguirle». I teatri genovesi hanno una natura giuridica estremamente variegata producendo realtà difficilmente comparabili tra di loro, sia dal punto di vista della produzione artistica sia da quello della sostenibilità economica.

    Ingresso Teatro della TosseIl primo elemento che riunisce grandi e piccole realtà è rappresentato dall’indispensabilità dei contributi pubblici, siano essi del Ministero, della Regione o del Comune. Basti pensare che nel 2015 solo per Stabile, Archivolto e Tosse sono previsti da Roma quasi 3 milioni e 200 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi non ancora deliberati per il Politeama, quelli che potrebbero arrivare per le compagnie teatrali e 25 mila euro per il Suq. A tutto ciò vanno sommati i contributi del Comune grazie al bando per la richiesta di finanziamenti per la stagione 2014/15 (a bilancio sono state confermate le stesse cifre dello corso anno, ndr), e della Regione, che storicamente ha puntato quasi esclusivamente sulle grandi realtà. Il tutto senza dimenticare la scomparsa della Provincia che per anni ha rappresentato più di una stampella soprattutto per le piccole realtà costrette a dire addio ai fondi statali e che devono spartirsi le poche briciole elargite dagli enti locali e lottare con le unghie e con i denti per portare a casa qualche sponsorizzazione privata.
    Anche considerando le incertezze dei contributi locali, i finanziamenti pubblici al settore teatro nel suo insieme non sono comunque bruscoletti. Eppure, non bastano. Come sia possibile, prova a spiegarlo Stefania Bertini, di Assoartisti-Confesercenti: «La vita culturale e l’espressione teatrale non sono fatte solo di teatri e festival. I teatri, anzi, rischiano di fagocitare tutto nonostante siano sempre meno e i festival siano sempre gli stessi. In questo modo restiamo bloccati anche a vecchi sistemi di finanziamento: si cerca sempre l’appoggio degli stessi enti che, però, ormai non possono offrire più di quanto già non stiano facendo e, anzi, per farlo sono costretti a togliere risorse ad altri settori. Manca il coraggio di aprirsi a nuovi orizzonti anche sul fronte delle risorse, come la progettazione europea che richiede molto lavoro, è più incerta e soprattutto costringe al confronto e ad avere i conti veramente in regola».
    Le maggiori difficoltà sembrano, dunque, subirle le realtà più piccole, come ben sintetizza Daniela Ardini, direttrice di Lunaria: «I teatri piccoli non riescono a crescere, i medi non si consolidano e solo i grandi hanno finanziamenti pubblici e leggi che li tutelano». Certo le spese hanno ordini di grandezza differenti ma anche le capacità di incasso. «Il problema è che il modello dei finanziamenti a pioggia, in cui si dà un contentino a tutti, è sbagliato alla radice e crea veri e propri danni economici – sostiene Massimo Chiesa, direttore del Teatro della Gioventù – perché chi riceve pochi spiccioli prova comunque ad andare avanti e si indebita, spesso non riuscendo a rientrare degli investimenti e magari per tenere aperta la sala solo poche decine di serate in un anno. Invece, ci vorrebbe una riforma del sistema a livello locale, un Fondo unico per lo spettacolo regionale e comunale gestito con competenza e che possa fare selezione: un tesoretto da dividere, premiando la storia dei teatri e la qualità delle proposte».

    Intervista a Massimo ChiesaIn una realtà che prova a studiare la strada verso la rinascita, non sembra aiutare molto la tanto contestata riforma Franceschini che si poneva proprio l’obiettivo di riorganizzare i finanziamenti pubblici, rivedendo il poco funzionale sistema di elargizione a pioggia del Fondo unico dello spettacolo e puntando sulle realtà di maggior valore. Ma la nuova classificazione dei teatri in Nazionali, di Rilevante Interesse Culturale e Centri di Produzione, al momento non sembra dare i frutti sperati: «È una riforma scritta male e applicata peggio – sostiene, senza indugio, il direttore dello Stabile di Genova, Angelo Pastore – che speriamo possa essere ripresa nel breve periodo attraverso un tavolo di confronto con il Ministero. Non crea posti di lavoro, non libera energie e creatività ma ingabbia ancora di più il sistema con il difetto strutturale di voler punire chi aveva già qualche difficoltà e qualche difetto, inserendo paletti sempre più stringenti, ad esempio disincentivando le co-produzioni. Il teatro, invece, dovrebbe essere una palestra per il cervello».
    «Una pulizia andava sicuramente fatta – ammette il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa – ma la terra bruciata che stanno facendo rischia di non poter più essere recuperata. Il Ministero sta mettendo in pratica un repulisti pericoloso: qui non si tratta di fare rottamazione ma di valorizzare chi ha decenni di esperienza in questo campo».
    Così, laddove non arriva il pubblico, ci si aggrappa al privato. «La maggior parte delle piccole realtà – dice Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi – si regge esclusivamente sui contributi privati, se in essi consideriamo anche gli introiti della bigliettazione, che altro non sono che il sostegno pagato dal pubblico. D’altronde è così anche all’estero, dove tutt’al più esistono leggi che aiutano i grandi e piccoli teatri privati dal punto di vista delle agevolazioni fiscali ma non con contributi diretti. Diversa, invece, deve essere la situazione per il Carlo Felice e per lo Stabile che sono teatri pubblici».
    L’appiglio privato più importante a Genova ha un nome e cognome ben preciso: Compagnia di San Paolo. Dalla Fondazione torinese solo per attività teatrale (esclusi dunque i contributi per musica e concerti che ammontano a circa 300 mila euro e quelli per Palazzo Ducale che nel 2014 ammontavano a 550 mila euro) quest’anno sono arrivati sotto la Lanterna 615 mila euro, a cui vanno aggiunti i contributi per lo Stabile non ancora definitivi ma che l’anno scorso erano di 400 mila euro. Anche in questo caso, però, vige al momento grande incertezza perché la stessa Compagnia ha annunciato che il 2015 è l’ultimo anno per i finanziamenti elargiti attraverso lo storico bando per le “Arti Sceniche”, dall’anno prossimo si cambierà regime, anche se non si sa bene come.
    Risulta, dunque, difficile, se non impossibile, fare programmazione ad ampio respiro. Come se ne esce?

    Un teatro da ripensare: il prossimo atto

    [quote]Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico»[/quote]

    «Se Genova, dopo 25 anni, vuole confermarsi veramente città dei teatri – è la ricetta di Angelo Pastore, neo direttore dello Stabile – deve fare un decisivo investimento culturale. Cultura e turismo possono salvare la città e la Regione». Anche perché «studi economici hanno dimostrato che le risorse investite in un teatro, vengono restituite sette volte tanto» sostiene il direttore del Teatro Garage, Lorenzo Costa.
    «Bisogna reinventarsi un modello – riprende Pastore – seguendo l’esempio di Torino e del Piemonte che non hanno più la produzione delle utilitarie ma si sono reinventati in polo di lusso. Così anche noi dovremmo puntare a un target medio alto, creando nuove sinergie con altri poli di produzione culturale come Palazzo Ducale e il Carlo Felice». Secondo Pastore, pubblico e privato devono fare sistema per capire come rilanciarsi in un contesto che ha decisamente meno risorse: «Bisogna studiare una serie di nuove proposte e alleanze e guardare con più ampio respiro al teatro europeo». Tra le proposte concrete, ad esempio, la creazione di abbonamenti incrociati e la necessità di dare risposta in maniera condivisa alle tante realtà genovesi di produzione artistico-teatrale. «Non ne vieni a capo se non c’è un progetto forte – avverte il direttore – unire forze e risorse può tornare utile. Ciò però non significa necessariamente creare un ente unico: noi siamo persone serie e facciamo collaborazioni solo se c’è un senso, non facciamo operazioni tra il ridicolo e l’imbarazzante com’è successo in altre realtà italiane che si sono unite a caso solo per potersi fregiare del titolo di teatro nazionale».

    teatro-stabileCi vuole però anche un po’ di autocritica, come emerge dalle riflessioni di Stefania Bertini, Assoartisti: «Probabilmente sarà perché mancano le risorse ma c’è pochissima disponibilità a crescere e innovare: non viene data linfa ai giovani autori, attori o registi che siano, che vedono bloccata la propria creatività. Ne risulta un mercato assolutamente statico. Ed è un peccato perché Genova sarebbe uno spazio/laboratorio straordinario per la cultura. Eppure, basterebbe vincolare i contributi pubblici ai risultati: ci sono tante realtà che ormai non sono più abituate a fare i conti con il pubblico. E poi manca una promozione organica del sistema teatro, assieme a un processo di educazione del pubblico su cui, invece, si punta molto in Europa. Che cosa si fa per fidelizzare gli spettatori? Che cosa si fa per formare nuovi interessati?» Sulla stessa lunghezza d’onda, Giunio Lavizzari Cuneo, amministratore del Teatro Verdi: «In un sistema in cui le risorse pubbliche sono sempre minori, è evidente che le amministrazioni siano chiamate a fare delle scelte sui propri investimenti. E credo che nessuno direbbe, ad esempio, di togliere i soldi da un ospedale a favore di un teatro. Quindi è giusto che i privati si reggano sulle proprie gambe. Ma non possiamo passare di colpo da un sistema di finanziamento all’altro: bisogna riflettere su questo tema e trovare delle nuove forme efficaci per rilanciare il teatro».
    Anche Lorenzo Costa, direttore del Teatro Garage, tende ad assolvere gli enti pubblici: «La situazione economica è molto difficile e gli enti locali fanno quello che possono. Le piccole realtà come la nostra non possono fare altro che rimboccarsi le maniche per cercare di ampliare le possibilità di entrata, ad esempio incrementando le produzioni: ma non è un compito facile perché nella maggior parte dei casi non si tratta di prodotti commerciali».
    Dare una risposta univoca alla crisi sembra essere un compito improbo, anche perché ogni realtà ha la sua specificità non solo artistica ma anche economica, che tende giustamente a custodire. Nei prossimi articoli, dunque, proveremo a puntare la lente di ingrandimento sui singoli teatri per capire meglio quali siano quelli più in difficoltà e dove si possa trovare qualche via d’uscita.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    Delfini Metropolitani, il progetto di ricerca dell’Acquario di Genova nel Santuario dei cetacei

    delfino-santuario-cetaceiCapire il mare conoscendo la vita di chi lo abita. Questa l’idea alla base del progetto di ricerca chiamato “Delfini Metropolitani”, attivo dal 2001 e sostenuto dalla Fondazione Acquario di Genova. Un’iniziativa finalizzata a studiare i cetacei, attraverso l’osservazione del loro stile di vita, fatto di brevi spostamenti e ricerca di cibo. «Abbiamo iniziato a studiare i movimenti di questi animali – spiega Guido Gnone, coordinatore scientifico dell’Acquario di Genova e responsabile del progetto – imparando a conoscerli e a seguire i loro spostamenti». Il nome del progetto non deve trarre in inganno: i delfini che abitano i nostri mari, non stanno nelle vasche dell’acquario, ma si spostano in lungo e in largo per tutta l’area del Santuario Pelagos (il Santuario dei cetacei, istituito nel Mar Ligure nel 2001, e che si estende per 90 mila km quadrati, tra Punta Escampombariou, in Francia, Capo Falcone e Capo Ferro, Sardegna e Fosso Chiarone, Toscana. Qui l’approfondimento), a seconda delle stagioni e delle attività dell’uomo.
    Queste ultime, come evidente, modificano le abitudini di questi animali. Sono, quindi, molto adattivi: possono variare la propria dieta in base alla abbondanza e alla facilità di reperimento. Diversi gruppi di cetacei sono abitudinari nel seguire i pescatori durante le battute di pesca per recuperare eventuali pesci fuggiaschi, oppure nel soggiornare presso le foci dei grandi torrenti o nelle vicinanze di colture ittiche, per approfittare del fall out alimentare.

    Sono stati più di mille i singoli delfini catalogati durante questi anni, creando in questo modo uno dei più grandi database di questa specie: «Gli spostamenti registrati degli individui noti, non superano in media i 50 chilometri – continua Gnone – perché hanno sviluppato dei veri e propri comportamenti abitudinari, in qualche modo “tradizionali”. Dal qui il nome metropolitani: si sono create delle vere e proprie micro comunità di cetacei, che risiedono nella varie zone del Santuario».
    Le abitudini alimentari e le attività dell’uomo, ovviamente, non sono i soli parametri che influenzano attività e spostamenti dei tursiopi: il fondale marino compreso all’interno dei confini di Pelagos, infatti, è molto diversificato da zona a zona, comprendendo molteplici ecologie abitative. Questo fattore è alla base della grande biodiversità del Mar Ligure, che «Vive di un equilibrio molto complesso e di non così facile studio: è un mare in continuo cambiamento, dove insiste una forte attività dell’uomo – sottolinea il coordinatore del progetto – prima non esistevano dati storici, si poteva fare riferimento solamente agli esemplari spiaggiati, per cercare di capire quali fossero i movimenti dei delfini, come di altre specie marine».

    QuintoLa ricerca è semplice quanto efficace: uscendo in mare, si procede agli avvistamenti dei cetacei, seguendo le mappe statistiche: molti di loro sono “volti noti”, riconoscibili grazie a caratteristiche estetiche della pinna dorsale o dalle cicatrici; in questo modo si può registrare presenza e abbondanza, mettendo a sistema i dati con le aree ecologiche degli avvistamenti e quindi la relativa dieta dei delfini. Con questi tre parametri, confrontati sul medio-lungo periodo, si possono dedurre dati fondamentali per lo stato di salute del nostro mare. «I delfini cambiano la loro dieta in base alla abbondanza di cibo – spiega ancora Gnone – ed è per questo che studiando questi cambiamenti, possiamo capire quali specie di pesci siano più o meno in sofferenza». Ma i delfini sanno essere anche pigri: «spesso  intere comunità di cetacei sposano determinate attività umane, per avere cibo senza troppa fatica, come molti altri animali non per forza marini, per esempio i gabbiani; per questo motivo il dato sulla dieta da solo non può essere dirimente, e soprattutto è per questo che è necessario fare rete con altri enti di ricerca sparsi per il Santuario Pelagos»

    I numeri di questo progetto, dopo oltre dieci anni di attività, sono consistenti: oltre 11 mila le miglia marine percorse in oltre 1500 ore di missione; gli avvistamenti registrati sono stati più di 200, concentrati maggiormente nello spazio di mare tra Genova e La Spezia. «L’area interessata dalla nostra ricerca, purtroppo, non può essere troppo estesa per evidenti motivi logistici». Acquario di Genova, per Regione Liguria, ha sviluppato un applicativo che sfrutta la piattaforma WEBGIS per aggregare, visualizzare e integrare dati georeferenziati e fotografici.

    tursiopeIl soggetto che con più frequenza viene studiato è il Tursiope, un delfinide che può raggiungere i 4 metri di lunghezza per 350 kilogrammi ed è diffuso in tutti i mari del mondo, cosa che garantisce sulla sua adattabilità. La sua dieta, fatta di molteplici varietà di pesci e di cefalopodi, gli consente una vasta gamma di scelta: è un animale socievole, che vive in gruppi composti da una dozzina di individui, e che oggi sappiamo essere abbastanza sedentari e abitudinari. La caratteristica che lo rende però così utile è la capacità di confidenza che riesce a dare alle attività umane, cosa che li spinge ad avvicinarsi alle imbarcazioni, permettendo, così, di farsi studiare.
    I tursiopi, però, non sono gli unici abitanti del nostro mare: le diverse tipologie di cetacei presenti all’interno di Pelagos comprendono molteplici varietà di delfinidi, come la Stenella, il Grampo e il Globicefalo, ma anche altri di diverse famiglie, come il Zifio, il Capidoglio e la Balenottera. Tutti questi, però, non hanno comportamenti sociali così spiccati come il Tursiope: i grandi cetacei, inoltre, seppur avvistati con un buona frequenza, difficilmente vengono studiati in questi termini, anche perché la loro capacità di lunghe percorrenze li rende particolarmente girovaghi e poco stanziali.

    Come per tutti i settori di ricerca, oggi il contesto economico e politico non semplifica il lavoro: per poter perfezionare i risultati occorrerebbe investire in strumenti e personale; e per avere un quadro maggiormente contestualizzato a livello di sistema Mediterraneo si dovrebbe avere la possibilità di condividere i dati ricavati da altre aree di osservazioneCome in molte situazioni, fare sistema è la soluzione a molteplici problemi, sia tecnici che di finanziamento. Scenari politici non stabili impediscono lo sviluppo della ricerca, e molte aree del nostro mare, al momento, non possono essere osservate, studiate, capite».

    Con i dati che sono stati raccolti fino ad oggi, si può iniziare a tracciare una sorta di geografia della popolazione “metropolitana” di questi cetacei, e di conseguenza di tutte le altre specie che in qualche modo sono influenzate dalla loro presenza. Attraverso questa ricerca, abbiamo una prospettiva ulteriore per tenere d’occhio lo stato di salute del nostro mare, che volenti o nolenti è sempre lì, a sorreggere da secoli le attività dell’uomo. Acquario di Genova, quindi, come soggetto divulgatore, e non solo come attrazione turistica: l’asso nella manica dell’offerta culturale in città, punta a mantenere anche il suo ruolo di aggregatore scientifico, uscendo fuori dalle vasche. Questa grande infrastruttura, che continua a ricevere riconoscimenti per la qualità del suo approccio turistico-divulgativo, può diventare anche un polo unico e all’avanguardia. In fondo è nato anche per questo, e le sue iniziative di ricerca dovrebbero essere sostenuto maggiormente dalle scelte politiche e amministrative. “Delfini Metropolitani” è un buon esempio di ricerca applicabile ad un’idea di turismo naturalistico di particolare suggestività. Sopra e sotto la superficie dell’acqua, il Mediterraneo è intensamente abitato, vissuto, solcato: anche i cambiamenti climatici fanno registrare il loro contributo sulla creazione di nuove ecologie ittiche, in continuo assestamento. La ricerca coordinata da Guido Gnone e Fulvio Fossa, quindi, raccoglie e racconta la abitudini di questi cetacei “urbanizzati”, e attraverso la gestione di questi dati si può cogliere una prospettiva nuova per conoscere il nostro mare “metropolitano”.

     

    Nicola Giordanella

  • “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    “Sport minori”, un mondo da scoprire: le discipline più in voga, l’incontro con gli atleti

    ATLETICA (1)I liguri lo sport lo seguono, lo praticano, comunque lo amano; ma se andiamo a spulciare i dati oltre il calcio, che fagocita la maggior parte delle risorse e dell’attenzione dei media, troviamo un mondo talmente variegato da essere quasi impossibile da catalogare. La prima difficoltà, infatti, la riscontriamo al Coni, dove non riescono a suggerire un modo per individuare quanti potrebbero essere gli sport praticati in Liguria; però ci consigliano, e ci procurano, l’Annuario Ligure dello Sport 2015. Si tratta di un volume, giunto all’ottava edizione, scritto da Marco Callai e Michele Corti, che è una minuziosa e puntuale immagine di quello che è oggi lo sport in Liguria, sia dal punto di vista delle società, enti o associazioni che da quello dei media e delle istituzioni. Qualche numero giusto per capire di cosa stiamo parlando: 3000 Società sportive, 45 Federazioni, 15 Enti di Promozione e 19 Associazioni Benemerite.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba (dove trovare la rivista)

    Basta un’occhiata all’Annuario per realizzare che riportare qui un elenco degli sport praticati anche solo in provincia sarebbe cosa lunga e pedante: fra i più praticati, citiamo su tutti il football americano, maschile e femminile, la pallamano ed il cricket, il canottaggio e l’hockey. Poi c’è il softball e i grandi arcipelaghi dell’atletica – che comprende discipline diversissime – e delle arti marziali che è in continua evoluzione.
    Sono tantissimi gli atleti che praticano in condizioni non certo ottimali, spesso costretti ad anticipare il costo di attrezzature e materiali, se agonisti, o comunque ad adattarsi all’ormai perenne carenza di fondi che rende ogni società, ogni associazione, in balia di finanziatori e di sponsor talvolta raccogliticci e di dubbia affidabilità. Il problema dei soldi è ovviamente un tema ricorrente nella nostra ricerca: spesso l’esistenza stessa di un’associazione, il suo federarsi o meno è dovuto alla cronica incapacità, o forse impossibilità, di reperire le risorse necessarie.

    Daniele e il kendo

    Daniele ha 26 anni, è laureato in Storia, ed è genovese: una volta a settimana va nella palestra di Colle degli Ometti dove si allena per il Kendo, un’antica disciplina orientale di arti marziali, in cui spirito, tecnica e corpo sono ugualmente importanti, ma dove l’elemento dominante è proprio lo spirito, che guida la tecnica a fare ciò che è necessario per il corpo. «La nostra non vuole essere solo un’attività sportiva, tanto è vero che non viene richiesto l’inserimento negli sport olimpici, perché in realtà c’è il timore che la purezza del gesto possa essere stravolta per ottenere dei risultati agonistici», racconta Daniele.
    Ma come mai ad un ragazzo viene voglia di praticare uno sport così introspettivo? «Io sono sempre stato molto affascinato dall’Oriente, dalla lingua, dai costumi e dalla civiltà orientale. Frequentando il Cus Genova, qualche anno fa, il Kendo era nell’offerta insieme ad altri sport: ho voluto subito provare e ne sono rimasto affascinato. Pratico anche altri sport, faccio tennis, nuoto: però cercavo qualcosa che mi facesse crescere, oltre che il fisico, anche lo spirito. E nel kendo direi che l’ho trovato». Il Cus non è l’unica palestra dove si pratica il Kendo a Genova: «la palestra principale è l’Andrea Doria, in zona Carignano; poi a Levante c’è appunto la palestra Colle degli Ometti, ed esistono almeno un paio di altre strutture, una a Sampierdarena ed una a Rapallo». E quanti atleti a Genova si sono avvicinati a questa discplina? «Sono circa 30/40 che frequentano regolarmente l’Andrea Doria, nella mia palestra invece siamo meno di dieci e stessa cosa mi sembra sia nella palestra di Sampierdarena». Cerchiamo di capire a grandi linee in che cosa consiste questa disciplina e se si tratta di un’attività costosa: «No, come sport non è costoso anche se quando devi comprarti l’armatura almeno 500 euro li spendi, ma per iniziare e per parecchi mesi non ti serve niente, la palestra ha quanto ti occorre. Per noi allenarsi è una cosa sia fisica che mentale, infatti arrivi all’incontro con l’avversario quando sei già parecchio avanti nella preparazione: all’inizio il compagno è lì solo per farsi colpire. Come sport non è affatto competitivo, certo non c’è lo spirito di squadra ma è anche vero che quando l’avversario ti colpisce in realtà devi essergli grato, perché ti ha mostrato un tuo lato debole su cui lavorare, qualcosa insomma da migliorare».

    Matteo e il football americano

    FOOTBALL (1)Da un ragazzo che passa parte del proprio tempo libero con uno sport che è anche introspezione, ad un altro che dell’istinto fa il proprio punto di forza. Matteo Espinoza oggi è un quarantenne che fa il broker a Montecarlo, e del suo sport “di nicchia” ha uno splendido ricordo. «Ero andato allo Sport Show, una manifestazione che organizzavano alla Fiera del Mare negli anni ‘90, avevo 21 anni, ero appassionato di tanti sport fra i quali proprio il Football americano, che in quegli anni veniva trasmesso da Italia1 ed io ero molto incuriosito. C’era lo stand degli “Squali Golfo del Tigullio”, lo vidi, ne rimasi folgorato, e mi buttai a capofitto in questa impresa. Allenamenti a Chiavari, corsa quotidiana, palestra: per diventare un giocatore vero devi allenarti un’infinità di tempo». Ora, per chi volesse provare con questo sport occorre andare a Savona, dove c’è la bella realtà dei Pirates, che giocano a 9 (una specie di serie B, ndr) o a Sarzana, dove i Red Jackets sono Campioni d’Italia in carica. Intanto nel Tigullio hanno rifondato la squadra dei Predatori Golfo del Tigullio, ma a Genova purtroppo non riesce a decollare niente in questo senso. «Io ormai ho attaccato il caschetto al chiodo: questo sport non puoi praticarlo come un passatempo, è troppo impegnativo dal punto di vista fisico, praticamente devi avere lo scatto di un centometrista in un corpo di 100 chili. Ma anche se la nostra fu una stagione d’oro, se guardo all’ambiente da esterno vedo che che l’interesse dei giovani c’è, anzi forse gli appassionati sono anche aumentati. Quello che manca è piuttosto un coordinamento fra le federazioni ed un accordo fra queste ed il Coni, con il quale invece i problemi sono tantissimi».

    Sonja e la corsa

    Ma per un atleta che rinuncia, ce ne sono altri che non smetterebbero mai, anzi: «Basta? Io penso di non aver mai detto basta alla corsa, e non riesco neanche ad immaginarmi un futuro senza poter correre». Così Sonja Martini della Cambiaso Risso Running Team, una vita per la corsa. «Ho 38 anni ed ancora sto migliorando, sto crescendo. Se qualcuno mi considera una sportiva amatoriale ha ragione, in effetti io come lavoro faccio ben altro che correre: cucino, vendo, affetto salumi in una gastronomia, e faccio anche lavori di pulizia, quindi un’attività fisicamente pesante. Ma una persona che si allena come faccio io, con i ritmi che mantengo, con un allenatore vincente (Sergio Lo Presti, ndr) ed essendo la campionessa italiana in carica dei 10.000 su strada, beh, qualcosa più di una dilettante mi posso considerare. Certo, della corsa non sono riuscita a fare una professione, ma la mia è una passione grandissima, intorno alla quale gira il resto della mia vita».

    «L’ambiente della corsa  – continua Sonja – è molto bello, molto allegro, partiamo tutti insieme per andare alle varie gare, magari stiamo nello stesso albergo, organizziamo cene, ci incontriamo tutti quanti. Essere sereni è fondamentale per avere dei risultati, ed io ne sto avendo, perché quest’anno oltre al titolo ho fatto i 10mila su pista in 35’40” e mi sono anche classificata per i 3mila siepi a Torino, campionato italiano. Il mio futuro? Di corsa, ovviamente. Appena mi renderò conto di avere il recupero rallentato, invece di insistere con i 10mila o con le siepi, che sono la mia ultima passione, mi dedicherò alla maratona. Non c’è niente da fare, io senza la corsa mi spengo, non sono più io».

    Queste sono solo tre persone in un mondo che conta migliaia di praticanti, tre atleti con preparazioni, storie, vite completamente diverse. Storie di entusiasmo, di passione, di fatica, mentre alle loro spalle, nelle associazioni, nelle strutture, ci sono esempi di persone che svolgono un lavoro anche più oscuro con impegno e assoluta correttezza, ma anche altre con un’atavica tendenza all’autogoverno, alle rendite di posizione, per quanto piccole possano essere, all’incapacità di condividere conoscenze ed opportunità.

    Bruna Taravello

  • Consiglio comunale, sarà una pausa di riflessione: le ultime delibere e la lettera al sindaco

    Consiglio comunale, sarà una pausa di riflessione: le ultime delibere e la lettera al sindaco

    palazzo-tursi-aula-rossa-d14Non è mancato qualche colpo di scena nell’ultima seduta del Consiglio comunale prima della pausa estiva (i lavori delle Commissioni riprenderanno il 31 agosto, prossimo Consiglio previsto l’8 settembre), in cui c’era grande attenzione per la tenuta della maggioranza dopo l’uscita dal Pd dei consiglieri Gozzi e Caratozzolo, passati al Gruppo Misto. Ed è stato proprio grazie al voto dei transfughi democratici che è stato approvato un ordine del giorno – proposto dal M5S e votato anche da Udc, Gruppo Misto tranne Malatesta, Lista Musso, Lega e Pdl (astenuto Campora), Bruno (Fds) e Pastorino (Sel) – che impegna sindaco e giunta a “dare mandato politico ad Amiu per rimuovere dai vertici aziendali gli attuali dirigenti e direttori di servizio, sostituendoli con persone in possesso di un curriculum professionale più adatto”. Certo, solitamente gli ordini del giorno lasciano il tempo che trovano, ma a colpire è soprattutto il dato politico di una giunta e una maggioranza andate nuovamente sotto su un tema delicato e che continuerà a far discutere non solo dopo la pausa estiva.

    I conti verranno fatti probabilmente a partire da domani nel corso di una riunione di maggioranza (preceduta da un incontro più ristretto solo di ciò che rimane dei consiglieri Pd), convocata inizialmente per giovedì pomeriggio e poi slittata a venerdì per la previsione di una tarda conclusione dei lavori consiliari di ieri. E proprio su questo incontro i consiglieri di Lista Doria, Sel e Gianpaolo Malatesta hanno scritto una lettera aperta a sindaco e giunta per lamentare l’inadeguatezza di tempi e modi della convocazione della riunione che appare “inadeguata al raggiungimento dell’obiettivo, che tutti avvertiamo come urgente, di rilanciare l’iniziativa dell’Amministrazione superando in positivo la fase critica che si è recentemente aperta”. Secondo i firmatari per ridare fiato alla maggioranza non è possibile affidarsi “alla logica emergenziale di una ricerca occasionale del sostegno dei consiglieri; dobbiamo piuttosto sforzarci di restituire a quest’ultimi un ruolo attivo e propositivo che li veda ampiamente coinvolti in tutto il processo di decisione politica e non solo nel momento del voto“. Per fare ciò i consiglieri propongono l’organizzazione per la prima settimana di settembre di “una giornata di lavoro seminariale dedicata al confronto sugli obiettivi e alle azioni di ogni assessorato. Per meglio rispondere alle richieste pervenute da tutti i consiglieri nell’ultima riunione di maggioranza, pensiamo sia utile che la giornata preveda, oltre ad un momento iniziale e finale plenario, anche dei gruppi di lavoro tematici, avvalendosi del supporto professionale di facilitatori di cui l’amministrazione dispone”.

    La seconda sorpresa della giornata ha riguardato la famosa mozione del Pd sul suq di Turati – corso Quadrio. Dopo essere stato presentato in pompa magna con tanto di conferenza stampa, il documento si era un po’ perso nel nulla: ricomparso all’improvviso all’ordine del giorno dell’ultima seduta, è stato rimandato in Commissione, con il capogruppo Pd, Simone Farello, che ha accolto la richiesta dell’assessore alla Legalità, Elena Fiorini. Voci di corridoio dicono che la giunta abbia promesso di non mettere in campo alcuna soluzione prima di settembre, quando il tema, assieme alla mozione del Pd, dovrebbe essere discusso in Commissione. Un tira e molla un po’ assurdo ma piuttosto sintomatico di come né la giunta né tanto meno le forze politiche di maggioranza abbiano le idee chiare su come affrontare definitivamente la questione mettendo insieme le rivendicazioni di cittadini e commercianti e i desideri dei protagonisti del mercatino.

    Intanto sul piatto c’era l’ultima votazione sul Puc

    Tornando all’intenso Consiglio comunale, al primo punto dell’ordine del giorno si è affrontata quella che dovrebbe essere stata l’ultima votazione sul nuovo Piano urbanistico comunale. Il Consiglio ha approvato con 21 voti favorevoli (Pd, Lista Doria, Gruppo Misto e Udc), 4 astenuti (Pdl) e 9 contrari (M5S, Lista Musso, Baroni del Gruppo Misto) le controdeduzioni della giunta alle ultime osservazioni pervenute senza alcuna sostanziale novità rispetto a quanto già anticipato. Ora il Puc andrà in Conferenza dei servizi, già convocata il 5 agosto, che avrà 90 giorni di tempo per verificare l’aderenza del Piano alle norme urbanistiche sovraordinate e il rispetto dei parametri imposti dalla Valutazione ambientale strategica. A quel punto, salvo ulteriori osservazioni che comporterebbero un nuovo passaggio in Consiglio, ci sarà la pubblicazione ufficiale e quindi l’entrata in vigore entro il 7 dicembre, termine in cui scade il peridio di salvaguardia che consente di rispondere già attualmente alle eventuali richieste urbanistiche sulla base di quanto previsto nel nuovo piano regolatore.

    Come previsto, rinviata a settembre anche la seconda discussione all’ordine del giorno che riguardava la tanto attesa delibera sul nuovo regolamento della movida: le critiche piovute da più parti al documento su cui stanno lavorando a quattro mani gli assessori Piazza e Fiorini hanno costretto a un momentaneo ritiro del provvedimento, in attesa di una ricalibrazione e di una nuova condivisione con tutti gli attori in gioco che verosimilmente non avverrà prima di settembre.

    Amiu

    Come detto in apertura, molto calda la discussione sulla delibera che allinea il piano industriale di Amiu alla nuova legge regionale sul ciclo dei rifiuti. Rispetto a quanto già deciso lo scorso anno (qui l’approfondimento), cambia solo il capitolo legato alla collocazione dell’impianto di separazione secco-umico che, come anticipato, non avverrà più nelle strutture di Volpara e Rialzo ma direttamente a Scarpino. Intanto, proseguono le manovre per l’ingresso di un partner privato, che sarà sempre più probabilmente Iren, e gli incontri per la definizione degli spazi in cui collocare i nuovi impianti di biodigestione e di trattamento della raccolta differenziata: mentre c’è chi si sta attrezzando per trovare soluzioni all’esterno del Comune di Genova ma all’interno della Città Metropolitana, sembra riprendere quota l’ipotesi dell’area ex Colisa, inizialmente precettata come campo-base per i lavori della Gronda. «Sarebbe meglio che le aree venissero individuate all’interno del nostro Comune – ha detto il capogruppo Pd, Simone Farello – perché rafforzerebbero il patrimonio di Amiu e consentirebbero di chiudere il ciclo dei rifiuti in città. Se ciò non fosse possibile bisognerebbe comunque ottenere la disponibilità delle aree entro la fine dell’anno e far sì che i costi per l’acquisizione non siano maggiori di quanto succederebbe con la soluzione interna».

     Bilancio e forti

    Da segnalare l’approvazione di un documento tecnico dovuto che attesta la situazione di equilibrio del bilancio del Comune di Genova. L’occasione è stata utile all’assessore Miceli per informare ufficialmente circa l’importo definitivo che arriverà da Roma dal fondo di compensazione per i mancati trasferimenti Imu-Tasi: si tratta di 20 milioni e 835 mila euro, circa 7 milioni in meno rispetto allo scorso anno. Sarà a partire da questa cifra che gli uffici dovranno produrre la variazione di bilancio già ampiamente annunciata nelle scorse settimane e che verrà proposta a giunta e Consiglio alla ripresa dei lavori. Al momento, comunque, lo stanziamento del fondo compensativo ha consentito già una prima variazione significativa ad alcune voci come 4,6 milioni in più a favore dei servizi sociali.

    Approvate, infine, altre due delibere: la prima dà il nulla osta all’accordo di valorizzazione del complesso dei Forti e al trasferimento dal demanio degli immobili rientranti nella cosiddetta “prima fase” (Belvedere, Crocetta, Tenaglie, Begato, Sperone Puin, Torre Granara), la seconda conferisce alla Fondazione Teatro Carlo Felice una servitù d’uso sull’area esterna alla Palazzina Liberty di Villa Gruber (già a disposizione del Teatro) e un comodato d’uso gratuito di 50 mq in fregio alla limitrofa via Cesare Corte.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di Genova e Porto Antico: dall’ipotesi fusione ai progetti per il nuovo waterfront

    Fiera di GenovaDopo le dimissioni della presidente della Fiera di Genova, Sara Armella, contestuali alla presentazione del primo bilancio in pareggio e seguite a quelle dell’amministratore delegato Antonio Bruzzone, è stato nominato su indicazione del Comune Ariel Dello Strologo nuovo presidente della Fiera di Genova. Per quanto riguarda invece l’amministratore delegato, nomina che spetta a Regione Liguria – Filse, ecco Luca Nannini, docente, insegna all’università di Pisa Strategie di Risanamento Aziendale.

    Nelle settimane che hanno preceduto l’assemblea dei soci si era tornati a parlare con insistenza di un possibile matrimonio tra l’ente fieristico e la Porto Antico Spa. La nomina di Dello Strologo, presidente della Porto Antico dal 2009 che manterrà le due cariche, conferma quella che era molto più che un’ipotesi. Un progetto che dovrebbe in un certo qual modo ricalcare a livello amministrativo quanto potrebbe accadere sul piano urbanistico con la realizzazione del Blue Print di Renzo Piano, che ha l’obiettivo di mettere finalmente in comunicazione diretta l’area dell’Expo con quella della Fiera. E così, esattamente com’era successo per la riqualificazione degli anni ‘90, la figura dell’archistar torna a essere nuovamente decisiva.

    Nel numero 61 di Era Superba, in uscita lunedì 3 agosto, troverete un ampio approfondimento sulla situazione dei due enti (vi proponiamo qui un estratto), con un’intervista al direttore generale di Porto Antico Alberto Cappato, che voci di corridoio indicavano in corsa con lo stesso Dello Strologo per il ruolo di presidente di Fiera. Una volta che sarà formalizzato il rapporto fra i due enti, Cappato avrà comunque un ruolo operativo di coordinamento fra le due realtà cittadine.

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61  di Era Superba

    foto porto antico dall'altoL’avvocato e presidente della Comunità ebraica genovese, Ariel Dello Strologo, dunque, sarà il trait d’union dirigenziale tra i due enti. È comunque esclusa, almeno in tempi brevi, qualsiasi fusione. Anche perché sarebbe piuttosto azzardato mettere sulle spalle di un ente che funziona, come la Porto Antico, il fardello di una realtà che deve trovare la giusta strada per ripartire, come la Fiera di Genova. La fusione, peraltro, non sarebbe neppure semplice dal punto di vista tecnico: parte degli azionisti dei due enti coincide ma le quote di capitale variano sensibilmente da ente a ente e da proprietario a proprietario. Si parla piuttosto di «integrazione operativa – come la definisce il sindaco Marco Doria – da costruirsi soprattutto attraverso la rete di imprese come precondizione per verificare altre e future forme di integrazione». Una rete in cui dovrebbero confluire spazi, eventi e comunicazione, progetti e servizi, iniziative di vario genere, come lo stesso Salone Nautico, allo scopo soprattutto di evitare una concorrenza fratricida e di ricercare fresche fonti di finanziamento.

    «I fatti recenti – commenta l’assessore comunale con delega ai rapporti con Fiera e Porto Antico, Carla Sibilla – sicuramente contribuiranno ad accelerare i processi: l’integrazione si stava studiando, ripartiremo da lì ma per quanto riguarda un’eventuale fusione vanno fatti sicuramente studi più approfonditi di due diligence».

    Integrare, però, non significherebbe solo tagliare qualche poltrona, che certo è necessario fare per risparmiare un po’ di soldi sul capitolo management, ma vorrebbe dire soprattutto creare un nuovo contenitore che, ad esempio, punti forte sulla nautica, offrendo accosti sia alla Fiera che lungo il Molo Vecchio, ma anche sul turismo e sull’intrattenimento. Il che vorrebbe dire, da un lato, provare appunto a rilanciare il Salone Nautico, dall’altro allargare gli orizzonti delle proposte culturali del Porto Antico che, forse, negli ultimi anni si sono adagiate un po’ troppo sugli allori e rischiano di anno in anno di ripetersi solo perché previste dal calendario.

    Fiera di Genova

    fiera-genova-kennedy-DILa Fiera (32,46% Comune di Genova, 27,39% Filse-Regione Liguria, 21% Città Metropolitana, 17,24% Camera di Commercio di Genova, 1,91% Autorità Portuale), com’è noto, è finalmente giunta al pareggio di bilancio dopo anni di durissimi tagli e un consistente ridimensionamento degli spazi. Il fardello degli spazi lasciati liberi se lo è accollato il Comune, con la speranza di poterli rivendere, anche a lotti, in vista della riqualificazione di questa porzione di waterfront. «Se non si venderanno – allerta il vicesindaco Stefano Bernini – l’onere ricadrà sui genovesi, dato che per risanare i conti di Fiera e acquisire queste aree il Comune ha acceso un mutuo con la Bnl di una ventina di milioni di euro». In un modo o nell’altro, dunque, i conti dell’ente di piazzale Kennedy andranno definitivamente a posto non appena Comune, Regione e Autorità Portuale firmeranno l’accordo di programma che deciderà il futuro delle aree. «Solo a quel punto sarà possibile l’unione tra Fiera e Porto Antico – sostiene il vicesindaco Stefano Bernini – indipendentemente dal Blue Print, che non verrà mai realizzato perché, com’era già successo con gli Affreschi dello stesso Piano, è un’idea completamente sconnessa dalla possibilità di progettare qualcosa che sia economicamente sostenibile». La società con sede ai Magazzini del Cotone, così, non dovrebbe essere caricata di oneri eccessivi ma, anzi, riceverebbe nuovi spazi da gestire in modo coordinato e con personale commisurato.

    Porto Antico

    [quote]Abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».[/quote]

    Ma se dell’ente di piazzale Kennedy e del suo precario stato di salute economica molto si è parlato sulle pagine di quotidiani genovesi, Era Superba compresa, meno si sa di che cosa succede negli uffici della Porto Antico Spa (51% Comune di Genova, 43,44% Camera di Commercio, 5,56% Autorità Portuale), che navigano almeno apparentemente in acque ben più tranquille.

    porto-antico-sfera-piano-acquario-DIIntanto le note positive: il bilancio 2014, chiuso entro il 30 aprile ma non ancora ufficialmente pubblicato sulle pagine del sito della società, fa tornare il segno + con oltre 500 mila euro di utile. Passata, dunque, la mareggiata dello scorso anno, quando fu registrata una perdita da 1,8 milioni legata soprattutto alla fallimentare operazione di Ponte Parodi, a causa degli infiniti ritardi di Autorità portuale. «Ma il nostro obiettivo – dichiara Alberto Cappato, direttore generale di Porto Antico spa, che circa un suo coinvolgimento in vista di un’eventuale unione con la Fiera di Genova preferisce il silenzio – non è tanto quello di produrre utili, quanto di reinvestire le risorse per migliorare l’area e renderla più attrattiva».

    A proposito di miglioramenti, con l’esplosione di caldo delle ultime settimane non possono non essere apprezzati i miglioramenti alla piscina prospiciente i Magazzini del Cotone. Ma la riqualificazione che più sta a cuore ad Alberto Cappato è quella della Città dei Bambini: «Abbiamo ripreso la gestione diretta dallo scorso dicembre – racconta – e abbiamo completato un grosso intervento di rinnovamento e nuova disposizione dei giochi per fasce d’età. Grazie alla collaborazione con il Cnr, è stata completamente rivista la sezione delle illusioni ottiche ma abbiamo pensato anche alla parte manuale, un aspetto educativo importante nell’era dei nativi digitali».

    C’è poi tutto il settore degli eventi, sia organizzati direttamente sia solo per la concessione degli spazi o altre partnership. «Ogni anno – ammette Cappato – abbiamo sempre più grandi difficoltà a organizzare la rassegna estiva perché i genovesi si aspettano sempre di più. Ci sarebbe la speranza di poter prolungare gli spettacoli anche per il mese di agosto ma non è facile a causa del budget limitato che abbiamo a disposizione».

    porto-antico-notte2-DIBudget che, invece, non dovrebbe essere un problema per un grande sogno di Cappato che potrebbe consentire proprio all’area dell’Arena del Mare di vivere anche in autunno e in inverno. Si tratta della famosa ruota panoramica, una sorta di London Eye sotto, anzi di fronte, alla lanterna. L’installazione era già stata annunciata per lo scorso inverno ma, poi, non se n’è saputo più nulla: «Abbiamo avuto qualche lungaggine con le autorizzazioni soprattutto per quanto riguarda l’Enac per l’occupazione dello spazio aereo ma adesso è tutto a posto. Solo che la ruota che sarebbe dovuta arrivare dall’Olanda (con cabine climatizzate e la possibilità anche di realizzare servizi di catering all’interno, ndr) è stata installata altrove perché l’acquirente non poteva aspettare oltre dato che doveva iniziare a rientrare di un investimento sull’ordine di grande dei 2, 3 milioni di euro. Quindi, ora, aspettiamo la fabbricazione di una nuova ruota con le stesse caratteristiche che consentano di installarla nei mesi invernali e rimuoverla in quelli estivi».

    Altro pallino di Cappato per il futuro è l’incentivazione della mobilità elettrica come strumento di potenziamento turistico: «Abbiamo da poco vinto un bando europeo – ci anticipa Cappato – per l’installazione di colonnine di ricarica veloce ogni 50 chilometri, nelle aree di servizio autostradali: 14 milioni di finanziamento che nel giro di due anni dovrebbe dare vita a un lungo percorso che creerà un corridoio europeo di mobilità elettrica, che si chiamerà Unit-E, tra Genova, Dublino e Bruxelles. La speranza è quella di attirare un nuovo tipo di turismo che risiede non così lontano da noi, visto che a Nizza esiste una flotta di car sharing elettrico con 60 auto».

    Sembrano, invece, essere risolti i problemi di natura economica con Costa Edutainment: «La nuova vasca dei delfini – spiega Cappato – sarebbe dovuta entrare in servizio molto prima e i ritardi hanno fatto andare a rotoli tutti i piani finanziari. La vasca, infatti, la stiamo pagando noi ma l’Acquario sta restituendo nei tempi previsti tutto il dovuto».

    Una nota negativa è rappresentata dalla crisi del Museo Luzzati che ha annunciato il rischio chiusura. «Il grido di allarme purtroppo non stupisce – dice laconicamente Cappato – perché le istituzioni non ce la fanno più a supportare tutte queste realtà: i soldi non bastano ed è necessario fare delle scelte». Difficile pensare che la società Porto Antico possa intervenire direttamente con finanziamenti: «Piuttosto – prosegue il direttore generale – cercheremo di farli entrare più a sistema con il resto dell’area, ad esempio pensando a qualche sinergia con la Città dei bambini».

    Infine, c’è il buco nero dell’ex Wow, nel modulo 1 dei Magazzini del Cotone: inaugurata a marzo 2013, la cittadella della scienza non è mai decollata ed ha chiuso miseramente i battenti dopo neanche un anno di vita. Scaduto il contratto con i concessionari (prima Garrone, poi Ferrero), gli spazi sono stati utilizzati temporaneamente solo per il Myba, importante fiera internazionale per i professionisti di Superyacht e Charter. Al momento il padiglione resta tutto chiuso, in attesa di una nuova destinazione di medio-lungo periodo.

    A proposito di ospitalità congressuale, anche su questo punto non solo la Porto Antico ma tutta la città di Genova dovrebbe investire. «Quando i congressisti arrivano a Genova – sostiene Cappato – restano sempre estasiati dei servizi e delle location per le loro riunioni, anche i tempi di permanenza tengono a ridursi a causa dei costi». Ma nel 2014 sono state solo 110 mila le presenze in zona Expo legate a questo settore: il mercato è ancora eccessivamente stagionale e Genova sconta sicuramente la difficile accessibilità con mezzi pubblici e privati dai grandi centri italiani ed europei.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’articolo integrale è pubblicato sul numero 61 di Era Superba

  • Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    Zelenkovac, il progetto genovese: “ognuno ha il diritto di vivere nel posto dove è nato”

    zelenkovac-9Valorizzare una storia poco conosciuta, ma incoraggiante e portatrice di un messaggio universale; fare maggiore chiarezza su quanto è accaduto durante e dopo la guerra in ex-Jugoslavia e avere il piacere di lavorare insieme a un gruppo di amici, condividendo un’esperienza di vita prima ancora che professionale. Sono queste le ragioni che hanno spinto il nostro gruppo, composto da sette giovani genovesi, Michele Giuseppone (regia e montaggio), Luca Fiorato (presa diretta, montaggio audio e musiche), Silvia Giuseppone (riprese), Davide Castagnola (fotografia), Serena Ferrari  e Davide Montaldi (supporto logistico) e me, Daniele Canepa (interviste, testi e traduzioni), a realizzare un film documentario sul villaggio eco-turistico di Zelenkovac, fondato da Borislav – “Crazy Boro” – Jankovic, poeta, pittore, scultore e… amante della natura e della vita.

    A circa venti minuti di auto dalla cittadina di Mrkonjić Grad e a un’ora e mezza da Banja Luka, dopo essere stata una comune di artisti ex-jugoslavi ed essersi salvata miracolosamente dalla furia distruttrice della guerra in Bosnia, Zelenkovac è diventata oggi un villaggio di montagna eco-turistico composto da capanne e bungalow in legno – costruiti, nel tempo, da Boro stesso e dai suoi amici – adibiti a strutture ricettive per viaggiatori che desiderano passare qualche giorno a contatto con la natura. Per capirne meglio il valore nel contesto bosniaco, tuttavia, è necessario prima fornire un quadro complessivo sul passato prossimo e sul presente della Bosnia Erzegovina.

    La Bosnia Erzegovina: Un quadro generale

    Una classe dirigente spesso incompetente e corrotta, clientelismo diffuso, immense potenzialità naturali, storiche e artistiche sfruttate soltanto in minima parte, problemi nello smaltimento dei rifiuti, infiltrazioni criminali in settori chiave dell’economia, fuga dei cervelli… No, non è l’Italia. Spesso da noi percepita come distante geograficamente e culturalmente, la Bosnia Erzegovina, in realtà molto più vicina al confine italiano rispetto a una nazione da noi sentita affine come la Spagna, presenta delle difficoltà e una realtà sociale per molti versi analoghe a quelle del nostro paese. A differenza del nostro passato recente, però, quello bosniaco è stato segnato dalla guerra più violenta consumatasi sul suolo europeo dalla fine del secondo conflitto mondiale: una guerra bollata come “odio etnico” dai media mainstream, sempre alla ricerca di comodi slogan che semplifichino, anziché aiutare le persone a capire le cause profonde.

    La guerra in Bosnia è stata, secondo le parole del giornalista e scrittore Luca Leone, esperto in materia da noi intervistato per il film: «Un laboratorio dell’orrore e del male. Il nostro compito di giornalisti e scrittori è andare sul posto e raccontarla per quello che è stata. Non è stata una guerra etnico-religiosa, ma piuttosto una guerra di aggressione, combattuta da gruppi di potere che avevano il solo fine di spartirsi un paese e creare una grande Croazia da un lato e una grande Serbia dall’altro. Punto.»

    L’assetto politico attuale della Bosnia Erzegovina, complicato ai limiti dell’ingovernabilità, è frutto degli accordi di Dayton, negli Stati Uniti, firmati nel novembre 1995. Il risultato ha dato luogo a un paese “transgenico”, secondo la definizione di Leone, diviso nelle entità territoriali della Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con capitale Sarajevo, a maggioranza croato-musulmana, la Repulika Srpska, a maggioranza serbo-ortodossa, con città di riferimento Banja Luka, e il distretto di Brčko. I costi insostenibili della politica, il pantano burocratico di amministrazioni locali e nazionali e una presidenza tripartita, che prevede la frequente alternanza di un rappresentante di ciascuno dei gruppi nazionali alla guida del paese, sono solo alcune delle cause alla base di una paralisi che tiene in scacco una popolazione all’interno della quale le diseguaglianze si acuiscono, anziché diminuire.

    Se da un lato le pensioni non assicurano nemmeno la sopravvivenza, dall’altro le famiglie faticano a reperire le risorse necessarie per mantenere i figli e per provvedere alla loro istruzione.

    I partiti, tuttavia, invece di rivolgere la propria attenzione verso questi problemi, preferiscono soffiare sul fuoco del nazionalismo. Il parallelismo con l’Italia è evidente anche qui: destra contro sinistra – o almeno presunte tali – da noi, partiti dei gruppi nazionalisti in Bosnia. Dietro le urla delle finte fazioni, tuttavia, la voce della gente comune rimane inascoltata, mentre essa non chiede nient’altro che di potersi costruire un futuro pacifico e ritornare a vivere armoniosamente. Proprio per tutte queste ragioni, l’esempio di Boro e di Zelenkovac sono così preziosi e valgono la pena di essere raccontati.

    La Bosnia attraverso una lente diversa. Il documentario Zelenkovac

    Documentari e réportage sulla Bosnia si limitano di solito a descrivere ciò che è accaduto durante la guerra o a presentare il profondo senso di lacerazione generato da un conflitto fratricida, a causa del quale il vicino di casa, da un giorno all’altro, è diventato il nemico dopo anni di pacifica convivenza. Dopo tali letture e visioni, il senso di frustrazione, misto a rabbia e impotenza, è l’unica cosa che rimane. La realtà presentata nel film Zelenkovac e l’esperienza stessa di Boro, invece, insegnano che anche in una situazione apparentemente priva di uscita, come quella della Bosnia di oggi, è possibile creare valore.

    «Volevo dimostrare che ognuno ha il diritto di vivere nel posto in cui è nato…», afferma con convinzione Boro, la cui “creatura” rappresenta in miniatura quanto la Bosnia ha da offrire: una natura meravigliosa, come quella che circonda Zelenkovac, immersa nel bosco; storia e arte; multiculturalità e un senso dell’ospitalità a tratti commovente. Persone come Boro, secondo quanto Luca Leone afferma nel film: «Sono come panda, che hanno bisogno di essere protetti, in quanto Boro è un esempio di uomo che ha capito come ridare speranza ai bosniaci».

    Spinti dall’obiettivo di far emergere questo tipo di atteggiamento di fiducia nei confronti della vita e di non darla vinta a coloro che prosperano sull’ “intanto non cambia niente”, abbiamo deciso di investire il nostro tempo e denaro per realizzare Zelenkovac, le cui riprese sono iniziate nel luglio 2013 e il cui montaggio è terminato a febbraio 2015.

    Un progetto autoprodotto e autofinanziatotra mille difficoltà

    Per tre di noi, Luca, Michele e io, non si è trattato del primo lavoro insieme. Anzi, la nostra amicizia è iniziata proprio conoscendoci sul precedente posto di lavoro. Tuttavia, da tempo discutevamo su come si potesse realizzare un progetto prodotto in totale autonomia. L’investimento ha riguardato le attrezzature, le spese vive, di alloggio e di viaggio per andare a girare in Bosnia – e a Modena per avere il contributo decisivo di Luca Leone – in due periodi diversi di venti giorni in totale. Se la parte riguardante il girato è andata tutto sommato liscia, una volta superati i primi due o tre giorni di ambientamento a Zelenkovac, i problemi hanno riguardato invece il montaggio. Completare un documentario che dura circa settanta minuti richiede tempo e idee in quantità. Se le seconde ci sono sempre state, la prima risorsa è invece spesso mancata. Tanti, infatti, sono stati gli impegni della quotidianità e della vita lavorativa a Genova che si frapponevano alla realizzazione del nostro progetto, portandoci via energie preziose.

    A tali ostacoli si è poi aggiunto quello linguistico: se nel realizzare le interviste, per la metà in serbo-croato, ci eravamo avvalsi dell’aiuto di amici sul posto che traducevano il senso generale delle dichiarazioni di Boro e dei suoi aiutanti, durante il montaggio si è reso indispensabile avere una traduzione dettagliata per poter operare i tagli nei punti giusti. È stato soltanto grazie all’aiuto di diversi amici serbi e bosniaci che vivevano qui o che abbiamo conosciuto in Bosnia che siamo riusciti nell’impresa. Il lavoro, comunque, è giunto al termine, con un prodotto sottotitolato sia in inglese sia in italiano.

    Il prossimo passo? Pubblicare il cofanetto (libro e dvd) Zelenkovac. Per questo motivo, abbiamo creato una pagina di crowdfunding sul sito Indiegogo, allo scopo di raggiungere la cifra minima necessaria per la pubblicazione e ci siamo riusciti, suprandola anche di qualche centinaia di euro. Ora non rimane che la pubblicazione, ultimo atto di un percorso indimenticabile.

    Daniele Canepa