Mese: Novembre 2016

  • Maddalena, il Comune vuole “dare un posto al disordine” coinvolgendo polizia e cittadini

    Maddalena, il Comune vuole “dare un posto al disordine” coinvolgendo polizia e cittadini

    maddalenaDare un posto al disordine” è il progetto che mira a riqualificare il sestiere della Maddalena. Il nome la dice lunga sull’obbiettivo che l’assessorato a Legalità e Diritti vuole raggiungere: migliorare la vivibilità di un’area del centro storico genovese considerata delicata e problematica.

    «Con questo progetto il Comune di Genova affronta ancora una volta la sfida dell’analisi di fenomeni complessi della città – sostiene l’assessore Elena Fiorini – e realizza interventi che, da un lato promuovano il rispetto delle regole, il controllo e la sanzione, ma dall’altro creino partecipazione, inclusione e collaborazione».

    Ad agire nel sestiere è un team multidisciplinare, composto da operatori sociali e polizia municipale, che interviene, dopo aver ricevuto una formazione mirata, con un’attività di mediazione e dialogo. Un progetto, quindi, che non nega o limita, ma promuove la legalità per far rifiorire uno dei quartieri storici della città. «Vogliamo prima avvicinarci e poi affrontare il problema del disordine che è evidente in questa zona», spiega Anna Alessi, responsabile dell’Ufficio Legalità e Diritti del Comune di Genova. «L’approccio sarà quello della partecipazione, vogliamo collaborare con gli abitanti, i commercianti, le associazioni che operano nel quartiere, per arrivare a far rispettare le regole».

    Il primo step che il Comune ha realizzato per cominciare a “riassettare” il disordine e contrastare il degrado è stato la presentazione ufficiale del progetto all’intero sestiere, rendendo partecipi e coinvolgendo tutti, dagli abitanti, ai commercianti, alle associazioni. Una comunicazione biunivoca che crea una collaborazione, evita conflitti e mira a risolvere la situazione. «Ora stiamo lavorando sull’ascolto, stiamo parlando con gli abitanti, con i negozianti e con chi vive quest’aerea per capire nello specifico i problemi»,  continua Alessi. «Solo con una comunicazione diretta e il feedback di chi vive il quartiere potremmo agire nel miglior modo».

    Si passerà poi all’occupazione “virtuosa” delle aree interessate da parte dei cittadini come lo slargo di via della Maddalena, vico Rosa, vico Mele, piazza Cernaia valorizzando e promuovendo iniziative di animazione del territorio. A collaborare attivamente al progetto saranno le associazioni La Comunità, Arci, Coop. Il Laboratorio, A.Ma., Ass.Med.Com, che realizzeranno laboratori per grandi e piccini e iniziative per coinvolgere gli abitanti e allontanare il degrado.

    Premio nazionale del Forum italiano di sicurezza urbana

    maddalena-2Il progetto “Dare un posto al disordine” del Comune di Genova si è aggiudicato il primo posto della prima edizione del Premio nazionale del Forum italiano di sicurezza urbana (FISU). Un’iniziativa definita della giuria presieduta da Rosella Selmini, presidente della Società europea di criminologia, innovativa per la collaborazione sistematica proposta tra polizia locale ed operatori sociali, volta a risolvere rilevanti problemi di disordine urbano.

    L’idea che interessa la zona della Maddalena, una delle aree più critiche del Centro storico, è stata pensata e realizzata dall’assessorato Legalità e Diritti, in collaborazione con il comando della Polizia Municipale e l’Ambito Territoriale Sociale del Municipio Centro Est, grazie a un’attenta analisi del territorio. L’intervento è stato realizzato grazie al co-finanziamento della Compagnia di San Paolo, co-progettato con un vasto raggruppamento di soggetti di Terzo Settore sociali quali la Coop. La Comunità, Arci, Coop. Il Laboratorio, A.Ma., Ass.Med.Com, sostenuto dalle principali realtà del territorio, con il supporto tecnico dell’Associazione Amapola.
    Tra le iniziative del progetto ci sarà anche il supporto dell’amministrazione e la valorizzazione del territorio e l’avvio iniziative di animazione. Il Forum italiano per la sicurezza urbana fornirà consulenza tecnica e logistica, sostenendo le spese, fino a un massimo di 5.000 euro, per l’organizzazione di un evento internazionale a Genova finalizzato alla promozione dell’esperienza di progettazione sulla sicurezza urbana partecipata.

     

     

  • Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

    Mimo Spyro, incontro con l’artista greco dei vicoli. «Non annoiarsi è molto prezioso»

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    © Ciro Mennella

    Non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Spyros Patros, mimo, performer e attore teatrale, fotografa con questa bella espressione l’opzione per l’incerto, piuttosto che per il certo, e la ricerca di un percorso di vita vicino alle proprie inclinazioni che abbiamo incontrato in molte delle storie dei “nuovi genovesi”. Arrivato in Italia nel 2013 spinto dall’amore e dal desiderio di mettere alla prova il proprio talento in un altro paese, Spyros ha lasciato un lavoro “sicuro” e ben retribuito per perfezionare in Italia un percorso artistico iniziato in Grecia con la fotografia e le prime performances. A Genova si è fatto conoscere come artista di strada con il suo personaggio di “Mimo Spyro”.

    Il mimo è una forma d’arte che ha origine proprio nell’antica Grecia, con la pantomima, breve rappresentazione comica o di eventi e caratteri della vita quotidiana. Il concetto contemporaneo di mimo è nato in Francia agli inizi del XX secolo. Indica una rappresentazione che fa del tutto a meno della comunicazione verbale per “parlare” e trasmettere concetti, sentimenti, emozioni solo attraverso i gesti e la mimica facciale. Il termine mimo indica sia la forma di spettacolo che l’attore che imita con espressioni del viso e movimenti persone, animali o situazioni. Oggi in Italia il mimo è molto praticato dagli artisti di strada. Simile, ma non identica, è la performance, legata alla tradizione dei tableaux vivants, delle “statue viventi” diffuse in molte città italiane, che compiono solo minimi movimenti degli occhi e del capo.

    L’interesse per tutte le forme di arte pubblica è negli ultimi anni in netta crescita anche in Italia. Grazie alle arti performative on the road di giocolieri, mimi, clown, statue viventi e musicisti di strada, a forme di street art quali il writing, la pittura murale, lo yarn bombing, alle mostre realizzate con installazioni in luogo pubblico, la creatività artistica sempre più spesso esce dai luoghi tradizionali per interagire con l’estetica e il tessuto sociale delle città.

    Due regioni, il Piemonte e la Puglia, hanno emanato negli anni scorsi leggi regionali per promuovere il libero esercizio delle arti sul loro territorio da parte degli artisti di strada o buskers. Molti comuni, fra cui anche Genova, hanno emanato regolamenti che riconoscono il valore culturale del loro lavoro. E’attiva una federazione nazionale degli artisti di strada, la Fnas, e c’è un ricco cartellone di Festival dedicati ai buskers in giro per l’Italia. Nella storia di Spyros, l’esperienza delle performance pubbliche di Mimo Spyro si è intrecciata con la pratica di altre forme d’arte come il teatro di prosa e la fotografia. L’approccio del mimo non è stato per lui solo una tecnica artistica, ma anche un mezzo per entrare in comunicazione profonda con le altre persone e la città.

    mimo-spyro-02Quando hai deciso di trasferirti in Italia e a Genova?
    «In Italia sono arrivato quasi 4 anni fa, nel marzo del 2013. In quel periodo abitavo a Rodi e lavoravo come cameriere, responsabile di sala. Il lavoro era sicuro e anche ben pagato, ma artisticamente mi sentivo un po’ costretto. A Genova sono capitato per amore, avevo già visitato la città alcune volte e incontrato una donna genovese. La città è simile a Rodi per il grande centro mediovale e il mare e l’ho sentita subito vicina al mio concetto di casa. Era un periodo in cui mi sentivo pieno di sentimenti e di emozioni, avevo un piccolo budget e nulla da perdere. Pensavo di fare un piccolo viaggio in Europa, ma mi sono detto: invece che respirare solo per un po’ un’aria diversa, perché non provarci? Anche senza sapere l’italiano. L’amore non è andato cosi’ bene, ma artisticamente mi sono lanciato moltissimo».

    Quali sono state le tue esperienze artistiche prima di arrivare a Genova?
    «Il mio percorso artistico è iniziato a 15 anni con la fotografia a livello amatoriale, in Grecia. A 18 anni mi sono trasferito in Germania per studiare biotecnologie. Non era il mio mondo, era una voglia non proprio mia, un’influenza della mia famiglia. Ma mi ha aperto gli occhi. In Germania ho riconsiderato la fotografia: la figura dell’artista è molto considerata e lo studio è difficile e serio. Tornato in Grecia per il servizio militare, ho lavorato presso un falegname per mettere da parte il necessario per dedicarmi allo studio della fotografia a Salonicco. Una città che mi manca, dove c’è una grande energia, ci dovrò tornare! Mi è stata offerta la possibilità di esporre in un Festival delle Arti. Avevo molte bellissime idee, ma pochi soldi per la stampa delle immagini e ho deciso di proporre una videoinstallazione con la proiezione delle fotografie. La mostra è andata molto bene e quando mi hanno di nuovo invitato, sempre molte idee e zero soldi, ho deciso di usare il mio corpo, mi sono avvicinato alla performance.
    La fotografia è stata un cerchio che si è chiuso e che mi ha portato verso la performance e il personaggio del mimo, Mimo Spyro. Nella performance, quando usi il tuo corpo, entra tutto quello che senti, tutto quello che sei, tutto quello che hai fatto: i sentimenti, le emozioni, la danza, lo sport».

    La tua esperienza artistica in Italia è quindi legata in primo luogo alle performance on the road di Mimo Spyro?
    «Sì, alcuni mesi dopo mi sono trovato in Italia, senza parlare l’italiano e il mimo mi ha aiutato. Mi sono lanciato in strada per comunicare con la gente. È’ stata un’esperienza meravigliosa nonostante la chiusura che spesso si percepisce a Genova. Io a livello emotivo mi ero già aperto, quando ho visto che la gente faceva fatica a interagire ho cambiato alcune cose del personaggio e del vestito. Per due anni sono stato con Mimo Spyro davanti a Palazzo Tursi, la gente iniziava a riconoscere il posto e il personaggio e ha iniziato a cambiare atteggiamento.
    Un incontro importante per il mimo è stato quello con Enrico Vezzelli, che lavora come social clown negli ospedali per la fondazione Theodora Onlus, con i ragazzini malati, anche in situazioni molto toste. Ho frequentato i suoi corsi, il clown riesce a fare comicità con le emozioni, come il mimo. È stato un matrimonio meraviglioso, il mio Mimo Spyro è diventato anche un po’ clown».

    In Italia negli ultimi anni sono nati molti Festival dedicati agli artisti di strada. Hai mai provato a partecipare e a portare il tuo Mimo Spyro in altre città italiane ed europee?
    «Ai Festival delle arti di strada per ora non ho mai provato ad andare, sono stato di recente alla Notte Bianca dei Bambini, alla Maddalena. Il mimo l’ho portato in diversi posti, viaggiare col mimo è sempre interessante, perché vedi come reagisce la gente, la diversità…percepisci che stai viaggiando. Sono stato a Torino, Marsiglia, Milano, Parma, Atene e a Napoli dove molti sembravano attori nati e anche le persone di settanta/ottanta anni volevano giocare».

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    © Ciro Mennella

    A Genova hai avuto altre esperienze di lavoro?
    «Posso dire di essere stato fortunato. Io sono sempre stato aperto, con la voglia di parlare e conoscere gente, e questo mi ha aiutato ad avvicinare persone simili. Ero arrivato da poco quando ho conosciuto i gestori dell’Ostello Manena, un ostello della gioventù appena aperto. Erano compagni di scuola della mia coinquilina e cercavano chi si occupasse dei walking tour, giri guidati della città a offerta libera. Un concetto che prima a Genova non esisteva e che ci ha aiutato ad avvicinare un pubblico che mai si sarebbe accostato a un tour tradizionale. Parto di lì, dal loro ostello, racconto la storia di Genova, la storia d’Italia dal mio punto di vista.
    Questa città è identificata anche per ragioni storiche con il mugugno, l’avarizia e la chiusura, ha un’età media molto alta, ma forse anche per questo è un luogo dove non è difficile trovare gente attiva e creativa, dove se c’è qualcuno che fa qualcosa di nuovo, di diverso lo riesci a trovare. Questa per me è la sua bellezza. Io sono riuscito a trovare le persone giuste sia a livello artistico che lavorativo. Certo qua ci vuole tempo, ma non è detto che sia una cosa negativa. A Genova col tempo sono riuscito a fare amicizie profondissime. Ci potrà volere molto, ma se qualcuno ti fa entrare in casa, è come se fosse casa tua. Ho avuto anche alcune esperienze di insegnante di inglese, come volontario nei corsi di lingue straniere dell’Associazione Pas à Pas e per una cooperativa dove ho insegnato inglese a ragazzi dai 15 ai 18 anni, molti di loro avevano abbandonato la scuola o erano stati bocciati. Anche questa esperienza, un progetto di tre mesi, è andata molto bene, i ragazzi volevano continuare».

    Puoi raccontarci il tuo percorso dalla performance pubblica di Mimo Spyro al teatro?
    «In Grecia, a Rodi, avevo fatto un corso di teatro. E nel teatro sono ritornato attraverso il corpo. La mia prima esperienza è stata una rappresentazione di teatro molto “leggero” legata a una raccolta fondi di beneficenza dell’associazione Mani Tese. Sono stato chiamato grazie al mimo, c’erano degli sketch in cui dovevo interpretare dei vestiti. Siamo stati anche al Teatro Carignano e al Teatro dell’Archivolto. Ho recitato in un monologo scritto da Antonio Sgorbissa, dovevo interpretare uno dei personaggi che stavano dietro all’interprete principale, eravamo in quattro. Siamo stati a Palazzo Ducale e in replica ai Giardini Luzzati.
    Vestiti e maquillage erano a cura di Margherita Marchese, che poi mi ha chiamato in altre occasioni per recitare dei personaggi che potevano “interpretare” i vestiti. Alcune volte, sempre grazie al mimo e soprattutto nel periodo estivo, ho lavorato con il Teatro Scalzo. In Primavera siamo in cartellone al Teatro dell’Ortica con “ Ududu-Za-Thora”, uno spettacolo scritto e diretto da Antonio Sgorbissa».

    Attualmente stai continuando a portare in giro il tuo personaggio del mimo?
    «In questo momento il mimo l’ho lasciato un po’ da parte, mi sto concentrando di più sul mondo dell’attore e del teatro. Voglio ritrovare un altro approccio, mi serve cambiare, se no mi annoio. Mi fa piacere non annoiarmi: non annoiarsi è una cosa molto preziosa. Il mimo cambierà un po’, ma tornerà in strada, scendere in strada mi dà sempre una bella energia. Ora sto avvicinandomi sempre di più al mondo della recitazione. Per lavorare come attore è molto importante anche parlare bene la lingua italiana, contano anche gli accenti. Non è un percorso ancora concluso, ma si va, vedo che si va».

    Andrea Macciò

  • Droghe leggere e pesanti: quando la Cannabis non è reato

    Droghe leggere e pesanti: quando la Cannabis non è reato

    marijuana-dorghe-leggereLa materia delle sostanze stupefacenti è sempre stata oggetto di forte interesse da parte dell’opinione pubblica e materia di dibattito della politica: è di pochi giorni fa la notizia che il disegno di legge n. 3235, proposto da Roberto Giacchetti, PD, “Disposizioni in materia di legalizzazione della coltivazione, della lavorazione e della vendita della cannabis e dei suoi derivati”, sia stato “rispedito” al mittente. L’iniziativa parlamentare era stata presentata il 16 luglio 2016, poi passata all’esame dell’assemblea della Camera e infine in data 6 ottobre u.s. è stata rinviata dall’assemblea in Commissione  riunite II Giustizia e XII Affari Sociali, essendo stati presentati addirittura 1555 emendamenti. Questa tematica d’altronde è sempre stata oggetto di scontri parlamentari; sono infatti vivi nella mente di ognuno di noi le posizioni del partito radicale sulla liberalizzazione delle cd. droghe leggere che hanno poi portato nella primavera del 1993 gli elettori italiani a pronunciarsi sul referendum abrogativo proposto dal questo partito. Fallito questo tentativo – non era stato raggiunto il quorum – il legislatore è intervenuto sulla materia, introducendo numerose modifiche della disciplina regolatrice. Un importante cambiamento normativo è avvenuto nel 2006 con la legge Fini-Giovanardi – che ha modificato la legge precedente – cd. Iervolino-Vassalli, facendo venir meno, sotto il profilo sanzionatorio, la differenza tra droghe leggere e pesanti.

    Nello specifico, per tutte le condotte descritte dall’art. 73 Testo unico stupefacenti (T.U. 309/90), ad esempio la vendita, la cessione, la distribuzione, la detenzione di sostanza stupefacente, la norma prevedeva una pena della reclusione tra un minimo di 6 anni ad un massimo di 20 anni, oltre un’ingente pena pecuniaria, sia che si trattasse di cannabis o cocaina. Le piazze si sono riempite, i partiti schierati, e i giornali hanno riportato per mesi la notizia Il lungo dibattito sociologico e politico ha portato ad un secondo e rivoluzionario, cambiamento della materia, questa volta ad opera del massimo Giudice, la Corte Costituzionale che, con una storica sentenza, ha fatto rivivere la disciplina precedente al 2006, con la differenziazione tra droghe leggere e pesanti. Pertanto, chi frequenta le aule di giustizia si è trovato improvvisamente, con buona pace degli imputati, a difendere i propri clienti (a titolo esemplificativo per la detenzione di sostanza stupefacente di tipo cannabis), non più da una pena tra i 6 anni e i 20 anni, ma una pena ben più mite, compresa tra i 2 e i 6 anni. Una precisazione è d’obbligo. Nelle ipotesi in cui la qualità (da riferirsi al principio attivo della sostanza drogante) o la quantità di sostanza stupefacente sia di lieve quantità, la pena della reclusione è ricompresa tra i 6 mesi e i 4 anni.

    Senza entrare nel tecnicismo della materia, è chiaro che questo cambiamento abbia generato delle conseguenze, specialmente per tutti quei soggetti che, ormai condannati, furono sanzionati in maniera decisamente più severa. Inevitabili sono state diverse le richieste al Giudice dell’Esecuzione di “riapertura” dei procedimenti, al fine di ottenere un giudizio in base alla nuova pena, non più compresa tra 6 e 20 anni. Ad oggi, pertanto, secondo la disciplina vigente, la cannabis, o tutte le droghe ad essa equiparate, purché ricomprese tra le droghe cd. leggere (il T.U. fa rinvio a tabelle ministeriali che stabiliscono le differenze tra droga leggera o pesante) rientra nella fattispecie per cui sono previste le nuove pene.

    Quando il consumo di cannabis non è reato

    Un aspetto giuridicamente rilevante, oggetto anche di interesse dell’opinione pubblica, anche per le ovvie ricadute pratiche, è se esistano casi in cui il consumo di sostanza stupefacente non costituisca reato. La risposta è affermativa e si configura in due diverse tipologie di utilizzo, differenti tra loro: l’uso personale e l’uso di gruppo. Partiamo da questa ultima ipotesi, di creazione giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione, utilizzando un classico esempio di scuola. Un gruppo di amici decide il sabato sera, durante una festa, di fare uso di sostanze stupefacenti tipo marijuana, ma solo uno di questi si reca a comprare la sostanza stupefacente. Durante il trasferimento verso il luogo della festa viene fermato per un controllo e le autorità di polizia scoprono la detenzione di sostanza stupefacente, che, come detto, integra un ipotesi di reato (droga leggera ex art 73 comma 1 punita con la pena da 2 a 6 anni, ovvero da 6 mesi a 4 anni nelle ipotesi di lieve quantità).

    Sul punto la Corte di Cassazione nel 2013 si è pronunciata con una sentenza, che potremmo definire storica, con ha sancito che la condotta non è penalmente rilevante, ma diversamente integra l’illecito amministrativo sanzionato dall’art. 75, stesso D.P.R., sempre che vi siano alcuni condizioni, ed in particolare che: l’acquirente sia uno degli assuntori, che l’acquisto avvenga sin dall’inizio per conto degli altri componenti del gruppo, che sia certa sin dall’inizio l’identità dei mandanti e la loro manifesta volontà di procurarsi la sostanza per mezzo di uno dei compartecipi, contribuendo anche finanziariamente all’acquisto. Pertanto, ritornando all’esempio, è necessario che ci sia non solo un accordo precedente tra gli  amici in merito all’assunzione della marijuana, ma altresì sull’acquisto della sostanza drogante. Non solo. Tutti gli amici devono aver versato la loro somma di denaro volta all’acquisto della sostanza stupefacente. In caso contrario, l’amico che si è recato a comprare la droga sarà sottoposto a procedimento penale.

    Passiamo all’ultima ipotesi: l’uso personale. Anche in tale circostanza è esclusa la rilevanza penale in quanto non è considerato fattispecie di reato ma illecito amministrativo: la legge ammette questa possibilità (cfr. art 75 comma 1 bis ai fini dell’accertamento se l’uso sia da considerarsi esclusivamente personale). Attenzione però: a questa condotta seguono alcune sanzioni amministrative di rilevante impatto per il soggetto, quali la sospensione della patente di guida, la sospensione della licenza di porto d’armi ovvero del passaporto.

    Sara Garaventa

  • Lettera aperta al sindaco. Se una multa vale più del buon senso…

    Lettera aperta al sindaco. Se una multa vale più del buon senso…

    multeCaro sindaco Marco Doria, cara assessore Elena Fiorini Anna Maria Dagnino (chiediamo scusa all’assessore Dagnino chiamata prima in causa ma che ha in capo solo la delega alla mobilità mentre quella alla Polizia Municipale spetta alla collega Fiorini),

    che fine ha fatto il tanto caro buon senso nella gestione dell’amministrazione di questa città? In una città in costante calo demografico, con una crisi industriale ormai endemica e infiniti nodi irrisolti che spostano sempre “un po’ più in là” qualche barlume di rilancio, basta davvero poco per affossare definitivamente anche quei piccoli segnali di ripresa che, con fatica, alle prese con casse comunali sempre più critiche, si provano a mettere insieme.

    Un esempio? Siete davvero sicuri che staccare una sfilza di multe alle auto “non proprio in sosta regolare” lungo via Fieschi, tra le 21 e le 24 di un qualsiasi venerdì sera, per giunta di pioggia, sia davvero il miglior modo di applicare il codice della strada e di occuparsi con cura della nostra povera Genova?

    Niente facili populismi, sgombriamo subito il campo da ogni dubbio. Nessuno contesta l’operato degli agenti di Polizia Municipale. Quello che cerchiamo di lanciare da queste righe è un ragionamento “politico”, le multe sono solo un pretesto. Se esistono leggi e regole, è giusto applicarle, con fermezza. Se un auto in sosta selvaggia intralcia il movimento dei pedoni, il traffico pubblico o privato, possibili operazioni di soccorso, nulla da dire. Ma. C’è sempre un ma. Anzi, forse più d’uno. Ma se non si riesce neppure a dare un senso agli accessi sregolati e alle soste selvagge nelle ztl del centro storico durante il giorno, è giusto sfogarsi su una cinquantina di auto la sera, che poco o nessun intralcio creano al traffico cittadino? Ma se per trovare un parcheggio in zona centro anche dopo le 20, bisogna girare decine e decine di minuti in auto per poi arrangiarsi alla bell’e meglio o rinunciare e tornare a casa o dirigersi altrove. Ma, se non ci sono idee né, forse, possibilità per riorganizzare la sosta nel cuore della città in maniera razionale e funzionale. Ma se le nuove norme che regolamentano la movida spingono i genovesi a uscire sempre prima la sera, magari nel classico orario dell’aperitivo, per poi tornare a casa a orari più umani. Ma se dopo una certa ora il trasporto pubblico si dilegua nel nulla neanche fosse la carrozza di Cenerentola. Ma. Siamo sicuri che tutto questo faccia veramente bene alla città? Qual è l’obiettivo finale? Dimezzare le uscite serali? Portare sempre più giovani fuori Genova, la sera, nei weekend, e poi magari definitivamente per il futuro della propria vita perché stufi di una città che continua a contorcersi attorno alle sue inauae? Perché, in fondo, è anche una questione di conti e di convenienza. E’ davvero conveniente far perdere ai genovesi la voglia di rilassarsi un paio d’ore la sera, dopo una settimana di lavoro, e farli tornare, stanchi e depressi, a chiudersi nelle mura di casa solo per staccare qualche multa in più?

    Facciamo due conti della serva. La parte alta di via Fieschi, quella che dalla collina di Carignano scende verso piazza Dante, è lunga circa 300 metri. Attestando la lunghezza media di una vettura in circa 4 metri, se stipassimo tutto il lungomarciapiede della corsia di discesa, riusciremmo al massimo a collocare 75 vetture. Ma tra spazi “di respiro” e accessi alle vie laterali, difficilmente troveremo su questo lato di via Fieschi più di 60-65 vetture e, forse, stiamo esagerando. Aggiungiamo pure una decina di vetture che, in qualche modo, potrebbero trovare sosta lungo la corsia opposta, a ridosso di Carignano. Si torna così a 75 che, moltiplicato per le sanzioni da 28,70 euro (se pagate entro 10 giorni, altrimenti si sale a 41 euro) staccate in via Fieschi dove vige il divieto di fermata, fa 2.152,5 euro. E’ vero che ci avviciniamo sempre più alla chiusura dei bilanci e in, tempo di ristrettezze, ogni spicciolo per le casse comunali è ben accetto, ma il gioco vale veramente la candela? E se gli euro diventassero poco più di 5.000 alla settimana considerando anche il sabato sera, e quindi 20.000 al mese, cambia davvero molto? Non gioverebbe di più a Genova applicare un po’ di gratuito buon senso?

    Anche questa, in fondo, potrebbe essere una politica di micro-economia cittadina. E pazienza se i bus della linea 635 in servizio serale per via Fieschi sono costretti, per qualche metro, a un improvvisato senso unico alternato. O no?

     

    Simone D’Ambrosio

  • Tubi dell’acqua, l’Università controllerà le rotture. Via alle prime sostituzioni a Sestri e Borzoli

    Tubi dell’acqua, l’Università controllerà le rotture. Via alle prime sostituzioni a Sestri e Borzoli

    Ponte di Cornigliano, lavori in corsoDopo l’incredibile sequenza di guasti che ha”massacrato” la rete idrica di genovese (19 solo da giugno), le istituzioni corrono ai ripari: sarà l’Università di Genova, e in particolare il Dipartimento di Ingegneria meccanica, energetica, gestionale e dei trasporti, a decretare lo stato delle tubazioni idriche genovesi in seguito al nuovo boom di rotture degli ultimi giorni. E, in base ai risultati, la Città metropolitana deciderà come ripartire i fondi per le manutenzioni da programmare per i prossimi anni. Come riportato dall’agenzia Dire, questo è l’esito del tavolo di confronto convocato dal consigliere delegato Enrico Pignone ieri pomeriggio nella sede della Città metropolitana, a cui hanno preso parte anche il Comune di Genova, con l’assessore Italo Porcile, e Iren-Mediterranea delle Acque, gestore del servizio.

    1200 chilometri di tubi

    Lo studio servirà a capire quanto i 1200 chilometri dei tubi dell’acqua genovesi siano vetusti e se sia effettivamente l’anzianità di servizio la causa delle continue rotture. In base alle risultanze che dovrebbero essere consegnate entro fine mese, toccherà poi alla Città metropolitana fare le opportune valutazioni, di comune accordo con Iren, su un piano decennale di investimenti per la sostituzione delle condutture obsolete, eventualmente spostando risorse economiche dal capitolo di spesa che oggi ne assorbe di più, quello della depurazione delle acque. «Ogni anno – spiega alla “Dire” il consigliere Enrico Pignone – abbiamo complessivamente circa 50 milioni di euro da investire sul settore acque ma la gran parte dei soldi viene utilizzata per i depuratori. Tuttavia, la legge impone di recuperare qualsiasi risorsa economica necessaria dalle tariffe: per cui, se voglio fare di più per la manutenzione delle tubature, o ridistribuisco i fondi o aumento le bollette». Un’ipotesi, quest’ultima, che Comune di Genova e Città metropolitana vorrebbero scongiurare. «Per uscire da questa impasse – spiega ancora Pignone – bisognerebbe fare una battaglia nazionale per consentire agli azionisti di obbligare Iren a reinvestire una parte degli utili ad esempio nell’ammodernamento delle infrastrutture e non solo per coprire i propri debiti. Solo toccando i profitti, infatti, si può incidere veramente sulla qualità».

    Richiesta danni

    Sembra scemare, invece, almeno al momento, l’ipotesi di una richiesta di danni da parte del Comune di Genova a Iren per i continui disagi, come accennato nei giorni scorsi dal sindaco Marco Doria. Il Comune, infatti, è il diretto proprietario degli impianti idrici di cui Iren è responsabile solo per la gestione. Inoltre, non va dimenticato che Palazzo Tursi è anche azionista della multiutility per cui, estremizzando, sarebbe un po’ come se facesse causa a se stesso.
    Dal canto suo, intanto, Iren ha annunciato la costituzione di una task force di 8 persone dedicata in modo permanente all’ispezione della rete idrica per individuare conduttore obsolete che necessitino di sostituzione e ha confermato che la prossima settimana inizieranno i lavori di sostituzione delle tubature della zona Borzoli-Sestri ponente per cui sono stati investiti 800.000 euro. Città metropolitana, invece, è al lavoro per la standardizzazione del monitoraggio della rete: «Su Genova ci sono 71 misuratori di pressione a cui al momento accede direttamente solo il gestore – spiega Pignone – io, invece, vorrei che questi dati fossero resi il prima possibile trasparenti e leggibili da parte di tutti». Anche perché, altrimenti, si ricadrebbe nel consueto cul de sac del controllore che coincide con il controllato.

  • Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    Via Cadorna, in Sala Rossa la proposta di cancellare il generale per dedicare la via ai “Disertori per la Pace”

    monumento-mutilatoCancellare Cadorna dalla toponomastica genovese, per dedicare la stessa via ai “Disertori per la Pace”, coloro i quali, cioè, disertarono dal regio esercito, finendo davanti al plotone di esecuzione, per opporsi o sfuggire al macello della Grande Guerra, Questa la proposta che sarà presentata martedì prossimo in Consiglio Comunale da Antonio Bruno, consigliere di Federazione della Sinistra, che, in occasione delle celebrazioni del 4 novembre, ha lanciato l’idea sul proprio profilo facebook. Un’iniziativa che segue quanto fatto dal Municipio VIII – Medio Levante, che tempo fa propose di sostituire il nome del generale con quello del primo soldato morto sul fronte, Riccardo Giusto; una deliberazione che però oggi giace in qualche cassetto degli uffici competenti del Comune di Genova

    Secondo il consigliere, questa potrebbe essere «l’occasione per non celebrare più il generale, famoso per una lunga lista di nefandezze tra cui aver portato, insieme al collega Badoglio, i soldati italiani alla disfatta di Caporetto – spiega Bruno – ma soprattutto per la fucilazione di migliaia di soldati che non volevano attaccare postazioni austriache inattaccabili, andando incontro a morte certa». Ma non solo: «Un’occasione per rendere omaggio a chi fu ingiustamente ucciso da un volontario “fuoco amico”». L’attuale intitolazione della via fu scelta, infatti, durante il ventennio fascista, quando fu risistemata tutta la zona intorno al monumento della Vittoria (al centro dell’omonima piazza), per celebrare il successo della giovane monarchia italiana nella Grande Guerra. Un “trionfo” costato la vita a circa 650 mila uomini, che, volenti o nolenti, furono trasformati in soldati dalla legge.

    La discutibile carriera di Cadorna

    Luigi Cadorna, legato a Genova per aver sposato Maria Giovanna Balbi, nel primo dopo guerra fu celebrato per la resistenza, sulla estrema linea del Pasubio, alla Strafexpedition austriaca, scaturita nel 1916 come risposta all’aggressione italica dell’anno precedente. Suoi anche i “meriti” della presa di Gorizia per la cui conquista morirono 50 mila soldati tra il 9 e il 10 agosto 1916 (Sesta battaglia dell’Isonzo). Ma dietro a questi “successi” si nasconde un vero e proprio fiume di sangue; Cadorna, dal 1915 al 1917, incentrò la sua strategia sulle cosiddette “Spallate dell’Isonzo”: il ripetuto tentativo di sfondamento sul fronte isontino, che macinò circa 400 mila morti. Tutto questo per arrivare alla rotta di Caporetto (oggi Kobadir, Slovenia), quando l’esercito austriaco, approfittando della nebbia e della pessima organizzazione tattica e comunicativa della gerarchia militare italiana (di cui fu responsabile anche Badoglio), sfondò il fronte italiano, arrivando, come è noto, fino al Piave. Questo episodio spinse gli Alleati a vincolare l’invio di aiuti alla rimozione stessa del generale. Cadorna, però, lega il suo nome anche alla durissima disciplina interna: fu sua l’idea dei battaglioni di disciplina da utilizzare in operazioni suicide e dell’utilizzo di squadroni di bersaglieri e carabinieri per costringere con la forza del fucile i fanti all’attacco. Tristemente famoso l’utilizzo del metodo della decimazione di romana memoria, che mirava a punire eventuali diserzioni, semplici insubordinazioni o sbandamenti di interi reparti attraverso il sorteggio casuale dei “colpevoli”, destinati al plotone di esecuzione. Le condanne a morte di soldati italiani furono le più numerose tra i paesi coinvolti nel conflitto. Ampia è la letteratura, anche recente, che quantifica e qualifica l’operato di questo generale, che nella sconfitta scaricò le colpe sulla presunta codardia dei fanti, non riconoscendo le colpe di una dirigenza militare arretrata, anacronistica e ferocemente sanguinaria nei confronti dei soldati considerati alla stregua più di schiavi che di cittadini.

    Un’occasione storica

    La proposta di dedicare la via ai “Disertori per la Pace” non è solo una provocazione: potrebbe essere un’occasione per incominciare a ragionare onestamente su una pagina della nostra storia ancora appesantita dalla retorica degli anni che la seguirono. Nel centenario della Grande Guerra, è necessario e doveroso lavorare sulla memoria di quello che accadde, senza dimenticare nulla. Iniziare dai simboli è senza dubbio prassi storica, e Cadorna è sicuramente figura totemica di una lunga, e mai tramontata, tradizione di disprezzo della vita e della libertà delle persone.

    Nicola Giordanella

  • Weekend a Genova tra scienza, teatro, musica e… hobby

    Weekend a Genova tra scienza, teatro, musica e… hobby

    Senza spondaUltimi giorni di Festival della Scienza, la cui 14ª edizione si concluderà domenica, ma anche musica e teatro nelle proposte per questo weekend a Genova. Già questa, sera, venerdì 4 novembre al Teatro dell’Archivolto, Ottavia Piccolo rende omaggio ad Anna Politkovskaja con “Donna non rieducabile”, uno spettacolo di Stefano Massini per la regia di Silvano Piccardi che ricorda la giornalista russa a dieci anni dal suo omicidio.

    Restando all’Archivolto, ma passando dalla Sala Modena alla Sala Mercato, sabato 5 novembre è di scena Giorgio Scaramuzzino con “Senza sponda, storie di uomini e migranti”, monologo pensato per i ragazzi ma perfettamente godibile anche da un pubblico adulto, che offre un quadro delle migrazioni che stanno attraversando l’Europa in questi anni. Lo spettacolo, tratto dall’omonimo libro di Marco Aime, sarà preceduto da un aperitivo multietnico servito a partire dalle 19,30 nell’atrio del teatro e da uno show cooking di Chef Kumané.

    100610-gmm-somergibile-nazario-sauro-galata-esterni-genova-ph-merlofotografia-1-29Il tema del mare, mutuato in tutt’altra luce, ci porta alle celebrazioni in programma sabato per i cent’anni dalla morte di Nazario Sauro: l’eroe della Grande Guerra sarà ricordato anche dal Galata Museo del Mare che renderà visitabile per la prima volta a soli 5 euro il sommergibile ormeggiato in Darsena e intitolato proprio al patriota italiano il cui nipote, anch’egli sommergibilista, si trova proprio a Genova per presentare presso lo Yacht Club di Genova il libro “Nazario Sauro, Storia di un marinaio”.

    Sempre sabato, a Castello d’Albertis, la serata benefica organizzata dal Coordinamento Ligure Donne Latino-Americane in collaborazione con il Museo delle Culture del Mondo per raccogliere fondi da destinare alle popolazioni di Haiti e del Venezuela, due paesi dell’America latina messi in ginocchio, rispettivamente, dal passaggio dell’uragano Matthew e da una drammatica crisi economica.

    tom-waitsTutt’altra America è quella che, domenica sera, verrà raccontata dallo scrittore Marco Sommariva attingendo agli scritti di Charles Bukowski e alle canzoni di Tom Waits, reinterpretate dai musicisti Fabio Ricchebono, Giuliano Crosara, Mauro Annigoni ed Ezio Cavagnaro: l’appuntamento è alle ore 21 al Count Basie Jazz Club di Vico Tana.

    Ai Magazzini del Cotone, invece, da venerdì a domenica si svolge la 14ª edizione della fiera Fantasy & Hobby, un evento in continua crescita che, solo l’anno scorso, ha visto circa 15mila appassionati hobbisti e creativi raggiungere il capoluogo ligure per visitare gli 80 spazi espositivi occupati da produttori e rivenditori di materie prime e prodotti finiti delle varie tecniche dell’hobbistica femminile.

    Tornando sui palcoscenici, proseguono fino a domenica le repliche di Eurydice al Teatro della Tosse: il mito di Orfeo ed Euridice rivive nella versione del regista e sceneggiatore Jean Marie Anouilh (1910 – 1987), in cui Orfeo, interpretato da Gianmaria Martini, è un giovane violinista che accompagna un padre saccente, arpista senza talento, a suonare per locali ed Euridice, che rivive nella splendida interpretazione di Sarah Pesca, è un’attrice che ha già sperimentato anche la parte peggiore dei rapporti con gli uomini. La regia è firmata da Emanuele Conte.

    Vanno avanti fino al 9 novembre anche le repliche de “La cucina” al Teatro della Corte e de “Il borghese gentiluomo” al Duse. A proposito delle iniziative collaterali organizzate dallo Stabile, lunedì alle 18 il qurto appuntamento con il ciclo di letture “Le grandi parole”, dal titolo “Ibsen, La donna del mare” con Giulio Giorello e Gianna Schelotto e letture di Lunetta Savino.

    Infine, le mostre, a cominciare da quelle di Palazzo Ducale che presenta “Warhol. Pop Society” e gli scatti di Helmut Newton; e ancora le Collezioni Tessili del Settecento esposte a Palazzo Bianco, l’“Antologia della pittura giapponese” al Museo di Arte orientale di Villetta Di Negro, le “Polaroid ad arte” a Castello d’Albertis, per finire con gli “Eroi del Calcio” ai Magazzini del Cotone e  “Genova tesori d’archivio” al complesso monumentale di Sant’Ignazio.

    Marco Gaviglio

  • Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    Robotica, a Genova una scuola di eccellenza per renderla accessibile a tutti

    robotFondata a Genova nel 2000 con l’obiettivo di divulgare la cultura mediante l’istruzione e la passione è cresciuta fino a diventare un punto di riferimento nazionale e internazionale nel campo della didattica e della comunicazione della robotica. Partner di vari progetti europei tra cui “Roberta”, in risposta alla carenza di ragazze che si iscrivono a corsi di studi in settori tecno-scientifici, e “Robo-Didactics”, con l’obiettivo di realizzare una metodologia europea condivisa per l’introduzione dell’uso didattico della robotica nelle scuole. Organizzatori del primo simposio internazionale della roboetica che ha dato il via a questo settore di studi e dal quale nacque persino un documentario dal nome “Ciao, Robot” e riconosciuti dal ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca come ente formatore ufficiale. Si definiscono dei “visionari” e il loro percorso è stato pieno di ostacoli. Di chi stiamo parlando? Della Scuola di robotica di Sampierdarena, eccellenza genovese che, come spesso accade, soprattutto nel campo delle scienze applicate, è sconosciuta ai più, soprattutto in ambito cittadino.

    «Scuola di robotica nasce grazie all’impegno di un ingegnere e di una filosofa, Gianmarco Veruggio e Fiorella Operto – ci racconta Emanuele Micheli, vicepresidente dell’associazione – con l’obiettivo di coniugare la passione per la tecnologia con la passione per l’umanesimo e la volontà di riunire qualcosa che nel passato, purtroppo, sembra abbia preso percorsi diversi». Scuola di robotica nel tempo ha preso sempre più forma come entità di formazione per docenti. «Ovviamente la nostra mutazione prevede anche la divulgazione e quindi l’organizzazione di eventi pubblici, mostre, laboratori e anche la progettazione di nuovi strumenti», continua Micheli. «Abbiamo quindi tante facce, che però sono tutte figlie di quell’etica che Gianmarco e Fiorella hanno teorizzato alla fondazione, che ci porta poi nel mondo reale ad applicazioni che sono didattiche, di formazione e di aiuto per gli altri».

    Perché un’associazione dedicata alla robotica?
    «Perché la robotica è la vera frontiera tecnologica attuale ed è qualcosa che potrà cambiare radicalmente il nostro mondo. Dal punto di vista economico, industriale e aziendale è importantissimo avere generazioni di cittadini capaci di utilizzare tecnologie nuove e capaci di usarle in maniera creativa e non passiva. Se pensiamo agli anni novanta, la grande sconfitta in Italia e in Europa è stata quella di non capire la rivoluzione che internet avrebbe portato nella nostra economia. Se avessimo avuto dei visionari, dei tecnici capaci di capire le implicazioni sociali, etiche ed economiche di quello che stavano facendo, probabilmente l’Italia non avrebbe perso quel treno tecnologico. Scuola di robotica lavora in anticipo sui tempi cercando di far capire alla società che sta arrivando un nuovo fenomeno, ovvero la robotica, che rivoluzionerà ancora di più e con maggior impatto, e anche con maggiori pericoli, e l’unico modo per essere pronti è formare i bambini e le bambine».

    Quali sono le maggiori criticità che avete trovato nel vostro percorso?
    «Agli inizi le difficoltà maggiori erano di comunicazione e relazione. Portando innovazione, le persone tendevano a non capire quello che stavamo cercando di raccontare. Quindi, ci siamo dovuti porre dei problemi importanti per riuscire ad arrivare al cuore della società. Nel corso del tempo, Scuola di robotica è cresciuta nei lavori internazionali fino ad avere cinque progetti europei attivi, una quantità enorme per una piccola associazione. Finalmente, adesso iniziano ad ascoltare il nostro messaggio anche in patria e si possono vedere riforme del ministero dell’Istruzione in cui vengono citate alcune nozioni sviluppate da noi».

    Di che cosa vive Scuola di robotica?
    «Scuola di robotica si fonda sulla formazione che diamo ai docenti e poi riceviamo i finanziamenti dei progetti europei, quasi tutti legati alla formazione e all’apprendimento. Lavoriamo poi con le disabilità cognitive e soprattutto con l’autismo cercando di studiare che cosa succede quando i ragazzi interagiscono con queste macchine e facendo in modo che la macchina sia uno strumento per migliorare l’interazione tra l’educatore e lo studente. Stiamo realizzando anche un gioco pensato per bambini con disabilità cognitive dai sei ai dieci anni da utilizzare nei centri di educazione e di formazione e i primi riscontri sono molto positivi e incoraggianti».

    Parliamo del vostro logo creato da Lele Luzzati, genovese doc.
    «Luzzati ha conosciuto Gianmarco e Fiorella proprio perché avevano bisogno di qualcuno che rappresentasse tutti questi concetti e chi meglio del maestro Luzzati poteva farlo a Genova. Il maestro rispose immediatamente alla loro richiesta e creò non solo il nostro logo ma anche quello dedicato alla roboetica. In questo logo è rappresentato l’amore per l’arte, l’amore per l’umanesimo e il bisogno di dare alla tecnologia la centralità dell’essere umano. Per noi non è sostituibile ed è qualcosa che ci ha legato fin da subito alla nostra città».

    È stato difficile nascere e crescere nel contesto genovese?
    «È stata sicuramente dura; oggi non è più così perché ci sono delle realtà cittadine che ci comprendono e ci aiutano, penso al “Festival della scienza”, alla biblioteca De Amicis e al museo Luzzati. Altri partner importantissimi per noi sono la cooperativa “Il Laboratorio” che ci ha consentito di aprire il “Madlab”, uno spazio dedicato alla formazione sulla stampa 3d e alla digital fabrication aperto in via della Maddalena, all’interno di un percorso di riqualificazione territoriale e dedicato alla formazione di tutti, in particolar modo ai ragazzi della cooperativa che sono usciti per vari motivi dalla scuola dell’obbligo».

    Che cosa offre e cosa potrebbe offrire Genova alla robotica?
    «A Genova ci sono moltissimi enti che si occupano di robotica. Scuola di robotica sta cercando di rendere la robotica accessibile a tutte le persone, questo è quello che ci contraddistingue. Per noi lavorare sul territorio non vuol dire pensare ai grandi ambienti di ricerca ma lavorare con la città e i cittadini. Una ricerca lontana dalla società è una ricerca inutile e invece deve avere delle conseguenze dirette sulla realtà».

    Come potrebbe influire la robotica nella città di Genova?
    «Creare posti di lavoro, sostanzialmente. Bisogna puntare sull’imprenditorialità e sulla creatività dei ragazzi. Dobbiamo credere nel settore della robotica nautica, fondamentale per la città anche se ancora non abbastanza sviluppato. In Italia abbiamo l’artigianato migliore, le menti migliori e le mani migliori ma se non guardiamo come va il resto del mondo verremo superati e il danno maggiore sarebbe la perdita di qualità. Invece, dobbiamo essere paladini della qualità, dell’eleganza, della bellezza di cui l’Italia fortunatamente è ancora custode. Purtroppo questo disinteresse rispetto al nuovo non ci consente di aggiornare questa eleganza e questa bellezza. Dobbiamo chiederci come sarebbe stato internet nel Rinascimento, per esempio, magari sarebbe stato più elegante, più bello. Uno dei nostri obiettivi è quello di recuperare questo gusto per la bellezza».

    Gianluca Pedemonte

  • Ex Caserma Gavoglio, entro la fine dell’anno la firma per l’accordo di valorizzazione

    Ex Caserma Gavoglio, entro la fine dell’anno la firma per l’accordo di valorizzazione

    lagaccio-caserma-gavoglio-2Un nuovo, piccolo passo verso il recupero dell’ex caserma Gavoglio, al Lagaccio, è stato fatto oggi con l’approvazione, da parte della giunta comunale, dell’ampliamento della superficie a disposizione della “Casa di Quartiere del Lagaccio” aperta lo scorso anno. Si tratta di alcuni locali all’interno del cortile della struttura e di ulteriori nuovi spazi che ospiteranno attività di ricerca, studio di progetti, divulgazione, partecipazione a progetti nazionali ed europei, in collaborazione tra Università e le associazioni dell’artigianato.

    Una riappropriazione graduale degli spazi pubblici, quindi, in attesa del definitivo recupero della struttura che passa per la sua acquisizione da parte del Comune. Come è noto, infatti, la vecchia caserma è ancora di proprietà del Ministero della Difesa, che già da alcuni anni si è impegnato a cedere gratuitamente l’area all’amministrazione comunale a fronte della presentazione di un progetto di riqualificazione complessivo e dettagliato, che convinca lo Stato a dare il via libera all’operazione.

    «Entro la fine dell’anno contiamo di arrivare alla firma dell’accordo di valorizzazione tra Comune, Demanio e Sovrintendenza, vale a dire il passaggio definitivo del progetto che darà lo sbocco all’acquisizione del compendio», assicura Emanuele Piazza, assessore al Patrimonio comunale non abitativo. «Solo una volta che avremo la disponibilità del bene, infatti, potremo avviare gli interventi sugli edifici, che andranno a privilegiare la restituzione degli spazi verdi al quartiere fermi restando, naturalmente, i paletti imposti dalle Belle Arti sugli immobili vincolati».

    Due sono le alternative al vaglio del Consiglio comunale per quanto riguarda il programma di valorizzazione: un primo progetto da 69 milioni di euro con una preponderanza di spazi liberi, e un secondo progetto da 78 milioni con un maggior volume di costruzioni. In entrambi i casi, come confermato dallo stesso Piazza, è intenzione del Comune accogliere la richiesta dei residenti che, da sempre, chiedono la creazione di un parco pubblico.

    Marco Gaviglio

  • Corso Italia, partono i lavori di manutenzione. Tre mesi per ripristinare i marciapiedi storici

    Corso Italia, partono i lavori di manutenzione. Tre mesi per ripristinare i marciapiedi storici

    Genova, Corso ItaliaPartiranno nei prossimi giorni i lavori di restyling di corso Italia, il “salotto” genovese famoso in tutto il mondo. Il primo lotto dei lavori, del valore di 100 mila euro, restituirà alla città i marciapiedi storici in tutto il loro splendore dopo tre mesi di cantieri. Dopo anni di incuria e “tapulli”, il selciato verrà sistemato, insieme con ringhiere e parapetti: lo stile tipico della promenade sarà rispettato, intervenendo solamente dove necessario, sostituendo le piastrelle mancanti (o danneggiate) con “ricambi” prodotti ad hoc.

    Ad annunciarlo, l’assessore ai Lavori pubblici del Comune di Genova, Gianni Crivello. «Dopo aver espletato l’iter – spiega – partirà un primo lotto di lavori in uno dei luoghi più vissuti della nostra cittàSi tratta di un altro passo avanti per rendere Genova sempre più bella ed accogliente dal momento che corso Italia è indubbiamente uno dei patrimoni più importanti di tutti i genovesi». I finanziamenti arrivano da Tursi, che li aveva accantonati già nel 2015, attraverso il Piano Triennale dei lavori pubblici: l’intervento si articolerà in due lotti, del valore di 100 mila euro l’uno. I fondi per il secondo dovrebbero essere garantiti nel prossimo bilancio comunale.

    Il primo lotto dei lavori di ripristino della pavimentazione di corso Italia, la cui consegna è prevista per le prime settimane di novembre, è stato assegnato a una ditta genovese, che ha saputo riproporre materiali, forme e colori del tutto simili agli originali. La spesa complessiva, infatti, sarà in buona parte costituita dai costi della fornitura delle piastrelle in klinker ceramico, che dovranno essere prodotte apposta perché non sono più attive le manifatture che avevano realizzato quelle posate all’inizio degli anni ’90. Gli interventi, la cui durata prevista è di 90 giorni, interesseranno tutta la lunghezza di corso Italia, dalla Foce a Boccadasse. «Si tratta di un restyling atteso da tempo dai cittadini – dichiara il presidente del Municipio Medio Levante, Alessandro Morgante – che si aggiunge al recupero delle ringhiere e ad altri interventi di riqualificazione del lungomare, progetti sviluppati in sinergia tra risorse municipali e comunali».

    La storia sofferta di corso Italia

    Il salotto dei genovesi, così come lo conosciamo adesso, nasce da un restyling degli anni Ottanta, progettato per i mondiali di calcio ospitati nel nostro Paese nel 1990, ma l’arteria cittadina nasce quasi un secolo prima: realizzata tra il 1905 e il 1915, su progetto dell’ingegnere Dario Carbone, la litoranea servì per unire i comuni Foce e Albaro autonomi fino al 1873. La costruzione della strada stravolse completamente la linea costiera dell’immediato levante cittadino, inglobando scogliere e piccole cale, raggiungibili solo attraverso le strette creuze che scendevano da Albaro, di cui solo un occhio attento oggi può intuire la traccia. Durante i cantieri furono anche abbattute diverse chiesette marinare, come l’antica chiesa di San Nazario e Celso, dedicata ai martiri cristiani i quali, secondo la tradizione, portarono il cristianesimo a Genova. Il progetto originario prevedeva che questa strada giungesse fino a Sturla, ma l’accesa opposizione degli abitanti fermò i lavori dove oggi incomincia via Felice Cavallotti, salvando gli antichi borghi di Boccadasse e Capo Santa Chiara, che oggi regalano alcuni degli scorci più caratteristici ed apprezzati di Genova.

    Corso Italia, quindi, oggi è senza dubbio un simbolo della nostra città, che racchiude in sé la contraddittoria relazione dei genovesi con il loro territorio. I lavori di restauro di questo “monumento” a cielo aperto permetteranno di restituire alle persone uno spazio degno del sacrificio compiuto per fare largo al progresso della comunità cittadina, di ieri come di oggi. In un mondo perfetto, però, la stessa cura sarebbe allargata anche alle molte altre zone della città, troppo spesso in fondo alla lista delle priorità dell’intervento pubblico perché lontane dalla “Genova Bene” da cartolina. Un passo alla volta, vogliamo sperare.

     

    Nicola Giordanella

  • Amiu, Iren vuole il 51% e ci mette Tortona. Chieste assicurazioni su Scarpino. Bozza accordo entro gennaio

    Amiu, Iren vuole il 51% e ci mette Tortona. Chieste assicurazioni su Scarpino. Bozza accordo entro gennaio

    rifiuti-amiuMaggioranza assoluta delle quote di Amiu, proroga della scadenza del contratto di servizio attualmente prevista al 2020, revisione del sistema di governance proposto dal Comune di Genova e definizione degli accantonamenti per la gestione post mortem delle discariche di Scarpino 1 e 2 e per l’apertura di Scarpino 3. Secondo quanto riportato dall’agenzia Dire, sono queste le condizioni dettate da Iren Ambiente all’amministrazione genovese per dare vita all’aggregazione industriale con Amiu, illustrate questa mattina alla stampa dagli assessori al Bilancio e all’Ambiente del Comune di Genova, Franco Miceli e Italo Porcile, e dal direttore generale, Franco Giampaoletti, che hanno così sintetizzato la proposta dell’azienda, unica ad aver risposto all’offerta del Comune di Genova: «La manifestazione di interesse di Iren – puntualizza l’assessore Miceli – non è il modello aggregativo. Iren ha fatto le sue proposte, ora si entra nella fase negoziale per definire le condizioni di soddisfacimento delle reciproche esigenze». Dunque, si affretta a specificare l’assessore, «non è detto che la percentuale di acquisizione che scaturirà alla fine del processo sia questa: dipenderà dagli apporti di Iren in termini di capitale misto impianti e cache». E dipenderà anche dalla due diligence che metterà nero su bianco il valore attuale di Amiu, nonché da una valutazione strategica dell’azienda pubblica, anche in vista di un ampliamento territoriale che ha già suscitato l’interesse di Iren.

    I chiarimenti chiesti a Iren

    Anche la multiutility dovrà dettagliare alcune valutazioni concrete. «Nella risposta alla manifestazione di interesse – spiega il direttore generale di Palazzo Tursi, Franco Giampaoletti – non si parla di altri due impianti previsti nel piano industriale di Amiu: la separazione secco-umido e la depurazione delle acque. Inoltre, non viene esplicitato il valore del biodigestore di Tortona che l’azienda si dice disposta a conferire». Da tutte queste valutazioni scaturiranno le percentuali che resteranno in mano pubblica e quelle che finiranno in mano privata. Una discussione complessa per la quale il Comune non sembra intenzionato a individuare un interlocutore unico. «La trattativa riguarda argomenti tecnici, economici e legali – prosegue Giampaoletti – e richiede competenze specifiche, per cui al tavolo siederanno di volta in volta persone competenti per i settori in questione». L’obiettivo è quello di giungere «entro fine anno, massimo inizio gennaio 2017, a una sorta di protocollo di intesa, di accordo preliminare che formalizzi obblighi e diritti da ambo le parti», spiegano Miceli e Giampaoletti. Documento che, una volta stilato, dovrà passare al vaglio del Consiglio comunale. «Non significa che l’operazione sarà conclusa entro quei tempi perché saranno necessari i passaggi di natura formale per processare il conferimento dei beni e la costituzione della nuova compagine societaria». Passaggio, quest’ultimo, che potrebbe avvenire anche in due tappe: la prima solo per quanto riguarda un aumento di capitale diretto con iniezione di soldi freschi, la seconda per il conferimento degli impianti.

    La sorte dei lavoratori

    Rimangono da chiarire le questioni legate ai lavoratori, che in passato si sono opposti al passaggio di Amiu a privati: con il primo ingresso solo economico, la partecipazione di Iren potrebbe restare sotto il 50% per poi superare la soglia fatidica a operazione effettivamente completata anche con gli impianti. Ma il tavolo con i sindacati si annuncia tra i più problematici: un primo incontro, già previsto dall’accordo precedente alla pubblicazione della manifestazione di interesse, si sarebbe dovuto tenere oggi ma potrebbe slittare. «Non ci sono punti su cui la distanza sia tale da non consentire neppure l’avvio della negoziazione con Iren», sostiene l’assessore Porcile, come riportato dall’agenzia Dire. «Ci sembra che Iren Ambiente abbia le caratteristiche adeguate per iniziare la negoziazione – prosegue – d’altronde, eravamo formalmente liberi di decidere che la manifestazione non avesse portato agli esiti sperati». Più diretto Giampaoletti: «Se qualcuno pensa che facciamo la trattativa con i pantaloni alle caviglie, sta sbagliando. Amiu non è una bad company da scaricare. L’operazione Amiu-Iren rappresenta un’opportunità da entrambe le parti».

    Tra i paletti insormontabili posti dal Comune, il mantenimento dei livelli occupazionali (già accolto da Iren), il mantenimento dell’indipendenza di Amiu rispetto a Iren e la sua identità e collocazione nel territorio genovese, e la partecipazione in maniera qualificata a decisioni strategiche. Impensabile, comunque, uno scenario dall’esito negativo. «Nel caso – conclude Miceli – o si trova una molto complicata soluzione interna oppure si procede a nuova gara con evidenza pubblica, sperando in candidati nuovi. Ma ci impegneremo perché l’operazione si concluda con soddisfazione di tutti, compresi i lavoratori».

  • Por Pra’, spesi 20 milioni ma non tutti sono contenti. Fine lavori in primavera, sotto accusa l’allargamento dell’Aurelia

    Por Pra’, spesi 20 milioni ma non tutti sono contenti. Fine lavori in primavera, sotto accusa l’allargamento dell’Aurelia

    por-pra«L’obiettivo, alla fine, è non avere più nemmeno un centimetro quadrato di area degradata». Claudio Chiarotti, consigliere del Municipio VII Ponente delegato al Por di Pra’, ha le idee chiare sul progetto che negli ultimi anni ha cambiato il volto del quartiere. Un intervento costato complessivamente quasi 20 milioni di euro, stanziati nel pacchetto di fondi comunitari per i Por 2007-2013, poi derogati a livello nazionale fino al 2015. Fine dei lavori prevista tra la fine del 2016 e i primi mesi del 2017. Nel concreto, per la delegazione il Por significa, tra le altre cose, più verde, un’Aurelia allargata da 2 a 4 corsie e un traffico rivoluzionato con numerose rotonde al posto dei vecchi incroci. I cittadini, dopo un po’ di scetticismo e polemiche iniziali dovute soprattutto all’allargamento della strada, sembrano in maggioranza apprezzare i cambiamenti, ma ancora non si sono spente le voci critiche. Il Comitato per Pra’, per esempio, nel novembre del 2015 organizzava un tour chiamato ironicamente “Por delle meraviglie”, e a quasi un anno di distanza non sembra aver cambiato idea: «Una careggiata da quattro corsie non è sicura, non a caso il numero di incidenti è aumentato nell’ultimo anno – attacca Emanuele Strina – inoltre, le rotonde sono mal progettate. A lavori finiti, verrà fuori da sé che l’intervento non è funzionale».

    Che cos’è e quanto è costato il Por

    Approvato dalla Commissione Europea con la decisione 5905 del 27/11/2007, il Por-Fesr Liguria (Piano operativo per l’utilizzo dei Fondi europei di sviluppo regionale) 2007-2013 (poi derogato al 2015 a livello nazionale) ha messo a disposizione della Regione risorse per un totale di 530 milioni di euro da investire in due settori principali: quello imprenditoriale e il territorio, in maniera complementare. Il programma si è sviluppato su 5 priorità strategiche, dette “assi”: innovazione e competitività, energia, sviluppo urbano, valorizzazione delle risorse naturali e culturali e assistenza tecnica.
    Per il Por di Pra’, l’Unione Europea ha stanziato 12,5 milioni di euro, la cui amministrazione è poi passata alla Regione Liguria. Il Comune di Genova ha messo invece sul tavolo 2,5 milioni, a cui se ne sono aggiunti poi altrettanti per coprire spese inizialmente non previste. «Devo dire che il Comune ha dedicato grande attenzione al progetto, e al nostro Municipio in generale – sottolinea Chiarotti – personalmente non ricordo tanti interventi di riqualificazione come questo negli ultimi 40 anni».

    L’obiettivo generale dell’intervento era rendere la delegazione più a misura di cittadino. Fulcro del Ponente genovese industriale, negli ultimi decenni Pra’ ha infatti pagato pesanti servitù in termini di vivibilità, dovute soprattutto alla vicinanza al porto e alla struttura urbana. Da un lato, le abitazioni davano (e in parte ancora danno) direttamente sull’Aurelia, con gli autobus che passavano letteralmente sotto le finestre e i panni stesi. Dall’altro lato della strada, invece, separata fisicamente da un muro, si spandeva una sorta di terra di nessuno, degradata, in cui aveva trovato spazio anche un campo rom abusivo, con la nuova stazione e il recente impianto sportivo che sorgevano come isolate cattedrali nel deserto. Gli interventi sull’Aurelia e la realizzazione del Parco Dapelo (che include anche una pista pedonale e ciclabile) avevano anche l’obiettivo di migliorare queste due criticità.

    Gli interventi: modifiche in corsa e ritardi

    E’ lo stesso consigliere Chiarotti a ricordare i punti principali su cui si snoda l’intervento: «Innanzitutto la riqualificazione di piazza Sciesa, poi la messa in sicurezza del rio S. Pietro, il progetto “Pra’-to-sport” per gli impianti sportivi del Parco di Levante, la realizzazione del nuovo attracco per la Navebus e infine il cosiddetto “Parco lungo”». Quest’ultimo è stato ed è l’intervento più oneroso, che comprende la riorganizzazione dell’Aurelia e i lavori parchi, ed è stato diviso in due lotti: il primo che va da via Taggia a via Cordanieri e il secondo da via Cordanieri alla zona delle Ferriere di Pra’. «Contiamo di terminare il lotto A entro dicembre – promette Chiarotti – mentre il lotto B dovrebbe chiudersi circa 2 mesi dopo, a causa di un ritardo nella fase iniziale».

    Non sono mancate le difficoltà. «Il progetto ha subito pesanti variazioni nel tempo – ricorda il consigliere – infatti, nelle prime fasi della realizzazione, l’amministrazione rivelò una forte presenza di amianto sotto la massicciata della vecchia ferrovia, la cui bonifica avrebbe drenato praticamente tutte le risorse. Convocammo allora un tavolo tecnico con Regione, Comune, Municipio e cittadini per trovare una soluzione alternativa». Risorse per un totale di 5 milioni vennero allora spostate dai fondi previsti inizialmente per alcuni interventi sul parco di ponente e per una “bretella” che avrebbe regolato il traffico e spostati su interventi a levante non previsti nel piano originario, cominciati con la demolizione dell’ex pizzeria S. Pietro, un edificio costruito abusivamente negli anni ’80. Nella stessa area, si è poi intervenuti sull’isola ecologica e sul “Palamare”, e sono stati realizzati un parco da skateboard e una pista d’atletica.

    Gli ultimi interventi riguarderanno ancora soprattutto l’Aurelia, dove permangono diversi cantieri: «Nonostante le criticità, anche ora, a lavori non conclusi, i flussi di traffico mostrano miglioramenti – afferma Chiarotti – anche se ancora in certe aree non concluse la fermata degli autobus costringe alla sosta tutte le vetture in coda. Secondo l’amministrazione, una corsia dell’autobus permanente sarebbe una buona soluzione per il traffico, ma vogliamo prima confrontarci con la cittadinanza su questo».

    Resta la questione su come garantire una manutenzione adeguata alle nuove aree verdi. «In effetti, la cura di quanto realizzato era ed è una preoccupazione – ammette il consigliere – ma abbiamo trovato una straordinaria risposta da parte di imprese praesi e non solo, per prendersi a carico una rotonda o un’aiuola, con modalità diverse. Il parco, invece, sarà a carico di Pra’ Viva, che ha persino aumentato il proprio impegno». L’associazione che gestisce lo spazio in co-concessione con il settore Lavori Pubblici del Comune di Genova e Aster, arriverà a impegnare circa 36 mila euro tra verde e impianto elettrico della zona.

    Le critiche del Comitato per Pra’

    por-praMolto diversa è la posizione di Emanuele Strina del Comitato per Pra’. Innanzitutto, differente è la versione del coinvolgimento effettivo della cittadinanza ai tavoli tecnici, convocati a inizio lavori: «In realtà, riuscimmo a farli convocare dopo che scoprimmo che i lavori per il Por erano di fatto fermi, senza che il Comune dicesse nulla – rivela Strina – poi, però, ci fecero capire che avrebbero fatto comunque di testa loro, e che il lavoro di quei mesi sarebbe stato inutile. Decidemmo allora di abbandonare il tavolo, e iniziammo un lavoro con la cittadinanza».

    Nel mirino del Comitato, come detto, soprattutto l’Aurelia a 4 corsie: «Un’autostrada in mezzo alle abitazioni non può essere una cosa positiva – afferma senza mezzi termini Strina – infatti, nell’ultimo anno c’è stato un aumento di investimenti di pedoni, sempre negli stessi punti (all’altezza della piscina), evidentemente non sicuri. La nostra proposta era di mantenere la strada a due corsie nell’area ferroviaria, e di rendere pedonabile o semi-pedonabile l’area tra la vecchia ferrovia e l’abitato. A quel punto avremmo avuto 10-15 metri tra la prima fila di case e la strada».
    «Inoltre – aggiunge – sono 4 corsie per circa un chilometro e mezzo, da via Taggia alla Biomecal. Oltre questo spazio, la strada non potrà mai essere allargata nello stesso modo: verso Pegli c’è un pilone in cemento, verso Voltri 6 corsie ferroviarie in costruzione. Chi userà quattro corsie in un tratto così breve che, tra l’altro, verrà tempestato di semafori per garantire la sicurezza?».

    Insomma, per il Comitato ben poco sarebbe da salvare del progetto. «Purtroppo, ad oggi la gente sembra distratta dalla bellezza del nuovo parco, e il “mugugno” iniziale si è molto affievolito – riconosce Strina – ci si accontenta del fatto che vengano spesi dei soldi per Pra’, senza però considerare che vengono spesi male. Chi invece è contrario, spesso è rassegnato, visto che gli interventi sono ormai quasi ultimati. Dal canto nostro, a questo punto attendiamo la fine dei lavori per nuove manifestazioni, quando sarà chiaro che gli interventi non miglioreranno la vita dei cittadini praesi».


    Luca Lottero

  • Faraona al forno alla genovese, un grande classico per Ognissanti

    Faraona al forno alla genovese, un grande classico per Ognissanti

    faraona“Chi fa i santi senza becco, fa il Natale meschinetto…” o poveretto. Scegliete voi la versione, più o meno dialettale. Resta il fatto che da buona tradizione, sulle tavole liguri nella festa di Ognissanti non può mancare un piatto a base di carne di volatile. E neppure noi vogliamo essere da meno, per cui oggi vi proponiamo un grande classico, che può essere rispolverato in qualsiasi occasione particolarmente conviviale: la faraona al forno, con pancetta e patate. Un piatto particolarmente gustoso, non troppo complicato, anche se un po’ lungo da preparare.

    Ingredienti (per 4 persone)

    – Una faraona intera da almeno 1 kg

    – 100 g di pancetta

    – 1/2 bicchiere di vino bianco

    – 1 spicchio d’aglio

    – erbe aromatiche (i cosiddetti “sapori”: salvia, rosmarino, origano)

    – sale, pepe, olio

    – 4 patate

    – spago da cucina

    Come si prepara

    Se non l’ha già fatto il pollivendolo, sviscerate la faraona e bruciacchiate l’eventuale peluria rimasta sull’esterno. Poi sciacquate bene e asciugate tutto con carta assorbente. Con due o tre fette di pancetta, fate un piccolo trito assieme all’aglio, un po’ di salvia, rosmarino e sale e inserite il composto all’interno del volatile. Chi vuole può anche adagiare all’interno della faraona le interiora precedentemente rimosse e ripulite.

    A questo punto, non resta che ricoprire la faraona con il resto della pancetta, qualche foglia di salvia e rametto di rosmarino e avvolgere tutto con dello spago da cucina in modo che resti ben aderente alla carne. Adagiate la pietanza in una pirofila, precedentemente oliata, bagnate tutto con il vino e accendente il forno ad almeno 180°.

    Pulite le patate, tagliatele a cubetti e adagiatele nella pirofila. A questo punto il forno dovrebbe essere ben caldo per cui potete mettete tutto a cuocere per circa un’ora, bagnando di tanto in tanto con il fondo della cottura. E attenzione a non utilizzare troppo olio perché il grasso della pancetta, scaldandosi, sarà più che sufficiente.

    Così come le varianti del proverbio, esistono altrettante fantasie della ricetta. Voi come la preparate? Quali sono i vostri ingredienti segreti?