Anno: 2015

  • Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    Ciclo dei rifiuti, ecco il programma di Amiu per uscire dalla crisi: ma chi pagherà?

    percolato-scarpinoLa domanda è sempre la stessa. Chi troverà i 150 milioni che nei prossimi 5 anni serviranno a dare concretezza al nuovo piano industriale di Amiu? È evidente che le risorse pubbliche non possano bastare per le innovazioni tecnologiche necessarie a trasformare la partecipata del Comune di Genova da società di servizi a vera e propria società industriale. Nella tanto discussa delibera sulla razionalizzazione delle società partecipate (che dovrebbe essere messa in votazione nel Consiglio comunale di martedì prossimo), come d’altronde già previsto nella delibera di novembre 2013, si fa esplicitamente riferimento all’ingresso di un partner privato: le modalità, però, restano tutte da discutere, soprattutto all’interno della maggioranza che (e non è certo una novità) non è compatta sul tema.

    Decisamente più concordi sono tutti i consiglieri nel commentare positivamente le evoluzioni del piano industriale che Amiu ha presentato questa mattina in Commissione a Palazzo Tursi. «Nel piano industriale presentato in autunno – ha ricordato il presidente Castagna, intervenuto in Sala Rossa assieme al responsabile tecnico e progettuale di Amiu, ing. Cinquetti – delineavamo una serie di interventi da fare a Scarpino e ipotizzavamo un’evoluzione impiantistica ancora abbozzata. Sostanzialmente si lasciavano aperti alcuni scenari che, adesso, sono stati focalizzati».

    Innanzitutto, si prova a mettere la parola fine sulla stabilità della discarica di Scarpino. «È stato realizzato – assicura l’azienda – un sistema completo, semi automatizzato e in tempo reale di monitoraggio con oltre 100 punti di misurazione. Bisogna dire con chiarezza che la discarica è ed è sempre stata stabile: l’unico problema riguardava il coefficiente di sicurezza, ulteriore garanzia di stabilità, che era sceso sotto il valore di legge».

    In via di soluzione anche le problematiche riguardanti il trattamento del percolato e il bilancio idrico della discarica sestrese. «Sono state confermate le nostre supposizioni iniziali – spiega Castagna – e cioè che l’afflusso del percolato di Scarpino 1 è più del doppio di Scarpino 2. Il fondo della vecchia discarica non è stato impermeabilizzato e risente del flusso delle acque piovane». Per risolvere la questione, è stato messo a un punto un sistema di emungimento delle acque piovane e il loro drenaggio in versanti naturali.  «Va ricordato – sottolinea Amiu – che nel 2014 sono piovuti circa 3200 mm di pioggia contro una media degli anni passati tra 1500-1700. Tenendo conto delle variazioni climatiche abbiamo realizzato un bacino supplementare di accumulo percolato per circa 2500 metri cubi e 10 serbatoi mobili (per un totale di 3 mila metri cubi). Inoltre, sono stati predisposti due piccoli impianti mobili di depurazione da 100 metri cubi/ora». Risultato: si aumenta del 40% la capacità di stoccaggio del percolato, precedentemente di circa 14 mila metri cubi e ora salito a 19500 mc.

    Scarpino 3, la “nuova discarica”

    Più interessante e delicata la questione che riguarda la realizzazione di un nuovo lotto di discarica che verrà inevitabilmente battezzato Scarpino 3 ed entrerà esclusivamente in servizio per le frazioni residuali di rifiuti non recuperabili. Il progetto, soprattutto in vista di una potenziale estensione del servizio di Amiu a tutto il bacino della Città Metropolitana, punta ad ottenere la disponibilità di oltre 1,3 milioni di metri cubi di nuovi spazi ma, al momento, l’autorizzazione è stata richiesta solo per 150 mila metri cubi. I nuovi spazi sarà indispensabili alla riapertura della discarica perché Scarpino 2 sarà chiusa e sigillata. Contemporaneamente dovrebbero partire anche i lavori per la definitiva impermeabilizzazioni di Scarpino 1.

    Con Scarpino 3 si modifica parzialmente il ciclo dei rifiuti indifferenziati genovesi. Dal cassonetto verde arriveranno in discarica e verranno sottoposti all’impianto di separazione secco-umido. In Commissione è stato definitivamente confermato l’abbandono del progetto che preveda l’installazione degli impianti di separazione a Volpara e Rialzo: «A gara già fatta – ricorda Castagna – l’evoluzione normativa regionale ha imposto un cambiamento dell’impiantistica: a quel punto abbiamo deciso di sfruttare un’area interna a Scarpino per questo tipo di trattamento». Dopo la separazione, la frazione secca stabilizzata non entrerà nel giro della discarica, almeno in questa prima fase, e dovrà essere conferita fuori Regione a causa degli indici restrittivi imposti da via Fieschi per questo tipo di trattamento. L’umido residuale, invece, dopo essere stato stabilizzato, verrà abbancato negli spazi di Scarpino 3. La biostabilizzazione avverrà all’interno di una ventina di corridoi di cemento coperti da teli che consentono aerazione: un processo simile a quello del compostaggio domestico, che durerà circa una ventina di giorni per ogni ciclo.

    La differenziata secca di qualità continuerà ad andare, invece, all’impianto di via Sardorella a Bolzaneto per essere opportunatamente selezionata e valorizzata prima della vendita sul mercato.

    In questa prima fase, invece, continuerà ad essere conferito fuori Regione l’umido di qualità, proveniente dai cassonetti marroni. Un passaggio, quest’ultimo, che potrà essere internalizzato solo dopo l’entrata in funzione del biodigestore.

    Il piano industriale di Amiu prevede poi l’inizio di una seconda fase, all’interno di questo processo di nuova vita del trattamento dei rifiuti genovesi, che potrebbe partire tra il 2017 e il 2018, ovvero quando verrà realizzato l’impianto per il recupero spinto di materia secca che interverrà dopo la separazione dall’umido del rifiuto indifferenziato. In questo caso, il materiale recuperato sarà venduto mentre gli scarti residuali potranno essere finalmente abbancanti a Scarpino 3, così come l’umido non di qualità.

    A quel punto, per completare la chiusura del ciclo all’interno del territorio genovese e diminuire in maniera sempre più sensibile i rifiuti indifferenziati da abbancare in discarica, mancherà solo il biodigestore che dovrà trattare il materiale organico di qualità (quello raccolto nei cassonetti marroni), indirizzarlo all’impianto di compostaggio e vendere i prodotti sul mercato (gli scarti, invece, andranno a Scarpino 3). Ma dove verrà realizzato questo ormai famoso biodigestore? La scelta, come ricorda Enrico Pignone, capogruppo di Lista Doria, spetta al Comune: «Oltre alla ricerca delle risorse economiche e finanziarie per realizzare questo percorso dobbiamo per forza di cose risolvere il tema della disponibilità delle aree. Non tutte le innovazioni impiantistiche potranno trovare spazio a Scarpino: è indispensabile dare attuazione al recente accordo di programma siglato tra enti locali e sindacati, nel quale il Comune si impegna e risolvere la questione della scelta delle aree entro il 30 giugno. Solo una volta che avremmo definito le aree potremmo avere una più precisa definizione delle risorse economiche e degli investimenti necessari». Per il biodigestore il ballottaggio è sempre lo stesso: ex Colisa o Ilva. Tra meno di due mesi, finalmente, si avrà una risposta.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Ex mercato corso Sardegna, stop al progetto temporaneo? Si va verso la gara pubblica

    Ex mercato corso Sardegna, stop al progetto temporaneo? Si va verso la gara pubblica

    Mercato Corso SardegnaL’assessore Crivello sperava di poter dare la notizia già ieri pomeriggio, rispondendo all’interrogazione di Barbara Comparini (Lista Doria) in Consiglio comunale. Ma le firme non sono ancora arrivate. Manca, dunque, l’ufficialità anche se l’accordo tra Comune di Genova e Rizzani de Eccher per la conclusione dell’annosa trattativa sui risarcimenti dei mancati lavori all’ex mercato di corso Sardegna si può considerare praticamente concluso.

    Non è ancora dato sapere quali siano i termini dettagliati su cui si metterà fine alle ostilità ma sicuramente al colosso friulano dell’edilizia verrà corrisposto un corposo indennizzo da parte delle casse pubbliche (comunque di molto inferiore agli 11 milioni richiesti inizialmente dalla società) per aver dovuto dire addio al progetto di riqualificazione dell’area in seguito ai forti vincoli urbanistici imposti dopo l’alluvione del novembre 2011, ad appalto già da tempo assegnato.

    Certo è che, dopo che avrà finalmente concluso questa partita, l’amministrazione potrà finalmente dedicarsi al futuro di questo spazio ormai da troppo tempo abbandonato.
    Ha perso quasi definitivamente quota l’ipotesi di riqualificazione temporanea (qui l’approfondimento) con l’abbattimento di alcuni edifici non vincolati affacciati su via Varese e l’idea di realizzazione di una nuova piazza pubblica. Un progetto che sembrava di imminente avvio finché, lo scorso febbraio, non arrivò il “fermi tutti” del vicesindaco Bernini che vincolava l’avvio di qualsiasi tipo di progettazione alla conclusione dell’accordo con De Eccher. «Sono personalmente convinto che l’ex mercato possa essere valorizzato senza incidere con grossi interventi di modifica sulla struttura, seguendo l’esempio di altri grandi paesi europei per spazi simili» aveva detto Bernini per la gioia del comitato cittadino per la salvaguardia dell’ex mercato che si è sempre opposto al progetto di riqualificazione fortemente voluto dal presidente di Municipio, Massimo Ferrante.

    Municipio che per quegli spazi ha investito 100 mila euro per il risanamento conservativo della facciata, compresa la rimozione delle ormai storiche impalcature, l’eliminazione dell’edicola accanto all’ingresso e la sistemazione del cancello in ferro battuto: opere che inizieranno il prossimo lunedì 11 maggio. Un investimento cospicuo per il bilancio del Municipio (a cui vanno sommati i 200 mila euro impiegati dal Comune per la bonifica dell’amianto) che, ora, rischia di rimanere temporaneamente incompleto.

    «Dal momento stesso in cui arriverà la firma dell’accordo con la Rizzani de Eccher – assicurano a Tursi – lavoreremo per la pubblicazione del nuovo bando per la riqualificazione dell’area». Una riqualificazione che sarà definitiva e che, essendoci di mezzo una gara pubblica, non potrà avvenire in tempi brevissimi. I tanti cittadini interessati a riappropriarsi dell’area devono mettersi il cuore in pace: prima di rientrare definitivamente nell’ex mercato, dovranno passare ancora diversi mesi. Anche se i nuovi lavori non si annunciano come particolarmente gravosi: non dovrebbero, infatti, essere previste sostanziali modifiche agli edifici che compongono la struttura. L’obiettivo finale è quello di restituire più luce e più aria, elementi indispensabili per uno spazio pubblico. Il risultato, insomma, non dovrebbe discostarsi poi molto dal progetto in stile vagamente liberty disegnato dal circolo Nuova Ecologia di Legambiente e dal coordinamento dei gruppi per la riqualificazione di corso Sardegna.

    A questo punto, potrebbero non servire più i 500 mila euro che il Comune aveva stanziato con apposita delibera (n. 289/2013 approvata nel novembre di quell’anno) per la demolizione di alcuni edifici non vincolati dalla Sovrintendenza e la sistemazione provvisoria dell’area per uso temporaneo. Ma l’assessore Crivello assicura che la cifra sarà comunque reinvestita a favore del territorio della Bassa Val Bisagno.

    Cambio di destinazione in vista anche per gli ulteriori 50 mila euro che il Municipio Bassa Val Bisagno sarebbe stato disposto a impiegare per l’allestimento della nuova piazza che si sarebbe dovuta affacciare su via Varese, ma che con tutta probabilità verranno dirottati sulla riqualificazione di piazza Martinez.

    Nel frattempo, per quanto riguarda l’ex mercato di corso Sardegna, ci si dovrà accontentare di qualche evento estemporaneo, come quello di grande successo fortemente voluto da Municipio e Civ lo scorso 29 marzo, a dimostrazione del forte attaccamento che i genovesi e gli abitanti della bassa Val Bisagno, in particolare, hanno nei confronti nel proprio territorio e dei propri (pochi) spazi a disposizione.

     

    Simone D’Ambrosio

  • Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    Emergenza abitativa a Genova (2a parte): le case vuote delle società a partecipazione pubblica

    genova (3)Quasi 4000 cittadini genovesi in lista per una casa popolare, senza contare il numero di sfratti che ogni anno colpisce sempre più famiglie. L’emergenza abitativa, che investe la nostra città ma anche l’intera penisola e tanti altri Paesi europei, oggi non è più sintetizzabile con “non ci sono alloggi” quanto piuttosto con “ci sono troppi alloggi vuoti che non vengono dati a chi ne ha bisogno”. Nella prima parte della nostra inchiesta (leggi qui) ci siamo soffermati sull’analisi dei dati e delle politiche degli enti locali, Comune e Regione in primis.

    A complicare ulteriormente un quadro piuttosto desolante e con scarsissime probabilità di ripresa, ci si mette una nuova tendenza che negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede: molte operazioni immobiliari non trovano più soddisfazione all’interno del real estate tradizionale ma vengono utilizzate come un vero e proprio strumento neo-finanziario. Gli immobili, cioè, non vengono più costruiti o acquisiti per essere abitati ma come strategica voce di bilancio per grandi aziende da sfruttare per un più facile accesso al credito nel confronto degli istituti bancari o per riequilibrare situazioni economiche altrimenti fallimentari. Per le grandi imprese, dunque, avere nel proprio patrimonio alloggi vuoti non rappresenta un gravoso onere finanziario ma diventa piuttosto un pass par tout per l’accesso al credito. Operazione, tra l’altro, che in un certo qual modo sembra essere stata avvallata dai piani alti della politica nazionale dato che le imprese edili sono state risparmiate da una serie corposa di oneri fiscali sugli invenduti.

    L’inchiesta integrale è pubblicata sul numero 59 di Era Superba

    Geometra Impazzito di Alberto Marubbi
    Foto di Alberto Marubbi

    La questione diventa ancora più grave se ad essere chiamati in causa sono soggetti pubblici o aziende partecipate dallo Stato e da enti locali che sacrificano alla divinità immobiliare beni patrimoniali che potrebbero altrimenti essere impiegati per ben più nobili scopi sociali. Politica e istituzioni segnano così una decisa migrazione da ruolo di mediatori sociali a vero e proprio supporto e assistenza al mercato finanziario. Se, infatti, una parte di questi alloggi venisse riproposta sul mercato a prezzi calmierati, la domanda abitativa potrebbe essere in buona parte assorbita. E gli incentivi per intraprendere questo cammino non sarebbero così complicati: basterebbe, infatti, una politica fiscale che punisse chi detiene alloggi vuoti per un certo numero di anni.

    Una situazione da cui anche Genova non è immune. Secondo stime approssimative, gli addetti ai lavori parlano di almeno 400 alloggi che potrebbero essere messi in circolo se si puntasse a valorizzare in chiave sociale questa categoria di immobili vuoti e proprietà di enti che hanno qualcosa a che fare con il settore pubblico. Nella nostra città, i due casi più eclatanti riguardano il Gruppo Iren e Poste Italiane: nel primo caso, si parla di un’azienda che chiama in causa per quasi la metà della sua proprietà i Comuni di Genova, Torino e Reggio Emilia, e che rappresenta l’élite della trasmissione dell’energia nel nostro Paese con grandi escursioni nei mercati emergenti; nel secondo caso, invece, il controllo pubblico avviene attraverso Cassa Depositi e Prestiti.

    Per quanto riguarda il Gruppo Iren, bisogna risalire a dicembre 2013 quando il Consiglio comunale diede il via libera all’operazione di liquidazione di Sportingenova, la partecipata del Comune che aveva in gestione i principali impianti sportivi della città. Per far fronte a circa 10 milioni di debito maturati nella gestione, il Comune ha sostanzialmente “riacquistato” gli impianti coprendo l’esposizione nei confronti dei creditori attraverso una significativa operazione di permuta immobiliare. Sono così passati da mano pubblica a mano para-privata i seguenti immobili: il mercato di Pontedecimo, un complesso ex industriale nella zona dell’Eridania a Sampierdarena, una palazzina a Nervi, alcuni appartamenti nella zona del Lagaccio e di Brignole, un ex asilo comunale a Trasta, un’ex scuola in via Pagano Doria e il famoso palazzo delle Poste di Borgo Incrociati. I creditori hanno un’identità ben precisa: si tratta di Cae, Mediterranea delle Acque e Iren Mercato, tutte appartenenti al Gruppo Iren. Che, a circa un anno e mezzo dall’ottenimento, si è fin qui dimostrato indisponibile a qualsiasi ipotesi progettuale volta a riutilizzo in chiave abitativa sociale di questi edifici, anche quando le proposte sono giunte da aziende pubbliche. Una tendenza confermata anche dalla mancata partecipazione di Iren all’ultimo bando regionale che elargiva fondi per la riqualificazione di immobili esistenti da convertire a edilizia sociale fino a un massimo di 500 mila euro.

    Un’accusa che il professor Luca Beltrametti, presidente di Mediterranea delle Acque e noto uomo di sinistra, rispedisce sostanzialmente al mittente: «Non sono assolutamente in grado di rispondere per conto di tutto il gruppo Iren ma, per quanto ci riguarda, il fenomeno è molto circoscritto. Abbiamo ricevuto dal Comune 3 immobili a saldo del credito di Sportingenova ma non ci siamo mai inoltrati deliberatamente nel settore immobiliare per fini speculativi». Di questi ci risulta facciano parte l’ex scuola di via Pagano Doria e una porzione dell’ex palazzo delle Poste di Borgo Incrociati: «Effettivamente – ammette Beltrametti – questi immobili avrebbero anche una valenza residenziale ma li abbiamo ricevuti in condizioni pessime e non certo abitabili. Sono stati messi in sicurezza ma ci vorrebbero investimenti nell’ordine del milioni di euro per edificio per una ristrutturazione completa. E non si può chiedere a un gruppo che si occupa di acqua e depuratori di investire queste cifre in questioni non solo non riguardano il nostro business ma neppure obiettivi statutari o sociali: se decidiamo di fare un intervento nel sociale, lo facciamo nei nostri settori».

    «Ci sono poi altri immobili nella nostra dotazione patrimoniale – conclude il docente universitario – ma derivano da vicende industriali del passato che avevano a che fare con le attività tipiche dell’azienda e che non riguardano edifici con uso abitativo».
    A destinazione residenziale o meno, nel frattempo gli edifici restano vuoti e i genovesi assistono impotenti al depauperamento di strutture fortemente insediate nel tessuto urbano e il cui recupero creerebbe riqualificazione del territorio oltre, naturalmente, a fornire un’opportunità per alleviare la domanda abitativa locale, laddove possibile.

    begato-diga-d5Il secondo capitolo, come detto, fa riferimento a Poste Italiane. Oltre a una serie di patrimoni sparsi in città, la società è proprietaria di circa un centinaio di alloggi in via Linneo, al Cige di Begato, in un complesso unitario vuoto ormai dal 2001 e prima destinato a scuola professionale con foresterie per gli impiegati in arrivo da fuori città. Rifiutata la proposta di affitto da parte del Comune tra fine 2011 e inizio 2012 per convertire la struttura a esigenze abitative sociali, Egi (partecipata di Poste italiane che ne amministra il patrimonio) ha più volte richiesto invano a Palazzo Tursi una variante urbanistica per riconvertire l’immobile a uso abitativo privato, destinazione al momento esclusa dal Puc, e quindi avere il via libera all’ennesima speculazione edilizia.

    A nostra precisa domanda circa un chiarimento su questa totale mancanza di sensibilità sociale da parte di aziende almeno parzialmente pubbliche, l’assessore alle Politiche della Casa del Comune di Genova, Emanuela Fracassi, risponde: «A me questa cosa non risulta. Ne prendo atto». Commenti e riflessioni, ai lettori.

     

    Simone D’Ambrosio

    L’inchiesta integrale su Era Superba #59

  • La “Strada a Monte” di Cornigliano, un percorso fra le antiche ville della delegazione ponentina

    La “Strada a Monte” di Cornigliano, un percorso fra le antiche ville della delegazione ponentina

    Ville Cornigliano 03Nella delegazione di Cornigliano, dopo l’apertura della Strada a Mare avvenuta lo scorso 7 febbraio, si è assistito quasi contemporaneamente, per iniziativa della sezione genovese di Italia Nostra, anche all’”apertura” della strada a Monte. Non si tratta di una nuova opera di asfalto e cemento ma un percorso inedito, dai Giardini Melis su per Via Cervetto e Via Tonale, attraverso una sorta di arteria lungo la quale visitare le ville che le famiglie nobili genovesi costruirono soprattutto dal 1500 in poi, quasi obbligati in ragione del prestigio che la città aveva assunto nel mondo allora conosciuto.

    Erano i tempi in cui gli esponenti della Genova blasonata si risolsero a lasciare le budella della Città Vecchia per far costruire i propri palazzi nelle zone limitrofe, su tutte Via Garibaldi e via Balbi (comunque entro le mura, per entrare nelle “liste” delle dimore di interesse, Rolli appunto, e poter ospitare personalità illustri in transito). Quando dovettero scegliere dove costruire le proprie residenze estive, invece, videro nella zona alle spalle del lido fra Cornigliano e Sestri un buon compromesso fra la vicinanza ai propri affari e la posizione privilegiata al fresco della campagna ma sempre con il mare a portata di sguardo.

    Si dice che già il Petrarca cantasse la bellezza della zona come  località di villeggiatura, e infatti già dal 1300 erano sorte casine di campagna e di vacanza, senz’altro più modeste di quelle che oggi ammiriamo; sicuramente ne fu colpito Ugo Foscolo, che dedicò l’”Ode a Luigia Pallavicini caduta da cavallo”, alla bella nobildonna genovese che ebbe la famosa disavventura proprio cavalcando fra Cornigliano e Sestri, e che il poeta, allora comandante dell’esercito napoleonico, aveva conosciuto ad una festa a Villa Imperiale, in  Corso Perrone.  Possiamo quindi immaginare le vie che portavano alle colline che ancora oggi sono alle spalle di Cornigliano, Coronata e gli Erzelli, allora probabilmente disseminate solo di poche costruzioni, e capire il perché i genovesi più abbienti   iniziarono a trasferire qui le proprie dimore estive, conservando ove presente la caratteristica torretta oppure inserendola ex novo nelle ville in costruzione, poiché era considerata un elemento indispensabile per avvistare malintenzionati e briganti, che molto spesso arrivavano dal mare.

    Nacque in questo modo una vera e propria “Strada a Monte”, appunto, disseminata di ville cinque-seicentesche dai nomi blasonati come quelli dei palazzi del centro: Cattaneo, Durazzo, Serra, Dufour, Raggio, Spinola fra gli altri, costruite spesso dagli stessi architetti artefici dei più noti palazzi cittadini.  In occasione dell’Esposizione Universale del 1892, anche Margherita di Savoia ed il Re Umberto scesero alla stazione di Cornigliano per soggiornare presso Castello Raggio, distrutto poi nel 1951 per costruire le acciaierie. Tante altre  residenze oggi non esistono più, o si sono trasformate o sono a stento riconoscibili per le modifiche apportate negli anni, una di queste fu, tra l’altro, sede di un pastificio industrale (Villa Spinola Narisano) altre sono state trasformate in piccoli condomini. Strade e nuovi tracciati ferroviari hanno tagliato giardini e parchi, mentre si è riempito il lido di Cornigliano  per far posto agli insediamenti produttivi, così che dell’antica vocazione turistica si è perso anche il ricordo.

    Italia Nostra, in collaborazione con la Pro Loco Cornigliano e con Associazione Dimore Storiche (all’interno della quale è sorto il  Consorzio proprietari delle ville) ha però da almeno un decennio puntato l’attenzione su questa zona, grazie anche alla caparbia passione di alcuni addetti ai lavori ai quali non è sfuggita occasione per segnalare come si stesse gettando via una porzione di  territorio dalle caratteristiche architettoniche forse uniche.

    Con un lavoro accurato e puntuale sono state catalogate tutte le residenze, in alcuni casi si sono avviati i primi lavori di restauro, provvedendo alla realizzazione di un percorso che sarà guidato tramite l’installazione di pannelli descrittivi e la pubblicazione di una mappa delle ville. Nel mese di maggio ci saranno poi due eventi distinti, entrambi con i palazzi di villa protagonisti: durante la “Settimana di Italia Nostra 2015” a maggio ci saranno tre passeggiate con guida, mentre come evento collaterale dei Rolli Days per due giorni, il 30 ed il 31 maggio,  le ville sia di proprietà pubblica che private saranno aperte al pubblico, così come i parchi ed i giardini annessi, ed ospiteranno concerti, conferenze, degustazioni e mostre.

    Abbiamo percorso questo itinerario inconsueto, camminando intorno alle mura delle ville, ci si riesce ad immergere in un’atmosfera che niente ha a che fare con il caos commerciale della Fiumara o i capannoni riverniciati di azzurro dell’ex Italsider. Tuttavia,  pur armati di cartina e con tanto di elenco di ville da vedere, non è per nulla facile, se non si è addetti ai lavori, riconoscere il cortile, la sopraelevazione, lo steccato che in realtà nascondono una ricchezza architettonica. Non va molto meglio interrogando chi abita in zona, la risposta è sempre vaga, spaesata, e alla fine si cerca di mandare il visitatore a Villa Bombrini. In realtà, ad un secondo giro le cose vanno meglio, si impara a stare un po’ con il naso in su, ed ecco Villa Spinola Muratori, il suo bel parco con le statue; le rovine di villa Doria e, con il cancello ben chiuso, il profilo di Villa Marchese. Ad averle continuamente sotto gli occhi, le cose non si notano più, e tanto meno qui, dove soffocano fra transenne, ingressi carrabili e divieti di accesso.

    La sfida quindi è impegnativa, per Italia Nostra, Pro Loco e tutti i soggetti attivi su questo fronte. E se per il vicesindaco Bernini grazie alla Strada a Mare Via Cornigliano “diventerà presto una sorta di Boulevard parigino con alberi e panchine”, noi nell’attesa guardiamo con speranza alla collina e alle sue ville come punto di partenza per restituire respiro al polmone industriale della Grande Genova.

     

    Bruna Taravello

     

     

  • Italicum e fiducia a Renzi: perché la minoranza PD è destinata a perdere

    Italicum e fiducia a Renzi: perché la minoranza PD è destinata a perdere

    Matteo RenziMi sono occupato talmente tante volte degli assurdi slogan della propaganda renziana (ed esempio qui, qui e qui) che confido davvero nel fatto che almeno i miei lettori ne siano ormai immuni. In realtà il problema non è mai stato quello di capire se questo chiocciare di “governi che governino” o di “minoranze che non ricattino” avesse un fondamento o meno: che certi discorsi fossero scemate assolute è pacifico da sempre. Anzi: quando queste porcate spacciate per “riforme elettorali” o addirittura “costituzionali” saranno definitive e non si potrà più tornare indietro tanto facilmente, allora vedrete che lo ammetteranno serafici anche dall’interno del PD.

    Il problema non è nemmeno quello di capire come mai questa propaganda funzioni: semplicemente perché è tutto da dimostrare che essa funzioni davvero. Ricordo sempre, infatti, che il famoso 40% del PD di Renzi è stato ottenuto sul 50% degli aventi diritto (un’astensione da record) nel corso delle elezioni per il Parlamento Europeo: e in quell’occorrenza, naturalmente, non si era parlato della riforma elettorale, mentre ebbe un peso decisivo l’atteggiamento da tenere in Europa. Dunque l’attuale premier non ha alcun mandato specifico per portare avanti il programma che ha in testa: ed in questo, tra l’altro, si differenzia nettamente (in peggio) da Silvio Berlusconi; il quale, invece, a suo tempo, era riuscito a farsi eleggere sulla base almeno di un qualche programma politico (cosa che comunque non fu sufficiente per indurlo ad osare tanto). Inoltre nessun sondaggio dimostra che gli italiani siano in maggioranza per questa riforma elettorale: e certo non ne comprendono l’urgenza.

    Il problema, dunque, non è né la presunta necessità né l’effettivo appeal del programma di riforme politiche del governo. La questione è un’altra: se questi provvedimenti così palesemente non servono, non piacciono o non interessano alla maggior parte delle persone, come mai, allora, nessun politico sembra essere in grado di contrastare con successo Renzi?

    Quanto alle forze di opposizione, mi ero già espresso. Nonostante Movimento 5 Stelle, Lega Nord e Forza Italia siano insieme numericamente superiori, tanto nei voti presi alle politiche del 2013 quanto in tutti sondaggi degli ultimi giorni, tuttavia in Parlamento sono stati messi in minoranza dal meccanismo elettorale, l’inconstituzionale porcellum; ma soprattutto continuano a voler marciare separati: e presi separatamente sono facile preda del pesce più grosso.

    Renzi però ha nemici anche all’interno del suo governo: anzi, all’interno del suo stesso partito. Come mai, allora, questi oppositori interni sono sempre più isolati e vengono sistematicamente battuti? Cosa rende l’ex-sindaco di Firenze tanto forte da avergli permesso di scalare con successo il vertice, facendo tabula rasa della precedente dirigenza? Al di là dell’indubbia esuberanza del premier, credo che per spiegare davvero cosa abbia contribuito a conferirgli l’aura del vincente sia necessario per me fare autocritica. Temo di dover ammettere di aver sbagliato, in passato, a soppesare due fattori fondamentali delle dinamiche interne al Partito Democratico: il condizionamento della base e l’esperienza dei vecchi dirigenti.

    Avevo valutato che, almeno inizialmente, gli iscritti non fossero così entusiasti del nuovo venuto; che privilegiassero un modo diverso di concepire la leadership politica – come in parte dimostrarono appena due anni fa, facendo sentire attivamente il loro appoggio all’ipotesi (poi sfumata) dell’elezione di Stefano Rodotà a Presidente della Repubblica. Inoltre, più recentemente, sono stato ad osservare le mosse della cosiddetta “minoranza PD”: che pure inanellava uno schiaffo dietro l’altro (utile a rintuzzare il saracasmo di Marco Travaglio) e che tuttavia sembrava davvero troppo perdente per essere vera. “Ci deve essere qualcosa dietro”, mi dicevo. E invece non c’era nulla. L’ormai pressoché certa vittoria del premier sull’Italicum, dimostra probabilmente che mi sbagliavo su tutta la linea: né si è sentita muovere una foglia dalla base del PD, né si è colto un barlume di strategia politica nella minoranza parlamentare.

    La scarsa tempra politica degli altri protagonisti, dunque, sembrerebbe spiegare la facilità di manovra di Renzi. Si tratta però di una ricostruzione troppo superficiale. Andando in cerca di ragioni più profonde occorre notare che, se Bindi, Bersani e Cuperlo sono rimasti così isolati, non solo dentro ad un Parlamento dove molti non hanno ancora maturato il vitalizio, ma anche all’esterno, allora è evidente che hanno fallito nel tentativo di accreditarsi come rappresentanti di una battaglia politica, anziché solo di potere.

    Per non essere accusati di fare guerriglia contro chi li aveva semplicemente detronizzati e messi in disparte, gli uomini e le donne della minoranza PD avrebbero dovuto dimostrare di avere una visione politica alternativa tale da giustificare lo scontro con l’attuale segretario. Tuttavia si presume che chi voglia far parte di uno stesso partito debba condividere un minimo di idee comuni: e dunque che non possa esprimere una visione completamente alternativa, a meno di non decidersi ad abbandonare il partito stesso.

    Renzi contava esattamente su questo: se le critiche fossero rimaste contenute, tutto sarebbe filato liscio; se invece avessero passato il limite, si sarebbe potuto obiettare che in certi casi la coerenza tra parole e fatti impone gesti radicali, come la scissione. Fassina e gli altri sono restati nel mezzo: hanno evocato paragoni forti, ma nel contempo hanno rifiutato di abbandonare il partito. E per i renziani è stato facile sottolineare l’incoerenza di questa scelta. Per l’ennesima volta il premier ha vinto semplicemente alzando la posta.

    Verrebbe da chiedersi, a questo punto, perché, anziché farsi logorare e annientare pezzo per pezzo, i vecchi leader del PD non decidano di raccogliere queste provocazioni con un gesto eclatante. Il fatto è che non sarebbero credibili. Come ho scritto sopra, per giustificare una battaglia politica occorrono differenti visioni politiche: e i critici di Renzi in passato non hanno avuto idee troppo diverse dalle sue.

    Cosa farebbe davvero paura al premier? Un partito di sinistra che gli si opponesse frontalmente: ad esempio, difendendo il sistema proporzionale contro quello maggioritario, rivendicando l’importanza di un’ampia rappresentanza, anziché di un esecutivo forte. Ma è dai governi D’Alema che la sinistra lavora per costruire un sistema maggioritario bipolare. Renzi ha semplicemente imboccato questa stessa strada e l’ha percorsa a velocità più elevata. Perché mai ora qualcuno dovrebbe convincersi ad andare un po’ meno veloce, se tanto tutti sono d’accordo che sempre là in fondo si debba arrivare? È una differenza troppo flebile.

    Un discorso analogo si potrebbe fare per l’europeismo acritico. Fassina è ben conscio che si tratta di una posizione insostenibile: e ha già dichiarato che non è spaventato dal fatto di condividere la stessa posizione di Salvini. Ma non tutti i suoi compagni di strada la pensano uguale. Il fronte euro-critico comprenderebbe Cuperlo e D’Attorre, ma escluderebbe Bersani e, soprattutto, il già ventilato ritorno di Prodi. Non importa come la pensiate in merito; ma è incontestabile che, una nuova forza di sinistra realmente alternativa dovrebbe distinguersi nettamente dal PD anche su questo tema: cosa impossibile per chi fino a ieri rivendicava con orgoglio di aver portato l’Italia nell’euro.

    Insomma, questa classe dirigente è troppo compromessa. Ha perso la lotta all’interno del PD e ora non ha più la credibilità necessaria per portare questa lotta all’esterno: per cui si accontenta di quella piccola fetta di gestione del potere che le resta.

    Ci sarebbe ancora, a dire il vero, una remota possibilità. L’elezione di Mattarella era stata salutata quasi come una vittoria; come se Bersani e i suoi fossero convinti di essersi procurati un utile alleato. In effetti il Presidente potrebbe teoricamente (e anzi dovrebbe) respingere la nuova legge elettorale. Ma non ha messo la testa fuori dal Quirinale per esprimersi sull’incredibile ricorso alla fiducia, oltre ad aver dimostrato, in questi mesi, di avere la consistenza di un ectoplasma. Possiamo anche aspettare per giudicare: ma ormai non credo faccia differenza.

     

    Andrea Giannini

  • Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    Ciclo dei rifiuti e futuro di Amiu, il tempo sta per scadere: accordo di programma e capitali privati

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-discorso-D3Scongiurato lo sciopero Amiu. Il servizio di raccolta dei rifiuti sarà regolare anche lunedì 4 e martedì 5 maggio, evitando così il replicarsi di spiacevoli accumuli di spazzatura a ridosso del ponte del primo maggio, come accaduto invece durante le vacanze natalizie. La sospensione dell’agitazione è stata confermata oggi pomeriggio, dopo la sigla dell’accordo tra Regione, Città Metropolitana, Comune, azienda e organizzazioni sindacali sul futuro di Amiu.

    Come ampiamente circolato già a partire dalla serata di ieri, l’accordo prevede che entro fine 2015 la raccolta differenziata raggiunga il 42% e il 50% a fine 2016. Comune e Amiu dovranno individuare entro la fine di giugno l’area che ospiterà il biodigestore (in ballottaggio ci sono gli spazi ex Colisa ed ex Ilva), il cui progetto preliminare dovrà essere pronto entro fine anno e approvato dalla Città Metropolitana entro giugno 2016. A riguardo, inoltre, la Regione si impegna a trasferire risorse economiche europee derivanti dai fondi FESR. Inoltre, la Città Metropolitana si impegna ad approvare il piano relativo all’impiantistica del ciclo dei rifiuti entro luglio, mentre un mese prima dovrà essere siglato l’accordo tra tutti gli enti pubblici locali per la gestione del percolato di Scarpino indentificandone la migliore soluzione impiantistica e i relativi finanziamenti, attraverso l’impegno della Regione e il coinvolgimento dei Ministeri competenti. Infine, mentre Amiu si impegna a espletare tutte le procedure per la riapertura di Scarpino, la Regione ha siglato  un nuovo accordo con il Piemonte per il conferimento di 149 mila tonnellate di rifiuti della provincia di Genova.

    Emergenza rifiuti a Genova, necessari 150 milioni in 5 anni >> Leggi l’approfondimento

    In allegato all’accordo siglato questo pomeriggio, che conferma la condizione fondamentale del mantenimento dei livelli occupazionali e la salvaguardia delle attuali condizioni contrattuali di lavoro in Amiu, viene inserito uno schema programmatico (consultabile qui) per riassumere impegni e responsabilità che ogni ente pubblico si è assunto riguardo le diverse aree di criticità dell’azienda. Stralciato, invece, ogni riferimento all’ingresso di capitali privati in Amiu, anche se questa strada sembra sempre più ineluttabile per il mantenimento in vita della società.

    A seguito della contrattazione è stata aggiornata la commissione comunale odierna dedicata all’approfondimento della delibera sul riordino delle partecipazioni del Comune di Genova in altre società. I sindacati, infatti, non sono riusciti a raggiungere Tursi creando, tuttavia, l’ennesimo intoppo istituzionale: nell’ordine del giorno del prossimo Consiglio comunale, previsto martedì 5 maggio, era già in calendario la discussione e la votazione sulla stessa delibera che, tuttavia, l’aggiornamento della Commissione odierna ha impedito di licenziare. Tutto rinviato quantomeno di una settimana.

    Non ha però torto l’assessore Miceli a ricordare che «quella in esame non è una delibera su Amiu perché le società partecipate dal Comune di Genova sono decine. Dalla discussione che è sorta sembra che si tratti della delibera che decide i destini di Amiu ma, in realtà, su questa azienda ci si limita solamente a ribadire quanto già affermato a novembre 2013. E cioè che Amiu necessita di un partner industriale. Tutte le altre discussioni anticipano una discussione che dovrà essere fatta successivamente».

    Sul tema è già stata convocata un’apposita riunione di Commissione comunale per venerdì prossimo, nel corso della quale si dovrebbe anche fare luce sulle modifiche del piano industriale di Amiu in seguito all’approvazione del piano regionale dei rifiuti.
    Il nodo più importante da sciogliere resta quello legato ai soldi: chi e soprattutto come pagherà la messa in sicurezza di Scarpino 1 e le innovazioni tecnologiche previste dal nuovo piano industriale? E ancora: come verranno coperti i maggiori costi dell’azienda che, dalla chiusura della discarica sestrese, spende circa 2,5 milioni di euro al mese per lo smaltimento? Qualcosa in più sicuramente si inizierà a capire dopo il consiglio di amministrazione di Amiu in corso in queste ore, in cui dovrebbero finalmente essere fatti i conti nero su bianco. Le ultime indiscrezioni sembrerebbero confermare l’assoluta necessità di un’iniezione di denaro fresco: i conti dell’azienda sarebbero molto vicini al collasso e difficilmente si potrà andare avanti solo con le casse pubbliche. In proposito, si fa sempre più concreta la voce di un interessamento di Iren.

    Ma non tutte le forze politiche sarebbero d’accordo. Se, infatti, il Pd spinge sull’acceleratore per la vendita, le sinistre di Tursi non sono dello stesso avviso. «In questo momento – commenta il consigliere di Lista Doria, Luciovalerio Padovani – Amiu è certamente in forte sofferenza e mi chiedo, quindi, se sia opportuno procedere alla “valorizzazione” dell’azienda con l’ingresso di capitali privati o se non ci si esponga al rischio che la società possa essere svenduta piuttosto che valorizzata. Lascerei una porta aperta a diverse soluzioni che non comportino l’obbligo di cedere quote e di condividere il controllo dell’azienda con altri. Ad esempio, si potrebbe identificare un socio finanziario (non necessariamente industriale) oppure la partnership potrebbe limitarsi ad aggregazioni di scopo con la finalità di gestire insieme gli impianti. Almeno sulla carta, la possibilità di accesso a finanziamenti (cassa depositi e prestiti?) potrebbe darci il vantaggio di realizzare gli investimenti necessari, di mantenere il controllo dell’azienda più vicino a noi, senza necessariamente cedere quote di proprietà. In sostanza, quando si parla di partner industriale, si parla di Iren che è sì una società a controllo pubblico ma, come abbiamo visto, nel momento in cui la gestione strategica si allontana dal territorio, c’è il rischio di una riduzione sostanziale della capacità di governo dei processi e delle scelte da parte dell’azionista di riferimento». La discussione pubblica in Sala Rossa e privata in maggioranza si annuncia molto più che accesa.

     

    Simone D’Ambrosio

  • La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    La Settimanale di fotografia: incontri con i grandi nomi della fotografia contemporanea

    settimio-benedusiI grandi nomi del mondo della fotografia contemporanea arrivano a Genova nel mese di maggio grazie all’evento La Settimanale di fotografia: quattro incontri dedicati al fotogiornalismo, alla fotografia di moda, all’editing e ritratto, per capire cosa significa essere un fotografo al giorno d’oggi e che cosa è cambiato nel mondo della fotografia.

    Ospiti della rassegna, il fotografo di moda Settimio Benedusi, il fotogiornalista di National Geographic Alessandro Gandolfi, il photoeditor di D di Repubblica Manila Camarini e il ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP Stefano Guindani.

    L’evento è organizzato dall’associazione fotografica Sacs, attiva dal 2013 sul territorio genovese. «Siamo un’associazione giovane senza fini di lucro molto attiva ed inserita nel panorama culturale della nostra città – ci racconta una delle socie Veronica Onofri – Il nostro scopo è quello di creare interesse per la fotografia e offrire l’occasione agli appassionati di fotografia come noi di approfondire la propria cultura fotografica attraverso incontri gratuiti con ospiti, genovesi e non, che raccontino le loro esperienze in campo fotografico e possano dare consigli utili a chi vuole fare fotografia. Sacs inoltre organizza corsi, trasferte legate alla fotografia, workshop con fotografi e photoeditor di alto livello. Chiunque voglia saperne di più e voglia partecipare può seguire la nostra pagina Facebook Sacs fotografia».

    L’iniziativa non si limita all’idea di organizzare incontri con grandi fotografi, ma rientra in un progetto più ampio, che ambisce a creare a Genova un’attività culturale legata alla fotografia sempre più importante e costante. Uno dei principali obiettivi è infatti offrire un’occasione di incontro per tutte le realtà cittadine attive nel campo fotografico, creando una rete per mettere a fattor comune le forze. «Genova è un terreno fertile per tantissime cose, anche per la fotografia, addirittura potrebbe definirsi un terreno vergine, perché finora è rimasto impermeabile ad eventi che non riguardino direttamente la città, mentre crediamo sia fondamentale che Genova impari a guardare fuori dai propri confini – continua Veronica -. La nostra città è ricca di cultura e di bellezza, dobbiamo solo avere la voglia e la capacità di sfruttare queste qualità, e per farlo è necessario comunicarlo, all’Italia e al mondo. Il nostro sogno sarebbe quello di realizzare un Festival di fotografia nazionale o internazionale proprio qui, a Genova».

    L’evento cercherà di fare luce anche sullo stato attuale del mercato del lavoro nel campo fotografico. «Tra i nostri membri e collaboratori ci sono molti professionisti che lavorano nel mondo della fotografia e riportano spesso le loro difficoltàci racconta Veronica –. Durante gli appuntamenti a Palazzo Ducale analizzeremo anche questo tema: cosa significa essere un fotografo nell’era del digitale? La concorrenza è alta e la qualità si è abbassata notevolmente, sicuramente chi fa il fotografo oggi deve avere una grande passione, perché i compensi sono notevolemente diminuiti. Per quanto riguarda l’editoria è un mercato in forte cambiamento e in calo di vendite. I prezzi pagati dieci anni fa per un qualsiasi lavoro editoriale sono molto cambiati in tutto il mondo quindi se si vuole intraprendere questo tipo di percorso lavorativo le agenzie stampa possono essere un buon inizio e un’ottima gavetta, per quanto riguarda altre tipologie di editoria è più complesso ma il consiglio è sempre quello di dare giusto valore al proprio lavoro».

    Settimanale di fotografia a Genova, il programma

    Gli incontri si tengono tutti i mercoledì dal 6 al 27 maggio, dalle ore 19 alle ore 21 nella Sala Munizioniere di Palazzo Ducale di Genova, che ha sostenuto il progetto e messo a disposizione la Sala Munizioniere.

    Interlocutori, Maurizio Garofalo e Simone Lezzi.

    Ingresso libero fino ad esaurimento posti

    Mercoledì 6 maggio

    Settimio Benedusi, fotografo di moda – La fotografia è facile per tutti eccetto che per i fotografi

    Settimio Benedusi fa il fotografo professionista a Milano. Ha lavorato, unico italiano, per sette anni per l’edizione internazionale di Sports Illustrated, fotografando nelle più belle spiagge del mondo: dopo questa esperienza ha importato la formula in Italia, contribuendo all’apertura di Sportweek Dreams, che realizza in esclusiva negli ultimi quattro anni, fotografando così in spiagge ancora più belle e ancora più esotiche. Usa la sua macchina fotografica, che a volte può anche essere un semplice iPhone, per raccontare storie: è particolarmente orgoglioso di quelle che racconta per il Corriere della Sera, che due volte all’anno, a Natale e a Ferragosto, gli lascia libertà in un’intera pagina dedicata al racconto fotografico. D’altronde è iscritto all’ordine dei giornalisti dal 2000. Si diverte ad insegnare, l’ha fatto in innumerevoli workshop e allo IED di Milano. Ha tenuto, per l’AFIP, una Lectio Magistralis alla Triennale di Milano, grazie all’infinita generosità di Giovanni Gastel, di cui si sente orgogliosamente Amico. E’ anche orgogliosamente Amico di Toni Thorimbert. La Lectio Magistralis l’ha tenuta vestito da Pinocchio, insieme al suo Amico Fabio vestito da Lucignolo. Ha un blog costantemente aggiornato dal 2003. Gli piace definirsi “collaudatore di attimi”.

    Mercoledì 13 maggio

    Alessandro Gandolfi, fotogiornalista di National Geographic – La figura del fotogiornalista oggi

    Nasce come giornalista di Repubblica, ma passa presto dal raccontare storie con la penna a raccontarle con la macchina fotografica. Autodidatta, si forma come fotoreporter quando, da giornalista, si trova a lavorare insieme ai photoeditor di grandi testate per scegliere le foto che supporteranno i suoi articoli. Inizia, così, a collaborare per le più importanti testate nazionali ed internazionali tra cui il National Geographic. Insieme ad alcuni colleghi fonda, nel 2007, l’Agenzia fotografica Parallelozero, con l’intento di condividere e far conoscere attraverso la fotografia storie da tutto il mondo, convinto che solo così si possano smantellare gli stereotipi e dare a tutti la possibilità di cambiare la loro prospettiva sulle cose.

    Mercoledì 20 maggio

    Manila Camarini, photoeditor di D di Repubblica – La fotografia, una questione di scelta

    Una delle più importanti photoeditor italiane, inizia a lavorare collaborando con alcuni tra i maggiori quotidiani italiani tra cui Panorama, Travel Mondadori, Traveller Condè Nast. Dal 2003 lavora come photoeditor per il settimanale femminile D di Repubblica occupandosi principalmente di fotogiornalismo. La figura del photoeditor, spesso sottovalutata, ha un’enorme importanza nel mondo della fotografia e dell’editoria. Il photoeditor, infatti, deve avere la capacità di rendere fruibile un testo tramite la lettura delle immagini, saper scegliere i fotografi e le storie più interessanti e di attualità e per farlo occorre avere una grande cultura fotografica ed essere continuamente aggiornato. Non a caso il photoeditor è definito come “un professionista della fotografia che non fa foto ed un giornalista che non scrive”.

    Mercoledì 27 maggio

    Stefano Guindani, ritrattista e fondatore dell’Agenzia SGP – Il ritratto in fotografia

    Stefano Guindani fotografo di celebrities e moda internazionale, nutre una forte passione per i reportage urbani e sociali. Giovanissimo muove i primi passi nel mondo della fotografia scattando foto di danza e foto di scena in teatro. Nel 1998 fonda la sua agenzia, SGP Stefano Guindani Photo, una realtà giovane, un team di trenta persone che unisce alla produzione editoriale servizi per le aziende operanti nel settore moda e lusso. Affermatosi come fotografo di moda, backstage e celebrities, fotografo ufficiale dei principali stilisti italiani, negli ultimi anni ha approfondito il suo interesse per il reportage, prima in Cina, con DonatellaVersace, poi, ancor prima del tragico terremoto, ad Haiti. Quest’ultima esperienza ha lasciato un segno così profondo da spingerlo a tornare sull’isola più volte per documentare le condizioni di vita di un popolo che, pur devastato da immani tragedie, mantiene dignità e speranza. Recentemente è stato coach e giudice di Scattastorie NX Generation, il primo talent televisivo dedicato al mondo della fotografia.

    Manuela Stella

  • Consiglio comunale, prosegue l’andamento lento: assenze e ritardi, ennesima seduta inutile

    Consiglio comunale, prosegue l’andamento lento: assenze e ritardi, ennesima seduta inutile

    palazzo-tursi-sindaco-doria-marco-D4Ennesimo episodio di malapolitica in Consiglio comunale. Manca il numero legale sulla votazione del rendiconto di bilancio 2014 e un’altra seduta va sprecata nel nulla. Usciti dall’aula al momento del voto quasi tutti i consiglieri di opposizione, la delibera ottiene 16 voti favorevoli e 2 contrari (Balleari – Pdl, Rixi – Lega).

    Nelle scorse settimane si era consumata la polemica, sollevata da alcuni esponenti del Partito Democratico, per l’inerzia della giunta, rea di non aver portato all’esame della Sala Rossa alcuna delibera sostanziosa da due mesi. Era stato addirittura minacciato un inedito “sciopero” dei consiglieri e la scorsa settimana l’assenza del PD aveva fatto saltare una riunione di maggioranza finché il sindaco non avesse fatto chiarezza sull’agenda politica della seconda parte del suo mandato.

    Effettivamente dopo l’approvazione del Puc avvenuta il 3 marzo, in Sala Rossa ci sono state ben 6 sedute che hanno visto la discussione di una sola delibera proposta dalla giunta e riferita al “regolamento comunale sui giardini della memoria per animali d’affezione”. Per il resto solo mozioni e interpellanze, alcune addirittura risalenti al 2013, e riguardanti nella maggior parte dei casi temi non proprio urgenti come l’intitolazione di una via agli “Angeli del Fango” o la “promozione eventi decentrati sul territorio ed iniziative “Alla scoperta dei Talenti””.

    Oggi sarebbe stata la giornata ideale per provare a ricucire i rapporti. All’ordine del giorno della seduta ordinaria del Consiglio c’era finalmente una delibera degna di tale nome seguita, in serata, da una riunione di maggioranza proprio per discutere del sempre più delicato rapporto tra giunta Doria e Consiglio comunale. Se la prima parte della giornata ha dato esito a dir poco negativo, il confronto in maggioranza sembra aver dato, almeno per il momento, gli esiti sperati. Sbolliti gli animi per la debacle odierna, il Pd ha strappato la promessa del sindaco di tornare a convocate riunioni di maggioranza tematiche nelle prossime settimane. E i temi caldi su cui discutere, a partire dal bilancio previsionale 2015, dalla privatizzazione di Amiu e dal futuro di Amt, non si fanno certo desiderare.

    «Sono preoccupato – aveva commentato a caldo il segretario provinciale del PD, Alessandro Terrile, dopo l’imprevista chiusura anticipata del Consiglio comunale – perché quando ci sono i consiglieri non ci sono le delibere e quando ci sono le delibere non ci sono i consiglieri. È evidente che i due elementi debbano incontrarsi. Capisco che siamo in campagna elettorale ma gli impegni da amministratori vanno mantenuti». Terrile fa riferimento al capogruppo di Lista Doria, Enrico Pignone, assente questo pomeriggio e candidato alle regionali con Rete a Sinistra a sostegno di Luca Pastorino. Ma il segretario del PD non ha fatto molto bene i conti. Anche se Pignone (peraltro tra i più presenti in Sala Rossa) e Gibelli non fossero stati assenti, sarebbe comunque mancato ancora un voto per dare il via libera al rendiconto. Invece, sarebbe bastata la presenza dei 3 consiglieri democratici assenti al momento della votazione: Russo, Villa e Vassallo. «Non voglio certo contestare le procedure regolamentari e le decisioni del presidente del Consiglio comunale (Giorgio Guerello – PD, ndr) – prova a ribattere Terrile – ma due nostri consiglieri (Vassallo e Villa, ndr) erano a pochi passi dall’aula al momento della votazione».

    Tra gli assenti al voto da segnalare anche il capogruppo di Sel, Gianpiero Pastorino (presente, invece, l’altro consigliere Chessa) e quello di FdS, Antonio Bruno, Anzalone (Gruppo Misto in odore di maggioranza), Gioia (Udc), Lauro, Grillo e Campora (Pdl).  La chiusura anticipata della seduta di Consiglio comunale ha fatto saltare anche la tanto attesa discussione sul “suq” di corso Quadrio, ex via Turati. Sul tema era previsto un articolo 55, interrogazione svolta da un consigliere per ciascun gruppo, al quale avrebbe risposto il sindaco. Per convenzione, questo tipo di discussione viene svolta a inizio seduta ma il ritardo del sindaco per altri impegni istituzionali aveva fatto anticipare l’esame della delibera su cui è successo il patatrac (complici anche 33 ordini del giorno presentati da Guido Grillo – Pdl, durante i quali molti consiglieri, come di cattiva abitudine, si sono allontanati dall’aula).

     

    Simone D’Ambrosio

  • Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    Urbanana: un “cubo” trasparente, di vetro ed acciaio, per produrre frutta tropicale

    1Continuando il nostro viaggio per vedere quali siano le ultime realizzazioni in tema di Landscape Design nelle principali capitali europee, questa volta ci recheremo a Parigi. In questa città, lo studio di architettura francese SOA ha realizzato un progetto teso a creare una serra in grado di ospitare numerosissime piante tropicali. L’obiettivo è quello di riuscire a produrre a Parigi abbondanti raccolti di banane mediante l’impiego di moderne tecnologie ed impattando in modo poco gravoso sull’ambiente. Nonostante il clima fresco e temperato della capitale francese, sarà quindi possibile coltivare e far prosperare, all’interno di un futuristico “cubo” di cristallo, alberi da frutto tropicali.

    Il progetto in questione si chiama Urbanana e consiste più specificamente in un edificio di sei piani che contiene un grande giardino verticale, con pareti di vetro atte a generare un particolare tipo di effetto serra. La rifrazione della luce solare garantisce infatti un clima umido e costantemente tiepido. La struttura è stata inoltre progettata in modo che l’installazione sfrutti gli edifici preesistenti limitrofi. Il nome Urbanana deriverebbe dalla crasi tra le parole “rifiuti urbani” e “banana”.

    2L’idea di base dei progettisti della Tropical Farm di Parigi è quella di ridurre al massimo il consumo di energie e risorse, di non danneggiare l’ambiente mediante l’impiego di sostanze nocive e di limitare al massimo il trasporto di merci. Altra finalità del progetto consiste nel contenere i costi di coltivazione della frutta. Nello specifico, si punta ad una produzione a “chilometri zero”, che riduca moltissimo il prezzo dei prodotti e preservi l’ambiente dalle emissioni di CO2 causate dal trasporto, specie da quello aereo.

    3Per realizzare l’idea sono stati utilizzati edifici, specificamente adattati e progettati per le esigenze del caso. Si ha così un’area verde, costituita da centinaia di alberi da frutto che crescono in condizioni ottimali grazie all’impiego di un particolare tipo di illuminazione artificiale supplementare.
    Sotto un profilo progettuale, il piano inferiore dell’edificio consente l’accesso del pubblico e ha una superficie espositiva che è altresì destinata a laboratorio di ricerca ed a ristorante. Tutto lo spazio restante è occupato da piantagioni di banane, disposte in diversi insiemi di alberi per controllare, in modo scientifico, le varie fasi della crescita delle piante, dall’accrescimento alla finale maturazione dei frutti.
    Gli architetti ritengono che la produzione di banane, ottenute attraverso questo particolare e modernissimo processo, incrementerà l’interesse dei parigini per i frutti tropicali e ridurrà i costi di quelli importati o già presenti sul mercato cittadino.

    SOA_URBANANA_exterieur-nuit1Senza dubbio nell’Urbanana si è in presenza di un perfetto connubio tra moderne tecnologie ed ambiente. In questo progetto i materiali più moderni vengono infatti sapientemente impiegati per incrementare la produzione di frutti tropicali. Anche sofisticatissime modalità di coltura rendono possibile la coltivazione di banane nel bel mezzo di una moderna, antropizzata e cementificata metropoli europea.
    Nel “cubo” a sei piani cresceranno così particolari varietà di frutta, non presenti nell’attuale mercato ortofrutticolo europeo. Queste piante aggiungeranno, al tipico paesaggio parigino dai viali ottocenteschi con platani ed ippocastani centenari, uno spazio verde dal fogliame lussureggiante ed esotico.

    Filippo Leone Roberti Maggiore e Emanuele Deplano

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    Per informazioni: ema_v@msn.com

  • Storybus, il quinto episodio della webserie firmata da Screenfabula

    Storybus, il quinto episodio della webserie firmata da Screenfabula

    Viviamo un periodo storico in questo Paese che facciamo finta di reputare “normale”, quando di normalità certe pulsioni non hanno nulla.
    Sono di questi tempi iniziative quali “Chiedo asilo anch’io” per denunciare l’intramontabile presunta discriminazione degli italiani rispetto ai rifugiati, invitando i nostri concittadini a rinunciare alla propria cittadinanza.
    Screenfabula si butta nella mischia della provocazione e lancia la sfida: se il razzismo è al contrario cosa succede? Un crescendo surreale, che gioca con leggerezza sui toni della follia e dell’italianità nel tema.

  • Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    Slot e gioco d’azzardo, dati in crescita: SOS del Comune, le contraddizioni dello Stato

    slotmachineL’Italia rappresenta oltre il 15% del mercato europeo del gioco d’azzardo e, a fronte del 1% della popolazione, oltre il 4,4% del mercato mondiale con il triste primato del 23% delle giocate totali online. La spesa pro capite (calcolata sulle persone maggiorenni) in giochi con premi in denaro è di 1700 euro all’anno: una piaga che si diffonde soprattutto sulle fasce marginali della società e sui giovani. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto della Società italiana di pediatria che denunciano come un giovane su cinque tra i 12 e i 18 anni, pari a circa 800 mila adolescenti, gioca online o frequenta con abitudine una sala da gioco, senza che le famiglie ne siano al corrente. Un dato che sale a 1,2 milioni di ragazzi se si considera l’intera fascia dei minorenni.

    I ricavi che lo Stato percepisce con la tassazione di questo settore non seguono l’incremento esponenziale del gioco d’azzardo: se, infatti, nel 2004 a fronte di un giro di affari di 24 miliardi di euro lo Stato ne incassava 7,7, nel 2014 a fronte di un ricavo complessivo di 88,6 miliardi nelle casse pubbliche sono entrati poco più di 6 miliardi.

    Ma, al di là dell’aspetto meramente economico, senza considerare il gioco sommerso e gli affari delle mafie, ciò che più preoccupa sono le ripercussioni sociali e sanitarie: secondo quanto disposto dal decreto Balduzzi, il gioco d’azzardo patologico è stato incluso nei livelli essenziali di assistenza e la legge di stabilità 2015 stanzia 50 milioni di euro per l’assistenza di questo settore in cui, si stima, rischi di incappare un italiano su tre. La cifra importante stanziata dal governo, sintomatica dell’attenzione che si dovrebbe porre verso questa piaga, è tuttavia irrisoria nei confronti dell’onere complessivo che la cura per il gioco patologico d’azzardo fa ricadere sulla collettività: si parla di costo annuo medio di 38 mila euro per paziente, pari a un totale che tra i 5,5 e 6,6 miliardi di euro. Si stima che il gioco d’azzardo sia la causa di almeno il 10% delle separazioni coniugali e che i suicidi tra i giocatori siano 4 volte superiori rispetto al resto della popolazione: a ciò si aggiungono altri costi sociali come il deterioramento della qualità di vita, l’indebitamento, la perdita della casa, del lavoro e la maggiore permeabilità ad altre dipendenze.

    A metà 2013, secondo un’inchiesta pubblicata da Wired, Genova era la città italiana con la maggiore densità di esercizi che ospitano slot machine: se ne trovava una ogni 235 metri. Lo scorso anno, durante la giornata mondiale di sensibilizzazione, venivano stimati in oltre 1350 gli esercizi cittadini in cui fosse possibile il gioco d’azzardo e quasi una sessantina le sale specializzate. Non deve stupire, allora, che il Comune di Genova sia in prima linea per il contrasto a questa piaga sociale.

    Il Consiglio comunale ha approvato all’unanimità una mozione bipartisan presentata dai consiglieri Nicolella (Lista Doria) e Campora (Pdl) – rispettivamente presidente e vicepresidente della Consulta cittadina contro il gioco d’azzardo –  per dire ancora una volta no alla proliferazione del gioco d’azzardo in città e per dare seguito ai risultati positivi che si sono riscontrati dopo l’approvazione del Regolamento comunale sulle sale da gioco e giochi leciti.

    La mozione si scaglia contro il disegno di legge che giace in Parlamento e che, secondo quanto emerso finora, potrebbe cancellare gli effetti positivi del Regolamento comunale che contrasta la diffusione delle sale da gioco soprattutto in riferimento ai luoghi sensibili (in particolar modo le scuole e altri spazi pubblici frequentati da bambini e giovani), individuando un raggio d’azione di 300 metri all’interno del quale non possono essere aperte sale da gioco, che scende a 100 metri per quanto riguarda sportelli bancari, agenzie di credito, banchi di pegni e compro oro. Accogliendo l’appello della Consulta comunale, il documento impegna sindaco e giunta a farsi parte attiva presso il Governo affinché la nuova normativa mantenga “le facoltà dei Comuni di imporre vincoli, obblighi e controlli sugli esercizi connessi al gioco d’azzardo”, introduca “norme a tutela dell’infanzia e dell’adolescenza” in particolare riguarda alla pubblicità e all’acceso dei locali in cui si gioca, istituisca un fondo finalizzato al contrasto del gioco patologico.

    «Il Comune di Genova deve farsi portavoce di questa battaglia – spiega Nicolella – un po’ perché questa amministrazione è stata tra le prime a produrre un atto fortemente incisivo per il contenimento della diffusione del gioco d’azzardo e un po’ perché la storia ci racconta che la prima normazione del fenomeno è arrivata propria dalla Repubblica di Genova, che istituì un banco di raccolta delle giocate che erano molto diffuse per scommettere sui nomi notabili che sarebbero stati estratti per far parte del Senato, come era consuetudine nella Repubblica».

    «Come Giunta – commenta l’assessore a Legalità e Diritti, Elena Fiorini – abbiamo espresso convintamente il nostro parare favorevole perché si tratta di una battaglia di civiltà che non possiamo non appoggiare. A fronte di una limitazione del numero dei concessionari su scala nazionale, la nuova normativa in via di definizione sembra andare nella direzione di una delegittimazione delle amministrazioni locali nella disciplina del fenomeno. Quindi il nostro regolamento comunale ma anche la legge regionale sarebbero a rischio». Un ostacolo notevole, soprattutto nell’ottica di una possibile imposta addizionale comunale proprio sui proventi dalla tassazione sul gioco d’azzardo che la stessa Fiorini starebbe mettendo a punto d’intesa con l’assessorato al Bilancio.

     

    Simone D’Ambrosio

  • 25 aprile e attualità: deriva anti-democratica europea e autoritarismo made in Italy

    25 aprile e attualità: deriva anti-democratica europea e autoritarismo made in Italy

    bandiera-italiaUn modo onesto di festeggiare il 25 aprile sarebbe riflettere seriamente, una volta tanto, su quello che stiamo facendo, oggi, per contrastare il nazifascismo e la sua ideologia. Non che in Italia manchino gli “antifascisti”: tutt’altro. Il problema è che proprio questa stucchevole contrapposizione tra revisionismo storico ed esaltazione partigiana distoglie l’attenzione dall’attualità dei contenuti.

    Lo dico chiaramente: chi pensa di combattere il fascismo scandalizzandosi per i “viva il duce” su facebook o per il saluto romano di Casa Pound mi fa solo tenerezza. Se oggi esiste il rischio di ricaduta in una qualche forma di fascismo, è piuttosto improbabile che essa si ripresenti con gli stessi abiti e le stesse liturgie di novant’anni fa. La Storia si ripete, certo: ma sempre con variazioni sul tema.

    Il sospetto è che gli antifascisti di oggi da ragazzi abbiano imparato non tanto a studiare e rispettare la Storia, quanto piuttosto a dire “fascismo-brutto” per compiacere i loro professori (appagati, a loro volta, dall’illusione di trasmettere in questo modo un qualche valore). Se così è stato, allora, non stupisce che oggi il massimo della critica verso un’ideologia responsabile di tanti morti si riassuma, al più, nel ricordare la vergogna delle leggi razziali. Indubbiamente si trattò di un atto ripugnante: ma il giudizio sul regime di Mussolini sarebbe diverso senza quell’orrendo tentativo di compiacere la Germania hitleriana?

    Può essere che di questi tempi gli italiani, esasperati e abbruttiti dalla crisi, si stiano abituando a non vergognarsi più di assumere toni razzisti: ma tra il folklore di chi veste la camicia nera e l’esito estremo di guerre e pulizie etniche, ci deve pur essere qualcosa nel mezzo; qualcosa che costituisca il cuore del fascismo e della sua ideologia; qualcosa che sia già accaduto in Italia tra il 1922 e il 1938.

    Non pretendo in questa sede di definire cosa fu il fascismo: ma certo non dobbiamo cadere nell’illusione modernista di trattare gli uomini del passato come dei minorati sui quali ancora non era caduta la luce abbagliante del progresso, che ci preserverebbe dal fare i loro stessi errori. Il fascismo non fu solo manganello e leggi razziali: manifestazioni macroscopiche che oggi quasi chiunque può vedere e riconoscere per tempo. Il fascismo fu tante altre cose: forse ancora più pericolose, perché resero possibile tutto il resto senza che i più avvertissero il rischio.

    È per questo che su questa rubrica, anziché dare fiato ad inutili polemiche sui monumenti storici o giocare il giochino della sinistra “buona” che si oppone alla Lega “razzista”, ho sempre cercato di puntare il dito sulle cose che mi sembravano davvero pericolose, perché condivise non da evidenti esaltati, ma dalle “persone normali”. Ci furono condizioni, mentalità, interessi, leggi ed eventi che prepararono la strada al fascismo e lo resero “accettabile”: e credo che siano queste le cose a cui bisogna davvero fare attenzione.

    Coerentemente a questo obiettivo, ho meditato sulla lezione di Alberto Bagnai e sulla concezione anti-democratica implicita nel sistema monetario europeo; mi sono sforzato di capire come mai sia tanto difficile contrastare il desiderio di autoritarismo che investe la politica; ho provato a richiamare l’attenzione su certi interessi, così palesemente contrari ai nostri e allo spirito della nostra Costituzione; infine non mi sono fatto scrupoli nel definire “intrinsecamente fascista” la concezione per cui non è importante quanto il Parlamento sia rappresentativo, ma quanto esso si dimostri in grado di fare quello che alcuni sono convinti che andrebbe fatto.

    Oggi credo che il modo migliore per onorare il 25 aprile sia quello di segnalare un post dal blog di Luciano Barra Caracciolo, che mette in evidenza le somiglianze tra la legge Acerbo del 1923 e l’Italicum che il PD di Renzi vorrebbe approvare in totale solitudine. Se davvero siamo ancora preoccupati dai rischi di tutti i fascismi, se ci interessa più l’ideologia che il nome, più la sostanza che le manifestazioni di folklore, allora forse siamo ancora in grado di provare a capire e di vedere dove stiamo andando, prima che sia troppo tardi. Viva il 25 aprile, viva la Resistenza e viva l’Italia.

     

    Andrea Giannini

  • Bilancio 2015, Tursi si preparara alla resa dei conti: l’obiettivo è il limite minimo di sopravvivenza

    Bilancio 2015, Tursi si preparara alla resa dei conti: l’obiettivo è il limite minimo di sopravvivenza

    palazzo-tursi-aula-vuota-D8Mancano più di 20 milioni al bilancio previsionale 2015 prima di approdare in aula. Lo ha detto ieri pomeriggio l’assessore Miceli rispondendo a un’interrogazione a risposta immediata del consigliere Alberto Pandolfo. «Se chiudessimo oggi il bilancio – ha dichiarato Miceli – avremmo un plafond di spesa per i servizi che ammonterebbe al massimo a 75,6 milioni di euro». Una cifra che, appunto, risulterebbe molto inferiore rispetto alle disponibilità degli anni precedenti che hanno sfiorato i 100 milioni di euro (98,5 a disposizione delle direzioni nel 2013, 97,3 nel 2014) e che rappresentano il limite minimo di sopravvivenza per il mantenimento di tutti i servizi, soprattutto in campo sociale, di cui si fa carico il Comune.

    Tuttavia, questo gap potrebbe essere riempito entro la fine della settimana dal governo con lo stanziamento del fondo per il compensamento dei mancati introiti dovuti alla riduzione dell’Imu-Tasi. «Finalmente – commenta l’assessore Miceli – sembra che il governo si sia reso conto della situazione drammatica che dovrebbero affrontare più di 1800 Comuni se non venisse ufficializzata questa copertura». Dal 2008 al 2013 i Comuni italiani, che rappresentano il 7,6% della spesa pubblica e il 2,3% del debito dello Stato, hanno partecipato alla spending review per 18 miliardi di euro: il sindaco di Torino e presidente dell’Anci Fassino ha ribadito ieri in Senato la necessità di invertire la rotta perché, come sottolineato anche dalla Corte dei conti, «i tagli agli enti locali sono insostenibili e sproporzionati rispetto a quelli previsti per l’amministrazione centrale».

    A livello nazionale, nel 2015 sono stati previsti 3,1 miliardi di tagli ulteriori sulla spesa pubblica del 2014: 100 milioni per la legge di stabilità 2013, 125 per il mancato stanziamento del fondo Imu-Tasi, 563 della vecchia finanziaria, 1,2 per i tagli della legge di stabilità, 171 milioni per il mancato recupero del gettito Imu sui capannoni e 150 milioni per l’Imu sui terreni agricoli.

    Tutto ciò per il Comune di Genova si riflette in 57,2 milioni in meno di trasferimenti (qui l’approfondimento): 27,5 da minori introiti Imu-Tasi, 23,7 milioni dalla legge di stabilità 2015 e 6 milioni da tagli di precedenti finanziarie. «Questo quadro – commenta Miceli- al momento della prima stesura di bilancio, ci portava ad avere un plafond disponibile per i servizi di appena 20 milioni». Una cifra irrisoria che, nel frattempo, è cresciuta ma non ancora a sufficienza. Se il bilancio previsionale, che consentirebbe al Comune di uscire dall’esercizio provvisorio in cui non si può spendere più di 1/12 al mese per ogni direzione rispetto a quanto speso nel 2014, venisse chiuso oggi, il plafond disponibile ammonterebbe a 76,5 milioni: 5 milioni sono arrivati da maggiori entrate del gettito Imu, 7 milioni da risparmi sulle spese, 2,6 milioni di oneri di urbanizzazione utilizzabili in parte corrente, 20 milioni di avanzo dal bilancio consuntivo 2014 e 21 milioni di euro dalla diminuzione dell’accantonamento per il fondo di svalutazione crediti come concesso dalla legge di stabilità (questa posta, tuttavia, andrà coperta entro la chiusura del bilancio consuntivo 2015 per non avere un disavanzo).

    «A questo punto – conclude l’assessore – con gli uffici saremmo pronti a chiudere il bilancio (che, per legge, va approvato entro il 31 maggio, ndr) in qualsiasi momento ma attendiamo che il governo comunichi l’esatto ammontare del fondo di compensazione per il mancato gettito Imu-Tasi, cifra che ci consentirà di raggiungere un plafond tale da assicurare servizi indispensabili per la città».

     

    Simone D’Ambrosio

     

  • Federalismo demaniale, beni a titolo gratuito dallo Stato al Comune: ci sono anche i Forti e la Gavoglio

    Federalismo demaniale, beni a titolo gratuito dallo Stato al Comune: ci sono anche i Forti e la Gavoglio

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    Forte Sperone

    Tra dati confusi e risposte abbozzate, Comune e Demanio stanno celebrano in questi giorni a Genova l’ennesima tappa del passaggio gratuito di una quantità non meglio definita di immobili dalla proprietà statale a Palazzo Tursi. Sulle pagine di Era Superba (qui l’ultimo articolo sul tema) abbiamo seguito quasi pedissequamente quella che da più parti viene celebrata come una grande opera di valorizzazione di beni pubblici e di sviluppo del territorio. Tutto parte dalla famosa legge del Federalismo Demaniale con cui il Comune ha chiesto allo Stato 120 beni tra gallerie antiaeree, sedimi stradali, camminamenti militari utili per il completamento di svariate operazioni di riqualificazione urbanistica (qui l’approfondimento). Di questo elenco, solo 24 voci hanno già cambiato proprietario. Da capire poi con quali risorse il Comune valorizzerà e manuterrà il nuovo patrimonio immobiliare, considerato che se l’attuazione del progetto non dovesse prendere piede entro 3 anni dal trasferimento, i beni potrebbero teoricamente (condizionale d’obbligo dato che si tratterebbe in buona parte di scatoloni vuoti e fatiscenti, che rappresentano più un costo che un valore) tornare al Demanio.

    Più interessante sicuramente il percorso parallelo che si sta seguendo per altre strutture sempre di proprietà del Demanio statale ma di rilevanza storica, artistica e culturale, poste sotto la tutela della Sovrintendenza. Stiamo parlando, ad esempio, del sistema dei Forti e della cinta muraria genovese (qui l’approfondimento), dell’ex Caserma Gavoglio (qui l’approfondimento), dei Magazzini del Sale fra via Sampierdarena e Lungomare Canepa e dell’ex Casa del Soldato a Sturla. Per diventare di proprietà comunale, come abbiamo avuto modo di raccontare nel dettaglio in passato, questi beni hanno necessità di un progetto di valorizzazione articolato con relativo impegno finanziario.

    «Entro la fine di giugno – annuncia il direttore generale del Demanio, Roberto Reggi, confermando le anticipazioni raccolte da Era Superbarealizzeremo il passaggio di un primo stralcio di trasferimenti per quanto riguarda il sistema centrale dei Forti: saranno coinvolti i forti Begato, Sperone, Puin, Tenaglia, Crocetta e Belvedere». Sempre entro la stessa data toccherà anche ai Magazzini del Sale di Sampierdarena, in parte occupati dal centro sociale Zapata che, assicura il sindaco, «rimarrà lì, all’interno di un progetto di valorizzazione dell’intero sistema immobiliare». Il complesso si estende, infatti, per 1643 mq che diventeranno sempre più un contenitore di servizi collettivi a carattere sociale, con la regia del Municipio e il coinvolgimento di partner privati. Tempi più lunghi, invece, per i 2130 mq dell’ex Casa del Soldato di Sturla (per cui è comunque arrivato il nulla osta da parte del Ministero della Difesa e, quindi, il via libera ufficioso al progetto di riqualificazione a foresteria per le famiglie dei bimbi lungodegenti al Gaslini) e per l’ex Caserma Gavoglio per cui è stata avviata l’istruttoria per il tavolo tecnico che dovrà valutare il programma di valorizzazione.

    gavoglio-lagaccio-2Tra federalismo demaniale tout court e beni vincolati dalla Sovrintendenza, il Comune non è in grado di fornire dati certi né dal punto di vista del totale degli immobili che passeranno a Tursi né riguardo una stima del loro valore complessivo pre e post valorizzazione. L’unica cosa certa, secondo le parole del sindaco Doria e dell’assessore Piazza, è la categorica esclusione che questo nuovo patrimonio comunale possa essere oggetto di alienazione, ossia di vendita ai privati, benché previsto dalla legge. Il partenariato coi privati sarà certamente fondamentale per dare vita nuova a molti di questi spazi che oggi risultano abbandonati, ma la proprietà resterà pubblica.

    «Non possiamo dare spazio a sogni irrealizzabili – ha commentato il sindaco Marco Doria – e abbiamo il dovere di dar seguito a proposte che consentano di utilizzare beni finora abbandonati. Non è detto che per tutti i beni si debbano realizzare investimenti nello stesso momento perché in alcuni casi parliamo di cifre importanti per cui è necessaria la collaborazione dei privati. Ma un bene può anche essere trasformato per gradi: l’importante è avviare un percorso e aprire i cantieri».

    Un programma di alienazione è invece previsto per altri immobili già di proprietà del Comune di Genova che verranno illustrati martedì nel corso di un convegno a Palazzo Ducale. Qui troveranno spazio una sessantina di schede di beni patrimoniali pubblici su cui Tursi sostiene di avere le idee chiare: mercati, ville storiche, palazzi del centro storico, edifici della città, immobili in zone collinari, cercando di unire pubblico e privato, vendite e valorizzazioni.

    «Il Comune – sottolinea il sindaco – ha un ingente patrimonio immobiliare di beni comuni che deve utilizzare al meglio. Su questo piano dobbiamo cambiare marcia, dimostrandolo coi fatti. E all’interno di questo percorso rientra anche la vendita di alcuni beni non più ritenuti funzionali. Le risorse che recupereremo saranno impiegate in maniera intelligente per finanziare le politiche dell’amministrazione comunale, ad esempio investendo sui lavori pubblici e sulla valorizzazione di altri immobili più strategici».

    Il sindaco si fa poi prendere la mano e lancia una proposta al direttore del Demanio: «Nelle grandi aree urbane – ha detto Doria – ci sono molti altri beni comuni che hanno diversi proprietari e non sono utilizzati al meglio. Penso, ad esempio, al patrimonio ferroviario dismesso: ci vorrebbe una regia nazionale che invitasse questi soggetti a muoversi in un’ottica di valorizzazione dei beni comuni per la riqualificazione urbana». Sono due certamente gli spazi pensati dal primo cittadino: l’area di Terralba e quella del Campasso. Ma il problema non riguarda solo le ferrovie: altri beni, come quelli del Demanio Marittimo (la Marinella di Nervi, ad esempio), non rientrano nelle procedure del federalismo demaniale e l’amministrazione comunale non ha dunque grandi margini di manovra per il loro recupero.

     

    Simone D’Ambrosio

  • L’auto-razzismo del popolo e della classe dirigente italiana: la politica come il cabaret

    L’auto-razzismo del popolo e della classe dirigente italiana: la politica come il cabaret

    renzi-risataL’autoironia è una delle forme d’umorismo più apprezzata ai giorni nostri. Dimostrandomi autoironico appaio subito simpatico, genuino, estroverso, a posto con me stesso e con i miei difetti, e forse persino intelligente; ma soprattutto non faccio battute sulle altre persone, le quali  potrebbero anche non gradire.

    È per questo meccanismo che il mondo della satira oggi investe moltissimo su questo filone. Dovendosi destreggiare tra il politically correct e i politici veri e propri, molto suscettibili e subito pronti a squalificare il comico di turno accusandolo di contiguità con il partito rivale, potrebbe avere il serio problema di non riuscire a trovare qualcuno o qualcosa su cui scherzare, se non esistesse una categoria che sicuramente non se la prende: gli italiani.

    Ridere degli italiani piace, e ci piace. Quasi ci compiaciamo, in fondo, del fatto di essere quelli strani, quelli originali, quelli fuori dal coro. Inoltre questo genere ha una gloriosa tradizione alle spalle: da Fellini a Elio e Le Storie Tese, da Sordi a Fedez, gli italiani hanno sempre riso degli italiani, nei casi migliori addirittura riuscendo a dipingerne pregi e difetti con realismo e poesia.

    Non può stupire, pertanto, che oggi questa tradizione sia ripresa non solo da comici come Maurizio Crozza, che addirittura a questo umorismo si è ispirato per il nome del suo programma, ma anche fuori dal cabaret, in contesti che dovrebbero essere decisamente più seri, da politici e giornalisti.

    È ormai usanza diffusa e accettata riferirsi all’Italia e agli italiani come a qualcosa di eccezionale,  fuori dalla media, qualcosa di diverso dal resto del mondo. Gli italiani fanno, dicono e pensano cose che nel mondo civilizzato non si farebbero, non si penserebbero e non si direbbero. Basta far caso a quante volte compaiono nel linguaggio politico espressioni come: “solo qui da noi”, “adeguarsi”, “nel resto d’Europa”.

    Ultimamente, per via delle difficoltà della crisi economica, questo vizio di vederci sempre come diversi e speciali tende a sconfinare nel pessimismo. Il vero problema dell’Italia sono gli italiani: siamo noi che non sappiamo o che non vogliamo cambiare. Siamo indisciplinati, pigri, corrotti, evasori e mafiosi. Siamo incorreggibili e nessuna ricetta ci renderà migliori. È così che si finisce, insomma, per dare ragione a Benito Mussolini e al suo famoso: “governare gli italiani non è difficile: è inutile”.

    Ma è davvero così? È vero che il problema, in fondo in fondo, siamo noi stessi? Gli italiani sono davvero, innanzitutto, un fallimento come popolo?

    Nonostante il suo indubbio “fascino”, la realtà è che questa non è un’argomentazione. Se dovessimo prenderla seriamente, infatti, dovremmo presupporre che esista qualcosa come lo “spirito di un popolo”, che esso sia definito e stabile, passando di generazione in generazione tramite il DNA o attraverso l’aria che si respira nella penisola, e che soprattutto esso sia talmente forte da essere causa di tutte le altre manifestazioni sociali. Leggi, guerre, istituzioni, scuola, cultura, arte e tutte le alterne fortune a cui una collettività può andare incontro non influenzerebbero in modo sostanziale la collettività stessa; bensì sarebbe il “carattere” della società, la sua anima profonda, a determinare tutte le altre cose.

    Si tratta, come si vede, non solo di un’interpretazione alquanto problematica, perché nega l’influenza di aspetti importantissimi della vita sociale, direzionando arbitrariamente causa e effetto; ma si tratta anche di una concezione intrinsecamente razzista. Se si può dire che i problemi dell’Italia dipendono dagli italiani, allora si può dire anche che la schiavitù dei neri dipendeva dal “loro essere inferiori”: il livello basso dell’argomentazione è identico.

    Oggi siamo abituati a pensare che sia razzista chi se la prende con gli immigrati (che al più potrebbe essere definito “xenofobo”); quando in realtà “razzista” è semplicemente colui che crede debbano esistere differenze di valore tra le razze umane.

    L’auto-razzismo trabocca letteralmente nelle parole della nostra classe dirigente. Gli altri sono sempre più virtuosi, un esempio da imitare, un modello da seguire: noi siamo sempre al fondo delle classifiche internazionali, oggetto di ironia e riprovazione, zimbello del mondo. Non sfuggirà quanto questa retorica contribuisce a rafforzare nelle persone la percezione di appartenere ad un insieme sociale irrimediabilmente marcio, scoraggiando i volenterosi e incentivando a urlare “ognuno per sé”.

    Nessuno nega che gli italiani abbiano il loro carattere e i loro problemi specifici: ma è molto difficile dimostrare che sia il primo a generare i secondi, o che, banalmente, gli altri paesi non abbiano anch’essi i loro problemi. Manca totalmente, nelle continue denunce delle mille magagne di casa nostra, una sintesi equilibrata del reale peso relativo di queste criticità, che non sono tutte uguali. Scandalo scaccia scandalo: ma cosa davvero è prioritario? su cosa occorre concentrarsi? può un problema dipendere in realtà da un altro problema?

    Nell’assoluta carenza di una spiegazione organica complessiva, non stupisce che ricette politiche basate su qualificazioni morali (l’onestà, il cambiamento, la sobrietà) o generiche “lotte alla povertà”, “lotte alla corruzione” e “lotte alle mafie” continuino a fare la fine delle grida manzoniane.

     

     Andrea Giannini